Dio ha una volontà particolare su ognuno di noi?  E quale è la risposta personale di ognuno di noi al desiderio di Dio?

Ricordate Riccardo e la sua testimonianza. Se non lo ricordate vi lascio il link ai suoi articoli (1 2). Ora lascio la parola a Barbara che ci racconterà come lei è arrivata alla scelta di sposare Riccardo.

La mia scelta.

Spesso guardo al mio passato come un succedersi di eventi, più o meno belli e significativi; ma se rileggo la mia vita sotto lo sguardo di Dio, il passato mi fa apparire delle nuove possibilità e mi fa diventare più sensibile agli appelli che Egli mi rivolge, che mi rivelano il Suo desiderio, la Sua attesa e la Sua speranza: vedermi portare frutto (Gv 15,16). Affidandomi allo Spirito, riesco a vedere la grazia negli eventi più disparati e a glorificare Dio nella prova come nel successo. Penso che ciò che Dio si attende da me non è che io scelga nella mia vita una via anziché un’altra, ma che ne faccia un buon uso; che io scelga in seguito ad una riflessione profonda, leale, senza paure, chiamandomi in tutte le cose alla perfezione della carità e a riflettere nella mia vita la santità del Padre. Penso che il disegno di Dio su ognuno di noi sia la volontà d’alleanza, il desiderio di comunione, progetto che può rivolgersi solo a persone libere, perché così Dio ci ha creati, lasciandoci liberi di scegliere.

Sento che la mia scelta di vita, dedicata ai poveri, mi rende libera e in comunione col Signore. E a chi mi dice ‘’ma chi te l’ha fatto fare’’ rispondo..’’ chiedimi semmai perché non l’ho fatto prima..’’. Ma cosa è stato il mio ‘’prima’’.

Al primo anno di università alla Facoltà di Architettura di Palermo, nel 1989, sentì forte il desiderio di mettere a disposizione le competenze che man mano stavo acquisendo, a favore dei bambini poveri dell’Africa che vedevo in TV. Avrei voluto costruire scuole per loro da architetto. Seguì così, su suggerimento dei Salesiani, un corso di operatori missionari a Pedara (piccolissimo paese in provincia di Catania), dovevo prima prepararmi a cosa avrei trovato lì. Dopo un anno abbandonai il corso, presa da mille pensieri, lo studio, dopo il lavoro. Senza accorgermene, risucchiata dai ritmi della società, trascorsero più di vent’anni.

Un giorno, mentre ero a Palermo (dove poi scelsi di vivere -io sono originaria di Ragusa), morì il mio carissimo amico ragusano Toti. Toti era una persona speciale amata da tanti ma con una profonda inquietudine dentro che lo portava a mangiare tanto; l’obesità fu una delle maggiori cause della sua morte. Toti morì solo e questo mi toccò profondamente; pensai che nessuno meritava di rimanere da solo e di non essere aiutato. E quando poco tempo dopo vidi in TV un’intervista di Fratel Biagio (che non conoscevo) rimasi stupita: Fratel Biagio aveva una somiglianza fisica sconvolgente con Toti, stesso sorriso, stessa espressione degli occhi e quell’uomo vestito di verde invitava tutti ad aiutare i più bisognosi e ad aprire il proprio cuore. Quel volto e quelle parole risvegliarono in me il desiderio sopito ormai da più di vent’anni di dedicarmi agli altri e così andai a conoscere il missionario e tutta la comunità; da quel giorno rimasi piacevolmente imbrigliata in quella rete d’amore. Toti era nato il 12 Febbraio e in suo ricordo decidemmo di sposarci in quel giorno.

Dopo qualche anno di volontariato in missione, ho conosciuto Riccardo in un periodo molto travagliato per me: il lavoro non andava più bene, non venivo retribuita puntualmente e questo mi causava molte difficoltà, vivevo da sola, avevo un affitto da pagare, spesso saltavo i pasti, percorrevo 15 km a piedi ogni giorno per andare al lavoro, non potevo acquistare l’abbonamento del bus, lavoravo 10/12 ore al giorno. Ero fisicamente distrutta, mi sembrava di essere caduta in quel circolo vizioso in cui si vive per lavorare per mantenersi cose che reputavo allora necessarie e cosa più grave, così vivendo, non avevo più tanto tempo per gli altri. Mi stavo isolando, stavo vivendo per me stessa. Di giorno vendevo il lusso contribuendo alla progettazione e all’arredamento di interni di bellissime case, la sera con la missione andavo in giro per la città di Palermo ad incontrare i senza fissa dimora: un contrasto troppo forte che mi fece però capire che il Signore mi chiamava ad una scelta d’amore più radicale.

Quando ho conosciuto Riccardo ho capito, a 44 anni, che lui era l’uomo che avrei voluto sposare. Ero titubante però perché per sposare Riccardo e il suo progetto di vita, che sentivo sempre più mio, avrei dovuto lasciare tutto e occuparmi solo dei poveri e vivere di provvidenza; ma la preghiera di Riccardo e di tante persone e il sentirmi amata e utile per i poveri mi hanno spinta a fare questo salto nelle braccia dei Signore e in quelle di Riccardo. Lasciai Palermo e la mia vita lavorativa.

Il giorno del nostro matrimonio, il 12 Febbraio 2016, il nostro desiderio era quello di unirci a Dio nel Sacramento del matrimonio, mettere Dio al centro, consacrarci a Lui davanti all’altare, consapevoli che solo così avremmo trovato la forza di affrontare la nuova vita insieme e al servizio degli altri. Mi ritrovai di nuovo a Pedara, perché proprio lì, viveva Riccardo in casa-famiglia, nello stesso paese dove 25 anni prima avevo frequentato il corso di operatore missionario. Dio-incidenza.

Vi sono molte dimore del Padre: Dio attende che là noi edifichiamo la nostra. Lui lavora assieme a noi. Ci siamo sposati non avendo nulla e tutto ci è stato donato; la meraviglia del nostro matrimonio la racconteremo nel prossimo articolo.

(n.b. alcune riflessioni sono tratte da uno scritto di Michel Rondet, Claude Viard, La crescita spirituale. Tappe, criteri di verifica, strumenti, EDB, Bologna 1988)

Barbara Occhipinti

Un matrimonio in zona rossa

Siamo Elisabetta e Leonardo, una giovane coppia di sposi che ha iniziato a camminare insieme nell’estate dell’anno 2017 dove, in un’occasione “fortuita”, ci siamo incontrati e riconosciuti come compagni di viaggio nella fede. Così, fin dall’inizio abbiamo sperimentato una particolare e preziosa comunione, forte e profonda, che travalicava la nostra realtà e la nostra storia. Ben presto, infatti, abbiamo compreso che Qualcuno si stava rivelando ad entrambi attraverso l’altro e che ci stava chi-amando verso Lui insieme.

I nostri primi passi nell’Amore sono iniziati col cammino vocazionale ad Assisi nell’agosto dello stesso anno e da lì per un intero anno più volte siamo tornati per frequentare le esperienze formative dei Frati Minori (Servizio Orientamento Giovani). Questi insegnamenti ci hanno aiutato a fondare il nostro fidanzamento su tre pilastri: dialogo, preghiera e castità.

Negli anni successivi non sono mancate le difficoltà e le discussioni, come anche confronti sinceri e dialoghi cuore-a-cuore, esperienze profonde di spiritualità e faticose camminate alpine, paradigma del nostro quotidiano. Nelle fasi delicate di crescita personale e discernimento vocazionale siamo stati accompagnati dal nostro padre spirituale, appartenente alla FCIM, e dalla comunità di Montignoso, luogo a noi vicino e da sempre molto caro.

Il desiderio di entrare pienamente nella nostra vocazione col matrimonio è stato presente sin da subito ma sono stati necessari e benedetti circa tre anni per purificarlo, verificarlo e rafforzarlo. Uniti dall’amore a Lui e fiduciosi della sua Provvidenza, abbiamo compreso che i tempi erano maturi per pronunciare il nostro SI, per offrire sull’altare la nostra piccola vita e riceverne un’altra a due, anzi a Tre per mezzo della Sua Grazia.

Avevamo scelto la data 21/03/21 perché rappresentava l’essenza del matrimonio per noi: da 2 diventiamo 1 ma in realtà siamo in 3, con Gesù, lo Sposo della nostra coppia. Coincideva, inoltre, con il primo giorno di Primavera, segno della nuova vita che fiorisce, e di Domenica, giorno della Resurrezione.

In seguito, abbiamo scoperto che tale giorno cadeva in Quaresima, tempo di preghiera, elemosina e digiuno, tempo per fare spazio ad accogliere l’Amore di Dio per noi, manifestato nella sua Passione e Resurrezione. Inizialmente, questa consapevolezza ci ha destabilizzato, considerato che fino a non molto tempo fa non era consentito celebrare le nozze in questo tempo di silenzio e raccoglimento per la vita di un cristiano. Per di più, col passare dei mesi e il nuovo aggravarsi della situazione pandemica, altre rinunce ci sono state chieste per adeguarci alle disposizioni sanitarie e alle limitazioni per le presenze e i festeggiamenti.

Ciononostante, rinnovando seppure con fatica ogni giorno la nostra fiducia nella sua Promessa, abbiamo scelto di mantenere la data e vivere il nostro giorno in piena comunione con la Chiesa e con la realtà, obbedendo alle potature previste e riconoscendo come dono per noi l’invito alla Sobrietà.

Il 21 marzo 2021 ci siamo sposati in zona rossa, in una Pieve in cima a un monte, nel bel mezzo della campagna sanminiatese, ma non per questo lontani o soli. Il Signore ha trasfigurato i nostri volti e il nostro fragile amore umano di fronte ad un’assemblea gremita (ma distanziata, giunta sin da lontano), con una celebrazione intima e sentita, oltre che grandiosamente partecipata e animata. Una Sua manifestazione che ha superato le nostre aspettative e ogni misura o limite, giungendo nelle case di tutti coloro che volontariamente o casualmente si erano connessi sui social network, dove avevamo condiviso la diretta per poter permettere di seguire ai malati, agli anziani e a chi non poteva raggiungerci diversamente. La sobrietà e la piccolezza sono state da Lui moltiplicate in Bellezza e Pace per centinaia di persone. Noi eravamo inconsapevoli protagonisti di un’opera grande dall’impensabile risonanza mediatica e spirituale per noi e per i tanti cuori in ascolto, bisognosi di speranza in tempi di chiusura.

Nonostante pandemia, restrizioni e tanti ostacoli per noi e gli invitati, tutto è stato ricolmato e ricompensato in sovrappiù e immeritatamente. Nella sua unicità, non è mancato niente… Abbiamo visto l’Amore vincere! A fine giornata, infine, ci siamo recati al Santuario di Montignoso per offrire in dono un mazzo di fiori alla Vergine Maria, in segno di ringraziamento per la sua santa protezione e di affidamento della nostra giovane famiglia. Oggi possiamo confermare quanto custodivamo nel cuore otto mesi fa: Sposarsi in Quaresima e in tempo di pandemia ha significato per noi esprimere la volontà di voler crescere insieme nella rinuncia al proprio egoismo (digiuno), nel dono di sé (elemosina) e nell’intimità con Lui (preghiera) per fare spazio al suo Amore che, abbiamo sperimentato, ci benedice e rende felici.

Leonardo ed Elisabetta

Accogliere non basta se non cambia la tua vita.

Oggi vorrei tornare su una piccola polemica che mi ha visto coinvolto con don Marco Pozza. Sì voglio fare nomi e cognomi perchè alla fine non c’è nulla di cui vergognarsi. Don Marco è una persona bella e si occupa di atività non facili come l’accompagnamento dei carcerati. Attività importanti. Quindi don Marco ha tutta la mia stima. In questo caso però, a mio avviso, ha sbagliato. Un errore comune a tanti credenti. Credo che don Marco rappresenti un numero sempre più consistente di persone all’interno della Chiesa. Non a caso ho letto ultimamente della partecipazione degli scout al gaypride. Hanno partecipato perchè si sono sentiti di farlo proprio in quanto cristiani. Così hanno risposto alle critiche i responsabili. Questa mia riflessione non vuole quindi essere un attacco a qualcuno ma una serie di punti che vorrei analizzare. Partiamo dall’inizio. Cosa è successo? Don Marco ha postato degli auguri per l’unione civile di Alberto Matano (giornalista e volto televisivo) con il compagno Riccardo Mannino. Lo ha fatto definendo quell’unione matrimonio. Questa esternazione ha creato scalpore e la solita ed immediata divisione in due schieramenti contrapposti. Da una parte gli entusiasti contenti dell’apertura mentale del prete che è stato capace di vedere l’amore tra due persone senza regole preconfezionate e limitanti e chi, come me, ha colto la gravità della dichiarazione. In una frase ha distrutto la morale e la teologia cristiana sul matrimonio e sull’amore.

Inutile nasconderlo. Questi due schieramenti ci sono da tempo e da tempo si fronteggiano all’interno della nostra Chiesa. Non è questione di poco conto. Ora mi permetto alcune considerazioni. Siete liberi di commentarle anche criticarle dicendo la vostra.

NON SI CONDANNA MAI LA PERSONA. Una delle critiche che maggiormente ricevo quando affronto questi temi è la presunta mancanza di misericordia. Vengo accusato di mettermi al di sopra degli altri e di giudicare situazioni che io non vivo e sofferenze che non conosco. Sono d’accordo su tutto. Io non sono meglio di Alberto o Riccardo. Io non li conosco e avranno sicuramente come tutti noi dei pregi e dei difetti. Conosco però bene i miei limiti, i miei peccati e i miei sbagli. Questo mi permette di non sentirmi meglio di loro. Appunto per questo mi identifico con loro e mi chiedo: cosa vorrei per la mia vita? Qualcuno che mi desse ragione o qualcuno che mi amasse nella verità? E qui arriviamo alla seconda riflessione. Cosa significa accogliere?

ACCOGLIERE NON BASTA SE NON CAMBIA LA TUA VITA. Avevo già scritto in passato proprio di questo tema e riprendo la stessa riflessione perchè è sempre più attuale. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, ci ha fatto intendere che è importante che al centro della pastorale e dell’accompagnamento venga messa la persona concreta, con la sua storia, i suoi problemi, le sue ferite e i suoi errori, per condurla alla pienezza. Questo è meraviglioso. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il Pontefice ha lanciato ai suoi preti e a noi tutti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Spesso perchè non c’è più la capacità di accompagnare. Soprattutto per quanto riguarda il sesto comandamento. Si parla di amore in modo spirituale come se il corpo non c’entrasse. Come se atti, atteggiamenti e comportamenti non fossero decisivi nel vivere in modo autentico o falso l’amore.  Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di fragilità e peccato, come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Un po’ di tempo fa in un’omelia, un sacerdote, persona di fede e a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Significa mettersi accanto a quella persona con pazienza ed allenarle giorno per giorno fino a farla arrivare in vetta. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire alla persona omosessuale che Dio la ama sempre e comunque, ma solo nella castità sarà felice e potrà vivere relazioni pienamente umane. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi.

  1. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria in cui mi trovavo, ma Dio mi voleva figlio di Re.
  2. Non esiste una legge naturale. Il caos. Ognuno trova la sua verità. L’amore è tutto e niente. E’ inutile tutto il magistero e l’insegnamento della Chiesa. Noi sappiamo che non è così. La legge non è una serie di richieste astratte e frustranti ma è il nostro libretto delle istruzioni per capire il nostro cuore e diventare pienamente uomo e pienamente donna.

Vi piace una Chiesa così? E’ attraente? Certamente no. Non ti rende migliore. La Chiesa deve invece avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata. Io lo so che è così. Io conosco quello sguardo. Uno sguardo che ho trovato in padre Raimondo Bardelli e che mi ha dato la forza di cambiare la mia vita. Uno sguardo che trovo ogni giorno nella mia sposa che mi da la forza perseverare e di non tornare indietro.

Antonio e Luisa

Dentro nel vortice?

