Noi siamo come Assalonne

Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 18,9-10.14b.21a.24-25a.30-32; 19,1-3) In quei giorni, […] la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. […] Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto». […] Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!». Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

In questi giorni la Chiesa ci presenta diversi estratti dai capitoli in cui è narrata la vicenda di Assalonne. Per chi non la conoscesse ne tracciamo un rapido riassunto: il figlio del re Davide, Assalonne, non contento di come il padre stia governando sulla nazione, complotta contro di lui fino a muovergli guerra con un esercito. Davide non vuole la guerra, ma alla fine risulterà “vincitore” poiché Assalonne rimane vittima come descritto in questo brano oggi proposto dalla Liturgia.

Ci sarebbero molte riflessioni da porre in essere circa la ribellione del figlio e la reazione del padre, ma oggi ci vogliamo soffermare solo sul lamento di Davide. Per capirne la portata dobbiamo tenere Davide come prefigura del Padre e Assalonne come figura di noi tutti.

Davide si dimostra un vero padre, perché non fa valere con la forza la propria autorità, al contrario, lascia che il figlio agisca rispettando le sue decisioni, sicuramente col dolore nel cuore, ma aspetta che il figlio rinsavisca.

Quante volte facciamo coì anche noi con Dio? Quante volte ci spazientiamo col Padre per la pazienza che Lui riserva a certi suoi figli, dimenticando che se la perdesse con noi, anche noi saremmo spacciati?

Quante coppie vivono come Assalonne, ci sono troppi sposi che sembra abbiano mosso guerra e stiano complottando contro Dio. Ma il Signore non li annienta, non muove guerra contro loro, ma aspetta sull’uscio l’arrivo di ambasciate con buone nuove. La pazienza del Signore spesso ci disgusta perché abbiamo vivo il senso della giustizia, ma chissà perché esso funziona solo sugli altri, per noi stessi invece, pretendiamo dal Signore pazienza senza limiti.

Ma la vera novità è che il Padre piange la nostra morte, piange il nostro definitivo allontanamento da Lui, ma non fa come Davide che preferirebbe essere morto lui al posto di Assalonne.

Il Signore è morto davvero al posto nostro sulla Croce, il Signore si è annientato per farci vivere. Su quella croce ci dovremmo finire noi, ce la siamo meritata noi coi nostri peccati, ma il Signore Gesù ha voluto pagare Lui al posto nostro il conto col Padre. Certamente una piccola parte del danno l’ha lasciata “addebitata sul nostro conto” per così dire, affinché potessimo esercitare la libertà di riamare il Padre senza coercizioni.

Cari sposi, questa pagina dell’Antico Testamento ci potrebbe lasciare un po’ perplessi circa il comportamento di Davide, forse anche per il fatto che Davide è mosso dalla convinzione che l’Altissimo abbia voluto usare Assalonne come strumento di espiazione per le proprie colpe ed accetta con l’amarezza nel cuore che sia il proprio figlio a congiurare e muovere guerra contro di sé.

Questa vicenda mette in luce anche come ogni famiglia può correre il rischio di essere divisa e spaccata dal suo interno, nonostante un genitore sia il grande re Davide, quello scelto da Dio per le qualità interiori e non per l’estetica, quello che ha sconfitto il gigante Golia, colui al quale sono attribuiti praticamente tutti i Salmi (uno dei quali pregato da Gesù sulla Croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato…“) che ancora oggi la Chiesa prega ogni santo giorno nell’Ufficio divino.

Nessuno di noi sposi può sentirsi immune da tutto ciò.

La notizia che ci incoraggia è che Il Padre non solo piange come Davide, ma ha inviato il Suo Figlio ad espiare al posto nostro le colpe.

Giorgio e Valentina.

Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo

Ieri durante la Messa è stato proclamata una seconda lettura particolare. Ne riprendo una parte. Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

La stessa cosa viene poi ripetuta in riferimento alla donna. Il mio parroco durante l’omelia ha affermato qualcosa che non mi trova d’accordo. Ha affermato che chi non è sposato può dedicarso con più profondità ed attenzione alla sua relazione con il Signore. Ha fatto l’esempio delle persone che vivono la vedovanza. Diventa – secondo il sacerdote – un’occasione per non avere delle distrazioni e dedicarsi completamente al Signore. Vale anche per la sua vocazione di sacerdote. Una moglie lo porterebbe a vivere in modo meno libero il suo apostolato e il suo ministero.

San Paolo voleva proprio affermare che solo nella verginità e nella consacrazione si può vivere una relazione piena con il Signore? Che il matrimonio diventa una distrazione che allontana? Una distrazione necessaria certamente, almeno per la maggior parte delle persone. Poi però ci sono dei privilegiati che vivono più intensamente il rapporto con il Signore scegliendo o trovandosi in uno stato di vita diverso dal matrimonio. Io non sono affatto d’accordo con questa idea di fondo molto clericale, troppo clericale.

Cosa mi dice questa Parola? Semplicemente che non dobbiamo essere divisi. Il rapporto con il Signore deve essere la sorgente e la bussola per ogni altra relazione. Se inizio a dividere la mia vita in rapporto con il Signore e rapporto con mia moglie o mio marito ecco che si insinua il diavolo e la tristezza. Ecco che le cose non funzionano e magari diamo anche la colpa a Dio. Infatti cosa abbiamo letto nel Vangelo? Cosa dice lo spirito immondo a Gesù? Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio»

Capite cosa dice lo spirito immondo? So che sei il santo di Dio ma non ti voglio nella mia vita. Stai lì. E’ quello che facciamo tante volte anche noi. Faccio un esempio personale. Da fidanzato ho cercato in tutti i modi di convincere la mia fidanzata – ora mia moglie – a fare l’amore con me. Lei, se avesse voluto piacere al marito – in questo caso fidanzato – più che a Dio, avrebbe ceduto alle mie insistenze. Invece ha sempre tenuto duro e così facendo mi ha amato davvero. Ho capito più della bellezza dell’intimità di coppia con il suo no di quanto avrei compreso se lei avesse accettato di fare sesso con me.

Nel matrimonio ci sono state tante altre occasioni dove il suo marito, testone e un po’ egoista, voleva da lei cose che non erano secondo la volontà di Dio. Lei ha sempre scelto di piacere a Dio e non a me. E io le sono molto grato di questo perchè poi ho capito quanto avesse ragione e io torto e la sua tenacia è stata la scelta migliore anche per me.

Questo significa vivere la Parola che ci ha lasciato San Paolo nella sua lettera. Questo significa vivere la relazione con Gesù anche nel matrimonio e non vale meno di una vita consacrata.

Antonio e Luisa

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Un uomo tutto d’un pezzo

Cari sposi, oggi Gesù parte con il botto nel suo ministero pubblico, da subito fa un esorcismo pubblico, che sicuramente ha fortemente scosso la sensibilità di chi l’ha visto. Tutto ciò è stato letto come segno di autorità che in greco si dice exousia.

La sua etimologia è, alla lettera, “avere un’esistenza che proviene dall’essere”. Gesù, quindi, era una persona che appoggiava le sue certezze non da fuori ma da dentro. Cioè, era uno ben fondato e sicuro di sé ed è per questo motivo che suscitava così tanta ammirazione in chi lo vedeva e ascoltava.

Ma come mai Gesù possedeva tale autorità? Evidentemente per la sua condizione divina; eppure, essa si sposava integramente con il suo modo umano di vivere. Gesù è il Verbo, la Parola che si è fatta Carne. Quindi il suo vivere, la sua esistenza era allineata con il suo essere Dio. Ma questo non è stato affatto semplice e facile, per nulla scontato! Diciamo che Gesù se l’è guadagnato con sudore e fatica e da lì il grande merito e fascino che emanava.

Dice il Papa che exousia si riferisce non a “qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé” (Papa Francesco, 10 settembre 2013).

È per questo allora che Gesù si scontra con il demonio, la creatura bugiarda e falsa per eccellenza. Il suo modo di agire non è altro che la menzogna, l’inganno, la confusione, la complicazione, l’ipocrisia. È chiaro che dinanzi a Uno così retto e integro egli salta su per avvertire sempre più vicina la sua rovina.

Che significato può avere per voi sposi quanto espresso finora? Partiamo dal fatto che voi sposi siete un prolungamento, una figura concreta dell’Incarnazione (cfr. Leone XIII, Arcanum). La vostra vocazione è di rendere visibile il dono di Amore di Cristo che ha posto la sua dimora in mezzo a noi e vuole renderlo il più possibile diffusivo.

Il demonio, invece, ha estremo interesse di farvi fallire. Non necessariamente a suon di divorzi e scandali pubblici ma piuttosto facendovi scivolare in un’anonima mediocrità, anestetizzando la vostra coscienza.

Se Gesù in questo brano viene a liberarci levandoci le maschere di dosso, il demonio invece è il maestro del camouflage, dell’apparenza di bene che nasconde tutt’altro.

Allora, ben vengano tutte quelle situazioni di vita o persone che ci aiutano e stimolano ad essere noi stessi, a vivere a fondo la nostra vocazione e ci riportano sul sentiero giusto! Chiediamo al Signore di farci uscire dalla finta pace dei compromessi con il male e il peccato, sebbene sia costoso e difficile, ma è l’unica strada verso la pienezza di vita.

ANTONIO E LUISA

Ho pensato a quanto scritto da padre Luca. Mi sento di dare un consiglio. Cercate di essere trasparenti l’uno con l’altra. Se tra voi c’è verità e non ci sono segreti, per il diavolo sarà molto più difficile trovare un varco per distruggere il vostro matrimonio. Io parlo sempre a Luisa delle mie tentazioni. Questo le depotenzia e mi permette di affrontarle con lei. Questo atteggiamento mi permette di disinnescare tanti pericoli già in partenza.

Il matrimonio secondo Pinocchio /21

Cap. XIII. L’osteria del Gambero rosso.

Entrati nell’osteria, si posero tutti e tre a tavola

Già durante la cena Pinocchio sembra intuire che qualcosa stia andando storto e non mangerà pressoché niente, al contrario del Gatto e della Volpe che si abbufferanno a sue spese per poi sparire nel nulla prima del risveglio del burattino; sicché da cinque ora si ritroverà con quattro zecchini d’oro.

E’ proprio così nella vita: quando ci sediamo a tavola col nemico (il diavolo e le sue tentazioni) cominciamo a perdere i nostri zecchini, ovvero i doni che il Signore ci ha elargito, cominciando da quelli naturali… ne abbiamo come una vaga intuizione ma continuiamo imperterriti; noi non mangiamo niente ma il nemico ci mangia tutto.

Ma la parte più brutta arriva dopo cena:

– E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici? – Al campo dei miracoli, domattina allo spuntare del giorno. – Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni e dopo partì. Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì.

Il cardinal Biffi commenta : Pinocchio deve affrontare la sua seconda notte di viandante perduto, la seconda notte nell’assenza del padre. Le notti dello smarrimento non sono tutte uguali tra loro. Ma questa notte […] è ancora più spaventosa di quella del temporale.

Ogni notte che passiamo lontani dal Padre ci appare più buia della precedente, sembra non ci sia rimedio. Quando ci lasciamo avvinghiare da un vizio, esso ci trascina sempre più giù proprio come nei gironi danteschi, come quando ci si addentra in una galleria fino a non percepire più la luce né dell’entrata e tantomeno quella dell’uscita. Ma non tutto è perduto:

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente. – Chi sei? – gli domandò Pinocchio. – Sono l’ombra del Grillo parlante – rispose l’animaletto con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.

Non è così facile spegnere la coscienza e zittirla una volta per tutte, anche se con una luce pallida ed una vocina fioca fioca essa si fa scorgere in mezzo a tanto buio. Così anche per noi, quando avvertiamo di essere lontani da Dio, è proprio questa sensazione di lontananza la prima vocina fioca della coscienza che ci richiama, è la misericordia del Padre che ci raggiunge cominciando a farci sentire la sua mancanza, è un inizio, è una lucina opaca ma pur sempre luce in mezzo al buio.

Cari sposi, quando avvertite che qualcosa nel vostro matrimonio non funziona a dovere, quando nonostante qualche sforzo la relazione non migliora, quando la pace non regna tra voi ma ha ceduto il posto all’inquietudine… tutti questi segnali forse sono quella luce pallida della seconda notte di Pinocchio… affrettatevi a chiedere aiuto e non spegnete questo lumicino.

Il problema non è tanto capire come siete finiti in quella situazione, ma come uscirne… non fate come il nostro burattino che rispose così all’incalzare della voce del Grillo parlante:

– Le solite storie. Buona notte, Grillo.

Coraggio, anche la notte più lunga ha un’alba che aspetta.

Giorgio e Valentina.

Corsi fidanzati: c’è davvero tutto ciò che si deve sapere?

Quest’anno stiamo frequentando il primo livello del corso per direttori spirituali per coppie sposate proposto dall’Ateneo pontificio Regina Apostolarum.

Questo corso, che si sviluppa in due livelli, è stato pensato da Don Renzo Bonetti – fondatore del progetto Mistero Grande – ed è un’ottima proposta per la varietà di argomenti trattati legati al sacramento del matrimonio e per la qualità dei relatori.

Abbiamo ascoltato insegnamenti legati al discernimento e alla coscienza di coppia, alla sessualità, alla spiritualità e alla dimensione sacramentale del matrimonio cristiano.

Durante l’ultima giornata di questo corso, il relatore è stato Don Salvatore Bucolo direttore della pastorale familiare della diocesi di Catania. Il tema da lui esposto era legato all’identità e missione della chiesa domestica. Una sua affermazione ci ha particolarmente colpiti: “nella diocesi di Catania abbiamo ormai la scuola per i lettori, per gli accoliti e per i catechisti, ma la scuola per ministero coniugale e familiare?…io per diventare sacerdote ho studiato sette anni e sono stato missionario”.

Quando ci siamo sposati avevamo da poco perso nostra figlia Olga, nata e subito salita al cielo al settimo mese di gravidanza. Come abbiamo scritto in altri nostri articoli è stata Olga con la sua breve vita terrena che ci ha “partoriti” nella fede come noi l’abbiamo generata nella carne. Olga ha suscitato in noi il forte desiderio del matrimonio sacramento (essendo noi allora sposati solo civilmente).

Ci siamo così presentati al sacerdote del paese nativo di mio marito, il quale non ci chiese di partecipare al corso fidanzati in quanto si rese conto che superare la morte di un figlio e restare uniti non è da poco. Subito dopo esserci uniti nel sacramento del matrimonio, quando ancora non avevamo una particolare relazione intima e personale con il Signore, sentivamo ancora una grande mancanza nella nostra vita e nella nostra coppia.

Quella sensazione che avevamo sperimentato prima di ricevere il matrimonio cristiano si è ripresentata, quella di non bastarci più ed era diventava ancora più forte. Eravamo alla ricerca di qualcosa di più, non avendo ancora compreso la centralità del Signore Gesù nella vita degli sposi.

