Il matrimonio è un viaggio verso il Salvatore

Come consuetudine il giorno dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti e i propri amici per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desiderare sempre di più l’incontro con Gesù.

Antonio e Luisa

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San Giuseppe: un esempio per vivere la nostra vocazione

In un articolo precedente abbiamo introdotto l’esortazione apostolica Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II, interamente dedicata alla missione di san Giuseppe, contemplato dal Santo Padre come “Custode del Redentore” e “Ministro della salvezza”. La lettura integrale di questo ricco documento aiuta ad intravedere nella custodia esercitata da Giuseppe verso il Figlio di Dio una dimensione della sua paternità, che si rivela come modello di ogni paternità umana, sia naturale che spirituale. Lo stesso Santo Padre in un’altra occasione, nel libro Alzatevi! Andiamo!, nella sezione intitolata Una paternità sull’esempio di san Giuseppe, dichiarava: «quando penso a chi potrebbe essere considerato come aiuto e modello per tutti i chiamati alla paternità – nella famiglia o nel sacerdozio, e tanto più nel ministero episcopale – mi viene in mente san Giuseppe. La Provvidenza preparò san Giuseppe a svolgere il ruolo di padre di Gesù Cristo. Giuseppe fu chiamato a essere lo sposo castissimo di Maria proprio per far da padre a Gesù».

A partire da tale affermazione e alla luce dell’esortazione apostolica Redemptoris Custos, è possibile riflettere sulla paternità di Giuseppe anzitutto come “vocazione”, dal momento che si tratta di vera paternità, nonostante manchi della generazione naturale. In questo articolo ci soffermeremo sulla chiamata di san Giuseppe ad essere sposo e padre, mentre nel prossimo affronteremo più direttamente il valore del suo matrimonio e l’esercizio della sua speciale paternità. In entrambi i casi cercheremo di trarne qualche insegnamento per la vita cristiana.

La citazione di Giovanni Paolo II interpreta la paternità di Giuseppe nei termini di una chiamata da parte del Signore, che si realizza in modo peculiare ed unico nel contesto del matrimonio con Maria: una chiamata ad essere un vergine sposo e padre putativo. Osservando la dinamica misteriosa di questa vocazione possiamo scoprire il modo di agire di Dio nella chiamata personale di ogni uomo e il modo adeguato di rispondere da parte dell’uomo stesso. Crediamo, infatti, che nella straordinaria vicenda di Giuseppe si nasconda una verità universale sul mistero della vocazione particolare di ogni essere umano.

Innanzitutto, ponendoci all’ascolto dei Vangeli, scopriamo che il silenzio di san Giuseppe non è vuoto, bensì pieno della Parola di Dio e pieno della risposta pronta e attenta dello stesso Giuseppe. Un silenzio fatto di ascolto, di opere buone e sante/giuste. Il suo atteggiamento rivela l’obbedienza della fede (“obbedire” viene da ob-audire, che contiene in sé l’idea di un ascolto profondo). La sua vocazione si manifesta in un silenzio pieno di Dio, così come la personale risposta alla sua chiamata, che si traduce prontamente in azione. Nei Vangeli, dunque, Giuseppe è l’uomo dei fatti. Non parla mai, eppure è sempre all’opera.

La modalità della sua risposta dice una fede vissuta in una obbedienza fattasi docilità e fiducioso abbandono alla volontà del Signore. Per Giovanni XXIII, «san Giuseppe offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta da una vita di sovrumana fede e carità, e dal gran mezzo della preghiera» (17.3.1963). Quella prontezza nel rispondere alle ispirazioni divine, infatti, non è qualcosa che si può improvvisare e, proprio per questo, è da considerarsi il frutto di una lunga maturazione nella fede, di una generosa corrispondenza alla grazia ricevuta in dono, della acquisita disponibilità a lasciarsi condurre e plasmare dalla Provvidenza divina, così da arrivare pronto all’adempimento della sua straordinaria missione. Per questo è vero anche quanto affermato da Giovanni Paolo II, ossia che la Provvidenza deve averlo preparato sapientemente ad accogliere le altissime esigenze della sua vocazione. Inoltre, non possiamo escludere che la relazione con Maria, l’Immacolata, abbia contribuito a sostenere e alimentare la sua fede nel Signore, l’attesa fiduciosa del compimento delle antiche promesse al Popolo eletto.

Sebbene la nostra chiamata non abbia i tratti straordinari di quella di Giuseppe, anche noi siamo accompagnati e preparati dal Signore invisibilmente, nel silenzio, discretamente. Forse per lunghi anni e attraverso vari eventi, veniamo plasmati dalla Provvidenza per divenire capaci di una risposta sempre più consapevole e generosa al disegno di Dio, il quale ci dona progressivamente la grazia necessaria per poter accogliere la sua volontà giorno dopo giorno. In questo cammino di santità è bene, come Giuseppe, prendere con noi Maria, per noi Madre, guida, sorella e amica, per essere interiormente rafforzati nella fede e in tutte le virtù cristiane. Sta a noi, infatti, e alla nostra libertà, di cooperare attivamente con l’amore del Signore, coltivando la docilità, l’abbandono e la fiducia attraverso i mezzi ordinari della preghiera, della vita sacramentale e dell’ascesi, soprattutto per mezzo di una autentica e feconda relazione con la Vergine Maria, reale presenza da amare sull’esempio dei santi. In particolare, Giuseppe e Maria ci insegnano e aiutano a rispondere al Signore anche quando la chiamata di Dio è molto esigente e sembra superare le possibilità umane.

San Giuseppe sa di dover custodire il Figlio di Dio e sua Madre, comprende le altissime esigenze della sua vocazione di sposo della Vergine e custode del Verbo, ma non si lascia trattenere dalla paura. D’altronde, quando il Signore gli annuncia in sogno la missione da compiere, non lo lascia nell’ignoranza della verità, sebbene gravosa, affinché egli possa rispondere in piena libertà e coscienza. L’Angelo gli rivela che il Bambino concepito in Maria «viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Quel Bambino che ella partorirà è, dunque, Dio, venuto a salvare il Suo Popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21), e Giuseppe deve accoglierlo come suo vero figlio in un matrimonio tra vergini. A somiglianza di Mosè, egli, al cospetto della Madre di Dio, comprende di trovarsi davanti al “roveto ardente”: una certa tradizione vuole che il roveto che arde e non si consuma di Esodo 3,2-6 sia proprio un simbolo, una prefigurazione della Semprevergine Maria.

Secondo alcuni Padri della Chiesa, il giusto Giuseppe, venuto a conoscenza della gravidanza della sua sposa, dubitò di lei al punto da volerla rimandare in segreto, mentre, secondo altri, egli non dubitò affatto della sua innocenza, ma decise di allontanarla da sé non sapendo come comportarsi con lei, oppure perché si sentiva inadeguato a fargli da sposo, dato il mistero che il lei si compiva. Al di là delle possibili interpretazioni, ciò che il Vangelo di Matteo ci mostra è un Giuseppe immerso in gravi pensieri dopo l’Annunciazione a Maria, il quale, però, non appena conosciuta la volontà del Signore, attraverso una sorta di “annunciazione notturna”, risolutamente abbandona ogni esitazione, per adempiere il disegno sconcertante di Dio. A ragione, si legge nella Redemptoris Custos al numero 5 che «di questo mistero divino [dell’Incarnazione] Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria – e anche in relazione a Maria – egli partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio». Inoltre, accogliendo la sua vocazione, egli «sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione».

Ed ecco un altro grande insegnamento per noi: siamo tutti chiamati alla santità, ma abbiamo la libertà di accogliere o meno la chiamata a noi rivolta. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che dalla nostra scelta dipenderanno le sorti di altre persone, essendo noi membra di un unico Corpo, di un’unica Chiesa, tutti in relazione con Dio e tra noi. La storia della Sacra Famiglia ci insegna che la risposta fedele di Giuseppe ha avuto decisive conseguenze su Maria, Gesù e l’intera umanità. Infatti, il suo “sì” ha sostenuto il “sì” della Vergine Madre, mentre il fiat di Maria poneva le condizioni per la risposta di Giuseppe e permetteva al Figlio di Dio di incarnarsi nel tempo, per la nostra salvezza. Un verità su cui poco si riflette, da meditare a lungo nella preghiera, affinché anche noi come Giuseppe e Maria, in ascolto della volontà divina, sappiamo accogliere generosamente quel compito che Dio vuole affidarci nella Chiesa. Non c’è da temere le esigenze della vocazione cristiana, nostra vera felicità. A ciascuno di noi, infatti, il Signore rivolge il medesimo incoraggiamento, ed è sempre generoso nell’elargire la grazia necessaria con chi si fida di Lui: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto […]. Poiché io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”» (Is 41,10.13).

Pamela Salvatori

Le nostre piccole, grandi epifanie

Tra due giorni sarà il 6 gennaio che per i cattolici è una data molto importante perché si celebrerà l’Epifania del Signore.

Il racconto evangelico di San Matteo ci fornisce diversi particolari circa questo evento straordinario: “Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»” (Mt 2, 1-2). E ancora: “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 9-12).

Come già per il Santo Natale ed altre ricorrenze religiose, anche l’Epifania è stata travolta dal turbinio del consumismo anche se in alcuni Paesi ricopre ancora un’importanza tutt’altro che secondaria: pensiamo alla grandissima festa che in tutta Spagna – dal continente alle isole Canarie – inizia già il 5 gennaio e si protrae fino al giorno successivo attorno a Los Reyes (appunto “I Re”) oppure alla venerazione delle reliquie dei Magi custodie nel duomo di Colonia, in Germania.  

È importante chiedersi, perciò, quale sia in vero significato di questa solennità, sia dal punto di vista linguistico che religioso. Cominciamo dal primo punto: il termine epifania deriva dal greco e si traduce con apparizione o manifestazione. Applicato al contesto evangelico, possiamo dire che il Bambino Gesù si è manifestato, subito dopo la nascita, a due categorie sociali ben differenti: ai pastori e ai Magi.

Questo significa che la regalità di Cristo si svela e, appunto, si manifesta a tutti, poveri o ricchi, semplici o nobili, esclusi o privilegiati. D’altronde, sarà Gesù stesso a dire a Pilato, poco prima di essere condannato alla croce: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36).

Gesù non fa né il prezioso né il selettivo ma si lascia visitare, osservare e vedere da tutti perché è nato per ciascun essere umano, di ieri, oggi e di domani. La manifestazione del Bambino altro non è che lo svelamento del volto del “Dio lontano” – quello dell’antica Legge, del roveto ardente e dei patriarchi – che si fa il Dio con noi, un Dio che pur essendo Altissimo e Onnipotente è anche un Dio in carne ed ossa, neonato tenerissimo nato nella povertà, nell’umiltà e nel rifiuto del mondo, quello stesso mondo da lui creato e donatoci gratuitamente.

La manifestazione, in quanto tale, necessita di due soggetti: colui che si manifesta e coloro che ne accolgono la manifestazione. In questo senso i Magi hanno fatto degli sforzi non trascurabili: pur partendo da lontano – geograficamente e, forse, religiosamente – si sono fidati di Qualcuno più grande di loro e si sono messi in viaggio, fisicamente e spiritualmente, mettendo da parte il loro status sociale, le loro ricchezze e loro certezze per prostrarsi a un neonato nel quale erano riusciti a scovare la chiave di svolta dell’intera storia umana.

Al di là della descrizione un po’ fiabesca che si può avere di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, l’importante è riuscire ad arrivare al cuore della solennità ossia comprendere che, attraverso la sua Epifania, Gesù non solo si è svelato al mondo ma ha aperto le strade a tante piccole, o grandi, epifanie quotidiane che possono davvero cambiarci la vita.

Pensiamo, infatti, a quante persone, situazioni o eventi si sono rivelati per noi delle vere e proprie manifestazioni: nella semplicità del quotidiano oppure nei momenti cruciali dell’esistenza, è attraverso questi canali ad essersi proclamato il Signore stesso, obbligandoci a fermarci, a cambiare strada o a svoltare da abitudini sbagliate.

Quanto amore e quanta fede s’intrecciano dell’Epifania! Alla manifestazione del grande amore di Dio che si fa piccolo si contrappone la nostra piccola fede che può però crescere e diventare grande, in un’osmosi che nulla toglie all’Onnipotente ma che tutto dona a noi. Impariamo, perciò, ad essere riconoscenti a Gesù che non solo è stato Epifania in quel giorno lontano ma che, da allora, continua instancabilmente a manifestarsi per ciascuno di noi attraverso tramiti umani che ci aiutano, spronano, incoraggiano. Sì, Piccolo Re: desideriamo amarti anche nei volti del nostro prossimo perché è da questo mondo che inizia il desiderio di poterTi vedere – se ne saremo degni – nell’istante in cui ti svelerai a noi definitivamente e nel quale ti vedremo “faccia a faccia”, proprio come è stato possibile ai Magi.

Fabrizia Perrachon

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Nell’intimità le parole devono esprimere bellezza e meraviglia.

Vi scrivo per chiedervi un parere. Io e mia moglie dopo la nascita della nostra figlia non abbiamo fatto l’amore per 9 mesi, più che altro perché tra l’ impegno con i figli e abituati a dormire insieme, rimandavano di giorno in giorno. [..] Il consulente ci ha anche detto di usare il dirty talk. Credete sia un buon consiglio?

Questo messaggio ci è arrivato per mail qualche tempo fa. Pubblico la risposta con un po’ di ritardo perchè durante il Natale ho preferito dedicare gli articoli del blog a temi specifici di un tempo tanto importante e bello.

Spesso i nostri sacerdoti sono impreparati ad aiutare le coppie cristiane ed è lì che però si annidano le ferite e i problemi più grossi. Lasciare spazio a terapeuti non cristiani o peggio ancora al web e al fai da te spesso provoca disastri nella coppia. Istruire sulla preghiera e sulla fede serve a poco se poi la coppia non vive autenticamente la sessualità e vive il sesso in un modo che è fuori da ogni verità ecologica e sacramentale.

La mail era molto più lunga e raccontava tanto altro. Ho già risposto privatamente e chi mi ha scritto. Credo però che sia interessante un articolo rivolto a tutti su un atteggiamento in particolare evidenziato dallo sposo. Il consulente, abbinato ad altri consigli più o meno condivisibili, ha suggerito di praticare il dirty talk durante il sesso per riaccendere il desiderio.

Prima di tutto cosa si intende per dirty talk. Si tratta di rivolgersi al marito o alla moglie -noi ci rivolgiamo primariamete a coppie sposate sacramentalmente – con parolacce e termini volgari ed aggressivi.

Secondo Nes Copper, un’esperta e terapista sessuale, le parole trasgressive attivano varie aree del cervello che portano piacere, rilasciando ormoni del benessere come la dopamina e l’ossitocina. Un altro ormone coinvolto è il testosterone, capace di incrementare l’entusiasmo e favorire il raggiungimento dell’orgasmo.