Dal primo libro dei Re (1Re 21,17-29) : [Dopo che Nabot fu lapidato,] la parola del Signore fu rivolta a Elìa il Tisbìta: «Su, scendi incontro ad Acab, re d’Israele, che abita a Samarìa; ecco, è nella vigna di Nabot, ove è sceso a prenderne possesso. Poi parlerai a lui dicendo: “Così dice il Signore: Hai assassinato e ora usurpi!”. Gli dirai anche: “Così dice il Signore: Nel luogo ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue”». Acab disse a Elìa: «Mi hai dunque trovato, o mio nemico?». Quello soggiunse: «Ti ho trovato, perché ti sei venduto per fare ciò che è male agli occhi del Signore. Ecco, io farò venire su di te una sciagura e ti spazzerò via. Sterminerò ad Acab ogni maschio, schiavo o libero in Israele. Renderò la tua casa come la casa di Geroboàmo, figlio di Nebat, e come la casa di Baasà, figlio di Achìa, perché tu mi hai irritato e hai fatto peccare Israele. Anche riguardo a Gezabèle parla il Signore, dicendo: “I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». In realtà nessuno si è mai venduto per fare il male agli occhi del Signore come Acab, perché sua moglie Gezabèle l’aveva istigato. Commise molti abomini, seguendo gli idoli, come avevano fatto gli Amorrèi, che il Signore aveva scacciato davanti agli Israeliti. Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa. La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio».

Ci rendiamo conto che questa lettura è un pochetto lunga, anche se in realtà è una parte di un racconto molto più ampio della vita del re Acab, dal quale possiamo trarre tanti insegnamenti per la nostra vita. Nel capitolo precedente viene narrata la vicenda per cui Gezabéle riesce ad ottenere in favore di suo marito Acab, il campo di Nabot; però lo fa con la corruzione e l’omicidio premeditato e con il beneplacito del marito. Perciò il Signore manda Elia a comunicare il castigo che Acab aveva attirato su di sé con la propria condotta malvagia.

Sicuramente molti lettori faranno fatica ad accettare il Signore che manda castighi, ma a ben vedere questa lettura non mette in discussione in alcun modo la bontà del Signore, quanto evidenziare invece la profondità in cui può spingersi la malvagità dell’uomo che agisce contro le leggi di Dio. Purtroppo le nuove generazioni non usano quasi più il linguaggio del castigo nell’educazione e quindi fanno fatica ad entrare in questa dinamica della vita spirituale, mentre invece basti pensare agli attuali scrutini per rendersi conto che ha a che fare con la vita quotidiana: lo studente meritorio viene premiato con la promozione e quello svogliato/lazzarone viene castigato/punito con la bocciatura.

Quando un genitore dà un castigo ad un figlio, lo fa affinché quest’ultimo si renda conto della gravità della sue azioni ed impari ad agire meglio… ma nel castigo umano c’è dentro anche il nostro orgoglio ferito di genitori, le nostre rabbie, le nostre imperfezioni, le nostre ferite psicologico/affettive irrisolte, ma in Dio non c’è nulla di tutto ciò perché Dio è perfettissimo e non ha di queste turbe psicologiche né orgoglio ferito, perciò il suo castigo è puro perché ha come fine la nostra conversione; Dio non ha bisogno di sentirsi realizzato come padre, Lui non ha bisogno di conferme psicoaffettive, Dio rimane tale nonostante le nostre scelte, Egli è casto e ci vuole rendere casti come Lui attraverso il castigo che significa appunto “rendere casto”. Perchè nella castità c’è gioia e amore. Lo fa per un bene più grande.

Il castigo di Dio quindi non è una specie di vendetta nei nostri confronti, ma ha il solo scopo di renderci casti, è una purificazione, è un’anticipo del purgatorio già su questa terra; il castigo è quindi un puro atto di amore di Dio a cui non sfugge neanche il nostro pensiero, perciò si comprende quanto sia stupido pensare che Dio lasci accadere questo o quel castigo senza fare niente, quasi come uno spettatore inerme a braccia conserte burlandosi delle nostre disavventure… è un pensiero di chi non ha fede, non è la prospettiva di chi ha Dio come Padre e quindi vive la propria figliolanza divina.

Ma il Signore è talmente buono e misericordioso che “ritratta” il castigo destinato ad Acab a causa del suo pentimento, ma siccome Dio è anche giusto è necessario che qualcuno sconti questi peccati e questo avverrà con il figlio di Acab. Non perchè si debba per forza punire qualcuno ma perchè il male porta in sè delle conseguenze e dei frutti avvelenati. Ancora una volta non è in discussione la bontà di Dio che amministra la giustizia e la misericordia con la massima perfezione ed in maniera castissima, il problema è la condotta dell’uomo, che può portarlo talmente lontano da Dio da non sentire più nemmeno il richiamo della coscienza, allora Dio si “vede costretto” ad usare l’arma del castigo perché esso ci tocca nella carne e quindi lo avvertiamo con maggiore intensità ed immediatezza rispetto al richiamo della coscienza o altre manifestazioni interiori della misericordia di Dio.

Forse molti lettori si staranno chiedendo perché Acab sembra essere più castigato rispetto alla moglie Gezabéle, in fondo era stata di quest’ultima l’idea malvagia, è lei la mente criminale, quindi secondo i nostri canoni dovrebbe essere lei a subire la sorte peggiore, ed invece accade il contrario, perché?

Il motivo risiede nel fatto che lui poteva fermarla e dire di no, essendo anche re la sua parola avrebbe acquistato più peso, quindi lui aveva avuto la possibilità di scegliere il bene e rifiutare il male, ed è sempre così per ciascuno di noi. Cari sposi, non lasciamoci trascinare in quest’abisso del male, esso è come un vortice che piano piano ti risucchia e resti imprigionato al suo interno.

Se dovesse accadere che il nostro coniuge ci “spinge” a compiere un’azione sbagliata, noi non siamo in alcun modo obbligati a dispiacere a Dio per compiacere al coniuge… anche perché poi finiremmo come Adamo ed Eva a giocare al “la colpa non è mia, è stato/a lui/lei”, sicuramente ci saranno delle attenuanti di cui Dio terrà conto nel suo giudizio, ma poi verrà a chiedere conto a ciascuno di noi del perché non siamo intervenuti per tentare di far desistere il nostro coniuge, o, peggio, lo abbiamo avvallato.

Cari sposi, non lasciamoci ingannare dall’impeto con cui si presentano le tentazioni… anche quando il nostro/a amato/a ci volesse disgraziatamente spingere verso il male, teniamo la bussola puntata in direzione del vero bene, dobbiamo aiutarci l’un l’altra sul cammino della santità e non sul cammino della perdizione.

Coraggio sposi, teniamo sempre presente la coppia di Acab e Gezabéle, per non imitarli mai.

Giorgio e Valentina.

Chiara una santa faticosa e meravigliosa

Dieci anni fa saliva al cielo Chiara Corbella, una donna, una moglie e una mamma. Era tutto questo, era ancora molto giovane. Perchè dieci anni dopo la sua morte il suo nome e sulla bocca di sempre più persone e la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede.

Il segreto credo che sia nella sua normale straordinarietà. Non è stata una mistica, non è stata una suora che ha fondato un ordine oppure una benefattrice che passava le giornate in mezzo agli ultimi e ai perseguitati. Insomma era molto lontana dall’idea di santa che spesso abbiamo in mente. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come tante altre, cresciuta in una famiglia normale di Roma, che si è fidanzata. E anche nel fidanzamento era esattamente come noi, piena di dubbi, di ripensamenti, di tira e molla con Enrico (suo futuro marito). Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a suo marito.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che ad una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Concludendo posso dire che Chiara è una santa faticosa e meravigliosa. Per me è così. E’ faticosa perchè ci propone un cammino di santità non facile, ci dice che costruire un matrimonio cristiano affidato a Dio non significa evitare le sofferenze e i dolori ma anzi a volte chiede di abbracciare la croce in un modo non voluto ed imprevisto. Questo è difficilissimo da digerire. Noi che vorremmo la gioia piena già qui sulla terra. Eppure Chiara è meravigliosa perchè con la sua vita ci ha mostrato come morte e malattia si possano sconfiggere. Ci ha donato la speranza di poter davvero vivere per sempre. Non a caso il libro scritto su di lei si intitola Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara prega per noi e per le nostre famiglie.

Antonio e Luisa

Finalmente e per sempre a casa!

Carissimi sposi,

oggi celebriamo la Solennità della Santissima Trinità. Come mai è posta sempre appena dopo la Pentecoste? È per ricordarci che il progetto di Dio su ciascuno di noi, culminato nella nostra Redenzione grazie alla passione, morte e risurrezione di Gesù, e giunto a pienezza con il dono dello Spirito, hanno comunque una mèta, non sono fine a sé stessi, in un certo senso sono mezzi per questo grandioso Fine: arrivare a vivere per sempre con e nella Trinità. In effetti, la Trinità è la nostra vera casa, è la nostra Famiglia per eccellenza, la quale vuole farci appartenere totalmente a Sé. Sono verità da meditare in ginocchio, talmente grandi e profonde.

Pensate che una delle migliori sintesi teologiche pubblicate finora ha come titolo: “Dalla Trinità alla Trinità”. La nostra vita è iniziata da un atto sovrabbondante di amore di Dio ed Egli vuole compierlo facendoci parte della sua vita ed esistenza. Ecco allora che oggi torniamo a parlare di Battesimo, perché è lì che è iniziato tutto, è da quel momento che la Trinità è la nostra Famiglia e la nostra Casa. Perciò vi aggiungo questo testo stupendo di Papa Benedetto che spiega tutto ciò molto meglio:

Una prima porta si apre se leggiamo attentamente queste parole del Signore. La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un viceprefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome” (Lectio divina del Santo Padre Benedetto XVI, 11 giugno 2012).

Il Papa qui fa un parallelo tra Battesimo e Matrimonio: l’unione è totalizzante in entrambi ed è quello che cerca per noi la Trinità. L’amore è così, vuole tutto dell’altro, vuole appartenere completamente. E quindi, celebriamo con gioia questa Festa perché ci ricorda chi siamo e dove andiamo, ci dona una certezza esistenziale come cristiani e come sposi sul senso profondo della nostra vita.

ANTONIO E LUISA

Dopo aver letto il Vangelo e le parole di padre Luca mi è venuta una riflessione. Forse in apparenza c’entra poco ma, a mio parere, rappresenta bene ciò che è il matrimonio e ciò che è anche la Trinità. Gesù con la Sua umanità concreta e visibile, unita alla sua appartenenza a Dio Trinità ci offre l’occasione di conoscere il Padre. Come Lui stesso dice Chi ha visto me, ha visto il Padre. Non significa altro che affermare che chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. Perchè l’uno è nell’altro e insieme allo Spirito Santo sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione. Ciò significa che anche noi abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare al mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

A immagine della Trinità: peso o talento?

Cari sposi,

            domani celebriamo la Solennità della Santissima Trinità. Una festa collocata proprio appena dopo il tempo di Pasqua per significare che la risurrezione e il dono dello Spirito ci vogliono portare nel fondo alla piena Comunione divina, quando prenderemo parte alla nostra vera casa e Famiglia, cioè appunto la Trinità.

Perciò è il Mistero per eccellenza (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica 234) davanti al quale offriamo tutta la riverenza della nostra fede. Ma d’altra parte il Signore vuole che lo conosciamo, vuole che entriamo in un rapporto vere e personale con Lui. Quindi la Trinità vuole svelarsi a noi! Come possiamo “capirLa”? In che modo farne esperienza?

Il Signore ha voluto creare un legame particolarissimo con la Trinità e noi tramite il matrimonio e la famiglia. Il Magistero su questo aspetto è molto chiaro:

Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina.” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 6).

Ed anche Papa Francesco si inserisce su questa scia quando dice: “Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente” (Amoris Laetitia 11).

Quindi, carissime coppie, ciascuna di voi, per il solo fatto di essere sposi e di avere il dono del Sacramento nuziale, è un riflesso della Trinità. Vi invito di cuore a meditarlo spesso, ad approfondirlo assieme, a chiedere luce allo Spirito perché vi faccia andare sempre più a fondo in questa meraviglia.

Detto questo potrebbe accadere in più di uno di voi di sentirvi schiacciati da una così grande responsabilità. Se poi subentra lo scoraggiamento di cadute e ferite, anche solo il ricordo di tale verità diventa motivo di fastidio: “non fa per noi due, poveri buzzurri”. Papa Francesco, molto saggiamente, ben sapendo che codesti individui e coppie sì esistono ha appunto parlato di evitare di imporre pesi e piuttosto illuminare le coscienze (cfr. Amoris Laetitia 37).

Ecco, quindi, che vorrei invitarvi a guardare alla vostra vocazione di essere immagine e somiglianza come un vero e proprio talento. Sappiamo bene dalla parabola dei talenti (cfr. Mt 25, 14-30) che il dono ricevuto non è da tenere inerte ma da far fruttificare.

Come mettere in atto allora la vostra “divina somiglianza”, prendendo spunto da un libro del Card. Marc Ouellet proprio su questo punto? Come essere concretamente noi due sempre più somiglianti alla Trinità? Sembra quasi blasfemo dirlo così ma è la Volontà di Dio! È il Signore che vi ha dato questo talento perché diventiate un riflesso dell’Amore tra il Padre e il Figlio nello Spirito!

Anzitutto, questo avverrà nella misura in cui camminate umilmente e semplicemente nella via della santità di coppia, mettendo Cristo al centro della vostra vita e relazione. Sempre Papa Francesco fa un riferimento proprio a questo in Gaudete et Exultate: “La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due…ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro” (n° 141). Che bello che il Papa parli al presente, cioè, come dire: è alla vostra portata, forza!

Inoltre, come conseguenza, l’essere immagine divina per voi coppie passa dal vostro amore fecondo. È ancora Francesco a dircelo: “la relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore” (Amoris Laetitia 11)

Come tante altre volte si è scritto in questo blog la fecondità va ben oltre la fertilità. La coppia feconda è colei che genera vita divina in sé stessa, negli altri attorno a sé, che è fonte di comunione, che sa mantenere relazioni sane e sante. Per cui care coppie, vi auguro di vedervi sempre con quel talento stupendo e, lungi dal volerlo sotterrare, lo sappiate far fruttare nella vita ordinaria.

padre Luca Frontali

Le volpi piccoline fanno danni enormi

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna. Scrivo al maschile ma vale per entrambi.

Non incoraggiare mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro non lo fa sentire amato. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro si sentirà giudicato, non amato, attaccato, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati. Insistere per cambiarlo è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello e bravo. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto. Per fortuna che non è perfetto. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

L’Oratorio è una casa Famiglia a cielo aperto

In queste settimane ci sono arrivate delle domande da alcune coppie sparse per l’italia su come può un oratorio divenire un’oasi di pace per delle coppie di giovani sposi in cammino, che stanno affrontando il passaggio dalla fertilità alla fecondità. Noi due non abbiamo una ricetta magica, ma l’unica cosa che possiamo raccontarvi è ciò che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Con lo stile di San Tommaso, non a caso uno dei miei preferiti. Indubbiamente toccare con mano è tutta un ‘altra storia che racchiude in sè una verità di cui fare esperienza.

Io, Simona, sono entrata in oratorio grazie al matrimonio. Da adolescente ci andavo ogni tanto, ma perchè ero in realtà attirata dallo scout di turno che mi piaceva. Non pensavo più di tanto all’effettiva importanza di un oratorio all’interno di una comunità, cosa che invece ha vissuto appieno mio marito. Andrea passava i pomeriggi tra il servizio come aiuto catechista, animatore e niente meno anche giocatore della squadra di calcio della parrocchia. Ecco la squadra di calcio della parrocchia è stato per me il punto di accesso all’oratorio. La squadra in cui gioca Andrea è composta da tanti papà, non a caso è conosciuta con il nome di Papà Pallonari del SMDG, anche se poi nei tornei ufficiali è indicata con il solo nome de I Pallonari. Grazie alla squadra io piano piano sono rientrata nella mura di una parrocchia. Erano bei momenti perchè era bello dire al mio futuro marito tu vai poi ti raggiungo cosi torniamo a casa insieme oppure senti ma perchè non andate a cena fuori dopo gli allenamenti? Più partite e allenamenti c’erano e più si creava un’amicizia tra di loro che ha permesso ad Andrea non solo di divertirsi dopo le giornate di lavoro, ma soprattutto ha trovato delle figure di riferimento. Dovete infatti sapere che la squadra dei Pallonari aveva un assistente spirituale come Presidente che, ovviamente, oltre a controllare i giri di campo si accertava anche dell’allenamento spirituale attraverso la preghiera. Un’abbinata vincente per muovere i primi passi verso il nostro matrimonio. La cosa ancora più bella era la presenza dei ragazzi che assistevano alle partite dopo i loro incontri di catechismo. Buona parte di quei ragazzi erano i figli dei Pallonari quindi si era formata veramente una Famiglia di Famiglie.