Un libro ha scoperchiato il vaso di pandora spingendoci a iniziare, permetteteci la metafora, “la caccia al tesoro”, perché chi trova Lui trova il Re di tutti gli scrigni ed il titolo è: L’ecologia dell’amore: intimità e spiritualità di coppia dei nostri amici Antonio e Luisa De Rosa, che però ancora non conoscevamo.

Il libro aveva generato in noi una sete profonda che non veniva saziata dal solo nostro amore, così abbiamo recuperato quell’intimo dialogo col Padre, ma avevamo sempre più sete di sapere chi eravamo diventati con il sacramento del matrimonio e ciò che era cambiato in noi.

Dio incidenza ha voluto che su Facebook vedessimo la locandina di un week end organizzato dall’associazione Intercomunione delle Famiglie di cui sono cofondatori Antonio e Luisa, che in quell’occasione si teneva nelle vicinanze di Parma. Quei due giorni intensivi, alla scoperta della bellezza di noi sposi cristiani, ci hanno permesso finalmente di comprendere col cuore che eravamo tabernacolo di Cristo; che Gesù bambino viveva cullato nei nostri cuori uniti nell’amore sponsale. Mi ricordo che allora abbiamo pensato “magari averlo saputo prima!” e la gioia è stata talmente grande che ancora oggi quando ci ripensiamo sentiamo un nodo alla gola.

Vi abbiamo portato questa testimonianza per sottolineare come spesso il sacramento del matrimonio venga impartito senza che la coppia abbia la minima consapevolezza di entrare in un mistero veramente grande; senza voler attribuire alcuna colpa al sacerdote a cui ci siamo rivolti per celebrare il matrimonio sacramento, che come accennato prima ci ha accolti con grande bontà di cuore e attenzione alla nostra sofferenza.

Ci siamo poi resi conto, impegnandoci con i corsi fidanzati in diverse parrocchie, che spesso questi ultimi vengono affidati a coppie storiche della parrocchia con parecchi anni di matrimonio alle spalle che portano una forte testimonianza legata alla perseveranza e alla possibilità che, in un mondo fatto di tanti matrimoni che finiscono in divorzi, con la grazia di Cristo Signore è veramente possibile amarsi come Lui ci ama per tutta la vita; tuttavia queste coppie spesso e volentieri (parliamo secondo la nostra esperienza personale, senza voler generalizzare) non hanno alcuna formazione e preparazione in termini di teologia della famiglia. In fondo oggi giorno di corsi d’approfondimento ne vengono offerti una molteplicità.

Gli insegnamenti che Intercomunione delle Famiglie propone con molta semplicità e verità – affinché siano comprensibili a tutti – difficilmente si sentono nelle parrocchie, né in occasione dei corsi in preparazione al matrimonio né durante gli incontri dei gruppi famiglie delle stesse.

Ci è capitato, avvicinandoci ad alcuni gruppi famiglie parrocchiali, di ascoltare confronti legati alla lettera dell’arcivescovo, alla lettera ai Filippesi, ad un determinato libro biblico che più che essere insegnamenti legati alla dimensione sacramentale della coppia di sposi erano delle lectio divina adattate alla coppia.

La nostra idea è che per fare un corso fidanzati, visto che spesso si hanno davanti coppie che sono completamente a “digiuno” a livello di vita di fede e che sono conviventi o hanno già figli, serva un lessico molto basilare, ma allo stesso tempo gli insegnamenti vanno portati con verità.

Non possiamo affermare che la convivenza non sia uno sbaglio perché il fidanzamento è il tempo della conoscenza e del discernimento per capire se c’è compatibilità e del discernimento, i rapporti fisici secondo la nostra storia personale – essendo un’esperienza totalizzante – sfalsano la percezione della realtà. Dobbiamo avere il coraggio e la carità di dirlo. Spesso non conosciamo la verità perchè non l’abbiamo mai ascoltata, come abbiamo sentito dire da Padre Raimondo Bardelli durante una registrazione di un suo insegnamento: è come se avessimo due belle fette di salame sugli occhi.

Una domanda interessante sulla brevità dei corsi fidanzati odierni è stata posta a Don Renzo Bonetti durante il corso per direttori spirituali per coppie sposate, il quale ha risposto che se chi frequenta i corsi fidanzati è convinto di dover imparare solo l’a,b,c – perché ignora quel mistero grande di cui parlavamo prima – non capirebbe e percepirebbe come “folle” un percorso lungo un anno o più in preparazione al matrimonio.

Di conseguenza la nostra riflessione è che essendo i corsi di preparazione al matrimonio estremamente corti sono importanti le coppie storiche con la loro testimonianza di un amore paziente, costante e mite, ma allo stesso tempo servono interventi da parte di sacerdoti o coppie che abbiano una determinata formazione perché si corre il rischio che questi fidanzati ricevono in dono un diamante dal Padre con il sacramento del matrimonio e lo scambino per un sasso. È bene far comprendere alle coppie che il matrimonio cristiano è dialogo, ascolto e perdono, ma da soli questi elementi non sono sufficienti affinché i fidanzati arrivino all’altare con cognizione di causa.

Alessandra e Riccardo

“Don Bosco ritorna”, per un modello educativo sempre attuale

Il 31 gennaio ricorderemo uno dei più grandi Santi italiani dell’800, Giovanni Bosco. Fondatore della congregazione salesiana diffusa in tutto il mondo, ha compiuto dei miracoli davvero straordinari, sorretto dall’incrollabile fiducia in Maria Ausiliatrice. Cosa può dirci, oggi, l’indimenticato ed indimenticabile don Bosco? I suoi insegnamenti sono ancora concretamente spendibili?

La sua lezione, senza ombra di dubbio, non solo è ancora assolutamente attuale ma è stata ed è in qualche modo profetica: tra i primi, don Bosco aveva capito che i giovani hanno bisogno di una guida sicura e forte, di un punto di riferimento concreto e credibile per una crescita sana, robusta e resistente, in virtù del fatto che “Dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o triste avvenire della società”. Toccando con mano la miseria materiale e spirituale dei tanti giovani che affollavano la Torino di allora, in pieno boom industriale, il prete dei Becchi capì che la chiave del successo è unire l’impegno alla fede, l’amore all’autorevolezza, la gioia alla serietà; tutti binomi, questi, che sembrano sbiaditi nell’attuale società. Rendersene conto è semplice: è sufficiente avere un adolescente in casa o tra i parenti, guardare qualche post pubblicato sui social o fare un giro il sabato sera nei locali frequentati da questa fascia di popolazione per essere sopraffatti da sentimenti contrastanti, spesso tinti di un certo sconforto. Che modelli hanno questi ragazzi, i nostri ragazzi? Che valori stiamo lasciando alle nuove generazioni? Perché il progresso scientifico ha una crescita inversamente proporzionale rispetto ai valori spirituali?

Don Bosco risponderebbe dicendoci che “Nessuna predica è più edificante del buon esempio”: non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta di non vedere o di non sentire! Se anche non abbiamo figli, siamo ugualmente chiamati a cooperare alla realizzazione di un modello educativo e sociale che sappia tenere a braccetto le esigenze contemporanee con le grandi verità di fede, senza compromessi con il mondo e questo perché la Buona Novella è portatrice di valori senza tempo. Dobbiamo essere così bravi da far passare ai giovani il messaggio che si può essere persone piacevoli, socievoli e interessanti anche se cristiane – o meglio – proprio perché cristiane! Dobbiamo, insomma, essere autentici testimoni del fatto che la fede può davvero fare la differenza in una società che brancola nel buio del relativismo, dello smarrimento dei punti di riferimento e dello sgretolamento delle famiglie tradizionali, condito dalla svendita sulla piazza del mondo dei valori della serietà, della purezza, della castità, della sincerità.

Se i modelli di riferimento sono influencer atei o bestemmiatori, votati al lusso sfrenato ottenuto senza fatica e spesso con mezzi illeciti, magari attanagliati dalle più pericolose dipendenze, che cosa potranno mai pensare i ragazzini? Saranno portati al disinteresse più totale nei confronti, per esempio, dello studio e svilupperanno e l’avversione verso qualsiasi forma di impegno e di fatica pur di raggiungere i loro obiettivi anzi, alla peggio, perderanno pure quelli, trasformandosi in puro corpo senza spirito, corpo votato esclusivamente al soddisfacimento – meglio se immediato – di esigenze puramente fisiche. Ma i ragazzi, i nostri ragazzi, meritano molto di più! Quanti musi lunghi, quanti visi bui, persi, spenti anche si trovano a vivere la giovinezza, che al contrario dovrebbe brulicare di energia e voglia di vivere! Quante patologie psicologiche e psichiatriche, quanta tristezza e soprattutto quanti spazi grigi che, se lasciati a se stessi, si riempiranno delle prime cose che passano, spesso sbagliate. I vuoti esistenziali, se riempiti di “ragione, religione, autorevolezza”, possono diventare risorse invece che zavorre e far leva su un cambiamento – in positivo – sempre possibile perché “in ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene”: non ha fatto così anche Gesù?

Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. È questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all’anima tua e agli altri”; Dio ci ha creati per la felicità ed è possibile esserlo anche in questa vita, nonostante le prove e le fatiche: far capire questo ai giovani significa instillare nei loro cuori e nelle loro anima la certezza che non sono soli al cospetto di ciò li spaventa perché ci sarà sempre qualcuno accanto a loro, pronto a sostenerli ed incoraggiarli, noi ma soprattutto il Signore. Se educhiamo le giovani generazioni che la religione non è qualcosa da anziani ma il segreto per vivere bene, essere felici e trovare un appiglio nei dolori dell’esistenza, allora non tutto è ancora perduto; se alleniamo i ragazzi ad essere impegnati in qualcosa di bello e di importante (lo studio, lo sport, la musica, la preghiera) daremo loro degli alleati infallibili contro la noia ed un antidoto sempre efficace contro la perdita di tempo, nella quale si insidiano trappole pericolosissime; se cerchiamo di trasmettere l’importanza di essere in grado di sorridere – con le labbra ma soprattutto con gli occhi del cuore – perché “Il demonio ha paura della gente allegra”, faremo di loro non degli svampiti ma delle persone solari e aperte alla vita.

In questo modo, le parole del famosissimo canto salesiano, che nel ritornello recita “Don Bosco ritorna tra i giovani ancor”, non saranno solo una nostalgica melodia dei tempi andati ma la bontà di un modello educativo non solo attualissimo e geniale ma decisamente necessario, che ha salvato migliaia di anime e che può salvarne ancora altrettante.

Fabrizia Perrachon

Tradire mia moglie? No grazie!

Questo è un articolo un po’ provocatorio, così tanto per favorire una riflessione personale o magari anche un confronto attraverso le vostre risposte o i vostri commenti sui vari social dove posterò questo articolo.

Ne stavo giusto parlando alcuni giorni fa con mia moglie. Alcuni si sorprendono della libertà con cui affrontiamo certi argomenti ma la trasparenza – sempre con carità e rispetto – resta la base di una relazione matrimoniale sana. Serve a disinnescare tante insidie perchè si affrontano insieme. Lei ha otto anni più di me ed ora che ha superato la cinquantina da un pezzo si ritrova un marito che non ha ancora cinquant’anni. Lei ha un po’ di timore. Se ne sentono tante. Un marito di 49 anni potrebbe tranquillamente trovare una donna con vent’anni meno di lei.

Io mi sento di rassicurarla. Non perchè io sia particolarmente virtuoso (ci provo ma non mi reputo forte e infallibile). Io posso serenamente affermare che sono più sicuro adesso che non tradirò mia moglie rispetto ai primi anni di matrimonio. E vi darò anche alcune motivazioni che per me sono chiare ed evidenti.

La relazione salda. È fondamentale quello che si è costruito. In questi ventuno anni ho costruito con Luisa una relazione per me meravigliosa e irrangiungibile con qualsiasi altra donna. Io amo mia moglie ma non è solo quello. È la mia migliore amica, è la mia consigliera, è la persona su cui posso contare sempre e mostrarmi senza difese per quello che sono. È l’amante che mi conosce e che sa come amarmi. Questo me la rende unica. E il corpo? Il corpo di Luisa è oggettivamente invecchiato. Eppure mi appare meraviglioso. Più di quando ci siamo sposati. Questo perchè noi tutti non abbiamo uno sguardo puramente superficiale e oggettivo. Il matrimonio permette di conoscere sempre meglio una persona. Di conoscerla in tutti gli aspetti. Conoscerla nel corpo, nello spirito, nella sensibilità, nei dolori e nelle gioie. Il matrimonio permette di condividere anni insieme in ogni situazione bella e brutta. Quanti abbracci, quanti perdoni, quante anche incomprensioni e musi lunghi. Questo modifica il nostro sguardo. Diventa – utilizzando le parole di papa Francesco – uno sguardo photoshoppato. Io non vedo il corpo di Luisa ma vedo Luisa fatta di tutta la sua persona ed è sempre più bella.

La fatica e l’ansia da prestazione. Dopo aver affermato che con Luisa sto bene come con nessun altra potrei esserlo, analizziamo un altro aspetto. Quello più basico e meno romantico. Esaminiamo l’animale che c’è in noi. La parte pulsionale e ormonale. Come ho scritto diverse volte ho un’età per la quale non ho ancora raggiunto la pace dei sensi. Sono attratto da tante donne, alcune delle quali sono anche raggiungibili in quanto amiche e colleghe. Con alcune ho anche intuito una certa simpatia reciproca. Allora perchè non è mai successo nulla? Oltre che per il motivo espresso prima che fa di Luisa la più bella per me c’è anche un aspetto meno nobile e più egoistico. Con un’altra donna dovrei far fatica, dovrei ricominciare da capo e non potrei certo mostrarmi liberamente in tutte le mie fragilità.

Tenete a mente che l’ansia da prestazione è presente soprattutto dove non c’è amore. Dove non c’è un amore solido e costruito nel tempo. Dove non c’è la sicurezza di essere amati gratuitamente. Due amanti non si amano gratuitamente ma cercano entrambi qualcosa nell’altro. Arriviamo quindi al rapporto fisico che è una sintesi rappresentativa di quello che è il rapporto affettivo a tutto tondo. Spesso le disfunzioni sessuali sono dovute non a cause organiche ma psicologiche. Le persone che soffrono meno di disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, perdita dell’erezione, vaginismo ecc ecc) sono proprio quelle che vivono una relazione stabile e ricca di amore autentico. Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. Queste persone sanno di non dover dimostrare nulla e durante il rapporto pensano solo a donarsi l’uno all’altra e non alla performance. Sanno che non saranno giudicate per come fanno l’amore ma saranno accolte sempre e comunque perchè amate. Che bello imparare ad abbandonarsi nella fiducia e nell’amore l’uno all’altra. Ciò vale per l’incontro intimo ma vale anche per tutta la relazione in ogni momento della nostra vita. Non è quello che promettiamo il giorno del matrimonio? Capite perchè l’intimità nel matrimonio è più bella! Nessuna amante potrebbe rendermi l’intimità bella e in una profonda comunione di accoglienza e dono come riesco a avere con Luisa.