Quindi va tutto bene? Assolutamente no! Noi non stiamo facendo solo del sesso, non è semplicemente ginnastica o un’attività piacevole, noi stiamo compiendo un gesto sacro. Se non arriviamo a comprendere che nel momento dell’intimità noi sposi stiamo elevando a Dio una delle preghiere più belle e stiamo rinnovando un sacramento, ci accontenteremo sempre delle briciole.

Valutiamo l’atteggiamento partendo però da un piano strettamente umano. Quando viviamo l’intimità con nostra moglie o nostro marito stiamo facendo esperienza sensibile, la più completa e profonda, della comunione che c’è tra noi e della bellezza di godere della persona che più amiamo attraverso il suo corpo. Ci sentiamo completamente fusi l’uno nell’altra. Almeno dovrebbe essere così. Quindi un gesto che dice con il corpo all’altro – moglie o marito che sia – quanto sia bello per noi, quanto rispetto noi abbiamo nei suoi confronti e quanto sia per noi prezioso. Stiamo dicendo che è l’unico per noi.

Può essere la parolaccia un modo per trasmettere amore e bellezza? Possiamo con le parole dire qualcosa che è completamente stonato rispetto a quello che stiamo dicendo con il corpo? È possibile che con le parole si esprima amore e con il corpo si trasmetta qualcosa di completamente diverso, come il desiderio di dominio e controllo. O viceversa. In ogni caso stiamo mentendo. Probabilmente con il corpo stiamo dicendo alla persona amata che per noi è la più bella ma con il cuore abbiamo solo l’istinto di dominarla ed usarla.

Il consiglio che è stato dato dal consulente e la citazione della terapista mettono in luce un approccio che non si focalizza primariamente sulla relazione, bensì fa leva sull’istinto e sulla dimensione ormonale. Questo suggerisce a chi non prova più desiderio di concentrarsi sulla pulsione fisica e sulle fantasie erotiche. È interessante notare come tali fantasie siano spesso alimentate dalla pornografia, un fenomeno di cui la maggior parte degli uomini, e sempre più frequentemente anche molte donne, si avvale.

Utilizzare un certo linguaggio irrispettoso e volgare mette semplicemente in evidenza non il desiderio di unirsi all’amato/a ma la spinta a sfogare una pulsione con l’altro. L’altro diventa uno strumento da usare e non una persona da amare.

Il consiglio che mi sento di dare a questa persona – come ai tanti cristiani che si comportano nello stesso modo – è quello di cercare di accrescere il desiderio nella relazione. Il desiderio – come abbiamo già scritto tante volte – ha diversi generatori. C’è sicuramente la parte pulsionale e istintiva ma ce n’è una più importante: l’amore vissuto nella quotidianità. È essenziale comprendere che il desiderio non è semplicemente una reazione istintiva, ma può essere alimentato e arricchito dalle azioni quotidiane e dalla consapevolezza all’interno di una relazione. Quando l’amore è vissuto e coltivato nella vita di tutti i giorni, diventa un potente motore di desiderio e di connessione profonda.

Certo impegnarsi a fondo nella relazione è molto più faticoso che dire parolacce per eccitarsi. Solo però con la fatica di ricostruire la relazione tutta e non solo l’intimità si può sanare in modo autentico la relazione stessa. Chi pensa di sfruttare la lussuria per alimentare il desiderio sta solo illudendosi e, in realtà, sta causando ancora più danni alla relazione. Se desiderate che il desiderio reciproco ritorni, amatevi attraverso gesti d’affetto quotidiani, nel modo che soddisfa lui o lei. Solo così avrete voglia di fondervi con l’altro, anziché considerarlo un semplice oggetto da usare.

Antonio e Luisa

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Parla in codice?

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio. (Eb 1,1-2)

Oggi ci lasciamo interrogare da questa frase della lettera agli Ebrei che è stata usata come antifona al Vangelo, la quale contiene un’insegnamento per la nostra vita di fede.

Sono passati pochi giorni dal Natale, ma ancora la Chiesa insiste quasi fossimo sordi, ma perché questa insistenza?

Sicuramente la Chiesa conosce con che facilità gli uomini dimentichino gli eventi, ma c’è anche una pedagogia, la stessa che Dio usa con pazienza e misericordia nei confronti del suo popolo, un metodo che i romani condensarono nella famosa locuzione latina: repetita iuvant.

Ma perché giova la ripetizione ? Perché il nostro cuore ha bisogno di tempo affinché il vissuto sia elaborato, quando un evento ci raggiunge con la sua forza, difficilmente riusciamo a coglierne tutta la portata per la nostra esistenza, a volte succede che comprendiamo il senso di un fatto accaduto soltanto dopo diversi anni, solo allora riusciamo a collocarlo nella sua giusta casella come in un grande puzzle.

E se è così per gli avvenimenti della vita di questo mondo, a maggior ragione dobbiamo ritenere che sia così per i fatti che coinvolgono la nostra vita spirituale, la nostra vita di fede. Ed è questa la ragione dell’insistenza della Chiesa sul tema del Natale.

Spesso sentiamo persone lamentarsi del fatto che Dio sembri il grande assente dalla storia, quasi fosse un vecchietto seduto su qualche nuvoletta divertito nel vedere cosa combinino gli umani. Ma l’antifona di oggi ci ricorda che Dio ha parlato in diversi modi e molte volte, quindi non è uno che se ne sta tranquillo sulle nuvolette senza proferire verbo, anzi, è uno che non si stanca di ripetere il proprio amore per l’uomo, però non usa un linguaggio molto convenzionale, è come se usasse un codice.

Se passassimo in rassegna tutte le volte e le modalità con cui Dio ha parlato all’uomo, noteremmo alcune caratteristiche che le accomunano, una di queste sicuramente è il fatto che Dio ama parlare con i fatti.

Per capire questa modalità basta analizzare una comune esperienza umana: l’amore dei genitori. Spesso incontriamo sposi che lamentano carenza affettive da parte dei propri genitori, sono cresciuti convinti – dalla mentalità corrente- che i sentimenti costituiscano la parte preponderante del nostro essere, ma hanno avuto dei genitori/nonni che sono stati educati al linguaggio del fare aldilà dei sentimenti: un linguaggio che dice chi sei e chi ami con le scelte concrete di ogni giorno.

Molti mariti e molte mogli faticano a vedere l’amore nei propri confronti da parte dei genitori dentro la concretezza della vita. Per esempio ci è capitato un dialogo simile: La tua mamma non ti voleva bene ? (risposta)- Non lo so, non me lo diceva mai – Ma non ti stirava mai le camicie o altro? – Sì, quando aprivo i cassetti dell’armadio trovavo sempre tutto in ordine, piegato pulito e stirato. – E non ti sembra un gesto d’amore? – Sì…ma non c’avevo mai pensato.

Lo stile di Dio assomiglia a quello di questa mamma, è uno stile che lascia parlare i fatti, non perché le parole non abbiano importanza, ma perché le parole senza fatti sono vuote, invece i gesti d’amore contengono già mille parole.

Ed il fatto più eloquente che in questo periodo stiamo vivendo è che Dio abbia deciso di farsi uomo in tutto e per tutto – eccetto il peccato – è un fatto di una portata infinita e perciò mai riusciremo a comprenderlo nella sua interezza, ma almeno dobbiamo lasciare che tale avvenimento parli al nostro cuore, alla nostra anima… possiamo considerarlo alla stregua di una camicia stirata o una cena già pronta… insomma, un fatto concreto.

Coraggio sposi, anche la nostra relazione deve assumere queste caratteristiche di concretezza, di gesti fatti in silenzio ma che contengono mille parole d’amore per il nostro coniuge.

Giorgio e Valentina.

La massima ambizione di una donna? Amare!

La massima ambizione di una donna? Dovrebbe essere diventare Rita Montalcini, non semplicemente essere madre. Questa è stata la risposta tagliente di Elly Schlein, segretaria del PD, all’uscita della collega parlamentare Lavinia Mennuni, dopo che quest’ultima aveva affermato che diventare madre dovrebbe tornare ad essere cool (di tendenza) per le donne.

Non tutte possono essere come Rita Levi Montalcini, così come non tutti possono essere come Albert Einstein. È una questione di talento e doni naturali, e questo dovrebbe essere ovvio. Forse non per la cara Elly, ma non posso limitarmi a semplice ironia. Voglio affrontare questo argomento in modo serio e ponderato. Quale dovrebbe essere la nostra aspirazione più grande?

Iniziamo con il dire che il discorso è estremamente complesso, specialmente in questa nostra società che ha fatto dell’emancipazione femminile una battaglia cruciale. È assolutamente fondamentale che una donna abbia la libertà di affrontare il mondo del lavoro con le stesse opportunità degli uomini. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che la capacità di concepire la vita e portare avanti la gravidanza spetta alla donna per natura. È vitale che essa sia libera di perseguire le proprie aspirazioni senza dover rinunciare alla propria essenza. 

La donna che sceglie di essere madre deve poter godere di un supporto sociale ed economico che le permetta di conciliare la sua carriera professionale con il desiderio di crescere una famiglia. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che la decisione di dedicarsi esclusivamente alla cura dei figli è altrettanto meritevole di rispetto e sostegno. Inoltre, va considerato che l’emancipazione femminile non dovrebbe tradursi in una pressione costante sulle donne affinché dimostrino la propria validità attraverso il successo lavorativo. Ognuna dovrebbe avere la libertà di seguire il proprio percorso senza sentirsi giudicata in base a modelli predefiniti di realizzazione personale. Bisogna sostenere la libertà di scelta delle donne in ogni ambito della loro vita, lavorativo o personale che sia.

Tutte le donne devono essere madri prima di ogni altra cosa? Assolutamente no. È totalmente sbagliato imporlo come un obbligo. La maternità dovrebbe essere una scelta libera, non un dovere. È il naturale risultato dell’amore fecondo, non una responsabilità imposta. La libertà di scelta è fondamentale. Ma quando una donna è veramente libera? La donna deve essere libera di scegliere. Ma quando è davvero libera? Tutti – uomini e donne non fa differenza – siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. Dio è amore e noi siamo fatti per amare ed essere amati. Tutto il resto viene dopo. Ciò significa che la nostra professione non deve essere il nostro fine ma la conseguenza del nostro amore. In concreto significa che l’amore vissuto ci dà la forza e la motivazione per tirare fuori i nostri talenti in ogni circostanza, anche nel lavoro.

Il matrimonio è il luogo in cui possiamo veramente realizzare il nostro desiderio di una vita ricca di amore e significato. Non è solo una questione di piacere, ma di realizzazione della nostra vocazione. Quando il matrimonio è vissuto pienamente, diventa fecondo. Questo significa che l’amore tra i coniugi va oltre i confini della coppia, diventando generativo e capace di generare nuova vita in senso ampio. Non solo vita biologica, ma impegno, forza, empatia, creatività e positività. Tutte queste qualità vengono poi riversate anche nel lavoro, trasformando così la quotidianità in un’avventura appassionante piena di significato.

Quindi, una donna può veramente trovare cool diventare mamma solo quando riscopre la bellezza del matrimonio, di non sentirsi obbligata ad essere emancipata. Perché ci giochiamo la nostra vita nella relazione. Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. È meraviglioso condividere la vita con un tu a lei complentare e costruire insieme a lui una relazione in cui amare ed essere amata in anima e corpo. Se non si riparte dal matrimonio, non si può veramente favorire un ritorno al desiderio di maternità.

Un’ultima riflessione. La donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Antonio e Luisa

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La vita è sempre una grazia

Per questo inizio di anno, desideriamo riflettere su un tema di grande importanza. Un tema che riguarda ogni coppia. È fondamentale guardare all’anno appena trascorso e sapere dire grazie. È stato un anno complicato? Forse la vita ci ha oppresso più del solito? Sono capitati imprevisti, forse piccoli, forse grandi, come malattie o lutti? Queste situazioni rischiano di diventare assolute, di identificare la nostra intera esistenza. Possono oscurare la visione e impedirci di vedere tutto il bene vissuto. La nostra vita non può essere definita dal male che in essa si è manifestato, ma dobbiamo sforzarci, anche se a volte è estremamente faticoso, di spostare l’attenzione verso il bene. Non serve a nulla soffermarsi sul male e sulla sofferenza. Troppo spesso la sofferenza rischia di immobilizzarci e diventare una sorta di zona di comfort in cui nasconderci.

Tutta questa premessa per porvi una domanda: Sapete riconoscere il bene? Sapete ringraziare in ogni momento? È importante saper dire grazie sempre. È importante in ogni situazione della vita ed è importante in ogni momento della nostra relazione sponsale. Quando ci viene facile e quando l’altro non è così facile da amare.  Spesso, parlo anche per me, è più facile soffermarsi sui difetti dell’altro. Riconoscere i suoi difetti e i suoi limiti non serve a rendermi la vita più semplice e il matrimonio più bello. Serve solo a creare in me un atteggiamento sbagliato, l’atteggiamento di chi tollera una situazione che in realtà non va bene. L’atteggiamento di chi è concentrato su ciò che non va. Alla fine, non si è più capaci di dire grazie per tutto ciò che di bello invece c’è. Gradualmente, ci si trova incapaci a esprimere gratitudine per le piccole gioie e le bellezze quotidiane dello stare insieme, finendo per sviluppare una mentalità distorta fatta di preconcetti e giudizi. 

Invece c’è un antidoto a tutto questo. È fondamentale ringraziare Dio per tutto ciò che abbiamo, anche nelle situazioni più difficili. Non voglio minimizzare gli errori e i peccati degli altri, ma è importante spostare l’attenzione dai loro limiti ai nostri. Anche noi commettiamo tanti errori ogni giorno, non potete negarlo. Pensate solo a tutte le volte in cui avremmo potuto amare, donarci, servire, prendersi cura, dire quella parola, fare quella cosa e non l’abbiamo fatto. Sono tantissime ogni giorno. Io ho smesso di contarle.

