Neanche i cieli dei cieli.

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30) In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore.  Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!  Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.  Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

Questi capitoli sono affascinanti perché ci testimoniano di quanto onore il popolo di Israele riservasse all’Arca dell’alleanza, prefigura dei nostri tabernacoli nei quali è contenuto non una o due tavole di pietra, ma il Signore stesso, nascosto ai nostri occhi sotto le specie eucaristiche. Già su questo aspetto dovremmo farci (noi come Chiesa del tempo presente) un serio esame di coscienza perché nella maggioranza delle nostre chiese il tabernacolo non solo non è trattato almeno quanto l’Arca dell’alleanza, che già sarebbe molto, ma spesso viene trattato alla stregua di un mobile della cucina da cui si prelevano e si rimettono sale, olio e pepe più volte mentre si prepara il pranzo.

La nostra attenzione maggiore però oggi vorremmo riservarla ad un passaggio della preghiera di Salomone : Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito. Questa frase rivela la fede di Salomone nella grandiosità dell’Altissimo, rivela la sua coscienza di essere creatura e non Creatore, rivela la sua incrollabile certezza che Dio è infinito ed eterno.

Certamente Salomone ci sta davanti come modello di atteggiamento nei confronti di Dio, ma l’Antico Testamento trova compimento nel Nuovo, e qual è questo compimento? Ce ne sono diversi, ma ne prendiamo solo un paio: i due sacramenti del Battesimo e del Matrimonio.

Vogliamo fare una catechesi su questi due sacramenti? No, solamente far emergere un aspetto che li accomuna.

Quando un bambino entra in chiesa per essere battezzato non è lo stesso di quando esce da battezzato. Con i nostri occhi vediamo ancora tutto come prima (similmente a ciò che avviene con l’Eucarestia), ma la sostanza sotto l’apparenza è radicalmente cambiata: è una creatura nuova, è una creatura marchiata con un sigillo di appartenenza eterno ed incancellabile, è divenuto figlio di Dio, coerede di Gesù Cristo, non è più sotto la schiavitù di Satana ma è diventato tempio dello Spirito Santo, la Trinità stessa inabita in quella creatura nuova.

Ma com’è possibile? Non è vera la frase di Salomone?

Quale realtà grande: quel Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere si fa piccolo piccolo per inabitare in noi, quale sublime atto di umiltà e grandezza nello stesso tempo. Quel tempio di Salomone era prefigura non solo dei nostri templi ma anche di noi battezzati, veramente il nuovo ha portato a compimento ciò che nel vecchio era solo prefigurato.

E questo aspetto del Battesimo ci fa capire perché esso sia necessario per il sacramento del Matrimonio, perché solo tra due persone (maschio e femmina) che sono tempio dello Spirito Santo può inabitare Gesù con la sua presenza reale.

A quale grandezza dunque siamo chiamati noi sposi che siamo tempio dello Spirito Santo e tra noi abita realmente Gesù Cristo, è certamente una grandezza che ci supera, non la meritiamo assolutamente, ma così è.

Quando dunque trattiamo il nostro coniuge con disprezzo, chi stiamo disprezzando in realtà, se dentro lui/lei inabita la Trinità stessa? Quando ci ostiniamo a non voler cambiare per amarlo/la meglio ma restiamo fermi sulle nostre false sicurezze di essere noi i perfetti, chi è che decidiamo di non amare meglio se in lui/lei inabita il Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere? Quando il nostro coniuge diventa solo l’oggetto delle nostre fantasie a luci rosse, non stiamo forse disonorando la reale presenza di Gesù tra noi? Quando trattiamo lui/lei come lo schiavo che ci deve servire e riverire in tutto e per tutto, chi stiamo schiavizzando se è tempio dello Spirito Santo?

La Quaresima è ormai alle porte, chi ha orecchi per intendere, intenda.

Giorgio e Valentina.

Abbiamo la febbre anche noi?

Il Vangelo di ieri è molto significativo. Perché è così importante scrivere della febbre della suocera di Pietro? Che miracolo è? Uno si aspetta che Gesù cominci con il botto e invece cura una semplice febbre. Dai ci saremmo aspettati di più. Non dico subito di resuscitare un morto ma almeno un lebbroso o un paralitico. E invece la febbre. Ma vediamo cosa c’è dietro.

Gesù era di ritorno dalla sinagoga dove aveva predicato ed aveva liberato l’indemoniato. Ricordate il Vangelo di domenica scorsa? La suocera di Pietro non c’è potuta andare. Aveva la febbre. La febbre rappresenta tutti quei mali che abbiamo dentro e che non si vedono. Rappresentano le nostre ferite, la nostra incredulità, il nostro egoismo, la nostra durezza di cuore. Tutto quello che ci impedisce di andare incontro a Gesù. Di andarlo a cercare a casa sua. Nella Chiesa.

Allora è Gesù che viene da noi. Nella nostra casa. Mi rivolgo in particolare a tutte quelle persone che lamentano un marito – o una moglie – duro di cuore che non crede e che non si comporta neanche così bene con loro. Chi ha la febbre non riesce a fare nulla. Ha bisogno di essere servito. Il centro di tutto è solo lui, le sue esigenze, i suoi bisogni e il suo umore. L’altro diventa un mezzo, uno strumento. Una cosa da usare. Ma poi avviene il miracolo. Ok non sempre avviene ma voi siete l’unica occasione che l’altro avrà di fare esperienza di Dio. Di fare esperienza dell’amore di Dio. E non dovete farlo per forza. Come accade nella prima lettura sempre di ieri tratta dal libro di Giobbe. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate.

Se lo fate per forza diventa un peso insostenibile alla lunga. Amate gratuitamente quella persona febbricitante che avete accanto perché lo scegliete e perché è una necessità. La necessità di chi ha incontrato Gesù e desidera restituire tutto quell’amore che ha ricevuto. Solo così funziona e solo così il vostro servire diventerà lo stimolo per permettere alla persona che avete accanto di alzarsi. Nel Vangelo è usato lo stesso verbo usato per la resurrezione. Attraverso l’incontro con Gesù quella persona incredula e dura di cuore risorgerà. E da cosa lo capite che è risorta? Si metterà a sua volta a servire. Perché chi incontra Gesù ha bisogno di amare, non ce la fa a tenersi dentro tutto e sente il bisogno di condividere l’amore, di far sentire a sua volta chi ha intorno come persone amate. Questo significa essere cristiani!

Antonio e Luisa

Salvati & Salvanti

Cari sposi, seguendo una persona su Instagram, ho notato un bel post in cui appariva un semplice foglietto su cui era scritto, con una grafia disarmonica e scombinata, “il miglior momento della tua vita è adesso”. A prima vista nulla di ché se non fosse per trattarsi dell’ultimo messaggio di un papà, gravemente affetto dalla SLA, al suo unico figlio.

E così, il tema della malattia sembra pervadere ogni lettura, dal libro di Giobbe fino alla suocera del Vangelo. C’è tuttavia una bella differenza tra come è vissuta in ciascuna delle scene. Che significato sottendono questi due modi di essere malati – leggasi anche afflitti, turbati, angosciati, scoraggiati, disperati… – e che hanno da dire agli sposi?

C’è un modo di affrontare e vivere ciascuna delle suddette circostanze come viene descritto da Giobbe: “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario”. Che vuol dire? Nel senso che sopporti e carichi i pesi, magari con estrema eleganza e nonchalance, che nemmeno chi ti è vicino si accorge di nulla, ma in fin dei conti non vedi l’ora che finisca. Per chi affronta la vita così il meglio, il bello, il buono…arriva sempre dopo la situazione attuale: si finisce così per vivere alienati nel futuro e scollegati dal presente.

Invece il quadro evangelico mostra come le prove della vita non esimono dal diventare comunque portatori di bene. La suocera, non appena rimessasi in piedi – e nel Vangelo ciò è simbolo di resurrezione – si mise a servire i commensali. La malattia, quindi, riporta comunque al presente e non permette fughe in un passato idealizzato e nemmeno in un futuro inesistente.

Cosicché, Gesù in questa scena è medico, sia delle anime che dei corpi. La sua missione è di guarire e di sanare chiunque abbia un problema, di qualsiasi ordine esso sia.

Il bello è che voi sposi questo stesso Gesù lo portate con voi ogni giorno. Lui in voi e tramite voi può compiere guarigioni perché “a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio». Perciò non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris Consortio 49).

Sarebbe bello che questo Vangelo vi portasse a domandarvi se le croci quotidiane sono un anelito verso Cristo Salvatore o un incentivo a ripiegarvi su sé stessi e in quale misura le difficoltà possono essere luogo per sperimentare la Presenza dello Sposo in voi.

Vi auguro di saper trarre con pazienza le lezioni che il Signore Gesù vuole consegnarvi in quelle circostanze e di essere portatori per altri di salvezza e guarigione.

ANTONIO E LUISA

La domanda che ci pone padre Luca è decisiva. Come affrontiamo le nostre croci, anche quelle piccole? Fuggendo nel passato o sperando nel futuro non vivendo il presente? Oppure immergendoci nell’oggi, nella quotidianità? Solo se saremo capaci di vivere il nostro matrimonio nella quotidianità, anche quando non è facile, decidendo di starci e di donarci completamente allora staremo vivendo un matrimonio vero. Io ero proprio quello che si rifugiava in un futuro ipotetico ed ideale. Ero quello del sabato del villaggio. Il matrimonio mi ha insegnato ad essere presente nel presente.

San Giuseppe: padre del Redentore, perché sposo di Maria

Introducendo l’esortazione Redemptoris Custos, abbiamo detto che Giovanni Paolo II chiama san Giuseppe “Ministro della salvezza”, facendo sua un’espressione di san Giovanni Crisostomo. Questo titolo, assieme a quello di “Custode del Redentore”, delinea chiaramente la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, quindi, nel piano divino dell’Incarnazione e della Redenzione. San Giuseppe è ministro della Redenzione in qualità di custode di Gesù, è al servizio di Dio mediante la sua paternità. Vi è qui una meravigliosa valorizzazione della paternità umana! 