Tutto questo articolo per dire cosa? Se avete la tentazione di cercare altrove quello che non trovate nella coppia abbiate il coraggio e la libertà di parlarne con l’altro. Alla fine dipende da cosa cercate. Io non cerco del sesso e basta ma di vivere in pienezza il fine di quel gesto tanto coinvolgente: la comunione in anima e corpo. Esperienza che posso vivere solo con mia moglie. Per questo credo possa dormire sogni tranquilli. Non ho nessuna voglia di cercare fuori quello che posso avere all’ennesima potenza con lei! E voi?

Antonio e Luisa

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Resterà solo l’amore

Sono rimasto molto colpito dalla storia che mi ha raccontato una mia cara amica e per questo oggi voglio condividerla con voi, sintetizzandola: quello che dirò è tutto vero, ma, per ovvi motivi, chiamerò questa mia amica con un nome di fantasia, Marta.

Marta a un certo punto della sua vita si separa dal marito, ma sceglie di rimanere fedele a Gesù e conseguentemente rimane sola con i figli, senza “rifarsi una vita”.

Entra in contatto con la Fraternità Sposi per Sempre e capisce che è la sua strada: frequenta spesso, è una persona di grande fede, sempre sorridente, gioiosa e molto attiva nel volontariato e nella cura degli altri.

Intanto il tempo passa, i figli crescono e il marito addirittura si risposa civilmente, ma lei va avanti, nonostante le difficoltà e le persone che non capiscono la sua scelta (è fissata con la religione? E’ ancora innamorata? Illusa che tornerà o delusa dagli uomini?).

Dopo un po’ di anni il marito si ammala, lei da lontano prega per lui e chiede preghiere agli amici; i mesi passano e la situazione si aggrava, tanto che lui non può più nemmeno muoversi da casa: Marta chiede alla nuova moglie di poterlo andare a trovare, ma questo le viene negato.

Allora di nascosto, quando sa che lei non c’è, lo va a trovare: lui si meraviglia di questa visita, ma non la manda via; allora Marta con coraggio gli prende una mano e gli dice: “Lo sai, vero, che ti ho sempre voluto bene?”. E lui: “Sì, lo so” e si mette a piangere.

Dopo pochi giorni, lui viene a mancare e Marta con discrezione e stando in disparte, segue tutto, chiedendo anche di recitare lei una decina del rosario, prima del funerale. In seguito Marta viene a sapere dai figli che quando il marito stava male e delirava nel sonno, chiamava “Marta, Marta” e non la nuova moglie.

Ecco, quest’ultima confidenza mi ha fatto molto riflettere: innanzitutto a questi figli credo che nessuno dovrà loro spiegare come ama Dio, perché l’hanno visto e sperimentato in maniera indelebile nella propria famiglia, anche se ferita.

Io non posso che ringraziare questa sorella per la sua testimonianza che ha sicuramente colpito parenti, amici e conoscenti: in fondo lei avrebbe potuto farsi gli affari suoi, il marito l’aveva abbandonata, che prendesse le conseguenze delle sue azioni! Invece no, fino all’ultimo è rimasta, non ha amato secondo quello che ha ricevuto, è andata oltre, fino a perdonargli tutto il male fatto e a farlo così “andare” in pace.

Sicuramente il marito ha compreso chi davvero gli voleva bene, perché l’amore vero è nella verità e nella croce, in chi sacrifica la vita per gli altri, caratteristica unica dell’amore di Gesù: il chiamare “Marta” nella sofferenza ne è la riprova.

Per merito di Marta, che su questa terra è la persona che ha più potere su di lui (per grazia della relazione consacrata e benedetta da Dio il giorno delle nozze), io credo che quest’uomo sarà giudicato con particolare misericordia dal Creatore.

Infatti, su questa terra ci affanniamo tanto per guadagnare due soldi, avere potere, cose, prestigio, amicizie importanti, ma di tutto questo non rimarrà assolutamente niente: ci porteremo in Paradiso solo l’amore, quello vero, gratuito.

La vita solitaria di Marta, per il mondo “sprecata”, ha generato invece un tesoro invisibile, ma di grande valore, per se stessa e per le persone a lei legate, in primis il coniuge. È inutile mentire a noi stessi: un amore di convenienza (io faccio questo, tu fai quello), o di compagnia o di reciproca soddisfazione sessuale non ci basta e non ci fa stare tranquilli, anzi ci tiene sempre in uno stato di preoccupazione per mantenere costantemente un certo livello, una certa aspettativa, altrimenti si corre il rischio di essere lasciati per altre persone. Questo ci porta lontani dall’essere noi stessi e appena arriva una difficoltà seria, chi continuerà a starci vicino? Tutti lo desideriamo verso di noi, ma non è facile amare una persona “per sempre”, indipendentemente da quello che fa in positivo o in negativo; tuttavia con l’aiuto di Dio è possibile farlo, come Marta che l’ha saputo mettere in pratica con il marito. Grazie Marta

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Parenti contenti.

Vogliamo continuare a lasciarci interrogare dal Vangelo di Domenica scorsa, già così brillantemente commentato da padre Luca e da Antonio e Luisa, ma che ha ancora un aspetto su cui poter riflettere.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20) Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

E’ curioso che i primi discepoli che Gesù chiama a sé, i quali poi diventeranno parte del nucleo dei dodici Apostoli, siano due coppie di fratelli, intesi come fratelli di sangue, figli dello stesso padre.

Sarà un caso? No di certo. Se nulla avviene per caso nella vita ordinaria, tantomeno dentro la Parola di Dio troviamo frasi scritte per caso. Cosa avrà voluto dirci il Signore compiendo questa scelta?

Sappiamo come la famiglia sia la cellula della società, il primo luogo dove si impara a convivere con gli altri, si imparano i propri limiti e si scoprono le proprie doti, si impara insomma l’arte del vivere e soprattutto dell’amare. I legami di sangue sono molto forti, in taluni casi questa forza si rivela negativa perché fa come da calamita col passato non permettendo di vivere il presente con serenità e libertà né di proiettarsi nel futuro.

Questi legami sono talmente forti ed importanti per lo sviluppo psichico e morale della persona che sono i primi ad essere attaccati dal maligno (il quale odia la famiglia), nei casi più gravi ci sono maledizioni che passano da una generazione all’altra… ma è un altro argomento, che però ci conferma come i legami famigliari siano vitali per l’uomo… tant’è vero che Dio stesso ha voluto incarnarsi dentro una famiglia.

Talvolta il Signore converte il cuore di un familiare per convertire tutti gli altri, come fosse una sorta di apripista, ci sono numerose testimonianze al riguardo sia recenti ma anche dei primissimi cristiani, uno di questi episodi è addirittura raccontato nel vangelo di Giovanni, un altro è quello della madre santa Felicita ed i suoi sette figli, uno più recente è quello di santa Monica, madre di sant’Agostino.

Quando il Signore chiama fratelli e/o sorelle a seguirlo per la via della consacrazione sacerdotale e/o verginale, questi legami così forti già di natura, aumentano il proprio influsso positivo e si perfezionano per diventare fonti di grandi Grazie per la Chiesa intera, citiamo alcune figure di santi parenti o fratelli/sorelle oltre agli Apostoli del brano in questione: i due gemelli San Benedetto e Santa Scolastica; le 5 sorelle Martin (tra cui una santa, Teresina di Lisieaux ed una serva di Dio, Léonie); i due fratellini di Fatima Santa Giacinta e San Francisco Marto; i due fratelli San Cirillo e San Metodio; Santa Marcellina che era la sorella maggiore dei due gemelli San Satiro e Sant’Ambrogio; i due gemelli San Cosma e San Damiano con i tre fratelli minori San Antimo, San Leonzio e San Euprepio… la lista potrebbe continuare.

Tutto ciò conferma che i legami familiari e/o parentali hanno un’importanza vitale, ecco perché gli sposi cristiani devono far di tutto affinché i propri figli conoscano ed imparino ad amare Gesù fin dalla più tenera età.

E se i convertiti siamo proprio noi sposi? Di sicuro il Signore ha in progetto di parlare ai cuori dei nostri parenti e/o familiari attraverso noi, quando serve con le parole, quando esse si rivelano non necessarie sia la nostra vita a parlare, le nostre scelte, le nostre abitudini sante, i nostri gesti, i nostri comportamenti.

Coraggio sposi, non temiamo di fare gli apripista, meglio avere i parenti contenti che i parenti serpenti!

Giorgio e Valentina.

Passa la scena di questo mondo!

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

La seconda lettura di ieri è decisiva. Non ce ne sono di storie. Un cristiano autentico si riconosce in questa descrizione. Ma cosa significa? Che io posso vivere come se mia moglie non ci fosse? Posso fare i fatti miei e sentirmi libero di fare ciò che voglio senza curarmi di lei? A una lettura superficiale potrebbe sembrare davvero così. Ma chiaramente San Paolo intende dire altro.

La nostra vita ha un solo grande fine: incontrare l’Amore. Abbiamo tutta la vita per capire che l’unico che salva è Cristo. E’ Dio!

San Paolo ci sta chiedendo di mettere ordine nella nostra vita. Egli ci esorta a fare chiarezza. Non possiamo vivere appieno se non poniamo al centro di ogni cosa il nostro rapporto con Dio. Solo Lui può essere la nostra ragione di essere. Né il pianto e la sofferenza, altrimenti saremmo disperati. Né il godimento e la gioia del mondo, altrimenti saremmo illusi e destinati a crollare di fronte alla prima vera prova. Nemmeno i beni materiali possono colmare il vuoto che ci attanaglia, poiché tale vuoto nasce dalla mancanza di un significato profondo.

Non lo può essere neanche nostro marito o nostra moglie. Spesso due innamorati si scambiano frasi molto pericolose: sei il mio tutto! sei la mia vita! senza te non avrebbe senso nulla! Finchè è un modo per esprimere l’innamoramento che è un’emozione fortissima e assolutizzante va bene. Attenzione però che non diventi davvero così. L’altro diventerebbe il vostro dio. Il vostro vitello d’oro. Il vostro idolo. Se Gesù potesse parlarci, direbbe a noi sposi:

Non riesci a vedere la persona che ho messo al tuo fianco? È una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze proprio come te. Non illuderti pensando che possa colmare quel desiderio di completezza ed eternità che hai dentro di te. Solo io posso fare questo per te. Quello che desidero è solo questo. Tuttavia, devi fare la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non posso forzarti perché sarebbe contrario all’amore. Non mettere la tua sposa o il tuo sposo al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e fallo per lui/lei. Se farai dell’altro il tuo idolo, gli metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi, perché nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza, amalo. Solo allora l’amerai veramente, senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

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Apritevi al Mistero

Cari sposi, siamo ancora, tutto sommato, all’inizio dell’anno nuovo. È un’occasione propizia per cogliere il tempo presente come la grande possibilità di fare un passo in avanti nel vostro cammino di crescita e maturazione umana e spirituale.

Ogni singola lettura odierna, in tal senso, contribuisce con un dettaglio a questo coro sinfonico che, assieme, esprime una medesima parola: “conversione”.

Il primo è Giona, il quale annuncia la Parola nientemeno che a Ninive. Oggi di questa immensa capitale non restano che pochi ruderi ma a quel tempo (IX secolo a.C.) era il centro di un grande impero, assai ostile a Israele. Gli Assiri furono infatti i primi a deportare gran parte del popolo ebraico e si guadagnarono così la fama di città nemica per eccellenza. Ninive sta anche a significare chi è più lontano, uno da cui non ti aspetteresti nulla e non gli daresti una cicca. Magari Ninive può divenire anche il coniuge dopo anni in cui le hai provate tutte e non ne hai cavato niente di buono. Ebbene, il caso di Giona sta a dire che anche per le “palle perse” la conversione è possibile, pure i casi disperati possono trasformarsi!

La seconda lettura ci parla, invece, di un tempo che sta per scadere, dobbiamo affrettarci nella conversione perché la vita è corta, le occasioni del Signore sono contate, “la grazia di Dio passa e non torna” direbbe S. Agostino. Quindi voi sposi sappiate valorizzare il tempo presente, vivendo ogni giorno come un dono di Dio da riempire di gesti autentici di amore, di accoglienza. Questo giorno passa velocemente e non torna più.

Ecco allora che il Vangelo viene a dare un senso pieno a quanto detto finora. Gesù, dopo che ha ricevuto il Battesimo, inizia a predicare l’urgenza della conversione. La parola “convertirsi” viene dal verbo greco “metanoeo” che si può anche tradurre con “andare oltre il proprio modo di pensare”, o anche l’uscire dai nostri schemi ristretti e fissi. È un cambio di direzione mentale e di vita verso quanto Cristo vuole insegnarci e che preclude l’assolutizzazione dei propri pensieri e modi di essere.

Sovente nella vita di coppia, soprattutto per chi è più in là con il tempo, subentra il “so già”, “mi basta uno sguardo per capirlo” … un bel modo di fissare il marito o la moglie entro uno schema. Invece Gesù ci insta ad essere aperti al Mistero e a lasciarsi modellare dallo Spirito che porta novità e vuol fare nuove tutte le cose. Per cui non puoi amare il coniuge senza lasciarti cambiare da lui ed accettare che il tuo modo guardarlo e conoscerlo, per quanto tempo sia passato, sarà sempre fallibile e incompleto.

Ci vuole questa umiltà di ricominciare ogni giorno, di convertirsi ogni giorno, andando oltre la realtà più immediata e sensibile che troppo spesso può indurre in inganno. Gesù vide Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, uomini con tanti difetti. Se si fosse limitato all’esteriorità, la sua scelta forse sarebbe stata diversa ma Lui vedeva il loro cuore e amava la loro libertà.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione quotidiana, come quel modo di cogliere la Presenza di Cristo che si nasconde dietro tanti volti e fatti che conformano il nostro ordinario, e per voi, in primis nel coniuge. Concludo con questa bella preghiera:            

Ti prego, Signore, […] volgi a te il mio cuore dal vagare tumultuoso dei desideri e fa abitare in me la luce nascosta. I tuoi benefici nei miei confronti precedono sempre le mie volontà [volte] al bene e la prontezza del mio cuore alla rettitudine (S. Isacco di Ninive)

ANTONIO E LUISA

A me ha colpito tanto il luogo dove Gesù ha incontrato e chiamato i primi apostoli. Non li ha incontrati al Tempio o in chissà quale evento speciale. Li ha incontrati lì dove loro vivevano e lavoravano. Lì ha incontrati mentre non facevano nulla di speciale ma il loro lavoro quotidiano. Per noi sposi è così. La nostra relazione, abitata da Gesù, è fatta di tanta quotidianità e ordinarietà. Eppure è lì che incontriamo Gesù e da Lui siamo chiamati a seguirLo.

