Mio figlio è andato a convivere

Oggi la convivenza è diventata una scelta abbastanza comune. Ci ha scritto un giovane: “Contro il parere dei miei genitori, ho iniziato a convivere con una ragazza, che si definisce non credente. Entrambi lavoriamo e siamo economicamente autonomi. Per il momento non pensiamo al matrimonio. Ma sarei tanto contento se i miei approvassero la mia scelta.”

Tutti noi genitori,  che abbiamo avuto la grazia di sperimentare  i doni racchiusi nel sacramento del matrimonio, ci siamo resi conto,  progressivamente, di come sia stato importante quel  sacro patto nuziale. Non è facile accogliere la decisione dei nostri figli di convivere, soprattutto perchè desideriamo  il meglio per loro,  un rapporto affettivo stabile e duraturo che possa renderli felici. La convivenza, al contrario, è fondata sulla precarietà per cui ci si può lasciare con molta facilità, appena si ha l’impressione che si sia  ridotta la passione. Questo non significa che il matrimonio metta al riparo da fallimenti; ma può aiutare più facilmente a trasformare l’innamoramento iniziale in amore, senza confonderlo col sentimento. Logicamente questo non avviene automaticamente e senza sforzo, senza l’aiuto e la condivisione con una comunità educante. Nonostante questa premessa, siamo chiamati a continuare il dialogo con i nostri figli, a raddoppiare il nostro amore, a dire con rispetto e delicatezza le nostre idee, affinchè,  anche attraverso il nostro annuncio rispettoso, la voce di Dio si faccia strada nei loro cuori.

Ovviamente la scelta della convivenza, rispetto a relazioni occasionali, fluide, è comunque un’assunzione di nuove responsabilità, perché impegna a condividere con un’altra persona la propria vita in tutte le sue sfumature gioiose e tristi. Per diventare coppia, però, c’è la necessità di un progetto; è la progettualità sul futuro comune, la decisione del “per sempre” che può fare sperimentare la vera intimità a cui il nostro cuore aspira. Nel caso in cui uno dei due si definisce non credente, bisogna prima di tutto aiutarli a capire se c’è la possibilità di un progetto reale che soddisfi le esigenze di entrambi.

Quando comincia a nascere questa progettualità, allora la coppia dovrebbe avvertire, quasi spontaneamente, che l’amore, che esiste tra loro, non è solo un fatto privato e desiderare di renderlo pubblico col matrimonio. Abbiamo assistito a questo miracolo, anche nella nostra famiglia. E’ un momento meraviglioso quello in cui i due si dicono l’un l’altro: “vogliamo fare del nostro amore una cellula vitale che sappia donare un contributo prezioso  a tutta la società e anche alla Chiesa, vogliamo, con l’aiuto di Dio che migliora quotidianamente le nostre fragilità, essere la testimonianza perenne della fedeltà di Dio per ogni uomo e donna della terra.

Maria e Raimondo Scotto

Non posso più fare l’amore, ma posso far fare l’amore agli altri

Come molti di voi sapranno, è da poco uscito l’ultimo libro di Antonio e Luisa, “Sposi, re nell’amore”, realizzato anche in collaborazione con altre persone; per me è stato un onore scrivere questo piccolo capitolo sulla castità, che trovate a pagina 124.

Quando mi sono separato, dopo qualche mese davvero brutto, la mia vita si è trovata davanti a un bivio: “rifarmi una vita” e quindi frequentare altre donne, oppure iniziare un cammino di fedeltà al coniuge e soprattutto a Dio che si è unito in maniera indissolubile a noi nel giorno del matrimonio. Per fede e per il bene delle figlie (già ferite dalla separazione), ho scelto di fidarmi di Dio che attraverso Gesù non avrebbe potuto usare parole più chiare sul matrimonio (“Perciò l’uomo lascerà il padre e la madre, e si unirà con sua moglie, e i due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” – Mt 19,5-6). Questa strada però prevede di vivere in castità completa, cioè l’utilizzo degli organi genitali solo per le normali funzioni fisiologiche. La mia vocazione era (ed è) il matrimonio e per questo non è stato facile, soprattutto all’inizio, perché a differenza di sacerdoti o religiosi mi sono trovato in questa situazione; condizione che può accadere nel matrimonio anche per certi periodi, come ad esempio se uno dei due va a lavorare lontano, oppure per una malattia. Una mia amica ha accudito con amore il marito che, in seguito ad un incidente, è rimasto paralizzato per diversi anni e devo ammettere che pensare alla sua situazione mi ha aiutato nei momenti difficili o di dubbio. Ritenevo che un uomo non fosse in grado di vivere in castità completa, cioè che insomma in qualche modo fosse costretto a “sfogarsi”, ma ho cambiato completamente idea quando l’ho sperimentato sulla mia pelle. Naturalmente non si può raggiungere un traguardo del genere con le proprie sole forze, è necessario un aiuto dall’Alto: ed è così che, scettico, su consiglio del mio assistente spirituale, mi sono fidato e affidato, cominciando ogni giorno con la santa messa prima del lavoro e poi nel pomeriggio con la recita del santo rosario.

Parallelamente ho fatto un esercizio su me stesso di cambiamento, ho dovuto modificare alcune abitudini nella mia vita o riscoprirne delle altre, frenando l’immaginazione che è il primo organo sessuale: come guardo le altre donne?  Prima potevo provare desiderio, magari potevo farmi anche un film nella mia testa, ora io invece le guardo come se fossero le mie sorelle; nessuna persona sana guarderebbe una sorella con desiderio, quindi se passa una bella ragazza, certo che la guardo, ma dentro di me penso: “Signore, ma che bella donna che hai fatto, che bella creatura, benedicila!”. Ovviamente c’è voluto del tempo ed è un cammino che continua tutta la vita, ma dà un senso di libertà incredibile, perché riesco ad amare tutte le amiche e le donne che incontro senza andare oltre quella soglia di pudore. Inoltre, visto che siamo nella società delle immagini, dovunque ci giriamo vediamo qualcosa che può turbare (ovviamente, se uno va cercarle, mi riferisco alla pornografia, è impossibile vivere in continenza, perché nel nostro inconscio ci sono forze molto più forti di noi); però a volte può capitare tramite gruppi WhatsApp e Facebook o anche navigando su Internet che ti si apra quella finestra, oppure che ti mandino delle immagini pensando di farti una cosa gradita: ecco io ho imparato, si apre quella finestra, la chiudo subito senza fermarmi un secondo a ragionare; mi arriva quell’immagine che intuisco mi possa turbare, senza aprirla completamente, la cancello. Un altro aspetto da considerare è quello del piacere: a chi non piacerebbe avere un rapporto sessuale? A nessuno, perché è un’espressione di piacere: quindi io mi sono accorto che se questo grande piacere viene a mancare, bisogna compensarlo in qualche altro modo e con altri tipi di piacere “sani”. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, mangiamo le cose che più ci piacciono; bisogna riprendere in mano antiche passioni, hobby, ad esempio a me piace molto ascoltare la musica, leggere, mangiare la pizza con amici, oppure specialmente quando sono un po’ nervoso o arrabbiato, metto scarpe da ginnastica, tuta e via a camminare in mezzo alla natura; ognuno sa cosa gli fa più piacere: le donne mi dicono fare shopping, a me dopo mezz’ora mi viene il mal di testa, è una cosa soggettiva. È necessario anche fare attenzioni alle conoscenze che facciamo: sono capitate e capiteranno delle occasioni con delle belle persone che sembra vibrino sulla vostra lunghezza d’onda e anche per questo motivo ho rimesso la fede al dito, per dare un messaggio a chi mi sta intorno che sono impegnato e come testimonianza che io sono sposato, anche se separato.

Come dicevo, soprattutto nei primi mesi, non è stato facile vivere in castità, ma a distanza di un po’ di anni devo ammettere che non faccio uno sforzo eccessivo per mantenerla e state tranquilli, non si muore per questo e non vengono malattie! Anche perché il corpo umano è talmente perfetto che riesce a regolarsi, se necessario, ad esempio attraverso la polluzione notturna. E’ vero, non tutti i giorni sono uguali, qualche volta mi manca un po’ fare l’amore e soprattutto le coccole e la tenerezza, ma so bene che non sarebbero pochi minuti di sesso a darmi la vera felicità e anzi per questo tradimento non dormirei la notte. Io invece la sera mi addormento tranquillamente dopo aver detto le preghiere, in pace con me stesso, con Dio e con gli altri e posso testimoniare che la vera felicità, la vera pace e la vera gioia sono date solo dal nostro Salvatore. In questa scelta ho fatto anche una grande scoperta, cosa è l’amore vero, gratuito: infatti spesso l’amore è “inquinato” dal tornaconto: quante volte ho accettato o assecondato mia moglie, perché poi la sera fosse disponibile a fare l’amore con me? Quanti gesti, quante parole poco vere o poco autentiche per accontentarla e avere così dei benefici anche nel rapporto sessuale! Questo tipo di amore è un po’ prostituito o di tipo commerciale, io faccio una cosa per te e tu fai una cosa per me; invece la mia condizione mi ha permesso di sperimentare l’amore puro, quello di Cristo in croce che, nonostante la sofferenza, continua ad amare: amo mia moglie senza avere nulla in cambio, anzi può succedere che in qualche discussione riceva anche delle offese. Però è davvero bello amare così, anche perché quest’amore si riversa in tutte le persone che incontro. Infatti, non posso più fare l’amore, ma posso far fare l’amore agli altri, cioè aiutarli a sperimentare la bellezza dell’amore di Dio e creare così la comunità dei figli di Dio.

Infine, ci vuole pazienza per coltivare un’opera così grande, che non si acquista una volta per tutte; la castità conosce infatti le leggi della crescita, crescita che passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e da possibili cadute.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

Nessuno sbaglio.

Dal libro del Siràcide (Sir 42,15-26) Ricorderò ora le opere del Signore e descriverò quello che ho visto. Per le parole del Signore sussistono le sue opere, e il suo giudizio si compie secondo il suo volere. Il sole che risplende vede tutto, della gloria del Signore sono piene le sue opere. Neppure ai santi del Signore è dato di narrare tutte le sue meraviglie, che il Signore, l’Onnipotente, ha stabilito perché l’universo stesse saldo nella sua gloria. Egli scruta l’abisso e il cuore, e penetra tutti i loro segreti. L’Altissimo conosce tutta la scienza e osserva i segni dei tempi, annunciando le cose passate e future e svelando le tracce di quelle nascoste. Nessun pensiero gli sfugge, neppure una parola gli è nascosta. Ha disposto con ordine le meraviglie della sua sapienza, egli solo è da sempre e per sempre: nulla gli è aggiunto e nulla gli è tolto, non ha bisogno di alcun consigliere. Quanto sono amabili tutte le sue opere! E appena una scintilla se ne può osservare. Tutte queste cose hanno vita e resteranno per sempre per tutte le necessità, e tutte gli obbediscono. Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?

Questo brano del Siracide fa un elogio generale della creazione senza entrare in troppi particolari, anche se in realtà, quelle poche pennellate che ci offre sono degne di meditazione e riflessione. Vogliamo mettere in luce solo qualche parola qua e là, le quali danno la chiave di lettura di fondo, e cioè il fatto che il Creatore non si è limitato a creare dal nulla inserendo all’interno del creato delle leggi per poi infischiarsene e andare via per i fatti suoi. Il creato ha delle leggi con le quali prosegue la sua esistenza, ma non gode di vita propria, è come se il Creatore abbia dato un po’ di autonomia al mondo creato, ma abbia riservato per sé la facoltà di esserne il principio causante, e questo per ogni istante.

La devozione popolare ha riassunto in una frase questa sussistenza del Creato nel Suo Creatore : “non cade foglia che Dio non voglia “. Come a ricordare all’uomo che a Dio nulla sfugge, Lui è al comando, è Lui che tiene il timone. Fatta questa premessa doverosa, passiamo alla nostra riflessione: “Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra, egli non ha fatto nulla d’incompleto. L’una conferma i pregi dell’altra: chi si sazierà di contemplare la sua gloria?“.

Molte coppie, quando vivono una crisi relazionale/matrimoniale, cominciano a nutrire dei forti dubbi circa la potenza di Dio: “avrò sposato quello/a giusto/a ?… lui/lei non mi completa…forse non siamo fatti l’uno per l’altra… ecc… “. Non lasciamoci ingannare, questi sono dubbi che possono sorgere, ma ai quali va data una risposta chiara e decisa, bisogna metterli subito a tacere, vanno stroncati sul nascere, altrimenti fomentano la crisi e ci convincono della loro veridicità. Non vogliamo essere fraintesi: non stiamo affermando che queste domande dubbiose siano sbagliate in sé, ma sono relative alla fase del fidanzamento e dovrebbero essere state risolte in quel periodo; se purtroppo non sono state affrontate prima (e il matrimonio è stato validamente e lecitamente contratto, ossia i due sono sposi in Cristo) è un lavoro che tocca fare da sposati.

Purtroppo assistiamo a tante coppie che si sposano con troppa leggerezza e con tanti problemi irrisolti, sperando che verranno dipanati col matrimonio, ahimè scopriranno con gli anni che, al contrario, i problemi irrisolti si acuiranno sempre più. Ora vedremo di selezionare alcune frasi che possono aiutare ad uscire dalle crisi, cominciando dall’avere uno sguardo diverso sul nostro coniuge. Questo brano ci conforta molto, perché Dio non fa mai le cose a caso né senza un perché, tantomeno gli sono ignote le nostre vite… se anche una foglia non cade senza il Suo permesso!

Tutte le cose sono a due a due, una di fronte all’altra: infatti come nella creazione di ogni singolo atomo c’è una dualità, così anche nella creazione dell’uomo c’è una dualità, quella dei sessi ; e l’uno sta di fronte all’altra, a significare la medesima dignità, ma anche la loro naturale indole a relazionarsi tra loro. Lo sposo deve vedere la sua sposa come un dono di relazione, la sposa deve vedere lo sposo capace di relazione… quando ci si relaziona si sta di fronte, ci si guarda a quattr’occhi.

egli non ha fatto nulla d’incompleto: capito sposi? Il sacramento del matrimonio è un’invenzione di Dio, il vostro matrimonio è un capolavoro di Dio, e Lui non fa nulla di incompleto. Il nostro matrimonio non è incompleto, ha tutto ciò che ci serve per santificarci e per farci sperimentare l’amore fatto carne.

Coraggio sposi, il Signore non lascia nulla di incompiuto né nulla è lasciato al caso. Il nostro coniuge è “il migliore che c’era sulla piazza” per amare con lo stile di Dio. Ma questo dono va contemplato e custodito, a volte anche da noi stessi.

Giorgio e Valentina.

Dio è quello che ci riprova sempre.

Ieri abbiamo celebrato la prima solennità del tempo ordinario dopo il tempo di Pasqua: la Santissima Trinità. Chi è Dio? Molte volte ce lo siamo chiesti. Molte volte abbiamo cercato di capirci qualcosa. Tempo perso. Si possiamo discuterne e studiare, possiamo imparare il concetto, ma l’essenza di Dio Trinità è qualcosa che ci supera e che noi non abbiamo la capacità di comprendere. E’ qualcosa che va oltre. La prima lettura di ieri ci dice qualcosa sul carattere di Dio. Dio è quello che ci riprova sempre. Colui che non smette di volerci bene e di desiderare il nostro amore.

Dice di sè infatti rivolto a Mosè: il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, Dio ripete continuamente lo stesso errore: si fida di noi, nel tempo e nella storia, nonostante le innumerevoli volte che lo abbiamo tradito. Nonostante i tanti idoli che ci costruiamo e che mettiamo al suo posto. Dio dona il suo amore al suo popolo, dona i suoi comandamenti, e il popolo d’Israele si costruisce un Idolo, tradendo l’amore di Dio. Mosè, in un impeto di rabbia scaglia le tavole della Legge contro l’idolo. A rompersi sono le tavole di pietra. Non l’idolo.

Non c’è nulla su questa terra che possa distruggere quell’idolo che abbiamo posto a guida della nostra vita. Le nostre convinzioni sbagliate, i nostri pregiudizi, i nostri vizi, il nostro modo di pensare spesso inquinato dalla menzogna. Non c’è nulla di umano che possa distruggere questa nostra corazza che ci impedisce di amare in modo autentico, di essere veri, di essere pienamente uomo e pianamente donna.

Cosa c’entra tutto questo con la Trinità, con l’essenza di Dio stesso? C’entra molto perchè ciò che può distruggere la nostra corazza di menzogna è l’amore, che non è qualcosa di terreno ma di divino. Nel matrimonio un uomo e una donna che si donano e si accolgono davvero riescono con il tempo, gradualmente, giorno dopo giorno a liberarsi di tutte le bugie e riescono a intravedere la bellezza dell’amore autentico e a farne esperienza.

Per questo l’immagine più aderente alla Trinità che possiamo trovare nella concretezza dell’umanità è proprio la coppia di sposi che si ama. Già perchè una coppia di sposi che si dona completamente l’uno all’altra in una relazione fedele, indissolubile, feconda, unica riesce a mostrare al mondo chi è Dio. Cioè come si amano le tre persone della Trinità.

La vocazione matrimoniale non è meno importante di quella sacerdotale o dei consacrati. Il sacerdote ci dice che Dio c’è, ma la coppia di sposi racconta chi è Dio, come ama. Per questo non siamo meno importanti, non siamo meno necessari. Soprattutto è importante prendere consapevolezza che anche il matrimonio è una vera consacrazione che ci rende strumenti di Dio, per mostrarsi nel nostro amore a un mondo assetato di verità e di bellezza. Assetato di Dio.

Antonio e Luisa

Dio ha tanto amato il mondo da darci una coppia come prova

Cari sposi,

            dopo il tempo di Pasqua, la Chiesa ci pone dinanzi alcune importanti solennità. Abbiamo celebrato il mistero dell’Incarnazione del Figlio nell’Avvento e nel Natale, la sua Redenzione nella Quaresima e Pasqua e l’invio dello Spirito Santo. Ora la Chiesa vuole ricordarci che comunque tutta la storia della Salvezza è opera della Trinità, della perfetta comunione delle Persone divine.

