Sposi: missionari nella vita di tutti i giorni

Prima di sposarsi in chiesa, sarebbe bene comprendere in maniera approfondita cosa ci si appresta a fare, l’impegno che si prende e le relative conseguenze: poiché siamo di fronte a una vera e propria vocazione, è indispensabile acquisire una formazione appropriata. Questo non vuol dire diventare teologi o fare una preparazione di almeno cinque anni come i sacerdoti, non è necessario, ma nemmeno ridurre tutto a qualche incontro dopo cena in prossimità del giorno del matrimonio.

Eppure, gli sposi cominciano anche anni prima a organizzare le nozze, fissando la data, la villa, il catering, la musica, il fotografo, la fiorista, la parrucchiera, il viaggio di nozze etc, mentre l’aspetto più importante, quello spirituale che dovrebbe avere la precedenza, viene completamente trascurato o sottovalutato. Così tutto questo influisce sulla stabilità del matrimonio che cresce sulla sabbia e non sulla roccia, portando spesso alla separazione dei coniugi, con numeri preoccupanti negli ultimi tempi.

La formazione non è naturalmente la sola causa di fallimento, ma ritengo che in molti casi possa fare la differenza: poiché anche io ci ho dovuto sbattere il naso prima di imparare certe cose, vorrei evitare che questo accada ad altri. Quindi ho pensato di parlare della missione degli sposi, sconosciuta a tante coppie, prendendo spunto dalle catechesi di don Renzo Bonetti e aggiungendo alcuni miei pensieri. Ora farò una breve presentazione e poi in fondo all’articolo richiamerò i prossimi cinque, sperando che possano essere di aiuto ai fidanzati, agli sposi e ai separati (fedeli).

Innanzitutto, la missione di cui parliamo non è solo umana, ma, poiché avviene una propria effusione dello Spirito Santo, ha il compito di rivelare Dio e il Suo amore. Amoris Laetitia n. 121: Gli sposi in forza del sacramento vengono investiti di una vera e propria missione perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici e ordinarie, l’amore con cui Cristo sta amando la Chiesa”.

Quando si pensa alla missione vengono subito in mente i Paesi poveri dove missionari e volontari si danno da fare per aiutare chi non ha niente; io ritengo che sia altrettanto importante, in questo periodo storico, prendere consapevolezza che la missione matrimoniale degli sposi, come quella sacerdotale dei preti, sono un bene indispensabile per la Chiesa e per tutta l’umanità. Avere la coscienza che il matrimonio non è un fatto privato, limitato alla propria famiglia, ma in grado di generare tantissimi frutti e salvare tante persone, può cambiare completamente la prospettiva della propria vita e di conseguenza le scelte da intraprendere.

L’ho detto altre volte, ma lo ripeto: il livello più alto per un cristiano è il battesimo, perché non esiste niente di più importante che diventare figli di Dio ed essere così immortali. L’ordine (sacerdozio) e il matrimonio sono due sacramenti che specificano la grazia battesimale, proprio con lo scopo di affidare una missione specifica e sono fra di loro complementari (quindi non si aggiunge niente al Battesimo, si va solo a specializzare la rispettiva vocazione).

Leggiamo infatti al n. 32 del documento della C.E.I. 1975 “Evangelizzazione e sacramento del matrimonio”: L’Ordine e il Matrimonio significano e attuano una nuova e particolare forma del continuo rinnovarsi dell’alleanza nella storia. L’uno e l’altro specificano la comune e fondamentale vocazione battesimale ed hanno una diretta finalità di costruzione e di dilatazione del popolo di Dio.

Per gli sposi, a differenza del sacerdote, si tratta essenzialmente di fare cose semplici, ordinarie in un certo modo (ad esempio posso cucinare per cena qualcosa per la famiglia perché è il mio compito e perché lo devo fare, oppure posso cucinare la stessa cosa con amore e con l’obbiettivo di far star bene gli altri, aiutandoli anche a superare le difficoltà della giornata).

La missione degli sposi viene portata avanti in forza del sacramento del matrimonio e mediante la sua grazia (non perché siamo bravi), perché dal giorno delle nozze c’è fra gli sposi la presenza sacramentale di Gesù, cioè il Signore è presente (anche se il coniuge non lo sa, non ne tiene conto o non vuole tenerne conto) per aiutare e sostenere la coppia.

Infatti, l’indissolubilità si fonda qui, sulla presenza indissolubile di Gesù e non tanto sulle promesse che si scambiano gli sposi, come è riportato su Gaudium et Spes n. 48: La famiglia Cristiana renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore del mondo”. Questa Presenza, che rimane anche se uno dei due decide di andarsene, deve portare a costruire, creare comunione e relazioni con gli altri, anche se c’è chi non ama, non è interessato e non ne vuole sapere niente.

Ecco i prossimi cinque articoli che insieme rappresentano la missione degli sposi:

Immagine e somiglianza, unità e distinzione nell’amore (3 aprile)

Come Cristo ama la Chiesa e come Dio ama l’umanità (17 aprile)

Paternità e maternità (1 maggio)

Fraternità (15 maggio)

Annuncio di eternità (29 maggio)

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Essere padri ma quanto è difficile?

Oggi festa del papà. Un articolo un po’ diverso. Un articolo dove non racconto solo la bellezza di essere papà ma anche la fragilità che sento di avere come padre. Io sono papà di 4 bellissimi ragazzi, tre maschi e una femmina, oltre che di Giò che è nato al Cielo poche settimane dopo il concepimento. Io oggi mi sento terribilmente inadeguato. Spesso non mi reputo capace di essere un padre. Non sono capace perché nella relazione con i miei figli non riesco a essere libero. Mi illudo di esserlo ma poi porto dentro quella relazione le ferite del mio bambino interiore che influenzano la mia parte adulta.

Non sono libero quando li consiglio, li sprono, li consolo, quando sto con loro. Non sono libero soprattutto quando mi arrabbio con loro, perché non giudico mai solo il loro comportamento ma anche quello che il loro comportamento provoca in me che non dipende da loro ma da me.

C’è sempre quel bambino dentro di me che mi ricorda la sua relazione con un padre anaffettivo e incapace di mostrare i suoi sentimenti verso il figlio. Un padre che mi ha amato immensamente – questo l’ho capito che ero già grande – ma che non ha mai saputo dimostrarmelo e che mi ha fatto sentire sempre non abbastanza. Un padre normativo che cercava un dialogo con me solo per riprendermi quando non mi comportavo bene.

Io tutto questo l’ho portato poi nel mio essere marito e ancor di più nel mio essere padre. Quanti errori che ho fatto con i miei figli. Ho cercato di insegnare loro la vita e mi sono accorto di aver imparato io tanto da loro. Ho imparato che non sono miei, che non posso decidere io per loro. E l’ho imparato dopo che il mio primo figlio si è ribellato a una mia decisione. Aveva già 16 anni. Ne è nata una litigata furiosa ma alla fine ho capito che dovevo lasciarlo libero di scegliere diversamente da quello che io volevo.

Ho imparato a uscire dai miei schemi. Ma dove è scritto che un bravo figlio deve comportarsi nel modo che io mi aspetto. Un figlio è un mistero che va accolto, amato come è e accompagnato. Un figlio è una ricchezza che non va impoverita con i miei pregiudizi ma va scoperta e aiutata a svilupparsi.

Ho fatto tanti danni ma ciò che mi consola è che ho cercato di insegnare loro ciò che è davvero importante. Ho mostrato loro sì che non sono perfetto, che ho i miei limiti. Attenzione: i figli hanno bisogno di credere di avere un papà supereroe solo fino all’infanzia poi è meglio capiscano che il loro papà è un uomo con i suoi pregi e i suoi difetti. Dobbiamo essere capaci di ammettere i nostri errori con loro e anche di chiedere scusa. L’insegnamento davvero importante è però un altro: la mia forza viene da Dio. Loro sono figli amati da un padre imperfetto come me ma anche da un Padre eterno e capace di amore infinito come Dio. Ecco credo che se sono riuscito a trasmettere loro questo sapranno riuscire nella vita nonostante un padre con tanti limiti come posso essere stato io.

Dio senza di te e senza il tuo costante perdono e amore non sarei mai riuscito a salvare la mia vita figuriamoci ad accompagnare verso la bellezza e la pienezza quella dei figli che mi hai affidato. Grazie anche alla mia sposa che mi ha sempre incoraggiato e sostenuto. Non mi ha mai fatto pesare i miei limiti.

Antonio e Luisa

L’adultera era già morta, come tanti sposi

Nel Vangelo di oggi viene ripreso un brano molto conosciuto, sicuramente tra i più famosi. I farisei trovano una donna in flagranza di adulterio e la sottopongono al giudizio di Gesù. Ai farisei non importa nulla di quella donna, il loro intento è solo quello di mettere alla prova Gesù per poi poterlo accusare. I farisei fanno riferimento alla Legge data a Mosè. Una legge, come sappiamo, scritta sulla pietra. Gesù con il suo comportamento dimostra uno sguardo carico di misericordia. Riesce e guardare quella donna come solo uno sposo innamorato riesce a fare. Gesù ci dice che la legge di Dio è sì scritta sulla pietra, ma il nostro peccato sulla sabbia. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

Gesù ci ricorda una verità cruciale che spesso trascuriamo: Egli non ci giudica in base ai nostri errori, ma ci guarda con amore infinito. Quanto è importante per noi separare la nostra identità dal peccato che commettiamo?

Noi spesso ci comportiamo in modi che non rispecchiano quello di Gesù, ma che assomigliano molto di più a quelli dei farisei che avrebbero voluto prendere l’adultera e lapidarla. Tentano di ucciderla lanciandole addosso delle pietre, pietre che rappresentano la Legge, il decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Il nostro giudizio a volte è spietato: “La Legge di Dio ti condanna perché l’hai tradita.” Quante volte, anche noi, in quanto coniugi, usiamo la Legge di Dio come un’arma contro l’altro. Invece, Gesù non lo fa. Gesù si china a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera. Gesù non la definisce adultera. Egli vede una donna, vede quella donna e lei si sente osservata da Lui in tutta la sua interezza, non solo come colpevole di adulterio.

La legge è scritta sulla pietra perché noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Ricordiamo bene che noi sposi possiamo essere come i farisei ma altre volte trovarci al posto dell’adultera.  A volte siamo come l’adultera perché adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente.

Facciamo memoria delle tante volte in cui ci siamo sentiti come l’adultera di fronte a Gesù. Tante volte ci ha perdonato. I nostri peccati per Lui sono come scritte sulla sabbia. Egli non giudica i nostri errori, ma ci osserva con lo sguardo di chi è innamorato e vede la meraviglia della persona, non la bruttura del peccato. Egli ci mostra la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti, nel Vangelo non troverete mai scritto “l’adultera”, ma “una donna sorpresa in adulterio”. Gesù non l’avrebbe mai chiamata “adultera”. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato.

Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Gesù poteva lanciarle una pietra ed ucciderla. Ha scelto di guardarla con amore affinché lei potesse sentirsi amata e così tornare a vivere abbandonando il peccato che la stava uccidendo giorno dopo giorno. Non l’ha uccisa perché era già morta ma con il Suo sguardo le ha restituito la vita.

Antonio e Luisa

Il vostro matrimonio ha delle mancanze? Meglio così

Beati i poveri in spirito. Ma chi sono i poveri? Sono quelle persone che sentono di non avere tutto. E’ povero chi sente la mancanza di qualcosa. Quindi se sentite una mancanza nella vostra vita non è per forza qualcosa di negativo. Può essere la vostra salvezza.

Vedete, noi riceviamo tante confidenze di lettori o follower che raccontano con sofferenza la loro mancanza di qualcosa. C’è chi sente di non essere amato abbastanza dal marito o dalla moglie, c’è chi non si sente capito dall’altro, c’è chi non avverte di essere prezioso e considerato dall’altro. Questa mancanza è si qualcosa da indagare e sistemare nella nostra relazione ma ha un risvolto molto positivo. Questa mancanza ci sta dicendo che quel matrimonio non ci può colmare di tutto. Ci dice che nostro marito o nostra moglie non ci può riempiere tutto quel desiderio di amore e senso che abbiamo dentro. La mancanza in una relazione può creare un profondo dolore e insicurezza. Tuttavia, è importante comprendere che nessuna persona può soddisfare completamente tutti i nostri bisogni e desideri. 

Quindi ben venga che nel nostro matrimonio non troviamo tutto. Perchè il matrimonio non può essere tutto. Anche quando le cose vanno bene. Perchè il matrimonio resta una relazione tra persone imperfette e finite.

Qundi è importante essere consapevoli di questa povertà che ci caratterizza. Questa mancanza che è ontologica. Quando qualcuno si avvicina a noi esprimendo il proprio disagio emotivo, è importante non solo offrire supporto pratico e guidare verso risorse adeguate, ma anche comunicare la profonda verità che la mancanza può fungere da veicolo per un incontro più intimo con Dio.

