Un volto da guardare

Potrà una mascherina toglierci lo sguardo?
In questi tempi, cosiddetti di “coronavirus” ci si incontra molto poco, personalmente e, quando uno sparuto gruppo distanziato, da quel metro più o meno calcolato, cammina nelle strade o nei negozi alimentari, farmacie, tabaccai e poco altro, siamo tutti mascherine senza volto.
Mi è capitato di sentirmi dire: “ciao, mi riconosci”?
Ho dovuto rispondere di no, e abbiamo, per un nano secondo, spostato di un poco quella mascherina per riconoscere la nostra identità.

Ma in tutto questo c’è una cosa che non potrà esserci tolta: lo sguardo!
Lo sguardo ė per tutti e non necessariamente dei “vedenti” perché si guarda soprattutto con il cuore.
Così, almeno per me, quando esco a far la spesa, incrocio gli occhi di tutti e ci si guarda con notevole espressività in un silenzio totale. Quello sguardo riscalda il clima congelato che ci contorna in questi giorni, quegli occhi che si incrociano rendono amici coloro che non si conoscono e, con i presidi protettivi degli ultimi giorni, compresi i guanti, spesso ci si distrae anche sul da farsi. Un giorno sbagliai a ritirare il resto ma ero così attenta a non farmi scivolare nulla dalle mani che non me ne accorsi subito. Certo, riuscire di nuovo, tutta “mascherata” con l’eventuale certificazione, solo per riprendere il resto giusto….però tutto si fa, ovvio!

La mascherina, tra l’altro, appena la indossi e non sei abituato, almeno per me, ti toglie il fiato, insomma non è comodo averla in faccia.
E allora cominci ad usare gli occhi su te stesso e cominci a capire che ogni evento nella vita ti serve, eccome se ti serve.
Nell’accompagnamento spirituale alle persone, che adesso faccio prevalentemente al telefono, con gli occhi del cuore, ho sempre annunciato che ogni prova che siamo chiamati a sostenere ci è utile e avremmo dovuto chiedere al Signore: “A COSA MI SERVE?”
Dio ha sempre avuto cura della nostra capacità di sostenerla perché Lui conosce bene chi siamo, che spalle abbiamo per caricarci una croce e quanto siamo fragili, creature sue.
Così, il nostro amato Padre, sapendo ciò che è bene per i suoi stra amati figli, educa il nostro cammino a seconda della meta più giusta da raggiungere.

Ad esempio c’erano uomini che, desiderando ardentemente la santità, preferivano il martirio piuttosto che una vita liscia. Ricordiamo S. Ignazio di Antiochia? Accettò con gioia il diventare “frumento di Dio” tra le fauci dei leoni chiedendo di non essere liberato dalle catene. La forza della fede lo salvò nell’anima!
Questo per dire che ciascun uomo ha la sua storia e una modalità diversa di viverla.
Ora invece cosa sta accadendo? Sembra quasi che tutto il mondo sia stato sottoposto alla stessa medesima prova, nessuno escluso. Tutti, non esiste un angolo della terra esente, sono stati catapultati nelle “fauci” del coronavirus che ha travolto senza possibilità di replica la totalità.

Senza ovviamente togliere lo stato personale di ciascuno. Ad esempio seguo tante coppie in procinto di lasciarsi per la loro personale infelicità, per gli adulteri in corso, per la non desiderata intenzione di far convivere l’incompatibilità di carattere ( che deve esserci proprio perché siamo differenti) e tante altre situazioni di crisi, di malattie, di problemi economici. Avrei dovuto incontrarle prima dell’hastag stai a casa.
Dunque, la prova mondiale del virus si aggiunge alla prova personale del singolo.
E ora, come fai e soprattutto cosa fai?
Dove poni i tuoi occhi?
Io per esempio ho riflettuto, soprattutto guardando quelle bare, anzi peggio, guardando quelle assurde urne contenenti le ceneri di un corpo che non ha potuto ricevere neppure l’ultimo saluto Sacramento: il Viatico……terribile!
Poi mi sono detta, in questo mondo ove ora tutto è bloccato:
chissà quanti ragazzi sarebbero potuti morire guidando un motorino, un incidente in macchina uscendo da quelle discoteche dispensatrici di alcool e sostanze. Questi Signore li hai salvati.
Quante morti in quelle povere creature, donne costrette alla prostituzione, vendute come schiave, sulla strada a soddisfare il peccato mortale di una sessualità mercificata. Queste Signore le hai salvate.
Quanto strazio nello smercio di droghe nei vicoli nascosti dei centri storici o delle periferie, quante giovani anime sarebbero potute morire a causa delle sostanze. Questi Signore li hai salvati.
Quante vittime nel peccato mortale dell’adulterio dove mettiamo le mani sui matrimoni degli altri e sui figli degli altri solo perché scegliamo il divisore piuttosto che la comunione coniugale. Questi Signore li hai preservati.
Quante morti in quelle bambine sfruttate dal turismo sessuale di una bramosia accecata di piacere. Queste Signore le hai salvate.

Potrei continuare all’infinito nella misura di tutti i nostri peccati, perché, diciamocelo e siamo onesti: io sono responsabile del peccato del mondo.
Quando la nostra coppia era nella tenebra, i nostri peccati gravi facevano male al mondo.
Poi è arrivato il Signore e ci ha detto : Cara coppia chi ti condanna? Io no, ma ora vai e d’ora in poi non peccare più!!!!
Il mondo saprà leggerlo così?
#ce la faremo siamo soliti dire ma con chi?
Con la corona dei peccati o con la corona del RE DEI RE?
Per aiutarci a vivere così il Signore ci ha dato i SACRAMENTI, che sono LUI STESSO, le armi della fede con cui combattere il maligno.
Adesso non ci sono, siamo al tempo del digiuno e sai perché sta succedendo questo?
Perché tu, fratello o sorella che mi leggi, possa desiderare ardentemente il tuo Signore e possa piangere lacrime di dolore al doverci rinunciare perché, davvero, la sua assenza è pari alla mancanza del respiro.
La terapia spirituale che ho sempre consegnato nell’accompagnare i cuori feriti è sempre stata quella dell’eucaristia e quanta fatica nel vederla assunta poco questa medicina.
E ora che non c’è ti manca?
Spesso ci siamo accontentati e forse anche un poco addormentati soprattutto sui nostri peccati.
Svegliati tu che dormivi e indossa quella mascherina guardando soprattutto chi hai scelto per chiamata, fissando bene gli occhi perché a breve tu possa ritrovare un volto, anzi il VOLTO.
Quello del DIO VERO!
Allora si che ce la faremo e il mondo potrà essere diverso se IO lascerò il posto solo a DIO.

