4 settimane di gravidanza spirituale

Iniziamo domani l’Avvento. È un tempo forte di grazia, cioè un periodo di valore pedagogico in vista del Natale.

La Madre Chiesa ci invita per questo motivo a renderlo un tempo di felice attesa ma anche di penitenza e digiuno, da qui il fatto che il colore liturgico sia viola e che non si canti il Gloria le domeniche proprio come durante la Quaresima.

Tralascio qui ogni argomentazione sul fatto che il 25 dicembre sia realmente il giorno della nascita di Gesù, ci sono vari articoli interessanti in materia e ne segnalo solo uno.

Piuttosto mi sono fatto la domanda: ma qual è la peculiarità per voi sposi? C’è un vostro modo particolare per viverlo? Penso che lo capiamo a partire dalla consapevolezza di cosa sia l’Avvento per poi vedere quanto abbia a che vedere con il matrimonio.

Il Mistero dell’Incarnazione è la verità più sconvolgente della nostra fede. Che Dio infinito e onnipotente abbia preso la nostra natura umana, la nostra carne così limitata, fino alle sue ultime conseguenze e senza marcia indietro, questo nessuno l’aveva mai seriamente affermato, semmai ipotizzato o sperato.

Se pensate che l’Ebraismo e l’Islam lo confutano apertamente e altre religioni nemmeno lo tengono in considerazione. Addirittura, agli inizi del cristianesimo sorsero eresie (il Docetismo e più in generale la Gnosi, per citarne alcune) che negavano a Gesù una vera corporeità. Cristo per 33 anni avrebbe finto di vivere in mezzo a noi, dissolvendosi come un fantasma all’ora di morire.

Quando parlo ai fidanzati metto sempre sul chi va là i futuri mariti preparandoli allo shock di vedere trasformarsi non solo fisicamente la moglie ma anche psicologicamente, affettivamente per attendere un figlio, con le varie conseguenze sulla relazione. Voi mamme avete questo dono, di sapervi trasformare per accogliere una nuova vita, avete una consapevolezza innata di cosa implichi la gestazione.

Ma siete altrettanto consapevoli, papà e mamma, che portate Gesù nel vostro amore? Lo sapevate di essere gravidi di Gesù nella vostra relazione? Ve l’hanno mai detto che la Seconda Persona della Trinità abita nel vostro amore? Da quando vi siete promessi fedeltà e lo Spirito Santo ha sigillato la vostra unione è così: lo Sposo è con voi ogni giorno.

Cari sposi, se volete prepararvi spiritualmente al Natale in questi 40 giorni va benissimo fare la corona di Avvento o il calendario con le finestrelle o leggere qualche libro ben fatto (consiglio “Tu scendi dalle stelle… ed è Natale” del Card. Comastri, o “Il mistero del Natale” di Edith Stein). Ma è altrettanto importante che coltiviate nella preghiera la consapevolezza di essere portatori di Gesù, di averlo con voi sacramentalmente.

Sarebbe un controsenso il 25 festeggiarlo nella Messa senza che lo avete celebrato prima nella vostra coppia. Maria, la nostra Mamma celeste, che per prima ha portato Gesù per nove mesi, vi aiuti a prepararvi al Natale ed essere fieramente consapevoli di portare anche voi Gesù come sposi cristiani.

Padre Luca Frontali

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Vostre maestà marito e moglie!

Nel freddissimo febbraio 1945 il palazzo Livadja a Yalta, città della Crimea con vista al Mar Nero, ospitò la riunione dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale: Roosevelt, Stalin e Churchill. Si trattava di decidere le sorti del mondo dopo lo sconvolgimento bellico, tra l’altro nemmeno concluso.

Il grande Papa Pio XII, che in tutti i modi aveva tentato di scongiurare il conflitto sei anni prima, ora mirava a dare il proprio contributo alla pace tra i popoli tramite i suoi nunzi apostolici. Si dice che Stalin, quando seppe di tutto ciò, affermò sarcasticamente: «E quante divisioni ha il Papa?».

Anche in quel caso si ripeteva la storia. La storia del Figlio di Dio, Onnipotente, la Seconda Persona fatta carne, che, dopo essere stato flagellato e con una corona di spine conficcata nel cuoio capelluto, se ne stava lì, tremante di dolore, dinanzi a Pilato e gli susurrava: “io sono re”.

Ma di che regno stiamo parlando? Quello comprato grazie a suon di miliardi di dollari? O che si affida a sterminati giacimenti di petrolio? Oppure fa leva su una schiera di F-35 o di satelliti spia?

Il Regno di Cristo si fonda su una cosa ben precisa: essere testimone alla Verità. Perciò, brevemente vediamo cosa intende dirci Gesù con questa frase.

Nel linguaggio corrente si dice vero un pensiero, una parola conforme alla realtà. Ma è vera anche una realtà che si svela, che è chiara, evidente per l’intelletto. Per i Greci verità era alètheia, cioè a-lethès = non nascosto e come per loro così anche per noi. La nozione biblica di verità però è diversa, perché si fonda su un’esperienza religiosa, quella dell’incontro con Dio. Mentre nella Bibbia la verità è anzitutto la fedeltà all’alleanza con Yahvé, nel Nuovo Testamento essa diventa la pienezza della rivelazione che ha fatto Gesù. Il verbo ebraico ‘amari, da cui è formato hemet ossia verità, significa alla lettera, essere solido, sicuro, degno di fiducia. La verità è quindi la qualità di ciò che è stabile, provato, ciò su cui si può costruire con sicurezza e qualcuno di cui ti puoi fidare incondizionatamente.

Perciò quando Gesù parla di verità fa riferimento alla fedeltà (hemet) e all’amore (hesed) di suo Padre. Di esse Lui è venuto a testimoniare, a esserne l’icona, la manifestazione.

Ma in un certo senso la parola verità per Gesù include l’accezione sia greca che ebraica. Difatti san Paolo è questo che ha in mente quando parla del Mistero Grande agli Efesini (cfr. Ef 5, 32). Gesù ha svelato il volto fedele, buono, misericordioso di Dio Padre e questo dono lo ha dato prima di tutto agli sposi.

Cari sposi, a questo punto è chiaro che per voi, battezzati e coniugati in Cristo, la regalità non può assolutamente essere dominio sull’altro. Se una certa cultura maschilista ha deformato l’immagine del matrimonio come il predominio del marito sulla moglie, oggi vediamo l’esatto contrario secondo un sedicente femminismo.

Ma non ci siamo in nessuno dei due casi. Solo Gesù può svelarci la chiave di lettura corretta del matrimonio. Voi sposi siete re, lo siete appunto grazie al battesimo e questa regalità viene specificata ancor di più nel matrimonio. Come essere re e regine? Lo sarete solo essendo essere testimoni a vicenda, della fedeltà e misericordia di Dio.

Vivrete la regalità battesimale e matrimoniale se svelerete “a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Amoris Laetitia 121).

Come Gesù Sposo ci ha svelato quel Mistero Grande con tutto il suo amore smisurato per gli apostoli, per i poveri, per i piccoli, per i malati e sofferenti, così voi continuate a svelarlo, anzitutto tra di voi e nella vostra famiglia, sempre con i vostri piccoli gesti di donazione, di servizio, di fedeltà, di misericordia.

Così facendo voi siete quei re e regine di cui il mondo ha bisogno oggi, tanto bisogno! Grazie di cuore per provarci e riprovarci ogni giorno, benché non sia facile.

ANTONIO E LUISA

Per essere re, come Gesù è re, dobbiamo recuperare, custodire e sviluppare due valori: la dignità e la libertà.  Gesù è Re perchè la Sua legge è la legge dell’amore. Il re ha una missione: essere sale e lievito. Essere quindi luce. Essere testimone. Il re è capace di mostrare la bellezza di Dio e della Sua Legge.  Il re  sa perdonare, non perchè sia debole e non sia capace di combattere e di lottare, ma perchè il perdono è uno dei gesti che più di tutti rappresentano la sua regalità. Il perdono è colmo di libertà e di dignità. La vendetta fa male a chi la perpetra e a chi la subisce. Per questo se mia moglie mi fa del male io resto re e la perdono continuando a farle del bene. Perchè sono libero da quel male che mi ha fatto. Perchè sono degno, nonostante ciò che lei può aver fatto o detto. La mia regalità viene da Dio. Nessuna persona, neanche mia moglie o mio marito, può distruggerla. Questo significa essere davvero liberi e degni. La mia dignità viene da Dio e non da mia moglie o da mio marito.

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Crisi, alba di una rinascita

Non so quanti ricorderanno la data del 29 maggio 2012. Di sicuro chi all’epoca, come me, abitava in zona nord Italia avrà ben presente la forte scossa di terremoto che danneggiò soprattutto la bassa modenese.

Un mio amico lavorava in un capannone industriale; ai primi sussulti, una trave di varie tonnellate si schiantò, sfiorandolo a mezzo metro… Che era successo? Semplicemente che la costruzione non era stata pensata con criteri sismici e di conseguenza le travi erano semplicemente appoggiate sui piloni, anziché fissate.

La Parola di questa domenica, sin dalla prima lettura, ci può turbare alquanto per lo scenario apocalittico. Tuttavia, i toni usati e le immagini impiegate non sono che in sintonia col momento liturgico. Siamo infatti alla penultima domenica del Tempo Ordinario e la prossima è la solennità di Cristo Re dell’Universo. Per questo tutto il tono del discorso ruota attorno a due poli: il fine e la fine della storia che coincidono in Cristo.

Vorrei concentrarmi sul fatto che Cristo è il nostro fine esistenziale, Lui è il nostro Alpha e Omega, inizio e compimento. Siamo nati a sua immagine e alla comunione piena con Lui siamo chiamati ad andare, come ha insistito Von Balthasar.

Ma che succede però? Che noi ci costruiamo un mondo a nostra immagine e somiglianza, a nostro gusto e piacimento, a nostra misura. È fatica lasciarci guidare concretamente e nel dettaglio dallo Sposo, dallo Spirito Santo. Le nostre vite vanno di corsa e questa frenesia ci espone lentamente a chiudere prima gli occhi, poi orecchi e infine il cuore al Signore che ci chiama a seguirLo.

Cosa accade, il più delle volte, quando viviamo così? Che il Signore, non per cattiveria, non per sadismo, non per prepotenza, bensì per pura misericordia permette che avvengano le crisi. Sul momento però ci sembra di piombare in un tornado e perdiamo il senso dell’orientamento. È vero, si può stare molto male. Ma nel fondo il Signore ha voluto solo mettere in crisi il nostro modo di essere cristiani, di essere coppia, di essere genitori….

Se, però, prendiamo la parola “crisi” e la svisceriamo, troviamo qualcosa di interessante: “crisi deriva dal verbo greco krino = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Nell’uso comune ha assunto un’accezione negativa in quanto vuole significare un peggioramento di una situazione”. Invece, andando oltre la facciata, si vede che essa ha un lato assai positivo, perché diventa: “un momento di riflessione, di valutazione, di discernimento e può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita”. Così un laico, esperto di etimologie.

            Mi colpisce questo perché è esattamente quanto diceva la settimana scorsa il Papa alle coppie dell’Associazione Retrouvaille: “questo è molto importante, non dobbiamo spaventarci della crisi. La crisi ci aiuta a crescere… dalla crisi si può uscire, a patto che si esca migliori”.

            Don Fabio Rosini, agli inizi del suo libro “L’arte di guarire”, spiega come appunto la guarigione, metafora di ogni cambiamento in positivo, sia mentale, spirituale, fisico, emotivo… parte dal presupposto che noi si vive adagiati in poltrona, cercando di sistemare comodamente il didietro nel modo più rilassante e sperando di poter vivere così il maggior tempo possibile. Però il Signore lo sa e allora permette le crisi, persino quelle coniugali, in modo che siamo sollecitati a guarire, a crescere, a metterci veramente alla Sua sequela.

            Mentre vi stavo scrivendo, ho ricevuto una chiamata da una cara amica, sposata da qualche anno. Conosco il suo percorso di vita e di coppia, sono al corrente delle “crisi” passate, così come di quella in corso. Senza che, ovviamente, le raccontassi di quanto stavo componendo, lei riepiloga il discorso con un “sono le doglie del parto”. Ma è proprio così. Nella mente di Dio la crisi, pure nel matrimonio, vorrebbe essere sprone di una rinascita, di una risurrezione.

            Vi auguro, perciò, di guardare alle vostre crisi come una palla da prendere al balzo, in cui far discernimento e, con la grazia di Dio e la vicinanza di persone che vi vogliono bene, poter diventare sposi in cammino, seguendo Gesù.

ANTONIO E LUISA

Non so voi, ma per noi la crisi non ha mai avuto un significato positivo. Mi viene in mente la fatica, la sofferenza, i litigi, la distanza. Eppure se ci ripenso bene la crisi è sempre stata DECISIVA. Non perchè sia bello soffrire. Soffrire fa SCHIFO. Non è quello che pensiamo io e Luisa e non credo lo pensi neanche padre Luca.

La crisi è benedetta per un altro motivo. Ti mette davanti alla tua imperfezione, al fatto che il matrimonio basato solo sulle mie forze e quelle di Luisa non funziona. La crisi ti mette a nudo e ti permette di guardarti con tutta la tua povertà. In questi casi o scappi e molli tutto o rilanci. Per rilanciare devi però mettere mano a tutte le tue ricchezze. Devi cercare ricchezze dove non le cercavi prima, raschiando il barile. E li forse ti rendi conto di quanto sia importante Gesù per la tua vita e per il tuo matrimonio.

Più ci penso e più capisco come le nostre crisi ci abbiano sempre avvicinato un po’ più l’uno all’altro e a Gesù. La crisi è come un bivio. Sta a noi se prendere la strada che ci allontana sempre più o invece quella che ci avvicina. Scegliete bene.

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Confermati da Pietro: accompagnare le ferite nuziali

Carissime coppie,

oggi sono qui a condividervi una grande gioia che il Signore mi ha donato lo scorso 6 novembre. Ero presente quando il Papa ha ricevuto in udienza privata diverse centinaia di coppie dell’associazione Retrouvaille con i loro figli.

Il regalo non è stato unicamente vedere Pietro nella persona di Francesco – già essere vicino a lui è un grande dono – ma soprattutto sentire la sua conferma nella fede e missione di tutte queste persone profondamente toccate dalla crisi e dalla sequela di ferite. Come ha detto Francesco: “«Ferite» è una parola-chiave per voi, fa parte del vocabolario quotidiano di Retrouvaille”. Eccome se lo è! Sono testimone di quello che hanno vissuto tanti di loro e che per questo considero fratelli e sorelle nel cammino. Anzi, dirò di più, il Signore mi ha mostrato il mio cammino personale nel sacerdozio grazie a vari segni legati alle coppie ma uno particolarmente eloquente è stato grazie alla testimonianza di perdono di una coppia di Retrouvaille.

Come ha detto il Papa, e lo sottoscrivo pienamente: “Oggi c’è tanto bisogno di persone, di coniugi che sappiano testimoniare che la crisi non è una maledizione, fa parte del cammino, e costituisce un’opportunità”.

Un’opportunità per cosa? Per rimettersi in gioco se ci si è smarriti nel matrimonio, per andare in profondità nella relazione coniugale, se piombati nella mediocrità e nel grigiore. Quante coppie vivono una vita matrimoniale fatta di compromessi, di patti di non aggressione, di “limiti di velocità” per non urtare la sensibilità altrui. La crisi mette a soqquadro i nostri rammendi precari e fa vedere che l’amore vero va oltre quello che ci immaginavamo un tempo, è un dono totale di sé reciprocamente scambiato.

Come scriveva Chiara Corbella a suo figlio Francesco: “Per quel poco che ho capito in questi anni posso solo dirti che l’Amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto d’amore, viviamo per amare e per essere amati, e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio. Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti”.

Perciò il Papa ci ha parlato di Gesù Risorto come immagine dell’amore che da ferito, o magari proprio morto, riprende vita. Solo morendo a noi stessi nella coppia possiamo vivere un amore coniugale che va oltre criteri umani e mondani, un amore grande che solo Gesù può donarci.

Da ultimo il Papa ha invitato ad accompagnare chi è ancora “indietro” nel cammino, chi sta ancora sanguinando e soffre: “accompagnare vuol dire «perdere tempo» per stare vicino alle situazioni di crisi. E spesso ci vuole molto tempo, ci vuole pazienza, rispetto, ci vuole disponibilità… Tutto questo è accompagnare”.