Entrare in una comunità parrocchiale non è sempre facile, non sempre si riesce a creare legami di amicizia, ma quei pochi che siamo riusciti a creare ce li siamo tenuti stretti. All’inizio del nostro matrimonio abbiamo vissuto una realtà magnifica fatta di tombolate, di cineforum, di uscite a spasso per Roma, di vacanze comunitarie. Una Mistica e Mastica continua. C’era la Gioia. C’era il Vino. Contare su un oratorio cosi era un aiuto fondamentale per cercare di vivere seguendo il Vangelo, in fondo Gesù per primo era un grande camminatore, aveva amici e gli piaceva sostare in qualche casa per condividere quel Pane che un giorno avrebbe spezzato per noi. Per me, che sono stata sempre un pochino allergica alle catechesi, vedere nella realtà quotidiana il Vangelo farsi vita è stato quell’Essenziale per tornare alla fede.

L’oratorio dal di fuori puo sembrare simile ad un circolo sportivo e può magari anche correre il rischio di diventarlo, ma non lo è. Per me è stato quel mezzo per alleviare il dolore e la frustrazione per un figlio che non arrivava. Qualche anno fa, nel bel mezzo della depressione e di moltissime incomprensioni con mio marito, un periodo in cui mi sembrava di vivere nel Regno di Frozen per quanto ghiaccio ormai vi era dentro casa, l’oratorio ha avuto un ruolo rivitalizzante. Non il nostro sotto casa, ma bensì quello dove era stato trasferito il nostro padre spirituale. Nel bel mezzo di una domenica di novembre, piovosa e anche freddolosa, arrivò la chiamata provvidenziale: andate da Decathlon, ho bisogno dei parastinchi per i bambini fate voi con le misure. Grazie a quella telefonata, noi che neanche ci guardavamo in faccia, ci siamo dovuti guardare negli occhi, parlare e affrontare quel io non riesco ad avere bambini perchè mi fai comprare proprio a me i parastinchi? Ecco, da quel momento è partito il nostro lavoro interiore di coppia per cercare di soggiornare non si sa quanto tempo nel nostro personale Giardino degli Ulivi.

Nella vita di fede non si butta mai niente e anche il dolore diventa acqua nel deserto come nella canzone il “Canto dell’amore”: non pensare alle cose di ieri cose nuove fioriscono già aprirò nel deserto sentieri ti darò acqua nell’aridità perchè tu sei prezioso ai miei occhi vali piu del piu grande dei tesori io saro con te dovunque andrai. Proprio l’oratorio per noi due è stato la salvezza, specialmente in questi ultimi due anni. Può sembrare strano perchè in questi ultimi anni abbiamo condiviso la nostra esistenza con la Pandemia, ma è proprio grazie anche alla Pandemia che mi sono resa conto di molte cose. Abbiamo affrontato il dolore di non avere figli proprio vivendolo in oratorio attraverso dei bambini. Sono stati loro la mia cura primaria che è diventata la nostra cura.

Non vi nascondo che quando ho scoperto di essere giunta alla consapevolezza che non avrei mai potuto avere un figlio naturale io ero decisa a non mettere più piede in oratorio, non volevo sapere più nulla neanche di catechismo. Mi sentivo tradita da un Dio che mandava Arcangeli Gabriele ovunque tranne che da noi. Ero arrivata a chiedermi ma “cristo è morto in croce solo per i gruppi giovanili oppure anche per me?” Dal faermi queste domande allo scegliere di non varcare più la soglia di una chiesa il passo è stato breve.

La scorsa estate decisi di non saperne più, era come se avessi creduto a un mondo che non esisteva, un po’ come varcare la porta dell’armadio di Narnia, tanto era il mio smarrimento nella fede. La mia salvezza nella fede è stata grazie ad un bambino dellì’oratorio che ha incarnato il passo evangelico e stette in mezzo a voi. Senza di lui io credo che non avrei mai piu messo piede non solo in oratorio, ma neanche in chiesa. perchè l’uno richiama l’altra. Non si entra in oratorio a giocare se prima non si passa in chiesa a salutare il Santissimo. Il cercarmi di questo ragazzino e suo chiedermi insistentemente torna in oratorio ci sono io stiamo insieme che fai mi lasci solo?Perchè non torni a fare la catechista cosi stiamo insieme – dove è Andrea? viene a vedermi a basket? – quando arriva Andrea cosi facciamo merenda insieme – prediti un caffè ti vedo stanca cosi mi compri anche i pop corn. Ecco se non ci fosse stato il mio piccolo San Tarcisio da accompagnare nel cammino della comunione prima e ora nel cammino della cresima io mi sarei persa tanti momenti bellissimi che solo un oratorio ti sa dare.

Vivere l’oratorio è qualcosa di unico perchè ti permette di condividere la tua storia con altri compagni di viaggio. E’ importante dividere i pesi della vita insieme, possono nascere amicizie, ci si può tranquillamente confessare un sono stanca dammi un idea per qualcosa da cucinare stasera oppure si possono ricevere richieste come ho bisogno di stare da sola con mio marito uscire una sera posso affidarti i miei figli? oppure ci mangiamo una pizza insieme? o andiamo in gita in quel santuario?

Così come può rivelarsi un punto ristoro per la nostra anima incontrare lo sguardo del sacerdote che ti ricorda che è lì anche per confessarti e non solo per fare da arbitro ai ragazzi. Fondamentalmente la nostra salvezza matrimoniale è stata lo scoprire la fecondità proprio in questo, scoprire che si puo essere genitori anche prendendosi cura dei bambini dell’oratorio, accompagnarli al rosario in giardino perchè la loro mamma è al lavoro, è vivere l’emozione di vederli saltare felici perchè hanno visto le piscine montate per il Grest, perchè Dio non va in vacanza d’estate, è vivere insieme a loro le loro prime volte, il primo ghiaccio sul ginocchio dopo una caduta, il primo servizio all’altare, la prima confessione, la gioia nell’ascoltare la loro gioia: ho aspettato 9 anni da quando sono nato per fare la prima comunione non vedevo l’ora.

Spero che la nostra esperienza vi possa essere d’aiuto , noi ci siamo passati, ma credetemi a piccoli passi cercate di riavvicinarvi al mondo della parrocchia. Magari prima in oratorio e poi in chiesa perchè ne vale la pena. Ciascuno di noi ha dei talenti da mettere a disposizione per servire Dio, puo essere benissimo anche suonare la chiatarra, la tastiera, anche solo scegliere i fiori insieme al sacerdote per l’altare è un servizio gradito a Dio. Ora che è estate andate a cercare il vostro tesoro nascosto nella sabbia e andate a bussare alla porta dell’oratorio, saranno felici di accogliervi perchè siamo persone da amare e non numeri da prefettura.

Simona

Melodia di giugno. Un video musicale sorprendente

Mi sono imbattuto in un video musicale. Un video di Fabrizio Moro. Lui è un cantautore che mi piace molto perchè esprime attraverso i brani che scrive la vita reale. La sua vita ma che in tante circostanze è anche la nostra. Lo fa con una grande sensibilità, almeno a mio parere. Il video che mi ha colpito particolarmente riguarda una sua vecchia canzone tratta dall’album Barabba del 2009, Melodia di giugno. Più che sul testo della canzone, che peraltro già conoscevo, mi voglio soffermare sul meraviglioso video (che invece risale al 2020), proprio per la forza espressiva che trasmette. La storia raccontata nel video è molto significativa e dice tanto di come siamo fatti e dell’amore. Quindi ora vi condivido il video e poi, una volta che lo avrete guardato, vi proporrò la mia chiave di lettura.

Cosa vi ha trasmesso? Io mi sono riconosciuto in quel ragazzo che non sapeva più dove sbattere la testa. Quanti di noi, uomoni e donne, sono come i protagosti della coreografia. Perchè l’uomo e la donna sono fatti così. Abbiamo desiderio di aprirci all’altro, abbiamo un bisogno grandissimo di condividere la nostra vita con un’altra persona, di essere importanti per qualcuno, di essere capaci di amare e di accogliere, abbiamo la spinta a donare ciò che siamo. Perchè questa è la nostra umanità. Siamo fatti per la relazione e non per la solitudine. Eppure c’è qualcosa che ci blocca. E la trovata del regista del video è fantastica. Il muro che ci divide l’uno dall’altra siamo noi. E’ il nostro egoismo. E’ la nostra incapacità di spostare lo sguardo dai nostri bisogni ai suoi. Non siamo capaci spesso di mettere il tu davanti all’io. Anche nell’amore. Guardiamo l’altro/a ma in realtà stiamo guardando sempre noi. Quanto l’altro ci fa stare bene, quante emozioni ci provoca, quanto siamo attratti e quanto desiderio di toccarlo/a e averlo/a ci pervade. Insomma il centro siamo sempre noi e così quando vogliamo eliminare ogni distanza con la persona amata ed entrare in comunione ci troviamo un muro. Vediamo sempre e solo noi stessi. Questo è terribile. In quante relazioni non si è capaci di comunione? Di comunione vera. Anche nei momenti di intimità è spesso così. Il centro siamo noi, l’altro uno strumento, e così si perde il meglio di ciò che siamo nel matrimonio. Come scrisse Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio gli sposi sono una comunione d’amore e di vita.

Quando mi sono sposato ero un po’ così. Non riuscivo ad elimare quella maledetta barriera tra me e Luisa. Continuavo a misurare quanto mi faceva stare bene, come mi guardava, come mi rispondeva, quanto mi curava, quanto mi soddisfaceva. Guardavo lei ma ciò che vedevo ero sempre io. Con il tempo ho imparato, grazie a Dio e a Luisa, ad abbattere quel muro ed ora credo di aver compreso un po’ di più cosa significa amare e donarsi. L’ho capito nel matrimonio, nella relazione di tutti i giorni. Il matrimonio è una palestra d’amore. Come nel finale del videoclip, se s’impara poi la vita diventa a colori, si comincia a vivere la comunione e la comunione (questo nel video non c’è ma lo dico io) apre a Dio che è comunione ed amore.

Antonio e Luisa

Ma è tutta farina del tuo sacco ?

Dal primo libro dei Re (1 Re 17,7-16) […] Fu rivolta a lui (Elia) la parola del Signore: «Àlzati, va’ a Sarèpta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti». Egli si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. […] Elìa le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». Quella andò e fece come aveva detto Elìa; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elìa.

Questo è un estratto della prima lettura di oggi, nella quale è raccontato un miracolo che il Signore ha operato per mezzo di Elia; è un episodio abbastanza noto, infatti viene citato da Gesù nel Vangelo di Luca:

(Lc 4,26) C’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il Paese ma a nessuna di esse fu mandato Elia se non a una vedova a Sarepta di Sidone.

Gesù cita la fede della vedova di Sarepta per esprimere tutta la tristezza perché gli abitanti della sua città non hanno riconosciuto in lui il Messia, il Figlio di Dio. La vedova pagana credette alle parole di Elia che le trasmetteva la promessa di Dio di intervenire per salvarla dalla carestia. Chi era questa vedova? Una mamma, povera e addolorata, che però può accogliere chi è più povero di lei perché le molte prove vissute le hanno insegnato la ricchezza della gratuità; essa dona e condivide tutto ciò che ha per il proprio sostentamento e quello di suo figlio non sapendo che il miracolo sarebbe accaduto di lì a poco.

E non è finita qui, perché nei versetti seguenti il racconto prosegue con la morte di questo unico figlio che verrà riportato alla vita da un secondo miracolo operato da Dio per mezzo delle mani di Elia. Ci sono alcuni livelli di lettura di questo episodio che non ci permettono di farne un’analisi completa ed esauriente, ma ci limiteremo a qualche pennellata che possa aiutarci nel cammino di crescita dell’amore sponsale.

Se stiamo abbastanza in superficie potremmo imparare quanto sia cosa buona poter condividere il poco che si ha, anche se è tutto ciò che abbiamo, perché il Signore non guarda alla quantità di dono ma alla quantità di cuore donato nonché alla gratuità di questo dono. E già qui noi sposi abbiamo di che imparare: quando doniamo al nostro coniuge, doniamo tutto (anche se apparentemente sembra poco) ed in modo gratuito?

Molti sposi ci hanno testimoniato che a loro è accaduto un prodigio simile a quello di questa vedova, poiché il poco che uno donava in un momento di stanchezza (stanchezza nella relazione) si è rivelato nutrimento non solo per altro ma anche per se stesso tanto che ci si chiedeva se tutto questo nutrimento fosse farina del suo sacco! Sembrava infatti essercene poca di farina in quel sacco eppure ha sfamato l’amore di entrambi e per parecchi giorni: il Signore moltiplica il nostro poco!

Se facciamo un passo più all’interno notiamo come ci siano gli elementi per catalogare questo episodio come una prefigura della venuta del Messia : vi troviamo infatti l’anticipo dell’Eucarestia; e la troviamo naturalmente nella focaccia di pane che la vedova prepara per Elia, e nel particolare si può notare come a Dio non sia indifferente la “fame” di Elia (durante una carestia) tanto da disporre tutto per soddisfare il bisogno necessario per lui, così farà con noi nell’Eucarestia che è quella “focaccia di pane” che ci nutre soprattutto nei momenti di carestia; e proprio quando tutto intorno a noi sembra prospettarci la fine ecco che arriva quella “focaccia di pane” che non solo soddisfa nell’immediato ma alimenta anche la vedova ed il figlio per molti giorni. Così anche l’Eucarestia è quel pane divino, è quella nuova manna dal cielo che ci sostenta soprattutto quando intorno c’è carestia, e poi ci alimenta donandoci la forza per affrontare il cammino della vita “fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia”… come a dire che l’Eucarestia è cibo del Paradiso che ci basta fino al giorno della nostra morte ed inoltre ci salva dalla carestia, cioè dalla morte dell’anima.

Cari sposi, anche la nostra vita matrimoniale rischia di vivere dei momenti di carestia: carestia di gesti di affetto, carestia nella relazione, carestia nel rispetto, carestia nel saper morire a se stessi per l’altro, carestia nel dialogo, carestia nell’intimità sessuale, carestia nella accoglienza e dono reciproco, carestia negli ingredienti che servono a preparare la “focaccia dell’amore” di ogni santo giorno… può succedere, però abbiamo un rimedio che è l’Eucarestia, questo pane del cielo che non è solo del semplice “pane benedetto”, ma è veramente, realmente e sostanzialmente Colui che è l’Amore fatto carne, Colui che ci insegna ad amare il nostro coniuge, Colui che è la soluzione ad ogni carestia sopracitata perché la prima carestia che viene annientata è quella dentro il nostro cuore.

Coraggio allora sposi, per questo tipo di pane non esistono intolleranze o allergie, non esiste la celiachia spirituale… fidatevi di Colui che già ama più di voi il vostro coniuge, ma desidera amarlo/la insieme e attraverso ognuno di voi.

Giorgio e Valentina.

Il regista della mia vita è lo Spirito Santo

E’ il copione che massacra la bellezza e l’originalità del nostro vivere. Quello che inizi a costruire da piccina/o, magari anche-ovviamente-condizionato da chi ti circonda, dai suggerimenti sul da farsi una volta diventata adulta; ma anche il confronto con i pari, a loro volta imbastiti di idee confezionate dai loro parenti e amici; e poi ci sono la tv, i social, il mondo delle apparenze. Insomma, per emergere nella verità, nell’unicità del tuo vivere, di strada devi farne e possibilmente con dei guantoni legati addosso. Perchè la lotta sarà ardua. E sarai stremato; e ogni tanto, ti domanderai se sia giusto insistere per ricordare a te stesso chi sei, o sarebbe meglio allinearti. Non lo vedi che su facebook sorridono tutti? Non te ne accorgi che su instagram hanno tutti una linea smagliante? Non realizzi che tutti hanno comprato casa, messo su famiglia, vanno in vacanza in quel determinato posto e soprattutto sono tutti belli? 

