Questione di autorità

Nel giorno della memoria liturgica di S. Lucia, la Chiesa ci propone questo Vangelo :

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21,23-27) In quel tempo, Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Apparentemente sembra un brano che non c’azzecca con la memoria di una vergine e martire come Lucia, ci saremmo aspettati un elogio della purezza da parte di Gesù, oppure il discorso di lasciare tutto per seguire Gesù oppure altri brani evangelici famosi, ma scopriremo che il significato è da ricercare all’interno della dinamica tra Gesù ed i suoi interlocutori.

Dobbiamo anzitutto notare come i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo stiano sì nel tempio, ma anziché comportarsi come modelli da imitare nell’ascolto di Gesù, sono attenti come l’avvocato dell’accusa mentre ascolta un testimone chiave, pronti a scovare ogni minimo indizio che renda Gesù colpevole di aver detto, o anche solo insinuato, qualcosa. Presi come sono dalla loro missione , non hanno nemmeno interrogato Gesù sull’argomento del suo insegnamento (infatti non si sa quale sia), ma sulla sua presunta autorità.

Ed è questo il nocciolo della questione : il mondo non ascolta Gesù (e quindi la Chiesa, sua sposa) perché non ne riconosce l’autorità. Da dove arriva il rifiuto del mondo ? Dal delegittimare Gesù di qualsiasi autorità. Come se a parlare fosse un uomo qualunque. Ed in effetti se a parlare fosse un uomo qualunque, anche il contenuto dei suoi discorsi potrebbe essere come quello di un altro uomo più o meno dotato, ma se a parlare fosse Dio, allora cambierebbe tutto.

Uno degli scopi principali del mondo è farci credere che Gesù sia un uomo, magari di grande statura morale, con una intelligenza fuori dalla norma, molto carismatico sotto tanti punti di vista, anche un super-santo (ammesso che esista la categoria), ma solo uomo e non Dio. Se riconoscesse che a parlare fosse Dio, non oserebbe opporvisi, non ci sarebbe nulla da obiettare, ma è proprio qui il punto : se a parlare non è Dio in persona, allora ognuno può decidere se essere d’accordo o no con lui, ognuno può crearsi la propria idea di giusto e sbagliato, di bello e brutto, di buono e cattivo, ecc…

Ecco perché Gesù viene interrogato da questi uomini sull’autorità, ma Gesù non risponde loro, perché ? Perché Egli conosce i loro cuori, le loro intenzioni, sa bene che la domanda non è mossa da semplice curiosità o da desiderio di approfondire la propria fede, ma dal malvagio tentativo di estorcere una risposta contradditoria… quindi evita la risposta. Primo insegnamento : non tutte le domande sono degne di una risposta, e questo atteggiamento del cuore non è degno di una risposta chiarificatrice… ed infatti non l’avranno questi capi anziani.

Ed eccoci al tema della purezza legato alla figura di Santa Lucia : questa santa ha avuto la risposta da parte di Gesù, perché lei, al contrario dei capi e degli anziani, ha saputo mantenere la purezza del cuore. Una purezza che poi si è anche manifestata nella purezza del corpo verginale. Lei ha avuto un’intimità di cuore con Gesù, ha tessuto un rapporto con Lui giorno dopo giorno, ed ha avuto la sua risposta. Per avere certe risposte da Gesù è necessario instaurare con Lui un legame intimo di purezza di cuore, infatti non è forse vero che i puri di cuore vedranno Dio ? E Lucia l’ha visto !

Per tessere un legame intimo con Gesù è necessario spogliarsi della propria superbia, della propria presunzione di possedere la verità in tasca, dobbiamo riconoscerci innanzitutto creature, cosicché da porci nel giusto atteggiamento interiore quando Gesù apre bocca e parla.

Solo chi coltiva la purezza del cuore (e del corpo quindi) vede Dio, cioè ottiene le risposte alle domande grandi della vita. Lucia ci sta davanti come esempio.

Cari sposi, la purezza del cuore a cui la castità matrimoniale (non è astinenza dai rapporti) ci chiama è in grado di trasformare tutta la nostra vita in legame intimo cuore a cuore con Gesù ; solo vivendo castamente avremo le risposte alle domande grandi della vita. Solo vivendo la purezza della castità matrimoniale ogni carezza al mio amato/a assume la dignità di carezza da parte di Dio, ogni sguardo si eleva a sguardo da parte di Dio, ogni parola diventa parola d’amore da parte di Dio… che bello il matrimonio quando nella carezza dell’altro/a riconosco Dio, quando nello sguardo di lei/lui rivedo gli occhi di Dio, nelle parole dolci d’amore risento le parole d’amore di Dio.

Grazie Santa Lucia che ci hai richiamato ancora una volta alla purezza del rapporto cuore a cuore con Gesù !

Giorgio e Valentina.

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Nell’anno in corso…

Mentre ci accingiamo a vivere la solennità dell’Immacolata, prosegue il nostro cammino sulla strada della conversione a cui la Chiesa costantemente ci richiama ogni giorno dell’Avvento ; per questo ringraziamo padre Luca per il suo dolce richiamo nell’articolo di Domenica, e continuiamo l’approfondimento dello stesso brano evangelico, richiamandone solo le prime righe :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6) Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa […]

Il richiamo alla conversione da parte di padre Luca ci ha sollecitato un’ulteriore riflessione : se è vero che dapprima dobbiamo convertirci personalmente, se è vero che è auspicabile camminare insieme come coppia in questa conversione, è anche vero che c’è un tempo utile alla conversione, quale ?

Vediamo cosa ci suggerisce il Vangelo : abbiamo riportato solo la prima parte del brano in cui l’evangelista Luca, con la sua tipica precisione, ci racconta nei minimi dettagli i nomi dei vari governanti in carica quell’anno affinché il lettore si convinca della veridicità di quanto esposto. Diverse volte ci è capitato di imbatterci in persone che trattano la conversione come la famosa “dieta del Lunedì“… oggi mi concedo qualche leccornia “proibita” perché ho deciso di cominciare la dieta da Lunedì … quel famoso Lunedì di non si sa quale mese né di quale anno… c’è sempre tempo di cominciare una dieta … E così facendo non si comincia mai nessuna dieta !

Spesso incontriamo coppie e persone che trattano la propria conversione come questa famosa “dieta del Lunedì“. Partecipano a convegni, ritiri spirituali, pellegrinaggi, corsi di evangelizzazione, in un fine settimana intenso vengono invasi da sentimenti di grande fervore religioso che si erano assopiti negli anni di lontananza dalla vita ecclesiale, a volte fanno anche esperienza della presenza di Dio, ma poi… quando si tratta di convertirsi sentiamo queste risposte : lo farò domani… quando sarò ritornato a casa… ma come faccio ? non posso cambiare vita… dovrei trovare un altro lavoro… dovrei cambiare cerchia di amici… dovrei abbandonare il mio compagno/a, non ce la faccio… ci penserò domani.

E se domani non ci fosse per te ?

La conversione è come il treno, se l’hai perso, è perso, chissà se ne arriva un altro e quando ?

Il nostro Padre è un Dio ricco di misericordia, e nella sua benevolenza ci manda degli aiuti dal Cielo, per esempio ci manda il rimorso della coscienza che ci fa capire che stiamo peccando e che abbiamo bisogno di conversione.

Se si perde il treno della conversione, si è sprecato una grazia, si ha perso il treno di quella grazia così immensa e così urgente che non si ha la certezza se ne arriverà un’altra e quando. Probabilmente Dio è così pietoso e ricco di misericordia da mandarne un’altra, ma se io mi ostino nella mia vita di peccato, sarà in grado il mio cuore di riconoscerne un’altra qualora arrivasse ? Quando l’uomo si ostina nel peccato il suo cuore si appesantisce sempre di più fino a diventare insensibile ad ogni richiamo della coscienza ; e così abituato nel soffocare i suoi appelli, come riuscirà ad avvertirne l’ultimo SOS ?

Se presa in tempo, (se non addirittura prevenuta) anche una malattia mortale può essere guarita in poco tempo e con pochi sforzi ; al contrario, più una malattia avanza e più risulta difficile e complicato intervenire, a volte il ritardo negli interventi costa la vita al paziente. E la stessa cosa è per la malattia dell’anima/cuore. Più aspetto ad intervenire e peggiori saranno i danni spirituali, Dio non voglia, potrebbero anche essere irreparabili… come nel caso dell’impenitenza finale. Se infatti il mio cuore non è abituato a chiedere costantemente perdono a Dio, chi mi assicura che sarò pronto a farlo nel momento supremo della mia dipartita, sempre che non sopraggiunga una morte improvvisa ?

Cari sposi, IL TEMPO DELLA CONVERSIONE E’ ADESSO ! DOMANI E’ GIA’ TROPPO TARDI.

Seguiamo i preziosi consigli che ci ha fornito padre Luca, ma dobbiamo metterli in atto subito. Il Vangelo che abbiamo citato ci ha insegnato che gli avvenimenti di Gesù hanno un’ora precisa, in una località precisa, in una storia di vita precisa, in un contesto preciso, in un momento preciso della nostra storia matrimoniale. Niente è per caso.

Non cade foglia che Dio non voglia… perché allora l’appello alla nostra conversione dovrebbe essere casuale ? E’ stato tutto sapientemente architettato dal Signore, perché ci vuole tutti santi in questa vita e salvi con Lui in quella futura, in Paradiso.

Coraggio sposi, non lasciate passare anche oggi senza corrispondere alla grazia ricevuta, perché ogni grazia ha una sua storia nella storia del nostro matrimonio… qualche volta ci si sente come due zoppi… sostenetevi a vicenda, se uno è zoppo a destra, l’altra è zoppa a sinistra, però insieme come coppia si riesce a camminare… Dio li fa e poi li accoppia… ed è proprio vero, vi accorgerete anche voi, come noi, che sarà praticamente impossibile che entrambi siamo zoppi (spiritualmente) dallo stesso lato, dove manco io arriva la mia sposa e viceversa.

Anche noi alla fine potremo “scrivere” le nostre memorie precise come il Vangelo : la nostra conversione cominciò nel giorno X del mese Y dell’anno Z… non dimenticate che nella conversione noi ci mettiamo l’impegno ma poi la maggiore opera è della Grazia.

PS: Preghiera per chiedere la conversione quotidiana : Convertici Signore, e noi ci convertiremo. Amen.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 23

La liturgia della Parola prosegue con la recita del Credo e poi con la eventuale Preghiera universale dei fedeli, conclusa a sua volta dall’orazione finale del sacerdote.

Vediamo prima cosa indica il Messale riguardo al Credo :

Il Simbolo, o professione di fede, ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla parola di Dio, proclamata nelle letture della Sacra Scrittura e spiegata nell’omelia; e perché, recitando la regola della fede, con una formula approvata per l’uso liturgico, faccia memoria e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell’Eucaristia.

La recita del Credo è posta alla fine dell’omelia come a ricordare a tutti i presenti che la parola proclamata e l’omelia devono confluire nelle verità di fede della Chiesa Cattolica Apostolica, ecco perché nel Credo si recitano le verità fondamentali della nostra fede cattolica, per farne memoria e tentare di porre un argine ad eventuali eresie. Poniamo un esempio semplice : se nell’omelia un sacerdote mettesse in dubbio la risurrezione di Gesù, nella recita del Credo egli troverebbe un monito verso se stesso in contraddizione a quanto espresso nella omelia pochi minuti prima ed i fedeli sarebbero confortati e confermati nella fede dalle parole del Credo.

Questa professione di fede è argomentata in maniera molto approfondita nel Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale è già una sintesi di biblioteche intere, perciò risulta impossibile farne un riassunto, vogliamo però sottolinearne l’importanza della recita. Immaginate che prima di ogni partita della Nazionale di calcio, l’allenatore ricordi ai giocatori negli spogliatoi l’importanza di rappresentare la propria bandiera in un torneo internazionale, senza dimenticare di ribadire il ruolo di ambasciatori della cultura italiana ecc… evidentemente i giocatori scenderebbero in campo con maggiore consapevolezza e rinnovato entusiasmo ; similmente la recita del Credo assomiglia a questo discorso pre-partita del mister che ci stimola e ci motiva nuovamente.

Il Credo è sostanzialmente di stampo trinitario, ed è suddiviso però in 4 punti : il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo e la Chiesa. E per ogni punto si rinnova la fede nelle verità fondamentali senza entrare nel dettaglio di ognuna perché sarebbe impossibile, ma i fondamenti sono e saranno sempre gli stessi ; quindi il Credo che recitiamo oggi contiene le stesse verità per cui i martiri dei primi secoli hanno dato la vita, per cui S.Francesco d’Assisi è diventato santo, le stesse verità con cui i Dodici Apostoli hanno evangelizzato tutto il mondo, per cui S. Giovanni Bosco si è speso e per cui noi viviamo oggi… la fede cattolica non è cambiata.

Alla fine del Credo c’è la preghiera universale o dei fedeli, nella quale si innalza al Padre una serie di richieste, dopo che abbiamo ascoltato la Sua Parola e abbiamo fatto la nostra professione di fede, Gli presentiamo le nostre intenzioni secondo uno schema che il Messale indica :

La successione delle intenzioni è ordinariamente questa:
a ) per le necessità della Chiesa;
b) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo;
c ) per tutti quelli che si trovano in difficoltà;
d) per la comunità locale.
Ciascuno quindi prega brevemente in silenzio
.

Molte volte questi momenti vengono vissuti con superficialità quasi come si raccoglie la pubblicità dalla cassetta della posta, ed invece hanno una grande valenza spirituale, simbolica e pedagogica.

  • Innanzitutto ci ricordano a Chi rivolgere le nostre richieste, la nostra condizione di figli ci assicura che abbiamo un Padre che ha cura dei passeri che non lavorano e non seminano eppure procura loro il cibo ogni giorno, perché dovrebbe dimenticarsi di noi suoi figli ?
  • C’è anche una valenza simbolica in quanto sono richieste che presentiamo al Padre celeste tutti insieme come sua famiglia, come suo popolo, e questo ci aiuta a costruire la comunità, a superare le divisioni ; il Messale indica di pregare per le varie necessità contingenti proprio per abituarci a pregare gli uni per gli altri, ma non per una solidarietà che abbia solo il sapore umano, ma che si riveste di prossimità, intesa come farsi prossimo per i bisognosi ; e la prima forma di aiuto è affidare gli altri fratelli al Padre e poi concretamente ci si impegnerà nel servizio.
  • La Chiesa madre si comporta tale anche nella Messa, infatti ci insegna come porci di fronte a Dio : all’inizio della celebrazione ci fa riconoscere la nostra condizione di peccatori, che va a braccetto col riconoscere la divinità di Chi abbiamo davanti, poi ci fa mettere in ascolto di ciò che Dio ha da dirci con la Liturgia della Parola, confermiamo di credere in Lui e alla Sua Parola, ecco che allora siamo pronti per osare avanzare le nostre richieste attraverso questa Preghiera dei fedeli.

La preghiera universale si conclude con l’orazione proclamata dal sacerdote, il quale ci rappresenta davanti al Signore, ed essa racchiude tutte le intenzioni presentandole al Padre attraverso il mediatore per eccellenza : Gesù Cristo.

Care famiglie, da domani siamo sicuri che porrete maggiore attenzione alle parole pronunciate nel Credo nonché alle intenzioni della preghiera di intercessione. Ci permettiamo di suggerirvi un piccolo stratagemma che può aiutarvi ad acquisire maggiore consapevolezza e maggior adesione del vostro cuore/anima : quando reciterete il Credo immaginate che al vostro fianco ci sia un santo famoso, oppure il vostro santo preferito, quello a cui siete legati affettivamente, e provate a far volare la fantasia nel sentire la sua voce che insieme con voi recita lo stesso Credo… non importa se quando riaprirete gli occhi il vostro vicino non è proprio uno stinco di santo !

Giorgio e Valentina.

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Centurioni moderni.

Ieri la Chiesa ci ha fatto ascoltare un brano dal Vangelo di Matteo :

(Mt 8,5-11) In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Questo incontro col centurione è abbastanza conosciuto, in quanto la frase di quest’ultimo : “Signore, io non sono degno…ecc…” è la stessa che recitiamo a Messa prima di ricevere l’Eucarestia, dove però la parola servo è stata sostituita dalla parola anima. Questo centurione è stato, ed è, per tutti un esempio lampante di grande fede nel Signore, sì da fare in modo che la sua stessa frase fosse ripetuta da tutti i cristiani a Messa ; da notare che nella Messa ordinaria questa frase viene recitata una volta sola da tutti, ma nel rito antico questa frase viene ripetuta 3 volte dal sacerdote da solo e altre 3 volte dai fedeli, quindi questo centurione è stato imitato da milioni di persone per innumerevoli volte : la Chiesa ha preso sul serio il commento di Gesù che loda la fede di quest’uomo !

Su questo tema della fede i nostri sacerdoti spendono già molte prediche che non serve rimarcarne l’importanza su queste pagine, inoltre il Magistero della Chiesa è talmente ricco che c’è l’imbarazzo della scelta su quale scritto e di quale autore santo ; ci limitiamo a mettere in luce che la fede è uno dei 3 doni del Battesimo, ma essa è come un seme che ha bisogno di cure quotidiane per crescere e sviluppare tutto il potenziale racchiuso al suo interno.

La nostra riflessione verterà su un atteggiamento di Gesù che Matteo riassume così : “Ascoltandolo, Gesù si meravigliò…”. Riecheggiano nella mente le numerose persone che abbiamo sentito lamentarsi col Signore perché, a detta loro, non li ascolta… oppure l’altra categoria di persone che manco ci prova a rivolgersi al Signore, convinta che Lui non abbia tempo di ascoltare le loro istanze in quanto avrebbe problemi ben più grandi da risolvere, come la fame nel mondo o le varie guerre, piuttosto che “ascoltare le mie richieste“.

In questi due atteggiamenti si rivelano due modi diversi di esprimere una medesima deficienza di fede, e ribadiamo di non ci volerci sostituire ai grandi Dottori della Chiesa nell’insegnamento sulla fede per colmare questa deficienza, però vogliamo tentare di aiutare queste persone, o queste coppie di sposi che vivono così, semplicemente donando loro una visione un po’ diversa di Gesù ; forse la loro mancanza di fiducia nel Signore deriva dal fatto che hanno una visione distorta su di Lui oppure non ne hanno affatto una perché mai nessuno ha mostrato loro la bellezza di Gesù.

Anche nella Palestina di 2000 anni fa c’erano grandi problemi sociali, politici, economici : la Palestina era infatti una regione del grande Impero Romano, le classi sociali dirigenti erano corrotte ed avide, molti israeliti ormai non ci speravano quasi più nella venuta del famoso Messia… ecc… eppure Gesù si ferma ad ascoltare un centurione. Un centurione : un soldato dei conquistatori, un nemico di Israele, probabilmente non israelita e neanche Giudeo, non uno scriba, non un maestro della legge giudaica, uno straniero quindi, un cittadino dell’Impero Romano (forse un italiano ?).

Già da questa primo focus possiamo intuire che a Gesù non importi molto da che parte arrivi la preghiera, l’importante è che arrivi da un cuore umile, disposto a credere di più nella potenza di Gesù che nelle proprie forze. Quanti sposi non si rivolgono a Gesù solo perché si sentono stranieri nei suoi confronti ?

Cari sposi, il Signore ha ribadito più volte di essere come il medico che viene per guarire i malati, i sani non hanno bisogno del medico. Se vi sentite malati nel cuore, se avvertite che nella vostra relazione ci sono atteggiamenti da guarire, il medico giusto a cui rivolgersi è Gesù ! E più siete lontani o stranieri o malati, e più Gesù ha desiderio di starvi vicino, di farvi cittadini del suo regno, di guarirvi. Non abbiate timore, ma con coraggio imitate il centurione del Vangelo.

Gli evangelisti hanno descritto Gesù che più volte ascolta con pazienza le persone, non è indifferente agli altri proprio perché ha fretta di portare il Suo Regno nel mondo, ha urgenza di cambiare i cuori. E’ quasi commovente la descrizione che Matteo fa dell’atteggiamento del Signore, pare di vedere la scena con questo centurione : abituato a comandare cento uomini, sempre posizionato in prima linea, per dare dimostrazione del proprio coraggio ed impeto ai propri soldati, eppure davanti a Gesù si umilia e riconosce che Gesù ha qualcosa in più che lui non ha. Nonostante la dura vita militaresca ed i sacrifici che essa comporta, quest’uomo non aveva perso l’uso del cuore, infatti dimostra affetto e solidarietà verso un suo servo, manco fosse un suo familiare. E la buona notizia è che Gesù lo ascolta nel profondo, non solo, va oltre e si meravigliò, dice il Vangelo.

Cari sposi, che bello se il Signore si potesse meravigliare di tante coppie come si è meravigliato per quel centurione. Gesù quindi, non solo è un ottimo ascoltatore che non si limita all’uso delle orecchie ma ascolta i desideri del nostro cuore, è anche capace di stupirsi di noi, di meravigliarsi di noi. Chi lo avrebbe mai detto ? Abbiamo un Dio che si aspetta meraviglie da noi !

La prima meraviglia che Gesù si aspetta da noi sposi è che riconosciamo umilmente di non essere gli autori del nostro amore, ma che quello che ci scambiamo è solo un segno di un amore che ci precede e ci sostiene, l’amore di Dio.

W gli sposi centurioni !

Giorgio e Valentina.

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Aguzzate la vista ! Trova le differenze e le somiglianze.

Vi riportiamo solo la prima parte del Vangelo di sabato scorso :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-40) In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.
 

E’ un brano poco noto e sicuramente non tra i più facili né digeribili, per questo ci soffermeremo solo sul punto centrale di questa prima parte della risposta di Gesù, la seconda parte non l’abbiamo riportata.

Per Gesù c’è una differenza tra i figli di questo mondo e i figli del regno dei cieli, gli uni prendono moglie e marito pensando che la vita sia tutta qui, gli altri invece sanno che una volta nell’aldilà ( e nella risurrezione finale ) saranno solo figli di Dio. Nella Bibbia sono innumerevoli i passi che ci ricordano la fugacità di questa vita e l’eternità di quella futura in Cielo, eccone alcuni esempi : passa la scena di questo mondopensate alle cose di lassùnon accumulate tesori sulla terra ma tesori in cielovado a prepararvi un posto nella casa del Padre mioIo faccio nuove tutte le cose.

Apparentemente il tema del Sacramento del Matrimonio e quello della vita eterna sembrano due temi che confluiscono in uno solo, poiché dentro il cuore umano c’è il desiderio di un amore eterno, come testimoniano anche i sadducei che pongono la questione a Gesù. Già da una prima analisi basilare scopriremo somiglianze e differenze.

Nel Catechismo il Sacramento del matrimonio è nella sezione dei “Sacramenti al servizio della comunione“, come a dire che è un sacramento che serve per aiutare gli altri a diventare santi, la santità personale la si raggiunge puntando a questo obiettivo. Si potrebbe anche spiegare che è un itinerario comune in cui i due sposi si aiutano vicendevolmente sulla via della santità ; molti sacerdoti spiegano anche, giustamente, che la vocazione alla santità è per tutti, e si realizza concretamente nel proprio stato di vita a cui il Signore chiama, nel nostro caso siamo sposi.