Bello, no? Fin qui vi siete seduti a guardare la scena che vi sto descrivendo come davanti alla TV. Ma care coppie quanto detto finora non è Copyright di Retrouvaille. Ognuno di voi è chiamato, in forza del Battesimo e del Matrimonio, a diventare segno vivo, esempio luminoso di guarigione per sé e per alte coppie, siete chiamati a generare comunione sponsale ovunque siate! Vi prego: non limitatevi al sagrato della vostra parrocchia.

Un grande sacerdote scrittore, Henry Nouwen (1932-1996), molto noto per la sua opera “L’abbraccio benedicente”, ci ha lasciato un altro libro altrettanto importante dal titolo “Il guaritore ferito” sul ruolo salvifico del sacerdote, sempre e comunque avvolto dalla propria debolezza.

Per voi sposi vale lo stesso discorso. La potenza di amore che è nei vostri cuori deve fare sempre i conti con le mille sfumature di egoismo. Ma siete chiamati in questo mondo a diventare profeti di un altro Amore, quello che risiede in voi e che, come seme, deve crescere lentamente nella quotidianità e nei gesti di amore, tenerezza e comprensione.

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Amore grande, piccoli gesti

Questo Vangelo mi ricorda sempre quella volta in Messico in cui mi trovai a confessare una vecchietta indigena. Eravamo nel pieno di un’attività missionaria in Settimana Santa con tanti giovani. Non ricordo in quale località sperduta nel bel mezzo della sierra ma sì ho tuttora dinanzi ai miei occhi quell’anziana, scalza, pelle color caramello, con una bellissima treccia poggiata sulla spalla e il suo abito tradizionale dai bordi fucsia. Parlando a fatica spagnolo aprì il suo cuore a Dio e alla fine, dalla gratitudine mi mise in mano un peso. Aveva camminato kilometri di saliscendi nella selva per trovare il perdono del Signore e per aggiunta mi stava regalando un po’ del suo niente. Mi sono sentito davvero come Gesù che osserva la scena di oggi.

Eppure, cari sposi, la chiave di lettura odierna non è un invito alla liberalità, bensì un chiaro ed evidente richiamo nuziale. Difatti, tale scena, collocata tra la serie di controversie a Gerusalemme e l’inizio della Passione è una sorta di anticipo di quello che accadrà fra non molto. Cioè, che Gesù sta per donare alla sua Sposa, la Chiesa, tutto di sé; sta arrivando l’ora, il momento del dono totale che Lui farà in Croce, anticipandolo nell’Eucarestia.

Il fatto che stia additando questa anziana ai discepoli Gesù significa che questo è il modo con cui Lui vorrà amare: non risparmiandosi, non trattenendo nulla ma regalando ogni cosa di sé, tutto sé stesso. Questo è il modo di amare di Cristo Sposo, il modo nuziale di voler bene di Gesù.

Non mi pare affatto un caso che, giusto per questo motivo, il matrimonio cristiano sia sempre meno “di moda”. Riporto le testuali parole di una VIP, convivente con un’altrettanta persona molto in vista. Alla domanda del giornalista: “ma perché non te lo sposi?” la risposta è stata: “il matrimonio potrebbe disturbare il mio senso di indipendenza”. Fa pensare tanto, forse è questo lo spauracchio per tanti giovani e meno giovani che fa evitare il matrimonio, preferendogli altre forme di convivenza più “light”, per timore a perdere la tanto anelata libertà. Ma, attenzione! Si può vivere sotto lo stesso tetto, con l’anello al dito, e comunque mantenere condotte da Peter Pan e forse questa è la menzogna più pericolosa in cui voi sposi cristiani potete scivolare, magari senza rendervene conto.

Cosa vuol dire dare tutto per voi coniugi? Come ci si può porre tale problema quando tanti di voi avete anni alle spalle, avete generato figli e vi siete spesi faticosamente per la famiglia?

Esiste davvero il pericolo di non dare tutto? Ebbene sì. Un mio confratello, grande direttore spirituale e conoscitore del cuore umano, diceva: “all’inizio si è tanto generosi con Dio e Gli si dà tutto ma poi, crescendo, diventando adulti, la tentazione più forte è lentamente e impercettibilmente riprendersi a pezzettini quel dono iniziale”.

Nel mio piccolo posso solo dirvi che ha la sacrosanta ragione! E qualcosa mi dice che questo possa accadere pure a voi sposi… L’età adulta è contraddistinta da una maggiore capacità di autodeterminazione, in più molto influisce il senso di abitudine e di routine che può raffreddare e intorpidire la capacità di amare.

Come mantenere integra la propria donazione totale? Come contrastare la nostra tendenza al ribasso? Penso a un grande atteggiamento di fondo, che è imbattibile nei risultati.

Amare nel sacrificio e con il sacrificio. Non è forse vero che scansiamo quello che ci dispiace? Quello che mi scoccia? Provate a cercare queste occasioni, sempre partendo da piccoli gesti.

Provate a pensare le volte che avete vissuto con amore qualcosa di costoso, quando avete amato consapevolmente nonostante sentivate rigetto e disgusto. Quelli sono i passi in avanti nella relazione, quelle sono in definitiva le due monetine che ogni giorno regalate a Gesù. In fin dei conti il vostro tutto dato per amore passa da quel “a poco a poco” dato per amore. Non sono questi per caso i “piccoli passi possibili” di cui parlava Chiara Corbella?

Papa Francesco si riferisce proprio a questo atteggiamento quando, all’inizio di Amoris Laetitia, riassume il fine di tutta l’opera: “Questa esortazione la intendo come una proposta per le famiglie cristiane che le stimoli a stimare i doni del matrimonio e della famiglia, e a mantenere un amore forte e pieno di valori quali la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza” (AL 6).

Sono certo che tutti voi, cari sposi, volete, sognate, anelate ancora oggi quell’amore grande e bello di cui parla il Papa, una vita coniugale piena fino alla fine, feconda e carica di frutti per voi e gli altri. Ecco quindi che Gesù, proprio per questo, ci ricorda con le sue parole che ogni giorno dobbiamo donarGli i nostri spiccioli di sacrificio con cui alimentiamo il nostro tesoro di amore.

E grazie sempre per provarci e riprovarci ogni giorno senza stancarvi!

ANTONIO E LUISA

Cosa dire di questo Vangelo? Voglio prendere spunto dalla prima lettura che integra quanto ha già sapientemente scritto padre Luca. C’è una vedova che non ha più nulla, nè per lei nè per il figlio. In quel momento arriva il profeta Elia che le chiede di dividere con lui anche quel poco che gli è rimasto: un po’ di farina e un po’ di olio per fare una focaccia. Lei senza lamentarsi lo fa ed in cambio ottiene che la farina e l’olio non finiranno più. Capite il senso? Io ripenso ai primi anni di matrimonio quando ho passato una pesante crisi. Sposato da poco e due figli piccoli. Ho sbarellato. Luisa non solo non mi ha mai accusato ma mi ha amato teneramente con quel niente che io le davo. Ha messo tutto. Ha messo la sua farina e il suo olio. Farina che richiama il pane, il pane spezzato, il sapersi donare, e l’olio, che ci ricorda l’unzione. Luisa in quel momento, dando tutto ciò che aveva e che io non avevo, stava rendendo sacra la nostra relazione con il suo agire e con la sua volontà di donarsi per prima e sempre. Ed io l’ho amata, l’ho ammirata e sono voluto andare alla sua stessa fonte, da Gesù. E tutto è cambiato anche per me. Grazie a Luisa che è stata capace di dare tutto senza aspettarsi nulla.

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La vostra autostrada per il Cielo

Cari sposi,

siamo freschi freschi di aver celebrato lo scorso 12 ottobre, per la prima volta, la memoria del beato Carlo Acutis. Di lui si cita spesso, tra le altre cose, la frase: “l’Eucarestia, la mia autostrada per il Cielo”. È meraviglioso che sia proprio un adolescente a ricordarci in modo così semplice una verità così fondamentale per noi.

Oggi nel Vangelo Gesù vi sta dicendo una cosa simile: il vostro matrimonio è un’autostrada per il Cielo. E ora mi spiego.

Gesù, nella narrazione di Marco, sta affrontando – siamo all’ultimo anno di vita pubblica – varie polemiche e diatribe con i farisei e i sadducei. Essi tentavano in vari modi di trovare il punto debole dove attaccarlo ma nessuno, stranamente, ci riesce.

Poi abbiamo nel Vangelo odierno, l’unica volta in cui Gesù ha un dialogo sereno e pacato con uno scriba. Diciamo che il tutto finisce molto bene: questa persona non solo è d’accordo con Gesù ma se ne va pure soddisfatto.

Di cosa hanno parlato? Su quale sia il cuore della fede. Lo scriba è come se gli avesse chiesto: “Dimmi, Gesù, in poche parole in cosa consiste la nostra fede in Dio?”

Al cuore della fede c’è l’incrocio tra la nostra relazione con Dio e quella con il prossimo. Ho detto incrocio, non parallelo. Il rapporto con Gesù è ciò che sostiene, come nella croce, quello con il prossimo; quest’ultimo, da parte sua, dà concretezza e consistenza all’amore al Signore. Uscire da questa logica e restare nell’uno o nell’altro è illusi e sognatori.

Questo lo sapete già, chissà quante volte l’avrete sentito. Ma ditemi: chi è più vicino a voi, questo è il senso letterale di prossimo, se non il vostro coniuge? Pensate alla vita nuziale che avete avuto finora e immaginatevi i decenni che vi aspettano. I figli, si sa, prima o poi spiccano il volo e voi coniugi rimarrete soli, cioè no, rimarrete assieme come è stato fin dall’inizio della vostra storia.

Perciò il prossimo è il tuo coniuge. Ecco allora che queste parole di Gesù hanno un valore nuziale molto forte e vivido.

Quello che sto per dirvi è qualcosa che mi punge spesso nell’esame di coscienza per quanto sia vero: il termometro del mio amore a Cristo è la mia donazione al prossimo. Non posso staccare i piedi da terra, Gesù lo trovo prima di tutto lì nel mio prossimo.

Ami Gesù? Vuoi che sia il Centro della tua vita? Desideri che il tuo cuore Gli appartenga? Complimenti, sei sulla strada della vita eterna, della santità. Ma questo si vede poi concretamente da come tratti tuo marito o tua moglie in termini di delicatezza, rispetto, dialogo cordiale, vita intima, perdono, umiltà, pazienza… tutte cose che l’Inno alla Carità di San Paolo (1 Corinzi 13) esplicita e che Papa Francesco in Amoris Laetitia spiega accuratamente (cap. IV). Vi consiglio di riprendere questa parte, vi troverete il modo cristiano di amare nel matrimonio.

Spero che nessuno si scoraggi leggendo quanto vi dico. Come nella croce, il palo verticale sostiene quello orizzontale, così nella relazione nuziale, è sempre la grazia di Dio, in particolar modo la permanenza del dono sacramentale in voi, che vi assicura ogni giorno la forza per amarvi e non sentirvi mai soli.

E ancora grazie per i piccoli e grandi sforzi che fate per amarvi “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza”.

ANTONIO E LUISA

L’amore è relazione. La relazione tra sposi diventa intimità fisica. Noi sposi abbiamo una relazione sponsale oltre che tra noi anche con Gesù. Il matrimonio è modo per vivere la nostra personale sponsalità con Cristo. La nostra fede è accoglienza dell’amore di Dio e la nostra sessualità nel matrimonio è la risposta a quell’amore. Capite che è tutto un circolo? La salute della nostra fede può influire positivamente o negativamente sulla nostra relazione affettiva e viceversa. Più vivremo intensamente la nostra relazione con Cristo e più avremo desiderio di donarci alla nostra sposa o al nostro sposo. Più invece ci allontaneremo da una frequentazione della Messa e della preghiera e più saremo poveri anche nella capacità di desiderare un incontro tra noi. L’amore di coppia ci permette di fare esperienza concreta dell’amore di Dio e l’amore per Dio nutre la nostra relazione di coppia.  Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio, crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

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All Saints’ (Spouses) Day

Sul finire di ottobre, quando il freddo inizia pungente e gli alberi fiammeggiano di colori, “arieccolo”! Parlo di Halloween con tutto il seguito di polemiche che scatena pro vs contro. È un dato di fatto che, da un bel po’ a questa parte, abbiamo trasformato una Solennità importantissima in un macabro carnevale, dal sapore “leggermente” pagano se non satanico. Tutte cose che, con un po’ di formazione e lettura, si possono conoscere con il sufficiente grado di certezza e perciò prenderne le distanze. Ancor meglio, se voi genitori sapete trovare modi alternativi e intelligenti per festeggiare.

Vorrei piuttosto, cari sposi, soffermarmi con voi su un aspetto di questa festa che forse passa un po’ in sordina. Sappiamo che è la festa di tutti i santi, anche quelli che non appariranno mai su un calendario ma che hanno un’aureola più che meritata e di sicuro sono la maggioranza Lassù. È la festa che ci ricorda la nostra vera vocazione e la nostra casa definitiva, su cui il Padre ha già scritto il nostro nome.

Mi piacerebbe quindi attirare la vostra attenzione all’immenso numero di santi sposi che la Chiesa annovera nella sua bimillenaria storia. Se da una parte questa lista è impinguita da tanti martiri dei primi secoli, è pur vero, e vi invito a comprovarlo voi stessi, che negli ultimi decenni sono stati riconosciuti servi di Dio, beati e santi un altrettanta folta schiera di sposi, gente che arriva fino ai giorni nostri.

Che meraviglia! Se pensate che fino a non troppo fa la santità era considerata un privilegio di chi entrava in un convento o di chi era in qualche modo separato dal mondo, come i sacerdoti o le consacrate.

Dobbiamo essere assai grati allo Spirito Santo che ha illuminato le menti di tanti pastori nella Chiesa e ha reso patente come la santità matrimoniale sia una via reale, straordinaria, magnifica come anche drammatica per vivere quell’amore a cui ci invita Gesù: “amatevi come io vi ho amato” (Gv 15, 12).

Se il matrimonio vi dona la grazia, la possibilità di amarvi come Gesù ha amato la Chiesa – lo dice solennemente la Lumen Gentium “i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio […] significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (LG 11) – questo significa che una via privilegiata per restare nell’amore di Cristo, per essere fedeli a quello che ci chiede, è proprio il matrimonio!

Lo dice anche Papa Francesco nella Gaudete et Exsultate: “Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa” (14).

Una volta ancora: cari sposi questo non è moralismo! Quello che vi dico non è un semplice “devi essere santo” ma piuttosto è ricordarvi che “potete amarvi come Gesù ha amato la Chiesa”, il dono è già dentro di voi. Si tratta di svuotarsi del nostro ego e lasciare sempre più agire lo Spirito.

Finisco lasciandovi la famosa lista di sposi santi o beati o servi di Dio. Potete sbizzarrirvi nel leggere le vite di ciascuno di loro, ce n’è per tutti i gusti, età e culture. E voi due? Quando inizierete a credere di poter amarvi come Gesù ha amato la Chiesa?

Padre Luca Frontali

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L’essenziale è invisibile agli occhi… ma è dentro di voi

Ho un confratello che da poco si è operato di cataratta. Ha quasi 80 anni e non vedeva più con chiarezza i dettagli e i colori delle cose. Ora invece è felicissimo, sembra rinato, si diverte a leggere senza occhiali, ci fa notare il numero delle pigne sui rami dei pini e le striature sulle ali dei passerotti. Come cambiano le cose se viste nel modo giusto!

Gesù nel Vangelo ridona la vista a Bartimeo e questo è l’ultimo miracolo di Gesù. Difatti, siamo al terzo anno della sua vita pubblica, Lui si trova a Gerico, ossia gli resta solo un tratto di strada deserta e in salita per giungere a Gerusalemme dove culminerà il suo dono totale di sé sulla Croce e nella Risurrezione. Anzitutto questo dato è importante perché evidentemente allora il miracolo ha un significato simbolico ed educativo.

Bartimeo è nato vedente ma ha perso la vista o per una malattia o per un incidente. Quanti anni sarà rimasto al buio, nella disperazione e tristezza dei ricordi di quando poteva osservare tutto ed essere totalmente autonomo? Invece, pare che al presente lui viva come povero, al bordo di una strada, aspettando l’elemosina di qualche passante. Ma l’incontro con Gesù cambia radicalmente la sua vita e gli ridona ancora di più di quello che aveva perso.

