Separato sì ma fedele e casto

Nel mio articolo del 18 agosto scorso, dicevo che i due ostacoli principali che incontrano i separati nella scelta di fedeltà sono la solitudine e l’attrazione sessuale: visto che in quell’articolo ho parlato della solitudine, oggi voglio parlare della castità. È un argomento su cui nel tempo ho cambiato completamente idea, perché pensavo che per un uomo fosse impossibile vivere in continenza (premetto che per castità intendo non solo non avere rapporti sessuali, ma anche qualsiasi contatto con gli organi genitali diverso dalle normali funzioni fisiologiche). Quando ho maturato la scelta di fedeltà, si è presentato questo problema che non sapevo come affrontare, anche perché all’inizio era molto sentito, in quanto c’erano aspetti predominanti come l’abitudine a una vita di coppia e la solitudine di trovarsi all’improvviso da soli.

Umanamente la castità è impossibile se veramente non ti affidi a Dio e non ti aggrappi alla sua croce: a distanza di un po’ di anni devo ammettere che non faccio uno sforzo eccessivo per mantenerla e, state tranquilli, non si muore per questo e non vengono malattie! Anche perché il corpo umano è talmente perfetto che riesce a regolarsi, se necessario, ad esempio attraverso la polluzione notturna). Non è merito mio, ma di Dio e senza la messa, la santa comunione quotidiana e il rosario non sarei durato un mese. Ovviamente ho dovuto cambiare alcune abitudini nella mia vita o riscoprirne delle altre, frenando l’immaginazione che è il primo organo sessuale: come guardo le altre donne? (perché a me piacciono molto le donne, di questi tempi è bene specificare). Prima potevo provare desiderio, magari potevo farmi anche un film nella mia testa, ora io invece le guardo come se fossero le mie sorelle; nessuna persona sana guarderebbe una sorella con desiderio, quindi se passa una bella ragazza, certo che la guardo, ma dentro di me penso: “Signore, ma che bella donna che hai fatto, che bella creatura, benedicila!”.

Naturalmente c’è voluto del tempo e continua tutta la vita, ma dà un senso di libertà incredibile, perché riesco ad amare tutte le amiche e le donne che incontro senza andare oltre quella soglia di pudore. Inoltre, visto che siamo nella società delle immagini, dovunque ci giriamo vediamo qualcosa che può turbare (ovviamente, se uno va cercarle, mi riferisco alla pornografia, è impossibile vivere in continenza, perché nel nostro inconscio ci sono forze molto più forti di noi); però a volte può capitare tramite gruppi WhatsApp e Facebook o anche navigando su Internet che ti si apra quella finestra, oppure che ti mandino delle immagini pensando di farti una cosa gradita: ecco io ho imparato, si apre quella finestra, la chiudo subito senza fermarmi un secondo a ragionare; mi arriva quell’immagine che intuisco mi possa turbare, senza aprirla completamente, la cancello. Un altro aspetto da considerare è quello del piacere: a chi non piacerebbe avere un rapporto sessuale? A nessuno, perché è un’espressione di piacere: quindi io mi sono accorto che se questo grande piacere viene a mancare, bisogna compensarlo in qualche altro modo e con altri tipi di piacere “sani”. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, mangiamo le cose che più ci piacciono; bisogna riprendere in mano antiche passioni, hobby, ad esempio a me piace molto ascoltare la musica, leggere, mangiare la pizza con amici, oppure specialmente quando sono un po’ nervoso o arrabbiato, metto scarpe da ginnastica, tuta e via a camminare in mezzo alla natura; ognuno sa cosa gli fa più piacere: le donne mi dicono fare shopping, a me dopo mezz’ora mi viene il mal di testa, è una cosa soggettiva.

È necessario anche fare attenzioni alle conoscenze che facciamo: sono capitate e capiteranno delle occasioni con delle belle persone che sembra vibrino sulla vostra lunghezza d’onda e anche per questo motivo ho rimesso la fede al dito, per dare un messaggio a chi mi sta intorno che sono impegnato e come testimonianza che io sono sposato, anche se separato. Infine, ci vuole pazienza per coltivare un’opera così grande, che non si acquista una volta per tutte; la castità conosce infatti le leggi della crescita, crescita che passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e da possibili cadute.

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

In ricchezza e in povertà

Ciao a tutti siamo Riccardo e Alessandra, ormai siamo di casa qui sul blog. Abbiamo da poco deciso di creare una pagina facebook e un canale Youtube (Mandati a due a due) per cercare di raccontare la nostra esperienza e quanto la fede sia stata importante per noi. Oggi vorremmo raccontarvi cosa ci è capitato recentemente.

Abbiamo iniziato a discutere la mattina di un sabato, sempre per il solito motivo: i soldi, i conti da far quadrare, le spese, forse qualcosa che avevamo sognato di comprarci ma che abbiamo dovuto rinchiudere in un cassetto non potendo permettercelo. Per un attimo ci siamo dimenticati entrambi di ciò che conta veramente, la ricchezza che nasce dalla nostra comunione, dal nostro essere coppia. Abbiamo pensato alla nostra vita in maniera diversa e non cercando di comprendere il personale punto di vista dell’altro. Ognuno dei due era arroccato sulle proprie posizioni senza la capacità di fare spazio e porsi in ascolto.

Abbiamo perso la pazienza, e di conseguenza abbiamo perso anche quello sguardo comprensivo e gentile che bisognerebbe sempre avere l’uno per l’altro. C’è voluto un po’, ma siamo riusciti a tranquillizzarci. Bisogna volerlo. Entrambi siamo andati dall’altro con il capo cosparso di cenere a chiedere scusa. E’ stato bello vedere come nonostante il litigio, d’altronde succede a tutti di litigare, quanto sia stato importante per noi ripristinare al più presto l’armonia e l’unità tra noi. Più importante di scoprire chi avesse ragione o torto. Senza lasciarci vincere dall’orgoglio e dall’egoismo.

Pur essendoci perdonati a vicenda non ci sentivamo ancora a posto con la coscienza, perché non accogliendo  l’altro abbiamo offeso Colui che dal giorno del nostro SI ha preso la sua dimora in noi: Gesù. Così abbiamo deciso di approfittare delle confessioni che si tengono tutti i pomeriggi dai padri Oblati in un santuario poco lontano da casa nostra. Abbiamo chiesto perdono al Signore Gesù, sinceramente pentiti, e abbiamo recitato il santo Rosario insieme.

Tornati a casa abbiamo fatto una passeggiata mano nella mano per rendere Grazie del nostro essere uniti nel matrimonio sacramento. Siamo poi andati alla Santa Messa come siamo soliti fare il sabato sera, ancora non avevamo letto il Vangelo del giorno e con nostra grande sorpresa quel giorno la liturgia ci proponeva un passo tratto dal Vangelo secondo Luca:” In quel tempo. il Signore Gesù disse: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze , entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!“.

L’ omelia è stata tutta su misura come dico sempre io, ci è sembrato come se Gesù, attraverso la voce del sacerdote, dicesse:”voi due statemi bene a sentire, sto parlando con voi!” Mi sono immaginata Gesù, li davanti ai noi con il suo volto pieno di amore, che ci riprendeva come due figli, ma subito pronto a dirci:”adesso che avete capito, venite qui che vi abbraccio”.

Siamo andati a ricevere Gesù eucarestia e mentre eravamo inginocchiati abbiamo visto una coppia molto anziana andare verso l’altare mano nella mano, credo la moglie avesse problemi a deambulare, il nostro Don li ha visti e gli è andato incontro, ho sentito le lacrime agli occhi, erano così belli insieme, così pieni di amore di cura e di attenzioni reciproche. Questo è l’aiuto che ho chiesto al Signore Gesù:”prendici per mano affinché tra 60 anni se tu vorrai saremo come loro

Alessandra e Riccardo

Due che pregano, due in missione.

Come sposi cristiani abbiamo una grande chiamata di diventare emanazione dell’amore di Dio su questa terra, con la preghiera e con le opere. La preghiera comune di due coniugi è dirompente e arriva fino in cielo, a prova di ciò vi cito il Vangelo di Matteo: 18,19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà”.


Ma vi rendete conto che meraviglia, ci viene detto a noi sposi, che accordandoci tra noi possiamo chiedere qualsiasi cosa e che Dio ci concederà tutto, magari non nel modo in cui ce lo aspettiamo, ma la nostra preghiera sarà sempre ascoltata. Una preghiera ricolma di fede che ci vede proiettati come sposi in un solo spirito orante che chiede al Padre per noi e per il mondo intero. Abbiamo quindi uno strumento molto importante, la preghiera come coppia che va espletata, se possibile più volte al giorno. Ci viene sempre in aiuto il Vangelo con: Luca 18,1 “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi”. Non ci dice un tempo preciso di quando questa preghiera verrà esaudita, ma ci dice di perseverare senza stancarsi. Nella nostra chiamata, come sposi cristiani, abbiamo un altro dovere di mettere in pratica la parola di Dio, nel Vangelo Giacomo 2,17  ci ricorda:  “Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.”
Quindi va benissimo pregare, ma non dimentichiamo ogni giorno di essere sposi ricolmi di carità verso la nostra famiglia, ma anche verso chi incontriamo nel nostro cammino. Il matrimonio è per sua natura fecondo, genera sempre amore, che va poi riversato anche al di fuori della coppia stessa. A tal proposito leggiamo il Vangelo di Matteo: 25,31-46Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.”

Siamo tutti chiamati a mettere in pratica la parola di Dio, non solo i preti, le suore, le istituzioni, ma tutti noi. Ognuno nella propria vita e con quello che può fare. Tante piccole gocce fanno un oceano di carità. E’ importante avere misericordia per le persone che incontriamo. Portarle nel cuore e sentire un po’ come nostra la loro sofferenza. Non possiamo voltarci, tutti, nessuno escluso, abbiamo il dovere di fare la nostra parte. Come singoli e ancor di più come sposi. Come possiamo fare? Ci sono innumerevoli modi. Con l’elemosina, la preghiera, ma anche solo una buona parola o un sorriso. Magari a quel barbone fuori dalla chiesa che ogni tanto riceve qualche moneta ma quasi mai un sorriso sincero e accogliente.   E poi scegliendo bene chi può fare di più. Parlo della politica. Quindi votando bene. E’ nostro dovere informarci bene sui programmi dei diversi partiti, su cosa intendono fare per tutte le persone più fragili e bisognose. Migranti, poveri, vita nascente, disabili, malati e anziani.  Papa Francesco in un’udienza ha proprio detto che la civiltà di un paese si comprende da come tratta quelli che sono considerati gli “scarti”, i più fragili e bisognosi. Conosco poi tante famiglie che hanno deciso di aprirsi in un modo meraviglioso quelle famiglie ucraine, spesso solo donne con bambini che scappano dalla guerra. Ci sono innumerevoli modi per darci da fare tanti quanti sono coloro che hanno bisogno. Quindi possiamo dire che grazie alle nostre preghiere e le nostre opere di carità possiamo cambiare tante cose intorno a noi e soprattutto ci “guadagniamo” la Vita Eterna. Il nostro matrimonio ci può rendere fecondi e santi.

Riccardo Rossi

Settembre e il peso della famiglia

Le vacanze per tanti sono già finite, per altri stanno comunque per giungere al termine. Magari qualcuno è rimasto a casa. In ogni caso adesso ci apprestiamo a ricominciare la nostra vita di sempre. Settembre è alle porte e avvertiamo il peso del nuovo inizio. Ci aspetta l’autunno con giornate sempre più corte, poi ottobre con l’ora solare e infine l’inverno fatto di giornate dove farà freddo e buio molto presto. Saremo di nuovo immersi in giornate dense di impegni. Insomma non una prospettiva che ci piace tanto. Eppure come sono state queste vacanze? Le aspettiamo tanto e poi? Ci rivolgiamo in particolare a chi ha figli piccoli. Non sono mai periodi di riposo vero. Si fanno attività diverse in posti diversi, ma la fatica resta forse più di prima.

Io ricordo bene quella sensazione di scoraggiamento che provavo i primi giorni di vacanza. Partivo con tante aspettative e poi, mi ritrovavo con gli stessi figli che avevo a casa, più nervosi e capricciosi di prima, perché la vacanza scombina l’ordine della nostra vita: una vita fatta di attività programmate ad orari ben stabiliti che si ripetono giorno dopo giorno. In vacanza la giornata va invece reinventata e anche questo costa fatica quando hai dei marmocchi al seguito. Non abbiamo litigato tanto in famiglia come quando siamo partiti per le vacanze. Altro che riposo.

La vacanza ci dice esattamente questo: non puoi essere felice aspettando solo i momenti speciali, come può essere appunto una vacanza. La nostra felicità va ricercata nella vita di tutti i giorni, con quel marito, con quella moglie, con quei figli, con quel lavoro, nella nostra casa. E’ un’illusione riporre tutte le aspettative in qualcosa che deve venire, vivendo come un peso quella che è la nostra vocazione. Questo rischia di schiacciarci e di riversare poi tutta la nostra frustrazione sull’altro o sui figli.

Come fare quindi? Riappropriamoci della nostra bellezza! Della bellezza della nostra famiglia che non è un peso ma il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro. Si certo, costa fatica, a volte ci fa arrabbiare, ma nulla vale quanto la nostra famiglia. Perché a volte non riusciamo più a scorgere la ricchezza che è la nostra famiglia e ne sentiamo solo il peso degli impegni e della relazione? Eppure quando ci siamo sposati volevamo stare con quella persona e credevamo in quella relazione. Perché ci pesa così tanto? Forse le tante cose da fare ci hanno impedito di curare la cosa più importante: il noi della coppia. Con il tempo si rischia davvero di farsi risucchiare dalle tante cose da fare e non si trova più il tempo di parlare profondamente, aprirci su chi  siamo e su ciò che abbiamo nel cuore, non si trova più il tempo di dedicarsi del tempo, di perdere tempo per guardarsi, accarezzarsi, abbracciarsi e soprattutto per fare l’amore. Succede che ciò che doveva essere solo un mezzo per servire la famiglia, cioè il lavoro e gli altri impegni, diventa il fine della nostra vita e la nostra coppia viene asservita e sacrificata a tutto questo. Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta. (Luca 10.38).  Capite che così non funziona! Dobbiamo mettere ordine. Cosa è più importante nella nostra vita? Passare tutto il giorno al lavoro per permetterci una vita più agiata o lavorare un po’ di meno e magari fare di più l’amore? Una domanda che può sembrare provocatoria ma che evidenzia benissimo quelle che sono le nostre priorità. Sapete perché io e Luisa dopo vent’anni stiamo benissimo insieme e non sento come un peso la mia vita con lei? Perché abbiamo sempre messo al primo posto la coppia. Prendevo permessi al lavoro per tornare a casa e poter fare l’amore con lei senza figli in giro. So benissimo che per qualcuno questo può sembrare esagerato ma non è così. Io ho capito benissimo cosa mettere al primo posto e questo mi ha permesso, nonostante i miei e i suoi difetti, di costruire una relazione solida e appagante.