Dire Trinità è esprimere il Mistero più alto che esista e quello che la mente umana mai potrà comprendere. Un eminente professore dell’Università Gregoriana affermava furbesco che non si può parlare di Trinità per oltre dieci minuti senza incorrere in qualche eresia…Forse l’approccio a questa solennità per voi è poco allettante, magari frutto di omelie-mattone o discorsi incomprensibili da parte di noi sacerdoti. Eppure, la presente festa è quanto mai vostra, è assai intrisa di sapore nuziale. Papa Francesco ha osato esprimersi così sul matrimonio e Trinità in Amoris Laetitia:

La Scrittura e la Tradizione ci aprono l’accesso a una conoscenza della Trinità che si rivela con tratti familiari. La famiglia è immagine di Dio, che è comunione di persone. Nel battesimo, la voce del Padre designa Gesù come suo Figlio amato, e in questo amore ci è dato di riconoscere lo Spirito Santo. Gesù, che ha riconciliato ogni cosa in sé e ha redento l’uomo dal peccato, non solo ha riportato il matrimonio e la famiglia alla loro forma originale, ma ha anche elevato il matrimonio a segno sacramentale del suo amore per la Chiesa. Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita la «immagine e somiglianza» della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore. Da Cristo, attraverso la Chiesa, il matrimonio e la famiglia ricevono la grazia dello Spirito Santo, per testimoniare il Vangelo dell’amore di Dio” (Amoris Laetitia, 71).

Il matrimonio, il vostro matrimonio, non quello astratto, ha il potere di “restituire”, cioè ripristinare, restaurare il vero volto Trinitario dell’Amore. La grande filosofa ebrea, nonché suora carmelitana, Edith Stein a tale riguardo ha detto: “La vita intima di Dio è l’amore eterno, reciproco, interamente libero delle Persone divine e la vita intima dell’uomo è modellata sulla sua” (Edith Stein, suor Teresa Benedetta della Croce). L’amore che sussiste nella vostra relazione è opera della Trinità e con la grazia del Sacramento del matrimonio può divenire riflesso trinitario. Può, cioè, significa che il seme è dentro di voi e solo con la vostra collaborazione attiva può germinare.

Il Vangelo di oggi, preso dal colloquio notturno di Gesù con Nicodemo, ci dice che l’amore di Dio Padre si è manifestato nel donarci Gesù, in questo atto di totale consegna di sé per amore. Ecco allora che, analogamente, l’amore di Dio brilla e si manifesta ogni volta che voi vi donate reciprocamente e sinceramente, in gesti, parole, pensieri, sguardi… È questa la vostra vocazione, essere stabilmente un atto di amore vicendevole che ha il potere e la capacità di irradiarsi nel mondo e divenire fonte di fede in chi lo percepisce.

I pulpiti da cui si predica l’amore di Dio oggi non sono tanto nelle chiese di pietra, per quanto belle e ricche di storia esse siano. I pulpiti da cui si emana l’amore di Dio siete voi, piccole Chiese domestiche, in cui l’amore trinitario prende corpo e forma. Non sentitevi schiacciati da una tale vocazione, piuttosto sappiate guardare a Cristo e mantenervi in relazione con Lui, lo Spirito Santo farà il resto.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena condiviso padre Luca sembra un compito impossibile, troppo difficile. Invece io lo ritengo una Grazia enorme. Quando incontrai Luisa ero un giovane disilluso, pieno di dubbi e incertezze. Non sapevo quale fosse il mio posto nel mondo. Mi chiedevo se la vita fosse solo quella. Una vita senza lussi, ma non mi mancava nulla di materiale. Vivere per lavorare, per uscire con gli amici, per andare a trovare la mia famiglia e aspettando le vacanze in estate. Poteva essere tutto lì? Con Luisa ho iniziato una relazione meravigliosa. Con tutte le fatiche e anche i momenti difficili, ma ho scoperto come è bello vivere per donarsi completamente ad una persona e ad una missione. E’ stato bellissimo rendere fecondo quel progetto insieme e grazie allo Spirito Santo che abita il nostro matrimonio, come quello di tutte le coppie di sposi cristiani, riuscire ad andare oltre quelli che pensavo fossero i miei limiti.

Quindi noi abbiamo una missione difficile, ognuno ha propria unica missione, ma in quella missione che è sempre caratterizzata dal dono totale, dal dare la vita, possiamo ritrovarla e trovare un senso che prima non c’era. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.

Il matrimonio secondo Pinocchio /4

A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: – Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e
già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! E si rasciugò una lacrima.

Siamo ancora nel capitolo in cui Geppetto sta dando forma al burattino al quale, abbiamo visto in precedenza, ha già dato nome Pinocchio. La cosa straordinaria che si scopre in queste righe è che se dapprima l’intenzione di Geppetto era quella di fabbricarsi “un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali“, ora invece scopriamo che in realtà questo burattino gli è già figlio, o meglio, è figlio in quanto il Geppetto si pone come suo creatore e padre.

Già questi dettagli ci danno modo di riscoprire la nostra figliolanza divina, il Creatore non limita la Sua azione nella potenza creatrice, ma va ben oltre, perché vuole esserci padre. Avrebbe potuto limitarsi a crearci per poi lasciarci vagare su questa terra allo sbaraglio, quasi fossimo degli orfani lasciati crescere da soli in mezzo alla strada, ed invece ci ha creati come figli perché vuole donarci il Suo amore di Padre e la gioia di vivere come Suoi figli destinati alla gloria eterna.

Quando due fidanzati si sposano non sono due che semplicemente si piacciono e desiderano amarsi per tutta la vita, ma sono anche due figli di Dio, figli dello stesso Padre, che si uniscono in una fratellanza ancora più stretta (ed indissolubile) di quella che già li accomuna, visto così il matrimonio si riveste di una connotazione eterna; questa consapevolezza ha dissipato tra noi – Giorgio e Valentina – tantissime liti, molti contrasti, parecchi bisticci e baruffe, perché se ci pensiamo bene la maggior parte delle dispute non serve a chiarirsi, ma a dichiarare quale sia il vincitore tra i due IO: praticamente una zuffa tra due egoismi che non accettano la sconfitta e vogliono averla vinta sull’altro ad ogni costo e con ogni mezzo.

Cari sposi, dobbiamo imparare sempre di più a vedere il nostro coniuge come un nostro fratello, fratello nella figliolanza dello stesso Padre Creatore e fratello nello stesso Cristo Redentore. Molte volte invece il nostro egoismo ci acceca e ci fa vedere l’altro come un nemico, avere un nemico in casa non è tra le più belle esperienze della vita. Ma c’è di più, perché Geppetto non chiama Pinocchio “burattino“, ma da subito è “ragazzo mio“.

A volte succede che qualche papà tratti il proprio figlio come se fosse un campione di calcio nonostante sia un novellino, questi padri non lo fanno di certo per canzonarlo con ironia o sarcasmo, ma semplicemente perché agli occhi di papà quell’esordiente è già un campione da pallone d’oro, vede nel bambino le potenzialità per diventarlo e già sogna ad occhi aperti il futuro del proprio figlio. Similmente anche noi per il nostro Padre Creatore è come se fossimo già dei figli degni di gloria, e così ci tratta, come dei figli specialissimi ed unici, non ci tratta mai con disprezzo e/o sbattendoci in faccia in primis i nostri peccati, ma ci tratta con tenerezza, i suoi richiami sono seducenti, vogliono sedurci a tornare a Lui con tutto il cuore affinché possiamo partecipare del Suo amore, della Sua pace, della Sua gioia, della Sua vita. E’ così che anche noi dobbiamo trattare il nostro coniuge, vedendo in lui/lei non il “burattino” che è ma il “ragazzo” che è destinato a diventare.

Purtroppo non tutti hanno avuto alle spalle dei genitori che li hanno spronati, incoraggiati, esortati, e forse tra questi c’è anche il nostro coniuge; sono ferite che, se non curate, possono causare molti dolori personali, ma poi inevitabilmente si riversano all’interno della coppia. La prima cosa necessaria è il perdono verso i propri genitori perché ci hanno dato solo ciò che avevano, non potevano darci ciò che a loro volta non hanno ricevuto, anch’essi sono stati genitori imperfetti come tutti, non esistono i genitori perfetti perché l’unico genitore perfetto è il nostro Padre Creatore. I genitori hanno il compito di fare le veci del Padre, sono come dei sostituti di cui Lui si fida per una porzione di anni, le madri hanno il compito di incarnare l’aspetto materno di Dio e i padri quello paterno, e tutto ciò nonostante, anzi no, attraverso i nostri difetti, le nostre finitezze.

Sembra un controsenso, ma in realtà se esistessero i genitori perfetti chi sentirebbe il desiderio e l’impulso a cercare un Altro che ci ami di più e meglio dei nostri genitori? Quindi il primo passo è il perdono e ringraziare il Signore per averci dato i nostri genitori, perché le loro imperfezioni, i loro difetti, le loro mancanze, ci hanno spinto a cercare e trovare/capire che esiste un vero Padre che non ha difetti, che non ha mancanze, che non ha imperfezioni, che non muore e che ci aspetta da tutta l’eternità.

Questa prospettiva è liberante anche vissuta dalla parte di genitori, noi che lo siamo diventati a nostra volta, perché sapere che il Padre si fida di noi due per crescere altri Suoi figli è già una Grazia grande, e secondariamente ci libera da tutti quei sensi di colpa per gli errori o i guai che abbiamo combinato più o meno consciamente. Lo ripetiamo spesso alle nostre figlie che noi siamo come dei genitori in prestito, come dei vicari temporanei, pieni di difetti (in gergo teologico: peccatori) e di limiti, ma perché il vero senso della loro vita non siamo noi genitori ma Il Genitore per eccellenza, Colui di cui noi siamo indegnamente una pallidissima immagine molto sfocata. Ma è Lui che devono cercare, amare e per cui devono vivere.

Coraggio sposi, il cammino è arduo sia come sposi che come genitori che come figli, ma il Padre non ci lascia mai soli.

Giorgio e Valentina.

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Conoscere Dio per conoscere noi stessi

Nella Bibbia il nome ha un significato davvero molto profondo. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25. Capite quindi? In un certo senso conoscere il nome della persona significa conoscere la persona. Non è banale. Dare il nome ha un significato ancora più forte. Dare il nome significa conoscere a tal punto quella persona da poterla “inquadrare”. Per questo Dio nella Bibbia non ha nome se non il tetragramma. Il tetragramma scritto in ebraico significa qualcosa di simile a io sono l’esistente. Il tetragramma è composto solo da consonanti e per questo nessuno ne conosce la pronuncia esatta. Il tetragramma deriva direttamente da Mosè e da quanto accaduto nel roveto ardente.

Allora Mosè disse a DIO: “Se io vengo al popolo d’Israele e dico loro: ‘Il DIO dei vostri padri mi ha mandato da voi’, ed essi mi chiedono: ‘Qual è il suo nome?’, cosa devo dire loro? DIO disse a Mosè: “Io sono Colui che sono”. E disse: “Di questo al popolo d’Israele: ‘Io Sono mi ha mandato a voi’”. DIO disse anche a Mosè: “Di questo al popolo d’Israele: ‘Il SIGNORE, il DIO dei vostri padri, il DIO di Abramo, il DIO di Isacco e il DIO di Giacobbe, mi ha mandato a voi’. Questo è il mio nome per sempre e così sarò ricordato per tutte le generazioni”. (Es. 3, 13-15)

Cosa possiamo trarre da questo racconto biblico? Mi permetto di offrirvi alcuni spunti di riflessione utili in particolare alla coppia

Dio non si può conoscere se non in Gesù. Dio è così infinito che non possiamo conoscerlo. Per questo non possiamo chiamarlo con un nome. Dio è troppo grande per essere comprensibile a noi. Quando abbiamo potuto conoscerlo davvero? Quando si è incarnato. Quando il suo essere infinito ha preso forma in un corpo che è come il nostro. Cosa abbiamo capito di Dio attraverso Gesù che è Dio e uomo? Che Dio è infinito amore e che Gesù nella concretezza di un corpo ci ha mostrato cosa significa. Ecco perché noi sposi siamo immagine di Dio. Perché possiamo amarci e amare come Dio. Siamo chiamati a dare la vita. Possiamo comprendere qualcosa di Dio solo nell’amore vissuto e l’uomo e la donna che si donano completamente in anima e corpo sono la manifestazione concreta più simile a Dio Amore. Dio l’ha pensato fin dal principio. Lo dice il nostro corpo. Il nostro corpo è sessuato, siamo maschio e femmina perchè in quell’incontro tra due differenze complementari si potesse scorgere una scintilla di Dio. L’amplesso fisico è esattamente questo: essere uno nell’altra per diventare uno, per darsi completamente ed essere generativi. Non sempre dall’amplesso di un uomo di una donna nascerà un bambino ma sempre sarà generato amore. Per questo il matrimonio è solo tra un uomo e una donna e per questo il sesso è santo è buono solo nel matrimonio.

Conoscere Dio significa conoscere noi stessi. Chi era Mosé? Fino al roveto ardente non lo sapeva neanche lui. Era ebreo o egiziano? Oppure era un madianita visto che aveva sposato una di loro e aveva vissuto con loro per un periodo? Qual era la sua missione nella vita? Non lo sapeva neanche lui. Nato da ebrei, cresciuto nella famiglia del faraone e poi divenuto pastore una volta fuggito dall’Egitto. Mosè era confuso, non sapeva chi fosse e cosa dovesse fare nella vita. Eppure è diventato il più grande dei profeti e ha portato in salvo il popolo d’Israele.  Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè (De 34, 10). Il roveto ardente cambia la vita di Mosè. Quell’incontro diretto con Dio mette in ordine le tessere di tutto il puzzle. Mosé capisce chi è e perché è al mondo. Ognuno di noi può mettere ordine nella propria vita quando incontra Dio. Perché tutto acquista senso e finalmente la nebbia si dirada. C’è un però. Come si accosta Mosè al roveto ardente?  Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro» (Es. 3, 5). Dio non è che vuole un atto di sottomissione di Mosé formale. Il significato è molto più profondo. Dio sta dicendo a Mosé: se vuoi conoscermi e conoscere te stesso levati i calzari, le tue sicurezze, i tuoi pregiudizi e ascoltami. Lasciati sorprendere! Ecco noi sposi possiamo comprendere chi siamo e la missione della nostra coppia quando ci accostiamo con questo atteggiamento a Dio. Quanti esempi anche su questo blog. C’è Ettore che ha compreso come la fedeltà ad una moglie che lo ha abbandonato sia la sua missione. Ci sono Simona ed Andrea che togliendosi i calzari si sono scoperti fecondi in mille modi diversi. La vocazione è esattamente questo. Togliersi i calzari, incontrare Dio, mettersi in ascolto, sentirsi amati personalmente e teneramente ed avere il desiderio di restituire quell’amore. Ed è quello che cerchiamo di fare noi Luisa ed Antonio, Simona ed Andrea, Ettore, padre Luca e credo anche tutti voi se avete fatto esperienza di Gesù.

Incontrare Dio cambia la vita! Coraggio togliamoci i calzari e mettiamoci in ascolto!

Antonio e Luisa

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Chi comanda affettivamente? Noi o le nostre ferite?

Ascoltando una catechesi di don Luigi Maria Epicoco sono rimasto folgorato da una frase del sacerdote. Don Luigi, riferendosi all’amore e al matrimonio, ha affermato: il matrimonio serve a disobbedire alle nostre ferite e non a lenirle, non a soddisfarle. E’ una frase bellissima perché in una riga ha sintetizzato il lavoro che noi sposi dobbiamo fare. Questa è la fatica più grande del matrimonio ma è anche il modo per liberarci sempre di più dalle nostre zavorre che ci impediscono di essere liberi di amare e di diventare sempre più quell’uomo o quella donna che siamo.

Quell’uomo o quella donna che avete sposato non vi è piaciuto solo perchè vi ha attratto fisicamente o perchè vi è sembrato compatibile con voi. Quella persona che avete accanto, chi più chi meno, è stata scelta anche dalle vostre ferite. Mi sono imbattuto tantissime volte in coppie di sposi dentro questa situazione dove la donna, ad esempio, aveva scelto un uomo che si comportava esattamente come il padre. Altre volte uomini che avevano scelto donne che li trattassero come dei bambini, perchè immaturi e incapaci di essere coerenti. Mi ricordo di una giovane che trovava sempre fidanzati che la sminuivano e la criticavano e lei ci stava malissimo. Ma perché li sceglieva? Perché nutrivano la sua mancanza di autostima. Le dicevano continuamente: non vai bene così come sei. Esattamente quello che lei sentiva forte dentro di sé.

Il matrimonio è l’occasione più grande che abbiamo per guarire le nostre ferite. Non le guariremo mai del tutto ma almeno riusciremo a guardarle in faccia, a conoscerle e a controllarle. La nostra libertà non è fare quello che ci passa per la testa come il mondo ci insegna, non è soddisfare ogni desiderio e seguire ogni impulso. Quello serve solo a renderci sempre più schiavi delle nostre ferite perchè spesso gli impulsi e i desideri non sono frutto di un discernimemnto su ciò che ci fa bene, ma sono spinte che nascono dalla pancia, dalla nostra parte più emotiva che è controllata dalle nostre ferite.

