Buon Natale di salvezza

E’ mattina. E’ il 25 dicembre del 2022. Anche quest’anno è arrivato il Natale. Il Natale arriva tutti gli anni. Sempre uguale. Il Natale è sempre lo stesso ma io no. Io accolgo questo giorno sempre in modo diverso. E’ mattina. Sono le sette. Fa freddo, per le strade non c’è in giro nessuno. Io sono già fuori perchè devo portare a passeggio il cane di casa. La mattina tocca a me. Eppure questo silenzio, questo freddo mi fa sentire tutta la solitudine della nostra vita.

Sono giorni che sto vivendo come in attesa. Non la solita attesa del Natale ma qualcosa di più profondo. Ho tutto. Ho una moglie fantastica che amo ogni giorno di più, ho dei figli che mi sembrano essere sereni seppur nelle difficoltà della loro adolescenza, ho un lavoro che mi permette di vivere senza lussi ma anche senza preoccupazioni economiche. Eppure ho un’inquietudine che non mi lascia la pace nel cuore.

Ripenso all’omelia del nostro parroco ieri notte, durante la Messa, e do un nome a quel malessere che mi rode dentro. Il mio cuore ha bisogno di salvezza. Ho bisogno di dare salvezza alla mia vita ma in modo molto concreto. Ho bisogno di dare un senso a tutto, in particolare alla mia quotidianità. Altrimenti rischio di perdere tutto. Perchè alla fine stare in famiglia, stare con mia moglie e con i miei figli diventa qualcosa di anche bello, che sul momento scalda il cuore e mi fa sentire vivo, ma poi non lascia nulla se non un bel ricordo. Allora arriva quel bimbo tanto piccolo e sembra inutile. Ma è quello che fa tutta la differenza del mondo.

Il parroco ha usato un paragone che spiega molto bene quello che voglio dire. Gesù è come il comando salva sul nostro PC. Quel comando che ci permette di salvare i file che racchiudono il nostro lavoro. Quel comando che ci permette di non perdere tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora. Guardate il caso. Quel comanda si chiama salva. Esattamente come Gesù che salva. Ecco! La spiegazione alla mia pesantezza di questi giorni è racchiusa in questo significato. Ho bisogno di salvezza. Ho bisogno di Gesù che mi permette di non perdere tutto quello che ho fatto fino ad ora, che mi permetta di dare un senso alle cose belle e brutte della vita. Ho bisogno di salvezza che mi permette di non aver paura di perdere le persone che ho accanto perchè Gesù è quello che salva loro e me e permette di non perderci per l’eternità.

Sono convinto che non importa come stiamo, cosa abbiamo. se siamo ricchi o poveri, nella gioia o nel dolore, nella salute o nella malattia. Qualsiasi sia la nostra situaziozione tutti, senza alcuna eccezione, abbiamo bisogno di salvezza. Prima ce ne rendiamo conto e prima troveremo quel senso che non sempre siamo capaci di dare. Concludo con una frase che mi è piaciuta molto di don Manuel Belli, conosciuto sui social attraverso il suo canale Scherzi da prete. Don Manuel dice: il Natale non ci rende tutti più buoni ma ci rende tutti più salvi. E’ esattamente così. Buon Natale di salvezza a tutti. Perchè il Natale se non serve a prendere coscienza che abbiamo bisogno di essere salvati non serve assolutamente a nulla.

Antonio e Luisa

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Vocazione o autorealizzazione?

Qualche tempo fa, leggendo un libro, non ricordo ora il titolo, mi ha colpito una riflessione dell’autrice. Non era un testo specifico sul matrimonio, ma c’erano diversi spunti interessanti. Non ci avevo mai pensato, ma vocazione e autorealizzazione possono sembrare solo in apparenza due parole che indicano la stessa cosa. In realtà possono essere molto diverse e fare tutta la differenza del mondo poi nel nostro matrimonio.

Noi ci sposiamo per vocazione o per autorealizzarci? Dove sta la differenza? La vocazione implica un noi, una relazione, uno scambio, un mettere al centro la relazione stessa e non me stesso. L’autorealizzazione mette al centro me stesso e non la relazione, non l’altro. La relazione, e di conseguenza l’altro, diventa funzionale alla mia autorealizzazione. Capite bene che così non funziona. Che così siamo completamente fuori da ogni verità sull’amore. Ciò che salva, che mi salva, non è la mia autorealizzazione, ma la mia capacità di comprendere e di entrare fino in fondo nella mia vocazione.

La vocazione ti spinge a fare posto dentro di te, ti spinge a donarti, ti spinge all’empatia, ti spinge a condividere gioie e dolori della persona che hai accanto, ti aiuta a combattere l’egoismo. L’autorealizzazione nulla di tutto questo. L’autorealizzazione ti spinge solo ad usare chi hai accanto. Ti porta a buttare quella persona quando non sarà più capace di darti quello che vuoi. Nell’autorealizzazione non c’è nulla di amore ma c’è solo uno sguardo ripiegato su di sè.

Metterò ora in evidenza alcuni diversi atteggiamenti del cuore di chi vuole autorealizzarsi e di chi invece cerca di amare in una vocazione sincera.

La promessa del per sempre. Questa è una grande prima diversità. Chi si vuole autorealizzare nel matrimonio dovrebbe essere coerente e non sposarsi in chiesa. Sono troppo cattivo? No per nulla, solo realista. Chi si vuole autorealizzare non può promettere il per sempre. La relazione sarà costantemente messa sotto esame. Se stare con quella persona non mi dà quello che cerco oppure se trovo qualcuno che mi fa stare meglio devo avere tutto il diritto di cambiare. E’ stato bello ma tanti saluti e buona vita. E i figli? I figli desiderano dei genitori felici e realizzati e capiranno! Capite il centro sono sempre e solo io. In questa modalità non c’è amore. Non c’è la capacità di farsi pane spezzato per l’altro. Questa modalità di amare non mi cambia e non mi fa crescere e maturare. Chi vuole invece realizzare la propria vocazione, sa che in quella promessa può trovare senso e pace. Perchè amare dando tutto di te, senza chiedere nulla, è il modo di amare di Cristo e nel dono puoi trovare chi sei davvero e fare esperienza di Gesù nella tua vita. Restare fedele alla promessa nella gioia e nel dolore permette a te di crescere e alla persona che hai accanto di sperimentare l’amore gratuito di Gesù.

Passione o amore? Altra differenza fondamentale. Chi si vuole autorealizzare mette al centro, di tutto il matrimonio, la passione e il sentimento. Cosa c’è di male? Non c’è nulla di male a desiderare che nel matrimonio si possa mantenere passione e sentimento. Ciò che non va affatto bene è farci influenzare da questa parte più emotiva. Perchè poi diventa un cane che si morde la coda. Quando il vino verrà a mancare cosa si fa? Si smette di curare la relazione? Ci si ignora oppure ci si rivolge all’altro solo per la lista della spesa? Comprendete la menzogna che c’è dietro questo significato che possiamo dare all’amore? Quando c’è passione facciamo fuoco e fiamme. Fuoco di paglia però! Un fuoco che si può spegnere facilmente e poi? Chi vive il matrimonio come vocazione è capace di andare oltre. Sa che i momenti in cui la passione latita sono quelli in cui deve donarsi ancora di più all’altro. Perchè l’amore va curato e nutrito come una piccola pianta. Se non bagno spesso la piantina in casa poi questa muore. Stessa cosa vale per il matrimonio. Mi devo donare che ne abbia voglia o meno. Questa modalità è quella vincente perchè l’altro si sente amato per quello che è e non per quello che fa (quindi sarà riconoscente) e la passione sarà stimolata dall’intimità che non faremo mai cessare.

Un’ultima puntualizzazione. Non si nasce imparati. Io mi sono sposato probabilmente con un’idea più vicina all’autorealizzazione che alla vocazione. Poi, però, con il tempo, se non ti tiri indietro e ci provi a dare tutto, il matrimonio ti cambia, poco alla volta, ma radicalmente. Se ora ho capito qual è la mia vocazione devo solo dire grazie a Dio e a Luisa che mi ha sostenuto e sopportato in questi anni.

Antonio e Luisa

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La bellezza di Dio nella differenza

Un argomento che ritorna spesso nei social e nelle discussioni con le figlie è quello riguardante il maschile e femminile. Un po’ li capisco questi giovani, vivono in un mondo davvero strano, a volte mi sembra di essere in una società distopica dove anche le cose più normali e naturali vengono alterate. Questa è anche la conseguenza della famosa finestra di Overton: un’idea sbagliata viene alla fine accettata senza problemi, se fatta “digerire un po’ alla volta”. Quindi non destano più scalpore ad esempio due donne che si baciano su una panchina di un parco giochi, oppure due uomini che partecipano come coppia ad un quiz televisivo. Se poi provi a dire qualcosa, subito arriva la replica: Se si vogliono bene, che male c’è? Vivi ancora nel Medioevo. A parte il fatto che il Medioevo è uno dei miei periodi storici preferiti (con Dante e Giotto patrimonio dell’umanità, costruivano cattedrali che sono ancora in piedi e non capannoni industriali come oggi), per capire se una cosa è male o bene, è indispensabile guardare cosa ne pensa Dio.

Dio ha creato maschi e femmine, diversi e complementari a Sua immagine e somiglianza, cioè Dio ha scelto fin dall’inizio con che volto vuole farsi conoscere: in altre parole l’uomo e la donna, sposo e sposa rivelano le realtà intime di Dio (solo in seguito viene mostrato completamente il volto di Dio con Gesù). Con il Sacramento del matrimonio i due diventano una carne sola e assomigliano ancora di più a Dio, massima espressione sia del femminile, che del maschile.

Io credo che in questo periodo storico di grande confusione sia quanto mai urgente la missione di noi sposi riguardo all’essere veri maschi e vere femmine: senza esibizionismo, i coniugi dovrebbero gareggiare nell’esaltazione della bellezza del maschile e del femminile, nel farsi belli l’uno per l’altra, cercando di avvicinarsi a quella bellezza che Dio ha visto in noi, prima di creare il cielo e le stelle. Anche noi separati fedeli, se/quando non curiamo il nostro aspetto, cosa che verrebbe naturale, visto che non abbiamo una persona accanto, perdiamo occasioni di testimoniare e di rimandare a Colui che è Il Bello e che ha creato un mondo bellissimo per noi.

Come uomo penso che le donne siano davvero affascinanti! Oltre all’aspetto esteriore, quello che mi attrae è il modo di ragionare, di pensare, i punti di vista diversi, le capacità a me sconosciute: tuttavia, quando mi sono separato, ho passato un periodo in cui avevo un giudizio negativo sul genere femminile, perché ero rimasto tanto deluso e amareggiato. Per fortuna, grazie ad alcune sante donne della Fraternità (Sposi per Sempre), ho curato le mie ferite e ho compreso che non potevo portare la mia esperienza negativa come metro di giudizio per tutte le altre e che, in entrambi i sessi, ci sono persone sante e peccatrici.

E’ spesso il nostro “sentire” che è sbagliato e che dovrebbe essere guarito e non assecondato, come per chi prova attrazione verso persone dello stesso sesso. Io, da solo, come maschio, rappresento solo metà del volto di Dio ed è per questo che quando vengo chiamato a fare una testimonianza, oppure quando devo organizzare degli incontri, chiedo sempre di essere accompagnato da una donna: infatti è solo insieme, uomo e donna che esprimono la pienezza, sotto tutti gli aspetti, dalle parole, alla sensibilità, alle idee e alle emozioni. Così in questa società in cui si cercano le pari opportunità (se uno fa una cosa, allora lo deve fare anche l’altro per non essere inferiore), si è travisato il motivo per cui Dio ci ha fatti diversi: per collaborare insieme e creare così un mondo in cui tutti, dai bambini agli anziani possano vivere felici nell’aiuto reciproco.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Dio parla attraverso i sogni.

Ieri, la liturgia della quarta domenica di Avvento, ci ha offerto il sogno di Giuseppe. Un angelo, messaggero di Dio, è apparso in sogno a Giuseppe e gli ha fatto conoscere la volontà di Dio. I sogni sono spesso usati da Dio per far conoscere la Sua volontà. Mi viene in mente un personaggio del presepe. Un personaggio di quelli minori, ma che non può assolutamente mancare. Si tratta del pastore Benino. Voglio raccontarvi di lui e lo faccio attraverso le parole di un sacerdote di Napoli che ho avuto la grazia di ascoltare. Si, perchè questo personaggio nasce nell’affascinante e centenaria tradizione del presepe napoletano. Benino è il pastore addormentato. Quello sdraiato a terra che sembra disinteressarsi di tutto quello che sta accadendo. Non come gli altri pastori che, avvisati dall’angelo, si incamminano verso la grotta per adorare il Re. Benino è perso nei suoi sogni. Eppure ricopre un ruolo fondamentale. Benino è una delle DUE porte attraverso cui si può entrare nel mondo del presepe. Una è la Parola di Dio e l’altra è proprio il sogno di Benino. Secondo la tradizione napoletana infatti se Benino si svegliasse tutto il preseppe scomparirebbe come accade anche ai nostri sogni quando ci si svegliamo dal sonno. In tutto questo c’è un simbolismo molto profondo. Voglio riprendere solo due aspetti per non appesantire ed allungare troppo questa mia riflessione.

Dio parla attraverso i sogni. Benino dorme attorniato, sempre secondo la tradizione napoletana, da 12 pecore, che rappresentano le 12 tribù di Israele. Dorme e Dio parla ad Israele e ad ognuno di noi. Parla nel sogno di Benino e mostra la Sua volontà. La volontà di farsi come noi per essere accanto a noi, nella nostra storia fatta di carne e di umanità. Fatta di difficoltà, di problemi, di famiglia, di relazione, di gioia e di morte. Attraverso questo sogno diventato realtà Dio ha portato la Sua salvezza nel nostro mondo.

Benino dorme come dormiva Adamo. Il sonno nella Bibbia non simboleggia la sterilità e l’inoperatività. Un po’ come nel nostro proverbio chi dorme non piglia pesci. In realtà nella Bibbia il sonno è spesso un tempo molto fecondo. Dio per creare la donna ha addormentato l’uomo. Questo perchè nella tradizione ebraica assistere a come Dio opera, significa carpire i segreti di ciò che ha fatto. Significa farne cosa nostra. In realtà nella Genesi l’uomo viene addormentato proprio per sottolineare che la donna è diversa da lui, seppur simile. Diversa e misteriosa. Non potrà mai farne cosa sua. Sarà sempre un mistero davanti al quale mostrare rispetto e stupore. Quando l’uomo cerca di impossessarsi della donna e di farne cosa sua, tutto diventa più brutto e più povero. Non c’è più la ricchezza dell’amore. Questo vale anche per il presepe. Quando pensiamo di aver compreso la nascità di Gesù e la Sua incarnazione, riduciamo il tutto alle nostre convinzioni e alle nostre interpretazioni. Ne facciamo cosa nostra. Non è più Dio che parla al nostro cuore, ma ci facciamo un bel soliloquio. Tutto perde bellezza. Dio ci chiede, in questi giorni che precedono il Natale, di sostare davanti al presepe e di contemplare con meraviglia un avvenimento che ha cambiato la storia, che ha cambiato soprattutto la nostra storia personale. Ci chiede di fermarci e di leggere tutta la nostra vita e il nostro matrimonio alla luce di quel bambino che viene custodito da un papà e da una mamma, da una coppia di sposi che si vogliono bene. Pensate che quel bimbo non nasce soltanto a Natale, ma è nato il giorno delle nostre nozze. E’ nato nella nostra relazione sponsale e il nostro noi è diventato Sua dimora. Non fa nulla se non siamo una reggia dove tutto è bello e comodo. Non fa nulla se sentiamo il nostro matrimonio povero e puzzolente come in una stalla. Dio ci abita e ci chiede di custodirlo così, inerme come un bambino, con il nostro amore fatto di impegno e di dono reciproco. Con tutte le nostre povertà. Ci chiede di dare ciò che siamo. Il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

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Sono al mio posto?

Papa Francesco da alcune settimane sta dedicando le sue catechesi del mercoledì ad un tema molto importante ed interessante: il discernimento. Vorrei soffermarmi su una frase pronunciata da lui nell’udienza del 7 dicembre: Un altro elemento importante è la consapevolezza di sentirsi al proprio posto nella vita – quella tranquillità: “Sono al mio posto” -, e sentirsi parte di un disegno più grande.

Questa frase è decisiva per noi sposi. Certo il papa si riferisce ad una dimensione più generale, parla ad ogni persona e per ogni scelta della vita, però io voglio leggere questa sua riflessione specificandola al nostro stato di vita e alla nostra scelta di donarci nel matrimonio. D’altronde la scelta di sposarsi è una di quelle che indirizzano più di altre la storia presente e futura di ognuno di noi. Decidere di donarsi totalmente e per tutta la vita ad una persona significa che poi non si può cambiare idea e tornare al via per ricominciare. Non stiamo giocando a Monopoly. Ci stiamo giocando la nostra vita. Ci stiamo giocando la nostra vita eterna.