Il Sacramento del matrimonio quindi non può essere vissuto come un assoluto, ma come un aiuto alla santità. Certo, non è un aiuto da quattro soldi, non è un oggetto da saldi di fine stagione, ma è la vita di una vocazione particolare : quella di fare in qualche modo le veci di Dio presso il nostro amato/a.

Molti cristiani non disprezzano il matrimonio, però lo deprezzano. Non lo considerano un sacramento, pensano che sia solo uno “stare insieme a chi ti piace” e chiedere a Dio, non si sa bene perché, la sua benedizione. Perché mai Dio debba sentirsi obbligato a benedire due che si piacciono è cosa alquanto strana, quantomeno da definire. Bisognerebbe prima analizzare come intendiamo il piacere : a me potrebbero piacere situazioni/persone/azioni che sono immorali, ma per il solo fatto che solleticano i miei piaceri venerei non significa che esse siano lecite o moralmente accettabili o addirittura buone per la mia anima.

Ecco perché per vivere la vocazione alla santità nel Matrimonio non è sufficiente che i due si piacciano, non è sufficiente che lei/lui sia bello/a, non è indispensabile che i due abbiano gli stessi hobby, non è necessario che la pensino allo stesso modo sempre ed in ogni ambito, MA E’ NECESSARIO che puntino alla santità aiutandosi l’un l’altro nella realizzazione della propria mascolinità e femminilità.

Valentina mi sgrida sempre per come preparo le castagne, perché abbiamo due diverse scuole di pensiero sul giusto taglio da effettuare, il tipo e la durata di cottura… però, questo novembre, dopo 18 lunghi anni di agonie da castagna, la nostra relazione ha fatto un passo notevole in avanti poiché abbiamo trovato un terzo modo e, questa volta, comune, per la preparazione delle caldarroste… fermo restando che, in mancanza del coniuge nei paraggi, ognuno prepara le castagne a proprio modo, ci amiamo tanto lo stesso !

Ma quando questo meraviglioso viaggio intrapreso finirà, noi non saremo più marito e moglie così come lo intendiamo ora, in Paradiso l’altro non farà più nessuna vece di Dio ; non ci sarà più bisogno della mediazione del nostro amato/a per sentirsi amati da Dio poiché Dio stesso riempirà tutti i nostri bisogni, ma nello stesso tempo l’amore che ci siamo scambiati non andrà perso ma ne vedremo la vera fonte.

L’amore che ci scambiamo su questa terra è come se fosse lo stuzzichino dell’aperitivo, non è il pasto completo… in Paradiso non ci verrà nemmeno voglia di riassaggiare lo stuzzichino dell’aperitivo perché saremo seduti al banchetto eterno delle nozze eterne.

Cari sposi, nei nostri cuori ci sono questi aneliti di eternità che trovano la loro fonte nel nostro comune Creatore, e questi desideri devono sostenere la nostra quotidiana prova d’amore verso il/la nostro/a sposo/a. Quindi Gesù ci ha aiutato a svelare somiglianze e differenze tra questa vita (dentro questa meravigliosa vocazione del matrimonio) e la vita eterna dove vivremo il matrimonio eterno con il vero sposo.

Coraggio sposi carissimi, adesso siamo solo all’aperitivo, il bello deve ancora venire !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 22

Una volta finita la lettura del Vangelo segue l’omelia, ecco le istruzioni segnate sul Messale :

L’omelia fa parte della liturgia ed è vivamente raccomandata: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta. L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante e, secondo l’opportunità, anche al diacono; mai però ad un laico.

Ovviamente non abbiamo l’intenzione di insegnare ai sacerdoti come tenere le loro omelie, desideriamo però aiutare tutti i lettori, sacerdoti e non, a riscoprire il ruolo della omelia affinché essa sia di aiuto alla fede di tutti.

Le omelie non sono e non devono diventare il centro della Messa, però potremmo paragonarle ad una padella o ad un frullatore di cucina : essi non sono il cibo, non possono sostituirsi al cibo; essi però ci aiutano a cucinarlo, sono indispensabili nella preparazione delle nostre ricette poiché senza di essi il cibo non si cucina e noi non possiamo mangiarlo, non possiamo gustarne il vero sapore e non possiamo nutrirci.

Infatti, tantissime omelie sono divenute famose da entrare a pieno diritto nel novero dei grandi classici della lettura cristiana e parte del patrimonio del Magistero della Chiesa, si pensi ad esempio alle Omelie di San Giovanni Crisostomo, oppure possiamo anche citare il Vangelo di Marco, il quale, secondo gli studiosi, non è altro che la raccolta organica delle prediche di San Pietro fatta dal suo “segretario” Marco.

Inoltre, ci sono state persone che hanno cambiato vita dopo aver ascoltato una predica ben fatta : è il caso famoso di Sant’Agostino ( d’Ippona ), il quale si convertì grazie alle prediche di Sant’Ambrogio ( il rinomato vescovo di Milano ) ; potremmo anche citare la predica di San Pietro nel giorno di Pentecoste, descritta nella Bibbia nel capitolo 2 del libro degli Atti degli Apostoli, alla fine della quale ben tremila persone chiesero il Battesimo.

Questi esempi dei santi devono spronare i nostri sacerdoti affinché le loro omelie siano quello che la padella è per il cibo, cioè non possono sostituirsi al cibo vero ( ricordiamo che il vero cibo della omelia è la Parola di Dio ), ma sono lo strumento necessario affinché questo cibo possa diventare mangiabile e nutrire la nostra anima, il nostro cuore. Ma qual è il segreto delle prediche di quei famosi santi ?

La risposta più ovvia è : la loro santità. Vogliamo quindi spronare, esortare i nostri sacerdoti lettori, affinché si impegnino con tutto loro stessi per diventare ogni giorno sempre più santi ; ce lo avranno ripetuto mille volte che la santità è per tutti, è un dovere di tutti i battezzati al di là del proprio stato di vita, ebbene, oggi vogliamo essere come un boomerang che ritorna indietro dal suo lanciatore : cari sacerdoti, impegnatevi, sforzatevi ogni giorno con tutto voi stessi per diventare sempre più santi, noi sposi abbiamo bisogno della vostra santità per masticare e nutrirci della Parola di Dio affinché il nostro matrimonio splenda di fronte agli uomini. Quando predicate dovreste vederci come vostri ambasciatori nel mondo ; se volete che il mondo creda, dovete infiammare i nostri cuori con le vostre prediche facendo in modo che noi crediamo e ci convertiamo, così da diventare a nostra volta testimoni nel mondo dove viviamo.

Coraggio sacerdoti carissimi, non conformatevi alla mentalità di questo mondo che vi vuole collusi con le nuove ideologie anticristiane, voi siete stati consacrati non per un cristianesimo all’acqua di rose, ma per essere, agire, parlare “In persona Christi“.

Per noi sposi il compito non è meno arduo, poiché la nostra preghiera deve sostenere i nostri sacerdoti, dobbiamo invocare continuamente lo Spirito Santo affinché li illumini nel predicare la Parola di Dio, e mentre invochiamo lo Spirito di Dio per loro dobbiamo chiedere al medesimo Spirito di renderci docili all’ascolto della Sua Parola ; quando le parole dell’omelia giungono ai nostri orecchi dovrebbero essere dei dardi infuocati dello Spirito Santo che sciolgono anche il più duro dei cuori e col loro calore scaldano le nostre vite. Inoltre, non dobbiamo mai dimenticare che il sacramento dell’Ordine e quello del Matrimonio sono come due remi di una medesima barca, l’uno aiuta l’altro. Come ?

Pensiamo, per esempio, solo al fatto che i sacerdoti, prima di essere stati consacrati, hanno vissuto in una famiglia, sono quindi figli. E spesso il loro modo di esercitare il sacerdozio, di rapportarsi con i loro parrocchiani è influenzato dal loro vissuto, da come hanno visto papà e mamma rapportarsi con gli altri, dal modo in cui affrontavano gli eventi tristi e gioiosi della vita, dal loro stile di preghiera.

Cari sposi, noi abbiamo un compito onorifico ma anche oneroso : quello di crescere i nostri figli con un esempio di vita cristiana santa, può darsi che tra i nostri figli maschi ci siano dei chiamati alla vita sacerdotale, ci auguriamo che siano sempre di più, e questo dipende anche dalla nostra collaborazione al disegno che Dio ha su ciascuno dei nostri figli. La nostra vocazione è quella di favorire l’incontro con Gesù, perciò dobbiamo avere cura che i nostri figli ascoltino tante omelie e catechesi, dobbiamo avere cura delle loro anime, ci sono stati affidati dal Padre affinché ce ne prendiamo cura.

Coraggio sposi, questa Domenica abbiamo un’opportunità : quella di pregare per la santità dei nostri sacerdoti, che deve poi riflettersi nelle loro omelie, senza dimenticare di ringraziare il Signore per il dono dei sacerdoti.

PS : Il Messale indica che la omelia non sia fatta mai da un laico (cioè da una persona che non è sacerdote) perché il sacerdote agisce In persona Christi, quindi chi fa l’omelia, è Cristo stesso attraverso la persona del sacerdote… da qui si capisce l’importanza della santità del sacerdote stesso.

Giorgio e Valentina.

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Cosa succede ?

Vi riportiamo le prime frasi del brano di Vangelo di ieri :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,35-43) Mentre Gesù si avvicinava a Gèrico, un cieco era seduto lungo la strada a mendicare. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli annunciarono: «Passa Gesù, il Nazareno!». 
Allora gridò dicendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!».

In questi giorni la Chiesa ci fa ascoltare ripetuti brani evangelici che narrano dei miracoli di Gesù, forse per prepararci a vivere la grande solennità di Cristo Re, cosicché da aiutarci a comprendere che davvero Gesù è chi afferma di essere, e così confermare che Egli ha il potere su tutto il creato, compresi i demoni e le malattie.

Su questo brano ci sono numerose catechesi dei Padri della Chiesa che ci aiutano a riconoscerci nella figura di questo cieco, così anche noi, come lui, dobbiamo gridare a Gesù di aver pietà di noi affinché ci guarisca da una cecità molto più pericolosa e dannosa di quella fisica. Oggi noi però vogliamo concentrarci su di un particolare che potrebbe sfuggire ad una lettura frettolosa, e cioè il fatto che la gente che va da Gesù crea un tale trambusto da incuriosire il cieco, il quale alla fine chiede che cosa succeda.

Se la gente fosse passata silenziosamente senza disturbare, probabilmente il cieco non si sarebbe accorto di nulla e non sarebbe guarito. Proviamo a sostituire la parola “gente” con la parola “gli sposi in Cristo” oppure con “i cristiani che abitano nel mio paese”. Nei nostri villaggi, quartieri, città, paesi, condomini, famiglie, parenti, conoscenti, amici, ci sono tanti “ciechi” che mendicano, cosa mendicano ? Mendicano un po’ di compassione, solo un poco d’aiuto, ma quanti chiederebbero la guarigione ?

Quante coppie di sposi in crisi stanno mendicando ? E quanti, tra questi, chiederebbero di guarire a Gesù, se solo sapessero che Lui sta passando nella loro vita ? Molti invece si accontentano dei nostri, pur preziosi, aiuti, che però hanno il sapore di tappabuchi, non sono risolutivi, poiché l’unico medico è Gesù.

Quante famiglie disastrate mendicano ? E quante, tra queste, chiedono la guarigione a Gesù ? Molte si accontentano degli aiuti, forse perché non sanno che c’è un medico che può guarirle definitivamente.

Ma perché tutte queste situazioni non chiedono a Gesù di essere guarite, non è che forse non sanno di Gesù ?

Spesso veniamo abituati a curare i sintomi delle malattie, cosa buona e giusta, ma chi pensa ad eliminare definitivamente la causa di queste malattie ? Analogamente, quando altre coppie di sposi mendicano aiuti noi dovremmo fare come quella gente del vangelo : dovremmo fare un trambusto tale da incuriosire i “ciechi” che lo avvertono, sicché ci domandino : “Cosa succede ? Dove state andando ?”.

Purtroppo ci sono troppe coppie di sposi in Cristo che non fanno alcun rumore, che pensano che la loro fede sia un fatto intimistico e privato, ma se la gente del vangelo non avesse fatto tutto quel baccano, il cieco non avrebbe incontrato Gesù e non sarebbe guarito dalla sua cecità. Oppure, proviamo ad immaginare se la gente avesse risposto al cieco : “No, tranquillo, non sta succedendo niente, stanno solo guardando lo spettacolo di un funambolo” … o risposte simili… il cieco avrebbe lo stesso cercato la guarigione da Gesù ? Certo che no, ovviamente.

Quindi la guarigione per quel cieco è cominciata quando si è accorto del trambusto, poi si è informato sul perché di tale agitazione e grazie alla risposta della gente ha scoperto della presenza di Gesù.

Cari sposi, dobbiamo imitare quella gente del vangelo quando andiamo da Gesù, cioè dobbiamo essere sposi che, quando serve, senza vergogna, si dimostrano appartenenti a Gesù, quelli che ci frequentano dovrebbero sospettare che siamo di Gesù. Quant’è triste il venerdì il saluto dei cristiani che rispondono “Buon week-end“… quasi mai si sente “Buona Domenica“…”Buona Festa dell’Assunta“…”Auguri di una santa Domenica” o saluti simili… inoltre si sente pure : “Che fate Domenica ? “… “Cosa hai fatto ieri ?“… vi sfido a trovare dei cristiani che rispondano “Andremo/siamo stati a Messa… oppure alla processione della Madonna….del Corpus Dominial pellegrinaggio in quel Santuario…ecc… è stata bellissima la S.Messa/la processione/il pellegrinaggioperchè non vieni anche tu con la tua famiglia una volta ?

Dobbiamo riscoprire la dignità di appartenere a Gesù, e quando ci troviamo di fronte ai “ciechi mendicanti” dobbiamo avere la semplicità dei bambini : “Andiamo ad incontrare Gesù, vieni anche tu, da Lui troverai ristoro per la tua anima, Lui è il vero medico a cui puoi chiedere di guarire !”… sì care famiglie, l’aiuto che possiamo dare noi è prezioso e doveroso, ma non può essere risolutivo, fintanto che non portiamo le persone dal vero medico o lasciamo che lo incontrino attraverso di noi, queste persone resteranno mendicanti e non guariranno mai.

Coraggio sposi, è giunta l’ora di diventare annunciatori di una buona novella : Gesù.

Annunciatori come quella gente del vangelo che non si è posta il problema se il cieco rifiutasse o no l’annuncio, intanto hanno annunciato Gesù, poi il resto lo fa lo Spirito Santo nel cuore delle persone. Questo è un modo per essere fecondi nella Chiesa e nel mondo, coraggio famiglie !

Giorgio e Valentina.

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Solo uno ritorna ?

Ci lasceremo interrogare da un brano del Vangelo abbastanza famoso, lo sentiremo domani a Messa :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19) Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Per capire meglio questo brano dobbiamo sapere che tra samaritani e giudei non scorreva buon sangue in quanto i giudei si sentivano il “popolo eletto” e disprezzavano perciò i samaritani ritenendoli “stranieri“, anche Gesù infatti apostrofa il samaritano guarito come straniero. Inizialmente si rimane un poco stupiti che questa volta Gesù non tocchi i malati, ma li mandi dai sacerdoti, però agendo così mostra rispetto per la Legge di Dio, secondo la quale sono i sacerdoti ad avere il compito di dichiarare guarite le persone che non sono più affette da lebbra ; solo dopo che il sacerdote si è pronunciato possono tornare a vivere tra le persone sane. Questi sono solo alcuni dati che ci aiutano ad inquadrare la scena dentro la realtà in cui avviene, e sono di aiuto per capire le dinamiche che si sviluppano dentro i cuori.

Avviciniamoci ancora un poco alla scena per notare che un lebbroso solo è “straniero” ossia samaritano, da cui si deduce che gli altri nove siano giudei, quindi facenti parte del “popolo eletto” ; l’evangelista Luca ha la caratteristica di raccontare episodi in cui donne e stranieri/pagani fanno bella figura con Gesù rispetto ai giudei. Quest’ultimi, spesso, vivevano il loro essere “popolo eletto” con altezzosità, non con un sano orgoglio, ma con una forma di superbia, non come un’elezione immeritata, ma come un diritto acquisito e quindi si ponevano nei riguardi di Dio come dei creditori e non come dei debitori.

Ecco perché questi nove non se tornano a ringraziare Gesù : pensavano che la loro guarigione fosse un loro diritto e quindi Gesù non avrebbe fatto altro che dare loro ciò che era un diritto in quanto “popolo eletto“, mentre il samaritano partiva da una posizione svantaggiata, sentendosi uno “straniero“, di conseguenza la guarigione non gli spettava di diritto ed avverte la misericordia di Dio riconoscendola come tale.

Fin qui sembrerebbe un analisi abbastanza razionale senza grossi scossoni. Però vi invitiamo a tornare ad inizio pagina per rileggere quel brano sostituendo le parole “lebbrosi” con le parole “coppie di sposi”.

Da quale lebbra dobbiamo chiedere a Gesù di guarire, noi sposi ?

Quale è la “buona notizia” nascosta in questo brano ?

Cercheremo di rispondere a questi interrogativi brevemente ma senza fare sconti, e sostituendo gli sposi ai lebbrosi. Un buon punto di partenza sta nel fatto che ci sono sposi che riconoscono di essere malati e di aver bisogno di Gesù, e tra questi ci sono anche sposi “stranieri“, cioè sposi lontani da percorsi di fede o di ordinaria vita di grazia, e questo è un dato confortante, perché forse gli “stranieri” chiedono aiuto a Gesù come ultima spiaggia oppure sono stati ben consigliati dagli altri sposi. E questo già ci aiuta nel capire che forse nella nostra vita conosciamo sposi “stranieri” che vediamo malati e possiamo portarli da Gesù.

Avete notato però che i lebbrosi si tengono a distanza da Gesù cosicché devono parlare a voce alta ?

E’ proprio questo che succede alle coppie di sposi “lebbrosi” : la nostra lebbra spirituale è una malattia/condizione che ci tiene a distanza da Gesù, e che ci costringe a gridare a Lui. Quando la lebbra spirituale si insinua nell’animo di una coppia, essa perde il contatto con Gesù, ma inevitabilmente lo perde anche con la società, i lebbrosi infatti erano isolati dalla società.

Quell’intorpidimento spirituale che ci fa trattare Dio come nostro debitore è una lebbra :

  • siamo nati senza deciderlo e ci ci sentiamo i padroni della nostra vita e quindi padroni del nostro coniuge ;
  • siamo battezzati e ci sentiamo noi i fautori della nostra fede, come se avessimo capito tutto solo noi a tal punto che ci chiediamo come abbia fatto la Chiesa a sopravvivere senza di noi per quasi due millenni e facciamo noi i salvatori del nostro coniuge ;
  • ne combiniamo di tutti i colori, ma quando “parliamo” con Dio invece della lista dei nostri peccati, Gli mostriamo la lista dei nostri “presunti diritti” e “meriti” sicché esigiamo la paga, la sua riconoscenza, e così non chiediamo mai perdono al coniuge perché sarebbe troppo denigrante per noi farlo ;
  • ci siamo sposati in Cristo, ma Lui è il terzo incomodo, invece di essere il “Number One” ;
  • ecc… ecc… ecc…

Con questi atteggiamenti nel cuore molti sposi vanno da Gesù a chiedere delle grazie, e si sentono sicuri che Gesù li premierà dei loro meriti con la grazia richiesta, a volte Dio la concede per intenerire il loro cuore, per saggiare la loro fede, ma molti si comportano come i nove lebbrosi che non tornano indietro a ringraziare, sicuri che Dio, del resto, stia semplicemente dando loro ciò che è giusto in base ai propri presunti meriti, e si fanno creditori di Dio.

Ma perché a Gesù piace questa riconoscenza/gratitudine del samaritano ?

Perché essa ci educa a smantellare la nostra presunzione, la nostra superbia, ed a riconoscere che dipendiamo da Lui per ogni nostro respiro : ad ogni respiro dovremmo ringraziare del respiro precedente perché il tempo è un dono. Dobbiamo chiedere al Signore di guarire la nostra lebbra spirituale, che ci tiene lontani da Lui, dai fratelli e tra noi sposi. E questo atteggiamento si riversa nella coppia.

Cari sposi, noi vi invitiamo a recuperare la riconoscenza e la gratitudine tra sposi ed insieme a Dio : prima di addormentarvi stasera, abbracciate il vostro amato/a e ringraziatelo/a per tutte le faccende che ha sbrigato, per tutti i gesti di affetto e di vicinanza che vi ha dimostrato, per i tanti servizi e sacrifici che ha svolto per la coppia, per la casa e per la famiglia ; per la pazienza che ha mostrato nel sopportare le nostre debolezze, i nostri sbagli, i nostri difetti. La riconoscenza/gratitudine ci aiuta a spostare il baricentro da noi stessi per diventare debitori verso il nostro coniuge … al corso prematrimoniale ci insegnarono a dirci reciprocamente “Grazie che ti sei donato/a tutto a me” dopo ogni atto di intimità coniugale : neanche in quel frangente niente va preteso e nulla ci è dovuto perché deve restare un atto libero e gratuito di amore, e vi possiamo testimoniare la libertà e la gioia che dona questo Grazie, una gioia liberante perché ogni più piccolo gesto è vissuto come un dono ricevuto oltre e nonostante i personali limiti.

Coraggio sposi, la riconoscenza/gratitudine ci educa alla libertà e alla fiducia in Gesù, perché c’è solo un medico che può guarire la nostra lebbra spirituale : Gesù. Sentite il vostro matrimonio malato di lebbra spirituale ? Gridatelo a Lui.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 21

La liturgia della Parola trova il suo culmine nella proclamazione del Vangelo, infatti si sta in piedi come stanno sull’attenti i soldati quando parla il loro capitano/generale, inoltre spesso si usa l’incenso per onorare appunto la Parola del Signore e ci si segna tracciando con un dito il segno di croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto mentre si acclama : “Gloria a Te, o Signore”. Quale significato ha questo gesto ?

Innanzitutto dobbiamo sapere che è un gesto antico, nato probabilmente fuori dalla Liturgia vera e propria, ma poi ha avuto un impatto talmente positivo per la fede dei cristiani da entrare a far parte dei gesti liturgici ed è rimasto vivo fino ai giorni nostri proprio in virtù del fatto che è carico di simboli essenziali ma vitali, non va perciò banalizzato né fatto con superficialità.

Già il fatto che si usi la croce come segno ci dice già che è un tratto distintivo dei cristiani, ci dice inoltre che la Croce, la Parola e il Vangelo sono strettamente uniti ; infatti abbiamo già capito come la Parola sia in ultima analisi Gesù, il Verbo fatto carne, e che Lui ha parlato con un ultimo gesto, la Passione, che noi riassumiamo nella Croce, con questa decisione Gesù ci ha dimostrato di essere e di fare ciò che dice, ciò che è scritto nel Vangelo, quindi la “buona notizia” del Vangelo è proprio Gesù stesso. Possiamo riassumere, con un linguaggio semplice, che dire “la Parola di Dio”, “la Croce” ed “il Vangelo” è come dire “Gesù”, sono interscambiabili perché dicono chi è Gesù ma anche cosa ha fatto e continua a fare per amore nostro.