A pensarci bene, è vero. Vite ben incanalate. Soldi. Sorrisi al momento giusto. E soprattutto foto. Scattate in ogni dove. Ritoccate possibilmente. E non si vergognano? Di essere così massificati, mercificati, banalizzati. Non se ne accorgono? Di non avere personalità, idee, intelletto e fantasia? Dove sono le loro anime uniche? I progetti cuciti addosso? E il caos della vita che irrompe? Quando hanno zittito lo Spirito che soffiava loro per suggerirgli quale fosse la loro singolare e meravigliosa strada?

Obliato. Tutto perfetto, a partire dallo sfondo delle immagini che esibiscono. Senza sbavature. Come le loro vite. Ed è normale se segui un copione. Sai le battute giuste, non puoi sbagliare. Ma non è strano? Siamo tutti diversi, unici, originali. Come possiamo stare bene allo stesso modo? Qualcuno finge. Qualcuno ha venduto la sua idea di felicità al mondo! A questo mondo così sporco, così seducente, così assillante. E adesso, quando gli viene ricordato che può pensare di essere se stesso, diverso da ciò che lo circonda, ha timore. Preferisce non pensare e rituffarsi nel marasma delle apparenze. 

Esci da quel circo. Non accontentarti delle felicità effimere. Non godere delle bellezze imposte. Esci, un passo alla volta. E incontra te stesso, la tua luce, la tua idea di meravigliosità, il rispetto che ti devi, le speranze che ti abitano, le gioie che vuoi incontrare, le imperfezioni e i fallimenti. Non li nascondere! Sono preziosi. Li hai pagati a caro prezzo. E sono la strada giusta per non perderti di nuovo. 

Straccia quel copione. Sorridi quando vuoi, piangi quando vuoi, scatta la foto solo se ne hai voglia. E ascoltati. Ascolta quanta  bellezza hai dentro. Devi solo avere il coraggio di stenderla al sole. Tu non sei parte di una massa. Tu sei unico. Sei stato pensato, cercato, amato, nella tua singolare, inimitabile, imperfetta originalità. Impegnala. Mettila  a servizio degli altri. Ma anche di te stesso. Non sei un numero in una casa, in un Paese, nel mondo. Tu sei un tassello, prezioso, di un mosaico. Devi collocarti nel posto giusto del disegno per sentirti utile, realizzato, compreso, felice. Straccia il copione. Tu non sei una comparsa. Ce n’è un altro di film da vivere dove tu sei chiamato ad essere protagonista. E’ la tua vita. E puoi improvvisare, sbagliare, gioire, pensare, amare, senza filtri. E se poi decidi di voler puntare all’ Oscar, se ti piacciono le scene ad effetto, le gioie impreviste, il cuore colmo, la serenità anche nelle tribolazioni, la pace nella tempesta, la forza nonostante le delusioni… devi assumere il miglior regista: lo Spirito Santo. Sarà un gran film, la tua vita. Straccia il copione!

Livia Carandente

Il matrimonio, ovvero la Pentecoste degli sposi

Come dice don Carlo Rocchetta, sulla scia di Pavel Evdokimov (1901-1970), il celebre teologo russo, il matrimonio è la “Pentecoste degli sposi”. Quanto è importante essere a conoscenza di questo per voi, altrimenti è come aveste un succulento conto in Intesa San Paolo ma non vi attingete mai!

Che significa per voi sposi che siete stati investiti di Spirito Santo il giorno delle vostre nozze? Vorrei rispondere a questa domanda con un testo bellissimo di S. Cirillo di Gerusalemme (313-386), uno dei Padri della Chiesa che hanno contribuito all’affermazione solenne della Divinità dello Spirito Santo nel Concilio di Costantinopoli (381).

“Allo stesso modo anche lo Spirito Santo, pur essendo unico e di una sola forma e indivisibile, distribuisce ad ognuno la grazia come vuole. E come un albero inaridito, ricevendo l’acqua, torna a germogliare, così l’anima peccatrice, resa degna del dono dello Spirito Santo attraverso la penitenza, porta grappoli di giustizia. Lo Spirito appartiene ad un’unica sostanza, però, per disposizione divina e per i meriti di Cristo, opera effetti molteplici. Infatti, si serve della lingua di uno per la sapienza. Illumina la mente di un altro con la profezia. A uno conferisce il potere di scacciare i demoni, a un altro largisce il dono di interpretare le divine Scritture. Rafforza la temperanza di questo, mentre a quello insegna la misericordia. Ispira a un fedele la pratica del digiuno, ad altri forme ascetiche differenti. C’è chi da lui apprende la saggezza nelle cose temporali e chi perfino riceve da lui la forza di accettare il martirio. Nell’uno lo Spirito produce un effetto, nell’altro ne produce uno diverso, pur rimanendo sempre uguale a sé stesso. Si verifica così quanto sta scritto: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune» (1 Cor 12, 7). Mite e lieve il suo avvento, fragrante e soave la sua presenza, leggerissimo il suo giogo. Il suo arrivo è preceduto dai raggi splendenti della luce e della scienza. Giunge come fratello e protettore. Viene infatti a salvare, a sanare, a insegnare, a esortare, a rafforzare e a consolare. Anzitutto illumina la mente di colui che lo riceve e poi, per mezzo di questi, anche degli altri” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 16, sullo Spirito Santo).

Guarda che meravigliosi effetti produce lo Spirito! Dispensa grazie e doni, illumina l’intelletto, allontana il male, concede il discernimento, rende padroni di sé, ispira la misericordia, fa diventare saggi, ci rafforza davanti alle difficoltà della vita, ci protegge dal male… Ditemi se tutte queste cose non sono più che necessarie nel matrimonio!

Ecco allora che voi sposi siete proprio chiamati a diventare habitué, avvezzi, affiatati dello Spirito. Sarebbe proprio bello che non passi giorno senza che lo avete invocato, consultato, supplicato e L’avete assecondato consapevolmente. E vedrete quanti frutti che ci saranno nella vostra vita!

ANTONIO E LUISA

Cosa avremmo fatto Luisa ed io senza il sacramento del matrimonio e senza lo Spirito Santo che ne fa parte e ci è stato donato il giorno delle nozze? Eravamo due giovani feriti e pieni di fragilità e inconsapevoli di chi eravamo, figli amati e bellissimi agli occhi di Dio. Facevamo fatica, tutti e due, a scorgere questa nostra bellezza. Lo Spirito Santo nel matrimonio, nella relazione, nella vita di fede, nel e attraverso l’altro, ci ha permesso di “guarire” giorno dopo giorno quelle ferite. Oggi siamo un uomo e una donna diversi. Siamo ancora consapevoli delle nostre fragilità e dei nostri errori ma ci sentiamo amati così come siamo. Questo fa tutta la differenza del mondo. Questo ci permette di vivere come nella Preghiera Semplice di San Francesco: Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /36

Continuiamo col testo della Preghiera Eucaristica I (Canone Romano) riportato sul Messale:

(Con le braccia allargate, prosegue) : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti. (Congiunge le mani.) (Tenendo le mani stese sulle offerte, dice ): Santifica, o Dio, questa offerta con la potenza della tua benedizione, e degnati di accettarla a nostro favore, in sacrificio spirituale e perfetto, perché diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Il sacerdote, dopo aver pregato il Padre per i vivi e averLo lodato per i santi, ora recita l’ultima e fervente supplica perché Lui accetti la nostra offerta e si degni di cambiare quest’ultima nel Corpo e nel Sangue del Suo Figlio diletto. In questa parte centrale e vitale della Messa sono ancor più importanti i gesti e le parole che il sacerdote è tenuto a compiere ; qui sopra le indicazioni dirette al celebrante le trovate tra parentesi, ma esse, purtroppo, sono spesso ritenute da tanti sacerdoti come indicazioni di massima, quasi come fossero auspicabili e volontarie, e non, come invece sono, dei gesti e delle parole OBBLIGANTI e DOVEROSE. Certo questo linguaggio diretto potrà suscitare reazioni “avverse”, ma in realtà all’inizio del Messale c’è una parte consistente che potremmo definire come “le istruzioni per l’uso e la lettura del Messale”, una sorta di legenda, quasi un manuale dentro un manuale, nella quale , tra le tantissime indicazioni, è scritto a chiare lettere al n.24 : “[…] Tuttavia, il sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare nulla a proprio piacimento“.

La prima supplica accorata ricorda al sacerdote stesso di essere un ministro di Dio ed a noi ricorda di essere la famiglia di Dio (se infatti col Battesimo siamo resi figli di Dio siamo anche fratelli tra noi) ; ma poi ci sono 3 richieste speciali :

  1. La prima è quella della pace : “disponi nella tua pace i nostri giorni“. Non è la pace che dà il mondo, ma la Sua pace, che deriva dal vivere nella Sua Grazia ; ma soprattutto con quel “disponi” ci ricorda che la Sua pace è un DONO di Dio e non uno sforzo umano, inoltre si fa menzione de “i nostri giorni”… la Chiesa pellegrina nel tempo non dimentica il proprio stato di precarietà su questa terra.
  2. La seconda è : “salvaci dalla dannazione eterna“. Giustamente la Chiesa non si stanca di ricordarci che la peggior cosa che ci possa capitare non è la malattia, la sofferenza, la tribolazione, nemmeno la morte, ma quella di morire in disgrazia, quella di dannarci eternamente… e la salvezza viene da Dio, non ci salviamo da soli con le nostre mani perciò il sacerdote prega a nome nostro con quel “salvaci”.
  3. La terza è “accoglici nel gregge dei tuoi eletti“. Finalmente la prospettiva del Paradiso ci viene presentata… che bello far parte di quel gregge che per sempre (davvero), per l’eternità non deve più pensare a procurarsi cibo in verdi vallate, che non deve più temere incursioni dei nemici, che non ha più paura di nulla e vive nella pace eterna perché ormai è perennemente con il Suo Buon Pastore.

I gesti che il sacerdote deve compiere sono molto antichi ed hanno significati e simbologie che ci sorpassano, per esempio le braccia allargate ricordano le braccia di Cristo in croce, quindi un abbandono totale alla volontà del Padre ; e poi le mani congiunte ci ricordano quell’antico gesto che si faceva per sancire la propria obbedienza di servi nelle mani del padrone, quindi anche noi obbediamo e siamo come schiavi (nell’amore) di Nostro Signore Gesù Cristo ; il terzo gesto indicato sono le mani stese sull’oblazione dell’ostia e del calice, così come anticamente il gran sacerdote le poneva sulla vittima del sacrificio così queste mani ricordano al celebrante stesso ed a noi fedeli che quell’offerta sarà fra pochi attimi proprio la vittima del sacrificio e NON sarà una semplice memoria degli ultimi gesti di Gesù con del “banale” pane benedetto.

Da ultimo vorremmo soffermarci sulla seconda parte della preghiera : “diventi per noi il Corpo e il Sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo “:

  • Anzitutto quel “per noisignificaa favore nostro, in nostro favore” ; non significa che l’offerta diventi Corpo e Sangue solo ed esclusivamente per noi che siamo lì presenti mentre per tutti gli altri no ; non significa nemmeno “secondo noi, secondo il nostro pensiero” perché il pane ed il vino diverranno Corpo e Sangue comunque, aldilà che noi ci crediamo o no, anche se non dovesse crederci nessuno dei presenti compreso il sacerdote (come avvenne nel miracolo eucaristico di Bolsena nell’estate del 1263).
  • Le mani del sacerdote sono state consacrate con l’olio santo, sicché tutte le volte che lui stende le mani scende lo Spirito Santo, ma anche quando tocca qualcosa o qualcuno deve farlo con questa consapevolezza, e cioè di agire in persona Christi, con questo gesto che il sacerdote compie lo Spirito Santo di Dio scende… capito bene ? Non è che sia un gesto tanto per fare un po’ di teatro… scende la terza persona stessa della Santissima Trinità, lo Spirito Santo… nel mese di Giugno siamo soliti celebrare la festa della Pentecoste, ma in realtà ad ogni S. Messa scende lo Spirito Santo, è come se succedesse una nuova Pentecoste, tutte le volte. Noi la celebriamo solennemente una volta all’anno, ma essa è stata istituita per ricordarci che lo Spirito Santo non scende solo in quel giorno… il problema nostro è che non usiamo così spesso gli occhi della fede quando siamo lì a Messa, ma se potessimo vedere le realtà spirituali vedremmo come un fascio di luce potentissimo e luminosissimo uscire dalle mani del sacerdote… se si potesse vedere con gli occhi corporei ci vorrebbero i Carabinieri ad ogni S. Messa fuori sul sagrato per tenere a bada la gente che vorrebbe entrare in chiesa anche solo per poter vedere questo miracolo.

Care famiglie, andate dai vostri sacerdoti a farvi benedire, insistete e chiedete la benedizione di Dio per mano loro, chiedete soprattutto che vi tocchino con la mano sul capo mentre recitano la preghiera di benedizione… Valentina ed io abbiamo spesso chiesto e ricevuto queste benedizioni e non possiamo esprimere fino in fondo le sensazioni e le grazie che abbiamo ricevuto, forse la descrizione più vicina alla verità è che si avverte come un fuoco benefico che penetra partendo dal capo e pervade tutta la persona, soprattutto quando siamo stati benedetti da vescovi e cardinali.

Cari sposi, ci siamo ripetuti spesso che il nostro Sacramento del Matrimonio ha molto a che fare con la carne, anzi potremmo quasi chiamarlo il sacramento della carne/corpo poiché senza di esso il sacramento non sussiste e l’amore non è scambiato tra i due sposi… ebbene, non crediate che il tatto non abbia a che fare con il sacramento dell’Ordine, infatti ai sacerdoti vengono unte le mani con una unzione che è più indelebile dei tatuaggi, è da quella unzione a forma di croce che passa lo Spirito Santo quando ci benedicono, quando consacrano, quando ci assolvono dai peccati… una bellissima pratica è quella di baciare (ancora il corpo protagonista) le mani del sacerdote dopo la S. Messa perché grazie a quelle mani l’ostia ed il vino sono divenuti il Corpo, Sangue Anima e Divinità di Gesù Cristo.

Coraggio sposi, manifestiamo la nostra fede anche col corpo ai nostri sacerdoti, per loro sarà una edificazione nel cammino di santità, il primo passo per cambiare è sentirsi amati e valorizzati. Cari sacerdoti, non abbiate paura ad essere “fuori moda”, anzi… noi vi vogliamo solo fuori moda perché antichi e sempre nuovi.

Giorgio e Valentina.

Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente

L’amore matrimoniale è immagine dell’amore di Dio. Quante volte l’abbiamo sentito dire. L’abbiamo ascoltato addirittura dal Papa, da più papi. Anzi di più! E’ scritto nella Bibbia. San Paolo arriva ad esclamare che Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Un uomo e una donna possono e debbono essere immagine di questa relazione totale che c’è tra Cristo e la Sua Chiesa.

Davvero è un mistero! Io e Luisa possiamo essere immagine di questo amore. E’ incredibile. Viene spontanea la domanda come tutto questo è possibile. Certamente c’è lo Spirito Santo che abita una relazione che non è solo tra un uomo e una donna ma diventa sacramento e di consegueza perfezionata e redenta da Cristo stesso. C’è però qualcosa che possiamo dare anche noi sposi per rendere questa immagine al mondo. Cosa? Ci viene in aiuto la Parola di Dio.  Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente » (Mt 22,37).

L’amore di Dio è il tutto. Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente. Per amare davvero Dio serve il tutto. Per fare un’esperienza d’amore che sia vicina all’amore di Dio serve il tutto. Per questo nel matrimonio serve il tutto. Non è una richiesta fuori dal tempo e immotivata da parte della Chiesa. La Chiesa parla al cuore dell’uomo come una mamma al suo bambinio. La Chiesa sa cosa desideriamo nel profondo e se ci chiede di prenderci determinati impegni è solo per godere di una gioia più vera e più grande.

L’indissolubilità. Il per sempre parla al nostro cuore! Cosa penseresti tu se la persona che dice di amarti non vuole però prendersi il rischio e la responsabilità di impegnarsi con te per tutta la vita? Ti sentiresti amato fino in fondo? Oppure ti sentiresti usato fino a quando servi? Queste sono riflessioni che più o meno consciamente ci facciamo tutti e che poi influiscono nella vita di coppia e personale. Se l’amore non è incondizionato non è più amore ma diventa uno scambio di bisogni, un commercio, un baratto. Invece chi si sposa sacramentalmente promette di voler stare con l’amato/a perchè è proprio lui/lei e non per quello che dà. Cambia tutto.