Perchè ci tengo a mettere in evidenza questa frase del papa? Perchè nella nostra esperienza è una di quelle tentazioni che maggiormente colpiscono gli sposi. Fortunatamente io, seppur ho attraversato momenti di crisi più o meno pesanti, non ho mai pensato di non essere nel posto giusto. Ho sempre messo in discussione me stesso, a volte alcuni comportamenti di Luisa, ma mai il nostro matrimonio. Non ho mai avuto dubbi sulla bontà di quella scelta. Non è così per tante persone che ci contattano. Una delle recriminazioni che più spesso raccogliamo dalle telefonate e dalle mail è proprio questa: ho sbagliato a sposarmi, non è la persona giusta.

Non entriamo nel discorso nullità matrimoniale. Sono consapevole che molti matrimoni non sono celebrati con la giusta consapevolezza. Non è questo il tema che mi preme affrontare oggi. Premettiamo quindi che il matrimonio sia valido. In questo caso la scelta è diventata alleanza. Una scelta quindi indissolubile. Una scelta che diventa sacramento. Una scelta che ha saldato i due sposi con il fuoco dello Spirito Santo. In questo caso non c’è dubbio quale sia il posto dei due sposi. Se decidete di rimanere nel matrimonio siete nel posto giusto. Non c’è dubbio su questo. Perchè lì, in quell’unione, in quella scelta, in quell’alleanza, in quel sacramento c’è la presenza reale di Cristo. C’è un posto migliore dove stare? C’è qualcosa che può dare più pace e più senso di questo?

Ma lui non mi fa sentire amata! Lui pensa sempre ai fatti suoi! Non mi capisce! Lei è sempre fredda! Non ha voglia di fare l’amore! Io lavoro tutto il giorno e lei sa solo lamentarsi! Lui non è dolce, non mi dà quella tenerezza che vorrei e poi vuole fare l’amore! Lui non mi ascolta! Lei sa solo lamentarsi! Potrei andare avanti ancora molto. Io capisco benissimo tutte queste obiezioni. Sentirsi amati ed apprezzati è bellissimo e va ricercato. Ma tutto ciò non può mettere in discussione il matrimonio. Perchè altrimenti non abbiamo compreso cosa il matrimonio sia. Non è un semplice modo per riempire i nostri bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è l’occasione che Dio ci dà per decentrare il nostro sguardo, per imparare a donarci, a farci pane spezzato per l’altro. E la cosa scandalosa è che dovremmo imparare a farlo senza chiedere nulla in cambio. Perchè farlo? Perchè nel dono totale di noi incontriamo Cristo e la Sua pace. Una pace che non dipende dal comportamento di qualcuno ma che ci rende liberi.

Questo non significa accettare qualsiasi comportamento da parte dell’altro. Possiamo essere fedeli al matrimonio, essere nel nostro posto in tanti modi. Possiamo decidere in certi casi di allontanarci fisicamente dall’altro. Questo in caso di violenze psicologiche o fisiche. Possiamo decidere di allontanarci anche in caso di gravi mancanze come tradimenti. Allontanarci non significa però smettere di essere dentro il matrimonio e fedeli alla promessa. Semplicemente nella libertà scegliamo il bene per l’altro e per noi, ma sempre lasciando la porta aperta alla Grazia e all’unione. Possiamo essere nel posto giusto, restando nel nostro matrimonio anche nella separazione. Tra gli autori di questo blog c’è Ettore che da sposo separato e fedele racconta il senso della sua scelta mai rinnegata. Ha compreso che il matrimonio è il suo posto. Nella gioia e nel dolore. Perchè lì ha trovato e trova tutt’ora Gesù.

Vorrei concludere con le parole di don Fabio Rosini che trova sempre il modo per essere chiaro e diretto:

Se sei santo amerai lì dove sei. Inventandoti come amarli lì per lì, con le cose che hai a disposizione. I buoni cuochi non sono quelli che hanno i migliori ingredienti e fanno piatti eccezionali. Sono quelli che aprono il frigorifero e con quello che c’è si inventano un piatto. Bisogna valorizzare (il nostro matrimonio). Con quali strumenti? Con quelli che Dio ti dà. In quale comunità (matrimonio)? La tua. Quale storia? La tua storia! Dio non sta sbagliando. Con nessuno di noi! La verità però è che da noi dipende la bellezza delle nostre realtà: se viviamo la vita come una missione di amore verso le persone che abbiamo accanto, allora qualunque posto può diventare un piccolo pezzo di Paradiso.

Smettiamo quindi di piangerci addosso e di guardare fuori, come se la salvezza possa essere trovata fuori dal nostro matrimonio. Vogliamo essere santi? Vogliamo trovare Dio? Cerchiamolo nel nostro matrimonio, impegniamoci a fondo lì, perchè ne vale la pena. Anche se alcune volte non sembra. L’altro forse resterà con quel carattere e con quei peccati. Forse resterà stronzo e si comporterà male ma noi non resteremo gli stessi. Questo è certo!

Antonio e Luisa

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La speranza aiuta ad amare

Non so se condividerete questa mia riflessione. Mi è venuta così, rileggendo un mio vecchio articolo. Uno dei primi scritti su questo blog. Era il 2016, ancora non avevamo affrontato questi anni terribili. Eppure già notavo nelle nostre generazioni una diffusa mancanza di speranza. Questo è terribile perchè non avere speranza ci rende incapaci di amore vero. Ci rende sempre più egoisti. Sempre più soli.

Ci si sposa sempre meno, sempre meno i giovani si decidono per la vita consacrata. C’è sempre più paura perchè non siamo più capaci di scorgere l’opportunità delle scelte definitive. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa. Perchè abbiamo bisogno di non pensare e di anestetizzarci di piaceri e di emozioni.

Il sacramento del matrimonio, attraverso la Grazia, unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Anche lo stesso amplesso fisico, senza speranza, perderebbe il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento e sarebbe, per forza di cose, abbassato a una semplice esperienza sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio. L’amplesso deve diventare quel momento dove viviamo la terra e il Cielo contemporaneamente. L’intimità deve diventare quella comunione così profonda, così tanto profonda da farci capire cosa potrà essere il paradiso, anche se per pochi istanti.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto. Siamo vicini al Natale. Abbiamo magari allestito il nostro presepe. I magi li abbiamo posti ancora lontano da Betlemme, in cammino. I magi sono re anche di speranza. I magi non si sono persi, perchè hanno avuto lo sguardo fisso sulla stella che li ha guidati lungo il cammino verso l’obiettivo che si erano posti: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio che è Gesù, potremo giungere da lui, insieme, per abbracciarlo eternamente. Senza stella saremmo come profughi in mezzo al mare, in balia delle onde e delle correnti che ci trascinano avanti ma senza una vera meta e un vero significato.

Gli sposi, anzi, noi sposi dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto. Buon proseguo di questo tempo di Avvento, che sia fecondo nel vostro matrimonio. Voglio terminare citando don Renzo Bonetti che riguardo l’amore degli sposi ebbe a dire:

Crescere nel nostro amore diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Antonio e Luisa

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 … A contemplarci in tua beltade andiam…

Nella memoria di san Giovanni della Croce, dottore della Chiesa e cofondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, abbiam provato a “immergerci” in una delle sue opere più belle: il Cantico Spirituale, dove viene descritto un vero e proprio esercizio d’amore tra la “sposa” (che rappresenta l’anima) e lo “sposo” (che rappresenta Gesù Cristo). Consci che non è possibile spiegare tutta l’ampiezza e la ricchezza che lo Spirito fecondo d’amore riversa in ogni dialogo personale con ciascuno di noi (dice infatti san Paolo nella lettera ai Romani 8,26 “è lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza e, abitando in noi, intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” riguardo a ciò che non possiamo comprendere bene), come sposi, abbiamo cercato di interiorizzare una delle strofe finali del Cantico. Proveremo a trasmettervi, con parole semplici, alcuni spiragli di luce che sono giunti a noi.


STROFA 35
Orsù, godiam l’un l’altro, Amato,
a contemplarci in tua beltade andiam
sul monte e la collina
dove pura sorgente d’acqua scorre,
dove è più folto dentro penetriam.


Normalmente quando, mediante il Sacramento del Matrimonio, si raggiunge l’unità (l’una caro, una sola carne) è importante esercitarsi in tutto ciò che è proprio dell’amore. È proprio per questo che attraverso le parole di questa strofa possiamo percorrere tre passaggi che fanno del nostro amore non solo un sentimento ma una decisione continua.

Il passaggio iniziale riguarda il godere e l’assaporare la dolcezza dell’amore, come dice il primo verso “Orsù, godiam l’un l’altro, Amato”. In modo specifico, come coniugi, sicuramente siamo tutti consapevoli che senza tenerezza, dolcezza, delicatezza non c’è amore, ma siamo convinti che dentro il cuore di ognuno di noi c’è, anche se piccolo, un cucchiaino di miele che può dar gusto al nostro stare insieme. Quindi, cari sposi, la tenerezza non s’inventa ma la si fa emergere perché abita già in noi, in quanto siamo stati creati a immagine e somiglianza di un Padre che è tenerezza infinita.

Breve momento di coppia. Al termine della giornata sediamoci uno di fronte all’altro e scambiamoci un cucchiaino di miele come segno della consegna reciproca della propria tenerezza. Dopo, averlo assaporato, ci rivolgiamo allo Sposo con questa breve preghiera: Fa, o Dio, che la nostra tenerezza sia riflesso della tua Tenerezza affinchè crei, fondi, santifichi ogni nostra giornata e ogni nostro gesto e rinnovi quotidianamente il nostro amore, rendendolo nobile, generoso, puro, colmo d’incanto nuovo, come una primavera in fiore.


Il passaggio intermedio riguarda il diventare simili all’Amato, come dice il secondo verso “a contemplarci in tua beltade andiam”
Abbiam detto più volte che Gesù è l’Amato perciò dobbiamo mettiamocela tutta affinché, mediante questo esercizio d’amore, possiamo arrivare a contemplarci nella Sua bellezza. Ma questo perché e quando è possibile? Innanzitutto è possibile perché attraverso il Battesimo siamo diventati figli adottivi di Dio, siamo stati inseriti in Cristo e non siamo più noi che viviamo ma è Cristo che vive in noi. Il Matrimonio precisa il senso dell’appartenenza battesimale: noi due battezzati realizziamo la nostra coppia come comunità coniugale proprio perché il Battesimo si compie nel Matrimonio in una modalità propria. Possiamo dunque arrivare a vedere la bellezza dell’Amato nel nostro amore partendo dal Battesimo, che ci ha fatti uomini e donne nuovi in Cristo. In secondo luogo, riusciamo a conformarci a Lui quando saliamo “sul monte e la collina dove pura sorgente d’acqua scorre”. Sappiamo che nella sacra Scrittura il monte è il luogo dell’incontro con Dio, della sua rivelazione e della sua conoscenza. Per noi sposi è proprio il nostro amore quel luogo in cui Dio si manifesta. Nel Cantico dei Cantici l’amore sponsale è soprattutto «una fiamma del Signore» (8,6); ciò significa che per sua natura l’amore tra uomo e donna fa conoscere Dio, viene da Dio e conduce a Dio. Quindi prendersi cura del proprio amore coniugale vuol dire prendersi cura del proprio rapporto con Dio. Ma certamente è vero anche il contrario: curare il proprio rapporto con Dio alimenterà sempre più il nostro amore coniugale. Solo dopo ciò possiamo percorrere la collina, per scoprire l’amore di Dio che brilla anche nelle altre creature e in tutte le sue opere. Questo tentativo di conformazione allo Sposo non lo raggiungiamo mediante i nostri deboli sforzi ma solo grazie alla sapienza di Dio, a quell’ acqua pura, libera di tutto ciò che la nostra mente riesce a immaginare.


Breve momento di coppia. Trascorriamo una giornata in montagna, magari dove è presente anche un luogo di preghiera.
Mentre passeggiamo, immersi nel silenzio della natura, sostiamo di tanto in tanto e rivolgendo il nostro sguardo verso l’alto ripetiamo: Donaci, o Dio, la sapienza del cuore!


Il passaggio finale riguarda il penetrare nelle ricchezze e nei segreti dell’Amato, come dice l’ultimo verso “dove è più folto dentro penetriam” Questo passaggio è il più difficile, ancor più come sposi. Quanto più si ama, tanto più si desidera “addentrarsi” nelle profondità dell’amato proprio per contemplarne tutto il suo splendore e provare una gioia inestimabile che supera ogni sentimento. Ma qual è il mezzo che ci permette di raggiungerci interiormente? potrebbe sembrare un po’ contraddittorio ma è la sofferenza. Anche la minima sofferenza può creare una crepa, sia dentro ognuno di noi, sia nel rapporto coniugale. Ma è proprio da questa crepa che può entrare il balsamo dell’amore e trasformarla in germoglio di vita. Per Gesù, la croce è stata la forma più alta del suo amore per l’umanità quindi, da cristiani e da sposi, siamo convinti che la via della croce è l’unico mezzo che mette alla prova davvero l’esperienza d’amore di ogni coppia. Pensate quanta energia interiore, di forza, di carattere, si sprigiona quando facendo nostro il dolore del coniuge ne facciamo un’occasione per amare. Ogni dolore altrui è dunque una ricchezza che, se accolta, genera risurrezione.


Breve momento di coppia. Nel momento in cui la sofferenza prende il sopravvento nella nostra vita coniugale non disperiamo ma accogliamo il suggerimento che san Giovanni della Croce fece ad una monaca che gli raccontava delle difficoltà che aveva sofferto: “Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore


Carissimi sposi, coraggio! Ogni passo in più nell’amore è un passo in più verso Colui che sta per venire!
Daniela & Martino

Sappiamo tutto del sesso ma non sappiamo fare l’amore

Qualche giorno fa stavo parlando con Luisa e lei mi ha detto queste parole: venticinque anni fa non avrei mai pensato che proprio io, così imbranata con i ragazzi, timida e piena di ferite, mi sarei trovata a raccogliere le confidenze di tante donne che mi chiedono consiglio, che mi aprono il cuore e mi raccontano difficoltà e sofferenze nel vivere il loro rapporto di coppia e la loro intimità in particolare. E io posso confermarlo perchè l’amore ti cambia, il matrimonio è l’inizio di un percorso che può aiutare l’uomo e la donna ad aprirsi l’uno all’altra in un dialogo che sia rispettoso della sensibilità di entrambi.

Allora perchè c’è tutta questa sofferenza? Sofferenza che nasce dall’insoddisfazione della donna e che poi tocca anche il marito che non capisce perchè la propria sposa sia insoddisfatta e poco accogliente. I due sposi finiscono spesso per ferirsi a vicenda senza che se ne rendano davvero conto. Succede tutto questo per due motivi a nostro avviso. Ho avuto modo di confrontarmi con Luisa più di una volta proprio su questo. C’è la presunzione di sapere già tutto e manca spesso il dialogo, manca la sincerità e la capacità di esprimere chiaramente quello che piace e quello che non piace. Ci sono troppi non detto.

Sappiamo già tutto. Siamo figli della nostra società occidentale dove è caduto ogni tipo di tabù, sessualmente parlando. Dove non c’è però una vera educazione sessuale. Qui purtroppo la colpa è anche di noi genitori. Quanti genitori sanno parlare di sessualità ai figli? Quanti lo fanno cercando di inserire il rapporto intimo all’interno di un progetto più grande? Quando parlano ai figli di castità? E soprattutto quanti genitori credono nella castità? Quindi lasciamo l’educazione sessuale ai pochi esperti che i nostri figli ascoltano a scuola. Esperti che difficilmente sanno andare oltre una semplice spiegazione che si limita ad una serie di norme mediche ed etiche da seguire. E poi ci sono i media. C’è la televisione e, oggi più che mai, c’è la rete e ci sono i social. Impariamo ciò che c’è da sapere sul sesso da internet. Lo impariamo dalla pornografia che è sempre più accessibile e che diventa la sola maestra delle nuove generazioni. Anche Rocco Siffredi, celebre attore porno ed oggi imprenditore in quel settore che non conosce crisi, ha messo in guardia da questa menzogna. Ci ha tenuto a dire che il porno non può essere esempio per i ragazzi. Il porno è finzione e soprattutto racconta un’idea falsa di sesso. Fare l’amore come si fa nei video porno non dà piacere. Non dà piacere soprattutto alla donna. Solo pochi giorni fa Luisa ha ricevuto la telefonata di una moglie che, dopo anni che ha accettato di fare l’amore con il marito nel modo pornografico, ora si è stancata e vorrebbe modificare la modalità. Anche dopo aver letto i nostri articoli al riguardo. Capite ora perchè scriviamo spesso di sesso? Perchè tanti non si sentano sbagliati e trovino la forza di opporsi a un modo falso e svilente di vivere l’intimità. Trovino la forza di dire che non piace. Torniamo alla telefonata, Il marito di quella donna non la capisce, alla sua richiesta è caduto dalle nuvole: abbiamo sempre fatto così perchè adesso non ti va più bene? Si arriva a queste situazioni che creano sofferenza in entrambi. Sia chiaro che il marito non è cattivo. Semplicemente si è educato alla scuola della pornografia. La vera intimità è differente. La vera intimità è fatta di rispetto, di dialogo, di comunione, di dolcezza, di attenzione, di preliminari graditi e voluti da entrambi. Se manca questo poi si arriva al triste destino di tante coppie: il deserto sessuale.