La scelta di come affrontare la mancanza è cruciale nella vita di ognuno di noi. È un bivio in cui ci troviamo di fronte, con due strade ben distinte da percorrere. La prima porta a un isolamento, ci allontaniamo emotivamente sempre di più dall’altro. In questo stato, inevitabilmente ci concentriamo sui difetti del marito o della moglie, perdendo tempo prezioso nel lamentarci e nel desiderio di cambiarlo. Questo percorso, solitamente, porta a un sentimento di insoddisfazione e alla solitudine. Dall’altra parte, c’è la strada che ci invita a rivolgere lo sguardo verso chi può colmare quel vuoto in modo completo e duraturo. Chi sceglie questa via si apre alla cura di sé in modo sano, mantenendo una relazione profonda con il Signore per sentirsi amato e protetto dall’Amante perfetto e infinito.

Se la mancanza ci porta tra le braccia di Dio allora avremo fatto bingo. Saremo persone capaci di amare l’altro per come è, con tutti i suoi difetti, perchè avremo trovato in Dio una fonte di amore inesauribile.

Antonio e Luisa

Contemplare per lodare l’amato

Carissimi sposi sicuramente può sembrare un po’ strano sentir parlare di lode in questo tempo di Quaresima in cui la Chiesa da sempre ci richiama ad uno stile penitenziale, ma Papa Francesco ci suggerisce che «La Quaresima non è un tempo triste! Su questo dobbiamo essere attenti. È un tempo di penitenza, ma non è un tempo di lutto. È un impegno gioioso e serio per spogliarci del nostro egoismo, del nostro uomo vecchio, e rinnovarci secondo la grazia del nostro Battesimo».

Prima di condividere con voi qualche “lume” della nostra esperienza di lode quaresimale, diamo uno sguardo al vocabolario: il verbo lodare deriva dal latino laudare, da laus laudis «lode», e vuol dire esprimere con parole la propria approvazione per le qualità, gli atti, l’operato o il comportamento d’una persona; più genericamente, parlar bene di qualcuno o di qualche cosa.

Stando a quanto apprendiamo dal dizionario lodare presupporrebbe l’uso della parola; quindi, l’esternalizzazione di ciò che di buono c’è mediante il linguaggio verbale. Ma per noi la lode è un qualcosa di più, cioè implica prima di tutto il riconoscimento di Qualcosa che costituisce l’Essenza della nostra vita. Questo Qualcosa è una Presenza, e questa Presenza è Dio. Possiamo dire che lodare Dio non significa soltanto esprimere una preghiera o un canto (perché appunto quella è l’espressione) ma riconoscerlo presente nella sostanza della nostra vocazione.

Ora, se la sostanza della vocazione matrimoniale è l’amore coniugale quale segno (imperfetto) dell’amore tra Cristo e la Chiesa non ci resta che stare ai piedi della Croce, poiché è proprio da lì che possiamo riconoscere e contempLare la lode di Dio per noi e, di conseguenza, LODARLO nella nostra vita di sposi; è la Croce che diventa la Parola più eloquente di Dio e ciò che sembra silenzio è, invece, il grande Verbo dell’amore di Dio Padre.

E se, come sposi, fossimo al posto di Maria e di Giovanni? Con le parole di Chiara Lubich faremmo il nostro atto di riconoscenza: «Abbiamo un solo Sposo sulla terra: Gesù crocifisso e abbandonato, non abbiamo altro Dio fuori di Lui». Ogni coppia dovrebbe chiedersi quale Gesù cerca: quello della moltiplicazione dei pani, quello del successo, dei miracoli, degli applausi?

Noi ci affidiamo al Gesù che conosce la sconfitta, il dolore, la perdita, per educarci continuamente alla via della croce perché crediamo sia il più alto percorso che realizza davvero l’esperienza d’amore di ogni coppia. Per noi è la più alta via per raggiungere l’unità perché se accogliamo il Crocifisso impariamo ad accogliere anche i rispettivi difetti e peccati, proprio come Cristo che sulla croce ha preso su di sé i peccati del mondo e li ha bruciati nell’amore.

Ecco l’amore che trasforma la lode in una presenza redentiva. Che ogni coppia, il Venerdì Santo, con Maria, possa ripetere il suo “sì” che è diverso da quello della prima chiamata (“Tu sarai madre”): è invece un “sì” infinitamente più grande, è il “sì” delle nozze compiute. Nel dolore tutto è donato, non resta più nulla di nostro. Davvero «Tutto è compiuto!».

ESERCIZIO PER LODARE L’AMATO

Durante la pia pratica della Via Crucis immaginate quella che S. Ignazio di Loyola nei suoi esercizi chiama “la composizione di luogo” della XII stazione e “ascoltate” nel silenzio ciò che il Crocifisso consegna alla vostra coppia.

PREGHIERA DEGLI SPOSI SOTTO LA CROCE

Oh nostro Sposo,

il calice è pronto,

riempito d’amore fino all’orlo,

come nelle giare traboccanti delle nozze,

come nella barca ricolma di pesci sul lago,

come nelle ceste di pezzi avanzati del miracolo …

Anche ora la misura del nostro amore è senza misura,

come lo Spirito che stai per donare ad ogni famiglia e al mondo assetato.

Il dolore trabocca dagli squarci della tua carne inchiodata,

come dai brandelli di ogni famiglia ferita.

Hai sete, sete ardente come al pozzo di Sicar,

sete di dare il tuo Amore alla nostra coppia

affinché a chiunque daremo da bere la tua Gioia

riconosca che non viene da carne mortale perché viene dall’alto,

sete di consacrarci nella verità.

Oh nostro Sposo,

l’opera volge al termine e le lacrime sono giunte al giubilo della mietitura.

Beati gli sposi che non temeranno di seguirti e non saranno scandalizzati da questo legno insanguinato.

Il chicco di grano sta per dare la spiga e gli uccelli già volano al riparo del grande albero.

Rimarremo muti al tuo grido ma sarà il tuo abbandono a salvarci.

Tutto è pronto nella nostra stanza nuziale.

Sotto le cupe nuvole rosse,

anch’esse bagnate di sangue,

brilla l’olio delle nostre lampade accese.

Le luci del Sabato sono già accese.

Con noi c’è la tua e nostra Madre,

anche lei accoglie in silenzio il tuo ultimo soffio.

È proprio perché c’è lei nulla è perduto,

il tuo sacrificio diventa fecondo.

Nel suo abbraccio il nostro pianto diventa la sorgente zampillante della nostra vita familiare.

Tutto ormai è dato in tal morte feconda.

Solo l’amore resta.

Amen

Una Santa Pasqua di Resurrezione ad ogni coppia di sposi che ha fatto della Croce di Cristo il suo talamo nuziale.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

I livelli del tradimento

Oggi voglio rispondere a una domanda che mi è stata rivolta da una lettrice. Riguarda il peccato. Mi è stato chiesto: tradire con la mente ha la stessa gravità che tradire con il corpo? Come non pensare ai versetti del Vangelo chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Matteo 5, 28)

Come dobbiamo leggere queste parole che sembrano tanto chiare? Dobbiamo leggere in modo non superficiale. Ci viene in aiuto il card. Ravasi che commentando questo versetto scrive: Non era la semplice emozione istantanea e spontanea di fronte a una persona o a una realtà attraente, bensì una decisione profonda della volontà che pianifica un progetto vero e proprio per conquistare l’oggetto del desiderio, anche attraverso una macchinazione o una tensione psicologica intima o una costante concupiscenza. 

Siete d’accordo che così cambia tutto? Mi permetto di fare alcune considerazioni. Esistono diversi piani di tradimento. Non hanno le stesse implicazioni e non credo neanche la stessa gravità. Come sempre io non voglio fare un discorso strettamente religioso e di peccato ma semplicemente umano per rivolgermi a tutti.

Primo livello. Il pensiero (la tentazione).

Permettetemi di essere chiaro. Essere attratti da altre donne che non siano mia moglie non è peccato. Naturalmente vale anche per mia moglie verso altri uomini. Le tentazioni ci sono e dipendono da una serie di diversi fattori. Non colpevolizziamoci se sentiamo attrazione per altri. Non sono pensieri volontari. Vengono e basta. Spesso dipendono da nostre fragilità o inclinazioni personali. Sono spesso istintive e non volute. Noi commettiamo peccato quando scegliamo di allontanrci dal nostro impegno quotidiano di mettere al centro del nostro amore nostro marito o nostra moglie. Quando lo decidiamo. Quindi arriviamo ora al secondo livello.

Secondo livello Nutrire il desiderio sbagliato.

Se ci fermiamo al primo livello stiamo sereni. Se entriamo invece nel secondo dovremmo prestare invece molta attenzione. Cosa succede nel secondo livello. Succede che quella persona che ci ha attratto prende spazio nei nostri pensieri e nel nostro cuore. Ma qui non c’è solo una dinamica involontaria ma iniziamo a provare piacere nel pensare a quella persona. Ciò può avvenire anche senza che quella persona sappia nulla. Senza che nostra moglie o nostro marito sappia nulla. Attenzione: quando una tentazione entra nel livello due spesso ciò è favorito dalla salute del nostro matrimonio. Se non viviamo un matrimonio sano dove c’è dialogo e cura reciproca faremo più fatica a resistere alle tentazioni. Quindi parte della responsabilità, in caso di cadute, va ricercata nella relazione stessa. Dove sta il peccato? Semplicemente che stiamo togliendo spazio alla persona che abbiamo sposato. In questo tipo di tradimento rientra anche la pornografia. Non stiamo tradendo fisicamente l’altro ma lo stiamo sostituendo. Stiamo dedicando spazio, tempo, energie fisiche e mentali verso qualcosa o qualcuno che ci allontana dalla nostra promessa sponsale. Stiamo sottraendo qualcosa che abbiamo donato all’altro. In questo livello rientrano tante situazioni. Mi viene in mente una sposa che si era rivolta a noi perchè quando faceva l’amore con il marito per eccitarsi pensava ad altri uomini. Siamo nel tradimento mentale. Oppure i sempre più frequesti tradimenti online. Dove non c’è contatto fisico ma semplicemente un corteggiamento o un dialogo allusivo. Capite dove sta il peccato? Peccare sappiamo che significa sbagliare bersaglio. E’ esattamente questo. Dedicare le nostre attenzioni ad altri o ad altro e, così facendo, impoverire sempre di più la nostra relazione sponsale allontanandoci sempre di più l’uno dall’altro.

Terzo livello Metterci il corpo.

Perchè questo è il livello più grave? Perchè è il più profondo. Il peccato è lo stesso del livello due ma le implicazioni sono molto più devastanti. Io credo che la maggior gravità dipenda da due fattori principali. Tradire fisicamente significa aver condotto il tradimento fino alla sua completa attuazione. Significa non aver voluto fermare tutto prima. Ma la cosa ancora più grave è aver vissuto quel tradimento in modo completo, in mente, cuore e corpo. Significa aver compromesso tutta la persona in una relazione che è altra rispetto a quella matrimoniale. Fare l’amore è il gesto che è parte integrante del sacramento del matrimonio. Dopo la promessa in Chiesa serve l’unione dei corpi per rendere il sacramento efficace. Questo proprio perchè nell’amplesso stiamo dicendo, con tutta la nostra persona, il nostro sì a voler essere uniti indissolubilmente. Quando avviene il tradimento fisico stiamo compiendo lo stesso atto unitivo con un’altra persona. Stiamo rinnegando dentro di noi quell’unità che abbiamo promesso all’altro e a Dio. Per questo il tradimento fisico è ancora più grave. Perchè non abbiamo lasciato fuori nulla di noi. Ci siamo dentro completamente. Ed è quello da cui poi è più difficile – quando scoperto – essere perdonati e che porta spesso a separazioni e divorzi.

Antonio e Luisa

Don Antonio: ho sempre riconosciuto una sensibilità per la pastorale familiare

Mi presento. Sono don Antonio. Un uomo di 46 anni e da 21 sacerdote. Sono parroco di due parrocchie in provincia di Salerno. Ho studiato prima nel seminario di Potenza, e poi presso S. Anselmo a Roma dove ho compiuto la licenza in Teologia sacramentaria. Sono stato educatore nel seminario di Salerno per 9 anni, e dal 2005 insegno teologia dei sacramenti ai futuri sacerdoti. Sono impegnato nella formazione permanente del clero e nell’accompagnamento di fidanzati e coppie sposate. In passato anche della vita consacrata femminile.

Fin da quando ero in seminario, ho sempre riconosciuto una sensibilità per la pastorale familiare. Devo ringraziare l’impegno pastorale presente in Italia in modo particolare ad opera dei sacerdoti don Renzo Bonetti e don Carlo Rocchetta. Li ho incontrati personalmente una sola volta. Ma grazie ai social sono come dei padri spirituali per la mia formazione pastorale. Sono loro riconoscente per il fatto che “penso la mia vita sacerdotale” sempre in relazione “alla vita familiare” e sono incamminato nel Regno divino “dell’amore sponsale” impegnandomi nella virtù della “tenerezza”.