Cristina Righi

Articolo originale pubblicato sul sito di Annalisa Colzi

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Dal dono al per..dono

UNA CARTA DI COLOR ORO

Come possiamo vivere l’ottica del dono? Il giorno del sì, quel giorno speciale dove non ho occhi che per te, dove l’emozione supera la realtà e la fantasia, dove mi avvicino al mio raggiunto sposo o sposa, nei pressi dell’altare, io so che l’altro è un dono. Me l’hanno spiegato benissimo i catechisti e il sacerdote durante l’itinerario prematrimoniale anzi, con una cura particolarissima, si sono prodigati nel far entrare nelle rispettive menti che, quel dono rimarrà per sempre un dono, un regalo che, liberamente scelto, il Signore mi impacchetterà con tutti i suoi talenti. Una cosa però viene sicuramente detta: il dono può avere dei difetti, può modificarsi rispetto all’attuale fattezza, ma loro, i futuri sposi, se ne infischiano di ciò che potrà essere perché, per il momento, vogliono quel dono costi quel che costi! Nessun avvertimento, nessuna ammonizione su qualche atteggiamento negativo, di legame, di immaturità o di altra natura potrà far scoraggiare lei o lui che desiderano accogliere quel dono perché i due che arrivano alla soglia delle nozze vogliono sposarsi. Io scelgo te e tu scegli me perché tutti gli altri non hanno ragione di esistere. Non ci sono altri doni oggi nel mio cuore, soltanto tu. E quando viene fuori il tuo difetto? Quando non riusciamo più a guardarci negli occhi? Quando io voglio essere felice per prima? Quando monetizzo il nostro amore? Quando comincio a scegliere altri doni? Quando me ne vado di casa perché non sono più innamorato? Ti prego, tu che mi stai a fianco, lotta infinitamente perché non debba perdere l’ottica del dono. Il Signore mi ha regalato proprio te affinché mi aiutassi a conservare e custodire il dono che sei. Gratuitamente siamo stati reciprocamente donati e non potremo regalarci ad altri, riciclando noi stessi. Quel dono era originario, “ex novo” per l’uno e per l’altra. Rivestiamoci di una nuova carta e regaliamoci con gli occhi di un giorno nuovo. Gratuitamente ricevo e gratuitamente dono, per questo, quel giorno, ti ho sposato. È come l’oro il mio dono!

UNA CARTA DI COLOR AZZURRO

Si nasce aridi, isolati, cioè soli nel proprio mondo e ci si incontra come due vastissimi deserti. Nel deserto il protagonista sono io che devo sopravvivere al caldo, al sole, alla sete e all’arsura. Può darsi che improvvisamente arriva una grande pioggia e debbo trovar riparo, devo sapermi difendere. Ognuno è un deserto con vari accampamenti raramente localizzati. Ci sono le tende della famiglia d’origine, dei fratelli, dei rapporti con l’autorità. Le tende della stima e della sottostima, della stabilità e della precarietà. Dell’idolatria, dell’instabilità emotiva, dell’ordine e del disordine. Le esigenze personali sono vastissime e a un certo punto i due deserti si ampliano perché due vastità diventano un deserto grandissimo. Solitudine, smarrimento. La mente si desertifica, azzerando qualsiasi barlume di soluzione del più piccolo dei problemi, ingigantendo lo scoraggiamento. Nel deserto dalla sete si ansima, si tira fuori la lingua per poter camminare. Ma ecco in lontananza si scorge l’oasi, non un miraggio, ma un’oasi vera, una speranza, un incontro. L’oasi è una perché siano una cosa sola e da essa zampilla acqua fresca e risanante. Può darsi che solo uno sarà particolarmente assetato e se l’altra non si occuperà di dissetare si arriverà ad un amore arido e infecondo. Se invece i due deserti si incontreranno nell’irrigarsi a vicenda sboccerà quel magnifico fiore che il matrimonio comporta! E il cielo si tinge d’azzurro.

UNA CARTA DI COLOR ROSSO

Tutto parte dal cuore, che è la sede dei nostri pensieri. Al capitolo 7 del Vangelo di Marco
si legge:… «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (v. 20-23). Se accogliamo la Parola di Dio, che è vera, certa e si compie, siamo già molto avvantaggiati perché proprio qui è la nostra salvezza. Gesù, nostro Medico, gratuitamente, ci attraversa con la radiografia e la visita cardiologica e ci fornisce la diagnosi esatta della patologia che ci appartiene. Che gioia conoscere ogni spazio del nostro cuore e poter essere guariti senza spesa ma con, addirittura, il guadagno, il centuplo fino al pensionamento completo dell’eternità. Se solo comprendessimo questo già saremmo tutti gioiosi e liberi. Invece occorre uno sforzo, un atto della volontà che risponda alla domanda che Gesù ci pone continuamente: “Vuoi guarire?”. Solo chi ha consapevolezza del proprio disagio, della propria malattia, ha necessità di guarigione perché, al contrario, chi ritiene di essere sano, non abbisogna di nulla. Ecco perché il Signore visita i nostri cuori e scende nel profondo senza farci male perché il suo “bisturi” è affilato con lo Spirito Santo. Lui, che conosciamo attraverso il nutrimento dell’eucaristia, ci rende noto chi veramente siamo e se ci lasciamo scrutare, noi stessi chiederemo a Lui cosa vogliamo diventare. Il Signore entra nella nostra vita così come ci trova ma vuole trasformarci come vuole Lui. Che bello aderire al suo progetto! Dunque, Signore nostro, vogliamo scrutare i nostri cuori, personalmente e come coppia, perché conoscendo quel piccolo “buco nero”, del nostro peccato più profondo, possiamo chiederti la grazia di un cambiamento radicale affinché la nostra gioia cresca e sia piena. Dov’è Gesù nostro il tuo ambulatorio? Dai a noi l’indirizzo preciso così che possiamo fissar l’appuntamento per il trapianto cardiaco, dal cuore di pietra al cuore di carne! E il cuore si tinge di rosso, di un rosso vivo e pulsante. Ecco tre piccoli pacchi dono, con la carta oro, azzurra e rossa. Forse se li scartiamo tutti e tre possiamo giungere al per-dono, perché un regalo non può che suscitare amore, alimentando, sempre più, il desiderio che al male occorre rispondere solo con il bene e più doni saranno reciprocamente elargiti tanto più i perdoni sgorgheranno in altrettanti pacchi!