Spostare l’attenzione sui nostri errori e sull’amore grandissimo, gratuito, fedele, incondizionato, infinito e personale che Dio ha per ognuno di noi. Dio mi ama così, con tutti i miei pregi ma anche con tutte quelle parti che nascondo perché non mi piacciono. Mi ama nonostante i miei peccati, i miei errori, le mie mancanze, le mie omissioni. Mi ama e mi vede come la persona più meravigliosa che ci sia. Questo cambia tutto. Se riusciamo a spostare l’attenzione dai suoi difetti ai nostri e all’amore che Dio, nonostante questi, ci regala, diventa più semplice accogliere nostro marito e nostra moglie. Anche quando non si comporta come vorremmo, anche quando ci ferisce e ci fa del male con le sue parole e il suo comportamento. Perché i suoi difetti restano evidenti, ma non ci fanno più così male perché non sono il centro del nostro cuore. Il centro è lasciato alla nostra relazione con Gesù. Solo così, mettendo dei confini al male che l’altro ci può fare, saremo pronti ad amarlo per quello che è perché saremo liberi di farlo senza pretendere nulla. Ecco perché è così importante coltivare questa consapevolezza dell’amore incondizionato di Dio, in modo da poter riflettere questo stesso amore nelle nostre relazioni umane, permettendo di accettare e comprendere l’altro nella sua interezza, con tutto ciò che porta con sé. Questo non significa ignorare i problemi o negare le difficoltà che possono sorgere nelle relazioni, ma piuttosto affrontarli con la consapevolezza che siamo amati incondizionatamente da qualcuno di più grande di noi. E questa consapevolezza può portare ad una libertà interiore che rende possibile amare e accogliere l’altro senza costrizioni o aspettative e, al contempo, stabilire sane limitazioni al comportamento dannoso, preservando la dignità e l’amore reciproco.

Riconosciamo la nostra piccolezza per essere capaci di riconoscenza e di aprirci ad un amore libero e incondizionato.

Antonio e Luisa

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Che strana famiglia!

Cari sposi, puntualmente in occasione della festa della Sacra Famiglia, come del resto per ogni altra festività cristiana, i media non cessano di offrire argomentazioni più o meno capziose di come Essa non si possa considerare affatto modello per i coniugi cristiani. Motivo? Beh, Maria e Giuseppe non erano veri sposi, oppure che Gesù era un adottato, o che Maria era Vergine…

Credo che, poste le giuste premesse e non partendo da presupposti intrisi di razionalismo o criteri mondani, possiamo trovare, nella Liturgia odierna una bellissima chiave di lettura, per comprendere come mai da oltre 4 secoli la Chiesa additi Giuseppe, Maria e Gesù come l’ideale di ogni famiglia cristiana.

“Antipasto” al brano evangelico è la drammatica vicenda di Abramo. Un passaggio umanissimo e commovente, specchio di situazioni così nostre e attuali. Abramo è vecchio e senza figli, una vera e propria onta per quei tempi. La vita gli sta scivolando via tra le dita e non ha ancora una posterità, sebbene tanti anni prima Dio gli avesse promesso un figlio.

E così in una notte insonne, quando si rigirava nel suo letto, tartassato dai sensi di colpa, paure per il futuro e dubbi, non decide di fare due passi, prendere un po’ d’aria e sfogarsi filialmente con Jahvé. Chi non è passato da una circostanza simile nella propria vita?

Sotto quel cielo stellato – immaginate quante stelle si potevano vedere a occhio nudo a quei tempi, senza il minimo inquinamento – una scena mozzafiato e stupefacente, il Signore lo consola come un vero Padre. Proprio grazie alla sua angoscia Abramo poté vedere le stelle e così il Signore si avvalse della situazione per rincarare la dose: “non solo un figlio, ma una famiglia numerosissima come le stelle sopra di te”.

Abramo ci credette sul serio e il resto sappiamo bene come è andato e oggi possiamo dire che la Promessa è stata mantenuta. Che grande è stato Abramo! Ma dove sta la sua grandezza, in cosa consistono i suoi meriti? Forse perché “Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gen 13, 2)? Niente affatto, anzi, nemmeno così tante ricchezze gli poterono dare un figlio! La fecondità di una coppia non si misura sulla sua bellezza e prestanza fisica, su quanti titoli universitari e master ha conseguito, dallo status sociale o dalle case su isole tropicali o Alpi svizzere.

Principio della fecondità di coppia è la fede! Ce lo dice bene la seconda lettura. Una fede che non è una mera conoscenza mnemonica del Catechismo e dei 10 comandamenti ma vita, sequela, fiducia piena nel Signore, proprio come fecero Abramo e Sara.

E così, l’antipasto cede il posto al piatto forte: il Vangelo. Questa famiglia non è da meno quanto a fede. Per fede Maria e Giuseppe hanno già dovuto, in così poco tempo, affrontare prove e difficoltà importanti, senza che queste scalfissero il loro amore e la loro unità: un viaggio estenuante a piedi con Maria di nove mesi, la povertà della nascita, la povertà del dono offerto nel tempio, due colombi, cioè il livello più basso di quel che si poteva offrire. Per fede fuggiranno in Egitto e sempre per fede faranno ritorno a casa, a Nazareth.

Ecco allora perché questa famiglia è sacra ed è un modello. Ce lo dice chiaramente la preghiera colletta di oggi. Non è la perfezione umana o spirituale, non è per la singolarità delle situazioni che essa aveva al suo interno, come ho detto all’inizio, ma per le sue “virtù e amore”. Cioè la sacralità e l’essere modello per tutte voi coppie sta nel come si amavano, nel come affrontavano la vita di ogni giorno, nel modo di stare davanti alla sofferenza… per tutto ciò essi sono un modello abbordabile e vivibile anche oggi.

Da ultimo – dulcis in fundo – vorrei sottolineare un fatto del Vangelo. A Gesù bambino viene applicato un rito, tuttora presente nel mondo ebraico, il Pidyon haben o riscatto del primogenito. Era ed è un ricordo della notte di Pasqua, quando gli ebrei stavano per uscire dall’Egitto. Jahvé uccise tutti i primogeniti degli Egiziani ma risparmiò, col sangue di un agnello, quelli delle famiglie israelitiche. In riconoscenza, il popolo ebraico da allora offre a Dio il primo figlio nato.

Ma ecco che Gesù, il Primogenito del Padre, l’Agnello di Dio, si offre al Padre con il suo vero corpo umano, dopo che, come Verbo, Gli si è sempre offerto dall’eternità. In questo si vede come Gesù sia davvero il “Cristo”, cioè il consacrato a Dio, colui che è stato offerto per essere Suo. Una scena grandiosa, che solo gli occhi credenti di Simeone e Anna, oltre che di Maria e Giuseppe, seppero valorizzare e intuire.

L’essere modello, quindi per tutti voi sta anche in questo: offrire sé stessi e offrire i vostri figli, biologici e spirituali al Padre, come il vero datore dei doni. E al tempo stesso, accogliere i figli spirituali e biologici come un dono dal Padre e non come possesso e merito personale.

Per quanto questa Famiglia sia specialissima e altissima come santità di vita, la Chiesa non teme di indicarcela come modello ispiratore dei vostri comportamenti e stili di vita, consapevole che la pienezza cristiana è un cammino da intraprendere con coraggio e pazienza, qualsiasi siano le nostre circostanze o i nostri retaggi.

Cari sposi, affidiamoci a Gesù, Maria e Giuseppe, nostri compagni di viaggio per tentare ogni giorno di assomigliare sempre di più al loro modo di volersi bene.

padre Luca Frontali

Il matrimonio secondo Pinocchio /19

Il capitolo 11 è la continuazione narrativa dell’incontro tra Pinocchio e Mangiafoco, il tema è sostanzialmente lo stesso, ovvero il confronto tra la vita da burattini e la vita da figli che hanno un padre che li aspetta a casa; oggi affronteremo il capitolo 12:

Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d’oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto e Pinocchio invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.

Se finora il nostro protagonista si era scontrato con il male dentro sé, ora arriva il tema del male esteriore a sé, e se la strada per allontanarsi dalla casa di Geppetto verso il teatro dei burattini sembrava percorsa in un attimo, ecco che invece il ritorno a casa sembra interminabile.

Potrebbe essere solo uno stratagemma narrativo, ma viene descritta la verità: la strada del bene e quella del male sono inversamente proporzionali, se per perdersi basta un attimo, al contrario, per ritrovare la strada del bene e riparare al male commesso è ben più faticoso.

Forse molti lettori si staranno già schierando dalla parte di quelli che in fondo non fanno nulla di male, di quelli che credono di non aver molto da rimproverarsi, sono sempre gli altri le persone cattive.

Non dobbiamo mai presumere troppo di noi stessi, perché tutti noi siamo stati inondati da sentimenti buoni e buone intenzioni, almeno quanto Pinocchio, ma poi la nostra storia è lì a testimoniarci che spesso a buone intenzioni non hanno fatto seguito i fatti. Non è il caso di piangersi addosso né di autocommiserarci, ma nemmeno dobbiamo far finta di niente, la nostra natura un po’ “legnosa” come quella di Pinocchio ci aiuta a non farci crescere in superbia, per non crescere troppo convinti e sicuri di sé fino al punto di non avvertire più la necessità di un Padre. E non è necessario avere una lista da ergastolo per poter riconoscere la nostra natura ferita, basta un pensiero… ci basti sapere che il diavolo quando si è dannato eternamente non ha peccato col corpo – è stato creato senza corpo – ma solo col pensiero, con un atto della propria volontà.

Questa non è la sede per il catechismo sul peccato, ma abbiamo almeno voluto ribadire l’ovvio, per non lasciare spazio a dubbi e fraintendimenti di sorta.

-Buongiorno, Pinocchio – gli disse la Volpe , salutandolo garbatamente. – Com’è che sai il mio nome? – domandò il burattino.

Ognuno di noi spera di poter nascondere il male, spera di agire nel nascondimento cosicché occhio non vede cuore non duole, ed invece la nostra coscienza conosce tutto; ed il tentatore ci conosce benissimo, sa il nostro nome, conosce le nostre reazioni, le nostre inclinazioni, le nostre miserie, le nostre fragilità, ecco perché conosce Pinocchio per nome. Fin qui sarebbe tutto come da manuale, ma poi accade l’inaspettato:

– Conosco bene il tuo babbo. – Dove l’hai veduto? – L’ho veduto ieri sulla porta di casa sua. – E che cosa faceva? – Era in maniche di camicia e tramava dal freddo. –

Si tratta certamente di astuzia per far cadere nel tranello il povero malcapitato, ma è il solito trucchetto che ha usato l’antico serpente della Genesi: fingere solidarietà con lo sventurato per poi infliggere il veleno mortale.

Cari sposi, facciamo attenzione alle lusinghe del mondo, facciamo attenzione ai nostri nemici che dicono di saperla lunga sul Padre, su come ragiona Dio. Per esempio dobbiamo diffidare da chi ci concede facili compromessi col peccato apportando come scusa che Dio è tanto buono ed avrebbe grattacapi ben più gravi – come le guerre, gli omicidi, gli stupri, le bestemmie – che la nostra insignificante e piccola vita… cosa vuoi che sia se usate il preservativo (per fare un esempio molto comune anche tra chi crede), ci sono cose ben peggiori, mica ci fa caso Dio a queste “piccolezze”.

Dobbiamo opporci a queste lusinghe con un chiaro e forte NO. Altrimenti facciamo la fine di Pinocchio che pensa di… (seguire la prossima puntata)

Giorgio e Valentina.

Portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore

Oggi il Vangelo ci interroga tantissimo. Interroga tutti i credenti ma in particolare noi che siamo genitori. Viene raccontata la presentazione di Gesù al Tempio.

Giuseppe e Maria portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore. Questo era un rito prescritto all’epoca. Era prescritto per il primogenito. Questa usanza risaliva al tempo di Mosé. Ricordate quando i figli primogeniti degli egiziani vennero uccisi dall’angelo del Signore mentre quelli degli ebrei no? Da allora gli ebrei riconoscono il primogenito come dono del Signore ed è come se lo restituissero a Lui. Per riscattarlo poi con l’offerta in sacrificio di una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Gli ebrei riconoscono che il figlio appartiene a Dio.

Questo testo va letto alla luce di un’altra storia biblica di famiglia, di rapporto tra genitori e figli. In particolare tra padre e figlio. Mi riferisco alla storia di Abramo e di Isacco. Abramo per diventare padre fecondo, padre autentico ha dovuto offrire il proprio figlio a Dio. Ha dovuto trovare la forza di uccidere il figlio. Ucciderlo nel possesso. Isacco non era suo figlio ma era prima di ogni altra cosa di Dio. E il sacrificio che Abramo era pronto a portare a termine esprime proprio questo salto di qualità a cui noi tutti genitori siamo chiamati.

Cosa possiamo imparare noi genitori? I figli non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

È importante non trasferire sui nostri figli il nostro bisogno di attenzione e affetto. C’è il rischio reale di compromettere vari aspetti, tra cui il nostro matrimonio e la capacità dei nostri figli di distaccarsi da noi quando sarà il momento di formare una loro famiglia. Dobbiamo permettere loro di affrontare quel difficile ma necessario processo di individuazione. Smorzare il nostro coinvolgimento e consentire loro di trovare il proprio percorso. Questo non significa non amarli, ma farlo nel modo più appropriato. Il mio ruolo di coniuge implica anzitutto amare mia moglie, così come la vocazione di mia moglie implica anzitutto amarmi. I nostri figli sono frutto dell’amore che ci unisce. Pertanto, è sbagliato trascurare l’amore coniugale e la relazione di coppia per concentrarsi quasi esclusivamente sul ruolo genitoriale. Questo non significa che l’amore per i figli sia meno importante o venga in secondo piano. Al contrario, i nostri figli hanno bisogno di percepire non solo l’amore diretto dei singoli genitori, ma anche di cogliere l’amore che essi provano l’uno per l’altro, poiché i figli sono il frutto di quell’amore. È un grave errore per i coniugi smettere di trovare momenti di intimità, dialogo e mutuo sostegno, magari anche di fare l’amore. Ci rendiamo conto della fatica, specialmente avendo noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non possiamo trascurare il nostro legame coniugale. Ci prendiamo cura di tante cose anche quando siamo stanchi, quindi perché trascurare la nostra relazione, che dovrebbe essere la priorità? Alla fine, i nodi vengono al pettine.

Accogliere i nostri figli con amore e comprensione. Luisa, insegnante, conosce bene le dinamiche delicate legate alla valutazione degli alunni e alla necessità di redigere note disciplinari. Tuttavia, si trova spesso di fronte alla reazione dei genitori, che faticano ad accettare critiche o giudizi negativi nei confronti dei propri figli. È comprensibile che questi genitori si sentano coinvolti personalmente nell’errore dei loro figli, ma è importante comprendere che questo approccio non è costruttivo. I nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati incondizionatamente, altrimenti rischiano di associare l’amore genitoriale al proprio comportamento o ai propri risultati, generando un senso di mancanza e inadeguatezza. Dobbiamo imparare a gestire le nostre aspettative e a accogliere i nostri figli per ciò che sono, senza condizionare il nostro amore alle loro azioni. È cruciale guidarli e sostenerli lungo il cammino della crescita, evidenziando i loro errori ma evitando di identificare la loro persona con tali sbagli. Inoltre, non è giusto far pesare loro la responsabilità della nostra infelicità, poiché i nostri figli devono già affrontare le sfide proprie della vita senza aggiungere il peso del nostro malessere.

