Gli spaghetti alla zizzania

Cari sposi, il contesto di questo capitolo è un insieme di parabole in cui si parla di semina e raccolta, di pesca, di lievito, di tesori e di perle. Sono svariate immagini, vicine alla sensibilità di quelle persone semplici e senza una grande formazione, che Gesù usa per spiegare in cosa consiste il Regno di Dio.

Oggi al centro c’è il grano e la zizzania e mi impressiona la saggezza di Gesù nell’utilizzare questo paragone per introdurci al senso profondo di come nel Regno di Dio si possa insinuare il male. Un’interpretazione classica di questo brano è di come la Chiesa deve fare i conti con le forze del maligno nella storia, da cui la pazienza per i credenti nel sopportare il male ed attendere il giudizio finale, ecc. Ma credo che ci sia anche una lettura nuziale molto interessante. Difatti, cosa è nel fondo la zizzania? La zizzania, anche detta “loglio cattivo”, è una pianta erbacea simile al frumento al punto che, nella fase ancora verdeggiante, è difficile distinguere. Esso cresce in forma spontanea e si insinua anche nei campi coltivati, confondendosi così con il grano.  Tuttavia, nuoce ai vegetali che vi crescono assieme, e soprattutto, se mai venisse colta e usata come cibo, avrebbe un effetto tossico. Quindi, niente spaghetti alla zizzania!

Ma che genio ha avuto Gesù nell’usare questa immagine! È esattamente ciò che fa il Maligno nella nostra vita. Agire in modo subdolo e surrettizio, passare inosservato per poi, una volta dentro al nostro modo di vivere, svelare tutto il suo carico malefico. Oggi si moltiplicano i tipi di famiglia, esattamente come i generi di sesso. La famiglia, immagine e somiglianza della Trinità, composta da uomo e donna, viene imitata se non scimmiottata da altri modi di convivenza. Qui il binomio frumento-zizzania ci sta tutto. Certamente non intendo invocare nessuna crociata contro qualcuno. Si tratta di chiamare le cose per nome e saper interpretare i segni dei tempi in modo evangelico per capire cosa succede e saper stare, come starebbe Gesù, nel tempo di oggi.

Ma questo appunto resterebbe del tutto sterile e farisaico se il richiamo del Vangelo odierno per voi coppie non divenisse piuttosto quello di prevenire la zizzania, esattamente come qualsiasi coltivatore, di ieri e oggi, fa per avere una raccolta abbondante di puro grano. Come? In quale modo? Abbiamo visto che il loglio è assolutamente infecondo, mangiarlo non nutre, anzi, porta gravi conseguenze. Il mondo ha un estremo bisogno di vedere che voi coppie credenti, voi frumento seminato dal Signore, siete fecondi, cioè sapete trasmettere quello per cui Lui vi ha voluti assieme, e cioè Amore Divino. La zizzania abbonderà ovunque finché due cristiani si sposeranno solo per stare bene, per installarsi nella loro comodità. O peggio, se due cristiani si uniranno per poi vivere il matrimonio seguendo l’andazzo del mondo.

I semi di grano in realtà sono i semi dell’amore alla Cristo, un amore che sa dare tutto fino a morire per l’altro. Il grano buono per voi coniugi è il vero amore tra marito e moglie, quello cioè che “implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino”. È solo in questo amore che “Cristo Signore viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio e con loro rimane” dal momento che “nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità” (Amoris Laetitia 67).

Cari sposi, sia che viviate una situazione di crisi o che abbiate il vento in poppa, siate certi di essere grano buono e di contenere un alto grado di fecondità sempre a patto che mettiate Cristo al centro della vostra vita personale e di coppia.

ANTONIO E LUISA

Il nostro cuore contiene frumento buono e zizzania. Abbiamo nel cuore entrambi. Abbiamo il male e il bene. Sarebbe ingiusto verso noi stessi, e ancor di più verso nostro marito o nostra moglie, pretendere un cuore coltivato solo con seme buono. L’importante è non permettere alla zizzania di avvelenarci. Lasciamo che il seme buono cresca e possa renderci fecondi nonostante l’imperfezione che ci costituisce e gli errori che possiamo fare.

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Estate, tempo di crescita e formazione

Cari sposi, due anni fa Papa Francesco, durante un Angelus estivo, diceva così:

Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci” (18 luglio 2021).

Ho avuto la grazia di partecipare a una vacanza formativa, organizzata dal Progetto Mistero Grande e devo dire che il Papa ha proprio ragione. Per tante coppie, paradossalmente, i figli, specie se piccoli, possono trasformarsi, senza alcuna malizia, in una sorta di ostacolo alla propria crescita umana e spirituale. Si era partiti, nella vita matrimoniale, con le migliori intenzioni ma poi, dopo qualche anno, eccoci stanchi, stressati, prosciugati nelle energie mentali e fisiche arrivando a sera senza la forza nemmeno di guardarsi in faccia e dirci: “come stai?”. Il ménage familiare può veramente “divorare” mente, anima e cuore, se non ci sono momenti di stacco e recupero.

Difatti, il vero riposo è anzitutto la pace del cuore, o come direbbe S. Agostino: “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), dove l’ordine è mettere Dio al centro e poi per una sana gerarchia di valori, tutto il resto al suo posto. Che posso dirvi di quanto ho vissuto? Che quando una coppia mette (o rimette) Gesù al centro della propria vita, e nella coppia, allora si riposa davvero, anche se si è con i figli che piangono e fanno la lagna.

Sono davvero colpito da tutte le coppie convenute, perché hanno avuto il coraggio di fare le ferie in modo alterativo, dando a Gesù facoltà di parlare e di essere ascoltato; di mettersi in gioco in un dialogo profondo in coppia, come probabilmente non si faceva da anni; di confrontarsi con altre coppie in piccoli gruppi di condivisione; di aprirsi nella direzione spirituale e confessione con i sacerdoti presenti; di farsi coinvolgere dagli insegnamenti e catechesi. La meravigliosa natura che ci circondava, la Val di Fassa, con il suo incanto e la sua freschezza, non ha che propiziato ancora di più i frutti che Gesù voleva donare a ciascuno di loro.

Vi invito di cuore, cari sposi, ad approfittare dell’estate per fare attività simili, ciascuno secondo il proprio percorso. Ho visto tanta sete di Dio, di crescere, di non conformarsi con quanto fatto finora. È l’augurio che faccio anche a voi, perché la vostra coppia continui a camminare verso la propria pienezza vocazionale.

padre Luca Frontali

Noi e la Parola fatta Carne

Cari sposi,

un mio confratello sacerdote, da seminarista, in colloquio con il padre spirituale disse: “Padre, ma a me il Signore non parla!” Senza scomporsi quest’ultimo lo guarda e gli iniziò a fare una serie di domande: “Stamattina ti sei alzato?”, “Hai fatto colazione?”, “Ti sei accorto di avere una casa?” Ed altre domande simili, per poi concludere: “Il Signore ti ha già detto diverse cose tramite la realtà, forse sei tu che non ascolti bene”.

Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma poco nei confronti del Signore. In questa Parola odierna, Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui. Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono all’oscuro della Parola di Gesù, che non sanno, come quel seminarista, quanto Gesù stia tentando di connettersi con loro. Gesù è un innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo. Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, di modo che il rapporto con lo Sposo è epidermico e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse tra i “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi (si seccherebbero con il sole) ma solo sulla buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (siano il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il terreno buono non è questione di fortuna. Sant’Agostino diceva che i cristiani che sono terreno buono sono quelli che sono consapevoli di essere stati strada, sassi e rovi. Solo affrontando le proprie fragilità e i propri peccati si può diventare terreno buono. Una terra che in partenza non ha nulla più delle altre, ma che è stata preparata bene, che non è impermeabile. È una terra dove, con tanta fatica, sono stati tolti sassi e spine. Una terra quindi feconda. Dove non resta che dare il nostro poco e lasciare spazio a Lui, il seminatore che trasformerà il terreno del nostro matrimonio in un giardino meraviglioso.

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Soggiogati da Cristo

Cari sposi,

            oggi Gesù ci mette davanti un oggetto oramai relegato a vecchie case di campagna o ai musei della civiltà contadina. Il giogo, strumento fondamentale per realizzare l’aratura dei campi, oggi totalmente rimpiazzato da trattori e aratri. Perché mai Gesù parla di “giogo”? Come ci insegna San Paolo, esso era il simbolo di tutta la legge ebraica a cui ogni fedele era chiamato ad osservare. Se noi ci lamentiamo dei 10 comandamenti, figurarsi gli ebrei con i 613 mitzvòt da mettere in pratica! È chiaramente quasi impossibile ma appunto questo era il piano di Dio, cioè, mettere in evidenza la nostra debolezza, non per umiliare ma per condurci a riconoscere la nostra fragilità.

Fin qui, in due parole, il senso originale del simbolo del giogo. Eppure, esso ha un potentissimo valore nuziale e, preso nel contesto del cap. 10 e 11 di Matteo, offre una connotazione stupenda per voi sposi. Poco prima Gesù ha appena detto che la rivelazione del Mistero di Dio, cioè della relazione tra Padre e Figlio nello Spirito non è una conquista personale ma un dono gratuito e libero di Dio stesso. Non è il solo sforzo umano che può farci entrare in Dio ma è Lui che ce lo concede perché è infinitamente buono e misericordioso. Chi è che ha la chiave per accedere alle intimità della Trinità se non voi sposi, che Ne siete l’immagine? Voi che avete il dono di riflettere le caratteristiche dell’unità e distinzione di Dio, con la vostra unione tra uomo e donna?

Questo non avviene ipso facto per essere credenti o per essersi sposati in chiesa e quindi formar parte dei “bravi” ma bisogna prima divenire poveri in spirito. Chi sono le persone per cui Gesù oggi gioisce e si rallegra di avere attorno a sé? Sono gli afflitti, gli stanchi, gli sfiniti, quelli che stanno toccando il fondo ed accettano di essere aiutati, coloro che hanno compreso di non bastarsi più e quindi di dover essere sollevati da un Altro. Quando vi trovate in queste circostanze esistenziali, non è una maledizione perché nel fondo siete nelle condizioni migliori per entrare in relazione con Dio!

Ecco allora che il “giogo” si comprende qui come una magnifica chiave ermeneutica del matrimonio. Il “coniugio” o matrimonio, infatti, è il portare assieme il giogo, “cum-iugum”. Subito si può pensare che voi facciate le veci dei buoi, tuttavia, il paio è formato anzitutto da Cristo Sposo e poi ci siete voi coppia come Sua Sposa. Vediamo, perciò, uno che ha capito bene di essere, con la propria moglie, unito sacramentalmente a Cristo nel matrimonio. Si tratta di Tertulliano, uno dei teologi dei primi secoli: “Come sarò capace di esporre la felicità di quel matrimonio che la Chiesa unisce, l’offerta eucaristica conferma, la benedizione suggella, gli angeli annunciano e il Padre ratifica?… Quale giogo quello di due fedeli uniti in un’unica speranza, in un’unica osservanza, in un’unica servitù! Sono tutt’e due fratelli e tutt’e due servono insieme; non vi è nessuna divisione quanto allo spirito e quanto alla carne. Anzi sono veramente due in una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo spirito»” (Tertulliano «Ad uxorem», II; VIII, 6-8: CCL I, 393).

Così, voi coppia formate una sola carne per poi divenire uniti a Cristo nel matrimonio. Ogni volta che percepite la fatica di stare assieme e tirare avanti la baracca della coppia e della famiglia, pensate questo: Lui sta spingendo molto più di voi, sudando e soffrendo con voi ogni giorno, e la cosa bella è che non vi mollerà mai.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare la bella riflessione di Padre Luca con una testimonianza personale. Io credo che i piccoli citati dal Vangelo non siano gli stupidi o gli ignoranti. Sono le persone che non pretendono di poter comprendere tutto per fidarsi ed avere fede. I piccoli sono quelli che scorgono una bellezza e si abbandonano ad essa. Per noi è stato così. Io non avevo capito tante cose che la Chiesa mi stava chiedendo. Non capivo la castità, non capivo l’indissolubilità, non capivo tante altre cose, ma Luisa ed io ci siamo fidati ed affidati e abbiamo fatto esperienza della bellezza e in quell’esperienza abbiamo finalmente capito come Gesù non ci chiede fatiche inutili ma ci chiede ciò che serve per vivere un amore pieno ed autentico.

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Famiglia diventa ciò che sei, con l’Eucarestia

Cari sposi,

            ritorno su un tema che Ettore ha già trattato qualche giorno fa. Entrambi, infatti, abbiamo partecipato al XII convegno pastorale teologico che il Progetto Mistero Grande organizza annualmente. Vorrei restituire un po’ i doni e le grazie che ho ricevuto in quei giorni e che sto ancora assimilando e meditando nel mio cuore. Fondamentalmente ho percepito la Presenza di Gesù in mezzo a noi, in forza certamente dell’Eucarestia che abbiamo messo al centro, ma anche grazie a voi sposi che siete il prolungamento del Suo essere nel mondo, voi che “rendete manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore” (Gaudium et Spes 48).

Attività come questa non sono per pochi eletti, per chi viene raccomandato dal proprio vescovo o possiede un titolo in teologia. Sono felice di avere convissuto con sposi molto semplici, gente comune, che però non si accontenta e vuole crescere nella fede come coniugi. Ho proprio visto, durante quei giorni, lievitare la grazia del matrimonio. Che bisogna fare per crescere e andare oltre il tran tran di ogni giorno?