Non ha senso impegnarci a fondo per tutto ciò che sta intorno alla nostra coppia e sacrificare quest’ultima. Che senso ha avere una bella casa e poi viverci in un clima dove non c’è intimità, complicità ed amore. Dove la vita di coppia diventa un peso da assolvere e non si vede l’ora di fuggirlo. Non commettete questo errore. Da subito incominciate questo anno che ci aspetta con l’impegno di mettere voi e la vostra coppia al primo posto. Solo così riuscirete a vivere anche l’ordinario come un dono e non come un peso che vi distrugge e così le prossime vacanze saranno davvero un momento di riposo e di pace nonostante il caos della vostra famiglia.

Antonio e Luisa

Un abbraccio che sa di Dio

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso.

Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso. L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna.

Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale dei cuori  e dei corpi i due sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione. Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere la visione beatifica di Dio. Stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo.

Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi saremo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciremo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo potremo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco. Quando? Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoneremo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Tanto che spesso scende anche qualche lacrima. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

Non si può vivere da soli

Ritengo che le due motivazioni principali che spingano le persone separate a “rifarsi una vita” (è un’espressione che non mi piace, perché la vita è una sola), siano la solitudine e l’attrazione sessuale. Quando mi sono separato, ho sperimentato quanto sia brutta la solitudine, in particolare mi ricordo degli episodi (non so perché spesso mentre facevo la doccia) di paura del futuro, quasi di panico: “Chi si occuperà di me quando sarò vecchio e le figlie magari saranno lontane? E se mi ammalo gravemente?”.

Certo sono pensieri che possono fare tutti, ma quando esci dalla famiglia e ti trovi solo e abbandonato da parenti e amici, vengono amplificati enormemente. Nel recente documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale” al punto 94 si parla dei separati fedeli: “…..La loro particolare situazione, alimentata dal dono della fedeltà al sacramento del matrimonio, invece, può essere di testimonianza e di esempio per le giovani coppie, ma anche per i sacerdoti, che possono scoprire e “vedere” nelle vite di queste persone la presenza costante di Cristo Sposo, fedele anche nella solitudine e nell’abbandono: una solitudine “abitata”, segnata dall’intimità con il Signore e dal legame con la Chiesa e la comunità, che si fa presente e compagna di strada.”

Ma cosa vuol dire solitudine “abitata”? Vuol dire che se noi crediamo davvero che Gesù è vivo in mezzo a noi, dobbiamo imparare a sentire la Sua presenza in ogni cosa che facciamo, non solo quando preghiamo o andiamo a messa; ad esempio qualcuno aggiunge un posto in più a tavola per ricordare che Lui c’è o accende una candela. Io Lo saluto appena sveglio: “Buongiorno Gesù, grazie per questa nuova giornata”; poi magari apro la finestra e Lo ringrazio per il sole oppure Lo ringrazio perché è avanzato un pezzo di dolce dalla sera prima per fare colazione…e così via…anche al lavoro Lo ringrazio perché mi ha fatto accorgere che stavo facendo una cavolata, oppure basta pensare qualche giaculatoria, tipo “Gesù ti voglio bene”, “Gesù aiutami”, “Gesù proteggimi”, “Gesù confido in te”.

All’inizio sicuramente è necessario un piccolo sforzo per iniziare a sentire la Sua presenza, ma poi diventa naturale. Noi sposati non siamo come i sacerdoti la cui missione è relegata a dei momenti temporali specifici durante la giornata (messa, benedizione, preghiera, annuncio…), ma la nostra missione è 24 ore al giorno, anche mentre dormiamo, perché se riposiamo bene, saremo anche in grado di essere più vigili e attenti ai fratelli. Allora, se permetteremo a Gesù di abitare la nostra solitudine, tutto apparirà più leggero, non ci sentiremo più soli e anche sul futuro saremo fiduciosi che il Nostro più grande Amico e Sposo si prenderà cura di noi; un po’ quello che abbiamo provato nell’innamoramento quando l’altro/a viveva dentro di noi, anche quando eravamo soli. Mi viene in mente il testo di una bellissima canzone degli 883, “Ti sento vivere” che dice “In tutto quello che faccio e non faccio ci sei, Mi sembra che tu sia qui, sempre. Vorrei dirti, vorrei, Ti sento vivere, Dovunque guardo ci sei tu. Ogni discorso, sempre tu. Ogni momento io ti sento sempre più.”

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

Mare o montagna? L’importante è che ci sia Lui!

Siamo Alessandra e Riccardo, genitori della piccola Olga nata prematura e subito salita al cielo e di Pietro di due anni nato dopo una gravidanza a rischio. Questo non è il nostro primo articolo qui sul blog, quindi alcuni di voi già ci conosceranno. Vorremmo raccontarvi quanto abbiamo sperimentato non molto tempo fa.

Questa estate siamo stati in vacanza in crociera con MSC un paio di settimane a giugno, una crociera sul Mediterraneo che ci ha permesso di visitare tante nuove città interessanti. Una vacanza che ci è stata regalata dai miei genitori, noi non avremmo mai potuto permettercela e anche i miei genitori hanno fatto dei sacrifici per acquistarla, ma ci tenevano a farci questo regalo perché da quando è nato Pietro non abbiamo più avuto un attimo di tempo per stare insieme da soli, non avendo nonni e amici vicino.

In crociera non avremmo dovuto fare altro che rilassarci, eppure per quanto sia stato bello guardare il mare, sentire il rumore delle onde, cenare ogni sera vestiti eleganti con un menù da quattro portate, avere a disposizione vini e cocktails vari e visitare città affascinanti quasi ogni giorno, dopo poco abbiamo iniziato a provare un forte senso di vuoto……. Non ci bastavamo. Ci siamo sposati in tre. Ne mancava uno.

Le giornate scorrevano lente senza ciò che è più importante in un matrimonio cristiano: la presenza del Signore Gesù. Si noi pregavamo insieme, abbiamo recitato il Santo Rosario più volte insieme, ma a me mancava entrare in una chiesa, soprattutto sentivo la mancanza della Santa messa e dell’eucarestia quotidiana.

Fino a qualche anno fa le navi da crociera avevano sempre a disposizione dei passeggeri una piccola cappella a bordo con un sacerdote. Oggi non più. Navi sempre più grandi e dotate di ogni confort ma senza nessun ristoro spirituale. Pensate a una nave con 5.000 anime a bordo che passano le giornate a prendere il sole, andare alla spa, in palestra e divertirsi, come si può rendere Grazie al Signore per quei momenti di festa, di divertimento, di relax se non si ha neanche un luogo consacrato dove farlo?

Si c’è sempre la preghiera, ma converrete con me che non è come accogliere Gesù eucarestia nel proprio cuore. Ogni volte che attraccavamo in un porto ci scapicollavamo a cercare una chiesa vicina, ma o erano chiuse o gli orari delle Sante messe non coincidevano con gli orari di sbarco e imbarco della nave. Mi torna alla mente il Vangelo di Giovanni: io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla (Gv 15:5-8).

Ecco dunque noi non possiamo fare proprio niente senza di lui, neanche divertirci. Gesù amava le feste, stare in compagnia tra fratelli, ma come possiamo pensare di essere nella gioia se lui non c’è? Ormai non ci sono più cappelle a bordo delle navi perché, dicono si rischia di offendere le persone di altre religioni. Questo accade in ogni ambito, non è infatti come dire togliamo il crocefisso dalle classi nelle scuole perché offendiamo i bambini di altre nazionalità e religioni? Forse la verità è però un’altra. Sono sempre meno le persone che sono consapevoli di aver bisogno di qualcosa di più che divertirsi e mangiare bene. Questo è triste.

Perché una nave che ha previsto ogni comfort e registrata in Italia, una nazione con ancora moltissimi battezzati, non può pensare a quello che conta veramente? È tutta apparenza e poca sostanza, come mi disse la preside suora della scuola salesiana in cui sono cresciuta: non è il guscio quello che conta veramente. Lo ricordo ancora a distanza di anni da quando ero bambina.

So che la mia è un’idea puramente utopica, quella di avere chiese a bordo delle navi da crociera, eppure alcuni aeroporti hanno la cappella, quando volavo come assistente di volo prima di compiere il mio primo volo da Malpensa, mi sono recata nella cappella e ho affidato i miei voli e le persone che avrei assistito durante i loro viaggi al nostro Padre che è nei cieli. Tutto questo per dire che non importa che tipo di vacanze scegliamo: mare, montagna, crociera, villaggio vacanza, casa in affitto, ma Lui deve essere al primo posto anzi non avendo i soliti impegni familiari e professionali in vacanza siamo ancora più esortati a cercare il Signore Gesù.

Adesso siamo a casa e siamo così felici di recitare il Santo Rosario tutti i giorni e partecipare all’Eucarestia quotidiana, forse a volte lo diamo per scontato, ma anche la pandemia ci ha insegnato che non è così.

Alessandra e Riccardo

Dovremmo tutti imparare da Maria

Oggi si festeggia l’Assunzione di Maria al Cielo. La sconfitta di Satana. Dio, attraverso questa meravigliosa creatura che è Maria, mostra ciò a cui tutti siamo destinati. Per questo Satana la teme tanto. Maria è stata sì preservata dal peccato, ma è una vera donna. Una donna che trae forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat questo concetto è espresso molto bene. Noi traduciamo perchè ha guardato l’umiltà della sua serva. Il testo originale greco è molto più esplicito. La traduzione più fedele sarebbe tu hai guardato la bassezza della tua serva. Maria prima di raggiungere le altezze del Cielo è stata capace di abbassarsi fino a terra. E’ stata capace di prostrarsi davanti a Dio consapevole di non essere nulla. Il Vangelo di oggi è chiarissimo. Maria è così grande perchè ha saputo farsi piccola, fino a terra.

Consapevole di non meritare l’amore così appassionato e profondo del Suo Dio, tanto da essere da Lui scelta per diventare Sua madre. Incredibile. Quanto può insegnare anche a noi Maria. Io provo un amore fortissimo verso la Madonna proprio perchè è così. Maria è rimasta sempre umile, spesso nel nascondimento e nel silenzio. Maria è stata dileggiata, insultata, sono state dette di lei le peggiori cattiverie e trattata come una poco di buono. E Giuseppe, che l’ha accolta, ha fatto la figura del cretino davanti alla sua gente.

Quanto può insegnare anche a noi Maria. Spesso non siamo capaci di umiltà perchè cresciuti con una educazione che ci insegna a non farci mettere i piedi in testa. Sappiamo che passare per deboli e persone senza attributi è una reputazione tra le peggiori che possiamo avere. Eppure il coraggio sta proprio, come Maria, nell’abbandonarsi all’amore.

Abbandonarsi all’amore significa abbracciare la giustizia di Dio che non è la nostra. Concretamente possiamo essere come Maria in tante circostanze. Alcune molto gravi altre più comuni e veniali. Significa perdonare il nostro coniuge se ci tradisce riaccogliendolo. Significa essere capaci di fare il primo passo quando litighiamo. Significa farlo anche quando pensiamo di avere ragione ed è stato l’altro a cominciare. Significa essere capaci di donarci anche quando l’altro è in una giornata no. Essere teneri e sorridenti anche quando lui/lei ci tratta con freddezza o durezza.

Tutto il mondo, nei casi che ho elencato, vi dice di essere forti, di mettere i vostri diritti e la vostra ragione in cima a tutto e di dare all’altro ciò che si merita. Maria ci dice altro. Maria ci dice che la giustizia è amare senza limite e abbandonarsi a Dio, che è l’unico capace di poterci accogliere nella vita eterna e che ci può dare la felicità già su questa terra. Ci può dare la pace.

Perchè la nostra forza non viene da come l’altro ci tratta, ma viene direttamente da Dio. Questa consapevolezza di essere preziosi e bellissimi agli occhi di Dio può avvenire solo in un modo: come ha fatto Maria, prostrandoci davanti a Lui e dicendo hai visto la bassezza del tuo servo.

Antonio e Luisa

Non avere paura mamma.

Oggi ho scelto di sfruttare il blog per presentarvi un libro. Ogni tanto lo faccio non perchè voglia sponsorizzare un prodotto, ma perchè i libri sono occasioni per riflettere. Ci fanno del bene. Soprattutto quando raccontano il bello e il vero. Questo libro a mio avviso lo fa. Conosco Rachele, l’autrice, da un po’ di tempo. La conosco solo virtualmente, non ho mai avuto il piacere di incontrarla, ma ho letto tanto di lei. Ho letto i suoi articoli su “La croce“, le sue riflessioni sui social, ho avuto modo di intervistarla sui miei canali. Insomma anche se non ho mai visto dal vivo Rachele ho imparato a conoscerla attraverso i suoi pensieri. E mi piace quello che dice e come lo dice. Mi piace perchè traspare tutta la sua femminilità, la sua bellezza nel non nascondere ciò che è: donna, moglie e madre. Non ho scelto a caso questo ordine. Solo chi si sente risolta in quello che è, nella propria identità femminile, può essere moglie realizzata e solo una moglie che è capace di mettere al primo posto il rapporto di coppia può essere una buona madre. Sia chiaro sempre con tutti i limiti che caratterizzano ogni uomo e ogni donna.