Cristina Righi

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Madre Speranza ci ha chiamato a Collevalenza

Ed eccoci arrivati al nostro meraviglioso giorno di grazia. Innanzitutto una prima Dio-incidenza della quale ci rendiamo conto, pur sapendolo ovviamente, solo il giorno stesso: il 16 giugno è l’anniversario della nascita in cielo di Enrichetta Beltrame Quattrocchi, l’ultima dei 4 figli dei Beati, che appunto conoscemmo e che ci dette mandato di essere responsabili a Perugia dell’A.Mar.Lui di cui sopra. Nonostante il lavoro, i saggi scolastici, gli spettacoli di fine anno gran parte delle coppie riescono a partecipare a questo ritiro e,
con una puntualità sorprendente, ci siamo ritrovati all’appello in 72 adulti e più di 30 bambini! Tutti abbiamo potuto sperimentare la grazia dell’immersione nelle vasche e, subito dopo, la meravigliosa catechesi che è partita dal Vangelo di Giovanni al capitolo 15, versetto 12. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato». Qui abbiamo parlato alle coppie attraverso le parole di don Mauro che hanno fatto riflettere su due pellegrinaggi. Uno al Santuario di Madre Speranza e l’altro nel Santuario del Sacramento del Matrimonio. Questo lo abbiamo potuto far penetrare nei cuori soltanto dopo aver riflettuto sul significato della discesa battesimale nell’immersione nelle vasche. Abbiamo visto che, così come esiste il BATTESIMO PERSONALE, arriviamo a vivere il BATTESIMO DEL NOI proprio, appunto, attraverso il matrimonio. Questo è anche il senso che raccontiamo nel nostro libro. Generare il Noi è come generare un figlio e questo figlio da curare e far crescere altro non è che il Sacramento stesso. Tutto ciò guarisce e compie miracoli se guardiamo dritti a quel CROCIFISSO che poi abbiamo tutti contemplato nella cappella del Santuario.
Ogni passo che abbiamo compiuto ha segnato un sigillo nel cuore di ogni coppia e di seguito riporteremo alcune testimonianze. Ascoltando Marina Berardi, che ci ha parlato con la sua profonda sapienza e dolcezza, nella Cappella del Crocifisso, mi ha colpito la storia di una coppia di cui non ricordo i nomi, il cui marito dopo non molto tempo dal matrimonio, affetto da un tumore grave ritorna alla casa del Padre. Marina raccontava della grande testimonianza e fede di questa donna rimasta vedova. La data del loro matrimonio è esattamente quella della mia nascita, il 17 aprile e ciò mi ha colpito perché in un tratto i miei occhi sono andati dritti in quelli della Beata Madre nel quadro appeso in cappella. È come se qualcosa si fosse mosso e in questi giorni a seguire sento una chiamata di cui potrò testimoniare più avanti se accadrà! Più ascoltavo e più vedevo la presenza reale dell’Amore Misericordioso verso ciascuno, anche perché Marina, senza sapere della catechesi vissuta qualche ora prima citava le stesse parole dette da noi alle coppie, a partire ad esempio dal passo del Vangelo citato sopra di Giovanni ed altro. Ma la cosa più importante è ciò che le coppie si sono portate via tornando nel loro ordinario quotidiano e, subito dopo, sono cominciati ad arrivarmi tanti messaggi…
Eccone alcuni:

“Ho capito che l’unica richiesta che faccio da tempo al Signore, prima o poi verrà realizzata. Ho capito che devo avere Cristo nel mio cuore e ho desiderato e desidero il Paradiso con tutta me stessa!” Grazie Madre Speranza
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“Quando le trivelle della nostra accoglienza si rompono e sembra che quell’acqua vitale non si trovi, per quanto scaviamo in profondità, Madre Speranza ci ricorda che il Signore ha detto È QUI! Il mio qui e ora è mia moglie, io mi sento amato da Dio e posso amare Ilaria solo se rimango in questo Amore più grande che io desidero”, scrive il marito ROBERTO.
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“Sento come se si fosse stappato qualcosa. Dopo il bagno, dove ho chiesto guarigione mia, di mio marito, dei miei figli e di tanti bambini malati per cui prego ho detto: oggi Madre ti darò tanto lavoro. Poi, alla Messa ho chiesto di essere Luce del Signore senza paura per poter amare chi mi ferisce, senza più lamentarmi delle grandi fatiche a cui sono chiamata. Vedevo sempre davanti a me il sorriso e le braccia aperte della Madre e subito dopo mi arriva un messaggio dal gruppo in cui preghiamo per questi bambini malati: Giovanni, che lotta contro un brutto male a seguito di trapianto di midollo, ricoverato per grosso problema ai polmoni, era stato appena dimesso e Angela, bambina con 3 forme tumorali diverse e 3 interventi subiti ha fatto una tac ed è completamente guarita! Grazie per averci portato a Collevalenza dalla Beata Madre Speranza!” -VALERIA E MATTEO-
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“Quando sono partita sabato mattina il mio cuore era pesante per la possibilità di perdere il lavoro e per mia madre che doveva fare una tac. Nel lavoro avrebbero preferito un’offerta che non mi avrebbe più inclusa in azienda. Mia mamma per la prima volta l’avevo affidata a mio fratello e mi sentivo molto in colpa. Tornando a casa, dopo questo bellissimo ritiro, ricevo 2 splendide notizie: Il lavoro, tutto come prima, quindi non lo avrei perduto. Mio fratello, che mai ha vissuto con mia madre un rapporto relazionale sereno, si era prodigato in un affettuoso tempo con lei portandola fuori a pranzo (mai accaduto) e stando accanto a lei con amore di figlio! Grazie davvero!”, -CLAUDIA-
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Questa che segue ha davvero del miracoloso perché, questa coppia, non è mai venuta insieme a vivere il nostro cammino se non, sporadicamente, la moglie da sola. In realtà il marito non sempre ha accettato la fede avendo sempre avuto un’opinione negativa della Chiesa e dei parroci. Loro sono di fede Ortodossa e hanno una bambina piccola. Lui ora si trova in stato di infermità fisica che lo ha costretto in sedia a rotelle. Dopo l’immersione nelle vasche già l’atteggiamento all’ascolto della catechesi era ben aperto e ciò che l’ha colpito è stato il sentirsi accolto come se ci fosse sempre stato. Sua moglie scrive questo:
“Mio marito non conosce neppure la preghiera del Padre Nostro e non si è mai confessato. Credo che ora sia cambiato tutto, anche se sono passati ancora pochi giorni. Ero stanca, non sapevo più dove sbattere la testa. Nostra figlia Anna ancora è piccina e io da sola devo gestire entrambi. Però sapevo che la spalla più importante non sono le persone ma è solo Lui, il Signore, in cui occorre credere sempre. Io porto una grande croce e mio marito ha soltanto noi e non mancano neppure i problemi economici. Quindi ho voluto che andassimo a questo ritiro. Così sabato, improvvisamente, mio marito sente per la prima volta nella sua vita di volersi confessare e io posso dire di aver visto un vero miracolo vedendolo oltretutto lacrimare più volte durante il percorso eucaristico. Rimango in attesa e in ascolto ringraziando in ginocchio la potente intercessione della Beata Madre Speranza”
-VERONICA FLORENTINA