Qualche tempo fa, un pomeriggio, lessi un commento su questo blog ad un post di Antonio. Era un forte giudizio, ormai diventato comune, su papa Francesco e sul suo collaboratore il card. Fernandez. Si accese un moto interiore e scrissi un messaggio in privato ad Antonio … e conversando anche a viva voce ricevetti la proposta di condividere le mie riflessioni con voi. Io sto con il papa. Questo o quello. Senza magistero papale non c’è Chiesa di Gesù, e allora non c’è neppure Gesù. Quello degli apostoli. Pur sapendo che Gesù agisce anche fuori dai “confini” della sua Chiesa. Ma intanto che io vivo nel suo corpo della Chiesa, non posso stare qui e anche fuori lì. Perciò io sto sempre con la Chiesa.

Forse perché da giovane le sue rughe, scavate sul Volto, a causa della sua umana fragilità, mi hanno spaventato e allontanato da Lei e quindi da Gesù. Poi ho imparato che puntare il dito significa non amare, non perché si giudica, ma perché si vuole prendere le distanze. Io, prete, attendo dalla famiglia che nasce dal sacramento del matrimonio di essere aiutato ad amare di più questa Chiesa, la Chiesa di oggi, che cresce e si sviluppa a partire dalla Chiesa di ieri, e vuole diventare sempre più per domani la Chiesa di Gesù Cristo.

La famiglia, piccola Chiesa domestica, riflette e incarna l’amore di Gesù per la Chiesa, ma anche quello della Chiesa per Gesù. Perciò, io che sono prete, ho bisogno veramente di questo sano amore della famiglia per la Chiesa, affinché io possa amare la mia chiesa parrocchiale così come il sacramento dell’amore ogni giorno edifica la Chiesa e la società.

Ritornando e concludendo la mia presentazione, con Antonio abbiamo pensato che i miei interventi saranno dei “frammenti sui sette segni”. In questo primo contatto ho voluto dare voce soltanto al frammento sulla mia persona affinché dietro a questa firma – don Antonio Marotta – ciascuno d’ora in poi possa essere certo del mio intento: risvegliare la Chiesa nelle anime (R. Guardini) – fu il messaggio di papa Benedetto XVI nel suo ultimo discorso pubblico – che esplicitato su questo blog significa voler ri-leggere i tratti familiari dei sette sacramenti. La dimensione ecclesiale dei sacramenti. I sette sacramenti per la chiesa domestica.

Don Antonio Marotta

Con cuore di vedova

Sono rimasta vedova a quarantacinque anni con quattro figli ancora in età scolare (all’epoca avevano 19 anni, 17, 15 e 10), dopo vent’anni di matrimonio. Il momento della morte del proprio coniuge è una di quelle cose che non si vorrebbe mai accadessero e se poi arriva troppo presto si aggiunge, al dolore del lutto, la fatica di crescere la famiglia da sole.

Il Signore mi ha dato la grazia di arrivare a quel momento preparata, perché sapevo che la malattia di Francesco era terminale, e il giorno del suo funerale per me era già in cielo. Lui ha vissuto la sua vita matrimoniale spendendosi tutto per Dio e per la famiglia e, quando è arrivata la malattia, l’ha accettata sapendo dove lo stava conducendo. Non ho mai avuto dubbi sulla sua resurrezione perché, come ho sperimentato di persona e scritto in uno dei miei libri: “Vivi la perdita del tuo amato esattamente come hai vissuto l’amore per lui. Il tipo di amore che hai sperimentato in vita diventerà anche il tipo di lutto che sperimenterai quando il tuo sposo morirà.

Quando è iniziata la mia vita da vedova però, mi sono accorta che questa certezza della risurrezione era condivisa da poche persone. Ricordo che, prima di aprire la pagina Facebook (e la sua gemella Instagram) “Con cuore di vedova”, sfogliavo altre pagine Facebook dedicate a chi aveva perso un proprio caro. Alcune avevano tantissimi follower e un sacco di commenti ai post, ma erano tutte improntate soltanto al ricordo del “caro estinto”. Mancava ogni riferimento alla risurrezione che, invece, per me è la testata d’angolo su cui costruisco ogni giorno le mie giornate.

Da qui è nata l’esigenza di testimoniare l’esperienza di risurrezione che Dio ha portato nella mia vita: Dio è rimasto fedele al sacramento del matrimonio donandomi un amore che va oltre la morte. Con questo spirito ho aperto la pagina “Con cuore di vedova” che ad aprile 2024 compirà tre anni.

Tre anni in cui ho proposto post di vario genere – ma sempre improntati alla fede cristiana – indirizzati alle vedove che, come me, stanno portando ogni giorno questa pesante croce.

La vedovanza è un cammino pressoché sconosciuto alla gente perché, in genere, non se ne parla. Così questa pagina, col tempo, è diventata anche un momento di confronto con altre vedove per condividere “come si fa” a sopravvivere a un dolore che sconquassa da cima a fondo e che non passa mai. Come si può ricostruire la propria identità di donna, tornare a sorridere (è il tema della Quaresima 2024 che ho proposto nelle meditazioni settimanali) e crescere una famiglia da sole. Spero che abbia fatto del bene alle persone che l’hanno incrociata anche soltanto per un post.

È anche un’occasione di dare voce a chi non ha voce.

La perdita del proprio sposo è una realtà che, comunemente, non viene toccata in nessun ambito ecclesiale. A parte i rari (e bellissimi) discorsi dei papi alle vedove consacrate, a parte le catechesi dei sacerdoti in occasione della giornata dei defunti, a parte una discreta scelta di libri sul lutto (ma non su come si vive “il dopo”, da sole) direi che manca una realtà che accompagni con costanza chi porta quotidianamente la croce della vedovanza, specifica per loro. Queste pagine web “Con cuore di vedova” sono un modo di dare voce a una realtà che passa sotto silenzio.

Inoltre questa pagina è anche un modo di affrontare la vedovanza alla luce della Parola di Dio. Per me sarebbe impensabile farne a meno: è semplicemente fondamentale. Ed è bello leggere anche le testimonianze che offrono le sorelle di fede vedove: è davvero arricchente e stimolante. Benvengano queste testimonianze perché aprono la prospettiva sulle realtà celesti. Ancora adesso una delle cose che mi fa più soffrire è vedere quante persone, anche cattoliche, anche che vedo a messa, non siano sicure di dove sia l’anima del loro sposo defunto. C’è tanto da annunciare!

Infine un altro obiettivo di questo “servizio” è diffondere gli interventi della chiesa, dei papi, del magistero, dei padri della chiesa, dei laici sul tema della vedovanza, sperando che lettrici e lettori ne possano trarre beneficio, insegnamento, riflessione. Io stessa scrivo le riflessioni che mi suscita la preghiera, o le poesie che mi nascono da dentro. Ci tengo a precisare che ogni cosa che scrivo nasce dalla preghiera.

Vorrei concludere con uno dei discorsi più belli alle vedove, fatto da Papa Pio XII nel 1957. È un po’ la Magna Charta di tutti i documenti successivi:

 “La morte, anziché distruggere i legami di amore umano e soprannaturale contratti con il matrimonio, può perfezionarli e rafforzarli. È fuori dubbio che sul piano puramente giuridico e su quello delle realtà sensibili, l’istituto matrimoniale non esiste più. Ma sussiste tuttora ciò che ne costituiva l’anima, ciò che le conferiva vigore e bellezza, cioè l’amore coniugale con tutto il suo splendore ed i suoi voti di eternità. [.. .] Se il sacramento del matrimonio, simbolo dell’amore redentore di Cristo e della sua Chiesa, trasferisce agli sposi la realtà di questo amore[..], ne consegue che la vedovanza diventa, in qualche modo, il compimento di questa mutua consacrazione[..]. Ecco la grandezza della vedovanza quando è vissuta come prolungamento delle grazie del matrimonio e come preparazione del loro dischiudersi nella luce di Dio!

Vi ringrazio di avermi dedicato questo spazio e di aver consentito di aprire una finestra sul mondo della vedovanza.

Elisabetta Modena vive e lavora in provincia di Verona, ed è scrittrice di narrativa e poesia (pubblica sia con il suo nome, che con lo pseudonimo Judith Sparkle)

Intervista su Tv 2000

Su Aleteia sono apparsi due suoi articoli: 1 2

Ariticolo su Punto Famiglia

Una sua testimonianza è stata raccolta e pubblicata da Cecilia Galatolo nel libro “Vivere il lutto insieme a Dio” per l’editore Mimep docete.

Ha dedicato un libro di poesie a suo marito, con illustrazioni della figlia, dal titolo: “Come un campo di girasoli” (Amazon).

Fino alla fine. Un libro fuori dal coro

Qualche giorno fa è uscito il libro di un mio caro amico, nonché teologo, Marcelo Fiães che, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II (Roma), ha ottenuto la Licenza in Sacra Teologia (Summa cum Laude, e premio seconda migliore tesi di licenza dell’Istituto per l’anno 2021), con la tesi intitolata “Il significato della separazione fedele”. Da questo lavoro è nato questo libro, Ti amerò fino alla fine (Il significato della separazione fedele nel matrimonio cristiano), nella collana “Saggi” di Mistero Grande, con la prefazione di Don Renzo Bonetti e questa è la sua presentazione:

Il matrimonio è da anni una realtà in crisi, con metà delle coppie che divorzia e intreccia nuove relazioni. I cattolici non fanno eccezione a questo trend e anche fra molti battezzati è diventato usuale “rifarsi una vita” dopo una separazione matrimoniale. Non tutti i credenti, però, ritengono questa una scelta obbligata. Alcuni, nonostante siano stati traditi o abbandonati dal coniuge, decidono di rimanere fedeli al Sacramento delle nozze e non cercano nuovi legami. Perché lo fanno? Qual è il significato di una scelta giudicata come insensata e fondamentalista agli occhi dei più? Cosa spinge i separati fedeli a continuare ad amare chi – per vari motivi – ha voltato loro le spalle? L’autore, a partire da una solida base teologica e dalla viva testimonianza di separati fedeli, propone alcune piste di riflessione per approfondire un tema poco conosciuto e raramente affrontato, anche in ambito ecclesiale. Un libro “fuori dal coro” che ha lo scopo di ricordare come il matrimonio cristiano, anche quando il legame fallisce, non perde il suo valore sacramentale e profetico, poiché conserva l’immagine delle nozze definitive dell’umanità con Cristo.

È un libro che ritengo molto importante, non solo perché ha basi teologiche solide e riporta testimonianze di separati fedeli, ma perché sottolinea il fatto che il Sacramento del matrimonio è efficace e generatore di frutti anche se il coniuge non è più fisicamente accanto. Non è una cosa facilmente comprensibile, perché nella stragrande maggioranza dei casi, i separati fedeli vengono visti come persone menomate che, poverini, sopravvivono in qualche modo, come fossero uccelli ai quali vengano legate le ali.

Questa è una visione errata, perché la capacità di amare e lo svolgimento della missione non sono legati alla presenza del coniuge: quest’ultimo è certamente un aiuto importantissimo nel crescere nell’amore gratuito, nell’unità, nel perdono, nella pazienza, nella tenerezza, nella reciprocità e complementarità, ma nel Sacramento del matrimonio viene benedetta la relazione e, poiché Gesù non divorzia mai da nessuno, qualsiasi cosa succeda, rimane ugualmente in piedi.

Paradossalmente il coniuge a volte può essere non un aiuto, ma un peso nello svolgimento della missione, se si limita tutto solo alla coppia e alla propria famiglia, senza guardare fuori, ritenendo che gli sposi “bastino a sé stessi”: è un atteggiamento che può portare alla fine di una relazione.

I separati fedeli sono chiamati non tanto a svolgere servizi vari in parrocchia o aiuto ai parroci, ma a rendere fruttuoso il loro Sacramento, a essere protagonisti nella Chiesa e per la Chiesa, non per i propri meriti, ma per la Grazia che deriva proprio dal Sacramento: ovviamente mostrano un volto particolare di Gesù, quello ferito, ma che lo Spirito Santo rende efficace, perché continua ad amare nonostante tutto.

Anche Papa Francesco ha voluto sottolineare l’importanza di questa scelta: Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza…..Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano (Amoris Laetitia, 30).

Se qualcuno pensa che questa strada sia percorribile realmente solo da alcune persone, quelle magari particolarmente convinte o con le dovute qualità, sta di fatto mettendo un freno, un limite alla potenza di Dio e allo Spirito Santo: ho visto persone semplici, che non hanno studiato, rimanere fedeli attraverso una fede sincera e un totale affidamento a Gesù, seguendo il desiderio del proprio cuore.