Cosa può insegnare a due sposi questo evento? Che la vita nuziale senza lo sguardo fisso sul dono di grazia del sacramento la svuota per completo. Ciò che ridona la vista di due sposi è quando guardano l’essenziale, quando hanno chiaro chi sono davanti a Dio. Nel caso contrario, rimarrebbe l’ossatura di un qualsiasi rapporto affettivo, resterebbe la responsabilità educativa verso i figli o l’impegno reciproco di essere fedeli ma mancherebbe completamente quello sguardo che vada oltre, lo sguardo all’infinito e alla verità di sé stessi. Una coppia cristiana che smette di contemplare il dono del sacramento è una coppia che ha perso la vista spirituale, che ha l’anima accecata.

Ci vogliono occhi nuovi, è necessario che Cristo ridoni luce per vedere chi realmente siete e a cosa siete chiamati a diventare. Questo lo si può iniziare a fare a qualsiasi età: a 20, 30, 50 e 60 anni. Non importa la tappa in cui vi troviate, piuttosto l’importante è volerlo fare, essere aperti al dono che solo Dio può farvi.

Finisco dicendovi che a me pare che oggi in un certo senso in ruoli sia siano invertiti. Nel Vangelo è Bartimeo a urlare a Gesù che si fermi e lo guardi, ma per tanti sposi oggi è Gesù che da dentro del loro cuore, anche in una relazione spenta o mediocre sta continuamente gridando: “Ehi, guardatemi, Io sono qua, fatemi caso! Non vi accorgete che sono sempre con voi? Ascoltatemi, Io cammino tutti i giorni con voi”.

Perciò, casi sposi, vi auguro di essere attenti a docili a Gesù che anche oggi passa dalle vostre vite e vi offre la sua amicizia e compagnia per amarvi come Lui ha amato la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Io mi sono sentito come Bartimeo. Prima di conoscere Luisa, e di intraprendere con lei questo meraviglioso percorso che è il matrimonio, ero esattamente come lui. Ero cieco alla vera bellezza e ed ero mendicante di amore. Solo incontrando Gesù nella mia vita sono stato capace di vedere finalmente bene. Vedere quali fossero le cose davvero importanti nella vita.

Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Per farlo ho dovuto gettare il mantello, come fa Bartimeo. Gettare il mantello delle mie sicurezze per abbandonarmi finalmente alla verità dell’amore. Ciò è stato possibile grazie proprio al matrimonio dove si impara a morire per l’altro, a fare spazio, a decentrare lo sguardo da sè.

E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. Gesù si sta recando a Gerusalemme dove morirà. Bartimeo lo segue. Anche noi come Bartimeo siamo chiamati alla sequela di Gesù, ad amarci cioè come Lui ama, fino alla croce. Riacquistare la vista nel matrimonio è proprio questo: essere capaci di farci dono l’uno per l’altra scoprendo così che nel donarsi sta la vera bellezza e la pace piena.

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In competizione con Gesù ? Non ne vale la pena…

Cari sposi,

esattamente 30 anni fa Riccardo Cocciante cantava: “Se stiamo insieme ci sarà un perché e vorrei riscoprirlo stasera. Se stiamo insieme qualche cosa c’è, che ci unisce ancora stasera…”.

Quanto è importante tra voi che sia ben chiaro perché ci si ama e che tale motivazione si consolidi e cresca nel tempo.

Non è un caso che questo desiderio sia anche in Gesù verso gli apostoli e i discepoli. Del resto, non è forse questo il senso nascosto dietro la domanda: “voi chi dite che io sia?”.

Ma oggi sono due apostoli che vogliono, pare, toccare con mano “la paga” della loro sequela. E sembra che puntino a cose molto ma molto concrete: ricevere i posti più alti di onore nella gloria futura. Per Gesù avevano lasciato tutto – erano infatti promettenti pescatori – ma adesso però volevano essere certi che tutto quel loro sacrificio non andasse a ramengo.

Che lezione ci danno Giacomo e Giovanni? Anzitutto mi fa sorridere la loro venalità e questo lato così umano del loro essere apostoli. Uno pensa sempre a gente particolarmente dotata ma qui vediamo che sono proprio come noi. E questo sinceramente mi consola assai.

Credo proprio che tale scena evangelica ci mostri quanto sia fallace imporre a Dio le nostre decisioni. È una tentazione sempre dietro l’angolo, anche in chi ha dedicato la vita al Signore. Il Signore potrebbe diventare una specie di McDrive a cui chiedere quello che ti piace e che ti deve accontentare per forza.

Occhio perché se abbiamo questo atteggiamento con Lui, poi non tarderemo per proiettarlo anche nella coppia e in famiglia, diventando impositivi, o anche solo iniziando a guardare solo a sé stessi, ai propri bisogni e necessità e smettendo di avere uno sguardo di apertura e condivisione. Tant’è che poi Giacomo e Giovanni finiscono per litigare con gli altri 10…

Finisco dicendo che in realtà a ben vedere il Signore non è in competizione o, peggio, in opposizione a quello che il nostro cuore cerca. Cioè, non è che seguendo Gesù poi rimarremo fregati o che dovremo fare una vita di continue rinunce e di masochismo spirituale.

Nel Vangelo si vede come Gesù vuole dare a Giacomo e Giovanni esattamente quello che cercano pure loro ma… al modo divino e non umano. Si potrebbe dire esattamente la stessa cosa di Adamo ed Eva circa la “mela” e il diventare come Dio, ma non mi dilungo ora.

Vi lascio una pagina stupenda di Sant’Agostino. Uno che di piaceri e desideri nella vita, mi pare, ne abbia cercato e voluti parecchio, ma sentite cosa dice a questo riguardo

“Che significa essere attratti dal piacere? «Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore» (Sal 36, 4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che Cristo è proprio tutto questo” (sant’Agostino, Trattati su Giovanni, Tratt. 26, 4).

Cari sposi, non temete di aprire sinceramente il vostro cuore e svuotarlo a Gesù e abbiate la certezza che con la medesima sincerità il Signore vi guiderà a saziarlo e trovare veramente quello che cercate.

ANTONIO E LUISA

Spesso sbagliamo il punto su cui focalizzare la nostra attenzione. Siamo sempre pronti a riscontrare ogni mancanza del nostro sposo (o sposa), sempre pronti a sentirci offesi da un atteggiamento poco accogliente, sempre pronti a sentirci poco curati e ascoltati. Ci sentiamo spesso incompresi, trascurati, dati per scontato. In realtà, se ci pensiamo bene, l’altro non sarà mai perfetto (o perfetta, vale per entrambi). Sbagliamo atteggiamento. Dovremmo invece chiederci altro. Come posso aiutarlo/a? Cosa posso fare per farlo felice? Cosa gli piace? Posso cambiare qualcosa nella mia relazione con lui/lei per rendermi più amabile?

Cambia tutta la prospettiva e cambia la relazione. Solo così diventa un vero matrimonio, una vocazione all’amore e non solo due povertà che cercano di prendere qualcosa dall’altro come mendicanti.

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Non abbiate paura!

“«Sia lodato Gesù Cristo! Carissimi fratelli e sorelle,

siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima”.

Erano le 19:15 della sera de di lunedì 16 ottobre 1978. Dal balcone della facciata di San Pietro appare un volto nuovo ma radioso: il neoeletto Papa Giovanni Paolo II, con fare sicuro, accogliente e solare, si rivolge alla immensa moltitudine accorsa in piazza dopo la fumata bianca.

Come non commuoversi rivedendo quel video? È stato il Papa dell’infanzia e giovinezza di tanti di noi e ci ha lasciato un segno indelebile nelle nostre vite.

Tornando a quella sera autunnale, colpisce in primo luogo la sua serenità e la pace che ci seppe trasmettere. Prima di lui, nelle analoghe occasioni, c’è stato chi ha pianto, chi si è spaventato e chi sentito il capogiro. Eccovi una pennellata di come si comportarono i suoi predecessori.

Papa Pio VI (1775-1799), il Papa che affrontò la furia napoleonica, pianse in quei momenti, come del resto anche san Pio X (1903-1914) pensando alla sua mamma; San Giovanni XXIII (1958-1963) esclamò: “sto tremando e ho paura”; un visibile imbarazzo e turbamento, anche nel tono di voce, vi fu in Giovanni Paolo I (1978).

Spesso su questi paralleli tra Papi nel loro presentarsi al mondo, i giornalisti ci hanno molto giocato. Ma quasi all’unanimità si è sottolineato il particolare tono sicuro e deciso di Karol Wojtyła. Come ha fatto a reagire così? Non sarà che sapeva fingere, da buon attore teatrale, quale era stato? Penso proprio di noi, che in quelle circostanze non si possa fingere, i pesi e le sfide che gli si stagliavano all’orizzonte avrebbero tradito qualsiasi maschera.

Ma che prove aveva davanti il neo Papa? Anzitutto un mondo in cui il comunismo era in forte ascesa con i rischi di una terza guerra mondiale (ci siamo andati infatti vicinissimo nel settembre 1983) e una Chiesa ancora profondamente scossa dai postumi del Concilio (1962-1965) con la conseguente disaffezione e defezione culturale di tanti giovani. Eppure, il Papa seppe, al di sopra di tutta la coltre di sentimenti ed emozioni provate, porre la fiducia in Cristo tramite le mani di Maria e ce lo ha dimostrato tantissime volte in seguito.

Cari sposi, sento che questo esempio ha tanto da dire a ciascuno di noi adesso. Parlando con coppie qua e là avverto tutta l’incertezza del domani e una serie di timori che paralizzano la voglia di vivere e stare sereni. Quanto abbiamo perciò bisogno ora di trovare e ritrovare i motivi per non avere paura! Non è uno stoicismo vuoto di chi ostenta impassibilità e fierezza davanti alle prove della vita. Non si tratta nemmeno di credere che un “andrà tutto bene” ci ridarà il sorriso.

Cosa è infatti la paura? Secondo i classici è una “passione”, cioè un fenomeno che si subisce, che si riceve indipendentemente dalla nostra scelta. Chi può decidere di aver paura? È “uno stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso” (Treccani). La paura ci rimanda al nostro senso di creaturalità, al fatto che siamo “polvere”. Ecco perché “spaventa” tanto, paradossalmente, la paura. Perché in una cultura che fa del benessere e del comfort l’ideale di vita, pensare che qualcosa di ignoto e non controllabile me li possa togliere, mette in crisi nera.

Proprio per questo quante volte nella Scrittura Dio dice ai vari personaggi: “non aver paura” e anche “Io sono con te”! Il Signore conosce la nostra vulnerabilità e labilità e nemmeno noi dobbiamo vergognarcene, piuttosto assumerla e accoglierla nella fede.

Cari sposi, Gesù il vostro Sposo è con voi, anzi vi “viene incontro […] attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane” (Gaudium et Spes 48) con voi. Pensiamo a quanto questa certezza si sia cementata nel cuore di San Giovanni Paolo II e lo aveva reso saldo in mezzo a tribolazioni immense. Certo, il Papa è il Papa. Ma noi come lui possiamo “varcare la soglia della speranza” se ci affidiamo sempre al Signore e all’intercessione di Maria.

Coraggio cari sposi, ammettiamolo, abbiamo paura, ma siamo certi che non per i nostri meriti, ma per grazia di Dio possiamo restare in piedi e continuare a camminare a testa alta.

Padre Luca Frontali

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Fatti saggio: esci dalla tua comfort zone!

Già lo disse il grande poeta Plauto: “Non aetate verum ingenio apiscitur sapientia” (Trinummus, 367). Traduco per me: “Non con l’età ma con l’ingegno si raggiunge la sapienza”. Quindi cosa si intende per sapienza? Dato che oggi la liturgia ne è piena. Cosa è la sapienza? Chi è il sapiente? Non è forse essere cervelloni dal QI oltre 200?

Mi pare proprio di no, ci inganna il fatto che “homo sapiens sapiens” da come l’abbiamo imparato a scuola significa “l’uomo che sa di sapere”. Quindi sapienza = intelligenza, cultura, erudizione… qua a Roma si direbbe “capoccione”.

Ma nella Sacra Scrittura non è così! La sapienza, di cui parla la prima lettura e il salmo, non è anzitutto una capacità umana ma un dono divino. Eh già, e che dono divino! È il primo dei 7 doni dello Spirito Santo, quello che in un certo modo prepara la strada a ricevere e vivere tutti gli altri.

Il Catechismo ci dice che la sapienza concede la grazia di poter gustare Dio, la sua presenza, la sua mano, la sua dolcezza in ogni cosa. Papa Francesco in una catechesi lo esplicita ancora dicendo che il sapiente: “«sa» di Dio, sa come agisce Dio, conosce quando una cosa è di Dio e quando non è di Dio; ha questa saggezza che Dio dà ai nostri cuori. Il cuore dell’uomo saggio in questo senso ha il gusto e il sapore di Dio” (Udienza 9 aprile 2104).

È sapienza quando vediamo il tocco di Dio nella nostra vita ordinaria. Cari mariti, non vi rendete conto di come cambia la casa con o senza la presenza di vostra moglie? Il tocco femminile, o come direbbe San Giovanni Paolo II “il genio femminile”, si vede, si nota nella vostra casa, è percepibile a vista.

Che diversa sarebbe la nostra vita se questo dono, che tutti noi abbiamo (per il Battesimo e la Cresima), arrivasse a pienezza! I santi lo hanno espresso in vari modi. Per primo San Paolo quando esclama che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Ma anche Santa Teresina di Lisieux lo ha scritto nel suo diario “Storia di un’anima” che “tutto è grazia”. Una frase simile è quella che Georges Bernanos mise sulle labbra del suo celebre curato di campagna, don Claude Laydu, prima di spirare: “Che cosa importa? Tutto è grazia”.  E simili sono state le parole scritte di una mistica francese, quasi dei giorni nostri, la serva di Dio Madeleine Delbrêl (1904-1964): “In cammino, tutto è grazia”. Mi piace anche ricordare la beata Benedetta Bianchi Porro (1936-1964), la quale colpita da una terribile malattia che la privò dei 5 sensi arrivò un giorno a esprimere la sua gratitudine al Signore per la sua piena di cose belle…

Quante esperienze di vita facciamo noi ogni giorno, e in particolar modo da un anno e mezzo a questa parte! Per non dire nell’arco della vita di coppia: esperienze bellissime ma anche dolorose.

Che sarebbe della nostra vita e della nostra relazione nuziale se potessimo guardarci alla specchio e guardarci a vicenda e dire a testa alta, con piena consapevolezza: “sì, è vero, tutto quello che abbiamo vissuto e viviamo è grazia… proprio tutto!”.

Che accade, di contro, quando questo non avviene? La conseguenza, la conosciamo bene ahimè, è davvero umana e segue una sua logica: ci aggrappiamo alle cose, quale salvagente in mezzo ai cavalloni. Se la vita non è data, non è una grazia continua, ci afferriamo ai nostri meriti, ai nostri risultati, alle nostre “sicurezze”, in definitiva, restiamo ben sprangati nella nostra “comfort zone”. Che è quello che fece questo “baldo giovine” davanti alla Grazia in persona. Scansò Dio per i suoi quattrini che tanto gli stavano a cuore…

Non so voi, ma a me più di una volta e pure di recente il Signore mi spinge a uscire dalla comfort zone e di abbandonarmi a Lui sebbene non veda molto in là con la mia vista.

Cari sposi, perché non facciamo di Dio e della sua volontà su di noi, la nostra comfort zone? Questa è la sapienza che già abbiamo e che siamo chiamati a coltivare perché produca questo frutto meraviglioso.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermeremo sul Vangelo. Sull’episodio del giovane ricco. Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. La mia sposa era molto più sapiente di me. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

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Un matrimonio da Dio!

Già ci era andato molto vicino Aristotele quando gli chiesero: “Cosa è l’amicizia?” E lui rispose: “un’anima sola in due corpi”. Bravo! Stupendo! Meraviglioso!

Ma oggi Gesù ci dice qualcosa che supera uno de maggiori filosofi dell’antichità perché con il sacramento del matrimonio si va ben oltre.

Andiamo con calma. Vediamo anzitutto quello che accade a Gesù. I farisei, da inviati delle Iene ante litteram, pongono a Gesù un domandone teologico molto difficile da risolvere. In effetti si trattava di una disputa di lunga data. Difatti, da oltre un secolo, due scuole talmudiche guidate dai rabbini Hillel e Shammai non riuscivano a mettere la parola fine alla questione del divorzio. La prima era di manica larga e così ammetteva il divorzio in tanti casi; ad esempio, se la moglie non avesse cucinato bene. La seconda invece era più conservatore e lo concedeva solo per trasgressioni gravi alla Torah.