Quindi cosa fare? Ed eccoci al secondo punto. Dialogate! Siamo nella piena libertà sessuale eppure c’è ancora il “pudore” di esprimere all’altro ciò che piace e soprattutto ciò che non piace. Ci sono due modi di pensare, opposti ma entrambi dannosi. Mi riferisco alla donna in particolare. Perchè? Perchè è la parte più esposta nel rapporto. E’ lei che deve accogliere dentro di sè l’uomo, è lei che spesso prova dolore e non piacere, è lei che spesso si presta ad accettare gesti che non le piacciono. Esiste la donna che non dice nulla perchè crede che nel caso si opponga a determinati gesti e atteggiamenti possa passare per bigotta o per chiusa mentalmente. Una donna che crede che dimostrare amore per il marito significhi sottostare a determinate dinamiche pornografiche. E magari si colpevolizza anche se non trae piacere da quei rapporti. Nulla di più sbagliato. E poi c’è quella che è davvero un po’ troppo chiusa e non parla perchè prova un certo pudore a farlo. Quella che pensa che cercare il piacere anche per lei, sia da donna del mondo e non da donna di fede. Anche in questo caso non c’è verità ma si è fuori strada. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la nostra sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio.

Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo. Quindi trovate i vostri gesti, la vostra modalità e la vostra sensibilità per vivere un gesto che è frutto di una relazione unica ed irripetibile. Se vi aprite al dialogo e cercate di assecondarvi nelle vostre reciproche sensibilità allora inizierete un percorso che vi condurrà verso una unione sempre più profonda e un piacere sempre più autentico e pieno. Lasciate perdere la pornografia e fate l’amore davvero.

Antonio e Luisa

Lo stupore ci fa restare vivi!

Quest’anno il Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre” (Loreto 10-13 agosto) aveva come titolo: “La via dello stupore per il dono ricevuto: anche se sposi separati, di quale amore siamo resi partecipi?”. Don Renzo Bonetti ci ha guidato su questo tema che ci ha fatto riflettere molto. Il Sacramento del Matrimonio e l’Eucarestia sono dei doni cui non dovremmo mai abituarci, perché non sono un regalo dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua fresca in mezzo al deserto della nostra vita.

Infatti, ripensando anche alla mia esperienza, molti progressi e cambiamenti sono stati raggiunti in seguito allo stupore. Mi ricordo bene la meraviglia che ha accompagnato le nostre figlie fin da piccolissime quando hanno fatto le prime esperienze: dal bagnetto, i giochi che suonavano o s’incastravano, gli spostamenti a quattro zampe, la prima volta sullo scivolo e le prime pappette diverse dal latte. Di sicuro lo stupore ci stimola a non fermarci, ma a crescere, ad approfondire, a continuare su una strada. Anche nella scuola e nel lavoro, noto che l’impegno e la voglia sono molto collegate a questo (non a caso Albert Einstein disse: “Chi non riesce più a stupirsi o a meravigliarsi è come se fosse morto, una candela spenta”). Così, anche nella coppia, l’abitudine e l’appiattimento sono un veleno che lentamente ti consumano: quando non riusciamo più a stupirci dell’altro, ecco che spesso si va a cercare altrove qualcuno o qualcosa che renda più stimolante la nostra vita. Purtroppo tendiamo a catalogare le persone: “quello fa sempre così”, “quell’altra è fatta così” “ha quel carattere, ha quel difetto” e così tagliamo le gambe a possibili evoluzioni diverse dalla nostra percezione o idea. A me piace camminare in montagna, perché, nonostante la fatica, provo una soddisfazione immensa quando raggiungo la vetta e magari, dopo la svolta di un sentiero, mi trovo davanti un panorama bellissimo, fino a quel momento nascosto. Ecco, lo stupore deriva dal non atteso, da quello che non ci aspettiamo: ma quanto è bello quando una persona ti meraviglia: ti aspettavi una reazione e invece ne ha un’altra.

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

In questo periodo di Avvento vediamo Maria che rimane stupita della grandezza, “Com’è possibile?”, avverte l’abisso tra sé stessa e Dio: dalla grandezza si passa a confrontarci con la nostra povertà e, se capisco la distanza, è spontaneo ringraziare e lodare Dio. Voglio provare in questo Natale a rimanere in contemplazione insieme alle figlie, almeno per qualche minuto, davanti al presepe che abbiamo fatto da poco, per cercare di intravedere, tra le luci intermittenti, quella tenerezza del Bambino Gesù che ama singolarmente ognuno di noi! Forse allora sarà un Natale diverso, perché non ci aspettavamo un Regalo così bello……

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Maria l’Immacolata è resa ancora più bella da Giuseppe

Un articolo già pubblicato l’anno scorso ma che voglio riproporre perchè a me piace. E’ bello riscoprire Maria anche nel suo essere sposa di Giuseppe. Domani festeggeremo l’immacolata Concezione. Spero che questa breve riflessione possa aiutare tutti noi sposi a vivere meglio questo tempo di Avvento.

L’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! E’ una vera e propria festa per noi! Perchè è una festa? Perchè dovrebbe riguardarci così personalmente e da vicino? Cosa cambia nella nostra vita? Questa ricorrenza è posta in pieno tempo di Avvento. Abbiamo da poco vissuto la seconda domenica di Avvento. Un tempo di purificazione e di meditazione. Un tempo dove è importante non solo preparare i regali e il pranzo di Natale, ma dove è importantissimo per noi credenti togliere un po’ di polvere dal nostro cuore malandato e corroso da una vita sempre di corsa, in mezzo a tante luci del mondo che distolgono dall’unica luce che conta, che è quella della cometa che conduce a Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Ne abbiamo bisogno per riscoprirci amati e belli. Ne abbiamo bisogno per ricordarci che Dio ha deciso di prendere carne e corpo, per essere come noi e per offrire poi nella Passione e nella morte la Sua vita per noi, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento cerchiamo di lasciarci abbracciare da Maria e avvolgere dal suo manto. Avvolgere anche spiritualmente cercando di rivestirci della sua purezza e della sua santità. Maria è guida per tutte le spose e per tutte le madri come Giuseppe lo è per noi sposi e papà. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria certamente, ma una coppia che è caratterizzata, come ogni altra coppia di sposi, da una relazione sponsale da vivere giorno per giorno, in un continuo e amorevole dono reciproco di sè all’altro. Esattamente come cerco di fare io con Luisa e come voi che leggete sicuramente vi impegnate a concretizzare nella vostra storia.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo, ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, pò essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

Perseveranza e misericordia

La seconda lettura di ieri (Romani 15, 4-9) mette in evidenza due differenti atteggiamenti del cuore. Entrambi importanti nella nostra relazione con i fratelli e naturalmente con nostro marito o nostra moglie. Cosa afferma? Analizziamo un pensiero alla volta.

E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, Ecco questo è la nostra prima “missione” che ci affida Dio attraverso la Sua Parola. Noi saremo riconosciuti come Suoi solo se saremo perseveranti. Se saremo cioè fedeli. Fedeli come lo è stato Cristo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa del modo di amare di Dio. Quindi fedeltà! Noi sappiamo benissimo che la fedeltà è alla base di ogni matrimonio sacramento. Noi promettiamo di amare l’altro nella gioia e nel dolore. Nella gioia non c’è problema. Ma nel dolore? E nel dolore di chi? Perchè se il dolore è dell’altro magari viene anche quasi naturale stare accanto alla persona amata ma se il dolore è il nostro? Se ci tocca fare fatica stare accanto a quella persona? Quella persona che si rivela non essere quella che ci aspettavamo. Cosa facciamo? Dio ci chiede di essere perseveranti perchè la vera gioia non viene da quello che io posso ricevere dall’altro ma viene da come mi dono all’altro. Essere perseveranti significa amare da Dio e amando da Dio significa incontrarLo. E’ da lì che viene la vera gioia e la pace del cuore che è data dalla presenza di Dio e dalla consapevolezza che tutto ha un senso anche se non sempre lo comprendiamo.

Le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome. Ecco il secondo atteggiamento: essere misericordiosi. Avete notato? Il primo, la perseveranza, è rivolto a chi già conosce Dio, mentre questo, la misericordia, è rivolto ai pagani, a chi è lontano da Dio e non lo conosce? Perchè questa differenza? Semplicemente perchè la misericordia è il biglietto da visita di Gesù. Chi non lo conosce resta attratto e affascinato dal suo amore misericordioso. Così è per noi sposi. Noi siamo perfetti non perchè non sbagliamo mai. Quanti errori commettiamo. Quanti difetti abbiamo. Quante fragilità ci contraddistinguono. Eppure possiamo essere perfetti nell’amore. Proprio nella misericordia. Nella capacità di andare oltre gli errori. Nella capacità di perdonarci. Nella capacità di donarci. Nella capacità di ricominciare e di far risorgere la nostra relazione. Quindi se anche litigate, se commettete errori l’uno verso l’altra, ma poi siete capaci di perdonarvi e di ricominciare, siete perfetti in ciò che davvero conta. Ricordate che ogni perdono dato e ricevuto diventa nutrimento per la relazione. Diventa gratitudine e ringraziamento.

Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. Questo versetto in realtà viene prima degli altri ma a me piace metterlo in fondo perchè sintetizza una verità grande. Se nel nostro matrimonio riusciamo ad essere perseveranti e misericordiosi l’uno verso l’altra ecco che saremo l’incarnazione della speranza. Speranza per noi prima di tutto. Per i nostri figli. Perchè ci sentiremo parte di un amore capace di affrontare ogni situazione, di un amore che non muore. E poi saremo speranza per tutti. Perchè non c’è nulla di più bello che credere nell’amore eterno. Amore eterno che è Dio. Ecco perchè ne abbiamo così desiderio e nostalgia. Perchè noi siamo creati ad immagine di quell’amore.

Antonio e Luisa

Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

E’ passato qualche giorno ma desidero tornare sulla seconda lettura di domenica scorsa, la prima domenica di Avvento. Ci torno perchè si tratta di una lettura di poche righe ma che condensa tantissimo. Possiamo trovare tutto ciò che possiamo fare per prepararci al meglio al Natale. San Paolo scrive ai Romani è afferma:

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

Poche righe ma densissime. Cercherò ora di analizzare punto per punto.

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. Cosa intendeva dire Paolo? Era convinto che la venuta del Signore fosse ormai imminente e con queste parole voleva spronare i cristiani a comportarsi come tali. Non è una lettura scelta a caso. L’Avvento è l’annuncio della ormai prossima venuta del Signore, della Sua discesa sulla Terra. Accade ogni anno nel Natale. E come ogni anno queste parole di Paolo tornano attuali. L’Avvento è uno dei momenti forti. Dove, dopo settimane di torpore spirituale, ci viene data una bella sveglia! Non è forse così? Io ogni volta che arriva l’Avvento sento il peso della quotidianità che tra tante cose da fare mi allontana dalla mia vita spirituale, mi rende difficile una relazione adeguata con Gesù. Mi sento come quella sposa che trascura lo Sposo. Non ho sbagliato ad usare il femminile. Noi siamo sposa di Cristo essendo parte della Chiesa. Quindi non sprechiamo questo tempo. Prepariamoci al Natale con un cuore aperto a Gesù e con momenti dedicati alla preghiera e alla contemplazione. Bastano pochi minuti al giorno.

La notte è avanzata, il giorno è vicino. Quando la nostra anima è nella notte? Quando è lontana da Dio. Io ricordo bene il tempo in cui facevo fatica ad abbandonarmi a Gesù. Avevo tutto: salute, lavoro e amici ma mi mancava la luce. Mi mancava quell’amore che illumina e scalda il cuore dell’uomo. Facciamo memoria del tempo in cui siamo stati nelle tenebre per scegliere di non tornarci. Alla fine dipende da noi! Sta a noi scegliere tra ciò che offre il mondo e ciò che offre Dio.

Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Questi versetti rivelano ciò che dobbiamo mettere al centro del nostro impegno. Noi sposi in particolare verso il nostro coniuge e la nostra famiglia. E’ l’unico modo per accogliere bene Cristo nella nostra vita. Cerchiamo di essere onesti. Cerchiamo quindi di mantenere le nostre promesse matrimoniali. Cerchiamo di amare l’altro sempre, quando è facile e quando non lo è. Cerchiamo di donarci completamente a nostra moglie o nostro marito cercando il suo bene prima del nostro. Cerchiamo di essere trasparenti l’uno con l’altro. Di non fare cose di cui ci vergogneremmo se rivelate alla persona amata. Attenzione a lussuria e impurità! Cerchiamo quindi di vivere una sessualità santa mettendo al centro del rapporto sessuale la comunione e non il mero piacere fisico. Lasciamo fuori dalla nostra vita la pornografia che distrugge la nostra capacità di scorgere la bellezza integrale della persona che abbiamo accanto. Non ubriachiamoci. L’ubriacatura non è solo quella alcolica. Ci sono le emozioni che ci possono annebbiare la mente. Cerchiamo di controllare la nostra rabbia e i nostri istinti. Cerchiamo di non ferire con le nostre parole e con i nostri atteggiamenti l’altro. Non lasciamoci travolgere dalle emozioni ma manteniamo sempre il controllo di noi stessi.

Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. Questa frase non significa che dobbiamo imparare a vedere il corpo come qualcosa che vale meno dello Spirito. Nulla di tutto questo. Il significato è molto più profondo. Ci viene chiesto di mettere la volontà e il discernimento al di sopra di quelle che sono le passioni. Solo così il nostro corpo sarà un mezzo per dare concretezza e visibilità all’amore. Solo così saremo capaci di farci dono l’uno per l’altra senza che emozioni e sentimenti ci possano allontanare dal bene. Perchè a volte fare la cosa giusta può costare fatica. Gesù non è stato contento di finire in croce ma lì è rimasto per fare la volontà del Padre che era anche la Sua. Lì è rimasto per amarci con tutto sè stesso.

Antonio e Luisa

I moderni paladini dell’amore

Oggi ho deciso di condividere sul blog una bellissima testimonianza. Non lo faccio per farmi bello o per vantarmi. Anche perchè non ho nessun merito se non quello di aver restituito quanto io ho ricevuto in passato. Lo faccio per promuovere questa esperienza perchè sono convinto che possa fare tanto bene alle coppie di sposi. Vi aspettiamo alla prossima edizione di Come sigillo sul cuore. (qui un breve video di presentazione di una edizione passata). Presto posterò la nuova data e il luogo. Ora lascio la parola a Patti e Lello una bellissima coppia di Salerno.

Lo scorso weekend è stato davvero intenso e ci ha lasciato una forza ed un’energia unica, davvero inspiegabile. Siamo stati ospiti di don Gianni Castorani nel Monastero dello Spirito Santo a Bagno a Ripoli e siamo stati accompagnati da sostenitori e divulgatori del matrimonio cristiano. Luisa Antonio, Daniela Davide e le altre coppie che hanno organizzato questo evento sono, senza dubbio, persone ricche di spiritualità,  frutto di un vero percorso cristiano. Sono donne ed uomini normali con figli e problemi quotidiani, non supereroi o gente che studiato per diventare influencer o motivator, stile Oprah Winfrey,  sono come noi, come  la maggior parte delle coppie che si ritrova a vivere il problema dei figli ribelli,  dell’organizzazione del tempo, della stanchezza del rapporto che a volte tutti possiamo avvertire e che ci lascia senza capacità di risposta.

Ma qual è il loro segreto, cosa li rende così speciali? L’amore!

L’amore verso il Signore, l’amore verso la vera condivisione e la convinta applicazione di alcuni insegnamenti, trasmessi da padre Raimondo Bardelli, li ha motivati ad organizzare incontri periodici attraverso l’istituzione dell’Intercomunione delle Famiglie. Raimondo, come lo chiamano loro, era un frate Cappuccino di origine emiliana che insegnava a fidanzati e sposi come vivere pienamente l’unione coniugale.

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Genesi 2:23-24.

Una carne sola allude con evidenza all’unione fisica degli sposi. Dunque noi come sposi siamo chiamati ad essere uniti e questa unione si sublima nell’incontro sessuale, definito ecologico, lontano da inquinamenti dovuti alla pornografia e suoi derivati. I moderni paladini dell’amore, ci piace definirli così, ci hanno invitato ad usare piccoli stratagemmi per attuare la felicità di coppia, come il semplice atto di guardarsi negli occhi per qualche minuto durante il giorno. Questo gesto così semplice può portare frutti enormi, aiuta a mettersi a nudo davanti al coniuge, ad abbassare tensioni ed ansie accumulate durante il giorno. Abbracciarsi, coccolarsi diventa un rituale, un momento essenziale per sopire i conflitti.

