Molte cose ho ancora da dirvi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà».

Quello che Gesù dice ai discepoli in questo passo del Vangelo, che ci viene offerto dalla liturgia odierna, ci riguarda tantissimo. Noi sposi siamo così. Ogni tanto ci penso. Quanta consapevolezza avevo il giorno delle mie nozze? Molto poca. Il matrimonio non può lasciarti uguale. Quando sento frasi del tipo Ti amo come il giorno in cui ti ho sposato/a, non posso che pensare che non sia possibile. Nel matrimonio sacramento non c’è lo stallo. Si sale o si scende. Si cresce o ci si indebolisce. Si perfeziona o si distrugge. Non si può restare gli stessi. Io, e lo dico con convinzione e certezza, amo molto di più la mia sposa oggi, dopo quasi 16 anni di vita insieme. Capitemi bene! Non è un crescere costante. Non è una retta che non ha mai cambi di direzione. Nel matrimonio si cade, si litiga, ci si allontana. Ci sono momenti difficili e di crisi. Guai a negarlo e a pensare che la famiglia perfetta va sempre d’accordo. La famiglia così è solo negli spot in tv, non nella vita reale. C’è qualcosa, però, che accade. Quando si cade e si riesce a vivere l’amore misericordioso anche in quei momenti di flessione, la caduta diventa una spinta. Una spinta per risalire più in alto di prima. Vivere il perdono, l’amore gratuito e incondizionato nei momenti difficili accresce l’amore e non lo distrugge. Questa è la differenza tra una coppia che regge e una che crolla. Nella prima si va oltre le miserie dell’altro e si ama sempre e comunque. Nell’altra, invece, la famiglia diventa luogo delle rivendicazioni, dei rancori che crescono, del rinfacciare e del non sapersi perdonare. Non servono grandi fratture per scoppiare. Bastano tante piccole scosse non affrontate nel modo giusto. Ed è così che lo Spirito Santo si manifesta e ci mostra la grandezza della nostra unione e relazione. In questi anni, in diversi corsi e ritiri, ci è capitato diverse volte di rinnovare le nostre promesse davanti al sacerdote. Ogni volta è più bella di quella precedente. Perchè c’è più amore e più consapevolezza. C’è una storia di esperienze di perdono e di accoglienza reciproca. Ci sono gesti che ci siamo donati impressi a fuoco nel cuore. Tutto questo mi permette oggi di comprendere l’importanza del mio si. Mentre il giorno delle nozze ero spaventato dalla promessa del per sempre oggi ne sono affascinato perchè ho visto pian piano svelarsi il disegno di Dio e la presenza dello Spirito Santo nel nostro amore sponsale. Ogni mattina ringrazio Dio per ciò che ha fatto nella nostra vita. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quante cose ci hai detto in questi anni di matrimonio insieme.

Antonio e Luisa

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La crisi, una benedizione?

Leggendo il bellissimo libro di Alessandro D’Avenia “Ogni storia è una storia d’amore”, che mi ha regalato mia moglie per Natale, mi ha colpito in particolare un passaggio in cui l’autore parla della crisi nella relazione di coppia e mi ha fatto riflettere.

I greci usavano il termine crisi per indicare il procedimento messo in atto per separare il grano dalla pula, cioè separare una cosa essenziale, importante, dall’altra che non serve. Molto spesso la crisi in un rapporto di coppia è il preludio alla fine della relazione, questo perché purtroppo esse, tranne in alcuni casi particolari, non vengono affrontate, ma si fugge.

Il problema sta nella confusione che si fa tra l’innamoramento e l’amore. L’innamoramento è una fase bella e necessaria che ha una certa durata, ma ad un certo punto finisce, mentre l’amore è una scelta consapevole di tutti i giorni che mette da parte l’egoismo, senza la pretesa che l’altro soddisfi la nostra sete di infinito.

Quando la prima fase termina, iniziamo a vedere anche i limiti dell’altro, se io lo/la amo veramente, cioè se voglio il suo bene, accolgo questa persona per poter crescere insieme, la crisi in questo caso, può essere un modo per ridare tempo alla relazione e diventare un’occasione di crescita. Un tempo per fermarsi a guardare di nuovo l’amato/a, riscoprirlo/la e ripartire insieme.

Convivete? Non accontentatevi.

Oggi sono felice di poter condividere una riflessione che non è mia. Certo, ne condivido i contenuti. Questo blog ha un’impostazione e dei valori ben caratterizzati, ma quando sono altri a scrivere, a portare la ricchezza della loro persona, anche gli stessi contenuti possono acquistare un sapore diverso e avere una prospettiva diversa. Le riflessioni di questo blog, infatti, non sono mai concetti astratti, ma vita vissuta, prima di tutto. Questo blog parla d’amore. L’amore non è un concetto che si può racchiudere in una riflessione, per quanto possa essere articolata e ben fatta. L’amore è prima di tutto esperienza da vivere e testimoniare. Lanciatevi! Da lettori diventati scrittori. Potreste aiutare chi è nella vostra situazione che, attraverso di voi,  potrebbe trovare una strada che ora non vede.