Tante altre sono state le manifestazioni di profonda grazia ricevute dalle Coppie e iportarle tutte renderebbe lunghissima questa riflessione. Ciò che possiamo constatare è che di ritiri ne abbiamo fatti tanti e altrove ma ciò che si riporta da questo Santuario è ben altro perché ti rimane stampato nel cuore il miracolo di sentirsi diversi. Noi pensiamo che è un bene grandissimo che le famiglie possano passare da questo luogo per effettuare poi il pellegrinaggio nel Santuario della propria chiamata perché la vita, come diceva Marina, parlandoci in cappella, possa decollare in questo aereo della salvezza laddove in cabina di pilotaggio si lasci fare all’unico PILOTA che può condurci senza mai precipitare ma sollevati da quelle Ali di Aquila verso l’eternità. E così siamo tornati ognuno nelle nostre case a vivere l’ordinario, quello che viveva la stessa Beata Madre, come mi ha detto Debora, una moglie delle nostre coppie che ha capito che la santità passa dal quotidiano delle faccende domestiche, ove, persino per ottenere l’olio per cucinare è necessario fidarsi e chiedere a Dio che non ci farà mancare nulla di ciò che è necessario. Ora, nella nostra cappellina A.Mar.Lui oltre il portachiavi, ha preso dimora il crocifisso di Madre Speranza perché lei, da sempre è presente qui e ci custodisce! Grazie Signore per il dono di Madre Speranza che si unisce alla Comunione dei Santi e fa festa in cielo per ogni creatura e famiglia che Dio ha desiderato e progettato. Che tutte le famiglie possano vivere ritiri spirituali meravigliosi come è successo a noi!
Amen

Cristina Righi

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La chiave più importante della nostra casa porta l’immagine di Madre Speranza.

Ti accorgi sempre successivamente dell’importanza delle cose e quando scegli non sempre sei consapevole della profondità di ciò che accadrà. Scrivo questo guardando alla
chiave del cancellino della cappellina A.Mar.Lui, nella nostra chiesa domestica.
Quando iniziò il progetto di questa meravigliosa opera, cioè una cappella all’interno della nostra casa, pensai, quasi sovrappensiero, di mettere come portachiavi quello con l’immagine della Beata Madre Speranza, mentre, nel tabernacolo, ove è custodito il Santissimo Sacramento, vi è una piccola chiave con un bel mappo color oro. La nostra storia di coppia è una meravigliosa rinascita che ha rivisto Luce dopo un lungo periodo di tenebra e divisione e ora, grazie all’invito di un nostro amico professore, scrittore e bravissimo teologo, ma soprattutto marito e padre di tre bei maschietti, la si può trovare, la nostra storia, scritta nel neonato libro “NOI, STORIA DI UNA CHIESA DOMESTICA” edito da Tau editrice. Lui è Robert Cheaib a cui va ancora il nostro immenso grazie per essersi fatto strumento di un progetto grandissimo. Questo libro, che consideriamo un’opera di Dio, tesa a raggiungere più storie di vita possibili, vuole essere solo una testimonianza e una “narrazione teologica”, come l’ha definita don Carlo Rocchetta nella prefazione, di un vero miracolo laddove ci saremmo di sicuro lasciati e separati con grave riflesso anche verso i nostri splendidi quattro figli. Dio non ha permesso questa “rottura” e il nemico non ha prevalso e così, con le nostre due voci di coniugi, abbiamo dato corpo ad una storia “risorta” che sta viaggiando dal nord al sud, anche attraverso la nostra presenza laddove il Signore ci chiama a parlare in diretta! Questo è il motivo per cui facciamo accompagnamento alle coppie, per consegnare le armi spirituali a difesa di un nemico che vuole distruggere le famiglie progetto di Dio. Nel libro raccontiamo tutto, qui invece vogliamo parlarvi del cammino con le tante famiglie che il Signore ci mette a fianco e con cui, a braccetto con Gesù, procediamo! La cappellina di cui ho parlato all’inizio è dedicata alla prima coppia di sposi che la Chiesa ha beatificato e cioè i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, e ci è stata autorizzata dal nostro Vescovo, il Cardinale Gualtiero Bassetti, a causa soprattutto della nostra missione di accoglienza e accompagnamento di tutte le coppie di sposi. Dalle giovani coppie ma soprattutto a quelle in difficoltà nella vita relazionale di coniugi e familiare. Come responsabili a Perugia dell’Associazione A.Mar.Lui (che opera a livello nazionale dal 2010) lo Spirito Santo non ha mancato il bersaglio e ci ha “soffiato” alle orecchie ciò che avremmo potuto fare. Partire innanzitutto dalla preghiera con tutti coloro che ci sarebbero stati inviati a casa e poi portare avanti un percorso di fede per accompagnarci di anno in anno. E così è nato, a casa nostra, dinanzi al Santissimo Sacramento e alla presenza dei sacerdoti che ci seguono nel cammino, un meraviglioso CENACOLO, chiamato DEI SANTI CONIUGI a cui convengono così tante coppie che spesso siamo anche 80 persone, comodamente sedute e abbandonate ad una preghiera guidata in particolare per la coppia. Il cenacolo è ogni 15 giorni dalle 21 alle 22. Al termine della preghiera le coppie ricevono sempre un segno particolare per riflettere e stimolare la ricezione della grazia. Ogni volta ci si ispira a dei Santi dei quali, tra l’altro, possediamo Reliquie di primo grado per grazia di Dio. Abbiamo con noi San G.Paolo II, i Santi Martin, i Beati Beltrame Quattrocchi (ovviamente), Santa Gianna Beretta Molla, Santa Gemma Galgani, la Beata Madre Speranza, la Beata Mattia di Matelica. Inoltre, una domenica al mese, secondo un tema stabilito all’inizio dell’anno, viviamo il cammino che si snoda attraverso la catechesi, la condivisione comune e l’accompagnamento personale curato anche dal sacerdote, nostro assistente spirituale che è don Mauro Angelini. Alla fine dell’anno si vive una giornata di ritiro spirituale ed eccoci al punto in questione. Non vi è stato alcun dubbio che quest’anno il ritiro dovessimo farlo al Santuario dell’Amore Misericordioso della Beata Madre Speranza a Collevalenza. Ci è balzato subito in mente e nel pensare ad una meta è arrivata questa, diritta nel cuore di tutti! Dobbiamo dire, anzi ,che una delle catechesi mensili del cammino è stata dedicata alla Madre anche perché, il nostro don Mauro, sta preparando una bellissima opera letteraria  proprio su di lei e gli è stato affidato questo incarico. Ciò è stato per noi un altro filo conduttore di questa testimonianza. La Madre è con noi, dall’inizio… nel portachiavi della porta più importante della cappellina, quella che protegge, e cioè, il cancello in ferro battuto! Per comodità decidiamo che il ritiro si farà nella giornata del 16 giugno 2018, ed, essendo un sabato, ciascuno avrebbe potuto immergersi nelle vasche del santuari. (Continua….)