Ecco, tutto questo si legge chiaramente nel libro di Rachele Non avere paura mamma. Un libro scritto per le donne forse, ma che io da uomo ho trovato godibile e interessante. Rachele è madre di ben sette figli. I primi sono già grandi. Nel suo testo è stata molto brava nel non nascondere le tante, tantissime, difficoltà che sono insite nella gestione familiare, soprattuttio quando ci sono di mezzo i figli. E lei ne ha tanti. Non ha nascosto i momenti di scoraggiamento, le sensazioni di inadeguatezza e lo stress continuo di chi non riesce a riposare per anni tra pappette, pannollini, poppate notturne, mal di pancia e poi ragazzi adolescenti che rincasano a notte inoltrata. Non c’è tregua. Soprattutto per chi come lei ha figli di età molto diversa. Eppure è stata capace di trasmettere a chi legge tanta bellezza. Diverse bellezze.

Prima di tutto la bellezza della donna. Io sono affascinato dalla donna, da questa creatura così tanto diversa da me. Creatura che sa essere feconda in mille modi. Che sa generare non solo i bambini ma che sa generare anche noi mariti. Creatura che sa accogliere. Creatura che sa combattere ed essere tenace. Creatura che sembra così debole ma che non molla un centimetro e che, parlo per esperienza personale, dona tanta forza anche a noi mariti. Quando abbiamo accanto una donna così siamo anche noi pronti a qualsiasi cosa. Siamo pronti a dare tutto e a dare il meglio di noi.

Poi la bellezza della relazione uomo-donna. Siamo così diversi eppure così complementari. Anche questa realtà dal libro traspare tantissimo. I mariti sono citati poco, ma sono presenti sempre. Non so come spiegarlo ma si comprende benissimo come Rachele non sarebbe lei senza il marito Luca. Luca è quello che mette ordine, è quello che è capace di dire la parola giusta quando serve. Rachele si poggia tanto sul marito. E questo affidarsi reciproco è bellissimo. Ciò è possibile solo in una relazione basata sull’amore e sul rispetto reciproco.

Infine, ma non ultima per importanza, la bellezza dell’essere madre. Anche qui una bellezza che non è facile e che non sempre si vede. Viviamo in una società che non ama i bambini e non fa nulla di concreto per aiutare le famiglie. I figli sono un problema e spesso non si perde occasione per farlo notare. Le mamme sono schiacciate tra il senso di inadeguatezza, esperti sempre pronti ad insegnarti come essere madre e giudizi spesso spietati. Eppure nessuno ci può chiedere di essere genitori perfetti. Neanche noi dovremmo chiederlo a noi stessi. Sbaglieremo sempre e anche tanto. Quello che conta è altro. Conta amare questi figli, farli sentire preziosi. E’ importante testimoniare cosa è l’amore con la vita e dare loro la speranza cioè uno sguardo capace di andare oltre la precarietà di questa vita.

Insomma un libro che mi ha fatto ridere e anche piangere in alcuni passaggi. In particolare dove ho letto della testimonianza di una mamma e del suo bimbo disabile. Oppure la testimonianza della giovane mamma che ha scelto di non abortire. Mi hanno commosso nel profondo. Già perchè non l’ho specificato prima, ma Rachele non scrive solo partendo dalla propria esperienza personale, ma ha chiesto a tante mamme di lasciare un pensiero o la propria storia. Un libro che mi ha lasciato un cuore colmo di gratitudine per Rachele e di speranza per il futuro. Speranza che non è tutto perso ma ci sono tante donne meravigliose che non cedono ad una cultura che vorrebbe cancellare la loro identità e di conseguenza la loro bellezza e ricchezza. I figli non sono un problema ma un dono grande che riceviamo e che porta con sè delle responsabilità. I figli non sono un problema ma un’occasione per crescere e per diventare uomini e donne migliori. Certo non è facile ma è una sfida che è bello cogliere.

Termino con le parole di Giovanni Paolo II dedicate proprio alle donne: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Non avere paura mamma – Rachele Mimì Sagramoso – Tau Editrice

Antonio e Luisa

Amarsi come il primo giorno?

Ci sono tante persone che, per enfatizzare quanto si vogliano ancora bene dopo tanti anni passati insieme, affermano: ci amiamo come il primo giorno!

Io ho sempre trovato questo modo di descrivere la pienezza di una relazione come stonato. Il primo giorno io amavo Luisa molto meno di come la amo oggi. E’ normale che sia così. Il nostro padre spirituale ci diceva sempre che l’amore non è qualcosa di statico. Non è qualcosa che dobbiamo cercare di cristallizzare e custodire così com’è, come in una teca. Il nostro amore è quanto di più vivo (o morto, se non curato) ci possa essere. Muta continuamente. Come un albero. Da un giorno all’altro sembra lo stesso, ma se lo si osserva per periodi lunghi si notano delle differenze enormi.

E’ normale che sia così perchè l’amore non ha vita propriala relazione non ha vita propria, ma si nutre attraverso i due sposi. Attraverso i gesti, la vita, le attenzioni, il tempo, la cura, il perdono, gli scontri, i litigi, dei due sposi.

L’amore si nutre della vita dei due sposi. Esattamente come i bambini che crescono nel grembo di una mamma. D’altronde l’amore non è forse una forza generativa? Non è forse vita?

Così accade che in una vita insieme, due persone che, nonostante i loro limiti, si impegnano giorno dopo giorno a farsi prossimi all’altro/a e dono l’una per l’altro, diventano sempre più capaci di amarsi. Diventano sempre più comunione, sempre più un cuore solo. Il loro cuore diventa sempre più grande e capace.

Non solo accade questo. Accade anche che i loro cuori si riempiono di tutto l’amore che sono stati capaci di donarsi nella loro relazione. Come un forziere che si riempie del bene donato. Non so voi, io ricordo tantissimi episodi e gesti in cui Luisa mi ha fatto sentire profondamente amato, e queste sono perle che restano per la vita e che arricchiscono il nostro matrimonio e mi permettono di guardarla con uno sguardo pieno di questo bene ricevuto. Come uno di quei filtri della fotocamera del mio smartphone che mi permettono di rendere più bella la persona che riprendo.

In sintesi giorno dopo giorno diventiamo sempre più capaci di amarci. Per questo il massimo della mia capacità di amare Luisa nel 2002, quando ci siamo sposati, era molto meno di ciò che posso fare oggi.

Per questo mi sentirei di fare un augurio diverso alle persone che si vogliono bene. Non direi loro amatevi come il primo giorno ma direi amatevi come se fosse il vostro ultimo giorno insieme, dando tutto, non risparmiando nulla. Sono sicuro che chi ama in questo modo è capace di un amore molto più profondo e grande.

Un’ultima considerazione. Anche il rapporto intimo diventa sempre più bello e sempre più profondo con il tempo. Già, perchè ciò che rinnova davvero quel gesto non è cambiare il modo o il partner, ma è l’amore degli sposi che giorno dopo giorno è sempre più profondo, più grande e più maturo. Come il vino delle nozze di Cana. Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono (Gv 2, 10)

Antonio e Luisa

Non si inginocchia in chiesa ma sulla mia malattia

Luisa ed io siamo appena rientrati da una settimana di ritiro in montagna. Non avevo nulla di pronto per oggi. Mi è però arrivata una testimonianza inaspettata, un vero dono per me e credo anche per tutti voi. Abbiamo scritto mille volte come il sacramento del matrimonio sia qualcosa di molto bello, ma che può diventare anche molto esigente. Il matrimonio è per sempre, vale in salute ma anche nella malattia. Esigente perchè l’amore vero è tale solo quando è disinteressato, gratuito ed incondizionato. L’amore non è sentimento, emozione e passione. Si, tutti questi ingredienti sono importanti ed è bello che ci siano ed è necessario fare di tutto per nutrire e custodire il nostro reciproco innamoramento e alimentare il nostro desiderio. L’amore matrimoniale però non è questo. Amare è un verbo, è la scelta di mettere l’altro al centro sempre, quando mi fa stare bene e quando è difficile farlo. Amare quella persona perchè è lei e non per quello che fa e per come mi fa stare. Così è l’amore di Gesù per ognuno di noi ed è ciò che siamo chiamati a replicare nella nostra relazione. Perchè tutta questa premessa? Perchè Paola, a causa di una brutta depressione, non sentiva più Gesù e la Sua presenza. Lo ha però ritrovato. Lo ha trovato nell’amore gratuito del marito. Questo è grande! Vi lascio con le parole di Paola.

Cari Antonio e Luisa, vi riporto la mia esperienza non proprio “rose e fiori” circa il mio Matrimonio, fortemente minacciato da una malattia subdola e feroce: la depressione. Una mattina di tre anni fa, mi sono svegliata con un macigno addosso, che mi impediva di alzarmi dal letto e di svolgere le consuete attività. Mi sentivo sprofondare in un abisso. Fino ad oggi non sono guarita, pur avendo consultato diversi professori. Che c’entra il Matrimonio? Ve lo dico subito: la depressione ti toglie tutti i sentimenti, non provi più niente, non sai dov’è Dio e non capisci perché ti senti così abbandonato, sofferente, devastato dalla depressione. È questo il momento di sforzarsi e guardare oltre il proprio dolore.  Io non ho un marito “fervente”, di quelli che pregano insieme a te, che ti abbracciano facilmente ecc. Tuttavia lui c’è, è rimasto lì, dove un altro forse sarebbe fuggito, è rimasto lì a stirare, a preparare il pranzo o la cena, ad assicurarsi che tutto restasse dignitoso malgrado la mia “assenza” senza mai un lamento. In questo io ho visto la presenza di Dio nel Matrimonio. Mio marito non si inginocchia facilmente in Chiesa, però partecipa alla Messa, il suo inginocchiarsi vuol dire “esserci” per me. Anche questo è Matrimonio cristiano.

Antonio e Luisa

Va dove ti porta il cuore? Anche no!

Va dove ti porta il cuore? Anche no, grazie. Perchè scrivo questo? Provo a spiegarlo raccontandovi un aneddoto. accaduto giusto due giorni fa. Nulla di particolare, cose che succedono frequentemente in una relazione matrimoniale. Ho avuto modo però di rifletterci sopra. Ho potuto constatare due miei atteggiamenti, uno negativo e uno credo invece positivo.

Luisa ed io stiamo frequentando una settimana di approfondimento circa il matrimonio e la spiritualità di coppia. Cari sposi cercate di ritagliarvi sempre una settimana o almeno qualche giorno all’anno per salire sul vostro Tabor e per fermarvi a contemplare il vostro amore trasfigurato da Cristo (il sacramento del matrimonio è questo). Ecco, siamo qui a fare questo ritiro, stiamo ascoltando tante belle riflessioni, abbiamo momenti per noi, per parlarci profondamente l’uno all’altra, e momenti per condividere emozioni e pensieri. Eppure anche qui, seppur presi da tanta bellezza, le nostre miserie sono venute fuori. Luisa, a causa della sua eterna insicurezza, mi ha rovinato i piani e non siamo riusciti a fare qualcosa a cui io tenevo.

Mi sono trovato in un vero combattimento interiore. Si tratta di una piccola cosa certamente, ma è rappresentativa di quello che cerco di raccontarvi. Avevo la ragione che mi diceva che non era nulla, che Luisa non aveva causato di proposito quella “mancanza”, che lei è così a volte si perde in un bicchier d’acqua. Dall’altra c’era la mia parte emotiva, il mio cuore, che mi spingeva a mostrarle tutto il mio risentimento e a “fargliela pagare” in qualche modo. Ebbene sì, dopo vent’anni di matrimonio sono messo ancora così male. Me la prendo facilmente. E qui siamo alla parte negativa del mio atteggiamento, alla mia debolezza e per certi versi alla mia miseria.

Dove sta quindi il positivo? Che il matrimonio ti cambia. Che dopo vent’anni di matrimonio mi conosco e Luisa mi conosce anche lei. Ho reagito molto diversamente da come avrei fatto tempo fa, all’inizio del nostro matrimonio. Molto tranquillamente le ho chiesto di darmi tempo, che c’ero rimasto male. Con tanta sincerità da parte mia e tanta accoglienza da parte sua. Lei ha capito. Mi serviva il tempo necessario affinchè io potessi fare la cosa giusta. La cosa giusta non è seguire il cuore in questo caso. Il cuore, il mondo delle emozioni, ti porta a volte fuori strada, ti porta verso il risentimento e verso l’allontanamento. Ti porta verso un’orgogliosa chiusura. Bisogna seguire la ragione, bisogna farsi furbi e lasciare il tempo alla ragione di vincere il cuore. Mi sono messo lì una mezzoretta al sole, da solo, e poi sono tornato quello di prima. Sono tornato da Luisa e l’ho stretta a me. Senza più ombre nel cuore.

Questi vent’anni mi hanno insegnato a non rispondere subito, a non lasciare che le emozioni negative possano rovinare l’armonia tra me e la mia sposa. Alla fine basta poco, basta lasciare spazio alla ragione. Solo così sapremo ricondurre il cuore all’armonia e alla comunione senza nel frattempo fare troppi danni.

Volevo condividere questi pensieri perchè so quanto reazioni troppo istintive possano fare male. Quanto male può anche fare il nostro orgoglio che dà troppo spazio alla nostra parte emotiva. Lasciamo perdere i musi lunghi, i silenzi e le piccole vendette, fanno solo del male. Dividono e spesso lasciano il segno. Impegniamoci piuttosto con la ragione, di cui Dio ci ha dotato, a riportare l’armonia tra noi il prima possibile. Ragione 1 cuore 0, palla al centro!

Antonio e Luisa

Famiglia grande

Da tre giorni si è appena conclusa la settimana di vacanza in Val di Fassa, in cui, insieme ad altri cinque papà separati (fedeli) e rispettivi figli abbiamo fatto animazione a 42 bambini (in età compresa tra 1 e 13 anni), la mattina, mentre i genitori (giovani coppie con meno di 10 anni di matrimonio) si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti e l’equipe di Mistero Grande. Per il pranzo i genitori venivano a riprendere i figli e dopo il pranzo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività.