Passiamo ora all’analisi del gesto, compiendolo è come se dicessimo le seguenti parole : <<La Tua Parola Signore, sia nella mia mente, sulle mia labbra e nel mio cuore >>…wow, che carino… penseranno i sentimentaloni… ci dispiace deluderli ma non è un gesto dal sapore romantico, tantomeno sentimentale, è un gesto di fede che, se compiuto bene e con fede, ci fa avanzare nel cammino spirituale.

Nel capitolo precedente abbiamo visto che la Parola di Dio è una mensa alla quale nutrirci e trovare ristoro… bene, con l’analisi di questo gesto approfondiamo il discorso e vedremo che è proprio un cibo spirituale.

Il gesto si divide in tre parti : sulla fronte, sulla bocca e sul petto.

  • Con il segno di croce sulla fronte noi diciamo di volere che la Parola di Dio sia nella nostra mente, ma come fa ed entrarvi ? Attraverso la lettura e l’ascolto, ma la lettura/ascolto della sola Messa domenicale si rivelano insufficienti, poiché spesso la liturgia della Parola non viene valorizzata da chi è preposto alla “regia” cerimoniale, e non di rado l’ascolto è distratto e, nel peggiore dei casi, addirittura selettivo. Selettivo significa che si ascolta solo ciò che piace o che solletica i nostri sensi, ciò che invece richiede sforzo e conversione entra da un orecchio ed esce dall’altro ; spesso non si ascolta ciò che chiede di far morire le nostre vecchie, cattive e malsane abitudini, perché in fondo fa male morire a sé stessi e riconoscere i propri peccati. Ma torniamo al nostro gesto sulla fronte. La lettura/ascolto è una condizione che deve diventare quotidiana ; ogni giorno possiamo leggere il Vangelo della Messa feriale anche se siamo impossibilitati a parteciparvi, i mezzi tecnologici di oggi sono di grande utilità in questo caso ; oppure è sufficiente anche solo una frase che ci ha colpito del Vangelo domenicale, ce la segniamo così da poterla rileggere ogni giorno della settimana. A proposito della lettura : è meglio leggere la Parola ad alta voce così come facciamo per qualsiasi altra cosa che dobbiamo tenere a mente… se leggiamo ad alta voce il pin del Bancomat per fissarlo nella memoria, non è forse un pochino più importante la Parola di Dio da fissare nella mente ? Leggendo la Parola ogni giorno e/o più volte al giorno pian piano essa entrerà nella nostra mente, nei nostri pensieri… un piccolo trucco è quello di leggerne una frase prima di addormentarsi cosicché al mattino sia la prima cosa che ci torna alla mente e possiamo continuare per il resto della giornata e farla rimbalzare nei nostri pensieri e , se possiamo, anche recitarla a voce così da ascoltarla.
  • Con il segno di croce sulla bocca noi diciamo di volere che la Parola di Dio sia sulla nostre labbra. Quando la Parola risuonerà nella nostra mente con disinvoltura, quando essa farà parte dei nostri pensieri, quando l’avremo riletta a voce tante volte, allora potrà sgorgare con facilità dalle nostre labbra, allora essa entrerà a far parte ufficialmente del nostro vocabolario, oltre al fatto che usiamo la bocca per leggerla a noi stessi. Come sarebbe bello se dalle labbra di tanti cristiani uscissero spesso frasi della Parola di Dio anziché maldicenze, parolacce, bestemmie, calunnie, volgarità, oscenità… come sarebbe più bello il mondo se lo sfiduciato potesse sentirsi dire parole di incoraggiamento da Dio attraverso le nostre labbra, se il sofferente trovasse parole di conforto, se il misero trovasse parole di misericordia, se il cattivo trovasse parole di perdono… sembra un’utopia ? Non lo è, e forse molti di noi hanno già fatto questa esperienza ritrovando forza, coraggio e vigore nelle parole di un sacerdote, di una suora, di un monaco, di una sposa o di uno sposo, i quali pare non parlino da se stessi… è proprio quella la sensazione che si ha quando si ha di fronte una persona sulle cui labbra riaffiora la Parola di Dio… non parlano da se stessi… e talvolta, ci è capitato, per grazia ricevuta, di essere noi la bocca di Dio per qualche fratello/sorella, avevamo la sensazione che le parole uscissero ma senza che avessimo preparato un discorso, ed improvvisamente facevamo anche citazioni dalla Parola di Dio perfette per quella situazione… questo significa il segno di croce sulla bocca.
  • Da ultimo il segno di croce sul petto, con esso diciamo di volere che la Parola di Dio sia nel nostro cuore. Questo è il tassello finale, dapprima la Parola deve risuonare nella nostra mente per poter riaffiorare sulle nostre labbra, ma tutto ciò perderebbe senso se essa, non cambiasse qualcosa nel nostro cuore, vale a dire nella nostra vita, nelle scelte che facciamo, nello stile di vita che decidiamo, nella conversione che decidiamo di mettere in atto. Se vogliamo che la Parola sia viva e non lettera morta, dobbiamo desiderarlo e invocare lo Spirito del Signore affinché la Sua Parola apra la nostra mente (nel senso più largo del termine), esca dalle nostre labbra e metta radici nel nostro cuore affinché sia essa stessa a guidare le scelte di vita. Se, ad esempio, freno l’impeto di ira e di rivalsa sul fratello che mi ha offeso e decido di perdonarlo sempre e comunque, non può essere solo perché ho deciso di fare il bravo per “sentirmi a posto con la coscienza”… sarebbe ancora un atto egoistico di auto-soddisfazione premiandomi sul podio dei bravi… se invece ho sempre presente nella mente, nei pensieri, nella memoria la Parola di Gesù che invita a perdonare sempre (nonché del suo esempio durante la Passione), e l’ho sempre ripetuta con le mie labbra fino a che ha messo radici nel mio cuore, allora il perdono che ne scaturisce sarà la semplice e più naturale conseguenza dell’azione della Parola di Dio, la quale vivifica ciò che era morto, ridona vita ad un cuore avvizzito dall’egoismo e dalla vendetta.

Cari sposi, questa Domenica abbiamo la possibilità di re-imparare questo gesto per viverlo sempre più in profondità ed insegnarlo ai piccoli, che ci osservano sempre e, se vedono papà e mamma compiere questo gesto con serietà e fierezza, allora nascerà in loro il desiderio di imitazione.

Coraggio famiglie, la Parola di Dio dimori abbondantemente tra voi… per esempio al pranzo della Domenica il papà può chiedere ai figli quale frase li abbia colpiti della Parola che hanno ascoltato a Messa, cominciando lui stesso a raccontare cosa e perché lo ha colpito… è un modo semplice e a tratti divertente di far circolare la Parola di Dio in famiglia, la Domenica si deve differenziare anche per i discorsi che si fanno a tavola. Coraggio, basta iniziare !

Giorgio e Valentina.

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Avere sete è salutare ?

In questo giorno in cui celebriamo la liturgia dei fedeli defunti, è difficile stare alla larga dai grandi temi dei 4 Novissimi, ed infatti la Chiesa non ci vuole alla larga, riproponendoci spesso queste verità di fede. Sicuramente le mamme che stanno leggendo hanno ben presente quella sensazione che si prova quando ripetono ai figli le medesime frasi di correzione ogni santo giorno, soprattutto nel momento in cui si scopre che le hanno puntualmente disattese… ecco, la Chiesa che ci è madre, si comporta allo stesso modo e periodicamente ci ricorda le grandi verità di fede perché sa che le mettiamo nel dimenticatoio, rincitrulliti da questo mondo che ci vuol far credere che la vita è tutto qui e adesso.

Faremo una brevissima introduzione sui Novissimi per poi lasciarci stuzzicare da una frase di un salmo. I 4 Novissimi sono : Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Qualcuno si starà chiedendo che senso abbia chiamarli Novissimi poiché sono tematiche risapute da ogni essere umano, anche tra i non cristiani infatti c’è un’idea di una vita nell’aldilà che sarà più o meno bella a seconda del giudizio sulla vita condotta su questa terra, ma proviamo a capire un poco di più.

Quando passeggiamo tra i negozi, ci capita di vedere i cartelli degli allestimenti delle vetrine con le ultime novità della stagione/anno che sta per iniziare, e questi oggetti/vestiti sono talmente nuovi che potremmo chiamarli novissimi, in quanto dopo di essi non c’è nulla di nuovo… similmente i Novissimi della fede cristiana sono appunto le ultimissime cose oltre le quali non c’è un futuro, come se fossero allestite nella vetrina del negozio divino con l’insegna “Dopo questa vita”… ecco perché la Chiesa ci insegna a chiamarli Novissimi, vuole educarci già dal loro nome a vivere bene questa vita terrena, poiché da essa dipende la nostra vita o morte eterna nell’aldilà. E bisogna impararli nell’ordine sopracitato, in quanto prima c’è la Morte, dopodiché non c’è più nessuna possibilità di cambiare come invece vogliono farci credere diversi film, dopo di essa c’è il Giudizio di Dio (particolare dell’anima nostra e non quello universale) irrevocabile e senza appello, dall’esito di questo giusto Giudizio o siamo destinati all’Inferno (eterno e da cui non si esce) oppure al Paradiso, i più santi ci vanno direttamente, gli altri passano dal Purgatorio.

Dopo questa brevissima sintesi sui temi dei Novissimi, ci addentriamo nella Parola di Dio che la Chiesa ci propone oggi in una tra le 3 versioni della Messa per i fedeli defunti, tra cui il sacerdote ha libertà di scelta, noi abbiamo scelto di approfondire il Salmo della terza Messa :

(dal Salmo 42) Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Queste frasi sono divenute celebri grazie al popolare canto che ha messo in musica questo Salmo, ma quando lo cantiamo o lo recitiamo, stiamo dicendo ciò che viviamo, ciò che il nostro cuore davvero desidera, o stiamo semplicemente ripetendo come delle macchine ? La sete è una tra le esperienze più intense che si possa provare su questa terra, è un’esperienza che in qualche modo ci collega a tutto il mondo creato, senza acqua infatti non c’è vita né nel mondo animale né nel mondo vegetale, addirittura quando vediamo la terra deserta e riarsa commentiamo dicendo che essa ha sete. Quindi il Salmo 42 ci sta parlando con una immagine che comprendiamo benissimo, non fatichiamo a capire che se la nostra anima ha sete di Dio significa che ha sete di ciò che le dà vita, così come l’acqua è foriera di vita per il nostro corpo mortale.

Che benefici produce nel nostro corpo l’acqua ? Essa ci disseta, ci nutre, ci alimenta, ci sostenta, ci ristora, ci dona refrigerio, permette le funzioni vitali ai nostri singoli organi interni, ci permette di lavare, di purificarci, di cucinare… in ultima analisi permette la vita su questa terra. Per capire gli effetti benefici che la nostra anima trae dall’acqua di vita eterna che è Dio stesso, è sufficiente prendere quei benefici che l’acqua procura al nostro corpo, e trasferirli alla nostra anima : da Dio essa si disseta, si alimenta, si sostenta, si ristora, riceve refrigerio, ecc…

Cari sposi, il nostro matrimonio è un sacramento che la Chiesa ci ha donato per aiutare il nostro coniuge a vivere questo anelito che il Salmo 42 ci indica ; vivendo appieno e santamente il nostro matrimonio dovremmo aiutare il nostro amato/a ad aumentare la sete di Dio , dovremmo arrivare alla fine della nostra esistenza col desiderio di Dio aumentato in maniera esponenziale grazie all’aiuto del nostro sposo/a… la sete di Dio dovrebbe essere talmente intensa da far esclamare agli sposi all’unisono : << Quando verremo e vedremo il volto di Dio ? >>.

Tutte le volte in cui noi appaghiamo la sete di amore del nostro coniuge, non stiamo solo nutrendo e dissetando la sua umanità ; i gesti d’amore che compiamo con lo Spirito Santo nel cuore sono come una piccola goccia di quella acqua viva che solo Dio può dare, sicché, il nostro coniuge, nutrito e dissetato dalle gocce che Dio ha donato attraverso noi, possa giungere alla fine di questa vita terrena con la sete intensa di Dio… se le gocce d’acqua viva passate dal nostro matrimonio sono così belle e dissetanti, quanto sarà bello dissetarsi alla fonte di queste gocce ?

Coraggio sposi, questo giorno può diventare per noi l’occasione per riconfermare la nostra vocazione all’amore, la vocazione ad aiutare l’altro/a a diventare santo/a… goccia dopo goccia !

Giorgio e Valentina.

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Come un fornaio !

Il Vangelo di oggi :

Lc 13,18-21 In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

Queste sono solo due tra le parabole che Gesù si inventò per raccontarci varie caratteristiche del regno di Dio, ed ogni parabola mette in luce un aspetto perché le parole umane presto o tardi si scontrano con la propria limitatezza, infatti anche Gesù all’inizio sembra trovarsi in difficoltà nell’esprimere col linguaggio umano delle realtà divine. Oggi ci concentreremo sulla seconda parabola, quella del lievito, e vedremo che ha da dire qualcosa al nostro matrimonio.

Innanzitutto ci sembra opportuno capire e valutare cosa sia questo regno di Dio tanto proclamato, tanto decantato, e tanto predicato a partire da Gesù stesso ; inoltre un regno di solito ha il suo re, il quale promulga delle leggi, ha dei confini difesi dal proprio esercito, per mantenere l’ordine nei villaggi possiede una propria forza dell’ordine, ed infine deve avere anche il proprio popolo fatto di gente comune.

Vediamo ora chi riveste i vari ruoli all’interno del regno di Dio : il re è Dio, ma ancor più nello specifico è Gesù il Re dei Re, e ce lo ricorda la solennità di Cristo Re dell’universo che chiude l’anno liturgico ; l’esercito che difende i confini sono gli arcangeli con a capo San Michele arcangelo e la Madonna ; le forze dell’ordine sono gli altri angeli ; ed il popolo siamo noi uomini.

Ma quali sono i confini di questo regno ? Ce ne dà un’indizio Gesù quando risponde a Pilato : “Il mio regno non è di questo mondo”, come a dire che il suo regno è eterno, va oltre i limiti di questa vita e di questa umana natura. Si possono fare mille elucubrazioni, ragionamenti, teorie, discorsi filosofici, ragionamenti di tipo pastorale, ma alla fine dobbiamo ammettere che i confini del regno di Dio coincidono con il nostro cuore, la nostra anima, la nostra vita. Tanto è facile da intuire quanto è difficile da realizzare, perché ?

Quando lo racconta Gesù ci sembra di vivere un sogno ad occhi aperti, ascoltiamo la parabola quasi fosse una storiella di ottimismo condita da un po’ di sentimento e da immagini poetiche, ma quando poi cominciamo a vivere nel regno di Dio ci accorgiamo che le leggi del suo regno sono esigenti, chiedono di prendere posizione con Lui o contro di Lui, chiedono tutto ma donano il 100 per uno già in questa vita.

Fatte queste doverose premesse affrontiamo lo specifico della parabola del lievito. Spesso abbiamo ascoltato prediche sul fatto che questo lievito siamo noi cristiani nell’impasto grande dell’umanità, e che quindi tocca a noi far “lievitare” l’umanità del secolo che viviamo verso l’amore del Padre, in particolar modo sono le famiglie cristiane questo lievito che, anche se poco, ha una forza tale da far lievitare un impasto di grandi dimensioni. Bastano 2 grammi di lievito per far crescere 2 Kg di farina ( chi è venuto a casa nostra ad assaggiare la nostra pizza conosce il tema ), così il problema dei cristiani non è tanto ed innanzitutto la quantità, ma la forza di “cristianizzare” la società, tant’è vero che la Chiesa è partita con qualche decina di persone all’inizio, eppure ha evangelizzato tutto il mondo.

Ma possiamo fare un passo in più per addentrarci meglio, e se ce lo concedete, useremo un pizzico di fantasia che non guasta mai.

Se il regno di cui parla Gesù è il cuore di ognuno di noi, qual è la donna che ha messo il lievito nella nostra anima ?

Un antico adagio recita così : ” Ad Jesum per Mariam” che significa che si va a Gesù solo passando attraverso Maria. Perché così è piaciuto al Padre, è stata una sua libera ed insindacabile iniziativa, quella di decidere di aver bisogno di una mamma umana per Suo Figlio Gesù, è così che è partita la grande avventura umana di Gesù, attraverso Maria e così anche per noi, non possiamo pensare di arrivare a Gesù scavalcando Maria. Se non l’ha scavalcata il Padre, chi siamo noi per decidere di farne a meno ?

Nel giorno bellissimo del nostro Battesimo siamo divenuti dimora della Trinità, ma sicuramente Maria è divenuta la nostra mamma celeste, colei che ha messo nel nostro cuore l’amore di Gesù, probabilmente ha fatto le sue mosse ispirando i nostri genitori per il nostro Battesimo e disponendo l’apertura del cuore all’amore per e del Suo Figlio. E’ questo il lievito che ha messo nel nostro cuore e ha cominciato ad impastarlo con la nostra umanità. E’ interessante notare che nell’impasto la maggior parte è farina, simbolo della nostra umanità, come a dire che essa non sparisce, ma semplicemente viene aiutata dal lievito ad aumentare di volume, fino a divenire un vero impasto pronto per la cottura nel forno del Paradiso.

Cari sposi, il nostro matrimonio sacramento si nutre della nostra umanità lievitata dall’amore di Gesù, essa non deve essere soffocata, ma deve affiorare un’umanità nuova, rinnovata. Molti sposi pensano che per vivere un santo matrimonio sia necessario castrare il lato umano degli sposi, ed invece no ! Nell’impasto la farina resta tale, ma viene trasformata, così avviene anche per la mascolinità e la femminilità degli sposi, esse non spariscono e non devono sparire, ma devono essere trasformate, lievitate. E’ una femminilità che cresce, se lascia spazio al lievito dell’amore di Gesù, sicché una sposa diventa sempre più capace di allargare il proprio cuore fino a diventare il cuore tenero e pulsante del matrimonio e di tutta la casa. E quella dello sposo è una mascolinità che cresce di volume divenendo sempre più capace di sopportare le fatiche della vita, di portare il peso delle responsabilità familiari, capace di sacrificarsi per amore della sua sposa.

I santi non sono divenuti tali a prescindere dalla loro umanità, anzi, essa è stata fondamentale per loro, perché è stata quella tanta farina che però si è lasciata trasformare dal lievito dell’amore di Gesù.

Coraggio sposi carissimi, approfittiamo degli ultimi giorni del mese mariano di Ottobre per riscoprire la gratitudine a quella donna che ha messo il lievito di Gesù nel nostro cuore, e c’è un modo bellissimo che è la preghiera del Rosario.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 20

Uno dei momenti importanti per cui si sta seduti a Messa è durante la Liturgia della Parola, il Messale ne spiega bene la natura :

[…] La Messa è costituita da due parti, la «Liturgia della Parola» e la «Liturgia Eucaristica»; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto. Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono formazione e ristoro. […]

Quando abbiamo dato notizia ai nonni che sarebbe arrivata una nuova nipotina, li abbiamo prima fatti sedere onde evitare pericolosi emotivi sbalzi di pressione, poi con una certa trepidazione è arrivata la bellissima notizia. Quando dobbiamo controllare gli stati emotivi oppure abbiamo bisogno di pensare intensamente, solitamente ci mettiamo seduti cosicché il nostro corpo si sente al sicuro senza cercare di continuo un equilibrio precario, e questo ci aiuta a rilassarci ed avere più controllo sulle nostre facoltà ; per questo la Santa Madre Chiesa, che conosce bene l’umana natura, ci invita a restare seduti durante l’ascolto della Parola di Dio.

E questa Parola è talmente potente che abbiamo bisogno di stare seduti per non essere destabilizzati, se ci pensiamo bene la Parola di Dio non è semplicemente una serie di libri scritti da chi voleva parlare di Dio, da chi si sentiva ispirato da Lui e quindi non ha voluto tenere per sé questa meravigliosa esperienza ; la Parola di Dio è molto di più, essa è viva. Abbiamo ormai imparato diversi titoli con cui Gesù è chiamato, ed uno di questi si riferisce proprio alla Parola : “Verbo” o “Parola” ( il primo nella versione italiana e il secondo nell’originale greco si usa Logos che significa appunto Parola ) … lo leggiamo nel famoso prologo del Vangelo secondo Giovanni :

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. […]

In italiano “verbo” e “parola” sono sinonimi, ma “verbo” può essere anche inteso grammaticalmente come “azione compiuta”, ebbene, in Dio questi due significati sono presenti entrambi : infatti nel racconto della creazione descritto in Genesi tutte le volte che Dio apre bocca ( dice cioè qualcosa ) crea quello che dice, e ad ogni azione che compie segue un atto creativo. Quindi in Dio parlare e creare sono indistinti. Quando, per esempio, il sacerdote pronuncia nel nome di Gesù “Io ti assolvo dai tuoi peccati…” ecco che avviene ciò che dice, ma nello stesso tempo crea un cuore nuovo.

Abbiamo capito che Gesù è il Verbo, è la Parola di Dio, di conseguenza chi è ci parla durante la Liturgia della Parola nella Messa ?

La risposta è chiara : Gesù. Ma quanti ne hanno coscienza, sia tra i lettori che tra gli uditori ? Troppo spesso si assiste ad una lettura sbiascicata, disattenta, disordinata, frettolosa, superficiale, fredda, distaccata… spesso i lettori vengono scelti agli ultimi istanti, senza alcun curanza, senza oculatezza, senza la giusta preparazione, senza discernimento delle persone… dareste in mano la vostra automobile a chi non sa guidare ? Ovviamente no, però spesso per la Parola di Dio non c’è così tanta attenzione come ce l’avremmo per l’esempio dell’automobile. Il Messale ci insegna che nella Messa “viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono formazione e ristoro” , ma che formazione e ristoro riceveranno i fedeli da una cattiva lettura ?

Se a tutto ciò aggiungiamo che spesso si passa dalla preghiera di Colletta alla Liturgia della Parola in 20 millisecondi, possiamo facilmente dedurre che non si dia il giusto tempo agli uditori di accomodarsi e di predisporsi all’atteggiamento di ascolto… infatti spesso il lettore comincia ancora quando c’è il trambusto e lo scricchiolio di banchi, sedie, bastoni degli anziani, passeggini e altro… è necessario osservare un tempo cuscinetto tra la Colletta e la Liturgia della Parola ed aspettare il giusto silenzio affinché i cuori siano aiutati dalla compostezza esterna.

La Parola viene letta da un leggio che viene chiamato ambone, mentre per gli avvisi o altro deve essere usato un altro leggio ; la enorme dignità dell’ambone della Parola, rispetto agli altri leggii, è stata nei secoli messa in risalto da maestosi capolavori di opere marmoree o lignee dei più grandi artisti, proprio per mettere in risalto che da lì Dio parla solennemente.

Inoltre, il Messale specifica che c’è la mensa della Parola di Dio, ed ecco spiegato il motivo della “tovaglia” sotto il Lezionario posto sull’ambone proprio a significare che noi ci dobbiamo nutrire di questa Parola ; dove c’è una tovaglia c’è del cibo e questo cibo spirituale è vita. Diventa vita nella misura in cui noi apriamo il nostro cuore a quella caratteristica di Dio per cui quando parla crea, altrimenti resta lettera morta poiché non produce nuova vita in chi la ascolta.