Daniela ha voluto dare il suo contributo. Parla ai conviventi. La crisi può essere la fine di tutto oppure un’opportunità. Un’opportunità che apre al mistero di Dio e al sacramento. Perchè, solo se sperimentiamo quell’amore gratuito del Cristo, che ci desidera ardentemente, anche nelle nostre miserie e tradimenti, solo se sperimentiamo questo, possiamo fare il salto di qualità come persone e come persone che amano.

Scrive Daniela:

All’inizio é tutto molto bello,nuovo,romantico, estemporaneo…poi si fa un passo oltre e si vive insieme, i difetti sono smascherati a tutto tondo, i limiti enfatizzati dalla quotidianità, dalla routine che é già pesante per conto suo….Poi i ritmi serrati della vita, i compiti mal redistribuiti, lo stress del lavoro….e la frittata é fatta…a chi piace piccante mettiamoci dentro anche qualche scappatella.

Bene e adesso che si fa, come si fa ci si disfa, si da la disdetta della casa,si impacchettano le cose e si prende la porta. Con un grande dolore dentro, un vuoto, un sogno infranto, un bisogno non saziato, la sensazione di non aver fatto passi avanti, si prende la porta e nella migliore delle ipotesi si spera che la prossima volta andrà meglio, si, forse può darsi…
Ma i nostri limiti, per quanto cerchiamo di lavorarci, sono sempre li, i nostri difetti pure, come quelli di tutti….e allora che si fa, il cinismo,l’egoismo,l’ individualismo sono la via di fuga?
No. No perché c’é Uno, che magari neanche lo sai, che ti ama, nonostante tutto, ti guarda con amore quando sbagli, quando tratti male te stesso e gli altri, che nella sua infinita misericordia, ti perdona sempre. Che bello un Amore così, dove ci si sente sempre amati, perdonati, accolti…ecco Cristo é morto sulla croce per insegnarci questo….per Amore uno si consuma nel perdono, perdonando 70 volte 7, guarda con misericordia “perché chi é senza peccato scagli la prima pietra”, perché quando uno torna e chiede scusa si ammazza il vitello grasso. Questo é l’amore che ci ha insegnato Dio, lui che per ciascuno di noi che si perde,lascia le altre 99 pecore per venirci a cercare, bisogna solo farsi trovare, dire si, seguirlo e imparare da Lui come si ama.
Allora se vi siete scontrati con le vostre due limitatezze, fate entrare Dio tra voi ad allargare l’orizzonte. Per Dio noi siamo più dei nostri errori, che bello essere guardati cosi.
Non interrompete la vostra convivenza,la vostra relazione ma cercate un prete,un frate, una coppia che vi aiuti a fare un percorso fidanzati e sposatevi perché con Gesù,nella preghiera si può trovare la forza del “PER SEMPRE” ma bisogna provare per credere…
Daniela
Antonio e Luisa

La crisi una bussola per l’orientamento.

Pregando, apro così, inavvertitamente, l’Amoris Laetitia che tenevo tra le mani e, guarda caso mi trovo davanti il n. 234 che dice:

234. Per affrontare una crisi bisogna essere presenti. È difficile, perché a volte le persone si isolano per non mostrare quello che sentono, si fanno da parte in un silenzio meschino e ingannatore. In questi momenti occorre creare spazi per comunicare da cuore a cuore. Il problema è che diventa più difficile comunicare così in un momento di crisi se non si è mai imparato a farlo. È una vera arte che si impara in tempi di calma, per metterla in pratica nei tempi duri. Bisogna aiutare a scoprire le cause più nascoste nei cuori dei coniugi, e ad affrontarle come un parto che passerà e lascerà un nuovo tesoro. Ma le risposte alle consultazioni realizzate rilevano che in situazioni difficili o critiche la maggioranza non ricorre all’accompagnamento pastorale, perché non lo sente comprensivo, vicino, realistico, incarnato. Per questo, cerchiamo ora di accostarci alle crisi matrimoniali con uno sguardo che non ignori il loro carico di dolore e di angoscia

Incredibile, proprio questo che è il campo, o meglio, la missione che il Signore mi ha affidato?

Ho letto con attenzione e trovo una verità profonda in queste parole, le medesime da noi sempre sostenute sin dal momento in cui venimmo “utilizzati” da Dio Padre ad occuparci delle famiglie.

Una crisi (dal greco κρίσις, decisione) è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa(diz.)

Questa parola può spaventare molto ed essere il motivo fondante per prendere “decisioni”sbagliate. Però, come vediamo, il significato di crisi è proprio decisione.

Cosa decidere quando in modo traumatico o stressante accade qualcosa che devasta ogni capacità ed ogni lucidità ?

Come e con chi prendere questa decisione?

Se ci addentriamo ad esempio nel TEMA CONIUGALE dovremmo addirittura essere felici dinanzi ad una “crisi” perché, ciò vuol dire che, in ordine a qualcosa che potrebbe andare meglio (senza addirittura saperlo) noi siamo chiamati a fare un salto di qualità assai migliorativo.

Eh già, ma se invece fosse peggiorativo?