Anche quest’anno non siamo passati inosservati: non si vedono spesso papà e figli che fanno animazione, tra un cambio di pannolino e un gioco, tra la baby dance e la merenda di metà mattinata. Ci sono stati momenti più faticosi, specialmente con i bambini più piccoli che cercavano i genitori, ma è stato davvero gratificante ricevere poi i loro sorrisi, avere un abbraccio inaspettato o vedere le loro manine che si aprivano per farti capire di prenderli in braccio. E’ stato più quello che abbiamo dato o quello che abbiamo ricevuto? Sicuramente la seconda scelta! Credo che quello che siamo riusciti a trasmettere noi papà non è stata tanto la capacità di accudire o intrattenere dei bambini, ma la qualità di amore che, seppure con tanti limiti, cerchiamo di diffondere a tutte le persone che incontriamo. Con la separazione, la mia famiglia è “umanamente” fallita (con Dio non può fallire, a meno che non ci separiamo anche da Lui), ma nel matrimonio siamo chiamati a costruire la Famiglia Grande, quella dei figli di Dio: io questa cosa non la sapevo proprio, pensavo alla mia famiglia, i miei figli, la mia casa……grave errore!

Qual è la differenza tra i bambini che abbiamo incontrato in questi giorni e i nostri figli? Qual è il confine? Non saprei proprio dirlo: quando si ama, l’amore si moltiplica, non c’è bisogno di dosarlo. Stessa cosa per gli altri papà che erano con me, sono molto più che amici, sono fratelli, come quello che ho di sangue: un problema diventa un problema di tutti, una gioia si condivide con gli altri, una discussione si affronta in maniera costruttiva. Ma che bello scoprire che la mia famiglia era solo un terreno fertile dove fare esperienza ed esercitarsi per poi uscire a fare famiglia con tutti gli altri! Che gioia nel costruire legami positivi e relazioni, anche solo un sorriso con tutte le persone che incontriamo ogni giorno! Un’ ultima cosa voglio dirla riguardo ai nostri figli che hanno fatto animazione insieme a noi adulti (erano 7, in età compresa tra i 12 e i 16 anni): nonostante le ferite dovute alla separazione e noi papà un po’ “pazzi”, si sono impegnati, con responsabilità e attenzione verso i bambini. Come noi grandi, sono stati in grado di creare veri legami di amicizia fra di loro e con gli altri, con atti di generosità spontanei, come quando, con nostra grande meraviglia, un giorno hanno raccolto e portato dentro tutti i numerosi giochi nel giardino sparpagliati dal vento, senza che nessuno lo avesse chiesto. Davvero Dio scrive dritto sulle nostre righe storte!

Ettore Leandri (www.fraternitasposipersempre.it/)

Castità, astinenza e continenza. Un mondo (di bellezza) da scoprire

C’è differenza tra castità, continenza e astinenza? Inziamo con il dire subito che, in primo luogo, c’è una differenza sostanziale tra castità e le altre due definizioni. Castità non è un’azione, non è fare o non fare qualcosa, ma è molto di più. La castità è qualcosa che ci fonda, che dice chi siamo e come viviamo, è uno stato di tutta la nostra persona in amima e corpo. Io non sono casto se faccio o non faccio qualcosa, ma sono casto quando c’è verita nella mia vita. Quando c’è verità nell’amore che dono e che ricevo. Nel modo in cui lo dono e lo ricevo. Quando c’è verità tra quanto ho nel cuore e quanto esprimo attraverso il corpo. Perchè questa affermazione? Perchè la castità non si concretizza sempre nello stesso modo. Può essere casto un rapporto sessuale, come può essere casto un bacio profondo o un abbraccio. Altre volte può non essere casta la scelta dell’astinenza sessuale. Dipende dalla nostra situazione di vita. Per questo la castità non è astinenza e non è neanche continenza. L’astinenza e la continenza al contrario possono, in determinate situazioni, essere scelte che esprimono castità. Altre volte invece possono essere scelte sbagliate che precludono e limitano l’amore. Mi rendo conto che quanto ho scritto può essere facilmente frainteso per questo cercherò ora di essere molto chiaro e preciso. Facendo quasi della casistica ma in questo caso è necessario farlo. E’ importante cercare di comprendere questa sostanziale differenza per evitare di confondere il buono con ciò che non lo è. Confondere la libertà con un atteggiamento di chiusura e di incapacità ad amare. Un atteggiamento per nulla libero ma al contrario frustrante e dannoso. Vediamo ora i due diversi stati di vita che ci riguardano più da vicino: fidanzamento e matrimonio.

FIDANZAMENTO. Nel fidanzamento non c’è ancora un’unione definitiva. I due stanno ancora cercando di comprendere se possono costruire una relazione che possa durare nel tempo. Stanno conoscendosi sempre meglio e stanno valutando. Si stanno scegliendo. E’ importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso come si costruisce una relazione casta? La risposta non è nè nell’astinenza nè nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino una eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre dal collo in su), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza. Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati, perchè il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. L’astinenza non va bene perchè rende la relazione fredda, distaccata e spesso perchè nasconde una grande insidia: la paura e l’incapacità di donarsi nel corpo. Ci è capitato di raccogliere la sofferenza di più di una coppia dove i due sono arrivati vergini al matrimonio e poi non sapevano come fare. Non riuscivano a fare l’amore. In quei casi la “castità” è stata una scelta dettata non dalla libertà ma dai loro blocchi e paure, dalle loro ferite. Ciò è devastante poi in una relazione fondata sulla carne e anche sull’eros come è quella matrimoniale. Un matrimonio che si fonda solo sull’agape sul dono senza metterci il corpo diventa spesso solo dovere e sacrificio. Dove è la gioia? C’è anche un secondo atteggiamento che non va bene, che non è casto. Quello di vivere il fidanzamento come fosse già un matrimonio con i gesti specifici di quest’ultimo. Perchè è sbagliato anche avere rapporti sessuali nel fidanzamento? Perchè non c’è verità! I due possono pensare benissimo di amarsi già con tutto il cuore ma non è così. Oggettivamente non è così. Non c’è il per sempre! L’intimità fisica è il gesto più totalizzante che un uomo e una donna possono vivere tra loro. Facendo l’amore stanno dicendo con il corpo: sono tutto tuo/sono tutta tua. Ma non è così. I cuori dei due non sono ancora saldati in modo indissolubile dal fuoco dello Spirito Santo. Non a caso quel gesto è anche quello che Dio ha pensato per generare i figli. Il figlio non può essere il frutto di un amore a tempo, ma solo il frutto del per sempre.

MATRIMONIO. La castità matrimoniale non è mai (se non in casi davvero limitati e particolari) astinenza o continenza. Ci possono essere dei periodi della vita dove non è possibile fare l’amore (malattie, gravidanze a rischio o altro) ma il matrimonio non è fatto per la continenza. La castità matrimoniale si esercita facendo l’amore e facendolo bene. La definizione migliore di castità coniugale che abbiamo mai sentito è quella dell’ex presidente della Polonia Walesa, che, nel film “L’uomo della speranza”, parlando della forza che traeva dalla relazione sponsale con sua moglie (8 figli), ha detto: «Facciamo l’amore spesso e bene». Solo così il corpo potrà esprimere l’amore presente nel cuore: un amore totale. Un amore che coinvolge tutta la persona: certamente coinvolge la volontà, lo spirito, il cuore ma non può e non deve lasciare fuori il corpo. Senza corpo non ci può essere amore sponsale autentico.  Che bello quando crescendo negli anni di matrimonio riusciamo a crescere anche nel saperci donare attraverso il corpo. Quando c’è sempre più aderenza tra quanto abbiamo nel cuore e quanto manifestiamo ed esprimiamo con il nostro corpo. Per noi sposi la castità significa saper far bene l’amore. Che bello quando il nostro dono reciproco diventa sempre più comunione di anima e corpo. Per questo cari sposi se volete essere casti fate l’amore e fatelo bene. Preparatevi in una vita fatta di tenerezza e di cura reciproca. Solo così il vostro matrimonio non solo sarà bello ma anche santo!

Antonio e Luisa

Venere vuole ridere, Marte far ridere.

Oggi volevo condividere una curiosità del rapporto tra uomo e donna. Una curiosità che però nasconde qualcosa di profondo. Qualcosa che mette in evidenza una volta di più come siamo diversi. Uomo come marte e donna come venere. Due pianeti a ben 160 milioni di chilomentri l’uno dall’altro. Siamo distanti davvero tanto ma siamo anche complementari, la differenza di uno diventa nutrimento e attrattiva per l’altro.

Parliamo di senso dell’umorismo. Sembra che uomo e donna siano entrambi attratti da un partner che ne è dotato. Qualcuno che metta il buon umore al centro della relazione, che ci faccia stare bene, sorridere, che riesca ad alleggerire la pesantezza della vita contemporanea.

Secondo gli esperti però c’è una differenza su come viene percepito il senso dell’umorismo tra uomo e donna. La donna è attratta da un uomo che è capace di farla ridere mentre l’uomo non cerca solitamente la comica di Zelig, ma preferisce quella donna che è pronta a ridere delle sue battute e del suo senso dell’umorismo. Capite? Siamo anche in questo caso all’opposto, ma un opposto che si integra e che si completa. Siamo fatti l’uno per l’altra. Ora motiviamo questa differenza sostanziale.

La donna è attratta e sta bene con un uomo che riesce a farla ridere. Perchè questo? Per due motivi principalmente. Perchè spesso è ciò di cui le donne hanno bisogno. Le donne tendono ad essere pesanti, diciamolo. Non voglio generalizzare, ma sembra che sia spesso così. Le donne tendono ad estremizzare i problemi. Quando hanno accanto un uomo che è capace di alleggerire il loro cuore stanno meglio. Ridere fa star bene. La battuta giusta può aiutare tante donne a ridimensionare tanti problemi. Il secondo motivo è sempre il solito: il corteggiamento. Un uomo che si impegna a far ridere la propria sposa dimostra di volerla mettere al centro delle sue attenzioni. E’ un modo per far sentire l’amata importante e preziosa.

L’uomo, ho scritto in precedenza, apprezza invece l’umorismo in modo diverso. L’uomo apprezza l’umorismo della sua donna quando questa è capace di ridere alle sue battute e di capire il suo umorismo. L’uomo ha un umorismo attivo mentre la donna passivo. Anche in questo uomo e donna sono differenti e complementari e per questo attratti l’uno dall’altra.

Perchè l’uomo apprezza particolarmente quando la moglie ride del suo umorismo? Anche qui ci viene in aiuto una ricerca americana. La donna che ride da un messaggio chiaro al suo uomo. Sono accogliente verso di te. Mi piaci e provo attrazione per te. Credo che sia il messaggio più bello che un uomo possa ricevere dalla sua amata. E’ importante un’ultima precisazione. Ci sono alcuni tipi di umorismo che la donna non ama. La donna apprezza l’uomo che la fa ridere, non che ride di lei. Un conto è l’umorismo un altro il sarcasmo. Il primo nutre la relazione e la alleggerisce, il secondo la impoverisce e la distrugge. 

Finisco con una considerazione personale. Luisa quando l’ho conosciuta era molto pesante. Vedeva spesso le difficoltà della vita e faceva fatica ad abbandonarsi ad un po’ di spensieratezza e leggerezza. Nonostante la sua fede e la sua capacità di amarmi che erano e sono davvero grandi, almeno ai miei occhi. Io credo di averle tra le altre cose donato un po’ di leggerezza. Da quando stiamo insieme lei ha beneficiato della mia leggerezza, delle mie battute, del mio modo di vedere la vita e i problemi. Ed io naturalmente ho imparato da lei ad essere un po’ meno superficiale su alcune questioni. Il matrimonio è questo. Si diventa ricchi l’uno con l’altro in una relazione che è scambio e comunione.

Antonio e Luisa

Il piacere vero non è bulimico

Siamo una società di bulimici. Bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di senso. Ingurgitiamo tutto sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della sua figliolanza. Alla fine il significato di peccato è proprio questo. Sbagliare il bersaglio. Cercare di riempire il nostro bisogno d’amore con il piacere. La nostra società che ha eliminato Dio da ciò che conta, additandolo a ostacolo per una vita felice e una convivenza pacifica, cerca di sfamare questa bulimia schizofrenica assecondando ogni desiderio.

Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e il bisogno che diventa diritto. Tutto segue questa logica tranne ciò che si pensa possa nuocere alla salute. Siamo una società estremamente salutista. Si cerca di curare il corpo illudendosi di curare così anche lo spirito. Non funziona così, curare il corpo va bene ma non basta. Ed è così che i governi illuminati della civilissima Europa sensibilizzano sul consumo  corretto di cibo. L’obesità e le malattie provocate dal consumo non equilibrato di cibo porta spesso grandi costi per il servizio sanitario del nostro paese ed è anche per questo che il governo, attraverso la scuola e altre agenzie, cerca di fare educazione e prevenzione. Sono problematiche presenti a livello globale, tanto che lo stato italiano segue le direttive di Europa e ONU. Ed ecco la frutta distribuita a scuola, i programmi di scienze che si arricchiscono dell’educazione alimentare, campagne pubblicitarie, iniziative culturali e tante altre modalità per cercare di modificare le abitudini dannose della popolazione.

Il salutismo alimentare sta divenendo pian piano un obbligo della nostra nuova società etica, spodestata di Dio, ma che si basa su propri dogmi come una vera religione. Non che ci sia qualcosa di male nell’impegnarsi per una giusta alimentazione, sia chiaro. Forse è una delle attività più apprezzabili del governo. Il problema è un altro. Non siamo bulimici solo con il cibo, lo siamo anche con il sesso e con tutto ciò che possa darci piacere. Solo che con questo tipo di bulimia non sembra ci siano problemi. Anzi sembra quasi positiva. Peccato che l’impatto sulla società e sui costi statali sia elevatissimo. Aborto, contraccezione, violenza sulle donne, divorzi sono causati anche dalla bulimia sessuale. Viviamo in una società molto erotizzata. Il sesso è presente non solo nella pornografia, che è diventata fruibile attraverso internet in modo facile,  gratuito e anonimo. Il giro d’affari di miliardi di dollari rende il settore del porno tra i più floridi. Tutta la società odierna è permeata di sesso. La televisione, la pubblicità, i video musicali, tutto ammicca al sesso.