Abbiamo assistito molte volte a Messe in cui la Parola di Dio veniva proclamata da due sposi che avevano avuto modo di prepararsi con giusto anticipo e con serietà, allora la lettura è stata molto fruttuosa per loro stessi e per tutto il popolo di Dio lì convenuto, perché non hanno semplicemente letto una serie di frasi, ma hanno prestato la loro voce a Dio, e loro voce lasciava trasparire che era una Parola che aveva già creato un cuore nuovo in loro, sicché la lettura si è trasformata in proclamazione della Parola di Dio. Sono occasioni in cui gli sposi sono fecondi.

Cari sacerdoti, cercate tra i vostri lettori una coppia di sposi che leggano la Parola di Dio, aiutateli nella comprensione di essa, fatevi loro maestri nella masticazione della Parola (vedi la mensa di cui sopra), fateli crescere nel rispetto e nella devozione verso di essa, e saranno luce per altri, e saranno sale per tanti.

Ci sono poi altri due segni che accompagnano il luogo della proclamazione della Parola di Dio : un lume e una pianta. Il lume è solitamente posto sopra all’ambone con un braccio o una catenella da cui è appeso mentre la pianta o i fiori sono solitamente posti davanti all’ambone per terra su una gradino oppure su una fioriera a mezz’altezza. La stoffa ricamata che fa da “tovaglia” ci ricorda che la Parola di Dio è cibo per noi ; il lume ci ricorda che la Parola di Dio è luce ai nostri passi, luce sul nostro cammino ; la pianta o i fiori ci ricordano che questa Parola produce vita poiché essa stessa è viva.

Carissimi sposi, abbiamo bisogno di riscoprire la dignità della Parola di Dio nel nostro matrimonio… se ci pensiamo bene il nostro amore si fonda sulle promesse che Gesù ci ha lasciato scritte nel Nuovo Testamento… le nostre scelte di vita si fondano sulle verità dette da Gesù e riportate nei Vangeli… qualche esempio ? … “non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” … “perdona fino a 70 volte 7” … “non vi lascerò orfani: verrò da voi” … “se mi amate, osserverete i miei comandamenti” … “dal cuore, infatti, provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie”. Questi sono solo alcuni esempi ma che ci testimoniano come la nostra vita sia orientata a causa di una Parola, una Parola che crediamo vera, perché è viva ed ha creato in noi un nuova umanità.

Se gli sposi vogliono capire come dirigere bene il loro sacramento, la loro relazione d’amore, il loro indissolubile legame, la loro vita sponsale, devono vivere bene la liturgia della Parola ora come uditori ora come lettori ; in questa mensa speciale ricevono formazione e ristoro per le loro anime affamate di una Parola vera, certa, immutabile, eterna e sempre viva.

Coraggio sposi, uno dei modi per essere fecondi nella Chiesa, è proprio quello di diventare dei bravi lettori, e tra noi ce ne sono tantissimi !

Giorgio e Valentina.

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Apripista !

Ieri, nella solenne festa di san Luca evangelista, ci è stato presentato un Vangelo che avrebbe tante cose da dire agli sposi, ne riportiamo solo le prime frasi :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-9) In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. […]

La Parola di Dio è una miniera di diamanti che non ha fondo, e scavandovi dentro ne abbiamo trovati tanti cosicché da avere l’imbarazzo della scelta, ad un certo punto però ci è sembrato opportuno iniziare dall’inizio, ecco spiegato il motivo del neretto solo su alcune parole iniziali.

Gli studiosi si arrovellano nel capire il significato del numero 72 : alcuni lo fanno risalire al capitolo 10 di Genesi dove c’è una lista di 72 discendenti di Noè dopo il diluvio, simbolo di una nuova vita e nuova generazione ; altri al fatto che è 3 volte il 24, il numero dei vegliardi dell’Apocalisse ; oppure che è 6 volte 12, il numero degli Apostoli, come a dire che Gesù moltiplica 6 volte il numero degli Apostoli per 2 volte 3…. insomma questi sono dettagli che, se ci aiutano a comprendere meglio li accogliamo volentieri, altrimenti è meglio lasciarli agli studiosi.

Noi vogliamo evidenziare non tanto il numero totale, ma il fatto che li mandi due a due, vi dice niente come numero all’interno di un matrimonio ? Sarà un caso che anche gli sposi sono due ? Non è esplicitato, si dirà, ed è vero, ma è pur vero che gli sposi sono mandati in due, e quindi possiamo tranquillamente catalogare questo brano evangelico come riferito anche, ma non solo, agli sposi. Se poi teniamo conto che nelle frasi seguenti, non riportate qui, Gesù parli di case, di famiglie, di fermarsi ospitati in una famiglia per evangelizzarla, allora il quadro è chiaro e non abbiamo dubbi sul sentirci chiamati in causa da questo vangelo, se non come evangelizzatori, almeno come ospitanti di quest’ultimi.

Potremmo fermarci a ragionare insieme sul fatto che anche gli sposi hanno un mandato, ma su queste pagine è già ampiamente sviluppato in lungo e in largo quotidianamente dai vari autori, che non ci sembra il caso di parlarne anche qui ; vorremmo piuttosto mettere a fuoco le parole “…davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi…”. Se è vero che noi sposi siamo mandati in due ad evangelizzare il mondo, è vero anche il motivo, cioè il fatto che ci manda davanti a sé dove Lui si sta recando.

Sembra banale, ma proviamo ad entrarci dentro : qual è il motivo del nostro mandato ? A volte, gli sposi si paragonano a quei furgoni che girano per le nostre città con il mega-manifesto pubblicitario e si trasformano quindi in manifesti pubblicitari di Gesù, che è una cosa buona ma è sufficiente ?

In realtà abbiamo visto come Gesù mandi i 72 discepoli davanti a sé, come in avanscoperta per preparare i cuori alla Sua venuta. Cari sposi, ci avevate mai pensato che noi siamo proprio quelli in avanscoperta, davanti a Gesù ?

Se Gesù manda i 72 in ogni luogo dove stava per recarsi, qual è il luogo dove noi siamo in avanscoperta prima dell’arrivo di Gesù ? Non è che sarà la nostra casa, la nostra famiglia, la nostra palazzina, la nostra via, la nostra parrocchia, il nostro lavoro, la nostra scuola, la nostra parentela, le nostre amicizie ? Caspita, ci pensate che meraviglia ?

Fino a non tanti anni fa, nei paesi dove arrivava il circo, cominciava a girare per le strade un mezzo che con i megafoni annunciava l’imminente arrivo del circo, cosicché quando lo si sentiva si poteva star certi che nel giro di pochi giorni il circo sarebbe arrivato. Ecco, cari sposi, noi dovremmo fare come quel mezzo coi megafoni : dovremmo girare per le strade della nostra vita matrimoniale, dicendo che Gesù sta per arrivare, annunciando che il regno di Dio è vicino, testimoniando che lo abbiamo visto, conosciuto ed incontrato, e che presto arriverà.

Gesù sta arrivando proprio dove viviamo noi, dobbiamo preparare i cuori all’incontro con Lui, dovremmo trasalire di gioia facendo nascere in chi ci vive accanto il desiderio di incontrarLo, di vederLo, almeno dovremmo suscitare la curiosità di incontrarLo, dovremmo scaldare i cuori di ci sta vicino suscitando la nostalgia di Dio ; vedendo la nostra di vita di fede dovrebbero chiederci : ” Come mai se sempre così di buon umore ? Ma cosa c’è di tanto entusiasmante nella tua vita ?……(risposta) Come, non lo sai ? Sta per arrivare Gesù. “

Gli sposi cristiani vivono questa duplice realtà : da un lato devono preparare i cuori perché l’arrivo di Gesù sia preparato bene… e dall’altra, devono essere essi stessi il punto di contatto tra Gesù e gli uomini del nostro tempo. Coraggio sposi, ci sono tanti cuori che aspettano un Salvatore, tante vite che sembrano ormai perdute ma che anelano l’incontro con Gesù, e noi abbiamo il compito di preparare questo incontro attraverso tutta la nostro vita ed il nostro essere.

Gesù è vicino , Lo sentiamo quasi camminare !

Giorgio e Valentina.

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L’elemosina interiore

Oggi la Chiesa ci propone Gesù invitato a pranzo da un fariseo :

Dal Vangelo secondo Luca ( Lc 11,37-41 ) : In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».

Solitamente assistiamo a riflessioni, su questo brano evangelico, che denigrano i cristiani che sono ligi alle regole, così come lo erano i farisei, cosicché gli ascoltatori più devoti si sentono in difetto e quelli già tiepidi si sentono autorizzati a continuare ad eludere gli obblighi religiosi nascondendo le loro mancanze dietro al presunto fariseismo degli altri.

Siamo sicuri che sia proprio qui il centro di questo Vangelo ?

Ad una lettura superficiale sì, sembra che Gesù non dia importanza al rispetto delle regole esterne, tant’è che Lui stesso non ha fatto le abluzioni prima del pasto, quindi parrebbe un’implicita autorizzazione a sgarrare le regole, poiché “tanto l’importante è il cuore“, ne siamo certi che sia così semplice la questione ? Vogliamo proporvi di fermarvi con calma ad analizzare più in profondità, senza fretta, e ci scusiamo fin d’ora per la lunghezza dell’articolo. Dalla equazione di cui sopra ne consegue che potremmo eludere tranquillamente le regole dettate dalla Chiesa, a patto che nel cuore siamo puri … oppure… e anche peggio… sono migliori quelli che sanno di avere l’interno cattivo e quindi non si preoccupano neanche dell’esterno, almeno sono sinceri e coerenti !

E’ un tema delicato e non c’è qui l’intenzione di dividere con lo spartiacque i tifosi delle regole contro i tifosi dell’importanza dell’atteggiamento del cuore a discapito delle regole.

Dobbiamo dapprima mettere un po’ di ordine altrimenti rischiamo di schierarci subito dalla parte dei legalisti oppure dalla parte dei fideisti. Innanzitutto dobbiamo verificare com’è strutturata la persona umana senza la pretesa di fare un trattato di antropologia o di psicologia cristiana : l’uomo è una creatura di corpo e spirito/anima inseparabili tra loro. Se fossimo solo spirito saremmo angeli, se fossimo solo corpo saremmo come gli altri esseri viventi animali o vegetali, ed invece siamo uomini e qualcuno ama definire la nostra natura creaturale come “spiriti incarnati“, ed in effetti rende bene il concetto.

Una volta fissata bene questa realtà possiamo affrontare questo brano evangelico un passettino alla volta. Innanzitutto bisogna stare attenti a parlar male dei farisei con spietatezza, poiché essi conoscevano bene la Legge e la rispettavano. Analogamente, quanti sono i cristiani che conoscono bene la Legge di Dio e della Sua Chiesa ? Provate a chiedere a bruciapelo a qualcuno i Dieci Comandamenti oppure i 5 precetti per non parlare delle 7 opere di misericordia spirituale e le 7 di quella corporale… tanto per fare qualche esempio. Quanti saprebbero rispondere senza sbagliare o almeno quanti saprebbero almeno di cosa si tratta ?

Inoltre, quanti tra questi cristiani battezzati di cui sopra rispettano la legge di Dio ? E’ possibile che gli unici che procurano aborti o li pratichino siano solo non-cristiani ? Possibile che gli adultèri siano commessi solo dai non-cristiani ? Quelli che vivono la Domenica come fosse un qualsiasi altro giorno sono solo i non-cristiani ? Quelli che usano contraccettivi abortivi sono solo non-cristiani ?

La risposta la lasciamo alla vostra riflessione, perciò stiamo attenti noi cristiani a non scagliare la prima pietra per lapidare subito i farisei sentendocene autorizzati dal solo fatto che essi sono spesso oggetto dei rimproveri di Gesù.

Proseguendo l’analisi del Vangelo, scopriamo che Gesù non rimprovera i farisei per l’atteggiamento esterno, ma per il fatto che esso non corrisponda all’interno, NON ha MAI detto che siccome l’interno “è pieno di avidità e cattiveria” tanto vale abbandonare la pratica esterna, NO ! Questo pensiero è una distorsione delle parole evangeliche, e Gesù lo spiega bene nel proseguo del capitolo 11 di Luca.

Per capire bene cosa intende Gesù dobbiamo ritornare alla prima riflessione riguardo la natura umana, fatta di corpo e spirito indivisibili tra loro fino alla morte. Non possiamo illuderci che un’azione compiuta dal corpo non abbia ripercussioni sullo spirito ; poniamo ad esempio una persona che viene malmenata dalla persona amata : sarebbe una stortura della verità non riconoscere che queste percosse abbiano influito sulla psiche, sul morale, sull’anima della vittima, non si possono considerare solo i danni corporali, sarebbe un’ingiustizia. Ma anche nell’accezione buona succede la stessa cosa : se io tutte le volte che passo davanti ad una chiesa mi faccio il segno di Croce, può darsi che inizialmente possa restare solo un’azione corporale, ma in quel momento obbliga il mio spirito ad avere anche un pensiero piccolo piccolo per Gesù ; così come al contrario non posso pensare di bestemmiare dalla mattina alla sera ed illudermi che la mia anima non ne venga macchiata.

Cari sposi, Gesù guarda alla nostra umanità in tutta la sua interezza. Quando guarda una sposa, non può contare solo il numero delle lavatrici fatte o a quante Messe abbia assistito, allo stesso modo non può pensare ad uno sposo solo contando quanto si è sacrificato per il sostentamento della famiglia o quanti Rosari abbia recitato. Questi sono atteggiamenti esterni che rivelano il nostro amore, ma se non nascono da un desiderio di rendere l’altro/a felice o dal desiderio di dimostrare a Dio il nostro amore nei Suoi confronti, rischiano di essere infecondi, di non produrre quindi vita nuova. Che fare dunque ? Se non sono accompagnati dall’interno perfetto li dobbiamo abbandonare ? Certo che no ! Per il motivo che anche il corpo può imporre all’anima un atteggiamento, sono inseparabili !

Ma la via d’uscita ce la dà Gesù : l’elemosina interiore.

Cos’è l’elemosina ? E’ l’atto gratuito di una donazione, gratuito perché non chiede il contraccambio e quindi si trasforma in dono o donazione. La purificazione esterna dei farisei prima del pasto deve solo ricordare a chi la compie di purificare il cuore, infatti Gesù non ne ha bisogno.

Veniamo dunque all’elemosina interiore. Di quale atto gratuito di donazione parla Gesù ? A chi dobbiamo donare gratuitamente la nostra anima, il nostro spirito ? Semplicemente ridonarlo a Colui che per primo ce ne ha fatto dono gratuito, già, perché l’amore è un circolo virtuoso di gratuità, altrimenti non si può chiamarlo amore, ma possiamo definirlo come un contratto tra le parti.

Invece Gesù ci sta dicendo di donare gratuitamente la nostra anima a Dio, facendo così, avverrà che il rispetto delle Sue leggi non sarà più un’imposizione dall’alto che limita la mia libertà, ma un atto (magari faticoso) che io decido di compiere per dimostrare a Dio il mio amore e il rispetto per Lui, della Sua autorità sulla mia vita, sulla mia anima ; cosicché mi consegno totalmente a Lui, dono a Lui in elemosina il mio cuore, la mia anima, il mio spirito, faccio di Lui il mio Re e quindi seguo le leggi del mio Re, è questa elemosina che purifica anche l’esterno.

Gesù quindi sta chiedendo a quel fariseo che l’ha ospitato a pranzo di fare un salto di qualità nella vita spirituale, gli sta dicendo che va bene purificare stoviglie e mani prima del pranzo, ma va molto meglio fare anche la purificazione del cuore, le purificazioni esterne devono essere solo di stimolo e ricordo per la vera e più importante purificazione che è quella dell’anima.

Essere fedele al mio coniuge è cosa santa, ma questo atteggiamento esterno deve ricordarmi la fedeltà che Dio ha nei miei confronti e con la mia fedeltà lo sto dicendo implicitamente al mio amato/a. Rispettare il corpo di lei/lui nella sua interezza è cosa santa, ma questo atteggiamento esterno mi deve ricordare che quel corpo è tempio dello Spirito Santo, che in quel corpo alberga la Trinità Santissima, che non posso trattarlo come se fosse un Luna Park.

Cari sposi, coraggio, andiamo avanti senza paura nel rispetto delle leggi di Dio, e qualora tutto non fosse perfetto, l’elemosina interiore purificherà tutto anche ciò che deve essere purificato esternamente.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 19

Terminato l’antico inno del Gloria c’è una preghiera che fa da ponte tra la prima parte della Messa e l’inizio della Liturgia della Parola, ed il Messale ci viene in aiuto spiegandone la natura :

Poi il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l’orazione, chiamata comunemente «colletta», per mezzo della quale viene espresso il carattere della celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l’orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria […] Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l’orazione con l’acclamazione Amen.

Questo è il momento in cui veniamo invitati ad esprimere la nostra personale preghiera nel segreto del cuore, il sacerdote poi raccoglie le intenzioni di ciascuno “racchiudendole” in un’unica preghiera più grande, una orazione solenne, una supplica ufficiale che ognuno di noi rivolge al Padre. Ufficiale perché passa attraverso il mediatore tra noi e Dio, come se fosse il nostro portavoce d’ufficio : il sacerdote, egli infatti è il ministro ordinato, incaricato cioè di essere il filtro tra il popolo e Dio, come Mosè.

Mosè riceveva dal popolo varie richieste da inoltrare a Dio, poi andava nella tenda per incontrarLo e Gli riportava le istanze del popolo rivolgendosi a Lui con frasi del tipo : “Il tuo popolo ha bisogno di…” , spesso però si sentiva rispondere : “Il popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto…” ; sembrava che giocassero a rimbalzarsi a vicenda l’esclusiva sulla proprietà del popolo. Il sacerdote dovrebbe imitare l’atteggiamento di Mosè : rivolgendosi al Padre per conto nostro, ricordandoGli che il popolo appartiene a Lui, intercedendo per noi presso l’Altissimo, e nel medesimo tempo si deve anche ricordare che il popolo che ha di fronte è “il popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto“, cioè il popolo che Dio gli ha affidato perché ne abbia cura in sua vece.

Ecco spiegato il motivo del nome di questa orazione, essa infatti ha il compito di raccogliere tutte le personali invocazioni in un’unica supplica a “Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo” ; così come facciamo colletta per raccogliere soldi a favore di una iniziativa così facciamo colletta per raccogliere invocazioni a favore di una iniziativa spirituale.

La colletta spirituale può essere fatta anche nelle nostre case, certo in una forma esterna diversa da quella della Messa, ma non per questa meno vera. La famiglia è quel luogo dove la sofferenza di un membro diventa la sofferenza di tutti ; certamente chi è colpito in prima persona dovrà prenderla di petto, ma ciò non significa che gli altri familiari ne restino indifferenti ; ogni membro si farà carico di un pezzetto di quel dolore così da alleggerirne il peso al sofferente, e lo farà con intensità, modi e tempistiche proprie a seconda dell’età, della consapevolezza. I bambini vivono il dolore in una modalità diversa da quella degli adulti, spesso esprimono il proprio dolore con l’irrequietezza, oppure con la svogliatezza, l’apatia ; il papà tende ad essere più nervoso ed irritabile ; la mamma tende ad assorbire tutti gli umori con l’accoglienza tipica femminile e ad esprimerla con lo stress, la stanchezza : questi sono solo atteggiamenti esterni, come una scorza che nasconde al centro il dolore, il malessere.

In questi momenti di sofferenza famigliare possiamo fare la nostra colletta spirituale casalinga : si può decidere insieme un momento di preghiera comunitario, nel quale si prega tutti insieme e poi ogni membro si impegna a offrire sacrifici, preghiere o penitenze personali o per la stessa intenzione oppure ognuno può esprimere le personali intenzioni di preghiera. Così facendo vivremo realmente la chiesa domestica : ogni membro, grande o piccino che sia, trova il proprio posto unico ed irripetibile nella famiglia, si sente importante e ritrova la propria dignità, nessuno è escluso, e nessuno si senta escluso in qualsiasi condizione di salute o altro, poiché ognuno ha la possibilità di realizzare la propria vocazione all’amore secondo la propria specificità, senza clonare nessun’altro. Questa è una vera colletta famigliare ! Ai genitori poi spetta il compito, in particolare al papà, di raccogliere le intenzioni varie in un’unica preghiera ( per esempio il Padre nostro ), così come fa il sacerdote nella Colletta della Messa… ogni famiglia troverà poi strategie, momenti e modalità che le sono proprie.

Continuiamo a conoscere meglio la colletta della Messa approfondendone altri due significati tra gli altri: il carattere e la sua conclusione trinitaria.

Il carattere della celebrazione viene impresso con questa orazione, sicché la colletta che caratterizza la solennità di Pentecoste sarà diversa da quella del Corpus Domini, solo per fare due esempi. Infatti nella colletta pentecostale c’è una supplica particolare dello Spirito Santo chiedendo che Esso scenda sul popolo radunato e sull’intera Chiesa, mentre nella solennità del Corpus Domini si chiede la fede per adorare il santo mistero del Corpo e del Sangue del Signore racchiuso nella Santa Eucarestia. A volte, ci capita di essere distratti a Messa dalle più disparate situazioni contingenti, però al momento della colletta, ascoltandola bene, abbiamo la possibilità di sgomberare il campo delle distrazioni e capire quale festa si stia celebrando, quale particolare aspetto del Mistero cristiano stiamo celebrando, così da predisporre meglio il cuore alla preghiera e alla contemplazione dei divini misteri.

Da ultimo, vogliamo mettere in luce la frase del Messale “l’ orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria […]”. Sembra una semplice indicazione per il sacerdote, ed invece contiene una verità profonda che qui accenniamo solo : ogni preghiera è fatta per mezzo di Gesù. San Paolo lo spiega bene articolando con molti paragrafi e diluendo bene il discorso nella Lettera agli Ebrei con una profondità ed una chiarezza tipica dei grandi santi ( inoltre è Parola di Dio ufficiale ), noi ci limiteremo solo a dare una piccolissima goccia di colore in un quadro gigantesco dai mille colori.

Tutto nasce dal riconoscere che Gesù è Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, e quindi Dio Padre non può più guardare all’umanità con gli occhi di prima ; da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, il Padre guarda la realtà umana con occhi diversi, poiché è la stessa natura assunta dal Suo Figlio Unigenito, non può più ignorare questa Incarnazione, non riesce a far finta di niente guardandoci, ed il suo cuore si intenerisce sempre più in misura di quanto noi Gli ricordiamo che la nostra supplica Gliela presentiamo passando proprio da quel Figlio tanto amato.

E voi pensate che il Padre faccia orecchie da mercante alle richieste del Figlio ?

Questa è una valida indicazione anche per le nostre preghiere di colletta familiari : noi siamo troppo fragili ed imperfetti per presentare direttamente a Dio Padre le nostre suppliche, dobbiamo farci furbi e chiedere l’aiuto a dei potenti intercessori cosicché la nostra supplica venga filtrata ed epurata ad ogni passaggio per arrivare agli orecchi di Dio Padre pura e potente. Affidiamo tutto alla Vergine Maria che filtra tutto al Suo Figlio Gesù, il quale ha la chiave d’accesso al cuore di Dio Padre ; inoltre quando siamo a Messa, la preghiera ufficiale e la madre di tutte le preghiere, abbiamo un’ulteriore filtro che è il sacerdote.

Care famiglie, da domani abbiamo la possibilità di vivere con maggiore attenzione e fede il momento della colletta a Messa per poterlo vivere anche nelle nostre case.


