Fede e Chiara: due mendicanti d’amore.

La coppia perfetta si è dimostrata meno perfetta di quello che hanno voluto farci credere. Non sono bastati soldi, attici, fashion week, riflettori, tate e salotti della società che conta. Alla fine i Ferragnez sono tornati a essere Fede e Chiara. Una giovane coppia di sposi e di genitori che è diversa ma nel contempo uguale a tutte le altre coppie. Fede e Chiara come probabilmente si chiamano nella quotidianità. Una quotidianità che non si spegne quando si spengono i riflettori delle stories o dei reel Instagram.

Il mio primo pensiero va a Vittoria e Leone i due piccoli figli della coppia che hanno avuto tutto e che probabilmente stanno perdendo quello che davvero c’è di importante in una famiglia: l’amore e la comunione.

Una preghiera poi per Federico e Chiara. Non sono riusciti a trasformare la coppia in un noi. Non sono riusciti a farsi carico l’uno della vita dell’altro. Non sono riusciti a fare quel salto di qualità che fa di una relazione un matrimonio: non essere più due mendicanti che cercano di prendersi l’un l’altro qualcosa (tenerezza, intimità, sicurezza ecc) ma due persone che sanno di essere preziose e risolte e che vogliono restituire qualcosa di quell’amore grande che hanno sperimentato l’uno all’altro. Solo così, quando l’amore è gratuito, si tratta di vero amore.

Un pensiero infine a tutti i fan di questa coppia. Quanto successo può dare un altro colpo alla già traballante reputazione dell’istituto del matrimonio. Tanti sono disillusi e scoraggiati. Tanti non credono che una relazione possa durare tutta la vita. Neanche Chiara e Federico sono riusciti. Eppure sono così belli, così popolari, così perfetti. Se non sono riusciti loro come possono farcela gli altri, i normali e i mediocri?

Sono sempre più convinto che il matrimonio nella nostra società non sia per tutti. Ormai è diventato una scelta incomprensibile, ancor prima che impossibile da onorare. Per questo il matrimonio trova un senso profondo solo all’interno di un cammino di fede. Solo quando si fa esperienza dell’amore di Dio possiamo comprendere come sia bello e quanto dia senso cercare di amare come Lui ci ama. Solo così saremo pronti a promettere davvero il per sempre. Ne è convinta anche la Chiesa che si sta interrogando quanto sposarsi senza una fede matura sia causa di nullità. Perché siamo troppo fragili per farcela da soli. Solo attingendo a Cristo possiamo amare senza condizioni. Cari Federico e Chiara vi auguro di incontrare l’Amore e allora forse troverete la forza di amarvi davvero e di essere degli influncer di Dio.

Antonio e Luisa

“Se Dio è con noi siamo la maggioranza”

Questa frase, pronunciata da San Giovanni Bosco, ben riassume le catechesi con cui Don Renzo Bonetti e Padre Luca Frontali hanno incoraggiato il gruppo di blogger ed evangelizzatori social che si sono dati appuntamento domenica 18 febbraio 2024 presso l’auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). A tratti non mi sembra ancora possibile di far parte di questa rete, meravigliosa e variegata, piena di carismi diversi ma tutti importanti e preziosi. Il Buon Dio ha voluto farmi davvero un dono grande nel permettermi di conoscere persone, coppie, famiglie e associazioni che spendono vita, energie, immaginazione e buona volontà per la fede, nella logica squisitamente evangelica del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8); sapere che non si è un piccolo Davide davanti al Golia del mondo è davvero rassicurante e ci permette di proseguire sulle strade di Cristo con la certezza di non essere soli ma di avere vicino tanti fratelli e sorelle che camminano nella stessa direzione.

Questa rete di testimonianze cristiane, diffuse attraverso vari social network, è qualcosa di assolutamente inedito nel panorama nazionale; ci è stato ribadito, domenica, con forza e chiarezza, per renderci consapevoli – e nello stesso tempo responsabili – di ciò a cui ci sta chiamando Gesù: un progetto grande ben più di ognuno di noi e ai quali dobbiamo guardare non come un punto di arrivo ma di partenza.

Lo Spirito Santo dev’essere il collante, il “septiformis munere” che guida e illumina contenuti, post e quanto pubblichiamo online, affinché sia sempre veicolo autentico e veritiero della Buona Novella. Le nostre parole, insomma, non devono mai tradire né adombrare la Parola, l’unica vera, certa ed eterna e l’affetto sincero deve accompagnare i nostri rapporti, fondati sulla roccia che è Cristo, il quale ci ha detto che“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35), in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19”).

La ricchezza dello scambio, infatti, non è solamente tra noi – blogger, scrittori, evangelizzatori, animatori liturgici, volontari di associazioni, conduttori radiofonici ecc … – ma soprattutto con il nostro pubblico o con i fruitori dei servizi che offriamo; la collaborazione, insomma, non è ristretta o riservata, anzi, si rivolge a tutti, nella diversità degli aspetti trattati e nella comunione con Cristo, per Cristo e in Cristo. Che potenza straordinaria in tutto questo! L’unione non fa solo la forza ma piuttosto la differenza; come dico spesso, da sola posso fare poco ma insieme possiamo fare qualcosa di davvero nuovo: comunicare la bellezza e la gioia della fede. La cosa ancora più eccezionale è che lo scambio non è mai a senso unico ma si muove in entrambe le direzioni: dono quanto ricevo e viceversa, in una scambievole e rinnovatrice fonte di informazioni, stimoli e preghiere.

Il testimone insomma, e ciascuno di noi è chiamato ad esserlo, riceve qualcosa senza trattenerlo per sé ma donandolo a sua volta, allineandosia ciò che proclama il Salmo: “la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice” (Sal 19, 8). Nessuno è un super-eroe ma con la forza di Gesù si diventa capaci di proclamare ed annunciare le meraviglie del Suo amore nel contesto in cui siamo chiamati non solo a testimoniare ma a vivere.

Seppur la nostra rete graviti intorno alla sacralità del sacramento del matrimonio, gli argomenti toccati sono molteplici: Padre Luca ne ha evidenziati ben tredici e chissà Dio, nei suoi piani, che altro vorrà donarci per condurci alla pienezza. Il Cielo è generoso oltre ogni umana immaginazione e risponde a una logica che è vantaggiosa innanzitutto per noi, laddove si concretizza nel “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6, 38); questa misura, che quasi non si può contenere, è tutto ciò che manca al mondo e ai suoi meccanismi, sempre improntati al guadagno, al risparmio di tempo e di denaro, all’utilitarismo cieco che finiscono con lo svuotare di senso le relazioni, i sentimenti e le amicizie, travolgendo tutto e tutti con un vuoto cosmico che sembra fagocitare qualsiasi sprazzo di bello sia rimasto in questa vita. Ma noi siamo stati creati per cose ben più belle e durature!

È importante capire che, se sono in grado di veicolare contenuti spirituali, sui social è possibile spendere anche del tempo di qualità, per arricchire le giornate – o i ritagli di tempo – con qualcosa di veramente prezioso, ben al di là di reel o post che, pur magari attraendo con immagini e musiche di tendenza, si scoprono poi essere decisamente carenti, se non totalmente vuoti, di concetti meritevoli non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello umano o educativo. Se è vero, infatti, che dovremo rendere conto a Dio di ogni istante della nostra vita, capiamo che l’urgenza della presenza cattolica sui social è quanto mai indispensabile e necessaria. Che gioia sapere che Maria ci chiama ad essere le sue “mani tese”, come più volte ha detto a Medjugorje! Rimanendo uniti a Gesù e tra di noi siamo davvero la maggioranza più forte ed importante che si sia, capace di attirare moltissime persone perché, lungi dal criterio del numero chiuso,  “il Signore è vicino a chiunque lo invoca” (Sal 145, 18).

Tutti siamo chiamati a collaborare, a testimoniare, ad annunciare perché basta un’immagine, una massima, una condivisione a far circolare la fede. Certo, l’impegno costante porterà frutti maggiori senza e solo se si mette al centro Dio. Concludo lasciandovi una frase che ci ha detto Don Renzo domenica: “I blogger sono i missionari moderni: seminano comunicazione per raccogliere comunione“.

Fabrizia Perrachon 

Solo una rinuncia o una vera scelta di vita?

Recentemente una donna mi ha posto questa domanda: Mi sono separata e successivamente ho conosciuto un uomo bravo, che mi riempie di attenzioni, che sa stare con i figli e che non lascerei per niente al mondo. Se fosse capitato a te, avresti rinunciato a tutto questo?”.

È una domanda simile a tante altre e che si può riassumere così: “Per quale motivo dovrei rinunciare a un qualcosa che io reputo bello, buono e che mi fa stare bene?”. Sinceramente è una domanda che mi sono fatto anch’io diverse volte, durante i vari anni e che deve trovare una risposta non banale, non superficiale o dettata da un sentimento momentaneo.

Innanzitutto, la parola rinunciare la percepisco come una nota stonata su una scelta di tutta una vita, perché mi richiama alla mente un qualcosa di negativo: è vero, ora siamo in Quaresima e siamo chiamati a fare qualche rinuncia, un fioretto, qualcosa che ci richiede un piccolo sacrificio; c’è chi rinuncia ai dolci, chi a Instagram o a qualche vizio, per togliere tutto quello che ci appesantisce nel cammino e che ci porta lontano da Quello che realmente conta.

Tuttavia si tratta di un periodo ben preciso e limitato, quaranta giorni, appunto, non mesi, anni o tutta la vita. Ritengo infatti che fare una scelta di vita e percepirla come una rinuncia, non può essere sostenibile o comunque mette già in conto numerose cadute o momenti in cui, per vari motivi (come stanchezza, stress, problemi vari), il vaso sarà talmente colmo da farci perdere il controllo.

Inoltre, non tutto quello che noi percepiamo come bene e bello, è effettivamente così, basti banalmente pensare ad esempio a chi fuma o a chi esagera nel bere: c’è qualcosa di piacevole che ci attira, ma alla fine il ritorno non è positivo per il nostro corpo; per questo motivo esistono il Vangelo e i comandamenti, per farci capire cosa è giusto e buono.

Specialmente all’inizio, quando mi sono separato a 37 anni, non avrei avuto difficoltà a trovare una ragazza, perché, anche se non ero interessato a frequentare altre persone, ho ricevuto delle proposte esplicite e mi sarei potuto “divertire”, secondo come la pensa il mondo.

Sarei un ipocrita se negassi di aver fantasticato a volte su quella che potrebbe essere stata la mia vita “se avessi accettato”, “se fossi uscito”, magari a quest’ora mi sarei trovato anche con altri figli; tuttavia, puntualmente, arrivo alla conclusione che non ho rinunciato a niente, ho solo scelto una strada, quella che reputo migliore, perché, anche dopo notti di passione, mi sarei comunque ritrovato solo con me stesso a domandarmi: “sto facendo una cosa giusta, cos’è davvero l’Amore, perché viviamo, perché accadono le cose, qual è lo scopo della vita e davvero con la morte finisce tutto?” (tralasciando poi il fatto che il mio benessere/egoismo sarebbe stato in contrasto con il bene delle figlie che hanno bisogno solo di un papà e di una mamma).

Aggiungo poi che, frequentando persone divorziate riaccompagnate o risposate, non è tutto oro quello che luccica: ci sono sempre difficoltà da superare, litigi e situazioni davvero complesse da gestire quando convivono figli delle precedenti relazioni e a volte anche quelli della nuova unione. San Francesco all’inizio amava i vestiti belli, trascorreva le giornate con gli amici, tra feste e divertimenti, desiderava diventare cavaliere, ma ad un certo punto “ha rinunciato” a tutto questo, o meglio, ha capito che non era la strada migliore da percorrere in questa vita per arrivare alla Vera pace, la perfetta letizia.

Se non si fosse spogliato dei suoi abiti, avremmo avuto un mercante in più e invece, grazie a lui, abbiamo avuto un benefattore dell’umanità che ha stravolto la chiesa di allora, con frutti numerosissimi ancora oggi, tanto da farlo diventare Patrono d’Italia, altro che mercante!

Scoprire che posso amare tante donne come sorelle senza andare oltre un abbraccio e che posso considerare i bambini che incontro come figli miei, anche se non li ho generati fisicamente, ha fatto si che la mia vita abbia preso una svolta inaspettata anche per me, dove anche la castità non è una rinuncia, ma un amare diversamente, a 360 gradi, senza barriere e confini di nessun tipo.

La croce, infatti, non è una scelta masochistica o da pazzi come molti credono, ma un abbassarsi per dare la vita, per servire e per amare ancora più intensamente: mi rendo conto che non è facile capirlo, ma se nostro Signore, Creatore di tutto, è venuto sulla Terra, non per essere servito e riverito, ma per morire per noi, allora significa che quella è la strada giusta. Credo non solo alla promessa che ho fatto a mia moglie, ma soprattutto a quella che ho fatto a Dio, cioè quella di esserGli fedele per tutta la mia vita, indipendentemente da quello che accade.

Dentro di me sento che sto facendo del bene a me stesso e alle persone che mi stanno intorno, a cominciare dalle figlie (e lo vedo dai numerosi frutti in questi dieci anni); infine credo sia evidente a tutti quanto i tradimenti, le separazioni e i divorzi influiscano sulla società in cui viviamo, dove alla base della violenza, spesso ci sono comportamenti che vanno contro la famiglia, cellula della comunità, formata da uomo/donna che rappresentano insieme il volto con cui Dio ha scelto di mostrarsi fin dall’inizio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Che ora è oggi?

Dall’acclamazione al Vangelo di questo Lunedì:

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,2b)

Il mondo odierno sembra essere riuscito nel suo intento di convincere molti cristiani che la fede cristiana serva solo per guadagnarsi un posto in un fantomatico aldilà, ma che concretamente non c’entri nulla con questa vita. Ma siccome il Signore ha altri canali di trasmissione che non sono quelli che usa il mondo, ecco che la Sua Parola ci ricorda che la nostra vita futura (eterna… ricordiamocelo) si gioca tutta in questa corta vita : ” 70, 80 per i più robusti” recita il Salmo 89.