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Una sessualità redenta

Nella teologia del corpo di Giovanni Paolo II emerge un’importante prospettiva sul matrimonio come sacramento del corpo e della sua redenzione. Questa prospettiva non è solo di natura sacramentale, ma ha anche profonde implicazioni etiche e sostanziali che permeano le sue riflessioni. L’idea che il matrimonio sia non solo un sacramento del corpo, ma anche della redenzione del corpo stesso, sottolinea l’importanza e la santità dell’unione matrimoniale. Questa visione incarna il significato profondo dell’amore coniugale e della responsabilità reciproca tra i coniugi, offrendo una nuova luce sulla dimensione sacramentale della vita coniugale e della sessualità.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è spesso un terreno in cui emergono l’egoismo e il desiderio di possedere e usare l’altro a proprio piacimento. Chi è chiuso in se stesso non riesce a donarsi e a entrare in comunione veramente con l’altro. A volte si maschera di tenerezza e romanticismo, ma è solo un’apparenza falsa. Molte volte non è neanche consapevole della falsità dei propri sentimenti.

Giovanni Paolo ci insegna che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione, anche in questo contesto. L’eros, canalizzato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa un vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni, fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad eliminare l’egoismo che attanaglia il nostro cuore. Piano piano, il nostro sguardo dovrebbe spostarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perché spesso non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e rendere noi sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

Antonio e Luisa

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“Faccio sesso con un amico, siamo ancora amici? Lui dice di sì”: domande che spezzano il cuore

Di recente, mi è capitata sotto agli occhi una rubrica – dai toni ironici – tenuta da una nota influencer e modella, sui temi dell’affettività e dell’amore di coppia.

La nota ragazza – che ha quasi tre milioni di followers – rispondeva, nelle sue storie di Instagram, a dei quesiti che le venivano posti dalle utenti.

Dalle domande che tante ragazze le indirizzavano, è apparsa in modo evidente la sete di verità e di bene di molti cuori smarriti. Al contempo esse ci parlano di una seria emergenza nell’ambito della sessualità e dell’educazione all’amore.

Una domanda, in particolare, ha catturato la mia attenzione: “Faccio sesso da un po’ di tempo con uno dei miei migliori amici, ma non so se ora siamo solo amici, lui dice di sì”.

La risposta dell’influencer è stata ironica, ma faceva capire che si trattava di un’amicizia inquinata. E questo non è poco, in un ambiente impastato di pornografia quale è quello dei social e dei media in generale. Eppure, non è sufficiente.

Ciò che ho pensato leggendo quelle parole da far stringere il cuore (avrei voluto averla davanti, la ragazza della domanda, e dirle che merita molto, molto di meglio!), mi sono detta che dobbiamo fare di più per i nostri giovani, per non lasciarli soli, in balia degli istinti, della pornografia, di relazioni non chiare e non mature. Dobbiamo davvero fare di più.

Non molto tempo fa ho scritto un libro: “Amore, sesso, verginità. Le risposte (e le domande) che cerchi” (Punto Famiglia Editore, 2022), con la speranza di offrire uno strumento utile a educatori, genitori, catechisti, insegnanti. So che è solo una goccia, gettata nell’oceano di una mentalità pornografica dilagante, che risucchia nel suo vortice tante anime, ma è una goccia che a tutti noi, se vogliamo bene ai giovani, viene chiesta.

Dobbiamo testimoniare con coraggio che esistono un momento e un contesto “giusti” per vivere l’intimità sessuale. Dobbiamo testimoniare la gioia che viene dalla tenerezza e mettere in guardia dal degrado del possesso. Non tutto è perduto, come il demonio tenta di farci credere. Negli adolescenti e preadolescenti – prima che il mondo li indottrini con le sue bugie – brucia dentro proprio questa domanda: “Quando e come devo vivere la mia sessualità? Con chi? Qual è il momento giusto?”. 

È in quella fase della vita, nella pubertà, che dobbiamo intercettarli, prima che il mondo inoculi il suo veleno. Non possiamo adeguarci anche noi cristiani al politicamente corretto, per cui nella consensualità si può fare di tutto: spieghiamolo presto ai ragazzi, quando sono ancora innocenti, che sono nati per amare ed essere amati.

Cerchiamo un dialogo con i giovanissimi, prima che il mondo li convinca di non poter sperare in qualcosa di grande, in un amore vero e duraturo. Intercettiamoli quando sono ancora timidi, impacciati, fragili e dunque teneri. Intercettiamoli prima che seguano la massa, solo per non restare indietro.

Spieghiamo loro che sperimentare il sesso non è una conquista personale (ce lo insegnano i film: perdere la verginità sembra il passaggio che ti rende finalmente “uomo” o “donna”), spieghiamo che è il gesto d’amore più grande e profondo che un uomo e una donna possano scambiarsi e non ha senso viverlo senza responsabilità e senza cura, magari per gioco, nel contesto di “amicizie” che non possono essere tali, se sporcate dal sesso senza impegno. (L’amicizia, per inciso, è una forma d’amore, ma ha per caratteristica la gratutià e la non esclusività. Non comprende vincoli sessuali, che sono propri di un amore sponsale. Confondere i due piani ci porta a perdere armonia nella vita e pace interiore).

Recuperiamo il concetto di “fidanzamento”, come tempo di grazia e di verifica. Parliamo di vocazione, discernimento, attesa: non sono delle torture o delle limitazioni della libertà. Al contrario delimitano i nostri rapporti, ci permettono di viverli nella limpidezza, nella purezza, nell’autenticità. Dobbiamo dirlo ai giovani, che castità non significa castigo.

Facciamo volare alto i ragazzi: diciamo loro, senza paura, che possono, anzi devono, chiedersi a quale progetto d’amore sono chiamati e che il premio sarà grande. Perché ai puri di cuore è concesso nientedimeno che vedere Dio.

Organizziamo incontri, momenti di lettura, visioni di film, recite… Pensiamo a qualunque cosa, pur di intercettare i ragazzi e far dischiudere dai loro animi i sogni più belli che hanno.

Il bene è già nel cuore umano, ma va tirato fuori, portato alla luce, come fa lo scultore con un’opera d’arte, che prima di prendere forma grazie ad uno scalpello era silenziosamente racchiusa nel marmo.

Non abbiamo timore, Dio si fida di noi. Prendiamo in mano ognuno il suo scalpello e diamoci da fare.

Cecilia Galatolo

La castità non è astinenza: la Chiesa lo dice da sempre!

E niente, ci risiamo! Il Papa ha parlato durante l’udienza del mercoledì, regalandoci delle riflessioni di una bellezza dirompente sulla sessualità e i nostri media non sono stati capaci – o non hanno voluto – di coglierne la profondità, limitandosi a una comprensione parziale e superficiale per non dire sbagliata.

Cosa ha detto papa Francesco? Sta proseguendo le sue catechesi su vizi e virtù e mercoledì è stato il turno della lussuria. Vi riporto uno stralcio della catechesi, ma leggetela tutta che è meravigliosa.

La castità: virtù che non va confusa con l’astinenza sessuale – la castità è più che l’astinenza sessuale –, bensì va connessa con la volontà di non possedere mai l’altro. Amare è rispettare l’altro, ricercare la sua felicità, coltivare empatia per i suoi sentimenti, disporsi nella conoscenza di un corpo, di una psicologia e di un’anima che non sono i nostri, e che devono essere contemplati per la bellezza di cui sono portatori. Amare è questo, e l’amore è bello. La lussuria, invece, si fa beffe di tutto questo: la lussuria depreda, rapina, consuma in tutta fretta, non vuole ascoltare l’altro ma solo il proprio bisogno e il proprio piacere; la lussuria giudica una noia ogni corteggiamento, non cerca quella sintesi tra ragione, pulsione e sentimento che ci aiuterebbe a condurre l’esistenza con saggezza. Il lussurioso cerca solo scorciatoie: non capisce che la strada dell’amore va percorsa con lentezza, e questa pazienza, lungi dall’essere sinonimo di noia, permette di rendere felici i nostri rapporti amorosi.

I giornalisti delle maggiori testate laiche hanno saputo sintetizzare tutto questo con il titolo: la castità non è astinenza. Come se Papa Francesco avesse affermato qualcosa di rivoluzionario. Ma quando mai! Il Papa ha ribadito semplicemente ciò che la morale cattolica afferma da sempre. La castità non è fare o non fare qualcosa, ma piuttosto un atteggiamento che abbraccia tutta la persona umana e le sue relazioni.

Quindi cosa intende dire il Papa quando ricorda che castità e astinenza non sono la stessa cosa? Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tuo, siamo una cosa sola, tu sei l’unica per me, tu sei l’unico per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio. Quindi la castità è solo per chi non è sposato? La castità è per tutti. Ciò che cambia è come viene vissuta. Ricordate che la castità non è altro che fare verità tra cuore e corpo. Quindi il rapporto fisico può essere casto in uno stato e non casto in un altro.

Gli sposi quando sono casti? Gli sposi sono davvero casti quando sanno vivere una intimità fisica bella e piena. Un’intimità fatta di dono e accoglienza reciproca. La castità non è castrazione o dogma morale per non finire all’inferno. C’è anche quella prospettiva ma non è quella che vogliamo e siamo in grado di affrontare noi. Lascio il giudizio a moralisti e sacerdoti. Bisogna cambiare prospettiva! Cercare la castità per essere più felici e per godere più anche del sesso. Cosa intendo? Vi faccio un esempio concreto prendendo spunto da un quesito che abbiamo ricevuto tempo fa.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Capite l’idea sbagliata di fondo? E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, a un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi – se desideriamo essere dei buoni sudditi – dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Una scelta casta è quindi la scelta dei matodi naturali. Una scelta è casta quando è vera, quando è piena, quando permette di sperimentare una gioia e un piacere più grandi. Questo intendeva dire il Papa quando ha affermato che la castità non è astinenza.

Antonio e Luisa

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San Francesco di Sales e la comunicazione cattolica contemporanea

Ci troviamo in una novena significativa ma, forse, poco conosciuta: quella a San Francesco di Sales, il cui cognome richiama immediatamente alla famiglia salesiana: don Bosco, infatti, s’ispirò al carisma di questo grande santo francese per chiamare la sua congregazione e portare a compimento le meraviglie che tutti conosciamo.

Francesco di Sales, però, non è solo l’ispiratore del santo piemontese ma anche il patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici. Questo perché il suo apostolato era caratterizzato dall’utilizzo di numerosi opuscoli scritti per veicolare il messaggio cristiano, apposti fuori dalle chiese o distribuiti direttamente nelle case. Il santo, insomma, aveva capito che la pratica religiosa non si può limitare al tempo della santa Messa domenicale o di altri brevi momenti comunitari ma che può – anzi deve – svilupparsi nella vita quotidiana in qualsiasi tempo e luogo quindi anche all’interno delle mura domestiche. L’amore per Dio, così totalizzante e fondamentale, non può essere contenuto solamente delle pareti di un solo edificio perché la prima casa che deve abitare è il nostro cuore: gli scritti religiosi sono determinanti perché ci permettono di meditare ed approfondire la fede in modo personale, autentico e silenzioso tale da farci progredire sulla strada del Cielo. Il dialogo con il Signore, d’altronde, non può essere solo una litania di richieste da parte nostra ma, come dice il termine stesso, uno scambio reciproco, fatto non solo di parole ma di pause, ascolto e meditazione. Nella tranquillità dell’essere a tu per tu con la nostra anima, insomma, raggiungiamo la condizione ottimale per aprire il nostro cuore ai contenuti che la carta stampata può veicolare, tenendo sempre bene a mente che prima di tutte le nostre parole c’è la Parola di Dio.

Antesignano di San Francesco di Sales è stato senz’altro San Paolo, genio religioso che per primo intuì l’importanza della comunicazione scritta, che incarnò nelle sue famose Lettere, fondamento stesso della teologia cristiana. Tutto questo deve farci riflettere sulla presenza che i contenuti religiosi devono – o dovrebbero – avere nel frenetico e spesso contraddittorio panorama comunicativo contemporaneo. Nell’era delle immagini, dei video e dei suoni c’è ancora posto per la fede? In che modo chi scrive o pubblica contenuti cattolici può e deve esprimersi? La presenza sui social può effettivamente arrivare al cuore di tante persone?

Le risposte possono essere tante e sarebbe difficile sintetizzarle in questo contesto ma penso che sia fondamentale partire dal fatto che il centro di ogni messaggio – stampato o social – debba essere il protagonista del nostro agire e del nostro pensare: Gesù. Pur utilizzando gli strumenti più sofisticati anzi, sfruttandoli a nostro favore, non dobbiamo mai perdere di vista che qualsiasi nostra comunicazione, post, reel o quant’altro avrà una risonanza mediatica, potrà essere condiviso e postato da altri quindi deve sempre essere innanzitutto in linea con il magistero della Chiesa ed essere rispettoso e corretto sia dal punto di vista teologico che da quello linguistico. Soprattutto, non dobbiamo mai trascurare il fatto che siamo noi i primi a dover dare l’esempio e a rispondere di ciò che postiamo con la nostra stessa vita e con una testimonianza autentica, coerente, matura: non dimentichiamo che stiamo parlando di Dio, dobbiamo farGli fare bella figura!

Ecco perché è bello e significativo che il mondo cattolico abbia un proprio patrono per giornalisti e scrittori (e, più in generale, per tutti i comunicatori) ossia abbia un modello di riferimento cui ispirarsi e a cui guardare sia come incoraggiamento e sprono ma anche nei momenti difficili, di confusione, di dubbio. La missione che affidiamo alle parole è delicata quindi nulla può essere lasciato al caso; la profondità della vita spirituale e la preghiera devono servire come strumenti base per veicolare non tanto un’idea ma una “persona”, il nostro Dio, fattosi uomo. L’espressione con cui si apre il vangelo di San Giovanni, “Il Verbo si fece carne”(Gv 1,1), ci aiuta a comprendere quanto valore abbia la comunicazione, sia in senso verticale (dall’Alto verso il basso) che orizzontale (tra gli uomini): se il Dio infinito si è in qualche modo condensato nella Parola, questo significa che il linguaggio ha il potere grandissimo di essere portatore di un messaggio di bene ma che purtroppo, se usato contro di Lui, può anche essere il detonatore di un messaggio negativo. Le parole fanno nascere o uccidono, accarezzano o feriscono, aiutano o mettono in difficoltà; le parole hanno la grande responsabilità di essere potatrici del vero o del falso proprio perché è la Verità a fare di noi dei figli di Dio e non più degli schiavi, nella consapevolezza che “la libertà vi farà liberi” (Gv 8,32). Preghiamo San Francesco di Sales affinché ci aiuti ad essere sempre ambasciatori del volto più bello del Padre attraverso ogni nostro messaggio per aiutare gli altri ma anche noi stessi a scoprire la potenza straordinaria del Vangelo, la buona novella per cui Cristo è nato, ha sofferto ed è risorto.

Fabrizia Perrachon

Non cercate il colpevole! Avete il potere delle vostre scelte.

Spesso noi siamo portati ad affrontare la vita e le situazioni che ci accadono cercando un responsabile a cui dare la colpa. Responsabile che naturalmente spesso lo troviamo fuori di noi. Quando le cose non funzionano nella coppia di solito il colpevole è l’altro.