Cristina Righi

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Custode della coppia

Angelo di Dio, custode della coppia

Ti invoco ora e sempre per il coniuge che è dono.

Concedi al cuore mio di essere accanto al suo.

Donami di vedere la ricchezza che mi sta a fianco

e dona agli occhi suoi di vederla altrettanto.

Presenza di Cristo sono gli sposi uniti

dal Santo Sacramento il giorno di quel SI.

ILLUMINA i loro occhi, Angelo che gli stai innanzi

CUSTODISCI l’ascolto reciproco con parole edificanti

REGGI le loro vite, nella missione a cui sono chiamati

GOVERNA la loro casa e dalle insidie del male difendili.

Sposo che mi fosti affidato dalla PIETÀ CELESTE

Prego per te il tuo Angelo Santo

Dimenticando me stessa fino alla profondità

Pregando e supplicando la via della Santità

Unica meta, percorrendo la strada

Del nostro umile viaggio di sposi

Verso la Vita Eterna

Amen

Cristina Righi

(Preghiera ispirata pregando Santa Gemma Galgani)

Cristina ne ha “combinata” un’altra. La sua creatività ispirata ha prodotto questa preghiera che è diventata un canto grazie a Vittorio Gabassi (già autore dell’inno di Medjugorje) e del gruppo musicale Kraljica Mira. Credo che Cristina abbia nuovamente centrato l’obiettivo. La sua preghiera, musicata e cantata, esprime benissimo ciò che è il matrimonio. Lo esprime benissimo da un punto di vista teologico e lo esprime benissimo dal nostro punto di vista, di sposi cristiani che ne facciamo esperienza ogni giorno. Tutto parte da una preghiera rivolta all’angelo custode. La tradizione cristiana  ci tramanda che c’è una figura angelica che accompagna ogni uomo per tutta la vita, dal concepimento fino alla morte. Non esiste una verità dogmatica, ma è un qualcosa di molto radicato nella nostra fede. Perchè non pensare allora ad un angelo che si prenda cura di questa nuova creatura: la coppia di sposi? Partendo da questo ragionamento Cristina ci dona una preghiera che non solo affida la coppia a Dio e al sostegno dell’angelo, ma ripercorre ciò che sono le caratteristiche fondanti di un matrimonio sacramento. Ha arricchito poi il tutto con una musica ben costruita e con delle voci molto belle ed intonate.  C’è davvero da fermarsi con gli occhi chiusi per assaporare non solo le parole della preghiera, ma anche il nostro matrimonio che prende vita e si concretizza in tutto il canto. Un’esperienza che può essere davvero molto bella. Cosa mi ha colpito in particolare? Riconoscere il dono e la ricchezza che abbiamo ricevuto attraverso l’altro/a. Dono l’uno per l’altra che diventa tesoro della nostra vita. Diventa quindi fondamentale chiedere a Dio di avere il Suo sguardo per guardare il nostro coniuge con la meraviglia di Dio. Dio ci chiede semplicemente di amarci come riusciamo, il resto lo fa Lui.  Ogni giorno vissuto con la mia sposa è prezioso. Ogni giorno è un’occasione per amare e per servire e quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa, con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo, ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.
Quindi Angelo di Dio aiutaci a guardarci come Dio ci guarda e tutto il resto verrà di conseguenza.
Antonio e Luisa

 

La vita è oggi!

Cosa manca veramente?