Essa si approfondisce nell’esortazione di Giovanni Paolo II mediante uno sguardo ancora più ampio e profondo al numero 7, dove si legge: «la paternità di Giuseppe […] passa attraverso il matrimonio con Maria, cioè attraverso la famiglia». Perché questo dato è così importante? Proprio per il fatto che non viene dalla generazione naturale, la paternità di Giuseppe è possibile solo in virtù del matrimonio con la Vergine e rivela chiaramente come la paternità umana si esprima in pienezza nel contesto della famiglia. «Come si deduce dai testi evangelici, il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria». Infatti, il Vangelo ci racconta che al momento dell’Annunciazione a Maria e del sogno di Giuseppe era già in atto il loro matrimonio, ossia la prima fase dello sposalizio, secondo l’usanza semitica. 

Tutto ciò rivela il matrimonio come vera vocazione, e ci permette di comprendere come l’esercizio della paternità di Giuseppe non possa essere disgiunto dalla maternità di Maria. Se questo è vero per la Sacra Famiglia, deve essere vero anche per ogni famiglia, di cui Gesù, Maria e Giuseppe ne sono il modello supremo.

Al contempo, non va dimenticato che la risposta fedele di Giuseppe alla sua chiamata di vergine, sposo e padre permette a Maria di vivere in pienezza la sua chiamata di vergine, sposa e madre! Vi è un reciproco sostegno tra le due vocazioni! Non può pensarsi l’una senza l’altra. Non a caso, quindi, nella Redemptoris Custos, Giuseppe è sempre considerato «insieme con Maria», mentre Gesù è posto al centro di questa relazione, che sussiste proprio in ragione di Lui. 

Attraverso il loro matrimonio, Maria e Giuseppe si donano totalmente a Dio, in un amore verginale e fecondo, facendo convergere tutti i loro interessi e il loro reciproco amore su Gesù. Essi, pertanto, sono il modello di ogni vocazione cristiana, e dimostrano che la vita si realizza nel modo più autentico solo quando è “persa” per Cristo, ossia donata interamente a Lui per amore. Ed è così che il loro matrimonio può essere contemplato quale simbolo della Chiesa, vergine e sposa di Cristo (cf. Redemptoris Custos n. 20). Come scrive san Josemaria Escrivà in una sua meditazione: «San Giuseppe doveva essere giovane quando sposò la Vergine Santissima, una donna che allora era appena uscita dall’adolescenza. Essendo giovane, era puro, limpido, castissimo. E lo era, giustamente, per amore. Solo riempiendo d’amore il cuore possiamo essere certi che non si risentirà né devierà, ma rimarrà fedele all’amore purissimo di Dio».

Nella vicenda di Giuseppe e Maria, dunque, incontriamo la prima coppia di sposi cristiani, guidati dallo Spirito a vivere il Vangelo prima ancora che Gesù lo predicasse. Illuminanti le parole di Paolo VI pronunciate nel 1970: «ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita» (Paolo VI, Allocutio ad Motum “Equipes Notre-Dame, 4.5.1970). 

Certamente anche l’aspetto giuridico di questo matrimonio è importante per la Storia della salvezza. Infatti, Gesù appartiene alla discendenza di Davide, realizzando così le profezie sul Messia, proprio perché inserito legalmente in questa discendenza da Giuseppe, che gli dà il nome e lo fa iscrivere come suo vero figlio nel catalogo dei censiti a Betlemme. Tuttavia, ciò è possibile per Giuseppe solo in virtù del matrimonio con Maria, madre naturale del Figlio dell’eterno Padre.

Scrive il Papa Leone XIII, nell’enciclica Quamquam pluries al n. 3, che «poiché il matrimonio costituisce la società e il vincolo superiore a ogni altro, che per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro, se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Tra i beni del matrimonio vi è anche il “bene della prole”, sebbene generata verginalmente, pertanto, Giuseppe può essere considerato, a ragione, il «custode legittimo e naturale della Sacra Famiglia».

Pamela Salvatori

Una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli

Devo assolutamnente tornare sulla catechesi di mercoledì del Papa. Come saprete durante queste ultime udienze del mercoledì papa Francesco sta trattando i vizi capitali e nell’ultima si è occupato dellì’ira. Mi soffermo su una frase del Papa che merita di essere approfondita. L’atteggiamento da lui evidenziato è causa di tanta sofferenza. Quindi prestate attenzione.

Nella sua manifestazione più acuta l’ira è un vizio che non lascia tregua. Se nasce da un’ingiustizia patita (o ritenuta tale), spesso non si scatena contro il colpevole, ma contro il primo malcapitato. Ci sono uomini che trattengono l’ira sul posto di lavoro, dimostrandosi calmi e compassati, ma che una volta a casa diventano insopportabili per la moglie e i figli.

Quanta verità in queste parole! Mi rivolgo a me stesso in primis, sia chiaro. Ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta, quando mi porto a casa problemi, incomprensioni o litigate dal mio lavoro, o semplicemente quando è stata una giornata infruttuosa o frustrante per tanti motivi, tutto ciò mi toglie le energie. Capisco perfettamente che quelle serate possono essere particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare.

Cerco la litigata perché quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica tipica del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria. Più si è in intimità con una persona, più la si conosce, e si è sicuri del suo amore incondizionato, e più si rischia di ferirla, sapendo che sarà sempre lì. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che la pasta è scotta forse perché lei ha dovuto pensare ai figli nel frattempo. Dimentico che tutto ciò che fa per me è un dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.

Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non dimentichiamo poi che siamo cristiani. Affidiamo a Gesù, anche con una semplice preghiera, ciò che ci tormenta. Chiediamo che ci doni la Sua pace. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

«La forza della vita ci sorprende»: 46ª Giornata Nazionale per la Vita

Domenica 4 febbraio si celebrerà la 46ª Giornata Nazionale per la Vita, avente quest’anno come tema «La forza della vita ci sorprende». Nata come risposta alla terribile legge che legalizzò l’aborto, questa giornata si pone come obiettivo quello di riflettere sul valore della vita e sulle conseguenze che possiede quell’atto violento.

Le considerazioni che potremmo fare sono davvero notevoli ma proviamo a concentrarci sul valore della Vita con la “v” maiuscola ossia su quell’anelito di eternità che ciascun uomo e ciascuna donna, di tutti i tempi, porta con sé in quanto sigillo del Creatore, che ci ha desiderati e amati per primi. Leggiamo nel Salmo 139: “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno (Sal 139, 13-16).  Non credo possano essere scritte parole più belle, più vere e più profonde di queste per esprimere non solo la gratitudine a Dio per il dono della vita ma per ribadire che tutto è nelle Sue mani e che nulla è lasciato al caso: non può esserci notizia più bella di questa!

«La forza della vita ci sorprende», dunque, si configura non come uno slogan pubblicitario ma come esito della simbiosi di considerazioni e preghiere al cospetto del mistero dell’esistenza che, per quanto studiato, sviscerato e pure abusato dalla scienza, rimane permeato di una grandezza che trascende la natura dell’uomo e richiama direttamente a quel Dio della Vita che tiene nelle mani le sorti del mondo ed è l’unico a poterci giudicare nel decisivo momento del trapasso.

Se la vita fosse qualcosa di esclusivamente materiale o biologico non si potrebbero spiegare tutti quegli eventi miracolosi che continuamente la costellano, regalandoci gioie e felicità insperate, ma non troverebbe ragione d’essere nemmeno la capacità di reagire agli eventi più tristi e dolorosi che ne fanno parte; se oltre al corpo ci fosse solamente l’intelligenza, come si potrebbe giustificare la fede? Se fossimo il risultato di un’evoluzione unicamente naturale, come potremmo spiegare il desiderio di bene, di vero e di eterno che ha sempre distinto il genere umano da quello animale?

«La forza della vita ci sorprende» perché è il Padre ad avercela regalata e a rinnovarla in noi anche quando siamo deboli, senza forza e senza fiducia, schiacciati dal peso delle difficoltà e delle fatiche anzi, a volte, queste sono proprio il mezzo attraverso cui Egli ci parla, costringendoci a fermare il turbinio vorticoso delle nostre giornate sempre di corsa e imponendoci una sosta qualora non fossimo in grado di stabilirla da soli. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita?” (Mc 8, 34-37).

La vita non si perde solo da un punto di vista fisico ma anche, se non soprattutto, morale: ecco perché la Giornata che vivremo domenica non è il traguardo ma la partenza di un percorso che deve portarci ad aprire gli occhi, innanzitutto quelli del cuore, per comprendere che non siamo padroni dell’esistenza ma ospiti, invitati a trascorrere gli anni in questo mondo come figli e non come automi o, peggio, come distruttori di noi stessi, degli altri e del pianeta. “Fatti non foste a viver come bruti” ci ricorda Dante nella Divina Commedia, nel XXVI canto dell’Inferno, all’interno del discorso proclamato da Ulisse; questo è esattamente il senso con cui dovremmo assaporare il dono che Dio ci ha fatto, spendendoci affinché quante più persone possibili possano capire che tutto ha un senso, tutto un fine, tutto uno scopo: la salvezza eterna.

Amare la vita non significa solo essere contrari all’aborto ma essere in disaccordo con tutte le ideologie e i proclami che la vogliono distruggere, da cui purtroppo siamo minacciosamente circondati; amare la vita vuol dire avere il desiderio che vengano seppelliti tutti i bambini non nati perché, essendo persone, hanno la stessa dignità di qualsiasi altro essere umano; amare la vita si traduce in tante azioni concrete a difesa  e sostegno della famiglia naturale ossia quella costituita da un uomo e da una donna come unico nucleo avente potenziale generativo; amare la vita significa rispettarla dal suo inizio al suo compimento naturale perché le malattie non sono portatrici solo di croci ma anche di salvezza; amare la vita altro non è che amare Colui che ce l’ha donata, senza che avessimo alcun merito.

Fabrizia Perrachon

Mio marito è geloso di Gesù. Cosa fare?

In un articolo di qualche giorno fa – in realtà in più di un articolo negli ultimi giorni – ho scritto dell’importanza di mettere Cristo al primo posto. Ho ricevuto un commento interessante da parte di una lettrice che vi riporto: Mettere Dio al primo posto, rende geloso l’altra metà…e allora cosa fare?