Quante volte riceviamo telefonate o email di persone – quasi sempre donne – che si lamentano di tutto ciò che non va nel proprio matrimonio. E quasi sempre quello che non va è il comportamento dell’altro. Lui quando torna dal lavoro si isola. Avrei voglia di parlare con lui ma vedo che non mi dà retta. È sempre stanco. Non mi riconosce tutto il lavoro che faccio in casa e dà tutto per scontato. Non mi sento desiderata. Queste sono le critiche che vanno per la maggiore.

Sapete che a ragionare in questo modo vi state gettando la zappa sui piedi? State entrando in un ciclo negativo, vi state annodando da soli il cappio al collo. Il vittimismo rende immobili e passivi. Non permette di agire e di cambiare le cose. Che non significa cambiare l’altro. Magari l’altro è vero che commette delle omissioni e non è sempre capace di dimostrare il suo amore nel modo giusto. Significa cambiare il mio modo di approcciarmi alla relazione. Significa rendermi parte attiva della relazione.

Significa essere consapevoli di essere responsabili della relazione. Già perché spesso cerchiamo un colpevole. Ma è sbagliato in partenza parlare di colpa. Non serve a nulla se non a giustificarci nella nostra continua lamentazione. Serve solo a nutrire il nostro vittimismo. Bisogna parlare di responsabilità. Io sono responsabile della mia relazione con mio marito o mia moglie. Io ho il potere di decidere della mia relazione.

Questo significa che io non sono un poveretto che subisce determinati atteggiamenti o comportamenti, ma io scelgo di restare in quella situazione. Noi abbiamo il potere delle nostre scelte. Ho scelto di stare con quell’uomo o con quella donna anche se non è perfetto! Significa altresì che è sbagliato dire che io non posso sopportare certi atteggiamenti di mio marito o di mia moglie. Non voglio più accettare certi comportamenti! Siamo noi che decidiamo. Siamo noi la parte attiva. Facciamo la nostra scelta.

Ecco perché non salva nessuno restare con un marito violento. Lì c’è solo dipendenza perché la donna non è che subisce una situazione da cui non può uscire, ma sceglie di restare in quella situazione per tanti motivi: spesso per fragilità e dipendenza. Ma questo non è il modo corretto di agire di un cristiano che vuole vivere fino in fondo l’amore nel dono. Spoiler: un marito violento va allontanato. Non esiste sacramento che tenga! Se il sacramento è valido resta indissolubile, ma nella separazione fisica.

Un cristiano libero si pone le domanda: Perché scelgo di restare? Se la risposta viene solo da un obbligo di rispettare una promessa di fedeltà e indissolubilità non pienamente compresa ed accettata, non ci siamo proprio. In questi casi spesso si entra in quel loop del vittimismo che non salva nessuno e che rende spesso la convivenza un inferno. Se invece la risposta è che così si vuole riamare Gesù e l’altro nel dono gratuito di noi, allora cambia tutto. In quella situazione intanto divento consapevole che voglio starci e poi metto in atto tutte quelle scelte quotidiane atte a dare senso e corpo alla mia scelta.

Quando Luisa si è trovata ad avere me come marito, nei mesi in cui stavo sbarellando, lei ha scelto di stare con me anche se ero così. Ho raccontato tante volte come con l’arrivo del secondo figlio io sia entrato in una crisi profonda e mi sia comportato con lei in modo freddo, distaccato e assente per non pochi mesi. Lei che nel frattempo doveva crescere due bimbi piccoli e sopportare il mio stato. Aveva tutti i motivi per lamentarsi. Invece lei ha scelto consapevolmente di starci perché voleva darsi tutta in quella relazione che era la sua vocazione. Così funziona davvero! Così ha lasciato che Dio salvasse lei e me attraverso di lei. Nel suo dono gratuito e libero io sono guarito da quel malessere che mi rattristava e mi legava.

Questo per dire cosa? Smettete di parlare di colpa e iniziate a parlare di responsabilità. Riprendete il potere delle vostre relazioni e delle vostre scelte. Se voi siete in una relazione l’avete scelto. Domandatevi perché avete scelto di restare.

Antonio e Luisa

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Contemplare per essere profeti dell’unità coniugale e familiare

Cari sposi e famiglie, iniziamo questo nuovo anno mettendoci in contemPlazione per essere PROFETI di unità e lo facciamo in comunione con tutti i cristiani che in questa settimana (18-25 gennaio) pregano per la fraternità universale, quel sogno di Dio che a noi è consegnato come “dono” da custodire e quale “compito” da realizzare. È un sogno diurno, delle prime luci dell’alba, quindi profetico e carico di speranza, che ha bisogno del contributo di ciascuno di noi, delle nostre Chiese e Comunità cristiane.

Ma chi più della coppia e della famiglia cristiana è portatore di quell’unità d’amore che scaturisce dallo sperimentare quotidianamente che il “collante” che unisce i suoi membri è il partecipare all’Amore di Dio, in Gesù, nello Spirito?

Prima di condividere il percorso che abbiamo tracciato per questa settimana, vogliamo ricorrere a significato etimologico del termine profeta che deriva dal latino tardo propheta cioè «preannunciare, predire». Nella Bibbia i termini con cui viene denominato il profeta sono molteplici, ne riportiamo alcuni: «chiamato»; «uomo di Dio»; «visionario»; il nuovo testamento ha adottato il vocabolo greco profètes, che contiene il verbo femí, «parlare», e la preposizione pró che rimanda a tre significati utili per definire la missione profetica: «in luogo di, davanti a, prima di». Decisivo è il primo significato: il profeta parla «in nome di Dio», ne è il portavoce presso gli uomini. Proprio per questa funzione, il profeta è uomo del presente e non l’indovino di un futuro ignoto, ed essendo coinvolto nella storia, nella società, nei drammi del suo tempo ne discerne il senso.

Sappiamo che con il Sacramento del Battesimo siamo diventati sacerdoti, re e profeti ma ci teniamo a contemplare che, come sposi, con il Sacramento del Matrimonio siamo diventati profeti dell’unità (non solo fisica ma anche spirituale) realizzata vivendo la distinzione uomo – donna. Partendo dal passo del Vangelo di Luca 10,27 “Ama il Signore Dio tuo […] e ama il prossimo tuo come te stesso”, scelto da un Gruppo ecumenico locale del Burkina Faso e coordinato a più voci dalla Comunità locale di Chemin Neuf come testo di riferimento (Lc 10,25-37) per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno, abbiamo tratto dei brevi spunti da meditare ogni giorno in famiglia poiché siamo sempre più convinti che l’incontro con l’altro, cioè Dio e il prossimo (moglie, marito, figli) ci rende profeti, come ogni buon samaritano.

Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Lc 10, 25)

La domanda cruciale posta a Gesù da un maestro della Legge interpella ogni credente in Dio e quindi anche ogni famiglia cristiana. Papa Francesco ci dice: “In famiglia, condividi tanti momenti indimenticabili: pasti, riposo, faccende domestiche, divertimento, preghiera, escursioni e pellegrinaggi, solidarietà con i bisognosi”. La famiglia è, quindi, il germe della vita eterna e, anche se alcune realtà esistenziali come la divisione, l’egoismo e la sofferenza spesso ci allontanano dalla ricerca di Dio, è proprio l’unità familiare che ci fa desiderare già qui e ora l’essere tutti insieme un giorno, uniti, alla Mensa del Signore.

Tutti i componenti della famiglia tenendosi per mano pregano: «Aiutaci, Signore, a vivere una vita familiare orientata a te»

Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10, 27)

La risposta che Gesù dà al maestro della Legge può sembrare semplice, in quanto tratta dai comandamenti di Dio. Tuttavia, amare Dio in questo modo e il prossimo come noi stessi è spesso difficile. In particolare, per i coniugi amare il prossimo vuol dire consegnarsi l’un l’altro nella concretezza quotidiana, con il corpo e con il cuore, disposti a perdere tutto pur di raggiungersi. Ad esempio, non possiamo limitarci a dire “Ma cosa vuoi di più? Ti ho dato lo stipendio!” ma invece dobbiamo imparare ad entrare nelle fragilità umane, affettive e spirituali del coniuge. Nella misura in cui si realizza questo esercizio permanente cresciamo nella capacità di amare l’altro come noi stessi.

I coniugi abbracciandosi pregano: «Aiutaci, Signore, ad amarci con lo stesso amore oblativo con cui Tu ami noi»

Chi è il mio prossimo?” (Lc 10, 29)

Il maestro della Legge tenta di giustificarsi, sperando che il prossimo che gli viene chiesto di amare sia qualcuno della sua stessa fede e del suo popolo; questo è un istinto umano naturale. Come famiglia, pensiamo ad esempio quando invitiamo qualcuno nella nostra casa, sono spesso persone che condividono la nostra posizione sociale, la nostra visione della vita e i nostri valori. Tuttavia Gesù consegna, soprattutto a noi sposi cristiani, il precetto di accogliere e amare tutti senza porre condizioni poiché siamo la “vera scultura vivente, capace di manifestare il Dio creatore e salvatore” (AL 11). Sicuramente viviamo tempi di insicurezza e paura che ci mettono di fronte a una realtà in cui le relazioni umane sono impregnate di sfiducia e incertezza. Ma oggi accogliamo la sfida che la parabola ci propone e cioè quella di chiederci come famiglia “di chi siamo prossimi noi”?

I coniugi aprendo la porta della loro casa pregano: «Signore, apri il nostro cuore a coloro che non vediamo»

Vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì” (Lc 10, 31)

Il sacerdote e il levita che alla vista dell’uomo ferito passano dall’altra parte della strada possono aver avuto validi motivi religiosi per non prestare soccorso. Eppure, in molte occasioni, Gesù critica i capi religiosi per aver posto delle regole della religione davanti al dovere di fare sempre il bene. Ma noi all’interno delle nostre famiglie cristiane quanto siamo disposti a “prenderci cura, a sostenerci e a stimolarci vicendevolmente, per vivere tutto ciò come parte della nostra spiritualità familiare” (AL 321)? “È una profonda esperienza spirituale contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei. Questo richiede una disponibilità gratuita che permetta di apprezzare la sua dignità. Si può essere pienamente presenti davanti all’altro se ci si dona senza un perché, dimenticando tutto quello che c’è intorno. Così la persona amata merita tutta l’attenzione” (AL 323). Questa parabola di Gesù ci sprona ad ampliare la nostra visione poiché il Buon Samaritano è spesso colui che non ci aspettiamo e che vive accanto a noi, dentro e fuori la nostra famiglia. Infatti, continua papa Francesco al n 324 di Amoris Laetitia “Quando la famiglia accoglie, e va incontro agli altri, specialmente ai poveri e agli abbandonati, è « simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa»”.

I coniugi guardandosi negli occhi pregano: «Signore mantieni vigile il nostro sguardo affinché non ci voltiamo mai dall’altra parte, mentre percorriamo la strada della santità»

Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò” (Lc 10, 34)

Il Buon Samaritano fece quello che poteva con le risorse a sua disposizione: versò vino e olio, bendò le ferite dell’uomo e lo pose sul suo asino; poi fece ancor di più, promettendo di pagare per le sue cure. È qui che si manifesta l’amore: il Buon Samaritano ha dato al ferito vino e olio, rinfrancandolo e dandogli speranza. Come genitori cosa possiamo offrire ai nostri figli nel loro cammino di crescita, in modo da poter fare la nostra parte nell’opera di Dio?

I figli pregano: «Dio nella tua paternità e maternità verso tutti, ti ringraziamo per tutte le volte che i nostri genitori ci hanno ridato la speranza di guardare avanti»

Lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo” (Lc 10, 34)

L’uomo caduto nelle mani dei briganti fu accudito da un Samaritano. Il Samaritano vedeva oltre i pregiudizi o le preclusioni. Vide qualcuno che era nel bisogno e lo portò in una locanda. Nella società e ancor più nella famiglia, l’ospitalità e la solidarietà sono essenziali; accogliere l’altro ed essere accolti a nostra volta è al centro della dinamica relazionale. Come famiglie cristiane siamo chiamati a trasformare le nostre Piccole Chiese Domestiche in locande in cui ogni nostro prossimo possa trovare Cristo. Se sapremo andare oltre le chiusure e scegliere di praticare l’ospitalità saremo “famiglia prossima”.

Il papà pone fuori dall’ ingesso della casa un cartello con scritto: “In questa casa tutti sono i benvenuti

“Chi di questi tre si è comportato come prossimo?” (Lc 10, 36)

Al termine della parabola, Gesù chiede al maestro della Legge: “chi di questi si comportato come prossimo per quell’uomo?”. Il dottore della Legge risponde “quello che ha avuto compassione di lui”. La famiglia dovrebbe essere il laboratorio in cui si impara la compassione, cioè quella virtù necessaria per poter accrescere sempre più l’unità. Per esempio quando nelle nostre famiglie sorgono dei conflitti il primo atteggiamento da assumere è la compassione e non quello di “scagliare pietre” contro i nostri cari perché “L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato” (AL 92).

La mamma, fonte sicura di tenerezza e compassione, abbracciando uno ad uno gli altri componenti della famiglia prega: «Signore fa di lui/lei un germoglio di santità»

“Gesù gli disse: “Va’ e comportati allo stesso modo” (Lc 10, 37)

Con queste parole Gesù invia nel mondo ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre famiglie, per mettere in pratica il comandamento dell’amore. Mossi dallo Spirito Santo, siamo inviati ad essere “altri Cristi”, ponendoci “in uscita” e raggiungendo l’umanità. “La famiglia non deve pensare sé stessa come un recinto chiamato a proteggersi dalla società. Non rimane ad aspettare, ma esce da sé nella ricerca solidale. Una coppia di sposi che sperimenta la forza dell’amore, sa che tale amore è chiamato a sanare le ferite degli abbandonati, a instaurare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia. Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere “domestico” il mondo, affinché tutti giungano a sentire ogni essere umano come un fratello” (AL 181, 183)

Tutti i componenti della famiglia si ritrovano sul balcone e alzando le mani verso il cielo pregano: «Signore, fa’ che la nostra unità familiare sia un segno del tuo Regno»

PREGHIERA QUOTIDIANA DELLA FAMIGLIA

Signore Gesù Cristo, mentre camminiamo con Te come profeti dell’unità familiare fa’ che non distogliamo il nostro sguardo dal mondo, ma lo manteniamo vigile. Fa’ che, mentre percorriamo le strade della vita familiare, come buon samaritani siamo capaci di fermarci a fasciare le reciproche ferite contemplando così che Tu sei presente anche in questa nostra locanda. Amen

Auguriamo a tutte le famiglie di essere profeti dell’Una Caro, innestati nell’Unico Corpo dello Sposo (Cristo) e della sua Sposa (Chiesa).