Qui entra in gioco un altro aspetto importantissimo che accade in tutte le nostre vite e cioè il fatto che a noi manca sempre qualcosa.

La crisi normalmente presuppone una mancanza:

  • Mancanza di attenzioni.
  • Mancanza di dialogo.
  • Mancanza di lavoro.
  • Mancanza di parole buone.
  • Mancanza di gesti affettuosi.
  • Mancanza dell’unione coniugale.
  • Mancanza di tempo per l’altro.

MANCANZA DI AMORE

La mancanza generalmente non è mai riempita da una presenza ma piuttosto da un’altra mancanza perché nelle relazioni umane se tu non mi dai qualche cosa e addirittura non hai nessuna intenzione di darmela, io, deluso, ti ripagherò con la stessa moneta perché umanamente funziona così. Quando tra me e mio marito aleggiava la freddezza, più lui era scarso, cioè mancante di affettuosità nei miei confronti più io mi ergevo a paladina del mio orgoglio e mi distaccavo anche io, raffreddandomi a mia volta.

Certo se accanto ad un ghiacciolo ci fosse un calorifero allora si che la mancanza troverebbe la sua presenza: il ghiacciolo si scioglierebbe e si avvolgerebbe di tanto calore!

Noi abbiamo impiegato un po’ di anni per capire come colmare le mancanze e diventare una pienezza e, per fare questo è stata necessaria la CRISI, che ci ha condotto a prendere una DECISIONE. Una decisione nostra, non soltanto mia o sua.

Spesso la vera mancanza, quella che ciascuno dovrebbe sentire e fare di tutto per conquistare è la MANCANZA DI DIO. Sapete perché? Perché nel preciso momento in cui tale mancanza si avverte si riceve la presenza. GRATIS per giunta!

Dio, nostro Padre, non aspetta altro che questo e cioè che ogni suo figlio possa avvertire la nostalgia del suo Papà, il desiderio di “avere” ciò che gli manca perché per tanto tempo non lo ha mai cercato, davvero. La crisi nasce dentro. Nasce quando siamo in mezzo al bosco, in piena notte e non abbiamo alcuna bussola per ritrovare la strada. Molti addirittura non sanno trovare i punti cardinali neppure con la bussola in mano…..figuriamoci senza!

Certo, abbiamo detto che la crisi ci invita a fare una scelta ma…..quale scelta?

Se ti manca qualcosa e lo stai cercando nel tuo simile, caro fratello o sorella sappi una cosa: una creatura fatta di carne, come te, non sarà mai capace da sola di riempire le tue mancanze, e lo stesso vale per te. Io e te non ci basteremmo mai. Dunque, se pensi di risolvere la crisi scegliendo una persona piuttosto che un’altra, alle prime mancanze dovrai cominciare a fare il giro del mondo e diventerai il cercatore folle, forse più adatto a scrivere il tuo romanzo d’amore incompiuto.

E allora cosa fare davanti alla crisi?

Occorre scegliere, ma farlo bene!

Cerca prima Dio e Lui penserà a rendervi capaci di “colmarvi”!

Solo cosi risceglierai la persona TUTTA, a partire da quelle mancanze, perché la tua guarigione comincia dall’incontro col TU ma la tua salvezza dipende dal rapporto con LUI, l’unico che può darti tutto ciò che ti occorre per uscire dal tuo egoismo e dare alle mancanze dell’altro la giusta pienezza.

Chi ti credi di essere? O meglio: pensi di non avere bisogno anche tu di essere riempito dell’AMORE VERO, PIENO E GIUSTO?

Se stai vivendo una crisi non andartene in giro ad infilarti nei matrimoni altrui ma lascia che qualcuno possa aiutarti a creare spazi e sostenere te e chi ti sta accanto a comunicare «da cuore a cuore» in ogni tuo dolore e in ogni vostra angoscia.

Cristina Epicoco Righi

Fragile ma forte perchè Dio è con te!

Il mondo è potente ma ogni creatura è fragile e mi riferisco soprattutto a coloro che non se ne accorgono, a quelli che credono di essere tosti, autoritari, decisionisti.

Possiamo usare l’immagine del vento forte, anzi, dell’uragano che, quando sta per arrivare genera un’allerta così urgente da costringere tutti ad allontanarsi dalle proprie case per scongiurare il pericolo alla propria vita.

Ecco, se il giorno prima di un uragano, di un terremoto o di un qualsiasi evento distruttivo forse ci sentivamo “chissà chi”, in quei momenti di impotenza emerge tutta la nostra debolezza, la fragilità di cui siamo impastati.

 

Chi è dunque la persona fragile?

Fragile è colui che in un matrimonio si stanca e decide di preferire la fuga. Si, la fuga si preferisce, perché, se non sono capace di amare per sempre, non sono capace di amare neppure per un giorno. Quanto sono povero quando, stanco di una moglie o di un marito impegnativo non ce la faccio e me ne vado, magari dietro alla menzogna che mi fa dire : «NON TI AMO PIÙ». Abbiamo detto e ripetuto tante volte che amare è decisione, volontà attiva. Quel non ti amo più è legato al ricordo dell’innamoramento che invece è necessariamente una fase breve e limitata.