Giorgio e Valentina.

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Due facce della stessa medaglia !

Il giorno dopo la festa di S. Francesco d’Assisi, la Chiesa ci vuole aiutare nell’imitazione di questo grande e popolare santo, proponendoci le figure di due sorelle, le quali sono diventati famose :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,38-42) In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

E’ curioso che il nome Marta significhi, secondo gli esperti, “padrona, signora” ; nel testo infatti viene citata lei come la padrona di casa, la quale sembra avere come arredo casalingo anche una sorella, Maria, stando alla descrizione sintetica dell’evangelista. Probabilmente molti di noi, al posto di Luca, avrebbero scritto così : “Mentre Gesù percorreva un villaggio in cui vivevano due sorelle (forse vedove?) nella stessa casa, una di loro, Marta, vide Gesù per strada, e lo invitò ad entrare da loro [ecc…ecc…ecc…]”. Sembra la descrizione della stessa scena vista con l’occhio di un carabiniere che compila un rapporto, il Vangelo invece è diverso, se usiamo una lente di ingrandimento speciale, scopriamo che esso, forse, mette in luce anche il rapporto tra le sorelle.

Infatti, la protagonista iniziale è Marta, la quale viene descritta come la padrona della casa che ospita Gesù e come colei cha ha una sorella di nome Maria ; quasi a voler dire non dicendo, l’evangelista mette in luce la chiara sudditanza di Maria nei confronti di Marta, o se volete, la supremazia di Marta su Maria, la quale sembra essere considerata la sorella minore, la pecora nera della famiglia, colei che vive in un mondo parallelo astratto, al contrario di Marta che si preoccupa dell’andamento della casa concretamente e porta sulle spalle tutto il peso di questa responsabilità.

Al di là dell’ambientazione scenografica ci sembra utile tornare sull’etimologia del nome e sul suo significato, non è un caso che Marta si senta la padrona di casa e anche di Maria ; qualche studioso fa risalire i due nomi ad una sola origine, cosicché Marta sia una variante di Myriam (l’originale di Maria).

Non è che Marta e Maria possiamo considerarle come le due facce di una sola medaglia ?

Che fossero gemelle ? Una goccia che si è divisa con due diverse e compatibili personalità ?

Potrebbe essere, in ogni caso dentro ognuno di noi convivono sia Marta che Maria, dentro ogni famiglia, dentro ogni coppia, anzi, a volte un coniuge incarna l’una e l’altro coniuge incarna l’altra. Sì, perché dentro noi c’è sempre la spinta ad occuparsi delle cose di questo mondo, non tutte cattive intrinsecamente, anzi, le faccende famigliari sono per la maggior parte buone e nobili e doverose.

Ed allora dove sta il problema di Marta, tale da meritarsi un rimprovero da parte di Gesù ? Nell’affanno e nell’agitazione !

Ed è così anche per molti sposi che si affannano e si agitano per molte cose, anche buone, ma non sono esse la parte migliore, a detta di Gesù. Perché ?

Spesso gli sposi vanno a letto la sera già con l’affanno nel cuore, perché sanno che l’indomani sarà pieno di molte faccende da sbrigare, la giornata è programmata minuto per minuto con una precisione degna dei migliori orologi svizzeri ; si appoggiano al cuscino come i corridori sulla linea di partenza pronti allo scatto vincente allo scoccare della sveglia mattutina, e via si parte ! Quando arriva sera e tutto è andato come previsto, si sentono come Indiana Jones quando esce dalla caverna orgoglioso di aver finalmente trovato il Sacro Graal, sfiniti ma eroi !

In tutta questa avventura quotidiana, chi sono i veri protagonisti ? In questa pianificazione giornaliera, che posto trova l’ascolto di Gesù ?

Quando si vive così, il cuore è sempre in affanno ed in agitazione, perché il focus è centrato su noi stessi, sulle nostre capacità, sulla perfetta riuscita del programma di gestione, sulle nostre performance ed è così che sale l’ansia da prestazione… l’ansia di fare il bravo papà, la brava mamma, la brava cuoca, il bravo lavoratore, la perfetta donna che tiene la casa come quelle sul catalogo dei mobilifici, il perfetto ripara-tutto e risolvi-tutto, la perfetta moglie sempre attraente con i tacchi 12, il macho che #nondevechieremai#, la top-manager che non rinuncia alla propria maternità, il palestrato super muscoloso che però sa giocare con le Barbie e fare la vocina di Cappuccetto Rosso, eccetera…

In tutti questi atteggiamenti, è chiaro che il centro della giornata siamo noi stessi, che però siamo fragili ed imperfetti, ed è qui che casca l’asino ! E’ quando ci scontriamo con i nostri limiti che l’affanno e l’agitazione raggiungono livelli di fondo scala, se prima l’affanno e l’agitazione sono scusati dalla consapevolezza dei nostri limiti, quando essi vengono inevitabilmente raggiunti, ecco che cominciamo a denigrare quella famosa sorella Maria sperando così che abbassando lei automaticamente venga innalzata sul piedistallo la nostra perfetta Marta.

E’ una lotta intestina che avviene spesso dentro le famiglie, dentro le coppie, ma molto più in profondità dentro noi stessi, poiché continuamente siamo tentati di dare troppo spazio alle cose di questo mondo, illudendoci che sia tutto qui, ed è così che ci tuffiamo a capofitto in mille e più faccende da sbrigare, le quali ci tengono tanto occupati, ci riempiono il tempo di cose da fare e pian piano perdiamo il senso, il significato del perché le facciamo, dello scopo per il quale ci diamo tanto da fare.

Si crea un vuoto di senso e tentiamo di riempirlo con le tante faccende quotidiane, alla fine crediamo che il senso del nostro vivere sia nelle nostre performance. E’ l’eterna diatriba tra chi vuole una Chiesa più operativa e chi la vuole più contemplativa : sono due facce della stessa medaglia. L’una senza l’altra non possono stare, ma la operativa riceve il proprio senso e significato dalla contemplativa.

Quando siamo alla fine della giornata, alla fine di una settimana intensa, e avvertiamo questo vuoto di senso, fermiamoci e lasciamo spazio alla Maria dentro di noi, la quale conosce e brama la parte migliore : l’ascolto di Gesù, della Sua Parola. Lasciamo che la nostra Maria si sieda ai piedi di Gesù e si nutra di quelle parole, di quella Presenza.

A volte, può darsi che in una vita di coppia sia Marta a prendere il sopravvento… stop ! Fermiamoci insieme, e torniamo alla nostra fonte, altrimenti rischiamo di navigare senza una rotta, di viaggiare come i nomadi e non come i pellegrini che hanno una meta.

Ascoltiamo volentieri il nostro coniuge, lasciamo che lui/lei ci apra il suo cuore per conoscerlo/a sempre di più per amarlo/a sempre di più e meglio. Potrebbe anche succedere che Gesù mi voglia dire qualcosa attraverso il mio coniuge, fermiamoci ad ascoltarlo/a con tranquillità e senza pregiudizi ma con spirito di accoglienza. Altre volte, potrebbe anche succedere che la mia amata/il mio amato abbia necessità di far uscire la Maria che ha dentro di sé, bene… toccherà a noi fare la parte di Marta nelle faccende famigliari. Ogni coppia deve trovare il giusto equilibrio tra la propria Marta e la propria Maria.

Coraggio sposi, scopriremo che Maria si è scelta davvero la parte migliore, perché è quella che riempie le giornate di senso profondo, che ridona slancio e nuovo vigore ad un cuore affannato ed agitato… scopriremo che il senso delle nostre giornate non sta nell’aver eseguito alla perfezione tutta l’agenda, anzi, spesso troviamo l’immancabile imprevisto, in questi casi lodiamo il Signore che ci castiga un poco, donandoci la possibilità di scoprire che non esistono giornate storte, esistono giornate vissute poco o male… scopriremo che a volte è meglio rimandare la stireria al domani perché oggi abbiamo bisogno di stare con Gesù, il Quale ci ridona un nuovo senso anche nella stireria piuttosto che nella lavanderia di casa.

Non basta preparare la minestra, bisogna farlo con amore e servirla con la dolcezza che ci dona Gesù !

Giorgio e Valentina.

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Giustizieri vs menefreghisti !

Il Vangelo di oggi ci racconta di quando un villaggio di Samaritani si rifiuta di accogliere il passaggio di Gesù con i suoi discepoli/apostoli, e la reazione di quest’ultimi :

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Spesso, quando ascoltiamo il Vangelo proclamato a Messa, qualche parola ci sfugge oppure non ne capiamo immediatamente la portata, vuoi per la scarsa o insufficiente amplificazione, vuoi perché il vicino ha tossito per metà del tempo, vuoi perché un infante si è messo a piangere a squarciagola, vuoi perché il sacerdote l’ha letto con sufficienza o in fretta, vuoi che siamo distratti e non usiamo la giusta attenzione che bisognerebbe avere… sta di fatto che queste situazioni contingenti non ci fanno gustare appieno la freschezza e la novità del Vangelo.

Questo episodio viene commentato, il più delle volte, ponendo l’accento esclusivamente sulla parte morale. Da un lato si dipingono i Samaritani come i menefreghisti di turno e dall’altro i due Apostoli come i giustizieri senza pietà. E da qui partono le prediche sul non rifiutare di accogliere Gesù nei nostri villaggi, nelle nostre città, nelle nostre nazioni, nella nostra vita… altrimenti diventiamo come quei Samaritani che rifiutano Gesù perdendo l’occasione di averLo tra di loro. Senza dimenticarsi di rimproverare quelli che, imitando i due Apostoli Giacomo e Giovanni, si ergono a giudici degli altri lanciando sentenze a destra e a manca, e si costituiscono come “giustizieri di Dio”.

Ovviamente questa lettura non è da ritenersi sbagliata e spesso lascia molti spunti di riflessione per la vita personale e parrocchiale, per capire dove e quando il nostro operato deve essere rivisto, modificato, cambiato, moderato… ma ci siamo posti una domanda : qual è la “buona novella” contenuta in questo brano ?

Se è vero che la parola vangelo significa “buona novella”, qual è questa buona notizia che la Chiesa ci vuole proporre con questo brano evangelico ? Sembrerebbe difficile da scovare ma… ce ne lascia un indizio nel “tratto“, quel versetto incastonato tra l’acclamazione dell’Alleluia proclamato prima del Vangelo : << Il Figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. >>(Mc 10,45).

La buona notizia a cui fa riferimento il “tratto” è contenuta nella prima parte del brano evangelico, e cioè nella ferma decisione di Gesù di mettersi in cammino verso Gerusalemme per compiere la volontà del Padre. Quei giorni in cui “sarebbe stato elevato in alto” sono i giorni della Passione in cui sarà elevato in alto sulla croce, sono quei giorni che Gesù aspettava dall’inizio, da quella volta in cui Sua Madre Gli fece notare che era finito il vino alle nozze di Cana, ricordate ? La Sua risposta a Maria fu : << Non è ancora giunta la mia ora. >> Di quale ora stava parlando ? L’ora in cui si sarebbe manifestato per quello che è : il Messia, il Figlio di Dio, il Salvatore. Quindi la prima “buona novella” è che Gesù è proprio chi dice di essere, cioè il Salvatore, il Figlio di Dio.

Cari sposi, Gesù è veramente quel nuovo serpente di bronzo innalzato sulla nuova asta, e solo guardando a Lui il nostro matrimonio si salverà, altrimenti resterà una bellissima unione d’amore, ma di amore solo umano, non avrà il sapore del Cielo. La buona notizia quindi, è che di Gesù ci possiamo fidare, il primo e miglior consulente matrimoniale è Gesù, ed il Suo ufficio è aperto H24, 7 giorni su 7, ed è GRATIS, perché tutto è stato già pagato, qualunque sia la cifra, ha già pagato Lui su quella Croce. Ha pagato Lui al posto nostro, ha pagato Lui il riscatto al “terrorista” che ci teneva prigionieri del nostro peccato originale ; ha pagato il riscatto al nostro “rapinatore” che ci aveva rapiti al Paradiso e ci teneva sotto scacco. Cari sposi, non lasciamoci più prendere in ostaggio dal nostro nemico, il diavolo, il quale non demorde mai e ci attacca con un po’ di stalking e di mobbing. Dobbiamo respingere i suoi attacchi con la preghiera fiduciosa in Colui che ci ha già redenti, ma vuole che anche noi facciamo la nostra parte.

La seconda buona notizia, semmai la prima non fosse già sufficientemente ricca, è che “Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme… come a dire che la Passione NON è stato un inciampo imprevisto, un disguido tecnico dell’ultim’ora, al contrario era tutto previsto, anzi sembra quasi che Gesù non vedesse l’ora che arrivasse quell’ “ora in cui il Figlio dell’uomo sarà innalzato” ; come se fosse in trepidazione di portare a compimento la missione affidatagli dal Padre, bramava di salvarci e bramava che avvenisse il più presto possibile, ci ha amato così tanto che non si è lasciato distrarre da niente e da nessuno, neanche dai Samaritani che Gli rifiutano ospitalità nel loro villaggio. A differenza di altre volte in cui si infervora senza mezzi termini apostrofando gli uni come ipocriti, gli altri come una spelonca di ladri o come sepolcri imbiancati, ma questi Samaritani ( che rifiutano Gesù ) vengono invece difesi da Lui stesso, forse perché inconsapevolmente hanno accelerato gli avvenimenti futuri della Passione ; infatti l’evangelista annota che “[…]si misero in cammino verso un altro villaggio.”, senza fermarsi e perdere tempo in quel villaggio, come se Gesù avesse fretta di compiere la sua missione. E questo è confermato anche da ciò che Gesù stesso dice a Giuda Iscariota (il traditore) nell’ultima cena : “Quello che devi fare, fallo al più presto“.

Cari sposi, la seconda buona notizia contenuta in questo brano evangelico è che Gesù ha scelto di salvarci, non è che su quella croce sia morto un innocente qualsiasi, e Dio Padre abbia considerato questa morte innocente come un sacrificio in riscatto per molti, visto che ormai era andata così, tanto valeva approfittarne e valorizzare questa morte innocente in modo geniale come solo Dio sa fare. NO !

Gesù è venuto nel mondo proprio per essere innalzato su quella Croce, per salvarci, per compiere la sua missione, per realizzare se stesso compiendo la volontà del Padre, in quel momento ha rivelata la sua vera identità, il suo vero scopo, la sua peculiarità. Succede così anche nell’esperienza umana, per esempio nella nostra famiglia. Avendo quattro figlie, abbiamo imparato a riconoscere le qualità dell’una o dell’altra, e ci capita spesso di aiutarle a mettere in luce le proprie qualità nel compiere una certa attività, e quando ciò avviene, si può notare come negli occhi della figlia designata appaia una luce nuova, poiché essa sta realizzando appieno se stessa attraverso quella specificità che la contraddistingue.

Ed è così anche con Gesù : Lui ha dimostrato la sua specificità che lo contraddistingue prendendo quella ferma decisione di andare a Gerusalemme incontro alla sua missione che il Padre Gli aveva affidato.

Cari sposi, Gesù NON è il perdente, Lui HA VINTO attraverso la Croce, e noi in che squadra vogliamo schierarci per il gioco della vita matrimoniale ? Nella squadra del diavolo, il perdente, o nella squadra del VINCENTE ?

Forza sposi, la partita è già cominciata !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 18

Dopo essersi battuti il petto dinanzi a Dio Onnipotente, siamo invitati a cantare ( prima e migliore scelta ) oppure recitare il Gloria :

Poi, quando è prescritto, si canta o si proclama l’Inno:
Gloria a Dio nell’alto dei cieli……

Non è nostra intenzione analizzare ogni singola frase di questo antico inno, anche se sarebbe di grande giovamento, vogliamo però approfondirne lo spirito che lo anima e ne ha ispirato la composizione. E’ un inno con un testo meravigliosamente solenne che dà gloria alla Santissima Trinità e all’incarnazione di Gesù Cristo, quindi conferma i due principali misteri della fede.

Chi ha visto film dove ci sono re e regine, imperatori e cavalieri, di certo ricorderà le scene in cui un suddito chiede udienza alla corte del re per supplicare qualche grazia ; ebbene, si noterà come dapprima il suddito compia gesti di riverenza, poi si dichiara un umile servitore mentre allo stesso tempo tesse le lodi del re implorando quindi la sua benevolenza. Sono soltanto scene da film, si dirà, è vero, ma sono esemplari per le dinamiche che mettono in rilievo ; potrebbe sembrare un discorso fuori tema, ma scopriremo ben presto che sono le stesse dinamiche che la Liturgia ci fa mettere in atto.

Infatti abbiamo già affrontato come l’entrare in chiesa sia il trovarsi in udienza al cospetto del Re dei Re, inoltre abbiamo compiuto vari gesti di riverenza/adorazione/venerazione come la genuflessione, abbiamo poi riconosciuto umilmente di essere peccatori e bisognosi del perdono di Dio implorando la sua benevolenza e la sua misericordia, ed ora diamo gloria a Colui che ci ha ammessi alla Sua presenza, non ci ha schiacciati per le nostre iniquità, ma anzi, ci ha perdonati ed ha avuto misericordia di noi.

Quando ci sentiamo schiacciati dal peso dei nostri errori/sbagli non vediamo l’ora che qualcuno ci rassicuri che le conseguenze del nostro errore non sono così devastanti, inoltre speriamo nel perdono a piene mani ; ed il perdono ricevuto riaccende in noi la speranza in un futuro migliore, solleva il macigno che teneva schiacciato il nostro petto e tiriamo un liberante sospiro di sollievo. Ed è proprio in questo momento che scaturisce nel cuore del fedele il canto del Gloria, quel canto liberatorio che esprime la festa ed insieme l’onore di essere purificati e ammessi alla presenza del Re, del Quale ne intesse le lodi e le grandezze senza fine.

Assomiglia un pochino a quella sensazione che si prova quando si è investiti da una profonda gioia e si avverte la necessità di cantare a squarciagola, come se il corpo non avesse mezzi adatti ad esprimere tale stato d’animo per cui non gli resta che cantare. Ecco spiegato il motivo per cui il Messale indica come prima e migliore scelta per l’inno del Gloria il canto, e come seconda scelta la recita ; certamente la recita di questo antico inno non deve essere fatta come se leggessimo le istruzioni della Ricetta della Torta di rose ( o per i più anziani le Pagine Gialle ) ma deve essere animata dall’onore immeritato di poter stare alla Sua presenza per lodarLo, ringraziarLo, adorarLo, benedirLo, glorificarLo… è un inno e come tale va recitato, non va sbiascicato a mezze labbra o ridotto a ripetizione mnemonica di una serie di parole, dobbiamo cantarlo/recitarlo come ( ma anche di più ) i cavalieri recitavano il loro codice d’onore nel giorno della loro investitura.

Ma questo antichissimo inno dà gloria a Dio nel senso che Gliela aumenta ? Quando nella S. Messa non è previsto il Gloria, come in Quaresima, Dio perde un po’ della Sua gloria ?

Sono domande semplici e per molti forse risultano banali, ma ci aiutano a focalizzare ancora meglio un aspetto attorno alla recita/al canto del Gloria. Dio, in quanto Dio, non ha delle carenze psicologico-affettive, non ha problemi di bassa autostima, per cui il fatto che noi Gli diamo gloria o meno non intacca la Sua deità, la nostra lode non aggiunge nulla a Dio, alla sua essenza, Lui rimane Infinito prima e dopo il nostro riconoscimento, senza la nostra lode Lui continua ad essere Dio con tutti i suoi attributi… e quindi a che serve lodarlo e glorificarlo ?

Innanzitutto perché Gli è dovuto, in quanto Dio, è un suo diritto essere riconosciuto come tale ed è un nostro dovere ringraziarLo, lodarLo, adorarLo e glorificarLo. E poi è un esercizio cardiovascolare !

E’ risaputo infatti che l’attività cardiovascolare, nel nostro corpo, trae grande giovamento dal nostro stato d’animo, dal nostro umore… quando siamo allegri ed euforici, il cuore cambia ritmo, le arterie si dilatano e si distendono, il cervello produce poi gli ormoni “della felicità” che rendono più dinamico lo scambio dell’ossigeno tra le varie parti del corpo… insomma, mens sana in corpore sano. Se è così per il nostro corpo, non possiamo pensare che l’anima sia totalmente disinteressata e nel frattempo si faccia una dormitina, anzi, in realtà è il contrario perché è l’anima che infonde vita al corpo.

Ma se è vera questa esperienza, dobbiamo ragionare così anche per il circuito cardiovascolare dell’anima. Quando diamo lode a Dio, Lui non cambia, ma noi sì ! La lode gratuita ( cioè disinteressata e non legata ad un profitto ) a Dio apre il nostro cuore a ricevere nuovi doni, nuove grazie, che sono lì già pronte per noi, ma non potevano entrare prima della lode perché avevamo il cuore chiuso : il nostro “cuore spirituale” si allarga e si predispone ad accogliere Dio, cambia ritmo, le arterie della nostra vita virtuosa si dilatano e si distendono, il cervello della nostra fede produce gli ormoni della felicità… quindi, a giovarne non è Dio ma siamo noi.

Cari sposi, impariamo a dare a Dio la nostra lode, la gloria, impariamo ad adorarLo, continuiamo sempre a benedirLo in ogni circostanza della vita. Anche gli sposi possono imparare a cantare/recitare insieme il loro personale Gloria ; non avrà le parole di quello della Messa, ma si declineranno alle esperienze della loro vita matrimoniale, l’importante è che siano lodi a Dio. Anche quando vivete momenti di difficoltà, cominciate con la lode la vostra preghiera, perché Dio è più grande della vostra fatica, del vostro problema, niente è impossibile al Signore ; cominciate a lodarLo anche per quel momento brutto che state passando, sembra da pazzi, ma il vostro cuore si allargherà, comincerete ad intravedere una luce nel buio della vostra contingenza, non vi sentirete più soli nell’affrontare la difficoltà.

Coraggio sposi, non lasciatevi cadere le braccia ! Diamo gloria a Dio e Lui non tarderà.

Giorgio e Valentina.

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Occhio al tappeto !

Il Vangelo di ieri è famoso tanto quanto è sottovalutato da tanti cattolici :

( Lc 8,16-18 ) In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

Quando Gesù parla alla folla parte sempre da esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, usa immagini e similitudini che l’ascoltatore medio conosce e sa comprendere appieno, ma poi rincara la dose facendo degli affondi che non sfuggono all’ascoltatore più preparato e più attento. E terremo conto di questo metodo nella riflessione di oggi, facendo in modo che ogni coppia possa riceverne giovamento per la propria vita.

Ad una prima analisi è abbastanza scontato paragonare i discepoli di Gesù con questa luce, in quanto in altri discorsi lo stesso Gesù dice : <<[…] voi siete la luce del mondo […]>>, ecco quindi un primo insegnamento per noi sposi : abbiamo scoperto di essere luce del mondo, ma in quanto sposi col sacramento, la luce di ognuno si aggiunge a quella del proprio coniuge, dando vita ad una nuova luce più forte, più chiara, che riesce ad illuminare una stanza più grande oppure a definire ancora meglio i contorni della stanza dove siamo.