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Dio vede oltre, come un drone

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 16,1-13a)  In quei giorni, il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuèle rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: “Sono venuto per sacrificare al Signore”. Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che io ti dirò». Samuèle fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?». Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. […] Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuèle prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

E’ sempre difficile commentare passi come questo in cui anche i grandi santi si sono cimentati lasciandoci ricchezze in omelie e scritti di alta caratura teologica e spirituale. Vogliamo solo mettere in luce un particolare, ma partiamo dalla contestualizzazione del brano: racconta di come il Signore abbia indicato al profeta Samuele di scegliere Davide come nuovo re al posto di Saul, abbiamo tagliato poi tutta la descrizione della modalità con cui la scelta ricade su Davide invece che sugli altri figli di Iesse.

La parte che ci interessa sta proprio all’inizio: il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Come al solito i nostri piani non coincidono mai con quelli del Signore, per non parlare delle tempistiche e delle modalità, le Sue vie non sono le nostre misere vie.

Abbiamo visto un video su Youtube nel quale una persona stava camminando su un sentiero di montagna, ma sembrava che non ci fosse uno sbocco attraverso la fitta vegetazione, ad un certo punto ha acceso il suo drone e lo ha guidato su in alto per vedere con la telecamera cosa lo aspettasse, potete immaginare quale meraviglia fosse lo stesso posto visto dall’alto piuttosto che dal sentiero oscurato dalla fitta vegetazione. Il drone ha permesso di vedere un panorama ed una veduta dell’insieme che dal sentiero era impossibile avere.

Similmente accadde così col Signore, Lui ha una visione d’insieme come quel drone che dall’alto domina il panorama, Lui vede più in là di noi, sa già cosa c’è oltre la fitta vegetazione che vediamo dal nostro punto di vista. Anche per il profeta Samuele non è così immediato obbedire al comando del Signore, ha bisogno di essere rassicurato per partire.

Il Signore ha un piano, ma Samuele vede solo fitta vegetazione, sembra come intrappolato nei suoi dispiaceri, piangeva ancora per Saul; ma il Signore lo rimprovera osservando che se non lo piange Lui perché mai dovrebbe farlo Samuele? Quanto è duro accettare i piani della Provvidenza, siamo ancora troppo attaccati alle nostre cose, alle cose che ci danno sicurezza in questo mondo. Anche noi abbiamo i nostri Saul per cui piangiamo e facciamo fatica a lasciarli andare, ma il Signore ha altri piani.

Anche per noi è stato difficile tanti anni fa lasciare persone, posti e realtà a cui eravamo affezionati, erano i nostri Saul su cui piangevamo, ma il Signore ci ha mostrato altre realtà, luoghi e persone perché Lui è come quel drone che vedeva già aldilà, ci siamo fidati, abbiamo fatto bene perché la nostra fede è cresciuta; le consolazioni di Dio non si sono fatte attendere.

Quando il Signore ci indica una strada si avvera quel detto: “quando si chiude una porta si apre un portone“, certo non è facile né di immediato realizzo, ma se il Signore indica una strada è perché vede oltre come la telecamera del drone.

Infatti Dio non va tanto per le lunghe con Samuele: Riempi d’olio il tuo corno e parti.… è uno che va dritto al sodo, perché l’importante per Lui è che si compia, si realizzi il Suo piano di salvezza. Ed infatti succederà che chiusa la porta su Saul si aprirà un portone sul grande re Davide, col senno di poi si rivelerà la scelta giusta.. proprio come col drone.

Coraggio sposi, la fede cresce a piccoli passi: ogni piccolo atto di fede mette le basi e prepara quello dopo che sarà un po’ più grande e così via.

Giorgio e Valentina.

Testimoniare l’amore oggi!

Quando si percepisce un ostacolo, la famiglia si riunisce. Per confortare, sorreggere, aiutare o semplicemente testimoniare amore. È così, a maggior ragione, anche per la ‘famiglia delle famiglie‘, la nostra amata Chiesa. In un periodo sociale così disordinato, caratterizzato da tensioni umane, venti contrari, schizofrenie emotive, frutto di un evidente relativismo ideologico, c’è bisogno di fare memoria del senso, del significato profondo dell’esserci, in quanto testimoni di sacramenti.

Ognuno di noi, ogni famiglia credente, deve poter raccontare il proprio originale modo di vivere la missione ‘dell’amore che resiste’. Ci proveremo il 18 febbraio intorno alle 10; da Nord a Sud ma anche oltre le Alpi -grazie ai potenti mezzi tecnologici- ci incontreremo, fisicamente e virtualmente, per condividere il significato dell’essere famiglia e quindi Chiesa. L’appuntamento è presso l’Auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). Ad accoglierci saranno i componenti della rete, simpaticamente battezzata ‘gli influencer di Dio‘ , organizzatori della giornata di comunione e verità, quella che sarà raccontata, a cuore aperto, da alcuni testimoni presenti, a seguito delle attese catechesi guidate da don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali.

Vi aspettiamo. Per registrarsi all’evento https://forms.gle/1v1yBgeUvsjLDk6J8

Livia Carandente con tutti gli autori di matrimoniocristiano.org

Il vero piacere? Nella relazione!

Oggi riprendiamo la catechesi di mercoledì scorso del Papa. Da alcune settimane ha cominciato un nuovo argomento: i vizi e le virtù. Nell’ultima in particolare ha trattato il tema della gola. Come sempre non la analizzo tutta ma prendo alcune righe che mi hanno colpito più delle altre e ci ragioniamo insieme.

Cosa ci dice il Vangelo a questo riguardo? Guardiamo a Gesù. Il suo primo miracolo, alle nozze di Cana, rivela la sua simpatia nei confronti delle gioie umane: Egli si preoccupa che la festa finisca bene e regala agli sposi una gran quantità di vino buonissimo. In tutto il suo ministero Gesù appare come un profeta molto diverso dal Battista: se Giovanni è ricordato per la sua ascesi – mangiava quello che trovava nel deserto –, Gesù è invece il Messia che spesso vediamo a tavola. Il suo comportamento suscita scandalo in alcuni, perché non solo Egli è benevolo verso i peccatori, ma addirittura mangia con loro; e questo gesto dimostrava la sua volontà di comunione e vicinanza con tutti.

Mi sento di sintetizzare questa riflessione del Papa in un concetto semplice. Il piacere non è male. Non c’è nulla di male a godere delle cose belle. Tra queste rientra anche il gusto e il piacere della buona tavola. Il piacere diventa male quando diventa il fine, quando viene assolutizzato. Invece il piacere può essere un modo di fare esperienza di bellezza e quindi di Dio. Ma non può diventare un idolo per noi. Mi permetto alcune considerazioni.

Credo di capire cosa vuole dirci il Papa. Anche per me, un pasto condiviso diventa automaticamente migliore. Preferisco di gran lunga una pizza e una birra in compagnia di amici, oppure un minestrone in famiglia, piuttosto che cibi deliziosi consumati da solo. Quando vivevo da solo, prima di sposarmi, spesso finivo per mangiare da solo. Raramente mi preparavo un semplice minestrone. Di solito compravo cibi pronti o cucinavo qualcosa che mi desse soddisfazione, anche se magari esageravo con patatine, hamburger e cibi considerati poco salutari. Questi cibi soddisfacevano il mio desiderio di piacere. Oggi, in famiglia, anche una semplice minestra mi basta. Perché? Perché il vero piacere deriva dalla condivisione. Quello che cerchiamo attraverso il cibo spesso è solo un modo per lenire la solitudine. La solitudine può esistere anche tra coloro che vivono in famiglia, quando manca il dialogo o non ci si sente compresi e accolti. Non è necessario essere fisicamente soli per sperimentare la solitudine, si può sentirsi soli anche a livello spirituale ed emotivo.

E allora perchè il digiuno? Come possono convivere ed essere entrambi buoni i due atteggiamenti. Quello di Giovanni Battista che nel deserto mangiava quello che capitava e quando capitava e quello di Gesù che non disdegnava di mangiare e anche bene se c’era l’occasione? Il digiuno non è positivo di per sè. Se io digiuno perchè ho problemi di disagio alimentare o per mancanza di autostima non c’è nulla di buono in quel digiuno. Quando diventa buono? Quando aiuta a fare spazio. Spesso noi siamo bulimici. Siamo bulimici di piacere che sia di gola, di possesso o di sesso. Questo ci rende incapaci di donarci. Dentro di noi non c’è posto per Dio e non c’è posto per nessun altro. Non c’è posto per nostro marito o nostra moglie. Il digiuno serve proprio a recuperare la libertà. La libertà di amare in modo gratuito. Il digiuno ci permette di vivere il piacere in modo pieno e più completo. Gola e sesso hanno molto in comune. Sono soggetti agli stessi stimoli e dinamiche umane. Ecco! Digiunare durante la quaresima ci può aiutare a fare meglio l’amore con nostro marito o nostra moglie. Perchè saremo più liberi di dare amore. Saremo più capaci di farci dono e non di usare. Insomma il digiuno ci permette di comprendere che un piacere solo superficiale, solo a livello di sensazioni fisiche ed emotive alla fine non sazia veramente. Questo processo di “fare spazio” porta a una maggiore capacità di amore e di connessione con gli altri, permettendo di vivere il piacere in modo più pieno e appagante.

Gesù era libero! Noi lo siamo?

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Sposi, sapete chi cercate?

Cari sposi,

come in una scena di film al rallentatore, di fatto siamo ancora, come la domenica scorsa, sulle rive del Giordano dove Giovanni battezzava.

Avviene una scena tanto semplice quanto grandiosa. Gesù inizia la sua vita pubblica e accoglie i primi due discepoli. Come arriviamo a questo momento?

Suo cugino Giovanni aveva già al suo seguito varie persone che lo ammiravano e volevano ascoltare le sue parole. Quando si presenta Gesù lui è talmente umile da additarLo come l’Agnello di Dio, scatenando un’irresistibile attrazione in alcuni dei suoi a seguirlo. Ed è qui che inizia tutto. Andrea e Giovanni sono i primi a cercare Gesù e iniziare un colloquio con Lui.

Sorprende vedere Cristo che li accoglie non con un comune “Shalom” e men che meno con un “oh, finalmente i miei primi due followers”, bensì con una domanda. Come mai? Il quesito di Cristo li prepara davvero ad essere disposti a ricevere un dono. Gesù sa che Giovanni e Andrea sono in ricerca ma non è disposto a dare soluzioni facili; pertanto, li porta sempre più in profondità.

Quante altre volte Gesù ha posto domande impegnative! Al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?”; al paralitico: “Vuoi guarire?”; a Pilato: “Dici questo da te o altri te l’hanno detto sul mio conto?” Nel fondo sta rivolgendo l’interlocutore al più profondo del suo cuore perché si apra davvero al dono della Verità che è Lui in persona.

Quindi, da Giovanni il Battista “la palla” passa a Giovanni e Filippo che restarono così affascinati da Lui che l’allora giovane discepolo, il quale scrive il vangelo sulla soglia dei 90 anni, ancora si ricordava l’ora esatta dell’incontro!

Questa esperienza così entusiasmante porta naturalmente Andrea a volerla condividere con suo fratello Simone. E in tal modo Andrea si converte nello strumento affinché Simone diventi Pietro. Che insegnamento possiamo ricavare per noi?

Anzitutto che Cristo, nell’anno 30 come nell’anno 2024, Lo incontriamo quando qualcuno ce lo presenta. Andrea e Giovanni hanno avuto bisogno del Battista; c’è voluto Andrea per Simon Pietro; Saulo è dovuto passare da Anania prima di diventare Paolo, Francesco Saverio non sarebbe santo senza Ignazio di Loyola… e così fino ad oggi.

Allora voi sposi siete in una condizione ottimale perché questo avvenga, voi che siete stati “con-vocati” dal Signore a seguirlo (cfr. Familiaris Consortio 38). Nel matrimonio la sequela di Cristo è fatta anche di un reciproco aiuto a incontrare Gesù, un mutuo sostegno nella sequela del Maestro. Laddove questo non avviene per un disallineamento nella fede, il coniuge credente ha però ha una grazia particolare per rimanere saldo in Cristo.

Inoltre, c’è un altro aspetto assai confortante. L’incontro con Cristo mi porta alla mia vera identità. Tutto il contrario di chi afferma che la fede cristiana aliena e impoverisce noi stessi. Quello magari avviene con un certo moralismo o letture parziali del Vangelo. Ma Cristo qui nel Vangelo non fa che esaltare e portare a pienezza il dono che già ognuno è.

E così Simone, che di suo era un capoccia e un superbo ma con un cuore grande, viene solo esaltato nel senso più vero da Cristo fino a renderlo “kefas”, cioè una roccia, un punto di riferimento per altri, una pietra che umilmente sostiene il peso altrui, che si mette sotto per servire e dare stabilità.

Quindi, chi cerca Cristo trova veramente se stesso. Ed anche voi sposi, seguendolo ogni giorno non diventerete certamente dei bigotti, basa banchi, bacchettoni e moralisti ma troverete la sorgente più pura di quell’amore che già avete cercato fin dall’inizio.

Questa la bellissima verità che ci svela oggi Gesù, detta in modo così chiaro nella Imitazione di Cristo: “cercando soltanto Te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e Te” (Libro III, cap. VIII).

ANTONIO E LUISA

Parto dalle conclusioni di padre Luca. Abbiamo bisogno di qualcuno per incontrare Cristo. Per me sono stati Luisa prima e padre Bardelli dopo. Ma senza Luisa non avrei incontrato neanche il caro padre Raimondo che tanto bene ci ha fatto. Quando riceviamo mail o commenti di giovani donne scoraggiate perchè non riescono a trovare un ragazzo che capisca e rispetti il loro desiderio di castità noi rispondiamo sempre di non mollare. Se Luisa avesse ascoltato le mie proteste e fosse scesa a compromessi non avrei fatto esperienza di una relazione casta e così bella. Il suo resistere mi ha fatto vedere tutta la bellezza di Luisa e mi ha fatto venir il desiderio di incontrare il suo Dio.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /20

(continua dall’articolo precedente…) Dobbiamo opporci a queste lusinghe con un chiaro e forte NO. Altrimenti facciamo la fine di Pinocchio che pensa di poter moltiplicare le monete che ha.

– Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?

E’ la tattica dell’antico serpente: irridere i doni che già possediamo presentandoli non come valore ma come limitazione alla nostra libertà: “Sarete simili a Dio“. Ma il problema di questa tentazione non sta tanto nel cedere alle lusinghe di un tesoro, ma nel pensare di trovare un tesoro lontano dalla casa di Geppetto, ovvero l’illusione di una felicità lontana da chi ci ha creato.

Cari sposi, i doni del matrimonio sono davvero molti e ricchi, ma sperare di avere un matrimonio pienamente umano (e quindi orientato alla vita eterna) lontano dal Signore è un’illusione, ecco perché serve la Grazia del Sacramento per sostenerlo ed alimentarlo.

– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri. – Gli altri! – ripetè il Gatto. – Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio

Dobbiamo anche porre attenzione ai seduttori: quelli che ostentano la ricerca della giustizia con ogni mezzo, una solidarietà solo orizzontale ecc… chi più ne ha più ne metta. Ritornano alla mente le parole con cui ci ammonisce ed ammaestra san Paolo:

(2 Cor 11, 14-15) Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere.