Magari me ne torno dalla mamma, la quale, per quel recondito desiderio della perduta chioccia, riprende il proprio figlio (in genere il maschio) non aiutando il “bambino” a crescere. Quando ti sposi hai lasciato tuo padre e tua madre per diventare UNA SOLA COSA col tuo coniuge. Non si torna alla casa natale, non è buono regredire ma….. devi progredire.

Sono povero e fragile perché quando mi sposai non dissi….“Accolgo te e ti amerò fino a un certo punto della mia sopportazione” ma pronunciai “accolgo te e, con la grazia di Cristo, prometto di….”. Siccome sono tanto povero e fragile, non ci riuscirò da solo, ma caspita, mi sono impegnato col Meglio del Meglio per poterci riuscire e invece? Mi sono fatto rubare la vera libertà da colui che mi incatena alla divisione, alla fuga, all’abbandono di ciò per cui ero chiamato e cioè il mio coniuge e i figli che tanto desideravo e che tanto facilmente lascio in balia della mia immaturità.

Questa è una persona fragile. Paradossalmente non lo è chi rimane. Certo, chi subisce ne riceve una ferita immensa, ma lo stato peggiore è chi prende a braccetto il divisore, l’accusatore, lo scoraggiatore di una storia che, seppur difficile, non va abbandonata ma lottata. Il fragile non ce l’ha fatta ma tu che resti puoi combattere.

L’altro o l’altra arriverà persino a toglierti il fiato e a farti desiderare di scappare. Ogni essere umano chiede amore e l’amore va risposto. Scapperai da una moglie o un marito soffocante e troverai, dopo quella momentanea passione inebriante, la tua fragilità spostata altrove: un’altra casa, un’altra camera, un altro letto. Una sola cosa rimarrà comunque ….la tua fragilità!!

E quante volte scapperai dalla dimora di te stesso?

Dice l’AMORIS LAETITIA al n.239:

«È comprensibile che nelle famiglie ci siano molte difficoltà quando qualcuno dei suoi membri non ha maturato il suo modo di relazionarsi, perché non ha guarito ferite di qualche fase della sua vita. La propria infanzia e la propria adolescenza vissute male sono terreno fertile per crisi personali che finiscono per danneggiare il matrimonio. Se tutti fossero persone maturate normalmente, le crisi sarebbero meno frequenti e meno dolorose. Ma il fatto è che a volte le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza. A volte si ama con un amore egocentrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io. È un amore insaziabile, che grida e piange quando non ottiene quello che desidera. Altre volte si ama con un amore fissato ad una fase adolescenziale, segnato dal contrasto, dalla critica acida, dall’abitudine di incolpare gli altri, dalla logica del sentimento e della fantasia, dove gli altri devono riempire i nostri vuoti o sostenere i nostri capricci»

Quando mi trovo a sostenere colui che è “rimasto” davanti al “fuggitivo” della storia coniugale c’è solo una via che ci consente di ottenere una vittoria: COMPRENDERE LA FRAGILITÀ DELL’ALTRO.

Ricordati che solo Uno è FORTE : GESÙ CRISTO.

Potrai girare mille stordimenti ma il medicinale più efficace è la Cristoterapia: assumilo tutti i giorni.

È Gratuito, non ha controindicazioni nuoce solo al nemico.

Nessuno è d’acciaio ma:

«GRANDE» è quel coniuge che resta.

Combatti tu, che sei rimasto solo perché, senza di te, l’altro, chi potrà salvarlo?

Non aspettarti il quando ma punta solo sul quanto.

Quanto sei disposto ad amare per sempre?

Tu, quel giorno, lo hai promesso con la grazia di Cristo.

Non sei solo, sei fragile anche tu ma sei forte perché hai Dio con te.

Perciò mi compiaccio nelle mie infermità … quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12, 9-10).

Cristina Epicoco Righi

C’è più gioia nel dare o nel ricevere? La palestra è nel matrimonio.

Non a caso questa domanda è a trabocchetto perché, la prima risposta che daremmo, forse, è che la nostra gioia si esprime nel dare.

Si, è vero, molti di noi sono generosissimi e donano largamente ma, sotto sotto, in fondo in fondo, non perfettamente animati da una totale gratuità.

Paradossalmente però, la difficoltà maggiore, la prova non tanto chi dona (seppur desideroso di essere ringraziato sempre e comunque) ma chi riceve, nel senso che è difficile ricevere gratuitamente senza sentirsi in debito.

Insomma, l’essere umano come la fa la sbaglia.

Eh si perché, a causa del famigerato peccato originale, che ha reso ognuno  suscettibile di tanti sentimenti, per  noi uomini e noi donne, qualunque gesto compiamo, ricade sotto la legge della carne che, se non totalmente abbinata a quella dello Spirito, ci farà sentire sempre debitori o creditori.

C’è un luogo privilegiato dove tutto questo è risolvibile o meglio, dove esiste un’opportunità perché il dare e il ricevere acquisisca il sapore della gratuità.

Questo luogo è il sacramento del matrimonio.