Sembra quasi che esista un conflitto tra l’amore verso Dio e l’amore verso il coniuge. Sembra che dedicarsi a uno significa togliere tempo e qualità all’altro. In realtà non dovrebbe essere così. Probabilmente è la modalità in cui si cerca di trovare il modo e i tempi per curare la relazione con Gesù che va rivista. Perché non c’è nessun conflitto tra Gesù e il coniuge. Anzi l’amore per l’uno dovrebbe nutrire quello per l’altro.

Mi sento di dare alcuni consigli che poi sono gli stessi atteggiamenti che Luisa ha messo in atto con me. Infatti all’inizio della nostra relazione non ero ostile certamente verso la fede ma percepivo quella di Luisa un po’ troppo fanatica per i miei gusti. Stava troppo dietro a quel Gesù. Questo è quello che pensavo salvo poi ricredermi nel tempo.

Non fate pesare la vostra fede. La fede va vissuta per servire meglio nel matrimonio. Dio vuole essere amato nella persona che ci ha posto accanto ancor prima che nel tabernacolo. Ricordate che Lui e vivo e presente anche nella relazione sponsale non solo nel tabernacolo. Se iniziate a frequentare quel gruppo di preghiera e poi quel servizio in parrocchia e poi la lectio divina alla sera e non state mai in casa, come potrà vostro marito o vostra moglie amare il vostro Dio? Lo vedrà come una distrazione, come qualcuno che si intromette e che toglie tempo a lui o a lei. Faccio due esempi concreti di persone che conosco. Lei raccontava di avere un marito poco credente che non la lasciava libera di vivere la fede. Lei aveva bisogno tutte le sere alle 18.30 di andare a recitare il rosario in chiesa con la comunità. Lui tornava a casa dal lavoro e non la trovava mai. Non c’era pronto nulla da mangiare. Capite che così non si fa un buon servizio neanche a Dio. Questo marito si è sempre più irritato e ha provato sempre più fastidio per la fede della moglie. Che testimonianza ha dato la moglie?

Altro caso di due amici. Entrambi nel Rinnovamento nello Spirito. Lui andava al gruppo di preghiera una sera a settimana. Tornava tutto gioioso con la faccia di quello che vuole annunciare al mondo quanto Dio ci ami. Lei era invece esaurita dopo una giornata di lavoro e una sera sola a stare dietro a tre figli piccoli. Vedere quella faccia del marito sorridente e gioiosa le provocava istinti omicidi (esagero naturalmente) e finivano immancabilmente per litigare. Lui ha capito e per un po’ non è più andato.

Rendete il vostro servire una preghiera. Non siamo sacerdoti, non siamo frati e non siamo suore. Loro hanno la giornata scandita dalla preghiera e dagli impegni pastorali. Noi non possiamo pensare di vivere la fede allo stesso modo. Ci viene incontro la testimonianza di Chiara Corbella. Qualcuno ha dubbi sulla santità di questa moglie e mamma? Credo proprio di no. Ecco cosa possiamo imparare da lei. Vi riporto alcune righe tratte dal libro “Siamo nati e non moriremo mai più”

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sé, più importante di mille preghiere. “Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Quindi fate in modo che la vostra relazione con Gesù non diventi un peso per l’altro ma che anzi voi possiate essere più capaci di amare, di accogliere, di servire, di perdonare e di prendervi cura dell’altro con tenerezza e pazienza in modo che lui o lei possa essere attratto dal vostro Dio che tanto belli vi fa. Per me è stato così. Ho voluto conoscere il Dio di Luisa per essere capace di amare come lei è stata capace di fare con me.

Antonio e Luisa

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Friends. Dal divano di casa al divano di Tv2000.

È passata una settimana dalla nostra ospitata a TV2000 – tranquilli non vi parleremo di quel giorno – ma della prossima tappa di questo nostro cammino umano e spirituale. Il 18 Febbraio 2024 ci sarà a Caravaggio un bellissimo evento a cui noi parteciperemo online. C’è emozione? Beh indubbiamente per ogni cosa nuova c’è sempre un po’ di sana hype (entusiasmo nel linguaggio social giovanile).

Nel tempo ho imparato a prendermi delle soste tra un evento e l’altro per vivere appieno il momento e, come in una caccia al tesoro, riuscire a trovare il bello e il negativo di ogni avvenimento.

Sull’ evento di Caravaggio la domanda che ha prevalso è stata un’altra: Come ci sono arrivata? Cari lettori che state leggendo io ero esattamente dove siete voi. Semplicemente seduta al divano davanti al PC. Sono arrivata al blog di Antonio e Luisa così per caso perche ero in cerca di un articolo che parlasse a me e lo trovai.

In fondo cos’è questo blog se non un estensione di una lectio divina. È una condivisione di un gruppo coppie, di un gruppo famiglie, di un gruppo giovani. C’è la Chiesa in questo blog. Ognuno di noi ne rappresenta una parte. Chi è più avanti chi è più indietro, ma con la certezza che si cammina avendo accanto guide che sanno che all’ occorrenza si deve camminare avanti, dietro o accanto per non lasciare nessuno indietro.

Chi ci segue da un po’ sa che il nostro progetto Abramo e Sara si è evoluto in una trasmissione radiofonica in onda su Radio Maria ogni primo lunedì del mese alle 12 30 e che al momento siamo in promozione del nostro libro edito dalla Tau. Abbiamo pensato poi di rendervi partecipi del nostro programma di Cammino di Quaresima.

Lo scorso anno vi abbiamo guidato ogni giorno con il progetto 40 giorni 40 tabernacoli. Quest’ anno abbiamo scelto di farvi vivere un cammino alternativo passando per la tavola. Quante volte ci capita di sentirci dire Oggi non ho tempo per un caffè sono sempre di fretta..

Ecco il nostro cammino prevede proprio questo. Rimettere al centro le relazioni passando dalla tavola. È dalla tavola che si riparte quando si è stanchi, tristi, amareggiati o semplicemente bisognosi di qualcuno con cui condividere una gioia o un emozione.

Le più grandi catechesi sono nate a tavola. L’ ingrediente principale? L’ ascolto. Dall’ ascolto può nascere un piccolo passo da compiere verso il confessionale. Un piccolo passo che farà intravedere la luce se al momento ci si sente al buio. Un cammino quaresimale non è altro che camminare in un sentiero che porta alla vita.

Noi vi aspettiamo qui a Roma e sul nostro profilo Instagram e vi ricordiamo che potete sostenerci tramite l’ acquisto del nostro libro che in vendita anche su Amazon. A presto Simona e Andrea.

ANTONIO E LUISA

Carissimi non sapete che piacere mi fanno le parole di Simona. Simona ha raccontato benissimo l’evoluzione di questo blog. Nato per esprimere la nostra fede (mia e di Luisa) e la nostra testimonianza ci siamo presto resi conto che noi potevamo parlare al cuore di alcune persone ma altre restavano fuori perchè vivevano situazioni e problemi diversi. Simona e tanti altri blogger sono entrati per rendere più ricco e bello questo blog che è diventato un canale. Un canale dove passa la testimonianza di alcune coppie e attraverso di essa passa l’amore di Dio che è personale per ognuno di noi. Buon cammino Simona e grazie per aver reso questo blog più ricco con la tua vita.

Per partecipare all’evento di Caravaggio registratevi qui

Noi siamo come Assalonne

Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 18,9-10.14b.21a.24-25a.30-32; 19,1-3) In quei giorni, […] la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. […] Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto». […] Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!». Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

In questi giorni la Chiesa ci presenta diversi estratti dai capitoli in cui è narrata la vicenda di Assalonne. Per chi non la conoscesse ne tracciamo un rapido riassunto: il figlio del re Davide, Assalonne, non contento di come il padre stia governando sulla nazione, complotta contro di lui fino a muovergli guerra con un esercito. Davide non vuole la guerra, ma alla fine risulterà “vincitore” poiché Assalonne rimane vittima come descritto in questo brano oggi proposto dalla Liturgia.

Ci sarebbero molte riflessioni da porre in essere circa la ribellione del figlio e la reazione del padre, ma oggi ci vogliamo soffermare solo sul lamento di Davide. Per capirne la portata dobbiamo tenere Davide come prefigura del Padre e Assalonne come figura di noi tutti.

Davide si dimostra un vero padre, perché non fa valere con la forza la propria autorità, al contrario, lascia che il figlio agisca rispettando le sue decisioni, sicuramente col dolore nel cuore, ma aspetta che il figlio rinsavisca.

Quante volte facciamo coì anche noi con Dio? Quante volte ci spazientiamo col Padre per la pazienza che Lui riserva a certi suoi figli, dimenticando che se la perdesse con noi, anche noi saremmo spacciati?

Quante coppie vivono come Assalonne, ci sono troppi sposi che sembra abbiano mosso guerra e stiano complottando contro Dio. Ma il Signore non li annienta, non muove guerra contro loro, ma aspetta sull’uscio l’arrivo di ambasciate con buone nuove. La pazienza del Signore spesso ci disgusta perché abbiamo vivo il senso della giustizia, ma chissà perché esso funziona solo sugli altri, per noi stessi invece, pretendiamo dal Signore pazienza senza limiti.

Ma la vera novità è che il Padre piange la nostra morte, piange il nostro definitivo allontanamento da Lui, ma non fa come Davide che preferirebbe essere morto lui al posto di Assalonne.

Il Signore è morto davvero al posto nostro sulla Croce, il Signore si è annientato per farci vivere. Su quella croce ci dovremmo finire noi, ce la siamo meritata noi coi nostri peccati, ma il Signore Gesù ha voluto pagare Lui al posto nostro il conto col Padre. Certamente una piccola parte del danno l’ha lasciata “addebitata sul nostro conto” per così dire, affinché potessimo esercitare la libertà di riamare il Padre senza coercizioni.

Cari sposi, questa pagina dell’Antico Testamento ci potrebbe lasciare un po’ perplessi circa il comportamento di Davide, forse anche per il fatto che Davide è mosso dalla convinzione che l’Altissimo abbia voluto usare Assalonne come strumento di espiazione per le proprie colpe ed accetta con l’amarezza nel cuore che sia il proprio figlio a congiurare e muovere guerra contro di sé.