Anzitutto bisogna conoscere la grazia che Gesù vi ha donato. Non mi vergogno di dirvi che da quando sono in questo percorso con le coppie, ho imparato cose che i libri di teologia non mi avevano dato. Così, sono state dette cose meravigliose sul rapporto tra matrimonio ed Eucarestia, a partire dalla Scrittura, dalla storia della Chiesa, dalle catechesi di Giovanni Paolo II… il matrimonio è una miniera di perle preziose che svelano la grandezza di Dio Trinità! Come vorrei che possiate non dico bere ma tracannare l’acqua di questa sorgente perenne!

Ma noi non siamo credenti razionalisti, che pensano che la fede consista in tante belle nozioni apprese. La verità che Gesù ha svelato sul matrimonio va poi contemplata in ginocchio. Ecco allora che l’Eucarestia diventa lo specchio dinanzi al quale gli sposi vedono il loro vero volto. Se marito e moglie si fissano su quello che non va in loro, stanno solo cominciando la lunga e lenta discesa verso la morte della coppia. È piuttosto Gesù che nell’Eucarestia rivela l’altissima vocazione degli sposi di essere un corpo vivo, donato per amore. Quindi, quanto è importante contemplare e lasciarsi stupire dal dono di queste verità che non ce le siamo date noi ma che discendono dal Cielo. Che meraviglia è stata poter vivere due adorazioni con un taglio nuziale e percepire quanto Gesù desideri “uscire” da quell’Ostia per continuare ad incarnarsi ancora oggi in ciascuno di voi!

E infine tutto ciò va vissuto e condiviso. Non si può essere coppia in solitario, non si vive il matrimonio per sé stessi, rinchiusi al calduccio della propria casa ma è stato bellissimo vedere gli sposi assieme che condividono ciò che sono, la propria fede, la propria vita, le attese, speranze, difficoltà. Ci vogliono momenti così, in cui ci si rende conto di essere tutti un unico Popolo in cammino, a prescindere da appartenenze ecclesiali, gruppi, carismi… Quanto è necessario che gli sposi si uniscano tra loro in forza del sacramento ricevuto, prima ancora di altre “suddivisioni” e questo si è colto molto bene ad Assisi. Non mi resta che augurarvi di continuare anche voi, nella vostra ferialità, a crescere nella conoscenza della Grande Bellezza che vi è stata data, nel contemplarla per stupirvi del Dono e infine nel condividerla con altre coppie, formando un corpo unito.

padre Luca Frontali

Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto

Cari sposi,

chi di voi non ha mai scherzato con uno dei vostri figli con la domanda: “vuoi più bene a papà o mamma?”. Ci sono dei simpatici reels su Instagram con risposte esilaranti… ma di per sé è una domanda mal posta. Pare però che oggi Gesù ci stia mettendo un po’ nella stessa situazione e non sta scherzando affatto.

Difatti, nella logica del Regno “si dà un superamento dei legami familiari nell’amore per il Messia. Il verbo usato per amare (il padre o la madre, il figlio o la figlia) è quello che designa l’amore naturale (philéo), non quello teologale (agapáo). L’amore paterno, fraterno, filiale, dev’essere trasceso dalla dilezione divina che si è manifestata nel Messia” (Alberto Mello, Evangelo secondo Matteo). A ben vedere Gesù non sta mettendoci con le spalle al muro. Se pensiamo a quello che per noi hanno detto i nostri genitori, padrini/madrine nel Battesimo, troviamo solo conferme.

Dio onnipotente, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, ti ha liberato dal peccato e ti ha fatto rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, unendoti al suo popolo; egli stesso ti consacra non il crisma di salvezza, perché inserito in Cristo, sacerdote, re e profeta, tu sia sempre membro del suo corpo per la vita eterna” … “N. sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo”.

Siamo di Cristo, Gli apparteniamo, ne siamo diventati consanguinei… è chiaro che Lui si aspetti ora molto, moltissimo da noi. Qui però non si tratta di fare freddo calcolo di gerarchie e priorità nei rapporti ma di permanere in una relazione vitale ed esistenziale. Cosa c’è in gioco infatti? La priorità da donare a Cristo è necessaria se vogliamo amare davvero i nostri cari. L’amore di Cristo è infatti partecipativo, cioè, coltivando una profonda relazione con Lui ricevo il dono di divenire un vero strumento di amore per chi mi sta vicino, il suo è un Amore performante che lentamente mi trasforma in Lui. Come diceva Santa Teresina di Gesù: “Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me” (Storia di un’anima).

Per questo nel nostro cuore, nelle sue profondità recondite, deve esserci una sincera dimensione filiale-sponsale nei confronti di Cristo, prima di ogni altra relazione. È quanto ha fatto Abramo, lasciando la sua amata terra di origine e seguendo una chiamata da Dio verso qualcosa di sconosciuto. Il risultato è stata un’enorme fecondità umana e spirituale. Per voi sposi, ogni volta che “lasciate dietro la vostra terra” per andare incontro a Cristo, ogni qual volta vi sacrificate per amore a Cristo, vi si prospetta una ricompensa simile, nel senso di un amore dilatato e amplificato. Solo così il legame con Lui può precedere e fondare ogni altro legame. Ecco allora Papa Francesco ci ricorda che: “Lo stesso con Gesù: quando l’amore [per i familiari] è più grande di [quello per] Lui non va bene. Tutti potremmo portare tanti esempi al riguardo. Senza parlare di quelle situazioni in cui gli affetti familiari si mischiano con scelte contrapposte al Vangelo. Quando invece l’amore verso i genitori e i figli è animato e purificato dall’amore del Signore, allora diventa pienamente fecondo e produce frutti di bene nella famiglia stessa e molto al di là di essa” (Angelus, 28 giugno 2020).

Cari sposi, che anche voi possiate dire a Cristo ogni giorno “Signore Dio, nella semplicità del mio cuore lietamente Ti ho dato tutto” affinché Lui vi ricompensi abbondantemente nella vostra relazione e nella vostra famiglia.

ANTONIO E LUISA

Io avevo una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta, ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale, fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia, mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio Dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicità su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti? Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo, non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza sono riposti in una persona. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? È una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo, le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perché nessun essere umano può farlo. Vieni da me.

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Mi fido di voi, potete farcela

Cari sposi,

            ci troviamo oggi alla fine del cosiddetto “discorso missionario” che occupa il cap. 10 del Vangelo di Matteo. Difatti, in queste righe l’evangelista mostra Gesù che da un lato predica il regno di Dio e poi lo manifesta con i miracoli. Tutto bello sotto applausi scroscianti ma alla fine della fiera Gesù passa il testimone ai Dodici per continuare la sua opera, per annunciare il Vangelo, per compiere le opere della salvezza di Dio. E così ha inizio la missione della Chiesa, la nostra missione.

Quale senso di timore e smarrimento avrà colto gli apostoli! Da quel momento in poi avrebbero dovuto loro mettersi in prima linea e non più attaccati alla “gonna” del Maestro. Proprio per questo, il senso ultimo del brano odierno è limpido, quasi come un ritornello: “Non temete”. Sembra fare apposta il Signore a voler costituire la sua Chiesa sulle nostre povertà umane e spirituali, sulla provvisorietà, sul non attaccamento a dei beni materiali purché viva di pura fiducia in Lui. Se ci pensate, all’origine di tutte le nostre paure vi è un misero attaccamento alle nostre esigue sicurezze umane, invece di ergersi sulla Roccia della fede in Cristo.

Comunque, umanamente parlando, i Dodici non l’hanno avuta facile affatto. Nel vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù hanno incontrato diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto. In queste situazioni la tentazione è tacere la speranza che portiamo nel cuore, restare silenti e nascondere la propria identità, magari fino a fuggire. D’altronde, i nostri veri nemici non stanno tanto fuori di noi ma appunto vengono da dentro, è la nostra poca fede, è quella sottile idolatria a cose materiali (lavoro, stipendio, salute…) o anche immateriali (cosa pensano gli altri di me…). Dobbiamo aver paura, invece, di perdere il senso della nostra vita, dobbiamo aver paura di perdere l’anima, che è la vita, l’anima è proprio la vita. E la nostra vita è lo Spirito Santo, è la vita dei figli di Dio, che fa amare i fratelli, questa è la vita da non perdere comunque.

A questo punto, se mai ci vedessimo un po’ persi, rincuora tanto leggere le parole di Gesù quando usa due verbi – «sarà rivelato» e «sarà conosciuto» – i quali, essendo due passivi teologici, significano che è Dio in persona a farsi garante che il Vangelo sia affermato e predicato. Per cui niente e nessuno potrà impedirne la diffusione, sebbene il Signore conti certamente su di noi.

Così, carissimi sposi, la prima paura da perdere è di essere testimone verso il coniuge e verso i figli perché sono i primi ambiti vitali. Ci possono essere tanti ostacoli come la diversità di percorsi di vita, la provenienza distinta in materia di fede, il senso di smarrimento che oggi più che mai un genitore sperimenta verso i figli. Ma anche qui Gesù vi dice: non temete! Io sono con voi. Lui ben conosce il timore di non venire capito e accettato, o magari un senso di colpa per non sentirsi all’altezza di testimoniarLo per sbagli ed errori del passato. Eppure, a Gesù importa l’adesso, l’oggi, il cosa farete d’ora in poi per Lui e quindi ben vale la pena ogni giorno ricominciare ad essere una piccola Chiesa domestica in cui cercate di mettere Gesù è al centro delle vostre vite. Sì, perché in fin dei conti, per tutte le volte che Gesù ci dice: “non temere e non abbiate paura”, in realtà sta affermando: “mi fido di voi, provateci ancora, io vi sto accanto”.

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è sacramento per la missione. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Benedetto XVI lo ha ribadito in diverse circostanze. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Padre Bardelli quando ci seguiva da fidanzati e poi da sposi ci ammoniva sempre su un punto: non andate in giro ad evangelizzare se non avete almeno un’esperienza di dieci anni di matrimonio. E’ inutile blaterare di qualcosa che non conoscete. Aveva ragione. Noi sposi non siamo dei predicatori. Almeno non tutti e non deve comunque essere la prima attività del nostro impegno nella Chiesa. Noi siamo prima di tutto sposi. E’ importante prendere coscienza di questo. Non dobbiamo fare, dire, presentare, ma dobbiamo essere. Essere sempre di più quella comunione di amore e di vita 

La Sinodalità si impara in famiglia

Cari sposi,

            lo scorso martedì 20 giugno è uscito l’attesissimo l’Instrumentum Laboris, o documento base per affrontare la questione centrale che si è prefissata il Sinodo che si terrà in due sessioni, una a ottobre 2023 e l’altra esattamente l’anno successivo nello stesso mese. Ho seguito la conferenza stampa dei prelati, delle religiose/i e laici che guideranno i lavori e poi ho letto sia il testo come anche il documento che l’ha ispirato, ossia quanto ha pubblicato la Commissione teologica internazionale (CTI) nel 2018 con il titolo: “La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa”.

Non sono qui a complicarvi la vita con dei paroloni teologici ma tutto il contrario, vorrei anzi fare chiarezza e rendervi comprensibile quello di cui stiamo parlando. Anzitutto è bello vedere che il Sinodo cerca solo e unicamente la comunione con Cristo nella Chiesa, da cui il titolo che ne svela il senso profondo: “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”, cioè solo dalla comunione in Cristo può nascere la missione di predicarLo al mondo. È quindi interessante notare quante volte ricorre la parla “Comunione” nei due testi e nel documento della Commissione teologica ben 126 volte e nell’Instrumentum Laboris 13.

Leggiamo agli inizi del documento della CTI questo bell’esordio per spiegare come nasce la comunione: “L’Antico Testamento attesta che Dio ha creato l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine e somiglianza come un essere sociale chiamato a collaborare con Lui camminando nel segno della comunione, custodendo l’universo e orientandolo alla sua meta (Gen 1,26-28)” (n° 12). E poi ancora: “Dio realizza l’alleanza nuova che ha promesso in Gesù di Nazaret, il Messia e Signore, il quale rivela con il suo kérygma, la sua vita e la sua persona che Dio è comunione di amore che con la sua grazia e misericordia vuole abbracciare nell’unità l’umanità intera” (n° 15).

Non lo dice mai chiaramente in entrambi i testi ma Amoris Laetitia è lapalissiana circa il modo con cui si inizia a “esportare” in terra la Comunione che sgorga da Dio, infatti: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (n° 11). È poi da qui, dalla coppia-famiglia, che si irradia la comunione attorno a sé: “La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana»” (Amoris Laetitia 87).

È questo il senso ultimo dell’espressione che Francesco usa sempre in Amoris Laetitia, “la Chiesa famiglia di famiglie”. Parafrasando l’espressione, vale a dire che è in famiglia, grazie all’esempio, seppur imperfetto, dei genitori che tutti, coniugi e figli, imparano il linguaggio dell’amore e dalla famiglia si può contagiare il mondo circostante. Per cui, cari sposi, sappiate che la Chiesa, nel fondo, conta su di voi, sul vostro dono di essere strumenti di comunione, per imparare a camminare assieme (appunto sinodo) verso Cristo.

padre Luca Frontali

Grazie per averci chiamati alla missione!

Cari sposi,

            quando è stata l’ultima volta che avete provato una forte empatia per una situazione accaduta ai vostri figli? Penso a un esame difficile, oppure un problema lavorativo o magari una malattia. Da buoni genitori il loro dolore e sofferenza sono divenuti vostri, di sicuro amplificati dal desiderio di alleviarli o toglierli! Qualcosa di molto simile successe a Gesù. Egli, come al solito, si sta spostando di villaggio in villaggio nella sua Galilea. Ci troviamo alla fine della narrazione che Matteo dedica ai miracoli e quindi la fama del Maestro è davvero alle stelle. Di conseguenza tutti volevano vederLo e toccarLo. È in questo contesto che avviene la scena odierna; ad un certo punto Gesù si trova davanti migliaia di persone pronte ad ascoltarlo e lì è accaduto quanto abbiamo letto or ora. Vorrei fare due semplici sottolineature al riguardo.