Quale miglior palestra se non quella di due coniugi che, per scelta si uniscono per diventare Uno e dove non esisterà più il tutto mio, il tutto tuo, il nascondimento, la pretesa di essere, la pretesa del fare, la forma piuttosto della sostanza e tanto altro?

Esatto, perché, nel matrimonio, gratuitamente do  e gratuitamente ricevo.

Non ho bisogno di facciata quando dono qualcosa di mio al coniuge perché da lui non mi aspetto altro che renderlo felice. Ovviamente il suo grazie mi riempirà ancor di più ma l’intento primordiale sarà solo ed esclusivamente quello di  dare felicità e gioia all’altro senza pretendere nulla in cambio.

Ahimè se così non fosse!!

Vorrebbe dire che un bip bip rosso si sta accendendo per allarmare la mia non corretta relazione sponsale.

Semmai dovessi agire aspettando che l’altro faccia o dica in base a ciò che ho fatto e detto io qualcosa non funzionerà come dovrebbe e, in men che non si dica, arriverà la crisi.

A cosa serve allora mettere al centro Cristo il giorno in cui, innamorati e cotti, ci siamo detti il nostro si?

Serve a ricordare la logica del dono, del dare e del ricevere.

Il matrimonio, in quanto sacramento, non dimenticherà mai la presenza costante e quotidiana di colui, Gesù Cristo, il quale unico è stato capace di donarsi, dando la vita, non tanto per i suoi amici ma soprattutto e addirittura per i suoi nemici. Che grande aiuto è per noi questo!

Lui ha donato e basta perché fossimo salvi….ti pare poco?

Ecco dove poter attingere ed allenarsi per imparare la gioia nel dare:

 

IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA (2 Cor 9,7)

 

Fratello e sorella che doni con gioia non sai quanto riceverai in cambio senza desiderare il contraccambio. L’altro, che avrà saggiato la bellezza di ogni tuo gesto d’amore si sentirà in dovere di ripagarti con altrettanta gioia e tu, sorella mia, non dirai mai più «lui non fa questo, lui non fa quello» perché lo avrai così riempito dei doni da te elargiti che non accamperà più obiezioni a renderti felice. E lo troverai a fare ciò di cui potrai sorprenderti.

Sai però  perché ti viene da obiettare? Perché, forse,  tu per prima, non doni con gioia!

Coraggio, fai questa prova, anche laddove sei ferito, tradito, deluso, abbattuto…

Dona con gioia, indipendentemente da cosa troverai, perché un giorno, il Cristo che hai chiamato al centro della tua esistenza, l’ha fatto Lui  per primo e ha dovuto persino dire:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. (Lc 23, 34-35)

 Questo lo ha detto mentre donava tutto se stesso, ma tu ed io abbiamo Lui per fare esattamente la stessa cosa.

Cristina Epicoco Righi.

La fedeltà ti fa re.

Parto con una breve storia che ho letto in un libro di Christiane Singer. La riporto col le mie parole, con quello che mi ricordo. Mi piacciono le favole. Avendo quattro ragazzi ne ho lette a centinaia.

Un tempo lontano e in un regno lontano il re chiamò i suoi tre figli, e disse loro che avrebbero dovuto trovarsi una sposa, poichè un re senza regina è ben poca cosa. Dopo brevissimo tempo il principe più grande tornò a casa. Si presentò con la sua principessa, figlia del re del regno vicino, seguito da un corteo di servitori e animali carichi di ogni ricchezza terrena. Il secondogenito, ancora in viaggio, venne a conoscenza del successo del primo, e si impegnò ancor di più a cercare la sposa più adatta per il regno che ambiva a governare. Trovò una poetessa, molto giovane, bella e colta. La portò a casa convinto che le ricchezze dello spirito della sua futura sposa avrebbero colpito il padre più della ricchezza della principessa del fratello. Rimase l’ultimo principe che ancora era alla ricerca, quando, dopo aver attraversato boschi, fiumi e montagne, si trovò in un regno sconosciuto, Un regno molto strano abitato da creature simili a scimmie ma con abilità da uomini. Venne preso prigioniero da queste creature brutte e sgraziate. Nel buio della prigione sentì una voce dolcissima di donna che lo affascinò e lo fece innamorare che gli chiedeva di sposarlo. Lui innamorato promise solennemente di farlo e in quel momento sentì come se un sigillo di fuoco si imprimesse sul cuore. Il giorno dopo arrivarono le guardie che lo presero, lo lavarono, lo rivestirono e lo portarono in chiesa dove il prete e la sua sposa lo stavano aspettando. Frastornato alzò il velo della donna e con sua terribile sorpresa si trovò di fronte il volto peloso massicio di una scimmia. Aveva tanta voglia di scappare, era terrorizzato e si sentiva in trappola. Non si tirò però indietro e pronunciò le parole che lo legarono alla donna. Immediatamente le fattezze della donna cambiarono. Il giovane si trovò di fronte una creatura così bella che nulla in natura era paragonabile a lei. Lei abbracciandolo disse che tutto il suo popolo era prigioniero di una maledizione dovuta all’incoerenza e all’incostanza delle loro azioni. Solo la fedeltà di un uomo avrebbe potuto liberarli. Il principe tornò a casa e raccontò la storia al sovrano suo padre il quale lo proclamò suosuccessore, perchè nulla su questa terra, non le ricchezzee non le conoscenze possono brillare come la fedeltà e la lealtà. Il trono spetta di diritto a chi  nella prova ha tenuto fede al suo giuramento.