Ci manca la consapevolezza della della vita eterna, la certezza che siamo attesi alla Casa del Padre. Il nostro esserci, la vita che ci è data in dono, è la grandissima opportunità di essere un ponte perché qualcuno, a noi affidato e mai preteso, possa passare oltre.
Questo ponte ha un tempo, un prima nel mondo in cui siamo stati creati e un poi nella comunione tra il cielo e la terra. Quando ricordiamo i fatti e gli avvenimenti che ci hanno ferito, che comportano sofferenza, che gravano come un macigno, condizionando tutta la nostra persona e che sovente generano rabbie, risentimenti e orgoglio, dimentichiamo un aspetto fondamentale che ci appartiene: dovremo morire!
Questa morte fisica, sulla terra che calpestiamo quotidianamente, cerchiamo di sfuggirla, di non volerla mai contemplare. Difficilissimo che prendiamo a braccetto l’idea della “sorella morte”. Poi, dinanzi al mancare di una persona, sia essa a noi cara, ma anche uno sconosciuto, spesso ci troviamo pronti a ricercare un colpevole, colui a cui “affibbiare” il motivo di quella morte, pronti anche a fargliela pagare duramente, non sempre a giusta ragione. Ci vuole un bel cammino per arrivare ad accettare che che il Padre ha posto la morte al termine della nostra vita terrena. La morte “distrugge”. Quale immenso dolore perdere quella sola carne che il sacramento del matrimonio ha costituito. Mio marito Giorgio, per un periodo della nostra vita, tutte le sere, prima di addormentarci, aveva preso l’abitudine di dirmi: «Ti Amo». Lo faceva perché, all’idea che la morte sarebbe potuta arrivare in qualunque momento, non voleva perdere l’occasione di aver detto alla propria amata la frase che spesso difficilmente si esprime con tanta espansione. Un «ti amo» detto ora, adesso, oggi!

Quale folle strappo è la perdita di un figlio.
Quale dolore lasciare andare un genitore.
Quale fatica abbandonare l’amico che la malattia ha consumato giorno per giorno.
Quale pazzia l’uccisione violenta.
Quale  cecità l’omicidio attraverso l’aborto
Quale mistero la fine per martirio……
Perché parlare di questo? Per la grande, irripetibile occasione della vita che  ci appartiene! La vita è oggi, ora, adesso. Cosa posso fare adesso, ora, oggi?
TUTTO
Comprendo la chiamata e la missione che ho? Innanzitutto c’è Dio e poi… Sono una moglie? Un marito?  C’e il mio coniuge.  Sono una madre? Un padre? Ci sono i figli.
Sono figlio? Ci sono i genitori, Sono sorella? Ci sono i fratelli. Sono al lavoro? I colleghi e chi mi è affidato. In questo esistere e partecipare della vita donata può darsi che io debba:
Perdonare? Che io trovi l’occasione perché poi….potrebbe essere tardi! Cambiare stile di vita? Che io lo faccia perché non sia troppo tardi; Tacere? Che io comprenda la necessità prima che sia troppo tardi…avendo parlato troppo; Parlare? Si, a volte quella parola sarebbe necessaria….meglio al momento opportuno che mai… Forse io devo……
Ecco, Che ognuno possa riempire  questi  puntini di sospensione in  ciò che è necessario essere o fare oggi, adesso, ora, cioè prima che arrivi un punto in cui il passato rimanga troppo irrisolto. Dall’ultimo puntino è possibile andare a capo di una vita piena, riconciliata, amata, arricchita, salvata ma soprattutto eternamente Santa.
Non è detto che tutto questo sia facile però è percorribile e realizzabile.
Basta comprenderlo e volerlo cosicché nulla, ma proprio nulla, potrà impedire che l’amore vero trionfi. Donaci o Signore oggi, ora, adesso ciò che può essere fatto prima che sia troppo tardi. Che ciascuno possa vivere la vita donata secondo il perché della stessa.
Tutto il resto ci sarà dato in abbondanza!

-Cristina Righi-

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La favola dei tre porcellini e il Vangelo di Matteo.

Mentre noi non abbiamo fatto nulla per lasciare le radici cristiane alla base della Costituzione Italiana è curioso altresì scorgere come, quasi tutto, nella nostra vita, trovi ispirazione nella sacra scrittura.

Persino le favole sono ispirate dalla parola di Dio e una di queste, a mio avviso, è la favola dei tre porcellini a tutti perfettamente nota.

(MT 7,24-27) Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

La fiaba è di origine europea, non si conosce esattamente l’autore (forse inglese) e parla di tre porcellini che vennero mandati dalla madre, nel mondo, a costruirsi una casa, ovvero a farsi una vita!

Soltanto uno dei tre personaggi fu talmente “saggio” da costruire una casa di mattoni e riuscì a difendersi dal lupo facendolo morire nella pentola d’acqua bollente.

Esattamente aderente al Vangelo di Matteo:la casa non cadde perché fondata sopra la roccia!

Cosa ha a che fare tutto questo nelle nostre vite, soprattutto in quelle matrimoniali?

Tutto parte da una casa che appartiene addirittura alla casa di noi stessi.

Noi siamo una dimora e quando l’uomo incontra la sua anima gemella trattasi di un’altra dimora ove andare ad abitare. Noi siamo personalmente la casa l’uno dell’altra.

Questo ha fondamento in un’altra importantissima parola della scrittura che è:

(Gen 2,22-24) Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: 

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta». 

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Due perfetti estranei, che non erano neppure parenti, improvvisamente, sposandosi, diventano una sola cosa, una sola carne, cioè i parenti più intimi, i più stretti.

Da questo si costruisce la casa che sarà il luogo del rifugio, della protezione, della vita condivisa e di un mondo interno sconosciuto a chi ne rimane fuori.

La casa è anche il luogo ove si tolgono le maschere indossate all’esterno e, seppure tra familiari si dovrebbe essere trasparenti, spesso accade che si mantengano personali segreti.

Spesso si diventa addirittura estranei dentro la propria casa. Un coniuge rinchiuso in una stanza, separato dall’altro. I figli nel loro mondo di crescita adolescenziale si arrotolano a gomitolo nelle loro camerette. E tu, vorresti dialogare e trovi un muro e tu, vorresti gioire e trovi la tristezza.

Come hai costruito questa casa?

Sei il porcellino della paglia? Oppure quello della legna?

Ricordati che il soffio del lupo cercherà di non mancare ed è proprio questo ciò da cui devi difenderti per tenere salda la tua casa, la tua vita.

Non basta esistere, occorre edificare bene l’esistenza.

Forse devo guarire le ferite della mia vita; forse devo fare un cammino di perdono; forse devo sentirmi bisognoso di aiuto.

Come posso diventare coniuge se non riesco ad abbandonare i legami con la famiglia d’origine?