Unicità. In altre religioni è prevista la poligamia. Nella nostra società occidentale scristianizzata e attenta alla parità di genere sta avanzando il poliamor. Le persone poliamorose sono quelle che non si legano affettivamente solo ad un partner ma nella trasparenza si legano a più partner di generi anche diversi. Sembra l’affermarsi della libertà assoluta. Fare tutto quello che si vuole, nel rispetto degli altri, senza più stereotipi o condizionamenti religiosi e culturali. Sembra tutto bello. In realtà è una grande menzogna. Noi abbiamo desiderio di avere un rapporto affettivo che sia esclusivo. I nostri giovani sono ancora attratti da un amore esclusivo e meraviglioso. Non percepiscono la liquidità dei nostri rapporti di oggi come qualcosa di positivo, ma semplicemente come una situazione immodificabile, la vedono con disincanto. Cercano di prendere tutto e subito ma hanno desiderio di un amore come quello dei loro nonni. Lo si capisce anche da come sono affascinati dai film dove si raccontano amori che durano tutta la vita e che superano le più grandi tempeste. Sono attratti perchè lo desiderano nel profondo.

Fedeltà.La fedeltà è la virtù di chi tiene lo sguardo fisso sull’altro. Lo sguardo sull’altro soprattutto quelle volte che non ci appare così bello e magnifico. La fedeltà è quella di Gesù che sulla croce ancora implora Dio di perdonare chi lo sta uccidendo. La fedeltà è testimoniata da Gesù e dovrebbe essere incarnata anche da noi sposi che nel sacramento possiamo trovare la forza di amare come Gesù. 

Per concludere rispondete a queste tre semplici domande. Vi piacerebbe essere amati fino a quando fa comodo all’altro? Vi piacerebbe condividere la persona che amate con un’altra donna o un altro uomo? Vi piacerebbe che l’amato/a avesse intimità fisica con altri uomini o altre donne? Solo se la risposta è no a tutte e tre le domande e credete che voi desiderate di più, sentite di volere una persona accanto che vi ami con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente allora il matrimonio e per voi. Ciò però implica delle responsabilità. Che voi stessi vi impegniate ad amare nello stesso modo. Il matrimonio è esigente ma in cambio dà qualcosa che è grandissimo: permette di fare esperienza di Dio e del Suo amore in una relazione umana. Nulla di paragonabile ad altri modi di stare insieme.

Antonio e Luisa

La ricerca del vero amore (2)

Come vi raccontavo (cliccate qui per leggere la prima parte), la Madonna mi venne in aiuto attraverso la preghiera delle Mille Ave Maria che avevo deciso di recitare assiduamente. Cominciai a pregare durante ogni servizio che facevo per i poveri. Vivevo in una casa famiglia in provincia di Catania, dove mi occupavo, al risveglio la mattina, di lavare e assistere alcuni disabili. Poi andavo con il mio scooter a fare diversi servizi per conto delle persone che assistevo (circa una ottantina), mi capitava spesso di dover fare varie file dai dottori degli ospedali e negli uffici pubblici. Quando guidavo e anche durante ogni attesa in fila pregavo sempre le 1000 Ave Maria. Ogni giorno recitavo circa 500/600 Ave Maria, ma potevano essere anche di più; la mia vita era diventata servizio e preghiera continua. 

Barbara però resisteva ancora alla mia richiesta di matrimonio, alla mia proposta di sposare me e i circa 80 poveri, di vivere di sola Provvidenza. Avrebbe dovuto abbandonare la sua vita lavorativa e il suo mondo. Ebbene, io volevo con tutto il mio cuore sposare Barbara, non so da dove mi venisse tutta quella forza, quella convinzione, non mi scoraggiavo e cercavo sempre nuove idee per conquistare Barbara, per camminare insieme a lei in una nuova vita tutta nel Vangelo. In realtà ora lo so, quella forza mi veniva dalla preghiera alla Madonna, che mi ispirò nuove mosse da compiere. La mia ricerca del sì di Barbara era diventata una partita a scacchi con il suo cuore.

Sapendo che Barbara era altruista ed era anche una brava cuoca, la invitai a cucinare in una delle case famiglia per circa 25 poveri. Lei accettò e naturalmente entrò nelle grazie di tutti, cucinava benissimo ed era estremante dolce con ogni accolto; così la invitai altre volte per fare crescere sempre di più questa empatia tra Barbara e tutti gli ospiti della casa famiglia. La Madonna guidava ogni mia mossa ed io, senza perdere la speranza, pregavo e operavo. Un giorno chiesi a tutti gli ospiti, persone disabili, ex carcerati, ex senza fissa dimora: “voi volete che Barbara venga ad abitare qui con noi e cucini sempre per voi?’’. Fu un coro di si convinti da parte di tutti ed io dissi loro: ’’e allora pregate il Santo Rosario con l’intenzione che Barbara lasci il lavoro e ogni altra proposta“. Tutti mi risposero: “pregheremo perché lasci il lavoro e venga ad abitare con noi”.

Quindi misi in piedi (sempre guidato dalla Madonna) un esercito di persone che pregavano per la scelta di Barbara. A tanti volontari e ad amici dicevo: ’’pregate perché non accetti alcuna proposta di lavoro (ne aveva ricevute 5 nel frattempo, visto che il suo lavoro non andava più benissimo), perché dovrà dedicarsi solo a me e a tutti i progetti di Dio su di noi.” Nonostante tutto Barbara non cedeva, era timorosa e rimandava la sua scelta di mese e in mese. Dopo circa 6 mesi (era la fine del 2015), Fratel Biagio, durante il suo pellegrinaggio a piedi per la Sicilia, si infortunò ad una gamba e si fermò nel Santuario della Madonna della Roccia di Belpasso (CT).  Premetto che io sono un figlio spirituale di Fratel Biagio e non gli avevo ancora detto che ero fidanzato con Barbara. Avevo un po’ di timore perché Fratel Biagio mi aveva già consigliato di lasciare le mie due precedenti fidanzate in quanto secondo lui non erano adatte a me. Per questo ammetto che l’ho anche un po’ odiato. Andai con Barbara a trovarlo in una grotticina nei pressi del Santuario; il cielo era ricoperto di nuvole. Fratel Biagio ci vide insieme, ma non battè ciglio, conosceva Barbara, era una volontaria della sua Missione di Speranza e Carità ed abitava a Palermo, ma non chiese come mai si trovasse nel catanese e con me. Barbara raccontò le sue vicissitudini lavorative e le sue paure, Fratel Biagio prima le disse che avrebbe potuto confidarsi con lui e che lui avrebbe potuto pregare per lei, ma poco dopo il suo volto cambiò e disse: “Barbara questa vita non fa per te, Il Signore ti cerca da tanto tempo”. Mentre disse queste solenni parole, il cielo si aprì e comparse un meraviglioso arcobaleno, che pareva ci stringesse in un abbraccio luminoso. Nello stesso istante, presero il volo tre tortore; per Fratel Biagio questi sono segni dello Spirito Santo e disse: “una tortora è Riccardo, una Barbara e una sono io, tutte e tre insieme”. Barbara che già era molto propensa a cambiare vita, anche se non ne aveva il coraggio, rimase molto scossa da quei segni e tornati alla casa famiglia mi disse: ”sì, voglio sposare te e tutta la realtà di questa casa famiglia” (che ospitava circa 80 poveri in gratuità e provvidenza). Era settembre e programmammo il matrimonio per il 12 febbraio 2016; non avevamo nulla, eravamo tutti e due senza soldi, ma volevano sposarci in chiesa e ricevere il sacramento del Matrimonio. La grande storia della nostra vita con la Madonna era appena cominciata, vi racconteremo di come si è svolto il nostro Matrimonio nel nostro prossimo articolo.

Riccardo Rossi

Un’esperienza di paradiso

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso.

Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso.

L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna. Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale di due cuori, uniti in modo indelebile dalla promessa personale e dal fuoco dello Spirito Santo, concretizzato attraverso l’unione dei due corpi, gli sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione.

Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere più che un luogo (almeno per come lo intendiamo noi) uno stato, è la visione beatifica di Dio. E’ stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo. Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi siamo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciamo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo possiamo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco.

Quando? Non come verrebbe naturale pensare durante il momento di massimo piacere fisico. C’è un momento dove viviamo alcuni secondi di vera comunione. Subito dopo. Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoniamo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

Attori oppure CEO?

Nella liturgia odierna la prima lettura ci sprona così:

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 12,9-16b) Fratelli, la carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene; siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile.

Alcune volte la Parola di Dio sembra cucita apposta sulle nostre vite, è un’esperienza che possiamo fare tutti poiché essa è viva, non è un libro qualsiasi, non è una raccolta di saggi o aforismi, ma è uscita dal pensiero di Dio, è come se Dio avesse chiesto di trascrivere il proprio pensiero ad alcuni uomini scelti ed abbia guidato la loro mano nel redigere i vari libri; ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che Gesù è il Verbo fatto carne, la Parola di Dio si è fatta carne in Gesù, ecco perché essa è viva e non è lettera morta, a patto che apriamo il cuore alla Sua azione.

Alcune volte troviamo episodi e riferimenti tipici dell’epoca in cui sono stati redatti i vari scritti, ma questo non ci deve distogliere dall’aprire il cuore allo Spirito Santo che agisce nella Parola, poiché questi riferimenti sono solo come l’estetica esterna di una scatola, non il suo contenuto; essi sono come il pretesto per dire qualcosa circa il cuore dell’uomo e soprattutto quello di Dio. In questo caso S. Paolo sta scrivendo alla comunità di Roma, ma visto che questa è solo la parte estetica esterna alla scatola, vediamo cosa troviamo all’interno di essa.

Innanzitutto c’è un lungo elenco di suggerimenti/ordini molto pratici ed utili che possono benissimo essere applicati aldilà del proprio stato di vita, proprio per questo li dobbiamo sentire indirizzati per noi sposi; se lo stile dell’amore deve caratterizzare la comunità cristiana, quale miglior comunità esiste di quella domestica, nella quale si impara ad amare?

Potremmo passare in rassegna ogni ordine elencato, ma sarebbe solo un’approfondimento di consigli saggi se dimenticassimo il fulcro di tutto ciò, e cioè l’incipit iniziale “la carità non sia ipocrita“. Sembra una frase da cartello stradale della Pubblicità Progresso, ma dobbiamo intenderla bene: il termine carità usato da S. Paolo è la forma più alta dell’amore, quella che in greco è “charis” ed in latino è “caritas“, e cioè l’amore disinteressato, l’amore che imita quello di Cristo; altrove infatti S. Paolo parla della “carità di Cristo“.

Ma cosa significa che la carità non deve essere ipocrita? Il termine ipocrita usato negli scritti paolini ha il significato di “attore” [dal lat. hypocrĭta, dal gr. hypokritḗs ‘attore’, quindi ‘simulatore’].

Cari sposi, probabilmente alcuni di noi da giovani avevano velleità per il cinema o la televisione, mentre qui l’apostolo ci richiama a non fare gli attori, ma non inteso come professione rispettabile, ma attori nell’amore, attori nella carità. Probabilmente il nostro Paolo aveva visto tante rappresentazioni teatrali nei suoi lunghi viaggi perciò sapeva bene in cosa consistesse la professione dell’attore.

Cosa fa un attore? Di fronte ad alcuni (il pubblico) si comporta in un modo che non è la propria vera identità, la quale viene a galla solo con altri (vita privata).

Cari sposi, qual è la nostra vera identità di sposi in Cristo?

Fare le veci di Dio per il nostro coniuge, essere come dei rappresentanti legali della Trinità, siamo come dei CEO nell’azienda della Carità di Cristo. Infatti come ai veri CEO così anche ad ogni sposo/a sono demandate, in ambito societario e aziendale, le maggiori responsabilità in materia di gestione e decisioni strategiche, e questa azienda a gestione famigliare è la CARITA’, la carità vera che imita e proviene da quella di Cristo, siamo quindi in società con Lui.

Gli sposi e le spose che si amano con questa caratteristica gareggiano nello stimarsi a vicenda, non sono pigri nel bene, sono ferventi nello Spirito, perseverano nella preghiera e vivono tutti gli altri atteggiamenti descritti in questo brano paolino.

Ma come facciamo a vivere tutto questo? Cominciando da un ordine, per esempio possiamo cominciare con il gareggiare nello stimarci a vicenda, piano piano che il nostro amore crescerà, questo atteggiamento virtuoso si trascinerà dietro le altre virtù; e le virtù vissute scacciano i vizi contrari ad esse.

Coraggio sposi: provare per credere!

PS: Per chi avesse ancora dei dubbi, il Signore ci ha dato un comando: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”, l’amore sponsale è quindi un obbligo, dolce ma pur sempre obbligo/comando, a noi tocca eseguirlo da bravi discepoli.

Giorgio e Valentina.

Il segreto è esserci

Il segreto è esserci. Che poi è pure la promessa scambiataci il giorno del matrimonio. Ed in quella c’è proprio una anticipazione di ciò che si vivrà. Difatti, non si elimina dalla emblematica formula ,pronunciata nel cuore della Messa, la parte dolorosa dei giorni che saranno o la malattia. È tutto già dichiarato e sono io, noi, a promettere che resteremo.

È chiaro che quel giorno, patinati come principi e truccate come principesse, ci sentivamo dei titani, pronti a superare qualunque battaglia col sorriso sulle labbra. La lacca, i tacchi, le fotografie, offuscavano la gravità di quelle parole che magari venivano dichiarate con poca consapevolezza. Ma erano vere,come poche altre ci sarebbero state rivelate. Ed erano state precedute da un corso prematrimoniale in cui veniva profilato tanto sul senso dello stare insieme.

Dunque, perché stupirsi oggi dinanzi all’ostacolo? Non puoi dire di non essere stato avvisato. Di avere ipotizzato un percorso più semplice, di essere impreparato. Piuttosto, respira. Forte. E poi prega. Lo sai che da solo non ce la farai. Non a mantenere la calma, non ad essere lo sposo o la sposa ideale, non a superare le aspettative. Piuttosto deluderai. Sbaglierai. Ti sembrerà di toccare il fondo. Ma tutto ciò che tu devi all’altro è restare. In quella faccenda. In quella promessa. In quel matrimonio.

E pregare. Chiedere a chi ha veramente partecipato al vostro matrimonio di intervenire. No, non agli invitati attenti e con le pettinature anni 70 e neppure ai testimoni. Al Signore. A Lui, che ha deciso di scommettere su di voi. Chiedi di essere con voi, come quel giorno. Anzi,di più. Per andare oltre quel masso. Oltre quel limite. Oltre quel dolore, quella mortificazione, quel nodo alla gola. Stressalo. Insisti. Non smettere di domandare per te, per voi, per quelle promesse. Resterà l’ostacolo, la delusione, l’amarezza ma sembreranno superabili. Dapprima, solo per uno dei due, forse. Poi, col crescere della preghiera, il salto nell’oltre si farà mano nella mano. Come il giorno del sì. Con meno lustrini sugli abiti e molti di più sul cuore.

Livia Carandente

“La nostra umanità è innalzata accanto a Te”

Cari sposi,

vi siete mai contemplati assieme in Cielo? Fin dove è arrivata la vostra immaginazione riguardo il futuro della vostra vita matrimoniale? Certamente è per tutta la vita, “per invecchiare a fianco dell’altro” come spesso si dice. Ma l’amore coniugale ha dentro qualcosa di più di tutta una vita assieme. È certo che il vincolo, generato dal sacramento, è finalizzato alla vita presente e non ci sarà di là. Ma l’amore tra di voi non finisce con il funerale.

La festa di oggi è assai significativa e vorrei – lo spero – aiutarvi a varcare la soglia dello spazio e del tempo perché l’amore in voi sa di Eterno. L’Ascensione è il suggello meraviglioso alla Risurrezione. Gesù non diventa uno spirito che si dissolve ma è Lui in carne ed ossa e con il suo Corpo glorificato torna dal Padre nello Spirito. Stesso destino è riservato per voi sposi, per cui la vostra relazione di amore è chiamata ad ascendere in Cielo in corpo e anima. Non mi sto inventando nulla, perché è il rito stesso a gettare luce su questa verità quando dice:

Padre santo, concedi a questi tuoi figli che, uniti davanti a te come sposi, comunicano alla tua mensa, di partecipare insieme con gioia al banchetto del cielo” (Rito del matrimonio, Seconda formula di benedizione nuziale, n° 86).