Questa vicenda mette in luce anche come ogni famiglia può correre il rischio di essere divisa e spaccata dal suo interno, nonostante un genitore sia il grande re Davide, quello scelto da Dio per le qualità interiori e non per l’estetica, quello che ha sconfitto il gigante Golia, colui al quale sono attribuiti praticamente tutti i Salmi (uno dei quali pregato da Gesù sulla Croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato…“) che ancora oggi la Chiesa prega ogni santo giorno nell’Ufficio divino.

Nessuno di noi sposi può sentirsi immune da tutto ciò.

La notizia che ci incoraggia è che Il Padre non solo piange come Davide, ma ha inviato il Suo Figlio ad espiare al posto nostro le colpe.

Giorgio e Valentina.

Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo

Ieri durante la Messa è stato proclamata una seconda lettura particolare. Ne riprendo una parte. Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

La stessa cosa viene poi ripetuta in riferimento alla donna. Il mio parroco durante l’omelia ha affermato qualcosa che non mi trova d’accordo. Ha affermato che chi non è sposato può dedicarso con più profondità ed attenzione alla sua relazione con il Signore. Ha fatto l’esempio delle persone che vivono la vedovanza. Diventa – secondo il sacerdote – un’occasione per non avere delle distrazioni e dedicarsi completamente al Signore. Vale anche per la sua vocazione di sacerdote. Una moglie lo porterebbe a vivere in modo meno libero il suo apostolato e il suo ministero.

San Paolo voleva proprio affermare che solo nella verginità e nella consacrazione si può vivere una relazione piena con il Signore? Che il matrimonio diventa una distrazione che allontana? Una distrazione necessaria certamente, almeno per la maggior parte delle persone. Poi però ci sono dei privilegiati che vivono più intensamente il rapporto con il Signore scegliendo o trovandosi in uno stato di vita diverso dal matrimonio. Io non sono affatto d’accordo con questa idea di fondo molto clericale, troppo clericale.

Cosa mi dice questa Parola? Semplicemente che non dobbiamo essere divisi. Il rapporto con il Signore deve essere la sorgente e la bussola per ogni altra relazione. Se inizio a dividere la mia vita in rapporto con il Signore e rapporto con mia moglie o mio marito ecco che si insinua il diavolo e la tristezza. Ecco che le cose non funzionano e magari diamo anche la colpa a Dio. Infatti cosa abbiamo letto nel Vangelo? Cosa dice lo spirito immondo a Gesù? Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio»

Capite cosa dice lo spirito immondo? So che sei il santo di Dio ma non ti voglio nella mia vita. Stai lì. E’ quello che facciamo tante volte anche noi. Faccio un esempio personale. Da fidanzato ho cercato in tutti i modi di convincere la mia fidanzata – ora mia moglie – a fare l’amore con me. Lei, se avesse voluto piacere al marito – in questo caso fidanzato – più che a Dio, avrebbe ceduto alle mie insistenze. Invece ha sempre tenuto duro e così facendo mi ha amato davvero. Ho capito più della bellezza dell’intimità di coppia con il suo no di quanto avrei compreso se lei avesse accettato di fare sesso con me.

Nel matrimonio ci sono state tante altre occasioni dove il suo marito, testone e un po’ egoista, voleva da lei cose che non erano secondo la volontà di Dio. Lei ha sempre scelto di piacere a Dio e non a me. E io le sono molto grato di questo perchè poi ho capito quanto avesse ragione e io torto e la sua tenacia è stata la scelta migliore anche per me.

Questo significa vivere la Parola che ci ha lasciato San Paolo nella sua lettera. Questo significa vivere la relazione con Gesù anche nel matrimonio e non vale meno di una vita consacrata.

Antonio e Luisa

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Un uomo tutto d’un pezzo

Cari sposi, oggi Gesù parte con il botto nel suo ministero pubblico, da subito fa un esorcismo pubblico, che sicuramente ha fortemente scosso la sensibilità di chi l’ha visto. Tutto ciò è stato letto come segno di autorità che in greco si dice exousia.

La sua etimologia è, alla lettera, “avere un’esistenza che proviene dall’essere”. Gesù, quindi, era una persona che appoggiava le sue certezze non da fuori ma da dentro. Cioè, era uno ben fondato e sicuro di sé ed è per questo motivo che suscitava così tanta ammirazione in chi lo vedeva e ascoltava.

Ma come mai Gesù possedeva tale autorità? Evidentemente per la sua condizione divina; eppure, essa si sposava integramente con il suo modo umano di vivere. Gesù è il Verbo, la Parola che si è fatta Carne. Quindi il suo vivere, la sua esistenza era allineata con il suo essere Dio. Ma questo non è stato affatto semplice e facile, per nulla scontato! Diciamo che Gesù se l’è guadagnato con sudore e fatica e da lì il grande merito e fascino che emanava.

Dice il Papa che exousia si riferisce non a “qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé” (Papa Francesco, 10 settembre 2013).

È per questo allora che Gesù si scontra con il demonio, la creatura bugiarda e falsa per eccellenza. Il suo modo di agire non è altro che la menzogna, l’inganno, la confusione, la complicazione, l’ipocrisia. È chiaro che dinanzi a Uno così retto e integro egli salta su per avvertire sempre più vicina la sua rovina.

Che significato può avere per voi sposi quanto espresso finora? Partiamo dal fatto che voi sposi siete un prolungamento, una figura concreta dell’Incarnazione (cfr. Leone XIII, Arcanum). La vostra vocazione è di rendere visibile il dono di Amore di Cristo che ha posto la sua dimora in mezzo a noi e vuole renderlo il più possibile diffusivo.

Il demonio, invece, ha estremo interesse di farvi fallire. Non necessariamente a suon di divorzi e scandali pubblici ma piuttosto facendovi scivolare in un’anonima mediocrità, anestetizzando la vostra coscienza.

Se Gesù in questo brano viene a liberarci levandoci le maschere di dosso, il demonio invece è il maestro del camouflage, dell’apparenza di bene che nasconde tutt’altro.

Allora, ben vengano tutte quelle situazioni di vita o persone che ci aiutano e stimolano ad essere noi stessi, a vivere a fondo la nostra vocazione e ci riportano sul sentiero giusto! Chiediamo al Signore di farci uscire dalla finta pace dei compromessi con il male e il peccato, sebbene sia costoso e difficile, ma è l’unica strada verso la pienezza di vita.

ANTONIO E LUISA

Ho pensato a quanto scritto da padre Luca. Mi sento di dare un consiglio. Cercate di essere trasparenti l’uno con l’altra. Se tra voi c’è verità e non ci sono segreti, per il diavolo sarà molto più difficile trovare un varco per distruggere il vostro matrimonio. Io parlo sempre a Luisa delle mie tentazioni. Questo le depotenzia e mi permette di affrontarle con lei. Questo atteggiamento mi permette di disinnescare tanti pericoli già in partenza.

Il matrimonio secondo Pinocchio /21

Cap. XIII. L’osteria del Gambero rosso.

Entrati nell’osteria, si posero tutti e tre a tavola

Già durante la cena Pinocchio sembra intuire che qualcosa stia andando storto e non mangerà pressoché niente, al contrario del Gatto e della Volpe che si abbufferanno a sue spese per poi sparire nel nulla prima del risveglio del burattino; sicché da cinque ora si ritroverà con quattro zecchini d’oro.

E’ proprio così nella vita: quando ci sediamo a tavola col nemico (il diavolo e le sue tentazioni) cominciamo a perdere i nostri zecchini, ovvero i doni che il Signore ci ha elargito, cominciando da quelli naturali… ne abbiamo come una vaga intuizione ma continuiamo imperterriti; noi non mangiamo niente ma il nemico ci mangia tutto.

Ma la parte più brutta arriva dopo cena:

– E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici? – Al campo dei miracoli, domattina allo spuntare del giorno. – Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni e dopo partì. Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell’osteria c’era un buio così buio, che non ci si vedeva da qui a lì.

Il cardinal Biffi commenta : Pinocchio deve affrontare la sua seconda notte di viandante perduto, la seconda notte nell’assenza del padre. Le notti dello smarrimento non sono tutte uguali tra loro. Ma questa notte […] è ancora più spaventosa di quella del temporale.

Ogni notte che passiamo lontani dal Padre ci appare più buia della precedente, sembra non ci sia rimedio. Quando ci lasciamo avvinghiare da un vizio, esso ci trascina sempre più giù proprio come nei gironi danteschi, come quando ci si addentra in una galleria fino a non percepire più la luce né dell’entrata e tantomeno quella dell’uscita. Ma non tutto è perduto:

Intanto, mentre camminava, vide sul tronco un piccolo animaletto che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una lampada di porcellana trasparente. – Chi sei? – gli domandò Pinocchio. – Sono l’ombra del Grillo parlante – rispose l’animaletto con una vocina fioca fioca, che pareva venisse dal mondo di là.

Non è così facile spegnere la coscienza e zittirla una volta per tutte, anche se con una luce pallida ed una vocina fioca fioca essa si fa scorgere in mezzo a tanto buio. Così anche per noi, quando avvertiamo di essere lontani da Dio, è proprio questa sensazione di lontananza la prima vocina fioca della coscienza che ci richiama, è la misericordia del Padre che ci raggiunge cominciando a farci sentire la sua mancanza, è un inizio, è una lucina opaca ma pur sempre luce in mezzo al buio.

Cari sposi, quando avvertite che qualcosa nel vostro matrimonio non funziona a dovere, quando nonostante qualche sforzo la relazione non migliora, quando la pace non regna tra voi ma ha ceduto il posto all’inquietudine… tutti questi segnali forse sono quella luce pallida della seconda notte di Pinocchio… affrettatevi a chiedere aiuto e non spegnete questo lumicino.

Il problema non è tanto capire come siete finiti in quella situazione, ma come uscirne… non fate come il nostro burattino che rispose così all’incalzare della voce del Grillo parlante:

– Le solite storie. Buona notte, Grillo.

Coraggio, anche la notte più lunga ha un’alba che aspetta.

Giorgio e Valentina.

Corsi fidanzati: c’è davvero tutto ciò che si deve sapere?