Il matrimonio diventa un’esperienza da conquistare ogni giorno, da vivere in ogni momento con attenzione e purezza d’animo. Il corpo, a partire dagli occhi è il nostro mezzo per comunicare l’amore e soprattutto un modo per riattualizzare e rinnovare il sacramento del matrimonio. Parlare di fare l’amore non come tabù, come spesso ci è stato trasmesso, ma come espressione di una promessa d’amore. Un amore che trionfa e che rende più forti, perché insieme è meglio.

In conclusione abbiamo imparato molto e leggeremo ancora tanto, ma considerando quando è accaduto nel mondo in questi ultimi tre anni COVID, guerra e crisi economica:la famiglia rimane l’unica oasi di vita felice e spetta a tutti noi difenderla e proteggerla.

Patti e Lello Ventre

Il tuo volto, Signore, noi cerchiamo!

Cari sposi, avete mai provato a pregare insieme lo Sposo utilizzando le parole dei salmi? I salmi sono stati, e lo sono ancora oggi, la preghiera principale dei nostri fratelli ebrei; anche Gesù (in quanto ebreo) pregava attraversi i salmi e anche per noi cristiani sono diventati la preghiera ufficiale infatti vengono regolarmente utilizzati nella liturgia eucaristica e nella liturgia delle ore. Pregando in coppia il salmo 26 eleviamo al nostro Sposo una fondamentale richiesta poiché “Di te ha detto il nostro cuore: «Cercate il suo volto», il tuo volto, Signore, noi cerchiamo. Non nasconderci il tuo volto…” (v 8-9)

Come sposi cristiani che, mediante il sacramento delle nozze siamo stati immersi nell’ amore di Cristo, ci è stata data la grazia di “vedere”, ogni giorno, il volto di Dio nel volto del coniuge per poi, a nostra volta, mostrarlo agli altri. Soffermiamoci quindi a contemplare il volto dell’Amato mettendoci innanzitutto uno di fronte all’altro per vedere, sentire e parlare con Colui che non si nasconde ma a noi si “mostra”, perché in mezzo a noi è sceso. Guardandoci reciprocamente negli occhi cerchiamo di penetrare nel nostro intimo in quanto, come spesso si sente dire, gli occhi sono lo specchio dell’anima. Un’ espressione che sta ad indicare che spesso sono gli occhi a rivelare veramente chi siamo, come stiamo, cosa c’è dentro di noi. O ancora come leggiamo nel vangelo di Matteo, “La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra”. Lo sguardo che ci scambiamo come sposi deve essere pieno di tenerezza e carità, come quello di Gesù, traboccante di compassione affinché sciolga ogni resistenza, difesa, pregiudizio, separazione, paura…e soprattutto impariamo a guardarci partendo dal cuore. Solo così i nostri occhi, liberi da ciò che potrebbe offuscarli, si possono posare benevoli sui fratelli in modo tale che nessuno, direbbe S. Francesco, «dopo aver visto i nostri occhi, se ne torni via senza il nostro perdono» (FF 235)
Breve momento di coppia:
1) guardandoci negli occhi, ripetiamoci sottovoce il bellissimo passo del Cantico dei Cantici “Quanto sei bella/o, amata mia/o, quanto sei bella/o! I tuoi occhi sono colombe”.
2) contemplando gli occhi di un’icona del Volto di Cristo insieme rivolgiamogli le parole del Salmo 138:
Signore, tu ci scruti e ci conosci…
Ancora informi ci hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i nostri giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno…
Scrutaci, Dio, e conosci il nostro cuore,
provaci e conosci i nostri pensieri…
e guidaci sulla via della vita


Ma il Signore può rivelarsi a noi anche mediante l’ascolto. Quando “apriamo” le orecchie per ascoltarci stiamo dando spazio alla voce del nostro coniuge. Certamente l’ascolto è una delle basi del dialogo: quando un coniuge parla, l’altro sta in silenzio per ascoltare. Ma per noi c’è un ascolto che viene ancor prima: dobbiamo imparare ad “ascoltarci con il terzo orecchio”, quello dell’empatia, immedesimandoci nei sentimenti dell’altro, cercando di “sentire” ogni situazione come il nostro coniuge la sente. Anche se questo non è sempre facile, impariamo ad ascoltare come Gesù che, dopo essersi ritirato nel silenzio per “aprire” l’orecchio alla volontà del Padre, era ed è pronto ad accogliere ogni grido perché per lui ogni persona merita attenzione.
Breve momento di coppia:
1) Avvicinandoci all’orecchio del coniuge, ci sussurriamo sottovoce il bellissimo passo del Cantico dei Cantici:
O mia colomba,
che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave

2) contemplando un’icona del Volto di Cristo ripetiamo nel silenzio del nostro cuore le parole del Salmo 116:
Noi ti amiamo Signore perché hai udito la nostra voce…
Poiché hai teso l’orecchio verso di noi,
noi ti invocheremo per tutta la mia vita


Infine i sentimenti dello Sposo possono giungerci attraverso le parole del nostro coniuge. Per questo è necessario che dalla nostra bocca escano parole che annuncino la bellezza divina di cui, come sposi, siamo portatori. Come dicevamo prima, oltre all’ascolto, l’altra base del dialogo sono le parole: alcune volte però abbiamo sperimentato che le nostre parole sono incapaci di modellarsi sulle sfumature dei nostri pensieri, sui battiti del nostro cuore. Allora ricorriamo alla Parola, ci facciamo guidare dal modo di parlare di Gesù: le sue parole erano e sono parole che creano vita; che orientano, illuminano, tracciano strade, chiamano, seminano, abbattono le chiusure. Insomma sono “parole di vita eterna” che possono donare eternità a tutto ciò che portiamo nel cuore.
Breve momento di coppia:
1)Sfiorandoci con le dita le labbra, l’un l’altro, esprimiamo la bellissima espressione del Cantico dei Cantici:
Come nastro di porpora le tue labbra, la tua bocca è piena di fascino” e scambiandoci un tenero bacio ci ripetiamo “Mi baci con i baci della Sua bocca
2) baciando l’icona del Volto di Cristo insieme cantiamo le parole del Salmo 119:
Lampada per i nostri passi è la tua parola, luce sul nostro cammino. Limpida e pura è la tua promessa e noi tuoi servi l’amiamo


Carissimi sposi, ecco che ora possiamo guardarci con occhi nuovi, con gli occhi di Gesù. Non stanchiamoci mai di contemplare il Suo volto maestoso e dolce nel contempo; non stanchiamoci mai di cercare il Suo sguardo, quello sguardo che vuole trasformarci, vuole farci diventare simili a Lui. È importante scoprire che siamo davvero chiamati a lasciarci trasformare dall’amore di Dio, anche e solo attraverso le piccole cose, gli incontri quotidiani, nonostante i nostri sbagli e le nostre debolezze umane. Ecco che così l’amore di Dio prende carne in noi, diventa testimonianza di vita sponsale e ci porta a continuare a lodarlo, sempre con le parole del Salmo 26: “Siamo certi di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi” (v 13). Buon cammino d’Avvento alla ricerca del Volto di Dio nel piccolo bambino di Nazareth.
Daniela & Martino

Le spine del matrimonio

Quando si arriva (purtroppo) a una separazione, sarebbe necessario fermarsi almeno per un po’ di mesi a riflettere su quello che è successo e sulle cause che hanno portato a un epilogo così triste. Non serve a nulla pensare cose del tipo: “Se mia moglie avesse avuto un atteggiamento diverso, anch’io mi sarei comportato diversamente”, perché è solo un tentativo di diminuire il senso di colpa. E’ un’analisi che in alcuni casi dovrebbe coinvolgere altre persone esperte in materia, come consulenti familiari, psicologi e assistenti spirituali, perché non sempre da soli si riescono a comprendere i problemi che non abbiamo mai risolto e le ferite spesso provenienti dalla nostra famiglia di origine. Infatti a volte si creano delle dinamiche che si ripetono continuamente e tendiamo a fare sempre gli stessi errori: poco tempo fa mi sono ritrovato a parlare con una ragazza di 40 anni al terzo divorzio, continuare su questa linea credo sia davvero triste e distruttivo per se’ stessi e per le persone che ci stanno intorno, in particolare per i figli.

Spesso la gente non si prende questo importante tempo di riflessione dopo la separazione, ma comincia a uscire e a frequentare altre persone, rischiando così di fare ulteriori danni. La responsabilità di una separazione quasi mai è al 50%, in genere è sbilanciata da una parte e comunque nessuno dei coniugi può considerarsi esente da colpe (avremmo potuto sicuramente fare meglio, diversamente o con più cura e attenzione). Inoltre la decisione di separarsi viene proposta e portata avanti raramente di comune accordo, ma è uno dei due a prendere l’iniziativa.

A suo tempo, ma continuo a farlo anche oggi, ho riflettuto molto sulla mia storia d’amore e sulle cause che l’hanno portata al fallimento (ricordo che il fallimento è solo umano, con Dio non può fallire!). Sono arrivato alla conclusione che non basta amare, è necessario anche essere amabili, perché ho tanto amato mia moglie, ma non è stato sufficiente. Faccio un esempio: se prendo in mano un fiore, con dei bellissimi colori e profumato, mi viene da pensare: “Ma che bello questo fiore!”. Immaginiamo invece che questo fiore sia pieno di spine e che, appena lo prendo in mano, mi punga: in questo caso mi viene da pensare: ”Accidenti a questo fiore, che brutto!”. Ecco, può succedere, anche involontariamente, che siamo noi il fiore che suscita negli altri una certa reazione.

Così, quante volte non ho ascoltato mia moglie! Quante volte ho svalutato le sue idee, il suo lavoro e il suo modo di pensare! Quante volte sono stato scontroso e addirittura l’ho presa in giro, non immedesimandomi nel suo malessere, nei suoi problemi, nei suoi dubbi, nelle sue difficoltà e nelle sue paure! Potrei continuare a fare altri esempi, ma credo sia chiaro questo: è fondamentale non solo amare il coniuge, ma lavorare su noi stessi, sui nostri difetti e sul nostro carattere in modo da essere amabili, accoglienti e poter così costruire una relazione davvero autentica, sincera e reciproca! 

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per Sempre)

La nostra imperfezione è immagine della perfezione di Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. (Genesi 3,8)

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Non voglio fare certe cose. Sono bigotta?

Ciao Antonio e Luisa. Vorrei restare anonima. Una domanda molto personale. Mio marito mi chiede, durante il sesso, di fare cose che non mi piacciono e non penso siano sane. Il sesso anale è una di queste. Lui dice che io sono bigotta e che tutti fanno queste cose. Cosa posso fare?

Carissima c’è sicuramente un problema. Se tuo marito nell’intimità non trae soddisfazione dall’unirsi a te, ma da pratiche sempre più spregiudicate e, consentimi, deviate, c’è un problema. Non sei bigotta. Neanche io voglio fare il bigotto, quello che giudica i comportamenti sessuali delle persone, solo perchè si discostano da quello che prescrivono i manuali di morale. Non credo neanche che i manuali in questione trattino così nello specifico questi argomenti. Almeno io non ne sono a conoscenza. C’è però una domanda fondamentale che ogni coppia si deve porre. Lo deve fare per la propria felicità e realizzazione.

Abbiamo desiderio di unirci all’altro, di vivere un’esperienza meravigliosa attraverso il corpo che ci faccia sperimentare fusione e comunione , oppure cerchiamo altro?

Cerchiamo di mettere in pratica delle fantasie che abbiamo nella nostra testa, fantasie generate e nutrite da tutta la “cultura” pornografica che ci circonda e che spesso cambia e influenza in modo radicale la nostra idea di sessualità e di sesso? Detto in altre parole: l’unione intima con l’altro è il fine oppure un mezzo attraverso cui possiamo dare concretezza a quanto abbiamo visto fare da altri? Detto ancora in modo più chiaro: 

vogliamo amare o usare l’altro?

Dopo tutta questa premessa permettimi di arrivare ad una ovvia conclusione. Chi cerca di usare l’altro per ricercare il solo piacere nell’atto sessuale, non ne sarà mai pienamente soddisfatto e cercherà di andare sempre un po’ più oltre per sperimentare nuove modalità. Anche nei matrimoni, lo so per certo, è sempre più presente il sesso anale, perfino, in certi casi, lo scambio di coppia, oppure altro ancora. Non trovando una soddisfazione che può venire solo da un rapporto vissuto per unirsi in una comunione profonda all’altro, si cercherà di andare sempre un po’ oltre, illudendosi di avvicinarsi a un piacere da cui ci si sta invece allontanando. Non di rado questo modo di vivere la sessualità porterà la coppia nel tempo all’astinenza e al deserto sessuale. Spesso a lasciarsi. Perchè si rimane delusi e, solitamente, ci si accusa a vicenda.

Faccio un esempio. La nostra amica Luisa è ginecologa. Molto spesso ci rivolgiamo a lei per chiedere consigli ed aiuto quando non sappiamo bene cosa rispondere a certe domande. Lei ci ha confidato che sono sempre di più le donne che durante le visite si lamentano del marito o del compagno. Una lamentava l’insistenza del marito ad avere un rapporto anale con lei. Siate sinceri/e: secondo voi lui voleva unirsi a lei oppure usarla per mettere in pratica fantasie pornografiche? Io non credo ci siano dubbi.

Quindi tornando alla tua domanda ti rispondo chiaramente. Abbi la forza e il coraggio di dire no. Lo devi fare per te, per lui e per la vostra relazione. Parla con lui, iniziate un vero percorso insieme di recupero, che vi porti a vivere il rapporto per quello che è: la modalità più bella e più concreta che abbiamo noi sposi per esprimere attraverso il corpo l’unità dei nostri cuori. Riappropriatevi di una sessualità sana dove il piacere non viene da pratiche sempre più spregiudicate (piacere effimero, che dura molto poco e che non soddisfa mai fino in fondo, se e quando c’è) ma dal vostro amore che viene nutrito in una relazione fatta di tenerezza, cura e dono reciproco. Non c’è nulla di più bello che vivere un rapporto intimo che si consuma (si porta a compimento) nell’abbraccio dei corpi e nello sguardo reciproco che arriva dritto al cuore dell’altro. Questo è il vero piacere, molto più grande di un orgasmo provocato da una fantasia, che non unisce ma che rende sempre più soli e distanti.

Antonio e Luisa

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Piccolo diario spirituale di una coppia di neosposi

Siamo Andrea e Consuelo una coppia di sposi. Questo articolo è il primo che scriviamo per il blog. Vorremmo con questa riflessione, e con le prossime che ci saranno, condividere pensieri in libertà. Come vivono due sposi novelli dei nostri tempi il matrimonio e più in generale la fede? Come vivere nella propria comunità? Come rispondere alla nostra vocazione? Quanto è importante sentirci piccola chiesa nella grande Chiesa di Gesù? Questo è il filo conduttore con il quale vorremmo contribuire al blog matrimoniocristiano. Vorremmo condividere un piccolo diario spirituale raccontando le nostre sensazioni, emozioni, difficoltà e gioie. Sperando che nella nostra esperienza tanti possano riconoscersi e sentirsi meno soli e dentro un cammino condiviso.

Fatta questa premessa possiamo concentrarci sulla riflessione di oggi. Ci è stato chiesto, dopo pochi giorni dall’aver ricevuto il mandato di catechisti dal nostro parroco, di scrivere una meditazione sul quinto mistero della luce del Santo Rosario (l’istituzione dell’Eucarestia) che avremmo recitato insieme a bambini e genitori del catechismo di quest’anno. Io e Consuelo, come abbiamo già scritto, siamo sposati da poco più di un mese e già siamo stati chiamati a svolgere questo importante ministero come catechisti dello stesso gruppo di bambini nella parrocchia in cui ora abitiamo. Come primo articolo per il bellissimo blog di Antonio e Luisa, che ci hanno molto aiutato negli ultimi mesi di fidanzamento soprattutto, vorremmo condividere con voi la nostra meditazione che abbiamo scritto e letto in questo rosario coi bambini e genitori di catechismo. Per noi è stata un’esperienza importante,una delle prime che abbiamo fatto insieme come sposi. Per questo abbiamo scritto la nostra piccola meditazione con tanta emozione. Ecco la nostra piccola riflessione:

L’Eucarestia è il dono di sé stesso che Gesù fa a noi in ogni Santa Messa. Non andare a Messa, in particolare la domenica e le altre feste solenni, significa non dire grazie a Dio Padre per l’immenso dono che ci ha fatto nel consegnarci il suo Figlio, Gesù Cristo, nato-vissuto-morto-risorto per noi. Beato giovane Carlo Acutis, tu che hai ben compreso i misteri di questo amore, tu che sei stato catechista esemplare, coerente e impeccabile, prega per noi.