In una stanza di 30mq, con una lampadina da 60W, ci si vede discretamente da riuscire a svolgere tranquillamente tutte le attività ordinarie, la stessa stanza può però essere illuminata da un’altra lampadina uguale raggiungendo così 120W, e questa luce aggiunta ci permette di vedere nei dettagli le briciole di polvere/sporco che altrimenti sarebbero rimaste ad inzozzare la stanza. Oppure : possiamo sicuramente tracciare un disegno tecnico con maggiore precisione con una luce di 120W piuttosto che con i soli 60W iniziali. Trasportiamo ora questi paragoni nella nostra vita.

La stanza è simbolo innanzitutto del nostro cuore ( ma poi anche della nostra vita, della nostra famiglia e della vita delle persone con cui abitualmente interagiamo ) : se quindi nel mio cuore c’è solo la luce della mia vita di Grazia, posso sperare di vivere onestamente una vita di ordinaria santità, ma, se nel mio cuore lascio entrare la Grazia che c’è nel cuore del mio amato/a, allora il mio cuore riceve una luce aggiuntiva che riscalda maggiormente, illumina meglio e di più anche la stanza del mio cuore. Non possiamo quindi vivere una vita di fede da sposi come se fossimo due entità separate, che condividono tutto tranne la vita di Grazia… ma se il matrimonio è dare tutto, come è possibile farlo trattenendo per se stessi la vita di fede in un angolino privato in cui non permetto al mio coniuge di metterci dentro neanche il naso ? Troppi sposi cristiani vivono come due persone che si dividono le mansioni di famiglia/di casa con una perfezione incredibile e lodevole , logisticamente parlando, ma non vivono insieme la vita di Grazia : lui va a Messa il sabato sera così la domenica mattina ha tutto il tempo di accendere il barbecue con calma, lei invece va a Messa alle 10 con i bambini lasciando spazio al re del braciere … oppure… lui puntualmente va a Messa con i figli la domenica mattina apposta per lasciare libera la casa a lei, che è tutta settimana che non vede l’ora di metterla sottosopra per farla splendere come non mai libera dagli impicci di marito e figlioletti, senza dimenticare di chiedere al marito di passare al parco dopo Messa oppure al supermercato così da non averli tra i piedi finanche all’ora di pranzo … pregare insieme ? Non se ne parla nemmeno ! Andare insieme a Messa ? Utopia !

Vivendo così, si intuisce immediatamente come sia quasi impossibile che il cammino di santità personale e di coppia possa dirsi veloce, anzi, sarà talmente lento da considerarlo praticamente in sosta con le 4 frecce accese… in attesa di chissacché… il cuore ( la stanza dei 60W ) di ognuno resterà illuminato ( quando va bene ) solo dalla lampadina di quei 60 Watt che, senza manutenzione, si riempirà di polvere portando inesorabilmente ad una luce sempre più flebile fino a scomparire.

Passiamo ora alla seconda parte : “non c’è nulla di segreto…” ; dobbiamo restare sull’immagine della stanza del nostro cuore con i 60W : spesso noi pensiamo di tener nascosti i nostri segreti alla luce della Grazia. Speriamo di nasconderli in un luogo segreto del nostro cuore, ma che segreti sono ? Sono i nostri difetti, le nostre malefatte, i nostri peccati, le nostre cattive inclinazioni, i nostri vizi… gli sposi più onesti, li nascondono per vergogna, ma i più li nascondono perché in fondo in fondo sono legati ai loro peccati/vizi… la lampadina da 60W è accesa ma è talmente impolverata che la luce è fioca, questa è la condizione perfetta perché nessuno si accorga di quei vizi nascosti sotto il letto… in fondo in fondo spesso troviamo gusto nel peccare, ci piace peccare, perché spesso troviamo immediati appagamenti senza grandi sforzi… ed allora scatta l’operazione tappeto : ossia nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Ma quale tappeto ? Il tappeto del “vado sempre a Messa la Domenica”….”non ho mai fatto le corna a lui/lei”…”aiuto sempre in oratorio quando serve”…”sono un grande lavoratore e non ho fatto mai mancare nulla alla famiglia”…”non ho tempo per Dio, devo stirare, cucire, lavare, pulire, stendere, stirare, lavorare, cucinare”…”almeno la Domenica ho diritto ad un riposo, e poi al Signore io ci penso lo stesso anche se non vado in chiesa” … ecc… ecc…

Tanto è comoda la situazione con poca luce cosicché nessuno si accorge dei miei vizi/peccati, tanto risulta scomoda ed ingombrante una seconda lampadina perché mi costringerebbe a togliere i miei segreti da sotto il letto, tutto ciò che è nascosto sarà visto/notato in piena luce… e questa situazione mi costringerebbe a prendere la decisione di cambiare. Infatti il giusto/il santo dà fastidio ai peccatori incalliti non tanto per ciò che fa o che evita di fare, ma perché li costringe a rivedere dentro sé stessi, mette a nudo i loro vizi/peccati, e questo è scomodo per essi che si sentono intoccabili e perfetti. E molti sposi, forse, non vivono insieme una vita di Grazia, a causa del fatto che la lampadina dell’altro/a costringe ad aver maggior luce nella propria stanza, e nascondere segreti diventa impossibile, ciò costringerebbe ad essere sempre all’altezza della situazione, ad impegnarsi nella vita di fede, di Grazia, e soprattutto ad abbandonare un vita peccaminosa a cui invece sono particolarmente affezionati.

Cari sposi, coraggio ! Non abbiate paura di far entrare nella stanza del vostro cuore una seconda lampadina da 60w, perché la vita di Grazia ha bisogno di continue conferme, ha bisogno di essere costantemente stuzzicata, stimolata, altrimenti inciamperemo sempre nei nostri difetti , nei nostri vizi/peccati. Nel matrimonio, la fede di uno arricchisce la fede dell’altra e viceversa, l’esempio di una stimola la conversione dell’altro e si entra così in un circuito virtuoso in cui si fa a gara nello stimarsi a vicenda nella Grazia di Dio.

Coraggio sposi, è ora delle pulizie di autunno !

Giorgio e Valentina.

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Ceraste cornuta

Riportiamo una piccola parte del brano proposto oggi dalla Chiesa, il giorno della solenne festa della Esaltazione della Santa Croce :

[…] Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Tra i tanti castighi che in 40 anni di cammino dell’esodo il popolo d’Israele deve vivere, c’è quello dei serpenti del deserto che fanno morire un gran numero di Israeliti, allora essi chiedono aiuto a Mosè, che a sua volta supplica Dio, la cui risposta è il brano sopra riportato.

Ancora una volta il popolo non si fida del Signore, il quale, nonostante l’incredulità e l’infedeltà dimostrataGli anche dopo le manifestazioni della propria Onnipotenza, si lascia commuovere manifestando la propria misericordia con questo popolo “dalla dura cervice” donando ad esso l’ennesima via d’uscita.

E’ interessante notare come la soluzione proposta da Dio non sia proprio all’acqua di rose… infatti leggendo con attenzione si evidenzia come la richiesta del popolo sia quella di allontanare i serpenti, ma Dio non li allontana, donando però loro la salvezza dal mortal veleno. Infatti si può constatare che i serpenti continuano a morsicare gli israeliti, i quali potranno restare in vita ( dopo il velenoso morso ) solamente guardando al serpente di bronzo innalzato da Mosè, ossia riconoscendo che non possono salvarsi da se stessi ma hanno necessariamente bisogno della salvezza offerta dal Signore.

Cari sposi, la pedagogia di Dio, è ancora la stessa : la vita del sacramento del matrimonio non è esente da prove, difficoltà, momenti di stanca, di crisi, dubbi, dolori, malattie, incomprensioni, litigi… questi sono i morsi dei nostri serpenti. E il Signore non ci esenta da essi, ma desidera che il loro veleno non ci uccida, così come ha voluto che i morsi della ceraste cornuta ( la vipera del deserto ) non uccidesse il popolo d’Israele, così anche per noi basterà riconoscere che non possiamo salvarci da noi stessi, dovremo infatti riconoscere che solo uno è Il Salvatore : Gesù Cristo… così come ha mantenuto la promessa fatta agli israeliti per mezzo di Mosè, così la Sua Salvezza entrerà nella nostra coppia, nella nostra casa, nella nostra relazione malata, nei nostri affetti disordinati, nel nostro amore, nel nostro matrimonio.

Non possiamo non evidenziare poi che la Sacra Scrittura riferisca solo “restava in vita“, non accennando al morso. La ceraste cornuta però possiede due bei dentini che si infilano nella carne rilasciando il loro veleno mortale, quindi si può presumere che gli israeliti restassero in vita sì, ma portassero le cicatrici del morso… come una memoria nella carne della misericordia di Dio, qualora il soggetto avesse poca memoria dei prodigi divini, ma anche come testimonianza impressa nella carne da mostrare agli increduli.

E così avviene anche nel matrimonio : le prove, le difficoltà, le crisi, i dubbi, i dolori, le malattie, le incomprensioni, i litigi tra noi sposi possono non essere mortali, ma ci lasciano delle cicatrici a testimonianza e memoria del nostro impegno nell’onorare la nostra promessa di amare l’altro/a tutti i giorni della vita ed in qualsiasi circostanza.

Continuando nell’analisi del testo, notiamo come la via d’uscita che l’Onnipotente fornisce al popolo non sia esente dal contributo dello stesso, ed è uno stile caratteristico del rapporto di Dio con l’uomo : l’uomo chiede aiuto, ma deve essere cosciente che non può starsene con le braccia conserte aspettando che faccia tutto il Signore, ma è necessaria anche la sua parte in questo aiuto. La saggezza cristiana ha riassunto in un famoso detto questa dinamica : aiutati che il Ciel t’aiuta.

Così come i morsicati dovevano guardare al serpente di bronzo per restare in vita, così noi sposi dobbiamo guardare al nuovo serpente di bronzo, a Gesù ! Così come il serpente di bronzo è stato innalzato sopra un’asta, Gesù ( il nuovo serpente di bronzo ) è stato innalzato su di un’altra asta : la Croce ! Ecco allora la soluzione contro il veleno mortale dei nostri serpenti : guardare Gesù in Croce. Certamente questo guardare si traduce poi in tanti comportamenti : guardare diventa contemplare Gesù che dona tutto sé stesso per noi ; guardare significa imparare da Gesù sforzandosi di imitarLo soprattutto quando tutto sembra finito, Lui non ha mollato fino alla fine, così dobbiamo fare noi ; guardare è pregarLo ed affidarsi a Lui ogni giorno così da essere già allenati e pronti a farlo appena saremo morsicati ; guardare è far diventare Gesù il centro della nostra vita personale e di coppia prima nel cuore per poi tradurlo nella vita concreta ; guardare diventa mettere Gesù al posto che Gli spetta di diritto, essendo Dio, e cioè al primo ; guardare si traduce anche nell’obbedienza alle Sue leggi, senza se e senza ma… insomma, noi facciamo la nostra parte fino in fondo che poi il Signore non mancherà della Sua Salvezza e del Suo aiuto.

Molti sposi stanno vivendo momenti di difficoltà, di aridità nella loro relazione, di angoscia per il futuro, mancanze di attenzioni reciproche, problemi con la famiglia di origine, fatica nel perdonarsi le ferite inferte reciprocamente… questi sono solo alcuni dei serpenti del matrimonio : CORAGGIO SPOSI, non lasciamoci ammazzare dal veleno di questi serpenti, ma GUARDIAMO GESU’, che è il nuovo serpente innalzato sulla nuova asta, la CROCE : è lì che troviamo l’ANTIDOTO, anzi L’ANTIDOTO è GESU’ STESSO !

Coraggio, non temete di aprire il cuore a Gesù, ci resteranno le cicatrici ma il veleno non ci ucciderà !

PS : Sarà una coincidenza il fatto che questo serpente sia cornuto ?

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 17

Dopo il segno di croce il Messale indica :

Segue l’Atto penitenziale, introdotto dal sacerdote con queste parole :
Fratelli e sorelle, per celebrare degnamente i santi misteri,
riconosciamo i nostri peccati.

Questa è solo la prima di alcune formule che il sacerdote può decidere di utilizzare, ma nella sua brevità riassume perfettamente lo stile e la condizione dell’animo “sine qua non”. Innanzitutto ribadisce e riconosce che la Messa non è un semplice rito umano , ma è la celebrazione dei santi misteri ; inoltre con la frase “per celebrare degnamente i santi misteri” si intende altresì specificare che :

  • i santi misteri vanno celebrati
  • vanno celebrati degnamente
  • per celebrarli degnamente bisogna seguire le indicazioni della seconda parte della frase, e cioè riconoscere i propri peccati
  • è sottinteso che è possibile anche celebrarli in modo indegno

Procediamo applicando alla vita coniugale quello che di volta in volta impariamo… ma perché ci ostiniamo a vedere una sorta di parallelismo tra la Messa e la vita degli sposi, definita profeticamente Chiesa domestica ? Ci viene in aiuto il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale citando la “Sacrosanctum concilium” così si esprime:

La liturgia, infatti, mediante la quale, massimamente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa

In parole povere : la Chiesa ci invita ad esprimere nella nostra vita, quella quotidiana, il mistero di Cristo che nella Messa celebriamo… cari sposi, dobbiamo quindi imparare a tradurre nella nostra concreta vita coniugale quegli atteggiamenti che a Messa viviamo… quasi da vivere una vita matrimoniale che è una Messa perenne, sia celebrata sia vissuta.

Vediamo quindi, con ordine, cosa ci suggerisce l’atto penitenziale : così come la Messa non è un semplice rito umano per celebrare il divino, parallelamente la vita sponsale non è una semplice ufficializzazione dell’unione d’amore tra un uomo ed una donna, ma è un segno nel mondo dell’amore di Dio per l’uomo e dell’amore di Cristo per la Sua Chiesa : è quindi un mistero santo. Col sacramento del matrimonio, i due sposi diventano ufficialmente profeti dell’amore di Dio.. come cambierebbe la nostra relazione se non vedessimo solo l’umanità, che è piena di fragilità e di difetti, ma riuscissimo a scorgere la grandezza di un Dio che per manifestarsi al mio coniuge ha scelto di aver bisogno della mia umanità ! Ogni sforzo fatto per migliorarsi allora non sarà semplicemente visto come un vano tentativo per raggiungere un obiettivo solamente psicologico/umano, ma diventerà la maniera con cui io cerco di vivere sempre meglio e con maggiore trasparenza il compito che mi è stato consegnato da Dio, e cioè di amare il mio coniuge al suo posto, quasi in sua vece.

  • i santi misteri vanno celebrati : ecco che qui si riprende la tematica che abbiamo affrontato all’inizio di questo percorso, vale a dire della precettazione domenicale. Così come siamo precettati per celebrare i santi misteri almeno la Domenica e le altre feste comandate, così siamo precettati a vivere da sposi almeno finché uno dei due non muore ; infatti è questo che ci promettiamo all’inizio del matrimonio… ricordate ? ci promettiamo di amarci ed onorarci tutti giorni della vita finché morte non ci separi. Come traduciamo questo nella vita quotidiana ? Quali sono i gesti con cui onoriamo il nostro coniuge ? Quali sono i gesti, le parole, i pensieri, gli sguardi, ecc.. con cui invece lo/la disonoriamo ? Così come onoriamo Dio nella Domenica ed in particolare nella S. Messa, così siamo precettati ad amare il nostro coniuge : è un dovere ( un dolce dovere ) , è una decisione che NON va a discrezione dell’umore di oggi, nemmeno segue i nostri sentimenti troppo altalenanti, e tantomeno va in base al fatto che lui/lei se lo meriti… se Dio ci amasse solo quando lo meritiamo, quanto ci amerebbe nella vita ? 5 minuti al giorno, forse !
  • vanno celebrati degnamente : bisogna celebrare solennemente Dio in modo degno dei Suoi attributi, della Sua divinità, della Sua bontà, ecc… quindi non possiamo stare in chiesa come quando stiamo nel locale per l’aperitivo con gli amici, non possiamo agire in modo irrispettoso del luogo, degli altri fedeli e della solennità del momento… non saremmo inopportuni se ci mettessimo a fare cabaret comico e raccontassimo barzellette al funerale di una persona cara ? Così come abbiamo il minimo rispetto della persona morta e del dolore di chi la piange, non c’è motivo perché dovremmo averne meno per Dio. E se guardiamo alla vita sponsale : siamo chiamati ad amare il coniuge con dignità, perché se lo/la usassimo per i nostri interessi, che amore gratuito e disinteressato sarebbe ? Se lo/la trattassimo come un oggetto a nostro uso e consumo potremmo chiamarlo amore ? Se la nostra relazione fosse solo orizzontale ( come ce la presenta il mondo ) non sarebbe rispettosa della altissima dignità che lui/lei ha in quanto figlio/a di Dio, in quanto redento dal sangue del Figlio di Dio, in quanto investitore della propria vita sulla mia felicità.
  • per celebrarli degnamente bisogna seguire le indicazioni della seconda parte della frase, e cioè riconoscere i propri peccati : il minimo richiesto dall’incontro con Dio è riconoscere che Lui è Dio e noi siamo sue povere creature, Lui è il Redentore e noi i redenti ( e bisognosi di continua redenzione ), Lui è il Santo Santo Santo e noi i peccatori che meritiamo i suoi castighi, Lui è La Misericordia e noi siamo i bisognosi di misericordia. Similmente, nella vita coniugale è meglio togliere la trave dal proprio occhio prima di vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro/a ; prima di pretendere che l’altro/a diventi perfetto/a e senza difetti, concentriamoci sull’eliminare i nostri.
  • è sottinteso che è possibile anche celebrarli in modo indegno : Dio ci lascia liberi ed è quindi possibile che qualcuno si accosti alla celebrazione dei santi misteri in modo indegno, ma non dobbiamo pensare subito a chissà quali castighi Dio infliggerà a quella persona ( semmai a quelli ci pensa Lui con modalità Sue e a tempo debito ), come se ci dovessimo aspettare che Dio si vendichi dell’amore non corrisposto scagliando fulmini e saette, no… Dio non ha bisogno di sentirsi confermato nella Sua Deità grazie al nostro riconoscimento… il primo castigo ce lo infliggiamo da soli, quando torniamo a casa ( dopo la Messa ) con la sensazione di non aver niente tra le mani, cosa è successo ? Il nostro cuore non era predisposto ad accogliere le miriadi di Grazie che il Signore aveva già preparato lì per noi in quella Messa, e restiamo soli senza Dio, diventiamo sempre più cupi, sempre più tristi e perdiamo la capacità di amare il nostro coniuge… la vita senza Dio è una vita imbruttita, squallida. Similmente, nella vita sponsale ci si può unire in una sola carne 1000 volte, ma se questo importante gesto è svolto in modo indegno non si raccolgono frutti di amore vero, e una relazione così malata può far portare avanti per inerzia un matrimonio anche per 40 anni, ma lo possiamo chiamare un santo e bel matrimonio ?

Il Messale poi ci invita a recitare il “Confiteor” ( Confesso a Dio Onnipotente…. ), l’ammissione pubblica del nostro essere peccatori e bisognosi di perdono ; la recita di esso è importantissima perché dichiariamo senza mezzi termini di aver peccato in ogni forma, e lo facciamo solennemente e pubblicamente, dove per pubblicamente non si intende solo gli altri fedeli convenuti attorno a noi, ma la Chiesa trionfante, infatti dopo esserci rivolti direttamente a Dio Onnipotente, chiediamo aiuto e sostegno alla Madonna e agli altri santi senza dimenticare gli Angeli, più ammissione pubblica di così ! Segue l’assoluzione del sacerdote dopodiché si continua ad invocare la misericordia divina recitando o cantando il Kyrie :

Seguono le Invocazioni Kýrie, eléison, se non sono state già proclamate o cantate con
l’atto penitenziale:
V/ . Kýrie, eléison. ( Signore, pietà )
R/. Kýrie, eléison.
V/ . Christe, eléison. ( Cristo, pietà )
R/. Christe, eléison.
V/ . Kýrie, eléison. ( Signore, pietà )
R/. Kýrie, eléison

Sono invocazioni accorate a ciascuna delle persone della Santissima Trinità, infatti il primo Signore è il Padre, Cristo è naturalmente il Figlio ( Gesù ) e l’ultimo è lo Spirito Santo, che professiamo e proclamiamo Signore quando recitiamo il Credo. La Liturgia ci insegna a chiedere scusa e perdono a Dio, similmente nelle nostre case dovremmo vivere ogni giorno il nostro “atto penitenziale”, perché di errori ne commettiamo ogni giorno. Quanto è stato salutare per noi, aver imparato alla scuola della Liturgia, a chiederci scusa ogni giorno prima di addormentarci e tante volte anche durante il giorno… dona tanta pace sapere che il mio amato/la mia amata anche oggi mi ha sopportato e perdonato, dona fiducia nel futuro.

Coraggio sposi, viviamo con più intensità il nostro atto penitenziale casalingo e scopriremo tanta pace !

Giorgio e Valentina

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Imitatori

In queste settimane la Chiesa ci propone la lettura del Vangelo di Luca :

Lc 4,38-44 […] Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Sono brani che ci presentano un Gesù che parla alle folle, compie miracoli, va nella sinagoga e poi prega tutto solo in luoghi deserti. In questo brano si racconta di quel giorno in cui Gesù ha guarito la suocera di Pietro ( leggi il nostro articolo a proposito ), dopodiché guarisce tanti malati nei pressi di quella casa ed infine eccoci all’alba del giorno dopo descritta in questo brano. Pare che Gesù prediliga questi momenti per pregare, e cioè i primi e gli ultimi momenti del giorno, ed inoltre si nota come cerchi sempre luoghi deserti, lontano dal rumore, dalla folla, dal caos, dalle distrazioni di questo mondo : secondo noi non è un caso, se ci dichiariamo Suoi discepoli dobbiamo imitarLo come meglio possiamo anche nella preghiera.

Certamente quando si hanno figli piccoli e infanti che trotterellano allegramente per casa si fa complicato già ritagliarsi del tempo solo per fare una doccia in tranquillità figuriamoci una notte in preghiera se ci sono poi di mezzo le poppate notturne al più piccolo della famiglia… eppure anche in mezzo a questi momenti, che sono intensi sì, ma di passaggio, ci si può imporre un tempo per la preghiera orante. E’ un tema molto delicato, perché molte coppie svicolano dalla preghiera orante con la scusa che anche questi gesti d’amore famigliari se vissuti nella fede e nel vero amore oblativo possono diventare preghiera costante, ed è verissimo ; dobbiamo però vigilare affinché questi gesti non soffochino il nostro afflato di dialogo orante col Padre e non ne prendano il posto.

Se vogliamo il nostro coniuge bello/a fuori e dentro possiamo cominciare col ricordarglielo dolcemente oppure invitarlo a recitare qualche preghiera insieme.

La preghiera orante è certamente un cammino e non si improvvisa ma ciò non deve farci desistere dal perseguirla. Come tutti gli sport essa ha bisogno di allenamento e non ci si improvvisa campioni in una disciplina col solo desiderio, ma col duro e perseverante lavoro costante e quotidiano, le recenti Olimpiadi ci sono maestre in questo : si parte con un piccolo allenamento, che giorno dopo giorno viene aumentato nella durata e nella intensità con piccoli passi ma costanti fino ad arrivare ad un livello in cui ciò che si fa con tranquillità e quasi con nonchalance sembra inarrivabile per chi ha appena cominciato.