Da quale parte si pone Gesù? Da nessuna delle due… Gesù le supera alla grande e va al Principio. Nel fondo rigira la domanda iniziale – quando è lecito divorziare – a una vera e propria provocazione a tutti i presenti: “qual è la misura dell’amore?” O anche: “fin dove sei disposto ad amare: come vuole Dio al principio o barattando questa verità al modo umano?”

Gesù oggi mostra che l’amore nuziale discende direttamente da Dio come un dono. Il criterio, l’orizzonte, la misura, il metro per intendere è l’amore è Cristo. Perciò, gli sposi non devono sentirsi schiacciati (hai presente il povero Atlante, con il tutto il globo terraqueo sulle spalle?) e soffocati da un dover essere fedeli.

Piuttosto il sacramento del matrimonio contiene prima di tutto il dono di amarsi alla Dio, come ci ama Dio. Anziché dire: dobbiamo essere fedeli perché così lo dice la Chiesa, la Bibbia, ecc. dovreste pensare: noi due abbiamo il dono, la grazia, il “potere” di amarci in un modo tale da diventare una sola carne, una sola esistenza, una sola vita, proviamoci ogni giorno!

Quando il Signore vi chiede qualcosa – e in questo caso è l’indissolubilità, la fedeltà nel tempo – è perché prima vi ha dato la forza e la grazia per viverla.

Lo dice molto meglio di me Papa Francesco: L’indissolubilità del matrimonio (“Quello, dunque, che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt 19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio” (AL 62).

Concludo con un grazie sincero e dal cuore per tutte voi coppie che si sforzate di mettere in pratica questo dono. Avendo davanti a me volti concreti, vorrei davvero dirvi grazie per l’enorme bene che fate con i piccoli o giganteschi vostri sforzi per assecondare questa grazia, a volte in situazioni davvero difficili. Voi siete la testimonianza più autentica e genuina che Dio è veramente fedele al suo Amore per ciascuno di noi.

ANTONIO E LUISA

Gesù parla al cuore dell’uomo. Sta rispondendo ai farisei, ma sta rispondendo anche ad ognuno di noi. Gesù va dritto al cuore e ci chiede di essere onesti. Ci chiede di credere a quel desiderio che ci ha messo dentro Dio stesso. Fin dalle origini. Il nostro cuore desidera un amore radicale. Abbiamo bisogno di amare in modo totale, abbiamo bisogno di amare in anima, in corpo, in tempo, in dedizione, insomma in tutto.  Abbiamo bisogno di amare nella vita di tutti i giorni e per tutti i giorni. Abbiamo bisogno di essere amati così.

Quando si ha il coraggio di superare la paura e di sposarsi, cioè di promettere di amarsi in questo modo è davvero meraviglioso. Si comprende finalmente chi siamo e perchè siamo al mondo. Si comprende la nostra umanità e si scoprono parti di noi sconosciute a noi stessi. E’ bellissimo il giorno del matrimonio, ma forse lo è ancor di più ogni mattina che ci sveglia insieme e si rinnova quella promessa. Con uno sguardo, con una parola, anche nel silenzio riempito dalla presenza del’altro/a. Una promessa che si rinnova sempre anche quando ci sono stati giorni in cui non abbiamo dato il meglio di noi, anzi forse abbiamo mostrato il peggio. Proprio grazie a questa esperienza di amore gratuito, fedele e indissolubile abbiamo compreso cosa Gesù intendesse dire ai farisei.

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Ottobre, mese del Rosario: ottima preghiera di coppia!

Probabilmente se state leggendo queste brevi righe, non vi ha spaventato il titolo. Complimenti! Io rispetto ogni preferenza sul modo di pregare: dai salmi, alla Lectio divina, alla preghiera di lode, alla meditazione… va sempre tutto bene, purché si preghi con il cuore.

Inizia ottobre e per la Chiesa è il mese dedicato al Rosario. Mi sembra un’ottima occasione, pertanto, di dirvi due parole, “miei cari dodici lettori” su questa preghiera meravigliosa, magnifica, ahimè a volte tanto temuta e schivata.

Dice San Giovanni Paolo II che: “Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio. In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l’opera dell’Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore” (Rosarium Virginis Mariae, 1).

Cioè è un concentrato di Vangelo, è una preghiera assai completa nella sua semplicità e sobrietà; perciò, vale la pena di viverla con il cuore e farla parte delle nostre giornate.

E poi scusate, come pensate abbiano mantenuto la fede i nostri avi? Non c’erano all’epoca le 10 Parole di don Fabio Rosini, né le GMG dei giovani e nemmeno i pellegrinaggi a Medjugorje. Come hanno coltivato i nostri predecessori la loro fede, se spesso erano pure analfabeti? Fondamentalmente in due modi: la Messa domenicale e il Rosario tutte le sere. Due alimenti formidabili che li hanno resi saldi nella fede.


Si dice che è una preghiera monotona, noiosa, da nonnine vedove che non sanno come ammazzare il tempo… (Presente la scena di “Benvenuti al sud” in cui Claudio Bisio visita le vecchiette in casa?). Ma tutto cambia quando la si vede dalla prospettiva dell’amore filiale. Mi è molto piaciuta una vignetta che diceva: “il primo rosario della storia” e poi si vedeva un Gesù Bambino stilizzato che ripeteva tante volte a Maria: “mamma, mamma, mamma, mamma…”. Ed è proprio così.

Dobbiamo senza dubbio cambiare prospettiva, e metterci nei panni di Maria che sente da noi le frasi più belle che abbia mai udito in vita sua: l’annunciazione dell’Angelo, il sapersi Madre di Gesù, la sua vocazione divina… cose che la rendono felice per l’eternità. Ebbene, tu in ogni Ave Maria gliele stai ripetendo.

È come quando qualcuno ci fa sentire importanti, ci dice quanto siamo preziosi per la sua vita… non so voi, ma io non mi stanco mai di quei momenti, anzi, tutt’altro. Noi con il Rosario stiamo toccando il cuore di Maria nel più profondo, nel suo intimo e questo rende Lei ma soprattutto Dio estremamente contento.

Finisco dicendovi che la nostra storia di cristiani è intrisa di grandi eventi epocali, alcuni dei quali hanno segnato profondamente gli eventi, della serie che oggi le cose sarebbero molto diverse se non fossero andate in quel modo. E fu proprio grazie all’invocazione a Maria fatta tramite il Rosario. Anzitutto il fatto stesso che il mese di ottobre sia dedicato al Rosario si deve alla schiacciante vittoria delle armate cristiane sulla flotta turca nelle acque di Lepanto, vicino alla Grecia, il 7 ottobre 1571; poi alla altrettanto mirabile vittoria cristiana, in notevole minoranza numerica, sui turchi che assediavano Vienna l’11 settembre 1683. Che dire poi della scampata distruzione di Trieste nell’aprile 1945, motivo per cui sorse il celebre santuario di Montegrisa come segno di gratitudine? Infine, basterebbe anche solo citare le apparizioni a Fatima per mostrare quanto la preghiera tramite il Rosario possa decidere le sorti del mondo, la conservazione della pace o una guerra totale.

Così cari sposi, vi ho voluto dare un assaggio di quanto questa preghiera semplice e cordiale possa spingervi sul cammino di santità nel vostro matrimonio e vi aiuti a proseguire accompagnati da Maria in mezzo alle mille vicissitudini che dovete affrontare assieme alla vostra famiglia.

Vi auguro di sperimentare in questo mese, tramite il Rosario, la dolce compagnia e intercessione della nostra Mamma Celeste.

Padre Luca Frontali

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Sei pronto a tagliare?

Era il 26 aprile del 2003, un bel giorno di primavera, quando un giovane alpinista americano, Aron Ralston, si incammina da solo nel Parco nazionale delle Canyonlands, nello stato dello Utah, per fare un’escursione in solitaria. Passeggiando tra splendidi sentieri, decide di scendere in una gola, il Blue John Canyon, conosciuta per le sue rocce dalle svariate tonalità. Nel risalire però smuove un masso sovrastante, pesante diverse centinaia di kili, che cadendo su di lui, gli schiaccia il braccio destro contro la parete e lo immobilizza tra fortissimi dolori. Probabilmente qualcuno ha già riconosciuto la vicenda che è diventata poi celebre nel film “127 ore”. In quel lasso di tempo interminabile Aron ha rivisto tutta la sua vita, in particolar modo la famiglia e i suoi affetti. Così, dovendo decidere se spegnersi lentamente per fame e sete ed avendo nello zaino un coltello affilato… ha fatto la sua scelta. E così poi ha potuto raccontarcelo.

Cari sposi, il vangelo di oggi di parla di “scandalo” che in greco significa ostacolo. Gesù oggi è proprio esigente: ci pone davanti alla nostra fragilità che così spesso ci ostacola nel nostro cammino spirituale e nella nostra relazione. Sembra quasi che il Signore ce la spiaccichi in faccia ma al tempo stesso ci sollecita ad essere disposti a cambiare.

Ed allora vorrei chiedervi subito a bruciapelo: “chi di voi non è stato mai scandalizzato dal proprio coniuge?”. O anche: “quali sono le cose io cui io ti scandalizzo e quelle in cui tu mi scandalizzi?”.

Vediamo brevemente, alla luce di queste domande, cosa intende Gesù per occhio, piede e mano nel contesto biblico.

L’occhio significa qui l’ambizione, i miei desideri che possono contrastare con quello che il Signore in cambio vuole per me. La mano nella Bibbia rappresenta l’attività, il fare, la capacità di realizzare cose. I piedi, infine, indicano il rapporto col camminare e sono figura della condotta morale, del comportamento.

Adesso è più chiaro: quali mie ambizioni e aspirazioni possono essere di ostacolo alla nostra vita nuziale? Cosa faccio per impedirti di amare come Dio vuole che ami? Che atteggiamenti e modi di fare possono allontanarti dal cammino che il Signore vuole per noi due?

Gesù usa queste espressioni molto forti per chiederci se ci stiamo o no a seguirlo da cristiani. È importante in certi momenti della vita fermarci e chiederci dove stiamo andando. Quanto mi ha fatto bene quella confessione in cui il sacerdote mi provocò con questa domanda: “caro Luca, ma tu sei prete o fai il prete?”.

Questo vale anche per voi sposi. Di certo è un Vangelo esigente ma non possiamo bypassarlo facilmente senza che vi sproni a domandarvi quanto quegli ostacoli possono inficiare il vostro rapporto nuziale e il vostro cammino di fede condiviso.

Se Aron è riuscito a liberarsi è stato solo perché aveva accettato un sacrificio dettato dal suo amore per la famiglia. Non si era rassegnato a morire ma l’amore gli ha dato la forza di liberarsi e tagliare.

Sarà così anche per noi. Solo grazie all’amore del Signore, effuso perennemente su di noi nei sacramenti e che dobbiamo fare nostro con la preghiera quotidiana, riusciremo ad amare anche con i nostri ostacoli e pietre d’inciampo.

ANTONIO E LUISA

Ognuno di noi ha le sue pietre di inciampo, i suoi ostacoli, comportamenti, pensieri, convinzioni che creano scandalo nell’altro (con altro intendiamo sia lui che lei). Ha detto bene padre Luca. Creano scandalo perchè sono un ostacolo all’amore e alla comunione con l’altro. Cosa fare? Non esistono soluzioni facili, possiamo solo condividere quella che è la nostra esperienza.

Con gli ostacoli dell’altro. Non giudicate mai l’altro. Non assillatelo perchè cambi. Non riempitelo di rimbrotti e predicozzi. Non tenete il muso. Non è così che otterrete qualcosa. L’altro si sentirà attaccato e si chiuderà in difesa. La vittoria, perchè aiutare l’altro a migliorarsi è sempre una vittoria e non ci sono sconfitti, può arrivare con un atteggiamento che può sembrare di debolezza. Amatelo/a così com’è. Solo in questo modo potrà nascere in lui/lei il desiderio di cambiare determinate cose della sua vita. Non per forza ma per amore.

Con i miei ostacoli. Ho promesso di donarmi ed accogliere l’altro nella mia vita. Ciò significa che non posso nascondermi dietro la convinzione di essere fatto così e che non posso cambiare. Tutti possono migliorare determinati difetti, tutti possono smussare gli spigoli del proprio carattere. Basta volerlo. Renderci sempre più amabili è nostro preciso impegno ed è ciò che dobbiamo cercare di fare con tutto il nostro impegno.

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È più bravo il marito o la moglie?

In un’epoca segnata dal gender che pretenderebbe di cancellare le differenze reali e oggettive tra uomo e donna, si può ancor di più perdere l’armonia di coppia nel vivere sanamente la propria identità maschile e femminile, di marito e moglie. Quali sono i nostri ruoli? Sono fissi? Chi li decide? Dove finisce/inizia il mio ruolo paterno/materno? In cosa consiste, in fin dei conti, il contributo paterno e materno?

La tentazione latente a questi quesiti, che soggiacciono in ogni relazione nuziale, è quella di entrare in competizione e di sentirsi migliori dell’altro. “Ma non vedi che i figli danno più retta a me? Hanno più confidenza con me che con te…”.

Proprio recentemente stavo rileggendo alcuni capitoli di “Cara dottoressa” di Mariolina Ceriotti Migliarese (Ares, 2013). C’è un capitoletto molto interessante (pag. 11) intitolato “Mi sento un papà inutile”, in cui parla del disagio di un padre racconta del suo disagio di sentirsi inferiore alla moglie nella capacità educativa.

Gesù vuole sanare questa possibile ferita e frattura nella relazione nuziale. Come lo fa? Ricordando il primato dell’umiltà e del servizio, cosa che Lui ha fatto per primo “assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7), lavando i piedi nell’Ultima Cena, donando tutto sé stesso nell’Eucarestia e nella Croce.

Parimenti, marito e moglie sono stati creati per essere dono reciproco, lungi da ogni mistificazione ideologica. Che bello quanto esprime il Cantico dei Cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3)! Amarsi nella differenza, saper mantenere questa armonia ed equilibro consapevoli della nostra identità e diversità. Questo solo avviene se si è umili, se si è disposti ad essere pane spezzato, dono, a mettersi al servizio altrui con tenerezza.

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di fare due riflessioni distinte ma entrambe importanti in una relazione matrimoniale. Stiamo parlando di coppia, coppia che non è più composta solo da un marito e una moglie ma anche da figli e quindi da un papà e una mamma.

La prima riflessione riguarda in particolare le mamme. L’arrivo di un bimbo è una gioia grandissima ma anche un tsunami. La neo mamma spesso è assorta completamente da questa nuova creatura che finalmente dopo 9 mesi di gestazione ha potuto abbracciare. Totalmente assorta come invece non lo è il padre. Il padre ama il proprio bambino ma non gli  basta. Secondo una ricerca gli uomini che ammettono di aver sofferto una sensazione di abbandono e di esclusione, dopo il parto, sono il 26%. Il padre in quel momento ha bisogno dell’amore della sposa e di sentire ancora quella relazione d’amore, che ha generato quel bambino, come viva e rigenerante. Mamme: ricordate che prima di ogni altra cosa siete spose. Certo la situazione è complicata. C’è stanchezza e stress, ma cercate, per quanto possibile, di non far mancare le vostre attenzioni e il vostro amore a vostro marito. E voi cercate, con tutti i vostri limiti e povertà, di stare vicino e di sostenere vostra moglie. Noi uomini non dobbiamo mai scoraggiarci, e quando capitano periodi in cui viviamo un senso di abbandono o frustrazione, parliamone con lei, magari semplicemente non se n’è accorta, così presa come è dal bimbo. Non smettiamo di coccolare la nostra sposa, ne ha bisogno e soprattutto mostriamo come ci piace ancora tanto. La gravidanza potrebbe lasciare dei segni sul corpo, mostriamo a lei che è bellissima così come è. Per lei sarà un’iniezione di fiducia e amore che in quel periodo è fondamentale per vivere bene e nella gioia.

La seconda riflessione riguarda il servizio. Noi abbiamo promesso di donarci e il farci servi l’uno dell’altra ne è una concretizzazione. Servi per amore, sia chiaro. Ciò che ci rende servi non è la persona ma è l’amore. Gesù non si è fatto servo dei suoi apostoli ma dell’amore che nutriva per loro. Sembra una differenza di poco conto in realtà cambia tutto. Essere servi per amore libera mentre farsi dominare da una persona ci rende prigionieri e dipendenti.

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Viva l’ordinarietà

“Qui multum peregrinantur, raro sanctificantur”, ossia, chi molto viaggia e va in giro, raramente si può santificare.

Così afferma l’Imitazione di Cristo (cfr. Libro I, cap. 23, 5.) volendo motivare il lettore con intensità sul vivere il presente e approfittare delle circostanze in cui si trova.