Antonio e Luisa

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Sacra Famiglia: incarnazione di fede, speranza e carità

A breve la Chiesa celebrerà una festa importantissima: quella della Sacra Famiglia di Nazareth. Nel rito cattolico latino essa ricorre la domenica tra il Santo Natale e il Capodanno o – in assenza di una domenica entro queste date – il giorno 30 dicembre, proprio come in questo fine 2023.

La Sacra Famiglia è composta da Gesù, Maria e Giuseppe, il trio che mi piace definire la “Trinità fatta carne” in quanto chi, meglio di loro, può farci capire nel profondo il Dio Uno e Trino del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Se ci pensiamo bene, questa famiglia non è nata in modo facile, perfetto e lineare: è vero che Maria e Giuseppe erano promessi sposi ma è altrettanto vero che l’arrivo di Gesù ha scardinato completamente i loro piani e propositi umani. Sicuramente desideravano un figlio ma potevano, forse, immaginare che avrebbero avuto il Figlio? E tutte le umiliazioni, il “non c’è posto per voi”, le fughe, la povertà, le incomprensioni potevano forse neanche lentamente ipotizzarle?

Esaminare in dettaglio la Sacra Famiglia sarebbe un’impresa teologica di cui non sarei capace ma, nonostante questo, è importante concentrarci assieme su pochi elementi in grado, però, di aiutarci a meditare sul significato profondo di questa famiglia specialissima che non è una statuina con cui abbellire la casa quando piuttosto un modello vivo, vero e concreto da seguire.

La famiglia, nell’attuale società, è bersagliata delle più disparate forze che cercano in ogni modo di denigrarla, distruggerla, snaturarla ed infamarla; inutile dire che sono tentativi del tutto inutili perché “le porte degli inferi non prevarranno” (Mt 16, 18). Attualizzando questo concetto, persino Suor Lucia di Fatima, scrivendo al cardinale Carlo Caffarra, affermò: “Lo scontro finale tra il Signore e Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio”. Tutto questo deve convincerci dell’importanza della famiglia non tanto e non solo come istituzione sociale e culturale ma come insieme umano e spirituale voluto da Dio stesso e con uno scopo ben preciso: Gesù, Maria e Giuseppe – simbolo e compimento di tutte le mamme, i papà e i figli del mondo – non rappresentano solamente i vertici del triangolo della perfezione ma sono l’incarnazione stessa delle tre virtù teologali. In Gesù ha preso corpo la fede, intesa come abbandono incondizionato al Padre che spinge a compierne la volontà anche quando costa i sacrifici più grandi; in Maria la speranza, tradotta nella certezza incrollabile che Dio governa ogni azione della nostra vita, anche quelle che ci sembrano misteriose o incomprensibili; Giuseppe, infine, è la carità fatta a persona ossia la traduzione in carne ed ossa di cosa significhi amare il prossimo e metterlo al centro perché, così facendo, è il Signore che s’impara ad amare e a servire per primo.

Gesù, Maria e Giuseppe non devono farci dire “la mia famiglia non sarà mai come la loro” perché il Cielo non ce li ha mandati per scoraggiarci o intimorirci quanto piuttosto per spronarci e darci il coraggio di impegnare tutte le nostre energie, umane e spirituali, in qualcosa di bellissimo e di celestiale: il compimento, umile e tangibile, che l’amore di Dio per gli uomini non è un sogno ma una casa, non un’astrazione ma la concretezza delle nostre abitazioni. Nella famiglia tutto ha inizio e tutto ha fine; per questo – quando viene a mancare, per le più disparate ragioni – assistiamo al disfacimento della civiltà perché nella famiglia batte un cuore più grande dei singoli cuori umani che la compongono: il Cuore stesso di Dio, che si è fatto piccolo per rendere grande l’unione di uomo e donna che, perpetuata nei secoli, diventa umanità, quell’eredità “numerosa come le stelle del Cielo” (Gen 26, 4) promessa ad Abramo.

Nel buio e nel freddo dell’inverno, la Sacra Famiglia può davvero essere quella luce in grado di illuminare di buono e di bello queste giornate di vacanze natalizie e renderci capaci – ciascuno nel proprio piccolo – di fare dei nostri nuclei domestici altrettante famiglie rese sacre perché offerte a Loro, nelle gioie e nelle difficoltà quotidiane. Più che al Mulino Bianco, insomma, è a Gesù, Maria e Giuseppe che bisogna guardare, perché gli unici in grado di assicurarci non tanto e non solo il benessere materiale o economico quanto la solidità spirituale di avere un modello santo ma credibile al quale guardare con fede, speranza e carità.

Fabrizia Perrachon

La tentazione si fugge, non si combatte.

Oggi papa Francesco ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi. Ha deciso di trattare vizi e virtù. Un argomento affascinante e sicuramente sempre attuale perchè il cuore dell’uomo è così sempre in ogni epoca e luogo. Siamo ontologicamente soggetti alla tentazione e a una continua lotta interiore tra ciò che è bene e ciò che è male. Non esiste l’uomo completamente buono o completamente cattivo. Esiste l’uomo che fa delle scelte e queste scelte lo conducono verso il bene o verso il male. Per questo non potrò mai accettare la predestinazione che è alla base della dottrina protestante. Veniamo al Papa e ad un passaggio della sua riflessione.

Con il diavolo, cari fratelli e sorelle, non si dialoga. Mai! Non si deve discutere mai. Gesù mai ha dialogato con il diavolo; lo ha cacciato via. E nel deserto, durante le tentazioni, non ha risposto con il dialogo; semplicemente ha risposto con le parole della Sacra Scrittura, con la Parola di Dio. State attenti: il diavolo è un seduttore. Mai dialogare con lui, perché lui è più furbo di tutti noi e ce la farà pagare. Quando viene una tentazione, mai dialogare. Chiudere la porta, chiudere la finestra, chiudere il cuore. E così, ci difendiamo da questa seduzione, perché il diavolo è astuto, è intelligente. Ha cercato di tentare Gesù con le citazioni bibliche, presentandosi come grande teologo. State attenti. Con il diavolo non si dialoga e con la tentazione non dobbiamo intrattenerci, non si dialoga. Viene la tentazione: chiudiamo la porta, custodiamo il cuore.

Il Papa con queste parole mi ha provocato due riflessioni in particolare

Il diavolo è teologo. Ci tenta con la stessa Parola di Dio. Attenzione a fare i teologi fai da te. È più facile di quanto si creda prendere delle cantonate enormi. È facilissimo far dire alla Parola di Dio quello che vogliamo noi, giustificare il nostro peccato e i nostri vizi. Ci vuole davvero poco. Basta prendere quel versetto, far finta che non ci sia quell’altro ed il gioco è fatto. Noi siamo Chiesa. Attingiamo al magistero e alla morale cattolica. Solo lì c’è un’interpretazione autentica della Bibbia e del del piano divino in essa delineato.

La tentazione non si combatte ma si fugge. Siamo deboli. Non dobbiamo avere la presunzione di essere più forti della nostra tentazione. Quante volte anche io sono caduto perchè credevo di riuscire a controllarmi. Invece la strada è la fuga. Lo diceva spesso anche il nostro padre spirituale. Se ti accorgi che quella donna ti piace non frequentarla, se sai che la pornografia per te è un richiamo forte non mettere il pc in una stanza dove ti puoi isolare. Cose di questo genere. Combattere la tentazione è già una sconfitta annunciata. Perchè ti porta concentrarti sulla tentazione stessa e quindi a farne il centro dei tuoi pensieri. Questo è aprire la porta al male. Invece la fuga distoglie il pensiero che si può dedicare ad altro. A me è capitato soprattutto sul posto di lavoro di sentire una simpatia per alcune colleghe. Magari ci andavo a bere il caffè, con una ci andavo anche a correre insieme. Quando mi sono accorto che mi interessavano troppo non ho fatto finta di niente ma ho troncato, sono scappato.

Antonio e Luisa

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L’indifferenza d’improvviso.

Una delle caratteristiche che riscontro spesso nelle separazioni è la totale indifferenza verso il coniuge da parte della persona che ha voluto dividersi e che se n’è andata: sembra quasi che ad un certo punto avvenga un cambiamento radicale, come un interruttore di una lampadina, prima c’era la luce e poi il buio. È un fenomeno che ho sperimentato anche sulla mia storia e che è stato causa di forte dolore, ma anche di riflessione.

Ricordo che, poco dopo la separazione mi sono dovuto ricoverare in ospedale per tre giorni a causa di un piccolo intervento ai denti; dissi a mia moglie che avrei dovuto ricoverarmi per qualche giorno, senza scendere in dettagli (avrebbe potuto essere anche una cosa più grave) e lei mi rispose solo di farle sapere quando avrei potuto riprendere le figlie, neanche la curiosità di conoscerne il motivo. Rimasi davvero scioccato per questo comportamento, davvero inspiegabile, perché proveniva da chi, anni prima, aveva promesso di prendersi cura di me e di essermi vicina nei momenti di gioia e di dolore.

Questo modo di fare fa più male delle cattiverie, dei tradimenti e di tutte le lotte che si fanno con gli avvocati: è difficile accettare che tu sei diventato una persona estranea per la tua sposa con cui hai condiviso tutto, perfino il talamo nuziale e la nascita dei figli. E così ho amici che hanno dovuto superare prove importanti, hanno avuto lutti in famiglia e non c’è stata nemmeno una telefonata per dire: “Cane, come stai?”. Più è grande l’amore che si prova e più è forte il dolore che si subisce per questa indifferenza e insensibilità alle tue prove della vita.

È difficile entrare nella mente delle persone, anche perché siamo tutti diversi, ma ritengo che quando qualcuno decida di separarsi, voglia lasciarsi tutto alle spalle, come girare la pagina di un libro per scrivere una nuova parte della propria vita, dopo aver cancellato tutto quello che c’è stato prima. E la cosa paradossale è che tu che sei stato lasciato, soffri, mentre l’altro sembra che sia finalmente felice e contento, magari frequentando altre persone.

Il tempo passa e le cose non cambiano nonostante le tue preghiere, il tuo affidare a Dio il tuo dolore, le tue opere di misericordia……che ingiustizia vero? Perché Dio non fai qualcosa, non vedi, sei distratto? Che cosa aspetti? Perché avviene questo? Sono domande che nascono spontanee, specialmente nei momenti di sconforto, quando sembra di essere stati sconfitti su tutti i fronti e di aver sbagliato tutto.

Io non so dare delle risposte, anche perché non avrebbe senso, derivano da una concezione di Dio sbagliata che prevede il Creatore ai nostri comandi e ai nostri servizi, come fosse una bacchetta magica. Spesso Dio lavora segretamente. Manteniamo salda la nostra Fede. Comprenderemo i Suoi piani al momento giusto, come si dice nel film God’s not dead (Dio non è morto).

Di sicuro nulla avviene per caso e questa indifferenza del coniuge può essere la spinta per affidarci ancor più a Dio e per cercare l’unità con Lui, non contando su nient’altro. Solo Lui è il centro e la nostra consolazione, nonostante il dolore. Anche Gesù ha sperimentato sulla sua pelle cosa vuol dire prima essere osannato e accolto come un re e poi lasciato completamente da solo, nel più totale menefreghismo, fino a toccare il vertice del dolore per il silenzio del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, Dio senza Dio.

Termino citando la parte più bella del film che ho appena nominato, quando c’è il dialogo tra il figlio, un avvocato di grido nel pieno vigore della salute e della carriera, e sua madre, malata e anziana: “Tu hai pregato e creduto per tutta la tua vita. Non hai mai fatto niente di male. Ed eccoti qua. Tu sei la persona più buona che conosco. Io sono la più cattiva. Tu hai la demenza senile. La mia vita è perfetta. Spiegami questo”. Così chiede Mark alla madre, ricoverata in una casa di riposo, ed evidentemente non si aspetta alcuna risposta. Lei, invece, si scuote per un attimo e parla: Talvolta il diavolo permette alla gente di vivere una vita libera da problemi, perché non vuole che si rivolgano a Dio. Il loro peccato è come la cella di una prigione, solo che tutto è bello e confortevole e che non sembrano esserci ragioni per lasciarlo. La porta è spalancata, finché un giorno il tempo scade, la porta si chiude di schianto, e improvvisamente è troppo tardi”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Apparenza o sostanza?

Dagli Atti degli Apostoli (At 6,8-10.12; 7,54-60) In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.[…] E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio. […] Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

La rotazione del calendario ha voluto che il nostro articolo fosse nel giorno di santo Stefano, probabilmente molti tra noi stanno tuttora festeggiando coi propri cari il Natale e vi auguriamo che questo Natale possa essere foriero di grandi Grazie dal Cielo. Oggi le nostre povere parole saranno brevi perché vogliamo dare il tempo di far penetrare la Grazia natalizia nei cuori senza distrazioni dai social e simili.

La Chiesa sembra una madre sadica che non lascia il tempo ai figli di finire i festeggiamenti che già subito presenta il protomartire Stefano come il prototipo, appunto, da imitare. Ma dove sta l’importanza di mettere una data di un martire proprio il giorno dopo la nascita del Bambinello ?

Per metter fin da subito le cose in chiaro: il cristianesimo non è una vita comoda!

Non sono parole dure di Giorgio e Valentina: la prima lettura, che abbiamo riportato in alcune sue frasi essenziali, racconta il martirio di Stefano, ma poi nel Vangelo abbinato ad essa Gesù stesso così si esprime:

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; […] Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

Il cristianesimo quindi non è commuoversi davanti al bambino Gesù deposto nel presepio per poi vivere di fatto un ateismo pratico.

Un cristianesimo accomodante non è vero. Un cristianesimo che non ci scomoda dai nostri vizi non è vero. Un cristianesimo che ci accontenta in ogni desiderio della carne non è vero. Un cristianesimo fatto solo di bollicine in pancia e farfalle nello stomaco non è vero. Un cristianesimo all’acqua di rose non è vero. Un cristianesimo che dà un colpo al cerchio e uno alla botte non è vero. Un cristianesimo che segue le mode del mondo non è vero. Un cristianesimo che appiana santi e peccatori tutti allo stesso livello, non è vero. Un cristianesimo costruito sui sentimentalismi non è vero. E santo Stefano – come tutti gli altri martiri – ce lo ha testimoniato.

Gesù – che è la seconda Persona della Santissima Trinità, quindi è Dio – si è umiliato a tal punto da farsi uomo, non per farci scendere le lacrime davanti al presepio, ma per salvarci, e come lo ha fatto? Sulla croce. Gesù Cristo ci ha dato tutto e chiede tutto. Cari sposi, siamo disposti?

Giorgio e Valentina.