Anche io m’inserisco fra le persone che, senza studi teologici, senza particolari doti e senza la presunzione di capire tutto, si sono messe in cammino giorno per giorno, confidando nella Provvidenza e ottenendo frutti inaspettati, gioie, consolazioni e tanti amici. Grazie Marcelo per questo tuo libro che sarà utile a tanti sposi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Dio vede in voi una meraviglia

Il Vangelo del padre misericordioso – proposto oggi dalla liturgia – è uno dei passi più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perché lo ascoltiamo in momenti diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Cambiamo sempre e quindi cambia ciò che la Parola provoca in noi.

Detto questo, parto da una riflessione di don Fabio Rosini di un po’ di tempo fa. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, mentre gli altri non meritano né considerazione né rispetto. Non hanno dignità. Sono considerati la feccia.

Gesù racconta la parabola del Padre misericordioso per mostrare la diversa esperienza vissuta dal padre da parte dei suoi due figli. Il figlio peccatore che torna a casa ha commesso molti errori. È vero, il suo comportamento è stato davvero sbagliato. Ha sprecato tutto ciò che il padre gli aveva dato, vivendo una vita dissoluta. Tuttavia, c’è un punto di svolta. Questo porta Gesù a dire in un’altra occasione, in Matteo 21: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio“. Quando tocca il fondo, il figlio comprende la miseria della sua condizione e del modo in cui ha vissuto. Il peccato lo ha reso vulnerabile e spoglio. Tornando a casa, l’abbraccio del padre lo fa sentire amato, nonostante abbia deluso, disobbedito e si sia perduto. L’abbraccio del padre diventa per lui un’occasione per sentirsi amato per ciò che è, e non per ciò che ha fatto o non fatto. È un amore autentico e incondizionato.

Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha sempre condotto una vita onesta. Non lo ha fatto per amore, ma per senso di responsabilità. Per sentirsi in pace. Questo lo fa sentire come se il Padre fosse un padrone e lui un servo. Tutto diventa gravoso. Capite la differenza nella relazione tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia positivo, ma potrebbe essere un’opportunità per rinascere.

Anche io ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione.

Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio?

Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio pensava ci fosse in me qualcosa che valesse la pena di salvare e chi ero io per dirgli che aveva torto, non sono mica Dio, non sono mica Dio.

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

Quando fare l’amore può essere un fioretto quaresimale

Ho ricevuto una mail da Agata (nome di fantasia) che mi ha fatto riflettere. Anche perché simile a un aneddoto che ci raccontava sempre padre Raimondo – il frate che ci ha seguito e dato una regolata da fidanzati – che mi aveva colpito già tanti anni fa.

In questa mail Agata, che conosciamo già da un po’ di tempo e sappiamo che ha problemi a lasciarsi andare nell’intimità con il marito, ci ha confidato di aver scelto per questa quaresima un fioretto diverso dal solito: ha scelto di non avere rapporti sessuali con il marito per tutta la durata della quaresima.

Un fioretto di questo genere può essere davvero gradito a Dio? Lo può essere nella misura in cui ci aiuta a crescere e a perfezionare il nostro matrimonio. Faccio un esempio. Se io sposo faccio fatica a rispettare i tempi dei metodi naturali e sono spesso in difficoltà ad accogliere i periodi di astinenza per esercitare la mia paternità responsabile, ecco che un fioretto di questo tipo può essere positivo. Vissuto però con la consapevolezza che lo sto attuando per essere capace di amare di più e consapevole che mi sta costando fatica perché voglio rendere quella fatica feconda. Soprattutto deve essere condiviso con la mia sposa che non può non essere coinvolta in una situazione che non riguarda me ma riguarda noi.

La comprensione e l’accettazione dei sacrifici necessari nel matrimonio possono portare a una crescita personale e spirituale. Affrontare le sfide con l’obiettivo di migliorare la relazione con il proprio coniuge dimostra un impegno profondo e un desiderio sincero di amore e reciprocità. Questa consapevolezza può portare a una maggiore armonia e intimità, creando così una base più solida per il matrimonio.

Non è proprio il caso di Agata. L’autrice della mail sta usando Dio per coprire una difficoltà che lei e il marito hanno nel vivere l’intimità. A lei non costa nessuna fatica rinunciare al sesso con il marito! Per quaranta giorni ha la “scusa” buona. Anzi, ha trovato il modo di rendere “santa” una scelta che invece è sbagliata per la coppia. Perché li allontana sempre di più! Meno si sta vicini – e l’intimità fisica è il massimo della vicinanza – e meno desiderio si avrà di cercarsi.

Per questo ho dato ad Agata lo stesso consiglio che padre Raimondo diede a quella coppia: che fatica fareste a non fare l’amore? Io in Quaresima vi invito a farlo di più, impegnatevi a cercarvi e a curare la vostra relazione.

Un fioretto ha senso quando fatto per il bene e a volte non ci chiede di rinunciare a qualcosa ma di impegnarci, per amore, a superare fatiche e difficoltà.

Antonio e Luisa

Non si annulla un matrimonio, semmai si dichiara nullo

Questo articolo nasce da due precedenti pubblicati qui sul blog. Nel primo articolo Ettore Leandri – presidente della Fraternità Sposi per Sempre – testimoniava quanto fosse stata feconda per lui la rinuncia a una nuova relazione dopo la separazione dalla moglie sposata sacramentalmente. Nel secondo Giorgio e Valentina, presentando l’esegesi del testo di Pinocchio e citandone il testo originale, scrivevano: “Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra ed i darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare una casina candida come la neve.

Amici separati e divorziati, soli o in nuova unione, la Chiesa ha sempre ascoltato la vostra sofferenza, diventando quella casina, mettendo a disposizione uno strumento importante come la causa di nullità matrimoniale, strumento da secoli previsto dalla Chiesa, a cui negli ultimi anni hanno fatto più volte riferimento discorsi e documenti sia di Papa Francesco (Esortazione apostolica Amoris Laetitia, Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus) sia di Papa Benedetto (Sacramentum caritatis), nei quali la verifica della nullità del matrimonio è indicata come sostegno e conforto nell’accompagnamento delle persone ferite da separazione e divorzio.

Si tratta di causa di nullità e non di annullamento: la differenza è sostanziale. La sentenza conclusiva del procedimento di nullità si limita a dichiarare la non sussistenza del matrimonio: il consenso espresso dagli sposi davanti al sacerdote non ha generato nessun matrimonio. Non si annulla, perché annullare significa cancellare un’unione sponsale che esiste – e nessuno può farlo – ci si limita a rilevare, constatare, dichiarare che quel matrimonio è nullo, non è mai venuto a esistenza.

Che cosa indaga il processo? L’indagine è sul consenso degli sposi, perché è dal loro consenso che il matrimonio nasce.  La Chiesa presume validi tutti i matrimoni celebrati con la forma canonica, con la manifestazione del consenso degli sposi secondo la formula indicata dalla Chiesa. Nella causa di dichiarazione di nullità si va a verificare se al momento dello scambio del consenso (non dopo), entrambi gli sposi, o anche uno solo di essi, avevano l’intenzione di fare quello che la Chiesa intende per matrimonio.

Gli sposi escludevano uno degli elementi essenziali? Gli sposi (o uno di essi) volevano davvero il matrimonio sacramento, volevano tutti i suoi elementi essenziali, indissolubilità, fedeltà, bene dei coniugi, apertura alla procreazione? Se uno di questi elementi è escluso, quella volontà si indirizza a qualcosa che assomiglia al matrimonio ma non è il matrimonio. Quindi il matrimonio non nasce e la causa per verificarne la nullità potrà essere intrapresa anche dopo decenni.

Accogliendo gli sposi, il sacerdote li interroga sulla loro libertà e consapevolezza. Gli sposi avevano la libertà e la consapevolezza necessarie? Avevano la sufficiente consapevolezza di cosa significa che il matrimonio è un’alleanza tra due persone che si donano reciprocamente e per tutta la vita? Avevano la necessaria conoscenza reciproca per avere tale consapevolezza? Quando la Chiesa va a verificare la validità cerca di capire se gli sposi possedevano tale capacità di valutazione critica o se tale capacità era gravemente compromessa, se i soggetti (o uno di essi) mancassero della capacità di valutare praticamente e concretamente la scelta del matrimonio, gli effetti del matrimonio che stanno per celebrare con quel partner; se avessero la libertà interiore di autodeterminarsi rispetto alla scelta dei diritti e doveri coniugali.

Gli sposi erano capaci di quel dono di se stessi, che è l’oggetto del patto matrimoniale e che si concretizza nel farsi carico dei diritti e doveri coniugali,  in vista della costituzione del matrimonio? Il matrimonio è un impegno concreto rispetto ai suoi obblighi essenziali, è un prendersi cura l’uno dell’altro, della famiglia. Le difficoltà e le crisi non sono escluse ma ciò che la Chiesa analizza nel processo di dichiarazione di nullità non si ferma alle difficoltà insorte nel matrimonio; va a cercare di capire se entrambi o uno dei due avesse problematiche di ordine psichico che lo rendono incapace di quegli obblighi che dal matrimonio scaturiscono, come si riscontra ad esempio in presenza di disturbi di personalità che impediscono la reciprocità.

Sono quindi molteplici le cause per cui può esser dichiarata la nullità di un matrimonio. Come negli ultimi giorni ha rilevato il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della CEI e Arcivescovo di Bologna, proprio “la fragilità psichica” è il motivo che determina la maggioranza delle dichiarazioni di nullità matrimoniale. Il Cardinale ha anche auspicato un incremento delle procedure di nullità,  come strumenti “per guarire da una sofferenza che la separazione porta con sé”. “Non è il divorzio cattolico-ha aggiunto mons. Zuppi- ma un discernimento attento, profondo” per ricercare la verità, da cui può conseguire conforto, pace, serenità e nuove prospettive di vita per fratelli e sorelle sofferenti.

Avvocato nei Tribunali Ecclesiastici Paola Brotini

Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo

Oggi riprendiamo il Vangelo di ieri che ci ha proposto la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di Quaresima. La Quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è appunto feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto.

Non è importante solo per un individuo, ma anche per una coppia. Abbiamo bisogno di liberare spazio nei nostri cuori per permetterci di riaprire alla meraviglia che siamo. Perché, sì, una coppia di sposi è veramente una meraviglia. Se non riusciamo più a riconoscere questa meraviglia, potrebbe essere il momento di fermarsi un attimo a riflettere sulle nostre vite. Lo so, la nostra vita è così caotica. Abbiamo figli piccoli o grandi, dobbiamo far fronte al lavoro, agli impegni, alle scadenze e alla burocrazia. Sempre di corsa, non c’è mai abbastanza tempo!

E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non riesco a credere che non possiamo trovare un momento per fermarci e guardarsi negli occhi. Fermatevi per raccontarci quanto sia importante la presenza dell’altro/a. Fermatevi per pregare insieme. Fermatevi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro e il suo sguardo che si posa su di noi.

Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La Quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno non proprio urgente e necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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Donna, conosci te stessa!

Torniamo a parlare di challenge, sfide lanciate sul web e raccolte nella realtà dai giovanissimi: avevamo affrontato nei precedenti articoli la NNN e la DDD per i mesi di novembre e dicembre. Purtroppo, quasi ogni mese ne propone una ed è il caso della FFF: Free Finger Friday. Rivolta solo alle ragazze, chiede di astenersi da qualsiasi tipo di rapporto o piacere per tutto il mese.

Come già ricordato in precedenza, speriamo vivamente che queste sfide virtuali non siano raccolte da nessuno e restino solo argomenti da clickbait per i siti di gossip. Tuttavia, c’è chi le ha pensate e lanciate e, probabilmente, anche chi le ha seguite e diffuse. Scelgo di parlarne per due motivi: il primo è che esistono e non possiamo ignorare il mondo in cui i nostri adolescenti vivono. Ciò che leggono o trovano sul web è un minestrone in cui siamo chiamati a mettere le mani, per non farci trovare impreparati di fronte alle sfide dell’adolescenza. Il secondo motivo è usarle (e non subirle) per parlare di tematiche calde, che possano interessare noi sposi, educatori, genitori. Sfruttarle è ciò che mi propongo, dal momento che non è possibile eliminarle.

In questo caso, soffermiamoci a guardare le ragazze, future donne del domani, noi spose cristiane: quante conoscono veramente il proprio corpo? Quante sanno cosa avviene e come, al suo interno, ogni mese? Quante sanno parlare di fertilità? Quante, più profondamente, conoscono il valore di sé stesse e della verginità (sempre più qualcosa da perdere in fretta)?

Alla donna, interlocutrice del serpente nell’Eden, è affidato molto: l’accoglienza dell’uomo ed eventualmente di un altro essere umano. Accettare l’unione con un uomo significa accettare l’eventualità di una gravidanza (anche quando nel matrimonio si usano i metodi naturali ndr): scindere questi due aspetti, per la Chiesa, è negare la Verità e implica l’uso dell’altro per mero piacere.