Siamo tornati alla nostra vita ordinaria, le ferie e le vacanze sono un bellissimo e struggente ricordo, la scuola è ripresa con tutti i suoi affanni e rieccoci qua, ad affrontare un nuovo anno: siamo tornati pienamente ai nostri modus vivendi.


Vorrei aiutarvi ad accogliere pienamente la sfida di questo momento e a vederci la grazia di Dio che, come sempre “passa e non ritorna” come diceva S. Agostino (Sermone 88, 14, 13). Qualcuno potrebbe obiettarmi che non esiste nella sua famiglia un tempo ordinario e magari ha pure ragione.

Tuttavia, almeno fino a Natale noi vivremo una tappa grosso modo simile e penso che possiamo prenderla per il verso giusto e non come un periodo stressante e logorante.

Cari sposi, vorrei invitarvi a vivere in modo straordinario l’ordinario. Questo nel linguaggio cristiano si chiama: ricerca della virtù. Cosa è la virtù? Dal latino virtus o forza, “è una qualità dell’anima, per la quale si ha propensione, facilità e prontezza a conoscere ed operare il bene” (Catechismo, n° 856).

La virtù è un’abitudine a compiere il bene che si ottiene tramite lo sforzo di ripetere atti buoni. Ovviamente in un certo senso questo è “facilitato” laddove le nostre circostanze esterne ci permettano una certa stabilità. Motivo per cui vi ho citato all’inizio quella frase iconica.

Cari sposi, non vogliate subire l’autunno caldo, non affrontate questo tempo con un “vediamo cosa capita” ma vi invito a confrontarvi a vicenda e cercare assieme di coltivare qualche virtù tramite atti concreti e precisi da vivere ogni giorno. Il ventaglio è pressoché illimitato: dal pregare assieme due minuti appena svegli, alla lettura della Parola di Dio prima di uscire, al fare l’Angelus a mezzogiorno, al fare dieci minuti di condivisione di coppia, e un lungo eccetera.

Ma l’importante è che discerniate e scegliate cosa vi sta chiedendo concretamente il Signore, poi facciate una semplice check-list di punti e a batterci sopra ogni giorno.

Sapete? La virtù funziona così, è bellissima, più la vivo e più mi diventa sia facile che piacevole il compierla.

Per questo care coppie, nonostante l’abbronzatura stia svanendo, viva l’ordinarietà e la normalità delle nostre vite, perché in esse possiamo costruire, giorno dopo giorno, tanti modi di vivere e di essere che ci rendono a poco a poco sempre più veri cristiani e coppie solide.

padre Luca Frontali

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Signore, non ti riconosco più!

Pare che Gesù abbia perso il controllo. Eppure, qui si vede quanto il suo cuore arda di un santo zelo, di smania di farci capire cosa è davvero importante per noi, qualcosa che non possiamo perdere assolutamente e per questo alza la voce: è troppo grande la posta in gioco.

Si tratta nientemeno di illuminarci su cosa sia l’amore.

Mi piace molto chi ha interpretato tale vangelo dicendo che la domanda iniziale di Gesù avrebbe potuto essere questa: “ma secondo voi cosa è l’amore?”. Allora gli avrebbero risposto: “amare è un sentimento”, “amare è un’emozione”, “amare è stare bene con la persona giusta” … e quando Pietro rispose bene: “amare è donarsi tutto e per sempre” allora Gesù andò oltre: “ecco, esatto, ed io lo farò sulla croce per voi”.

Ma a quel punto in Pietro venne fuori l’amor proprio: “eh no, ma non si può amare così, è disumano, è illusorio, è masochistico”. E ha provato a far “rinsavire” Gesù… ma è bellissimo quello che succede dopo. Gesù, infatti, non esce dai gangheri, come parrebbe a prima vista. È perfettamente padrone di sé stesso, solo che sta dicendo con forza a quel testone di Pietro che, se non ama fino a dare tutto, smette di essere un vero discepolo. E allora ecco che lo rimette in carreggiata, “stammi dietro, rimettiti sul cammino, non smettere di seguirmi”.

A me è successo, non so a voi, dinanzi a situazioni di sofferenza e crisi, di dire a Gesù: “ma tu Signore chi sei? Cosa vuoi da me? Dove mi stai portando?”. Pare che in quelle situazioni Gesù diventi per noi uno sconosciuto, un estraneo, uno diverso da come lo vorremmo, cioè un Dio su misura, un Dio che collima con i nostri desideri e progetti.

Eppure, cari sposi, voi lo sapete bene, l’amore non può essere esente dalla croce. Solo chi ci è passato ha acquistato quella sapienza che viene dell’Alto e che rende davvero capaci di viverlo in modo concreto e vero. In un mondo liquido, solo un amore così ci permette di stare piantati saldamente alla nostra realtà, di permanere, di restare ed essere fedeli nel tempo.

Come lo esprime bene San Giovanni Paolo II quando scrive: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris Consortio 13).

Non smettiamo di camminare dietro al Signore in una donazione piena e totale nel matrimonio. E se vi viene voglia di scantonare, di un amore diverso da quello del Maestro, non preoccupatevi che ci pensa Lui a richiamarvi e a riprendervi.

ANTONIO E LUISA

La croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

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Ma dove mi stai guardando?

“Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” dice il detto, ma si potrebbe applicare anche alla vista. In una relazione di coppia si possono formare atteggiamenti, pregiudizi, preconcetti che falsano la nostra percezione dell’altro e così vediamo o non vogliamo vedere la realtà così com’è e parimenti ascoltiamo solo quello che ci interessa, ecc. Eccoci allora, di fatto, nella stessa condizione di questo povero sordomuto. Una delle idee più ricorrenti in Joseph Ratzinger è che la fede sia la forma più alta di intelligenza. Dato che la fede, in quanto dono di Dio che si rivolge alla nostra mente, potenzia la nostra ragione e ci rende capaci di guardare a noi stessi, agli altri, alla realtà di tutti i giorni, con uno sguardo pieno, integro, non parziale o deformato da falsità. Ecco allora che nel matrimonio ci vuole una fede viva per vedersi e comprendersi davvero.

Da quale prospettiva guardi il tuo coniuge? Pensi di sapere già tutto di lui/lei? Porto nel cuore un fatto legato alla vita di un mio zio, rimasto vedovo dopo oltre 40 anni di matrimonio. Un giorno mi confidò che troppo tardi si era accorto di non aver conosciuto fino in fondo sua moglie e si era reso conto di quanta ricchezza che gli era rimasta inosservata.

Il bello è che Lui vi viene già incontro per donarvi tale dono, come ci dice il Concilio Vaticano II: “come un tempo Dio ha preso l’iniziativa di un’alleanza di amore e fedeltà (108) con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa (109) viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre, rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa (110) così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione” (Gaudium et Spes 48).

Chiedete spesso questo sguardo di fede reciproco, è una grazia dello Spirito che vi aiuterà a trovare sempre più amabile il vostro coniuge da cogliere il senso della vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Quante volte noi crediamo di conoscere ormai l’altro/a e non siamo più capaci di riconoscerlo/a? Conoscere significa un po’ dare l’altra persona per scontata. E’ così, si comporta così, ha quel difetto, ecc. E’ normale, dopo un po’ di anni passati uno accanto all’altra, conoscerci sempre meglio. Proprio per questo è importante non credere di conoscere già tutto. Pensare di conoscere tutto significa non riuscire più a guardare l’amato/a con occhi di meraviglia e di stupore. Significa ingabbiare l’altro/a nei nostri schemi e nei nostri pregiudizi. Significa pensare di non aver più bisogno di “perdere” tempo a guardare l’altro.

E’ un attimo passare dal non credere di aver bisogno di guardare l’altro a non averne più desiderio. E’ il dramma di tante coppie di sposi che piano piano si perdono di vista, che perdono contatto ed intimità, proprio perchè pensano di conoscersi già benissimo e invece, col tempo, come in un piano inclinato, si allontanano sempre più fino a diventare due estranei. Non si conoscono più e non si riconoscono più. Per riconoscerci una meraviglia abbiamo invece bisogno di dedicarci tempo, attenzioni, cura, ascolto. Perchè nel riconoscerci un mistero, che non potremo mai possedere completamente, possiamo avere ri-conoscenza l’uno per l’altra. Riconoscere la bellezza, la ricchezza e la meraviglia che l’altro è. Dio ci vede meravigliosi proprio perchè non smette mai di cercarci e di prendersi cura di noi.

Il Vangelo di oggi si sposa benissimo con le parole di Benigni di cui ha parlato ampiamente padre Luca nell’articolo di ieri. Benigni è riuscito proprio a mantenere e a custodire lo stupore nello sguardo verso sua moglie. Quanto è importante averlo. Non è, a nostro avviso, solo grazia. Non è solo dono di Dio. Dipende anche da noi. Non è fortuna o un’alchimia particolare, ma frutto di un impegno profuso giorno dopo giorno nella quotidianità familiare.

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La vita (matrimoniale) è bella, bellissima!

Stavolta sono state lacrime vere e non di risate a crepapelle come mi aveva abituato Roberto Benigni negli anni passati.

Come non emozionarsi ridendo di gusto davanti ai suoi celebri sketch tipo quello con Baudo a Fantastico? O con la Carrà nel ’91? O a certe uscite sue in “Non ci resta che piangere”, “Il piccolo diavolo”, “Johnny Stecchino” e nell’indimenticabile “La vita è bella”?

Ma stavolta Roberto non mi ha fatto piangere dal ridere ma mi ha commosso per la perla preziosa che ci h0a regalato. Su un pulpito di proiezione mondiale, il giullare di Manciano della Chiana ha aperto il suo cuore e ha svelato quanto la vita matrimoniale possa essere bella, bellissima.

Sia chiaro, non voglio peccare di ingenuità, non sono qui a canonizzare San Roberto Benigni. Spero, tuttavia, che un giorno anche il suo volto svolazzi su quel drappo penzolante dalla facciata della Basilica di San Pietro. Ma rimango con i piedi per terra e mi accontento di una tale prova di amore.

Anzi, ve la faccio vedere per scritto. Ahimè non è la stessa cosa scritta, anziché sulle sue labbra, con tutta quella carica espressiva che oramai lo caratterizza:

Concedetemi qualche momento per dedicare a una persona che insomma è all’apice dei miei pensieri, come dice Dante, che “paradisa la mia mente”, che è qui in sala stasera, la mia attrice prediletta, alla quale non posso nemmeno dedicare questo premio perché questo premio è suo, è tuo, lo sai, lo dedicherai tu a chi vorrai, è tuo. Abbiamo fatto tutto assieme, per 40 anni: produzione, interpretazione, ideazione dei film. E quindi sono per 25, 30, 40 anni ininterrotti di lavoro, quanti film abbiamo fatto! Come si fa a misurare il tempo di un film? Anche se io conosco solo una sola maniera di misurare il tempo: con te e senza di te. Questa è la mia maniera di misurare il tempo, lo è sempre stata. Allora, veramente non te lo posso dedicare però possiamo fare così: ce lo possiamo dividere, io mi prendo una parte, mi prendo la coda per manifestarti la gioia, per farti vedere la mia allegria, e il resto è tuo, le ali. Le ali soprattutto sono tue perché, se qualche volta nel lavoro che ho fatto, qualcosa ha preso il volo è grazie a te, al tuo talento, al tuo mistero, al tuo fascino, alla tua bellezza, al tuo talento di attrice. Quante cose ho imparato osservandoti recitare sul set, alla tua femminilità, al fatto di essere donna! Che le donne, come si sa, hanno qualcosa che noi uomini non comprendiamo, veramente un mistero senza fine bello, però non comprendiamo. Aveva ragione Groucho Marx quando diceva: “Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta”, aveva ragione ed è la verità. Io non ce l’ho fatta ad essere come te, Nicoletta, e quindi, guarda, è tutto grazie alla tua luce. Se qualcosa di bello e di buono ripeto ho fatto nella mia vita è stato sempre attraversato dalla tua luce, quanta luce emani! La prima volta che ti ho conosciuto ricordo emanavi tanta luce che ho pensato che Nostro Signore facendoti nascere avesse voluto adornare il cielo di un altro Sole. Guarda, è stato proprio quello che si dice “un amore a prima vista”, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista. Grazie a tutti, grazie e che Dio vi benedica. Arrivederci”.

Metto in risalto tre aspetti di notevole importanza per ogni coppia.

1) Lo stupore. Nonostante abbiano passato oltre 30 anni assieme, ad oggi c’è stupore, c’è ammirazione, c’è ancora la capacità di meravigliarsi e di cogliere il bello, il saper riconoscere tutto il bene vissuto e di valorizzarlo. Alla faccia di chi dice che il matrimonio sia la tomba dell’amore! È la cecità spirituale ciò che uccide una relazione, è l’incapacità di cogliere il Mistero che è in noi che ci ammazza lentamente e progressivamente.

2) La gratitudine. Come spesso ha evidenziato Papa Francesco, il saper dire “grazie” è tanto importante. Ma soprattutto il riconoscersi debitori nei confronti altrui.

Qui c’è un’ammissione davvero commovente: l’aver toccato con mano e il confessare quanto il coniuge sia importante. Apro una porta ma la richiudo subito. Ci voleva proprio un marito che dicesse questo di sua moglie! E spero che presto ci sia una moglie che faccia altrettanto. Come diceva San Giovanni Paolo II, il marito e la moglie si aiutano a svelare reciprocamente l’altrui identità. Bello!

3) L’amore vero viene dall’Alto. Che meraviglia che sia stato detto sotto i riflettori di mezzo mondo. L’amore vero non è “laico”, per come laico è inteso oggi, cioè senza Dio. L’amore è un dono di Dio che gli sposi accolgono dal momento della celebrazione.

Come vorrei vedere più sposi e spose capaci di esprimersi così per il proprio coniuge! Come mi piacerebbe che tutti voi sappiate sinceramente manifestiate in privato e in pubblico una tale stima e considerazione per la persona con cui vivete!

Per tutto ciò, vorrei ringraziare Roberto per questo inno di amore, questa dichiarazione appassionata di affetto e riconoscenza per sua moglie. Caro Roberto, potevi dire mille altre cose, di sicuro divertenti, interessanti, colte. Eppure, ti sei soffermato sull’essenziale, su qualcosa che nessuno in pratica osa dire oggi.

Grazie perché ci hai ricordato che la vita è bella, è molto più bella quando due sposi la vivono così.

Padre Luca Frontali

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Il (vero) matrimonio senza rughe

Cari sposi,

anche se qui forse dovrei esordire più con “care spose” …

Magari vi sarò capitato sotto gli occhi la rubrica sulla coppia di qualche rivista tipo Vogue, Elle, Glamour mentre siete in attesa dal dentista. È tipico in quegli articoli temi tipo: “come rimediare un disamore?” o “le dieci causa di crisi di coppia” e giù a ricette magiche per diventare la coppia perfetta.

Quante volte i coniugi vogliono “lavare” la propria relazione, cioè purificarla da tutte quelle sporcizie e remore che la rendono dura e faticosa. Allora di solito si punta a cambiare parole, modificare il proprio atteggiamento, capire quali sono gli stratagemmi funzionanti per non litigare, o mordersi la lingua, fare buon viso a cattivo gioco, dai sorvoliamo, mettiamoci una pietra sopra… Quante cose buone ci si è inventati per ottenere un miglioramento, di certo tutte cose buone ma occhio a non fare la fine dei farisei del Vangelo.

Gesù coglie l’occasione da questa scena di vita ordinaria per dirci che il cuore umano, con il suo carico di peccato, che tecnicamente si definisce come “concupiscenza”, non lo riusciremo mai a trasformare in meglio con un po’ di sapone.

Ma che pessimismo! Io direi piuttosto: realismo. Quanti sistemi politici, correnti di pensiero, ideologie hanno cercato di creare in terra la società giusta lasciandosi dietro una scia di morte e sangue. Come mai? Non sarà che “il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente malato; chi lo può conoscere?” (Ger 17, 9).

È la sua Grazia che lo può fare, solo Lui ha il potere ci cambiarmi da dentro se io sono disposto a collaborare.

Per voi sposi che avete consacrato il vostro amore nello Spirito Santo, ci vuole ben altro. Una casa ovviamente si costruisce dalle fondamenta, si parte dall’umano ma “senza Gesù non possiamo fare nulla” e quindi la nostra pienezza come persone e come coppie sta nello stare a pari passo con i doni che il Signore ci fa ogni giorno.

Papa Francesco ci ricorda che: “la condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»” (AL 62).