Tutta questa esposizione ha reso le persone assuefatte. C’è un desiderio fortissimo di piacere sessuale da una parte e una incapacità di viverlo dall’altra. Come dire che le lasagne sono buone, ma mangiarle tutti i giorni stufa, tanto da renderle non più piacevoli al palato. Ed ecco che fioriscono siti di scambisti, sadomasochismo, orge, prostituzione e quant’altro la perversione delle mente umana possa immaginare. Una continua escalation di perversione per ricercare quel piacere che tanto si desidera, ma non si riesce a trovare. Certo non tutti arrivano a tanto, ma anche chi non arriva a questo non è comunque capace molto spesso di controllare il proprio desiderio sessuale e non è educato al pudore. Il pudore che non è una brutta parola, qualcosa che richiama un tabù che va rimosso. Il pudore è riconoscere in noi un mistero. Il pudore è riconoscerci preziosi, riconoscere che c’è una parte di noi, del nostro corpo che non è per tutti, ma solo per chi avrà il nostro dono totale e a sua volta sarà disposto a spendersi totalmente e indissolubilmente nella relazione con noi. Solo riscoprendo la castità, la tenerezza, l’attesa, il saper aspettare, il saper preparare l’incontro sessuale nel gioco del corteggiamento, nelle attenzioni e nel servizio reciproco si potrà ritrovare il vero piacere. Solo così, quando l’incontro intimo verrà vissuto come un culmine fisico di una relazione vissuta nell’arco di tutta la giornata, e solo quando quel gesto non si limiterà  a un godimento di qualche secondo, ma rappresenterà un significato profondo e costitutivo dell’amore sponsale degli sposi, allora sarà appagante e pienamente soddisfacente. Solo se sarà così, riusciremo a non cadere nel disamore e nella noia. Perché quel piatto di lasagne avrà per noi un gusto sempre diverso, perché sarà arricchito da ogni momento della nostra vita insieme e del nostro amore fatto di gesti concreti che cresce giorno dopo giorno rendendo quel piatto di lasagne sempre più gustoso. Termino con un brano tratta dal libro di don Fabio Bartoli “Prendimi con te, corriamo”:

Il piacere è innanzitutto uno stato d’animo, un atteggiamento interiore(…). Fuggite l’egoismo, non il piacere! Fuggite l’avarizia, il possesso, la lussuria, che del piacere sono misere contraffazioni, perchè il piacere ci rimanda sempre al primo piacere fontale, all’atto creativo, alla nostra prima vocazione: quel “vivi!” detto su di noi che ci ha chiamato all’esistenza. E infine , offrire il corpo in sacrificio a Dio è metterlo a servizio dell’amore.

Questo è il vero piacere, questo è ciò che oggi manca e che rende le persone mendicanti d’amore e incapaci di provare il piacere quello pieno, quello autentico. Quando il governo si attiverà per aiutare le famiglie a educare le nuove generazioni a curare quella bulimia e a un uso corretto e autentico della sessualità, come già avviene per il cibo, allora significa che, finalmente, si sarà fatto un passo avanti decisivo per la guarigione della nostra civiltà malata. Intanto mi accontenterei che almeno la Chiesa lo facesse ma anche lì, nonostante anche il recente appello del Papa, non sempre avviene.

Antonio e Luisa

Un male che può aiutare a crescere

Da oggi inizierà a collaborare con il blog Ettore Leandri. Ettore è uno sposo che vive la fedeltà seppur separato dalla moglie. E’ membro dell’associazione Sposi per sempre di cui è anche presidente. Siamo molto felici di averlo nella squadra. Sarà la voce di tanti fratelli e sorelle che vivono nella stessa difficile situazione.

Ogni tanto mi trovo a pensare a dove sarei in questo momento se, più di otto anni fa, non mi fossi separato e in particolare a come mi troverei nel mio rapporto con Gesù: tralasciando la nostalgia di non vivere più in una famiglia unita insieme alle figlie, rifletto sul fatto che questa tragedia (almeno per me è stata così, è comunque sempre un male, anche quando è necessaria), è servita ad aprirmi gli occhi e a capire cosa voglia dire affidarsi e confidarsi con lo Sposo Gesù.  Certo, se avessi potuto scegliere, avrei allontanato volentieri questa croce, anche perché ha comportato sofferenza ad altre persone, parenti e soprattutto a chi avrebbe diritto a una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene, i figli.

Però se Dio ha permesso questo male, l’ha fatto per il mio bene e questo l’ho capito solo dopo diverso tempo; ad esempio, non è paragonabile la qualità del tempo che passo con le figlie quando sono con me, rispetto a quando vivevamo insieme e magari invece di giocare con loro stavo al computer o avevo altre distrazioni.

La sofferenza è stata lo strumento attraverso il quale Dio ha plasmato e convertito il mio cuore, tanto che posso affermare che prima ero cristiano “praticante” solo perché andavo la domenica alla messa ed ero impegnato in parrocchia: la cosa che mi fa sorridere è che mi ritenevo superiore alla maggior parte dei parrocchiani e pensavo di essere ormai “arrivato”.  Il problema è che chi si sente arrivato, vuol dire che non è mai partito, ed è davvero così: più approfondisci, in particolare il Sacramento del matrimonio e più ti accorgi di quanta strada c’è da fare in questa salita infinita verso il regno di Dio; è come avere delle lenti di ingrandimento, più ingrandisci e più ci sono realtà sconosciute e affascinanti.

Ho visto miracoli nella mia vita e ho provato la vicinanza di Gesù in tanti momenti, ho imparato ad amare mia moglie in maniera diversa, completamente svincolata dal possesso e da qualsiasi ritorno che possa avere, anche di soddisfazione sessuale. Indubbiamente non è facile, perché ogni giorno è diverso: ci sono alti e bassi, è un cammino che finirà nel mio ultimo respiro, ma è davvero gratificante cercare di amare di un amore totalmente gratuito che non si aspetta niente (agape), quello che Dio ha per noi, sempre, indifferentemente da come rispondiamo alla sua chiamata. Non posso che ringraziare Dio per tutto quello che mi ha dato e che continua a donarmi, è davvero una grande grazia!

Ettore Leandri (www.fraternitasposipersempre.it/)

Eucarestia e matrimonio hanno molto in comune

Siamo stati invitati a raccontare qualcosa su matrimonio ed Eucarestia. Non è facile per noi che siamo dei semplici laici non certo dei teologi. L’Eucarestia è una delle realtà più grandi e incomprensibili della nostra fede. Come possiamo parlarne noi? Che competenza abbiamo? Poi ho pensato al motivo per cui siamo stati chiamati. Non certo per la nostra preparazione teologica, ma soltanto per quello che siamo: due sposi che cercano di vivere il matrimonio e di raccontare la bellezza di una esperienza concreta, fatta di vita, di relazione di carne. Fatta di dono reciproco e di accoglienza di quel dono. Fatta di amore. E allora ho compreso come impostare la nostra riflessione. L’Eucarestia è qualcosa di bellissimo ma di incredibilmente misterioso ed incomprensibile. Noi sposi abbiamo però un’occasione eccezionale per fare esperienza diretta di cosa sia l’Eucarestia. Non siamo forse noi immagine dell’amore di Dio, dell’amore di Gesù per la Sua Chiesa? Da dove viene questa somiglianza? Viene dal dono, dono totale in anima e corpo.

La prima grande analogia tra questi due sacramenti sta nella coincidenza tra chi offre e ciò che è offerto. Nell’Eucarestia Gesù è il sacerdote, l’offerente, offre a Dio un sacrificio, offre a Dio un sacrificio diverso: offre se stesso. Gesù durante l’ultima cena, che sappiamo essere l’inizio della Passione che condurrà alla morte di croce e alla resurrezione, diventa offerente (sacerdote) ed offerta nello stesso momento. Si lascia mangiare per amore. Ama così tanto da diventare uno con i suoi apostoli. Il matrimonio è esattamente la stessa cosa. C’è la stessa sovrapposizione. Il sacerdote del matrimonio non è il don che celebra, il don celebra solo la Messa. Ma al momento del rito del matrimonio i sacerdoti sono i due sposi. Sono loro che offrono a Dio. Cosa offrono? Se stessi. Come? Con la mediazione di un’altra persona. Detto in modo più chiaro: Io mi sono offerto a Luisa e Luisa si è offerta a me. Ho offerto tutto di me: il mio tempo, il mio impegno, la mia volontà, la mia mente, il mio cuore e anche il mio corpo. Ci torneremo su questo.

La seconda grande analogia riguarda la presenza di Cristo. Quanto dura la presenza di Cristo durante il battesimo? Dura il tempo del rito dopodichè ne permangono gli effetti. Stessa cosa per la confessione. Non è così invece per Eucarestia e matrimonio. La presenza reale di Cristo nell’Eucarestia dura in modo perenne, cioè fino a quando quel pane e quel vino non saranno mangiati e consumati. Il matrimonio è esattamente la stessa cosa. L’analogia è evidente. Con il matrimonio Gesù viene ad abitare non il cuore di uno, non il cuore dell’altra, ma la relazione dei due. Relazione che è promessa ed alleanza. Gesù è vivo e presente in quella relazione, in quella promessa. C’è la reale presenza in modo simile all’Eucarestia. Per fare comprendere questa cosa il nostro vescovo, allora vescovo di Brescia, durante un incontro con degli sposi, fece un gesto plateale ma molto significativo: si inginocchiò davanti ad una coppia dicendo di farlo come l’avrebbe fatto innanzi al Santissimo Sacramento. Nella coppia di sposi c’è Gesù. Incredibile vero! Fino a quando ci sarà? Fino a quando esisterà la coppia, fino alla morte di uno dei due.

Ora un’ulteriore passo avanti. Cosa accade quando viene celebrata L’Eucarestia e il sacerdote consacra il pane e il vino eucaristico? In quel momento si rinnova il sacrificio di Cristo in modo incruento. Gesù si offre nuovamente a noi, oggi, nella Messa a cui stiamo partecipando. Si sta ripetendo oggi, si sta rinnovando oggi quanto accaduto circa duemila anni fa sul Calvario. Gesù si offre per la nostra salvezza e per la nostra redenzione. Il matrimonio è similare anche in questo. Ogni volta che celebriamo il nostro matrimonio stiamo rinnovando il sacramento, è come se ci stessimo sposando di nuovo oggi, adesso, come successe 2, 5, 10, 14 ecc anni fa. Voi vi chiederete: come facciamo a celebrare di nuovo il nostro matrimonio? Ci viene in aiuto Amoris Laetitia. Al numero 75 troviamo scritto: Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano, i quali, manifestando il loro mutuo consenso ed esprimendolo nel reciproco dono corporale, ricevono un grande dono. 

Il rito del matrimonio si compone di due parti, entrambe costitutive (lasciamo perdere eventuali eccezioni che ci allontanano dal senso del discorso). Serve la promessa, quella che ci offriamo a vicenda durante la Messa davanti al sacerdote, ai testimoni e agli invitati che però non basta. Serve che a quel promettere con la bocca vada aggiunta la conferma del corpo, serve l’amplesso fisico. L’amplesso fisico degli sposi è un vero gesto sacerdotale e sacramentale. Noi, ma adesso non c’è il tempo di approfondirlo lo raccontiamo anche come vera liturgia, è la nostra Messa per capirci. Tornando all’affermazione in origine di quesa premessa possiamo affermare che rinnovare il nostro sacramento significa fare l’amore. Ogni volta che marito e moglie si uniscono in intimità stanno rinnovando un sacramento, si stanno nuovamente sposando. Questo non ha un significato escluvamente umano ma ha delle conseguenze anche sul nostro spirito, sul nostro cuore e sulla Grazia del sacramento. Va quindi vissuto bene non solo per sentirci in comunione l’uno con l’altra, ma anche per vivere in comunione con Cristo stesso e per aprire il cuore ad un’effusione di Spirito Santo. Nel prossimo articolo approfondiremo queste realtà sacramentali.

Antonio e Luisa

Farsi amore è molto più che fare l’amore

Fare l’amore. E’ di uso comune usare questa accezione per indicare il rapporto sessuale tra due persone legate affettivamente. Diverso dal sesso occasionale. Qualcosa di bello e di profondo. Quello che unisce tantissimo e lega anima e corpo. Sembra essere bello! Perchè no? Perchè allora interstardirsi con la castità prematrimoniale. Senza esplorare questioni teologiche e morali che sono più difficili e complesse vorrei restare in superficie. Vorrei limitarmi ad esaminare qualcosa che possa essere chiaro ed evidente a tutti, semplicemente ragionandoci un attimo sopra. Il problema è che si rischia un grande fraintendimento. Come se l’amore fosse racchiuso nelle sensazioni ed emozioni che quel gesto così totalizzante fa sperimentare.

Non è forse qesto il concetto che la nostra società ci presenta come modello unico di relazione o, almeno, l’unico che soddisfa. Ma è davvero così? Non può esistere, nel pensare comune, una relazione affettiva soddisfacente e profonda se non si vive anche sessualmente. Credo di poter affermare senza timore di smentite che pressochè tutti i fidanzati hanno rapporti sessuali, tanto che quei pochi che decidono di vivere in castità sono visti dai coetanei con la  curiosità di chi non li capisce e sono considerati quasi folcloristici. Una razza in estinzione, dei fondamentalisti o dei complessati. A volte è vero che si nascondono anche dei complessati, ma questo è un altro discorso.

Il sentire diviene la realtà fondante che costituisce e qualifica l’amore.  Il sentire sentimentale e corporeo diventa l’unico modo d’amare. Quando questo decade, non esiste più l’amore. Se succede tra fidanzati poco male, ma purtroppo succede anche a tanti sposi. Vanno in crisi perchè non sentono più nulla. Si dimentica, o peggio non si è mai compreso, che il sentire non è l’amore.