Se ci pensiamo bene la misura è esageratamente sproporzionata, è come paragonare una goccia ad un oceano… sarebbe qualcosa come un investimento finanziario di 1 centesimo per guadagnare 10 miliardi. Capite la proporzione? E’ incalcolabile, ma del resto il nostro Signore agisce così, quando si tratta di amore è uno “sprecone”, non bada a spese, diremmo.

Se la guardiamo così, la vita terrena appare proprio un investimento: cosa sono 80 anni in confronto all’eternità? Niente. Eppure il Signore ha deciso di giocare il tutto per tutto negli anni che concede ad ognuno di noi in questa vita. Lui non si lascia scappare nemmeno un secondo per donarci la Sua salvezza, e noi?

Non saremo mica di quelli che: intanto vivo come mi pare… domani mi convertirò… vero? nella vita spirituale non si può fare come con la famosa “dieta del Lunedi” della settimana mai dell’anno mai.

Se qualche coppia di sposi avesse ancora dubbi su quale sia il momento giusto per mettere mano alla manutenzione del proprio matrimonio e quindi della propria relazione, del proprio modo di amarsi… il versetto di acclamazione al Vangelo (tratto dalla Parola di Dio) non lascia spazio ad equivoci: Ecco ora il momento favorevole … non domani, ma ora, non dopo che avrete finito di leggere questo povero articolo, ma mentre state leggendo.

Perché se qualcosa si smuove nel cuore anche mentre stai leggendo, potrebbe essere un’intuizione che il Cielo, nella Sua infinita misericordia, ti manda, e allora non indugiare neanche cinque minuti imitando così i pastori del Natale.

Spesso gli sposi si lasciano imbrigliare come dentro una ragnatela dalle cose da fare, dalla gestione della casa a quella dei figli, dalla gestione del lavoro alla programmazione degli impegni in parrocchia, e chi più ne ha più ne metta… perdendosi il qui ed ora della propria salvezza. Se è vero che Gesù è la nostra salvezza, se è vero che Gesù significa proprio “Dio salva”, e se è vero che Gesù è realmente presente, inabita nella relazione sponsale sacramentale… allora il versetto dell’acclamazione è proprio vero.

Cari sposi, domani non sappiamo se ci saremo ancora su questa terra, ma oggi sì, ci siamo.. e quindi se oggi siamo sposi, è oggi che Gesù, salvezza nostra, abita nel nostro sacramento, quindi : ecco ora il giorno della salvezza!

Non aspettiamo domani per far abitare il Signore Gesù nel nostro matrimonio, Lui ha fretta di salvarci.

Coraggio, siamo ancora in tempo.

Giorgio e Valentina.

Quante volte si è sentita forestiera.

Dal Vangelo di oggi: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Forse lei si sentiva affamata, affamata di amore, di intimità, di essere compresa e ascoltata. Ogni volta che ho notato questa sua fame e l’ho placata, nutrivo lo spirito di Gesù in lei e in noi.

Forse lei si sentiva assetata, come molti di noi si sentono a volte. Assetata di significato e di una vita piena. Una vita che non sembrasse sprecata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si potesse trovare un amore che desse significato e che ci avvicinasse alla sua fonte. Un amore che ci aprisse a Dio. Solo così si può placare la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare empatia e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? È difficile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. A volte, forse più volte di quanto sperassi, sono riuscito a restituire la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità attraverso il mio sguardo. Uno sguardo che non si affievolisce con gli anni, ma al contrario diventa più intenso. Uno sguardo pieno di desiderio, gratitudine e appunto meraviglia. L’ho rivestita con il mio sguardo.

Malata e carcerata? Chi non porta con sé ferite e fragilità che rendono difficile instaurare una relazione autentica con gli altri. Ognuno di noi ha i propri pesi e i lacci che imprigionano e impediscono di aprirsi agli altri. Le sofferenze, le esperienze, i pregiudizi e persino il peccato, che fa parte della nostra esistenza, rischiano di ostacolare la possibilità di aprirsi a un amore autentico. Solo in una relazione libera, in cui ci si sente sostenuti dalla persona amata anziché giudicati e puntati sulle proprie debolezze, possiamo sperare di guarire le nostre ferite e spezzare le sbarre della prigione in cui ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio.

Antonio e Luisa

L’ottavo sacramento

Cari sposi, nelle riunioni di preti spesso si parla di casi pastorali, soprattutto riguardanti situazioni difficili a cui dare una risposta nella confessione o nella direzione spirituale. Data la grande complessità di variabili possibili c’è chi, ironicamente, conclude affermando: “meno male che esiste l’ottavo sacramento!”, che altro non è che l’ignoranza, una sorta di “libera tutti” …

Eppure, in questa prima domenica di Quaresima la Chiesa pare che davvero abbia istituito un ottavo sacramento. Nella preghiera colletta leggiamo, difatti, che i quaranta giorni in preparazione alla Pasqua sono “segno sacramentale della nostra conversione”. Si tratta di un’espressione molto forte, ancora di più se prendessimo il medesimo testo in latino in cui si dice addirittura “sacramento della Quaresima”.

Ma in che senso si può parlare così? Tutta la Quaresima fa riferimento al Battesimo, al suo valore, alla sua bellezza, al suo significato. Nella Pasqua, infatti, noi siamo resi figli nel Figlio tramite la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, cosicché la Quaresima ne è la preparazione immediata e ha pertanto un sapore battesimale.

Ma anche il deserto in cui Gesù viene sospinto è una preparazione immediata. Anzi, molto di più. Il deserto è simbolo del fidanzamento di Israele. Tanto desertum in latino come έρημος in greco esprimono il medesimo concetto, cioè un luogo abbandonato e solitario. Poi la Sacra Scrittura rincara la dose e ne fa sinonimo di fame e sete, dove uomini e animali sono votati alla morte.

Ma sempre nella Bibbia vi è un ulteriore significato: esso evoca innanzitutto la nascita del popolo di Dio, ossia, in esso si consuma il tempo del fidanzamento del popolo di Israele prima di entrare nella Terra Promessa e divenire a pieno titolo sposa di Dio. È chiaro, allora, il motivo per cui Osea profetizza: “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16).

Nel deserto il popolo si comporta senza mezzi termini da adolescente. Ha ricevuto un dono immenso, ha visto con i suoi occhi aprirsi in due il Mar Rosso, la manna, l’acqua dalla roccia… e puntualmente litiga, baruffa, si lamenta… Israele ha un amore immaturo, rivolto solo ai propri interessi, possessivo e narcisista. Ci vuole allora questo tempo di purificazione perché il suo cuore si apra al Dono, sappia rinunciare per amare e sia pronto a “sposare” il Signore.

Tutto questo è incarnato pienamente in Cristo. Pensiamo forse che aveva bisogno di una prova? Per quale motivo il Dio-fatto-uomo si sottopone alla tentazione? Avrebbe mai potuto cedere? Se Gesù l’ha fatto è solo e unicamente per noi, per darci non solo l’esempio ma anche essere la nostra forza nelle prove. Guardate cosa dice S. Agostino: “Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria” (Agostino, Commento al salmo 60).

Gesù Sposo vuole rivivere con voi sposi questo tempo di fidanzamento perché la Pasqua sia davvero un rinnovo del “sì”, sia un vero e proprio sposalizio con Lui.

Cari sposi, affrontiamo con decisione questo tempo. Se vi saranno prove e difficoltà speciali, viviamole con Gesù, affidando tutto a Lui. Vogliamo che sia un periodo di purificazione nell’amore, di maggior consapevolezza di chi siamo, di restaurazione della nostra decisione di amarci in Lui. Buon cammino quaresimale, in compagnia perenne di Gesù e del Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Il deserto sono le nostre crisi personali e di coppia. Crisi che sono importanti. Crisi che ci possono consentire di passare da un amore immaturo a uno maturo. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.

Queste profonde righe tratte dal Vangelo della liturgia odierna catturano davvero l’animo. È affascinante notare come Gesù veda oltre le apparenze. Egli non giudica Levi soltanto per il suo ruolo e le sue azioni. Gesù guarda il cuore. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse, un individuo disprezzato dalla comunità, considerato un mafioso e un avido sfruttatore, un collaborazionista degli oppressori. Tuttavia, c’è un lato di lui che non possiamo trascurare. Il suo cuore non era ancora interamente corrotto. Forse era tormentato, infelice, eppure non privo di bontà. Pur nascondendo il suo tormento interiore, il suo cuore sanguinava per il male che commetteva. Se non fosse stato così, neppure lo sguardo di Gesù avrebbe potuto toccarlo.

Era una persona triste. Faceva ciò che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e lui stesso era convinto di esserlo. Il giudizio delle persone può causare tanto male. Gesù si ferma e lo osserva. Lo osserva mentre è immerso nei suoi traffici. Lo osserva in tutta la sua miseria e desolazione in quel momento. Lo osserva mentre sottrae alla gente bisognosa. Lo osserva e vede un miserabile? No, vede una meraviglia. Scruta dentro di lui, come solo lui sa fare, e percepisce quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo osserva e vede un uomo alla ricerca, un uomo privo di pace, un uomo infelice, perché nel suo intimo sa che la bellezza della vita è qualcosa di diverso. Sente che la bellezza proviene da un’altra parte, non certo da denaro o beni materiali. Lo osserva e lo chiama.

Matteo aveva davvero bisogno di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto ciò che avrebbe potuto diventare. Ha visto il suo potenziale. Non era la persona che stava vivendo. Era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Forse in Gesù ha riscoperto ciò che sapeva già nel profondo. Seguirlo è stata semplicemente l’ovvia conseguenza. Finalmente si è sentito bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Chiami me? Sei sicuro? Capisci chi sono? Capisci cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

Vivere il lutto insieme a Dio: la storia di una vedova

La morte genera un dolore assordante, soprattutto se a lasciarci è una persona che abbiamo tanto amato. E quando a lasciarci è la persona con cui si è diventati realmente una sola carne?

Anche se crediamo nella Resurrezione, il vuoto resta: è proprio la mancanza che sentiamo a ricordarci quanto bene abbiamo ricevuto. Eppure, da quel pianto, possono nascere fiori bellissimi.

Mi ha raccontato qualcosa di simile una vedova, Elisabetta, che ho avuto il dono di conoscere – seppure solo virtualmente, ancora – perché aveva letto un mio romanzo. Mi ha scritto, mi ha raccontato un po’ di sé, mi ha toccato il cuore.

Aveva perso il marito a causa di un tumore al cervello e in quella prova si è sentita stretta così forte da Dio che un peso opprimente, insopportabile, è diventato sostenibile. Non solo, ha dato frutti di vita. Elisabetta attualmente gestisce una pagina sui social dal titolo Con cuore di vedova, per condividere la sua esperienza e aiutare altri vedovi e vedove a vivere quella particolare condizione.

Ciò che scrive è di ispirazione per tanti e a colpire è la sua fede incrollabile in un Dio che l’ha sostenuta sia nel tempo della malattia del coniuge, sia dopo averlo dovuto salutare.

Non nasconde le lacrime versate e la fatica che ha vissuto: “La morte di Francesco è stata una prova difficilissima da affrontare perché il nostro matrimonio cristiano era davvero come una centrale atomica d’amore. La morte, purtroppo, ne ha intaccato il reattore”.

Sa bene che “perdere il proprio coniuge fa cessare il vincolo coniugale (almeno “sulla carta”, poi quel che accade nei cuori è tutto un altro paio di maniche) e chi resta da solo deve affrontare una grande crisi d’identità perché si ritrova da solo, senza l’altro della relazione, che fino a un attimo prima era il pilastro sul quale aveva costruito la famiglia”.

Dio, però, non l’ha abbandonata, anzi, riconosce che le ha dato “la grazia di accogliere la malattia di Francesco”. Non l’avrebbe mai voluta né immaginata, ma “una volta diagnosticata ho ricevuto dall’alto la forza di andare avanti. L’ho semplicemente accettata come avrebbe fatto Maria”. E aggiunge: “Dio mi ha dato tanto negli anni e ora sto imparando a restituire”.

Se le si chiede: “Dio è buono?”, lei risponde prontamente di sì. “Non ho mai dubitato della bontà di Dio e so che è una grazia. Nel mio animo Dio risuona come il Dio della vita, della speranza. Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi: perché tutti vivono per lui.” (Lc 20, 40).

Riconosce che questa fede non è “merito” suo, non è il frutto di uno sforzo, ma un “dono”.

Se le si chiede come sopravvivere alla morte del coniuge, lei spiega che quel passaggio è senza dubbio uno “spartiacque”: sia che arrivi presto, a metà della vita coniugale (come nel suo caso) o avanti negli anni, segna sempre una frattura. C’è un prima e un dopo. E qualcosa si rompe dentro.

Fa notare: “Gli studi psicologici sulla vedovanza affermano che questa è la prima causa di stress in assoluto. Restare vedove è un trauma enorme che può durare anche a lungo nel tempo, dipende da diversi fattori: se la morte è stata improvvisa o no, da come ognuna elabora il lutto e dalle risorse che si hanno a disposizione”.

Proprio sapendo quale immensa prova possa essere la vedovanza per tante altre persone, ha deciso di creare la sua pagina “Con cuore di vedova” e ciò che ha capito, dialogando con altri coniugi rimasti soli, è che c’è Qualcuno che di gran lunga può fare la differenza in questa condizione ed è, per l’appunto, Gesù.

È Lui che dà la forza per andare avanti, – testimonia – che dà la consolazione e la speranza di ritrovare i nostri cari in Paradiso. L’attesa è faticosa, ma in certi momenti ha un che di gioioso come quando si aspetta qualcosa di importante e ci si prepara nell’attesa”.