Abbiamo bisogno del Natale

Che bisogno c’è di festeggiare il Natale tutti gli anni? Lo sappiamo ormai, Dio si è fatto uomo! Sempre la stessa storia – come dice mio figlio. Eppure non è proprio così. È un avvenimento che ci riguarda da vicino. Dio è venuto ad abitare il nostro mondo, nostro inteso proprio come nostro. È venuto ad abitare la nostra vita, la nostra storia e il nostro matrimonio. Ma perché tutti gli anni ricordarlo e festeggiarlo. Non basta saperlo?

È come il nostro anniversario di matrimonio. È un’occasione per fare memoria. È un’occasione per fermarsi e togliere per un attimo tutte quelle preoccupazioni e tutti quegli impegni che ci allontanano l’uno dall’altro. Sì, perché la vita quotidiana non ci allontana solo da nostro marito o da nostra moglie ma ci allontana anche da Gesù.

Il rischio è quello di sentirci da soli. Di vivere una fede fatta di riti che con il tempo possono diventare vuoti. Trovarci con un Dio lontano e noi da soli qui a correre e fare fatica. Dio che appare distante e inaccessibile, mentre noi lottiamo e ci sforziamo nel nostro cammino quotidiano. Rischiamo di perdere il senso della nostra fatica e a volte anche dello stare insieme.

Invece il Natale è quell’appuntamento che ci riporta un Dio lontano qui sulla terra con le sembianze di un bambino. Perché un bambino non si impone con la forza e con la paura ma ci chiede di essere accolto con tenerezza ed amore.

Ecco, questo Natale apriamo il cuore alla tenerezza, facciamo posto a Gesù. Facendo posto a Lui saremo capaci di fare un po’ di ordine nella nostra vita, saremo capaci di riacquistare uno sguardo verso un orizzonte eterno che supera le piccole o grandi difficoltà del nostro vivere e riacquisteremo anche la capacità di dare senso al nostro amore l’uno per l’altro anche quando non sarà facile trovarlo, quando ci sentiremo feriti dall’altro o non pienamente corrisposti.

Anche questo Natale è nato Gesù perché noi ne abbiamo bisogno. Senza Natale saremmo troppo poveri per amarci davvero ma saremmo capaci solo di usarci per riempire le nostre miserie.

Antonio e Luisa

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Dios primerea

Cari sposi, agli esordi del suo pontificato, Papa Francesco in una udienza nel marzo 2014, volendo esprimere il concetto che Dio si anticipa benevolmente a noi, sa venirci incontro, trova il modo per soccorrerci ben prima che ce ne accorgiamo, utilizzò un’espressione spagnola: “Dios primerea”.

Oggi, questa frase ben si adatta al senso delle letture, nella IV domenica di Avvento, a stretto contatto con il grande giorno del Natale. È il senso della prima lettura e del salmo dove il grande re Davide ha avuto un’idea straordinaria. Se l’Arca dell’Alleanza, con tutta la sua solennità – era infatti il luogo su cui Jahvé poggiava i suoi “piedi” – veniva lasciata sotto una semplice tenda, in un luogo aperto e in una condizione vulnerabile, come mai il re d’Israele poteva appisolarsi tranquillamente nella sua reggia sontuosa?

Da qui la “genialata” di avviare il progetto di un tempio maestoso entro il quale conservala con tutti gli onori: ma che bello! “Bravo Davide, sei veramente un re saggio e assai devoto verso il tuo Dio. Anche i profeti te danno ragione, passerai alla storia per aver onorato il Signore!”A prima vista ci pare una scelta ponderata, oculata, frutto di discernimento… ma a ben vedere non risulta conforme ai piani di Dio.

Circa mille anni dopo, nel momento in cui la Trinità ha scelto di manifestarsi al mondo con la venuta del Verbo fatto uomo, chi, come e dove rendere possibile tutto ciò? Chi avremmo scelto noi perché potesse essere genitore di Gesù? Ci sarebbe mai venuto in mente di scegliere una vergine e originaria di un luogo sconosciuto?

Dios primerea”, Dio ha la prima e l’ultima parola in ogni nostra azione, anche quelle che umanamente sono senza senso e inspiegabili. Come insegna San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (I, q. 19 a. 6) la sua Santa volontà si compie sempre in noi, sebbene in modo misterioso.

Oggi il Vangelo ci riporta all’Annunciazione di Maria e siamo invitati a leggerla come un segno della piena iniziativa di Dio che si anticipa ai nostri piani e ai nostri calcoli. Maria, grazie alla sua condizione di essere senza peccato e piena di grazia, sognava di donare tutta la sua vita al Signore, passando anche dalla verginità – una cosa detestabile nella mentalità ebraica – e il Signore l’ha preceduta perché non ha modificato una virgola del suo desiderio ma in modo sconcertante è riuscito a mantenerlo tale e quale pur passando attraverso una nuova modalità.

Ecco quindi che, vedendo Davide e vedendo Maria, constatiamo come le nostre iniziative, per quanto sacrosante, sono sempre inferiori a quelle di Dio. Come si fa allora, anche da sposi, a stare davanti a questa Volontà che può essere così strana e incomprensibile? Dobbiamo vivere con lo stesso atteggiamento di Maria, cioè la sua verginità. Essa, al di là della dimensione fisica, è prima di tutto sinonimo di piena disponibilità e apertura al Signore. Possiamo dire che le nostre iniziative siano motivate dalla disponibilità a Lui? O a un nostro interesse?

Sia Davide ma soprattutto Maria sono state persone umili, il loro cuore era aperto al riconoscere i doni e le grazie del Signore. È questa capacità il terreno fertile nel quale si può permettere di essere “fecondati” da Dio, è in ultima istanza il senso vero della verginità spirituale. Cari sposi, non siamo certamente noi con la nostra testolina a saper dare una direzione certa alla nostra vita, alle scelte che facciamo per noi e per gli altri. Se siamo radicalmente riconoscenti di quanto il Signore fa per noi, Gli daremo anche in mano la chiave del nostro cuore per lasciare che sia Lui a prendersi cura di noi.

ANTONIO E LUISA

Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Perchè chi è capace di offrire il suo fiat fino in fondo potrà fare grandi cose. Gli sposi che si prometteranno amore per sempre, in un certo senso saranno come Maria. Lei ha donato Gesù a tutti noi, noi sposi possiamo regalare l’amore di Dio al mondo. Ad un mondo assetato di Gesù.

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Il bue e l’asino scaldano il nostro matrimonio

Mi sono fermato a guardare il presepe. In realtà, sono rimasto colpito da due statuine in particolare. Non sono le star del presepe come la Santa Famiglia, ma sono comunque fondamentali. Fanno da sfondo nella capanna e sono tra le creature più vicine a Gesù: l’asinello e il bue. Questi due animali non sono lì per caso. L’asinello ha accompagnato Maria e Giuseppe durante il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme, e lo ritroveremo anche più avanti quando la famiglia deve fuggire da Erode per rifugiarsi in Egitto. Il bue, invece, era già lì, presente nella stalla pronta ad accogliere la nascita di Gesù. Cosa possiamo imparare da questi due animali? Cosa ci possono insegnare sulla famiglia? Perché è importante la loro presenza nel presepe? Ecco cosa rappresentano.

La presenza del bue e dell’asino riscalda la Santa famiglia, così come le nostre famiglie. Il bue simboleggia il lavoro, un lavoro duro e faticoso, ma anche portatore di dignità e responsabilità. Come i due buoi uniti dal giogo, trainavano l’Arca dell’alleanza che custodiva le tavole della legga donate a Mosè. Trainavano la presenza reale di Dio. Così anche noi coniugi – letteralmente uniti dal giogo – siamo chiamati a essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Questa capacità è presente in noi grazie al sacramento del matrimonio, ma va coltivata con impegno, fatica e sacrificio. Il terreno del nostro matrimonio deve essere curato con amore, servizio e tenerezza reciproca. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero, diventando un’oasi di amore e non un deserto senza vita.

L’asino nel presepio rappresenta la vita normale e ordinaria, simboleggiando il servizio e l’umiltà. Al contrario del cavallo, associato al potere e alla grandezza, l’asino ci ricorda che il vero amore e la santità nel matrimonio si trovano nei piccoli e concreti gesti di tenerezza, cura e servizio di ogni giorno per la persona amata e per chiunque ci necessiti. Gesù stesso scelse di entrare a Gerusalemme su un asino, sottolineando il suo ruolo di Re venuto per servire e donare se stesso. Questo ci invita a riflettere su come ci comportiamo nei confronti dell’altro: cerchiamo di servire e amare incondizionatamente o ci concentriamo solo sui nostri desideri? La santità non richiede gesti straordinari, ma si cela nei piccoli gesti quotidiani di generosità e dedizione verso gli altri.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Un San Giuseppe che si prepara per la sua Sposa.

Cosa ci si può aspettare da un venerdì sera di Avvento ad una settimana dal Natale? Cene oratoriali, concerti gospel, tombolate, raccolte fondi, gara fotografica al presepe più bello e chi più ne ha più ne metta. Tutte sane occasioni per avvicinare e sfiorare il cuore di chi al momento ha il cuore ghiacciato in puro stile Frozen e aspetta solamente l’abbraccio caldo di Olaf, per parlare con una metafora disneyana.

Mio marito Andrea ha pensato bene invece di farmi vivere un venerdì sera alternativo. Ha scelto questa sera per farmi vivere l’esperienza della celebrazione penitenziale. Può sembrare una cosa banale, quasi di routine, ma per me, ad esclusione dell’ esperienza a Medjugorje, è stata una delle pochissime volte che mi è capitato di viverla. Specialmente a Natale.

Perché? Può sembrare una cosa impossibile da credere per chi legge, ma durante il periodo natalizio – anche prima della Pandemia – io ho sempre vissuto in zona rossa, ossia, da quando ho cominciato ad avvicinarmi alla fede alcuni anni fa, ho sempre passato le sante feste natalizie con febbre altissima e tosse. Quella febbre e quelle bronchiti che non ti permettono di uscire di casa neanche per una messa. Questo è in assoluto il primo Natale in cui mi sto godendo ogni singolo attimo del periodo di Avvento.

Ieri sera è stata una sorpresa vedere ai piedi dell’altare il mio santo preferito: San Giuseppe. Un San Giuseppe accanto alla mangiatoia vuota. Ma nel vedere la statua il mio cuore è andato non alla mangiatoia ma proprio a Giuseppe. Lì in piedi ad aspettare. Guardate la foto, non vi ricorda i nostri sposi all’ altare il giorno delle nozze? Il nostro padre spirituale ci diceva sempre: Si può essere pronti ma mai preparati. E in effetti se penso alla nostra vita matrimoniale, Andrea stesso – il mio San Giuseppe casalingo – di certo non era preparato a tutto ciò che avremmo vissuto dallo scambio delle promesse matrimoniali fino ad oggi.

San Giuseppe – se ci pensiamo bene – ha attraversato anche lui momenti di paure e di dubbio, ma ha avuto sempre al centro del suo cuore l’amore. Quello con la A maiuscola. Quello che ti fa vegliare mentre la tua sposa riposa, mentre la tua sposa accoglie un progetto che stravolgerà ulteriormente i suoi e i tuoi sogni.

Ogni tempo ha il suo colore è la frase che mi ha detto in questi giorni il mio padre spirituale. E San Giuseppe l’ aveva capito. Maria ha riempito di colore la sua tela dove era disegnata la loro vita che aveva nel cuore. Solo seanche noi mettiamo Dio prima delle nostre scelte, o meglio lo coinvolgiamo nella nostra vita, lo rendiamo partecipe dei nostri dubbi e pensieri – chi non li ha – troveremo il nostro posto.

Proviamo ad aspettare una risposta che sicuramente arriverà. La nostra vita quotidiana e anche matrimoniale migliorerà. Ad esempio ogni tanto mi capita di avere dei dubbi a livello di bioetica, delle scelte mediche concrete che possiamo scegliere, ma se non si condivide il dubbio e il pensiero con il sacerdote o comunque con una valida figura spirituale, si rischia di prendere una strada con il terreno accidentato.

Approfittate della messa di Natale e confessatevi, è il più bel dono di Natale che vi potete fare ed è gratis.

Simona e Andrea

Vi aspettiamo in parrocchia oppure in onda, ogni primo lunedì del mese alle 12 30, su Radio Maria. Infine vi ricordiamo che potete trovare il nostro libro in tutti gli store online o potete chiederlo direttamente a noi attraverso il nostro profilo Instagram. A presto.

Gesù, Giuseppe e Maria: un unico grande Mistero

Introduciamo la figura e missione di san Giuseppe, lasciandoci guidare da un documento ricchissimo, l’esortazione apostolica Redemptoris Custos, pubblicata da san Giovanni Paolo II nel 1989. Un’esortazione densa di contenuto, ma anche molto semplice, che tutti siamo invitati a riscoprire, per recuperare la vera immagine del Custode del Redentore e della Chiesa universale. Questo ci consentirà di coltivare un’autentica venerazione verso di lui, cosa impossibile se non si conosce la verità rivelata, che traspare con forza dagli stessi Vangeli e dalla Tradizione ecclesiale, e che il Magistero ci aiuta ad interpretare correttamente.

È significativo che Giovanni Paolo II abbia inserito l’esortazione su san Giuseppe nel contesto di importanti documenti magisteriali dedicati alla Redenzione. Il Pontificato di questo grande Papa, sempre attento alla verità su Dio e sull’uomo, è stato tutto “cristocentrico”, cioè con Cristo al centro e, in particolare, il Cristo Redentore dell’uomo! Egli, infatti, ha inaugurato il suo Pontificato con l’enciclica Redemptor Hominis nel 1979, per proseguire nel 1987 con la splendida esortazione mariana Redemptoris Mater. A soli due anni di distanza, pubblicava la Redemptoris Custos, interamente dedicata a san Giuseppe, e così consacrava il primo decennio alla Sacra Famiglia, per poi guardare alla missione della Chiesa, corpo di Cristo, nel 1990 con l’enciclica Redemptoris Missio. Splendido programma, di straordinaria eloquenza, che pone al cuore di ogni riflessione il Redentore, per leggere ogni realtà alla luce di quel «mistero nascosto» da secoli e a noi rivelato, di cui parla la Lettera agli Efesini (cf. Ef 3,9).

In particolare con la Redemptoris Custos, il Santo Padre offriva alla Chiesa il documento più ampio e organico mai scritto su san Giuseppe, “Ministro della salvezza” insieme a Maria. Giovanni Paolo II valorizzava specialmente la sua paternità, vista come una conseguenza dell’unione ipostatica, ossia dell’Incarnazione del Figlio di Dio nella Vergine Madre. Giuseppe, infatti, fu destinato da Dio al compito eccellente e unico di sposo e padre putativo, in vista dell’Incarnazione di Cristo. Ed è proprio questa verità la colonna portante di tutta l’esortazione. Il titolo “Custode del Redentore” è finalizzato a mettere in luce il contenuto della paternità di Giuseppe, il quale nella vita di Gesù e di Maria ha svolto essenzialmente il ruolo di vero marito e padre, nonostante quel Figlio non fosse stato da lui generato.