Questa visione dell’amore porta in sè diversi pericoli:

  • l’attrazione fisica è ridotta a quella sensuale. Ciò spiega il fallimento di tanti matrimoni. Solo l’attrazione fisica autentica è pilastro del matrimonio.  L’attrazione fisica autentica poggia sulla bellezza soggettiva , che abbraccia la totalità della persona, la dimensione fisica ed interiore. Questa bellezza implica la bellezza sensuale, ma non si riduce ad essa.
  • Il piacere sessuale è visto come amore e sua somma esperienza. L’amplesso fisico non è vissuto come momento di incontro e donazione degli sposi, ma come ricerca di piacere e di sensazioni fisiche. Tutto si riduce a un orgasmo. L’amore autentico viene svilito. La non comprensione di ciò genera crisi matrimoniali ed infedeltà.
  • L’esaltazione degli anticoncezionali e la svalutazione dei metodi naturali. La ricerca spasmodica del piacere non ammette limitazioni. Gli anticoncezionali sono visti come mezzo per separare l’amplesso fisico dalla procreazione e non avere così impedimenti alla ricerca del piacere, considerato indispensabile al benessere fisico e mentale.
  • La svalutazione delle doti corporee che esprimono l’amore matrimoniale: dolcezza, tenerezza e sentimento.   La dolcezza e la tenerezza sono doti corporee che spesso vengono sviluppate solo al fine di arrivare all’amplesso fisico. Questo modo di intenderle durante il fidanzamento influenza poi il matrimonio. Gli sposi sono spesso incapaci di vivere la tenerezza e l’attenzione tra loro se non in vista del rapporto fisico. Tutto ciò, alla lunga, rende questi gesti percepiti come falsi, causando incomprensioni e sofferenze. Senza contare che nel matrimonio esistono periodi in cui i rapporti sessuali sono più diradati e, se non si è imparato a vivere la dolcezza e tenerezza come modalità d’amare, si arriverà all’aridità e al deserto sentimentale tra gli sposi.

Cosa c’è di sbagliato in tutto ciò? Il centro delle attenzioni non è mai l’altro, ma sempre se stessi. I propri bisogni, le proprie pulsioni, la propria ricerca di sensazioni e di emozioni  sono il motore del rapporto. Tutto diventa importante solo in riferimento a questo.   Non si impara a spostare l’attenzione verso l’altro. Non si impara a FARSI AMORE. Farsi amore significa spostare l’attenzione sull’altro/a. Mettere al centro le sue esigenze e farne il centro delle nostre attenzioni e tenerezze.  Così, non solo potremo approfondire nel fidanzamento il dialogo e la conoscenza reciproca, ma impareremo e ci educheremo al dono e al sacrificio per il bene dell’altro. Perchè la vera prova d’amore non è lasciarsi trasportare dalla passione, ma saperla dominare e saper aspettare. Aspettare che quel gesto così bello abbia un significato autentico, che quello che diciamo col corpo sia espressione dell’unione definitiva dei nostri cuori.  Solo così impareremo a donarci gratuitamente e non condizionando il nostro dono all’appagamento sessuale ed emotivo che riceviamo in cambio, capacità che risulterà determinante poi nel matrimonio.  Le persone che hanno vissuto un fidanzamento casto e non hanno avuto rapporti prima del matrimonio difficilmente falliscono dopo  perchè sono capaci di nutrire il rapporto in ogni situazione. Solo se impareremo a FARCI AMORE potremo FARE L’AMORE e non solo del sesso. Solo se impareremo a FARCI AMORE, il nostro FARE L’AMORE sarà espressione di un amore autentico e bellissimo con il quale sperimentare nella carne il dono di sè vissuto in ogni momento della vita.

Antonio e Luisa

La Shemà del nostro matrimonio

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri. Non però soffermandomi sulla figura del samaritano ma sulla prima parte della Parola. Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importanti per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: e il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo  dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

Il matrimonio? Potrebbe fallire per le idee sbagliate

Oggi un articolo con tre provocazioni. Perchè dopo alcuni anni che ci occuppiamo di coppie e di amore ci siamo accorti che i problemi nascono spesso dagli stessi errori, da convinzioni sbagliate. Vi propongo le tre convinzioni a mio avviso più dannose.

  • L’amore non è un sentimento.
  • Ci sposiamo per completarci ed essere felici.
  • Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

L’amore non è un sentimento! Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni sia l’amore. Che solo quello sia l’amore?Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa chiamatelo come volete ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi passa e subentra altro, subentra l’amore. L’amore che è il nostro desiderio, che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasformazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone finito l’innamoramento si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non riescono con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento.

Due metà della stessa mela? Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti si sposano per essere felici? Penso tutti, Luisa ed io compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso quando ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, che sbaglia, che si arrabbia, che ha comportamenti irritanti, ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Infine il terzo punto. Nel matrimonio tutto sarà diverso. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili, ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Il rapporto sessuale è assolutizzante. Unisce tanto, da fidanzati troppo. Non permette di essere lucidi. Si rischia un errore gigantesco: sottovalutare atteggiamenti e comportamenti sbagliati. Si rischia di credere che poi nel matrimonio tutto potrà migliorare ed essere meglio. Tutte balle. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare, e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

Il fascino della diversità

Uomo e donna sono uno spettacolo. Come canta Jovanotti Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi io e teSiamo il vertice della creazione. Non solo l’uomo, non solo la donna, ma l’uomo e la donna insieme. Perchè in quella relazione c’è l’immagine più vera di Dio stesso. Non nell’uomo, non nella donna, ma nella relazione. Davvero Dio ci ha creato come solo Dio avrebbe saputo fare. Siamo meravigliosi non solo in quanto persone, ma ancor di più come coppia in una relazione sponsale che davvero è affascinante e misteriosa. Il nostro corpo non è un limite ma un’opportunità immensa.

Mentre scrivo ho qui accanto Luisa. La guardo e non posso non pensare quanto sia diversa da me, quanto sia proprio all’opposto da me per tante cose, ed è proprio questo che la rende così attraente. Il matrimonio è una sfida, una sfida che ci chiede di entrare sempre più in profondità in un mistero, nel mistero di una donna che è qualcosa di totalmente altro rispetto ad un uomo, nel mistero di una relazione che ci chiede una comunione non solo di cuore ma anche di corpo. Che bello ma anche come è difficile e quanti errori si fanno. Errori che nascono proprio dalla sicurezza che abbiamo di conoscere l’altro e cosa piace all’altro. L’errore di relazionarci come se l’altro fosse un altro noi, nel modo che piace a noi.

Se ci pensate bene il rapporto intimo tra gli sposi è davvero l’incontro tra due persone che sono distanti anni luce l’uno dall’altra. Hanno necessità diverse, stimoli diversi, impulsi diversi. Sono però accumunati dallo stesso desiderio di essere uno. Hanno lo stesso desiderio di comunione, e per realizzarlo è importante che imparino a dialogare. Ad aprirsi l’un l’altra per amarlo/a come l’altro/a desidera. Per conoscerlo/a profondamente.

Vi siete mai chiesti perchè nella Bibbia il verbo conoscere viene spesso associato all’atto sessuale? Perchè l’atto coniugale descrive la pienezza della conoscenza. Dio ci “conosce” come uno sposo e noi dobbiamo “conoscerlo” come la Sua sposa che accoglie completamente il suo sposo. Si capisce, allora, che il culmine della conoscenza è l’intimità, dove tutto è comune e dove la prevalenza è quella dell’amore. Ecco noi sposi, proprio nell’amplesso, siamo così in intimità da vivere una piena comunione. Siamo una carne e un cuore solo. Siamo immagine della Trinità.

Guardate anche solo come siamo fatti. Fisicamente e sessualmente. Gli organi genitali maschili fuoriescono quasi completamente dal corpo. Le donne al contrario possiedono organi genitali che sono quasi completamente all’interno del corpo. Il corpo parla. Il corpo ci dice chi siamo. L’uomo si sente realizzato in una relazione quando riesce ad uscire da sè stesso, dal suo egoismo, dal suo individualismo. E in questo suo uscire si scopre pienamente uomo. Non a caso nella famosa lettere agli Efesini San Paolo scrive: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Concretamente significa morire a noi stessi per donarci completamente all’amata, esattamente come Gesù si è dato totalmente per noi. La donna al contrario desidera accogliere in sè l’uomo per sentirsi amata e realizzata e scoprirsi pienamente donna. San Paolo infatti scrive: le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore. La donna, che vuole avere tutto sotto controllo, ha bisogno di abbandonarsi nella piena fiducia verso l’amato per vivere una vera comunione nella vita e nel rapporto intimo. Capite quale profondità c’è dietro le parole di San Paolo? Non è la semplice tiritera maschilista e patriarcale di una società arretrata e lontanissima dalla nostra. Sì, il linguaggio usato da San Paolo, oggi andrebbe rivisto e adattato alla nostra sensibilità ma il significato profondo è ancora attuale e verissmo, perchè parla di come siamo fatti.

Uomo e donna sono diversissimi anche in ciò che li stimola sessualmente. L’uomo ha fretta. L’uomo non ama i preliminari. Andrebbe subito al sodo. Gli basta guardare e toccare il corpo dell’amata per partire a mille. La donna no. Desidera essere corteggiata anche nel rapporto. Desidera essere al centro delle attenzioni del marito e solo così riesce ad abbandonarsi a lui. Luisa ascolta molte spose che raccontano le loro difficoltà. Si è accorta che tutte hanno le stesse necessità. Hanno tutte, almeno quelle che si sono confidate con lei, bisogno di preliminari lenti e teneri per riuscire ad abbandonarsi e ad aprirsi all’incontro.

Capite come siamo diversi? Ed è bellissimo così. Già perchè la relazione diventa attenzione per l’altro/a. Diventa cura e rispetto delle rispettive sensibilità. E alla fine diventa comunione del corpo e anche dei cuori. L’errore più grossolano e fatale che possiamo fare è piegare l’altro al nostro modo e alla nostra sensibilità di vivere l’intimità. E’ bello invece imparare, con il dialogo e con l’osservazione, ciò che l’altro desidera per crescere sempre più in piacere e in comunione, perchè gioia e comunione vanno di pari passo, crescono insieme.

Il sesso nel matrimonio permette di assaporare la comunione e la relazione in pienezza facendone esperienza nel corpo ed educa il cuore dei due sposi. I due sposi, proprio attraverso l’unione intima, acquisiscono uno sguardo diverso. Sempre più attento all’altro prima che a sè.

Come capire se vivete il vostro rapporto con questo atteggiamento? Semplice dopo tanti anni di matrimonio avrete ancora voglia di fare l’amore perchè dell’amore autentico non ci si stanca mai. Dell’egoismo invece ci si stanca presto.

Antonio e Luisa

Che meraviglia il matrimonio

Due giorni fa Luisa ed io abbiamo festeggiato venti anni di matrimonio. Cominciano ad essere tantini e quando si sta insieme da tanto tempo si può correre il rischio di dare per scontato quello che scontato non lo è per nulla. Devo imparare a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Settemilatrecento giorni che mi sceglie. Quando me lo merito e quando invece non merito nulla. Il matrimonio ci ha reso uno, è una realtà sacramentale, cioè operante e reale seppur invisibile agli occhi. Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il matrimonio c’è una nuova creazione. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, ma non basta tutta la vita per rendersene conto ed esserne consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre meglio e sempre più profondamente. C’è però un grande rischio. Non riflettere su questa realtà. Darla per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi essere riconoscenti. Spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Tra le tante cose da fare, tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Tra tutte queste cose devo trovare il tempo. Mi devo fermare per contemplare la mia sposa come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale. Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non imprigiona e rende liberi. La sola persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per chi sono.  La meraviglia di chi si sente prezioso agli occhi di una persona che ti sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a te. Dirle grazie significa riconoscere che abbiamo ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per chi è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

Un matrimonio nella provvidenza

Siamo così giunti alla quarta puntata della storia d’amore di Riccardo e di Barbara. Cliccate qui se desiderate leggere le precedenti puntate (1 2 3). Riccardo ha avuto una storia travagliata, una famiglia di origine complicata e dopo tanto servizio, preghiera e l’incontro decisivo con fratel Biagio è arrivato a comprendere il disegno di Dio sulla sua vita: vivere di provvidenza a servizio dei più poveri. Lì incontra Barbara che scopre nel tempo di condividere lo stesso desiderio. Inizia così la loro storia insieme, un amore donato ai più poveri al fianco di fratel Biagio.

Dopo tanta preghiera e il sì tanto atteso di Barbara a diventare mia moglie, ebbi più tentazioni che mai. La nostra scelta disturbava il demonio, almeno io ne sono convinto. Così come esiste Dio, esiste anche il demonio che irrompe con tutta la sua forza corruttrice. Mi ha tentato attraverso i social. Un caso mi ha colpito particolarmente. Tra le mie amiche virtuali c’era una hostess che, ho scoperto poi, viveva di prostituzione. Io mi sentivo fortissimo, pieno di Spirito Santo e avevo la presunzione di pensare che niente mi avrebbe potuto scalfire. Eppure non è così, siamo sempre deboli senza Gesù. Questa donna mi contattò e mi propose di organizzare una festa per l’addio al celibato, con lei e una sua amica. Dopo il mio primo rifiuto ha insistito inviandomi anche una sua foto. Lì ho deciso di bloccarla. Una cosa che non mi era mai successa prima. Questa è solo una ma fui tentato in tanti altri modi. Ormai la mia scelta era presa e la mia volontà salda.