Pochi giorni dopo il rosario io e Consuelo abbiamo svolto, il primo incontro di catechismo coi bambini. È stato molto emozionante vederli all’ingresso della chiesa parrocchiale e spiegare loro le varie parti della chiesa, insegnargli che atteggiamento avere in chiesa, raccontare l’importanza del silenzio, fare il segno della croce, leggere i primi versetti del Vangelo di Marco, pregare insieme. Alcuni di loro vorrebbero fare i chierichetti, altre cantare nel coro delle bambine della domenica a Messa. Sentiamo già la ricchezza di essere in questo cammino. Speriamo con il tempo di vivere in modo sempre più fecondo il nostro amore e la Grazia che scaturisce dal sacramento. È importante per la nostra personale salvezza e ci auguriamo possa essere una piccola goccia di amore e concorrere alla bellezza della nostra Chiesa. Chiediamo a chi sta leggendo questo articolo, per cortesia, di dire una preghiera per noi, per svolgere come Dio vuole, questa piccola missione che ci è stata affidata. Ve ne saremo infinitamente grati. Al prossimo articolo.

Andrea e Consuelo

La crisi di mezza età può rovinare tutto

La crisi di mezza età esiste. Io credevo fosse una specie di leggenda metropolitana, di modo di dire. Non credevo fosse qualcosa di reale che colpisce moltissimi uomini. Spesso tra i 40 e i 50 anni. Padre Francesco che da un po’ ci segue me l’ha sempre preannunciata. Mi ha sempre detto che anche io probabilmente avrei prima o poi dovuto affrontare questo momento di crisi. Mi sono informato con amici psicologi e sul web e sembra che sia una situazione molto comune.

Come d’abitudine non voglio fare quello perfetto. Questo blog funziona proprio perchè abbiamo deciso con Luisa di mettere in piazza, diciamo così, anche le parti meno belle di noi, le nostre difficoltà e le nostre fragilità. Io ho 47 anni e credo di essermi trovato, e forse ancora un po’ ci sono, nel mezzo di questa crisi. Fortunatamente ho costruito una relazione forte e bella con Luisa. Ho avuto modo di prepararmi. Quindi non mi ha colpito in modo troppo forte. Ma la percepisco abbastanza.

Cosa succede a me e a tanti altri uomini che si trovano verso i 50? Ho deciso di scrivere questo articolo perchè spesso le donne non se ne rendono conto e i mariti si vergognano un po’ a parlarne. Succede che tutto d’un tratto, non in modo graduale ma improvvisamente, ed è questo che ci fa particolarmente barcollare nelle nostre sicurezze, prendiamo coscienza di stare invecchiando. Non siamo più i ventenni che credevamo di essere. Voi direte bella scoperta. Eppure è un trauma. Questa consapevolezza arriva e ti colpisce. Rischia di affondarti. Non siamo più quelli di prima e il nostro corpo ce lo dice.

Per la donna non è così. Lei vive continuamente il cambiamento sul proprio corpo. Ne prende consapevolezza più gradatamente e prima di noi. La donna ha un orologio biologico che la tiene ancorata alla realtà del tempo che passa. Le mestruazioni, il ciclo, la fertilità e poi il lento ma costante “declino” verso il climaterio e la menopausa, la preparano.

Non vedete quanti uomini sulla cinquantina tendono ad “impazzire”? Cominciano a vestirsi e parlare in modo giovanile cercano divertimenti e fuga dalla realtà. Non sono impazziti. Sono semplicemente entrati in questo periodo necessario per fare quel salto di qualità che va fatto. Un periodo necessario ma pericoloso. Quanti matrimoni saltano per queste situazioni non comprese. Per dei colpi di testa. La coppia diventa il primo problema dell’uomo in crisi. Quella donna che ha accanto d’un tratto non è più così desiderabile, non si sente più ardere di desiderio verso di lei. Inizia a non sopportare i segni del tempo sulla moglie. Questo perchè la moglie diventa uno specchio. Questa è psicologia non è una mia supposizione. E’ studiata. Nel corpo della moglie scorge i suoi difetti, il suo invecchiamento.

Tutto ciò è problematico. Può rovinare tutto. Io ci sono dentro e mi succede, fortunatamente non spesso, di avere questi pensieri verso mia moglie. Quest’estate ad esempio mi è successo forte. Nel vedere in spiaggia tante giovani donne con corpi belli e sodi sono entrato in crisi e non sono riuscito per un periodo a vedere la bellezza di mia moglie. Ora ne parlo tranquillamente ma lì per li mi sono un po’ spaventato. C’è anche una soluzione. Il matrimonio stesso è la soluzione. Mia moglie non mi piace in determinati momenti? E’ lì che sono chiamato a donarmi più di prima. Ad abbracciarla e a mantenere quel contatto fisico che è fondamentale. A volere l’intimità con lei. Certo all’inizio non mi viene spontaneo ma lo faccio perchè Luisa è l’amore per me ed in lei, attraverso la nostra relazione, posso fare un’esperienza incredibile. Sempre. Con la tenerezza, con il dono e la cura reciproca, è più facile riuscire a scorgere di nuovo la bellezza della mia sposa. Perchè lei è bella, è meravigliosa. Sono io che non riesco sempre a vederla come tale. Il problema non sta in lei ma in me. E’ importante prenderne coscienza per poi non nascondere questo problema ma affrontarlo e superarlo. Fondamentale la complicità e l’alleanza tra sposi. Bisogna parlarne. E’ necessario che nostra moglie diventi il nostro più importante sostegno. Noi uomini dobbiamo quindi parlarle sinceramente e le nostre spose devono accogliere questa difficicoltà senza offendersi e prenderla sul personale. Perchè, come ho già scritto, il problema non sono loro.

Solo così questa crisi di mezza età può essere l’occasione per affrontare e curare quelle ferite che ancora ci portiamo dietro. E’ l’ultima grande battaglia con noi stessi (quello che mi ha sempre detto padre Francesco e lui ne ha seguiti tanti di mariti), la battaglia che ci permetterà di diventare persone migliori e risolte nei nostri nuclei di morte che ancora abbiamo. Io ho la fortuna di avere una moglie meravigliosa che mi rende il compito più facile standomi accanto e sopportando i miei limiti. Questo mi permette di continuare a vederla meravigliosa. Ricordate: impegnatevi a fondo per il vostro matrimonio è la ricchezza più grande che Dio vi ha dato.

Antonio e Luisa

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Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo (e nella tua coppia)!

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo! Recita una famosa frase di Gandhi. Ebbene da diversi anni ho preso alla lettera questo prezioso pensiero. Anche per questa frase sono diventato un missionario e mi occupo dei poveri nella Missione di Speranza e Carità che ospita in gratuità 600 persone fragili. Il motore principale è certamente la fede che ho in Cristo, ma di fatto, essendo molto impegnato ad “aggiustare” il mondo, ho tralasciato la persona che mi è più prossima cioè mia moglie. Prima del matrimonio, da fidanzato la corteggiavo quasi quotidianamente, ero molto tenero e cercavo di farle diversi piccoli ma continui regali come fiori o dolcini.

In realtà, l’inclinazione a lasciarmi coinvolgere da tanti pensieri e problemi mi appartiene da sempre. Tutto questo coinvolgimento nella missione mi ha portato pian piano a dimenticare la buona pratica di corteggiare Barbara. Preso dalle cose da fare nella vita missionaria e soprattutto l’ho data per scontata e ho investito con il contagocce nel nostro rapporto d’amore. In realtà ho sbagliato, perché, come ho appreso dal corso Intercomunione delle famiglie, il rapporto d’amore va coltivato ogni giorno, con gesti di tenerezza, doni, pensieri. Se riflettiamo bene il nostro prossimo, più prossimo, è proprio nostra moglie, ma per cambiare ciò che è intorno a noi dobbiamo cambiare noi stessi. Che senso avrebbe essere importante in missione, fare tante belle cose per i poveri, e avere accanto mia moglie che non è soddisfatta, che non sente la mia presenza e il mio aiuto nelle sue povertà e nei suoi bisogni? Che senso avrebbe avere riconoscimenti in missione e poi avere accanto una moglie indifferente?

Quante volte leggiamo di persone potenti che pur avendo tutto, passano da un matrimonio all’altro senza trovare mai un minino di pace, Qui ci viene in aiuto la parola di Dio, Matteo 19,4-6 “Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto.Di questi tempi ci si separa sempre di più, a volte per sciocchezze, perché non si sa affrontare una prova o perché si trova una persona che sembra più affasciante. Quindi quando ho sentito le testimonianze di Antonio e Luisa e di altri educatori del corso di Intercomunione delle famiglie, che dicevano che ogni giorno occorreva manifestare il proprio amore al coniuge anche sforzandosi perché non sempre viene naturale, sono rimasto colpito. Devo dire che queste parole, assieme ai vari spazi di preghiera molto intensi, al momento di condivisione tra mariti, hanno irrigato il mio spirito e, una volta tornato a Palermo, mi sono detto: “ma perché davo fare vincere le incomprensioni e aspettare che sia sempre lei a fare la prima mossa verso di me?”

Inoltre, sempre durante il corso, ci hanno spiegato quanto le donne gradiscano essere corteggiate, avere tenerezze continue, parole solo in apparenza scontate a banali, come un semplice come sei bella, invece sono intrise di verità profonde.  Mi sono detto: “divento io il cambiamento che voglio nella coppia, comincio da me!” Quindi ho cominciato a corteggiare mia moglie prendendo una volta una bella rosa di plastica, altre volte fiori e piantine grasse che tanto ama. Nel portarle il caffè le ho preparato un bel vassoio con un fiore, accompagnato da biscottini. Insomma ogni giorno cerco di scriverle un pensiero, o di prepararle una sorpresa. Cose molto semplici ma che possono cambiare la relazione. Mi sono ripromesso di avere almeno un momento al giorno per farle sentire il mio amore, mi sforzo di essere più paziente, di essere più gioioso. Devo dire che mi viene più facile essere gioioso perché il pensiero di farle un regalo, inventarmi qualcosa, mi fa avere un umore positivo, ed è proprio vero che amare fa bene. Devo dire che mia moglie si è accorta del mio cambio di umore e quindi anche lei è più serena e tante volte in più scherziamo e ridiamo come sciocchi abbracciandoci, ma con la gioia nel cuore per questa maggiore serenità ritrovata.

Naturalmente questa nuova visione arriva da una consapevolezza che l’amore va coltivato, quindi ho cominciato a leggere libri sulla coppia, ma soprattuttoho iniziato a pregare con ancora più intensità, a digiunare e compiere opere buone e ho chiesto a Dio la forza per essere io il cambiamento nella coppia. E devo dire che ho posto bene le mie speranze, d’altronde il salmista ci dice nel salmo 120, 1-2 :  “Alzo gli occhi verso i monti: da dove vi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore egli ha fatto cielo e terra”. Nonostante i mille pensieri che ho ogni giorno per le persone che chiedono aiuto, per le persone che hanno bisogno ma sono violente e che devo calmare, per i politici che devo sentire per questo o quel problema da risolvere, per le interviste che servono a scuotere le coscienze ma anche a dare speranza, ho sempre uno o più pensieri per Barbara mia moglie e devo dire che è sicuramente una grazia di Maria Regina della Famiglia che ci custodisce e che mi aiuta a non dimenticare la cura di mia moglie. Affidiamoci alla Madonna, ma noi mettiamoci di impegno e buona volontà per essere noi quel cambiamento intorno a noi, con il nostro sposo/a, ma anche per fare incontrare la fede a quante più persone possibili. E noi sposi, solo amandoci con tutto il cuore, possiamo essere testimonianza concreta dell’amore di Dio su questa terra e regalare speranza. Se poi pratichiamo anche con frequenza la carità, ci mettiamo in cammino verso la santità!

Riccardo Rossi

Regaleresti un’auto al tuo fidanzato? E allora perchè il tuo corpo sì?

Oggi prendo spunto dalla bellissima diretta che Alessandra di 5p2p ci ha concesso solo pochi giorni fa. Dalle sue riflessioni molto schiette e dirette esce fuori sempre qualcosa si estremamente profondo. Parliamo di nuovo di castità. La domanda che pone Alessandra è molto semplice: voi sareste disposti a farvi garanti di un mutuo per una persona che conoscete da poco? Regalereste un’auto nuova al vostro fidanzato? Probabilmente, certo esistono sempre le eccezioni, rispondereste di no. Perchè? Perchè giustamente vi sembrerebbe un impegno eccessivo rispetto all’importanza della relazione che avete iniziato con quella persona.

La stessa cosa vale per il vostro corpo. Oppure credete che il vostro corpo valga meno di un’auto o del vostro conto in banca? Perchè se fosse così smettete pure di leggere questo articolo, non vi direbbe nulla di interessante. Se invece sapete che voi siete il vostro corpo. Sapete che il vostro corpo è parte di tutta la vostra persona e che non si può scollare dall’anima. Sapete che corpo ed anima formano infatti una cosa sola che siete voi, che sono io, che è ogni persona del mondo. Ecco, se credete questo, possiamo procedere con la riflessione.

Una piccola digressione personale. Quando incontrai Luisa ricordo bene che mi colpì un suo atteggiamento in particolare. Ero da poco con lei. La invitai a casa e dopo cena le chiesi di lavare i piatti. Lei mi disse di no perchè quella non era casa sua. Sembra una scemenza ma con il senno di poi ho capito che voleva lanciarmi un messaggio, racconta tanto di come sia stata costruita la nostra relazione. Non parliamo poi del sesso. Durante i primi mesi di relazione ci provai in ogni modo senza ottenere mai nulla. Per merito suo, sia chiaro. Io venivo da una delusione d’amore. Dopo aver corteggiato per mesi una ragazza, entrai in un vicolo cieco, nella cosiddetta friendzone. Dopo quella delusione incontai altre ragazze. Con alcune di queste mi rendevo benissimo conto che sarebbe bastato davvero poco per portarmele a letto. Non feci mai quel passo. Non volevo. Perchè mi sembrava qualcosa di troppo facile e non mi piaceva. Non ne ero consapevole ancora, non avevo un’alta moralità o chissà quale maturità. Semplicemente credevo di meritare di più. Percepivo in modo confuso come quel piacere di un momento non valeva il mio corpo. Ed ero consapevole che il corpo non andava dato così alla prima disposta a concedersi senza nessuna responsabilità o impegno. Il mio cuore mi diceva di aspettare. E ho fatto bene. Poi è arrivata Luisa che mi ha conquistato proprio con la sua consapevolezza e la sua richiesta di impegno. All’inizio mi piaceva ma come me ne piacevano tante. Mi ha conquistato per come si è relazionata con me. Questa è solo la mia esperienza ma ricalca perfettamente quello che ci ha raccontato Alessandra nella diretta social. Luisa ha voluto mantenere un contatto fisico proporzionale alla nostra compromissione nella relazione. Più ci prendevamo impegni reciproci e più poteva aumentare il contatto fisico. Fino ad arrivare al dono totale del corpo dopo il matrimonio. Abbiamo fatto esperienza di quello che ha raccontato Alessandra.

Alessandra ha affermato in modo molto semplice che esistono diversi gradi di responsabilità. Esistono le persone che conosciamo di vista, i conoscenti, gli amici, gli amici più intimi, il fidanzato/la fidanzata, il marito/la moglie. Ognuno di questi gradi comporta una responsabilità diversa. Alessandra lo racconta bene nel suo libro a cui vi rimando. Riporto velocemente l’esempio da lei proposto. Siamo solo amici e ci frequentiamo insieme ad altre persone. Abbiamo un livello di responsabilità l’uno verso l’altra molto basso quindi anche il contatto fisico è molto limitato. Non è forse così? Con il tempo magari ci conosciamo meglio, iniziamo a cercarci con lo sguardo, poi parliamo sempre di più, ci conosciamo meglio, iniziamo ad uscire solo io e te. Con l’aumentare della responsabilità aumenterà anche l’intimità fisica. Si passerà dal darsi un bacio sulla guancia a tenersi per mano, poi a baciarsi davvero. Insomma al crescere della responsabilità cresce anche l’intimità e il contatto fisico tra di noi. Fino ad arrivare al contatto fisico più completo e profondo che è l’amplesso. Amplesso che corrisponde alla responsabilità massima della relazione. Cosa significa? Dono la mia vita a te. Tutto di me e te lo dico con il corpo. Questa dovrebbe essere la dinamica di una relazione sana. Spesso invece le relazioni non seguono questa logica e succedono poi i casini e i problemi. Il sesso senza la responsabilità porta ad usarsi. La responsabilità senza un adeguato contatto fisico porta a vivere la relazione come solo dovere senza la gioia che lo dovrebbe accompagnare. In entrambi i casi la relazione soffre e spesso muore.