Mentre noi vorremmo essere sempre belli e senza rughe, il nostro Sposo ci insegna che siamo belli nella misura in cui ci lasciamo amare da Lui e cerchiamo di starGli il più vicino possibile. Poi, il resto, il trasformarci, il migliorarci, il cambiarci lo fa Lui a poco a poco,

Caro sposi, se volete davvero vivere un matrimonio “alla Dio”, se sentite in cuor vostro la spinta a diventare una coppia migliore di quello che siete adesso, bene, allora l’unica è strada è lasciarsi guidare e condurre dal Gesù nello Spirito per le strade che Lui ha pensato per voi.

ANTONIO E LUISA

E’ vero! Anche noi scriviamo sovente di ricette, di atteggiamenti giusti e sbagliati, di modi di approcciarsi ecc. ecc. Sono tutti spunti che possono essere importanti, ma possono essere utili nella misura in cui il nostro cuore è aperto alla Grazia. Come dire che Gesù ti dà il desiderio di amare sempre e comunque e i nostri consigli possono suggerire il modo, come farlo.

Tutto parte però dall’amore di Dio. Nulla sarebbe possibile se non ci sentissimo amati per primi e in modo così grande quanto immeritato da Gesù. Solo dopo, dopo aver fatto esperienza di questo amore saremo capaci di perdonare, di amare per primi il nostro coniuge, di amarlo quando magari non si dimostra molto amabile e l’istinto sarebbe quello di mandarlo a quel paese se non di dargli una padella in testa.

Ciò che cambia i cuori è solo l’esperienza di Dio, poi possiamo discutere sul come rispondere a quell’amore, ma se non c’è la base della relazione con Gesù tutto il resto diventa un parlare sterile e inutile. Anche il perdono diventa un atto di debolezza e di dipendenza. Come se Gesù fosse morto in croce per debolezza. Ma lo può capire solo chi ha incontrato quel Gesù morto per lui.

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Signore da (quale psicologo) andremo?

Da pochi giorni ho concluso la settimana di Esercizi Spirituali ignaziani. Mi trovo con la mia comunità in un posto bellissimo sulle Alpi il ché non ha che favorito le immense grazie che Gesù nella sua bontà ha elargito ancora una volta alla mia vita.

Che posso dirvi cari sposi dopo un’esperienza del genere? Nulla di trascendentale sennonché il Signore in questi momenti ti ficca nel cuore e nella mente le verità più semplici ed essenziali. Quelle che già sappiamo ma che probabilmente non abbiamo ancora digerito, rimangono lì in bilico tra piloro e duodeno e di conseguenza non sono state assimilate del tutto.

Una di queste e che mi è sempre più chiara nella mia vita di cristiano e sacerdote è che senza Gesù non vado da nessuna parte. Ho tra le mani vari progetti molto entusiasmanti: un dottorato, attività con sposi in giro per l’Italia e forse all’estero, libri scritti e da scrivere, ed altro. Posso dire di avere una vita piena e umanamente ricca di eventi e sfide. Ma… se al centro del mio cuore non c’è lo Sposo, non c’è Gesù e se tutto questo che vi ho elencato non lo faccio per Lui… è tutto tempo sprecato.

Quante cose pure voi sposi fate, molte più di me: lavoro, figli da crescere, genitori da accudire, e un largo eccetera. So per certo di quanta fatica ci sia nella vostra ordinarietà, quante croci portate nel silenzio del cuore.

La tentazione di buttarsi sempre su rimendi umani c’è, dicasi psicologo, dieta ayurvedica, Yoga, cousellor, personal couch, PNL…

Ma alla fin fine, ricordatevi bene, per quanto certe cose possano essere anche buone e utili, cari miei, se non ci salva Gesù, non ce la facciamo con nessun altro mezzo.

Da chi andremo se non dallo Sposo? Dobbiamo ringraziare Pietro per la sua solita disarmante sincerità. Quella frase gli è uscita proprio dal cuore perché lo aveva capito bene, proprio lui, Pietro, vecchio volpone, che senza Gesù non avrebbe combinato nulla di buono nella vita.

E anche voi, che siete sposati a Lui in modo indissolubile, da chi andrete se non da Lui? In quale filosofia di vita, in quale corrente di pensiero, in quale ideologia trovare qualcosa di meglio? Credo che 2000 anni di storia sono più che sufficienti, possano anche bastare, per dimostrare che solo Gesù è la nostra via, verità e vita e all’infuori di Lui non c’è nulla di valido.

Cari sposi, in qualsiasi situazione spirituale siate, “smonati”, carichi, mediocri, entusiasti, adesso e sempre ripartiamo da Gesù supplicandolo di stare al centro della nostra vita personale e di coppia. Lui non ci delude, perché è fedele e verace alle sue promesse di donarci il centuplo quaggiù e poi la vita eterna.

ANTONIO E LUISA

per riconoscere Dio nella nostra vita, dobbiamo prima riconoscerci poveri. Poveri di forza, di capacità, di scienza e di coscienza.  Non importa se abbiamo magari studiato, se siamo laureati, se abbiamo letto tanto e meditato su quanto letto. E’ importante riconoscere la nostra piccolezza comunque e sempre. Il matrimonio (sacramentum magnum) è impossibile all’uomo, se non viene sostenuto dalla Grazia di Dio. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 4: il destino del sesso

Cari sposi,

            siamo giunto alla quarta e ultima chiacchierata estiva sul tema del sesso. Riassumendo per gli “operai dell’ultima ora” la prima volta abbiamo parlato sulla bellezza meravigliosa della distinzione sessuale di uomo e donna, del dono di essere persone sessuate; poi abbiamo approfondito il senso di tale differenziazione per arrivare a comprendere che una conseguenza di tale senso è la capacità di amare con un ordine già scritto dentro di noi, nel nostro corpo.

            Resta, per così dire, un ultimo passo da fare. Domandiamoci: dove ci porta tutto ciò? Ossia qual è la finalità, il destino di contenere in noi questa ricchezza che ci fa ad amare in un modo così grande? Esiste un destino alla nostra sessualità che vada ben oltre l’unione fisica ed emozionale dei corpi?

            Mentre vi scrivo siamo in tempo di pioggia di stelle. Anche voi come me siete stati in queste serate con il naso all’in su per ghermire più bolidi siderali possibili. Ho avuto la grazia, trovandomi in una valle alpina, di osservare uno spettacolo unico, mozzafiato: grazie al cielo nitido e pulito erano ben più visibili tantissimi astri e, come se non fosse abbastanza, sullo sfondo, da nord a sud, splendeva la maestosa e immensa Via Lattea.

            Parlare di stelle è assai affine al tema del sesso. Sì, avete capito bene, non sto andando “dalle stelle alle stalle” ma davvero il nostro corpo punta proprio lassù. Il punto di connessione tra sesso e stelle è dato dalla parola “desiderio”. Alla lettera, in latino, desiderio significa precisamente il contemplare le stelle. E come mai allora il desiderio ha un forte connotato sessuale? La risposta a che vedere appunto con il fine, il destino del sesso, che non è la terra ma il Cielo.

            Ma per aprirvi ancora di più l’appetito, inizio da un articolo apparso su Repubblica  un paio di anni fa che afferma senza mezzi termini che il sesso non porta con sé nulla che faccia pensare a un destino. Leggetelo, è un bell’esempio del pensiero mainstream secondo cui il corpo, il sesso, sono oggetti a nostra piena disposizione, ad uso e consumo libero ma soprattutto non esiste un orizzonte che vada oltre il fisico. Per cui, niente Cielo; il sesso andrà prima o poi in pasto alle lumache.

            Noi invece si parte, come già detto la prima volta, dallo stupirci di come siamo e di ciò che abbiamo ricevuto, si parte dalla constatazione del dono che un Altro ci ha fatto. E contrariamente a una visione gnostica e manichea che si è infiltrata nel cristianesimo fin dai primi secoli, la nostra carne, la nostra sessualità è intrisa di Dio.

            Tanto a mo’ di esempio, mi raccontava un’amica che aveva conosciuto una coppia giovane, credenti e desiderosi di vivere la fede. Ma, al momento di fare l’amore, giravano il quadro del Sacro Cuore sopra il letto… Pare strano ma ancora oggi ciò accade, frutto di una mentalità gnostica che si è installata nel nostro disco rigido e non c’è Kaspersky che la possa togliere.

Quando Papa Francesco in Amoris Laetitia dice che: “i coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (AL 317), nel fondo sta affermando proprio il tema di fondo: il sesso punta al Cielo e può farvelo sperimentare già qui ed ora.

Mi colpisce che questo passaggio sia stato preso da un documento chiamato “Vita Consecrata”, che è stata scritto da S. Giovanni Paolo II per le persone consacrate. Ossia, la via mistica non è una prerogativa di preti e suore ma anche voi sposi la potete percorrere. Come? Ritirandovi in un convento una volta anziani? Assolutamente no, ma vivendo la vita ordinaria e la vostra capacità di esprimere l’amore tramite i vostri corpi, con la tenerezza, con la cura reciproca, con la passione fisica. Questa strada verso le vette mistiche è tutta vostra cari sposi. Noi consacrati per secoli vi abbiamo indicato come si raggiunge l’unione con il Signore tramite la separazione dal mondo, pensate a quante abbazie, monasteri, eremi fuori dai centri abitati, il tutto per trovare Dio. Quella rimane senza dubbio una strada sicura, ma ora più che mai tocca a voi predicarci e gridare al mondo che i vostri corpi sono un segno che punta al Cielo e non solo ma anche un anticipo di Cielo.

Ricordatevi dei tre altari su cui si celebra l’amore di Dio: 1) l’altare della Messa; 2) il talamo nuziale; 3) la mensa famigliare. Voi siete i protagonisti di ben due di 3, vi pare poco?

Ma attenzione, il terreno della sessualità è melmoso, facilmente si può scadere nei due eccessi che Karol Wojtyła, in “Amore e responsabilità”, chiamava “libertinismo” e “puritanesimo”. Il secondo l’ho appena menzionato poco sopra e il primo è chiaro, è ciò che il mondo ci urla alle orecchie in tutti i modi. Voi sposi nel vivere la vostra sessualità siete chiamati a navigare in mezzo a questi due Scilla e Cariddi. E qui torna utile quanto vi dicevo la volta scorsa: perché la sessualità compia il suo fine bisogna saperla vivere in modo ordinato. Il ché suppone essere persone mature, capaci di dominarsi per amore, consapevoli del misterioso e profondo significato che il corpo contiene e non può usato solo come oggetto di piacere.

            Concludo così questo articolo con un paragrafo preso da un libro che davvero vorrei leggeste, il titolo è assai intrigante e attraente, “Mistica della carne” di Fabrice Hadjadj. La citazione è presa da un capitolo intitolato “Sesso e Trinità” a pagina 176 e 177. Non potevo concludere in modo migliore facendo riferimento a dove abbiamo iniziato, cioè dall’immagine e somiglianza della coppia con Dio Trinità. L’autore quindi scrive così: “Che cos’è questo divino mistero di Elohim, quest’unico Dio che contiene un plurale? Il dogma lo chiama Trinità. […] E dunque avrò io abbastanza pietà per credere che questo santissimo mistero, che trascende la mia ragione, ha lasciato la sua impronta nel mio bassoventre? Basta che guardi al mio sesso. […] Se non avessimo perduto la nostra innocenza, i nostri occhi potrebbero dischiudersi senza ridere: l’icona della Trinità si nasconderebbe nei nostri pantaloni”.             Ecco cari amici sposi, ci sarebbe ancora tanto da dire ma mi fermo qui. Spero che queste quattro chiacchierate vi abbiano aiutato a guardarvi con vero stupore e a saper andare in profondità e cogliere il Mistero di amore che contiene il vostro cuore e il vostro corpo, uno stupore che non farà che ingigantirsi quando in Cielo potremo vedere faccia a faccia il compimento di ciò che siano adesso solo in germoglio.

Padre Luca Frontali

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Grandi cose hai fatto in noi

Cari sposi,

mi piacerebbe fare un piccolo esperimento con voi. Idealmente provate ad accostare la foto del vostro matrimonio e poi la foto più recente di voi due assieme. Vedendo simultaneamente le istantanee, quali sentimenti provate? Nostalgia, gioia, malinconia, dolore…?

Ossia, nel fondo è importante che venga a galla qual è l’atteggiamento di fondo con cui vi guardate come coppia, lo sguardo che avete adesso sul vostro matrimonio. In genere, il passare degli anni lascia cicatrici e la famosa “romanza” degli inizi è solo un ricordo, dato che è subentrato il realismo della quotidianità.

La stupenda festa di oggi ci insegna qualcosa di molto diverso. Oggi celebriamo una “filiale” della Pasqua: Maria è la prima creatura umana che vive la Risurrezione fino in fondo. In Lei, estasiasti, contempliamo che è tutto vero quello che Gesù ci ha insegnato, la nostra vita vera è in Cielo e di là ci andremo con tutto ciò che siamo adesso, anche i kili di troppo.

Ma vorrei attirare la vostra attenzione su una frase di Maria nel Vangelo. Lei esclama davanti a sua cugina Elisabetta: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Quali sono queste cose? Senza dubbio la scelta di essere Madre di Dio e il dono di Gesù alla sua vita. Ma nel fondo Maria era solo un’adolescente di una famiglia povera di un microscopico villaggio della Galilea. La sua vita sarebbe trascorsa nel più totale anonimato se Dio non avesse fatto quell’irruzione straordinaria. Che cosa aveva di suo Maria di così grande per cui esultare?

Qui c’è un bellissimo collegamento alla vostra vita: anche ogni vostra storia di amore è un grande dono, un prezioso per tutti, per voi, per tutta la vostra famiglia allargata, per la parrocchia, in definitiva anche per il mondo intero. Perché siete un dono? Perché in voi il Signore ha iniziato a operare “grandi cose”. Queste “grandi cose” assomigliano al “mistero grande” (Ef 5, 32) che San Paolo intravedeva in ogni coppia sposata.

Quali sarebbero allora le vostre “grandi cose”? Nientemeno che l’essere voi portatori di Dio, essere a Sua Immagine e Somiglianza, il poter ripresentare il volto paterno e materno di Dio. Nella vostra storia assieme è entrato Dio, “non ve ne accorgete?” (Is 43,19). Attenzione alla routine, al farvi fagocitare dal tran tran lavoro-casa. Tutti corriamo il pericolo di vivere così distratti dall’attimo fuggente che dimentichiamo lo sfondo su cui si staglia e si muove la nostra vita.

Perciò vorrei suggerirvi questo aspetto di Maria come una stupenda lezione nuziale: saper leggere tra le righe della propria vita la Presenza di Gesù.

Maria ha sempre avuto sotto gli occhi i segni dell’amore di Dio, ha visto nella concretezza della sua vita che il Signore le voleva tanto bene e di questo era felice. Pure voi siete chiamati a vedere nella vostra storia, pur con tutti i saliscendi, questi segni di amore. Gesù è con voi, cammina con voi, non vi ha mai lasciato soli, magari a volte non ne eravate consapevoli. In questa festa della nostra Mamma celeste, questo Suo modo di stare davanti alla propria vita vi aiuti ad avere uno sguardo di fede nei vostri riguardi. Per questo Papa Francesco ci scrive: “Come Maria, (le coppie) sono esortate a vivere con coraggio e serenità le loro sfide familiari, tristi ed entusiasmanti, e a custodire e meditare nel cuore le meraviglie di Dio (cfr Lc 2,19.51). Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutti gli avvenimenti di ciascuna delle nostre famiglie, che ella conserva premurosamente. Perciò può aiutarci a interpretarli per riconoscere nella storia familiare il messaggio di Dio” (Amoris Laetitia 30).

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di confermare la riflessione di padre Luca e lo facciamo rileggendo la Parola di oggi: D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. E’ la prima delle beatitudini evangeliche. Beata perchè si è fidata. Perchè nella sua vita ha accolto la presenza del Salvatore (lei lo fatto proprio nella carne) attraverso il suo sì. Anche noi siamo chiamati a questo. A meravigliarci continuamente della presenza di Gesù nel nostro matrimonio. E’ significativo che questa riflessione avvenga proprio durante il periodo estivo che per tanti è tempo di riposo e di vacanza. Che questo tempo di vacanza non diventi del semplice ozio infecondo, che non porta frutto. Non sia un’occasione persa. Riposiamoci certo, ma approfittiamone anche per scorgere la bellezza che c’è nella nostra relazione. Ora che i ritmi sono meno frenetici e c’è la possibilità di contemplarci e di contemplare Lui troviamo il tempo di farlo.