Quest’anno stiamo frequentando il primo livello del corso per direttori spirituali per coppie sposate proposto dall’Ateneo pontificio Regina Apostolarum.

Questo corso, che si sviluppa in due livelli, è stato pensato da Don Renzo Bonetti – fondatore del progetto Mistero Grande – ed è un’ottima proposta per la varietà di argomenti trattati legati al sacramento del matrimonio e per la qualità dei relatori.

Abbiamo ascoltato insegnamenti legati al discernimento e alla coscienza di coppia, alla sessualità, alla spiritualità e alla dimensione sacramentale del matrimonio cristiano.

Durante l’ultima giornata di questo corso, il relatore è stato Don Salvatore Bucolo direttore della pastorale familiare della diocesi di Catania. Il tema da lui esposto era legato all’identità e missione della chiesa domestica. Una sua affermazione ci ha particolarmente colpiti: “nella diocesi di Catania abbiamo ormai la scuola per i lettori, per gli accoliti e per i catechisti, ma la scuola per ministero coniugale e familiare?…io per diventare sacerdote ho studiato sette anni e sono stato missionario”.

Quando ci siamo sposati avevamo da poco perso nostra figlia Olga, nata e subito salita al cielo al settimo mese di gravidanza. Come abbiamo scritto in altri nostri articoli è stata Olga con la sua breve vita terrena che ci ha “partoriti” nella fede come noi l’abbiamo generata nella carne. Olga ha suscitato in noi il forte desiderio del matrimonio sacramento (essendo noi allora sposati solo civilmente).

Ci siamo così presentati al sacerdote del paese nativo di mio marito, il quale non ci chiese di partecipare al corso fidanzati in quanto si rese conto che superare la morte di un figlio e restare uniti non è da poco. Subito dopo esserci uniti nel sacramento del matrimonio, quando ancora non avevamo una particolare relazione intima e personale con il Signore, sentivamo ancora una grande mancanza nella nostra vita e nella nostra coppia.

Quella sensazione che avevamo sperimentato prima di ricevere il matrimonio cristiano si è ripresentata, quella di non bastarci più ed era diventava ancora più forte. Eravamo alla ricerca di qualcosa di più, non avendo ancora compreso la centralità del Signore Gesù nella vita degli sposi.

Un libro ha scoperchiato il vaso di pandora spingendoci a iniziare, permetteteci la metafora, “la caccia al tesoro”, perché chi trova Lui trova il Re di tutti gli scrigni ed il titolo è: L’ecologia dell’amore: intimità e spiritualità di coppia dei nostri amici Antonio e Luisa De Rosa, che però ancora non conoscevamo.

Il libro aveva generato in noi una sete profonda che non veniva saziata dal solo nostro amore, così abbiamo recuperato quell’intimo dialogo col Padre, ma avevamo sempre più sete di sapere chi eravamo diventati con il sacramento del matrimonio e ciò che era cambiato in noi.

Dio incidenza ha voluto che su Facebook vedessimo la locandina di un week end organizzato dall’associazione Intercomunione delle Famiglie di cui sono cofondatori Antonio e Luisa, che in quell’occasione si teneva nelle vicinanze di Parma. Quei due giorni intensivi, alla scoperta della bellezza di noi sposi cristiani, ci hanno permesso finalmente di comprendere col cuore che eravamo tabernacolo di Cristo; che Gesù bambino viveva cullato nei nostri cuori uniti nell’amore sponsale. Mi ricordo che allora abbiamo pensato “magari averlo saputo prima!” e la gioia è stata talmente grande che ancora oggi quando ci ripensiamo sentiamo un nodo alla gola.

Vi abbiamo portato questa testimonianza per sottolineare come spesso il sacramento del matrimonio venga impartito senza che la coppia abbia la minima consapevolezza di entrare in un mistero veramente grande; senza voler attribuire alcuna colpa al sacerdote a cui ci siamo rivolti per celebrare il matrimonio sacramento, che come accennato prima ci ha accolti con grande bontà di cuore e attenzione alla nostra sofferenza.

Ci siamo poi resi conto, impegnandoci con i corsi fidanzati in diverse parrocchie, che spesso questi ultimi vengono affidati a coppie storiche della parrocchia con parecchi anni di matrimonio alle spalle che portano una forte testimonianza legata alla perseveranza e alla possibilità che, in un mondo fatto di tanti matrimoni che finiscono in divorzi, con la grazia di Cristo Signore è veramente possibile amarsi come Lui ci ama per tutta la vita; tuttavia queste coppie spesso e volentieri (parliamo secondo la nostra esperienza personale, senza voler generalizzare) non hanno alcuna formazione e preparazione in termini di teologia della famiglia. In fondo oggi giorno di corsi d’approfondimento ne vengono offerti una molteplicità.

Gli insegnamenti che Intercomunione delle Famiglie propone con molta semplicità e verità – affinché siano comprensibili a tutti – difficilmente si sentono nelle parrocchie, né in occasione dei corsi in preparazione al matrimonio né durante gli incontri dei gruppi famiglie delle stesse.

Ci è capitato, avvicinandoci ad alcuni gruppi famiglie parrocchiali, di ascoltare confronti legati alla lettera dell’arcivescovo, alla lettera ai Filippesi, ad un determinato libro biblico che più che essere insegnamenti legati alla dimensione sacramentale della coppia di sposi erano delle lectio divina adattate alla coppia.

La nostra idea è che per fare un corso fidanzati, visto che spesso si hanno davanti coppie che sono completamente a “digiuno” a livello di vita di fede e che sono conviventi o hanno già figli, serva un lessico molto basilare, ma allo stesso tempo gli insegnamenti vanno portati con verità.

Non possiamo affermare che la convivenza non sia uno sbaglio perché il fidanzamento è il tempo della conoscenza e del discernimento per capire se c’è compatibilità e del discernimento, i rapporti fisici secondo la nostra storia personale – essendo un’esperienza totalizzante – sfalsano la percezione della realtà. Dobbiamo avere il coraggio e la carità di dirlo. Spesso non conosciamo la verità perchè non l’abbiamo mai ascoltata, come abbiamo sentito dire da Padre Raimondo Bardelli durante una registrazione di un suo insegnamento: è come se avessimo due belle fette di salame sugli occhi.

Una domanda interessante sulla brevità dei corsi fidanzati odierni è stata posta a Don Renzo Bonetti durante il corso per direttori spirituali per coppie sposate, il quale ha risposto che se chi frequenta i corsi fidanzati è convinto di dover imparare solo l’a,b,c – perché ignora quel mistero grande di cui parlavamo prima – non capirebbe e percepirebbe come “folle” un percorso lungo un anno o più in preparazione al matrimonio.

Di conseguenza la nostra riflessione è che essendo i corsi di preparazione al matrimonio estremamente corti sono importanti le coppie storiche con la loro testimonianza di un amore paziente, costante e mite, ma allo stesso tempo servono interventi da parte di sacerdoti o coppie che abbiano una determinata formazione perché si corre il rischio che questi fidanzati ricevono in dono un diamante dal Padre con il sacramento del matrimonio e lo scambino per un sasso. È bene far comprendere alle coppie che il matrimonio cristiano è dialogo, ascolto e perdono, ma da soli questi elementi non sono sufficienti affinché i fidanzati arrivino all’altare con cognizione di causa.

Alessandra e Riccardo

“Don Bosco ritorna”, per un modello educativo sempre attuale

Il 31 gennaio ricorderemo uno dei più grandi Santi italiani dell’800, Giovanni Bosco. Fondatore della congregazione salesiana diffusa in tutto il mondo, ha compiuto dei miracoli davvero straordinari, sorretto dall’incrollabile fiducia in Maria Ausiliatrice. Cosa può dirci, oggi, l’indimenticato ed indimenticabile don Bosco? I suoi insegnamenti sono ancora concretamente spendibili?

La sua lezione, senza ombra di dubbio, non solo è ancora assolutamente attuale ma è stata ed è in qualche modo profetica: tra i primi, don Bosco aveva capito che i giovani hanno bisogno di una guida sicura e forte, di un punto di riferimento concreto e credibile per una crescita sana, robusta e resistente, in virtù del fatto che “Dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o triste avvenire della società”. Toccando con mano la miseria materiale e spirituale dei tanti giovani che affollavano la Torino di allora, in pieno boom industriale, il prete dei Becchi capì che la chiave del successo è unire l’impegno alla fede, l’amore all’autorevolezza, la gioia alla serietà; tutti binomi, questi, che sembrano sbiaditi nell’attuale società. Rendersene conto è semplice: è sufficiente avere un adolescente in casa o tra i parenti, guardare qualche post pubblicato sui social o fare un giro il sabato sera nei locali frequentati da questa fascia di popolazione per essere sopraffatti da sentimenti contrastanti, spesso tinti di un certo sconforto. Che modelli hanno questi ragazzi, i nostri ragazzi? Che valori stiamo lasciando alle nuove generazioni? Perché il progresso scientifico ha una crescita inversamente proporzionale rispetto ai valori spirituali?

Don Bosco risponderebbe dicendoci che “Nessuna predica è più edificante del buon esempio”: non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta di non vedere o di non sentire! Se anche non abbiamo figli, siamo ugualmente chiamati a cooperare alla realizzazione di un modello educativo e sociale che sappia tenere a braccetto le esigenze contemporanee con le grandi verità di fede, senza compromessi con il mondo e questo perché la Buona Novella è portatrice di valori senza tempo. Dobbiamo essere così bravi da far passare ai giovani il messaggio che si può essere persone piacevoli, socievoli e interessanti anche se cristiane – o meglio – proprio perché cristiane! Dobbiamo, insomma, essere autentici testimoni del fatto che la fede può davvero fare la differenza in una società che brancola nel buio del relativismo, dello smarrimento dei punti di riferimento e dello sgretolamento delle famiglie tradizionali, condito dalla svendita sulla piazza del mondo dei valori della serietà, della purezza, della castità, della sincerità.