Uno può pensare che là saremo insieme a prescindere dal fatto di essere marito e moglie. In parte è vero ma per gli sposi c’è un qualcosa di più se sono stati uniti da un legame consacrato dallo Spirito per tutta la vita. Come detto prima, oltre al fatto che il vincolo dura quanto una vita, tuttavia, la relazione nuziale contiene un significato che supera i limiti della finitezza:

Il «Noi» divino costituisce il modello eterno del «noi» umano; di quel «noi» innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina” (Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n° 6).

Perciò, parafrasando quanto ho scelto come titolo dell’articolo, il quale proviene dalla preghiera colletta della solennità di oggi, ben si potrebbe dire: “la nostra relazione coniugale è innalzata accanto a Te”. “Davvero grande è questo Mistero” (cfr. Ef 5, 32)! Quanta bellezza e meraviglia contiene l’amore nuziale, impossibile da contenere in una sola vita. Cari sposi, continuate a contemplare questo dono immenso che il Signore vi ha fatto, è il modo con cui potrete assimilarlo e farlo vostro.

ANTONIO E LUISA

La parola amore contiene in sè già tutto. Significa a-mors senza morte. L’amore non finisce. Finisce certamente il matrimonio inteso come vincolo terreno. Non finisce il legame d’amore. Una volta madre Teresa incontrando Il card. Comastri gli disse: Ricordati che, quando moriremo, porteremo con noi soltanto la valigia della carità. Vale anche per noi, non solo per i sacerdoti o i religiosi. Ciò che ci porteremo sarà solo la carità, l’amore. Quindi come è possibile che non esista più nulla tra Luisa e me?

Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

La santità in coppia fa proprio per noi

Cari sposi,

vorrei condividere con voi una bellissima esperienza avuta proprio ieri. Nella Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, si è svolto un convegno sul tema: “Santità, matrimonio e famiglia”. Sono stati presentati diversi casi di sposi o santi o in cammino verso gli altari e tutti vissuti nel XX, tanto che potrebbero essere stati i nostri nonni o forse anche genitori.

Mi rendo ben conto che non sia affatto facile e scontato parlare di santità per gli sposi. Pare sia un tabù vista la situazione in cui versano le famiglie negli ultimi decenni, ad alcuni sembra sufficiente dare le istruzioni minime di sopravvivenza cristiana in mezzo al marasma attuale.

Invece la Chiesa crede in voi e vi pone davanti esempi concreti non di superstiti ma di santi sposi, di chi è arrivato alla Mèta. Ma non sono lì per essere fotocopiati bensì come stimolo per puntare sempre in alto, “fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4, 13) proprio quella misura che Gesù ha pensato per ciascuno di noi. Se così non fosse ci perderemmo nel “secondo me”, il che forse non sempre coincide con la Sapienza divina.

Dire santità di coppia di sicuro ti porta a scoraggiarti quando hai davanti certi modelli impressionanti per virtù e stile di vita. Ma tutte queste testimonianze la Chiesa ce le regala solo per stimolarci e motivarci ma non per essere copiate. Questo è molto bello perché se io volessi, per esempio, essere uguale al Curato d’Ars, cosa in sé molto buona, magari potrei involontariamente allontanarmi dalla via unica e specifica che il Signore desidera per me. Servatis servandis, per voi sposi, ciò che conta è capire che Gesù ha un progetto meraviglioso per la vostra coppia e poi è importante discernere dove passa la vostra strada e dare frutti in base ai vostri talenti.

È esattamente quello che ieri, durante il convegno, la professoressa Carla Rossi Espagnet ha menzionato: “ognuna di queste coppie, a un certo punto della propria vita, anche dopo anni molto difficili dal punto di vista della serenità coniugale, ha deciso di vivere insieme il vangelo giorno per giorno, lasciando nel proprio ambiente un solco profondo di carità e fedeltà: testimoniando con la vita il proprio amore a Cristo”.

La cosa bellissima è che questa ricerca del piano di Dio e questo discernimento è sempre passato dalla vita ordinaria di tutti i giorni, fatta di dialogo, di preghiera, di intimità, di educazione dei figli, di lavoro… È quella ordinarietà che è stata impregnata di Spirito Santo dal giorno del vostro matrimonio e di questo dovete esserne estremamente consapevoli.

L’ordinario vissuto con Gesù ha una fecondità straordinaria al punto che Papa Francesco arriva a dire quanto segue: “Una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (Amoris Laetitia 316).

Perciò care coppie, non smettete di assecondare ogni giorno lo Spirito che lavora instancabilmente perché anche voi siate una coppia santa.

padre Luca Frontali

La vostra tristezza si cambierà in gioia.

«Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

Nel preparare l’articolo per oggi la Dioincidenza ha voluto che capitassero proprio questi versetti di Giovanni 16, 16-20 che raccontano quello che abbiamo vissuto, non solo a livello umano ma sopratutto a livello spirituale, io e mio marito Andrea.

Quando ci siamo sposati piano piano sono arrivate le piccole crisi. Crisi non solo umane, con i ritmi da conciliare tra lavoro e casa, ma più avanzavamo nel cammino della fede e più si manifestavano le nostre divergenze di appartenza di ” casata” per usare il termine di Harry Potter. Il mio consorte era cresciuto fin da piccolo nel vivaio dell’Azione Cattolica e io invece ero una pecorella smarrita ,indubbiamente fuori posto con la casacca dell’AC.

Grazie ad una buona guida spirituale che mi ha ascoltato e scrutato nel profondo (un buon padre spirituale è anche colui che sa cosa è meglio per te anche se comporta cambiare stili ed abitudini) piano piano scoprii di essere più in sintonia con il carisma e la spiritualità della comunità Nuovi Orizzonti, che fonda il proprio essere nella Parola “e la vostra gioia sia piena“.

Durante la preparazione al matrimonio la mia guida spirituale, che poi divenne la nostra perchè giustamente si è preso tutto il pacchetto famiglia, ci fece leggere non solo i libri di Costanza Miriano e Chiara Corbella Petrillo, ma anche i testi di Chiara Amirante. Ecco i libri di Chiara Amirante sono stati la nostra salvezza durante la profonda crisi umana e spirituale che di lì a poco avremmo attraversato. Nella frustrazione dell’attesa di un figlio, che non ne voleva proprio sapere di arrivare, i pensieri più frequenti erano: siamo una famiglia di serie B, ma perchè proprio a noi, perchè proprio io dovevo avere l’utero difettoso, e sopratutto dove sta questa ” gioia “.

Abitando a Roma e in un quartiere con realtà parrocchiali vicinissime, nel vero senso della parola ci basta attraversare la strada, abbiamo avuto la fortuna di conoscere il parroco di San Giuseppe al Cottolengo, che proprio dal 2019 venne affidato alla Comunità Nuovi Orizzonti, che per noi, coppia di sposi feriti e sanguinanti, è stato come incontrare chi ci dava acqua nel deserto. Siamo arrivati li e quando ho incontrato lo sguardo di quei sacerdoti mi sono detta: “ecco nei loro occhi vedo la famosa gioia di cui tutti mi parlano, voglio gli occhi luminosi come loro”. Io in quel periodo ero nel bel mezzo di una forte depressione e immaginatevi lo sconforto di un marito che non sa da dove cominciare per cercare il modo migliore per starmi accanto. Tra i consigli del nostro padre spirituale c’e anche quello di avere un sacerdote unico per la confessione e cosi di confessione in confessione iniziammo a guarire interiormente.

La preghiera è importante nella coppia perchè aiuta a far emergere le nostre sofferenze, e quelle stesse sofferenze, se curate con Amore, possono cicatrizzarsi. Stare a contatto con i sacerdoti e le famiglie di Nuovi Orizzonti è stato per noi provvidenziale, abbiamo infatti aggiunto un’ulteriore pietra al percorso che Dio aveva previsto per noi. Li abbiamo sentito dentro di noi che, l’idea nata durante una vacanza estiva di divenire una famiglia in stile “casa famiglia”, non era male, anzi abbiamo toccato con mano quel gesto di “spezzare il pane”. Abbiamo riconosciuto quel Dio che fino a quel momento ci sembrava che stesse giocando a nascondino con noi, come un Padre gioca a nascondino con i figli.

Una volta “tanato” i giochi con Dio non sono terminati, anzi sono proseguiti alla ricerca del “Tu sei il sogno di Dio“. Ebbene sì, la classica frase da t-shirt del Grest o di qualche campo estivo, è stata la svolta per uscire dal tunnel della depressione perché anche io e il mio matrimonio eravamo un sogno di Dio. Una svolta per chi già da quando aveva 30 anni si sentiva dire che era già in ritardo per un figlio! Ovviamente di domande scomode durante l’adorazione ce ne erano tipo “perché a loro hai concesso 7 figli e a noi neanche mezzo? Come hanno fatto?”

Si Dio ci ha messo davanti e accanto una famiglia meravigliosa. La prima volta che l’abbiamo vista abbiamo ripensato alla famiglia Bradford (telefilm anni 70 ndr). Però piano piano con l ‘aiuto spirituale, ossia la confessione, la mia rabbia si placò. Onestamente devo dirlo, ero come Anakin Skywalker passato al Lato Oscuro perché ovunque ponessi il mio sguardo vedevo donne incinte. Odiavo tutti e tutto e specialmente odiavo il mio utero. Quando inizi ad odiare una parte del tuo corpo durante la depressione il gioco è fatto, infatti si aggiunse il sorgere di disturbi alimentari sfociati poi in una bellissima insulinoresistenza.

Durante gli incontri di confessione ho scoperto che la rabbia è un emozione che non va repressa, ma bensì vissuta insieme all’altro e condivisa. Deve diventare un lavoro interiore alla ricerca dell’essenza di me stessa per divenire la base per la semina futura. Grazie al dialogo sono rinata e siamo rinati. Gli insegnamenti appresi mi sono e ci sono stati di conforto per vivere il dolore di ritrovarci davanti un ecografo e sentire una diagnosi che mai vorresti sentire, ma in fondo chi eravamo noi per non accogliere e vivere sulla pelle quel “voi sarete nella tristezza , ma la vostra tristezza si cambierà in gioia“.

Già proprio noi che inconsapevolmente scegliemmo quel Rimanete nel mio Amore perché la vostra gioia sia piena. Una doppia chiamata. Sperimentare la Gioia anche nel dolore non è semplice ma se ci affidiamo, possiamo crescere umanamente e spiritualmente ed essere pronti a risollevare le persone che incontreremo nostro percorso di vita a partire proprio da nostro marito o nostra moglie. Perché ricordiamoci che ciascuno di noi è un Dono di Dio con delle potenzialità immense da scoprire e da tenere vive, qualora si affievolissero, come la fiammella che arde nel fuoco della Veglia Pasquale.

Simona

Vedevo una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. (2 Parte)

Per leggere la prima parte clicca qui.

Toccato il punto più basso, Dio finalmente si è mostrato a me in modo chiaro e deciso. E lo ha fatto, come spesso fa, partendo da un dolore. Un mese dopo la nascita della nostra terza figlia, mentre ero nel pieno del mio momento buio, mia moglie mi ha scoperto. Far venire a galla la mia miseria è stato lacerante. Vedevo in mia moglie il dolore che le avevo provocato, e improvvisamente è stato come se mi fossi destato da un torpore. Come ogni azione malvagia, finché rimane nell’ombra riesce a camuffarsi e a ingannare, ma appena viene portata alla luce si mostra per quello che è e l’inganno scompare. E lì, in quel dolore, Dio ha parlato e lo ha fatto utilizzando il canale che io gli avevo suggerito: il matrimonio.

Già, perché quando ci siamo sposati, per quanto ancora immaturi e un po’ inconsapevoli, Dio ci ha preso sul serio. E pronunciando quei voti davanti a Lui è come se gli avessimo detto “Signore, scelgo la mia vocazione: il matrimonio. Da adesso in poi, è attraverso questo sacramento che Tu ci parlerai. E così, quando Lui ha voluto mostrarmi il Suo amore e la Sua vicinanza, lo ha fatto con una cosa che mi ha lasciato di sasso: il perdono e la vicinanza di mia moglie. Ovviamente, questo non vuol dire che fin da subito le cose siano andate bene. Ha sofferto tanto, soffre ancora. Tutt’ora fa fatica a fidarsi pienamente di me, e sono sicuro che spesso si domandi se e quando ci ricadrò. Ma non mi ha lasciato solo neanche per un momento. Ha scoperto a sue spese che quando sposiamo qualcuno, stiamo sposando anche tutti gli errori e gli sbagli che questa persona potrà commettere, anche quelli più impensabili e che non si saremmo sognati. Questa consapevolezza lei ce l’aveva bene in testa, e non ha esitato a metterla in pratica appena ce n’è stata l’occasione.

Mi sono sentito amato da lei di un amore sovrumano, nel senso che supera le sole forze dell’uomo. E in quel momento mi sono reso conto che io invece fino a quel momento l’avevo amata di un amore umano. E, come detto all’inizio, dove non c’è Dio c’è solo egoismo e sofferenza. Ho capito che, come prima cosa, dovevo far tornare Dio protagonista del nostro matrimonio. Altrimenti non sarei riuscito a risolvere un bel niente. Perché il mio problema era su due livelli. Il primo era il problema pornografia in sé, per combattere il quale mi sono messo in mano a un bravo psicologo sessuologo che tutt’ora mi sta aiutando. E il secondo, era la pornografia come sfogo da una realtà che mi ero costruito in modo sbagliato. Se anche avessi risolto il problema pornografia, il rischio era, semplicemente, di indirizzare ad altro il mio desiderio di evasione. E le possibilità si sprecano: alcol, gioco d’azzardo, e qualsiasi altro comportamento vizioso che l’uomo è sempre tanto bravo a tirare in ballo quando cerca con le proprie sole forze di riempire un vuoto o di anestetizzare un malessere.

Persino cose in sé buone, come la palestra o un hobby, possono diventare degli idoli che distruggono la nostra vita, se non diamo loro la giusta collocazione e le giuste priorità. Così, è cominciata la mia risalita. Che è tutt’ora in corso. Ma non c’è nulla di più bello dello scoprire che la realtà è infinitamente più grande e bella di come ce l’eravamo immaginata. Ero convinto di essere bravo. Lavoravo tanto, aiutavo mia moglie in casa, facevo mille cose per la mia famiglia. Ero sicuro di star facendo tutto bene al cento per cento. E nonostante tutto questo, sentivo una mancanza dentro, un malessere che mi spingeva all’evasione. È la cosa più brutta: star male pur nella convinzione di star facendo tutto perfettamente. È quindi questo, il massimo della vita? Mi aspettavo di più… e invece, scoprire che stavo sbagliando tutto, scoprire che c’era un altro modo di condurre la mia vita, un altro sguardo da avere sulle cose, un altro modo di amare mia moglie, è stata una liberazione! Perché mi ha fatto capire che sì, il cammino era ancora lungo e faticoso, ma c’era una direzione. C’era una strada.

Con l’aiuto e la vicinanza di mia moglie, ho pian piano imparato a non vergognarmi dei miei limiti e delle mie debolezze. Ogni cosa negativa che abbiamo dentro di noi, se cerchiamo di soffocarla si ingigantisce e finisce per esplodere provocando ancora più danni. Invece le miserie vanno messe sul piatto, smascherate, tirate fuori. Ci penso spesso durante l’offertorio, quando partecipo alla Santa Messa. Ogni volta che vedo quei bambini percorrere la navata centrale portando all’altare il pane e il vino, penso a quello che sto portando io. Porto sofferenza, senso di inadeguatezza, vizi, egoismo. E li lascio sull’altare. Se Dio riesce a trasformare un disco di pane nel Santissimo Corpo di Suo Figlio, sono sicuro che potrà fare qualcosa anche a ciò che gli porto io. Come le persone che, nel Vangelo, andavano da Gesù. Non gli portavano doni, una bottiglia di vino e un vaso di fiori. Gli portavano le loro malattie. Dicendo “Ti prego, fai qualcosa”.