Alcuni giorni fa ci è arrivata una mail da parte di una lettrice che ci chiedeva aiuto per far capire al padre come fosse importante che lui partisse in vacanza con la madre. Soli, senza nessun altro. Questo è uno dei modi per contemplare. Per contemplarsi. Spesso si crede che con il passare del tempo sia sempre meno importante dedicarsi dei momenti di qualità. In realtà è vero il contrario. Più passa il tempo e più si rischia di darsi per scontati e di non essere più capaci di scorgere la meraviglia di una relazione vissuta alla presenza di Dio e del dono reciproco. Questo è un esempio ma ci sono mille altri modi per contemplarci: pregare insieme, uscire a cena, fare l’amore bene, fare una passeggiata, visitare un museo. Ci sono questi e tanti altri modi. Scegliete il vostro e fatelo perchè siete una meraviglia, ma spesso non ve ne accorgete.

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L’autogenesi della coppia

Facendo i calcoli sono quasi 10 anni che ho ricevuto il dono di accompagnare coppie al matrimonio. Dai percorsi ordinari in parrocchia, più o meno lunghi, ai fidanzati “appioppati” da amici, confratelli o giunte per circostanze particolari. Forse saranno stati più di un centinaio in tutto. Devo ammettere tuttavia che ho riscontrato una certa caratteristica tra vari di loro che chiamerei “l’autogenesi della coppia”.

Per autogenesi mi riferisco a un modo di pensare in cui si vuole il matrimonio e la famiglia per una serie di scelte autoreferenziali. Perciò poi ci si esprime così: “ci siamo sposati… noi siamo i ministri del matrimonio… abbiamo fatto due figli… abbiamo messo su casa… abbiamo formato una famiglia…”.

È evidente che c’è molto di vero e bello in tutto ciò, difatti ricordando i loro volti sono proprio tutte persone buone, ben intenzionate, provenienti da contesti di fede ma probabilmente non si rendono conto di camminare in direzione opposta a quella che è la Parola presa in considerazione oggi.

Gesù con quella frase voleva mettere in chiaro che accogliere il dono dell’Eucarestia non era cosa scontata, non era conseguenza di un ragionamento logico. Tant’è vero che quanto Gesù parla di cosa sia l’Eucarestia nel modo più esplicito mai visto prima c’è stata una sollevazione generale, stracciamento di vesti, scandalo, delusione, ecc. e con Lui rimangono proprio “quattro gatti”.

Servatis servandis, vivere un matrimonio cristiano segue il medesimo principio. Parafrasando Gesù potremmo dire: “nessuno può vivere il sacramento se non lo attira il Padre mio”.

Ammetto che spesso ho vissuto così il mio sacerdozio, quando più o meno mi è parso di capire “come si fa” e ho smesso di considerare che mi trovo dentro a un Mistero infinitamente più grande di me. Credere o meglio illudermi di farcela da solo, di “autoprodurre” la mia vita di prete è stato di fatto una tentazione in cui spesso sono caduto.

Non sarà che sia successo pure a voi? O almeno un pochino?

Cari sposi, Gesù è proprio bravo a smontarci quando pensiamo di sapere qualcosa, quando ci sentiamo sicuri dietro ai nostri orpelli. Oggi ci ricorda che non possiamo fare un passo dietro a Lui se non ci è consentito.

Vi auguro di tutto cuore che Gesù metta in crisi le vostra false sicurezze e vi faccia sentire quanto è bello essere attirati con amore dal Padre.

ANTONIO E LUISA

Per noi è stato importante aver compreso che Gesù è il Salvatore della nostra vita e che senza di Lui saremmo stati schiavi in Egitto, ancora oggi. Con Lui abbiamo la pace nel cuore e questo forse ci permette di essere credibili. Almeno più credibili di prima. Non significa che siamo più bravi. Ci sono coppie molto più attrezzate di noi. Significa che cerchiamo di vivere ciò che raccontiamo.

Raccontiamo non una morale, ma la gioia di una vita vissuta alla presenza di Gesù nella Sua Chiesa. Con tutti i nostri limiti e i nostri peccati, che ancora ci sono e con cui dobbiamo combattere ogni giorno. Sempre pronti, però, a perdonarci e a ricominciare perchè il matrimonio, quando si è liberi dalle catene d’Egitto, è una meraviglia da assaporare tutto il tempo che Dio ci concederà su questa Terra.

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 3: Ordo amoris, ossia l’amore (e il sesso) ha un ordine

Cari sposi,

vi saluto dal fresco di una bella valle alpina in cui mi trovo con i miei confratelli per un momento di riposo assieme. Siamo già alla terza chiacchierata sul tema della sessualità di coppia. Dopo aver parlato di contemplazione del nostro dono meraviglioso di essere maschi e femmine e del senso, del fine di essere tali e dello scopo di donarsi tra un uomo e una donna, ora vorrei parlare dell’ordine dell’amore, e di conseguenza anche nella vita intima degli sposi.

Partendo proprio dai posti in cui mi trovo, io e i miei confratelli non smettiamo di stupirci di come la gente tiene queste valli: strade pulite, legnaie perfettamente incastrate, prati tosati, fiori freschi su tutte le finestre… quanto è bello vivere in un mondo ordinato e pulito!

Ma esiste un modo ordinato, armonico di amarsi, di esprimersi l’amore? Oso domandarvi di più: ci sono regole all’amore? Probabilmente qualcuno rabbrividisce nel mettere assieme “regola” con “amore”.

Ricordo che alle medie il mio prof di musica, invece di tediarci con teorie noiose, si metteva al piano e ci faceva imparare tantissime canzoni famose. Ne ricordo parecchie, tra cui “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi. Nel lontano 1967, a un passo dalla grande contestazione giovanile che toccava proprio i temi di sessualità e amore, proprio lui, cantava che “l’amore ha i suoi comandamenti”.

Ma è stata la grande rivoluzione culturale del 1968 a proclamare un nuovo dogma: “vietato vietare”, specie se si tratta di affettività e sessualità.

Che ha prodotto questo diktat? Che cosa ha messo in gioco? Un fenomeno curioso che uno dei massimi filosofi viventi, Alasdair MacIntyre, ha definito con un neologismo: l’emotivismo. L’emotivismo consiste in questo concetto “Potrei arrivare a considerare buona una scelta soltanto perché «piacevole», indipendentemente dal valutarla in relazione a criteri e valori oggettivi. L’approccio emotivista è soggettivo, avulso dal piano valoriale oggettivo e trascendente, è legato al momento, non è duraturo e non ha necessariamente il bene o il bene dell’altro come fine” (A. Macintyre, Dopo la virtù: saggio di teoria morale, Feltrinelli, Milano 1988, 24).

Visto? Faccio questo perché mi piace, non perché è giusto o ingiusto ma perché mi va. Metteteci dentro qualsiasi cosa: rapporti prematrimoniali, uso dei contraccettivi, divorzio, convivenza, forme sbagliate di sesso… tutte situazioni in cui sovente pesa di più l’aspetto emotivo che razionale.

Ma l’amore non aveva dei comandamenti? Ben prima di Gianni Morandi, pare sia stato Nostro Signore a volere così. Ma non è scritto unicamente nella Bibbia, bensì nei nostri corpi, nel nostro cuore.

A rendersene conto in modo drammatico ma stupendo è stato il grande Agostino. Con tutto il rispetto per uno dei massimi padri della Chiesa e dei più grandi filosofi e teologi del I millennio, lui è stato in gioventù un latin lover da paura. Egli, infatti, lo ammette nelle Confessioni di quanto sia stato seduttore e bisognoso di affetto. Ma quel cuore grande ha trovato pace finché ha conosciuto l’amore di Cristo. È in quest’incontro personale che Agostino si rende conto che Gesù voleva modellare il suo cuore e renderlo capace di amare non solo di più ma meglio, in modo appunto ordinato.

Non è da stupirsi che sia stato appunto lui, Agostino, a coniare il concetto di “ordine dell’amore”. Ecco come ce lo spiega: “La volontà retta… è un amore buono, la volontà cattiva è un amore cattivo. L’amore che aspira a possedere ciò che ama è desiderio; l’amore che ha e possiede ciò che ama è gioia… e questi sentimenti sono cattivi se l’amore è cattivo, sono buoni se l’amore è buono” (De Civitate Dei 18); “Ogni cosa creata, per quanto buona essa sia, può essere amata con un amore buono o cattivo: buono se è rispettato l’ordine, cattivo se è violato” (De Civitate Dei 19); “L’amore, con il quale amiamo ciò che bisogna amare, deve essere anch’esso amato ordinatamente affinché possediamo la virtù che ci fa vivere bene. Mi sembra quindi che una vera e breve definizione della virtù sia questa: l’ordine dell’amore” (De Civitate Dei 20)

Ma in cosa consiste quindi l’ordine? ricordiamoci che Dio ha “tutto disposto con misura, calcolo e peso” (Sap. 11, 1), di conseguenza anche il nostro amore ha un ordine pensato da Lui secondo cui viversi, e tale ordine è il dono totale di sé stessi. È ancora Agostino a spiegarlo: “Fuori dell’ordine regna l’inquietudine, nell’ordine la quiete. Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. Il tuo Dono ci accende e ci porta verso l’alto” (Agostino, Conf. 13, 9, 10).

Riconoscere quindi il dono di amore che Dio ci ha fatto, come dicevano nella prima chiacchierata, un dono che si rende visibile nel nostro corpo, nella nostra sessualità. E poi donarci agli altri come padri, madri, fratelli, sorelle, amici, sposi sempre discernendo: “ma io mi sto donando veramente o sto sfruttando, usando, barattando, calcolando?”.

Cari sposi, in un mondo che non fa altro che dirci: “fai quello che vuoi” e ci ripete da oltre 50 anni “vietato vietare (in amore e sesso)”, chiediamoci e chiediamo al Signore come stiamo amando, se il nostro modo di amare è secondo la sua Volontà. Come lo fu per Agostino, stiate certi che un modo di amare vero e ordinato non porta se non a una grande pace del cuore. Buon cammino!

padre Luca Frontali

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Solo l’amore (nuziale) è credibile

Con il massimo rispetto per il grande Urs Von Balthasar che nel 1965 scrisse appunto questa breve opera teologica, “Solo l’amore è credibile”, mi permetto di interporre l’aggettivo “nuziale”. Lo faccio sotto la spinta del Vangelo di oggi. E mi spiego.

Gesù ha fatto tanti miracoli e di diverso tipo per mettere in chiaro la sua autorità e così rendere accettabile la sua Parola, il suo Messaggio. Ma è giunto il momento del grande salto… ora manca il rush finale che è appunto l’Eucarestia. I miracoli sono stati una lunga preparazione al grande segno dell’Eucarestia; la fama, la popolarità, il grado di accettazione raggiunto da Gesù sanando e guarendo, moltiplicando pani e pesci era un propedeutico per render capibile e accettabile che Dio che rimane in mezzo a noi per sempre con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità nell’Eucarestia.

Ma appunto, Gesù rimane tra noi solo con l’Eucarestia? Evidentemente no. Vi è un altro sacramento permanente che ci mostra che Lui è tra noi, vive in mezzo a noi ancora nel 2021. Siete voi coppie che avete tale dono, il dono di ri-presentare Gesù ancora oggi.

Come dissero i vescovi italiani, nei circoli minori in preparazione ad Amoris Laetitia, “La grazia non agisce solo nel momento della celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna gli sposi durante tutta la vita, poiché è sacramento permanente in analogia con l’Eucarestia” (Relazioni dei Circoli minori del Sinodo per la famiglia, 12 ottobre 2015).

Perché allora ho voluto parafrasare quel titolo di un libro? Perché nel Vangelo alle centinaia di persone che chiedevano a Gesù un segno palpabile e visibile tale da diventare degno di fede una volta per tutte, Lui ha dato l’Eucarestia.

Ma oggi ci sono non centinaia ma milioni di persone che inconsapevolmente ancora chiedono, anelano, aspirano ad avere ancora un segno tangibile della Presenza di Dio nella loro vita. Sanno qualcosa di Dio ma non Lo riescono a gustare. Per la stragrande maggioranza di loro l’Eucarestia è un arcano irraggiungibile, essi vedono campanili e chiese ma non conoscono affatto Chi è presente in essi.

Eppure, tutti costoro vedono voi coppie, vi hanno come vicini di casa, colleghi di lavoro, forse amici di infanzia, compagni di palestra, ecc.

Voi siete il segno che può rendere credibile l’amore, perché voi contenete la Presenza di Gesù analogamente all’Eucarestia.

Dinanzi a quel Corpo dato per Amore sulla Croce, il centurione esclamò: “veramente costui era Figlio di Dio” (Mt 27, 54). Oggi quante persone potrebbero ripetere quella frase! Adattata al loro modo di esprimersi e di pensare, ma identica nella sostanza: “veramente l’Amore esiste, Dio esiste, perché questi due, non so come, ma si amano in un modo diverso”, perché vedono due che diventano un solo corpo per amore e continuano a donarsi per amore, pur con tutte le loro limitazioni e fragilità, pur nella grande diversità di caratteri e modi di fare. Io tante volte l’ho pensato in cuor mio vedendo molti di voi: qui c’è un amore diverso, c’è qualcos’altro rispetto al volersi bene… e queste testimonianze mi hanno fatto credere che davvero l’amore esiste.

In un mondo che ha paura di amare fino a perdersi, di rinunciare per amore, di soffrire per amore… voi avete la grazia per mostrare quanto è bello donarsi per amore e così portare fuori dalle Chiese l’Eucarestia con le vostre vite.

Per tutto questo, ve lo ripeto: solo l’amore nuziale è credibile. Cari sposi, provateci ancora una volta, non tiratevi indietro per scoraggiamento o sfiducia. Fidatevi di Chi vi ha dato consapevolmente questo dono e ve lo ha dato conoscendovi dall’eternità.

ANTONIO E LUISA

Quello che scrive padre Luca è bellissimo ma è anche un’esortazione esigente e che spaventa anche un po’. Vivere l’amore nel modo proposto da don Luca non è semplice, non viene sempre spontaneo, è frutto di un impegno solenne che ci siamo presi il giorno delle nostre nozze. Frutto del nostro impegno e, non dimentichiamolo, della Grazia di Dio. Amarci senza riserve, in modo incondizionato, totale e gratuito. Amarci sponsalmente significa questo. Un modo di amare che è davvero un segno luminoso nel mondo in cui viviamo, che è sempre più incapace di gratuità e di dono. Una società che si nutre di emozioni e di sensazioni e dove c’è sempre meno posto per il sacrificio. Un mondo che ti educa a pensare da egoista e spesso da narcisista.

Gli sposi cristiani dicono altro. Dicono che la gioia più grande viene dal sapersi aprire all’altro e dal saper decentrare lo sguardo verso il bene dell’altro. Questo cambia tutto. Gli sposi capaci di perdonare, capaci di prendersi cura, capaci di mettere il bene dell’altro davanti al proprio, sono davvero qualcosa di estremamente affascinante e che attrae tanto.

Un’ultima nota personale. Fare esperienza di questo amore prima di tutto converte proprio noi sposi. L’ho già scritto altre volte. Mia moglie mi ha sorpreso proprio per la sua volontà e la sua capacità di amarmi sempre anche quando non me lo sarei meritato per il mio atteggiamento. Questo suo amore mi ha permesso di comprendere il modo in cui Dio stesso mi ama. Certo con tutti i limiti che Luisa conserva, ma con una forza incredibile che non poteva venire se non dal sacramento stesso. Lì ho davvero compreso quanto mia moglie fosse bella e io fortunato ad averla accanto. Lì è cominciato il mio vero percorso per incontrare e relazionarmi con Gesù perchè lei mi ha mostrato il volto di Gesù nel suo amore verso di me.

Amatevi senza riserve e senza condizioni e sarete strumento di conversione per gli altri e soprattutto anche per voi.

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Istituiamo il “fecondometro”

Gesù fa un miracolo che prepara la strada all’istituzione dell’Eucarestia. Lui vuole mostrare a tutti la incommensurabile generosità con cui si donerà totalmente, in corpo e anima, prima nell’Ultima Cena e poi sul Golgota. Questo il senso principale della Parola di oggi. Applicandola a voi coppie, questo passaggio non può non esprimere un rimando alla fecondità a cui Gesù vi chiama. Come è stato fecondo Gesù nel donarsi a noi, anche voi lo siete per la grazia del sacramento.