La prima. Gesù dimostra di avere un cuore profondamente capace di connettere con i veri bisogni delle persone, possiede il talento di immergersi con tutto sé stesso alle situazioni altrui. Già questo è degno di nota e per noi stimolo a chiederGli spesso un cuore simile al Suo. Ma cosa sta provando esattamente Gesù? Non è meraviglia per la folla di fans, nemmeno un atteggiamento superficiale – tipo “poverini!” – per le difficoltà di essere in quel posto in così tanti. Il verbo che usa Matteo è “esplanchnìsthe”, cioè, “ne ebbe profonda compassione”. Molto interessante rilevare come sia lo stesso verbo usato nella Parabola del Figlio Prodigo per indicare la reazione del padre quando intravede di lontano il ritorno del figlio pentito. Ma c’è di più: questo verbo fa proprio riferimento al sostantivo “σπλάγχνα” ossia le “viscere” che a sua volta traduce l’ebraico רחמים “rahamim”, ossia il grembo materno. Questo per mostrare come Dio è, a un tempo, Padre e Madre, è la fonte ultima dell’autentica paternità e maternità.

Prima di agire davanti a questo urgente bisogno di guide e pastori, Gesù prova nel suo cuore un sincero senso di com-passione, cioè si fa carico dei loro problemi e necessità, entrando nel più profondo del loro vissuto. Ecco qui il punto cari sposi: davanti a un mondo pieno di difficoltà, specie per i vostri figli; al constatare quanto soffrano giovani, coppie, famiglie, come vi ponete voi? Cosa provate nel cuore? Qual è il vostro atteggiamento più intimo? State provando in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù? (cfr. Fil 2, 5). Quel Gesù che abita in voi per il sacramento, Colui che ha trasformato, trasfigurato, il vostro amore nuziale, vorrebbe in voi e con voi ancora oggi provare quegli stessi sentimenti per le “folle stanche e sfinite”.

In secondo luogo, vediamo la conseguenza di quella commozione profonda di Gesù. Sembra quasi che si sia chiesto tra sé e sé: “Cosa posso fare per loro?”. Ecco allora che Lui si “moltiplica” e chiamando uno per uno gli apostoli, quasi fa sì che il Suo amore divenga il loro. Anche voi nel matrimonio vi siete chiamati per nome, cioè, avete risposto a un appello del Signore a seguirLo in questa passione di amore infinito. Sì, in effetti, il matrimonio è una vocazione all’amore e per questo anche all’apostolato. È un grande dono quello che Gesù vi ha fatto, segno della fiducia che Lui ripone in voi. Possiate cari sposi oggi sentirvi sempre più coinvolti con Gesù nel suo desiderio ardente di raggiungere tutti e già lo sapete che, con la grazia del matrimonio, Lui conta pienamente su di voi.

ANTONIO E LUISA

Sapete una cosa? La nostra missione non consiste nel fare qualcosa. Non consiste nel predicare, neppure nel fare opere di misericordia e di volontariato. Sì sono tutte cose buone ma che devono essere una conseguenza della nostra missione primaria. Gesù ci ha chiamato e ci ha inviato per essere ciò che siamo. Siamo sposi cioè una comunione d’amore. Più sapremo diventare questa comunione, con tutte le nostre fragilità umane ma con la forza dello Spirito Santo, e più mostreremo al mondo chi è Dio e come Dio ama. Questa è la nostra missione: diventare ciò che siamo!

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Caro Cardo salutis

Cari sposi, così Quinto Settimio Fiorente meglio conosciuto come Tertulliano affermava: “Caro salutis est cardo”, cioè, “la carne è il cardine della salvezza” (De carnis resurrectione, 8,3: PL 2,806).

La salvezza, cioè la vita beata, la vita eterna in Dio è passata dall’Incarnazione del Verbo, dall’offerta di Gesù sulla Croce e con la Risurrezione. Conseguenza di tutto ciò è il dono dei sacramenti che ci uniscono alla vita stessa di Gesù. Se ci fate caso, i sacramenti sono sempre legati al corpo, a un contatto fisico (l’acqua nel Battesimo, il Crisma nella Confermazione, l’Eucarestia…). A prima vista, pensare che la vostra carne sponsale possa portare salvezza può destare meraviglia, eppure è proprio così. E quale salvezza allora portate voi sposi?

La risposta ce la dà un grande sacerdote, un mistico della spiritualità nuziale, p. Enrico Mauri (1883-1967). In una lettera scritta ad una sua figlia spirituale, coniugata, proprio nel giorno del Corpus Domini scrisse così:

Il «Corpus Domini» è la festa del «Corpo del Signore», di quel Corpo che tutto se stesso ha donato alla sua mistica Sposa, la Chiesa vergine, castissima, impolluta, segregata dal peccato; di quel Corpo che, se a tutti i cristiani dona per l’amore che, a loro porta, alle sue mistiche spose dona per impulso di amore nuziale, come alla sua Chiesa. […] L’amplesso nuziale fa concorporei e consanguinei con l’uomo, con il cristiano, con l’immagine di Cristo Sposo, a seconda del piano in cui è visto l’amplesso. L’amplesso eucaristico fa concorporei e consanguinei di Cristo chi di Cristo si nutre, nel suo particolare rapporto con Lui che, se nuziale, è in luce nuziale. L’analogia che si vorrebbe rilevare è la seguente: non solo l’amplesso nuziale adombra, attraverso l’immagine, l’amplesso con Cristo e consuma il contratto sacramentale, ma è figura dell’amplesso eucaristico in quanto la concorporeità e la consanguineità che attua fa pensare alla concorporeità e consanguineità che opera l’amplesso eucaristico nel cristiano che, se è legato a Lui da vincoli nuziali misticamente stabiliti, diventa amplesso nuziale che consuma il suo patto di amore. Così dall’amplesso eucaristico si scende a santificare l’amplesso nuziale sacramentale, e da questo si sale a coronarlo nell’amplesso eucaristico” (P. Mauri, lettera a CE 050-1960).

Dall’incontro fisico con l’Eucarestia, con il Corpo Risorto di Cristo, al contatto intimo coniugale vi è un mare di grazie che si riversano su voi sposi. Dice su questo punto P. Raimondo Bardelli: “L’esercizio dell’intimità fisica degli sposi, riattualizzando il sacramento nuziale, aumenta in essi la comunione instaurata dalla consacrazione dello Spirito Santo, che li ha costituiti sacramento della nuova Alleanza, cioè favorisce negli sposi la crescita della vita divina (grazia santificante), il progresso nella virtù della castità, determinando una più intensa presenza dello Spirito Santo, “nuova effusione”, che li unisce più profondamente a Cristo” (R. Bardelli, L’amore sponsale, vita vera di Dio e degli uomini, Elledici, Torino 2005, p. 153).

Tutte queste grazie, tra cui anche una rinnovata fedeltà, la gioia profonda, un benessere psicofisico, la sana autostima… sono a loro volta pronte ad essere ridonate a chi vi sta intorno. Gesù non vuole donare solo a voi questi tesori ma tramite voi moltiplicarli ancora nelle persone con cui entrerete in contatto. Quindi, dalla Carne di Cristo alla carne nuziale il passaggio è breve e Gesù vuole che poi il frutto si espanda e che voi siate diffusori di questo Amore Grande.

Cari sposi, il Signore non vi chiede omelie o lezioni magistrali, ma vi concede il dono di essere presenza viva di Lui. I pulpiti da cui si predica e si predicherà sempre più il Suo Amore sono certamente gli Altari eucaristici ma anche i talami nuziali dai quali può sgorgare quell’acqua viva che il mondo, assetato e riarso, ha sempre più bisogno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza uno dei punti a cui noi teniamo particolarmente. Amplesso ed Eucarestia hanno molto in comune. Per questo noi sposi abbiamo nella nostra intimità un’esperienza unica per comprendere l’Eucarestia. Nel dono totale vicendevole che ci fa una sola carne, possiamo capire qualcosa del dono totale di Cristo nel pane e nel vino che si fa uno con noi. Non è meraviglioso? Per questo è importante vivere l’intimità nel suo significato autentico di comunione.

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Rinnovare spesso la grazia nuziale

Cari sposi,

            una settimana fa mi trovavo sull’Altopiano di Asiago in compagnia di tante coppie, venute un po’ da diverse parti d’Italia, per vivere assieme il ritiro “Come sigillo sul cuore” organizzato dall’associazione Intercomunione delle famiglie.

Condivido qui con voi alcune mie esperienze e riflessioni perché è stata proprio una grande grazia a cui sto tornando spesso nella preghiera e con il pensiero in questi giorni. Ringrazio tutta l’equipe di coppie, in primis Antonio e Luisa, per aver circondato tutti i partecipanti, me compreso, di un clima di accoglienza e di famiglia. Devo proprio dire che i frutti sono stati tanti e mettendo un po’ in ordine le idee, sono convinto che:

  1. Nelle coppie cristiane c’è un grande bisogno di concentrarsi, meditare e formarsi sul rapporto tra sacramento e sessualità. Pare che sia qualcosa di scontato e spontaneo, a maggior ragione in un mondo così ricco di stimoli espliciti in materia. Ma l’esperienza dimostra l’esatto contrario e questi incontri, seppur concentrati in due giorni, hanno aperto orizzonti di luce per chi vuole vivere l’amore nella verità che ci insegna Cristo.
  2. Sia meraviglioso constatare i progressi e in passi in avanti di chi accetta di mettersi in gioco. È pur vero che non è facile fare chilometri, spostarsi con tutta la famiglia per partecipare a un’attività in cui fondamentalmente non conosci gli altri partecipanti, è accettare una scatola chiusa. Questo atto di fede è stato ricompensato da grazie e per alcuni da veri e propri nodi che si sono sciolti grazie all’azione dello Spirito Santo.
  3. Si fa l’esperienza della gioia. È impagabile per me come sacerdote vedere che Gesù ricompensa con la gioia chi si dona a Lui. La gioia è uno dei frutti dello Spirito (cfr. Gal 5, 22) e quando essa è presente vuol dire che il Signore sta agendo.
  4. Potrei continuare ma finisco semplicemente con una nota personale che spero aiuti voi coppie ad avere la conferma della fecondità di quanto siete, prima ancora di misurare la quantità di cose belle e lodevoli che sicuramente tutti vorreste compiere. Io mi sento amato dal Signore quando mi incontro con una coppia che cammina e lotta per essere fedele. Tocco con mano che lì c’è una Presenza che va oltre i tratti umani, supera anche i limiti, e mi dice che Lui sta amando me in loro. Questo per farvi capire che, analogamente alla famosa predica senza parole di san Francesco, con il suo solo camminare, per le strade di Assisi, anche voi sposi avete il dono di irradiare la Presenza di Cristo quando vi sforzate di camminare come coppia.

Un grande GRAZIE al Signore che ha permesso tutto questo e a tutti voi il rinnovato invito a lasciarvi coinvolgere da Gesù per crescere nel suo amore.

padre Luca Frontali

Di seguito la locandina del prossimo weekend

Dio ha tanto amato il mondo da darci una coppia come prova

Cari sposi,

            dopo il tempo di Pasqua, la Chiesa ci pone dinanzi alcune importanti solennità. Abbiamo celebrato il mistero dell’Incarnazione del Figlio nell’Avvento e nel Natale, la sua Redenzione nella Quaresima e Pasqua e l’invio dello Spirito Santo. Ora la Chiesa vuole ricordarci che comunque tutta la storia della Salvezza è opera della Trinità, della perfetta comunione delle Persone divine.

Dire Trinità è esprimere il Mistero più alto che esista e quello che la mente umana mai potrà comprendere. Un eminente professore dell’Università Gregoriana affermava furbesco che non si può parlare di Trinità per oltre dieci minuti senza incorrere in qualche eresia…Forse l’approccio a questa solennità per voi è poco allettante, magari frutto di omelie-mattone o discorsi incomprensibili da parte di noi sacerdoti. Eppure, la presente festa è quanto mai vostra, è assai intrisa di sapore nuziale. Papa Francesco ha osato esprimersi così sul matrimonio e Trinità in Amoris Laetitia:

La Scrittura e la Tradizione ci aprono l’accesso a una conoscenza della Trinità che si rivela con tratti familiari. La famiglia è immagine di Dio, che è comunione di persone. Nel battesimo, la voce del Padre designa Gesù come suo Figlio amato, e in questo amore ci è dato di riconoscere lo Spirito Santo. Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé e ha redento l’uomo dal peccato, non solo ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale, ma ha anche elevato il matrimonio a segno sacramentale del suo amore per la Chiesa. Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita la «immagine e somiglianza» della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia dello Spirito Santo, per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio” (Amoris Laetitia, 71).

Il matrimonio, il vostro matrimonio, non quello astratto, ha il potere di “restituire”, cioè ripristinare, restaurare il vero volto Trinitario dell’Amore. La grande filosofa ebrea, nonché suora carmelitana, Edith Stein a tale riguardo ha detto: “La vita intima di Dio è l’amore eterno, reciproco, interamente libero delle Persone divine e la vita intima dell’uomo è modellata sulla sua” (Edith Stein, suor Teresa Benedetta della Croce). L’amore che sussiste nella vostra relazione è opera della Trinità e con la grazia del Sacramento del matrimonio può divenire riflesso trinitario. Può, cioè, significa che il seme è dentro di voi e solo con la vostra collaborazione attiva può germinare.