Abbiamo accennato, nei precedenti articoli, che il nostro matrimonio si svolse in maniera inusuale. Non avevamo soldi né per la festa né per null’altro, perché io vivevo di provvidenza da anni e Barbara non veniva pagata da mesi. Ma neanche per un attimo pensammo di non sposarci perché non avevamo niente, per noi il matrimonio era l’unione con Dio, tutto il resto sarebbe stato un di più. Ebbene, il buon Dio ci venne in aiuto. Fu una corsa a chi non voleva farci mancare niente; cominciò il responsabile della casa famiglia di Pedara dove vivevo, che ci regalò le fedi, la location e il pranzo del ricevimento. La Parrocchia Maria Immacolata della Medaglia Miracolosa mise a disposizione il coro e fece una colletta per regalarci il viaggio a Roma per incontrare il Papa in udienza privata, ci fu anche chi si offrì gratuitamente come fotografo. Un medico d’ospedale mi donò l’abito per sposarmi; un mio caro amico, coltivatore di fiori e piante di Nicolosi, ci donò tutti i fiori da mettere in chiesa; mentre una donna che conoscevo da poco volle regalarci le composizioni di fiori per ogni tavolo della sala. Un insegnante di una scuola alberghiera, mio amico, coinvolse i suoi studenti come camerieri per il ricevimento e un rinomato pasticciere ci regalò la torta nuziale. Poi si aggiunsero maestri di sala e cuochi. Tramite social mi contattò una donna che voleva regalarci le bomboniere, ma rifiutammo! Della festa, una delle poche cose che avevamo programmato era proprio la bomboniera, a cui volevamo dare un valore simbolico come invito alla preghiera e che sarebbe stata la coroncina del Santo Rosario (donataci dalla Missione di Speranza e Carità), per rinraziare Maria che tanto avevo pregato per sposarmi con Barbara e per questo progetto di totale servizio ai poveri e a Dio. Ma questa donna non si arrese e ci volle regalare comunque un sacchettino che avrebbe contenuto il Rosario e dei buonissimi confetti. Tutto quello che stavamo vivendo nei giorni precedenti al matrimonio, lo raccontai sulla mia pagina facebook ‘’La Gioia’’ e attraverso questa arrivarono, oltre agli auguri, tante piccole donazioni da varie parti del mondo.

Con la somma raccolta decidemmo di finanziare un progetto della casa-famiglia per il recupero di persone con disabilità. Alcuni regali arrivarono dai nostri parenti più stretti, che vollero assolutamente che tenessimo qualcosa per noi. Barbara sostenne di essere stata una delle poche spose (o forse l’unica!) a non aver scelto niente del ricevimento e che tutto in quel giorno è stata una sorpresa. Anzi, pensandoci bene, la sera prima del matrimonio ci accorgemmo di non aver stampato i menù da porre sui tavoli degli invitati. Barbara li realizzò graficamente ed un amico scout tipografo, dopo aver aperto di sera la tipografia per noi, ci venne in aiuto stampandoli (anche queste stampe ci furono donate dal sacerdote).

Finalmente arriva il giorno del matrimonio, il 12 Febbraio 2016, pioveva. Circa 100 gli invitati, di cui oltre la metà erano gli accolti della casa famiglia, tra cui molti disabili, alcuni amici, la famiglia di Barbara e mia madre, mentre nessuno dei miei parenti era riuscito a venire. Tutto è stato meraviglioso! Durante la messa, la prima lettura è stata proclamata da una suora missionaria, la seconda lettura, l’Inno alla Carità, scritta in braille, da una amica insegnante di italiano non vedente; mentre la leggeva, a proposito di carità, è arrivato proprio in quel momento Fratel Biagio. Si è respirata un’aria di festa in cui la Madonna e Gesù erano con noi. Tutti gli invitati si sono emozionati, la celebrazione si è svolta in un clima di grande gioia. In primo piano il Sacramento, l’unione con Dio e poi una bella festa, voluta da tanti che hanno creduto in noi. Dopo qualche giorno siamo partiti per Roma per un viaggio di tre giorni, nostra meta del viaggio di nozze, dove siamo stati ricevuti da Papa Francesco e a cui abbiamo raccontato brevemente la nostra storia e regalato la nostra bomboniera; poco dopo siamo stati intervistati da Tv 2000 sulla nostra scelta di vita. E’iniziato così in maniera forte il nostro matrimonio, il nostro cammino con al centro Gesù e con Maria come nostra Madre. Quante lotte, quante battaglie vinte solo grazie alla fede. Confidiamo in Dio e tutto sarà possibile!

Riccardo e Barbara

Come sigillo sul cuore. A settembre per riscoprirsi una meraviglia

Luisa ed io abbiamo deciso di approfittare del blog per presentare e promuovere la nostra proposta per le coppie di fidanzati e di sposi. Lo facciamo perché ci crediamo tantissimo. Ormai siamo giunti alla quinta edizione di questo modulo pensato e costruito per aiutare le coppie a riscoprire la bellezza che le costituisce. Partendo da ciò che siamo, dal nostro essere maschio e femmina. Con tutti i nostri limiti, fatiche, contraddizioni. Siamo una meraviglia. A volte presi da tante fatiche, impegni e preoccupazioni perdiamo la capacità di contemplare ciò che siamo e la ricchezza che abbiamo ricevuto.

Se Luisa ed io crediamo così tanto in questa proposta è perché noi stessi ne abbiamo sperimentato la potenza e la bontà di questo seminario nella nostra relazione. Se oggi ci occupiamo di scrivere di matrimonio e di accompagnare le coppie che si rivolgono a noi, è grazie a quanto abbiamo compreso in un percorso iniziato proprio con un’esperienza così.  Questo corso ci ha cambiato la vita, in meglio. Dopo questo corso abbiamo capito cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto, un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, parleremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da noi, ma non solo. Saremo un’equipe di cinque famiglie accompagnate da un sacerdote. Un sacerdote incredibilmente preparato. Padre Luca Frontali collabora da anni con Mistero Grande e con Retrouvaille. Laureato in Scienze della famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II e attualmente è dottorando in teologia matrimoniale. Avremo con noi nell’equipe una dottoressa in ginecologia che potrà essere un supporto importante per tutte quelle problematiche concernenti la sessualità.

Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa?

Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro. Vorrei concludere con alcune riflessioni che ci sono state regalate da chi ha già partecipato al corso. Ne abbiamo selezionate due.

Terry con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci ha detto: Attraverso il corso ho riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ho scelto e la bellezza del mio sposo. Sento di essermi sposata nuovamente durante questo corso.

Un’altra bellissima testimonianza è arrivata invece dopo un colloquio personale con una sposa: Cara Luisa ho raccontato a mio marito quanto ci siamo dette, è rimasto così felicemente sorpreso che abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi preziosi consigli. È stato meraviglioso. C’è ancora tanto da fare ma ora sappiamo come farlo. Grazie di cuore per tutto quello che fate.

Quindi cosa aspettate? Iscrivetevi. I posti sono limitati. La bellezza è attraente. È ciò che più desideriamo, tutti, nel profondo. Perché la bellezza è la caratteristica dell’amore e di Dio. Il corso è aperto a sposi e anche ai fidanzati (saranno collocati in camere separate). Ci vediamo, se siete interessati, dal 9 al 11 settembre presso la Casa di Spiritualità Sant’Obizio ad Angolo Terme provincia di Brescia. Per informazioni contattaci, saremo lieti di rispondervi e di chiarire eventuali dubbi 3388575865 (Antonio)

La castità non toglie ma dà (2 parte)

Riprendiamo la nostra riflessione da dove l’abbiamo interrotta ieri (clicca per leggere la prima parte)

Antonio e Luisa: cosa abbiamo imparato da questa nostra esperienza? Uomo e donna sono diversi. La castità dipende soprattutto dalle donne. Non sempre è così ci sono certamente delle eccezioni. Spesso è così. Costitutivamente gli uomini sono portati a pensare spesso al sesso. Hanno in testa solo quella cosa lì? Certamente no ma ci pensano molto più delle donne. Lo dice la scienza. L’uomo dal momento della pubertà cresce nel desiderio sessuale di 20 volte, la donna solo di due. L’uomo pensa al sesso in media 19 volte al giorno. La donna molte di meno. Questo secondo una recente ricerca americana. E questo è normale. Questa evidente differenza sessuale tra uomo e donna ci dice due realtà:

  • La vera prova d’amore non è quando l’uomo chiede di fare sesso, ma è esattamente l’opposto. E’ quella che la donna può chiedere al suo amato. Una donna è molto affascinata e si sente amata e rispettata quando il suo uomo è capace di controllare la parte più istintiva che c’è in lui. Desidera ardentemente l’incontro fisico, ma è capace di dire con le parole e con l’atteggiamento: ti voglio così bene che sono disposto ad aspettare perché tu lo desideri. Se capisse poi che vivere quel gesto prima del matrimonio sarebbe una menzogna, sarebbe il top. Ma ci può arrivare per gradi. Per Antonio, come abbiamo raccontato ieri, è stato così. L’ha compreso dopo.
  • La castità dipende soprattutto dalla donna. E’ la donna che deve contenere l’uomo. Lo dice come siamo fatti. Venti volte contro due; ricordate? Molte donne hanno paura di non essere accettate se dicono di no. Credono che in fin dei conti vada bene così, vi ripetiamo che non vogliamo giudicare chi fa scelte diverse, ma raccontiamo la nostra testimonianza, di come Luisa mi ha conquistato. Dicendomi di no mi ha fatto comprendere il suo valore e gliene sono grato La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla, ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse una frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato.

Quindi nel fidanzamento casto non c’è contatto fisico? Cosa è giusto fare nel fidanzamento? Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare quindi il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza, il fidanzamento, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

La castità non toglie ma dà (1 parte)

Dopo tutto lo scalpore suscitato dalla proposta alla castità contenuta nel documento redatto a cura del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita dal titolo Itinerari Catecumenali per la vita matrimoniale, abbiamo pensato di testimoniare anche noi la bellezza e l’importanza della castità.

Antonio: avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Da pochi giorni stavo con Luisa. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla, ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimento grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose, ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo capriccio e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva, ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irritazione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no.  Non perchè fosse meglio delle altre. Lei si sentiva amata. Amata da Dio. Questa è la differenza. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità.

Luisa: Prima di sposarmi, un’amica mi chiese: Come fai a sposare un uomo che non conosci sessualmente? E se non andasse bene per te? E se non ti piacesse come fa l’amore? E se ci fossero brutte sorprese? Questa obiezione alla castità prematrimoniale sembra ragionevole. In realtà, si basa su un presupposto sbagliato. Il presupposto sbagliato è questo: ogni individuo avrebbe determinate caratteristiche immutabili anche per quanto riguarda il comportamento sessuale. Invece, il rapporto sessuale è il frutto, appunto, di un rapporto, di una relazione; si procede insieme, s’impara insieme, ci si mette in ascolto dell’altro/a, si rispetta la sensibilità dell’altro/a, ci si accoglie e ci si dona. Mi ricordo di un film di successo “Il favoloso mondo di Amélie”, una commedia romantica. Attenzione ai film romantici: fanno un sacco di danni! Insomma, Amélie ha alcuni rapporti sessuali con uomini diversi e non prova alcun piacere. Finalmente arriva l’uomo giusto e, come d’incanto, anche il rapporto fisico è perfetto. Non è così! Anche con l’uomo giusto, quello che si sposa, quello con cui si passa tutta la vita, s’intraprende un cammino, non va sempre tutto bene. La cosa bella è che il matrimonio è indissolubile: si può provare, sbagliare, migliorare, regredire, progredire, nella certezza che quell’uomo resterà per sempre. Purtroppo per le ragazze di oggi, i ragazzi, chi più chi meno (anche indirettamente) sono andati a scuola di pornografia e (quasi) tutti, ragazzi e ragazze, sono convinti che l’amore si debba fare più o meno come nei video pornografici. Quindi, anche le ragazze si adeguano, pensando che non ci sia altro da fare se non consumare rapporti veloci e violenti senza dolcezza, tenerezza e sentimento. Dolcezza, tenerezza e sentimento si sprecano invece nei nomignoli, nei regalini, nelle frasi tratte dai Baci Perugina. Al contrario, la castità prematrimoniale è proprio diventare esperti di dolcezza, tenerezza e sentimento, tramite sguardi, baci e carezze. Sono le ragazze che devono insistere su baci e carezze dal collo in su. Il ragazzo se ne andrà? Siete proprio sicure? Se ne andrà il ragazzo sbagliato, ma quello giusto no.

Domani proseguiremo con questo discorso e racconteremo i frutti meravigliosi che abbiamo maturato con la scelta di vivere castamente il fidanzamento. Frutti venuti molto utili poi nel matrimonio.

Antonio e Luisa

Dio ha una volontà particolare su ognuno di noi?  E quale è la risposta personale di ognuno di noi al desiderio di Dio?

Ricordate Riccardo e la sua testimonianza. Se non lo ricordate vi lascio il link ai suoi articoli (1 2). Ora lascio la parola a Barbara che ci racconterà come lei è arrivata alla scelta di sposare Riccardo.

La mia scelta.

Spesso guardo al mio passato come un succedersi di eventi, più o meno belli e significativi; ma se rileggo la mia vita sotto lo sguardo di Dio, il passato mi fa apparire delle nuove possibilità e mi fa diventare più sensibile agli appelli che Egli mi rivolge, che mi rivelano il Suo desiderio, la Sua attesa e la Sua speranza: vedermi portare frutto (Gv 15,16). Affidandomi allo Spirito, riesco a vedere la grazia negli eventi più disparati e a glorificare Dio nella prova come nel successo. Penso che ciò che Dio si attende da me non è che io scelga nella mia vita una via anziché un’altra, ma che ne faccia un buon uso; che io scelga in seguito ad una riflessione profonda, leale, senza paure, chiamandomi in tutte le cose alla perfezione della carità e a riflettere nella mia vita la santità del Padre. Penso che il disegno di Dio su ognuno di noi sia la volontà d’alleanza, il desiderio di comunione, progetto che può rivolgersi solo a persone libere, perché così Dio ci ha creati, lasciandoci liberi di scegliere.

Sento che la mia scelta di vita, dedicata ai poveri, mi rende libera e in comunione col Signore. E a chi mi dice ‘’ma chi te l’ha fatto fare’’ rispondo..’’ chiedimi semmai perché non l’ho fatto prima..’’. Ma cosa è stato il mio ‘’prima’’.