Cari sposi, sforzatevi di ritagliarvi momenti di intimità col Signore, da soli ( o in coppia se possibile ), anche nella vostra stanza della casa preferita, dove vi sentite più a vostro agio, fatevi aiutare da immagini sacre, quadri, statuine casalinghe… insomma fate in modo che quei momenti di intimità col Signore siano profondi anche se all’inizio si tratterà solo di pochi minuti ; per qualcuno può essere d’aiuto andare nella vicina chiesa parrocchiale ( o almeno passarci davanti se è chiusa ), per altri fare una passeggiata al vicino santuario, alla Pieve del paese, alla Santella posta in fondo alla strada, oppure fermarsi in quel punto panoramico e godere così della presenza del Signore nella Creazione per poi entrare in intimità con Lui.

Anche Gesù era assillato dalla folla che lo richiedeva di qui e di là dalla mattina alla sera, era un VIP dell’epoca, eppure abbiamo letto che sul far del giorno si ritira da solo in un luogo deserto… ci piace immaginare Gesù che esce dalla casa di Pietro alle prime luci dell’alba in punta di piedi, leggero leggero, e senza farsi sentire/notare passa in mezzo alla folla ancora dormiente creandosi un varco e finalmente raggiunge un luogo deserto per starsene da solo col Padre Suo in preghiera.

Questi momenti di intimità col Padre sono per Lui sorgente di forza, di coraggio, sono come la benzina per un motore, come il cibo dona energia e vita al corpo, così la preghiera orante dona energia e vita all’anima : impariamo da Gesù.

Ci sentiamo di offrirvi un piccolo consiglio che viene dalla nostra esperienza, ma noi l’abbiamo imparato a nostra volta dai Maestri di Spirito, dai Padri della Chiesa, dai Santi : non bisogna soffocare i momenti in cui sentiamo il desiderio di recitare anche una piccola preghiera, una lode al Signore, un ringraziamento, una supplica, perché quel desiderio ci è stato messo nel nostro cuore dallo Spirito Santo stesso ( forse attraverso un Angelo o un Santo ) ; se noi cominciamo a dare retta a questi piccoli aiuti del Cielo, pian piano il nostro cuore sarà sempre più attento a questi “suggerimenti”, e resterà sempre più in contatto con lo Spirito Santo fino a che pregare diventerà non solo un cibo che dona vita ed energia all’anima, ma diventerà un cibo con un sapore che nessun cibo su questa terra potrà mai raggiungere, perché la sua dolcezza è più dolce del miele e di un favo stillante.

Coraggio sposi, il primo passo è ascoltare la vocina dentro che ci suggerisce una preghiera.

A pregare s’impara pregando !

Giorgio e Valentina

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Come al solito !

Dal brano di Vangelo secondo Luca di ieri :

Lc 4,16-30 In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista ; a rimettere in libertà gli oppressi a proclamare l’anno di grazia del Signore». […]

Questo è un brano abbastanza famoso perché offre tanti spunti per la riflessione personale e per capire chi è Gesù, o almeno come ci viene presentato dalla descrizione offerta da questo evangelista. A noi sarà sufficiente soffermarsi sulla prima frase, poche parole , concise ma chiare.

Probabilmente l’evangelista Luca era un amico della Madonna, infatti è l’unico che racconta alcuni aneddoti della cosiddetta “vita nascosta” di Gesù, possiamo immaginare che glieli abbia raccontati direttamente Lei ; è interessante notare come in questi racconti Giuseppe e Maria restino sempre un passo indietro rispetto al vero protagonista, che è Gesù : ci piace pensare che un po’ sia lo stile di Luca ed un po’ ci sia lo “zampino” di Maria che ne ha approvato la versione finale dei racconti, aggiustando qua e là con la sua rinomata umiltà, unita a quella del Suo Giuseppe.

Stiamo scadendo nel sentimentalismo ? No, ma quando affrontiamo le tematiche della Santa Famiglia non possiamo far finta che loro tre fossero dei super-uomini con dei super-poteri oppure dei mezzi-dei a cui tutto viene facile… no ! Anch’essi hanno dovuto affrontare le sfide del loro tempo con la loro carne, senza l’aiuto di effetti speciali da “Agente 007”, hanno vissuto una famiglia felice, bella, santa, benedetta, perfetta, MA pienamente umana. E di questo dobbiamo sempre tenerne conto, senza dimenticare che “questi tre” non erano persone comuni : lei La Vergine prima, durante e dopo il parto e Immacolata (dalla macchia del peccato originale e quindi anche dai peccati personali), suo marito non poteva essere da meno (certo non Immacolato) … vi immaginate Maria che si innamora di un ubriacone, bestemmiatore, un poco di buono avanzo di galera ?… e poi c’è Lui, il Dio fatto carne, vero Dio e vero uomo…. perciò non erano proprio dei comuni mortali ma nello stesso tempo non sono stati esentati dalle fatiche dell’umano vivere.

Nel Vangelo si dice che Nàzaret ha visto crescere Gesù, quindi si può immaginare che la gente presente quel sabato nella sinagoga, fosse la stessa gente che ha visto Gesù correre da infante, giocare, imparare a camminare, lavorare con Giuseppe nella bottega o addirittura a casa propria come mandanti dell’artigiano… eppure la meraviglia iniziale si tramuta presto in incomprensione, ed il livello sale talmente che diventa ostilità e sdegno.

Può darsi che prima di questo episodio questa (Sacra famiglia) fosse una famiglia rispettabile e degna di ammirazione, ma tutto ad un tratto diventa nemica solo per aver detto la Verità ( Gesù infatti si è auto-rivelato forse per la prima volta )… se anche la Sacra Famiglia è stata vittima di persecuzione/discriminazione, non possiamo pretendere una sorte tanto diversa se stiamo dalla parte di Gesù ! Questo ci sembra già un primo insegnamento da non dimenticare per le nostre famiglie che tentano di assomigliarle il più possibile.

Inoltre, il Vangelo recita “[…] e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga[..]”, vi siete mai chiesti da dove avesse imparato Gesù questa buona abitudine di frequentare la sinagoga tutti i sabati ? Questo è il brano del Vangelo da recitare a memoria a quelli che spocchiosamente insinuano che non ci sia scritto nella Bibbia che la Domenica bisogna andare a Messa… anche Gesù andava tutti i sabati alla sinagoga ( non che ne avesse bisogno come Dio ) … non era ancora risorto e quindi la Domenica era ancora relegata al titolo di “giorno dopo il sabato”… e nonostante ciò Lui ha comunque adempiuto a tutti gli “obblighi” religiosi.

Cari genitori, anche Gesù ha imparato ad assolvere agli obblighi religiosi dalla sua famiglia, ecco una lezione per noi : non possiamo esimerci da questo grave compito educativo, poiché i figli che il Signore ci ha affidato sono prima figli Suoi, noi siamo chiamati a fare le sue veci come meglio ci riesce ; Egli però si fida talmente di noi da affidarci quelle preziose sue creature perché possiamo aiutarli a crescere in età, sapienza e grazia… non c’è solo il corpo !

Il Vangelo dice “secondo il suo solito“, non dice : solo quando c’era catechismo, solo quando ne avevano voglia, solo quando pioveva e quindi non potevano andare a fare una gita/picnic, solo quando c’era la benedizione delle mamme o dei papà, solo quando c’era l’incontro dei genitori col parroco, solo a Pasqua, ecc… no, dice che ci andava come al solito !

Cari sposi, anche questa volta, il Vangelo ci dimostra di essere una Parola viva che non lascia molto spazio a fraintendimenti… la famiglia è davvero la culla della vita e la sua prima scuola !

Coraggio, che Dio si fida di noi !

Giorgio e Valentina

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 16

Sarebbe interessante approfondire la tematica degli abiti eleganti della Domenica nonché del decoro del corpo, ma ne parleremo meglio più avanti, per ora ci basti sapere che corpo ed anima sono inscindibili nell’uomo. Oggi vogliamo proseguire con i rituali iniziali, perciò vi riproponiamo l’indicazione del Messale ma ne analizzeremo la seconda parte del contenuto :

Giunto all’altare, il sacerdote fa con i ministri un profondo inchino, bacia l’altare in segno di venerazione e, secondo l’opportunità, incensa la croce e l’altare. Poi, con i ministri, si reca alla sede. Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e i fedeli, in piedi, si fanno il Segno della Croce. Il sacerdote, rivolto al popolo, dice : Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il popolo risponde: Amen

Dopo aver compreso della sede, degli abiti e del bacio all’altare, ecco che finalmente arriva il Segno di Croce.

Perché ci segniamo con questo segno ? Da dove trae la sua origine ? Ha una sua forza o è come un rito scaramantico ?

Queste sono solo alcune tra le domande che sentiamo spesso e a cui tenteremo di dare una risposta chiara seppur sintetica ; l’analisi del Segno di Croce ci porterebbe molto lontano con lunghi discorsi di tipo teologico, filosofico, dottrinale, antropologico, pastorale, ma siamo costretti a fare una scelta, perciò speriamo di essere concisi e chiari allo stesso tempo.

Fin dai primi secoli del Cristianesimo è presente il Segno di Croce, infatti leggiamo negli Atti di sant’Afra, martire ad Augusta (Baviera) nel 304, la testimonianza di un pagano che depone a proposito di san Narciso e del suo diacono: 

“sapevo che erano cristiani, perché tracciavano sulla loro fronte il segno di croce”.

Com’è chiaro da questa testimonianza, il Segno di Croce ha subìto un’evoluzione nei secoli, anticamente era probabilmente solo sulla fronte, ma poi i cristiani ne hanno capito l’importanza, il significato e la potenza, che hanno sentito l’esigenza di abbracciare tutto il corpo con esso diventando quel gesto che tutti conosciamo e che, dovremmo re-imparare a fare bene e spesso.

E’ chiaro che il Segno di Croce trae la sua origine dalla Croce di Gesù, dall’evento salvifico per eccellenza ; nella Bibbia (1Cor 1,17-25) è spiegato che la croce è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Scandalo perché i Giudei si aspettavano un salvatore, il liberatore di Israele, il Messia (Mašīaḥ in ebraico), come una figura politica e militare, e quindi risulta assurdo che uno che si proclami “Il Messia” faccia la fine di un comune malfattore senza che nessun esercito si mobiliti per liberarlo da tale supplizio : ecco perché è scandalo per i Giudei. Dall’altra parte troviamo i pagani, per i quali è stoltezza predicare in giro per tutta la Galilea che il tempo dei cambiamenti è vicino (il Regno dei cieli), ostinarsi nel fare miracoli a destra e a sinistra, proclamarsi non solo salvatore d’Israele ma addirittura “il Figlio di Dio”, auto-dichiararsi Re dei Giudei e poi finire in croce come un comune malfattore : è da stolti.

Questi sono ragionamenti di chi non ha uno sguardo di fede, ma vede gli avvenimenti soltanto con un’orizzonte terreno.

Mentre per i cristiani, discepoli di Gesù ( quel Messia crocifisso ), gli avvenimenti su questa Terra hanno sempre un aggancio con il Regno dei Cieli, lo sguardo dei cristiani non è solo orizzontale, essi vivono e muoiono come tutti gli altri ma hanno la consapevolezza che tutto è nelle mani di Dio, che anche ciò che sembrava perduto (la croce di Gesù) senza la fede, acquista un nuovo significato quando si ha la fede. Infatti la morte di Gesù non è stata vana, ma è stata redentiva e vicaria, cioè ci ha redento con la Sua Passione perché ha sofferto per noi e al posto nostro, ma tutto ciò si comprende solo con la fede ; era necessario che la nostra redenzione passasse per la Croce di Cristo Gesù affinché i nostri peccati restassero inchiodati su quella croce, ma a noi avvenisse ciò che è avvenuto per Gesù, la risurrezione e la vita eterna. Lui è risorto, è veramente risorto !

Ciò che per gli altri è scandalo e stoltezza, è divenuta per i cristiani vessillo glorioso di Cristo, della Sua gloriosa resurrezione e della Sua vittoria sul peccato e sulla morte.

Facciamo ora un passettino in avanti con la riflessione : se Gesù è morto in croce significa che non ci è andato con l’intenzione, sulla croce, ma con il suo vero corpo, e questo ci ricorda che Colui che si è dichiarato “il Figlio di Dio” si è fatto carne davvero, è diventato uomo vero ( non mezzo uomo e mezzo Dio , ma vero uomo e vero Dio ). E se c’è un Figlio di Dio, significa che c’è anche un Padre, infatti Gesù l’ha ampiamente sottolineato tante volte nei suoi discorsi che Lui e il Padre sono la stessa cosa ; proseguendo con il ragionamento semplice comprendiamo che se sono veri i discorsi sul Padre, allora sono veri anche i discorsi sullo Spirito Santo.

E arriviamo velocemente alla riflessione finale : il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega che il Segno di Croce è un sacramentale ( vedi l’articolo 7 di questa serie ), e come tale ci rafforza nella fede ogniqualvolta lo facciamo, senza l’atto di fede esso rimane sterile e si riduce allo stato di rito scaramantico e superstizioso. Come tutti i sacramentali porta con sé una forza ed un vigore unici, poiché rafforza la fede e ridona vigore ad un animo un poco assopito. Una schiera innumerevole di santi ( ma non solo loro, anche noi ) ci testimoniano come farsi il Segno di Croce devotamente e con fede in taluni momenti possa cambiare il corso della giornata, talvolta cambia gli eventi, molti martiri hanno trovato la forza di affrontare i supplizi ed i loro ultimi momenti nel farsi il Segno di Croce, ed in taluni casi ciò ha aiutato la conversione degli aguzzini, quantomeno lo stupore per la fierezza con cui essi affrontarono il martirio.

Da ultimo vogliamo ricordare che farsi il Segno di Croce crea come uno scudo intorno a noi, uno scudo impenetrabile ai diavoli, ecco perché dovremmo re-imparare a farlo bene, con calma, con devozione, con rispetto, con tanta fede e re-imparare a farlo tante volte lungo il corso della giornata.

Care famiglie, è importante insegnare ai figli a farsi bene il Segno di Croce, quanto bene abbiamo ricevuto dai nostri nonni/zii che ci hanno fatto vedere che non si vergognavano di farsi un Segno di Croce in mezzo alla strada passando davanti ad una Santella, oppure davanti al Cimitero, alla Chiesa parrocchiale… le occasioni sono molteplici per dire una preghiera con il corpo e dimostrare a Gesù il nostro amore.

Cari sposi, quando vi svegliate la mattina, la prima cosa da fare è mettersi al riparo dagli attacchi del nemico dietro lo scudo del Segno di Croce ed insieme ringraziare Dio che ci ha concesso un altro giorno… similmente alla sera prima di addormentarvi rimettete la vostra vita nelle mani del Signore con il Segno di Croce e come farebbe un bambino rintanandosi nella sua casetta, così rintaniamoci dietro lo scudo potente del Segno di Croce e… sogni d’oro, anzi di Paradiso !

Giorgio e Valentina.

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Apocalypse now !

La Chiesa oggi ci ha donato un brano dal libro dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo :

Ap 21,9b-14 Uno dei sette angeli mi parlò e disse: «Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello».
L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

Nella storia cinematografica si sono susseguiti molti films che parlano della famosa Apocalisse nel titolo oppure nella loro trama ; la maggior parte di essi sviluppa temi che hanno a che fare con la fine del mondo, inteso come il pianeta Terra, in modo catastrofistico ; altre pellicole trattano di lontani futuri in cui le tracce dell’uomo con le sue componenti passano in secondo piano lasciando spazio alle macchine ed ai computer ; da ultimo non possiamo dimenticare quei films che usano la parola Apocalisse per circoscrivere temi di inumana crudeltà e ferocia come quello che abbiamo ricordato nel titolo.

Ebbene, in realtà la parola apocalisse significa “Rivelazione” , quindi il mondo della cinematografia ha preso un granchio ? Per certi versi sì e per altri no. E’ vero che nel libro scritto da S. Giovanni ( o da un suo scrivano/segretario/discepolo ) si parla di eventi catastrofici, ma sono tali solo per i dannati ; tutte le catastrofi descritte nei films sono volutamente esagerate per descrivere la desolazione di un mondo disumano e senza l’uomo, ma in realtà sono niente in confronto alla vera catastrofe descritta nel libro Apocalisse : e cioè l’eternità passata senza Dio, rinnegando Dio, in compagnia del Diavolo con i suoi seguaci in quell’oscuro posto che è l’Inferno.

L’Apocalisse invece parla di una Gerusalemme celeste, di una città santa, descritta con parole meravigliose ed evocano lo splendore di una città “risplendente della gloria di Dio“, ad un certo punto l’autore non sa più quali paragoni usare, del mondo che conosciamo, per descrivere la bellezza che ha visto nelle sue visioni/esperienze mistiche.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare da questo mondo : esso è difficile, è pieno di insidie, di ostacoli, di sofferenze, di atrocità, di pericoli, di ferocia disumana, ma prima o poi tutto ciò finirà, e dopo… se perseveriamo fino alla fine ci aspetta una città risplendente della gloria di Dio, una città della quale il sindaco non sarà un corrotto, una città nella quale la raccolta differenziata sarà solo la raccolta dei frutti di opere buone, una città senza smog ed inquinamento di ogni tipo, una città dove non saremo costretti a vedere cartelloni pubblicitari indecorosi, una città dove il traffico non esiste, una città le cui porte sono sorvegliate dagli Angeli, una città in cui non ci saranno cortei blasfemi, una città dove ci sarà sempre bel tempo, non avremo bisogno di vestiti per coprirci dal freddo, non saremo costretti a fare la coda per andare da una parte all’altra, non andremo più a timbrare il cartellino alla mattina, non ci sarà bisogno di fare la spesa, non dovremo temere di incontrare nessuno che ci odia, non avremo bisogno di fare la gara tra di noi per l’autodeterminazione, nessuno schiaccerà nessuno, nessuno odierà nessuno, non ci ammaleremo più, non peccheremo più, non litigheremo più tra noi… perché il Paradiso è questo e infinitamente di più è tutto quello che non riusciamo a descrivere con le nostre misere parole.

Sono tanti gli sposi che stanno vivendo un periodo angosciato, molti stanno combattendo contro un male incurabile, molti stanno lottando contro i propri vizi o quelli del proprio coniuge, tantissimi stanno remando contro corrente per cercare di tenere in piedi la loro relazione…. CORAGGIO SPOSI, NON LASCIAMOCI CADERE LE BRACCIA perché le cose di questo mondo finiranno e poi ci sarà la Gerusalemme celeste, finalmente faremo parte della sposa dell’Agnello… sicuramente avrete notato che nella Bibbia, quando si vuol descrivere la bellezza della relazione tra un’anima e Dio si usano i termini della famiglia : nozze, sposi, fidanzati, padre, madre, figlio.

Non è un caso, proprio perché noi sposi siamo chiamati a cominciare a vivere un pezzettino di quella meravigliosa città celeste già in questa vita attraverso la grazia sacramentale del Matrimonio, è possibile cominciare a vivere già qui un anticipo di Paradiso, come quando si sente l’aroma del caffè nella stanza ancor prima di berlo… così il nostro matrimonio può diventare per Grazia una (piccola e limitata) città risplendente della gloria di Dio.

Coraggio sposi !

Giorgio e Valentina.

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La vera trasgressione …

Ecco il Vangelo che la Chiesa Cattolica ci propone oggi :

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». […]

Questo è uno di quei brani in cui la risposta di Gesù è diventata famosa anche tra i non cristiani, quali siano i motivi che portano una frase a tanta popolarità sono tuttora ignoti, forse sarà il suo apparente surrealismo… qualcuno magari si sarà chiesto se Gesù conoscesse una razza di cammelli in miniatura oppure in quale mondo avesse visto un ago dalle dimensioni enormi… un Maestro dalla fantasia a dir poco eccentrica !

I vari studiosi spiegano che forse la corretta parola originale non fosse cammello, ma gomena, cavo ( da marinaio ), altri sostengono che “la cruna dell’ago” fosse una porticina minuscola e secondaria presente nelle mura di Gerusalemme, altri ancora parlano di elefanti e non cammelli… comunque sia la corretta traduzione poco importa, perché il concetto non cambia, e cioè il contrasto estremo tra la microscopica cruna dell’ago e il mastodontico cammello.

Molti di noi si saranno cimentati da piccoli ad imitare l’abilità della nonna o della mamma nell’infilare nella cruna dell’ago da cucito quel filo sottilissimo, e ricorderanno sicuramente quanti vani tentativi prima di azzeccarne qualcuno ; e quale fierezza si provava quando finalmente si scopriva quale fosse il segreto di tale abilità !

Simpatica poi la spiegazione di Gesù ai discepoli, quasi a lasciar intendere che Lui l’avesse già visto un cammello rimpicciolirsi fino a passare per la cruna di un ago… ma secondo voi : per fare questa cosa Dio rimpicciolisce il cammello oppure ingigantisce l’ago ? La risposta è ardua ma non impossibile.

Gesù ha usato questa famosa immagine paragonando il ricco al cammello e l’ago alla porta del Paradiso. In altri articoli ( qui e qui ) abbiamo parlato della famosa “porta stretta” per cui vi rimandiamo alla loro lettura per approfondire il discorso. Oggi ci concentriamo su altri due aspetti, e cioè su cosa rende mastodontico un ricco e sul perché l’ago non si ingigantisca.

Ovviamente la ricchezza di cui parla Gesù non è solo quella dei beni materiali, il ricco è simbolo dell’avarizia, della bramosia di avere, della mai sazia sete di potere, della scalata al successo a tutti i costi ; colui che possiede ed è attaccato al suo “possesso” non è libero, ma è costretto a difendere il suo “avere”. Il ricco che ha ricchezze spirituali (autorità, potere, etc. ) le può usare in modo negativo per soddisfare il proprio ego, anche contro il bene dell’altro, oppure in modo positivo aiutando il prossimo bisognoso, ma non per il bene di chi si è fatto prossimo ma, per esempio, per tenere a bada il proprio senso di colpa per essere nato in una famiglia ricca economicamente.

E può succedere anche nel matrimonio : quando il mio ego si nutre delle continue richieste del mio coniuge, considerato incapace nel risolvere diverse situazioni e trattato di conseguenza dall’alto della mia bravura ; oppure quando impedisco al mio coniuge di interporsi tra me ed i “miei” figli (non considerati “nostri“), impedendo di fatto al mio coniuge di crescere ed affinare la pratica genitoriale ; oppure ancora quando ci si impadronisce di un servizio reso alla parrocchia e non siamo servi di questo servizio, così da sentirsi padroni di noi stessi.

Il ricco, giorno dopo giorno, ingrassa a vista d’occhio perché il suo super-ego ha continuamente fame e vuole essere sempre rimpinzato ; siccome questa fame del mondo non sazia mai, ecco allora che ha bisogno di essere continuamente alimentata ; il ricco così si ritrova addosso una zavorra che lo tiene ancorato a questo mondo impedendogli di spiccare il volo… oppure usando la terminologia del Vangelo di oggi possiamo dire che il ricco ingrassa a dismisura. Il ricco è pieno di sè.

Non è un caso che questo tema della ricchezza, proposto in questi giorni dai vari brani di Vangelo, sia posto nei giorni seguenti alla solennità dell’Assunta, come a dirci che la Madonna è l’esatto contrario di quel ricco che non entra nel regno di Dio, la Chiesa ce la pone come modello ; infatti Ella non fu così “obesa di sé” come quel ricco, al contrario Lei, si vuotò di sé stessa ( del proprio super-ego ), riempiendosi così di Dio : infatti è “la piena di Grazia”.