Quando parliamo di “ferita del cuore” dobbiamo intendere questa ferita, come una lacerazione affettiva, il cui taglio non è esternamente visibile, ma non per questo meno doloroso. Io ad esempio sono cresciuto in una famiglia anaffettiva. Non perché i miei genitori non mi amassero, ma hanno sempre dimostrato il loro amore con il servizio e mai con le carezze e con gli abbracci. Io che invece sono affamato di questi gesti ne ho sempre sofferto tanto (in modo inconsapevole sulle cause fino a quando sono andato a fondo della cosa). Mi porto ancora dietro i segni, mi è rimasta una lieve balbuzie che si aggrava nei momenti di stress o quando devo parlare in pubblico. Io ho portato le mie ferite nel matrimonio e con Luisa ero guidato da questo: desideravo continuamente che lei mi desse quello che mi è sempre mancato. Solo che poi questo si scontra con il bene suo e il bene della coppia. Me ne sono accorto nel matrimonio. Ci sono stati diversi momenti in cui ho dovuto lottare contro le mie ferite, dove il cuore e la testa hanno combattuto contro la pancia. E con il tempo sono migliorato, mi sono liberato in un certo senso e ho preso il controllo di me stesso. Non facendo tutto quello che avrei voluto fare e mi sentivo spinto a fare, ma anche dicendo dei no alle mie pulsioni per il bene di Luisa e della nostra relazione. Non è facile. Per questo da soli spesso non ce la facciamo. Non arrendiamoci. Il matrimonio è la nostra occasione ma rischiamo di fallirla se afrfrontiamo da soli questa battaglia. Affidiamoci a delle guide, che possono essere sacerdoti, ma anche amici equilibrati e che ci vogliono bene. E perché no? Anche gli psicologi (se buoni) possono aiutarci.

Coraggio! La battaglia va vinta per essere liberi di diventare quell’uomo e quella donna che siamo e anche essere liberi di donarci all’altro.

Antonio e Luisa

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Sposarsi senza convivere prima? Il matrimonio funziona di più.

C’è un falso mito che fa parte ormai della mentalità comune: bisogna convivere prima di sposarsi. Parlando con un’amica solo pochi giorni fa è uscito il discorso. Mi raccontava stupita come un suo collega più giovane sia restato sconvolto dal fatto che lei si sia sposata con il marito senza prima “provarlo”. La sua obiezione è quella della quasi totalità dei giovani italiani: e se poi non funzionava? Se non eravate fatti per vivere insieme? La normalità di una ventina d’anni fa è diventata oggi una scelta strana. Ma è davvero meglio adesso? E’ davvero necessario passare dalla prova convivenza prima del matrimonio? In realtà i dati sembrano contraddire questa credenza.

Secondo una recente ricerca sembra che le coppie che hanno convissuto prima di sposarsi abbiano più probabilità di andare incontro ad una separazione. Secondo una ricerca effettuata negli Stati Uniti e apparsa sul  Wall Street Journal,   le coppie che convivevano hanno il 15% in più di probabilità di divorziare. Questi i dati. Cerchiamo ora di dare una spiegazione. Vi lancio alcune provocazioni.

Chi convive non si abbandona completamente all’altro. Detto così potrebbe sembrare meglio. In realtà bisogna pensarci bene. Esiste un esperimento scientifico che è stato messo in atto per dimostrare la differenza. Sono state prese in considerazione 54 coppie, 27 sposate e 27 conviventi. E’ stato messo uno dei due partner all’interno di una macchina per risonanza e gli è stato detto che avrebbe potuto ricevere una piccola scossa elettrica sulla caviglia. Questo per creare tensione e ansia nella persona coinvolta nell’esperimento. Poi è stato chiesto ai due partner di tenersi per mano. Qui si è vista una grande differenza tra i conviventi e gli sposati. L’esaminato, se era sposato, subiva una decelerazione immediata dell’ipotalamo, regione del cervello che ha un ruolo chiave nella regolazione delle reazioni dinanzi ad una minaccia esterna, cosa che indicava un alto livello di fiducia e tranquillità tra i partner. A differenza di quanto è avvenuto se l’esaminato era invece convivente che mostrava un rilassamento molto meno marcato. Secondo i ricercatori il prendersi la mano ha un effetto regolatorio più forte fra le coppie sposate che tra quelle che convivono. Questo non perchè chi si sposa faccia qualcosa di diverso rispetto a chi convive. Anzi in apparenza tante coppie di conviventi sembrano più belle e più unite. C’è però qualcosa di inconscio, di non esplicito. Quello che noi diciamo da sempre. Chi convive lancia un messaggio evidente: io sto con te perché mi fai stare bene. Io non mi abbandono completamente a te ma tu sei sempre sotto esame. Chi si sposa lancia tutt’altro messaggio: io sono pronto a scommettere tutto su di te. Ti do la mia vita, il mio cuore e il mio corpo. Te lo do adesso e per sempre. Perché voglio donarmi a te. Completamente un’altra cosa. Questo atteggiamento del cuore poi cambia la percezione che abbiamo dell’altro e della relazione con l’altro. Permette una fiducia nettamente superiore. Poi l’altro può tradire questa fiducia ma questo è un altro discorso.

Nella convivenza i difetti sono meno pesanti. Questa provocazione nasce da una chiacchierata avuta con un amico psicologo. Lui segue tante coppie in crisi. Mi raccontava come la convivenza sia una prova non attendibile di quello che sarà poi il matrimonio. Si è accorto che tanti difetti dell’altro sottovalutati durante la convivenza risultavano poi intollerabili durante il matrimonio. Perchè succede questo? Semplicemente perchè, che ne siamo consapevoli o meno, il matrimonio è una scelta definitiva e quello che ci sembrava tollerabile quando avevamo una via d’uscita in ogni momento, diventa improvvisamente pesantissimo quando ci leghiamo ad un’altra persona per tutta la vita. Lasciate stare che esiste il divorzio e quindi ormai tanti si slegano anche dal matrimonio. Psicologicamente le due relazioni sono percepite ancora in modo molto diverso.

Per concludere. Possiamo trarre alcune conclusioni. Chi decide di passare dalla convivenza va incontro a due illusioni e possibili pericoli: si educa a non fidarsi mai completamente dell’altro e si illude che la quotidianità vissuta da convivente sia uguale a quella da sposato. Chi convive è di solito quello che non vuole sorprese e vuole avere la situazione sotto controllo. Chi si sposa è consapevole che non potrà mai conoscere fino in fondo l’altro e che non potrà mai avere sotto controllo completamente la situazione. Decide però di buttarsi e di darsi totalmente alla persona che ha scelto affrontando gli imprevisti non come un fallimento ma come parte del gioco.

Antonio e Luisa

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Ripagati con gli interessi.

Dal libro del Siràcide (Sir 35,1-15) Chi osserva la legge vale quanto molte offerte; chi adempie i comandamenti offre un sacrificio che salva. Chi ricambia un favore offre fior di farina, chi pratica l’elemosina fa sacrifici di lode. Cosa gradita al Signore è tenersi lontano dalla malvagità, sacrificio di espiazione è tenersi lontano dall’ingiustizia. Non presentarti a mani vuote davanti al Signore, perché tutto questo è comandato. L’offerta del giusto arricchisce l’altare, il suo profumo sale davanti all’Altissimo. Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito, il suo ricordo non sarà dimenticato. Glorifica il Signore con occhio contento, non essere avaro nelle primizie delle tue mani. In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, con gioia consacra la tua decima. Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto. Non corromperlo con doni, perché non li accetterà, e non confidare in un sacrificio ingiusto, perché il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone.

Le lettura di oggi è tratta da un libro sapienziale, esso infatti è una fonte sicura quando sentiamo il bisogno di attingere un po’ di sapienza, anche oggi ci offre ampi spunti di riflessione per fare un check-up del nostro rapporto col Signore e, di riflesso, tra di noi. Ci soffermiamo solo su una frase: Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità, perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto.

Ci sono molti sposi che si sottostimano sia come coppia che come singoli. Incontriamo mariti che quando si comincia ad andare nel profondo per risolvere alcune ferite dentro la relazione con la propria sposa mettono subito davanti le proprie difficoltà, fragilità, paure… le presunte incapacità. Escono le classiche frasi: io non ce la faccio… nessuno mi ha mai insegnato… non so come fare.. io non sono bravo a fare questo o quell’altro… ecc… Incontriamo altrettante mogli che appena si entra nel vivo dei loro problemi di coppia tirano fuori la loro (presunta) incapacità: io non sono una moglie perfetta… non sono una casalinga ordinata… non riesco a farlo contento… non sono brava a… ecc… Cari sposi, ma vi siete sposati con un’ameba o con una persona che stimavate tanto da decidere di sposarla? Scusate la franchezza, ma ogni tanto un po’ di fotografia della realtà non fa male.

Siamo partiti con una provocazione per provocare, appunto, una riflessione che ora speriamo di aiutarvi a fare. Innanzitutto dobbiamo capire e riscoprire il grande dono della Grazia Sacramentale intrinseca nel Sacramento del Matrimonio che, come tutti i doni del Signore, quando parte da Dio è infinito ma poi quando arriva a noi si ridimensiona non a causa del donatore ma a causa del ricevente. Una tra le esperienza più confortanti di una bella gita in montagna è trovare una fontana sempre zampillante di acqua fresca e pura, e quando da piccolo non ero ancora molto bravo a bere direttamente in bocca, venivo fornito di uno di quei bicchieri da viaggio; restavo sempre meravigliato del fatto che, una volta riempito il mio bicchiere la fontana non smettesse di sgorgare acqua, restavo incantato di quanta acqua fluisse tra un bicchiere e l’altro, pensavo di portarmela a casa, ma più della capacità della mia borraccia non si poteva; mi ripromettevo allora di comprare una borraccia più capiente per la prossima volta.

Questa esperienza ci insegna che i doni di Dio si conformano in base alla capacità di “stoccaggio” che abbiamo, dipende dalle nostre borracce, dai nostri bicchieri, più il nostro contenitore sarà grande e più beneficeremo della Grazia; quella fontana dalla parte di Dio è a gettito continuo, non ha il rubinetto, sempre aperta H24.

Una tra le esperienza più belle che abbiamo fatto nel Matrimonio è ricevere in dono una capacità, un talento, un carisma giusti per la situazione contingente, non serviva di più nè di meno, ma esattamente la Grazia che è arrivata così come quel bicchiere da viaggio è sufficiente per ristorarci nel cammino fino alla prossima tappa. E così i mariti possono supplicare il Signore di aiutarli nel risolvere le ferite nella relazione con la propria sposa appellandosi alla Grazia sacramentale del Matrimonio, ci sarà un percorso in salita proprio come in montagna, ma il Signore non farà mancare le Sue fontane nei momenti giusti, l’importante è preparare lo zaino con bicchieri e borracce adeguati. Le mogli potranno imitare quella donna che non osava toccare Gesù ma si accontentò di toccare almeno il lembo del Suo mantello, anch’esse dovranno appellarsi alla Grazia sacramentale del Matrimonio e scopriranno che il Signore aveva già pronte quelle Grazie per recuperare il rapporto di coppia, ma attendeva che toccassero il lembo del mantello.

Cari sposi, non sottostimatevi mai perché il Signore ha scelto ognuno di noi per amare il proprio coniuge, e per farlo si vuole servire della nostra umanità, non quella di un altra persona, ecco perché abbiamo scelto la frase del Siracide: Da’ all’Altissimo secondo il dono da lui ricevuto, e con occhio contento, secondo la tua possibilità. Sposi, qual è la vostra possibilità? Qual è il dono da Lui ricevuto?

Ogni coppia è un capolavoro del Signore e, come tutti i capolavori degli artisti, sono unici ed irripetibili. Non sentitevi di meno di altre coppie, non sentitevi meno bravi o meno perfetti o meno evangelizzatori.. sentitevi semplicemente ciò che siete e, come una brava mamma cerca di fare la migliore torta con gli ingredienti che ha, così anche voi smettete di sognare o rimpiangere la torta regale dello chef stellato ma usate la vostra umanità di marito e di moglie unica ed irripetibile per lui/lei. Dobbiamo imparare a desiderare ciò che già abbiamo.

Coraggio sposi, il Signore non farà mancare la Sua ricompensa perché il Signore è uno che ripaga e ti restituirà sette volte tanto.

Giorgio e Valentina.

Le crepe delle famiglie felici

In questi giorni tutti i maggiori media hanno ripreso un’intervista a Gabriele Muccino. Un’intervista rilasciata per promuovere la seconda stagione della serie televisiva A casa tutto bene. Si tratta della prima volta del regista alle prese con una serie tv. Ammetto di non averla vista, ma le recensioni presenti on line mi raccontano di una trama tipica che caratterizza il lavoro di Muccino. Il regista racconta sempre di famiglie piene di problemi, nevrasteniche, dove si tradisce e non ci si capisce. Insomma un dipinto non proprio attraente della famiglia italiana e della famiglia come realtà sociale. Ricordo ancora il primo film di Muccino che vidi. Si trattava de L’ultimo bacio. Era il 2001, lo vidi con Luisa, avevamo già programmato il matrimonio che celebrammo nell’estate del 2002. Quel film mi lasciò davvero un velo di tristezza. Una rappresentazione triste e povera della famiglia. Un inferno più che un paradiso.

Torniamo all’intervista! Cosa ha detto il regista? Non ho mai creduto alle famiglie felici, anche quelle perfette nascondono crepe. Su una cosa ha ragione: non esistono le famiglie perfette perchè tutte hanno delle crepe. Questo è assolutamente vero! Ma è sulla prima parte che si sbaglia. Certo sempre più spesso è come dice lui. Se tanti matrimoni falliscono significa che queste crepe alla fine hanno portato ad una frattura. Però è altrettanto vero che quelle crepe, cioè le nostre personali ferite, le nostre imperfezioni, i nostri peccati e anche le nostre differenze, possono essere invece una grande opportunità. L’opportunità più bella per fare esperienza della misericordia, dell’amore gratuito capace di perdonare.

L’ho scritto tante volte. Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Quello che rende un matrimonio perfetto è proprio la sua imperfezione, la nostra personale imperfezione di sposi. Io mi sento maggiormente amato da Luisa, non quando sono brillante e faccio o dico la cosa giusta, ma quelle volte che mi rendo conto di aver sbagliato, di averla fatta soffrire con il mio atteggiamento e le mie parole e lei non smette di amarmi. Quando io sono imperfetto e il mio modo di relazionarmi con lei è imperfetto e lei comunque è lì accanto a me e mi continua ad amare mi sento l’uomo più fortunato del mondo perchè il suo dono gratuito, e in quei casi immeritato, mi fa fare esperienza dell’amore misericordioso, l’amore di Dio.

Ecco perchè caro Muccino la debolezza di tante famiglie è anche la loro forza. Perchè in quello stress, in quelle litigate, in quel casino si può fare esperienza di Dio.

Antonio e Luisa

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Lo Spirito Santo fa la differenza

Cari sposi,

            oggi celebriamo la terza solennità, per importanza, dell’anno liturgico, la Pentecoste, il Cinquantesimo giorno dalla Pasqua in cui lo Spirito Santo entra pienamente in azione e diventa protagonista della storia della salvezza fino ai giorni nostri.

Non posso fare a meno di stagliare il Vangelo odierno sulla situazione che vivo da quasi due settimane e cioè il lavoro di recupero dai danni dell’alluvione nella mia terra. C’è una foto che ha fatto il giro del Web ed è di un ragazzo in sedia a rotelle che a Forlì sta spalando fango come tutti. Impressionante e commovente solo vederlo, segno di una volontà e tenacia fuori dal comune. Questo esempio, come dei tanti che si vedono in giro da queste parti, dimostra che è l’atteggiamento interiore, è la forza d’animo, è la motivazione che segna lo spartiacque nella vita. O per dirla da credenti: è lo Spirito Santo che fa la differenza nella vita di fede.

Per voi sposi è fondamentale la collaborazione attiva con il Paràclito, dal momento che siete chi siete, cioè sposi in Cristo, per sua grazia, per una sua speciale effusione dal giorno del vostro matrimonio. Don Carlo Rocchetta dice giustamente che ben pochi ne sono consapevoli di questo e vivono come se non esistesse lo Spirito nelle loro vite. Vi dico una delle tante motivazioni per cui è di vitale importante per voi che siate docili al Dolce Consolatore: per poter vivere con pienezza ed equilibrio l’essere una sola carne. Il rischio di esagerare in un senso o in un altro c’è eccome: o si accentua la diversità dei due e ci si incammina verso il divenire due binari paralleli che non comunicano più davvero benché coabitino oppure uno fagocita l’altro, pretendendo di cambiarlo. Papa Benedetto su questo ha un’espressione molto chiara e motivante: “Vorrei soffermarmi su un aspetto peculiare dell’azione dello Spirito Santo, vale a dire sull’intreccio tra molteplicità e unità. Di questo parla la seconda Lettura, trattando dell’armonia dei diversi carismi nella comunione del medesimo Spirito. Ma già nel racconto degli Atti che abbiamo ascoltato, questo intreccio si rivela con straordinaria evidenza. Nell’evento di Pentecoste si rende chiaro che alla Chiesa appartengono molteplici lingue e culture diverse; nella fede esse possono comprendersi e fecondarsi a vicenda. San Luca vuole chiaramente trasmettere un’idea fondamentale, che cioè all’atto stesso della sua nascita la Chiesa è già “cattolica”, universale” (Omelia, 11 maggio 2008).

Due in una sola carne, un’unità duale. Sembra un assurdo, un paradosso, come la quadratura del cerchio, eppure è proprio perché c’è lo Spirito in azione che una coppia cristiana può viverlo. Cari sposi, concludo parafrasando il grande patriarca ortodosso Atenagora (1886-1972), uno dei grandi propugnatori dell’ecumenismo: “con lo Spirito tutto, senza lo Spirito nulla”. Che in questa Pentecoste lo Spirito susciti in voi l’entusiasmo per renderlo sempre più parte della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo che ci è donato diventa comandamento di vita. Dobbiamo collaborare con lo Spirito Santo, accoglierlo in noi oppurre non possiamo vivere da sposi cristiani. Spirito che è certamente sostegno, ma è anche impulso, pungolo, provocazione che ci chiede un continuo progredire nel diventare ciò che siamo. Uno Spirito che ci chiede di svegliarci, di aprire gli occhi e di rimboccarci le maniche. Chi meglio dello Spirito Santo, che è unione e relazione può aiutarci a progredire nella nostra unione ed amore? Le coppie di santi, che ci sembrano così perfette ed inarrivabili, non sono state più brave e migliori di noi perchè erano supereroi, ma perchè sono state più furbe. Avevano capito che dovevano lasciar fare allo Spirito Santo e così hanno raggiunto livelli altissimi. Cosa che tutti noi possiamo raggiungere se lasciamo spazio allo Spirito Santo. Chiara Corbella diceva: “Chiedo a Dio la Grazia di vivere la Grazia”. Chiara aveva capito e viveva in pienezza la sua missione. Era davvero aperta all’azione dello Spirito. Non era meglio di noi, o meglio lo è diventata perchè più è stata più furba di noi.