Ripensiamo a quanto sappiamo, noi donne, del nostro corpo e di come funziona: chi ci ha veicolato queste informazioni? Dove le abbiamo cercate? Torno spesso al tema del “campo di ricerca” perché se avere domande è sintomo di vitalità, cercarle nei luoghi sbagliati può essere dannoso. Oggi le risposte vengono, oltretutto, offerte da ogni lato. Basta accedere la televisione e si hanno risposte preconfezionate per molti dubbi – prodotti per la casa, shampoo indispensabili, aggeggi tecnologici imperdibili. E ci ritroviamo a desiderare questo o quell’oggetto, quella vacanza, quel vestito. Eppure, nessuno ha fatto domande!

Le risposte offerte prevengono le domande. Marketing spicciolo ma anche dinamica che va a stuzzicare ciò che nell’uomo è molto profondo: il desiderio. Orientarlo è compito suo ma ci sono mille distrazioni che tentano di ricalcolare il percorso.

Tornando al corpo della donna, va da sé che dalla televisione arrivano risposte fuorvianti, schizofreniche, pericolose: devi essere sempre giovane e bella ma anche accettarti per quello che sei; la bellezza non è tutto ma ci sono mille prodotti e creme per migliorare (perché dovresti); non bisogna oggettivizzare il corpo femminile ma poi in ogni talk ci sono vallette seminude. Da questo bipolarismo se ne esce silenziando gli stimoli che non ci aiutano a volerci bene: perché, in fondo, il messaggio è sempre uno. Tu non vai bene così come sei. Non sei abbastanza (e metteteci l’aggettivo che preferite).

Pensate, giovani spose, a quanto questo meccanismo possa essere intrusivo nella vita matrimoniale: non andiamo bene così come siamo, quindi nemmeno per il nostro sposo. Dovremmo cambiare, migliorarci, modificarci. Non potremo mai rilassarci perché a distrarci chissà che succede. Il risultato di tutto questo è un rapporto nevrotico che sfinisce.

Se tu, sposa, impari ad avvicinarti sempre più a Cristo, vedrai che attorno a te questi inciampi si faranno sempre più radi: silenziare il mondo non significa starne fuori. Significa mettere Gesù davanti ai nostri occhi, per evitare di cadere in trappole che ci faranno sempre più fragili e timorose. Ho parlato di televisione ma sono soprattutto i social il principale interlocutore di adulti e ragazzi: cara sposa, hai mai pensato ad un sano detox digitale?

Anche se i contenuti che visualizzi sono cristiani e portano valore alla tua vita, a volte c’è bisogno di far tacere tutto e far parlare Dio. Nessuna pagina ti farà pregare: per quello serve che stacchi internet, prendi in mano il Vangelo, fai un bel segno di croce e lasci che la Parola ti attraversi.

La Quaresima sia un’occasione per fare spazio, silenzio, preghiera. Capire dove cerchiamo le nostre risposte e ricalibrare il tiro quando le accettiamo da luoghi malsani, che non vogliono il nostro bene. Il nostro Matrimonio ne gioverà: perché una buona autostima è lavoro di tutta una vita e ne abbiamo un fondamentale bisogno per non creare rapporti nevrotici. Coraggio, dunque!

Buttiamoci in questo deserto quaresimale con letizia! Buon cammino di Quaresima!

Giada di @nesentilavoce

Fede e Chiara: due mendicanti d’amore.

La coppia perfetta si è dimostrata meno perfetta di quello che hanno voluto farci credere. Non sono bastati soldi, attici, fashion week, riflettori, tate e salotti della società che conta. Alla fine i Ferragnez sono tornati a essere Fede e Chiara. Una giovane coppia di sposi e di genitori che è diversa ma nel contempo uguale a tutte le altre coppie. Fede e Chiara come probabilmente si chiamano nella quotidianità. Una quotidianità che non si spegne quando si spengono i riflettori delle stories o dei reel Instagram.

Il mio primo pensiero va a Vittoria e Leone i due piccoli figli della coppia che hanno avuto tutto e che probabilmente stanno perdendo quello che davvero c’è di importante in una famiglia: l’amore e la comunione.

Una preghiera poi per Federico e Chiara. Non sono riusciti a trasformare la coppia in un noi. Non sono riusciti a farsi carico l’uno della vita dell’altro. Non sono riusciti a fare quel salto di qualità che fa di una relazione un matrimonio: non essere più due mendicanti che cercano di prendersi l’un l’altro qualcosa (tenerezza, intimità, sicurezza ecc) ma due persone che sanno di essere preziose e risolte e che vogliono restituire qualcosa di quell’amore grande che hanno sperimentato l’uno all’altro. Solo così, quando l’amore è gratuito, si tratta di vero amore.

Un pensiero infine a tutti i fan di questa coppia. Quanto successo può dare un altro colpo alla già traballante reputazione dell’istituto del matrimonio. Tanti sono disillusi e scoraggiati. Tanti non credono che una relazione possa durare tutta la vita. Neanche Chiara e Federico sono riusciti. Eppure sono così belli, così popolari, così perfetti. Se non sono riusciti loro come possono farcela gli altri, i normali e i mediocri?

Sono sempre più convinto che il matrimonio nella nostra società non sia per tutti. Ormai è diventato una scelta incomprensibile, ancor prima che impossibile da onorare. Per questo il matrimonio trova un senso profondo solo all’interno di un cammino di fede. Solo quando si fa esperienza dell’amore di Dio possiamo comprendere come sia bello e quanto dia senso cercare di amare come Lui ci ama. Solo così saremo pronti a promettere davvero il per sempre. Ne è convinta anche la Chiesa che si sta interrogando quanto sposarsi senza una fede matura sia causa di nullità. Perché siamo troppo fragili per farcela da soli. Solo attingendo a Cristo possiamo amare senza condizioni. Cari Federico e Chiara vi auguro di incontrare l’Amore e allora forse troverete la forza di amarvi davvero e di essere degli influncer di Dio.

Antonio e Luisa

Solo una rinuncia o una vera scelta di vita?

Recentemente una donna mi ha posto questa domanda: Mi sono separata e successivamente ho conosciuto un uomo bravo, che mi riempie di attenzioni, che sa stare con i figli e che non lascerei per niente al mondo. Se fosse capitato a te, avresti rinunciato a tutto questo?”.

È una domanda simile a tante altre e che si può riassumere così: “Per quale motivo dovrei rinunciare a un qualcosa che io reputo bello, buono e che mi fa stare bene?”. Sinceramente è una domanda che mi sono fatto anch’io diverse volte, durante i vari anni e che deve trovare una risposta non banale, non superficiale o dettata da un sentimento momentaneo.

Innanzitutto, la parola rinunciare la percepisco come una nota stonata su una scelta di tutta una vita, perché mi richiama alla mente un qualcosa di negativo: è vero, ora siamo in Quaresima e siamo chiamati a fare qualche rinuncia, un fioretto, qualcosa che ci richiede un piccolo sacrificio; c’è chi rinuncia ai dolci, chi a Instagram o a qualche vizio, per togliere tutto quello che ci appesantisce nel cammino e che ci porta lontano da Quello che realmente conta.

Tuttavia si tratta di un periodo ben preciso e limitato, quaranta giorni, appunto, non mesi, anni o tutta la vita. Ritengo infatti che fare una scelta di vita e percepirla come una rinuncia, non può essere sostenibile o comunque mette già in conto numerose cadute o momenti in cui, per vari motivi (come stanchezza, stress, problemi vari), il vaso sarà talmente colmo da farci perdere il controllo.

Inoltre, non tutto quello che noi percepiamo come bene e bello, è effettivamente così, basti banalmente pensare ad esempio a chi fuma o a chi esagera nel bere: c’è qualcosa di piacevole che ci attira, ma alla fine il ritorno non è positivo per il nostro corpo; per questo motivo esistono il Vangelo e i comandamenti, per farci capire cosa è giusto e buono.

Specialmente all’inizio, quando mi sono separato a 37 anni, non avrei avuto difficoltà a trovare una ragazza, perché, anche se non ero interessato a frequentare altre persone, ho ricevuto delle proposte esplicite e mi sarei potuto “divertire”, secondo come la pensa il mondo.

Sarei un ipocrita se negassi di aver fantasticato a volte su quella che potrebbe essere stata la mia vita “se avessi accettato”, “se fossi uscito”, magari a quest’ora mi sarei trovato anche con altri figli; tuttavia, puntualmente, arrivo alla conclusione che non ho rinunciato a niente, ho solo scelto una strada, quella che reputo migliore, perché, anche dopo notti di passione, mi sarei comunque ritrovato solo con me stesso a domandarmi: “sto facendo una cosa giusta, cos’è davvero l’Amore, perché viviamo, perché accadono le cose, qual è lo scopo della vita e davvero con la morte finisce tutto?” (tralasciando poi il fatto che il mio benessere/egoismo sarebbe stato in contrasto con il bene delle figlie che hanno bisogno solo di un papà e di una mamma).

Aggiungo poi che, frequentando persone divorziate riaccompagnate o risposate, non è tutto oro quello che luccica: ci sono sempre difficoltà da superare, litigi e situazioni davvero complesse da gestire quando convivono figli delle precedenti relazioni e a volte anche quelli della nuova unione. San Francesco all’inizio amava i vestiti belli, trascorreva le giornate con gli amici, tra feste e divertimenti, desiderava diventare cavaliere, ma ad un certo punto “ha rinunciato” a tutto questo, o meglio, ha capito che non era la strada migliore da percorrere in questa vita per arrivare alla Vera pace, la perfetta letizia.

Se non si fosse spogliato dei suoi abiti, avremmo avuto un mercante in più e invece, grazie a lui, abbiamo avuto un benefattore dell’umanità che ha stravolto la chiesa di allora, con frutti numerosissimi ancora oggi, tanto da farlo diventare Patrono d’Italia, altro che mercante!

Scoprire che posso amare tante donne come sorelle senza andare oltre un abbraccio e che posso considerare i bambini che incontro come figli miei, anche se non li ho generati fisicamente, ha fatto si che la mia vita abbia preso una svolta inaspettata anche per me, dove anche la castità non è una rinuncia, ma un amare diversamente, a 360 gradi, senza barriere e confini di nessun tipo.

La croce, infatti, non è una scelta masochistica o da pazzi come molti credono, ma un abbassarsi per dare la vita, per servire e per amare ancora più intensamente: mi rendo conto che non è facile capirlo, ma se nostro Signore, Creatore di tutto, è venuto sulla Terra, non per essere servito e riverito, ma per morire per noi, allora significa che quella è la strada giusta. Credo non solo alla promessa che ho fatto a mia moglie, ma soprattutto a quella che ho fatto a Dio, cioè quella di esserGli fedele per tutta la mia vita, indipendentemente da quello che accade.

Dentro di me sento che sto facendo del bene a me stesso e alle persone che mi stanno intorno, a cominciare dalle figlie (e lo vedo dai numerosi frutti in questi dieci anni); infine credo sia evidente a tutti quanto i tradimenti, le separazioni e i divorzi influiscano sulla società in cui viviamo, dove alla base della violenza, spesso ci sono comportamenti che vanno contro la famiglia, cellula della comunità, formata da uomo/donna che rappresentano insieme il volto con cui Dio ha scelto di mostrarsi fin dall’inizio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Quante volte si è sentita forestiera.

Dal Vangelo di oggi: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Forse lei si sentiva affamata, affamata di amore, di intimità, di essere compresa e ascoltata. Ogni volta che ho notato questa sua fame e l’ho placata, nutrivo lo spirito di Gesù in lei e in noi.

Forse lei si sentiva assetata, come molti di noi si sentono a volte. Assetata di significato e di una vita piena. Una vita che non sembrasse sprecata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si potesse trovare un amore che desse significato e che ci avvicinasse alla sua fonte. Un amore che ci aprisse a Dio. Solo così si può placare la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare empatia e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? È difficile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. A volte, forse più volte di quanto sperassi, sono riuscito a restituire la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità attraverso il mio sguardo. Uno sguardo che non si affievolisce con gli anni, ma al contrario diventa più intenso. Uno sguardo pieno di desiderio, gratitudine e appunto meraviglia. L’ho rivestita con il mio sguardo.

Malata e carcerata? Chi non porta con sé ferite e fragilità che rendono difficile instaurare una relazione autentica con gli altri. Ognuno di noi ha i propri pesi e i lacci che imprigionano e impediscono di aprirsi agli altri. Le sofferenze, le esperienze, i pregiudizi e persino il peccato, che fa parte della nostra esistenza, rischiano di ostacolare la possibilità di aprirsi a un amore autentico. Solo in una relazione libera, in cui ci si sente sostenuti dalla persona amata anziché giudicati e puntati sulle proprie debolezze, possiamo sperare di guarire le nostre ferite e spezzare le sbarre della prigione in cui ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio.

Antonio e Luisa

Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.