Carissimi sposi, vogliamo imitare Maria , vogliamo riempirci di Grazia ? Cominciamo a svuotarci dei nostri super-ego altrimenti la Grazia non trova posto nel nostro cuore.

Un’ ultima considerazione circa l’ago e la sua cruna. Molti sposi pensano che per entrare nel regno di Dio non serva “dimagrire” loro stessi, ma sia più utile ingigantire la cruna di quell’ago ( oppure allargare la porta stretta che porta in Paradiso ). Questa è una tentazione a cui molti sposi abboccano, pensando infatti di farsi una legge morale da se stessi, prendendo dal Vangelo ciò che piace, e respingendo ciò che richiede sforzo e fatica, lacrime e sudore, insomma tutto ciò che esige la conversione personale e di coppia.

Un esempio classico è l’uso della regolazione naturale della fecondità : la fecondità viene vissuta come un dono da accudire con intelligenza ma anche con fiducia nella Provvidenza oppure come un nemico della nostra sessualità ?

Molti lettori penseranno alla solita solfa sugli anticoncezionali, ed invece noi vogliamo riportare il discorso all’inizio : devono essere gli sposi a rimpicciolirsi per passare dalla cruna dell’ago o deve essere l’ago ad ingrandirsi alla loro misura ?

Coraggio cari sposi, la vera trasgressione è vivere il Vangelo integralmente e con Dio anche l’impossibile diventa possibile.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 15

Naturalmente i gesti di affetto e di amore non possono limitarsi ai baci, sia nei confronti di Dio che nei confronti dell’amato/a, ma lo capiremo meglio proseguendo nell’analisi dei rituali ; il Messale, quel libro che contiene le norme e le indicazioni valide per la celebrazione della S. Messa, a cui tutti i sacerdoti debbono attenersi, ad un certo punto recita così :

Il sacerdote, con i ministri, si reca alla sede. Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote e i fedeli, in piedi, si fanno il Segno della Croce. Il sacerdote, rivolto al popolo, dice : Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Ad un lettura superficiale, le indicazioni sembrano essere solo di carattere logistico e poco più, ma non dobbiamo dimenticare che la Liturgia è la fede celebrata ( o almeno dovrebbe esserlo ), per cui ogni singolo gesto non ci appartiene, ma dice della nostra fede singolare e comunitaria che ci è stata consegnata da quasi 2 millenni ad oggi.

Vi siete mai chiesti perché il sacerdote si debba recare alla sede ? Perché è la sede da cui Gesù ci parla, presiede come unico e sommo sacerdote alla divina liturgia e lo fa attraverso un mediatore, il sacerdote appunto. E’ come se il sacerdote prestasse ” in comodato d’uso ” il proprio corpo a Gesù, che è il vero e unico sommo sacerdote in eterno ; certo, noi vediamo un uomo, ma lì c’è nascosto Gesù che opera. Leggiamo infatti, sempre dal Messale :

La natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del vescovo e del presbitero, in quanto offrono il sacrificio nella persona di Cristo e presiedono l’assemblea del popolo santo, è posta in luce, nella forma stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione […] è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, Sommo Sacerdote della nuova alleanza […] Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche

Ed è per questo motivo che il sacerdote è tenuto ( non è un consiglio, ma un obbligo ) a vestirsi, o meglio a rivestirsi delle vesti liturgiche proprie , perché in quel momento supremo lui deve “scomparire” per lasciare spazio a Gesù ; l’uomo fa un passo indietro per lasciar agire Gesù, il Quale è e deve essere il vero e reale protagonista della Messa, l’umano deve nascondersi per dare spazio al divino. Tralasciando ora il significato di ogni abito e accessorio, ci sembra utile domandarsi perché abbiamo fatto accenno all’obbligo delle vesti sacre per il sacerdote e gli eventuali ministri.

Proprio perché la Messa non è solo un’aziona umana, essa deve richiamarci tutti alle realtà celesti, al Paradiso, alla “S. Messa eterna”, e quindi deve avere alcune caratteristiche che non sono di questo mondo, a cominciare dagli abiti, i canti, i gesti, le parole, il modo di stare, il silenzio ; quando stiamo a Messa, tutto quello che viviamo e ciò che ci circonda dovrebbe esser d’aiuto per farci vivere un pezzetto di Paradiso.

Ecco perché il sacerdote si deve rivestire degli abiti sacri non a sua discrezione, ma seguendo le varie norme, proprio a significare che l’azione che sta svolgendo non lo vede come primo attore, si veste per assolvere ad un ministero, non per apparire più bello, ma perché l’attore protagonista deve essere Gesù ; quando il popolo guarda all’altare dove c’è il sacerdote, deve poter scorgere Gesù, il quale agisce attraverso l’umanità del sacerdote stesso, perché l’umano si è nascosto sotto le vesti sacre. E le vesti sacre, spiega ancora il Messale, devono splendere per dignità e decoro, anche la bellezza degli ornamenti deve richiamare l’azione sacra, perché il focus di tutto ciò è aiutare l’umano a “mettere un piede in Paradiso” e “dire” che quello che si sta compiendo è azione di Cristo e della Sua Chiesa ; quindi guardando il sacerdote in sede dovremmo vedere Gesù che, come un direttore d’orchestra, sta nel posto che gli spetta per dare inizio alla Divina Liturgia.

Care famiglie, volete un assaggio di Paradiso ? Partecipate alla S. Messa, infatti potremmo paragonarla con un’immagine semplice e simpatica, ad una sorta di aperitivo del Paradiso, come se fosse uno “spritz” del Cielo ( N.B. per i bresciani : sostituire la parola “spritz” con la più adeguata “pirlo”).

Questa riflessione sulle vesti sacre ci dà l’occasione di riflettere sugli abiti che anche noi indossiamo la Domenica. Se è vero che riteniamo la Domenica un giorno diverso da tutti gli altri, se addirittura la riteniamo un giorno sacro da consacrare al Signore in maniera più intensa, perché spesso ci vestiamo con la prima cosa che troviamo nel guardaroba ? Purtroppo abbiamo assistito a scene tra il grottesco ed il commiserabile, con persone che ritengono normale entrare in chiesa mettendo in mostra tutto il loro sex-appeal, e con altre che arrivano in tenuta da spiaggia riempiendo la chiesa di sabbia grazie alle loro fantasiose infradito.

Ci piacerebbe vedere le fotografie dell’album di nozze di queste persone, scommettiamo che non erano con le infradito e non indossavano la prima t-shirt trovata nel guardaroba ?

Le nostre considerazioni non hanno l’intenzione di offendere nessuno ovviamente, ma vogliono ribadire che se è vero che l’abito non fa il monaco, è pur vero che il monaco, l’abito lo deve indossare ! Abbiamo visto come sia importante che ogni realtà che ci circondi debba parlare di Dio, della Messa eterna, del Paradiso… quindi anche il nostro abito deve essere un aiuto per chi ci vede, la dignità dei nostri vestiti deve dire quanto per noi sia importante la Domenica, ed in particolare, la S. Messa. Non si tratta di indossare abiti costosissimi confezionati dai sarti più famosi del mondo, ma di avere quello stile sobrio et elegante che contraddistingue il cristiano.

L’antica usanza di avere il vestito bello della Domenica, così come le scarpe della Domenica sempre pulite, non è andata in pensione, infatti in casa nostra essa gode di ottima salute ; la Domenica deve essere, per quanto ci è possibile, un’angolo di Paradiso, ecco perché anche il vestito “dice” dell’importanza di ciò che vivo. Non possiamo negare che se sono vestito elegante, sto dicendo che l’evento a cui partecipo ha per me una grande importanza.

Ci sono persone che si vestono meglio ad un colloquio di lavoro che alla Domenica a Messa, forse che quest’ultima è meno importante di un colloquio di lavoro ?

E non possiamo neanche nasconderci dietro alla retorica frase : “tanto il Signore vede il cuore”…. noi rispondiamo sempre che Lui vede il cuore, sì, ma noi vediamo l’esterno, e, se sei vestito come quando fai giardinaggio, il tuo corpo ci sta dicendo che per te la Messa ed il giardinaggio si equivalgono.

Coraggio famiglie, riprendiamo l’antica e mai superata usanza del “vestito bello della Domenica“.

Vedrete che poco a poco il primo cuore a cambiare sarà il nostro, cambierà il nostro personale modo di vivere la Domenica e la Messa, ma aiuteremo anche chi ci vede, a cominciare dal nostro/a amato/a… non trascurate di farvi belli anche per lui/lei !

Perché sei elegante oggi ? Perché oggi è Domenica !

Giorgio e Valentina.

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La solitudine tra noi …

Come di consueto ci lasceremo provocare dalla Parola, ecco di seguito uno stralcio del Vangelo proposto oggi dalla Liturgia :

Gv 12,24-26 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. […]

Naturalmente le prediche e le riflessioni di tutti gli autori classici che formano il Magistero perenne della Chiesa Cattolica, si concentrano sulla seconda parte della frase, e quindi sul fatto che la morte del chicco è vita abbondante per tanti altri, mettendo in luce come Gesù in realtà stia parlando di sé stesso paragonandosi a questo chicco. Perciò non ci soffermeremo su questo tema che è abbondantemente trattato negli scritti classici così come nelle prediche dei nostri sacerdoti per non sovrapporci ad essi quasi da fare antagonismo, ci soffermeremo invece sulla prima parte della frase.

Avete notato che questo chicco non viene mandato dal mugnaio per divenire farina ( altro tema ricchissimo ) ?

Avete notato inoltre, che questo chicco sembra avere potere decisionale di morire oppure no ? Da quando i chicchi di grano hanno queste facoltà ? A noi non risulta. Noi sappiamo che il contadino semina il chicco di grano, e con i dovuti trattamenti e presupposti, esso dona nuova vita ; viviamo in campagna, ma non abbiamo mai visto i nostri compaesani contadini parlare alle sementi per convincerli a morire così da generare nuove piantine.

Perché allora Gesù sembra attribuire ai chicchi questi poteri ? Ma che tipo di contadini conosceva Gesù ? Forse che in Israele, ai tempi di Gesù, i contadini parlassero alle sementi per convincerli a suicidarsi fosse cosa nota ?

E’ interessante notare come Gesù parli non di un chicco che vuole restare vivo perché la vita è giustamente ritenuta importante, soprattutto se è quella eterna ; ma Gesù parla di un chicco che resta vivo , ma solo.

Già una nota cantante romagnola cantava : ” la solitudine tra noi …. è l’inquietudine di vivere la vita senza te. “, come a dire che la solitudine e l’inquietudine non sono vivere , è meglio morire piuttosto che vivere nella inquietudine di restare senza l’amato/a. La canzone esprime il sentire popolare, e cioè che vivere senza amore non è vivere, praticamente è come sopravvivere ; senza amore e quindi senza donazione di sé, diventeremmo come degli zombie che camminano.

Ed in effetti il chicco che non muore resta vivo ma solo, sempre che possiamo definirlo “restare vivi”, sarebbe meglio parlare di sopravvivenza, quel chicco senza la donazione totale che l’amore richiede diventa come quegli zombie ambulanti. E così succede a noi sposi quando vogliamo trattenere la vita/l’amore solo per noi stessi, quando non c’è il dono totale, diventiamo zombie ambulanti ; sì, forse restiamo in vita, ma che vita è una vita che si nutre della solitudine, della inquietudine ? Possiamo ancora definirla vita ?

Ci capita spesso di vedere coppie che sembrano vive perché si riempiono di cose materiali o riempiono il proprio tempo correndo dietro alle voglie, alle mode del mondo che cangiano continuamente ; ma noi, con “l’occhio clinico” vediamo come tutto ciò sia un tentativo ( fallace ) di riempire un vuoto interiore, sicché avvertono il bisogno di continui nuovi stimoli che il mondo ( che li vuole fagocitati continuamente ) offre per attirarli nella propria rete. E così avviene che, una volta che il surrogato di felicità ha esaurito il proprio effetto, non avendo più nulla da dare di nuovo, viene tostamente sostituito da una altro surrogato e così via… ma gli zombie sanno di essere zombie oppure pensano di essere vivi semplicemente perché camminano ?

Quando invece incontriamo coppie che si donano generosamente l’uno all’altra ed insieme ai figli ed alla Chiesa intera, subito si nota come le mode ed i surrogati di felicità che il mondo offre, su di essi non facciano presa ; sono forse essi estranei a questo mondo ? No, lo vivono, ma non gli appartengono ! Il mondo tenta di offrire loro i soliti surrogati di felicità, ma non riesce a trovare in loro dei clienti perché essi godono già di una vita in pienezza semplicemente vivendo quello che Dio ha riservato loro nel sacramento del matrimonio.

Cari sposi, desiderate essere felici e non sopravvivere come gli zombie ? Seguite gli insegnamenti di Gesù “c’è più gioia nel dare che nel ricevere” … “mi sento sempre triste” …. ti stai donando gratuitamente e completamente come insegna Gesù ?

Desiderate che la vostra coppia sia feconda di nuova vita/amore per molti altri ? Seguite gli insegnamenti di Gesù “se il chicco muore, produce molto frutto” … “non ci sentiamo fecondi” ( da non confondere con la fertilità biologica ) …. state morendo a voi stessi come quel chicco di grano ?

Cari sposi , se non portiamo frutti/fecondità dalla nostra vita sacramentale è colpa di Gesù che non mantiene le promesse fatte oppure siamo noi sposi che non doniamo tutto gratuitamente ?

Coraggio sposi, anche oggi ci è data una nuova opportunità di vita nuova, approfittiamone !

Giorgio e Valentina.

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Questo è mio e non te lo do !


In queste settimane estive la Liturgia insiste sul tema del “pane vivo disceso dal cielo” con i discorsi di Gesù ed i suoi miracoli. Leggiamo una parte parte del Vangelo proposto ieri :

Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 14,13-21 ) Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati : dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Su questi temi la Chiesa con il suo Magistero è ricchissima e quindi non inventiamo niente di nuovo, ma cerchiamo solo di “girare la frittata” in chiave sponsale, grati ai tanti predicatori che si spendono ( e si sono spesi nei secoli ) per proclamare in tutte le salse la bontà, la santità, le meraviglie, le bellezze, la grandiosità, la sublimità dell’Eucarestia, cioè di quel “pane vivo disceso dal cielo” a cui accennavamo all’inizio.

Ci sembra opportuno soffermarsi sulla risposta di Gesù, quel “portatemeli qui“. Vogliamo ricordare l’importanza di riconoscere di avere tra le mani quel poco che, se resta in mano nostra, rimane tale, se invece viene dato a Gesù, ci penserà Lui a moltiplicarlo e ne farà pure avanzare dodici ceste. Detta così è semplice e sbrigativa, ma alla resa dei conti, sappiamo essere ben più complicata la faccenda.

Ci soffermeremo su due atteggiamenti : la lagna e la “avarizia spirituale“.

Per non sentire le lagne dei lettori, cominceremo a trattare la lagna. Quante volte incontriamo coppie di sposi che si lagnano in continuazione : …ecco, noi non siamo così bravi come voi ( voi, chi ? ), noi non guadagniamo tanto, noi non abbiamo tutto questo ( quale ? ) tempo, noi non abbiamo tanta fede come voi ( …ancora voi, chi ? ), noi non abbiamo doni straordinari come voi ( ..siamo fissati con questo voi, eh ? ), noi non abbiamo ecc……. d’accordo abbiamo capito, ma invece cosa avete ? Qualcosa ce l’avrete pure voi come tutti gli sposi nel sacramento, o no ?

Coraggio sposi, cominciate a fare un elenco di quello che già avete, cominciate ad aprire lo zaino della vostra vita a due, del vostro matrimonio sacramento, cominciate a sbirciarvi dentro e troverete anche voi i vostri 5 pani e 2 pesci.

Abbiamo una casa piccola… usatela nella grazia di Dio e diventerà una Reggia di Caserta in mano al Signore.

Abbiamo mezz’ora al giorno libera… usatela nella grazia di Dio e vi scorderete le lancette dell’ora.

Abbiamo solo uno stipendio… ringraziate Dio nella sua Grazia e la Provvidenza non tarderà a farsi viva alla porta.

Abbiamo solo doni semplici… coltivateli in grazia di Dio e diventeranno carismi per la Chiesa intera.

Cari sposi, non vi ricordate quella Parola : “A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.” ? Quindi, il problema della sterilità spirituale del nostro matrimonio è da attribuirsi a Dio o siamo noi che ci fidiamo sempre troppo poco della Parola di Dio ?

In realtà, il problema non consiste nella Parola che è fin troppo chiara, ma siamo noi sposi che spesso siamo avari spiritualmente, ed ecco che è arrivato il momento di affrontare il secondo atteggiamento sopracitato.

La ” avarizia spirituale” è come un freno a mano sempre tirato mentre pretendi di viaggiare a 130 Km/h in autostrada oppure è come stirare 200 camicie col ferro da stiro spento . Non importa quanto è lunga la lista di ciò che trovate nel vostro zaino del matrimonio, non importa se avete 2 pani e 5 pesci, o se invece avete 1 pane e 1 pesce, oppure anche 20 pani e 3300 pesci, il problema è che la avarizia spirituale non ci consente di consegnare tutto, ma proprio tutto, quello che troviamo nello zaino a Gesù senza pretese, senza lagne, ma con gratitudine e ferma fede/fiducia, ci penserà poi Lui a compiere il miracolo della moltiplicazione facendo addirittura avanzare 12 ceste piene.

L’unico atteggiamento richiesto da Gesù è : ” portatemeli qui ! “.

Cari sposi, coraggio ! Il Signore Gesù aspetta solo questo da noi, la consegna gratuita, poi ce ne sarà in abbondanza per noi e per la Chiesa intera perché Lui è uno sprecone in questioni di amore.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 14

Una volta giunto all’altare, il sacerdote compie le dovute riverenze/inchini all’altare del Sacrificio, se passa davanti al Tabernacolo farà la genuflessione di adorazione, quando c’è una solennità è prevista anche l’incensazione dell’altare e/o ad una statua/effige della Madonna o di qualche altro santo celebrato in quella specifica occasione, nonché incensazione alla Croce, ed una volta terminati questi gesti si rivolge al popolo convenuto.

Vi siete mai chiesti perché il sacerdote non esca dalla sagrestia come un vip che esce dalle quinte dandosi in pasto agli applausi ed alle ovazioni del pubblico ? Perché prima fà le riverenze all’altare ed agli altri oggetti sacri ?

La motivazione sta nel fatto che il primato è di Dio e deve rimanere tale… ricordate il primo e più grande comandamento, citato anche da Gesù ? “Amerai il Signore Dio tuo con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente e il prossimo tuo come te stesso.” Quindi il primato è di Dio, quello poi che si compie come atto d’amore verso gli altri dovrebbe essere la manifestazione, il riflesso, l’incarnazione, la testimonianza dell’amore verso Dio, che è la fonte dell’amore, anche di quello verso il prossimo.

E così il sacerdote ci dà l’esempio di come orientare anche la nostra relazione sponsale : prima l’amore verso Dio e poi verso il nostro consorte… dove prima e dopo non sono necessariamente avverbi da vivere in modo cronologico ma sono da intendere in una gerarchia di importanza ; il prima di Dio non può ignorare le istanze del mio consorte. Lo rendiamo esplicito con un esempio concreto e molto semplice, quasi grottesco : se vedo il mio consorte subire un attacco allergico ed è in shock anafilattico non posso ritardare il suo soccorso perché devo finire di recitare il Rosario o le litanie… quando avrò finito allora lo soccorrerò ! Sicuramente quando avrò finito le litanie e il Rosario avrà finito anche lui/lei… di respirare per sempre però ! In questo caso il mio amore verso Dio si esprime nel soccorso al mio coniuge.

Proseguiamo nei rituali : è interessante notare che il sacerdote dà un bacio all’altare del Sacrificio prima di iniziare la S. Messa, certamente è un bacio di venerazione, devozionale e simbolico, ma ciò non dà in alcun modo il permesso al sacerdote di farlo in malo modo o distrattamente, ancor meno di non farlo ; tutto questo affinché il bacio del corpo sia l’esternazione di ciò che avviene nell’anima.

Ma non vi viene in mente un altro bacio prima di un Sacrificio ? Il nome di Giuda Iscariota non vi dice niente ? Quel bacio ha segnato la storia per sempre.

Questo bacio rituale ha, tra le altre intenzioni, quella di riparare al bacio traditore di Giuda Iscariota con un bacio di profonda venerazione… quanto è salutare infatti che il sacerdote, mentre bacia l’altare, si ricordi di quel bacio nel Getsemani dato poco prima di cominciare il Sacrificio della Croce, così da avere una ammonizione verso se stesso prima di cominciare il Sacrificio dell’altare badando di non essere a sua volta un traditore ( perché poi dovrà ri-baciare l’altare alla fine della Messa ).

E noi sposi, quale occasione migliore per fare una diagnosi sui nostri baci ? I nostri baci sono solo simbolici o sono l’incarnazione del nostro amore e del nostro affetto ?

Abbiamo quindi l’occasione di vivere questi primi momenti della S. Messa interrogandoci sui nostri baci, cioè sulla manifestazione corporea del nostro amore vicendevole. Troppo spesso vediamo coppie di sposi che non si scambiano mai in pubblico nemmeno uno sguardo di tenerezza, non si fanno mai una carezza l’un l’altro, un gesto affettuoso o di attenzione, un bacetto anche sfuggevole… può darsi che siano cresciuti da bambini in un ambiente un pochino “asettico”… oppure sono troppo pudici… ogni coppia ha la propria storia, ma si percepisce quando tra i due non ci sono scambi affettuosi di tenerezza… non si danno mai un bacio neanche per sbaglio !

L’amore/l’affetto va alimentato giorno dopo giorno altrimenti prima avvizzisce e poi muore. Possiamo testimoniarvi che è meglio darsi 30 baci sfuggevoli tutti i giorni (magari quei giorni che stiamo insieme senza l’incombenza del lavoro ) che scambiarsene solo due intensi al giorno, perché anche quelli sfuggevoli dicono il nostro affetto ed insieme lo alimentano… anche noi nella vita ordinaria ci vediamo solo la mattina e la sera ( dopo le 22 anche ), però non manchiamo mai di scambiarci baci/abbracci al mattino per fare il pieno ed alla sera dobbiamo rifocillarci dei baci/abbracci non dati durante il giorno … e ritorna il sereno.

Cari sposi, come sono i nostri baci, come quello di Giuda Iscariota o come quelli che Maria Maddalena diede ai piedi di Gesù ?

Per concludere, ripensando al bacio che il sacerdote dà all’altare del Sacrificio, accenniamo ad una tematica sponsale che approfondiremo più avanti : il nostro altare del sacrificio, l’altare sopra il quale noi ci doniamo interamente al nostro consorte, l’altare sopra il quale noi ci diciamo l’un l’altro “questo è il mio corpo per te” è il nostro letto matrimoniale. E come lo trattiamo il nostro letto matrimoniale ? Diventa forse il luna park dei figli oppure è trattato con devozione e delicatezza ? Riempiamo di “baci” il nostro altare/letto matrimoniale oppure lo trattiamo come un campo incolto ?

Coraggio sposi carissimi, approfittiamo di questa Domenica per riempire di baci l’amato/a .

Giorgio e Valentina.

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