Questa storia ha un significato metaforico molto importante. Il Re non può essere che Dio, nostro padre e nostro Re. Noi che siamo figli di Re, siamo principi ma non ci bastiamo. Nostro padre non può lasciarci il suo regno se non impariamo ad amare e possiamo farlo solo nell’incontro con una alterità complementare a noi. Certo questo vale per chi ha nel cuore la vocazione al matrimonio e non alla vita consacrata. Ci mettiamo in cammino, c’è chi si ferma subito pensando che le ricchezze siano la soluzione, pensando che ogni problema possa essere risolto comprando qualcosa o qualcuno. Naturalmente si illude e il Padre non può dargli il suo regno perchè ha imparato a soddisfare istinti e piaceri ma non ad amare e una volta finite le ricchezze tutto si distruggerà. Il secondo figlio rappresenta chi cerca sinceramente di amare ma pensa di bastarsi, di riuscire a costruire tutto da solo. Che la coppia sia vincente grazia alle qualità che possiede. Si crede forte e non pensa di avere bisogno del Padre. Anche a lui il Re non può lasciare il suo regno perchè sarebbe destinato a fallire alla prima vera prova. Il terzo figlio è quello meno sicuro di sè, l’ultimo dei tre fratelli, l’ultimo anche a trovare la sposa. Consapevole però della sua miseria e fragilità e per questo con valori forti che diventano fondamenta e forza per lui. Si innamora. Per innamorarsi basta poco, basta un modo di camminare, di parlare o una caratteristica fisica e si è così presi e coinvolti che si può arrivare a  promettere amore eterno a quella donna. Senza l’innamoramento probabilmente nessuno avrebbe la forza e il coraggio di promettere tanto. Ma poi bisogna essere capaci di non venire meno alla promessa. Quella promessa così vera tanto da imprimersi a fuoco nel cuore. Quel principe siamo noi. Quando nella vita quotidiana l’innamoramento è messo alla prova da tante situazioni e atteggiamenti e quella donna che abbiamo sposato ci sembra non più così bella, vediamo le sue fragilità, imperfezioni, la sua parte brutta che ci urta  ma ci facciamo forza con quella promessa e chiedendo aiuto a Dio, e continuiamo ad amarla, se non con i sentimenti, almeno con la volontà e l’agire. Ed ecco che accade il miracolo, quelle fragilità ed imperfezioni che ci potevano allontanare da lei sono diventate occasione per vederla in tutta la sua magnificenza, nella sua fragilità, vederla con gli occhi di Dio. Solo allora il Padre ti fa re di quel regno, di quella piccola chiesa domestica che è la tua famiglia. Solo allora che hai imparato ad amare facendoti servo e libero, libero di dare senza chiedere.

Antonio e Luisa

 

Ho portato la croce, come Lui.

Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco è uscita ormai da un anno. Era il mese di aprile del 2016 quando è stata resa pubblica. Il risultato di due sinodi sulla famiglia, un vero dono per il nostro tempo e bussola di navigazione per le famiglie cristiane.  Sebbene Papa Francesco abbia più volte ribadito che non è il documento che autorizza i divorziati risposati a riaccostarsi all’Eucarestia (anche se apre alla valutazione caso per caso) i media ne hanno fatto il centro di tutto il documento. Cori di approvazione e di gioia si sono alzati dalla società civile e politica, perché finalmente la Chiesa ha cancellato questa discriminazione insopportabile, questo retaggio di una morale stantia e non al passo con i tempi. D’altronde oggi tutto è fluido, il lavoro, la casa, gli interessi e anche la famiglia non fa eccezione. Il divorzio breve, da poco approvato anche in Italia è la prova che lo stato non ha interessa a mantenere stabilità ma piuttosto ad accontentare questa schizofrenia globale. Sembra tutto bello, basta lacci e catene. L’amore finalmente può essere libero di guidare la nostra vita e il cuore può divenire la nostra bussola. Ma, se vai oltre le statistiche e le leggi, e incontri e conosci le persone che vivono tutto questo disastro, trovi tanta povertà, insoddisfazione e sofferenza. Ferite aperte che si continuano a curare con medicine sbagliate. Non va tutto bene. Mi viene un’immagine forte. E’ come se gli uomini come Adamo ed Eva avessero mangiato dell’albero del bene e del male e si fossero scoperti nudi, si fossero scoperti fragili e incompleti. Come se volessero continuare a ritrovare la pienezza dell’origine, restare nellEden, nascondendosi da Dio. Una continua ricerca del paradiso perduto che però sbaglia il bersaglio e non può che comportare ulteriore sofferenza e dolore.