Al tempo stesso, mentre attende di abbracciare di nuovo colui che ha amato in vita, lei già ha una forte esperienza di comunione con il coniuge che è in Cielo: “La comunione con il proprio sposo prosegue oltre la morte, su questo non ho dubbi.” Anche se, a livello “canonico” si interrompe il vincolo nuziale e ci si può risposare lei continua a sentirsi legata al marito: “Continuo ad amarlo e sono certa che anche lui, da lassù, fa altrettanto”. È convinta inoltre che le anime “si parlino anche a distanze enormi”.

Elisabetta è consapevole che alle vedove è affidato un compito, che hanno una vocazione chiara e spiega: “Noi vedove diventiamo esperte di relazioni a distanza, veramente si apre un mondo nuovo sconosciuto alla maggior parte delle persone e persino alla predicazione della Chiesa, oserei dire. Mi sono resa conto, infatti, che le vedove cristiane serbano nel loro cuore un’enorme ricchezza in termini di fede nella risurrezione, di carità, di spirito di preghiera”.

Tuttavia, ciò di cui oggi davvero non può fare a meno è la preghiera assidua, la lettura della Parola, di ricevere la comunione: “il momento più intimo e fondante di questa comunione con il proprio sposo resta l’Eucarestia. Lì si tocca con mano il cielo sulla terra e sempre lì, quando il sacerdote eleva l’Ostia Santa, gli angeli fanno festa e le anime sante dei nostri cari vedono il volto splendente di Gesù. È il mistero della comunione dei santi che ognuno di noi può sperimentare quotidianamente nella preghiera”.

Per leggere la storia di Elisabetta nella versione integrale, accanto ad altre testimonianze di lutto vissuto nel Signore, ecco il libro: Vivere il lutto insieme a Dio per ritrovare la pace. Dieci storie vere (Cecilia Galatolo, Mimep Docete).

Cecilia Galatolo

 

Vivere in famiglia il tempo di Quaresima

Ieri, 14 febbraio, è iniziato il tempo di Quaresima, scandito dal rito d’imposizione delle Sacre Ceneri e dall’esortazione “Convertitevi a credete al Vangelo” (Mc 1, 15), non certo casuale: siamo all’inizio del racconto di Marco quando Gesù, dopo i quaranta giorni di digiuno nel deserto, inizia la vita pubblica con la chiamata dei primi apostoli.

Sicuramente noi cattolici, agli occhi di molti, possiamo apparire demodé ma è proprio questo che deve spingerci a riflessioni profonde: perché il mondo rifiuta la sobrietà che la Chiesa propone in queste settimane? E perché, al contrario, è fondamentale vivere in famiglia il tempo di Quaresima?

L’attuale società, piegata e piagata dal “tutto e subito” non è più allenata al senso del dovere e al sacrificio: se basta un’app sullo smartphone per comandare accensione e spegnimento degli elettrodomestici, controllare l’antifurto e quant’altro, che bisogno abbiamo ancora di faticare? Se si può diventare e ricchi e famosi senza sforzo, senza istruzione e senza scrupoli, perché dobbiamo sudare sui libri, dedicare tempo ed energie a guadagnarci un titolo di studio per raggiungere, poi, un posto di lavoro onesto? Se con i soldi posso comprarmi persino il partner, da cambiare come e quando voglio, perché impegnarsi in una relazione stabile?

Ecco che la Quaresima diventa la salvezza, punto di partenza e non di arrivo: proponendo un modello alternativo, rigoroso ma coinvolgente, ci permette di staccarci dal decadimento cognitivo e morale che ci avvolge, di fare silenzio dentro e fuori di noi e di ristabilire il giusto ordine delle cose e delle persone con cui condividiamo la vita.

I frutti del cammino quaresimale sono intensificati se vissuto in famiglia, sostenendosi l’uno l’altro: il marito sarà spronato dalla moglie e viceversa, i figli vedranno un esempio da seguire nei genitori e questi ultimi potranno insegnare qualcosa di meraviglioso, duraturo ed efficace. Certamente l’impegno dei singoli è fondamentale ma la condivisione, ancora una volta, si dispiega in tutta la sua potenza di testimonianza autentica, di vita vissuta. Come possiamo trasmettere la fede senza essere i primi a viverla? A che cosa varranno le nostre parole se non le mettiamo in pratica?

In qualità di chiesa domestica, la famiglia è il primo e più importante nucleo nel quale tutti i suoi membri possono e devono trovare una fonte d’ispirazione nella quale radicare il proprio percorso religioso. Insegnare ai figli il senso ed il valore del digiuno quaresimale significa mostrar loro concretamente che il Signore non ha bisogno della nostra rinuncia in se stessa ma della nostra disponibilità a farGli spazio nel cuore, nella mente e nel tempo delle nostre giornate. Un pasto frugale o più leggero del solito, magari anche il digiuno a pane ed acqua, se consumato insieme allo stesso tavolo può saziarci assai più di tanti piatti calorici perché il fare posto a Dio diventerà naturale quanto necessario, impegnativo quanto bellissimo.

«Non vendere l’anima al mercato del mondo, perché è troppo preziosa. Qualunque prezzo che il mondo la paghi è sempre irrisorio in confronto al suo valore. Non venderla, perché il mondo non può pagare il suo prezzo che è il sangue di Cristo sparso sulla croce»: il motto di San Charbel – eremita libanese nato al Cielo nel 1898 – si trasformerà allora nel  programma ideale da seguire non soltanto in Quaresima ma, più in generale, nell’ideale stesso della vita stessa perché la sobrietà sarà diventata la cifra stilistica di una fede reale e concreta, vissuta da vicino più che letta in qualche manuale di biblistica oppure sbirciata da lontano.

Nella specificità di ogni nucleo si potranno mettere così in pratica idee differenti, suggerite da ogni membro: la condivisione sarà sia nella proposta che nell’attuazione, in un’attenzione per chi ci sta accanto che profuma davvero di Gesù.  Vivere la Quaresima in famiglia diventerà un tempo stesso per la famiglia, nel quale non solo offrire qualche rinuncia insieme ma nel pregare insieme, nel trovare più spazio per gli altri, nel riconciliarsi, nel perdonarsi. I quaranta giorni di deserto, allora, diventeranno più fertili di ogni immaginazione perché avranno portato dei frutti duraturi, gettati sul terreno buono di un cuore diventato capace di accoglierli e farli germogliare.

Fabrizia Perrachon

San Valentino e Ceneri hanno molto in comune!

Scrivo spesso che l’amore va dimostrato ogni giorno con gesti di tenerezza, di servizio e di cura che noi sposi ci doniamo gratuitamente solo per la gioia di contribuire al bene e al benessere dell’altro. Proprio per questa mia consapevolezza ho sempre guardato la festa di san Valentino con aria di superiorità. Sono sempre stato un po’ snob verso questa ricorrenza che spesso non è molto più che una festa commerciale che serve a vendere fiori, cioccolato, gioielli e altri regali più o meno azzeccati. Una festa un po’ superficiale fatta di frasi ad effetto, magari scopiazzate da qualche sito di aforismi (ammetto che ogni tanto in passato ci ho sbirciato anche io per trovare qualche idea).

Oggi questa festa si “scontra” con il mercoledì delle ceneri. Uno dei due giorni in cui la Chiesa ci chiede il digiuno completo. In realtà questa è una grande occasione per recuperare non solo il senso della Quaresima ma anche quello di San Valentino. Sono due ricorrenze che hanno tanto in comune se guardate con lo sguardo centrato al senso profondo.

La Quaresima a cosa serve se non a staccarci da tutto ciò che non è essenziale per risontonizzarci sulla nostra relazione con Gesù per arrivare pronti alla Pasqua. Ad accogliere il Suo più grande dono: la Sua Passione, la Sua morte e la Sua resurrezione. La Quaresima ci invita a fare memoria del nostro amore per Gesù e perfezionarlo sempre di più. Anche San Valentino può avere lo stesso significato.  Soprattutto per chi è sposato da un po’ di anni.

E’ importante credo fare memoria di quanto siamo belli insieme e di quanto è bello avere la mia sposa accanto. E’ importante recuperare, almeno in alcuni giorni, quel romanticismo che la vita pazza e frenetica che viviamo difficilmente ci consente di vivere. Si può sempre trovare il tempo per essere romantici, ma serve appunto la consapevolezza e l’impegno di volerlo essere. Se abbiamo perso l’abitudine questa festa può essere un modo per ricominciare.

Queste feste possono quindi aiutarci, darci una scossa, farci riassaporare quel gusto di stare insieme e di “viziarci” con tanti piccoli gesti e attenzioni. Naturalmente facendo attenzione che rispettino la sensibilità e la modalità dell’amato. Ben vengano quindi i regali più o meno costosi. Non lasciamo però che il tutto si concluda così. Diamo un senso più profondo a questo giorno. Diamo una sostanza. Il modo trovatelo voi. Posso suggerire qualcosa. Qualcosa che anche io e Luisa abbiamo cercato di fare. Prendetevi, magari, un giorno di ferie, lasciate i figli ai suoceri o alla baby sitter e fatevi una gita da qualche parte. Ancora meglio se vi prendete un fine settimana intero e dormite fuori per trovare il tempo di fare l’amore bene, con l’atmosfera e la qualità necessarie, senza la stanchezza e la fretta che la vita di tutti i giorni vi impone. Soprendetevi! Fatevi una sorpresa. Dedicatevi del tempo anche solo per parlare e guardarvi (non è scontato farlo ma è fondamentale). Trovate tempo insomma per ritrovarvi come coppia.

Così san Valentino può davvero essere un’occasione di rinascita. San Valentino come anche il giorno dell’anniversario di matrimonio. Un’occasione per ricominciare e magari trovare la forza e il desiderio di continuare anche nei giorni a venire. Sapete cosa vi dico? Trovatevi almeno un giorno al mese. Che ogni mese ci sia un san Valentino tutto per voi. Un giorno per occuparvi solo del vostro amore. Vedrete che la vostra relazione svolterà e diventerà sempre più viva e meravigliosa.

Basta davvero poco. Provare per credere. Buon san Valentino! Buon digiuno dai pasti ma abbuffattevi del vostro amore e di quello di Dio per voi!

Antonio e Luisa

Eutanasia di coppia. È davvero amore?

Tutti i giornali ieri hanno riportato la notizia dell’eutanasia di coppia dell’ex primo ministro olandese Dries van Agt e la moglie Eugenie. Erano coetanei e avevano 93 anni di cui 66 di matrimonio. Hanno scelto di morire mano nella mano. Lui aveva subito un ictus alcuni anni fa e non si era più ripreso. Per questo hanno deciso di farla finita, insieme, perchè non potevano fare a meno l’uno dell’altra.

L’eutanasia di coppia è un fenomeno in crescita in Olanda. Ancora non un fenomeno frequentissimo ma non per mancanza di richieste. Semplicemente perchè la richiesta di eutanasia è accordata al singolo e non alla coppia e quindi affinché possano morire insieme serve che sia accordata a entrambi i coniugi. Cosa che non è ancora così facile da ottenere ma sono sicuro che lo diventerà sempre di più.

Un grande amore, vero? Morire insieme mano nella mano. Una degna conclusione per una coppia che si è tanto amata. Mi spiace rovinare la favola ma io non ci vedo nulla a che fare con un amore cristiano o quantomeno sano.

Ora io non voglio giudicare la coppia olandese, meritano tutto il rispetto possibile e la nostra preghiera. Però è innegabile che questa scelta possa sembrare romantica e raccontare tanto dell’amore seppur in un contesto di dolore e di morte. Invece il matrimonio non dovrebbe condurci alla simbiosi. La simbiosi, infatti, è accettabile nelle fasi precoci della relazione, come il fidanzamento e le prime fasi dell’innamoramento, in cui l’altro può diventare il centro del nostro universo. In un amore maturo, invece, è importante preservare la propria individualità e autenticità all’interno della coppia, senza perdersi nella fusione totale con l’altro. 

Io amo Luisa e se dovesse venire a mancare, un pezzo di me morirebbe con lei. Il dolore sarebbe enorme ma la nostra relazione non è il tutto. La nostra relazione deve permetterci di crescere, di maturare, di diventare sempre più quell’uomo e quella donna che siamo. Luisa è la mia compagna di viaggio per arrivare preparato all’incontro con Cristo e se non arriviamo insieme l’importante è aver potuto viaggiare insieme. Io non sono più quello di prima perché l’amore con Luisa mi ha plasmato. Ma Luisa non è il centro di tutto. Non deve diventare il senso della mia vita. Il centro è Cristo. Spostare il centro su Luisa significa farne un idolo che sposta lo sguardo da un orizzonte eterno a uno finito e senza speranza. Per questo i due olandesi non hanno trovato altro che chiedere la morte. E così, mentre riconosciamo l’importanza e la bellezza della nostra unione, sappiamo che il nostro vero scopo è di crescere insieme verso Cristo, di sostenerci reciprocamente nel cammino di fede e di amore.

Antonio e Luisa

Come le onde o no?

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 1, 1-11) Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella diaspora, salute. Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla. Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data. La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento. Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: è un indeciso, instabile in tutte le sue azioni. Il fratello di umile condizione sia fiero di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato, perché come fiore d’erba passerà. Si leva il sole col suo ardore e fa seccare l’erba e il suo fiore cade, e la bellezza del suo aspetto svanisce. Così anche il ricco nelle sue imprese appassirà.

Questa lettura che ieri la divina liturgia ci ha proposto è un grande aiuto per preparare il cuore alla ormai imminente Quaresima. E’ un brano che richiederebbe assai più che le nostre povere parole in un articolo, ma cercheremo comunque di aiutare la meditazione sostando per qualche momento su uno tra i tanti passaggi : “La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare, mossa e agitata dal vento. Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore: è un indeciso, instabile in tutte le sue azioni.