La castità dovrebbe essere affrontata con queste premesse e con queste riflessioni. Non serve nulla dire ai ragazzi, ai nostri figli, che fare l’amore prima del matrimonio è peccato mortale. Sai cosa gliene frega di un concetto così fuori dal tempo e per loro incomprensibile. Il peccato mortale esiste ma manca completamente la piena avvertenza. I giovani di oggi non credono di fare nulla di male a vivere il sesso in modo leggero e spensierato. Non sanno che in questo modo si incasinano la vita. Sta a noi cercare di rendere chiaro il concetto che sta dietro la richiesta della castità. come fanno da anni Alessandra e Francesco. Purtroppo spesso anche noi adulti, educatori, genitori, sacerdoti, non sappiamo come educare alla castità e spesso non ne comprendiamo neanche l’urgenza e l’importanza. Mi piace concludere con un pensiero tratto dal famosissimo romanzo Il gattopardo, da cui è stato tratto un film ormai entrato tra i classici del cinema italiano.

Quando furono diventati vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati i giorni del desiderio sempre presente perché sempre vinto, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti

Un modo molto poetico, forse un po’ antico ma per questo molto affascinante, di raccontare la castità. Il desiderio non finisce ma al contrario si continua ad alimentare proprio perchè non realizzato. Un desiderio che cresce fino al giorno delle nozze quando finalmente nel dono totale ci si può abbandonare anche all’amplesso che è immagine dei due cuori degli sposi fusi in uno. Come il loro corpo che diventa uno. La prima notte di nozze diventa così non qualcosa di già vissuto ma una novità che rappresenta l’inizio di una nuova vita e di un legame indissolubile.  Per noi è stato proprio così. Ed è quello che cerchiamo di testimoniare con la nostra vita e anche con i nostri articoli.

Antonio e Luisa

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Per sempre è scritto sui muri e nel cuore

Sarà capitato a tutti di viaggiare in auto e di leggere su qualche muro questa frase o una simile: “Ti amerò per sempre!”; tralasciando che non è buona cosa imbrattare i muri, rimane il fatto che mi ha dato modo di riflettere sull’innamoramento (interessante anche l’amore che i giovani si promettono chiudendo i lucchetti sul ponte Milvio a Roma). Io mi ricordo che da adolescente tornavo da scuola e se ero in ritardo per uscire con la fidanzata nemmeno mangiavo, tanto era importante; cioè a un bisogno primario come il mangiare o riposarmi, mettevo davanti qualcosa che per me era a un livello ancora superiore. Come mai è così bello essere innamorati? Come mai da innamorati anche una giornata piovosa di novembre risulta emozionante? In effetti non ho mai sentito dire a due persone: “Ti amerò per i prossimi 2 mesi”, oppure “Voglio rimanere con te fino a quando mi va”, perché quando siamo in questa dimensione vorremmo che il tempo si fermasse e che il nostro star bene durasse all’infinito, “Per Sempre”, appunto.

L’innamoramento, infatti, ha in se’ un’intuizione di pienezza, per questo è così travolgente: in quell’esperienza c’è qualche cosa dell’Assoluto, di divino. Tuttavia dovremmo innamorarci anche di Chi ci ha donato quella persona accanto e non si può parlare del “Per sempre” lasciando fuori Dio, perché non c’è la vera felicità. Quando escludiamo Dio dalla nostra relazione, rischiamo di sbagliare strada, perché non possiamo chiedere il “Per sempre” a chi non ce lo può dare (e d’altra parte neanche io lo posso dare). Non a caso in Paradiso non saremo più marito e moglie, semplicemente perché il “Per sempre” su questa terra è segno di quello che saremo, cioè saremo sposi di Qualcun altro che racchiude perfettamente il maschile e il femminile (quindi non avrebbe senso continuare il matrimonio terreno).

È bene notare che il “Per Sempre” non è solo il futuro, ma anche il passato, perché Dio è sempre stato innamorato dell’umanità: aveva dato in gestione il giardino dell’Eden e la terra da coltivare a Israele, anche se, in entrambi i casi, l’uomo non è rimasto fedele e per questo è stato cacciato. C’è un “Per sempre” all’origine, cioè non c’è solo davanti a noi, ma c’è dietro di noi: come Dio non ha abbandonato il suo popolo adultero, così Dio rimane fedele a tutta l’umanità, sua sposa, per sempre. Credo che i “Per Sempre” più belli siano quelli di Gesù crocifisso e quello di Maria sotto la croce (una delle pochissime persone rimaste), entrambi puri perché senza peccato, entrambi segno di Dio. Il “Per Sempre” non è quindi un’invenzione dell’uomo, un’ostinazione di alcune persone tradite o abbandonate che fanno una scelta controcorrente in un mondo consumistico in cui oggetti e persone si usano per un tempo limitato (quello che ci torna comodo), ma è alla base della storia della salvezza dell’umanità!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Amore fecondo

Benvenuti, iniziamo insieme un breve percorso a tappe in cui parleremo di sogni, chiamate, risposte, cadute e nuovi inizi, delle nostre vite e di quell’aspirazione profonda alla pienezza che ci abita e ci anima interiormente.

Racconti biblici…

Può sembrare complicato, per questo non lo faremo da soli. Per cercare di capire come Dio entra nella nostra storia portandola alla pienezza, useremo dei racconti. Perché? Perché i racconti  sono piacevoli e ci coinvolgono, spesso permettono di rispecchiarci, raccontano se stessi e noi contemporaneamente, ma, soprattutto, perché spesso si capiscono meglio delle nostre vite contorte e ingarbugliate e, se guardiamo bene, ci precedono, e ci aiutano a capire la nostra. In particolare useremo dei racconti biblici. Non perché siamo biblisti, per insegnare qualcosa a qualcuno, ma perché raccontano di Dio e dell’uomo, di come si relazionano: ci riconsegnano lo sguardo di Dio sulle avventure umane. Non tutte le storie che attraverseremo sono virtuose e volte al bene, a volte sono difficili, contorte,  dolorose, tormentate o semplicemente vili. Perché così è la storia dell’uomo. Non sono dei modelli, ma delle icone, che rimandano ai misteri più profondi e più grandi della vita.

La maggior parte delle storie che incontreremo hanno in comune l’esperienza dei protagonisti: sono coppie che, pur sterili, hanno generato figli nella carne. Ma le loro vicende hanno in comune una grande verità: i loro figli, prima ancora che frutto di una fertilità concessa dal Signore, sono frutto di una fecondità nata dall’incontro con il Signore. E’ questa fecondità che ci interessa. Ecco, allora, che invitiamo tutte voi coppie a camminare con noi!  Non  solo voi che vi confrontate con l’infertilità e siete desiderose di un figlio, perché essere fecondi o meno, non è questione soltanto di pance e di figli, attesi, pretesi o donati, essere fecondi significa prendere sul serio la propria chiamata, quella alla vita, all’amore, al dono, al morire a se stessi, al portare frutto. E questo riguarda tutti. Non solo le coppie, non solo gli aspiranti genitori, i futuri mamme e papà. Perché nella vita tutti siamo chiamati alla fecondità. Cominciamo insieme questo cammino.

Vocazione – fecondità – missione degli sposi.

 Nella vita, ognuno di noi porta nel cuore un desiderio di amore infinito, di cose grandi, di qualcosa che sia oltre il suo stato presente e quel desiderio non è sbagliato , è ciò che ci spinge e ci chiama a cercare un altro con cui condividere la vita. Per questo parliamo di vocazione. Ma per fare il passo successivo dobbiamo chiederci: ma poi quando abbiamo incontrato l’altro, quale direzione, quale progetto, quale storia costruire insieme? La domanda diventa: e adesso che si fa? Adesso ci costruiamo un nido caldo per proteggerci dal mondo e stare bene, sicuri, insieme? Ci guardiamo l’un l’altro per cercare negli occhi dell’altro qualcosa che disseti i nostri desideri profondi? La domanda diventa dunque: come essere fecondi? È il vivere a fondo la propria vocazione che fa scaturire la fecondità. Ma come avviene questo nello specifico degli sposi? Dopo l’ordinazione,  se un sacerdote non celebra la messa non porta avanti la propria missione, è facile da capire… ma gli sposi che fanno dopo la celebrazione delle nozze?

 “Siate fecondi e moltiplicatevi”

Per rispondere ci viene incontro il racconto stesso della creazione, dove in Genesi 1, 28 troviamo quel “siate fecondi e moltiplicatevi” con cui Dio ha dato un preciso mandato alla coppiaIn ebraico i due verbi usati sono parà e ravà. Il primo termine significa, alla lettera, “portare frutto”. Il secondo, invece, indica la “moltitudine” che, discendendo da Adamo ed Eva, sarà destinata a riempire la terra. Il moltiplicatevi, quindi, lascia poco spazio alle interpretazioni e alle varianti, il siate fecondi, invece, apre la coppia a tante strade diverse, perché la fecondità è la chiamata  a portare frutto secondo la vocazione specifica di ogni coppia. Ciò riguarda i fidanzati che cercano di capire che cosa significa il matrimonio, ma anche tutti gli sposi, perché ci riconsegna la missione stessa della coppia.

Missione degli sposi.

Ecco, la missione è frutto della vocazione. È “amare alla divina”, cioè fino a dare la vita. E non possiamo pensare a una missione degli sposi che non nasca dal loro essere sposi. Aprirsi ad essere fecondi è entrare nella consapevolezza che la nostra storia, il nostro matrimonio, che questo incontro che aspettavamo da sempre, non è fine a se stesso o per la nostra gratificazione, come scrive G. Ravasi “Sono appena spuntati all’essere e già il Signore assegna loro una missione, che è ‘immagine’ della sua: non vivere per sé, non chiudersi nel bozzolo autosufficiente del rispecchiamento reciproco, bensì aprirsi alla generazione e al mondo”. Troviamo ciò anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC 1534:

CCC 1534 Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio.

Sono ordinati alla salvezza altrui… se  contribuiamo alla nostra salvezza è attraverso gli altri! Allora accettare di diventare fecondi non significa fare i “preti in coppia”, ma significa accettare la sfida di uscire dal proprio terreno sicuro e rassicurante per aprirci oltre noi stessi. Concretamente siamo chiamati ad uscire dal nostro nido di coppia in cui, magari, ci siamo accomodati, in cui, forse, stiamo bene o magari male, ma in cui rischiamo di vivere un ripiegamento condiviso, di implodere. “Amarsi non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”.

Bellezza della missione degli sposi.

Dio da sempre ha sognato una storia feconda con voi e per voi, oggi vuole riconsegnarvi questa  vostra bellezza, anche se ancora non la vedete tutta. Dio vuole ancora una volta restituirci la grandezza e la bellezza della missione cui ci  ha chiamati come sposi. Il mondo a volte sembra suggerirci la rassegnazione, l’evasione… noi invece vogliamo ribadire che c’è qualcosa di grande, nascosto in quel desiderio che portiamo dentro!

E per gli sposi nel sacramento essere fecondi significa questo puntare in alto, significa essere padri e madri al di là della carne, significa testimoniare e mostrare l’amore di Dio che è padre e madre per tutti. Un amore “per sempre”,  nonostante tutto  e  per chiunque. [da MG 2014]

📌 In questo mese ti suggeriamo di soffermarti sui testi citati (Genesi 1, 28 – CCC 1534) per entrare nella consapevolezza della tua (e vostra!) chiamata e missione.

📌 Un aiuto… fissate una durata, decidete voi prima di iniziare quanto tempo avete a disposizione.

  • Mettetevi in preghiera invocando lo Spirito Santo, oppure ascoltando un canto, o facendo un tempo di lode. 
  • Quindi prendetevi del tempo (fissate la lunghezza!) da soli, per riflettere appuntandovi ciò che ritenete importante o volete condividere
  • Trovatevi insieme per ascoltarvi e condividere reciprocamente quanto emerge. Parlate a turno, tre o cinque minuti a testa, in prima persona (non per il coniuge!). Ascoltate senza interrompere e senza rispondere, accogliete ciò che l’altro vi consegna.

Buon cammino!

Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili

Articolo scritto per Mogli & Mamme per vocazione che gentilmente ci hanno concesso di ripubblicarlo

Hanno toccato il fondo. Ora sono bellissime.

Ieri sono stato con Luisa ad un convegno. Questo convegno si è svolto all’interno di una comunità di recupero per ragazzi e ragazze che vengono da storie difficilissime, storie di dipendenza da droghe, storie di autolesionismo, storie di anoressia. Insomma situazioni molto pesanti. Perchè vi racconto questo? Perchè voglio condividere una bellissima emozione che abbiamo provato Luisa ed io. All’interno di questa comunità opera un’amica. Visto che eravamo lì abbiamo deciso di chiamarla per salutarla e per lasciarle il nostro ultimo libro. Lei non c’era. Ha voluto però raggiungerci (abita poco distante) per presentarci la comunità e gli ambienti dove le ragazze vivono e lavorano durante la giornata.

La sorpresa più bella doveva però ancora svelarsi. Ci ha presentato due ragazze. Due belle ragazze, entrambe molto giovani, avranno avuto sui vent’anni. Ci stavano aspettando perchè volevano conoscerci. Volevano conoscerci per ringraziarci. Perchè mai? Questa amica ha pensato di proporre loro un percorso sulla sessualità autentica, sull’amore e sulla castità. Sulla bellezza per offrire loro uno sguardo diverso dalla povertà relazionale in cui si erano trovate a vivere fino a quel momento. Per farlo si è avvalsa del nostro primo libro L’ecologia dell’amore. Queste ragazze erano lì per ringraziarci di aver scritto quel libro. Loro che venivano da storie di droga, dove avevano vissuto anche una sessualità disordinata, fatta di esperienze in cui sono state usate e che hanno lasciato ferite nel loro cuore, avevano trovato in noi qualcuno che dicesse loro quanto era bella un’intimità piena e autentica. Una intimità fatta di rispetto, di cura, di attesa. Anche di sacrificio. E che una bellezza così era anche per loro. Che non gli era preclusa questa strada.

Certo il percorso più importante lo hanno fatto nella comunità, grazie alla nostra amica e alle altre educatrici e operatrici. La fatica è stata soprattutto delle due ragazze. Ci commuove però pensare che un piccolo contributo possano averlo trovato anche nel nostro libro. Il libro è stato uno strumento per dare loro una speranza. Non avremmo mai pensato che la nostra testimonianza e la nostra piccola fatica di metterla su carta potesse arrivare tanto lontano. Davvero Gesù fa miracoli con il poco che possiamo offrire. Queste due giovani donne hanno trovato una conferma da parte di due sposi più maturi, che il mondo non fa schifo e che è ancora possibile trovare qualcuno che ti ama per quello che sei. Hanno compreso che sono una meraviglia. Non importa quello che possono aver fatto nella loro vita, non importano gli errori e i peccati che hanno commesso. Certo, errori e peccati feriscono lo spirito e portano sofferenza, ma loro sono state capaci di non ripiegarsi su quella sofferenza, ma quella sofferenza ha dato loro la forza di alzare lo sguardo ed incontrato quello di Gesù. E Gesù ti vede sempre bello o bella, anche se tu non credi di esserlo. Anche se il mondo ti giudica come la tossica, come la ragazza difficile e da chiudere in una comunità.

Ho visto in queste due ragazze uno sguardo che difficilmente si vede nei ragazzi. I miei figli non hanno quello sguardo. Loro hanno incontrato Gesù e questo fa tutta la differenza del mondo. Una di loro ci ha detto che dopo aver letto il libro ha maturato il desiderio di vivere la castità perchè sente finalmente di valere, di essere bella, e desidera trovare qualcuno che sia disposto a rispettarla e ad aspettarla. Ha capito, più di tanti giovani “normali”, come l’amore necessiti di rispetto e di pudore. Ha capito che la vera prova d’amore non sta nel vivere presto tutto, anche il sesso, ma sta nel saper attendere. La castità è la prova d’amore. E’ la prova che l’altro ci ama, ci rispetta e non ci vuole usare. E’ un po’ impaurita. Dice di non fidarsi più degli uomini. Chi può darle torto? Ha conosciuto solo ragazzi che hanno approfittato di lei, che ne fossero consapevoli o meno. Eppure ha voglia di rimettersi in gioco. Ha voglia di innamorarsi. Ha paura però di non essere capita, che l’altro non sia disposto ad accettare la sua richiesta di castità.

Luisa l’ha guardata e le ha detto: se dovesse andarsene non era quello giusto. Chi non è disposto a rispettarti ed aspettarti non ti sta amando davvero. E a perdere qualcosa sarebbe lui non te. Queste due ragazze sono bellissime. Perchè hanno capito quanto valgono e hanno compreso che non possono accontentarsi delle briciole. Sono figlie di Re, valgono il sangue di Cristo. Comprendere tutto questo loro valore le ha aiutate a vivere in modo diverso la vita e le relazioni. Queste due ragazze torneranno nel mondo (presto usciranno dalla comunità dopo 4 anni) con una bellezza che tante loro coetanee non hanno. Stavano perdendo tutto e invece hanno trovato tutto in Gesù, per questo non sono più disposte a svendersi a chi non le merita. Che bello quando si arriva a questa consapevolezza. Mi auguro di cuore possano essere testimoni e di aiuto ai giovani che incontreranno. Ci siamo lasciati con la promessa di incontrarci poi quando saranno fuori. Se avranno bisogno di un consiglio o solo di una buona parola noi ci saremo.