La persona che abbiamo sposato, fragile, fallibile, misera come noi, è però investita di una straordinaria potenza: è il tramite della grazia di Dio per me. È la luna che, di notte, riflette la luce del sole e illumina il cammino. L’amore di mia moglie, il suo sostegno, il suo perdono, mi hanno per la prima volta fatto comprendere che l’amore non devo comprarlo, né meritarlo: devo solo accoglierlo. Il suo, come quello di Dio. Faccio ancora fatica, con questa cosa. Dopo un’ora di Adorazione Eucaristica in chiesa spesso mi sale il pensiero “ecco, adesso forse Dio è contento di me…”. È un cammino, ma adesso, per la prima volta, comprendo appieno quella frase di Chiara Corbella: “L’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”. Sembra poco, ma è la cosa più difficile del mondo. Per fortuna, abbiamo accanto a noi Colui che ha vinto il mondo.

Francesco e Marina

Vedevo una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. (1 Parte)

Quando in una coppia arriva il primo figlio, è tutto una novità. Il coniuge diventa un alleato nell’esplorare insieme questo mondo sconosciuto e fatto di mille novità. I nove mesi di gravidanza vengono vissuti con gioiosa attesa, mentre con minuziosa attenzione si preparano i dettagli per l’arrivo del bambino. Ogni visita, ogni esame del sangue, ogni cosa è un percorso che si affronta insieme. O perlomeno, così è stato per noi. Ricordo ancora l’attenzione che mia moglie metteva nella sua alimentazione, nel lavare con l’Amuchina frutta e verdura prima di mangiare, nell’affrontare ogni visita e ogni esame con curiosità e fascino, mentre la gravidanza procedeva e tutto si preparava per accogliere il nostro bambino. Questo atteggiamento era da considerarsi naturale, se si pensa a una cosa ovvia ma che è bene ricordare: non avevamo altro da fare se non pensare al nostro primo figlio.

Già, perché la differenza sostanziale tra la prima gravidanza e le successive, è che nelle successive ci sono già dei bambini a casa di cui occuparsi. E se, come noi, una coppia fa tre figli in quattro anni, allora i bambini che in quel momento sono a casa e che sono bisognosi delle cure genitoriali sono molto piccoli, e molto bisognosi di molte cure genitoriali!

La seconda gravidanza di mia moglie mi è sembrata molto più “rapida” della prima, nonostante sia durata esattamente lo stesso numero di giorni (sia il nostro primo figlio sia la seconda sono nati il giorno dopo il termine). In men che non si dica ci siamo ritrovati in ritardo con l’organizzazione della cameretta, la valigia per il parto, e quasi senza accorgermene mia moglie era in sala parto e io, accanto a lei, assistevo alla nascita della nostra bambina. Che subito ha voluto mettere in chiaro che no, lei non aveva il carattere docile e mansueto del fratello… i tre mesi successivi sono stati dettati da una sorta di tortura della privazione del sonno messa in atto dalla nuova arrivata, che sembra aver deciso che 3 ore di sonno a notte erano fin un lusso.

E qui arriviamo al mio momento di crisi. La mia mente iniziava a essere affollata. Quando ero al lavoro pensavo costantemente a cosa dovessi fare per la mia famiglia, che giorno dovevo portare mio figlio dal pediatra, che giorno dovevo portare la bimba a fare i primi vaccini, tutine da comprare, esami da prenotare, spesa al supermercato da fare. E quando ero a casa, entravo in una sorta di trance agonistica in cui lo scopo era fare tutto, e farlo al top. Mi comportavo da Superman, volevo che mia moglie fosse fiera di me, io stesso mi giudicavo in base a quello che riuscivo a fare. Era diventato quasi un piacere morboso caricare la quarta lavatrice o pulire la cucina, e ogni volta che c’era da fare qualcosa per i bambini mi precipitavo, soprattutto di notte. Inutile dire che mia moglie non si opponeva a questo mio atteggiamento, anzi, pensava a quanto fosse fortunata ad avere un marito che aiutava tanto in casa. Quello che ancora non sapeva, era che il mio aiutare era egoistico. Non era un sacrificio fatto per amore, era un sacrificio fatto per essere ammirato. Nella mia insicurezza, nel mio costante bisogno di essere amato e approvato, stavo cercando di “comprare” l’amore di mia moglie.

Questo, naturalmente, ha delle conseguenze. Perché solo l’amore crea, e se una cosa non è fatta per amore allora è distruttiva. E infatti mi stava distruggendo. Con mia moglie ci incrociavamo ogni tanto per casa ma i momenti per stare insieme davvero erano praticamente nulli. La tendenza di mia figlia a strillare tutta la notte faceva sì che mia moglie andasse a letto alle 9, mentre io stavo con la bambina fino alle 2 del mattino circa, poi a quell’ora quando non ce la facevo più svegliavo mia moglie e ci davamo il cambio.

Ed è in quelle intere nottate passate da solo in salotto che è ritornato prepotente un vecchio vizio che avevo quando ero adolescente, e che mi ero illuso che il matrimonio avrebbe magicamente cancellato: il vizio della pornografia. La pornografia è un vizio subdolo, dettato principalmente dall’illusione del controllo. Non è solo una semplice questione di impulso sessuale, è un’evasione verso un mondo in cui le persone possono fare o essere quello che voglio io, quando lo desidero io. Non facendo le cose per amore, come dicevo prima, avevo fatto sì che tutta la mia quotidianità risultasse pesante e insoddisfacente, e per rilassarmi dovevo necessariamente cercare qualche evasione. Nel migliore dei casi, uno si butta sui film o sulle serie tv. Nel peggiore, nell’alcool e nella pornografia. E così, il mio tempo era scandito da serate passate a bere birra e a rifugiarmi in quel mondo, dal quale più che un appagamento sessuale ne traevo un appagamento emotivo, trovandomi in un luogo dove non dovevo soddisfare le aspettative di nessuno, ma anzi era quel mondo a darsi tanto da fare per soddisfare qualunque tipo di esigenza.

Il mondo della pornografia è oscuro e diabolico, perché non si limita a distruggere la sessualità, ma innesca tutta una serie di dinamiche che poi influiscono in tutti i livelli relazionali di una persona. E così, un collega che ti fa arrabbiare ti fa tornare alla mente quella tal attrice che invece è sempre così dolce, e così via. Pensavo che la cosa non influisse sul mio matrimonio, e invece lo stava distruggendo dall’interno, cambiando piano piano il mio sguardo su mia moglie, vedendo in lei non più una persona da amare ma una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. Facendo entrare la pornografia nella nostra vita, avevo aperto un portone gigantesco a qualunque sfaccettatura dell’egoismo, che mi allontanava sempre di più dalla mia famiglia per spingermi con la mente in un mondo ideale dove tutto poteva essere come desideravo io. In più, c’era il piacere dell’occulto. Occulto nel senso etimologico del termine: nascosto. Star facendo qualcosa di nascosto dava un piacere ulteriore alla cosa, mi faceva sentire di avere finalmente qualcosa di mio, e di solo mio. Di nuovo, anche questo era parte del piacere del controllo.

Se questa cosa è successa quando è nata la nostra secondogenita, con la terza la questione è esplosa prepotentemente. In una casa in cui gli spazi sia fisici sia emotivi si restringevano, dopo un anno in cui ero riuscito a tenere a bada il vizio della pornografia, nata la terza figlia il vizio è tornato, più cattivo di prima. La distanza sessuale con mia moglie di certo non aiutava, e nonostante lei soffrisse molto per questa nostra lontananza fisica io non mi impegnavo seriamente per risolverla, perché avevo il mio mondo virtuale immaginario in cui potevo rifugiarmi tutte le volte che la realtà diventava difficile.

L’articolo proseguirà domani. Non mancate per scoprire come è finita.

Francesco e Marina

Nuovi terremoti!

Ecco la prima lettura di oggi :

Dagli Atti degli Apostoli (At 16,22-34) : In quei giorni, la folla [degli abitanti di Filippi] insorse contro Paolo e Sila, e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Ci rendiamo conto della lunghezza del testo ma ci sembrava buona cosa citarlo tutto questa volta, ciononostante ci soffermeremo solo su alcuni particolari.

Ad una prima lettura sembra non avere molto senso la richiesta che il carceriere pone a Paolo: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». In effetti potrebbe sembrare una richiesta d’aiuto solo per salvarsi dalle conseguenze nefaste di tale evento sulla propria carriera di carceriere, eppure per Paolo e Sila la domanda ha un solo canale di uscita, una sola possibile risposta: egli chiede la salvezza di Gesù. Ma cosa ha suscitato in lui tale coscienza? Lo scrittore non riporta che il carceriere si sia intrattenuto in colloqui informali con i due carcerati Paolo e Sila, inoltre quando accade il terremoto annota che lui si svegliò, un modo come un altro per dire che, siccome dormiva, proprio non se li filava per niente i due carcerati, anzi, pare che la decisione di gettarli nella parte più interna e brutta del carcere fosse sua.

Quindi, cos’è che ha suscitato in lui la richiesta di conversione? La risposta di Paolo : «Non farti del male, siamo tutti qui».

Praticamente si sente amato, lui che li aveva maltrattati gettandoli nella parte più interna e buia del carcere, lui che probabilmente aveva assistito alle loro torture, lui che li aveva trattati come animali pur vedendoli torturati e coi vestiti strappati, lui che aveva assicurato i loro piedi ai ceppi, ed invece proprio lui si sente amato perché Paolo gli grida di non farsi del male; probabilmente aveva assistito a scene simili chissà quante volte, e spesso magari era stato ricambiato con insulti, improperi o minacce, ma questa volta è tutto diverso, questa volta lui si può permettere di dormire perché i carcerati non lo insultano con cori minacciosi e oltraggiosi per tutta la notte, no, questa volta tutto è paradossalmente tranquillo, perché? Per il fatto che gli unici che avevano il diritto di reclamare la propria innocenza, cioè Paolo e Sila, invece di urlare o sbattere i pugni contro le sbarre, si mettono in preghiera cantando inni a Dio.

Cari sposi, cosa facciamo noi quando siamo trattati come Paolo e Sila? Questo è un grande insegnamento per noi sposi, noi che spesso non le mandiamo a dire quando veniamo calpestati e vediamo che i nostri sforzi d’amore vengono vanificati, ignorati o denigrati. Noi che spesso non vediamo l’ora che l’amato/a si accorga dei nostri gesti affinché almeno ci ringrazi. Ed invece Paolo e Sila ci insegnano che quando siamo nella tribolazione dobbiamo stare in preghiera ed innalzare inni a Dio, soprattutto quando siamo ingiustamente trattati male, dobbiamo quindi riporre la nostra fiducia e la nostra consolazione in Dio.

Ma nella vita di coppia è più frequente stare dalla parte del carceriere aldilà dell’innocenza dell’altro/a, ed ecco così che fissiamo bene il nostro coniuge nella zona più interna delle prigioni che noi stessi abbiamo creato, prigioni che sono molto più invalicabili di quelle di Filippi, casomai lui/lei provasse una fuga.

Il miracolo a cui assistette il carceriere è possibile ancora oggi anche dentro le nostre relazioni malate, ad una condizione : che si “cantino” inni a Dio in preghiera per amare il nostro carceriere. Il miracolo avviene solo dopo che Paolo e Sila pregano (e cantano), perché sperano più nella ricompensa di Dio che negli aiuti umani. Anche noi sposi dobbiamo amare il nostro coniuge con la piena fiducia nella ricompensa di Dio più che negli aiuti umani.

Dobbiamo imparare da Paolo e Sila a non portare rancore nonostante la nostra innocenza, vera o presunta, ed innalzare inni a Dio per amare ancora di più il nostro amato/a di un amore più grande: quello stesso di Dio.

Coraggio sposi, il sacramento ci ha abilitato ad amare con questo stile, ne siamo divenuti capaci, forse non saremo subito dei campioni ma ne siamo capaci, basta allenarsi.

Giorgio e Valentina.

Madre Teresa: maestra d’amore.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Oggi in questo lunedì di maggio torrido vorrei tornare sul Vangelo di ieri. E’ una riflessione che mi è venuta così. Non è stata meditata o decantata. Stavo ascoltando il sacerdote a Messa che proclamava il Vangelo e queste parole mi sono sembrate di una chiarezza che non avevo visto prima. Il Vangelo è così, posso ascoltare decine di volte lo stesso passo, ma non è mai la stessa cosa. Mi dà prospettive sempre nuove e diverse perchè io sono sempre diverso e attento ad aspetti diversi. Dio davvero ti parla attraverso la Bibbia. Credo che per tutti sia così.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Chi è per noi Gesù? Come lo amiamo? Come viviamo la nostra fede? Questo passo del Vangelo ci interroga con tutte queste domande che sono decisive nella nostra vita. Che fede ho? Ho una fede emotiva? Cerco tutte quelle esperienze che mi fanno sentire qualcosa? Come può essere un pellegrinaggio o un momento di preghiera carismatica. Oppure quel sacerdote tanto bravo che fa quelle omelie che mi toccano il cuore. Oppure quelle celebrazioni così coinvolgenti. Per carità sono tutte esperienze belle e che possono riempire il cuore, ma non sono ciò che conta, non possono essere ciò su cui basiamo la nostra fede.

Chi ci può aiutare a smascherare questa fede del sentire è sicuramente madre Teresa di Calcutta. La santa suora ha vissuto anni non sentendo nulla, sentendo solo un grande buio e una solitudine assoluta. Non sentiva Dio, non avvertiva su di sè l’amore di Dio. Lo ha scritto diverse volte. In una di queste si rivolge al suo confessore: Non pensi che la mia vita spirituale sia coperta di rose. Questo è il fiore che raramente trovo sul mio cammino. Al contrario più spesso ho per mia compagna l’oscurità. E quando la notte si fa molto fitta e mi sembra che andrò a finire all’Inferno, allora, semplicemente, offro me stessa a Gesù. Se vuole che ci vada, sono pronta, ma solo a condizione che veramente ciò Lo renda felice.

Eppure si dona totalmente a quel Dio che non sente vicino, ma che è sicura che ci sia e che sia il senso di ogni cosa. Lo fa attraverso gli ultimi, i più poveri tra i poveri. Lo fa con un amore e una concretezza unici. Scrive Padre Neuner, sacerdote molto vicino a madre Teresa: nella vita quotidiana si mostrava gioiosa, e infaticabile nella sua opera. La sua agonia interiore non indeboliva le sue attività. Grazie al suo ascendente carismatico guidava le sorelle, apriva nuovi centri, diventò famosa. Dentro di lei, però, c’era vuoto assoluto.

Questa è la fede! Non è il sentimento che forse ci fa anche stare bene. Ma spesso il sentimento se non sostenuto dalla volontà di donarci sempre e comunque si rivela solo un fuoco di paglia. Certo se c’è va bene, rende tutto più facile. Ciò però che rende la nostra fede autentica è l’amore. Nel modo che è scritto nel Vangelo: se uno mi ama, osserverà la mia parola. Detto in modo più concreto: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso.

Perchè è importante soprattutto per noi sposi? Perchè questa Parola cambia tutto! Nella nostra vita di fede e anche nel nostro matrimonio. Già anche nel matrimonio perchè le regole sono le stesse. Adesso risponditi a questa domanda: sei pronto ad amare tuo marito o tua moglie come madre Teresa ha amato Dio nei poveri? Questa è la domanda decisiva. Perchè la fede non è altro che l’amore verso Dio. Se sapremo vivere la nostra fede anche quando attraverseremo il buio dell’anima, come ha testimoniato madre Teresa, senza sentire nulla, allora potremo dire di essere capaci di amore vero anche con nostro marito o nostra moglie, e non solo di assecondare dei sentimenti e delle passioni. La fede è lo specchio della nostra relazione sponsale e di conseguenza il matrimonio è specchio della nostra fede.

Antonio e Luisa

Divino suggeritore

Vi è un detto del poeta latino Orazio (68-8) che recita così: «est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum» (Satire I, 1, vv. 106-107) ossia «v’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto».

Quanti propositi facciamo per essere buoni cristiani, buoni sposi, coniugi esemplari (pregherò di più, leggerò un buon libro spirituale, farò un bel digiuno, perdonerò questa persona, vincerò questo vizio…) ma poi dobbiamo sempre misurarci con la realtà e restiamo a volte delusi. Se questo accade, probabilmente è perché abbiamo poca dimestichezza con lo Spirito Santo. Come vedete, nel Vangelo di oggi, si inizia a sentire “odore” di Pentecoste e non sarà mai abbastanza l’enfasi da fare sul ruolo dello Spirito nella nostra vita, per la quasi dimenticanza in cui L’abbiamo relegato.