In questo brano si nota come diverse virtù e doni divini siano interconnessi tra loro, si parla di perfetta letizia, di sapienza, di fede, di umiltà, di semplicità e di altre ancora. E’ normale che si affronti il discorso su di una virtù cercando di isolarla dalle altre, perché la conoscenza umana ha bisogno di catalogare e dividere per meglio conoscere, ma non dobbiamo mai dimenticare che così come la persona umana è un mix inscindibile tra cuore, corpo, anima/spirito e io personale così anche in Dio queste virtù e questi doni sono un tutt’uno, in Lui non c’è divisione.

E più una persona progredisce nella santità e più le virtù e i doni si mescolano tra loro in un perfetto connubio incarnandosi però ora in una personalità ora in un’altra. Non troveremo mai un santo che non sia stato umile oppure un altro che non abbia esercitato la pazienza, non è possibile che un santo sia stato temperante e non abbia esercitato la giustizia. Certamente ogni santità si incarna in una personalità con la propria sessualità per cui un santo mette in luce una virtù più delle altre, un aspetto della vita di Grazia più di un altro… solo per fare un esempio: la santità di San Tommaso d’Acquino splende per la purezza/castità ma non possiamo pensare che San Giovanni Bosco non sia stato casto seppur la sua santità splenda per le virtù della giustizia e della carità.

A questo punto del nostro semplice approfondimento si capisce perché San Giacomo ci esorti a chiedere la sapienza con la fede ferma, decisa e risoluta.

Cari sposi, se vogliamo che il Signore elargisca le sue Grazie nel nostro matrimonio è necessario che chiediamo con fede ferma, senza esitare; dobbiamo vivere la nostra fede senza esitazioni, con delle decisioni risolute e stabili. Non possiamo alzarci un giorno col fervore di chissaché ed il giorno dopo non fare nemmeno il segno di croce appena svegli. Non possiamo percorrere in ginocchio tutte le scale sante di tutti i santuari per poi tornare a casa e cadere come sacchi di patate in un vizio capitale (scegliete voi quale). Questi atteggiamenti rivelano solo una fede basata sul sentimentalismo.

Non possiamo partecipare a ritiri per coppie consumando litri e litri in lacrime di commozione per poi, solo due giorni dopo il ritiro, incappare ancora nei meccanismi malati della nostra relazione malsana auto-assolvendoci con la solita frase “E’ più forte di me” oppure “Lui/lei non fa mai nulla per cambiare… tocca sempre a me“.

La vita di fede progredisce solo con l’obbedienza, la Parola di Dio (attraverso San Giacomo) ci ha detto cosa e come fare, basta obbedire e vedremo la Grazia in opera nel nostro matrimonio... Certo non è automatico. Siamo complessi ma prendiamo consapevolezza che noi siamo responsabili della nostra vita e delle nostre scelte. Non restiamo passivi.

Buona Quaresima.

Giorgio e Valentina.

Il tuo matrimonio è malato? Lasciatevi toccare da Cristo.

Oggi desidero riprendere il Vangelo di ieri perchè offre diverse chiavi di lettura anche un po’ diverse da quelle che ha già dato padre Luca.

In quel tempo, venne a Gesù un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». 

Quante volte ci siamo sentiti dei lebbrosi. Lebbrosi nello spirito, nei sentimenti e nell’egoismo che più o meno si manifesta in tutti. Quante volte io mi sono sentito uno sposo incapace di amare davvero la mia sposa altre volte mi sono sentito impreparato non sapendo come farle starle vicino. Siamo piccoli e miseri. Quante miserie nella nostra famiglia che cerchiamo di nascondere come polvere sotto il tappeto. Litigi, incomprensioni, egoismo, nervosismo e anche inettitudine. Le altre famiglie ci sembrano più belle della nostra. Come vorremmo avere la serenità di quegli amici o l’unità di quella coppia tanto bella che incontriamo a Messa. Invece ci sentiamo lebbrosi e impuri. Eppure questa è la nostra salvezza. Solo riconoscendo la lebbra nella nostra relazione possiamo trovare l’umiltà di abbassarci e inginocchiarci davanti al Cristo ed invocare la Sua Presenza e la Sua guarigione. La nostra piccolezza può darci la spinta a tendere la mano verso Dio.

 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Gesù ci guarda con compassione. Non prova disgusto per le miserie della nostra famiglia, ma il Suo sguardo va oltre e vede la nostra sofferenza e il nostro dolore. Soffre con noi come un innamorato per la sua amata. Il suo sguardo è già balsamo. La nostra famiglia è bella ai suoi occhi nonostante la povertà che la abita. Soffre  con noi e ci guarisce. Ci può guarire perchè abbiamo avuto la forza di domandare la sua Grazia. Abbiamo avuto il desiderio di alzare lo sguardo e specchiandoci in Lui – in una fede non fatta solo di riti e precetti ma fatta di relazione – ci vedremo belli e troveremo forza e sicurezza. Nel sacramento del matrimonio spesso non abbiamo l’umiltà di ammettere di non farcela e di aver bisogno di Gesù. Il nostro orgoglio ci fa credere che tutto dipende da noi, nel bene e nel male. Siamo sposati in Cristo, ma lui è, di fatto, sfrattato dalla nostra relazione.

E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Come intendere questa parte. Mi era difficile. Mi è venuto in aiuto il mio sacerdote che ha commentato come sia inutile parlare della nostra conversione a chi non ha sperimentato l’incontro con Gesù. L’incontro è personale e la nostra storia, l’incontro che ci ha salvato non può convertire nessuno se non noi. Noi siamo stati sanati da Gesù e possiamo testimoniare la  sua potenza e la sua bellezza non tanto raccontando la nostra conversione, che resta fatto privato e non comprensibile agli altri. E’ molto più efficace mostrare i frutti. Mostrare quelle piaghe che caratterizzavano la nostra famiglia e mostrare la loro guarigione. Mostrare senza vergogna le nostre miserie e mostrare come Dio le ha trasformate in feritoie da cui fuoriesce la sua luce che illumina il mondo. La famiglia perfetta non è quella del mulino bianco. La famiglia perfetta è piena di imperfezioni. Imperfezioni che diventano luogo dell’amore, della pazienza, dell’accettazione, della prossimità e della gratuità.

Antonio e Luisa

Possedere vs amare: per un San Valentino consapevole

Il 14 febbraio, che automaticamente risuona dentro di noi come il giorno di San Valentino, si sta avvicinando con il suo carrozzone commerciale, le frasi romantiche, le dediche sdolcinate e la necessità di qualche riflessione in più. Ci siamo mai chiesti quale sia il vero significato non solo di questa festa ma il messaggio che porta con sé? Nell’ottica autenticamente cristiana a farla da padrone dovrebbe essere l’amore e non il possesso, al contrario di quanto ci propina il mondo, intendendo con esso non solo l’avere, il disporre di qualcosa di materiale ma anche la relazione che ci lega al nostro/a partner.

San Valentino è realmente esistito ed è stato un martire cristiano del V secolo; l’istituzione della sua memoria risale niente meno che a Papa Gelasio I il quale, nel 496 d.C., andò a sostituire una precedente festa pagana, quella detta dei Lupercalia, celebrata nel mezzo del mese di febbraio (tra il giorno 13 ed il 15), in onore del dio Fauno (detto anche Luperco), protettore del bestiame dalla furia dei lupi. Non solo: essa serviva come propiziazione della fertilità e della rinascita della natura, sancendo anche il passaggio all’età adulta. Ad un’idea arcaica, audace e sensuale della sessualità, la cultura cristiana impiantò una festa molto più pudica e rispettosa dell’amore; essa trae origine non solo dalla volontà di eliminare un rituale poco conforme alla moralità – quale poteva essere quello romano – ma dalla leggenda secondo cui Valentino aiutò una giovane fanciulla donandole una somma di denaro necessaria al suo matrimonio.

L’idea cristiana, dunque, si configura come un intramezzo sia dalle antiche festività pagane, troppo esplicite nell’esprimere un’idea di amore esclusivamente carnale, che alla morale contemporanea, in cui domina il concetto di possesso – fisico e materiale – piuttosto che quello di amore autentico, scambievole, maturo e duraturo nel tempo. Il cuore, insomma, più che la forma dei biglietti o dei più disparati gadget venduti ad hoc in questi giorni, dev’essere ciò che utilizziamo nella relazione amorosa, non tanto e non solo come muscolo cardiaco ma come centro spirituale del nostro coinvolgimento affettivo.

Il possedere è egoismo, l’amore è altruismo; il possedere inizialmente ti prende ma poi ti stufa, l’amore arriva per restare; il possesso chiude la porta dell’anima, l’amore la spalanca. Tutto questo come può conciliarsi con i modelli che ci vengono proposti continuamente, in un vortice di immagini e notizie in cui scartato un partner si approda subito al successivo, neanche fosse uno dei cioccolatini mangiati il 14 febbraio? La fede è sempre la risposta! Se nell’altro vediamo esclusivamente un oggetto di desiderio, da usare e consumare a nostro piacimento per poi abbandonarlo alla prima difficoltà o quando non ci soddisfa più, allora siamo distanti anni luce dall’atteggiamento di cui il nostro cuore, la nostra mente e la nostra anima sono capaci. L’amore esiste ed è possibile amare per sempre la stessa persona se ci mettiamo alla sequela di Gesù e vediamo nel marito o nella moglie non una cosa ma una persona, non un distributore di piacere ma una creatura con cui possiamo camminare insieme verso una meta comune.

Al di là delle pubblicità e delle trovate commerciali, dunque, il giorno di San Valentino può essere un’occasione propizia per fare ordine nella nostra relazione oppure per essere grati di quella che abbiamo, valorizzandola magari con un gesto inaspettato, non perché è la televisione a dircelo ma perché ci rendiamo conto che quella persona è un dono di Dio tanto quanto noi possiamo e dobbiamo esserlo a nostra volta.

Il bello dell’amore è proprio la sua reciprocità, di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Gesù ci ha detto: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato” (Gv 15, 12). Pur esistendo diverse tipologie di amore, come per esempio tra fidanzati, tra coniugi o tra genitori e figli, è proprio lo scambio che caratterizza la relazione, basata su quella che non è la fantasia irrealizzabile delle fiabe da bambini ma l’anelito che ha del divino e a Lui, quindi, sempre deve guardare.

Siamo capaci di amare, insomma, perché il Signore ci ha amati per primi; sforziamoci, perciò, di apprezzare chi abbiamo al nostro fianco anche e nonostante i suoi difetti perché anche noi siamo così, non dimenticando che è la sua presenza a regalarci momenti di gioia che ci fanno pregustare quella vera ed infinita che un giorno speriamo di godere in Cielo.

Proviamo a esprimere i nostri sentimenti con maturità, senza scivolare nel banale di una macchina commerciale così come in un’idea triste e svuotata di amore, relegata unicamente all’aspetto fisico e sensuale; così facendo, saremo in grado di essere testimoni che l’amore vero, consapevole e cristiano è possibile anche se tutto e tutti sembrano strimpellare il contrario.

Fabrizia Perrachon

Sposi lebbrosi? Sì, siamo noi.

Cari sposi, in quattro e quattr’otto siamo giunti alle porte della Quaresima che avrà inizio proprio questo mercoledì e la Parola odierna sembra quasi anticipare lo spirito penitenziale dei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.

La malattia sembra essere il fil rouge di ogni lettura, in particolar modo la lebbra. Meglio conosciuta come Morbo di Hansen essa consiste in un infezione della pelle e nervi periferici che porta alla perdita del tatto, forti dolori, debolezza muscolare ed anche deformità fisiche. Una bruttissima bestia, che 2000 anni fa veniva “curata” anzitutto con l’isolamento degli infetti.

Da qui che la malattia comporti anche un altro aspetto, latente nella mentalità biblica, ossia la sua connotazione spirituale. Dice il celebre biblista P. Silvano Fausti: “La lebbra è la morte visibile, e la morte è il nostro egoismo, il nostro non sapere amare che dà morte agli altri. Il lebbroso era il morto civile, escluso da tutti, perché era «morto» e la legge esclude ciò che è morto”.

Quindi la lebbra sta per peccato, morte, esclusione… ma anche inferno. Ecco allora che risuonano le parole di Dostoevskij: “Padri e maestri, io mi domando: «Che cos’è l’inferno?» E do la seguente risposta: «La sofferenza di non essere più capaci di amare»” (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov). È un’esperienza che facciamo tutti, che la lebbra del peccato può generare davvero isolamenti mortali.

Se la lebbra-peccato genera segregazione, quindi distanziamento e morte, cosa non può originare tra sposi dove tutta la loro vita gira attorno a una relazione affettiva, santificata dal sacramento? Che succede quando la lebbra tocca il coniuge, o entrambi i coniugi nel loro rapporto? Ne consegue un legame malato, debole, fiacco, se non addirittura morto, sebbene mantenga una qualche apparenza di vita, forse più per i figli che per amore. Lebbra coniugale può darsi anche negli sposi che vivono al margine di una comunità, che hanno sotterrato il talento del sacramento per farne una cosa privata.

Gesù non è affatto estraneo a questi tipi di lebbra degli sposi e vorrebbe tanto guarirli. Gli basta una semplice richiesta sincera per entrare in azione, come accadde nella scena del Vangelo. È commovente vedere che la guarigione non è una qualcosa di astratto o da remoto ma passa dal tocco della sua mano. Una malattia corporea viene guarita proprio dal tocco del Corpo di Cristo.

Quanto è bello allora lasciarci toccare da Cristo nella preghiera, lasciarci toccare da Cristo nei sacramenti! E per voi sposi farvi toccare da Cristo anche tramite il coniuge per iniziare a guarire quella lebbra che paralizza il vostro matrimonio.