Queste due ragazze cercavano soltanto amore. Non l’hanno trovato e per questo si sono trovate ad accontentarsi. Si sono illuse che droghe e relazioni basate sul sesso potessero essere un surrogato di quel bisogno d’amore. Hanno toccato il fondo. Lì hanno incontrato Cristo che le ha guardate come nessun altro. Con tanta volontà e sofferenza sono risalite. Ed ora vogliono relazioni autentiche. Hanno compreso che, come hanno scritto gli amici Giulia e Tommaso, il cuore della castità non è tanto rimandare il dono di sé nel corpo, quanto imparare con gradualità a donarsi totalmente senza maschere e ad accogliere totalmente l’altro per come è. Forza ragazze siete bellissime e ora lo sapete!

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da sposi cristiani è un gesto ricreativo

L’ho proprio scritto. L’intimità fisica degli sposi va vissuta davvero con questa consapevolezza. E’ ricreativa. Lo dicono tutti e lo diciamo anche noi cristiani. Anzi lo dobbiamo rivendicare ed esserne orgogliosi. Cosa intendo però dire? Forse noi cristiani intendiamo l’aggettivo ricreativo in modo diverso dall’uso comune. Tutto il mondo ci dice che il sesso va vissuto come un’attività leggera, divertente, distensiva, ludica. Senza farsi troppi problemi. Avere un’attività sessuale frequente fa bene alla psiche e al corpo. Ce lo dicono un po’ tutti. Certo ricreativo può voler dire anche tutte queste cose. Però forse noi cristiani, alla luce della nostra fede, dovremmo dare un significato diverso, più importante e significativo. Dovremmo andare alla radice, all’etimologia della parola. Ricreativo da ricreare, cioè creare di nuovo.

E’ importante vivere la nostra intimità di sposi consapevoli che con quel gesto stiamo ricreando ciò che siamo. Ma cosa siamo? Ci viene in aiuto Familiaris Consortio di San Giovanni Paolo II. In questa bellissima esortazione il papa polacco va in profondità della vocazione matrimoniale. Racconta proprio chi siamo. E c’è una parola che per raccontare chi siamo viene ripetuta continuamente, ben 63 volte in tutto il documento. Questa parola è comunione. Noi siamo immagine dell’amore di Dio. Amore di Dio per il Suo popolo certamente. Il matrimonio è redento dalla croce, dal sacrificio di Cristo, ma ne è anche immagine. Noi siamo chiamati ad amare così, come Gesù sulla croce. Quante volte lo abbiamo sentito dire. Ed è verissimo. C’è un’altra dimensione però del nostro amore, forse un po’ meno conosciuta. Noi siamo immagine anche dell’amore di Dio in sè. Siamo immagine dell’amore trinitario. Si lo so, sembra davvero troppo per noi che siamo quelli che siamo, pieni di difetti ed imperfezioni, ma è così. Dio ci chiede solo di metterci la nostra volontà, il nostro abbandono e il poco che siamo e che abbiamo, il resto lo mette Lui. Noi siamo questo. D’altronde con cinque pani e due pesci ha sfamato migliaia di persone, non può fare lo stesso con le nostre cinque ossa e due dita di cervello. Che dobbiamo però offrire a Lui. E il matrimonio è il modo per farlo. Don Renzo Bonetti lo dice chiaramente. Il matrimonio provoca una nuova creazione negli sposi. Io sarò sempre Antonio, Luisa sarà sempre Luisa, ma saremo legati in modo indissolubile e saremo anche parte uno dell’altro. Questo è anche la dinamica trinitaria, non è così? Tre persone ma rese una dall’amore.

Noi siamo tutta questa roba e fare l’amore concretizza nel corpo tutta questa realtà umana e spirituale. Per questo fare l’amore è ricreativo, ma non nel senso che è soltanto un gioco innocuo e che possiamo fare tutto quello che vogliamo senza limiti. Divertitevi perchè del domani non v’è certezza, come ha scritto in una poesia Lorenzo il Magnifico. Non è vero che “usare” il nostro corpo e quello dell’altro poi non lascia conseguenze nello spirito. Il corpo è parte di noi e quello che avviene nel corpo può provocare ferite, anche profonde, sia nella relazione che nella persona. Se il corpo esprime amore sarà nutrita tutta la nostra persona. Se con il corpo usiamo o siamo usati ne resteremo impoveriti anche spiritualmente ed emotivamente. Quindi noi cristiani non possiamo pensare a quel tipo di ricreazione che porta poi a una sessualità solo in apparenza giocosa e ludica, ma che in realtà è carica di egoismo. Una sessualità che non nutre ma impoverisce. Solo pochi giorni fa ci ha contattato una giovane moglie molto in crisi. Il marito cercava con lei rapporti veloci solo per sfogarsi. Dove è l’amore lì? Cosa può lasciare un rapporto sessuale di questo tipo? A nessuno piace essere usato. Tutti desideriamo essere amati. Poi qui si rischia davvero di rovinare tutto, di non cercarsi più, di tradirsi e alla fine di lasciarsi. Altro che ricreativo. Altro che ludico.

Per noi ricreazione significa esattamente ricreare. Creare attraverso il corpo qualcosa di molto più profondo e completo. Sempre in Familiaris Consortio possiamo leggere al paragrafo 11: Di conseguenza la sessualità, mediante la quale l’uomo e la donna si donano l’uno all’altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l’intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano, solo se è parte integrale dell’amore con cui l’uomo e la donna si impegnano totalmente l’uno verso l’altra fino alla morte. 

Comprendete la grandezza dell’intimità nel matrimonio? Stiamo ricreando la comunione d’amore tra le nostre due persone, che è immagine della comunione trinitaria. E il piacere viene da quella profondità e non solo da una stimolazione fisica. Nella nostra intimità possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa, sentendoci uno parte dell’altra. Dove la pentrazione dell’uomo che viene accolto dalla donna esprime una ricchezza che viviamo nel nostro cuore. Dio ci ha fatto sessuati per questo. Il sesso non è solo un’esigenza o un meccanismo biologico. Per noi uomini esprime molto di più. Esprime il desiderio del creatore di farci fare esperienza sensibile di ciò che siamo. Di ricreare nel corpo ciò che siamo. Dipende da noi. Per questo è importante decidere insieme come vivere la nostra intimità. In modo ludico senza impegno oppure impegnandoci a fondo perche ogni gesto cerchi la comunione e il dono reciproco? In modo che sia frutto dell’amore o del nostro egoismo? In modo semplicemente istintivo oppure mettendo la nostra intimità al centro di una vita fatta di continui piccoli gesti di dono reciproco? Io e Luisa non abbiamo dubbi al riguardo. Sta a voi decidere come intendere quel ricreativo. Ed è importante, può fare la differenza in un matrimonio e anche nella nostra vita di tutti i giorni. Certo vivere l’intimità da cristiani è molto più impegnativo ma anche molto più bello!

Antonio e Luisa

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Zaccheo il puro: nomen omen

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di domenica scorsa. Vi ricordate di cosa trattava? La storia di Zaccheo. Si lo so. Anche Simona ieri lo ha ripreso nel suo pezzo. E’ già stato scritto tanto su questo Vangelo e su questo personaggio. Sarà che Zaccheo non riusciamo a farcelo stare antipatico. Perchè in certe cose siamo come lui. E forse anche perchè c’è ancora qualcosa da dire. Ho scoperto qualcosa che non conoscevo. Almeno per me è stata una vera scoperta. Sapete cosa significa il nome Zaccheo? E’ un nome ebraico che in italiano potrebbe signifcare qualcosa come puro, innocente, limpido. Come? Zaccheo, il ladro, il traditore del suo popolo, una persona che era tra le più odiate di Gerico probabilmente, si chiamava in realtà il puro. Non è paradossale? A prima vista potrebbe sembrarlo. Per gli ebrei il nome non era qualcosa di casuale.

Per gli ebrei il nome identifica la persona quindi non è mai scelto a caso. Soprattutto nella Bibbia. Il nome è scelto per trasmettere la profondità di una persona. Giusto qualche esempio. Gesù significa colui che salva, Maria significa amata, Giuseppe significa Dio aggiunga figli alla mia famiglia. Insomma tutti nomi che hanno un significato ben preciso e che ritroviamo come corrispondenti nella vita delle persone a cui sono attribuiti. Mi sono fermato alla sacra famiglia ma questo vale in generale nella Bibbia.  Pensate a Barabba. Significa letteralmente Bar-abbâ, figlio del padre. Non a caso viene messo a confronto con Gesù il vero figlio del Padre. Insomma i nomi hanno già di per sè un significato fondamentale. Infatti nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Quindi nel dare il nome a Zaccheo c’è stato sicuramente un errore. Non è possibile che una persona così possa essere chiamata pura. Dove è la correlazione? Dove è il significato profondo ed identificativo di quella persona piccola di statura e piccola anche moralmente. Invece non c’è stato nessun errore. Zaccheo siamo noi. Noi che magari ci vediamo così imperfetti e così poco puri. E magari nei nostri comportamenti lo siamo anche. Noi che abbiamo fatto, pensato, detto cose che di puro non hanno nulla. Noi che non ci comportiamo sempre in modo puro e limpido. Noi che siamo così egoisti. Diciamocela tutta: ogni tanto ci facciamo anche schifo per come ci comportiamo, per le volte che compiamo le nostre piccole o grandi meschinità, per le volte che siamo così orgogliosi e non riusciamo a chiedere scusa. Zaccheo era un ladro, era davvero una persona che si comportava male e che raccoglieva ciò che seminava. Era odiato. E se si è arrampicato su quel sucomoro per vedere Gesù, probabilmente non era così sereno. Nonostante non gli mancasse nulla economicamente. Se si è arrampicato è perchè forse si faceva un po’ schifo.

Eppure incontra lo sguardo di Gesù che lo guarda riconoscendo in lui il suo nome. Tu sei Zaccheo, tu sei nato per essere Zaccheo. Tu sei nato per essere il puro. Potremmo dire tu sei nato per essere santo. Capito chi sono i santi? Non i perfetti. Anche Zaccheo lo può essere. Lo sguardo di Gesù cambia la vita di Zaccheo. Come? Zaccheo si specchia e vede chi è davvero. Vede che non è i suoi errori. Lo ha detto bene il Santo Padre durante l’Angelus di domenica scorsa: fratelli, sorelle, ricordiamoci questo: lo sguardo di Dio non si ferma mai al nostro passato pieno di errori, ma guarda con infinita fiducia a ciò che possiamo diventare. E se a volte ci sentiamo persone di bassa statura, non all’altezza delle sfide della vita e tanto meno del Vangelo, impantanati nei problemi e nei peccati, Gesù ci guarda sempre con amore; come con Zaccheo ci viene incontro, ci chiama per nome e, se lo accogliamo, viene a casa nostra. Allora possiamo chiederci: come guardiamo a noi stessi?

Come guardiamo noi stessi? Come quelle persone che hanno fatto tanti errori, che hanno commesso tanti peccati e che non sono poi così belle. Oppure ci guardiamo con gli occhi di Gesù? Gesù che mi dice tu sei Antonio e io vedo ciò che sei non quello che hai fatto. Se riusciremo a guardarci così, come ci vede Gesù, poi saremo capaci di guardare così anche nostro marito o nostra moglie. Il matrimonio spiccherà il volo e diventerà davvero una relazione abitata da Gesù. Quindi ora guardatevi l’un l’altra e ammirate quanto siete belli. E che questa consapevolezza vi dia la forza di abbandonare il male che ancora avete nel cuore e di scrollarvi le ferite per il male del passato.

Antonio e Luisa

Babbo, mica avrai la fidanzata?

Uno degli aspetti più drammatici e tristi delle separazioni è quello riguardante i figli. I figli avrebbero bisogno (e diritto) di crescere in una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene e collaborano insieme alla loro crescita psico-fisica. Come figlio devo ammettere che i genitori, almeno fino all’età adulta, sono considerati un punto fermo, una sicurezza e mai penseresti che potrebbero separarsi: eppure purtroppo succede e questo genera tanta sofferenza in loro, come ho sperimentato personalmente e in tanti figli con cui sono entrato in contatto.

In particolare mi ricordo che all’inizio le mie (nostre) figlie avevano tanta paura di essere abbandonate, piangevano se mi allontanavo per parcheggiare l’auto e addirittura a volte sono volute venire in bagno con me per non perdermi di vista. Questo terremoto nelle loro vite non è normale e più volte mi ha fatto sentire in colpa, perché non sono stato in grado di garantire loro il meglio, come ogni genitore desidera per i propri figli, nella scuola, nell’educazione e in tutto il resto. In aggiunta, avendo figlie femmine, so che un giorno sceglieranno l’uomo della loro vita anche in base al rapporto che hanno avuto con me e agli esempi che ho loro dato, quindi ho una grandissima responsabilità.

Qualcuno, per giustificarsi, mi dice che è meglio separarsi che vivere in una casa in cui i genitori litigano sempre: è certamente vero, non si può vivere in un ambiente carico di tensione o in cui volano i piatti, ma è altrettanto vero che la famiglia del Mulino Bianco non esiste, esistono persone che superano le divergenze e le difficoltà insieme. Anche perché i figli non devono avere l’illusione che una famiglia vada bene solo se è priva di difficoltà e se fila tutto liscio, non corrisponde alla realtà, altrimenti rimarranno molto delusi e forse cercheranno quella perfetta.

Se un separato decide di frequentare altre persone e di farle conoscere ai figli, le cose si complicano, perché di solito nasce in loro rabbia e si crea confusione sulle figure genitoriali: addirittura in famiglie cosiddette “allargate” dove ogni coniuge ha figli dal precedente matrimonio e in più si aggiungono quelli della nuova unione, davvero diventa difficile comprendere i ruoli e a chi rapportarsi. In questi casi i figli perdono importanti punti di riferimento e non si aiutano certo a crescere nell’unico e irripetibile contesto familiare di un papà e una mamma, dal cui amore sono nati (infatti Dio ha voluto che presentassero caratteristiche fisiche o caratteriali ereditate da entrambi i genitori).

Mi ricordo che qualche anno fa mia figlia maggiore, vedendo che stavo scambiando messaggi su WhatsApp con una donna (una mia amica), mi ha domandato: “Babbo, mica avrai la fidanzata?” e questa semplice domanda mi ha fatto molto riflettere sulle sue preoccupazioni. Tuttavia ho notato che i figli dei separati sono in genere più maturi rispetto ai loro coetanei, perché la sofferenza necessariamente li fa crescere prima del tempo (a meno di prendere brutte strade) e li rende più attenti, sensibili e premurosi verso gli altri (questo vale anche per gli adulti, se davvero vuoi essere capito e ascoltato, basta andare da chi ha sofferto o è stato vicino al dolore).

Purtroppo sono entrato in contatto con tante situazioni difficili in cui il rapporto figli/genitori è davvero complesso: ad esempio il padre non li può vedere, oppure lo può fare solo poche volte in un mese. È davvero triste e distruttivo poter passare del tempo con i figli solo secondo un calendario e in certi orari, si perdono la quotidianità, i progressi e una parte del loro mondo, anche se questo mi ha stimolato a usare bene il tempo e con qualità (prima davo tutto per scontato e succedeva così che invece di giocare con loro, stavo sul divano a guardare la tv).

Per fortuna noi cristiani sappiamo che, dove umanamente non possiamo più fare nulla, la preghiera può invece aprire strade inimmaginabili e soprattutto guarire le ferite del cuore dei nostri figli: io lo auguro davvero a tutti i figli, specialmente a quelli più in difficoltà; solo Dio può scrivere dritto sulle nostre righe storte!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Sapete leggere la vostra storia?