Ho trovato invece pace, consapevolezza e speranza, seppur vissute nella sofferenza dell’abbandono, proprio in quelle persone che hanno subito la separazione, hanno visto colui o colei che ha promesso di amarle per sempre calpestare quella promessa senza vergogna. Ne ho incontrata una. Si tratta di una giovane donna che non avrebbe difficoltà a trovare una nuova famiglia. Ma è quello che vuole?

Provo a capirlo con lei, ponendole alcune domande. Lei è siciliana e la chiameremo Giusy visto che vuole restare anonima.

Giusy, raccontaci brevemente della tua storia con lui. Del matrimonio.

La nostra è una storia pulita nata tra due ventenni, cresciuti insieme nel rispetto e sulla fiducia reciproca. Complici e rispettosi l’uno delle idee e dei valori dell’altro, dopo anni di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci ma la vita è stata caina con noi, quello che sarebbe dovuto essere il periodo più felice della nostra vita, è stato caratterizzato da lutti che evidentemente, piuttosto che avvicinarci, ci hanno allontanato. Probabilmente il dolore ci aveva cambiati e mentre io chiedevo del tempo per guarire…lui si sentiva sempre più solo…lui gridava il suo bisogno d’amore…io presa dal mio dolore non ho capito.

Quando lui se ne è andato come ti sei sentita? Quale è stata la tua prima reazione?

Ero incredula, non pensavo che sarebbe potuto accadere a noi due, che quei ragazzi pieni aspettative, di vita e d’amore si fossero persi per davvero. Pensavo che tutto si sarebbe risolto, che fosse preso dalla rabbia, dalla delusione e invece, aveva tutto chiaro, come mi disse un prete, nessun uomo lascia la propria moglie per tornare dalla madre…c’era già l’altra, ed io non mi ero accorta di nulla.

Quanto è stato importante per te credere nel sacramento del matrimonio nonostante tutto?

I lutti precedenti avevano fatto si che mi allontanassi da Dio…la separazione mi ha riportato a Lui e messa da parte la fede nuziale (che ahimè, a malincuore ho dovuto sfilare dal dito), ho ritrovato la fede in Dio, quelle parole pronunciate sull’altare, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia, mi rimbombano nella mente…ho scoperto cosa significa vivere nella cattiva sorte, l’ho promesso a Dio che ci sarei stata…e non me la sento di venir meno alle mie promesse.

La tua fede in questi anni di prova come è cambiata? E’ maturata?

La mia fede è cresciuta, in Dio trovo la forza per affrontare i momenti bui di cui è piena la mia vita. Dicono che la separazione sia un lutto a tutti gli effetti, io di lutti gravi ne ho vissuti nella mia vita e posso smentire questa affermazione…un lutto lo elabori, trovi la pace perchè ad un certo punto accetti che chi non c’è più è tra le braccia di Dio, una separazione no…è molto più laboriosa, chi non c’è più, chi ti ha abbandonato, ferito, rinnegato, umiliato, diffamato lo ha fatto perchè ha deciso di farlo, perchè non ha saputo dir di no al peccato, perchè preso dalla sua debolezza, non ha saputo dir di no al male.

Come hai fatto a trovare la forza per perdonare tuo marito?

Perdonare? è un parolone…non credo di odiare chi mi ha fatto del male, ho molta rabbia, sono profondamente delusa perchè, chi mi avrebbe dovuto difendere, in realtà mi ha ucciso…e lo ha fatto con le parole, con le umiliazioni, rinnegando quel noi che Dio aveva sigillato. Sto lavorando sul perdono, più che altro, provo profonda pena nei confronti di chi, non ha capito cosa è il vero amore, nei confronti di chi, è andato via venendo meno alle sue promesse, solo per del sesso. Prego continuamente per la conversione di questo uomo e seppur con difficoltà, cerco di pregare per lei, affinchè riconosca che quello non è il suo ruolo, vada via, lasciando in pace la mia famiglia, restituendomi la mia casa

Perché pensi che non sia possibile per te stare con un altro uomo?

Provo amore per il mio “carnefice”, non riesco neanche ad immaginarmi con un altro uomo, chiedo a Dio discernimento, di aiutarmi a capire, non credo ci saranno altri uomini dopo lui, ho tolto la fede al dito, ma io sento che quel legame va al di là della presenza fisica…c’è un filo sottile che ci unisce, il sigillo di Dio sento non spezzerà mai ciò che è stato.

Cosa ti senti di dire a chi come te non vuole mollare e crede ancora nel suo sacramento nonostante tutti, amici, colleghi e parenti non capiscono questa scelta?

Credo fermamente che chi non si trovi in una situazione simile, non possa capire. Non è facile seguire la croce e non sono nessuno per dire alla gente ciò che è giusto e ciò che non lo è, sento però di dire che, chi sente di dover seguire gli insegnamenti di Dio, chi si sente fedele nonostante l’infedeltà del proprio coniuge, non stia ad ascoltare nessuno se non il proprio cuore. Siamo saliti in croce con Gesù Cristo, in realtà mi sento onorata di poter dire, anche io, in minima parte, ho portato la croce, come Lui.