Constatare di essere lebbrosi può già essere il primo passo verso la vittoria. Così pare avvenne qualche secolo fa a un nobile giovanotto di Assisi, al secolo Giovanni di Pietro di Bernardone. È la Leggenda dei Tre Compagni a raccontarcela: “Un giorno che stava pregando fervidamente il Signore, sentì dirsi: «Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai dolcezza grande e immensa soavità»”. Fu l’abbraccio di un lebbroso a mettere in atto un percorso di crescita verso la sua santità. Forse l’abbraccio della “lebbra” del tuo coniuge potrebbe essere nuovamente l’occasione per fare un salto in avanti come persona e come coppia.

Se vi scoprite lebbrosi, non è la fine del mondo! Non a caso nella Lettera agli Efesini S. Paolo non ci dice forse che lo sposo vuole purificare la sposa prima di unirla a sé nel matrimonio?

Perciò, in questa scena evangelica, come non vedervi un tratto nuziale? Ciascuno di voi siete quel lebbroso che significa la sposa di Cristo Sposo e che Lui vuole rendere partecipe del suo amore. Il tocco che lo guarisce è solo il primo passo di un rapporto che Gesù vorrebbe pienamente coinvolgente.

Ecco allora che questo Vangelo ci fa da preludio alla Quaresima, difatti nel messaggio del Papa vi è un chiaro riferimento sponsale:

La Quaresima è il tempo di grazia in cui il deserto torna a essere – come annuncia il profeta Osea – il luogo del primo amore (cfr. Os 2,16-17). Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita. Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore” (Francesco, Messaggio per la Quaresima 2024).

Cari sposi, siete, siamo tutti lebbrosi, abbiamo bisogno assoluto della mano misericordiosa di Cristo che ci purifichi continuamente perché il nostro amore sia vero. Entriamo con Gesù, quindi, nei nostri deserti per essere guidati nel nostro cammino di conversione.

ANTONIO E LUISA

Che bello leggere la nostra storia attraverso il Vangelo e la bellissima spiegazione di padre Luca. Per me è stato davvero così. L’abbraccio di mia moglie che mi ha amato quando io non riuscivo a farlo è stato l’abbraccio di Cristo. Cristo mi ha sanato attraverso l’amore gratuito di una donna che ha scelto di starmi accanto sempre nella gioia e nel dolore.

Il matrimonio secondo Pinocchio / 22

Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante, s’imbatté negli assassini.

Questo è il titolo del capitolo 14, nel quale viene descritta l’affannosa fuga di Pinocchio da due loschi individui, il Gatto e la Volpe, che lo inseguono senza mai mollare. Curiosamente, l’unico a non averli riconosciuti è lo stesso burattino, mentre anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà a riconoscerne i tratti. La descrizione di questa scena spettacolare è realizzata con grande maestria, lasciandoci intravedere ora la disperata fuga di Pinocchio ora la tenacia dei due assassini nell’inseguirlo.

Sicuramente questo capitolo ci pone davanti alla questione della violenza, ma prima di vederne alcuni tratti, vorremmo chiarire il fatto che il Gatto e la Volpe siano tornati alla carica per riuscire nel loro intento e prendersi ciò che non erano riusciti con l’astuzia e l’inganno.

Cari sposi, questa è la tattica del nostro nemico, il diavolo, il quale non si presenta subito a carte scoperte come un assassino, ma dapprima cerca in tutti i modi di raggirarci con l’astuzia di cui è maestro, ma dobbiamo porre attenzione poiché non si dà mai per vinto, e se non gli riesce di allontanarci da Dio con l’inganno, ecco che sfodera le sue armi di violenza inseguendoci senza tregua ovunque. Se ci fermiamo un attimo a pensare, constatiamo che nel nostro mondo moderno il nostro nemico ha cominciato proprio con l’astuzia e l’inganno: dapprima ha voluto modificare il modo di pensare con gli illuminati e dintorni, le coscienze così si sono affievolite su ciò che è bene e ciò che è male, poi ha cominciato a normalizzare stili di vita peccaminosi, dopodiché ha agito ancora con astuzia dando un nuovo significato alle parole, poi ha cominciato “l’inseguimento” stimolando leggi ingiuste ed inique, oggigiorno siamo di fronte ad un vero e proprio “inseguimento” degli ultimi che vogliono scappare dalle sue grinfie.

Care famiglie, non dobbiamo farci illusioni, siamo di fronte ad un inseguimento fino all’ultimo respiro, dobbiamo resistere, e se qualche volta il nemico scivola in qualche pozzanghera non dobbiamo rallentare come Pinocchio e consolarci pensando di averla fatta franca, questo inseguimento dura tutta la vita.

Non sono parole dure di Giorgio e Valentina, stiamo semplicemente raccontando la realtà della battaglia a cui siamo chiamati ogni giorno, e lo facciamo usando la metafora dell’inseguimento, se avessimo voluto usare parole più crude e spaventose avremmo usato le stesse di S.Pietro:

 (1 Pt 5,8) Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare.

Questo inseguimento affannoso tocca anche la questione della violenza, la quale ha fatto la sua comparsa nella vicenda umana subito dopo la rovina del peccato delle origini, scatenando in Caino la furia omicida. Senza fare i moralisti, vorremmo spronarvi a riflettere su quanto la violenza dimori in noi, nella nostra vita di tutti i giorni, nei gesti e nelle parole. Essa è un frutto del peccato perciò fare un esame di coscienza su quanto essa alberghi in noi (forse anche dentro la relazione sponsale) ci dà un indicatore di quanto il peccato alberghi ancora in noi… senza per questo farne un dramma da depressione poiché Gesù è il Salvatore ma senza neanche scusare i nostri atti violenti con spiegazioni di taglio psicologico che alla fine tentano di togliere la colpa personale lasciandoci ancorati al peccato.

Pinocchio non ha voluto dare ascolto alla vocina fioca del Grillo-parlante che lo aveva messo in guardia circa gli assassini ed ora si trova nei guai, cogliamo l’occasione per impararne la lezione.

Coraggio, non tutto è perduto!

Giorgio e Valentina.

Una corona di spine sarà il dress code per la mia festa.

Nel bel mezzo delle serate sanremesi arriva lei Angelina Mango con non solo un cognome importante per quel palco da calpestare ma con un testo scritto insieme, tra gli altri, a Madame.

Si , signori miei, la Madame che ogni anno destabilizza i più per la sua vita privata, ma quest’anno ci sorprende con parole importanti. La canzone è La Noia ed è in buona parte autobiografica perché in alcuni passaggi Angelina confida l’elaborazione del suo lutto vissuto quando aveva solamente 12 anni nel fiore dell’adolescenza.

Non è mai semplice attraversare il dolore per la perdita di un genitore ed è un bene, anche per i nostri figli che forse la ascoltano e ballano le sue canzoni, sapere che ognuno ha i propri tempi e modi di vivere e attraversare un dolore così grande da togliere il fiato. Nel testo la noia, cioè il fermarsi, è un toccasana.

Viviamo in un mondo con dei ritmi frenetici, dove si corre dalla mattina alla sera, dove spesso i nostri figli escono ancora quasi con il pigiama per raggiungere a malincuore nidi, asili, scuole primarie. Spesso non hanno modo di sperimentare la noia. Quella sana noia che ti è di stimolo per conoscere la parte più vera del tuo io. Quella noia che crescendo ti aiuterà a chiederti quale è il progetto di vita per te, quella ricerca instancabile per l’infinito.

Tra le parole del testo spicca questo passaggio importantissimo ” la noia muoio perché morire rende i giorni più umani. Vivo perché soffrire fa le gioie più grandi non ci resta che ridere in queste notti bruciate una corona di spine sarà il dress code per la mia festa“.

A un passo dall’ inizio del cammino quaresimale è un toccasana anche per noi da casa ascoltare queste parole. Tendenzialmente quest’anno in molti testi dei cantanti in gara emerge questa ricerca di infinito, questa sete di Dio, così come nel testo di Alfa con la sua Vai.

Lo stesso video della canzone su YouTube termina con il cartello con questa frase “non so chi ha fatto il mondo ma so solo che era innamorato“. Tanta roba. Mettersi in cerca di Dio. La canzone è un invito a mettersi in cammino e a non mollare mai senza guardarsi indietro. Puntando al cielo aperto. E soprattutto puntando al sole.

Altra ricerca di infinito è tra le parole di Mr.Rain che racconta l’amore di un padre che perde i suoi figli. Quante volte un papà si scopre padre e riscopre le sue prime volte grazie ad un figlio? “Parlarti di quello che sento mi sembra impossibile perché non esistono parole per dirti cosa sei per me. Tu mi hai insegnato a ridere , tu mi hai insegnato a piangere l’ho imparato con te che certe volte un fiore cresce anche nelle lacrime.”

Se avete modo ascoltate queste canzoni con le cuffiette perchè assaporerete di più le parole di ogni canzone. Buona serata e buon proseguimento di festival.

Simona e Andrea

Non sto perdendo niente di me stesso ma sto diventando me stesso

Oggi vorrei partire per la mia riflessione da una frase detta da don Luigi Epicoco. Ha detto una verità assoluta. Anche quando decido di sacrificare me stesso per l’altro non sto perdendo niente di me stesso ma sto diventando me stesso.

Questa frase è una bomba. Dovremmo appenderla in casa e leggerla ogni mattina. Noi sposi dobbiamo farla diventare stile di vita. Cosa significa?

Don Epicoco lo spiega nella stessa catechesi. Il Vangelo presenta tre amori. L’amore per Dio, l’amore per il prossimo ma poi ne aggiunge un terzo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. I primi due amori – quello per Dio e quello per il prossimo – sono autentici solo quando amiamo noi stessi.

Se non ci amiamo non saremo capaci di percepire l’amore del Padre e non saremo capaci di donarci a un tu! Certamente tutto parte da Dio e dal Suo amore ma se poi noi non riusciamo a sentirci belli non sapremo accogliere davvero l’amore di Dio e lo vedremo sempre come un padrone più che un Padre. Un po’ come il fratello del figliol prodigo. Uno che non pensava di essere amato per quello che era ma per come riusciva a compiacere il Padre. Per questo restò scioccato dall’atteggiamento del Padre verso quel fratello dissipatore.

Questo cambia tutto. Arriviamo ora al rapporto di coppia. Perchè chi non si ama solitamente troverà mogli o mariti che lo confermano che non merita di essere amato. Chi non si ama sarà attratto da relazioni che confermano che deve meritarsi quell’amore e che non sarà mai abbastanza. Relazioni di dipendenza e non di amore. Chi non si ama cerca in tutti i modo di tenersi l’altro legato in quella relazione scendendo a compromessi, accettando comportamenti e scelte che non vorrebbe accettare ma che non ha la forza di respingere. Capite che chi vive il matrimonio così sta perdendo la sua identità e sta diventando sempre meno quell’uomo o quella donna che potrebbe essere in potenza?

Chi si ama invece è capace di sacrificarsi! Di rendere sacro. Rendere di Dio la propria vita. Questo può voler dire essere capace di amare una persona che non restituisce tutto l’amore che riceve. Che magari non si comporta sempre bene. Ma una persona che si ama è capace di morire a se stessa per fare il centro dell’amore l’altro. Chi si ama muore a sè stesso per diventare ciò che Dio ha seminato il lui o in lei. Chi si ama può amare gratuitamente l’altro senza aspettarsi nulla in cambio perchè è libero e perchè si sente prezioso senza dover mendicare nulla da nessuno. Chi si ama proprio perché si riconosce prezioso è capaci di abbassarsi per aiutare l’altro a rialzarsi.

L’ndipendenza vera è questa. Quelle donne che combattono il patriarcato forse hanno una parte di verità ma è parziale, non sanno andare fino in fondo alla questione. Noi – e mi riferisco a uomini e donne – dobbiamo sì liberarci dalla dipendenza l’uno dell’altro, ma non per restare soli perchè non abbiamo bisogno di nessuno. Dobbiamo farlo per essere capaci di donarci all’altro gratuitamente senza aver bisogno di prendere per poter dare. Questo è l’amore che dovremmo cercare di vivere nel matrimonio.

Così quando io sono girato, sono nervoso, sono arrabbiato e magari mi comporto male trovo una moglie a casa che mi ama nonostante questa mia mancanza di amabilità. E viceversa. E’ così che un matrimonio funziona. E’ così che una mancanza di amore diventa occasione per amare di più e un male diventa bene.

Antonio e Luisa

Diamanti grezzi

Signori e signore buonaseraaaaa e anche quest’ anno siamo qui a seguire la settimana santa della Musica italiana. Oggi (ieri ndr) è la giornata dedicata al cyberbullismo quindi siate clementi mentre leggete. Perché scrivo così?

Semplicemente per ricordare che tra i tanti artisti in gara Alessandra Amoroso nel 2024 è ancora vittima di commenti fuori le righe, un cantante può piacere o meno ma sui social in particolare si tende sempre ad andare oltre. Ricordiamo che quei profili appartengono a persone reali con dei sentimenti e delle fragilità.

La sua fragilità non è una debolezza ma dà voce anche a quella dei nostri figli adolescenti che magari sono i primi a cadere nei tranelli dei giudizi e dei commenti. Ma ci si rialza. Si impara a rialzarsi dalle cadute. Un po’ tutti gli artisti in gara ci ricordano l’ importanza di fermarsi e prendere del tempo per sè stessi e che soprattutto non bisogna vergognarsi di ricorrere all’aiuto della psicoterapia quando necessaria.

Per non parlare di Emma presa di mira ogni volta per il suo fisico. E’ successo anche nel momento più doloroso della sua vita quando ha perso suo padre. Un padre che era sempre accanto a lei anche nel dietro le quinte. Fragilità. Parola che emerge anche nel testo de Il Tre.

Giovani che ammettono che siamo fragili, inquieti, ognuno con i suoi demoni interiori. Chiedono aiuto. Così come i La Sad; tra le loro parole come non pensare alle serate di sballo in disco o in un qualsiasi rave party? O all’abuso di alcool?