Papa Francesco già da alcune settimane sta dedicando la catechesi dell’Udienza del mercoledì al discernimento. Devo dire che è un argomento che mi prende molto. Il discernimento è quella attività che ho sempre trovato difficile e per certi versi incomprensibile. Più che un’attività è un vero talento. Talento che si può imparare e papa Francesco sta cercando di offrire qualche coordinata per capirci qualcosa. Oggi però vorrei soffermarmi su un passaggio della catechesi di mercoledì scorso che potete leggere integralmente qui. Uno stralcio che riporta una riflessione del Papa che non è specificatamente sul discernimento ma che racconta un atteggiamento, una disposizione del cuore che dovremmo sempre avere, nella vita e anche nel matrimonio. Il Papa afferma:

Molte volte abbiamo fatto anche noi l’esperienza di Agostino, di ritrovarci imprigionati da pensieri che ci allontanano da noi stessi, messaggi stereotipati che ci fanno del male: per esempio, “io non valgo niente” – e tu vai giù; “a me tutto va male” – e tu vai giù; “non realizzerò mai nulla di buono” – e tu vai giù, e così è la vita. Queste frasi pessimiste che ti buttano giù! Leggere la propria storia significa anche riconoscere la presenza di questi elementi “tossici”, ma per poi allargare la trama del nostro racconto, imparando a notare altre cose, rendendolo più ricco, più rispettoso della complessità, riuscendo anche a cogliere i modi discreti con cui Dio agisce nella nostra vita. Io conobbi una volta una persona di cui la gente che la conosceva diceva che meritava il Premio Nobel alla negatività: tutto era brutto, tutto, e sempre cercava di buttarsi giù. Era una persona amareggiata eppure aveva tante qualità. E poi questa persona ha trovato un’altra persona che l’ha aiutata bene e ogni volta che si lamentava di qualcosa, l’altra diceva: “Ma adesso, per compensare, di’ qualcosa buona di te”. E lui: “Ma, sì, … io ho anche questa qualità”, e poco a poco lo ha aiutato ad andare avanti, a leggere bene la propria vita, sia le cose brutte sia le cose buone. Dobbiamo leggere la nostra vita, e così vediamo le cose che non sono buone e anche le cose buone che Dio semina in noi.

Ora cercherò di trarre alcune parole chiave da queste breve ma intensa riflessione del Santo Padre. La prima parola chiave è negatività. Molto spesso siamo portati a concentrare l’attenzione sulle situazioni che ci causano preoccupazioni o sofferenze. E’ normale che sia così. La concentrazione naturalmente si fissa su ciò che va corretto. Molte volte però queste situazioni non dipendono da noi o da quello che possiamo fare o dipendono solo in minima parte. Quindi il Papa ci dice di imparare ad ampliare il nostro sguardo e il nostro orizzonte. Solo così, guardando la nostra vita a 360 gradi e non solo su quel punto che ci causa sofferenza, potremo scorgere la presenza di Dio nella nostra vita. In tante piccole cose, nelle parole di quell’amica, nella cura di quei medici, nell’abbraccio di nostro marito o di nostra moglie, nel sorriso dei nostri figli. Anche solo nel ringraziamento di quel collega e di quel cliente che ci ha fatto sentire importanti ed utili per qualcuno. Spesso invece sottovalutiamo tutti questi piccoli e discreti segni di buono o di bello che entrano nella nostra quotidianità. La famiglia è un luogo privilegiato che Dio usa per donarci tanti piccoli segni della sua presenza. Impariamo a coglierli. Staremo meglio.

La seconda parola chiave è leggere. Il Papa scrive che Dobbiamo leggere la nostra vita, e così vediamo le cose che non sono buone e anche le cose buone che Dio semina in noi. E’ importante imparare a prendere nota per tutte cose belle. Non basta avere uno sguardo capace di coglierle ma è importante anche farne memoria. Come possiamo farne memoria? E’ molto semplice basta imparare a ringraziare. Magari facendo un bilancio a fine giornata durante le nostre preghiere serali oppure anche sul momento, quando accade qualcosa di bello ed inaspettato. Saper stupirsi e ringraziare cambia la vita. Non dare per scontato quanto di bello accade perchè non è scontato. Anche svegliarci la mattina non è scontato. Tutto è un dono immeritato ed immenso. Siamo capaci di stupirci e di ringraziare? Questo vale anche per il dono di nostro marito o di nostra moglie, per il dono dei nostri figli se ci sono. Sappiamo dire grazie all’altro per quanto di buono fa oppure sappiamo solo lamentarci dei suoi limiti e dei suoi errori?

La terza parola è altro. In particolare la frase e poi questa persona ha trovato un’altra persona che l’ha aiutata bene e ogni volta che si lamentava di qualcosa, Questa frase ci riguarda tantissimo. E’ un vero mandato per noi sposi. C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro, la benedizione di Dio per l’altro. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi. Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, far giungere anche all’altro che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Insomma papa Francesco ci ha fornito un compito. Un compito che comporta magari un duro lavoro su quei nostri comportamenti ed atteggiamenti che sono negativi, ma che sono ormai consolidati. Un duro lavoro che però ci può aprire un nuovo modo di vivere il nostro matrimonio e la nostra vita. Un modo più profondo e appagante.

Antonio e Luisa

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Il sacramento della tenerezza

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

Oggi mi voglio soffermare su una caratteristica dell’amore di Cristo. Gesù ci ama di un amore tenero. Il matrimonio è il sacramento della tenerezza. Gli sposi imparano l’uno dall’altra ad amarsi con tenerezza. Ho capito una cosa importante. Dio mi ha affidato una missione, mi ha comandato  affinché  io mi impegni ogni giorno per essere epifania del suo amore tenero per la mia sposa. Più saprò essere tenero con lei, più imparerò ad esserlo (anche questo è un cammino di crescita) e più lei si sentirà amata da me e da Dio attraverso di me. Di seguito riporto una riflessione di Carlo Rocchetta  che spiega concretamente cosa significhi amare con tenerezza, quale sia il linguaggio della tenerezza.

Per arrivare a questa situazione di sentirsi amati ed apprezzati, esiste il linguaggio delle carezze, la tenerezza è una polifonia di carezze. Dalle carezze deriva un messaggio di riconoscimento prezioso. Isaia 43, 1-7: tu sei prezioso ai miei occhi, ti stimo e ti amo. La carezza è anche quella verbale, simbolica, non solo gestuale. Quando non ci sono carezze fra gli sposi si crea un senso di solitudine. L’altro o diventa un estraneo o si crea una stato di rivincita o di malessere tale che porta con sé rabbia, collera, tristezza. Lui non mi porta mai un fiore…lei è sempre negativa…. Così facendo si viene a creare un senso di solitudine e l’impressione che tutto sta per finire. La carezza è un riconoscimento che mi rassicura. Tutti abbiamo delle insicurezze. Tra marito e moglie è indispensabile darsi sicurezze. Una carezza in più non fa mai male!! Le carezze possono essere: verbali, gestuali, comportamentali e simboliche.

Le carezze verbali sono l’uso della parola: sei bellissima, sei straordinaria.. uccide più la lingua che la spada… Non si pensa che colpendo l’altro si colpisce se stesso. Le donne si ricordano ogni parola! anche nei momenti di ira o rabbia, facciamo in modo che le parole non siano macigni. Quando i due litigano non si ascoltano più.

Le carezze gestuali sono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio, l’abbraccio. Bisogna educarsi all’arte delle carezze gestuali. Quasi sempre vanno di pari passo con le carezze verbali. Sono parole non dette ma che a volte sono altrettanto eloquenti. Atti che fanno sentir bene il coniuge.

Le carezze comportamentali sono quelle collaborazioni, quel modo con cui si cerca insieme di mettere a posto la casa, di aiutare i figli. Atti concreti con cui ci si mette in sintonia con l’altro, si collabora con l’altro (il marito a volte arriva dal lavoro e si butta in poltrona).

Le carezze simboliche sono tutti i doni, quei piccoli segni che caratterizzano la vita della coppia. Il matrimonio è caratterizzato da doni: lista delle nozze, lo scambio degli anelli nuziali. Occorre che anche durante il matrimonio ci siano quei doni, quei simboli che facciano sentire bene il coniuge (portare un fiore alla moglie..). Il regalo non ha un valore solo materiale ma simbolico. Si è interessato a me.. Ha cercato quel regalo per me. È importante per gli sposi regalarsi una sorpresa ogni tanto, se no la vita di coppia diventa una monotonia, una routine sempre uguale.

L’unica condizione di questa polifonia di carezze è che siano carezze vere, incondizionate. Il do ut des non è vera carezza. A volte quando il marito vuol fare l’amore diventa tutto carezzevole, tutto moine. La moglie che ha capito il trucco si rifiuta. Se fosse carezzevole sempre sarebbe diverso… Quelle sono carezze condizionate.

Antonio e Luisa

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Il castello interiore della relazione sponsale

Il 15 ottobre la Chiesa ha celebrato la memoria di santa Teresa di Gesù (d’Avila, 1515-1582), vergine e dottore della Chiesa, madre del Carmelo riformato e, abbiamo da poco scoperto, protettrice degli scrittori. A lei affidiamo questo nostro primo articolo attraverso cui tentiamo di condividere la bellezza dell’essere sposi cristiani. Santa Teresa, dichiarata dalla Chiesa maestra di orazione, è per noi una guida che ci aiuta a vedere il nostro amore sponsale come un cammino quotidiano che ci conduce a raggiungere quell’intimo rapporto di amicizia con Dio nostro Sposo, dal quale siamo certi di essere amati. Ci piace paragonare questo nostro cammino – fatto di fatiche, di rischi ma anche segnato dalla gioia e dalla consolazione – come quel viaggio, descritto da santa Teresa nella sua opera più conosciuta “Il Castello Interiore”, all’interno del “castello” della nostra relazione sponsale che siamo chiamati a costruisce giorno per giorno, lungo i sette giorni della settimana, attraverso sette tappe che ci portano a donarci l’un l’altro e, insieme, a Dio.
LUNEDÌ – PRIMA TAPPA
«Dobbiamo ora vedere il modo di poter entrare nel castello. Sembrerà che diciamo uno sproposito, perché se il castello è la nostra stessa relazione coniugale, non abbiam certo bisogno di entrarvi, perché siamo già dentro. Non è forse una sciocchezza dire a uno di entrare in una stanza quando già vi sia? Però dovete sapere che vi è una grande differenza tra un modo di essere e un altro, perché molti sposi stanno soltanto nei dintorni, senza curarsi di sapere cosa si racchiude nella loro splendida relazione, né Chi l’abiti, né quali sfumature contenga. … la porta per entrare all’interno della nostra relazione è il desiderio di scoprire il “Mistero grande” che ci ha costituito famiglia»
Durante il primo giorno della settimana entriamo, in punta di piedi, nel nostro spazio relazionale e iniziamo a guardare ai nostri limiti, senza averne paura, alla luce di un Amore che ci ama non per i nostri meriti ma per fatto di essere creature. Solo così possiamo “stare” all’interno della nostra relazione, consapevoli della nostra umanità e senza il bisogno di fuggire all’esterno. Tutto nasce dalla motivazione che ci ha portati a pronunciare il nostro “Sì” il giorno delle nozze e di iniziare, quindi, questo cammino insieme. Dobbiamo dedicarci del tempo, fermandoci in ascolto ma «crediamo che non arriveremo mai a conoscerci, se insieme non procureremo di conoscere Dio. Contemplando la sua grandezza, scopriremo la nostra miseria»
MARTEDÌ – SECONDA TAPPA
«Ma siamo ancora ingolfati negli affari, nelle distrazioni mondane, nell’abitudine di correre dietro alla vanità e l’esempio di un mondo che non sa far altro che mettere a rischio l’amore coniugale, sembra ostacolare questo viaggio. Eppure il nostro Sposo vede tanto volentieri che noi l’amiamo e ne cerchiamo la compagnia, che non lascia di quando in quando di chiamarci perché offriamo a Lui la nostra alleanza»
Durante il secondo giorno della settimana, il cammino all’interno della nostra relazione può essere ancora
“disturbato” dalle tante abitudini personali che ci portiamo dietro e che magari possono essere causa di turbamento all’interno della nostra coppia. Ecco che è arrivato il momento di cambiare prospettiva: è il momento di mettersi in ascolto della Sua voce che continuamente, tramite lo Spirito d’amore che abbiamo ricevuto nel sacramento del matrimonio, sussurra dentro di noi. Senza trascurare le necessità familiari quotidiane, non dobbiamo cadere nella tentazione di vivere superficialmente il nostro amore di sposi. Anche se non vediamo subito i vantaggi del nostro cammino insieme possiamo però intuirli, a volte incoraggiati dalla testimonianza di coppie che sono più avanti di noi.

MERCOLEDÌ – TERZA TAPPA
«Se quando il nostro Sposo ci dice quello che dobbiamo fare per essere perfetti nell’amore, gli voltiamo le spalle e c’è ne andiamo con tristezza, come il giovane ricco del Vangelo, come potrà premiarci a seconda dell’amore che comunichiamo al mondo? Si pensi inoltre che quest’amore non dev’essere frutto
dell’immaginazione, ma provato nel nostro stesso linguaggio coniugale
»
Durante il terzo giorno della settimana, avendo superato la difficoltà iniziale di immergerci dentro la nostra relazione, scopriamo la bellezza di essere stati investiti -in forza del sacramento- di una vera e propria missione che possa rendere visibile, a partire dalle cose semplici e ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa. È questo il piano che Dio ha per noi e per ogni coppia di sposi in prospettiva del Suo Regno. L’importante non è fare una bella festa di matrimonio e poi “mettere nel congelatore” il sacramento, ma accelerare il passo sulla via dell’obbedienza.

GIOVEDÌ – QUARTA TAPPA
«Questa tappa, essendo più vicina al traguardo, è di una magnificenza così grande e contiene meraviglie così stupende che invano si può comprendere se non si fa esperienza. …L’essenziale non è già nel molto pensare, ma nel molto amare, per cui le preferenze degli sposi devono essere soltanto in quelle cose che più eccitano all’amore»
Durante il quarto giorno della settimana, avendo preso atto di ciò di cui siamo portatori cioè della stessa essenza divina, entriamo nella fase mistica della nostra vita sponsale e guardiamo con attenzione ancora a
noi stessi, per riscoprire che la nostra relazione fatta di moltissimi gesti reali e concreti è la dimora in cui lo Sposo ha scelto abitare. Questo meraviglioso dono ci è stato riservato non per merito ma per grazia.

VENERDÌ – QUINTA TAPPA
«Osiamo affermare che si tratta di una vera e propria unione sponsale in cui è Dio che si è unito a noi. … Questa verità rimane scolpita negli sposi a tal punto da non poterne affatto dubitare né dimenticare, neppure dopo molti anni»
Durante il quinto giorno sentiamo il bisogno di chiederci quale sia il nostro reale desiderio in questo viaggio così particolare, rinnovando quindi la motivazione e mettendo al centro del nostro dialogo le parole della quarta formula del rito di benedizione degli sposi, che il sacerdote ha pronunciato il giorno delle nozze: “Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini. Siano guide sagge e forti dei figli che allieteranno la loro famiglia e la comunità”

SABATO – SESTA TAPPA
«È bene ora vedere che, quando Dio lo vuole, noi sposi non possiamo fare altro che stare sempre con Lui nel castello della nostra relazione, dove dimora. E quanto più la nostra relazione cresce tanto più ci trasfigura, continuando a mostrare la bellezza del sacramento nuziale. …qui occorre coraggio…»
Durante il sesto giorno ecco che il Mistero di Cristo avvolge la nostra vita di coppia; il desiderio di amarci, di incontrarci, di abbracciarci è lo stesso che Gesù manifesta verso di noi e che è infinitamente più grande.
Iniziamo a muoverci non soltanto grazie alla nostra forza unitiva ma grazie alla forza che deriva dall’unione divina che ci condurrà alla pienezza dell’amore, alla nostra Pasqua.

DOMENICA – SETTIMA TAPPA
«Le grandezze di Dio non hanno limiti. Chi può finire di raccontare le sue misericordie e le sue magnificenze? Nessuno certamente. Perciò non dovete meravigliarvi di ciò che abbiam detto perché ogni relazione sponsale nasconde grandi segreti. Nel matrimonio spirituale gli sposi diventano una sola cosa con Dio, il quale gli fa sperimentare fin dove il Suo amore sa giungere. …possiamo paragonare questa unione a due candele (gli sposi) di cera unita insieme così perfettamente (dal sacramento) da formare una sola fiamma (l’Amore di Dio). … Dio si unisce alla coppia e opera con quel bacio che la sposa chiede allo sposo; così insieme si deliziano nel tabernacolo di Dio»
Il settimo giorno, nell’Eucarestia domenicale, celebriamo le nozze che abbiamo vissuto lungo la settimana.
“Che tutti siano uno” (Gv 17,24): la preghiera di Gesù diventa la nostra. Nell’Eucarestia Gesù si dona totalmente a noi per insegnarci a donarci tutto reciprocamente. Solo così, pur rimanendo nell’ordinarietà della nostra vita concreta, possiamo vivere il matrimonio poiché quello che viene celebrato sull’altare (un corpo dato per amore) è la forza che sostiene anche il nostro dono. È vero, anche se siamo poveri come l’ostia fatta di pane, possiamo portare amore dentro ogni momento della vita familiare. Come ci dice papa Francesco al n. 316 di Amoris Laetitia “coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita dello Spirito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai vertici dell’unione mistica”

Carissimi sposi se volete che il vostro castello relazionale s’ innalzi sopra un buon fondamento fate in modo di saldare le sette pietre descritte con il fuoco dell’Amore Divino, così da impedire che crolli.
Daniela & Martino