Le persone come Giusy sono una pietra d’inciampo. Meglio ignorarle o considerarle delle sfigate. Dicono alla nostra povera società malata ed individualista che si può essere fedeli a una promessa fatta a una persona, senza porre condizioni. Dicono alla nostra società che l’amore non è solo un cuore che batte ma anche sofferenza e forza di volontà. Dicono alla nostra società che Gesù non è morto invano, che ci si può fidare di Lui e che dopotutto quella croce è sempre meglio della incapacità di rispondere alla vocazione all’amore che ognuno di noi ha. Quelle persone, che portano la croce come Gesù,  che mostrano al mondo che la fedeltà nella sofferenza non solo è possibile, con la grazia di Dio, ma può incredibilmente donare pace e senso. Queste persone sono esempio e fonte di meraviglia e speranza per tutto il popolo di Dio

Antonio e Luisa

Uno tsunami nella coppia

Questo articolo è un ringraziamento. Voglio ringraziare mia moglie per la sua apertura alla vita e al disegno di Dio sulla nostra relazione. Ci siamo conosciuti tardi, 26 anni io e 35 lei. Non abbiamo però perso tempo, dopo poco più di un anno di fidanzamento, dove abbiamo capito di voler costruire il nostro futuro insieme, abbiamo detto il nostro si definitivo al Signore nel sacramento del matrimonio. Non abbiamo perso tempo e Dio ci ha donato la gioia di quattro bellissimi bambini, anzi 5, perché uno non è vissuto che poche settimane nel grembo di Luisa, ma c’è e ci sta aspettando nell’amore eterno di Dio.  In pochi anni tante gravidanze, allattamenti, notti insonni, pannolini, debolezze, picchi di euforia e di depressione, picchi che caratterizzano questi periodi della vita di una donna. Io per mio conto ho sempre cercato di starle vicino e di aiutarla. Di farle sentire il mio sostegno e il mio amore ma mi sono sempre reso conto che ciò che facevo non era paragonabile a ciò che faceva lei. Il peso della fatica grava soprattutto sulla mamma. C’è però una sofferenza che riguarda i papà, e che spesso viene taciuta o quantomeno sottovalutata. Quando arriva un bambino l’attenzione della sposa si sposta quasi esclusivamente su di lui, certo per ovvie ragioni di priorità, ma a volte non è solo per questo. Il figlio, soprattutto il primo è uno tsunami, non solo per la mamma ma anche per il papà e per la relazione della coppia in genere. Si stravolgono gli equilibri e i ritmi della famiglia. Diventa tutto più complicato e si deve ripensare la propria vita e quella familiare. In questo kaos in cui anche l’uomo fatica a trovare un nuovo equilibrio si potrebbe aggiungere il senso di abbandono. Secondo una ricerca gli uomini che ammettono di aver sofferto questa sensazione di abbandono e di esclusione sono il 26% (secondo me sono anche di più). Per alcune settimane, durante (non sempre) e dopo la gravidanza, è  normale vivere l’astinenza dai rapporti, ma le tenerezze e le attenzioni non devono mancare. Certo che i mariti che non hanno vissuto la castità nel fidanzamento soffriranno maggiormente, perchè  si sono abituati a vivere la tenerezza solo in prospettiva dell’amplesso fisico e non come linguaggio dell’amore abituale e continuo fatto di gesti, parole e azioni non necessariamente collegati al rapporto fisico. Molti uomini abbracciano, accarezzano e baciano la propria sposa solo in prospettiva di un imminente amplesso. Tutto questo non aiuta la coppia e i due coniugi rischiano di allontanarsi ognuno con la propria rabbia e delusione per il comportamento dell’altra/o. Per tutti questi motivi la coppia potrebbe perdersi e l’uomo sentirsi solo, arrabbiato e frustrato. La neo mamma spesso è assorta completamente da questa nuova creatura che finalmente dopo 9 mesi di gestazione ha potuto abbracciare. Totalmente assorta come invece non lo è il padre. Il padre ama il proprio bambino ma non gli  basta. Il padre in quel momento ha bisogno dell’amore della sposa e di sentire ancora quella relazione d’amore, che ha generato quel bambino, come viva e rigenerante. Tutto questo per arrivare al ringraziamento iniziale. Ringrazio la mia sposa, che nonostante tutte le gravidanze e quanto ne è conseguito, non mi ha mai fatto mancare le sue attenzioni e il suo amore, non mi ha mai fatto sentire di troppo, mi ha fatto sentire sempre importante e desiderato, mi ha dato la forza per cercare, con tutti i miei limiti e povertà, di starle vicino e di sostenerla. Noi uomini, per nostro canto, non dobbiamo mai scoraggiarci, e quando capitano periodi in cui viviamo un senso di abbandono o frustrazione, parliamone con lei, magari semplicemente non se n’è accorta, così presa com’è dal bimbo. Non smettiamo di coccolare la nostra sposa, ne ha bisogno e soprattutto mostriamo come ci piace ancora tanto. La gravidanza potrebbe lasciare dei segni sul corpo, mostriamo a lei che è bellissima così come è. Per lei sarà un’iniezione di fiducia e amore che in quel periodo è fondamentale per vivere bene e nella gioia.

Antonio e Luisa