Sarà che mi ricordo le serate di Evangelizzazione in strada con Nuovi Orizzonti e al bene che si compie con un abbraccio vero che allevia le tue ferite. Fermarsi è importante. Lo stesso Ghali ha dichiarato di essersi preso del tempo. La sua canzone mi è piaciuta così come le sue parole “di alzare un polverone non mi va ma come fate a dire che qui è tutto normale, per tracciare un confine con linee immaginarie bombardate un ospedale per un pezzo di terra o per un pezzo di pane“.

Ghali immagina un dialogo con un alieno ma quante volte anche noi parliamo con qualcuno che tende a nascondere l’ evidenza dei fatti? Ma tali pensieri sono ricorsi anche nella canzone di Dargen. Sarà che il giorno prima avevo ospite in Radio don Mattia Ferrari cappellano sulle navi Onlus, ma nelle parole di Dargen vi era proprio il dialogo avuto con Don Mattia.

In Onda Alta scrive “se basta un titolo a fare odiare un intero popolo non lo conosci Noè? …. C’è una guerra di cuscini, ma cuscini un po’ pesanti se la guerra è dei bambini. La colpa è di tutti quanti abbiamo cambiato le idee abbiamo cambiato leader ma la Madre e le altre donne non hanno niente da ridere“.

Ecco alla parola madre il pensiero è andato alla Madre. E questo è ciò che mi sentivo di condividere su questa prima serata. A domani per altri commenti.

Simona Arcidiacono

Anche quel giorno, come oggi, era il giovedì grasso ma …

Oggi è il cosiddetto “giovedì grasso”, una delle giornate clou del carnevale, in cui tanti pensano alle maschere, ai travestimenti, ai coriandoli, alle frittelle, agli scherzi, ecc …. anche nel febbraio 1858 ci fu il giovedì grasso, che quell’anno cadeva il giorno 11, ma in Cielo a tutto si pensava tranne che al carnevale; già, perché l’11 febbraio 1858 ci fu un evento che cambiò la storia della fede cattolica moderna.

In Francia, a Lourdes, era una giornata particolarmente fredda e tre ragazzine, per cercare di scaldare la loro casa umida e malsana, stavano andando a racimolare dei rametti di legna nella località di Massabielle, dove il fiume Gave formava un’ansa nella quale si accumulavano parecchi detriti, tra cui appunto dei rimasugli boschivi. Vi era pure una grotta ma il luogo, lontano dal centro abitato, era piuttosto sgradevole in quanto pascolo di maiali. Toinette era accompagnata da un’amica e dalla sorella Bernadette, una quattordicenne affetta dall’asma e di salute cagionevole che rimase indietro rispetto a loro perché, prima di attraversare l’acqua, si fermò per togliere le calze e non bagnarle. Fu proprio in quel momento – era circa mezzogiorno – che un fruscio in assenza di vento attirò la sua attenzione: nella fenditura della roccia vide quella che chiamò “Aquerò“, una donna misteriosa vestita di bianco, con una cintura azzurra, sui piedi due rose dorate e un grande rosario al braccio. Anche Bernadette, d’istinto, tirò fuori dalla tasca il suo umile rosario e stava per farsi il segno della croce quando la solennità di quel gesto compiuto dalla Bella Signora la  impressionò a tal punto da rimanere quasi immobile.

In quel giovedì grasso ebbe avvio non soltanto il ciclo delle apparizioni di Lourdes ma un’ondata straordinaria di fede che avrebbe dato del filo da torcere all’anticlericalismo allora molto acceso in Francia e fatto di quel luogo la prima meta di pellegrinaggi in Europa e, al mondo, secondo solo al Santuario di Guadalupe in Messico.

Ecco come Dio opera in maniera prodigiosa, ribaltando completamente i canoni umani! Dal giovedì grasso al giovedì della Grazia, da una grotta trasandata e sporca ad un rifugio diventato purissimo in cui centinaia di migliaia di persone – da allora – trovano risposte, miracoli, consolazione, guarigioni fisiche e spirituali, la Grotta che tutti conosciamo, che in tantissimi amano e alla quale corrono con il cuore ogni qualvolta sentano il bisogno di chiedere aiuto alla Mamma o di dire anche un semplice ma grande grazie.
Diceva Bernadette: “La grotta era il mio Cielo” e anche “Madre mia, è nel vostro cuore che vengo a deporre le angosce del mio e ad attingere forza e coraggio“.

Quel giovedì grasso, prima di allora, non aveva niente di santo né di particolare: fu la presenza di Maria a renderlo unico non soltanto per la vita della giovane veggente, della sua famiglia o degli abitanti di Lourdes ma anche per noi, oggi, che ci prepariamo a riviverne la portata eccezionale, quando domenica celebreremo il 166esimo anniversario della prima apparizione e la 32esima Giornata Mondiale del Malato. Era un giovedì grasso ma il Signore non scherzò affatto, permettendo alla Madonna di manifestarsi e rivelarsi poi, il 25 marzo, come “Immacolata Concezione”, suggellando il dogma promulgato quattro anni prima da Papa Pio IX.

All’immagine del giovedì grasso – obeso di frivolezza – si contrappone non solo il ricordo di Lourdes ma anche di tutte quelle situazioni di malattia, dolore, degrado e guerra che tormentano tanti essere umani e che, come monito serissimo, parlano alla società materialistica che pensa solo al divertimento. Al di là e ben oltre il carnevale, dunque, c’è una parte di mondo che soffre ed una parte che cura, una parte che geme ed una parte che ripara, una parte che lotta ed una che prega.
Un 11 febbraio spartiacque, dunque, non solo tra un prima e un dopo temporale quando piuttosto tra un prima e un dopo spirituale, un giovedì che non strizza l’occhio ai travestimenti ma che fa cadere tutte le maschere della superficialità umana, un 11 febbraio perennemente attuale in grado di parlare a ciascuno di noi.

Fabrizia Perrachon 

La Sad a Sanremo: il malessere della generazione Z

Questo articolo tratta di Sanremo. Non del santo ma proprio del festival della canzone. Sono pronto ad affrontare sdegno e critiche dei tanti puritani e intransigenti. Va bene, nessun problema. Credo però che noi cristiani dobbiamo cogliere le occasioni più popolari – virali come si dice oggi – per far passare Gesù attraverso qualcosa che cattura l’interesse di tanta gente.

Mi soffermo su un brano che a mio avviso offre diversi spunti. Si tratta di Autodistruttivo dei La Sad. Io non conoscevo questo trio che sembra la caricatura dei punk degli anni 70. Certo a Sanremo si porta tutto all’eccesso ma loro non passano inosservati.

Intervistati da Cattelan i La Sad hanno spiegato la scelta del nome. Vogliono ricollegarsi ai problemi che hanno avuto di depressione, tristezza e che riguardano spesso tanti giovani. “Sad” in inglese significa “triste”, inoltre è anche l’acronimo di “Seasonal Affective Disorder”, la depressione. Proprio questa loro attenzione al tema della depressione e dell’ansia si ritrova nei loro testi, così come anche riferimenti a droga e sesso.

Ma non è di loro che voglio scrivere ma della loro canzone. Mette in luce il malessere di una generazione di giovani. Giovani che possono fare tutto ma che spesso non sono felici proprio perchè nella troppa libertà non trovano più la strada e il senso.

Mi fermo su tre strofe che sono emblematiche. Nessuno resta per sempre tranne i tattoo sulla pelle. […] E prendo a pugni lo specchio io non ci riesco a cambiare chi vedo riflesso […] E sono solo uno dei tanti. Possiamo prendere questa canzone superficialmente come l’urlata di tre tipi fuori di testa oppure, forse, dietro quelle creste ci sono tre ragazzi che esprimono attraverso la musica un malessere che va ascoltato.

Queste tre strofe esprimono perfettamente la mancanza di Qualcuno. Nessuno per sempre. Solo Dio resterà per sempre, ma devi riconoscerlo in una relazione d’amore. Non mi piaccio! Solo guardandosi riflessi in Dio possiamo davvero sentirci preziosi. Ma dobbiamo alzare lo sguardo da orizzontale verso lo specchio a verticale verso Dio. Sono uno dei tanti. Incominci a sentirti l’unico e il solo quando ti senti amato da Dio. Solo Lui è capace di guardarci tutti come fossimo gli unici. Sarebbe morto anche solo per me, per te.

Franco Nembrini, nel suo libro Di Padre in Figlio, raccontava di un confronto avuto in classe – lui è stato insegnante – con degli alunni. Ragazzi di 15 anni. Chiese agli studenti quale fosse il senso della vita. Uno di questi gli rispose: non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata. Lui rimase completamente spiazzato e non rispose nulla. Rimase amareggiato profondamente pensando alla sofferenza che quel giovane doveva aver dentro di sé. Capite come tutto torna. Se i ragazzi credono che non ci sia un progetto d’amore su di loro come possono essere felici? Possono solo anestetizzare la loro tristezza con droga e sesso. Ed è quello che succede in tanti giovani. Giovani che non sono cattivi ma tristi e abbandonati anche dai genitori che non sanno raccontare loro di Dio. Magari danno tanto ma non sanno dare quello che davvero serve. Perché anche tanti genitori ormai non credono più.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e quindi anche per essere capaci di amare e per dare senso a tutta la vita.

Io come padre ho un compito fondamentale, uno di quelli che può davvero fare la differenza. È importante che io faccia comprendere ai miei figli che c’è un altro Padre che li ama molto più di quello che riuscirò mai a fare io. Come si può spiegare questo a dei bambini? Da ragazzi poi è già molto più difficile. Non si può. Si può solo mostrare cosa significhi e come si concretizza l’amore paterno di Dio.

Mi rivolgo ai La sad, che per età potrebbero essere figli miei. Loro affermano che il loro messaggio vuole aiutare i ragazzi a superare i periodi difficili e trasformare la rabbia in rivalsa e rivoluzione. Cari ragazzi fate la rivoluzione, quella vera, tornate a Cristo e tutto andrà al posto giusto. Lui vi ama infinitamente così come siete, anche con quelle creste e quella rabbia che avete dentro.

Antonio e Luisa

Separazione e divorzio: differenza solo civile non cristiana.

Mi trovo ogni tanto a intervenire su discussioni inerenti alla differenza tra separazione e divorzio (ad esempio su domande del tipo: “È vero che un separato può fare la comunione, mentre un divorziato no?”) e vorrei chiarire un po’ come stanno le cose, per noi cristiani e non da un punto di vista legale, poiché non ho competenze in merito.

La separazione è una situazione permessa anche dalla Chiesa per situazioni gravi, in cui ad esempio è a rischio la vita e dovrebbe essere limitata al tempo necessario per risolvere i problemi (magari con l’aiuto di esperti) e tornare così a vivere insieme.

È in pratica un matrimonio che viene messo in pausa per un certo periodo, nel quale i coniugi sono chiamati a vivere in castità. Quando si decide, oltre alla separazione, di proseguire con il divorzio, le motivazioni sono essenzialmente due: contrarre un nuovo matrimonio civile o far cessare gli effetti ereditari. Infatti con il divorzio vengono sciolti gli effetti civili del matrimonio concordatario (nel diritto civile italiano, il matrimonio concordatario è un matrimonio che si celebra innanzi a un sacerdote, al quale lo Stato riconosce, a certe condizioni, effetti civili).

Per un cristiano l’accesso ai Sacramenti, in particolare la comunione, può avvenire solo se è in grazia di Dio, cioè se non ha commesso peccati gravi e questo non cambia se è solo separato o anche divorziato, perché davanti a Dio l’aver firmato un foglio, non vale assolutamente niente, è carta straccia.

Quindi una persona che sceglie di rimanere fedele a Dio (e conseguentemente alla promessa fatta e al coniuge), anche se divorziato può (anzi deve, perché è la sua sorgente di Forza e Grazia) accedere ai Sacramenti.

Se invece una persona chiede il divorzio per risposarsi civilmente, commette una colpa, come viene ben spiegato nel catechismo della chiesa cattolica (CCC), n° 1650:   “Oggi, in molti paesi, sono numerosi i cattolici che ricorrono al divorzio secondo le leggi civili e che contraggono civilmente una nuova unione. La Chiesa sostiene, per fedeltà alla parola di Gesù Cristo («Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio »: Mc 10,11-12), che non può riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il primo matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione”.

Aggiungo che se uno sposo, magari separato da diversi anni, chiede il divorzio non per sposarsi nuovamente, ma per tutelare il patrimonio e quindi i figli, non commette peccato (infatti, come ho spiegato sopra, con la sola separazione non cessa l’asse ereditario e pertanto ad esempio, in caso di morte, una parte di eredità andrebbe comunque al coniuge). In alcuni casi è addirittura consigliabile procedere con il divorzio, se c’è la possibilità che ai figli venga sottratta una parte dei soldi destinati, in particolare, allo studio e alla loro crescita/formazione.

Questo non lo dico io, ma sempre la Chiesa nei seguenti due articoli, CCC 2383: ”…Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale”.

CCC 2386: “Può avvenire che uno dei coniugi sia vittima innocente del divorzio pronunciato dalla legge civile; questi allora non contravviene alla norma morale. C’è infatti una differenza notevole tra il coniuge che si è sinceramente sforzato di rimanere fedele al sacramento del Matrimonio e si vede ingiustamente abbandonato, e colui che, per sua grave colpa, distrugge un Matrimonio canonicamente valido”.

Quindi, ricapitolando, quello che conta nel nostro cammino di fede non è l’aver firmato la separazione o il divorzio, ma è il nostro rapporto con Gesù (e quindi con il nostro coniuge): Lui si fonde con gli sposi in maniera indissolubile, cioè non è solubile, non si può sciogliere e guarda il nostro cuore.

Il matrimonio, infatti, civilmente è soggetto a delle leggi umane, ma la cosa più importante è che è stato scritto in maniera indelebile in cielo, nel cuore di Dio e nessuna sentenza lo può modificare nella sostanza (se è valido, naturalmente).