Il Vangelo di oggi, preso dal colloquio notturno di Gesù con Nicodemo, ci dice che l’amore di Dio Padre si è manifestato nel donarci Gesù, in questo atto di totale consegna di sé per amore. Ecco allora che, analogamente, l’amore di Dio brilla e si manifesta ogni volta che voi vi donate reciprocamente e sinceramente, in gesti, parole, pensieri, sguardi… È questa la vostra vocazione, essere stabilmente un atto di amore vicendevole che ha il potere e la capacità di irradiarsi nel mondo e divenire fonte di fede in chi lo percepisce.

I pulpiti da cui si predica l’amore di Dio oggi non sono tanto nelle chiese di pietra, per quanto belle e ricche di storia esse siano. I pulpiti da cui si emana l’amore di Dio siete voi, piccole Chiese domestiche, in cui l’amore trinitario prende corpo e forma. Non sentitevi schiacciati da una tale vocazione, piuttosto sappiate guardare a Cristo e mantenervi in relazione con Lui, lo Spirito Santo farà il resto.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena condiviso padre Luca sembra un compito impossibile, troppo difficile. Invece io lo ritengo una Grazia enorme. Quando incontrai Luisa ero un giovane disilluso, pieno di dubbi e incertezze. Non sapevo quale fosse il mio posto nel mondo. Mi chiedevo se la vita fosse solo quella. Una vita senza lussi, ma non mi mancava nulla di materiale. Vivere per lavorare, per uscire con gli amici, per andare a trovare la mia famiglia e aspettando le vacanze in estate. Poteva essere tutto lì? Con Luisa ho iniziato una relazione meravigliosa. Con tutte le fatiche e anche i momenti difficili, ma ho scoperto come è bello vivere per donarsi completamente ad una persona e ad una missione. E’ stato bellissimo rendere fecondo quel progetto insieme e grazie allo Spirito Santo che abita il nostro matrimonio, come quello di tutte le coppie di sposi cristiani, riuscire ad andare oltre quelli che pensavo fossero i miei limiti.

Quindi noi abbiamo una missione difficile, ognuno ha propria unica missione, ma in quella missione che è sempre caratterizzata dal dono totale, dal dare la vita, possiamo ritrovarla e trovare un senso che prima non c’era. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Lo Spirito Santo fa la differenza

Cari sposi,

            oggi celebriamo la terza solennità, per importanza, dell’anno liturgico, la Pentecoste, il Cinquantesimo giorno dalla Pasqua in cui lo Spirito Santo entra pienamente in azione e diventa protagonista della storia della salvezza fino ai giorni nostri.

Non posso fare a meno di stagliare il Vangelo odierno sulla situazione che vivo da quasi due settimane e cioè il lavoro di recupero dai danni dell’alluvione nella mia terra. C’è una foto che ha fatto il giro del Web ed è di un ragazzo in sedia a rotelle che a Forlì sta spalando fango come tutti. Impressionante e commovente solo vederlo, segno di una volontà e tenacia fuori dal comune. Questo esempio, come dei tanti che si vedono in giro da queste parti, dimostra che è l’atteggiamento interiore, è la forza d’animo, è la motivazione che segna lo spartiacque nella vita. O per dirla da credenti: è lo Spirito Santo che fa la differenza nella vita di fede.

Per voi sposi è fondamentale la collaborazione attiva con il Paràclito, dal momento che siete chi siete, cioè sposi in Cristo, per sua grazia, per una sua speciale effusione dal giorno del vostro matrimonio. Don Carlo Rocchetta dice giustamente che ben pochi ne sono consapevoli di questo e vivono come se non esistesse lo Spirito nelle loro vite. Vi dico una delle tante motivazioni per cui è di vitale importante per voi che siate docili al Dolce Consolatore: per poter vivere con pienezza ed equilibrio l’essere una sola carne. Il rischio di esagerare in un senso o in un altro c’è eccome: o si accentua la diversità dei due e ci si incammina verso il divenire due binari paralleli che non comunicano più davvero benché coabitino oppure uno fagocita l’altro, pretendendo di cambiarlo. Papa Benedetto su questo ha un’espressione molto chiara e motivante: “Vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare dell’azione dello Spirito Santo, vale a dire sull’intreccio tra molteplicità e unità. Di questo parla la seconda Lettura, trattando dell’armonia dei diversi carismi nella comunione del medesimo Spirito. Ma già nel racconto degli Atti che abbiamo ascoltato, questo intreccio si rivela con straordinaria evidenza. Nell’evento di Pentecoste si rende chiaro che alla Chiesa appartengono molteplici lingue e culture diverse; nella fede esse possono comprendersi e fecondarsi a vicenda. San Luca vuole chiaramente trasmettere un’idea fondamentale, che cioè all’atto stesso della sua nascita la Chiesa è già “cattolica”, universale” (Omelia, 11 maggio 2008).

Due in una sola carne, un’unità duale. Sembra un assurdo, un paradosso, come la quadratura del cerchio, eppure è proprio perché c’è lo Spirito in azione che una coppia cristiana può viverlo. Cari sposi, concludo parafrasando il grande patriarca ortodosso Atenagora (1886-1972), uno dei grandi propugnatori dell’ecumenismo: “con lo Spirito tutto, senza lo Spirito nulla”. Che in questa Pentecoste lo Spirito susciti in voi l’entusiasmo per renderlo sempre più parte della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo che ci è donato diventa comandamento di vita. Dobbiamo collaborare con lo Spirito Santo, accoglierlo in noi oppurre non possiamo vivere da sposi cristiani. Spirito che è certamente sostegno, ma è anche impulso, pungolo, provocazione che ci chiede un continuo progredire nel diventare ciò che siamo. Uno Spirito che ci chiede di svegliarci, di aprire gli occhi e di rimboccarci le maniche. Chi meglio dello Spirito Santo, che è unione e relazione può aiutarci a progredire nella nostra unione ed amore? Le coppie di santi, che ci sembrano così perfette ed inarrivabili, non sono state più brave e migliori di noi perchè erano supereroi, ma perchè sono state più furbe. Avevano capito che dovevano lasciar fare allo Spirito Santo e così hanno raggiunto livelli altissimi. Cosa che tutti noi possiamo raggiungere se lasciamo spazio allo Spirito Santo. Chiara Corbella diceva: “Chiedo a Dio la Grazia di vivere la Grazia”. Chiara aveva capito e viveva in pienezza la sua missione. Era davvero aperta all’azione dello Spirito. Non era meglio di noi, o meglio lo è diventata perchè più è stata più furba di noi.

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Tu seguimi, non badare agli altri

Cari sposi,

siamo giunti all’epilogo di questi 50 giorni di Pasqua, che formano come un solo giorno dedicato alla Risurrezione. Il tempo cronologico difatti non coincide con quello liturgico. Abbiamo ripassato in lungo e in largo durate questo periodo tutto quello che Gesù ha predetto sulla sua risurrezione e ci siamo estasiati contemplando quel poco che ci condividono gli Atti e i Vangeli sulla convivenza di Gesù Risorto con gli apostoli.

La scena di oggi avvenne qualche giorno dopo la risurrezione, il tempo di tornare in Galilea da Gerusalemme e Gesù li stava aspettando là per convivere con loro e finire di trasmettere tante verità del Vangelo. Un bel mattino Pietro prende su barca e reti e torna a fare quello che ha sempre fatto fin da bambino: pescare in lago. Anche altri sei lo seguono, tra cui Giovanni. Sappiamo bene come sono andate le cose, la pesca miracolosa, la colazione preparata da Gesù stesso sulla riva, il commovente dialogo con Pietro. E poi questo epilogo curioso in cui trapela una certa rivalità tra Pietro e Giovanni, peraltro mai esacerbata né dall’uno né dall’altro.

Gesù che conosce il cuore di Pietro come le sue tasche coglie l’occasione per ricordargli il primato della sequela. “Non badare a quello che fanno gli altri, non farti condizionare, tu pensa a seguire me”. Sante parole! Quanto spesso invece ci succede che vorremmo sempre trovare un ambiente accogliente in cui vivere la fede, ci piacerebbe essere assecondati, spalleggiati, se non addirittura applauditi per quello in cui crediamo.

E quanto questo può succedere in una coppia che vuole vivere la fede! Ci sono tante aspettative sugli altri, il che è senza dubbio giusto essendo la coppia una sola carne ed avendo una vocazione ben precisa. Ma qui Gesù ci ricorda, e lo fa pure a voi sposi cristiani, che, così come ognuno di noi ha la propria storia, così anche ognuno di noi ha il suo modo di seguire Gesù. Nessuno è la copia esatta di un’altra persona. Ognuno di noi deve essere anzitutto testimone in prima persona nel seguire Gesù e poi viene la condivisione di quanto si è e si crede. Ci sono coppie in cui uno solo dei due fa un cammino e questo fa soffrire tanto ma quanto dice il Signore è assai consolante, perché Lui ci chiede una risposta personale e non vuol far dipendere il nostro cammino da come viene recepito dagli altri, fosse anche il coniuge.

Cari sposi, accogliamo questo invito ma anche questa sfida non facile a fissare lo sguardo su Gesù, sullo Sposo e confidiamo che questo porterà sempre frutto per la perseveranza nella fede del vostro coniuge.

padre Luca Frontali

La nostra speranza è nei cieli

Cari sposi,

            scrivo nel bel mezzo dell’alluvione che ha colpito la Romagna nei giorni scorso. Mi trovo con i miei famigliari mentre spaliamo fango e buttiamo via tante cose belle del nostro passato. Un fatto sconvolgente, che ti cambia la vita e lo sguardo su tutte le cose, ti fa sentire estremamente impotente quando pensavi che mai cose del genere sarebbero potute accadere a te. Meditando il Vangelo del giorno, riguardante l’Ascensione, la salita di Gesù con la sua persona intera al Cielo, non potevo non continuare a pensare al fango che si è insinuato ovunque e che porto ancora sotto le unghie.

Il Cielo, la vita eterna, la comunione con Gesù e i santi… quanto poco medito su questa realtà oggettiva e vera! Ma mentre buttavo via, con un nodo in gola, ricordi di famiglia, libri di valore appartenuti ai nonni, oggetti che provengono da generazioni addietro mi chiedevo: dov’è la mia speranza? Dove ripongo il mio cuore? A quale certezza mi “attacco”? È così che questa solennità meravigliosa deve farci guardare sempre in alto. Non è affatto un caso che l’albero rovesciato, con le radici protese verso l’alto, affondate nella Trinità e il resto del tronco, con il diffuso fogliame, immerso nel mondo sia uno dei simboli più antichi della Chiesa e dei cristiani.

Cari sposi, questa festa è per voi in modo speciale, voi che vivete nel corpo la vostra chiamata nuziale e tramite quel corpo del coniuge siete chiamati ad andare in Cielo. Che belle parole usa Papa Francesco per esprimere questa verità: “Quella persona, con tutte le sue debolezze, è chiamata alla pienezza del Cielo. Là, completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue oscurità né le sue patologie. Là l’essere autentico di quella persona brillerà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza. Questo altresì ci permette, in mezzo ai fastidi di questa terra, di contemplare quella persona con uno sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno celeste, benché ora non sia visibile” (Amoris Laetitia 117).            

Che l’Ascensione di Gesù ridia vigore e slancio a questo sguardo profondamente verticale che dobbiamo avere sulla realtà che ci circonda, in modo che possiamo vedere ogni cosa che abbiamo e usiamo attraverso il prima della speranza cristiana.

ANTONIO E LUISA

Cosa ci dice l’Ascensione? Ci dice che non perderemo nulla di ciò che abbiamo qui, ma tutto sarà trasfigurato e reso pieno anche il nostro corpo. E il nostro matrimonio? Quello finirà perché non avrà più motivo di perdurare. Il matrimonio serve per amare Dio attraverso il coniuge. Nella vita eterna ameremo Dio direttamente. Ma resterà l’amore. L’amore sarà l’unico bagaglio che porteremo con noi nella vita eterna. Davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro, per quanto mi riguarda, che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziato un amore che durerà per sempre. 

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Mai soli

Cari sposi,

vi siete mai sentiti orfani nella vita? Per orfano intendo, non esclusivamente colui che ha perso i genitori, quanto, in senso spirituale, la persona che sperimenta uno stato d’animo di lontananza da Dio, un non cogliere a fondo la presenza di Dio Padre, il vedersi soli, incompresi, specie nelle difficoltà e lotte interiori. Si può dire che orfano è colui che vive un che di desolazione…

Se questi stati d’animo e percezioni interiori fanno capolino di tanto in tanto nella vostra quotidianità, vuol dire che, lungi dal vedervi abbandonati e persi, siete invece nelle condizioni ottimali per iniziare a cogliere la presenza dello Spirito nella vostra vita e nella vostra coppia. Viceversa, non può sintonizzarsi con lo Spirito chi vive freneticamente correndo dietro ai propri affari, chi è gonfio dei propri risultati ottenuti nel lavoro o chi misura il valore della propria vita in base al rendimento economico o alla stima che gli altri hanno di lui. La fisica non fa sconti: uno spazio non può che essere occupato da due corpi allo stesso tempo, per la legge dell’impenetrabilità. Anche la vita spirituale funziona così: non si può essere cristiani e autoreferenziali. Perciò Papa Francesco afferma in Gaudete et Exsultate: “Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore” (n. 57).

Come sappiamo dalla Parola, lo Spirito agisce nel silenzio e nella discrezione (cfr. l’incontro di Elia con Dio in 1 Re 18, 9-14, Gesù che è condotto dallo Spirito nel deserto in Mt 4, 1-11, Paolo che dopo la conversione si ritira nelle steppe attorno a Damasco, in Siria in Gal 1, 17). Pare strano ma lo Spirito ci spinge nei nostri deserti, ci porta a spogliarci del superfluo, ci isola dal rumore circostante. Non lo fa affatto per renderci “orsi” e tipi solitari, il motivo è ben altro. Pur se spirito, perdonatemi la ridondanza, lo Spirito ha bisogno di “spazio” perché possa agire e produrre in noi i suoi frutti. Vi invito a meditare e riflettere su quanto ci indica Galati 5, 22: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo”.