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Tu seguimi, non badare agli altri

Cari sposi,

siamo giunti all’epilogo di questi 50 giorni di Pasqua, che formano come un solo giorno dedicato alla Risurrezione. Il tempo cronologico difatti non coincide con quello liturgico. Abbiamo ripassato in lungo e in largo durate questo periodo tutto quello che Gesù ha predetto sulla sua risurrezione e ci siamo estasiati contemplando quel poco che ci condividono gli Atti e i Vangeli sulla convivenza di Gesù Risorto con gli apostoli.

La scena di oggi avvenne qualche giorno dopo la risurrezione, il tempo di tornare in Galilea da Gerusalemme e Gesù li stava aspettando là per convivere con loro e finire di trasmettere tante verità del Vangelo. Un bel mattino Pietro prende su barca e reti e torna a fare quello che ha sempre fatto fin da bambino: pescare in lago. Anche altri sei lo seguono, tra cui Giovanni. Sappiamo bene come sono andate le cose, la pesca miracolosa, la colazione preparata da Gesù stesso sulla riva, il commovente dialogo con Pietro. E poi questo epilogo curioso in cui trapela una certa rivalità tra Pietro e Giovanni, peraltro mai esacerbata né dall’uno né dall’altro.

Gesù che conosce il cuore di Pietro come le sue tasche coglie l’occasione per ricordargli il primato della sequela. “Non badare a quello che fanno gli altri, non farti condizionare, tu pensa a seguire me”. Sante parole! Quanto spesso invece ci succede che vorremmo sempre trovare un ambiente accogliente in cui vivere la fede, ci piacerebbe essere assecondati, spalleggiati, se non addirittura applauditi per quello in cui crediamo.

E quanto questo può succedere in una coppia che vuole vivere la fede! Ci sono tante aspettative sugli altri, il che è senza dubbio giusto essendo la coppia una sola carne ed avendo una vocazione ben precisa. Ma qui Gesù ci ricorda, e lo fa pure a voi sposi cristiani, che, così come ognuno di noi ha la propria storia, così anche ognuno di noi ha il suo modo di seguire Gesù. Nessuno è la copia esatta di un’altra persona. Ognuno di noi deve essere anzitutto testimone in prima persona nel seguire Gesù e poi viene la condivisione di quanto si è e si crede. Ci sono coppie in cui uno solo dei due fa un cammino e questo fa soffrire tanto ma quanto dice il Signore è assai consolante, perché Lui ci chiede una risposta personale e non vuol far dipendere il nostro cammino da come viene recepito dagli altri, fosse anche il coniuge.

Cari sposi, accogliamo questo invito ma anche questa sfida non facile a fissare lo sguardo su Gesù, sullo Sposo e confidiamo che questo porterà sempre frutto per la perseveranza nella fede del vostro coniuge.

padre Luca Frontali

Il segreto del matrimonio? Farci piccoli!

Ci sono dei momenti della vita in cui vorremmo dire: adesso basta! Non ti sopporto più! Ho tollerato abbastanza. Lui/lei sembra approfittarsi del nostro amore. Tutto l’impegno che ci mettiamo eppure non capisce. Continua a commettere sempre gli stessi errori. La misura è colma. Luisa quando è particolarmente irritata da un mio comportamento reiterato mi dice immancabilmente: allora dillo che lo fai apposta!

Anche noi cristiani, quando il nostro sposo o la nostra sposa cade sempre negli stessi errori, abbiamo la forte tentazione di reagire in questo modo. Forse è vero che quel suo atteggiamento può darci irritazione e magari anche sofferenza. Forse è vero che facciamo sempre più fatica a tollerarlo. Noi che invece siamo così bravi, noi che ci meriteremmo di essere ricambiati in ben altro modo e l’altro che non capisce quanto sia fortunato ad averci sposato. Spesso, non lo ammetteremmo mai neanche sotto tortura, pensiamo proprio così. Ed è proprio questo modo di pensare che non funziona. Significa contare solo sulle nostre forze. Significa continuare a tollerare gli sbagli dell’altro perchè noi siamo meglio, siamo più bravi. Arriva però un punto che non riusciamo più a tollerare. Perchè umanamente abbiamo finito la capacità di crescere, abbiamo raggiunto il massimo di quello che potevamo dare. E adesso? Cosa fare?

Prima di esplodere abbiamo una grande opportunità. Adesso abbiamo l’occasione di tornare a ragionare e ad amare l’altro come cristiani. Come Cristo ci ama. Santa Teresina scrisse una cosa che mi ha sempre colpito: quando non puoi più crescere fatti piccoloLa soluzione è farci piccoli. Smettere di pensare a quanto siamo bravi e belli per riconoscerci deboli. Io ho vissuto momenti così. Incapace di donarmi a Luisa per chi era. Mi sono riconosciuto incapace di prenderla tutta, di prendere il pacchetto completo, con tutti i suoi pregi, che mi hanno fatto innamorare e che ancora mi piacciono, ma anche con i suoi difetti. Li ho capito. Solo facendomi piccolo posso decentrare la mia attenzione da me e dalle mie pretese per spostarla su di lei. Solo riconoscendomi debole potrò farmi piccolo e inginocchiarmi davanti a Gesù. Solo così potrò liberare il mio cuore dalle mie aspettative e permalosità per far posto allo Spirito Santo. Il matrimonio è una cambiale in bianco che Gesù ha firmato e ci ha consegnato tra le mani. La cifra la possiamo mettere noi. Non si tira indietro. A noi è chiesta solo la fatica di riconoscere di averne bisogno, che da soli non riusciamo. Quando sono debole, è allora che sono forte.

Ci sono tre step fondamentali per imparare ad amare davvero. Mi riconosco debole, mi riconosco incompleto (ma che non posso essere completato da una persona per quanto possa essere bella e brava), mi riconosco amato da Dio. Solo affrontando questi tre passaggi avremo la capacità di fare il salto di qualità nella vita e nel matrimonio. Questo è un po’ il percorso che tutti noi, prima o poi, dobbiamo affrontare. Solo se intraprendiamo il percorso per guarire la nostra affettività, che spesso ci rende dipendenti, possiamo amare davvero l’altro. Saremo forti proprio perchè nella debolezza avremo fatto esperienza di Dio e l’altro non avrà più il potere di farci troppo male e di distruggerci nello spirito, come invece sovente avviene in tante coppie. Se da soli non ne veniamo fuori si può sempre ricorrere a uno psicoterapeuta. Sempre però per recuperare la nostra consapevolezza di valere e di essere amati a prescindere dall’altro. Per portare nella relazione la nostra ricchezza per riempire l’altro/a e non la nostra povertà per svuotare l’altro. C’è una breve storia di Bruno Ferrero che ci può far riflettere e forse può far comprendere meglio quanto ho voluto condividere:

Il padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il piccolino si sforzava, sbuffava, brontolava, ma non riusciva a smuovere il vaso di un millimetro.
“Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese il padre.
“Sì”, rispose il bambino.
“No”, ribatté il padre, “perché non mi hai chiesto di aiutarti”.

Pregare è usare tutte le nostre forze.

Antonio e Luisa

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Guarigione affettiva: presupposto necessario per parlare di amore

Qualche giorno fa mi capita sotto agli occhi un articolo dove si parlava di due donne che si sono unite in un’unione civile davanti ai loro figli, avuti da precedenti relazioni. Preferisco non citare il giornale che pubblicava il pezzo, né i luoghi e i nomi delle persone coinvolte, perché mi preme molto di più riflettere su tematiche urgentissime nel nostro tempo e che riguardano tutti: in primis la differenza tra “infatuazione” e “amore”; in secondo luogo, il legame che può esserci tra “scelte avventate” e “ferite affettive pregresse”. Il giornalista metteva in chiaro, fin dall’inizio, che nell’articolo si sarebbe trovato “materiale in abbondanza” per “mandare in tilt” i sostenitori delle cosiddette “famiglie naturali”. Poiché mi trovo tra costoro (nel rispetto delle persone che la pensano diversamente, credo sia la relazione coniugale di un uomo e di una donna il fondamento della famiglia) incuriosita da questo incipit, che aveva tutta l’aria di preludere a qualcosa di rivoluzionario al suo interno, ho proseguito la lettura.

La prima cosa che mi è ha “mandato in tilt” è stato vedere che si parlava di “amore”, quando la relazione in questione aveva tutti i tratti di un’“infatuazione”. Andiamo con ordine. Protagoniste della vicenda sono due donne, entrambe sopra ai trent’anni, le quali si sono “unite in matrimonio” – così scriveva il giornalista – “lasciandosi alle spalle le precedenti relazioni”. Queste due donne avevano più di un figlio ciascuna, da altre storie, alcuni adolescenti, altri molto piccoli (sotto ai 10 anni). Le due mamme si conoscevano da tempo – si tenevano aggiornate sulle rispettive gravidanze ecc. – ma tra loro c’era una semplice amicizia. Entrambe avevano, appunto, una famiglia. Ad un certo momento, hanno iniziato a messaggiarsi, fino a passare delle notti sveglie per parlarsi e hanno sentito sbocciare un’attrazione tra di loro. Un giorno si sono incontrate e c’è stato un bacio. Un mese dopo questo bacio hanno iniziato a parlare di “matrimonio”. (Infatti, una ha chiesto all’altra di “sposarla” … sì, dopo appena un mese).

Senza voler giudicare la vita di nessuno (non spetta di certo a me!), ammetto che mi sono posta delle domande. La prima è stata dove si trovassero i padri dei loro figli mentre le due donne messaggiavano tutta la notte. Nell’articolo non si capisce se ci sia stato un tradimento oppure se le due si fossero incontrate da single…

Se erano storie già concluse, forse avevano lasciato delle ferite tanto profonde da far desiderare una fuga? (Me lo domando non perchè sono omofoba o perchè mi piace viaggiare con la fantasia, ma perché ho ascoltato la testimonianza di una ragazza che mi raccontava proprio questo. Era sposata con un uomo che faceva uso compulsivo della pornografia e lei si sentiva “trattata come un oggetto” nella sfera intima. Un giorno mi ha detto, molto seria: “Se dovessi riaccompagnarmi con qualcuno, sarà con una donna!”).

Forse le storie precedenti di queste due mamme hanno generato delusione, rammarico e un’immensa sete di comprensione?Se invece le due donne erano ancora sposate, forse non c’era reale comunione?

Non conosco bene la vicenda, ma parlo di quello che vedo nelle mie conoscenti e nelle persone che mi scrivono: una relazione dove non c’è profonda unità – o peggio, si verificano abusi o si vive male l’intimità – lascia un senso di amara solitudine. Questo può portare a cercare affetto altrove (talvolta, purtroppo, ovunque), senza, però, prima aver risolto e sanato le ferite generate da quella relazione nociva. E se due mamme parlano di “matrimonio” dopo un mese dal primo bacio, è giustificato chiederselo: cosa c’è nel loro passato?

Non sto scrivendo questo articolo per fare l’inquisizione, nè per generare pettegolezzi, ma perchè simili storie le leggono tanti giovani alla ricerca di sè stessi. Il giornalista dice che il pezzo è pensato per mandare in tilt chi difende la famiglia naturale… ma il pezzo, in realtà, a prescindere dalla comprensione della famiglia che si ha, ha tutte le carte in regola per mandare in tilt chiunque pensa che delle scelte importanti (e vincolanti per intere famiglie!) vadano soppesate con cura e prudenza…

Personalmente, troverei sconcertante sentir parlare di matrimonio dopo un mese di frequentazione (soprattutto quando si hanno dei figli a cui render conto delle proprie azioni!) anche se si trattasse di un uomo e di una donna. Queste storie mi fanno pensare che abbiamo bisogno urgente – ma che urgente? Di più! – di evangelizzatori che si prendano a cuore in modo particolare l’educazione all’affettività dei giovanissimi, che li aiutino a comprendere il peso delle proprie scelte, prima che finiscano in relazioni che lacerano i loro cuori e lasciano questo vuoto.

I ragazzi hanno bisogno – e diritto! – di sapere come costruire storie solide, che diano senso e pienezza alla vita. Come vivere un serio discernimento.

I nostri lettori conoscono la comprensione che abbiamo della famiglia (sposiamo, infatti, la visione del Magistero della Chiesa, che poggia sul Vangelo), ma lascia perplessi che anche chi abbia una comprensione diversa della famiglia esalti scelte così affrettate, senza intravedere dietro a tutto questo delle fragilità, che, forse, hanno bisogno di essere sanate (anche nell’interesse dei figli, che prendono come primi modelli relazionali proprio i genitori!).

Dopo cinque mesi dal primo appuntamento arriva la celebrazione dell’unione civile in comune davanti ai bambini e ai ragazzi delle due donne. La storia si conclude così: “‘Gli abbiamo detto come stavano le cose. Ci hanno detto: ‘Vediamo come sorridete, come siete felici, e lo siamo anche noi’. Più facile di così…”

Proprio questo lascia perplessi: sembra tutto troppo facile. Senza giudicare nessuno (auguriamo tutto il bene del mondo a queste donne e alle persone loro care) ai ragazzi che ci leggono vorrei dire: non abbiate fretta, scavatevi dentro, fate discernimento, cercate di capire quello che vi sta succedendo, risolvete la vostra affettività e infine sappiate che, anche in un mondo iper-sessualizzato come il nostro, si possono sperimentare ancora amicizie vere anche senza erotismo, nella gratuità. Cercatele e le troverete.

Cecilia Galatolo

Attraverso le nostre ferite traspare l’oro di Dio

Quando ci sposiamo, spesso tutto ci sembra perfetto e pensiamo che niente potrebbe arrivare a rovinare quell’amore così bello, così innocente e viscerale che ci ha portati a promettere una vita per sempre insieme: effettivamente questo è l’effetto dell’innamoramento che fa vedere solo una parte di realtà, quella più bella e ideale. Tuttavia, in ogni relazione, prima o poi, si arriva a comprendere che non è proprio possibile vivere sempre sulla luna, ma è necessario fare i conti con la realtà: le fatiche quotidiane, il lavoro, le incomprensioni, le divergenze di atteggiamento, i cambiamenti di personalità dovute a molteplici esperienze e l’educazione dei figli sono solo alcuni esempi. D’altra parte è da illusi ritenere che le farfalle continueranno a volare nel nostro stomaco per tanti anni, la perfezione non è di questo mondo.

Quando avvengono momenti o periodi difficili, questo non deve però spaventarci, fa parte del gioco e anzi è proprio quello il momento in cui è possibile crescere nella relazione, cioè quando si continua a dire “sì” e a rimanere, nonostante i problemi da affrontare: è un segno di maturità, un’occasione per dare una svolta e modificare quello che non va bene. A volte accade proprio quello che non vogliamo e che ci spaventa, altre volte siamo proprio noi a creare delle ferite negli altri, involontariamente, solo perché anche noi ci portiamo delle ferite, spesso generate nella nostra famiglia di origine (per quanto i nostri genitori si siano impegnati e ci abbiano amato, hanno commesso degli errori, perché solo Dio può amare in modo perfetto). Anch’io tante volte mi sento inadeguato nell’educare le mie figlie, sono sempre in bilico tra azioni energiche e lasciar correre, poi quando agisco, mi viene da pensare che forse avrei fatto meglio a fare diversamente. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future per causa mia!

Le ferite più grandi le riceviamo proprio dalle persone che più amiamo o che abbiamo amato: oltre ai nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, le nostre storie d’amore, le persone che sono venute a mancare e ora anche nostro marito o nostra moglie. La separazione è una grande ferita, una tragedia peggiore anche di un lutto, perché il morire fa parte del ciclo vitale, si nasce, si cresce e si muore, lo sappiamo fin da piccoli, ma è molto più difficile accettare che una persona che ti ha promesso amore per tutta la vita, con la quale ti sei confidata e con la quale hai condiviso tutto, gli aspetti più intimi e l’unità fisica, ad un certo punto ti dica: “Io non ti amo più, non voglio più avere niente a che fare con te. È davvero uno tsunami, un terremoto fortissimo che ti mette in crisi e in ogni caso, cambia la tua vita.

Naturalmente questa croce è ancora più deleteria per i figli che avrebbero bisogno, per crescere correttamente, di un papà e una mamma che si vogliono bene: si creano delle ferite molto grandi. Ma in tutto questo quadro negativo c’è una bella notizia, le ferite possono essere curate. Come? In alcuni casi anche con un supporto psicologico, ma per esperienza, la psicologia aiuta, ma ha dei limiti, non può rispondere a delle domande profonde come Perché mi è successo questo? Perché soffro così tanto? Qual è il senso di quello che mi accade? Come posso perdonare? È possibile trasformare questo male in bene per me e per gli altri?. Ecco allora che entra in gioco la fede: solo con Gesù è possibile guarire delle ferite e fare in modo che le ferite si trasformino in feritoie, cioè aperture in cui passa la luce. Gesù quando è risorto, mostra tutte le ferite, perché non si possono cancellare, ma solo trasformare, anche perché sono il simbolo dell’amore immenso che ha avuto per noi.

A tale proposito esiste la tecnica del Kintsugi (“kin” (oro) e “tsugi” (riunire, riparare, ricongiungere)), una tecnica giapponese che significa letteralmente “riparare con l’oro”: consiste nel restauro di oggetti di ceramica rotti, assemblandoli con delle colature di oro. In questo modo le ceramiche rotte diventano non solo più belle, ma anche più preziose e soprattutto, uniche al mondo. Tale pratica nasce dall’idea che, dall’imperfezione e da una ferita, può nascere una forma ancora maggiore di perfezione, sia estetica che interiore: questo è molto bello, perché tutti noi ci portiamo dietro delle ferite, fanno parte della nostra vita, non devono essere nascoste; chi ci ama infatti deve prendersi carico anche delle nostre fragilità e accoglierci per quello che siamo. La ferita infatti può essere il terreno fertile in cui agisce la potenza di Dio: è lì che cominciano la vera resurrezione e la guarigione. Quando avviene questo, la coppia sperimenta cosa sia davvero morire a sé stessi e rinascere a una nuova vita, a una nuova fase di relazione ancora più salda e più bella, un livello nettamente superiore! (infatti, la ricostruzione fa diventare creature nuove).