Come Dio non ha mai abbandonato la Chiesa e come Cristo non ha mai abbandonato l’umanità, così gli sposi sono segno di questa Alleanza di salvezza: è qui che si gioca tutto, nel credere in quest’Amore così grande!

Per me non fa nessuna differenza separazione o divorzio, continuo e continuerò a portare la fede al dito, segno e testimonianza di quello che è avvenuto e che nessuna legge umana potrà mai modificare.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Neanche i cieli dei cieli.

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30) In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore.  Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!  Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.  Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

Questi capitoli sono affascinanti perché ci testimoniano di quanto onore il popolo di Israele riservasse all’Arca dell’alleanza, prefigura dei nostri tabernacoli nei quali è contenuto non una o due tavole di pietra, ma il Signore stesso, nascosto ai nostri occhi sotto le specie eucaristiche. Già su questo aspetto dovremmo farci (noi come Chiesa del tempo presente) un serio esame di coscienza perché nella maggioranza delle nostre chiese il tabernacolo non solo non è trattato almeno quanto l’Arca dell’alleanza, che già sarebbe molto, ma spesso viene trattato alla stregua di un mobile della cucina da cui si prelevano e si rimettono sale, olio e pepe più volte mentre si prepara il pranzo.

La nostra attenzione maggiore però oggi vorremmo riservarla ad un passaggio della preghiera di Salomone : Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito. Questa frase rivela la fede di Salomone nella grandiosità dell’Altissimo, rivela la sua coscienza di essere creatura e non Creatore, rivela la sua incrollabile certezza che Dio è infinito ed eterno.

Certamente Salomone ci sta davanti come modello di atteggiamento nei confronti di Dio, ma l’Antico Testamento trova compimento nel Nuovo, e qual è questo compimento? Ce ne sono diversi, ma ne prendiamo solo un paio: i due sacramenti del Battesimo e del Matrimonio.

Vogliamo fare una catechesi su questi due sacramenti? No, solamente far emergere un aspetto che li accomuna.

Quando un bambino entra in chiesa per essere battezzato non è lo stesso di quando esce da battezzato. Con i nostri occhi vediamo ancora tutto come prima (similmente a ciò che avviene con l’Eucarestia), ma la sostanza sotto l’apparenza è radicalmente cambiata: è una creatura nuova, è una creatura marchiata con un sigillo di appartenenza eterno ed incancellabile, è divenuto figlio di Dio, coerede di Gesù Cristo, non è più sotto la schiavitù di Satana ma è diventato tempio dello Spirito Santo, la Trinità stessa inabita in quella creatura nuova.

Ma com’è possibile? Non è vera la frase di Salomone?

Quale realtà grande: quel Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere si fa piccolo piccolo per inabitare in noi, quale sublime atto di umiltà e grandezza nello stesso tempo. Quel tempio di Salomone era prefigura non solo dei nostri templi ma anche di noi battezzati, veramente il nuovo ha portato a compimento ciò che nel vecchio era solo prefigurato.

E questo aspetto del Battesimo ci fa capire perché esso sia necessario per il sacramento del Matrimonio, perché solo tra due persone (maschio e femmina) che sono tempio dello Spirito Santo può inabitare Gesù con la sua presenza reale.

A quale grandezza dunque siamo chiamati noi sposi che siamo tempio dello Spirito Santo e tra noi abita realmente Gesù Cristo, è certamente una grandezza che ci supera, non la meritiamo assolutamente, ma così è.

Quando dunque trattiamo il nostro coniuge con disprezzo, chi stiamo disprezzando in realtà, se dentro lui/lei inabita la Trinità stessa? Quando ci ostiniamo a non voler cambiare per amarlo/la meglio ma restiamo fermi sulle nostre false sicurezze di essere noi i perfetti, chi è che decidiamo di non amare meglio se in lui/lei inabita il Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere? Quando il nostro coniuge diventa solo l’oggetto delle nostre fantasie a luci rosse, non stiamo forse disonorando la reale presenza di Gesù tra noi? Quando trattiamo lui/lei come lo schiavo che ci deve servire e riverire in tutto e per tutto, chi stiamo schiavizzando se è tempio dello Spirito Santo?

La Quaresima è ormai alle porte, chi ha orecchi per intendere, intenda.

Giorgio e Valentina.

Abbiamo la febbre anche noi?

Il Vangelo di ieri è molto significativo. Perché è così importante scrivere della febbre della suocera di Pietro? Che miracolo è? Uno si aspetta che Gesù cominci con il botto e invece cura una semplice febbre. Dai ci saremmo aspettati di più. Non dico subito di resuscitare un morto ma almeno un lebbroso o un paralitico. E invece la febbre. Ma vediamo cosa c’è dietro.

Gesù era di ritorno dalla sinagoga dove aveva predicato ed aveva liberato l’indemoniato. Ricordate il Vangelo di domenica scorsa? La suocera di Pietro non c’è potuta andare. Aveva la febbre. La febbre rappresenta tutti quei mali che abbiamo dentro e che non si vedono. Rappresentano le nostre ferite, la nostra incredulità, il nostro egoismo, la nostra durezza di cuore. Tutto quello che ci impedisce di andare incontro a Gesù. Di andarlo a cercare a casa sua. Nella Chiesa.

Allora è Gesù che viene da noi. Nella nostra casa. Mi rivolgo in particolare a tutte quelle persone che lamentano un marito – o una moglie – duro di cuore che non crede e che non si comporta neanche così bene con loro. Chi ha la febbre non riesce a fare nulla. Ha bisogno di essere servito. Il centro di tutto è solo lui, le sue esigenze, i suoi bisogni e il suo umore. L’altro diventa un mezzo, uno strumento. Una cosa da usare. Ma poi avviene il miracolo. Ok non sempre avviene ma voi siete l’unica occasione che l’altro avrà di fare esperienza di Dio. Di fare esperienza dell’amore di Dio. E non dovete farlo per forza. Come accade nella prima lettura sempre di ieri tratta dal libro di Giobbe. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate.

Se lo fate per forza diventa un peso insostenibile alla lunga. Amate gratuitamente quella persona febbricitante che avete accanto perché lo scegliete e perché è una necessità. La necessità di chi ha incontrato Gesù e desidera restituire tutto quell’amore che ha ricevuto. Solo così funziona e solo così il vostro servire diventerà lo stimolo per permettere alla persona che avete accanto di alzarsi. Nel Vangelo è usato lo stesso verbo usato per la resurrezione. Attraverso l’incontro con Gesù quella persona incredula e dura di cuore risorgerà. E da cosa lo capite che è risorta? Si metterà a sua volta a servire. Perché chi incontra Gesù ha bisogno di amare, non ce la fa a tenersi dentro tutto e sente il bisogno di condividere l’amore, di far sentire a sua volta chi ha intorno come persone amate. Questo significa essere cristiani!

Antonio e Luisa

Salvati & Salvanti

Cari sposi, seguendo una persona su Instagram, ho notato un bel post in cui appariva un semplice foglietto su cui era scritto, con una grafia disarmonica e scombinata, “il miglior momento della tua vita è adesso”. A prima vista nulla di ché se non fosse per trattarsi dell’ultimo messaggio di un papà, gravemente affetto dalla SLA, al suo unico figlio.

E così, il tema della malattia sembra pervadere ogni lettura, dal libro di Giobbe fino alla suocera del Vangelo. C’è tuttavia una bella differenza tra come è vissuta in ciascuna delle scene. Che significato sottendono questi due modi di essere malati – leggasi anche afflitti, turbati, angosciati, scoraggiati, disperati… – e che hanno da dire agli sposi?

C’è un modo di affrontare e vivere ciascuna delle suddette circostanze come viene descritto da Giobbe: “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario”. Che vuol dire? Nel senso che sopporti e carichi i pesi, magari con estrema eleganza e nonchalance, che nemmeno chi ti è vicino si accorge di nulla, ma in fin dei conti non vedi l’ora che finisca. Per chi affronta la vita così il meglio, il bello, il buono…arriva sempre dopo la situazione attuale: si finisce così per vivere alienati nel futuro e scollegati dal presente.

Invece il quadro evangelico mostra come le prove della vita non esimono dal diventare comunque portatori di bene. La suocera, non appena rimessasi in piedi – e nel Vangelo ciò è simbolo di resurrezione – si mise a servire i commensali. La malattia, quindi, riporta comunque al presente e non permette fughe in un passato idealizzato e nemmeno in un futuro inesistente.

Cosicché, Gesù in questa scena è medico, sia delle anime che dei corpi. La sua missione è di guarire e di sanare chiunque abbia un problema, di qualsiasi ordine esso sia.

Il bello è che voi sposi questo stesso Gesù lo portate con voi ogni giorno. Lui in voi e tramite voi può compiere guarigioni perché “a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio». Perciò non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris Consortio 49).

Sarebbe bello che questo Vangelo vi portasse a domandarvi se le croci quotidiane sono un anelito verso Cristo Salvatore o un incentivo a ripiegarvi su sé stessi e in quale misura le difficoltà possono essere luogo per sperimentare la Presenza dello Sposo in voi.

Vi auguro di saper trarre con pazienza le lezioni che il Signore Gesù vuole consegnarvi in quelle circostanze e di essere portatori per altri di salvezza e guarigione.

ANTONIO E LUISA

La domanda che ci pone padre Luca è decisiva. Come affrontiamo le nostre croci, anche quelle piccole? Fuggendo nel passato o sperando nel futuro non vivendo il presente? Oppure immergendoci nell’oggi, nella quotidianità? Solo se saremo capaci di vivere il nostro matrimonio nella quotidianità, anche quando non è facile, decidendo di starci e di donarci completamente allora staremo vivendo un matrimonio vero. Io ero proprio quello che si rifugiava in un futuro ipotetico ed ideale. Ero quello del sabato del villaggio. Il matrimonio mi ha insegnato ad essere presente nel presente.

San Giuseppe: padre del Redentore, perché sposo di Maria

Introducendo l’esortazione Redemptoris Custos, abbiamo detto che Giovanni Paolo II chiama san Giuseppe “Ministro della salvezza”, facendo sua un’espressione di san Giovanni Crisostomo. Questo titolo, assieme a quello di “Custode del Redentore”, delinea chiaramente la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, quindi, nel piano divino dell’Incarnazione e della Redenzione. San Giuseppe è ministro della Redenzione in qualità di custode di Gesù, è al servizio di Dio mediante la sua paternità. Vi è qui una meravigliosa valorizzazione della paternità umana! 

Essa si approfondisce nell’esortazione di Giovanni Paolo II mediante uno sguardo ancora più ampio e profondo al numero 7, dove si legge: «la paternità di Giuseppe […] passa attraverso il matrimonio con Maria, cioè attraverso la famiglia». Perché questo dato è così importante? Proprio per il fatto che non viene dalla generazione naturale, la paternità di Giuseppe è possibile solo in virtù del matrimonio con la Vergine e rivela chiaramente come la paternità umana si esprima in pienezza nel contesto della famiglia. «Come si deduce dai testi evangelici, il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria». Infatti, il Vangelo ci racconta che al momento dell’Annunciazione a Maria e del sogno di Giuseppe era già in atto il loro matrimonio, ossia la prima fase dello sposalizio, secondo l’usanza semitica. 

Tutto ciò rivela il matrimonio come vera vocazione, e ci permette di comprendere come l’esercizio della paternità di Giuseppe non possa essere disgiunto dalla maternità di Maria. Se questo è vero per la Sacra Famiglia, deve essere vero anche per ogni famiglia, di cui Gesù, Maria e Giuseppe ne sono il modello supremo.

Al contempo, non va dimenticato che la risposta fedele di Giuseppe alla sua chiamata di vergine, sposo e padre permette a Maria di vivere in pienezza la sua chiamata di vergine, sposa e madre! Vi è un reciproco sostegno tra le due vocazioni! Non può pensarsi l’una senza l’altra. Non a caso, quindi, nella Redemptoris Custos, Giuseppe è sempre considerato «insieme con Maria», mentre Gesù è posto al centro di questa relazione, che sussiste proprio in ragione di Lui. 

Attraverso il loro matrimonio, Maria e Giuseppe si donano totalmente a Dio, in un amore verginale e fecondo, facendo convergere tutti i loro interessi e il loro reciproco amore su Gesù. Essi, pertanto, sono il modello di ogni vocazione cristiana, e dimostrano che la vita si realizza nel modo più autentico solo quando è “persa” per Cristo, ossia donata interamente a Lui per amore. Ed è così che il loro matrimonio può essere contemplato quale simbolo della Chiesa, vergine e sposa di Cristo (cf. Redemptoris Custos n. 20). Come scrive san Josemaria Escrivà in una sua meditazione: «San Giuseppe doveva essere giovane quando sposò la Vergine Santissima, una donna che allora era appena uscita dall’adolescenza. Essendo giovane, era puro, limpido, castissimo. E lo era, giustamente, per amore. Solo riempiendo d’amore il cuore possiamo essere certi che non si risentirà né devierà, ma rimarrà fedele all’amore purissimo di Dio».

Nella vicenda di Giuseppe e Maria, dunque, incontriamo la prima coppia di sposi cristiani, guidati dallo Spirito a vivere il Vangelo prima ancora che Gesù lo predicasse. Illuminanti le parole di Paolo VI pronunciate nel 1970: «ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita» (Paolo VI, Allocutio ad Motum “Equipes Notre-Dame, 4.5.1970). 

Certamente anche l’aspetto giuridico di questo matrimonio è importante per la Storia della salvezza. Infatti, Gesù appartiene alla discendenza di Davide, realizzando così le profezie sul Messia, proprio perché inserito legalmente in questa discendenza da Giuseppe, che gli dà il nome e lo fa iscrivere come suo vero figlio nel catalogo dei censiti a Betlemme. Tuttavia, ciò è possibile per Giuseppe solo in virtù del matrimonio con Maria, madre naturale del Figlio dell’eterno Padre.