Come sarebbe la nostra vita se lo Spirito avesse mano libera per produrre in noi e nella nostra coppia tali frutti? Come sarebbe una vita piena di amore, di gioia, di pace, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mansuetudine e dominio di sé? Sognate con lo Spirito! Sognate la vita che Lui vorrebbe viveste e ogni giorno sta ispirandovi perché sia così. Ben vengano allora le nostre orfanità e solitudini se ci servono ad aprirci di più al Signore e alla sua azione, se ci fanno capire di quanto abbiamo bisogno dello Spirito per dare sapore e significato alla nostra vita personale e di coppia. Sapete bene – quante volte in questo blog lo si è ripetuto – che è lo Spirito a fare la differenza nella vita di coppia, perché è lo Spirito che vi ha costituiti una sola carne nel sacramento. Siate sposi innamorati dello Spirito Santo benché sperimentiate momenti o periodi di vuoto e solitudine. Lo Spirito di consolazione agisce comunque e quando lo vorrà, vi farà sperimentare la Sua Dolce Presenza.

ANTONIO E LUISA

Tutto vero quello che ci ha scritto padre Luca. Mi permetto di aggiungere un consiglio personale. Quando le cose vanno male, quando c’è aridità nel cuore e non si sente la presenza e la vicinanza di Dio e il Suo Spirito sembra assente avremmo voglia di chiuderci in noi stessi. Di stare lontani anche da nostro marito o nostra moglie. Invece dobbiamo avere la volontà di contrastare questa inclinazione a ripiegarci e cercare comunque la comunione con l’altro. Anche se ci costa fatica, anche se non ne avremmo voglia ma è lì che possiamo trovare lo Spirito Santo. È lì nella nostra unione. Ce lo dice il nostro sacramento! Coraggio!

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Italiani in via di estinzione?

Cari sposi,

            proprio oggi si sta svolgendo a Roma il terzo incontro sugli “Stati generali della natalità”, una riunione che interpella leaders di diverse provenienze per trattare il problema del declino delle nascite in Italia. Dobbiamo essere grati a Gigi e Anna Chiara De Palo che hanno avuto questa iniziativa, del tutto controcorrente, di mettere al centro dell’attenzione politica la denatalità del Bel Paese.

Che qualcuno finalmente mettesse il dito nella piaga ci voleva! Come se fosse una questione di taglio morale o un fatto privato. Il nostro tasso di crescita è del 1,24 nascite per donna, quasi la metà di quanto si richiede affinché le nascite superino le morti e ci possa essere il cosiddetto ricambio generazionale (che richiederebbe avere minimo il 2,1 figli per donna). E difatti, non c’era da meravigliarsi se, con questo andazzo, dal 2022 siamo in decrescita; l’ultimo dato, risalente ai primi di aprile scorso, afferma che nel 2022 sono nati 392.598 bambini, contro i più di 700.000 decessi, evidenziando così un dato sociale mai avvenuto dal secondo dopoguerra.

Che succede? Come mai? A farla da economista, le cause sono di tipo monetario (bassi stipendi e il costo della vita), organizzativo (carenza di servizi per le famiglie), sociale (sposi più grandi e conseguente minor fertilità). Ma siamo proprio sicuri che i cervelloni della finanza abbiamo definitivamente colto il nocciolo della questione? Senza nulla togliere al realismo delle cause elencate, direi che il punto è piuttosto culturale, per meglio dire, spirituale. Mi risulta che le famiglie dei nostri trisavoli, bisnonni e nonni, pur vivendo in un mondo con molte meno comodità e facilità, erano comunque più numerose delle nostre oggi. Per carità, ci devono essere risposte politiche ben precise, come altri paesi europei hanno adottato con buoni risultati.

Papa Francesco, con il suo abituale stile diretto e colorito, qualche tempo addietro, ha fatto un accenno al motivo di tale desertificazione popolare: “L’altro giorno, parlavo sull’inverno demografico che c’è oggi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più. E tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma hanno due cani, due gatti … Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli. Sì, fa ridere, capisco, ma è la realtà. E questo rinnegare la paternità e la maternità ci sminuisce, ci toglie umanità. E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. E soffre la Patria, che non ha figli e – come diceva uno un po’ umoristicamente – “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione, che non ci sono figli? Chi si farà carico di me?”: rideva, ma è la verità. Io chiedo a San Giuseppe la grazia di svegliare le coscienze e pensare a questo: ad avere figli. La paternità e la maternità sono la pienezza della vita di una persona” (Udienza, 5 gennaio 2022). 

La causa è una profonda paura di assumersi responsabilità e perdere la propria autonomia (cfr. Amoris Laetitia, 40). Paura, in un certo senso, giustificata perché dare la vita ed educare è quanto di più sublime e impegnativo possa compiere un essere umano. Non si tratta affatto di essere prolifici come conigli, il Magistero della Chiesa su questo punto è chiarissimo: “In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita” (Paolo VI, Humanae Vitae 10). 

Che possiamo fare, cari sposi, perché ci sia un futuro? Soprattutto voi avete la risposta. Credo che chi è fidanzato o nei primi anni di vita matrimoniale debba aprirsi fiduciosamente allo Spirito Santo, che con il Suo assoluto realismo e concretezza, può davvero guidarli a procreare generosamente una famiglia. Per chi è più maturo e grandicello o per chi non ha vissuto la difficoltà dell’infertilità, l’attenzione e il focus vanno sulla meravigliosa vocazione che ogni coppia, giovane e meno giovane, alla fecondità.

Voi coppie avete la missione nativa, cioè insita nel proprio DNA, non appioppata da noi preti in parrocchia, di “custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 17).

Siete voi i santuari, gli oracoli del vero amore, quello che discende dal Cielo e si fa carne, non questo surrogato che gira nel mainstream. Dinanzi a un mondo occidentale che si sta spopolando, voi coppie credenti siete protagoniste della medesima scena che vide coinvolto il profeta Ezechiele (Ez 37, 1-14): «Mi disse: “Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?”, e io risposi: “Signore, Eterno, tu lo sai”. Egli mi disse: “Profetizza su queste ossa, e di’ loro: ‘Ossa secche, ascoltate la parola dell’Eterno!’». Le ossa di un’umanità in via di estinzione sono sparse attorno a noi ma lo Spirito vi sollecita a divenire profeti di un’umanità nuova, protagonisti della Civiltà dell’amore con l’apertura generosa alla vita e il volervi assumere seriamente la missione propria di sposi.

padre Luca Frontali

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E che ci vuole per sposarsi?

Cari sposi,

            la Parola di oggi esordisce con uno spaccato di vita ordinaria della primissima comunità cristiana. Dinanzi al problema di come aiutare le vedove, gli apostoli si trovano però in difficoltà. Dedicarsi a tempo pieno a preparare le omelie oppure distribuire focacce e vestiti a queste povere signore? Non bastava più il tempo per entrambe le cose, come spesso accade a tanti sacerdoti oggi, divisi tra la pastorale e la burocrazia parrocchiale. La soluzione non è poi così “geniale” agli occhi nostri, ma attenzione: quella che potrebbe sembrare un semplice incarico e una mansione molto terra terra, divenne un vero e proprio ministero istituito – il diaconato -, nientemeno che il primo grado dell’ordine sacerdotale. Pensate a questo: per poter servire la comunità cristiana non basta solo trovare del tempo libero e avere un po’ di buona volontà ma nientemeno che l’essere investiti dalla Potenza dello Spirito Santo! Già qui ci sarebbe tanto da riflettere…

Ecco allora qui uno stupendo assist al matrimonio. In effetti, il diaconato nella Chiesa è stato successivamente compreso come il primo gradino verso il sacerdozio e i diaconi in tal modo rientrano in un vero e proprio “ordine” (cfr. Catechismo, 1537), cioè una categoria specifica nella Chiesa, in forza della consacrazione dello Spirito Santo. Ma anche voi sposi carissimi formate un ordine, una comunità all’interno della Chiesa (cfr. Catechismo, 1631). Siete così a tutti gli effetti quel popolo sacerdotale, quella nazione santa di cui parla S. Pietro nella Seconda lettura e il Signore vi ha costituiti tali con il Suo Spirito. E per cosa? Per proclamare le Sue opere ammirevoli.

A questo punto potreste sentirvi un po’ persi: “che opere annunciamo io e il mio coniuge? Magari qualche disastro” può dire qualcuno… e invece voi sposi avete il dono di essere annunciatori di una grandissima opera di Dio. Voi siete riflesso del volto trinitario di Dio, potete essere per noi Chiesa una carezza di Gesù, uno sguardo Paterno, un soffio di Spirito. Un dono, in definitiva, che attende di essere messo in opera. Voi siete, cari sposi, quel volto paterno di Dio, e lo siete non solo per i figli che Lui vi ha concesso, ma lo siete anche per tutta la Chiesa nella quale vivete. Ecco la “opera ammirevole” per la quale il Signore vi ha costituito un “ordine”, una corpo unito nella Chiesa; Egli vi concede di rendere sensibile e usufruibile la presenza di Dio con il vostro amore fedele e fecondo.

Tornando ai diaconi, si coglie un interessante parallelo con voi sposi. Infatti, ci voleva tanto per organizzare una piccola Caritas per le vedove, al punto da scomodare lo Spirito Santo? Analogamente, che bisogno c’è dello Spirito per volersi bene, avere figli ed educarli, se in fin dei conti è ciò che le coppie fanno fin dalla preistoria e se tutto ciò è qualcosa di spontaneo? Ebbene sì, ci vuole lo Spirito, non solo per essere sposi ma soprattutto perché facendo le stesse cose di tutte le coppie di ieri e oggi, voi “proclamiate le Sue opere ammirevoli”. Solo con lo Spirito tutto lo sforzo e l’amore ci mettete o ci vorreste mettere in quello che fate acquista un valore soprannaturale ed eterno e rende la vostra coppia “«scultura» vivente” proprio perché “capace di manifestare il Dio creatore e salvatore” e così diventare “il simbolo delle realtà intime di Dio” (cfr. Amoris Laetitia, 11).

ANTONIO E LUISA

Padre Luca l’ha toccata piano. Ci ha soltanto detto che da come ci amiamo noi sposi nella vita di tutti i giorni si dovrebbe “vedere” il modo di amare di Dio. Una cosa da niente. Ma se ci pensate bene è proprio così! Ed è così proprio perchè non siamo perfetti. Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

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Attiraci, correremo

Cari sposi,

            il tempo corre e siamo già arrivati alla quarta domenica di Pasqua, un momento particolare nel tempo di giubilo per la Risurrezione di Gesù in cui la Chiesa si focalizza sul fatto che Egli è il Buon Pastore. Leggendo e meditando le Scritture di oggi si evince una preziosa e confortante verità che ha una ricaduta essenziale nella nostra vita di credenti: Gesù mi segue e mi accompagna costantemente, appunto come il pastore con le sue pecore. Da persone fondamentalmente urbane ci è difficile visualizzare questo ma chi ne ha avuto l’esperienza sa bene quanto azzeccata e calzante sia tale immagine.

Può succedere che, nella vita di coppia, giungano momenti di smarrimento, fasi di dubbio, un senso di solitudine, un ché di lontananza da Dio o addirittura la “inappetenza” a vivere assieme. In quelle circostanze la fede può risultare poco attraente o anche provocare repulsione. Sono periodi di aridità che hanno un senso ben preciso agli occhi di Dio e dobbiamo imparare ad abitarli con uno sguardo di fede. È proprio qui che il Vangelo di oggi acquista ancora più valore perché ci fa capire che non siamo noi a tenere il timone della nostra vita né personale né di coppia ma è Cristo il Buon Pastore a guidarci.

Sono due i verbi usati da Gesù per definire come agisce il pastore con le pecore. Anzitutto Gesù le attrae con la sua voce e poi in certi momenti le spinge per la direzione giusta. Noi vorremmo essere sempre spinti, se non trainati a peso morto, ma a ben vedere il Signore vuole piuttosto che il nostro cuore senta il fascino per Lui, desidera che ci innamoriamo e ci fidiamo ciecamente perché Lui ci ha amati per primo. L’hanno capito bene i mistici in cui l’amore e il desiderio sono sempre la scintilla che fa partire la sequela. Santa Teresa di Lisieux lo dice con parole semplici come avviene questa attrazione:

Alle anime semplici non occorrono mezzi complicati. Poiché io sono tra quelle, un mattino, durante il ringraziamento, Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola dei Cantici: «Attirami e correremo all’odore dei tuoi profumi» Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: «Attirando me, attira le anime che amo!». Questa semplice parola: «Attirami!», basta” (Diario di un’anima, 334).

Nonostante ci siano quattordici secoli di distanza, S. Ambrogio lo esprime in modo molto simile: “Abbiamo infatti il desiderio di seguire, ce lo ispira la grazia dei tuoi profumi: ma poiché non possiamo eguagliare la tua corsa, attiraci, affinché, sorrette dal tuo aiuto, possiamo calcare le tue orme. Se infatti tu ci attirerai, correremo anche noi e afferreremo i soffi spirituali della velocità” (S. Ambrogio, De Isaac vel anima 3, 10).

Cari sposi, vi invito a puntare molto su questa verità meravigliosa: Cristo ha il potere di attrarci a sé, di attirarci, di sedurci. Se desiderate che il vostro amore coniugale sia grande, bello, fedele avete anzitutto bisogno di essere alla sequela del Buon Pastore. È Lui, infatti, che vi chiama a questa mèta alta, il “bell’amore” (Giovanni Paolo II, 15 dicembre 1994), che ve lo ha donato nel sacramento del matrimonio e che vuole accompagnarvi ogni giorno perché lo viviate fedelmente.