Se i modelli di riferimento sono influencer atei o bestemmiatori, votati al lusso sfrenato ottenuto senza fatica e spesso con mezzi illeciti, magari attanagliati dalle più pericolose dipendenze, che cosa potranno mai pensare i ragazzini? Saranno portati al disinteresse più totale nei confronti, per esempio, dello studio e svilupperanno e l’avversione verso qualsiasi forma di impegno e di fatica pur di raggiungere i loro obiettivi anzi, alla peggio, perderanno pure quelli, trasformandosi in puro corpo senza spirito, corpo votato esclusivamente al soddisfacimento – meglio se immediato – di esigenze puramente fisiche. Ma i ragazzi, i nostri ragazzi, meritano molto di più! Quanti musi lunghi, quanti visi bui, persi, spenti anche si trovano a vivere la giovinezza, che al contrario dovrebbe brulicare di energia e voglia di vivere! Quante patologie psicologiche e psichiatriche, quanta tristezza e soprattutto quanti spazi grigi che, se lasciati a se stessi, si riempiranno delle prime cose che passano, spesso sbagliate. I vuoti esistenziali, se riempiti di “ragione, religione, autorevolezza”, possono diventare risorse invece che zavorre e far leva su un cambiamento – in positivo – sempre possibile perché “in ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene”: non ha fatto così anche Gesù?

Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. È questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all’anima tua e agli altri”; Dio ci ha creati per la felicità ed è possibile esserlo anche in questa vita, nonostante le prove e le fatiche: far capire questo ai giovani significa instillare nei loro cuori e nelle loro anima la certezza che non sono soli al cospetto di ciò li spaventa perché ci sarà sempre qualcuno accanto a loro, pronto a sostenerli ed incoraggiarli, noi ma soprattutto il Signore. Se educhiamo le giovani generazioni che la religione non è qualcosa da anziani ma il segreto per vivere bene, essere felici e trovare un appiglio nei dolori dell’esistenza, allora non tutto è ancora perduto; se alleniamo i ragazzi ad essere impegnati in qualcosa di bello e di importante (lo studio, lo sport, la musica, la preghiera) daremo loro degli alleati infallibili contro la noia ed un antidoto sempre efficace contro la perdita di tempo, nella quale si insidiano trappole pericolosissime; se cerchiamo di trasmettere l’importanza di essere in grado di sorridere – con le labbra ma soprattutto con gli occhi del cuore – perché “Il demonio ha paura della gente allegra”, faremo di loro non degli svampiti ma delle persone solari e aperte alla vita.

In questo modo, le parole del famosissimo canto salesiano, che nel ritornello recita “Don Bosco ritorna tra i giovani ancor”, non saranno solo una nostalgica melodia dei tempi andati ma la bontà di un modello educativo non solo attualissimo e geniale ma decisamente necessario, che ha salvato migliaia di anime e che può salvarne ancora altrettante.

Fabrizia Perrachon

Tradire mia moglie? No grazie!

Questo è un articolo un po’ provocatorio, così tanto per favorire una riflessione personale o magari anche un confronto attraverso le vostre risposte o i vostri commenti sui vari social dove posterò questo articolo.

Ne stavo giusto parlando alcuni giorni fa con mia moglie. Alcuni si sorprendono della libertà con cui affrontiamo certi argomenti ma la trasparenza – sempre con carità e rispetto – resta la base di una relazione matrimoniale sana. Serve a disinnescare tante insidie perchè si affrontano insieme. Lei ha otto anni più di me ed ora che ha superato la cinquantina da un pezzo si ritrova un marito che non ha ancora cinquant’anni. Lei ha un po’ di timore. Se ne sentono tante. Un marito di 49 anni potrebbe tranquillamente trovare una donna con vent’anni meno di lei.

Io mi sento di rassicurarla. Non perchè io sia particolarmente virtuoso (ci provo ma non mi reputo forte e infallibile). Io posso serenamente affermare che sono più sicuro adesso che non tradirò mia moglie rispetto ai primi anni di matrimonio. E vi darò anche alcune motivazioni che per me sono chiare ed evidenti.

La relazione salda. È fondamentale quello che si è costruito. In questi ventuno anni ho costruito con Luisa una relazione per me meravigliosa e irrangiungibile con qualsiasi altra donna. Io amo mia moglie ma non è solo quello. È la mia migliore amica, è la mia consigliera, è la persona su cui posso contare sempre e mostrarmi senza difese per quello che sono. È l’amante che mi conosce e che sa come amarmi. Questo me la rende unica. E il corpo? Il corpo di Luisa è oggettivamente invecchiato. Eppure mi appare meraviglioso. Più di quando ci siamo sposati. Questo perchè noi tutti non abbiamo uno sguardo puramente superficiale e oggettivo. Il matrimonio permette di conoscere sempre meglio una persona. Di conoscerla in tutti gli aspetti. Conoscerla nel corpo, nello spirito, nella sensibilità, nei dolori e nelle gioie. Il matrimonio permette di condividere anni insieme in ogni situazione bella e brutta. Quanti abbracci, quanti perdoni, quante anche incomprensioni e musi lunghi. Questo modifica il nostro sguardo. Diventa – utilizzando le parole di papa Francesco – uno sguardo photoshoppato. Io non vedo il corpo di Luisa ma vedo Luisa fatta di tutta la sua persona ed è sempre più bella.

La fatica e l’ansia da prestazione. Dopo aver affermato che con Luisa sto bene come con nessun altra potrei esserlo, analizziamo un altro aspetto. Quello più basico e meno romantico. Esaminiamo l’animale che c’è in noi. La parte pulsionale e ormonale. Come ho scritto diverse volte ho un’età per la quale non ho ancora raggiunto la pace dei sensi. Sono attratto da tante donne, alcune delle quali sono anche raggiungibili in quanto amiche e colleghe. Con alcune ho anche intuito una certa simpatia reciproca. Allora perchè non è mai successo nulla? Oltre che per il motivo espresso prima che fa di Luisa la più bella per me c’è anche un aspetto meno nobile e più egoistico. Con un’altra donna dovrei far fatica, dovrei ricominciare da capo e non potrei certo mostrarmi liberamente in tutte le mie fragilità.

Tenete a mente che l’ansia da prestazione è presente soprattutto dove non c’è amore. Dove non c’è un amore solido e costruito nel tempo. Dove non c’è la sicurezza di essere amati gratuitamente. Due amanti non si amano gratuitamente ma cercano entrambi qualcosa nell’altro. Arriviamo quindi al rapporto fisico che è una sintesi rappresentativa di quello che è il rapporto affettivo a tutto tondo. Spesso le disfunzioni sessuali sono dovute non a cause organiche ma psicologiche. Le persone che soffrono meno di disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce, perdita dell’erezione, vaginismo ecc ecc) sono proprio quelle che vivono una relazione stabile e ricca di amore autentico. Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. Queste persone sanno di non dover dimostrare nulla e durante il rapporto pensano solo a donarsi l’uno all’altra e non alla performance. Sanno che non saranno giudicate per come fanno l’amore ma saranno accolte sempre e comunque perchè amate. Che bello imparare ad abbandonarsi nella fiducia e nell’amore l’uno all’altra. Ciò vale per l’incontro intimo ma vale anche per tutta la relazione in ogni momento della nostra vita. Non è quello che promettiamo il giorno del matrimonio? Capite perchè l’intimità nel matrimonio è più bella! Nessuna amante potrebbe rendermi l’intimità bella e in una profonda comunione di accoglienza e dono come riesco a avere con Luisa.

Tutto questo articolo per dire cosa? Se avete la tentazione di cercare altrove quello che non trovate nella coppia abbiate il coraggio e la libertà di parlarne con l’altro. Alla fine dipende da cosa cercate. Io non cerco del sesso e basta ma di vivere in pienezza il fine di quel gesto tanto coinvolgente: la comunione in anima e corpo. Esperienza che posso vivere solo con mia moglie. Per questo credo possa dormire sogni tranquilli. Non ho nessuna voglia di cercare fuori quello che posso avere all’ennesima potenza con lei! E voi?

Antonio e Luisa

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Resterà solo l’amore

Sono rimasto molto colpito dalla storia che mi ha raccontato una mia cara amica e per questo oggi voglio condividerla con voi, sintetizzandola: quello che dirò è tutto vero, ma, per ovvi motivi, chiamerò questa mia amica con un nome di fantasia, Marta.

Marta a un certo punto della sua vita si separa dal marito, ma sceglie di rimanere fedele a Gesù e conseguentemente rimane sola con i figli, senza “rifarsi una vita”.

Entra in contatto con la Fraternità Sposi per Sempre e capisce che è la sua strada: frequenta spesso, è una persona di grande fede, sempre sorridente, gioiosa e molto attiva nel volontariato e nella cura degli altri.

Intanto il tempo passa, i figli crescono e il marito addirittura si risposa civilmente, ma lei va avanti, nonostante le difficoltà e le persone che non capiscono la sua scelta (è fissata con la religione? E’ ancora innamorata? Illusa che tornerà o delusa dagli uomini?).

Dopo un po’ di anni il marito si ammala, lei da lontano prega per lui e chiede preghiere agli amici; i mesi passano e la situazione si aggrava, tanto che lui non può più nemmeno muoversi da casa: Marta chiede alla nuova moglie di poterlo andare a trovare, ma questo le viene negato.

Allora di nascosto, quando sa che lei non c’è, lo va a trovare: lui si meraviglia di questa visita, ma non la manda via; allora Marta con coraggio gli prende una mano e gli dice: “Lo sai, vero, che ti ho sempre voluto bene?”. E lui: “Sì, lo so” e si mette a piangere.

Dopo pochi giorni, lui viene a mancare e Marta con discrezione e stando in disparte, segue tutto, chiedendo anche di recitare lei una decina del rosario, prima del funerale. In seguito Marta viene a sapere dai figli che quando il marito stava male e delirava nel sonno, chiamava “Marta, Marta” e non la nuova moglie.

Ecco, quest’ultima confidenza mi ha fatto molto riflettere: innanzitutto a questi figli credo che nessuno dovrà loro spiegare come ama Dio, perché l’hanno visto e sperimentato in maniera indelebile nella propria famiglia, anche se ferita.