Scrive il Papa Leone XIII, nell’enciclica Quamquam pluries al n. 3, che «poiché il matrimonio costituisce la società e il vincolo superiore a ogni altro, che per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro, se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Tra i beni del matrimonio vi è anche il “bene della prole”, sebbene generata verginalmente, pertanto, Giuseppe può essere considerato, a ragione, il «custode legittimo e naturale della Sacra Famiglia».

Pamela Salvatori

Una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli

Devo assolutamnente tornare sulla catechesi di mercoledì del Papa. Come saprete durante queste ultime udienze del mercoledì papa Francesco sta trattando i vizi capitali e nell’ultima si è occupato dellì’ira. Mi soffermo su una frase del Papa che merita di essere approfondita. L’atteggiamento da lui evidenziato è causa di tanta sofferenza. Quindi prestate attenzione.

Nella sua manifestazione più acuta l’ira è un vizio che non lascia tregua. Se nasce da un’ingiustizia patita (o ritenuta tale), spesso non si scatena contro il colpevole, ma contro il primo malcapitato. Ci sono uomini che trattengono l’ira sul posto di lavoro, dimostrandosi calmi e compassati, ma che una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli.

Quanta verità in queste parole! Mi rivolgo a me stesso in primis, sia chiaro. Ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta, quando mi porto a casa problemi, incomprensioni o litigate dal mio lavoro, o semplicemente quando è stata una giornata infruttuosa o frustrante per tanti motivi, tutto ciò mi toglie le energie. Capisco perfettamente che quelle serate possono essere particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare.

Cerco la litigata perché quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica tipica del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria. Più si è in intimità con una persona, più la si conosce, e si è sicuri del suo amore incondizionato, e più si rischia di ferirla, sapendo che sarà sempre lì. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che la pasta è scotta forse perché lei ha dovuto pensare ai figli nel frattempo. Dimentico che tutto ciò che fa per me è un dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.

Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

«La forza della vita ci sorprende»: 46ª Giornata Nazionale per la Vita

Domenica 4 febbraio si celebrerà la 46ª Giornata Nazionale per la Vita, avente quest’anno come tema «La forza della vita ci sorprende». Nata come risposta alla terribile legge che legalizzò l’aborto, questa giornata si pone come obiettivo quello di riflettere sul valore della vita e sulle conseguenze che possiede quell’atto violento.

Le considerazioni che potremmo fare sono davvero notevoli ma proviamo a concentrarci sul valore della Vita con la “v” maiuscola ossia su quell’anelito di eternità che ciascun uomo e ciascuna donna, di tutti i tempi, porta con sé in quanto sigillo del Creatore, che ci ha desiderati e amati per primi. Leggiamo nel Salmo 139: “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno (Sal 139, 13-16).  Non credo possano essere scritte parole più belle, più vere e più profonde di queste per esprimere non solo la gratitudine a Dio per il dono della vita ma per ribadire che tutto è nelle Sue mani e che nulla è lasciato al caso: non può esserci notizia più bella di questa!

«La forza della vita ci sorprende», dunque, si configura non come uno slogan pubblicitario ma come esito della simbiosi di considerazioni e preghiere al cospetto del mistero dell’esistenza che, per quanto studiato, sviscerato e pure abusato dalla scienza, rimane permeato di una grandezza che trascende la natura dell’uomo e richiama direttamente a quel Dio della Vita che tiene nelle mani le sorti del mondo ed è l’unico a poterci giudicare nel decisivo momento del trapasso.

Se la vita fosse qualcosa di esclusivamente materiale o biologico non si potrebbero spiegare tutti quegli eventi miracolosi che continuamente la costellano, regalandoci gioie e felicità insperate, ma non troverebbe ragione d’essere nemmeno la capacità di reagire agli eventi più tristi e dolorosi che ne fanno parte; se oltre al corpo ci fosse solamente l’intelligenza, come si potrebbe giustificare la fede? Se fossimo il risultato di un’evoluzione unicamente naturale, come potremmo spiegare il desiderio di bene, di vero e di eterno che ha sempre distinto il genere umano da quello animale?

«La forza della vita ci sorprende» perché è il Padre ad avercela regalata e a rinnovarla in noi anche quando siamo deboli, senza forza e senza fiducia, schiacciati dal peso delle difficoltà e delle fatiche anzi, a volte, queste sono proprio il mezzo attraverso cui Egli ci parla, costringendoci a fermare il turbinio vorticoso delle nostre giornate sempre di corsa e imponendoci una sosta qualora non fossimo in grado di stabilirla da soli. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?” (Mc 8, 34-37).

La vita non si perde solo da un punto di vista fisico ma anche, se non soprattutto, morale: ecco perché la Giornata che vivremo domenica non è il traguardo ma la partenza di un percorso che deve portarci ad aprire gli occhi, innanzitutto quelli del cuore, per comprendere che non siamo padroni dell’esistenza ma ospiti, invitati a trascorrere gli anni in questo mondo come figli e non come automi o, peggio, come distruttori di noi stessi, degli altri e del pianeta. “Fatti non foste a viver come bruti” ci ricorda Dante nella Divina Commedia, nel XXVI canto dell’Inferno, all’interno del discorso proclamato da Ulisse; questo è esattamente il senso con cui dovremmo assaporare il dono che Dio ci ha fatto, spendendoci affinché quante più persone possibili possano capire che tutto ha un senso, tutto un fine, tutto uno scopo: la salvezza eterna.

Amare la vita non significa solo essere contrari all’aborto ma essere in disaccordo con tutte le ideologie e i proclami che la vogliono distruggere, da cui purtroppo siamo minacciosamente circondati; amare la vita vuol dire avere il desiderio che vengano seppelliti tutti i bambini non nati perché, essendo persone, hanno la stessa dignità di qualsiasi altro essere umano; amare la vita si traduce in tante azioni concrete a difesa  e sostegno della famiglia naturale ossia quella costituita da un uomo e da una donna come unico nucleo avente potenziale generativo; amare la vita significa rispettarla dal suo inizio al suo compimento naturale perché le malattie non sono portatrici solo di croci ma anche di salvezza; amare la vita altro non è che amare Colui che ce l’ha donata, senza che avessimo alcun merito.

Fabrizia Perrachon

Mio marito è geloso di Gesù. Cosa fare?

In un articolo di qualche giorno fa – in realtà in più di un articolo negli ultimi giorni – ho scritto dell’importanza di mettere Cristo al primo posto. Ho ricevuto un commento interessante da parte di una lettrice che vi riporto: Mettere Dio al primo posto, rende geloso l’altra metà…e allora cosa fare?

Sembra quasi che esista un conflitto tra l’amore verso Dio e l’amore verso il coniuge. Sembra che dedicarsi a uno significa togliere tempo e qualità all’altro. In realtà non dovrebbe essere così. Probabilmente è la modalità in cui si cerca di trovare il modo e i tempi per curare la relazione con Gesù che va rivista. Perché non c’è nessun conflitto tra Gesù e il coniuge. Anzi l’amore per l’uno dovrebbe nutrire quello per l’altro.

Mi sento di dare alcuni consigli che poi sono gli stessi atteggiamenti che Luisa ha messo in atto con me. Infatti all’inizio della nostra relazione non ero ostile certamente verso la fede ma percepivo quella di Luisa un po’ troppo fanatica per i miei gusti. Stava troppo dietro a quel Gesù. Questo è quello che pensavo salvo poi ricredermi nel tempo.

Non fate pesare la vostra fede. La fede va vissuta per servire meglio nel matrimonio. Dio vuole essere amato nella persona che ci ha posto accanto ancor prima che nel tabernacolo. Ricordate che Lui e vivo e presente anche nella relazione sponsale non solo nel tabernacolo. Se iniziate a frequentare quel gruppo di preghiera e poi quel servizio in parrocchia e poi la lectio divina alla sera e non state mai in casa, come potrà vostro marito o vostra moglie amare il vostro Dio? Lo vedrà come una distrazione, come qualcuno che si intromette e che toglie tempo a lui o a lei. Faccio due esempi concreti di persone che conosco. Lei raccontava di avere un marito poco credente che non la lasciava libera di vivere la fede. Lei aveva bisogno tutte le sere alle 18.30 di andare a recitare il rosario in chiesa con la comunità. Lui tornava a casa dal lavoro e non la trovava mai. Non c’era pronto nulla da mangiare. Capite che così non si fa un buon servizio neanche a Dio. Questo marito si è sempre più irritato e ha provato sempre più fastidio per la fede della moglie. Che testimonianza ha dato la moglie?

Altro caso di due amici. Entrambi nel Rinnovamento nello Spirito. Lui andava al gruppo di preghiera una sera a settimana. Tornava tutto gioioso con la faccia di quello che vuole annunciare al mondo quanto Dio ci ami. Lei era invece esaurita dopo una giornata di lavoro e una sera sola a stare dietro a tre figli piccoli. Vedere quella faccia del marito sorridente e gioiosa le provocava istinti omicidi (esagero naturalmente) e finivano immancabilmente per litigare. Lui ha capito e per un po’ non è più andato.

Rendete il vostro servire una preghiera. Non siamo sacerdoti, non siamo frati e non siamo suore. Loro hanno la giornata scandita dalla preghiera e dagli impegni pastorali. Noi non possiamo pensare di vivere la fede allo stesso modo. Ci viene incontro la testimonianza di Chiara Corbella. Qualcuno ha dubbi sulla santità di questa moglie e mamma? Credo proprio di no. Ecco cosa possiamo imparare da lei. Vi riporto alcune righe tratte dal libro “Siamo nati e non moriremo mai più”

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sé, più importante di mille preghiere. “Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Quindi fate in modo che la vostra relazione con Gesù non diventi un peso per l’altro ma che anzi voi possiate essere più capaci di amare, di accogliere, di servire, di perdonare e di prendervi cura dell’altro con tenerezza e pazienza in modo che lui o lei possa essere attratto dal vostro Dio che tanto belli vi fa. Per me è stato così. Ho voluto conoscere il Dio di Luisa per essere capace di amare come lei è stata capace di fare con me.

Antonio e Luisa

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Friends. Dal divano di casa al divano di Tv2000.

È passata una settimana dalla nostra ospitata a TV2000 – tranquilli non vi parleremo di quel giorno – ma della prossima tappa di questo nostro cammino umano e spirituale. Il 18 Febbraio 2024 ci sarà a Caravaggio un bellissimo evento a cui noi parteciperemo online. C’è emozione? Beh indubbiamente per ogni cosa nuova c’è sempre un po’ di sana hype (entusiasmo nel linguaggio social giovanile).

Nel tempo ho imparato a prendermi delle soste tra un evento e l’altro per vivere appieno il momento e, come in una caccia al tesoro, riuscire a trovare il bello e il negativo di ogni avvenimento.

Sull’ evento di Caravaggio la domanda che ha prevalso è stata un’altra: Come ci sono arrivata? Cari lettori che state leggendo io ero esattamente dove siete voi. Semplicemente seduta al divano davanti al PC. Sono arrivata al blog di Antonio e Luisa così per caso perche ero in cerca di un articolo che parlasse a me e lo trovai.

In fondo cos’è questo blog se non un estensione di una lectio divina. È una condivisione di un gruppo coppie, di un gruppo famiglie, di un gruppo giovani. C’è la Chiesa in questo blog. Ognuno di noi ne rappresenta una parte. Chi è più avanti chi è più indietro, ma con la certezza che si cammina avendo accanto guide che sanno che all’ occorrenza si deve camminare avanti, dietro o accanto per non lasciare nessuno indietro.

Chi ci segue da un po’ sa che il nostro progetto Abramo e Sara si è evoluto in una trasmissione radiofonica in onda su Radio Maria ogni primo lunedì del mese alle 12 30 e che al momento siamo in promozione del nostro libro edito dalla Tau. Abbiamo pensato poi di rendervi partecipi del nostro programma di Cammino di Quaresima.

Lo scorso anno vi abbiamo guidato ogni giorno con il progetto 40 giorni 40 tabernacoli. Quest’ anno abbiamo scelto di farvi vivere un cammino alternativo passando per la tavola. Quante volte ci capita di sentirci dire Oggi non ho tempo per un caffè sono sempre di fretta..

Ecco il nostro cammino prevede proprio questo. Rimettere al centro le relazioni passando dalla tavola. È dalla tavola che si riparte quando si è stanchi, tristi, amareggiati o semplicemente bisognosi di qualcuno con cui condividere una gioia o un emozione.

Le più grandi catechesi sono nate a tavola. L’ ingrediente principale? L’ ascolto. Dall’ ascolto può nascere un piccolo passo da compiere verso il confessionale. Un piccolo passo che farà intravedere la luce se al momento ci si sente al buio. Un cammino quaresimale non è altro che camminare in un sentiero che porta alla vita.

Noi vi aspettiamo qui a Roma e sul nostro profilo Instagram e vi ricordiamo che potete sostenerci tramite l’ acquisto del nostro libro che in vendita anche su Amazon. A presto Simona e Andrea.

ANTONIO E LUISA

Carissimi non sapete che piacere mi fanno le parole di Simona. Simona ha raccontato benissimo l’evoluzione di questo blog. Nato per esprimere la nostra fede (mia e di Luisa) e la nostra testimonianza ci siamo presto resi conto che noi potevamo parlare al cuore di alcune persone ma altre restavano fuori perchè vivevano situazioni e problemi diversi. Simona e tanti altri blogger sono entrati per rendere più ricco e bello questo blog che è diventato un canale. Un canale dove passa la testimonianza di alcune coppie e attraverso di essa passa l’amore di Dio che è personale per ognuno di noi. Buon cammino Simona e grazie per aver reso questo blog più ricco con la tua vita.

Per partecipare all’evento di Caravaggio registratevi qui