Solitamente queste seduzioni vengono da persone che vivono un filantropismo che nulla ha di che spartire con la carità cristiana, oppure da persone che si travestono da benefattori dell’umanità finché ci ricavano anch’essi qualcosa. Gli sposi cristiani devono stare molto attenti a non lasciarsi ingannare da queste tentazioni, da questi stili di vita che spesso portano uno dei due sposi a lasciarsi fagocitare da queste filantropie a scapito del proprio matrimonio, oppure entrambi gli sposi si buttano a capofitto in varie esperienze che li allontanano progressivamente o dai figli o da una vita sacramentale. Abbiamo solo fatto qualche esempio per mettere in luce quanto siano sottili le lusinghe del Gatto e della Volpe.

Vogliamo segnalare come il Gatto ripeta sempre il concetto espresso prima dalla Volpe. Essi purtroppo sembra abbiano fatto scuola: nei tempi moderni pare che un’ idea (meglio parlare di ideologia) diventi vera, anzi verità assoluta a mo’ di dogma, solo per il fatto stesso che ci venga ripetuta ad ogni pié sospinto, ad ogni spettacolo televisivo, ad ogni articolo di giornale, ad ogni spot pubblicitario, ad ogni frase dei social-media: “Te lo ripeto 100 volte, dunque è vero“.

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente : – No, non ci voglio venire.

Cari sposi, anche noi spesso facciamo come Pinocchio che, dapprima, rifiuta in modo categorico, ma poi pian piano si lascia sedurre da quei due abili ingannatori:

– Andiamo pure. Io vengo con voi.

Anche per una natura legnosa come quella di Pinocchio sembra inizialmente un’assurdità la proposta del Gatto e della Volpe, forse perché il nostro fiuto per gli ingannatori è abbastanza dotato, ad ogni modo dobbiamo crescere nella virtù della prudenza, non possiamo agire impulsivamente o seguendo i nostri sentimenti, potremmo rischiare grosso e perdere la strada di casa verso il Padre.

Cari sposi, vogliamo rinnovare l’invito ad essere prudenti soprattutto quando in ballo c’è l’educazione dei figli e il rispetto dell’ordine nella gerarchia dei valori, fa parte del nostro dovere di sposi e di genitori, dobbiamo avere le antenne sempre ben posizionate. Se di fronte ad una seduzione qualcosa non ci convince, aspettiamo ad emettere un giudizio e quindi a buttarci a capofitto in tale esperienza.

– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – […] Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricuopri la buca […] la sera te ne
vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno. […] – è un conto facilissimo, – rispose la Volpe

Di sicuro possiamo segnalare che se un’esperienza risulta troppo facile e non ci richiede nessuno sforzo, nessuna abnegazione, nessuna rinuncia, nessuna mortificazione neanche dell’amor proprio, se non combatte il nostro orgoglio o la nostra pigrizia, se non ci richiede lo zelo della preghiera… beh, allora la diffidenza è d’obbligo. Diffidare dalle imitazioni!

Giorgio e Valentina.

Lo sguardo che salva

Domani, sabato, la liturgia ci propone la chiamata di Matteo secondo il vangelo di Marco. Un Vangelo che non può lasciare indifferenti. Tocca il messaggio più profondo della nostra fede. Gesù non si ferma alle apparenze. Gesù non si ferma al comportamento e alle azioni di Matteo. Gesù vede oltre.

Matteo era un esattore delle tasse. Era profondamente disprezzato dalla gente del suo popolo. Matteo era ciò che oggi chiameremmo un mafioso e un opportunista. Collaborava con gli oppressori, ricavandone una percentuale di profitto dalla coercizione fiscale. Un usuraio. Ma c’è un ma. Non aveva ancora perso del tutto il suo cuore. Forse era un cuore tormentato. Non era felice. Il suo cuore non era ancora corrotto dal male. Sanguinava per il male che faceva, anche se non lo mostrava esternamente. Se non fosse stato così, nemmeno lo sguardo di Gesù l’avrebbe raggiunto. Era una persona afflitta. Faceva ciò che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano una persona squallida, e lui stesso si era convinto di esserlo. Quanto male può fare il giudizio della gente.

Gesù si ferma e lo guarda. Lo guarda con passione, mentre è intento nei suoi traffici. Lo osserva in tutta la miseria e lo squallore di quel momento. Lo guarda mentre ruba alla povera gente. Lo guarda e vede una meraviglia, non un miserabile. Lo guarda dentro, come solo lui sa fare, e coglie quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo guarda e vede un uomo in ricerca, un uomo che non ha pace, un uomo che non è felice, perché nel suo profondo sa che la bellezza della vita è un’altra cosa. Sa che la bellezza è data da altro, non certo dai soldi e dai beni materiali. Lo guarda e lo chiama con ardore.

Matteo aveva bisogno di quello sguardo più di ogni altra cosa. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto ciò che avrebbe potuto diventare. Ha visto il suo potenziale. Non stava vivendo la vita che avrebbe dovuto condurre. Era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Forse in Gesù, ha riscoperto ciò che sapeva già nel profondo. Seguirlo era semplicemente la conseguenza inevitabile. Finalmente si è sentito bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Come me? Sei sicuro? Capisci chi sono io? Capisci cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Il suo sguardo  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi.

Tutte le volte in cui ho commesso errori, mi sono comportato male, non sono riuscito a dimostrare amore, sono stato egoista… tutte queste volte ho visto lo sguardo di mia moglie, che non ha mai smesso di amarmi. Ha continuato a credere in me, anche quando mi sentivo inadeguato e non degno del suo amore. Il suo amore gratuito mi ha dato una forza incredibile.

Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento. Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. È uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita.

Antonio e Luisa

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Il significato del battesimo: da quello di Gesù a quello dei bambini non nati

Domenica scorsa la liturgia ha celebrato il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni Battista, invitandoci nello stesso momento a ricordare il nostro, riscoprendone valore e significato.

Come possiamo leggere nel Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 1213: “Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito (« vitae spiritualis ianua »), e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione: « Baptismus est sacramentum regenerationis per aquam in verbo – Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’acqua e la parola ».1

Il ricordo del battesimo non è un semplice “fare memoria” quanto riscoprire, riattualizzare e rigenerare ciò che abbiamo ricevuto un giorno lontano o ciò che abbiamo donato ai nostri figli così come interrogarci sui motivi che hanno spinto i nostri genitori o noi stessi a decidere per questo sacramento. Già perché, se ci pensiamo bene, il battesimo – almeno per come è attualmente strutturato in ambito cattolico  – è un sacramento che solitamente il soggetto non sceglie perché c’è chi ha deciso per lui/lei. Che dono e che responsabilità allo stesso momento! Come regalo ha un valore immenso, la cui vera portata si scopre in seguito, magari dopo averlo ignorato, trascurato o banalizzato; ed è una responsabilità a doppio senso perché non solo è un qualcosa che altri hanno scelto ma è un sacramento che richiede poi una partecipazione attiva, personale e consapevole per essere autenticamente vissuto e non soltanto passivamente ricevuto.

Gesù ha deciso di farsi battezzare anche se non ne aveva bisogno, noi ne abbiamo un gran bisogno ma non sempre ce ne rendiamo pienamente conto, soprattutto da neonati; non si tratta di una contrapposizione insanabile ma di un mistero divino da accogliere con semplicità di cuore non tanto e non solo per sentirci a pieno titolo figli di Dio quanto soprattutto per scoprirci – o riscoprirci – figli amati, come la voce che accompagna la discesa dello Spirito Santo su Gesù nel Giordano: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Mc 1, 11).

È proprio sulla scia del gesto di Cristo che assume un significato ancor più profondo una tipologia specialissima di battesimo, quello di desiderio; non si tratta del consueto sacramento che si impartisce a persone – grandi o piccole che siano – ma dell’intenzione, del desiderio appunto, che si ha di donare una preghiera specialissima, un battesimo particolare, a tutte quelle creature che non sono potute nascere, perché perse spontaneamente oppure abortire volontariamente.

Come amo sempre sottolineare, anch’esse sono state create ad “immagine e somiglianza” del Padre e, se per un mistero insondabile oppure per cieca violenza non hanno avuto la possibilità di nascere a questo mondo, questo non significa che abbiano meno dignità anzi, nella loro totale purezza sicuramente appartengono alla schiera dei martiri innocenti che – a cominciare dalla furia di Erode – sono vittime dell’odio, la peggior faccia dell’uomo. Sono già sicuramente nel cuore e nelle mani di Dio ma far celebrare per loro il battesimo di desiderio possiede significati imprescindibili: innanzitutto è un profondo atto di umiltà e di amore nei confronti del Signore, a cui si rimettono queste anime ed il loro destino eterno e, in secondo luogo, è qualcosa che fa bene al cuore ferito dei genitori, abbiano o non abbiano voluto l’accaduto.

In caso di aborto spontaneo, è una grande consolazione interiore sapere di aver donato alla propria creatura una consacrazione in più, non avendo potuto sottrarla ad una dipartita così precoce, inaspettata e dolorosa. Nei casi di aborto volontario, anche se non richiesto dai genitori ma dalla pietà di altri, il battesimo di desiderio ricuce una ferita che non lacera soltanto i diretti interessati ma la società intera perché ben sappiamo – anche se troppo volte giochiamo a nascondino – che la fine di questi “miei piccoli”, come direbbe Gesù, è qualcosa che va contro ogni logica, umanità e civiltà.

Il battesimo, insomma, ha un inizio ma non ha una fine o meglio, il suo compimento è in Cielo. Il battesimo è Spirito, è balsamo, è Grazia: che gioia sapere che il Padre ci ama e ci aspetta tutti nella Sua casa.

1 disponibile al link: https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c1a1_it.htm

Fabrizia Perrachon

La mistica del sesso secondo il card. Fernandez

Oggi un articolo che in apparenza può sembrare polemico. Quindi metto le mani avanti e rinnovo la mia stima e il mio rispetto al cardinal Fernandez. Per chi non lo conoscesse si tratta dell’attuale prefetto del Dicastero per la dottrina della fede.

Ho letto diversi articoli riguardo le sue riflessioni espresse in un libro pubblicato diversi anni fa, in età giovanile, quindi non so se rispecchiano ancora il suo pensiero. Ho letto articoli entusiasti e altri meno. Testate come Messaggero, Repubblica e Corriere che ne esaltano la presunta apertura sessuale e altri siti come quello di Aldo Maria Valli e La Nuova Bussola che riducono i pensieri del porporato a mera pornografia. Dove sta la verità? Io non voglio schierarmi ma confrontarmi su alcune conclusioni.

Premetto che non ho letto il libro ma ho spulciato diversi paragrafi dello stesso. Il cardinale usa un linguaggio molto esplicito. Questo non mi dà fastidio. Anche io uso per i miei articoli e i libri un linguaggio molto esplicito. Il cardinale mette in evidenza l’importanza mistica della sessualità e dell’incontro intimo. Parla senza censura di orgasmo e di differenza maschile-femminile. Mette in evidenza come sia importante godere e vivere bene il sesso perchè è un dono del Creatore che ci ha voluto così. Anche su questo nulla da dire. Queste cose le ho scritte più volte senza aver letto prima il libro del cardinale. Mi ha solo dato una conferma. Allora dove sta quello che non mi piace? Vi riporto alcune righe del libro.

Così, il piacere dell’orgasmo diventa un’anticipazione del meraviglioso banchetto d’amore che è il cielo (p. 88).

E’ davvero così? L’orgasmo dà un’anticipo di paradiso? Quantomeno questa affermazione è lacunosa ed incompleta. Anche io ho fatto un articolo dove dico esattamente questo. Scrivo che l’intimità vissuta bene è un anticipo di paradiso. Ma non per il piacere dell’orgasmo!!!! Quello è bello e necessario che ci sia ma non è quello che fa la differenza! Il paradiso si realizza nella comunione profonda! Quando due sposi sono uniti sacramentalmente – bisogna dirlo non si può darlo per scontato – quindi vivono un’unione profonda dei loro cuori saldata dal fuoco dello Spirito Santo, e fanno esperienza di essere uno nella fusione dei corpi, allora fanno esperienza di paradiso. Per alcuni attimi ci si rende conto di avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno in quell’abbraccio. Questo è il paradiso. Un abbraccio eterno con Cristo. E questo si sperimenta nell’intimità di due sposi. Ma non è l’orgasmo! Quello possono averlo tutti basta saper mettere in pratica delle tecniche. Invece la comunione perfetta è solo per gli sposi in Cristo.

Fare l’amore per noi sposi è un gesto ricreativo. Ma non inteso come ludico, tutt’altro. Per noi ricreazione significa esattamente ricreare. Creare attraverso il corpo qualcosa di molto più profondo e completo. Sempre in Familiaris Consortio possiamo leggere al paragrafo 11: Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. 

Comprendete la grandezza dell’intimità nel matrimonio? Stiamo ricreando la comunione d’amore tra le nostre due persone, che è immagine della comunione trinitaria. E il piacere viene da quella profondità e non solo da una stimolazione fisica. Nella nostra intimità possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa, sentendoci uno parte dell’altra. Dove la pentrazione dell’uomo che viene accolto dalla donna esprime una ricchezza che viviamo nel nostro cuore. Dio ci ha fatto sessuati per questo. Il sesso non è solo un’esigenza o un meccanismo biologico. Per noi uomini esprime molto di più. Esprime il desiderio del creatore di farci fare esperienza sensibile di ciò che siamo. Di ricreare nel corpo ciò che siamo.

Io credo che Fernandez non sia in malafede e condivido tante delle sue riflessioni. Semplicemente non conosce quello di cui parla. Solo chi ha fatto esperienza della comunione profonda capisce la differenza che passa tra fare avere un orgasmo facendo sesso e realizzare attraverso l’unione dei corpi una comunione sponsale che apre all’infinito di Dio.

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Ordo coniugatorum.

Oggi voglio brevemente parlare di un argomento che purtroppo ho scoperto tardi, alla soglia dei quarant’anni, dopo la separazione, cioè l’ordine degli sposi (ordo coniugatorum): il catechismo della Chiesa cattolica, al n. 1631, spiega che “….il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”, in altre parole, il matrimonio introduce i coniugi in un’unità sacramentale tra tutti gli sposi cristiani nella Chiesa.

Nessuno me ne aveva parlato, nonostante avessi incontrato nella mia vita tanti santi sacerdoti. Non è colpa di nessuno, ognuno di noi vive in contesti storici, socio culturali diversi, dove anche chi insegna e predica, sceglie gli argomenti di conseguenza.

Eppure lo Spirito Santo ha sempre parlato negli ultimi duemila anni e nelle prime comunità cristiane era forte la sinergia tra i sacerdoti e gli sposi, basti pensare a Aquila e Priscilla con Paolo; successivamente nella Chiesa, dal medioevo fino al Vaticano II, si è formata una struttura piramidale, di cui risentiamo ancora oggi, in cui al vertice c’erano i sacerdoti, poi scendendo i religiosi e infine gli sposi e i laici, poiché la loro sequela era considerata di un valore inferiore a causa dell’aspetto sessuale, quindi una forma meno perfetta di seguire Cristo.