Quando mi sono separato, in un certo senso mi sono “rotto” in tanti pezzi, ma sono stato riparato e rimesso in sesto da Dio che ha fatto colare l’olio della Sua grazia, della Sua consolazione, della Sua gioia e del Suo Amore in tutte le mie fratture: questo lo ritengo un miracolo nella mia vita e la mia rottura ha creato lo spazio per l’azione di Dio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Gli sposi? Una campagna pubblicitaria per Gesù

Dagli Atti degli Apostoli (At 19,1-8) Mentre Apollo era a Corìnto, Paolo, attraversate le regioni dell’altopiano, scese a Èfeso. Qui trovò alcuni discepoli e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo». Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. Disse allora Paolo: «Giovanni battezzò con un battesimo di conversione, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». Udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare. Erano in tutto circa dodici uomini. Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.

Ci stiamo avvicinando alla grande festa di Pentecoste e la Chiesa ci prepara al tema dello Spirito Santo. I primi passi della Chiesa nascente (narrati anche in questo brano) sono di una vitalità straordinaria, di sicuro dovuta al fatto che erano ancora vivi i Dodici che avevano vissuto con Gesù, complice anche il fatto che S. Paolo è un convertito di non poco conto, con grandi doti umane perfezionate dalla Grazia, uno che ha vissuto un’esperienza di intimità col Cristo unica nel suo genere. Sta di fatto che da queste prime esperienze di evangelizzazione possiamo trarre tutti gli insegnamenti possibili sull’attività principale, se non addirittura unica, della Chiesa intesa come prolungamento di Cristo nel tempo: l’evangelizzazione.

Il mondo pensa che la Chiesa sia un fenomeno da relegare all’ 8×1000, una sorta di associazione benefica, una tra le tante Onlus con intenzioni pacifiche, ma il cuore pulsante della Chiesa non sta in qualche opera di volontariato (opere pur sempre necessarie e doverose), bensì nell’evangelizzare il mondo, nel portare Cristo tra gli uomini e gli uomini a Cristo, tutto il resto viene di conseguenza.

Purtroppo anche all’interno della Chiesa c’è questa corrente umanitaria che sembra aver preso il sopravvento sull’opera spirituale, ci sono cascate anche tante coppie di sposi, ma se leggiamo con attenzione il brano sopra riportato scopriamo che la prima opera della Chiesa è quella spirituale, quella umanitaria viene dopo, passa in secondo grado, è una conseguenza logica della prima. Senza la necessaria opera spirituale, l’azione umanitaria perde forza, non è più così prorompente, e perde il senso del proprio esistere.

Paolo non cincischia con gli abitanti di Efeso, va dritto al sodo, al nucleo per cui la sua presenza trova senso in quella città: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Perché venire alla fede senza Spirito Santo equivale ad essere monchi, come un’ automobile senza motore. Per vivere la fede e vivere di fede è necessario lo Spirito Santo, il quale ci santifica e ci vivifica dal di dentro; se è l’anima a dare vita al corpo e se è lo Spirito Santo a vivificare l’anima, allora il nostro corpo, quando vive nella Grazia, è una sorta di campagna pubblicitaria dello Spirito Santo che cammina. Dovremmo divenire simili a quei furgoni che girano per le nostre città con le pubblicità giganti oppure simili a quegli aerei con la pubblicità attaccata dietro che vediamo spesso volare sopra le nostre teste quando siamo in spiaggia al mare.

Quando si incontrano due sposi cristiani dovremmo leggere tra le righe quella campagna pubblicitaria dello Spirito Santo.. quando arrivano domande del tipo: Dove trovano la forza per amare/amarsi così? Cos’è che dà loro questa vitalità? La risposta dovrebbe essere: lo Spirito Santo. Noi lo abbiamo già ricevuto e lo incontriamo nei Sacramenti, ma la Sua presenza da sola non basta per santificarci, è necessario il nostro contributo, è necessario farLo abitare in stanze sempre più grandi dentro di noi, perché si comporta come un ospite delicato, rispettoso, riservato e discreto. Cari sposi, dobbiamo riscoprire questo ospite dolce dell’anima che è lo Spirito Santo, per farlo bisogna accostarsi spesso ai Sacramenti ed invocarlo ogni giorno in qualunque circostanza per qualunque esigenza, farlo insieme è ancora meglio.

Da ultimo vogliamo farvi notare come S. Paolo stette ad Efeso: <<discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.>>. Anche in questo caso, l’azione primaria è l’evangelizzazione. Forse non tutti abbiamo capacità oratorie e la dialettica di S. Paolo, ma sicuramente dobbiamo saper essere pronti a rendere ragione della nostra fede, non importa se con parole semplici o con parole dotte, non importa se con 10 parole o con un discorso di 10 ore, se parliamo pieni di Spirito Santo la persuasione e la eventuale conversione sarà opera nostra con l’aiuto dello Spirito Santo (vista dalla parte umana), ma sarà soprattutto opera dello Spirito Santo che si è servito della nostra (povera ma necessaria) opera.

Coraggio quindi cari sposi, non abbiate paura di risultare antipatici o fuori moda se parlate col piglio dell’evangelizzatore, ci sono tante anime che aspettano le nostre povere parole, ma forse sono quelle decisive per cambiare vita.

Giorgio e Valentina.

Manca il desiderio nella coppia? La soluzione non può essere la pornografia.

Torno sul discorso pornografia. Alcuni giorni fa feci un articolo al riguardo. Un articolo che è stato molto apprezzato e condiviso. Questo mi fa molto piacere. Non tutti i commenti sono stati positivi come è normale che sia. Ognuno di noi ha delle idee e una storia che ci portano a pensare anche in modo diverso su determinate situazioni. Voglio riprendere una delle obiezioni ricevute perché mi permette di approfondire meglio il discorso.

Dipende! L’assenza di eros nella coppia è peggio, fidatevi!

Questa persona ci sta dicendo che a volte la pornografia può essere positiva se riesce a risvegliare il desiderio di avere una vita sessuale nella coppia. Sta dicendo anche un’altra cosa, forse ancora più importante: la pornografia aiuterebbe a risvegliare l’amore. Già perché l’eros nell’insegnamento morale della Chiesa è una manifestazione dell’amore. Ma stanno proprio così le cose? Facciamoci aiutare da chi queste dinamiche le ha analizzate e le ha insegnate in quella meravigliosa raccolta di catechesi che è la Teologia del Corpo. Mi riferisco naturalmente a papa Giovanni Paolo II. E poi mi direte voi se la pornografia può essere in grado di favorire davvero l’Eros. Metto in evidenza un pensiero del Santo polacco espresso nell’udienza del 5 novembre 1980.

Se ammettiamo che l’”eros” significa la forza interiore che “attira” l’uomo verso il vero, il buono e il bello, allora, nell’ambito di questo concetto si vede anche aprirsi la via verso ciò che Cristo ha voluto esprimere nel Discorso della montagna. Le parole di Matteo 5,27-28, se sono “accusa” del cuore umano, al tempo stesso sono ancor più un appello ad esso rivolto. Tale appello è la categoria propria dell’ethos della redenzione. La chiamata a ciò che è vero, buono e bello significa contemporaneamente, nell’ethos della redenzione, la necessità di vincere ciò che deriva dalla triplice concupiscenza. Significa pure la possibilità e la necessità di trasformare ciò che è stato appesantito dalla concupiscenza della carne. Inoltre, se le parole di Matteo 5,27-28 rappresentano tale chiamata allora significano che, nell’ambito erotico, l’”eros” e l’”ethos” non divergono tra di loro, non si contrappongono a vicenda, ma sono chiamati ad incontrarsi nel cuore umano, ed, in questo incontro, a fruttificare. Ben degno del “cuore” umano è che la forma di ciò che è “erotico” sia contemporaneamente forma dell’ethos, cioè di ciò che è “etico”.

Capisco che papa Giovanni Paolo II non è mai tanto semplice nelle sue analisi, anche quando si rivolge ai fedeli. E’ un fine teologo e filosofo e questo traspare nella complessità del suo pensiero. Per questo cercherò di rendere semplici e fruibili alcuni concetti chiave.

L’eros attira l’uomo verso il bello, il buono e il vero. La pornografia può mai attirare verso il bello? L’eros è una forza che spinge l’uomo (inteso come maschio e femmina) ad aprirsi all’altro. L’eros mi ha attirato verso Luisa, mi ha dato la forza di uscire dalla mia solitudine e dal mio sguardo ripiegato su me stesso, sulle mie esigenze, sulle mie emozioni, e mi ha dato la forza di volgere lo sguardo verso una alterità, una persona diversa da me. Mi ha dato la forza di voler bene a Luisa, di volere il suo bene. Anche quando facciamo l’amore per me è importante che stia bene lei, che si senta amata lei, che riceva i gesti da parte mia che più le piacciono, che la facciano sentire preziosa e al centro delle mie attenzioni. La pornografia può permettere questo tipo di relazione? Oppure la pornografia conduce l’uomo a ripiegarsi sulle sue fantasie e ad usare l’altro come strumento per metterle in atto?

Eros e Ethos si incontrano nell’amore vero. Giovanni Paolo II dice un’altra cosa importante. L’ethos non è contro l’eros. Al contrario l’ethos permette di realizzare l’eros in modo pieno. Cosa significa? L’ethos non è altro che la nostra responsabilità di agire secondo la nostra coscienza e la legge naturale universale. L’ethos è reso concreto dalla morale cattolica, cioè da tutte quelle regole e norme che ci sembrano tanto frustranti. In realtà il Papa ci dice che se vogliamo fare esperienza di un amore pieno ed autentico anche nel corpo dobbiamo cercare di viverlo in modo pienamente umano ed ecologico. Quelle regoline ci permettono di fare l’amore davvero. Ci permettono di vivere la nostra sessualità di maschio e di femmina in modo di riuscire a realizzare quello che siamo: una sola carne. Ci permettono di essere sempre più uno nell’altra e insieme uno nell’amore. La pornografia può permettere questo?

L’assenza di eros è peggio. Torniamo ora sull’affermazione della lettrice. Ha ragione quando scrive che l’assenza di eros (intende credo desiderio sessuale) sia un grave problema della coppia. Ma la soluzione non può essere nella pornografia. La pornografia stimola risposte basiche a livello pulsionale. E’ una falsa soluzione che aggrava solo la situazione allontanando sempre di più la coppia. Se non si crea comunione neanche durante il rapporto sessuale, è davvero grave. Se la persona c’è col corpo ma è distante presa dalle sue fantasie, con chi si sta unendo? La soluzione è un’altra. La soluzione si trova nella relazione. Incominciate a prendervi cura di voi, a prendervi del tempo, a corteggiarvi, a mettere l’altro al centro di attenzioni e di cura e vedrete che il desiderio tornerà, il desiderio buono, quello che spinge alla comunione, ad una comunione che esiste nei cuori e che si vuole concretizzare nel corpo.

Antonio e Luisa

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La nostra speranza è nei cieli

Cari sposi,

            scrivo nel bel mezzo dell’alluvione che ha colpito la Romagna nei giorni scorso. Mi trovo con i miei famigliari mentre spaliamo fango e buttiamo via tante cose belle del nostro passato. Un fatto sconvolgente, che ti cambia la vita e lo sguardo su tutte le cose, ti fa sentire estremamente impotente quando pensavi che mai cose del genere sarebbero potute accadere a te. Meditando il Vangelo del giorno, riguardante l’Ascensione, la salita di Gesù con la sua persona intera al Cielo, non potevo non continuare a pensare al fango che si è insinuato ovunque e che porto ancora sotto le unghie.

Il Cielo, la vita eterna, la comunione con Gesù e i santi… quanto poco medito su questa realtà oggettiva e vera! Ma mentre buttavo via, con un nodo in gola, ricordi di famiglia, libri di valore appartenuti ai nonni, oggetti che provengono da generazioni addietro mi chiedevo: dov’è la mia speranza? Dove ripongo il mio cuore? A quale certezza mi “attacco”? È così che questa solennità meravigliosa deve farci guardare sempre in alto. Non è affatto un caso che l’albero rovesciato, con le radici protese verso l’alto, affondate nella Trinità e il resto del tronco, con il diffuso fogliame, immerso nel mondo sia uno dei simboli più antichi della Chiesa e dei cristiani.

Cari sposi, questa festa è per voi in modo speciale, voi che vivete nel corpo la vostra chiamata nuziale e tramite quel corpo del coniuge siete chiamati ad andare in Cielo. Che belle parole usa Papa Francesco per esprimere questa verità: “Quella persona, con tutte le sue debolezze, è chiamata alla pienezza del Cielo. Là, completamente trasformata dalla risurrezione di Cristo, non esisteranno più le sue fragilità, le sue oscurità né le sue patologie. Là l’essere autentico di quella persona brillerà con tutta la sua potenza di bene e di bellezza. Questo altresì ci permette, in mezzo ai fastidi di questa terra, di contemplare quella persona con uno sguardo soprannaturale, alla luce della speranza, e attendere quella pienezza che un giorno riceverà nel Regno celeste, benché ora non sia visibile” (Amoris Laetitia 117).            

Che l’Ascensione di Gesù ridia vigore e slancio a questo sguardo profondamente verticale che dobbiamo avere sulla realtà che ci circonda, in modo che possiamo vedere ogni cosa che abbiamo e usiamo attraverso il prima della speranza cristiana.

ANTONIO E LUISA

Cosa ci dice l’Ascensione? Ci dice che non perderemo nulla di ciò che abbiamo qui, ma tutto sarà trasfigurato e reso pieno anche il nostro corpo. E il nostro matrimonio? Quello finirà perché non avrà più motivo di perdurare. Il matrimonio serve per amare Dio attraverso il coniuge. Nella vita eterna ameremo Dio direttamente. Ma resterà l’amore. L’amore sarà l’unico bagaglio che porteremo con noi nella vita eterna. Davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro, per quanto mi riguarda, che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziato un amore che durerà per sempre. 

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Il matrimonio secondo Pinocchio /3

Una volta messosi d’accordo con l’amico, comincia il terzo capitolo così:

<< Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio, prime monellerie del burattino>>

Con fine comicità l’autore racconta le prime monellerie del burattino, ma prima di tutto ciò:

<< Che nome gli metterò ? – disse fra sé e sé. – lo voglio chiamar Pinocchio. […] Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. >>

Manteniamo ancora l’immagine di Geppetto come simbolica del Padre per aiutarci nella riflessione. E’ significativo che la prima cosa a cui pensi Geppetto sia il nome. Il nome non è un semplice orpello, non è una sorta di soprammobile che se c’è o non c’è fa lo stesso. Se ci pensiamo bene ognuno di noi avrà chiesto almeno una volta ai propri genitori il motivo del proprio nome, o se non l’ha chiesto ad essi, sicuramente se l’è chiesto tra sé e sé.

Per lo sviluppo armonico della persona è di fondamentale importanza il nome, lo sanno bene i fratelli di una famiglia numerosa, i quali conoscono bene il tempo che hanno a disposizione prima che la madre pronunci il loro nome dopo aver passato in rassegna i nomi di tutti gli altri figli. A volte succede anche a noi di confondere al telefono la voce di una figlia per un’altra, la reazione non è delle migliori, e bisogna stare attenti a non confondere i nomi dei professori nonché dei compagni di classe… un errore è considerato un mancato riconoscimento della propria identità anche se fatto notare con ironia. Quanto è importante il nome che abbiamo, e di solito la prima volta che lo abbiamo sentito è uscito dalla voce di mamma o papà, quando lo sentiamo pronunciato con dolcezza e tenerezza ci sono buone notizie all’orizzonte, ma quando lo sentiamo gridato oppure digrignato tra i denti sono guai e cerchiamo rifugio dalle ciabattate in arrivo.

Molti nomi vengono storpiati o modificati con vezzeggiativi, nomignoli, soprannomi o altro, e non è raro trovare persone più affezionate a quel soprannome perché non amano il proprio nome reale; ci sono altre persone che amano di più il nomignolo col quale le chiamava il nonno o la nonna ad esempio; ci sono persone che si arrabbiano qualora si sentano chiamare col loro vero nome anziché col soprannome, le reazioni sono le più disparate; ci sono poi persone che per fare carriera hanno cambiato il proprio nome in un nome d’arte; altri artisti nascondono per una vita intera la loro vera identità dietro il nome d’arte; vengono usati pseudonimi per ragioni militari come gli 007 oppure pensiamo ai falsi nomi usati dagli organi di polizia per agire in incognito; ci sono poi i nomignoli usati dagli adolescenti innamorati per comunicare tra loro in privato; ci sono gli odiati nomignoli che ci siamo sentiti ripetere mille volte dalla mamma, nonna, zia, pseudo-zia o altra persona, nomignoli con i quali continuano a chiamarci anche se siamo adulti e che ci fanno andare su tutte le furie; alcuni usano il soprannome solo con gli amici mentre i suoi familiari ne sono ignari in casa; di alcune persone si conosce il vero nome solo al funerale; ci sono altri nomignoli, soprannomi e appellativi che i genitori usano inconsapevolmente a danno dei propri figli, quali : “campione, genio, stordito, patatone/a, ciccino, amorino del papà, amore della mamma, gioia, stella, cucciolone/a, tesoro, ecc… ; ci sono poi i nomi imposti da rigidi protocolli come quelli di re e regine, nomi decisi molto tempo prima che la creatura sia stata concepita.