Al numero 8 della Redemptoris Custos, Giovanni Paolo II scrive che egli «è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente “ministro della salvezza”». Espressione quest’ultima tratta da san Giovanni Crisostomo, celebre Padre della Chiesa del V secolo.

In altre parole, tutti i privilegi di san Giuseppe derivano dalla sua vocazione ad essere padre putativo di Gesù. Ed è sempre e solo in relazione al mistero di Cristo che la sua figura e missione rivelano appieno il loro significato. Ma non è tutto. È importante che la sua speciale paternità sia compresa anche congiuntamente alla maternità di Maria. Non a caso, infatti, Giuseppe, nella Redemptoris Custos è sempre considerato «insieme con Maria». Inoltre, la maternità divina della Vergine e la paternità legale di Giuseppe hanno un carattere spiccatamente cristologico: sono la Madre naturale e il padre legale di Gesù, sono la sua vera famiglia umana, scelta dai secoli eterni, e il loro matrimonio rivela tutto il suo valore alla luce del Verbo incarnato. Davvero un grande mistero!

Giovanni Paolo II è noto a tutti per la sua devozione mariana, il Totus tuus campeggiava sul suo stemma papale. Grazie a questa esortazione egli ci permette di comprendere come un’autentica devozione a Maria e, persino, un’autentica teologia mariana, chiamata a sorreggerla e alimentarla, non possano escludere la devozione e la teologia giuseppina. In altri termini, contemplando il mistero della Sacra Famiglia nella sua unità, si comprende che la fede in Cristo non può essere disgiunta dall’amore per Maria e Giuseppe: uno è il disegno di Dio e uno il Mistero grande di Cristo, che include il matrimonio di Maria e Giuseppe, simbolo del mistero della Chiesa, vergine e sposa.

Pamela Salvatori

Benedizioni coppie omosessuali. Facciamo chiarezza.

E’ inutile negarlo. Il documento Fiducia supplicans, uscito il 18 dicembre dal Dicastero per la dottrina della fede, ha lasciato tutti sorpresi. Come al solito, sono scesi in campo immediatamente i due schieramenti che ormai da anni si danno battaglia all’interno della Chiesa. Ci sono i tradizionalisti che vedono intaccato un ulteriore pezzo della dottrina cattolica e della morale, e poi ci sono i progressisti che plaudono a una decisione innovativa ma che reputano ancora insufficiente e solo l’inizio di un percorso.

Io cercherò di non schierarmi e di essere quanto più possibile neutrale dando semplicemente alcuni spunti che secondo me sono importanti. Poi ognuno di voi si potrà fare (ma sicuramente si è già fatto) una propria idea positiva o negativa. Una cosa è certa: questo documento è controfirmato dal Papa e quindi merita attenzione e di essere letto senza pregiudizi.

Si può benedire solo quello che è conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa. Questa affermazione è stata ribadita nel paragrafo 9 del documento in questione, il quale fa riferimento anche a un precedente documento dello stesso dicastero e alle risposte del Papa ai Dubia di alcuni cardinali. È importante sottolineare che tale affermazione significa che le coppie omosessuali, pur vivendo una relazione affettiva, non possono rispondere al progetto di Dio come viene inteso dalla Chiesa.

Nel documento, viene sottolineato che la benedizione delle coppie omosessuali non deve essere confusa in alcun modo con un rito nuziale. Si specifica che la forma della benedizione non deve essere fissata ritualmente dalle autorità ecclesiali, al fine di evitare confusioni con la benedizione propria del sacramento del matrimonio (paragrafo 31).

La Chiesa ribadisce due fattori determinanti e immutabili: il progetto di Dio sul matrimonio riguarda esclusivamente l’unione di un uomo e di una donna, in cui la differenza sessuale diventa feconda e profetica. Inoltre, si afferma che il sesso è moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. Importante comprendere che la Chiesa ha sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che vengono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa potrebbe in qualche modo offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presume di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale (paragrafo 11).

Questo pronunciamento è stato confermato dal Santo Padre nelle sue risposte ai Dubia di alcuni cardinali, sottolineando ancora una volta la sostanza di queste affermazioni.

In sintesi, il documento enfatizza chiaramente la posizione della Chiesa riguardo alla benedizione delle coppie omosessuali, affermando che questa non può essere confusa con il sacramento del matrimonio e che il sesso è considerato moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. La Chiesa continua a sostenere l’importanza della differenza sessuata e del progetto divino del matrimonio come definiti nei suoi insegnamenti.

Quindi, perché benedire una coppia omosessuale? Qui c’è tutta l’idea pastorale di Papa Francesco e dei gesuiti in genere. È importante comprendere che la visione del Papa si basa sull’idea della presenza e dell’amore di Dio in tutte le situazioni umane, comprese quelle moralmente sbagliate. Il Papa sostiene che, nonostante un rapporto omosessuale possa essere considerato moralmente sbagliato, se vi è una volontà sincera di fare del bene, può esserci una scintilla di verità che avvicina la coppia a Dio. Questo può essere un inizio, un cammino verso una vita spirituale più profonda?

Nel documento, Papa Francesco afferma che, anche quando il rapporto con Dio è offuscato dal peccato, è sempre possibile chiedere una benedizione, tendendo la mano a Lui, proprio come Pietro lo fece nella tempesta quando gridò a Gesù: “Signore, salvami!”. Desiderare e ricevere una benedizione può essere il bene possibile in alcune situazioni? Il Papa ci ricorda che anche un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi attraversa le sue giornate senza affrontare importanti difficoltà.

La Chiesa, come afferma il Papa, ha il dovere e la missione di non escludere nessuno. Pertanto, se una coppia omosessuale desidera la benedizione della Chiesa sulla propria relazione, sta manifestando il proprio desiderio di cercare l’aiuto di Dio, desiderio che spero sarà verificato dal benedicente. La Chiesa, secondo la visione del Papa, è chiamata ad accogliere tutti coloro che cercano Dio e il suo amore, indipendentemente dalla loro situazione o orientamento sessuale.La Chiesa, secondo Papa Francesco, è chiamata ad accogliere e accompagnare ogni persona che cerca Dio, offrendo la sua benedizione come un segno di amore e misericordia.

Perchè benedire la coppia e non le singole persone? Questa è un questione sostanziale. Non ho una risposta certa e anche io conservo diversi dubbi. Ma il Papa è Francesco e cerchiamo di comprendere le sue ragioni. Dico quello che è il mio pensiero analizzando tutto il modo di evangelizzare e di concepire la pastorale del Papa. Benedire solo la persona equivarrebbe a dire che Dio non c’è proprio lì dove la persona cerca di vivere l’amore. Certo in un modo completamente sbagliato, ma che resta il solo che riesce in quel momento a produrre quella persona. Eliminare questa parte importante della vita della persona equivale a creare una doppia vita. Esiste la vita di fede ed esiste la vita di coppia. Come in dottor Jekyll e mister Hyde. Invece il Papa ritiene importante far comprendere alle coppie omosessuali che si giocano la loro salvezza e la loro santità soprattutto lì, nelle relazioni con i fratelli ed in particolare quelle affettive. Ed è lì che devono fare la fatica di una vera conversione. Questa è solo una mia deduzione.

È la strada giusta? Non si rischia attraverso questo documento di affermare una determinata verità e poi di contraddirla con la percezione concreta che i fedeli avranno del significato della benedizione? Vedere il sacerdote che benedice una coppia omosessuale non induce il fedele – già peraltro abbastanza influenzato dai mass media – a ritenere normalizzato il rapporto omosessuale? Il rischio c’è, solo il tempo ci dirà della bontà di questa decisione. A noi è chiesto non tanto di giudicare le scelte del Papa quanto di pregare per lui.

Possiamo concludere quindi questa riflessione tirando le somme. Il Papa non vuole riconoscere come buone le relazioni irregolari e tantomento quelle omosessuali. Ribadisce la pienezza del disegno di Dio nel matrimonio e ribadisce che il sesso è buono ed autentico nel suo significato solo all’interno del matrimonio. Il Papa però non vuol far mancare una presenza accanto a chi vive situazioni anche di peccato. Il Papa vuole che la benedizione possa essere l’inizio di un cammino di conversione e non la giustificazione di una situazione oggettivamente di peccato. È la strada giusta? È questo il modo per avvicinare le persone omosessuali a Dio? Continuiamo a pregare e a chiedere luce allo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Conta le stelle: ferita che diventa feritoia

Ciao cari sposi, siamo P e G, vi vogliamo esprimere l’importanza di staccare un attimo dalle fatiche quotidiane, per ricaricarsi spiritualmente.

Per fare questo, aiutano tanto le esperienze che noi chiamiamo Tabor. Ricordate la trsfigurazione di Gesù? Ecco noi abbiamo bisogno di vedere il nostro amore trasfigurato, di vederlo con gli occhi di Gesù, per caricarci, per vedere la meta e anche il percorso per arrivarci. Per riuscire a comprendere quali sono gli strumenti che servono per fare questo cammino. Il nostro Tabor sono i corsi di Assisi. Se desiderate vivere un’esperienza di trasfigurazione del vostro amore e scoprire nuovi strumenti per il vostro cammino spirituale, vi consiglio vivamente di considerare l’opportunità di partecipare ai corsi dei frati e delle famiglie francescane di Assisi. Sono un tesoro di saggezza e di esperienza francescana che può arricchire la vostra vita spirituale e condurvi verso la meta che cercate.

Di recente abbiamo fatto il ritiro per coppie di sposi infertili dal titolo Conta le Stelle. Senza  nulla togliere a Simona ed Andrea di Abramo e Sara – che scrivono qui sul blog e che fanno un servizio meraviglioso – noi consigliamo di fare questo ritiro. Sia per ritagliarsi un bel momento speciale intimo e profondo di coppia sia per imparare a non stare fermi nella rassegnazione. Non serve scappare, nascondersi o chiudersi nel dolore, nella rabbia e nell’invidia. Solo se ci apriremo alla Speranza con l’aiuto di Dio, attraverso lo Spirito Santo per il discernimento, la preghiera, la Sua Parola, il direttore spirituale e il dialogo di coppia  si può scoprire e vivere in pienezza la chiamata di Dio. Una chiamata che è specifica per ciascuna coppia di sposi. Dio infatti è fedele, fa quello che promette nel giorno delle nozze, portandolo a compimento, passo dopo passo.

Solo Dio Salva – è il significato del nome di Gesù – in questa ferita dell’infertitiltà, facendola diventare feritoia, dove possono passare la Luce e la Vita  e dove si risorge. Dio non butta via niente, con Lui e per Lui, tutto serve, tutto ha senso.

In questo ritiro, inoltre, si conoscono altre coppie di sposi che provengono da tutta l’Italia, più o meno giovani, sposate da poco o da tanto, si conoscono i frati minori di Santa Maria degli Angeli ed infine le famiglie dell’équipe (in primis Maria Rosaria Fiorelli e famiglia). Persone che possono essere un valido sostegno anche dopo il corso. In giro è difficile trovare persone competenti che hanno a cuore queste coppie ferite. È un ritiro unico e irripetibile in italia, che ti lancia in avanti, non ti lascia fermo, immobile, pietrificato, indifferente. Si è poi accompagnati da personaggi biblici, come Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe e altri. 

Il dono più bello è però la presenza consolante di Dio. Il Signore si fa sempre sentire presente, siamo riusciti a comprendere di non essere soli, che sono tante le coppie che vivono questa condizione di vita. Una consapevolezza che, unita alle belle ed efficaci catechesi, ci ha aiutato a prendere il largo e a credere nell’impossibile.

Per info sui prossimi corsi clicca qui.

Vi auguriamo Buon Natale di Rinascita, di Vita Nuova! 

Un abbraccio da noi 

P e G

Ci trovate su facebook Paola Bt 

Chi è il nostro Sansone?

Dal libro dei Giudici (Gdc 13,2-7.24-25) In quei giorni, c’era un uomo di Sorèa, della tribù dei Danìti, chiamato Manòach; sua moglie era sterile e non aveva avuto figli. L’angelo del Signore apparve a questa donna e le disse: «Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei». La donna andò a dire al marito: «Un uomo di Dio è venuto da me; aveva l’aspetto di un angelo di Dio, un aspetto maestoso. Io non gli ho domandato da dove veniva ed egli non mi ha rivelato il suo nome, ma mi ha detto: “Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio; ora non bere vino né bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte”». E la donna partorì un figlio che chiamò Sansone. Il bambino crebbe e il Signore lo benedisse. Lo spirito del Signore cominciò ad agire su di lui.

Questo brano racconta di come Sansone entri a far parte della storia di Israele, egli è una figura molto conosciuta anche per via dei film dedicati alla sua storia, ma ciò che ci interessa è il fatto che in questo periodo di Avvento la Chiesa ci fa capire come la venuta di Gesù non sia accaduta d’improvviso ma preparata da secoli di profezie e da diversi precursori che in qualche modo hanno aiutato Israele ad aspettare il vero Salvatore; infatti anche Sansone è stato un precursore del Messia, una sua prefigura.

E come tutti i precursori hanno incarnato ora un aspetto ora un altro del vero Messia, proprio perché erano solo degli uomini, certamente grandi uomini ma pur sempre creature limitate e fragili e con peccati anche gravi sulle spalle; ma la loro finitezza ha preparato i cuori affinché si vedesse la differenza con il vero Messia, affinché Gesù potesse essere riconosciuto come Dio, il Figlio di Dio e non solo nella sua natura umana.

Ci sono alcune assonanze con la storia di Gesù – come quella di altri suoi precursori – e cioè che Sansone è il figlio della promessa divina, unico di una coppia speciale che però era sterile, perciò diviene il figlio eletto per una missione speciale così come speciale fu la sua generazione per mano di un intervento miracoloso su una donna sterile.

Tutti questi ragionamenti – e molti altri che si potrebbero fare – non servirebbero a nulla se non toccassero la nostra vita, sarebbero solo esercizi dell’intelletto e poco più, ma non dobbiamo lasciarci sfuggire l’occasione di scorgere un Sansone anche nella nostra vita.

Sicuramente anche noi abbiamo avuto nella nostra vita qualche precursore di Gesù, qualcuno cioè che ci ha mostrato qualche aspetto di Dio nonostante la sua limitatezza, la sua fragilità e forse qualche suo sbaglio. Per tante coppie che hanno intrapreso il nostro stesso cammino nell’Intercomunione delle famiglie è stato padre Bardelli.

Possiamo affermare senza dubbio alcuno che per noi è stato un Sansone, un inviato speciale di Dio per una missione speciale: liberare il suo popolo da un nemico visibile in attesa – e come prefigura – della vera e definitiva liberazione dal peccato che opererà Gesù sulla Croce; padre Bardelli ci ha liberati da un nemico – tra i tanti – che è l’impurità.