Come posso diventare una sola carne se le mie schiavitù sono rimaste così “appese” da non permettere che viva una relazione vera ma una egoistica soddisfazione?. Pensa a quante volte sei caduto nell’uso della pornografia quando invece eri chiamato a donarti totalmente alla tua sposa( e viceversa ovvio). Diventare una sola carne è abitare nella casa dell’altro, reciprocamente, non soddisfare un egoistico bisogno che attiene alla fase adolescenziale di una sessualità immatura.Tu non sei chiamato ad amare te stesso ma l’alterità.

Ecco dove la casa non è costruita sulla roccia.

È su questa fragilità della vita e occorre pensare bene a come gettare le fondamenta affinchè tutto non crolli!

Non basterà neppure una casa di mattoni perché, il lupo, cioè il nemico del progetto del tuo Santo matrimonio, tenterà di entrare in tutti i modi per divorarti e soffierà, soffierà fortissimo. Infatti, il porcellino saggio, ha saputo difendere ciò che era suo. Sapeva quale poteva essere il pericolo e ha sconfitto il nemico con la difesa giusta.

Sai qual è la tua unica difesa uomo e donna che non puoi cavartela solo con le forze umane?

È Colui che hai messo al centro del tuo progetto, è Cristo, vera Roccia della tua casa.

Non crollerai se saprai difenderti, usando le armi che il tuo battesimo ti ha consegnato:

La Paternità di Dio

I sacramenti

La preghiera

La tua volontà

Ricorda che i porcellini erano tre ma uno solo ha scampato il pericolo e la vita non è una favola ma un Santo combattimento dove il male lo vince soltanto l’Unico Vero Bene!

Cristina Epicoco Righi

Angelo di Dio, custode della coppia.

La devozione e la tradizione cristiana  ci tramanda che c’è una figura angelica che accompagna ogni uomo per tutta la vita, dal concepimento fino alla morte. Non esiste una verità dogmatica, ma è un qualcosa di molto radicato nella nostra fede. Perchè non pensare allora ad un angelo che si prenda cura di questa nuova creatura: la coppia di sposi?

Una sposa ci ha pensato. Ecco di seguito la bellissima preghiera  scritta da Cristina.

Angelo di Dio, custode della coppia

Ti invoco ora e sempre per il coniuge che è dono.

Concedi al cuore mio di essere accanto al suo.

Donami di vedere la ricchezza che mi sta a fianco

e dona agli occhi suoi di vederla altrettanto.

Presenza di Cristo sono gli sposi uniti

dal Santo Sacramento il giorno di quel SI.

ILLUMINA i loro occhi, Angelo che gli stai innanzi

CUSTODISCI l’ascolto reciproco con parole edificanti

REGGI le loro vite, nella missione a cui sono chiamati

GOVERNA la loro casa e dalle insidie del male difendili.

Sposo che mi fosti affidato dalla PIETÀ CELESTE

Prego per te il tuo Angelo Santo

Dimenticando me stessa fino alla profondità

Pregando e supplicando la via della Santità

Unica meta, percorrendo la strada

Del nostro umile viaggio di sposi

Verso la Vita Eterna

Amen

(Preghiera ispirata da Santa Gemma Galgani)

Cristina

Amare è un’altra cosa: come?

Non ti amo più è l’affermazione più comune e più ordinaria che viene fatta quando, uno dei due, nella coppia, uomo o donna, decide di abbandonare il campo.

La frase esatta è “io non amo più te”.

Passo indietro.

Giorno del Sacramento del matrimonio.

“Io Adamo accolgo te Eva come mia sposa e, con la grazia di Cristo, prometto di…..

“Io Eva accolgo te Adamo come mio sposo e, con la grazia di Cristo, prometto di…..

Non osi SEPARARE l’uomo ciò che Dio ha UNITO.

Giorni prima del Sacramento del matrimonio:

Guai a chi si permette di affermare che non siamo ancora pronti, che siamo immaturi, che dobbiamo vivere nella verità perché noi sappiamo benissimo chi siamo, cosa vogliamo, come ci ameremo. Noi staremo insieme per sempre!

 

Giorni dopo il Sacramento del matrimonio:

Guai a chi si permette di affermare che dobbiamo rimanere insieme per un “per sempre”, che siamo dono reciproco, che l’amore non è l’innamoramento, che c’è tempo per maturare insieme, che i figli soffriranno eccetera, perché noi sappiamo benissimo ciò che egoisticamente è giusto, del resto, IO NON AMO PIÙ TE!

Tra il giorno prima del matrimonio e il giorno dopo passa un tempo variabile di sentimenti alternanti che può durare anche molti anni. Noi ad esempio abbiamo vissuto 10 anni nella non felicità della vita di coppia.

Sapete perché tutta l’umanità ad un certo punto afferma verso l’altro “io non ti amo più”?

Ascoltiamo questa parola:

12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando.”(GV 15,12-14)

Questa amorevole parola di Gesù ci chiede di amarci come LUI ci ha amati. Cioè non ci da una indicazione diversa o peculiare alle nostre modalità o diversità ma, esattamente dice di amarci nel modo in cui ci ha amati Lui, Gesù. Addirittura ce lo pone come un comando. Il comando per Dio è una legge d’amore che designa per noi il massimo del benessere. È come se ci dicesse: “sei stanco? Stenditi comodamente in un letto e riposati per tutto il tempo che ti occorre”…..cioè, stai bene!

Come ci ha amato Gesù? Lo spiega esattamente di seguito dicendo che consiste nel dare la vita per gli amici, indi, per la moglie, il marito, i figli, i genitori, i colleghi, i suoceri, i fratelli nella carne e nella fede e, come vedremo persino per i nemici.

E che significa dare la vita?

Significa propriamente mettere il dono più importante che abbiamo ricevuto, cioè l’esistenza, nella morte altrui.

Dare la vita non vuol dire morire o crepare ma dare, consegnare, riempire, donare a chi non ha una vitalità che riempia la sua morte interiore e faccia rinascere la stasi totale dell’altro. Ti faccio un esempio. Hai mai visto il recupero di un uomo in mare che stava affogando? Cosa facciamo appena viene recuperato? A dispetto di ogni ribrezzo cercheremo di ridare vita e faremo, anche se non medici, la respirazione bocca a bocca.