Io non posso che ringraziare questa sorella per la sua testimonianza che ha sicuramente colpito parenti, amici e conoscenti: in fondo lei avrebbe potuto farsi gli affari suoi, il marito l’aveva abbandonata, che prendesse le conseguenze delle sue azioni! Invece no, fino all’ultimo è rimasta, non ha amato secondo quello che ha ricevuto, è andata oltre, fino a perdonargli tutto il male fatto e a farlo così “andare” in pace.

Sicuramente il marito ha compreso chi davvero gli voleva bene, perché l’amore vero è nella verità e nella croce, in chi sacrifica la vita per gli altri, caratteristica unica dell’amore di Gesù: il chiamare “Marta” nella sofferenza ne è la riprova.

Per merito di Marta, che su questa terra è la persona che ha più potere su di lui (per grazia della relazione consacrata e benedetta da Dio il giorno delle nozze), io credo che quest’uomo sarà giudicato con particolare misericordia dal Creatore.

Infatti, su questa terra ci affanniamo tanto per guadagnare due soldi, avere potere, cose, prestigio, amicizie importanti, ma di tutto questo non rimarrà assolutamente niente: ci porteremo in Paradiso solo l’amore, quello vero, gratuito.

La vita solitaria di Marta, per il mondo “sprecata”, ha generato invece un tesoro invisibile, ma di grande valore, per se stessa e per le persone a lei legate, in primis il coniuge. È inutile mentire a noi stessi: un amore di convenienza (io faccio questo, tu fai quello), o di compagnia o di reciproca soddisfazione sessuale non ci basta e non ci fa stare tranquilli, anzi ci tiene sempre in uno stato di preoccupazione per mantenere costantemente un certo livello, una certa aspettativa, altrimenti si corre il rischio di essere lasciati per altre persone. Questo ci porta lontani dall’essere noi stessi e appena arriva una difficoltà seria, chi continuerà a starci vicino? Tutti lo desideriamo verso di noi, ma non è facile amare una persona “per sempre”, indipendentemente da quello che fa in positivo o in negativo; tuttavia con l’aiuto di Dio è possibile farlo, come Marta che l’ha saputo mettere in pratica con il marito. Grazie Marta

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Parenti contenti.

Vogliamo continuare a lasciarci interrogare dal Vangelo di Domenica scorsa, già così brillantemente commentato da padre Luca e da Antonio e Luisa, ma che ha ancora un aspetto su cui poter riflettere.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20) Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

E’ curioso che i primi discepoli che Gesù chiama a sé, i quali poi diventeranno parte del nucleo dei dodici Apostoli, siano due coppie di fratelli, intesi come fratelli di sangue, figli dello stesso padre.

Sarà un caso? No di certo. Se nulla avviene per caso nella vita ordinaria, tantomeno dentro la Parola di Dio troviamo frasi scritte per caso. Cosa avrà voluto dirci il Signore compiendo questa scelta?

Sappiamo come la famiglia sia la cellula della società, il primo luogo dove si impara a convivere con gli altri, si imparano i propri limiti e si scoprono le proprie doti, si impara insomma l’arte del vivere e soprattutto dell’amare. I legami di sangue sono molto forti, in taluni casi questa forza si rivela negativa perché fa come da calamita col passato non permettendo di vivere il presente con serenità e libertà né di proiettarsi nel futuro.

Questi legami sono talmente forti ed importanti per lo sviluppo psichico e morale della persona che sono i primi ad essere attaccati dal maligno (il quale odia la famiglia), nei casi più gravi ci sono maledizioni che passano da una generazione all’altra… ma è un altro argomento, che però ci conferma come i legami famigliari siano vitali per l’uomo… tant’è vero che Dio stesso ha voluto incarnarsi dentro una famiglia.

Talvolta il Signore converte il cuore di un familiare per convertire tutti gli altri, come fosse una sorta di apripista, ci sono numerose testimonianze al riguardo sia recenti ma anche dei primissimi cristiani, uno di questi episodi è addirittura raccontato nel vangelo di Giovanni, un altro è quello della madre santa Felicita ed i suoi sette figli, uno più recente è quello di santa Monica, madre di sant’Agostino.

Quando il Signore chiama fratelli e/o sorelle a seguirlo per la via della consacrazione sacerdotale e/o verginale, questi legami così forti già di natura, aumentano il proprio influsso positivo e si perfezionano per diventare fonti di grandi Grazie per la Chiesa intera, citiamo alcune figure di santi parenti o fratelli/sorelle oltre agli Apostoli del brano in questione: i due gemelli San Benedetto e Santa Scolastica; le 5 sorelle Martin (tra cui una santa, Teresina di Lisieaux ed una serva di Dio, Léonie); i due fratellini di Fatima Santa Giacinta e San Francisco Marto; i due fratelli San Cirillo e San Metodio; Santa Marcellina che era la sorella maggiore dei due gemelli San Satiro e Sant’Ambrogio; i due gemelli San Cosma e San Damiano con i tre fratelli minori San Antimo, San Leonzio e San Euprepio… la lista potrebbe continuare.

Tutto ciò conferma che i legami familiari e/o parentali hanno un’importanza vitale, ecco perché gli sposi cristiani devono far di tutto affinché i propri figli conoscano ed imparino ad amare Gesù fin dalla più tenera età.

E se i convertiti siamo proprio noi sposi? Di sicuro il Signore ha in progetto di parlare ai cuori dei nostri parenti e/o familiari attraverso noi, quando serve con le parole, quando esse si rivelano non necessarie sia la nostra vita a parlare, le nostre scelte, le nostre abitudini sante, i nostri gesti, i nostri comportamenti.

Coraggio sposi, non temiamo di fare gli apripista, meglio avere i parenti contenti che i parenti serpenti!

Giorgio e Valentina.

Passa la scena di questo mondo!

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

La seconda lettura di ieri è decisiva. Non ce ne sono di storie. Un cristiano autentico si riconosce in questa descrizione. Ma cosa significa? Che io posso vivere come se mia moglie non ci fosse? Posso fare i fatti miei e sentirmi libero di fare ciò che voglio senza curarmi di lei? A una lettura superficiale potrebbe sembrare davvero così. Ma chiaramente San Paolo intende dire altro.

La nostra vita ha un solo grande fine: incontrare l’Amore. Abbiamo tutta la vita per capire che l’unico che salva è Cristo. E’ Dio!

San Paolo ci sta chiedendo di mettere ordine nella nostra vita. Egli ci esorta a fare chiarezza. Non possiamo vivere appieno se non poniamo al centro di ogni cosa il nostro rapporto con Dio. Solo Lui può essere la nostra ragione di essere. Né il pianto e la sofferenza, altrimenti saremmo disperati. Né il godimento e la gioia del mondo, altrimenti saremmo illusi e destinati a crollare di fronte alla prima vera prova. Nemmeno i beni materiali possono colmare il vuoto che ci attanaglia, poiché tale vuoto nasce dalla mancanza di un significato profondo.

Non lo può essere neanche nostro marito o nostra moglie. Spesso due innamorati si scambiano frasi molto pericolose: sei il mio tutto! sei la mia vita! senza te non avrebbe senso nulla! Finchè è un modo per esprimere l’innamoramento che è un’emozione fortissima e assolutizzante va bene. Attenzione però che non diventi davvero così. L’altro diventerebbe il vostro dio. Il vostro vitello d’oro. Il vostro idolo. Se Gesù potesse parlarci, direbbe a noi sposi:

Non riesci a vedere la persona che ho messo al tuo fianco? È una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze proprio come te. Non illuderti pensando che possa colmare quel desiderio di completezza ed eternità che hai dentro di te. Solo io posso fare questo per te. Quello che desidero è solo questo. Tuttavia, devi fare la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non posso forzarti perché sarebbe contrario all’amore. Non mettere la tua sposa o il tuo sposo al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e fallo per lui/lei. Se farai dell’altro il tuo idolo, gli metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi, perché nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza, amalo. Solo allora l’amerai veramente, senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

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Apritevi al Mistero

Cari sposi, siamo ancora, tutto sommato, all’inizio dell’anno nuovo. È un’occasione propizia per cogliere il tempo presente come la grande possibilità di fare un passo in avanti nel vostro cammino di crescita e maturazione umana e spirituale.

Ogni singola lettura odierna, in tal senso, contribuisce con un dettaglio a questo coro sinfonico che, assieme, esprime una medesima parola: “conversione”.

Il primo è Giona, il quale annuncia la Parola nientemeno che a Ninive. Oggi di questa immensa capitale non restano che pochi ruderi ma a quel tempo (IX secolo a.C.) era il centro di un grande impero, assai ostile a Israele. Gli Assiri furono infatti i primi a deportare gran parte del popolo ebraico e si guadagnarono così la fama di città nemica per eccellenza. Ninive sta anche a significare chi è più lontano, uno da cui non ti aspetteresti nulla e non gli daresti una cicca. Magari Ninive può divenire anche il coniuge dopo anni in cui le hai provate tutte e non ne hai cavato niente di buono. Ebbene, il caso di Giona sta a dire che anche per le “palle perse” la conversione è possibile, pure i casi disperati possono trasformarsi!

La seconda lettura ci parla, invece, di un tempo che sta per scadere, dobbiamo affrettarci nella conversione perché la vita è corta, le occasioni del Signore sono contate, “la grazia di Dio passa e non torna” direbbe S. Agostino. Quindi voi sposi sappiate valorizzare il tempo presente, vivendo ogni giorno come un dono di Dio da riempire di gesti autentici di amore, di accoglienza. Questo giorno passa velocemente e non torna più.

Ecco allora che il Vangelo viene a dare un senso pieno a quanto detto finora. Gesù, dopo che ha ricevuto il Battesimo, inizia a predicare l’urgenza della conversione. La parola “convertirsi” viene dal verbo greco “metanoeo” che si può anche tradurre con “andare oltre il proprio modo di pensare”, o anche l’uscire dai nostri schemi ristretti e fissi. È un cambio di direzione mentale e di vita verso quanto Cristo vuole insegnarci e che preclude l’assolutizzazione dei propri pensieri e modi di essere.

Sovente nella vita di coppia, soprattutto per chi è più in là con il tempo, subentra il “so già”, “mi basta uno sguardo per capirlo” … un bel modo di fissare il marito o la moglie entro uno schema. Invece Gesù ci insta ad essere aperti al Mistero e a lasciarsi modellare dallo Spirito che porta novità e vuol fare nuove tutte le cose. Per cui non puoi amare il coniuge senza lasciarti cambiare da lui ed accettare che il tuo modo guardarlo e conoscerlo, per quanto tempo sia passato, sarà sempre fallibile e incompleto.