E quando pensiamo a lui, quando rivediamo qualche suo video, quando preghiamo per la sua anima, non possiamo che lodare e ringraziare il Signore per averci mandato un suo inviato come liberatore da una relazione amorosa malata e distorta. Per noi è stato un Sansone anche perché si scorgeva nel suo modo di relazionarsi con noi – a quel tempo – giovani fidanzati una forza straordinaria, si percepiva come quella forza non provenisse da lui solamente, ma è come se lui la lasciasse uscire a mo’ di rubinetto che lascia passare l’acqua. Inoltre lo possiamo considerare precursore anche perché non ha mai detto o fatto per autocompiacimento, un po’ come ha fatto il Battista che ha indicato ai suoi discepoli uno più grande di se stesso: Gesù.

Cari sposi, forse avete avuto anche voi un Sansone o forse qualche coppia ne ha bisogno, rinnoviamo in questa settimana una preghiera di gratitudine al Signore per aver usato il nostro Sansone oppure una preghiera per chiedere al Signore il vostro Sansone.

Non è perfetto? Poco male, perché se lui fosse perfetto sarebbe lui il Messia.

Giorgio e Valentina.

Maria si affida a Giuseppe suo marito

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In questo tempo di Natale possiamo riflettere non solo sulla nascita di Gesù ma anche sulla Santa Famiglia e sulle dinamiche che la caratterizzavano. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè?

Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con sè Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia. 

Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e patriarcali – va tanto di moda parlarne di questi tempi – ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, mi limiterò a raccontare la mia esperienza. 

Mia moglie mi ha donato il suo affidamento, una parola che in questi tempi può sembrare desueta o antiquata. Quella che in Efesini 5 viene chiamata sottomissione. In un’epoca in cui l’emancipazione sembra essere l’unico obiettivo, si potrebbe pensare che affidarsi completamente a qualcuno sia un’idea incompatibile con la volontà di essere indipendenti e padroni del proprio destino.

Ma lasciatemi spiegare cosa intendo con tutto ciò. Il fatto che mia moglie si sia affidata completamente a me non vuol dire che lei abbia bisogno di me o che io debba esercitare un controllo su di lei. Non è una questione di gerarchia o di dominio, ma piuttosto un atteggiamento di fiducia e di condivisione reciproca.

Con il matrimonio, mia moglie ha scelto di mettersi nelle mie mani volontariamente, senza costrizioni o richieste di contropartita. Questo suo dono mi ha commosso profondamente e mi ha fatto riflettere sul valore che io ho come individuo. Essere oggetto di questa fiducia e di questa responsabilità, mi ha reso ulteriormente consapevole della serietà e dell’importanza del nostro rapporto.

La fiducia che mia moglie ha riposto in me è un regalo prezioso, un prezioso atto d’amore. Mi fa sentire responsabile di dare il meglio di me stesso, di essere la persona su cui lei possa sempre contare. Questa fiducia reciproca è una delle fondamenta dell’amore coniugale, fa parte del dono totale che ci facciamo a vicenda attraverso il matrimonio.

Ciò non significa che non ci siano momenti di contrasto o divergenza di opinioni. Prendiamo sempre le decisioni insieme, condividendo i nostri punti di vista e cercando di trovare un terreno comune. La fiducia che ci lega ci permette di superare gli ostacoli e di affrontare insieme le sfide che la vita ci presenta.

In sintesi, il dono dell’affidamento che mia moglie mi ha fatto è qualcosa di straordinario. È un’esperienza che mi ha reso più consapevole del mio valore come individuo e del valore del nostro matrimonio. Mi ha fatto capire che, indipendentemente da ciò che accade, posso sempre contare su di lei, così come lei può contare su di me. Sono grato per questo dono e mi impegno a onorarlo, a dare il meglio di me ogni giorno per mantenere viva la fiducia che mia moglie ha riposto in me. C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge. Ma la vederemo nel prossimo articolo

Antonio e Luisa

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La sciagura del divorzio breve

Il divorzio breve

L’ultima novità, in fatto di matrimoni è… il divorzio breve. Divorzio sì, ma breve, anzi, brevissimo. Fino a ora si poteva divorziare da sei mesi fino a un anno dalla separazione. Ma chi volete che aspetti da sei mesi a un anno, nel mondo dell’instant marketing, del cibo d’asporto, dei treni ad alta velocità? Si poteva fare di meglio e, a quanto pare, è stato fatto.

Col divorzio breve, porre termine a un matrimonio è più che mai facile e veloce. Domanda di divorzio unilaterale e domanda di separazione si presentano contestualmente. Come c’era da aspettarsi, tanti plaudono alla cosa come a una grande conquista di civiltà.

Proprio ieri, ripensavo al mio matrimonio. Ci è voluto circa un anno per organizzarlo. Eppure, non avevamo fatto nulla di speciale. Allora ho controllato. Le cose non sono granché cambiate. Sui siti web dedicati al tema delle nozze, ho scoperto che guru delle cerimonie e wedding planner blasonati consigliano di partire coi preparativi almeno un anno prima. Leggete voi stessi, se non mi credete guardate questi siti (weddingtime sposinstyle).

Dunque, nel nostro strano mondo, ci vuole un anno per preparare una cerimonia che dura un giorno. Anzi, ben meno di ventiquattro ore. Però basta molto, ma molto meno, per dirsi addio per sempre, fra marito e moglie.

Il divorzio breve è il black Friday delle relazioni

Il divorzio, così semplificato e reso agile, ricorda l’acquisto “d’impulso”. Quello che la grande distribuzione conosce e attua a meraviglia. Avete presente il black Friday? Condizioni speciali, disponibili solo se si agisce in velocità. Ogni lasciata è persa. È un po’ come l’incantesimo della fata di Cenerentola: la magia finisce a mezzanotte in punto. Fra la decisione e l’acquisto vero e proprio, passano pochi minuti. Talvolta secondi.

Non c’è il tempo di ponderare, di mediare, di chiedersi se quello che stiamo per fare sia davvero giusto per noi. Lì il fattore velocità è tutto: quel che sia, purché sia, ma in fretta. Non c’è tempo per i ripensamenti. Non ci sono pause di riflessione. La decisione produce un effetto immediato irreversibile: riempire un carrello virtuale e perfezionare l’acquisto. Senza possibilità di reso. Come rendere il coniuge alla famiglia di origine. Anche qui in modo rapido e irreversibile. Senza spazio per dubbi o ripensamenti. Può sembrare un paragone azzardato, ma non lo è.

Basta un breve periodo di crisi, un litigio un po’ più serio, un fraintendimento che, sull’onda dell’emotività, si può chiedere e ottenere subito il divorzio. Senza concedere una seconda chance a chi ci ama e amiamo, e forse ha avuto un’uscita infelice. O forse attraversa un momento difficile.

Il divorzio breve azzera la perseveranza

Qualche giorno fa si è diffusa la notizia di una moglie che ha deciso di divorziare il giorno stesso delle nozze. Il motivo? Era molto arrabbiata col marito per uno scherzo. Lui le ha tirato la torta nuziale in faccia. Non si sa dove né quando ciò sia avvenuto di preciso. La notizia è stata ripresa da vari giornali.

Non è una storia italiana di certo. Però potrebbe diventarlo in futuro. Il problema del divorzio breve, è che azzera la perseveranza. È evidente che si desideri uscire al più presto da una situazione poco piacevole. Il fatto è che, nella quotidianità del matrimonio, possono verificarsi diversi episodi poco piacevoli. Questo non vuol dire che l’uomo (o la donna) che abbiamo al fianco siano mostri. Vuole solo dire che abbiamo bisogno di mediare, di perseverare. Dobbiamo darci tempo, per imparare a conoscere il consorte. Serve la volontà di affrontare e superare le difficoltà. E le difficoltà ci saranno certamente, al di là del sentimento.

Perché, come disse bene Gilbert Keith Chesterton: Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno “compatibile”. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili. (nel libro: Cosa c’è di sbagliato nel mondo, lo avevo recensito qui.

Se esiste una via d’uscita veloce, perché dovremmo impegnarci nella fatica di trovare un equilibrio nella nostra relazione? Eppure, anche i matrimoni più riusciti, hanno affrontato una fase di rodaggio. Se gli sposi avessero gettato la spugna, sapendo di poterlo fare, sarebbero davvero diventate unioni solide?

Il nemico del matrimonio

La natura umana è instabile, debole, capricciosa. Per questo il divorzio breve è il più gran nemico del matrimonio. La migliore garanzia per la solidità coniugale è proprio nell’indissolubilità del matrimonio. Una unione che non può essere messa facilmente in discussione dai nostri umori alterni, ci costringe a lavorare su noi stessi. Ci impegna alla generosità, all’umiltà, al perdono.

Al contrario, un matrimonio senza impegno, a tempo determinato, facile da cancellare, asseconda proprio la nostra incostanza. Se si divorzia sull’onda dell’emotività, non esiste nessuna garanzia che una relazione successiva abbia miglior successo. Se proseguiamo, senza educare il nostro spirito alla perseveranza, incontreremo nuovamente degli ostacoli e di nuovo non avremo le risorse per superarli. Non ci sono matrimoni che funzionano grazie al pilota automatico, a un qualche sortilegio o miracolosa tecnica relazionale.

Divorziare è affrontare un fallimento

Ogni matrimonio è una scuola di disciplina personale. Non è scappare dalla scuola, che ci renderà più felici, ma solo più irrisolti. Divorziare, infatti, anche se diventa un atto amministrativamente più semplice, resta comunque un enorme fallimento di vita. Ci sono esperti che paragonano il dolore e l’alienazione del divorzio a ciò che si prova nel caso di un lutto.

Alleggerire la forma del matrimonio, non ne varia di un briciolo la sostanza. Al contrario, dà l’illusione iniziale che un legame così profondo, si possa cancellare assieme alle firme sulla carta da bollo. Ma l’apparenza di facilità e leggerezza dura poco.

Se ci siamo giurati amore davanti a Dio e alle nostre famiglie, probabilmente credevamo nel nostro amore. Vederlo naufragare, affrontare il distacco dall’altro, dover rinunciare ai sogni che avevamo coltivato su questa unione, sono delusioni profonde.

Il nostro senso di fallimento e dolore non si alleggerisce, per effetto di una proceduta amministrativa più rapida. Senza contare che, come ogni cattolico sa, il matrimonio non può essere sciolto, terminato, cancellato. Anche se i coniugi si allontanano, anche se divorziano per la legge degli uomini, rimangono sposati nel sacramento di Dio. Per questo, il divorzio breve rischia di essere l’ennesimo inganno, ai danni delle coscienze. L’ennesima promessa di finta serenità, destinata a lasciare rovine e amarezza.

Anna Porchetti 

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L’invito a nozze è già in buchetta

Cari sposi, siamo arrivati alla domenica in “Gaudete”, nome derivante dalla prima parola dell’antifona in latino. Gaudere che proviene etimologicamente dal verbo “gustare”, cioè, mangiare cosa gradevoli. Sembra infatti pienamente in consonanza con il tempo che stiamo per vivere, dove l’appetito sarà saziato oltremodo tra pranzoni e cenoni.

Così, oggi nella Parola la gioia sta al primo posto: ogni lettura contiene un riferimento ad essa. Da “io gioisco nel Signore” a “il mio spirito esulta”, fino a “siate sempre lieti” … E tra tutti questi sinonimi di gioia ce n’è uno che mi ha colpito in particolare e si tratta di “letizia”. Mentre la gioia è lo stato interiore che si prova quando si “gioca”, cioè il fare qualcosa di gradevole e piacevole, la letizia è quella gioia che proviene dal sapersi fecondi. Difatti, pensate un po’, il lemma latino “laetitia” proviene da “laetamen” …ciò che rende fecondo un terreno.

Quindi siamo nella gioia quando sappiamo che tutto quanto facciamo e ci capita può essere fecondo, ossia, portare un frutto di bene per noi e per gli altri se lo viviamo in Cristo. Sarà forse per questo che Papa Francesco, pensando a voi sposi, ha voluto intitolare la sua Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia”? Allora, anche le tribolazioni e le croci possono essere vissute nella letizia. Ricordate quella spiegazione che fece Francesco a fra Leone su cosa consisteva appunto la “perfetta letizia”? E pensate anche a quale notte oscura si celava dietro a quel sorriso angelico di Madre Teresa a cui ci siamo abituati.

Ma andiamo ora ai testi della Liturgia. Dicevo che antifona, prima lettura, salmo e seconda lettura fanno eco, ognuno a suo modo, della gioia che proviene dal Natale così vicino. Ma poi il Vangelo vira in un’altra direzione. Il brano offerto dalla Liturgia è un estratto dell’incontro che Giovanni Battista ebbe con i capi religiosi di Israele. Dai toni si coglie che non dovette essere proprio un grande dialogo, all’insegna della cordialità e affabilità per tutta la serie di “no”, magari segno della sua poca voglia di stare lì a interloquire. Questo schermirsi dagli occhi puntati su di lui, lascia spazio poi alla meravigliosa dichiarazione: “non sono degno di slegargli il laccio del sandalo”.

A prima vista potremmo dedurre si tratti di un’immagine carica di umiltà e riverenza nei confronti di Gesù. Invece Giovanni, da buon ebreo, sta usando un’espressione “tecnica”, molto precisa, che si riferiva a un uso matrimoniale dell’epoca, ossia la legge del levirato.

Se un promesso sposo fosse morto prima della celebrazione, il suo parente più stretto avrebbe avuto il dovere di prendere la nubenda come moglie affinché la discendenza avvenisse secondo il proprio casato e non al di fuori di esso.Slegare i lacci del sandalo, quindi, è ben di più di un gesto umile. Voleva dire che il parente più prossimo allo sposo rinunciava al diritto/dovere di applicare la legge del levirato. Se avesse rinunciato a questo diritto avrebbe dovuto togliersi il sandalo. Dicendo quella frase, invece, Giovanni ammette di non poter togliere a Gesù il sandalo perché non ha alcun diritto di prendersi la sposa/Israele – Chiesa perché «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa» (Gv 3,9; cfr. 2,9).