Questo è dare la vita per l’altro, cioè mettere a disposizione tutto te stesso per chi hai di fronte. Non sai se riuscirai a salvarlo ma tu tenterai sino alla fine, dando tutto il fiato che possiedi per riempire i polmoni di un tuo amico. Perché anche se non lo conosci non puoi ignorarlo, è un tuo fratello, figlio dello stesso Padre, ha un cuore come te!

Allora capisci che trappola è nascosta nella frase “non ti amo più”?

La trappola è che, quando crediamo di non amare l’altro è perché siamo entrati nella condizione di morte in quanto, stanchi di dare la vita, atterriti, imprigionati.

Infatti la parola AMORE nella sua radice latina di A-MORS significa SENZA MORTE, cioè VITA proprio perché l’amore è donare vita.

Dunque dire non ti amo più significa affermare di non volerti più dare vita.

Come combattere quindi la vocina interiore che mi dice : io non ti amo più?

La combatto con la contro vocina che mi dice: guarda che tu non sei capace di amare nessuno…..a meno che non ti metti in testa che puoi amare solo come IO TI HO AMATO.

Come ti ho amato figlio mio? Con i chiodi e il martello. Ti ho amato così, senza riserve, sono risorto per te.

Amare è un’altra cosa rispetto alla tua capacità pensante. Fosse per te potresti amare tantissimi e nessuno, ma per amare la tua scelta, cioè colei o colui per cui dicesti il tuo SI, occorre che prendi il martello e inchiodi il tuo “come”. Cioè, puoi amare l’altro non COME tu lo ami ma COME Gesù ama te ed ama lei o lui.

Ricordi quel “con la grazia di Cristo” il giorno delle nozze per cui hai detto si?

Eccomi, sono GRATIS. Io amo “gratis”!!!

Amico mio che leggi, se sostituisci il soggetto del COME sarai capace di sprofondare in un’Amore così immergente, dilatante e vero da non riconoscerti più!

Quel “come” ti farà conoscere un amore che forse non avevi mai sperimentato perché ti sei sempre fermato al modo con cui sei stato amato dalle persone, da tua mamma, da tuo papà, dai fratelli, dagli amici, da tutti.

Hai mai sperimentato come ti ama Dio? Provaci!

Ama come Lui ti ama e il tuo oggi sarà colmo di gioia.

Cristina Righi

C’è più gioia nel dare o nel ricevere? La palestra è nel matrimonio.

Non a caso questa domanda è a trabocchetto perché, la prima risposta che daremmo, forse, è che la nostra gioia si esprime nel dare.

Si, è vero, molti di noi sono generosissimi e donano largamente ma, sotto sotto, in fondo in fondo, non perfettamente animati da una totale gratuità.

Paradossalmente però, la difficoltà maggiore, la prova non tanto chi dona (seppur desideroso di essere ringraziato sempre e comunque) ma chi riceve, nel senso che è difficile ricevere gratuitamente senza sentirsi in debito.

Insomma, l’essere umano come la fa la sbaglia.

Eh si perché, a causa del famigerato peccato originale, che ha reso ognuno  suscettibile di tanti sentimenti, per  noi uomini e noi donne, qualunque gesto compiamo, ricade sotto la legge della carne che, se non totalmente abbinata a quella dello Spirito, ci farà sentire sempre debitori o creditori.

C’è un luogo privilegiato dove tutto questo è risolvibile o meglio, dove esiste un’opportunità perché il dare e il ricevere acquisisca il sapore della gratuità.

Questo luogo è il sacramento del matrimonio.

Quale miglior palestra se non quella di due coniugi che, per scelta si uniscono per diventare Uno e dove non esisterà più il tutto mio, il tutto tuo, il nascondimento, la pretesa di essere, la pretesa del fare, la forma piuttosto della sostanza e tanto altro?

Esatto, perché, nel matrimonio, gratuitamente do  e gratuitamente ricevo.

Non ho bisogno di facciata quando dono qualcosa di mio al coniuge perché da lui non mi aspetto altro che renderlo felice. Ovviamente il suo grazie mi riempirà ancor di più ma l’intento primordiale sarà solo ed esclusivamente quello di  dare felicità e gioia all’altro senza pretendere nulla in cambio.

Ahimè se così non fosse!!

Vorrebbe dire che un bip bip rosso si sta accendendo per allarmare la mia non corretta relazione sponsale.

Semmai dovessi agire aspettando che l’altro faccia o dica in base a ciò che ho fatto e detto io qualcosa non funzionerà come dovrebbe e, in men che non si dica, arriverà la crisi.

A cosa serve allora mettere al centro Cristo il giorno in cui, innamorati e cotti, ci siamo detti il nostro si?

Serve a ricordare la logica del dono, del dare e del ricevere.

Il matrimonio, in quanto sacramento, non dimenticherà mai la presenza costante e quotidiana di colui, Gesù Cristo, il quale unico è stato capace di donarsi, dando la vita, non tanto per i suoi amici ma soprattutto e addirittura per i suoi nemici. Che grande aiuto è per noi questo!

Lui ha donato e basta perché fossimo salvi….ti pare poco?

Ecco dove poter attingere ed allenarsi per imparare la gioia nel dare:

 

IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA (2 Cor 9,7)

 

Fratello e sorella che doni con gioia non sai quanto riceverai in cambio senza desiderare il contraccambio. L’altro, che avrà saggiato la bellezza di ogni tuo gesto d’amore si sentirà in dovere di ripagarti con altrettanta gioia e tu, sorella mia, non dirai mai più «lui non fa questo, lui non fa quello» perché lo avrai così riempito dei doni da te elargiti che non accamperà più obiezioni a renderti felice. E lo troverai a fare ciò di cui potrai sorprenderti.

Sai però  perché ti viene da obiettare? Perché, forse,  tu per prima, non doni con gioia!

Coraggio, fai questa prova, anche laddove sei ferito, tradito, deluso, abbattuto…

Dona con gioia, indipendentemente da cosa troverai, perché un giorno, il Cristo che hai chiamato al centro della tua esistenza, l’ha fatto Lui  per primo e ha dovuto persino dire:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. (Lc 23, 34-35)

 Questo lo ha detto mentre donava tutto se stesso, ma tu ed io abbiamo Lui per fare esattamente la stessa cosa.

Cristina Epicoco Righi.