Queste profonde righe tratte dal Vangelo della liturgia odierna catturano davvero l’animo. È affascinante notare come Gesù veda oltre le apparenze. Egli non giudica Levi soltanto per il suo ruolo e le sue azioni. Gesù guarda il cuore. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse, un individuo disprezzato dalla comunità, considerato un mafioso e un avido sfruttatore, un collaborazionista degli oppressori. Tuttavia, c’è un lato di lui che non possiamo trascurare. Il suo cuore non era ancora interamente corrotto. Forse era tormentato, infelice, eppure non privo di bontà. Pur nascondendo il suo tormento interiore, il suo cuore sanguinava per il male che commetteva. Se non fosse stato così, neppure lo sguardo di Gesù avrebbe potuto toccarlo.

Era una persona triste. Faceva ciò che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e lui stesso era convinto di esserlo. Il giudizio delle persone può causare tanto male. Gesù si ferma e lo osserva. Lo osserva mentre è immerso nei suoi traffici. Lo osserva in tutta la sua miseria e desolazione in quel momento. Lo osserva mentre sottrae alla gente bisognosa. Lo osserva e vede un miserabile? No, vede una meraviglia. Scruta dentro di lui, come solo lui sa fare, e percepisce quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo osserva e vede un uomo alla ricerca, un uomo privo di pace, un uomo infelice, perché nel suo intimo sa che la bellezza della vita è qualcosa di diverso. Sente che la bellezza proviene da un’altra parte, non certo da denaro o beni materiali. Lo osserva e lo chiama.

Matteo aveva davvero bisogno di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto ciò che avrebbe potuto diventare. Ha visto il suo potenziale. Non era la persona che stava vivendo. Era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Forse in Gesù ha riscoperto ciò che sapeva già nel profondo. Seguirlo è stata semplicemente l’ovvia conseguenza. Finalmente si è sentito bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Chiami me? Sei sicuro? Capisci chi sono? Capisci cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

San Valentino e Ceneri hanno molto in comune!

Scrivo spesso che l’amore va dimostrato ogni giorno con gesti di tenerezza, di servizio e di cura che noi sposi ci doniamo gratuitamente solo per la gioia di contribuire al bene e al benessere dell’altro. Proprio per questa mia consapevolezza ho sempre guardato la festa di san Valentino con aria di superiorità. Sono sempre stato un po’ snob verso questa ricorrenza che spesso non è molto più che una festa commerciale che serve a vendere fiori, cioccolato, gioielli e altri regali più o meno azzeccati. Una festa un po’ superficiale fatta di frasi ad effetto, magari scopiazzate da qualche sito di aforismi (ammetto che ogni tanto in passato ci ho sbirciato anche io per trovare qualche idea).

Oggi questa festa si “scontra” con il mercoledì delle ceneri. Uno dei due giorni in cui la Chiesa ci chiede il digiuno completo. In realtà questa è una grande occasione per recuperare non solo il senso della Quaresima ma anche quello di San Valentino. Sono due ricorrenze che hanno tanto in comune se guardate con lo sguardo centrato al senso profondo.

La Quaresima a cosa serve se non a staccarci da tutto ciò che non è essenziale per risontonizzarci sulla nostra relazione con Gesù per arrivare pronti alla Pasqua. Ad accogliere il Suo più grande dono: la Sua Passione, la Sua morte e la Sua resurrezione. La Quaresima ci invita a fare memoria del nostro amore per Gesù e perfezionarlo sempre di più. Anche San Valentino può avere lo stesso significato.  Soprattutto per chi è sposato da un po’ di anni.

E’ importante credo fare memoria di quanto siamo belli insieme e di quanto è bello avere la mia sposa accanto. E’ importante recuperare, almeno in alcuni giorni, quel romanticismo che la vita pazza e frenetica che viviamo difficilmente ci consente di vivere. Si può sempre trovare il tempo per essere romantici, ma serve appunto la consapevolezza e l’impegno di volerlo essere. Se abbiamo perso l’abitudine questa festa può essere un modo per ricominciare.

Queste feste possono quindi aiutarci, darci una scossa, farci riassaporare quel gusto di stare insieme e di “viziarci” con tanti piccoli gesti e attenzioni. Naturalmente facendo attenzione che rispettino la sensibilità e la modalità dell’amato. Ben vengano quindi i regali più o meno costosi. Non lasciamo però che il tutto si concluda così. Diamo un senso più profondo a questo giorno. Diamo una sostanza. Il modo trovatelo voi. Posso suggerire qualcosa. Qualcosa che anche io e Luisa abbiamo cercato di fare. Prendetevi, magari, un giorno di ferie, lasciate i figli ai suoceri o alla baby sitter e fatevi una gita da qualche parte. Ancora meglio se vi prendete un fine settimana intero e dormite fuori per trovare il tempo di fare l’amore bene, con l’atmosfera e la qualità necessarie, senza la stanchezza e la fretta che la vita di tutti i giorni vi impone. Soprendetevi! Fatevi una sorpresa. Dedicatevi del tempo anche solo per parlare e guardarvi (non è scontato farlo ma è fondamentale). Trovate tempo insomma per ritrovarvi come coppia.

Così san Valentino può davvero essere un’occasione di rinascita. San Valentino come anche il giorno dell’anniversario di matrimonio. Un’occasione per ricominciare e magari trovare la forza e il desiderio di continuare anche nei giorni a venire. Sapete cosa vi dico? Trovatevi almeno un giorno al mese. Che ogni mese ci sia un san Valentino tutto per voi. Un giorno per occuparvi solo del vostro amore. Vedrete che la vostra relazione svolterà e diventerà sempre più viva e meravigliosa.

Basta davvero poco. Provare per credere. Buon san Valentino! Buon digiuno dai pasti ma abbuffattevi del vostro amore e di quello di Dio per voi!

Antonio e Luisa

Eutanasia di coppia. È davvero amore?

Tutti i giornali ieri hanno riportato la notizia dell’eutanasia di coppia dell’ex primo ministro olandese Dries van Agt e la moglie Eugenie. Erano coetanei e avevano 93 anni di cui 66 di matrimonio. Hanno scelto di morire mano nella mano. Lui aveva subito un ictus alcuni anni fa e non si era più ripreso. Per questo hanno deciso di farla finita, insieme, perchè non potevano fare a meno l’uno dell’altra.

L’eutanasia di coppia è un fenomeno in crescita in Olanda. Ancora non un fenomeno frequentissimo ma non per mancanza di richieste. Semplicemente perchè la richiesta di eutanasia è accordata al singolo e non alla coppia e quindi affinché possano morire insieme serve che sia accordata a entrambi i coniugi. Cosa che non è ancora così facile da ottenere ma sono sicuro che lo diventerà sempre di più.

Un grande amore, vero? Morire insieme mano nella mano. Una degna conclusione per una coppia che si è tanto amata. Mi spiace rovinare la favola ma io non ci vedo nulla a che fare con un amore cristiano o quantomeno sano.

Ora io non voglio giudicare la coppia olandese, meritano tutto il rispetto possibile e la nostra preghiera. Però è innegabile che questa scelta possa sembrare romantica e raccontare tanto dell’amore seppur in un contesto di dolore e di morte. Invece il matrimonio non dovrebbe condurci alla simbiosi. La simbiosi, infatti, è accettabile nelle fasi precoci della relazione, come il fidanzamento e le prime fasi dell’innamoramento, in cui l’altro può diventare il centro del nostro universo. In un amore maturo, invece, è importante preservare la propria individualità e autenticità all’interno della coppia, senza perdersi nella fusione totale con l’altro. 

Io amo Luisa e se dovesse venire a mancare, un pezzo di me morirebbe con lei. Il dolore sarebbe enorme ma la nostra relazione non è il tutto. La nostra relazione deve permetterci di crescere, di maturare, di diventare sempre più quell’uomo e quella donna che siamo. Luisa è la mia compagna di viaggio per arrivare preparato all’incontro con Cristo e se non arriviamo insieme l’importante è aver potuto viaggiare insieme. Io non sono più quello di prima perché l’amore con Luisa mi ha plasmato. Ma Luisa non è il centro di tutto. Non deve diventare il senso della mia vita. Il centro è Cristo. Spostare il centro su Luisa significa farne un idolo che sposta lo sguardo da un orizzonte eterno a uno finito e senza speranza. Per questo i due olandesi non hanno trovato altro che chiedere la morte. E così, mentre riconosciamo l’importanza e la bellezza della nostra unione, sappiamo che il nostro vero scopo è di crescere insieme verso Cristo, di sostenerci reciprocamente nel cammino di fede e di amore.

Antonio e Luisa

Il tuo matrimonio è malato? Lasciatevi toccare da Cristo.

Oggi desidero riprendere il Vangelo di ieri perchè offre diverse chiavi di lettura anche un po’ diverse da quelle che ha già dato padre Luca.

In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 

Quante volte ci siamo sentiti dei lebbrosi. Lebbrosi nello spirito, nei sentimenti e nell’egoismo che più o meno si manifesta in tutti. Quante volte io mi sono sentito uno sposo incapace di amare davvero la mia sposa altre volte mi sono sentito impreparato non sapendo come farle starle vicino. Siamo piccoli e miseri. Quante miserie nella nostra famiglia che cerchiamo di nascondere come polvere sotto il tappeto. Litigi, incomprensioni, egoismo, nervosismo e anche inettitudine. Le altre famiglie ci sembrano più belle della nostra. Come vorremmo avere la serenità di quegli amici o l’unità di quella coppia tanto bella che incontriamo a Messa. Invece ci sentiamo lebbrosi e impuri. Eppure questa è la nostra salvezza. Solo riconoscendo la lebbra nella nostra relazione possiamo trovare l’umiltà di abbassarci e inginocchiarci davanti al Cristo ed invocare la Sua Presenza e la Sua guarigione. La nostra piccolezza può darci la spinta a tendere la mano verso Dio.

 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Gesù ci guarda con compassione. Non prova disgusto per le miserie della nostra famiglia, ma il Suo sguardo va oltre e vede la nostra sofferenza e il nostro dolore. Soffre con noi come un innamorato per la sua amata. Il suo sguardo è già balsamo. La nostra famiglia è bella ai suoi occhi nonostante la povertà che la abita. Soffre  con noi e ci guarisce. Ci può guarire perchè abbiamo avuto la forza di domandare la sua Grazia. Abbiamo avuto il desiderio di alzare lo sguardo e specchiandoci in Lui – in una fede non fatta solo di riti e precetti ma fatta di relazione – ci vedremo belli e troveremo forza e sicurezza. Nel sacramento del matrimonio spesso non abbiamo l’umiltà di ammettere di non farcela e di aver bisogno di Gesù. Il nostro orgoglio ci fa credere che tutto dipende da noi, nel bene e nel male. Siamo sposati in Cristo, ma lui è, di fatto, sfrattato dalla nostra relazione.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Come intendere questa parte. Mi era difficile. Mi è venuto in aiuto il mio sacerdote che ha commentato come sia inutile parlare della nostra conversione a chi non ha sperimentato l’incontro con Gesù. L’incontro è personale e la nostra storia, l’incontro che ci ha salvato non può convertire nessuno se non noi. Noi siamo stati sanati da Gesù e possiamo testimoniare la  sua potenza e la sua bellezza non tanto raccontando la nostra conversione, che resta fatto privato e non comprensibile agli altri. E’ molto più efficace mostrare i frutti. Mostrare quelle piaghe che caratterizzavano la nostra famiglia e mostrare la loro guarigione. Mostrare senza vergogna le nostre miserie e mostrare come Dio le ha trasformate in feritoie da cui fuoriesce la sua luce che illumina il mondo. La famiglia perfetta non è quella del mulino bianco. La famiglia perfetta è piena di imperfezioni. Imperfezioni che diventano luogo dell’amore, della pazienza, dell’accettazione, della prossimità e della gratuità.

Antonio e Luisa

Non sto perdendo niente di me stesso ma sto diventando me stesso

Oggi vorrei partire per la mia riflessione da una frase detta da don Luigi Epicoco. Ha detto una verità assoluta. Anche quando decido di sacrificare me stesso per l’altro non sto perdendo niente di me stesso ma sto diventando me stesso.

Questa frase è una bomba. Dovremmo appenderla in casa e leggerla ogni mattina. Noi sposi dobbiamo farla diventare stile di vita. Cosa significa?

Don Epicoco lo spiega nella stessa catechesi. Il Vangelo presenta tre amori. L’amore per Dio, l’amore per il prossimo ma poi ne aggiunge un terzo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. I primi due amori – quello per Dio e quello per il prossimo – sono autentici solo quando amiamo noi stessi.

Se non ci amiamo non saremo capaci di percepire l’amore del Padre e non saremo capaci di donarci a un tu! Certamente tutto parte da Dio e dal Suo amore ma se poi noi non riusciamo a sentirci belli non sapremo accogliere davvero l’amore di Dio e lo vedremo sempre come un padrone più che un Padre. Un po’ come il fratello del figliol prodigo. Uno che non pensava di essere amato per quello che era ma per come riusciva a compiacere il Padre. Per questo restò scioccato dall’atteggiamento del Padre verso quel fratello dissipatore.