ANTONIO E LUISA

Chi sono i falsi pastori, i briganti, i lestofanti? Non sono solo, come verrebbe naturale pensare, persone al di fuori della coppia. Non è detto. Il ladro potrebbe essere anche parte della coppia. Cosa ruba il ladro? Cosa può rubarci il nostro coniuge quando si comporta da ladro e non entra dalla porta di Gesù, ma si arrampica ed entra così nel recinto della nostra vita? Ci ruba il coraggio di essere noi stessi. Magari sono io che rubo alla mia sposa il coraggio di diventare pienamente la donna che può diventare, di credere nella meraviglia che è e magari ne faccio cosa mia. Io sono convinto di questo. Se non avessi incontrato Gesù, quindi se non fossi entrato nella vita di mia moglie attraverso la porta che Lui mi ha mostrato, non sarei stato capace di amarla. Avrei cercato di farla mia, avrei cercato di farla diventare ad immagine e somiglianza di come io volevo che fosse. Perché quando non riconosciamo che abbiamo in noi l’immagine del Creatore, non la riconosciamo neanche nella persona che abbiamo sposato e cerchiamo di trasformarla come noi vogliamo. Invece passare per la porta del Buon Pastore significa riconoscerci figli. Significa che riconosco nella mia sposa una figlia di Dio e il mio compito non è di farla diventare come io voglio, ma come Lui desidera che Sua figlia diventi.

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“Amén. Francisco responde”

Cari sposi,

            lo scorso 5 aprile è uscito un documentario con questo titolo in cui Papa Francesco conversa con 10 giovani di diversa provenienza ed età, ma tutti appartenenti alla cosiddetta “generazione Z”. I temi sono esattamente quelli che, senza eccezione, portano ad allontanare proprio loro, i giovani, dalla Chiesa: povertà, abusi sessuali, violenza sulle donne, aborto, pornografia, gender…83 minuti che sono lo specchio del pensare dei vostri figli e proprio per questo vorrei fare una breve riflessione su quanto emerso. Perché quei dubbi e quelle perplessità sono più diffusi di quanto pensiamo, non solo tra i giovani ma anche più in su.

La prima riflessione che vi offro è che la quasi totalità dei temi trattati ha un’unica radice ed area di provenienza. Gli invitati difatti hanno condiviso la loro esperienza su: aborto, abusi sessuali, bullismo, pornografia, masturbazione e orientamento sessuale. È chiaro che tutto ciò è collegato al corpo, alla sessualità intesa come espressione di tutta la persona. Al di là del “che ne pensi Francesco?” loro stanno domandandosi quale sia il valore del sesso, che finalità e che senso possiede il mio corpo, perché sono maschio/femmina o perché non mi ci trovo in nessuna categoria… è molto forte constatare che, oggi più che ieri, il corpo sessuato sia divenuto così enigmatico e come sia urgente che sappiamo cogliere fino in fondo questi interrogativi per giungere a un equilibrio, ad una nuova sapienza che, pare, le risposte confezionate non sono più in grado di offrire.

Il corpo sessuato è oggi il nuovo spazio di incontro/scontro tra scienza (biologia, psicologia, fisiologia), filosofia e teologia, un nuovo Areopago da cui attendiamo ascoltare parole di verità e non di ideologia. È proprio qui la frontiera della fede cristiana, il corpo sessuato, e noi cristiani abbiamo un patrimonio di valore incalcolabile da cui attingere per trovare il bandolo della matassa.

Nel documentario fa sorridere Papa Francesco di fronte a situazioni di cui non è del tutto a conoscenza (vedi la domanda su Tinder…). Ma a parte questo, lui non può rispondere a tutto perché non è vicino a questi ragazzi, non abita con loro, non li ha educati per anni e anni, come invece è successo a voi genitori. Credo proprio che il vero interlocutore, i veri destinatari di quelle domande siate proprio voi sposi. Voi siete così dentro e immersi in questa drammatica ricerca di senso che potete dare un contributo essenziale, non a parole, ma con la vita vissuta.

Dinanzi a quelle domande mi sono chiesto sovente: “Cosa avrebbe risposto Tizio o Caio?” Ho così rivolto la mia mente a molte coppie che su quei temi hanno versato lacrime e li hanno “attraversati” in modo drammatico ma al contempo oggi sono icone di una Bellezza e Verità che li precede.

Tutti quei giovani hanno sì cercato una risposta del tutto particolare, nientemeno che dal Papa, ma sono sicuro che in fondo al loro cuore stanno cercando, oltre che ragionamenti coerenti, un volto, una condotta, un modo di vivere che davvero li coinvolga e li attragga. Quella Verità e quella Bellezza che ci ha plasmati ha un nome: Gesù. Voi sposi avete la Sua Presenza in voi, che vi permette di essere testimoni credibili che l’amore passa da un corpo sessuato maschile e femminile e grazie al vostro dono reciproco potete essere procreatori dello stesso Amore, della stessa Verità e Bellezza che vi ha modellato.

padre Luca Frontali

La lunga via che dalla mente porta al cuore

Cari sposi,

            se in una visita cardiologica vi venisse diagnosticata la “bradicardia”, ossia la discesa della frequenza cardiaca al di sotto dell’intervallo di normalità, di per sé non sarebbe un buon segno ed occorrerebbe una cura immediata. Nella scena evangelica odierna, l’incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus, c’è una frase che mi ha sempre tanto colpito e vorrei condividere con voi: “«Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti!” (Lc 24, 25). Cosa vuol dire essere “lenti di cuore”? E che valore ha per una coppia di sposi? Dal momento che, come sapete, è molto probabile che quei due, di cui solo sappiamo il nome di uno, Clèopa, fossero davvero marito e moglie.

Mi spiace che questo brano lo debba commentare solo in una pagina scarsa. È uno dei più bei passaggi evangelici che parla di Risurrezione ed è quanto mai attuale e vicino alle nostre circostanze. Quante volte viviamo come se Cristo non fosse risorto? Quanto è normale che il Signore ci manda segni evidenti (le donne che hanno trovato il sepolcro vuoto, l’apparizione degli angeli…) ma continuiamo nella nostra grigia routine. Questi due discepoli, fratelli nostri, pensavano di essere credenti per il fatto di aver “capito” Gesù, di sapere tante cose di lui. Di certo sanno cose molto vere e giuste, che era un profeta, che voleva liberare Israele… Quanto sappiamo di Gesù! Quanti brani evangelici li potremmo ripetere a memoria! Quante informazioni possediamo su Cristo e la Chiesa… ma conosciamo veramente Cristo? E soprattutto, quanto lo riconosciamo presente nelle nostre circostanze quotidiane?

Ecco la lentezza del cuore: il non saper accogliere Cristo nel più profondo di noi, il non saperlo rendere parte della mia vita di ogni giorno ma trasformarlo in un’idea, in un rito, in un comportamento morale. Gesù non è “sceso” dalla mia testolina al più profondo di me stesso, al mio cuore. Parafrasando San Paolo: “se Cristo non è risorto e non è al mio fianco, piatto e grigio è il vostro matrimonio”. Il prima e il dopo dei due di Emmaus è esattamente lo spartiacque di tutte le coppie sposate nella Chiesa cattolica. Molte, moltissime vivono con Gesù ma non se ne accorgono, non sanno di camminare con Lui, non Lo vedono presente ad ogni passo, Gesù rimane uno sconosciuto. Invece, e spero che voi siate così, quando mi sono lasciato amare da Lui nell’Eucarestia, quando Lo ascolto nella Parola, quando Lo lodo ogni giorno per quello che Lui fa… allora arde il cuore, non si cammina più perché si corre, la fatica non si sente, la gioia è più grande del dolore.

Lui c’è nel vostro matrimonio, esattamente come è stato con Clèopa e consorte su quella strada e mi piace ridirvelo con l’estratto di un’omelia di San Paolo VI, in una domenica come oggi di tanti anni fa:

A voi, a tutte le giovani coppie, a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore, elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell’amore reciproco di Cristo e della Chiesa (Cfr. Ef 5, 22-33) noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi! Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all’altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo – come vorrebbero talune funeste mentalità teoriche e pratiche – non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell’amore ch’è forte come la morte (Cant. 8, 6), che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato” (Omelia, 13 aprile 1975).

ANTONIO E LUISA

Quante volte ci siamo sentiti anche noi come i due di Emmaus. Ci sono tratti della nostra vita che ci sentiamo scoraggiati e dove non percepiamo la presenza di Gesù accanto a noi. Sappiamo di essere immagine dell’amore di Dio ma poi ci sembra di essere così poveri nella difficoltà e nella sofferenza. Quello è il momento di spezzare il pane, di tornare ai sacramenti. Non importa a quanti corsi e a quanti seminari abbiamo partecipato. Non importano tutti i libri che abbiamo letto. Solo nell’Eucarestia possiamo ritrovare Gesù e possiamo comprendere come ci sia stato sempre accanto, anche quando non riuscivamo a vederlo.

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Trovare pace

Cari sposi,

        questo breve articolo l’ho scritto mentre ero in pellegrinaggio di recente a Fatima. Un luogo di grande pace, non tanto per trovarsi in mezzo a una ridente e tranquilla campagna quanto per l’intervento divino che, tramite Maria, ha lasciato un segno ormai entrato nella storia, un segno per l’appunto di pace.

Nei messaggi della Vergine, durati dal maggio all’ottobre 1917, ricorre più volte il tema della pace, a cominciare dall’apparizione preparatoria dell’Angelo: “Non abbiate paura. Sono l’Angelo della Pace. Pregate con me”; fino a quella di Maria: “Recitate il rosario tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra”. La Madonna dice in sostanza che la pace del mondo dipende dalla preghiera di ciascuno di noi. Un’affermazione nuova perché mai come a Fatima Maria ha messo in evidenza il legame tra la pace mondiale e l’atteggiamento personale. In altre apparizioni precedenti Lei ha avuto, per così dire, una ricaduta e un’eco più ridotto e riguardante un minor numero di persone.

E qui viene un collegamento forte con il Vangelo e la festa di oggi, la Divina Misericordia. Difatti, Gesù, non appena si presenta nel Cenacolo, dona subito la sua misericordia a quelle persone che, chi più (Pietro) e chi meno (Giovanni), l’avevano rinnegato in qualche modo ed avevano pertanto la coscienza sporca. Gesù per primo fa la pace con loro e non li aspetta in processione con il capo chino, anche se ne avrebbe avuto tutto il diritto. Così facendo Gesù ci insegna che la pace nel mondo non sarà mai solo è una questione di accordi tra politici, ma piuttosto il frutto di una accoglienza personale e per voi sposi anche di coppia, del dono della pace di Gesù. Sì perché la pace è un dono, è un dono pasquale che tutti noi possediamo ma che non è ancora del tutto realizzato in ciascuna persona e coppia. Ed è lì che entra il nostro sforzo e la collaborazione personale alla grazia.

Troviamo così un meraviglioso intreccio tra il Vangelo e la festa della Misericordia e un’eccellente ricaduta nuziale. Gesù dona il perdono, dona la Misericordia ed è essa che ci permette di vivere nella pace. Solo nella piena riconciliazione con Dio possiamo poi riconciliarci con noi stessi e con chi amiamo. Come un sasso gettato in uno stagno, questa pace e riconciliazione possono espandersi attorno a noi. Che impressionanti le parole di San Giovanni Paolo II quando canonizzò suor Faustina Kowalska, colei che ricevette la rivelazione della Divina Misericordia: “L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia” (Diario, p. 132).

Ci sono effettivamente nodi che paiono insolubili tra i coniugi, cuori induriti da offese e mancanze di rispetto e fiducia. Ma appunto è il volgersi, il contemplare Gesù che ci fa dono del suo Perdono che può convertire i nostri cuori e così trovare davvero la pace.

ANTONIO E LUISA

Tommaso è esattamente come siamo noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perché nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perché non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perché sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perché non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e dà senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

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Lasciati amare

Cari sposi,

in questa settimana di Pasqua tutte le letture e in particolare il Vangelo ci ha riproposto evidentemente scene legate alla Risurrezione. Il senso è chiaro: la Chiesa vuole farci guardare al trionfo di Cristo da diversi punti di vista e angolature perché ne possiamo trarre il massimo frutto spirituale. C’è una sorta di filo rosso che lega queste vicende ed è che praticamente Cristo fa tutto Lui, Gesù prende sempre l’iniziativa. Ma questo perché? Nonostante sia risorto, nessuno Gli crede e deve apparire più volte e in diverse circostanze perché finalmente venga accolto.

Eppure, la cosa più bella e commovente, in queste apparizioni, sono i piccoli e grandi gesti di amore di Gesù verso i suoi discepoli. Di certo il più meraviglioso, non presente nei Vangeli ma affermato dalla Tradizione della Chiesa, è l’apparizione a sua Mamma (S. Ambrogio, Sulle vergini: “Maria vide la risurrezione di Cristo, e la vide per prima”). Non poteva che essere Lei la prima ad essere toccata dalla grazia ella Risurrezione per i meriti che ha accumulato durante la sua vita; poi è la volta di Pietro, poi i due di Emmaus, poi la colazione preparata per gli apostoli dopo la pesca e il “regalo” di una retata abbondantissima.