Come possiamo notare, il nome non è qualcosa di aggiunto a noi, esso è parte integrante di noi, delinea in qualche modo anche la nostra personalità, il nostro futuro, la nostra missione nel mondo. Ma per il cristiano c’è ancora qualcosa in più, Gesù così si esprime nel Vangelo di Luca: <<rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.>>(Lc 10,20)

Se dunque Geppetto è figura del Padre, scopriamo che ognuno di noi, ancor prima di venire all’esistenza in questo mondo, non solo esisteva in qualche modo in mente Dei, ma ancor di più, è stato chiamato per nome fin dall’eternità, ed il nostro nome è, per usare una metafora, nell’elenco degli invitati al banchetto di nozze eterno.

Inoltre nel libro di Isaia il nostro nome ha anche un’altra accezione, è segno di appartenenza a Colui che da sempre ci ha amato e sulla Croce ce lo ha dimostrato, un’appartenenza di cui dobbiamo riscoprire sempre più l’orgoglio e la fierezza: <<Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.>> (Is 43,1)

Care famiglie, i nostri nomi dicono molto di noi, dobbiamo imparare ad usarli bene, a pronunciarli con amore e rispetto, non possiamo disprezzarli, dobbiamo ridare loro la dignità filiale e regale insieme… dignità filiale perché figli di un Padre e regale perché, anche se monelli, siamo pur sempre figli di un Re. Coraggio famiglie, questa settimana abbiamo la possibilità di rieducarci a chiamare i nostri cari col loro nome, ed impegnarci affinché sentano il proprio nome pronunciato con tenerezza, con amore, con rispetto, con dignità. Ma il nome più bello, più soave e più dolce che le coppie e le famiglie devono sempre avere sulle labbra e nel cuore è il santissimo nome di Gesù, del quale esistono anche le litanie.

Per leggere le puntate precedenti clicca qui

Giorgio e Valentina.

Pornografia: un parassita nel matrimonio

C’è un parassita nel nostro matrimonio. Uno di quelli che non si vedono tanto ma possono fare dei danni enormi nell’intimità della coppia e nella relazione tutta. Mi riferisco alla pornografia. Ho pensato di fare questo articolo dopo l’ennesima confidenza da parte di una sposa che ha scoperto che il marito era completamente dentro questa situazione dannosissima. Spesso la donna arriva a scoprirlo dopo tempo. Se ne accorge perché ci sono problemi nell’intimità che sembrano dipendere da tutt’altro. Eppure quando ci sono problemi nell’intimità spesso dipende dalla pornografia.

Non sentitevi al sicuro. La pornografia riguarda un numero elevatissimo di persone. Tocca trasversalmente cristiani e non, sposati e non, giovani e più maturi, uomini e donne (seppur le donne in numero nettamente minore). Quindi statisticamente (non voglio giudicare nessuno né mettere zizzania nella coppia) è più probabile che questo brutto parassita sia presente anche nel vostro matrimonio. E tu che parli?, penserete voi. Anche io purtroppo faccio parte della maggioranza che ne ha fatto uso, ne ho capito i pericoli e la menzogna, ma ne porto ancora i segni nel cuore. Attenzione quindi!

La pornografia fa bene? Si avete capito bene. Non è una domanda provocatoria. Molti lo pensano davvero. C’è una fake news che gira e che è ormai entrata nel modo di pensare comune. La pornografia farebbe bene alla coppia perché aumenterebbe il desiderio sessuale. Ma è davvero così? In un certo senso sì. Accende sì il desiderio ma non di unirsi alla moglie, non di creare comunione. Tutt’altro. La moglie diventa solo lo strumento per mettere in atto le fantasie provocate dai video o dalle immagini visti. La moglie non è più una persona a cui donarsi e da accogliere ma diventa un corpo da usare. È questo il desiderio che cerchiamo? Vivere l’intimità in questo modo non riempie il cuore. Spesso tanta aridità sessuale della coppia nasce da questo. Non si fa esperienza di comunione. Altre volte l’uomo che fa uso di materiale pornografico non prova più desiderio verso la moglie. Sapete perché? Perché la nostra vita è stressante. Abbiamo tanti impegni e siamo stanchi. Fare l’amore bene costa fatica, c’è una relazione, c’è una persona che ha bisogno di tenerezza e di cura. Molto meglio soddisfarsi da soli guardando un video pornografico e fantasticando. Non c’è impegno di nessun tipo. Ma poi cosa resta?

Se ti vuole usare te ne accorgi! A una domanda specifica su come cambia il modo di fare l’amore di chi guarda pornografia, Piergiorgio medico sessuologo, mi ha risposto in modo molto chiaro.

Il marito non riesce ad avere più rapporti teneri con la propria moglie. In genere vale per tutti. Questo accade perché la donna è vista come un oggetto per il proprio appagamento sessuale. Perché ricercare la tenerezza (è il linguaggio dell’amore ndr) quando l’unico scopo è trarre un piacere sessuale? La donna viene usata. Se noti, nei video pornografici la donna non è una persona che ha pensieri o sentimenti. È una che ha solo desiderio di fare sesso. Quindi l’uomo la usa per questo. Tra l’altro, è importante metterlo in evidenza, non c’è bisogno di una relazione. Guardando la pornografia questa dinamica è molto evidente. Quindi il sesso è un qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. È come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. È dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti.

Cosa vi chiede di fare? Questo è un altro campanello d’allarme. Chi fa uso di pornografia di solito non desidera l’unione dei corpi come cosa più importante. Chi fa uso di pornografia chiederà insistentemente due tipologie di sesso: il sesso orale e il sesso anale. Di questi argomenti ne ho parlato specificatamente in altri articoli. Perché sono quelli più esaltati dalla pornografia. L’uomo che fa uso di pornografia desidera fortemente che la moglie si presti a questi gesti e trae piacere soprattutto da questi gesti e non tanto dalla penetrazione. Vi rendete conto? La pornografia distrugge completamente la comunione tra i due sposi. La donna che si presta a questo modo di vivere la sessualità difficilmente si sentirà amata e desiderata.

La pornografia non è la causa ma un sintomo. L’uso di pornografia spesso nasconde delle ferite del cuore che investono tutta la persona. Passare il tempo a guardare video pornografici permette un’evasione dalla realtà. Perchè c’è questa necessità? Va approfondito questo aspetto. A chi si trova in questa situazione consiglio di rivolgersi all’associazione Puri di cuore che da anni si spende per aiutare quelle persone che cadono nella pornografia, anche se non ne sono dipendenti. E’ un associazione senza scopo di lucro fondata sul lavoro gratuito di volontari. Collaborano anche professionisti come psicoterapeuti e medici.

Fare l’amore è la cosa più bella che c’è nel matrimonio. Cerchiamo di liberarci da tutta la menzogna di una sessualità falsa e di riappropriarci della capacità di trasformare l’incontro dei corpi in un’esperienza di comunione meravigliosa, dove l’orgasmo non è che la ciliegina sulla torta di un piacere molto più profondo ed intenso che viene dall’unione dei corpi e dei cuori. La cosa bella sta proprio in questo: più passa il tempo e più l’intimità diventa bella perché è il nostro amore ad essere più pieno e la nostra comunione più autentica. La pornografia rovina tutta questa bellezza.

Antonio e Luisa

Nel nostro nuovo libro affrontiamo questo tema e tanto altro inerente l’intimità. Potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link.

L’attesa è già gioia

Ciao cari sposi, l’ultimo nostro articolo, è stato a marzo, sui fuorischema di Dio nel nostro matrimonio. Abbiamo raccontato di noi, dei nostri due anni e mezzo di matrimonio e del fatto che non abbiamo ancora figli naturali. Ora, torniamo a voi, con questo articolo dove parleremo dell’attesa. Non l’attesa di un figlio biologico, ma di un figlio spirituale, dato dalla vocazione del nostro matrimonio cristiano.

Ogni coppia di sposi, infatti, ha una specifica chiamata di Dio, una vocazione, una missione che cammin facendo, scopre e con cui realizza la pienezza di vita e il Volto di Dio per umanità. C’e’ chi ha adottato figli o li ha avuti in affido, chi ha aperto una casa famiglia, chi é andato in missione, chi aiuta le famiglie e/o i fidanzati e/o i consacrati, chi apre la propria casa per farne cenacolo di preghiera e tanto altro, la creatività di Dio é infinita! 

Per scoprirla, ci vuole tanta preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, il discernimento, l’adorazione, serve tempo, spazio, pazienza, silenzio, ascolto, guida spirituale, corsi, libri, testimonianze, condivisioni con gli Amici più avanti di noi nel cammino. Come ogni chiamata di Dio non si improvvisa, non si fa il fai da te, perché sostituendosi a Lui si fanno solo disastri e si dura poco.

Cosi, ultimamente, abbiamo fatto dei corsi per sposi, specificatamente dai frati minori ad Assisi e con Mistero Grande di don Renzo Bonetti. In questi corsi, abbiamo imparato che in primis bisogna essere fecondi tra noi coppia di sposi, io con mio marito e lui con me. Piccoli gesti quotidiani di tenerezza e di affetto, di attenzione reciproca, dialogo profondo, complicità, perdono, intimità e sessualità, vissute con bellezza, dono, incontro e verità. Da questa fecondità, nasce la missione specifica degli sposi, verso gli altri, verso chi li circonda, esattamente lì dove sono, nella realtà e nel tempo in cui vivono. La missione stessa, va incontro agli sposi!

Già anche solo l’attesa, quindi, porta frutto. L’attesa vissuta così da gioia, perché ci unisce di più, non è tempo perso, non è passività, non è subire. È come l’attesa per il seme seminato in terra che diverrà una pianta, o come un fiore che deve sbocciare e che diventerà  frutto, frutto che maturera’ e sarà colto e mangiato. Con il mio.padre spirituale, ho scoperto la mia vocazione, che é il matrimonio cristiano; mio marito é il volto di Dio per me, ed io lo sono per lui. Ora insieme scopriremo il Volto di Dio per noi.

Auguriamo, quindi, a tutti voi sposi, se non lo avete ancora fatto, di scoprire la vocazione della vostra coppia. Indipendentemente dal fatto che abbiate o meno figli, perché la vocazione è più di questo, ed é per tutti, non è mai troppo tardi per scoprirla ed è bellissimo!

Se volete, ci trovate su facebook.

Grazie e a presto !

Buon Cammino a tutti

Paola & G.

Sposi, re nell’amore

Cosa significa essere re. E poi, cosa significa essere re nel nostro matrimonio? Già, se vogliamo essere degli sposi santi o almeno decenti dobbiamo prenderci carico della nostra regalità. Essere re non è solo bello ma costa fatica. Costa fatica soprattutto per noi cristiani che abbiamo un Re che si è fatto mettere in croce. Ma non se ne scappa, perseguire la nostra regalità è il solo modo per essere liberi e quindi felici. Una delle persone più regali che credo esista è san Francesco. Tanto re da essersi “inventato” la perfetta letizia. Il fraticello di Assisi spiega molto bene cosa significhi, lo fa nei suoi fioretti rispondendo a fra Leone: Fra tutte le grazie dello Spirito Santo e doni che Dio concede ai suoi fedeli, c’è quella di superarsi proprio per l’amore di Dio per subire ingiustizie, disagi e dolori. Capisco che parole così fanno venire il mal di pancia e cozzano completamente contro la nostra idea di felicità. Però questa è la strada. Dio non ci chiede di arrivare ai livelli di Francesco ma di iniziare un cammino di piccoli passi possibili per avvicinarci sempre di più alla perfetta letizia.

San Francesco lo aveva intuito anche se non era certo uno studioso e un teologo: è un dono dello Spirito Santo. La nostra regalità, cioè la nostra capacità di amare nella libertà, è un dono del battesimo. Il battesimo ci rende uno con Cristo e tra i tanti doni che riceviamo c’é anche la regalità di Gesù. Il battesimo ci dà la capacità di amare al modo di Gesù e il matrimonio finalizza quel dono primariamente verso il nostro coniuge.

Dopo questa premessa necessaria, arriviamo adesso al libro. Un libro in cui credo tantissimo, perchè ci ho messo dentro venti anni di matrimonio con Luisa, ci ho messo anni di formazione sull’argomento e poi ad arricchire il tutto c’è la sapiente conoscenza di padre Luca Frontali (laureato in scienze della famiglia e teologia del matrimonio) e di Arianna e Kevin che lavorano da tempo nell’ambito educativo. E poi, se tutto questo non bastasse, ci sono tante testimonianze di amici. In questo testo abbiamo deciso di affrontare la nostra regalità in tre diversi ambiti: il dono gratuito (l’amore matrimoniale è gratuito ed incondizionato), la castità (essere casti e liberi nell’esprimere la nostra sessualità) e l’educazione (essere genitori non perfetti ma capaci di aiutare i nostri figli a diventare quell’uomo o quella donna che sono).

Dono gratuito. Ci siamo avvalsi del bellissimo Inno all’amore di san Paolo declinato sapientemente da papa Francesco nel quarto capitolo di Amoris Laetitia. Cosa significa amare con pazienza, con benevolenza, amabilmente, umilmente e tanto altro ancora? Lo raccontiamo nella prima parte. Con la certezza che nessuno di noi sia perfetto, ma con impegno e volontà possiamo migliorare giorno dopo giorno.

Castità. La castità è l’ambito in cui ci spendiamo maggiormente. Perchè ci piace, perchè è sempre stato il nostro punto debole, ma soprattutto perchè se ne parla troppo poco. La castità non é frustrante, non ci chiede di rinunciare ad un piacere immediato in cambio di un pugno di mosche. Tutt’altro! La castità ci educa ad amare in pienezza e nella verità e questo rende non solo il sesso migliore, ma tutta la nostra vita più bella. Abbiamo affrontato il tema partendo da lontano. La castità è infatti per tutti. Abbiamo arricchito l’esposizione con testimonianze di vita reale. Non solo la nostra di fidanzati prima e sposi poi, ma anche con quelle di un sacerdote, di una suora, di un fidanzato, di un uomo con tendenze omosessuali e di una sposa che cura da anni il marito non pienamente autosufficiente.

Infine l’educazione. Spesso ci giudichiamo come genitori con troppa poca misericordia. I nostri figli non sono perfetti, noi non siamo perfetti. Dio non ci chiede la perfezione. Ci chiede solo una cosa: riportateli a me! Ecco non lasciamoci scoraggiare se i nostri figli adolescenti non hanno magari voglia di dire il rosario e di andare a Messa. Non scoraggiamoci se un po’ più grandi andranno a convivere. Noi abbiamo il compito di testimoniare che la vita ha un senso e il senso è in Cristo. E’ importante mettere questo seme e poi al tempo giusto sarà Dio stesso a farsi presente nel loro cuore. Coraggio non smettiamo di crederci.

Se vi ho incuriosito potete visionare ed eventualmente acquistare il libro a questo link. In ogni caso avanti tutta impariamo sempre di più ad essere re.

Antonio e Luisa

L’ accoglienza è femminile.

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,11-15) Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedònia. Restammo in questa città alcuni giorni. Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera e, dopo aver preso posto, rivolgevamo la parola alle donne là riunite. Ad ascoltare c’era anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.

Oggi ci lasciamo stuzzicare da questo breve passaggio descritto nel libro degli Atti per mettere a fuoco una caratteristica che si vive nel matrimonio: l’accoglienza femminile. Di solito la Parola di Dio non contiene troppi particolari descrittivi riguardo alle circostanze in cui un fatto è avvenuto, anzi, spesso è piuttosto scarna ed essenziale; per esempio di Zaccheo sappiamo solo il nome e che era il capo dei pubblicani, ricco e piccolo di statura… quattro elementi ma quelli essenziali per inquadrarlo subito e perché il resto non interessa ai fini della salvezza. Nel Vangelo di Giovanni troviamo questa utile spiegazione:

<<Questi testi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel Suo nome. […] Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.>>

Se dunque sono arrivate a noi solo quelle pagine utili alla nostra salvezza, cosa vorrà dire a noi la vicenda di questa Lidia? Innanzitutto è significativo che le donne trovino ampio spazio nella Bibbia, considerando che la società in cui si svolgono gli eventi era una società di stampo maschilista, le donne vivevano un po’ ai margini della vita pubblica e politica, e forse questo è uno tra i motivi per cui la dignità della donna viene posta sullo stesso piano di quella dell’uomo nella Parola di Dio. Vogliamo ribadire che questa parità tra i due sessi creati da Dio è parità nella dignità, lo abbiamo ripetuto spesso su questo blog – citando l’immutato Magistero di sempre – , maschio e femmina sono come le due facce della stessa medaglia, differenti ma complementari; solo rispettando le differenze che i due sessi portano con sé si compie – seppur con tanti limiti – il disegno originale della Creazione.

Ma torniamo alle donne del brano di oggi: come per Zaccheo, anche di Lidia sappiamo alcuni particolari, ci pare che il più rilevante tra essi sia quel credente in Dio, evidentemente non ancora credente nel Signore Gesù. La nostra prima riflessione: in questo tempo pasquale la Chiesa non si stanca di ripeterci in tutte le salse che quel Gesù appeso alla Croce è il Figlio di Dio, il Cristo, l’Unto, il Messia tanto atteso e che il Suo Sacrificio come Agnello di Dio è NECESSARIO per la nostra salvezza, NON C’E’ altro nome nel quale possiamo essere salvati. In sostanza non è sufficiente credere che Dio esista (a ciò basta la ragione umana) non è sufficiente credere in Dio, nel senso più generico del termine, ma è importante credere che Gesù è il Figlio di Dio morto e risorto per la nostra salvezza. Questa Lidia aveva una fede a cui mancava qualcosa, come un motore a cui manca un ingranaggio essenziale che fa girare tutto, gli mancava la fede in Gesù Cristo.

Seconda riflessione: è probabile che l’uditorio a cui si rivolge S. Paolo sia formato per la maggior parte da donne con appresso i figli, in ogni caso l’autore mette in evidenza solo le donne; non conosciamo i motivi di tale scelta ma possiamo dedurne che questo “ritrovarsi” tra donne sia prolifico per se stesse ma anche per la diffusione del Vangelo, infatti la nostra Lidia, viene battezzata insieme alla sua famiglia. E l’esperienza ci insegna che per tante famiglie la vita di fede o la loro conversione è partita dalla donna di casa, dalla sposa, dalla mamma. Lo testimoniano tanti mariti “portati” alla fede grazie alla loro fedele sposa, lo testimoniano tanti figli che ritrovano la fede da adulti, riscoprendo la testimonianza di vita della madre ed i suoi insegnamenti.