Dicevo che c’è un modo di fare ogni cosa, un modo giusto, equilibrato, saggio, prudente. Chi lo decide? Chi fissa questo modo di fare? C’è una sapienza umana certamente, ma in fin dei conti è il Maestro che può darci la “misura di tutte le cose”, per dirla alla Protagora. Sì, ma, come lo so? Come lo scopro? Per quello abbiamo un Maestro Interiore, che è lo Spirito Santo, come ben diceva S. Agostino: “Ti sarà maestro solo colui che è il Maestro interiore dell’uomo interiore, il quale nella tua mente ti mostra che è vero” (Lettera 266).

E noi cristiani questo Maestro lo abbiamo dentro di noi grazie a più effusioni permanenti, motivo per cui si è “attaccato” a noi in modo stabile, perpetuo: 1) per la prima volta nel Battesimo; 2) poi ratificato nella Cresima; 3) per voi sposi nel Matrimonio, 4) per noi sacerdoti nell’Ordine. Ma ogni sacramento concede il dono dello Spirito, tra di essi alcuni ne dispensano una presenza continua, come i quattro suddetti.

Che meraviglia essere docili allo Spirito Santo! In questo modo, Gli consentiamo di sapere come la pensa Gesù in ogni nostra situazione presente. Difatti è lo Spirito Santo che conosce alla perfezione il piano di Dio sulla nostra vita ed agisce segretamente nella nostra anima (1 Cor 2,9-16) perché lo possiamo compiere fedelmente.

Quanti di noi abbiamo chiarissimo che “dobbiamo essere buoni, bisogna vivere la fedeltà coniugale, è importante voler bene ai figli, mostrare affetto al coniuge è di primaria importanza, è necessario che stia più vicino ai miei genitori…”. Ideali, princìpi, aspirazioni… ma quanto costa trovare sempre il modo giusto! A tale riguardo sentite che cosa dice Papa Francesco: “Lo Spirito Santo ci guida; ci guida per discernere, per discernere cosa devo fare adesso, qual è la strada giusta e qual è quella sbagliata, anche nelle piccole decisioni” (Papa Francesco, Omelia, 11 maggio 2020).

Finisco con una bella citazione sempre di Papa Francesco: “Lo Spirito Santo innesta questo insegnamento dentro al nostro cuore, ci aiuta a interiorizzarlo, facendolo diventare parte di noi, carne della nostra carne (Angelus, 15 maggio 2016). Lui vi aiuterà a far diventare “carne”, cioè concretezza, quotidianità ogni buon proposito e desiderio di amare. Per cui cari sposi, “usate” di più lo Spirito Santo che è effuso permanentemente in voi. Lui è l’Amore tra il Padre e il Figlio. Se voi volete amare fino al dettaglio, con finezza, con tenerezza, ci vuole lo Spirito che vi suggerirà sempre come farlo.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo ci insegna a pregare. Insegna non nel senso che ci trasmette concetti o nozioni. Non insegna la giusta modalità ma, attraverso la preghiera, lo Spirito Santo ci aiuta ad essere ciò che siamo: veri uomini e vere donne. Ci aiuta a comprendere nel profondo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo fatti per amare ed essere amati. Ci aiuta a lasciare andare nell’amore e ad accettare le scelte che le persone che amiamo (siano esse figli, marito, moglie) decidono di intraprendere.

Lo Spirito Santo ci aiuta a capire che i comandamenti di Gesù non sono regole e orpelli messi lì per frustrarci o imprigionarci. I comandamenti sono un libretto di istruzioni per imparare ad amare e ad essere amati. Per imparare ad essere preghiera con la nostra vita. ad essere sempre più uno con il Signore Gesù. Ed ecco che nelle nostre scelte matrimoniali possiamo dire tanti si e tanti no ai comandamenti, e a Gesù,  possiamo farlo nella nostra vita di ogni giorno. Il perdono è preghiera, vivere una sessualità aperta alla vita è preghiera, mettersi al servizio dell’altro è preghiera. Tutto ciò che ci avvicina all’altro e a Dio è preghiera e viene direttamente dallo Spirito Santo.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 35

Continuiamo l’analisi della Preghiera Eucaristica I, la quale dopo la menzione della porzione di Chiesa pellegrina ( vedi puntata precedente ), continua con la memoria della Chiesa trionfante:

Memoria dei santi. In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i tuoi santi apostoli e martiri : Pietro e Paolo, Andrea, [Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo ; Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisogono, Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano] e tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Con le braccia allargate, prosegue : Accetta con benevolenza, o Signore, questa offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia : disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge dei tuoi eletti.

Come abbiamo già ricordato nel primo affondo sulla Preghiera Eucaristica I, qua sono citati 24 nomi di santi apostoli e martiri, che richiamano sicuramente i 24 vegliardi che nella visione di Giovanni nel libro dell’Apocalisse stavano intorno al trono dell’Agnello. Sicuramente è stata fatta una scelta che necessariamente ha “escluso” alcuni santi, i quali non sono stati discriminati per chissà quali ragioni, ma semplicemente bisognava stare nel numero di 24 e siccome i primi 12 sono gli Apostoli restavano liberi solo altri 12 nomi; ed in questo secondo elenco ci sono 12 papi, vescovi e martiri dei primi tempi del cristianesimo, è una scelta dettata un po’ dall’epoca in cui è stata redatta questa preghiera e un po’ dal fatto che ricordare questi primi santi ci aiuta a non perdere memoria delle radici anche storiche della nostra fede e secondariamente ci ricorda che il sangue dei martiri genera nuovi cristiani come il concime per il terreno.

Ovviamente non si può citare la Chiesa trionfante senza nominare la Madonna, ed infatti la preghiera comincia proprio con il suo ricordo e la sua venerazione; vogliamo far notare che in queste poche parole iniziali sono contenuti già molteplici insegnamenti a cui accenneremo solo, sia per limiti personali sia perché non è il nostro obiettivo primario. Mettiamo in evidenza qualche parola:

  • In comunione con tutta la Chiesa. Già da questa apertura possiamo notare come la Messa sia fonte di unità non solo per tutto il popolo convenuto alla celebrazione, ma anche e soprattutto ci unisce alle anime del Paradiso, è quell’atto rituale che ci fa sperimentare la cosiddetta comunione dei santi; l’abbiamo ripetuto più volte ma è sempre bello ricordare che la Messa è un anticipo su questa terra delle realtà celesti, in altre parole un antipasto del Paradiso. E perché siamo in comunione? Perché la liturgia del Cielo è una lode perenne all’Agnello, il quale ha sicuramente accanto a sé la Sua Madre Santissima che riceve la giusta venerazione che Le spetta in quanto Madre di Dio e Regina del Cielo.
  • Ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre Vergine Maria. E’ un condensato di Catechismo questa frase, perché ci ricorda di venerare la Madonna e non di adorarla, poiché Ella è una creatura, certo la più sublime e la più perfetta, la tutta bella, la tutta santa, ma pur sempre creatura e non una dea, o una sorta di Dio Padre al femminile. Poi ci dice che è gloriosa, altro che la ragazzina un po’ sprovveduta ed incosciente che ha accettato dall’arcangelo Gabriele la proposta del Padre come fosse un giochetto, altro che una ragazza come tante, altro che una brava ragazza come ce ne sono tante, NO! Queste sono solo alcune frasi che abbiamo sentito in più di qualche omelia purtroppo, sono tentativi malriusciti di sminuire la figura gloriosa della Madre di Dio. Non vogliamo approfondire questa tematica ma vogliamo porre una domanda provocatoria: ma vi pare che il Padre abbia pazientato per secoli la pienezza del tempo per inviare il Suo unico Figlio e lasciarlo in mano ad una ragazzina sprovveduta, una tra tante, una qualunque? Non vi sembra ovvio e logico che si sia preparato una madre degna di ospitare nel proprio utero purissimo nientedimeno che il Dio fatto uomo, il Messia atteso da secoli, il Salvatore del genere umano? Non avremmo forse agito così anche noi al posto del Padre?
  • Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo. Anche qui si ribadisce una verità della nostra fede, e cioè non solo che la Madonna è madre, ma soprattutto che lo è del nostro Dio. L’accento non è sulla maternità di Maria, ma sull’Incarnazione del Verbo di Dio come vero uomo. Ed anche quest’accentuazione sbugiarda da sola le maldicenze che vogliono farci allontanare dalla Madonna con la scusa che essa ci allontanerebbe da Dio, infatti la seconda parte della frase annota che questo Dio è il Signore nostro Gesù Cristo. Quindi la presenza della Madonna non mette in secondo piano né svilisce Gesù, ma al contrario : siccome a Dio è piaciuto donarci Gesù attraverso Maria, chi siamo noi per toglierla di mezzo e decidere di poter fare a meno di lei?
  • San Giuseppe, suo sposo. Anche per il glorioso San Giuseppe vale la stessa domanda provocatoria di poco fa: se voi foste stati al posto di Dio Padre avreste affidato il vostro unico figlio ad un falegname/carpentiere qualunque? Se già è stata scelta la madre purissima di quel bambino preziosissimo (che è il Salvatore/Messia), poteva essa fare affidamento su uno sposo come tanti, o bisognava trovare un uomo speciale per questa missione speciale? La risposta logica ci fa capire come San Giuseppe sia spesso sottovalutato come una figura di secondo piano, purtroppo ancora poco conosciuto, amato, pregato, venerato. Ed invece è la persona sulla quale ha scommesso la propria quotidianità la Madre di Dio; la Regina del Cielo, la Vergine purissima, poteva sposare un uomo che non avesse la dignità di un re? Poteva dirsi sposa di un uomo non purissimo, di un uomo non casto? Impossibile! Perciò cari sposi, quando si dice che la famiglia è una chiesa domestica, quale migliore modello possiamo avere se non la Santa Famiglia?
  • E tutti i tuoi santi : per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione. Dopo San Giuseppe c’è l’elenco dei 24 nomi di cui sopra, e poi si chiede al Padre di esaudirci non per la bontà delle nostre richieste, ma per i meriti di questi nostri fratelli che ci hanno preceduto. Cari sposi, la Santa Messa è anche una scuola di preghiera: quando ci troviamo di fronte ad una difficoltà dobbiamo far ricorso ai santi, e presentare al Signore la nostra richiesta attraverso i meriti dei santi che invochiamo, perché il Signore si intenerisca di fronte ai suoi figli prediletti che già stanno vicino a Lui nella gloria del Paradiso, e magari sono quei 24 vegliardi che incessantemente cantano la lode e la gloria dell’Agnello.

Coraggio famiglie, la Domenica possiamo sperimentare la comunione dei santi, invocandone l’intercessione, abbiamo degli amici in Cielo e per il posto in Paradiso si può essere dei “raccomandati“.

Giorgio e Valentina.

Compagno e coniuge. Non hanno lo stesso valore.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiediamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

La ricerca del vero amore

Quando avevo circa 6 anni amavo giocare con i soldatini, ma anche con le bambole di Ken, Barbie e Skipper. Giocavo con mio fratello Maurizio, più piccolo di due anni. Immaginavamo la famiglia felice, probabilmente perché non l’avevamo; mio padre era quasi sempre assente e quando tornava ci dava spesso punizioni e botte da orbi. Da adolescente, mi ero fatto una visione molto romantica dell’amore e immaginavo una ragazza con cui stare, ma non avevo ancora una idea chiara. Crescendo poi pensavo di sposarmi, ma in realtà non ne ero molto convinto e le mie storie erano molto confuse e duravano poco; spesso basate solo sui rapporti fisici, come se il sesso potesse sanare tutte le ferite che mi segnavano: una famiglia separata, mio fratello Maurizio finito nella droga, una fanciullezza molto dolorosa, la depressione che mi ha accompagnato per circa 30 anni fino a prendere psicofarmaci.

In realtà non sanavo nulla, anzi aggiungevo tante incomprensioni, storie fallite, aspettative deluse. Avevo da sempre nel cuore di mettermi al servizio di chi soffre e di cambiare in bene il mondo e dal 1999, quando incontrai la fede cristiana, qualcosa dentro di me cominciò a trasformarsi. Così, dopo un periodo di grande introspezione, nel 2003 decisi di lasciare Napoli e il mio lavoro di giornalista dei potenti e di trasferirmi nel catanese in Sicilia, in una casa famiglia per aiutare gli altri e per recuperare la mia vita che era a pezzi.

In Sicilia ho avuto solo due storie importanti finite male, ma che ricordo con grande affetto; ero sempre confuso e non capivo se volevo donare tutta la mia vita a Dio e al servizio degli altri o se desideravo formare una famiglia e solo nel mio tempo libero dedicarmi agli altri. Questa mia eterna incertezza faceva inevitabilmente finire ogni storia, perché quando mi si chiedeva di scegliere tra una vita normale con la famiglia e la vita missionaria non davo mai una risposta chiara. Nel 2014, a 45 anni, man mano che la mia fede cresceva in casa famiglia grazie alle preghiere e alle tante opere di carità, cominciai a fare chiarezza dentro di me e capii che la mia vita di coppia doveva avere Dio alla base, per offrirmi totalmente al prossimo; desideravo che la mia vita con la mia sposa fosse totalmente donata a Dio e al nostro prossimo, perché da solo non ero completo.

Nel 2015 scrissi un articolo, per il giornale ‘’La Speranza’’, di cui sono direttore, edito dalla Missione di Speranza e Carità di Palermo, trattai dei gesti e delle persone che avevano convinto Fratel Biagio a tornare in missione. Infatti in quel periodo Fratel Biagio, il missionario fondatore della comunità, scoraggiato dall’indifferenza verso i poveri, si era allontanato. Vagliai tante testimonianze, una in particolare mi colpì molto, era di una donna volontaria della missione che non conoscevo, la quale scriveva “Io ogni giorno vado in Missione e dono alcuni alimenti, non tanti, non ho grosse possibilità, ma se ognuno di noi donasse qualcosa ai poveri della Missione, questa potrebbe andare avanti lo stesso; i poveri sono di tutti, non solo di Fratel Biagio’’. Pur lavorando, in quel momento non veniva pagata regolarmente e per fare questa donazione non mangiava, ma diceva anche ‘’mi farà bene così dimagrisco”. Ebbene questa frase la pubblicai nel giornale, ma in realtà la scrissi anche nel mio cuore e volli conoscere questa donna che si chiamava Barbara.

Riuscii ad avere il suo contatto facebook e le chiesi la classica amicizia; quasi da subito Barbara mi coinvolse in una nuova iniziativa, uno spettacolo teatrale il cui ricavato sarebbe stato devoluto alla missione e che aveva bisogno di divulgazione. Ci siamo sentiti varie volte al telefono e cresceva sempre di più un legame fra noi; dopo circa un mese finalmente ci siamo conosciuti personalmente e ci siamo subito innamorati. Dopo tre mesi di frequentazione, ho chiesto a Barbara di sposarmi, di seguirmi nella vita che facevo in casa famiglia per aiutare i poveri, di lasciare il lavoro e di vivere di sola Provvidenza. Barbara non mi disse nè sì ma neanche no, ma io nei suoi occhi ho letto tutto il suo amore per me e ho visto il suo cuore disposto a dedicarsi agli altri, cosa che lei aveva già maturato da anni, come me.

La Madonna mi venne in soccorso in quel periodo, conobbi la preghiera delle 1000 Ave Maria, un gruppo che ogni giorno dedicava all’Immacolata centinaia di Ave Maria. Cominciai anche io a pregare in continuazione, in ogni dove, durante gli spostamenti da un posto all’altro, pensate che una volta, mentre ero in attesa in un Pronto Soccorso, sono arrivato a pregare anche oltre 2300 Ave Maria in un solo giorno, pregai dalla sera per tutta la notte fino a quando albeggiò. La mia vita era diventata al servizio verso i poveri, ma anche una continua preghiera alla Madonna per convincere Barbara a fare questa scelta, perché lei non si convinceva e ogni mese rimandava la decisione di sposarmi.

Volete sapere come è finita? Lo scoprirete nel prossimo articolo

Riccardo