Se ci fate caso, nessuno in queste circostanze chiede niente a Gesù. Non vi è nessun malato, storpio, zoppo, cieco… da sanare. Gesù non deve accondiscendere ad alcuna richiesta di aiuto. Al contrario, Gesù è tutto proteso a dare doni inaspettati, illuminare e aprire gli occhi, consolare e confermare la fede ancora vacillante nei suoi. Ecco allora che si vede qui una nota dominante di come Gesù tratta gli apostoli: si dona per primo e gioisce nel rendere felici chi Lui ama. Di conseguenza è fondamentale lasciarsi amare, lasciare che sia Lui a fare tutto, permetterGli di agire come meglio crede, dico di più: consentire a Gesù di coccolarci.

Tanto è vero quanto dico che difatti quei gesti semplici e cordiali di Cristo, gli apostoli non se li scordarono mai più, al punto che Giovanni all’inizio della sua Prima lettera abbondò nel voler far capire quanto lui avesse toccato, sentito, visto Gesù (cfr. 1 Gv 1, 1-4). Perciò la Pasqua ci deve lasciare impresso nel cuore che Cristo mi ha trattato e mi tratta davvero così, mi ama per primo e vuole che io mi lasci amare da Lui.

Per voi sposi, di conseguenza, vale lo stesso. Quanto è importante saper riconoscere i gesti di amore del coniuge, saperli valorizzare e apprezzare. Non si può amare senza prima essere amati e difatti la vita sponsale, per grazia di Dio, ha il dono di essere un continuo darsi e riceversi (cfr. Gaudium et spes, 48), cioè ricevere amore e ridonarlo. Vivere, come sposi, da risorti, significa accogliere e lasciarsi amare da Cristo Vivo, da Cristo presente adesso al mio fianco, saper riconoscere come mi ama per poi farne dono e condividerlo con il coniuge in un cammino di crescita verso la vostra pienezza.

Padre Luca Frontali

Pasqua vuol dire Speranza

Care coppie,

            alleluia! Cristo è veramente risorto! Mi auguro che questo Evento sia davvero fondativo per ciascuna di voi, costituisca una novità di vita che impregni mente, cuore e sentimenti. La Risurrezione è lo spartiacque tra persone umane e cristiani. O vivi con lo sguardo rivolto al Cielo, come insegna San Paolo nella seconda lettura odierna, oppure si “vive per la morte” come diceva Heidegger.

Pasqua vuol dire speranza. Perché la morte, il peggior nemico è stato sconfitto per sempre e Cristo ci ha ridato una vita che non finirà mai più. Che significato ha, per voi coppie sposate, il dono della Risurrezione? Papa Giovanni Paolo II proprio su questo dice: “Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità»” (Familiaris Consortio 56).

Il vostro amore santificato è scaturito dal costato di Cristo aperto in Croce, siete un genuino frutto pasquale. Questo significa che in voi l’amore può sempre vincere sulla morte a cui l’egoismo, la chiusura del cuore, la ricerca della propria comodità e interessi inesorabilmente ci spinge.

Ma la Risurrezione ce l’avete dentro al vostro rapporto, questa è la buona e bella Notizia! Con la grazia del matrimonio vi è concesso di purificare e santificare continuamente il vostro amore, sebbene la tendenza al ribasso ci sarà costantemente. Cristo, difatti, è asceso in Cielo con le piaghe della passione per insegnarci che le conseguenze del male sono assolutamente reali ma questo non ci impedisce di poter volare ed amarci sempre di più.

Vi invito oggi a sognare ad occhi aperti: con il dono della Risurrezione si può ogni giorno assaporare un po’ di Paradiso in terra nella Speranza di gustarlo in pienezza.

ANTONIO E LUISA

Noi sposi custodiamo nel cuore tante emozioni, tante gioie ma anche tanti dolori e tante ferite. Custodiamo anche tante morti e tante resurrezioni. Già, perché tutti noi sposi abbiamo vissuto dei momenti di morte nella nostra relazione. Non necessariamente abbiamo tutti dovuto affrontare sofferenze e divisioni devastanti, ma tutti abbiamo affrontato periodi più o meno lunghi di aridità e di difficoltà. Il matrimonio non è una navigazione in acque tranquille ma è una navigazione in acque aperte dove tempeste e onde possono mettere in pericolo in ogni momento la nostra imbarcazione, la nostra relazione. Noi però sappiamo che al timone del nostro matrimonio c’è Gesù che ha già sconfitto il male. Gesù ha sconfitto non solo la morte, ma anche il tradimento, il rinnegamento, l’abbandono. Gesù ha sconfitto la mancanza di amore dei Suoi discepoli e del Suo popolo tutto, perseverando con l’amore e con la misericordia. Così siamo chiamati a fare noi sposi. E la cosa bella è che Gesù è lì con noi sulla stessa barca che ci guida e che ci dà la sua forza. Così ogni volta che affrontiamo una morte il Venerdì Santo ne usciamo risorti la Domenica di Pasqua, e ne usciamo più forti e più belli di prima, trasfigurati dal Suo amore. Coraggio, oggi, domenica di Pasqua, fate memoria delle vostre piccole pasque personali e ringraziate Dio del dono che vi ha fatto.

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Passione di Cristo, confortami

Care coppie,

            siamo arrivati con Gesù dopo i quaranta giorni di preparazione nel deserto quaresimale alla vista di Gerusalemme. La città santa, cinta di mura e con al centro, maestoso, il tempio di Erode, è davanti ai nostri occhi. Sentiamo tutta la trepidazione di Gesù che sa che è arrivata la sua Ora da vivere proprio nella Città Santa. Sebbene Gerusalemme sia sulla cima del monte Sion, c’è ancora una vetta da scalare, un’ultima salita da percorrere assieme a Lui: “È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di «essere come Dio», di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio” (Benedetto XVI, Omelia, 17 aprile 2011).

Sì, in effetti, il matrimonio è anche fatica, la vita di coppia è una via di purificazione del cuore verso la cima che è “amare da Dio”, amare come Cristo ama la Chiesa. Ma in tutto questo non siete soli, è consolante ricordare che il più interessato è Gesù stesso che vive e cammina con voi. Per questo vi invito a vivere questa ultima tappa, la Settimana Santa, con uno speciale senso di vicinanza e intimità con il Signore: “Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri!” (Benedetto XVI, Omelia, 17 aprile 2011). Sono certo che Gesù sta già attirandovi, personalmente e in coppia, al suo Cuore colmo di amore ma sta a voi assecondarLo. Perciò, vorrei invitarvi a fare un passo in più nei prossimi giorni; il passo ulteriore sta nel “contemplare” Gesù. Una parola con un senso specifico nella spiritualità e che lo dobbiamo a S. Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti. Per il grande Santo spagnolo, contemplare è in fin dei conti toccare con il cuore e l’anima la Persona di Cristo. Contemplare, in tal senso, ha un valore quasi sacramentale perché è rivivere, nello Spirito, le scene evangeliche. Ecco come ci insegna a contemplare lo stesso Ignazio:

Il primo punto è vedere le persone… riflettere per ricavare frutto da tale vista… come se fossi presente. Il secondo: udire quello che dicono le persone… e dopo riflettere, per ricavare frutto dalle loro parole. Il terzo: osservare poi quello che fanno le persone… riflettere per ricavare qualche frutto. Odorare e gustare, con l’odorato e con il gusto, l’infinita soavità e dolcezza della divinità dell’anima e delle sue virtù e di tutto, secondo la persona che si contempla riflettere in se stesso e ricavarne frutto. Toccare con il tatto, per esempio abbracciare e baciare i luoghi dove tali persone camminano e siedono; sempre procurando di ricavarne frutto” (Dagli «Esercizi spirituali» di sant’Ignazio di Loyola).

Provate anche voi, cari sposi, a prendere il Vangelo del giorno, e toccare, udire, osservare, odorare e gustare ciò che ha vissuto Gesù e troverete tanta luce da condividervi. La Settimana Santa, infatti, è il momento culmine per stare accanto, direi fisicamente, a Cristo. Non perdete le occasioni che avrete in questi giorni per sperimentare con i cinque sensi le stesse cose che Cristo ha vissuto e vi assicuro che farete vostro ciò che lo stesso S. Ignazio ha vissuto: la Passione di Cristo può confortarci, cioè può darci quella forza di amore che ci serve per amare davvero, senza sconti, senza finte, senza mezzi termini.

ANTONIO E LUISA

Io vi suggerisco qualcosa da aggiungere al compito che ha proposto padre Luca. Siamo sposati in tre. E’ bello contemplare Gesù durante la Settimana Santa, ma lo è ancor di più contemplarlo nel nostro matrimonio. Dopo aver letto e contemplato il Vangelo del giorno, ripensiamo alla nostra vita insieme e facciamo memoria di un’occasione in cui l’altro ci ha amato come Gesù. Nel modo che spiega padre Luca: amare davvero, senza sconti, senza finte, senza mezzi termini. E poi ringraziamo per quell’amore non scontato. Così possiamo preparare il nostro cuore a vivere la Pasqua.

Un Pesce di aprile particolare

Cari sposi,

            tutti sapete bene cosa sia il pesce di aprile, probabilmente sia per averlo subito o magari per averlo procurato ad altri. È interessante andare a ritroso in questa festa, oramai popolare dal 1700 ad oggi. Come spesso accade in tali ricorrenze, vi è un fondamento cristiano molto bello da ricordare e riscoprire. Tutto iniziò quando, per motivi ormai di necessità, si dovette procedere a cambiare il calendario perché esso non era più in sincronia con le stagioni. Il vecchio calendario giuliano cedette allora il passo ad uno nuovo, per opera di Papa Gregorio XIII (1572-1585).

Così, il calendario Gregoriano venne adottato per la prima volta nel 1582 e ciò ebbe conseguenze anche sulle date delle feste. Prendiamo il Capodanno; esso non sempre e non ovunque si celebrava il 1° di gennaio. In paesi come l’Inghilterra, l’Irlanda, in alcune zone della Francia, o nel Granducato di Toscana avveniva il 25 aprile per essere la festa dell’Annunciazione. Il giorno in cui Maria ha detto “sì” a Dio e il Verbo si è fatto carne ed ha iniziato a vivere tra noi è l’evento più sconvolgente della nostra fede, assieme alla Risurrezione. Il sensus fidei della cristianità di allora aveva stabilito che, per essere appunto l’inizio storico della nostra Redenzione, anche l’anno sociale doveva sintonizzarsi e cominciare nello stesso giorno. Prima della riforma gregoriana i festeggiamenti per nuovo anno duravano circa una settimana, iniziando il 25 marzo per concludersi il primo aprile. Con il cambio, sorse la tendenza di colpire con uno scherzo coloro che non si erano ancora abituati al nuovo calendario, continuando a festeggiare in questa data una festività già passata. È in Francia per lo più dove iniziò questa pratica e il nome che venne dato alla strana usanza fu poisson d’Avril, per l’appunto “pesce d’aprile”

Che c’entra – direte voi – questo con gli sposi? Non è difatti il mio pesce di aprile per voi ma un interessante collegamento che colloca la data del vecchio Capodanno con la realtà del matrimonio. Il matrimonio che voi vivete sia che vi troviate in una grande situazione di fervore o che vi stiate trascinando a fatica, possiede comunque sempre un segno “cristologico” (Amoris Laetitia, 161) perché in voi si è incarnato l’Amore di Cristo per l’umanità. È così vero tutto questo che Papa Leone XIII (1878-1903) scrisse al riguardo: “Il matrimonio ha Dio come Autore, ed essendo stato fin da principio quasi una figura della Incarnazione del Verbo di Dio; perciò, in esso si trova qualcosa di sacro e religioso, non avventizio, ma congenito, non ricevuto dagli uomini, ma innestato da natura” (Leone XIII, Arcanum Divinae Sapientiae). Siete figura dell’Incarnazione! Siete un prolungamento dell’Incarnazione dell’amore di Cristo per la sua Chiesa! Ma quanto è grande e bello il dono che avete ricevuto! E non è un merito per i bravi ma una grazia che tutti voi avete ricevuto dal giorno della celebrazione.

San Giovanni Paolo II, parlando a un gruppo di sposi, esprime con altre parole la stessa verità: “Unendosi in matrimonio, gli sposi cristiani non cominciano solamente la loro avventura, anche intesa nel senso di santificazione e di missione; essi incominciano un’avventura che li inserisce in maniera responsabile nella grande avventura della storia universale della salvezza” (Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del “Centre de liaison des équipes de recherche”, 3 novembre 1979). Quindi, così come anticamente l’anno iniziava nel ricordo dell’Incarnazione, anche voi sposi ci ricordate che la storia dell’umanità, la storia della Chiesa ma anche la storia di ciascuno di noi è iniziata e continua con un “matrimonio” di un Dio pazzo di amore che ci ha voluto sposare per sempre.

padre Luca Frontali

Una morte che glorifica Dio?

Cari sposi,

            siamo arrivati alle soglie della Settimana Santa. Quest’ultimo tratto di Quaresima ci prepara ai giorni più santi di tutto l’anno con un assaggio di Risurrezione: la rivivificazione di Lazzaro, un amico intimo di Gesù.

Come non commuoversi leggendo il Vangelo odierno e contemplando un Gesù così umano, così vicino a noi, nei sentimenti e nelle fibre più intime del cuore? Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse piangere per un amico caro? Che può commuoversi fino alle lacrime empatizzando con chi soffre? Non è affatto un Dio lontano, un freddo Orologiaio o il grande Architetto libero-muratoriano ma l’Emmanuele, il Dio-con-noi!

Gesù non smette di insegnarci che l’amore comporta soffrire, com-patire con chi si ama e questo lo vivete voi in forma eminente nel matrimonio. Sposarsi è anche accettare di soffrire con e per chi si ama. In tal senso, mi ha colpito una frase scritta da una coppia laicissima in un loro recente libro: “Nella maggior parte dei casi il matrimonio è un conflitto nel quale uno dei due soggetti è la vittima” (Philippe Sollers-Julia Kristeva, Del matrimonio: considerato come arte, Donzelli 2015).