Questo cambia tutto. Arriviamo ora al rapporto di coppia. Perchè chi non si ama solitamente troverà mogli o mariti che lo confermano che non merita di essere amato. Chi non si ama sarà attratto da relazioni che confermano che deve meritarsi quell’amore e che non sarà mai abbastanza. Relazioni di dipendenza e non di amore. Chi non si ama cerca in tutti i modo di tenersi l’altro legato in quella relazione scendendo a compromessi, accettando comportamenti e scelte che non vorrebbe accettare ma che non ha la forza di respingere. Capite che chi vive il matrimonio così sta perdendo la sua identità e sta diventando sempre meno quell’uomo o quella donna che potrebbe essere in potenza?

Chi si ama invece è capace di sacrificarsi! Di rendere sacro. Rendere di Dio la propria vita. Questo può voler dire essere capace di amare una persona che non restituisce tutto l’amore che riceve. Che magari non si comporta sempre bene. Ma una persona che si ama è capace di morire a se stessa per fare il centro dell’amore l’altro. Chi si ama muore a sè stesso per diventare ciò che Dio ha seminato il lui o in lei. Chi si ama può amare gratuitamente l’altro senza aspettarsi nulla in cambio perchè è libero e perchè si sente prezioso senza dover mendicare nulla da nessuno. Chi si ama proprio perché si riconosce prezioso è capaci di abbassarsi per aiutare l’altro a rialzarsi.

L’ndipendenza vera è questa. Quelle donne che combattono il patriarcato forse hanno una parte di verità ma è parziale, non sanno andare fino in fondo alla questione. Noi – e mi riferisco a uomini e donne – dobbiamo sì liberarci dalla dipendenza l’uno dell’altro, ma non per restare soli perchè non abbiamo bisogno di nessuno. Dobbiamo farlo per essere capaci di donarci all’altro gratuitamente senza aver bisogno di prendere per poter dare. Questo è l’amore che dovremmo cercare di vivere nel matrimonio.

Così quando io sono girato, sono nervoso, sono arrabbiato e magari mi comporto male trovo una moglie a casa che mi ama nonostante questa mia mancanza di amabilità. E viceversa. E’ così che un matrimonio funziona. E’ così che una mancanza di amore diventa occasione per amare di più e un male diventa bene.

Antonio e Luisa

La Sad a Sanremo: il malessere della generazione Z

Questo articolo tratta di Sanremo. Non del santo ma proprio del festival della canzone. Sono pronto ad affrontare sdegno e critiche dei tanti puritani e intransigenti. Va bene, nessun problema. Credo però che noi cristiani dobbiamo cogliere le occasioni più popolari – virali come si dice oggi – per far passare Gesù attraverso qualcosa che cattura l’interesse di tanta gente.

Mi soffermo su un brano che a mio avviso offre diversi spunti. Si tratta di Autodistruttivo dei La Sad. Io non conoscevo questo trio che sembra la caricatura dei punk degli anni 70. Certo a Sanremo si porta tutto all’eccesso ma loro non passano inosservati.

Intervistati da Cattelan i La Sad hanno spiegato la scelta del nome. Vogliono ricollegarsi ai problemi che hanno avuto di depressione, tristezza e che riguardano spesso tanti giovani. “Sad” in inglese significa “triste”, inoltre è anche l’acronimo di “Seasonal Affective Disorder”, la depressione. Proprio questa loro attenzione al tema della depressione e dell’ansia si ritrova nei loro testi, così come anche riferimenti a droga e sesso.

Ma non è di loro che voglio scrivere ma della loro canzone. Mette in luce il malessere di una generazione di giovani. Giovani che possono fare tutto ma che spesso non sono felici proprio perchè nella troppa libertà non trovano più la strada e il senso.

Mi fermo su tre strofe che sono emblematiche. Nessuno resta per sempre tranne i tattoo sulla pelle. […] E prendo a pugni lo specchio io non ci riesco a cambiare chi vedo riflesso […] E sono solo uno dei tanti. Possiamo prendere questa canzone superficialmente come l’urlata di tre tipi fuori di testa oppure, forse, dietro quelle creste ci sono tre ragazzi che esprimono attraverso la musica un malessere che va ascoltato.

Queste tre strofe esprimono perfettamente la mancanza di Qualcuno. Nessuno per sempre. Solo Dio resterà per sempre, ma devi riconoscerlo in una relazione d’amore. Non mi piaccio! Solo guardandosi riflessi in Dio possiamo davvero sentirci preziosi. Ma dobbiamo alzare lo sguardo da orizzontale verso lo specchio a verticale verso Dio. Sono uno dei tanti. Incominci a sentirti l’unico e il solo quando ti senti amato da Dio. Solo Lui è capace di guardarci tutti come fossimo gli unici. Sarebbe morto anche solo per me, per te.

Franco Nembrini, nel suo libro Di Padre in Figlio, raccontava di un confronto avuto in classe – lui è stato insegnante – con degli alunni. Ragazzi di 15 anni. Chiese agli studenti quale fosse il senso della vita. Uno di questi gli rispose: non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata. Lui rimase completamente spiazzato e non rispose nulla. Rimase amareggiato profondamente pensando alla sofferenza che quel giovane doveva aver dentro di sé. Capite come tutto torna. Se i ragazzi credono che non ci sia un progetto d’amore su di loro come possono essere felici? Possono solo anestetizzare la loro tristezza con droga e sesso. Ed è quello che succede in tanti giovani. Giovani che non sono cattivi ma tristi e abbandonati anche dai genitori che non sanno raccontare loro di Dio. Magari danno tanto ma non sanno dare quello che davvero serve. Perché anche tanti genitori ormai non credono più.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e quindi anche per essere capaci di amare e per dare senso a tutta la vita.

Io come padre ho un compito fondamentale, uno di quelli che può davvero fare la differenza. È importante che io faccia comprendere ai miei figli che c’è un altro Padre che li ama molto più di quello che riuscirò mai a fare io. Come si può spiegare questo a dei bambini? Da ragazzi poi è già molto più difficile. Non si può. Si può solo mostrare cosa significhi e come si concretizza l’amore paterno di Dio.

Mi rivolgo ai La sad, che per età potrebbero essere figli miei. Loro affermano che il loro messaggio vuole aiutare i ragazzi a superare i periodi difficili e trasformare la rabbia in rivalsa e rivoluzione. Cari ragazzi fate la rivoluzione, quella vera, tornate a Cristo e tutto andrà al posto giusto. Lui vi ama infinitamente così come siete, anche con quelle creste e quella rabbia che avete dentro.

Antonio e Luisa

Separazione e divorzio: differenza solo civile non cristiana.

Mi trovo ogni tanto a intervenire su discussioni inerenti alla differenza tra separazione e divorzio (ad esempio su domande del tipo: “È vero che un separato può fare la comunione, mentre un divorziato no?”) e vorrei chiarire un po’ come stanno le cose, per noi cristiani e non da un punto di vista legale, poiché non ho competenze in merito.

La separazione è una situazione permessa anche dalla Chiesa per situazioni gravi, in cui ad esempio è a rischio la vita e dovrebbe essere limitata al tempo necessario per risolvere i problemi (magari con l’aiuto di esperti) e tornare così a vivere insieme.

È in pratica un matrimonio che viene messo in pausa per un certo periodo, nel quale i coniugi sono chiamati a vivere in castità. Quando si decide, oltre alla separazione, di proseguire con il divorzio, le motivazioni sono essenzialmente due: contrarre un nuovo matrimonio civile o far cessare gli effetti ereditari. Infatti con il divorzio vengono sciolti gli effetti civili del matrimonio concordatario (nel diritto civile italiano, il matrimonio concordatario è un matrimonio che si celebra innanzi a un sacerdote, al quale lo Stato riconosce, a certe condizioni, effetti civili).

Per un cristiano l’accesso ai Sacramenti, in particolare la comunione, può avvenire solo se è in grazia di Dio, cioè se non ha commesso peccati gravi e questo non cambia se è solo separato o anche divorziato, perché davanti a Dio l’aver firmato un foglio, non vale assolutamente niente, è carta straccia.

Quindi una persona che sceglie di rimanere fedele a Dio (e conseguentemente alla promessa fatta e al coniuge), anche se divorziato può (anzi deve, perché è la sua sorgente di Forza e Grazia) accedere ai Sacramenti.

Se invece una persona chiede il divorzio per risposarsi civilmente, commette una colpa, come viene ben spiegato nel catechismo della chiesa cattolica (CCC), n° 1650:   “Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo («Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione”.

Aggiungo che se uno sposo, magari separato da diversi anni, chiede il divorzio non per sposarsi nuovamente, ma per tutelare il patrimonio e quindi i figli, non commette peccato (infatti, come ho spiegato sopra, con la sola separazione non cessa l’asse ereditario e pertanto ad esempio, in caso di morte, una parte di eredità andrebbe comunque al coniuge). In alcuni casi è addirittura consigliabile procedere con il divorzio, se c’è la possibilità che ai figli venga sottratta una parte dei soldi destinati, in particolare, allo studio e alla loro crescita/formazione.

Questo non lo dico io, ma sempre la Chiesa nei seguenti due articoli, CCC 2383: ”…Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale”.

CCC 2386: “Può avvenire che uno dei coniugi sia vittima innocente del divorzio pronunciato dalla legge civile; questi allora non contravviene alla norma morale. C’è infatti una differenza notevole tra il coniuge che si è sinceramente sforzato di rimanere fedele al sacramento del Matrimonio e si vede ingiustamente abbandonato, e colui che, per sua grave colpa, distrugge un Matrimonio canonicamente valido”.

Quindi, ricapitolando, quello che conta nel nostro cammino di fede non è l’aver firmato la separazione o il divorzio, ma è il nostro rapporto con Gesù (e quindi con il nostro coniuge): Lui si fonde con gli sposi in maniera indissolubile, cioè non è solubile, non si può sciogliere e guarda il nostro cuore.

Il matrimonio, infatti, civilmente è soggetto a delle leggi umane, ma la cosa più importante è che è stato scritto in maniera indelebile in cielo, nel cuore di Dio e nessuna sentenza lo può modificare nella sostanza (se è valido, naturalmente).

Come Dio non ha mai abbandonato la Chiesa e come Cristo non ha mai abbandonato l’umanità, così gli sposi sono segno di questa Alleanza di salvezza: è qui che si gioca tutto, nel credere in quest’Amore così grande!

Per me non fa nessuna differenza separazione o divorzio, continuo e continuerò a portare la fede al dito, segno e testimonianza di quello che è avvenuto e che nessuna legge umana potrà mai modificare.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Abbiamo la febbre anche noi?

Il Vangelo di ieri è molto significativo. Perché è così importante scrivere della febbre della suocera di Pietro? Che miracolo è? Uno si aspetta che Gesù cominci con il botto e invece cura una semplice febbre. Dai ci saremmo aspettati di più. Non dico subito di resuscitare un morto ma almeno un lebbroso o un paralitico. E invece la febbre. Ma vediamo cosa c’è dietro.

Gesù era di ritorno dalla sinagoga dove aveva predicato ed aveva liberato l’indemoniato. Ricordate il Vangelo di domenica scorsa? La suocera di Pietro non c’è potuta andare. Aveva la febbre. La febbre rappresenta tutti quei mali che abbiamo dentro e che non si vedono. Rappresentano le nostre ferite, la nostra incredulità, il nostro egoismo, la nostra durezza di cuore. Tutto quello che ci impedisce di andare incontro a Gesù. Di andarlo a cercare a casa sua. Nella Chiesa.

Allora è Gesù che viene da noi. Nella nostra casa. Mi rivolgo in particolare a tutte quelle persone che lamentano un marito – o una moglie – duro di cuore che non crede e che non si comporta neanche così bene con loro. Chi ha la febbre non riesce a fare nulla. Ha bisogno di essere servito. Il centro di tutto è solo lui, le sue esigenze, i suoi bisogni e il suo umore. L’altro diventa un mezzo, uno strumento. Una cosa da usare. Ma poi avviene il miracolo. Ok non sempre avviene ma voi siete l’unica occasione che l’altro avrà di fare esperienza di Dio. Di fare esperienza dell’amore di Dio. E non dovete farlo per forza. Come accade nella prima lettura sempre di ieri tratta dal libro di Giobbe. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate.

Se lo fate per forza diventa un peso insostenibile alla lunga. Amate gratuitamente quella persona febbricitante che avete accanto perché lo scegliete e perché è una necessità. La necessità di chi ha incontrato Gesù e desidera restituire tutto quell’amore che ha ricevuto. Solo così funziona e solo così il vostro servire diventerà lo stimolo per permettere alla persona che avete accanto di alzarsi. Nel Vangelo è usato lo stesso verbo usato per la resurrezione. Attraverso l’incontro con Gesù quella persona incredula e dura di cuore risorgerà. E da cosa lo capite che è risorta? Si metterà a sua volta a servire. Perché chi incontra Gesù ha bisogno di amare, non ce la fa a tenersi dentro tutto e sente il bisogno di condividere l’amore, di far sentire a sua volta chi ha intorno come persone amate. Questo significa essere cristiani!