Terza riflessione: in questo brano irrompe con tutta la sua vitalità l’accoglienza tipica del mondo femminile, non che i maschi ne siano privi, ma è una caratteristica peculiare della donna l’essere accogliente, ne è prova anche il corpo femminile quando accoglie il marito nell’intimità coniugale; ne è prova eccellente la maternità, il momento meraviglioso in cui la donna si fa accoglienza con tutta se stessa, momento delicato e sublime in cui la donna fa spazio dentro di sé, spazio che è simbolicamente riassunto nello spazio che il suo corpo crea ma che si dilata in ogni sua fibra. Ed è proprio questa esperienza della maternità che ci aiuta nel capire come fare spazio dentro di noi al Signore Gesù, dobbiamo imitare il corpo femminile che crea uno spazio dove prima sembrava che non ci fosse, eppure si crea ed è vitale.

Care sposi e care spose, imitiamo con tutto noi stessi l’accoglienza del Signore Gesù che Lidia ci insegna in questo brano degli Atti, non solo dobbiamo imparare a fare spazio dentro di noi per accogliere il nostro coniuge, ma, anche e soprattutto, affinché l’accoglienza dell’altro sia segno esteriore dell’accoglienza del Signore Gesù… accoglienza dimostrata con i fatti.

Coraggio sposi, Dio non si stanca di chiederci accoglienza nel nostro cuore, a volte lo fa attraverso lei/lui.

Giorgio e Valentina.

Diversità culturale e religiosa in famiglia

Quando qualcuno ci chiede il nostro segreto per restare fedeli e uniti in questi 50 anni di matrimonio, in sintesi generalmente rispondiamo: la capacità di solitudine e la reale e profonda accoglienza della diversità dell’altro. Questa profonda convinzione è nata dopo vari momenti di conflitto che abbiamo vissuto nonostante le nostre comuni visioni religiose, il nostro amore per l’umanità e i nostri impegni sociali. la nostra realizzazione non può dipendere solo dal coniuge ma è necessario coltivare anche un rapporto personale solido e profondo con la spiritualità di cui tutti abbiamo estremo bisogno, credenti e non credenti. Questo ci aiuterà ad accogliere la diversità dell’altro come un dono, a conservare lo stupore quotidiano per tutto il suo mondo interiore diverso dal nostro. Anche La condivisione di ideali comuni, la solidarietà della coppia verso i più deboli, sono carte vincenti per la vita di coppia ma l’attenzione alla nostra vita spirituale e il rispetto profondo dell’altro sono i motori di ogni rinascita.

Si parla oggi sempre più spesso di matrimoni “misti” per sottolineare la diversità di credo religioso ma in realtà tutti i matrimoni in qualche modo possono essere considerati “misti”, in quanto avvengono sempre tra due persone molto diverse tra loro, indipendentemente dal credo religioso. Ogni matrimonio è l’incontro di due diverse storie, chiamate a dare origine ad una nuova storia. E questo non è mai facile. Non basta essere entrambi credenti per riuscire ad armonizzare queste diverse storie, che generano differenze di vedute in tanti campi della vita. Certamente se accanto alle diversità caratteriali, culturali, genetiche si aggiungono anche le diversità di credo religioso, il rischio di crisi è maggiore.

I cosiddetti “matrimoni misti,” oggi sempre più in aumento per il fenomeno della globalizzazione e dell’immigrazione, rappresentano una realtà complessa, non facilmente decifrabile perché non possono essere raggruppati in maniera omogenea, perché ogni coppia ha delle caratteristiche specifiche ma non meno difficile è la vita familiare vissuta tra un credente e un non credente. Ecco l’esperienza di Diana Pezza Borrelli di Napoli in cui si intravedono strategie importanti per superare gli inevitabili ostacoli:
Un giorno eravamo a tavola con uno dei nostri due figli (aveva circa 5 anni) quando improvvisamente ci domandò: “Perché papà non viene mai a Messa con noi?”. I bambini venivano spesso a messa con me. Ci guardammo mio marito ed io e iniziammo a rispondere al figlio, ma anche l‘uno all’altro, ad una domanda che non ci eravamo mai fatto  (avevo sempre detto con grande libertà al fidanzato e, poi, al marito, la mia scelta  di andare a Messa ogni giorno; In viaggio di nozze, mi alzavo alle 5 del mattino, per andare a messa in un paesino vicino). Iniziammo a mettere in luce quanto ci univa: l’amore per gli ultimi, l’ansia di giustizia, la tutela del creato, i diritti delle donne, l’impegno per la pace…; tutti impegni legati al grande amore per l’umanità. Io per vivere così, cercavo aiuto in Gesù nell’Eucarestia e il papà attingeva forza  dalla sua coscienza…… Il bambino ci guardò sorridendo e disse : “Ho capito. Siete come il pane nero ed il pane bianco, ma sempre pane siete.” Quando i ragazzi sono un po’ cresciuti, uno di loro ci comunicò che nel fine settimana sarebbe andato nella nostra casa di vacanza. Eravamo contenti che prendesse dei giorni di tregua dallo studio….ma, soggiunse: “Vado con una ragazza”. Io restai in silenzio; fu mio marito a reagire :”Non permetto assolutamente che la nostra casa venga usata in questo modo. Esigo rispetto….” Finito il pranzo, mio marito andò a riposare ed il ragazzo mi disse: “Mamma,  mi aspettavo da te una reazione così, perché tu sei generalmente meno aperta alle novità non da papà che è un progressista…..”. In quel momento  gli potei spiegare che certi valori prescindono dal credo religioso e appartengono alla comune visione per raggiungere un’umanità realizzata…..”

Scrive p. Francesco nell’Amoris laetitia: “Sfide peculiari affrontano le coppie e le famiglie nelle quali un partner è cattolico e l’altro non credente. In tali casi è necessario testimoniare la capacità del Vangelo di calarsi in queste situazioni così da rendere possibile l’educazione alla fede cristiana dei figli” (248)
Come hanno fatto i nostri due amici a trovare un accordo? Diana continua: “La ricchezza della nostra famiglia è stata la moltitudine di rapporti con amici che condividevano la nostra visione di umanità realizzata: persone del Movimento (Focolari), sacerdoti, compagni di partito, parenti, ecc, per i quali il rapporto interpersonale è sempre stato più importante di qualsiasi diversità. Ancora oggi che mio marito è in Paradiso, tanti mi dicono che è difficile pensare a me senza pensare anche a lui. I nostri figli non hanno una pratica religiosa, ma ambedue si spendono e lavorano a favore dei più deboli e degli ultimi…..”  

Pensiamo ora ai matrimoni tra cristiani cattolici e cristiani di altre denominazioni. In realtà in questi matrimoni ci sono tante cose in comune, a partire dallo stesso battesimo, dalla stessa fede in Gesù e nella sua parola, ecc, anche se talvolta la diversità di tradizioni può creare delle distanze incolmabili. Tuttavia, poiché l’amore tende naturalmente alla indissolubilità, alla fedeltà, al per sempre, se i due riescono a cogliere il vero significato dell’amore e coltivano un rapporto personale con Dio a seconda delle loro specifiche tradizioni religiose, è facile avere un progetto comune sulla loro vita. Spesso non è facile decidere come educare religiosamente i figli. Tante coppie, di comune accordo, cercano di trasmettere con la testimonianza sincera più che con le parole, i valori delle rispettive chiese, sottolineando soprattutto valori e tradizioni comuni. Questi matrimoni, dice p. Francesco, possono essere di grande ricchezza perché “presentano, pur nella loro particolare fisionomia, numerosi elementi che è bene valorizzare e sviluppare, sia per il loro intrinseco valore, sia per l’apporto che possono dare al movimento ecumenico” (A.L.247)
Un discorso a parte meritano i matrimoni tra persone di religioni diverse, perché apparentemente sembrano inconciliabili; tuttavia con un impegno serio e costante, se i due si amano davvero, possono riuscire a confrontarsi, a cercare gli inevitabili grandi valori comuni, per trovare una propria armonia. Certamente non è sempre facile. Alcune culture, per esempio, sono aperte alla poligamia o hanno una visione ancora negativa della donna. Anche l’educazione religiosa dei figli può creare dei problemi, perché ognuno vorrebbe educarli secondo la propria tradizione. Se la coppia, però, riesce a fare un’esperienza di vera comunione nel rispetto delle specifiche diversità, questo diventa per i figli l’occasione per cogliere i lati più belli delle due religioni. In questo senso ci sono delle esperienze che fanno pensare. Nur El Din Nassar della Val d’Ossola in Piemonte è figlio di una coppia mista, lei cattolica, lui musulmano fervente. Fin da piccolo ha respirato a pieni polmoni la profonda fede dei genitori, di cui parla il suo stesso nome, che in arabo significa: “Luce della religione”. Dalla frequenza dell’oratorio e dall’amicizia con un sacerdote, decide di ricevere il battesimo fino a diventare sacerdote e missionario nel Ciad.

Maria e Raimondo Scotto

Il dono della maternità. Buona festa ad ognuna di noi.

Domenica 14 Maggio non è solo la sesta domenica del tempo pasquale del calendario liturgico, ma è anche la festa della Mamma. Quest’anno, rispetto allo scorso anno dove dedicai un articolo al Rosario, i miei pensieri sono andati incontro al dono della maternità a tutto campo.

Complice il dover preparare l’animazione della messa dei bambini di catechismo, mi sono ritrovata ad affrontare quel momento che negli anni addietro ho sempre mal sopportato: la benedizione delle mamme. Perché mal sopportato? Semplicemente mi sono sempre schierata dalla parte di chi attraversava il momento estremo di dolore per una mancata gravidanza. Ho sempre fatto notare al sacerdote di turno che trovavo ingiusto che, in quella giornata, non si pensasse anche a chi in quel momento stava soffrendo per non aver avuto il dono di un figlio. Indubbiamente vedere tutte quelle mamme felici non avrebbe lenito il loro dolore, tutt’altro.

Sicuramente è più istintivo gioire insieme che sedersi accanto ad un dolore. Se siete ferme nel limbo del dolore care donne fatevi coraggio, uscite andate a bussare alla porta della canonica e chiedete una benedizione, anzi chiedete di rinnovare le vostre promesse matrimoniali. Da nord a sud dell’Italia la liturgia di questo giorno va attraversata come se si camminasse sul ponte tibetano nei sentieri di montagna. Ci sarà un passo incerto e traballante ma si arriverà alla meta. Focalizzate la vostra attenzione al Vangelo del giorno e alle letture. Puntate in alto. Ricordandovi sempre che Dio non sarà mai contro di voi, ma per voi. Perché vi sto ricordando che Dio è accanto ed è l’unica via da percorrere? Perché noi per primi, da quando siamo tornati da un pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo nella grotta di San Michele Arcangelo, abbiamo sperimentato ancora di più la presenza tangibile di Dio.

Care coppie non siamo soli. Esiste la protezione dall’Alto. Purché ci si arrenda e ci si abbandoni e ci si affidi. Ricordate il giardino degli Ulivi? Se Dio si è fatto uomo è stato anche per dimostrarci che la paura, la solitudine, la tristezza, il dolore, l’essere circondati da ” dormienti”, l’essere incompresi, l’essere traditi, l’essere feriti, fa parte di questa via da percorrere. L’unica via perché è il nostro Credo. Anche se vi siete allontanati per dolore da Dio ricordatevi che è un padre misericordioso e vi sta aspettando a braccia aperte, per quegli abbracci gratis che donano nuovi orizzonti da contemplare.

Perché vi sto dicendo questo? Perché ultimamente incontriamo persone che ci chiedono se sono incinta, perché ci vedono diversi, più luminosi. Beh amici indubbiamente il frequentare i sacramenti con assiduità aiuta eccome, sul fronte gravidanza che vi devo dire? Ormai abbiamo compreso che è un dono di Dio. Online mi sono imbattuta, in persone che si offrivano di aiutare le donne nella mia condizione, attraverso sedute di Reiki, yoga, e chi più ne ha più ne metta. Le guarigioni spirituali che vi offrono non sono la Via di Dio. Le guide spirituali vere attendibili sono i sacerdoti, le suore, i sacramenti. Per questo noi con il progetto Abramo e Sara, Antonio e Luisa, Padre Luca e gli altri blogger nel nostro piccolo vi stiamo accanto per evitarvi queste cadute nella rete sbagliata. Se una coppia rimane da sola, può accadere anche questo.

La Benedizione per la festa della Mamma la dovete osservare e accogliere come la benedizione per la famiglia. Non c’è mamma senza papà accanto. Non c’è sposa senza sposo accanto. È nel nostro DNA questo legame indissolubile con Dio fin dalla creazione. Vi ricordate il salmo 139: Non ti erano nascoste le mie membra quando venivo formato nel segreto, ricamato nel profondo della terra. I tuoi occhi hanno visto il mio embrione e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi erano stati fissati, quando neppure uno di essi esisteva ancora. Coraggio e se desiderate un figlio che tarda ad arrivare puntate sui santi come San Rita da Cascia. Abbiamo tantissime Sante alleate che intercedono per noi. Scegliete con cura la vostra Santa di Famiglia o Santo. Questa è la Via.

Simona e Andrea.

Vi aspettiamo se volete nel nostro Instagram nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Mai soli

Cari sposi,

vi siete mai sentiti orfani nella vita? Per orfano intendo, non esclusivamente colui che ha perso i genitori, quanto, in senso spirituale, la persona che sperimenta uno stato d’animo di lontananza da Dio, un non cogliere a fondo la presenza di Dio Padre, il vedersi soli, incompresi, specie nelle difficoltà e lotte interiori. Si può dire che orfano è colui che vive un che di desolazione…

Se questi stati d’animo e percezioni interiori fanno capolino di tanto in tanto nella vostra quotidianità, vuol dire che, lungi dal vedervi abbandonati e persi, siete invece nelle condizioni ottimali per iniziare a cogliere la presenza dello Spirito nella vostra vita e nella vostra coppia. Viceversa, non può sintonizzarsi con lo Spirito chi vive freneticamente correndo dietro ai propri affari, chi è gonfio dei propri risultati ottenuti nel lavoro o chi misura il valore della propria vita in base al rendimento economico o alla stima che gli altri hanno di lui. La fisica non fa sconti: uno spazio non può che essere occupato da due corpi allo stesso tempo, per la legge dell’impenetrabilità. Anche la vita spirituale funziona così: non si può essere cristiani e autoreferenziali. Perciò Papa Francesco afferma in Gaudete et Exsultate: “Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore” (n. 57).

Come sappiamo dalla Parola, lo Spirito agisce nel silenzio e nella discrezione (cfr. l’incontro di Elia con Dio in 1 Re 18, 9-14, Gesù che è condotto dallo Spirito nel deserto in Mt 4, 1-11, Paolo che dopo la conversione si ritira nelle steppe attorno a Damasco, in Siria in Gal 1, 17). Pare strano ma lo Spirito ci spinge nei nostri deserti, ci porta a spogliarci del superfluo, ci isola dal rumore circostante. Non lo fa affatto per renderci “orsi” e tipi solitari, il motivo è ben altro. Pur se spirito, perdonatemi la ridondanza, lo Spirito ha bisogno di “spazio” perché possa agire e produrre in noi i suoi frutti. Vi invito a meditare e riflettere su quanto ci indica Galati 5, 22: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo”.

Come sarebbe la nostra vita se lo Spirito avesse mano libera per produrre in noi e nella nostra coppia tali frutti? Come sarebbe una vita piena di amore, di gioia, di pace, di pazienza, di benevolenza, di bontà, di fedeltà, di mansuetudine e dominio di sé? Sognate con lo Spirito! Sognate la vita che Lui vorrebbe viveste e ogni giorno sta ispirandovi perché sia così. Ben vengano allora le nostre orfanità e solitudini se ci servono ad aprirci di più al Signore e alla sua azione, se ci fanno capire di quanto abbiamo bisogno dello Spirito per dare sapore e significato alla nostra vita personale e di coppia. Sapete bene – quante volte in questo blog lo si è ripetuto – che è lo Spirito a fare la differenza nella vita di coppia, perché è lo Spirito che vi ha costituiti una sola carne nel sacramento. Siate sposi innamorati dello Spirito Santo benché sperimentiate momenti o periodi di vuoto e solitudine. Lo Spirito di consolazione agisce comunque e quando lo vorrà, vi farà sperimentare la Sua Dolce Presenza.

ANTONIO E LUISA

Tutto vero quello che ci ha scritto padre Luca. Mi permetto di aggiungere un consiglio personale. Quando le cose vanno male, quando c’è aridità nel cuore e non si sente la presenza e la vicinanza di Dio e il Suo Spirito sembra assente avremmo voglia di chiuderci in noi stessi. Di stare lontani anche da nostro marito o nostra moglie. Invece dobbiamo avere la volontà di contrastare questa inclinazione a ripiegarci e cercare comunque la comunione con l’altro. Anche se ci costa fatica, anche se non ne avremmo voglia ma è lì che possiamo trovare lo Spirito Santo. È lì nella nostra unione. Ce lo dice il nostro sacramento! Coraggio!

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Contemplare per nutrire l’amore e nutrirci dell’amore

Immersi ancora nel tempo di Pasqua e avvolti dal materno manto di Maria, questo mese ci soffermiamo sulla terza lettera della parola CONTEMPLARE e lo facciamo proprio nel giorno in cui ricorre il nostro anniversario di matrimonio. Nel camminare insieme, giorno dopo giorno, anno dopo anno, siamo ininterrottamente chiamati a “NUTRIRE” il nostro amore sponsale ma prima ancora a “NUTRIRCI” dell’Amore.