In realtà sacerdoti e sposi hanno missioni diverse e complementari, non c’è una via migliore, se ognuno segue la propria vocazione e la porta fino in fondo.

Come esiste un ordine dei sacerdoti, cioè ogni sacerdote, dovunque si trovi è in comunione con tutti gli altri, perché c’è un solo Gesù, un solo pastore, una sola guida, così anche per gli sposi c’è un Sacramento che li unisce per formare il corpo della Chiesa (quindi il sacerdote è come se fosse la testa del corpo e gli sposi le braccia che abbracciano l’umanità intera).

Il problema è che spesso noi sappiamo più dei preti che di noi sposi: provate ad andare fuori della chiesa dopo la messa di ordinazione di un sacerdote e intervistate le persone all’uscita, chiedendo cosa è successo poco prima. La maggioranza probabilmente direbbe che “è diventato sacerdote”, oppure “si è fatto prete”, quindi vuol dire che prima non lo era, poi lo è diventato, cioè è avvenuto un cambiamento profondo.

Provate a fare la stessa cosa dopo la celebrazione di un matrimonio, probabilmente la gente direbbe “si volevano bene e si sono sposati”, oppure “sono diventati marito e moglie” (cosa che avviene anche nel matrimonio civile), cioè manca la consapevolezza di essere diventati qualcosa di profondamente diverso: addirittura, anche se fisicamente continuiamo a vederli distinti, per fede sappiamo che la coppia si trasforma in una carne sola (l’ho detto altre volte, questo legame non può essere mai spezzato e anche una causa di nullità non divide proprio niente, va soltanto a dichiarare che questa fusione, come quando si fondono insieme due pezzi d’oro, non c’è mai stata, per vari motivi).

Quindi gli sposi entrano a fare parte di un ordine che li porta a essere in profonda comunione con tutte le altre coppie, anche se non lo sanno o ci credono poco, in forza della grazia sacramentale.

Si può infatti essere un’aquila e passare tutta la vita con le zampe per terra e lo sguardo rivolto verso il basso, come fa una gallina che becca tutto il giorno.

È il rischio di tante coppie che si sposano perché si vogliono bene e neanche intuiscono che quello è solo l’inizio, il primo gradino di un lungo cammino.

L’identità tra coppie di sposi non serve per vantarsi, ma al contrario per capire che siamo aquile e che siamo chiamati a volare, impegnandoci e rimboccandoci le mani. Nessuna coppia da sola può esprimere tutto l’amore di Dio, ma solamente tutte insieme possono farlo.

Faccio solo un esempio: quante volte andiamo alla messa parrocchiale e ci sediamo vicino a una coppia di cui sappiamo le difficoltà tra di loro, sul lavoro, con i figli, facciamo finta di non sapere niente e ci facciamo i cavoli nostri?

Le chiacchiere e le notizie della comunità in cui viviamo prima o poi le sanno tutti, quindi perché non tendere una mano, regalare un sorriso, un atto di gentilezza, fare un invito a prendere un caffè, una passeggiata insieme o un proposito di andare a trovarli? Perché io sposo (anche se separato, sono sposo al 100%, anche se non vivo più con mia moglie), sono Sacramento come la coppia accanto a me, anche se quest’ultima non ne ha la consapevolezza!

Per questo non esisterà mai un’associazione di sposi che unisca più del Sacramento del matrimonio, solo che in noi coppie non c’è questo senso si appartenenza, magari lo troviamo di più nelle squadre di calcio!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Un voto da imitare.

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 1,9-20) In quei giorni Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». […] Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima. Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».

In questo brano notiamo come viene raccontato il concepimento del profeta Samuèle, e come altri personaggi determinanti per il popolo di Israele e precursori in qualche modo del vero Messia, anche Samuèle ha una storia che ha del miracoloso: anche sua madre era sterile. Come tutti i precursori, anche Samuèle incarna almeno una delle caratteristiche del vero Messia, ma oggi vogliamo soffermare la nostra attenzione non su tale caratteristica, quanto sulla fede della madre.

Anche questa donna, che porta il bel nome di Anna, la nonna di Gesù, ha il grembo sterile e per lei è motivo sia di sofferenza personale che di emarginazione sociale, vive questa situazione con animo amareggiato come fosse un castigo divino.

Sarebbe troppo sbrigativo risolvere con una frase del tipo: il Signore soccorre Anna e la esaudisce perché vede la fede con cui si rivolge a Lui. Non possiamo negarlo sicuramente, però forse c’è dell’altro un poco più nascosto. Evidenziamo due passaggi: il primo è la motivazione del nome dato al bambino mentre il secondo è la preghiera di Anna.

lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto Anche questa è una caratteristica che accomuna questo bambino al Bambino di Betlemme, e cioé che il loro nome è associato sia al loro concepimento sia alla loro missione, infatti Samuéle significa “Dio ha ascoltato” oppure “il suo nome è Dio”. Purtroppo stiamo assistendo al fenomeno di tante coppie cristiane che impongono ai propri figli dei nomi un po’ originali, per usare un eufemismo, spesso sono nomi che nulla hanno a che fare con i tanti bei nomi di santi cristiani. Quando un bambino riceve il nome di un santo, quel santo prega per il bambino, lo protegge, lo custodisce, lo ispira ed intercede per lui. Imporre il nome ai propri figli non è solo una questione di riconoscimento per la società o di lettere per un codice fiscale, ma è anche dare una missione contenuta nel nome, una missione spirituale, una missione che pian piano dovrà prendere corpo e forma parallelamente alla crescita umana del figliolo… crescere quindi in età, sapienza e grazia.

io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita Questa è la richiesta di Anna, è qui il cuore pulsante della sua fede, non è tanto rivolgersi a Dio invece che agli altri idoli, non è nemmeno la sua fiducia illimitata nella potenza del Signore, ma è richiedere un figlio non per soddisfare un desiderio legittimo di maternità e basta, ma un figlio per consacrarlo e offrirlo interamente al Signore. Non è solo una richiesta contingente, già di per sé legittima, ma è dare al Signore il primo posto, è mettere i diritti di Dio per primi, è anteporre la gloria di Dio alla propria realizzazione, anche se legittima.

Cari sposi, quanto abbiamo da imparare da questa mamma Anna. Spesso le nostre richieste non sono mosse dal desiderio di dare gloria a Dio, ma dalla voglia di soddisfare nostri desideri più o meno legittimi e più o meno buoni.

Ci dobbiamo chiedere più spesso se preghiamo per i nostri figli, e cosa chiediamo per loro? Solo la salute fisica, l’incolumità dai viaggi in auto, il lavoro appagante, un casa confortevole? Tutte cose buone in sé, ma tutte di minor importanza rispetto alla vita dello spirito. Quante volte preghiamo affinché i nostri figli rispondano con coraggio alla vocazione che Dio ha preparato per essi? Quante volte chiediamo che adempiano alla propria missione? Quante volte chiediamo la santità dei nostri figli?

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per imparare dai santi ed imitarne le virtù.

Giorgio e Valentina.

La vocazione serve a mettere in ordine la vita

Il Vangelo di oggi presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

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Il Battesimo per riconoscerci figli amati

Ieri la liturgia ci presentava il battesimo di Gesù. Avete mai pensato al nostro battesimo contemplandolo alla luce di quello di Gesù? Io ammetto di non averlo mai fatto. Eppure durante il battesimo di Gesù accadono due avvenimenti raccontati molto bene da Luca che sono illuminanti anche per il nostro battesimo.

Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.

Il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo. Fino a quel momento il battesimo operato da Giovanni Battista era semplicemente un battesimo di conversione. Le persone si recavano nei pressi di Gerico, sulla riva del fiume Giordano, e si immergevano per manifestare con un gesto concreto il desiderio di purificarsi e di cambiare vita. Il luogo non è stato scelto a caso. Gli Ebrei attraversarono il fiume per entrare nella Terra Promessa dopo la fuga dall’Egitto proprio in quel punto. Battezzarsi lì esprimeva il desiderio di tornare alle origini quando il popolo d’Israele entrò nella Terra Promessa dopo una purificazione nel deserto durata 40 anni.

Il Battesimo di Gesù solo esteriormente è uguale a quello di Giovanni. C’è una differenza sostanziale: lo Spirito Santo. Con il sacramento del Battesimo ognuno di noi ha beneficiato di quella discesa dello Spirito Santo esattamente come è successo a Gesù. Non è solo una purificazione ma una vera rinascita nello Spirito. Ognuno di noi con il Battesimo, con lo Spirito Santo, è unito a Dio come i tralci con la vite. I tralci sono nutriti dalla vite così noi siamo rivitalizzati dallo Spirito Santo. In un certo senso è come se con il Battesimo attingiamo ad una linfa divina. Una linfa che ci rende capaci di amare come Dio ci ama e questa capacità la portiamo nel matrimonio. Anche in questo caso è come tornare alle origini ma alle origini origini – quelle della Genesi – quando il peccato originale ancora non aveva toccato l’uomo. Non significa che saremo immuni dal peccato, la fragilità umana ci appartiene ontologicamente, ma se ci metteremo tutta la nostra volontà lo Spirito Santo ci darà la forza che ci manca per amare con la stessa modalità di Gesù: per primi e gratuitamente.

Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Questo è bellissimo. Questa esclamazione non riguarda solo Gesù ma riguarda ognuno di noi. Quando ci siamo battezzati Dio ha esclamato la stessa cosa. Siamo figli amati! Siamo prediletti! Lo siamo noi e lo è nostra moglie e nostro marito. Abbiamo tutta la vita per comprendere come questo amore sia forte e bello. Solo riconoscendoci figli amati saremo capaci di amare gratuitamente la persona amata. E’ fondamentale riconoscerci figli e lasciarci amare da Dio per poi poter riversare il nostro amore sull’altro senza pretese e senza star lì a pesare quanto riceviamo e quanto diamo. Solo così saremo capaci di dare tutto nel matrimonio anche quando l’altro sembra che non ci corrisponda pienamente.

Antonio e Luisa

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Rigenerati da uno sguardo

Una volta, durante un incontro di pastorale familiare, organizzato da una diocesi, chiesero a don Renzo Bonetti, iniziatore del Progetto Mistero Grande: “ad oggi vediamo aumentare le statistiche di divorzio anno dopo anno. Qual è la causa di tante rotture di coppie, in particolar modo di quelle cristiane?” La risposta fu molto eloquente: “la causa della rottura di così tanti matrimoni sta nel non aver compreso il Battesimo”.

Non ce lo saremmo aspettato detto così ma se entriamo nel cuore delle letture odierne capiremo meglio e soprattutto vedremo cosa vuole insegnarci la Chiesa. Anzitutto, Isaia ci dice che la Parola del Signore è irrevocabile, che una volta emessa porta senz’altro un frutto. Essa agisce proprio come la pioggia in un campo che non lascia inalterato il terreno su cui cade: se secco lo rende fertile, se già bagnato lo impregna ancor di più.

Quindi, vuol dire che il Signore quando ci parla non lo fa mai a vanvera e Lui non parla alle masse bensì intende toccare ciascuno di noi! Egli, infatti, desidera che le Sue Parole portino un frutto in me, in noi coppia. Allora domandiamoci che Parola mi sta rivolgendo oggi di così importante e quale effetto Lui anela di ottenere nella mia e nostra vita?

Senza dubbio vi è una frase che eccelle in tutto il Vangelo e che ancora oggi può toccare i nostri cuori. In questa festa del Battesimo la Parola è esattamente la stessa che il Padre ha rivolto a Gesù: “Tu sei il mio Figlio, l’Amato”. Come ci fa bene di leggere e rileggere questa Parola e saperla rivolta a me personalmente! È una frase di compiacimento, di soddisfazione, di stima profonda. Il Padre guarda Gesù in modo estasiato per essere semplicemente Suo Figlio.

In termini economici o efficientisti, fino a quel momento Gesù non è che abbia fatto gran ché. È l’unico falegname/muratore del suo paesino, ha una mamma vedova a carico, conduce una vita semplicissima e anonima. Che grandi opere aveva mai realizzato? Su quali capolavori artistici aveva messo la firma? Nulla, se non sedie aggiustate, ruote di carro riparate, qualche tavolo costruito. Quindi, di cosa poteva essere così orgoglioso Suo Padre?

La bellezza di questa frase sta nella sua totale gratuità: il Padre ama il Figlio per il fatto di esistere, di esserci, non di aver compiuto chissà che cosa o di aver corrisposto un suo disegno o un suo progetto. Ecco il nocciolo dell’amore di Dio! Dio ci ama così: ti amo perché esisti e tu esisti perché io ti ho amato.

È tutto molto bello quanto detto finora ma noi resteremmo solo degli spettatori lontanissimi, dei puri estranei se non avessimo il Battesimo. È grazie al Battesimo che quello sguardo Paterno si è posato anche su ciascuno di noi. Papa Benedetto lo dice in modo meraviglioso

Il significato del Natale, e più in generale il senso dell’anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d’ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all’amore di Dio. E se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi. Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile” (Papa Benedetto, Omelia 11 gennaio 2009).

Così si capisce bene perché il Battesimo è la porta di ogni altro sacramento. Da ciò deriva per noi un profondo legame con Cristo, un legame non solo psicologico, cioè nel momento in cui io penso a Lui, ma “ontologico”, che tocca il nostro essere e il Suo, che lo pensi o meno. Ma appunto questo evidentemente non basta perché è indispensabile mantenere un rapporto intimo con Gesù, è quello che Lui cerca in noi ogni giorno.

Conforta leggere S. Cirillo quando scrive: “Se tu hai una pietà sincera, anche su di te scenderà lo Spirito Santo e ascolterai la voce del Padre” (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi III, Sul Battesimo, 14). Quindi il rapporto con Gesù, l’essere anche noi figli amati, in parte dipende da noi, da quanto restiamo collegati con il cuore e la mente con Lui.

Alla fine di questa carrellata, cari sposi, spero sia chiaro come l’amore paterno per Gesù nel Battesimo è anche rivolto a noi. E così questo dono grande grazie al vostro matrimonio diviene “esportabile”. Con la grazia delle nozze siete voi sposi che a vicenda potete dirvi, a parole e con la vita, quella frase stupenda: “Tu sei l’amato” e così, fare della vostra coppia un piccolo anticipo di Paradiso.

ANTONIO E LUISA

L’ho già ripetuto tante volte negli articoli e anche in alcuni libri. Io mi sento amato da Luisa non quando sono brillante, simpatico, premuroso, attento e tenero. No! Cosa ci vuole? Me lo merito. Che fatica deve fare. Io mi sento amato da mia moglie quando non sono in vena, quando sono nervoso e perso nei miei pensieri, quando non sono attento alle sue esigenze. Quando non è facile amarmi. So che non dovrei essere così ma succede. Le nostre fragilità umane a volte prevalgono. Eppure lei è sempre lì accanto a me che mi dimostra il suo amore misericordioso e gratuito. Questo è davvero commovente, mi riempie il cuore ogni volta.

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