Antonio e Luisa

San Giuseppe: padre del Redentore, perché sposo di Maria

Introducendo l’esortazione Redemptoris Custos, abbiamo detto che Giovanni Paolo II chiama san Giuseppe “Ministro della salvezza”, facendo sua un’espressione di san Giovanni Crisostomo. Questo titolo, assieme a quello di “Custode del Redentore”, delinea chiaramente la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, quindi, nel piano divino dell’Incarnazione e della Redenzione. San Giuseppe è ministro della Redenzione in qualità di custode di Gesù, è al servizio di Dio mediante la sua paternità. Vi è qui una meravigliosa valorizzazione della paternità umana! 

Essa si approfondisce nell’esortazione di Giovanni Paolo II mediante uno sguardo ancora più ampio e profondo al numero 7, dove si legge: «la paternità di Giuseppe […] passa attraverso il matrimonio con Maria, cioè attraverso la famiglia». Perché questo dato è così importante? Proprio per il fatto che non viene dalla generazione naturale, la paternità di Giuseppe è possibile solo in virtù del matrimonio con la Vergine e rivela chiaramente come la paternità umana si esprima in pienezza nel contesto della famiglia. «Come si deduce dai testi evangelici, il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria». Infatti, il Vangelo ci racconta che al momento dell’Annunciazione a Maria e del sogno di Giuseppe era già in atto il loro matrimonio, ossia la prima fase dello sposalizio, secondo l’usanza semitica. 

Tutto ciò rivela il matrimonio come vera vocazione, e ci permette di comprendere come l’esercizio della paternità di Giuseppe non possa essere disgiunto dalla maternità di Maria. Se questo è vero per la Sacra Famiglia, deve essere vero anche per ogni famiglia, di cui Gesù, Maria e Giuseppe ne sono il modello supremo.

Al contempo, non va dimenticato che la risposta fedele di Giuseppe alla sua chiamata di vergine, sposo e padre permette a Maria di vivere in pienezza la sua chiamata di vergine, sposa e madre! Vi è un reciproco sostegno tra le due vocazioni! Non può pensarsi l’una senza l’altra. Non a caso, quindi, nella Redemptoris Custos, Giuseppe è sempre considerato «insieme con Maria», mentre Gesù è posto al centro di questa relazione, che sussiste proprio in ragione di Lui. 

Attraverso il loro matrimonio, Maria e Giuseppe si donano totalmente a Dio, in un amore verginale e fecondo, facendo convergere tutti i loro interessi e il loro reciproco amore su Gesù. Essi, pertanto, sono il modello di ogni vocazione cristiana, e dimostrano che la vita si realizza nel modo più autentico solo quando è “persa” per Cristo, ossia donata interamente a Lui per amore. Ed è così che il loro matrimonio può essere contemplato quale simbolo della Chiesa, vergine e sposa di Cristo (cf. Redemptoris Custos n. 20). Come scrive san Josemaria Escrivà in una sua meditazione: «San Giuseppe doveva essere giovane quando sposò la Vergine Santissima, una donna che allora era appena uscita dall’adolescenza. Essendo giovane, era puro, limpido, castissimo. E lo era, giustamente, per amore. Solo riempiendo d’amore il cuore possiamo essere certi che non si risentirà né devierà, ma rimarrà fedele all’amore purissimo di Dio».

Nella vicenda di Giuseppe e Maria, dunque, incontriamo la prima coppia di sposi cristiani, guidati dallo Spirito a vivere il Vangelo prima ancora che Gesù lo predicasse. Illuminanti le parole di Paolo VI pronunciate nel 1970: «ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita» (Paolo VI, Allocutio ad Motum “Equipes Notre-Dame, 4.5.1970). 

Certamente anche l’aspetto giuridico di questo matrimonio è importante per la Storia della salvezza. Infatti, Gesù appartiene alla discendenza di Davide, realizzando così le profezie sul Messia, proprio perché inserito legalmente in questa discendenza da Giuseppe, che gli dà il nome e lo fa iscrivere come suo vero figlio nel catalogo dei censiti a Betlemme. Tuttavia, ciò è possibile per Giuseppe solo in virtù del matrimonio con Maria, madre naturale del Figlio dell’eterno Padre.

Scrive il Papa Leone XIII, nell’enciclica Quamquam pluries al n. 3, che «poiché il matrimonio costituisce la società e il vincolo superiore a ogni altro, che per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro, se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Tra i beni del matrimonio vi è anche il “bene della prole”, sebbene generata verginalmente, pertanto, Giuseppe può essere considerato, a ragione, il «custode legittimo e naturale della Sacra Famiglia».

Pamela Salvatori

Una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli

Devo assolutamnente tornare sulla catechesi di mercoledì del Papa. Come saprete durante queste ultime udienze del mercoledì papa Francesco sta trattando i vizi capitali e nell’ultima si è occupato dellì’ira. Mi soffermo su una frase del Papa che merita di essere approfondita. L’atteggiamento da lui evidenziato è causa di tanta sofferenza. Quindi prestate attenzione.

Nella sua manifestazione più acuta l’ira è un vizio che non lascia tregua. Se nasce da un’ingiustizia patita (o ritenuta tale), spesso non si scatena contro il colpevole, ma contro il primo malcapitato. Ci sono uomini che trattengono l’ira sul posto di lavoro, dimostrandosi calmi e compassati, ma che una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli.

Quanta verità in queste parole! Mi rivolgo a me stesso in primis, sia chiaro. Ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta, quando mi porto a casa problemi, incomprensioni o litigate dal mio lavoro, o semplicemente quando è stata una giornata infruttuosa o frustrante per tanti motivi, tutto ciò mi toglie le energie. Capisco perfettamente che quelle serate possono essere particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare.

Cerco la litigata perché quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica tipica del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria. Più si è in intimità con una persona, più la si conosce, e si è sicuri del suo amore incondizionato, e più si rischia di ferirla, sapendo che sarà sempre lì. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che la pasta è scotta forse perché lei ha dovuto pensare ai figli nel frattempo. Dimentico che tutto ciò che fa per me è un dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.

Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

Mio marito è geloso di Gesù. Cosa fare?

In un articolo di qualche giorno fa – in realtà in più di un articolo negli ultimi giorni – ho scritto dell’importanza di mettere Cristo al primo posto. Ho ricevuto un commento interessante da parte di una lettrice che vi riporto: Mettere Dio al primo posto, rende geloso l’altra metà…e allora cosa fare?

Sembra quasi che esista un conflitto tra l’amore verso Dio e l’amore verso il coniuge. Sembra che dedicarsi a uno significa togliere tempo e qualità all’altro. In realtà non dovrebbe essere così. Probabilmente è la modalità in cui si cerca di trovare il modo e i tempi per curare la relazione con Gesù che va rivista. Perché non c’è nessun conflitto tra Gesù e il coniuge. Anzi l’amore per l’uno dovrebbe nutrire quello per l’altro.

Mi sento di dare alcuni consigli che poi sono gli stessi atteggiamenti che Luisa ha messo in atto con me. Infatti all’inizio della nostra relazione non ero ostile certamente verso la fede ma percepivo quella di Luisa un po’ troppo fanatica per i miei gusti. Stava troppo dietro a quel Gesù. Questo è quello che pensavo salvo poi ricredermi nel tempo.

Non fate pesare la vostra fede. La fede va vissuta per servire meglio nel matrimonio. Dio vuole essere amato nella persona che ci ha posto accanto ancor prima che nel tabernacolo. Ricordate che Lui e vivo e presente anche nella relazione sponsale non solo nel tabernacolo. Se iniziate a frequentare quel gruppo di preghiera e poi quel servizio in parrocchia e poi la lectio divina alla sera e non state mai in casa, come potrà vostro marito o vostra moglie amare il vostro Dio? Lo vedrà come una distrazione, come qualcuno che si intromette e che toglie tempo a lui o a lei. Faccio due esempi concreti di persone che conosco. Lei raccontava di avere un marito poco credente che non la lasciava libera di vivere la fede. Lei aveva bisogno tutte le sere alle 18.30 di andare a recitare il rosario in chiesa con la comunità. Lui tornava a casa dal lavoro e non la trovava mai. Non c’era pronto nulla da mangiare. Capite che così non si fa un buon servizio neanche a Dio. Questo marito si è sempre più irritato e ha provato sempre più fastidio per la fede della moglie. Che testimonianza ha dato la moglie?

Altro caso di due amici. Entrambi nel Rinnovamento nello Spirito. Lui andava al gruppo di preghiera una sera a settimana. Tornava tutto gioioso con la faccia di quello che vuole annunciare al mondo quanto Dio ci ami. Lei era invece esaurita dopo una giornata di lavoro e una sera sola a stare dietro a tre figli piccoli. Vedere quella faccia del marito sorridente e gioiosa le provocava istinti omicidi (esagero naturalmente) e finivano immancabilmente per litigare. Lui ha capito e per un po’ non è più andato.

Rendete il vostro servire una preghiera. Non siamo sacerdoti, non siamo frati e non siamo suore. Loro hanno la giornata scandita dalla preghiera e dagli impegni pastorali. Noi non possiamo pensare di vivere la fede allo stesso modo. Ci viene incontro la testimonianza di Chiara Corbella. Qualcuno ha dubbi sulla santità di questa moglie e mamma? Credo proprio di no. Ecco cosa possiamo imparare da lei. Vi riporto alcune righe tratte dal libro “Siamo nati e non moriremo mai più”

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sé, più importante di mille preghiere. “Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Quindi fate in modo che la vostra relazione con Gesù non diventi un peso per l’altro ma che anzi voi possiate essere più capaci di amare, di accogliere, di servire, di perdonare e di prendervi cura dell’altro con tenerezza e pazienza in modo che lui o lei possa essere attratto dal vostro Dio che tanto belli vi fa. Per me è stato così. Ho voluto conoscere il Dio di Luisa per essere capace di amare come lei è stata capace di fare con me.

Antonio e Luisa

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Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo

Ieri durante la Messa è stato proclamata una seconda lettura particolare. Ne riprendo una parte. Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

La stessa cosa viene poi ripetuta in riferimento alla donna. Il mio parroco durante l’omelia ha affermato qualcosa che non mi trova d’accordo. Ha affermato che chi non è sposato può dedicarso con più profondità ed attenzione alla sua relazione con il Signore. Ha fatto l’esempio delle persone che vivono la vedovanza. Diventa – secondo il sacerdote – un’occasione per non avere delle distrazioni e dedicarsi completamente al Signore. Vale anche per la sua vocazione di sacerdote. Una moglie lo porterebbe a vivere in modo meno libero il suo apostolato e il suo ministero.

San Paolo voleva proprio affermare che solo nella verginità e nella consacrazione si può vivere una relazione piena con il Signore? Che il matrimonio diventa una distrazione che allontana? Una distrazione necessaria certamente, almeno per la maggior parte delle persone. Poi però ci sono dei privilegiati che vivono più intensamente il rapporto con il Signore scegliendo o trovandosi in uno stato di vita diverso dal matrimonio. Io non sono affatto d’accordo con questa idea di fondo molto clericale, troppo clericale.

Cosa mi dice questa Parola? Semplicemente che non dobbiamo essere divisi. Il rapporto con il Signore deve essere la sorgente e la bussola per ogni altra relazione. Se inizio a dividere la mia vita in rapporto con il Signore e rapporto con mia moglie o mio marito ecco che si insinua il diavolo e la tristezza. Ecco che le cose non funzionano e magari diamo anche la colpa a Dio. Infatti cosa abbiamo letto nel Vangelo? Cosa dice lo spirito immondo a Gesù? Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio»

Capite cosa dice lo spirito immondo? So che sei il santo di Dio ma non ti voglio nella mia vita. Stai lì. E’ quello che facciamo tante volte anche noi. Faccio un esempio personale. Da fidanzato ho cercato in tutti i modi di convincere la mia fidanzata – ora mia moglie – a fare l’amore con me. Lei, se avesse voluto piacere al marito – in questo caso fidanzato – più che a Dio, avrebbe ceduto alle mie insistenze. Invece ha sempre tenuto duro e così facendo mi ha amato davvero. Ho capito più della bellezza dell’intimità di coppia con il suo no di quanto avrei compreso se lei avesse accettato di fare sesso con me.

Nel matrimonio ci sono state tante altre occasioni dove il suo marito, testone e un po’ egoista, voleva da lei cose che non erano secondo la volontà di Dio. Lei ha sempre scelto di piacere a Dio e non a me. E io le sono molto grato di questo perchè poi ho capito quanto avesse ragione e io torto e la sua tenacia è stata la scelta migliore anche per me.

Questo significa vivere la Parola che ci ha lasciato San Paolo nella sua lettera. Questo significa vivere la relazione con Gesù anche nel matrimonio e non vale meno di una vita consacrata.

Antonio e Luisa

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