Ricorrendo al vocabolario, il primo significato che viene dato di nutrire in latino è allevare un fanciullo. E chi è il primo fanciullo della coppia se non la coppia stessa? Ci piace sempre paragonare il nostro amore alla fiammella di una candela ad olio che deve essere continuamente nutrita, alimentata affinché non si spenga. Ma con quale olio? Con l’olio che nasce dal rimanere sotto la continua “pressione” dello Spirito Santo che «ci ricorda tutto ciò che lo Sposo ci ha detto (Gv14, 26)» il giorno delle nozze, in particolare mediante le parole del vangelo che abbiamo scelto per la celebrazione: “ Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perchéfaccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 14,13-16).
E come potremo risplendere della luce di Cristo se non ci nutrissimo ogni giorno della Santissima Eucarestia dal quale il nostro amore riceve sostentamento? Per noi contemplare vuol dire nutrirci dello
Sposo per diventare non una sola “cosa” ma una sola persona cioè Cristo stesso e divenire così noi stessi Amore prima di regalare gesti d’amore. Così, come Maria che è stata il primo tabernacolo vivente della storia anche noi sposi, come diceva Paolo VI, siamo il “tabernacolo dell’alleanza”. Attraverso di noi si vede chi è Dio. E Chi è Dio? È un’alleanza di amore.
Cari sposi, in questo giorno speciale, portandovi nella nostra povera preghiera vi incoraggiamo a portare avanti con costanza, entusiasmo e tenerezza la missione sponsale perché come scrisse suor Lucia (una dei pastorelli che assistettero alle apparizioni della Vergine Maria a Fátima) al cardinale Caffarra: “Lo scontro finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio. Non abbia paura, aggiungeva, perché chiunque lavora per la santità del matrimonio e della famiglia sarà sempre combattuto e avversato in tutti modi, perché questo è il punto decisivo. E poi concludeva: ma la Madonna gli ha già schiacciato la testa”.
ESERCIZIO PER NUTRIRE L’AMORE
Poniamo un lume ad olio davanti all’immagine di Maria. Durante il giorno, di tanto in tanto, aggiungiamo un piccola quantità di olio alternandoci, una volta lo sposo e una volta la sposa. Mentre versiamo l’olio ripetiamo: “O Maria ,alimenta il nostro Fiat alla chiamata sponsale con il fuoco dell’Amore”.
PREGHIERA DI COPPIA
Grazie Gesù, perché ad ogni Eucarestia che ricevo faccio l’esperienza che la donna che ho accanto
porta in sé un amore grande, forte, nuovo, lo stesso che trovo venendo da te;
Grazie Gesù, perché ad ogni eucarestia che ricevo faccio l’esperienza che l’uomo che ho accanto porta in sé un amore forte, pronto al sacrificio, disposto a perdere, lo stesso che trovo venendo da te”
Trasformaci giorno dopo giorno in un’Eucarestia per il mondo e fa che ripetiamo le tue stesse parole:
«Prendete e mangiate», questa è l’offerta del nostro corpo, del nostro tempo, delle nostre energie, del
nostro amore per voi”

Daniela e Martino

Italiani in via di estinzione?

Cari sposi,

            proprio oggi si sta svolgendo a Roma il terzo incontro sugli “Stati generali della natalità”, una riunione che interpella leaders di diverse provenienze per trattare il problema del declino delle nascite in Italia. Dobbiamo essere grati a Gigi e Anna Chiara De Palo che hanno avuto questa iniziativa, del tutto controcorrente, di mettere al centro dell’attenzione politica la denatalità del Bel Paese.

Che qualcuno finalmente mettesse il dito nella piaga ci voleva! Come se fosse una questione di taglio morale o un fatto privato. Il nostro tasso di crescita è del 1,24 nascite per donna, quasi la metà di quanto si richiede affinché le nascite superino le morti e ci possa essere il cosiddetto ricambio generazionale (che richiederebbe avere minimo il 2,1 figli per donna). E difatti, non c’era da meravigliarsi se, con questo andazzo, dal 2022 siamo in decrescita; l’ultimo dato, risalente ai primi di aprile scorso, afferma che nel 2022 sono nati 392.598 bambini, contro i più di 700.000 decessi, evidenziando così un dato sociale mai avvenuto dal secondo dopoguerra.

Che succede? Come mai? A farla da economista, le cause sono di tipo monetario (bassi stipendi e il costo della vita), organizzativo (carenza di servizi per le famiglie), sociale (sposi più grandi e conseguente minor fertilità). Ma siamo proprio sicuri che i cervelloni della finanza abbiamo definitivamente colto il nocciolo della questione? Senza nulla togliere al realismo delle cause elencate, direi che il punto è piuttosto culturale, per meglio dire, spirituale. Mi risulta che le famiglie dei nostri trisavoli, bisnonni e nonni, pur vivendo in un mondo con molte meno comodità e facilità, erano comunque più numerose delle nostre oggi. Per carità, ci devono essere risposte politiche ben precise, come altri paesi europei hanno adottato con buoni risultati.

Papa Francesco, con il suo abituale stile diretto e colorito, qualche tempo addietro, ha fatto un accenno al motivo di tale desertificazione popolare: “L’altro giorno, parlavo sull’inverno demografico che c’è oggi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più. E tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma hanno due cani, due gatti … Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli. Sì, fa ridere, capisco, ma è la realtà. E questo rinnegare la paternità e la maternità ci sminuisce, ci toglie umanità. E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. E soffre la Patria, che non ha figli e – come diceva uno un po’ umoristicamente – “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione, che non ci sono figli? Chi si farà carico di me?”: rideva, ma è la verità. Io chiedo a San Giuseppe la grazia di svegliare le coscienze e pensare a questo: ad avere figli. La paternità e la maternità sono la pienezza della vita di una persona” (Udienza, 5 gennaio 2022). 

La causa è una profonda paura di assumersi responsabilità e perdere la propria autonomia (cfr. Amoris Laetitia, 40). Paura, in un certo senso, giustificata perché dare la vita ed educare è quanto di più sublime e impegnativo possa compiere un essere umano. Non si tratta affatto di essere prolifici come conigli, il Magistero della Chiesa su questo punto è chiarissimo: “In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita” (Paolo VI, Humanae Vitae 10). 

Che possiamo fare, cari sposi, perché ci sia un futuro? Soprattutto voi avete la risposta. Credo che chi è fidanzato o nei primi anni di vita matrimoniale debba aprirsi fiduciosamente allo Spirito Santo, che con il Suo assoluto realismo e concretezza, può davvero guidarli a procreare generosamente una famiglia. Per chi è più maturo e grandicello o per chi non ha vissuto la difficoltà dell’infertilità, l’attenzione e il focus vanno sulla meravigliosa vocazione che ogni coppia, giovane e meno giovane, alla fecondità.

Voi coppie avete la missione nativa, cioè insita nel proprio DNA, non appioppata da noi preti in parrocchia, di “custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 17).

Siete voi i santuari, gli oracoli del vero amore, quello che discende dal Cielo e si fa carne, non questo surrogato che gira nel mainstream. Dinanzi a un mondo occidentale che si sta spopolando, voi coppie credenti siete protagoniste della medesima scena che vide coinvolto il profeta Ezechiele (Ez 37, 1-14): «Mi disse: “Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?”, e io risposi: “Signore, Eterno, tu lo sai”. Egli mi disse: “Profetizza su queste ossa, e di’ loro: ‘Ossa secche, ascoltate la parola dell’Eterno!’». Le ossa di un’umanità in via di estinzione sono sparse attorno a noi ma lo Spirito vi sollecita a divenire profeti di un’umanità nuova, protagonisti della Civiltà dell’amore con l’apertura generosa alla vita e il volervi assumere seriamente la missione propria di sposi.

padre Luca Frontali

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Una mamma cristiana esempio per tutte le mamme: la venerabile Maria Cristina Cella Mocellin

La settimana scorsa abbiamo partecipato ad una mostra sulla vita e gli scritti della Venerabile Maria Cristina Cella Mocellin tenutasi dal 18 aprile sino al 14 maggio (giorno della festa della mamma) presso il Santuario della Madonna addolorata di Rho. Un bellissimo quadro di Maria Cristina con in braccio il suo bambino donato dalla associazione “Amici di Maria Cristina” al santuario è il volto di questa mostra: una mamma dallo sguardo dolce, gentile e sereno nonostante le grandi croci che Maria Cristina ha portato nel corso della sua vita.

Maria Cristiana nasce il 18 agosto 1969 a Monza; cresce in una famiglia devota che la invita a prendere parte alle attività del oratorio della Sacra Famiglia di Cinisello Balsamo (MI) dove abitava con i suoi genitori. Frequenta il catechismo tenuto dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida e si affeziona particolarmente a Suor Annarosa Pozzoli che le fa da guida per incamminarsi verso i primi sacramenti. Cristina mostra fin dalla sua infanzia particolare interesse e zelo nell’apprendimento e da adolescente si mette al servizio del oratorio di appartenenza prendendosi cura dei bambini e impegnandosi nella sua crescita spirituale.

Nelle sue lettere indirizzate ad una amica di nome Elena mostra già di aver compreso che la vita non è solo fatta di divertimento e che l’intelligenza è un dono di Dio da far fruttare. Dalla preadolescenza Cristina inizia a tenere un diario personale in cui annotare i passi del suo cammino di fede e ciò che emerge dal suo intimo e costante dialogo con quel Dio di cui è tanto innamorata. Nei suoi scritti afferma di sentire di essere chiamata da Lui ad un progetto diverso e particolare rispetto agli altri ragazzi; sempre in una lettera alla sua amica Elena sostiene di avere la sensazione di non fare abbastanza per gli altri nonostante sia catechista, animatrice in oratorio, frequenti un corso della Caritas e molto altro.

Nei suoi scritti possiamo ritrovare anche la sua preghiera di lode a Dio per il dono della amicizia; scrive Maria Cristina: È bello essere in due, darsi la mano e camminare insieme. È bello non temere nulla perché si ha un appoggio sicuro. È incoraggiante avere te, che mi aiuti a conoscermi, e a conoscere, ad accettarmi e ad accettare, ad amarmi e ad amare. Queste parole Maria Cristina le ha scritte ad una amica, ma non sarebbe bello se noi sposi le dedicassimo al nostro migliore amico che è il nostro coniuge?

Durante gli anni del liceo Cristina sviluppa il desiderio di unirsi alle suore della carità che la hanno accompagnata si da bambina nel suo incontrare Gesù e il cui motto sarà parola di vita concreta per tutta la vita di Cristina: Dio solo! Cristina riesce già ad abbandonarsi a tal punto alla volontà del Padre da scrivere: Aiutami a soffrire per te: Tu solo hai dato la vita per me! Cristina sapeva che quanto più ci sentiamo amati da Gesù tanto più abbiamo la forza di vivere secondo la Sua volontà le prove della vita aprendoci sempre al amore anche se a volte la tentazione è quella di rinchiudersi in sé stessi.

Nonostante percepisca di essere chiamata a prendere voti per il suo grande affidamento al Padre arriva a stendere queste parole: non importa se mi vuoi madre o suora, ciò che importa realmente è che faccia solo e sempre la Tua volontà. Queste parole si rivelano veritiere perché quando Dio mette sulla sua strada il suo futuro sposo Carlo Mocellin a Valstagna, dove Maria Cristina si trovava in vacanza con i nonni paterni, ella mette da parte il progetto della vocazione religiosa per vivere un amore che lei stessa definisce essere un morire perché amare è sacrificio e rinuncia. I suoi pensieri nel suo diario a questo punto si fanno un vero e proprio cantico di amore sponsale, leggendo le sue parole e pensando al nostro consorte abbiamo sentito la forza e l’intensità della sua capacità di amare il suo Carlo. Fa che il mio amore divenga anche esso preghiera: vorrei poterlo amare come Tu ami me; vorrei potergli dare ciò che Tu dai a me. Ti prego: che il mio cuore sia tanto limpido da non nascondergli niente; che il mio sguardo e pensiero sia tanto puro da amarlo come Tu mi ami. Maria Cristina già sentiva il forte bisogno di richiedere quella grazia santificante che a noi sposi viene concessa mediante il sacramento del matrimonio per amare pienamente e arriva a definire così il sacramento del matrimonio: lamore tra un uomo e una donna è il segno privilegiato dellamore di Dio per luomo.

Un’ altra importante consapevolezza che ci lascia questa grande moglie e mamma è che tutti siamo chiamati a un matrimonio, che sia esso determinato dalla vocazione sacerdotale e religiosa o con una creatura di Dio. In ogni matrimonio c’è una chiamata unica e importante non solo per la coppia ma per il mondo. Dio ci ama a tal punto da affidare a ciascuna coppia un Suo progetto al quale se non adempiremo noi nessuna altra coppia potrà farlo. Un solo anno dopo il fidanzamento Cristina trova davanti a sé una grande croce: un sarcoma alla coscia sinistra che la costringe a tre cicli di chemioterapia e mesi in ospedale dove scaturisce da lei la lode per questa vita così bella che Dio ci dona e per cui tante persone lottano ogni giorno. Carlo fa la spola tra Veneto e Lombardia per sorreggere la sua amata nella malattia; Cristina termina i suoi studi di liceo, si rimette completamente e i due si consacrano a Cristo Gesù come una sola carne (2 febbraio 1991).

Cristina non pretende di fare grandi cose in quanto ritiene che nessuno di noi ne sarebbe in grado, ma vuole mettere tanta buona volontà nelle piccole. Nelle lettere di Cristina a Carlo possiamo leggere anche di come lei veda la grandezza del sacramento del matrimonio in quanto ci permette di non essere sempre al meglio, forti, coraggiosi, vittoriosi e attraenti, ma ci permette di mostrarci all’altro anche quando, scrive Cristina, sarebbe stata meno dolce e meno affettuosa. A quale mamma, dopo tutte le fatiche della giornata, non è capitato il momento in cui ha perso la pazienza e ha alzato la voce con i figli per riprenderli?

Cristina va a vivere in Veneto, a Carpanè, e a due mesi dalle nozze ringrazia Dio e il Suo amato sposo per essersi donato così tanto a lei da donarle un figlio. Dieci mesi dopo le nozze nasce il primogenito di Maria Cristina e Carlo: Francesco e solo dopo un anno e mezzo dalla sua nascita la famiglia si allargherà con la secondogenita: Lucia. Maria Cristina, incinta di Lucia, teme di perdere la sua bambina, per questo scrive alla suora che tanto l’ha fatta crescere nel suo cammino spirituale, suor Annarosa Pozzoli, che durante la notte piange a singhiozzi, ma che ringrazia Dio che le ha donato un marito così premuroso che con le sue parole riesce sempre a calmarla.

Io Alessandra, al leggere queste parole, sentivo le lacrime agli occhi ripensando a quei mesi allettata incinta di Pietro e a quando sono stata operata al terzo mese di gravidanza con Pietro in grembo. Nei giorni trascorsi in ospedale, temendo di perdere il nostro bambino, la mia unica forza è stata il mio sposo che mi teneva la mano e Cristo Eucarestia che ogni giorno mi veniva a visitare. Credo che come mamme dovremmo comprendere non razionalmente, ma con il cuore che più ci abbeveriamo alla sorgente dell’amore vivo più saremo in grado di crescere quelle piccole pietre del tempio di Dio secondo i Suoi insegnamenti che da Lui ci sono state affidate. Una mamma più vive difficoltà e sofferenze con i figli, più i figli sono piccoli e bisognosi di tante cure, più dovrebbe pregare la Madonna di farle da guida, anche insieme al proprio sposo, perché la preghiera in coppia è come entrare in una galleria con l’eco, risuona più forte nei Cieli. Ma non solo, penso che per le mamme sia di vitale importanza, quando possibile, accostarsi quotidianamente alla Santa Eucarestia. Il nostro sacerdote Don Matteo, durante un’omelia, ha affermato che Gesù Eucarestia non rinfranca solo lo spirito, ma anche il corpo in quanto molte mamme e nonne che lui vede arrivare la sera alla Santa Messa feriale gli hanno poi confidato che quello era il loro momento che avevano scelto di passare con Gesù che gli dava la forza per poi il giorno dopo riprendere quella quotidianità fatta di pianti, corse, capricci e molto altro.

Mia moglie partecipa alla Santa Eucarestia feriale più spesso di me, io stesso la incoraggio a parteciparvi offrendomi di occuparmi di nostro figlio Pietro mentre lei “abbraccia” il Padre; sento in lei la necessità di sostare quotidianamente con Gesù per rigenerarsi e trovare in Lui conforto, silenzio e pace. Alessandra, in quanto mamma casalinga, trascorre più tempo con nostro figlio e credo che quanto più lei si sentirà amata da Dio tanto più potrà donarsi a Pietro ogni giorno con spirito di sacrificio.

Poco dopo la nascita di Lucia, Cristina resta nuovamente incinta di Riccardo e la notizia della gravidanza è accompagnata dalla comparsa nuovamente del sarcoma alla gamba. Cristina, di comune accordo con Carlo, si sottopone ad un intervento per asportare il sarcoma alla gamba, ma rifiuta di iniziate la chemioterapia per paura di nuocere al bambino. Nato Riccardo, Cristina inizia la chemio che, però non dà lo stesso esito positivo di cinque anni prima e si formano delle metastasi ai polmoni. Ha paura, ma sa che su di lei c’è un disegno di Dio troppo grande per essere facilmente compreso; si abbandona fiduciosamente al Padre e offre le Sue sofferenze per la salvezza di tutte le anime. Cristina sale al cielo il 22 ottobre 1995 e con lei il Padre ha regalato a tutte le mamme, come fatto con Santa Gianna Beretta Molla, un’amica, una confidente che prega per la loro santità matrimoniale e per la loro missione di educare nuovi figli di Dio, questo il progetto bellissimo che il Padre aveva su di lei.

Cristina stessa da ragazza ha molto apprezzato il dono dell’amicizia come abbiamo scritto, tanto da lodare Dio nel suo diario e Dio ha fatto di lei una amica fidata per tutte le mamme del mondo, che progetto e che mamma meravigliosi!

Alessandra e Riccardo