Al primo anno di università alla Facoltà di Architettura di Palermo, nel 1989, sentì forte il desiderio di mettere a disposizione le competenze che man mano stavo acquisendo, a favore dei bambini poveri dell’Africa che vedevo in TV. Avrei voluto costruire scuole per loro da architetto. Seguì così, su suggerimento dei Salesiani, un corso di operatori missionari a Pedara (piccolissimo paese in provincia di Catania), dovevo prima prepararmi a cosa avrei trovato lì. Dopo un anno abbandonai il corso, presa da mille pensieri, lo studio, dopo il lavoro. Senza accorgermene, risucchiata dai ritmi della società, trascorsero più di vent’anni.

Un giorno, mentre ero a Palermo (dove poi scelsi di vivere -io sono originaria di Ragusa), morì il mio carissimo amico ragusano Toti. Toti era una persona speciale amata da tanti ma con una profonda inquietudine dentro che lo portava a mangiare tanto; l’obesità fu una delle maggiori cause della sua morte. Toti morì solo e questo mi toccò profondamente; pensai che nessuno meritava di rimanere da solo e di non essere aiutato. E quando poco tempo dopo vidi in TV un’intervista di Fratel Biagio (che non conoscevo) rimasi stupita: Fratel Biagio aveva una somiglianza fisica sconvolgente con Toti, stesso sorriso, stessa espressione degli occhi e quell’uomo vestito di verde invitava tutti ad aiutare i più bisognosi e ad aprire il proprio cuore. Quel volto e quelle parole risvegliarono in me il desiderio sopito ormai da più di vent’anni di dedicarmi agli altri e così andai a conoscere il missionario e tutta la comunità; da quel giorno rimasi piacevolmente imbrigliata in quella rete d’amore. Toti era nato il 12 Febbraio e in suo ricordo decidemmo di sposarci in quel giorno.

Dopo qualche anno di volontariato in missione, ho conosciuto Riccardo in un periodo molto travagliato per me: il lavoro non andava più bene, non venivo retribuita puntualmente e questo mi causava molte difficoltà, vivevo da sola, avevo un affitto da pagare, spesso saltavo i pasti, percorrevo 15 km a piedi ogni giorno per andare al lavoro, non potevo acquistare l’abbonamento del bus, lavoravo 10/12 ore al giorno. Ero fisicamente distrutta, mi sembrava di essere caduta in quel circolo vizioso in cui si vive per lavorare per mantenersi cose che reputavo allora necessarie e cosa più grave, così vivendo, non avevo più tanto tempo per gli altri. Mi stavo isolando, stavo vivendo per me stessa. Di giorno vendevo il lusso contribuendo alla progettazione e all’arredamento di interni di bellissime case, la sera con la missione andavo in giro per la città di Palermo ad incontrare i senza fissa dimora: un contrasto troppo forte che mi fece però capire che il Signore mi chiamava ad una scelta d’amore più radicale.

Quando ho conosciuto Riccardo ho capito, a 44 anni, che lui era l’uomo che avrei voluto sposare. Ero titubante però perché per sposare Riccardo e il suo progetto di vita, che sentivo sempre più mio, avrei dovuto lasciare tutto e occuparmi solo dei poveri e vivere di provvidenza; ma la preghiera di Riccardo e di tante persone e il sentirmi amata e utile per i poveri mi hanno spinta a fare questo salto nelle braccia dei Signore e in quelle di Riccardo. Lasciai Palermo e la mia vita lavorativa.

Il giorno del nostro matrimonio, il 12 Febbraio 2016, il nostro desiderio era quello di unirci a Dio nel Sacramento del matrimonio, mettere Dio al centro, consacrarci a Lui davanti all’altare, consapevoli che solo così avremmo trovato la forza di affrontare la nuova vita insieme e al servizio degli altri. Mi ritrovai di nuovo a Pedara, perché proprio lì, viveva Riccardo in casa-famiglia, nello stesso paese dove 25 anni prima avevo frequentato il corso di operatore missionario. Dio-incidenza.

Vi sono molte dimore del Padre: Dio attende che là noi edifichiamo la nostra. Lui lavora assieme a noi. Ci siamo sposati non avendo nulla e tutto ci è stato donato; la meraviglia del nostro matrimonio la racconteremo nel prossimo articolo.

(n.b. alcune riflessioni sono tratte da uno scritto di Michel Rondet, Claude Viard, La crescita spirituale. Tappe, criteri di verifica, strumenti, EDB, Bologna 1988)

Barbara Occhipinti

Un matrimonio in zona rossa

Siamo Elisabetta e Leonardo, una giovane coppia di sposi che ha iniziato a camminare insieme nell’estate dell’anno 2017 dove, in un’occasione “fortuita”, ci siamo incontrati e riconosciuti come compagni di viaggio nella fede. Così, fin dall’inizio abbiamo sperimentato una particolare e preziosa comunione, forte e profonda, che travalicava la nostra realtà e la nostra storia. Ben presto, infatti, abbiamo compreso che Qualcuno si stava rivelando ad entrambi attraverso l’altro e che ci stava chi-amando verso Lui insieme.

I nostri primi passi nell’Amore sono iniziati col cammino vocazionale ad Assisi nell’agosto dello stesso anno e da lì per un intero anno più volte siamo tornati per frequentare le esperienze formative dei Frati Minori (Servizio Orientamento Giovani). Questi insegnamenti ci hanno aiutato a fondare il nostro fidanzamento su tre pilastri: dialogo, preghiera e castità.

Negli anni successivi non sono mancate le difficoltà e le discussioni, come anche confronti sinceri e dialoghi cuore-a-cuore, esperienze profonde di spiritualità e faticose camminate alpine, paradigma del nostro quotidiano. Nelle fasi delicate di crescita personale e discernimento vocazionale siamo stati accompagnati dal nostro padre spirituale, appartenente alla FCIM, e dalla comunità di Montignoso, luogo a noi vicino e da sempre molto caro.

Il desiderio di entrare pienamente nella nostra vocazione col matrimonio è stato presente sin da subito ma sono stati necessari e benedetti circa tre anni per purificarlo, verificarlo e rafforzarlo. Uniti dall’amore a Lui e fiduciosi della sua Provvidenza, abbiamo compreso che i tempi erano maturi per pronunciare il nostro SI, per offrire sull’altare la nostra piccola vita e riceverne un’altra a due, anzi a Tre per mezzo della Sua Grazia.

Avevamo scelto la data 21/03/21 perché rappresentava l’essenza del matrimonio per noi: da 2 diventiamo 1 ma in realtà siamo in 3, con Gesù, lo Sposo della nostra coppia. Coincideva, inoltre, con il primo giorno di Primavera, segno della nuova vita che fiorisce, e di Domenica, giorno della Resurrezione.

In seguito, abbiamo scoperto che tale giorno cadeva in Quaresima, tempo di preghiera, elemosina e digiuno, tempo per fare spazio ad accogliere l’Amore di Dio per noi, manifestato nella sua Passione e Resurrezione. Inizialmente, questa consapevolezza ci ha destabilizzato, considerato che fino a non molto tempo fa non era consentito celebrare le nozze in questo tempo di silenzio e raccoglimento per la vita di un cristiano. Per di più, col passare dei mesi e il nuovo aggravarsi della situazione pandemica, altre rinunce ci sono state chieste per adeguarci alle disposizioni sanitarie e alle limitazioni per le presenze e i festeggiamenti.

Ciononostante, rinnovando seppure con fatica ogni giorno la nostra fiducia nella sua Promessa, abbiamo scelto di mantenere la data e vivere il nostro giorno in piena comunione con la Chiesa e con la realtà, obbedendo alle potature previste e riconoscendo come dono per noi l’invito alla Sobrietà.

Il 21 marzo 2021 ci siamo sposati in zona rossa, in una Pieve in cima a un monte, nel bel mezzo della campagna sanminiatese, ma non per questo lontani o soli. Il Signore ha trasfigurato i nostri volti e il nostro fragile amore umano di fronte ad un’assemblea gremita (ma distanziata, giunta sin da lontano), con una celebrazione intima e sentita, oltre che grandiosamente partecipata e animata. Una Sua manifestazione che ha superato le nostre aspettative e ogni misura o limite, giungendo nelle case di tutti coloro che volontariamente o casualmente si erano connessi sui social network, dove avevamo condiviso la diretta per poter permettere di seguire ai malati, agli anziani e a chi non poteva raggiungerci diversamente. La sobrietà e la piccolezza sono state da Lui moltiplicate in Bellezza e Pace per centinaia di persone. Noi eravamo inconsapevoli protagonisti di un’opera grande dall’impensabile risonanza mediatica e spirituale per noi e per i tanti cuori in ascolto, bisognosi di speranza in tempi di chiusura.

Nonostante pandemia, restrizioni e tanti ostacoli per noi e gli invitati, tutto è stato ricolmato e ricompensato in sovrappiù e immeritatamente. Nella sua unicità, non è mancato niente… Abbiamo visto l’Amore vincere! A fine giornata, infine, ci siamo recati al Santuario di Montignoso per offrire in dono un mazzo di fiori alla Vergine Maria, in segno di ringraziamento per la sua santa protezione e di affidamento della nostra giovane famiglia. Oggi possiamo confermare quanto custodivamo nel cuore otto mesi fa: Sposarsi in Quaresima e in tempo di pandemia ha significato per noi esprimere la volontà di voler crescere insieme nella rinuncia al proprio egoismo (digiuno), nel dono di sé (elemosina) e nell’intimità con Lui (preghiera) per fare spazio al suo Amore che, abbiamo sperimentato, ci benedice e rende felici.

Leonardo ed Elisabetta

Accogliere non basta se non cambia la tua vita.

Oggi vorrei tornare su una piccola polemica che mi ha visto coinvolto con don Marco Pozza. Sì voglio fare nomi e cognomi perchè alla fine non c’è nulla di cui vergognarsi. Don Marco è una persona bella e si occupa di atività non facili come l’accompagnamento dei carcerati. Attività importanti. Quindi don Marco ha tutta la mia stima. In questo caso però, a mio avviso, ha sbagliato. Un errore comune a tanti credenti. Credo che don Marco rappresenti un numero sempre più consistente di persone all’interno della Chiesa. Non a caso ho letto ultimamente della partecipazione degli scout al gaypride. Hanno partecipato perchè si sono sentiti di farlo proprio in quanto cristiani. Così hanno risposto alle critiche i responsabili. Questa mia riflessione non vuole quindi essere un attacco a qualcuno ma una serie di punti che vorrei analizzare. Partiamo dall’inizio. Cosa è successo? Don Marco ha postato degli auguri per l’unione civile di Alberto Matano (giornalista e volto televisivo) con il compagno Riccardo Mannino. Lo ha fatto definendo quell’unione matrimonio. Questa esternazione ha creato scalpore e la solita ed immediata divisione in due schieramenti contrapposti. Da una parte gli entusiasti contenti dell’apertura mentale del prete che è stato capace di vedere l’amore tra due persone senza regole preconfezionate e limitanti e chi, come me, ha colto la gravità della dichiarazione. In una frase ha distrutto la morale e la teologia cristiana sul matrimonio e sull’amore.

Inutile nasconderlo. Questi due schieramenti ci sono da tempo e da tempo si fronteggiano all’interno della nostra Chiesa. Non è questione di poco conto. Ora mi permetto alcune considerazioni. Siete liberi di commentarle anche criticarle dicendo la vostra.

NON SI CONDANNA MAI LA PERSONA. Una delle critiche che maggiormente ricevo quando affronto questi temi è la presunta mancanza di misericordia. Vengo accusato di mettermi al di sopra degli altri e di giudicare situazioni che io non vivo e sofferenze che non conosco. Sono d’accordo su tutto. Io non sono meglio di Alberto o Riccardo. Io non li conosco e avranno sicuramente come tutti noi dei pregi e dei difetti. Conosco però bene i miei limiti, i miei peccati e i miei sbagli. Questo mi permette di non sentirmi meglio di loro. Appunto per questo mi identifico con loro e mi chiedo: cosa vorrei per la mia vita? Qualcuno che mi desse ragione o qualcuno che mi amasse nella verità? E qui arriviamo alla seconda riflessione. Cosa significa accogliere?

ACCOGLIERE NON BASTA SE NON CAMBIA LA TUA VITA. Avevo già scritto in passato proprio di questo tema e riprendo la stessa riflessione perchè è sempre più attuale. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, ci ha fatto intendere che è importante che al centro della pastorale e dell’accompagnamento venga messa la persona concreta, con la sua storia, i suoi problemi, le sue ferite e i suoi errori, per condurla alla pienezza. Questo è meraviglioso. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il Pontefice ha lanciato ai suoi preti e a noi tutti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Spesso perchè non c’è più la capacità di accompagnare. Soprattutto per quanto riguarda il sesto comandamento. Si parla di amore in modo spirituale come se il corpo non c’entrasse. Come se atti, atteggiamenti e comportamenti non fossero decisivi nel vivere in modo autentico o falso l’amore.  Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di fragilità e peccato, come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Un po’ di tempo fa in un’omelia, un sacerdote, persona di fede e a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Significa mettersi accanto a quella persona con pazienza ed allenarle giorno per giorno fino a farla arrivare in vetta. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire alla persona omosessuale che Dio la ama sempre e comunque, ma solo nella castità sarà felice e potrà vivere relazioni pienamente umane. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi.

  1. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria in cui mi trovavo, ma Dio mi voleva figlio di Re.
  2. Non esiste una legge naturale. Il caos. Ognuno trova la sua verità. L’amore è tutto e niente. E’ inutile tutto il magistero e l’insegnamento della Chiesa. Noi sappiamo che non è così. La legge non è una serie di richieste astratte e frustranti ma è il nostro libretto delle istruzioni per capire il nostro cuore e diventare pienamente uomo e pienamente donna.

Vi piace una Chiesa così? E’ attraente? Certamente no. Non ti rende migliore. La Chiesa deve invece avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata. Io lo so che è così. Io conosco quello sguardo. Uno sguardo che ho trovato in padre Raimondo Bardelli e che mi ha dato la forza di cambiare la mia vita. Uno sguardo che trovo ogni giorno nella mia sposa che mi da la forza perseverare e di non tornare indietro.

Antonio e Luisa