Cosicché l’indugio e l’esitazione di Gesù a muoversi per visitare l’amico malato mostra questo lato misterioso dell’amore: anche il morire è dare gloria a Dio. E così, Gesù da questo male sa trarre un bene maggiore che sicuramente né Marta né Maria capirono al momento. Tutto ciò fa parte integrante del vostro vivere il matrimonio, è una porta per cui bisogna passare se si vuole dare veramente tutto all’altro e andare fino in fondo a quella promessa fatta davanti all’Altare. John R. R. Tolkien (1892-1973), il noto scrittore inglese, meglio conosciuto per la saga de “Il Signore degli anelli” scriveva così a suo figlio Michael volendogli trasmettere la sua esperienza come marito, lui che rimase unito alla sua moglie Edith per ben 55 anni: “L’essenza di un mondo caduto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro piacere, o attraverso la cosiddetta un bel «autorealizzazione» (in genere l’autoindulgenza […]), ma solo attraverso la negazione e la sofferenza. […] Nessun uomo, per quanto sinceramente abbia amato in gioventù la sua fidanzata e sposa, rimane fedele a sua moglie nel corpo e nella mente senza un deliberato esercizio di volontà, senza una rinuncia a se stesso. Questo viene detto a troppo pochi, anche fra quelli che vengono cresciuti «nella Chiesa». Quelli che ne sono fuori sembra che raramente ne abbiano sentito parlare”. (Lettere, n.43, Bompiani, p.83).

Cari sposi, guardiamo a Gesù che cammina verso la realizzazione del suo “sì” nuziale, della sua Promessa di amore fatta alla Chiesa Sposa e che oggi svela l’esito finale nella Vita oltre la morte. Quando l’amore fa soffrire, pensate che potete trasformarlo in una “morte” feconda, schiudendovi a una nuova dimensione di amore il cui protagonista non siete più solo voi come coppia ma assieme allo Sposo che vi sostiene in questa ardua prova. E così toccherete con mano ciò che scrisse San Giovanni Paolo II parlando del rapporto nuziale: “Sarà sufficiente ricordare che anche il matrimonio non sfugge alla logica della Croce di Cristo, che esige sì sforzo e sacrificio e comporta anche dolore e sofferenza, ma non impedisce, nell’accettazione della volontà di Dio, una piena e autentica realizzazione personale, nella pace e serenità dello spirito” (Giovanni Paolo II, Discorso alla rota romana, 1° febbraio 2001).

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è così. Ci sono i periodi dove tutto va bene ed è meraviglioso. In quei periodi si sente forte la gioia di stare insieme, c’è passione e intimità. Poi ci sono periodi caratterizzati da difficoltà e sofferenza. Non c’è dubbio che tutti vorremmo vivere in un perenne periodo di gioia e dove tutto è perfetto. E’ altrettanto indubbio che i momenti di sofferenza e difficoltà sono quelli più fecondi. Perché attraversare la croce e amare sempre e comunque l’altro rende il matrimonio quello che è: una scelta d’amore indissolubile e senza condizioni. Una scelta d’amore che avvicina a Dio! Per noi è stato così.

Alla tua luce vediamo La Luce

Cari sposi,

nell’avanzare verso la Pasqua, dopo il tema dell’acqua viva che Gesù Cristo dona al credente in Lui, la Chiesa ci fa meditare sulla luce, o meglio, sull’illuminazione, perché altro non è che l’azione compiuta da Gesù affinché noi vediamo e siamo strappati dalle tenebre. Illuminazione che forma parte dei 7 segni che Gesù compie prima della sua morte. Che significato ha questo gesto per noi oggi?

Per prima cosa desta attenzione che sia proprio Gesù a prendere, inaspettatamente, l’iniziativa di guarire questa persona cieca, al contrario di quanto di solito accadeva. Questo per sottolineare che è sempre il Buon Pastore a cercarci e che quindi la grazia di Dio ha sempre il primato nella nostra vita. Dopo la guarigione, sarà però il cieco a incamminarsi verso Cristo e così a portare a pienezza la sua guarigione: dai gradini del tempio camminerà verso quell’acqua con l’impasto di fango e saliva che Gesù gli ha applicato sugli occhi. A parte forse la nostra istintiva ripugnanza a questo gesto, vi è un senso ben più profondo. La saliva difatti è la Sua Parola che si unisce ad un elemento corporeo, il fango, rimembranza della polvere della Genesi. Qui sta accadendo una sorte di nuova creazione, in cui Gesù, applicando la sua Parola onnipotente alla nostra povera polvere ci redime, ci rigenera, pure nelle nostre parti più brutte e dolorose. Ecco allora che la cecità è la cifra proprio della mia imperfezione e non pienezza di vita. Dinanzi ad essa possiamo ragionare da farisei e farcene un enorme senso di colpa, volendola allontanare, nascondere, sminuire, a noi ma soprattutto a chi ci sta accanto. Ma allora ciechi erano e rimarranno loro – e magari pure noi – se continueremo a stare inchiodati davanti al male e alle sue conseguenze, invece di domandarci: perché questa nostra insufficienza e incompiutezza? Un po’ come hanno fatto gli apostoli, domandando a Cristo il senso ultimo della cecità.

Gesù difatti risponde “perché siano manifestate le opere di Dio” e quindi anche la nostra incompiutezza ed imperfezione umana, nella misteriosa pedagogia divina, esiste perché Cristo possa da lì e non da altrove portarci alla Sua pienezza. Pienezza poi non è mai la perfezione ma vivere in Cristo, vivere con il Risorto e gioire della sua Presenza. Il cieco fa proprio questo cammino verso la pienezza, verso una piena conoscenza ed esperienza di Cristo, proprio come era accaduto domenica scorsa alla Samaritana. Il cieco nato acquista anzitutto la vista, e poi a poco a poco, progressivamente, cresce nella comprensione della realtà e di Chi questa realtà l’ha svelata. All’inizio il cieco nato pensa a Gesù come ad “un uomo”, ma del quale non sa nulla; poi però lo dichiara un “profeta”, poi ancora un “inviato di Dio”, ed infine lo riconosce come “Figlio dell’uomo” e “Signore”.

Dice al riguardo Papa Benedetto: “Infatti, la vita cristiana è una continua conformazione a Cristo, immagine dell’uomo nuovo, per giungere alla piena comunione con Dio. Il Signore Gesù è “la luce del mondo” (Gv 8,12), perché in Lui “risplende la conoscenza della gloria di Dio” (2 Cor 4,6) che continua a rivelare nella complessa trama della storia quale sia il senso dell’esistenza umana” (Angelus, 3 aprile 2011). Così cari sposi, mi auguro che accada nella vostra vita, in cui l’imperfezione è così spesso dilatata dalla continua convivenza e vicinanza. Possa essere, sulla scia del cieco nato, una via di illuminazione della Presenza di Cristo nella vostra relazione. Che il Signore vi conceda di vedere oltre il visibile ed oltre la vostra prospettiva.

ANTONIO E LUISA

E’ proprio così. La coppia perfetta è fatta da due imperfezioni capaci di accogliersi di perdonarsi. Proprio ieri Luisa mi ha amato nonostante io non fossi stato per nulla perfetto. Questo suo atteggiamento mi ha davvero fatto pensare all’amore di Dio. Lei mi ha accolto e basta senza misurare quanto le stavo dando. Ieri ho provato tantissima riconoscenza verso di lei per essere così come è e per Dio che me l’ha posta accanto.

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Cuore di padre

Cari sposi,

            siamo all’indomani della solennità di San Giuseppe e già Antonio e Luisa hanno parlato proprio ieri di Lui. Da parte mia vorrei aggiungere questa importante notizia dal momento che tocca un profondo bisogno esistenziale del mondo di oggi: l’assenza del padre.

L’assenza della figura paterna è una delle cause, se non la principale, degli insuccessi nel benessere dei figli. Ma non solo, perché spiega uno dei motivi fondanti della profonda crisi della famiglia. Se manca il papà in una famiglia, questo si ripercuote negativamente sulla strutturazione psichica degli individui e di conseguenza poi sulla società in cui questi andranno ad interagire. Tra gli effetti negativi ci sono l’indebolimento dell’immagine maschile, disturbi della filiazione, aumento dei comportamenti di dipendenza, perdita del senso del limite (tossicodipendenza, bulimia/anoressia, pratiche sessuali reattive), difficoltà di socializzazione, ecc.

Oggi, ed è certamente un bene, in generale si concede un gran valore alla figura della mamma in quanto donna. Essa difatti è il per il bambino una fonte di sicurezza; tuttavia, non si può mai escludere il ruolo maschile-paterno. Il padre è colui che pone limiti e divieti, così importanti per strutturare ed educare il vero senso della libertà, Ma soprattutto, è grazie alla figura paterna, che il bambino impara a differenziarsi dalla madre e ad acquisire la propria autonomia psichica. Il bambino così scopre che non è lui a comandare ma che esiste una legge al di fuori di lui. In tal modo, attraverso la relazione con il padre, il bambino acquisisce anche la propria identità sessuale. È normale che, in fase di sviluppo, sia la bambina che il bambino hanno infatti la tendenza, all’inizio, a identificarsi con il sesso della madre, e tocca al padre, nella misura in cui viene riconosciuto, che permetterà al bambino di ubicarsi sessualmente.

Quanto è importante dire al mondo che c’è bisogno di buoni padri, di padri maschi nel più bel senso di questa parola! È un bene, perciò, che sia in uscita un film-documentario, sulla figura nascosta ma importantissima del Patrono della Chiesa Universale, dal titolo: Cuore di Padre. “Chi è in realtà Giuseppe di Nazareth? Abbiamo intrapreso un viaggio intorno al mondo per indagare se sia vero ciò che alcuni affermano: quest’uomo misterioso oggi è più attivo che mai. Ci soffermeremo in posti emblematici dei cinque continenti, scoprendo santuari, feste e devozioni in onore di quel falegname umile e silenzioso. Conosceremo toccanti testimonianze di persone che hanno dato una svolta alle loro vite grazie a San Giuseppe” (dalla sinossi del film). Un uomo, un maschio, un papà di virtù e qualità eccezionali che merita essere conosciuto di più e soprattutto imitato nel suo stile di vita. Per cui, buona visione!

Padre Luca Frontali

Assetati di Amore

Cinque divorzi alle spalle e un sesto in forse non è roba così comune, nemmeno tra le star di Hollywood… dove la media sta sulle due o tre rotture, eccezion fatta per Brigitte Bardot che arrivò a cinque. Per cui la donna in questione è da record

Scherzi a parte, chissà quante delusioni, forse rancori, magari risentimenti e rammarichi si annidavano nel suo cuore… chi è passato da questa dolorosissima esperienza sa cosa lascia dentro. Fosse anche stata una volta sola nella vita, sarebbe più che sufficiente quanto a sofferenza, per cui proviamo a immaginare il peso che si trascina da anni e l’amarezza che cova dentro. Gesù non è affatto estraneo a tutto ciò, anzi si è piazzato lì, davanti a quel pozzo, proprio intuendo il suo bisogno immenso di amore. Lui la sta cercando per sanare quella ferita e riempire quel vuoto! Un vuoto che nessun altro poteva colmare proprio perché “il cuore dell’uomo inganna più di ogni altra cosa: è incorreggibile. Chi può comprenderlo? Ma io, il Signore, conosco i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo” (Ger 17, 9-10).

Sebbene maritata per l’ennesima volta, lei, in realtà è senza uno sposo vero. Piuttosto, lo Sposo che inconsapevolmente anela è lì davanti a lei. Lo si capisce dal fatto che siamo al cospetto di un incontro nuziale sulla dei grandi incontri sponsali attorno ai pozzi, ove l’acqua è rimando all’acqua dissetante dell’amore. Sui bordi di un pozzo difatti hanno avviato un rapporto matrimoniale vari personaggi biblici: il servo di Abramo e Rebecca (Gen 24,11-27), Giacobbe e Rachele (Gen 29,1-21) e Mosè e le figlie di Raguel (Es 2,15-21). Nell’Antico Testamento, infatti, “l’acqua viva” simbolizza l’azione di Dio (cfr. Ger 2, 13; Zc 14, 8; Ez 47, 9), acqua che grazie a Gesù diventa poi “il dono di Dio” cioè la grazia spirituale, la presenza di Dio nel suo cuore che può dissetare il bisogno di amore profondo.

Quanto ha da dirci questo vangelo! Lo dico anzitutto per chi è, come voi, sposato, ma lo dico anche per chi è consacrato a Dio. La grande lezione è che il bisogno profondo di amare ed essere amato può davvero essere colmato da Cristo. Noi siamo fatti per vivere le nozze eterne con Dio e non è certamente la “carnalità” o l’innamoramento terreno che può soddisfare questa sete esistenziale, ma solo essere una via di inizio. Perciò, la vita intima di voi sposi può appagare in parte tale sete a patto che essa conduca a Dio, se l’amore fisico, corporeo, porta ad amare più il Signore. Infatti, è vero, “l’eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni” (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 5). Se da un lato, Cristo, con la sua Incarnazione è “sceso” perché ha preso “carne” in voi con il Battesimo e nell’Eucarestia, con il matrimonio, voi sposi, vivendo nella carne l’amore, vi incamminate verso lo Sposo, cioè Lo rendete presente e potete proiettare il Suo amore in voi e attorno a voi.

Cari sposi, la Samaritana è così anche simbolo di ogni persona ed ogni coppia che sperimenta fame e sete di amore, un bisogno vitale che qui nessuno mai potrà appagare, ma solo lo Sposo per eccellenza, reso presente nel vostro amore nuziale.

ANTONIO E LUISA

Io avevo una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia io mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta solo in Luisa.