Parlerò quindi di fecondità di coppia, ma non unicamente riguardo al numero di figli. Su questo argomento già Antonio e Laura hanno scritto un bell’articolo un paio di anni fa, dal titolo “Fecondità oltre la fertilità, nella coppia e nella famiglia

Parto dalla verità che la coppia è chiamata, in forza del sacramento, ad essere feconda a 360°, in senso sia materiale che spirituale. Prima di essere chiamati a fare qualcosa, pensate che voi avete ricevuto il dono di essere icona, riflesso di Gesù che ama. Se questo vi entra in cuore, allora inizierete a generare vita, a creare relazioni vere, sincere in casa e fuori casa, diventerete un punto di riferimento, un esempio per altri, verrete osservati con curiosità e stupore da altri, vi cercheranno per un consiglio, un confronto… vi pare poca tale fecondità?

Coppie così ce ne sono e brillano nella parrocchia o in un quartiere come fari di notte e sono i puntelli su cui si radica la Chiesa. E tutto questo senza includere necessariamente i figli biologici.

Crescere nell’amore di coppia, crescere nel diventare un riflesso di Gesù che ama la sua Chiesa. Questo è l’autostrada su cui voi coppie siete chiamate (e ripeto: avete già la grazia in voi, coltivatela) a correre. La prima fecondità è comunicare l’amore di Gesù, di parteciparlo al coniuge, ai figli e a chi si sta accanto. Siatene consapevoli e allenatevi con piccoli gesti perché l’amore di Cristo sia presente in voi.

Guardate che bello quanto dice Giovanni Paolo II: “La fecondità è il frutto e il segno dell’amore coniugale, la testimonianza viva della piena donazione reciproca degli sposi «II vero culto dell’amore coniugale e tutta la struttura familiare che ne nasce senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a questo tendono, che i coniugi, con fortezza d’animo siano disposti a cooperare con l’amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia» («Gaudium et Spes», 50).

E poi anche: “La fecondità dell’amore coniugale non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris Consortio 28).

Tempo estivo, tempo di ferie, di maggior libertà e occasioni per pensare alla propria vita. Sia un momento per soffermarvi a riflettere e pregare su quanto Amore di Dio state moltiplicando in voi e attorno a voi, su quanto siete fecondi. Con i “piccoli passi possibili” su questa strada arriverete lontano.

ANTONIO E LUISA

Grazie padre Luca per queste parole che ricalcano e confermano quanto il nostro padre spirituale ci diceva sempre: se in una parrocchia ci fossero almeno 5 coppie di sposi che vivono bene il loro sacramento quella parrocchia sarebbe capace di affascinare, attrarre ed evangelizzare. Una coppia di sposi che è capace di credere e di vivere pienamente la loro vocazione è un motore potentissimo per tutta la comunità.

Ci sentiamo di aggiungere solo una raccomandazione. Non sacrificate la coppia per fare altro. Sappiamo bene che spesso le persone attive in parrocchia o nei movimenti spesso esagerano. Fanno sempre di più. Per tanti motivi: perchè sentono la responsabilità, perchè il parroco o i responsabili non sanno essere equilibrati e chiedono sempre un impegno maggiore, e anche perchè tanti trovano nel servizio alla comunità quella gratificazione che non riescono a trovare in famiglia, nella coppia.

Attenzione! Va bene offrire il nostro tempo e il nostro impegno. Per essere cosa buona e giusta, però, deve essere un’esigenza che nasce dall’amore matrimoniale. Il matrimonio deve essere sorgente per sentire e nutrire il desiderio di condividere l’amore con gli altri e non un modo per sostituire l’impegno matrimoniale con altro che ci gratifica maggiormente.

Viviamo bene il nostro matrimonio e poi doniamo l’amore fecondo che si genera nella nostra unione sponsale al mondo. Solo così sarà gradito davvero a Dio!

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Facciamo quattro chiacchiere assieme 2: il senso del sesso

Cari sposi,

spero che l’estate sia un momento di riposo per tutti voi. L’altro articolo di quindi giorni fa era intitolato: la contemplazione del sesso. Stupirsi della bellezza di ciò che abbiamo ricevuto da Dio e di come tutto quello che siamo, maschi o femmine, possiede un dono grande nella differenziazione corporea, psicologica e spirituale.

Oggi vorrei fare questa seconda breve chiacchierata in cui vorrei chiedevi: qual è il senso del sesso?

A dire il vero bisognerebbe domandarsi prima: ha un senso il sesso? Ripetiamo che per sesso intendiamo tutto ciò che distingue l’uomo e la donna nelle loro caratteristiche a tutti i livelli. Il sesso non è ridotto all’ambito genitale ma questa dimensione è una delle tante che compongono la nostra sessualità.

Ebbene, si può dire che la sessualità che è in noi abbia un senso, una direzione, un significato? E se questo è vero, allora chi ci può dare una spiegazione alle nostre domande? Proviamo a cercarla negli insegnamenti della Chiesa e nella Parola di Dio.

Una prima risposta la troviamo in questo testo: “La sessualità quindi non è qualcosa di puramente biologico, ma riguarda piuttosto il nucleo intimo della persona” (Pontificio consiglio per la famiglia, Sessualita’ Umana: Verità e significato, 3)

E qual è il nucleo intimo della persona? È la nostra immagine e somiglianza a Dio Trinità. “Facciamo l’uomo a nostra immagine… maschio e femmina lo creò” (cfr. Gen 1, 26). Ecco il nucleo intimo che è in ciascuno di noi e che è riflesso appunto nella nostra mascolinità e femminilità.

Di conseguenza anche l’aspetto genitale, ripeto, spesso confuso con quello sessuale ha tale significato, è un riflesso della bellezza della nostra origine.

Voi sposi siete chiamati a vivere la vostra vita sponsale mettendo in risalto la bellezza di essere maschi e femmine e in particolare tale bellezza può emergere nella vostra vita intima. Ci avete mai pensato che ciò fa parte della vostra missione di sposi? Mettere in luce, aiutare il vostro coniuge a diventare un grande uomo, una grande donna?

Il Cantico dei Cantici lo esprime molto chiaramente. Se da un lato in esso vediamo frequenti riferimenti a far gioire ed anche godere l’amato e l’amata, senza nascondere affatto il senso erotico, dall’altro poi questo stesso amore si eleva spiritualmente e nell’ultimo capitolo si dice: “forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina!” (Ct 8, 6). La fiamma divina è il rimando alla nostra immagine e somiglianza, anche per quanto riguarda la sfera erotica della nostra sessualità. Come direbbe Papa Benedetto qui si vede come “Quanto più ambedue (eros e agape), pur in dimensioni diverse, trovano la giusta unità nell’unica realtà dell’amore, tanto più si realizza la vera natura dell’amore in genere” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 7). L’amore che viene da Dio, ossia l’agape, la carità, si unisce all’eros umano, ed assieme rivelano la vera natura dell’amore che è dono totale di sé, di tutto sé stesso, cioè appunto di ogni dimensione sessuale umana, corpo e anima. Questo in definitiva è il vero senso del sesso.

Un bravo professore di teologia quando ci spiegava questi temi ci diceva: “ma come è possibile? Se la sessualità è fatta per unire l’uomo e la donna e portarli a Dio, come mai gli sposi ne fanno un cattivo uso e finisce per dividerli e far perdere la fede?”.

Vi invito a meditare, a “ruminare” queste verità, a non temere di parlarne tra voi a fondo. Che ciò che siete, con le vostre differenze sia un dono, non un ostacolo; che i vostri corpi, nel dono reciproco e nell’atto di amore, vi portino ad assaporare la bellezza di Dio, le sue “vampe divine”.

Padre Luca Frontali

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Venite in disparte e riposatevi (ma con i vostri figli)

Corso Emmaus: introduzione

Una volta, visitando una coppia di amici con due bambini piccoli e tanto vivaci la moglie mi disse: “non è che la Chiesa permette di andare in ferie senza figli?”

Date le circostanze estive mi pare lecito lasciarci interpellare da questo vangelo che cade a fagiolo in questo periodo e domandarci: come riposa una coppia? In particolare, penso proprio alle coppie oberate di responsabilità, tra figli, genitori anziani, lavoro, tante preoccupazioni materiali, ecc.

Eh già, come si dice dalle mie parti in Romagna, “è finita la bazza”, di quando si era giovani sposi e si poteva fare tutto come prima.

Come vivere davvero questo riposo, tra l’altro strameritato per la congiuntura storica che viviamo?

Premetto che ben venga tutto ciò che è salutare in termini di dormire bene, mangiare sano e fare sport. Ma se rimanessimo a questo livello dove finisce il nostro “sale” cristiano? Cosa aggiungeremmo di particolare a un mondo che non fa altro che parlare di wellness?

Credo che alla domanda principale ci siano due grandi risposte. La prima è che si riposa nel senso vero quando si vive tutta l’ordinarietà avendo una relazione sponsale forte. Cioè dove l’intesa ma anche il sano litigio conditi di vero dialogo, più una vita spirituale forte rendono la coppia capace di affrontare in modo positivo le sfide quotidiane senza cedere a tentazioni di frustrazione o a lesioni nel rapporto. Come dice il libro del Qoèlet: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro” (Qo 4, 9).

Inoltre, il vero riposo si ha quando si riesce a dare un senso spirituale a quello che si fa, si riesce a vedere la Presenza della mano del Signore in mezzo alle vicissitudini, seppur complicate e faticose. In questo senso si esprimeva Giovanni Paolo II: “Il riposo assume così una tipica valenza sacra: il fedele è invitato a riposare non solo come Dio ha riposato, ma a riposare nel Signore, riportando a lui tutta la creazione, nella lode, nel rendimento di grazie, nell’intimità filiale e nell’amicizia sponsale” (Giovanni Paolo II, Dies Domini 16). Nelle fatiche lodarLo, ringraziarLo, offrirGli ogni cosa, e mi colpisce che il Papa chiami questa proprio un’amicizia sponsale, sebbene il testo non faccia particolarmente riferimenti agli sposi.

Anche Papa Francesco aggiunge altri dettagli molto concreti: “La gioia matrimoniale, che si può vivere anche in mezzo al dolore, implica accettare che il matrimonio è una necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di tensioni e di riposo, di sofferenze e di liberazioni, di soddisfazioni e di ricerche, di fastidi e di piaceri, sempre nel cammino dell’amicizia, che spinge gli sposi a prendersi cura l’uno dell’altro: «prestandosi un mutuo aiuto e servizio»” (Amoris Laetitia 126).

E poi il Papa alza incredibilmente il tiro e mostra lo sfondo “mistico” di questo riposo allo stile familiare: “D’altra parte, i momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione. I coniugi danno forma con vari gesti quotidiani a questo «spazio teologale in cui si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto»” (Amoris Laetitia 318). Qui sta in definitiva il sale cristiano, quando il nostro riposo parte dal Signore e torna a Lui.

Cari sposi, davvero vi auguro un vero riposo sia domenicale ma anche vacanziero; spero che a poco a poco riusciate a raggiungere questa qualità di riposo, anzitutto del cuore, dell’anima, oltre che del corpo e della mente.

ANTONIO E LUISA

Le vacanze nascondono una grande insidia: credere che finalmente sarà diverso. Finalmente ci riposeremo. Quando si ha una famiglia, magari con figli piccoli, non è proprio così. I figli sono sempre quelli, con l’aggiunta che cambiano i ritmi, che si stravolgono le abitudini e che si va a stare in una abitazione più piccola (che sia la camera di hotel o la casa affittata). Se ci pensate bene aumenta la scomodità. La vacanza rischia di diventare una bomba dove frustrazione e malcontento esplodono. Allora si comincia a gridare, rinfacciare, litigare. Quelle che dovevano essere settimane di paradiso diventano un inferno.

Io, Antonio, sono caduto completamente in questo fraintendimento. Sapete perchè? Perchè durante i primi anni di matrimonio vivevo tutto come un impegno, come un peso. I figli erano un peso. In vacanza mi illudevo che la situazione potesse cambiare. Sono dovuto invece cambiare io. Come? Scoprendo la bellezza della vita di tutti i giorni. Piena di impegni, imprevisti e di fatica ma anche di senso. Senso che non trovavo quando vivevo solo per me stesso. Solo scoprendo la bellezza della vita di tutti i giorni a casa nel quotidiano, anche le vacanze avranno tutto un altro significato. Non saranno più una fuga da una vita pesante, ma giorni dove allentare i ritmi e godersi quella famiglia che è si faticosa ma anche il tesoro più grande che ho.

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La domanda sorge spontanea

“La domanda sorge spontanea”, direbbe il buon Antonio Lubrano leggendo il Vangelo di oggi. Quale domanda? Mi piacerebbe chiedere a ciascuno di voi e ascoltare la vostra risposta: qual è la missione specifica che avete ricevuto dal giorno preciso del vostro matrimonio?

Nella Chiesa, dopo due millenni, abbiamo raggiunto una grande chiarezza su cosa implica essere un missionario che evangelizza i popoli pagani, in cosa consista il ruolo del catechista, quali siano i compiti precisi del diacono oppure a cosa sia chiesto praticamente al sacerdote, ecc ecc.

Tuttavia, a me pare, che la medesima lucidità svanisca quando tale domanda è rivolta ai coniugi cristiani. Ripeto la domanda: qual è la missione di voi sposi nella Chiesa?

Andiamo al Vangelo. Gesù manda a due a due i suoi discepoli. Sapete bene che i numeri nella Bibbia non sono mai a casaccio, hanno sempre un valore simbolico. C’è chi ha visto in tale scelta un riferimento al matrimonio: gli sposi cristiani hanno una missione ben precisa che si staglia sullo sfondo di quella più generica di evangelizzare, di annunciare il Regno di Dio. La missione difatti si svolge nelle case e nel passaggio analogo di Luca si dice espressamente di non fermarsi per strada: la conversazione, l’incontro vero e proprio deve avvenire in casa, l’annuncio va fatto nell’intimità di un’abitazione dove si crea un rapporto più vero e confidente. Sono questi dei riferimenti sufficienti per capire che l’accostamento dei due agli sposi è lecito.

Come ben sappiamo Gesù non poteva dire tutto ai dodici, non intendeva sviscerare teologicamente ogni verità del Vangelo, a quello ci avrebbe pensato nei secoli a venire lo Spirito Santo effuso sulla Chiesa. Torniamo perciò alla domanda: quale missione hanno gli sposi in tutto ciò? Gesù ha dato l’avvio, domandiamoci ora come lo Spirito Santo intende concretizzare questo mandato?

Papa Francesco in Amoris Laetitia ci ha donato finalmente quella chiarezza necessaria affinché gli sposi abbiano una via sicura e certa su cui camminare: “Gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei, nella fedeltà e nel servizio” (Amoris Laetitia 121).

Quanto ci sarebbe da dire! Altro che articolo domenicale! Cari sposi come vorrei che contemplaste con fede, alla luce dello Spirito Santo, il significato di questa meravigliosa verità: avete ricevuto il dono, il “potere” di amarvi come Gesù ha amato la Chiesa e questo non uscendo dalla vostra realtà ordinaria ma vivendo la quotidianità. Ecco la vostra meravigliosa missione: tradurre in gesti semplici il “come Cristo ha amato la Chiesa”.

Con voi lodo il Signore per la grandezza e bellezza del regalo che vi ha fatto. Da sacerdote voglio solo spendere la mia vita per aiutarvi a esserne consapevoli e a viverla a fondo. Perciò di tutto cuore, buona missione e buon cammino.

ANTONIO E LUISA

Bellissime le provocazioni del Vangelo e di padre Luca. Vorremmo ora condividere con voi alcune righe del nostro nuovo libro che uscirà in autunno. Ci occuperemo proprio di questo tema. Ci occuperemo del nostro specifico compito, la nostra missione, la nostra profezia. Vi doniamo queste poche righe sperando vi possano essere d’aiuto.

Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati. Come possiamo essere luce del mondo? Come essere profeti dell’amore? Lo siamo proprio perché siamo come siamo. Proprio perché facciamo fatica. Perché siamo pieni di difetti, di fragilità e di ferite. Una famiglia perfetta non potrebbe essere esempio per nessuno. Non sarebbe una profezia. Troppo inarrivabile. Un’immagine distorta della realtà. Non siamo in un film. Noi siamo esseri umani con tutto ciò che ne consegue. Ciò che ci può rendere davvero luce per il mondo e sale della terra è il modo in cui viviamo la nostra relazione. Come le nostre fragilità diventano occasione di accoglienza e di perdono. Di come la fatica diventa offerta per amore. Non siamo perfetti. Per fortuna non siamo perfetti, aggiungerei. Quante coppie sono luce per altre coppie senza che loro neanche lo sappiano e credono di non essere abbastanza. (Dal libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice In uscita a ottobre 2021)

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