Ed eccoci così giunti al senso grandioso che questa Parola ha per voi: lo Sposo vero e proprio non siete voi ma è Gesù! Come Giovanni si mise da parte per lasciare il posto a Cristo, anche voi siete chiamati a fare lo stesso a vicenda, togliervi dal centro, mettervi da parte per lasciarGli il posto di onore. Ecco il segreto del matrimonio “alla Cristo” e la via per essere davvero buoni coniugi. La grandezza di Giovanni, difatti, è proprio questa: essere piccolo, essere servitore, essere per un Altro…

Perciò, questa è la via della gioia nel matrimonio! Tutto quanto detto sulla gioia in precedenza non si può raggiungere se non si vive il matrimonio come Giovanni. In questo tempo di Avvento, oramai vicini al Natale, vi auguro di cuore di sapervi fare piccoli e umili come il Battista perché Cristo possa avere quella centralità che si merita nel vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Don Luca dice di lasciare posto a Gesù. Mettere Gesù al centro. Ha ragione! Sapete qual è il problema? Tanti – anche credenti e sposati sacramentalmente – non riescono a farlo perchè nel loro cuore non credono di averne bisogno. Credono di bastarsi. Per noi non è stato così. Noi siamo arrivati al matrimonio consapevoli che da soli non avremmo mai combinato nulla di buono. E questo ci ha aiutato a chiedere aiuto a Gesù. Noi siamo partiti con meno talenti rispetto a tanti altri che hanno fallito, ma questa conapevolezza ha fatto sì che non abbiamo mai fatto da soli. Abbiamo sempre affidato tutto a Gesù. Questo fa tutta la differenza del mondo!

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Il matrimonio secondo Pinocchio /18

Siamo giunti al decimo capitolo, che il Collodi titola così a mo’ di riassunto:

I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.

Perfino i burattini, nella loro natura legnosa, riconoscono tuti quelli che sono simili a loro; sembra che non ci sia molta differenza tra il mondo del palcoscenico e quello vero, lo si denota da come Arlecchino e Pulcinella smettano di recitare e si rivolgano a Pinocchio, il quale si vede riconosciuto da chi non lo aveva mai visto prima d’ora, eppure tutti i burattini si rivolgono a lui col titolo di “nostro fratello“. Sembra che anch’essi non abbiano fili, ma è solo una parvenza di libertà: l’intervento del terribile Mangiafoco chiarisce subito chi sia colui che può decidere per tutti e su tutti.

Questo capitolo è la parabola dei nostri tempi: la cultura contemporanea del mondo è tutta tesa a squarciare il velo sottile di un’apparente umanità – quella di Arlecchino, Pulcinella e gli altri burattini – per denudare il pupazzo senz’anima, l’uomo viene raccontato e trattato come una marionetta appena rivestita di un’illusoria apparenza di libertà. Quando si è divenuti burattini, commenta il cardinal Biffi, l’arrivo del burattinaio è immancabile.

Ma perché Pinocchio sfugge al triste destino dei comuni burattini?

Grazie al fatto che lui ha un padre che lo aspetta a casa e che lo ama, a differenza dei burattini per i quali l’unica autorità superiore è il burattinaio, il quale dispone di essi come meglio crede: li tiene legati non solo coi fili visibili, ma molto più coi legami invisibili del potere su tutti.

Anche gli sposi debbono porre molta attenzione sulla propria vita, sul proprio matrimonio; essi sono quindi chiamati a scegliere se lasciare la propria vita in mano a qualche burattinaio oppure vivere da coloro che hanno un Padre che li aspetta a casa e che li ama.

Nel nostro mondo sarà praticamente impossibile trovare un Mangiafoco che si impietosisca e ci lasci andare solo per il fatto che abbiamo un padre, semmai sarà più facile l’esatto contrario, ovvero il Mangiafoco moderno vuole sostituirsi ai padri e al Padre.

Incontriamo tanti sposi che si sono lasciati appicciare dei fili invisibili col mondo, si sono convinti, ad esempio, che le vacanze vadano vissute come dice il mondo e non per ritrovare il tempo per Dio, per la preghiera e l’approfondimento della fede, per la coppia, per il rapporto coi figli… si sono lasciati convincere che la Domenica sia un giorno come un altro, che il fulcro della Domenica sia la gita fuori porta… si sono lasciati plasmare dal burattinaio che vuole strappare loro i figli crescendoli come degli automi, tutti standardizzati secondo gli schemi del burattinaio, ci rispondono che sono ragazzi e che va bene così… si sono lasciati convincere che la convivenza dei propri figli non è un male… e potremmo continuare l’elenco, ma il problema non sta nell’elenco quanto nell’aver deciso di avere un burattinaio come padre e non il vero Padre che ci aspetta a casa, la nostra vera patria.

Presto o tardi Mangiafoco userà i vecchi burattini per attizzare la fiamma sotto l’arrosto di montone, non vorremmo essere tra quelli vero?

Giorgio e Valentina.

Siamo testimoni o giudici?

Anche noi interroghiamoci, ognuno di noi faccia questa domanda a sé stesso, interroghiamoci: amo davvero il Signore, al punto da volerlo annunciare? Voglio diventare suo testimone o mi accontento di essere suo discepolo? Prendo a cuore le persone che incontro, le porto a Gesù nella preghiera? Desidero fare qualcosa perché la gioia del Vangelo, che ha trasformato la mia vita, renda più bella la vita loro? Pensiamo questo, pensiamo queste domande e andiamo avanti con la nostra testimonianza. (dall’Udienza generale del 13/12/2023)

Queste sono le domande che papa Francesco ci invita a rivolgere a noi stessi. Sono domande forti. In particolare per chi cerca di evangelizzare un mondo sempre più lontano dal Signore e per questo sempre più povero.

Cosa ci sta dicendo papa Francesco? Ci chiede semplicemente di interrogarci sulle motivazioni che ci spingono a proporre determinati valori. In un mondo in cui i valori sembrano spesso relativi e soggettivi, papa Francesco ci invita a riflettere su un aspetto fondamentale: Cristo non è solo parte del nostro bagaglio culturale e del nostro stile di vita, ma è una persona viva e reale.

In queste parole possiamo cogliere l’importanza di un incontro personale con Cristo. Un incontro che va oltre la mera conoscenza teorica o l’appartenenza formale a una tradizione religiosa. Papa Francesco ci ricorda che Cristo è una persona che abbiamo incontrato, che ci ha amato e con cui abbiamo iniziato una relazione d’amore.

Questa relazione personale con Cristo dona un senso profondo ai nostri valori. Quando viviamo l’amore di Cristo nelle nostre vite, i nostri valori non diventano una contrapposizione a quelli degli altri, ma una bellezza da condividere. Diventiamo capaci di amare e rispettare gli altri nel rispetto della loro dignità umana.

Solo attraverso questa relazione personale con Cristo possiamo essere credibili nella nostra testimonianza di valori autentici. Non si tratta solo di professare parole, ma di vivere in coerenza con ciò che crediamo. Papa Francesco ci invita quindi a interrogarci sulle nostre motivazioni più profonde, sulle radici delle nostre scelte e azioni.

Facciamo un esempio concreto. Chi non crede nel matrimonio e vive una sessualità disordinata non è un antagonista, non è una persona da disprezzare. È un nostro fratello o una nostra sorella. Quello che ci chiede Papa Francesco credo sia testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ma poi ci chiede di saperci avvicinare a chi fa scelte diverse con il rispetto che ogni persona merita. Con la consapevolezza che noi non siamo migliori di quelle persone, ma che siamo arrivati a determinate scelte grazie agli incontri che abbiamo fatto e alle vicende della nostra scelta personale.

È fondamentale comprendere che il rispetto reciproco è il pilastro su cui si basa qualsiasi forma di dialogo e scambio di idee. Ogni individuo è unico e ha il diritto di vivere la propria esistenza facendo le proprie scelte. È importante non dimenticare che non siamo noi a giudicare o condannare qualcuno, ma è compito di Dio. Il nostro ruolo, invece, è quello di amare incondizionatamente, di tendere la mano e di aiutare gli altri nel cammino della loro vita spirituale, pur comprendendo che ognuno ha il proprio percorso unico. Dire tutta la verità – ce lo chiede l’amore – ma senza imporla. Solo se l’altro è disposto ad ascoltarla. Altrimenti possiamo pregare e stare accanto continuando a testimoniare.

Quando Papa Francesco ci invita a testimoniare la bellezza della nostra scelta conforme alla proposta morale della Chiesa, ci chiede di farlo con umiltà e compassione. Questo significa accogliere ogni persona nel nostro cuore senza pregiudizi o discriminazioni. Non dobbiamo considerarci superiori o migliori, ma dobbiamo piuttosto adottare uno sguardo di rispetto e amore verso gli altri. Solo nel rispetto reciproco possiamo sperare che l’altra persona possa apprezzare anche le nostre scelte e scorgere in filigrana la bellezza di Dio. Come possiamo sperare di evangelizzare qualcuno se lo avviciniamo con uno sguardo di condanna? Solo l’amore salva! E noi possiamo esserne strumenti ma mai artefici.

Il primo luogo di missione è la nostra casa. Io ricordo sempre come Luisa mi sia sempre stata accanto senza giudicarmi nonostante io sia più indietro rispetto a lei. Tante volte ha aspettato che ci arrivassi io a determinate scelte, attendendo i miei tempi e aiutandomi con il suo amore gratuito ed incondizionato. Mi ha evangelizzato con il suo amore gratuito non tanto con le parole. Poi, quando sono stato pronto ad ascoltare con il cuore, allora sì che le parole hanno attecchito, altrimenti sarebbe stato tutto inutile.

Antonio e Luisa

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Cuori adolescenti. Relazioni che curano

Continuiamo a parlare di challenge. Ricordiamo, innanzitutto, che queste sigle sono vere e proprie sfide, assurde, che esistono perché qualcuno le ha inventate e, purtroppo, sono seguite da giovani in tutto il mondo. Avevamo parlato di NNN, adesso tocca a DDD, la challenge per il mese di dicembre: letteralmente ‘Destroying Dick December’.

Dopo un mese, novembre, di astinenza forzata, non poteva che esserci un ribaltamento della morale. Il nome parla chiaro, si tratta di praticare la masturbazione per un numero di volte quotidiano pari al giorno corrente del mese. Sperando che per i più restino soltanto parole, si tratta di una deriva strabordante e illogica dalla quale, per quanto ci riguarda, proveremo a tirare fuori qualche riflessione positiva.

Riguardo alla NNN ci eravamo soffermati sulla ricerca identitaria della fase adolescenziale (cosa cerca un cuore adolescente? A chi o dove chiede risposte?), per la DDD vorrei sfiorare il tema della conoscenza di sé e del proprio corpo, tema centrale nell’età della giovinezza. Un cuore che cerca risposte è un cuore che si sta conoscendo, si sta scoprendo quasi adulto, si sta proiettando nel futuro, in un mondo disincantato lontano da quello infantile.

L’adolescente, spesso, si affaccia alla conoscenza del proprio corpo consapevole che dovrebbe sapere tutto, perché la società sa tutto di lui. E così, per non restare indietro, ingurgita informazioni su informazioni, fa incetta di tutto ciò che offre il web per capire, sapere, comprendere. Ma il web, come dice la parola stessa, è una “ragnatela” che non tarda ad acchiappare chi non sa come funziona: quando diciamo che internet dà accesso a qualsiasi informazione, rendiamoci conto di cosa significa quel “qualsiasi” per un adolescente (o peggio, un bambino lasciato solo con il telefono). Significa poter soddisfare qualsiasi curiosità, anche legittima e ingenua, senza filtri, senza confronto, senza relazione, dando credito a sconosciuti che hanno pubblicato qualcosa sul web.

La DDD è la strabordante deriva che nega il rispetto di sé, della propria sessualità, oltre a ignorare completamente (volontariamente o meno) la relazione per la quale l’atto sessuale è stato creato. Spesso mi sono chiesta cosa avesse la psicoterapia di tanto diverso da una chiacchierata con un amico fidato: perché la terapia cura e una chiacchierata con un amico no? Perché alcuni nodi sono sviscerati e sciolti in una seduta e non al bar in compagnia?

Eppure, magari, le confidenze sono le stesse. La risposta illuminante (e chi ha fatto terapia sa di cosa parlo) me l’ha data un mio amico psicologo: è la relazione che cura. Posso essere sollevato o confortato in seguito ad una telefonata amicale, ma se ho difficoltà o nodi pregressi non saranno sciolti, occorre un altro tipo di relazione. La relazione cura, sempre. Dipende di quale cura hai bisogno. Il Signore ci ha donato le emozioni, ne siamo responsabili per vivere bene, pienamente, consapevolmente.

Quello che il web non dà a nessuno è la relazione. Che è esattamente ciò che gli adolescenti cercano maggiormente. Tutti vogliamo essere connessi e siamo qui, sui social: sia chiaro, la relazione è un bisogno umano primario, non siamo fatti per vivere soli. Ma un adolescente che cerchi risposte su internet si priva di una componente essenziale per una proficua ricerca: qualcuno che gli voglia bene e, proprio per questo, gli proponga informazioni o riflessioni nel modo e nell’ordine ritenuto migliore per lui. Vi sembra poco? A me sembra tutto.

Certamente, internet è uno strumento incredibile, un dono, che va saputo utilizzare al meglio. Chi sa usarlo (e ne conosce le trappole) probabilmente troverà cosa cerca senza troppe difficoltà. Ma su argomenti tanto sensibili come il proprio corpo e il suo funzionamento, per un adolescente che sa semplicemente digitare domande, come possiamo pretendere che internet rimandi solo contenuti semplici, saggi, prudenti o addirittura cristiani? Come aprire il rubinetto al massimo e pretendere che l’acqua fuoriesca goccia a goccia.

La fede è relazione. Essere chiamati per nome è l’inizio di una relazione. L’Arcangelo Gabriele che saluta la Madonna entra in relazione con lei. Dio che cerca l’uomo, chiedendo il Sì di Maria, è un Dio-con-noi, un Dio in relazione. La preghiera è relazione (se ascoltiamo anche!). Il Matrimonio è relazione e una piuttosto speciale direi, quella che ci scegliamo per la vita. La genitorialità è relazione, con dei figli che non sono nostri ma che siamo chiamati a guidare e accompagnare per un pezzo di strada. Siamo chiamati ad intessere relazioni, cari sposi. L’autenticità delle stesse sarà il banco di prova dei cuori adolescenti di domani: hanno fiuto per la Verità, come ha suggerito il Papa. E quanto è vero!

Vigiliamo e preghiamo affinché non vada perso con il tempo, con il disincanto, con le trappole del web, con i mille inganni e le mille challenge che il mondo potrà loro proporre. Restiamo uniti, restiamo veri, affrontiamo i tabù (o presunti tali) con semplicità e onestà. Non dobbiamo avere tutte le risposte: non crollerà il mondo se lo ammettiamo, che sia davanti ai nostri figli o al nostro sposo. La relazione cura entrando in relazione: possiamo limitarci a tante conoscenze oppure metterci davvero in gioco con qualcuno. Questo fa e farà la differenza.

L’unica challenge che merita giocare è quella dell’abbandono in Dio. Più ci sapremo consegnare a Lui, più scopriremo noi stessi, il nostro cuore, e come dice S.Agostino: “Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1).

Giada (@nesentilavoce)