Ci vuole questa umiltà di ricominciare ogni giorno, di convertirsi ogni giorno, andando oltre la realtà più immediata e sensibile che troppo spesso può indurre in inganno. Gesù vide Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo, uomini con tanti difetti. Se si fosse limitato all’esteriorità, la sua scelta forse sarebbe stata diversa ma Lui vedeva il loro cuore e amava la loro libertà.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione quotidiana, come quel modo di cogliere la Presenza di Cristo che si nasconde dietro tanti volti e fatti che conformano il nostro ordinario, e per voi, in primis nel coniuge. Concludo con questa bella preghiera:            

Ti prego, Signore, […] volgi a te il mio cuore dal vagare tumultuoso dei desideri e fa abitare in me la luce nascosta. I tuoi benefici nei miei confronti precedono sempre le mie volontà [volte] al bene e la prontezza del mio cuore alla rettitudine (S. Isacco di Ninive)

ANTONIO E LUISA

A me ha colpito tanto il luogo dove Gesù ha incontrato e chiamato i primi apostoli. Non li ha incontrati al Tempio o in chissà quale evento speciale. Li ha incontrati lì dove loro vivevano e lavoravano. Lì ha incontrati mentre non facevano nulla di speciale ma il loro lavoro quotidiano. Per noi sposi è così. La nostra relazione, abitata da Gesù, è fatta di tanta quotidianità e ordinarietà. Eppure è lì che incontriamo Gesù e da Lui siamo chiamati a seguirLo.

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Una sessualità redenta

Nella teologia del corpo di Giovanni Paolo II emerge un’importante prospettiva sul matrimonio come sacramento del corpo e della sua redenzione. Questa prospettiva non è solo di natura sacramentale, ma ha anche profonde implicazioni etiche e sostanziali che permeano le sue riflessioni. L’idea che il matrimonio sia non solo un sacramento del corpo, ma anche della redenzione del corpo stesso, sottolinea l’importanza e la santità dell’unione matrimoniale. Questa visione incarna il significato profondo dell’amore coniugale e della responsabilità reciproca tra i coniugi, offrendo una nuova luce sulla dimensione sacramentale della vita coniugale e della sessualità.

San Giovanni Paolo II ci insegna che non possiamo fare esperienza di Dio se il nostro cuore è chiuso. Se il nostro cuore è indurito dall’egoismo, dal peccato, dalla lussuria e da tutti quegli atteggiamenti che fanno dell’altro una persona da usare e sottomettere a noi, e non una persona da incontrare in una relazione d’amore.

Il sesso è spesso un terreno in cui emergono l’egoismo e il desiderio di possedere e usare l’altro a proprio piacimento. Chi è chiuso in se stesso non riesce a donarsi e a entrare in comunione veramente con l’altro. A volte si maschera di tenerezza e romanticismo, ma è solo un’apparenza falsa. Molte volte non è neanche consapevole della falsità dei propri sentimenti.

Giovanni Paolo ci insegna che il matrimonio può essere un sacramento di redenzione, anche in questo contesto. L’eros, canalizzato in una relazione oblativa (donativa), come è quella nuziale, diventa un vero desiderio di incontro. La vita di tutti i giorni, fatta di servizio, di cura reciproca e di gesti carichi di tenerezza e di riguardo, dovrebbe diventare educativa. Con il tempo e con la Grazia di Dio, noi sposi dovremmo riuscire ad eliminare l’egoismo che attanaglia il nostro cuore. Piano piano, il nostro sguardo dovrebbe spostarsi dall’io al tu. Dovremmo essere sempre più capaci di “guardare” l’altro e desiderare il suo bene prima del nostro. Uso il condizionale perché spesso non viviamo il nostro matrimonio dando tutto. Una relazione sponsale vissuta davvero fino in fondo non può che cambiarci in meglio e rendere noi sempre più capaci di donarci.

Tutto questo lo portiamo anche nell’incontro intimo. Saremo sempre più capaci di liberarci dall’egoismo e dalla lussuria e l’amplesso sarà sempre più un vero incontro tra noi sposi, e ci permetterà sempre più di fare esperienza di Dio. Per questo gli sposi che vivono l’amore sponsale in pienezza non si stancano di fare l’amore. Sarà ogni volta più bello perchè loro saranno sempre più capaci di amarsi.

Così, la vita di tutti i giorni fatta di tanti piccoli gesti nutre il desiderio erotico e l’eros vissuto come incontro profondo nutre il desiderio di amare il nostro coniuge nella vita di tutti i giorni. Un circolo che ci permette di perfezionare sempre più il nostro amore e ci avvicina sempre più a Gesù.

Antonio e Luisa

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“Faccio sesso con un amico, siamo ancora amici? Lui dice di sì”: domande che spezzano il cuore

Di recente, mi è capitata sotto agli occhi una rubrica – dai toni ironici – tenuta da una nota influencer e modella, sui temi dell’affettività e dell’amore di coppia.

La nota ragazza – che ha quasi tre milioni di followers – rispondeva, nelle sue storie di Instagram, a dei quesiti che le venivano posti dalle utenti.

Dalle domande che tante ragazze le indirizzavano, è apparsa in modo evidente la sete di verità e di bene di molti cuori smarriti. Al contempo esse ci parlano di una seria emergenza nell’ambito della sessualità e dell’educazione all’amore.

Una domanda, in particolare, ha catturato la mia attenzione: “Faccio sesso da un po’ di tempo con uno dei miei migliori amici, ma non so se ora siamo solo amici, lui dice di sì”.

La risposta dell’influencer è stata ironica, ma faceva capire che si trattava di un’amicizia inquinata. E questo non è poco, in un ambiente impastato di pornografia quale è quello dei social e dei media in generale. Eppure, non è sufficiente.

Ciò che ho pensato leggendo quelle parole da far stringere il cuore (avrei voluto averla davanti, la ragazza della domanda, e dirle che merita molto, molto di meglio!), mi sono detta che dobbiamo fare di più per i nostri giovani, per non lasciarli soli, in balia degli istinti, della pornografia, di relazioni non chiare e non mature. Dobbiamo davvero fare di più.

Non molto tempo fa ho scritto un libro: “Amore, sesso, verginità. Le risposte (e le domande) che cerchi” (Punto Famiglia Editore, 2022), con la speranza di offrire uno strumento utile a educatori, genitori, catechisti, insegnanti. So che è solo una goccia, gettata nell’oceano di una mentalità pornografica dilagante, che risucchia nel suo vortice tante anime, ma è una goccia che a tutti noi, se vogliamo bene ai giovani, viene chiesta.

Dobbiamo testimoniare con coraggio che esistono un momento e un contesto “giusti” per vivere l’intimità sessuale. Dobbiamo testimoniare la gioia che viene dalla tenerezza e mettere in guardia dal degrado del possesso. Non tutto è perduto, come il demonio tenta di farci credere. Negli adolescenti e preadolescenti – prima che il mondo li indottrini con le sue bugie – brucia dentro proprio questa domanda: “Quando e come devo vivere la mia sessualità? Con chi? Qual è il momento giusto?”. 

È in quella fase della vita, nella pubertà, che dobbiamo intercettarli, prima che il mondo inoculi il suo veleno. Non possiamo adeguarci anche noi cristiani al politicamente corretto, per cui nella consensualità si può fare di tutto: spieghiamolo presto ai ragazzi, quando sono ancora innocenti, che sono nati per amare ed essere amati.

Cerchiamo un dialogo con i giovanissimi, prima che il mondo li convinca di non poter sperare in qualcosa di grande, in un amore vero e duraturo. Intercettiamoli quando sono ancora timidi, impacciati, fragili e dunque teneri. Intercettiamoli prima che seguano la massa, solo per non restare indietro.

Spieghiamo loro che sperimentare il sesso non è una conquista personale (ce lo insegnano i film: perdere la verginità sembra il passaggio che ti rende finalmente “uomo” o “donna”), spieghiamo che è il gesto d’amore più grande e profondo che un uomo e una donna possano scambiarsi e non ha senso viverlo senza responsabilità e senza cura, magari per gioco, nel contesto di “amicizie” che non possono essere tali, se sporcate dal sesso senza impegno. (L’amicizia, per inciso, è una forma d’amore, ma ha per caratteristica la gratutià e la non esclusività. Non comprende vincoli sessuali, che sono propri di un amore sponsale. Confondere i due piani ci porta a perdere armonia nella vita e pace interiore).

Recuperiamo il concetto di “fidanzamento”, come tempo di grazia e di verifica. Parliamo di vocazione, discernimento, attesa: non sono delle torture o delle limitazioni della libertà. Al contrario delimitano i nostri rapporti, ci permettono di viverli nella limpidezza, nella purezza, nell’autenticità. Dobbiamo dirlo ai giovani, che castità non significa castigo.

Facciamo volare alto i ragazzi: diciamo loro, senza paura, che possono, anzi devono, chiedersi a quale progetto d’amore sono chiamati e che il premio sarà grande. Perché ai puri di cuore è concesso nientedimeno che vedere Dio.

Organizziamo incontri, momenti di lettura, visioni di film, recite… Pensiamo a qualunque cosa, pur di intercettare i ragazzi e far dischiudere dai loro animi i sogni più belli che hanno.

Il bene è già nel cuore umano, ma va tirato fuori, portato alla luce, come fa lo scultore con un’opera d’arte, che prima di prendere forma grazie ad uno scalpello era silenziosamente racchiusa nel marmo.

Non abbiamo timore, Dio si fida di noi. Prendiamo in mano ognuno il suo scalpello e diamoci da fare.

Cecilia Galatolo

La castità non è astinenza: la Chiesa lo dice da sempre!

E niente, ci risiamo! Il Papa ha parlato durante l’udienza del mercoledì, regalandoci delle riflessioni di una bellezza dirompente sulla sessualità e i nostri media non sono stati capaci – o non hanno voluto – di coglierne la profondità, limitandosi a una comprensione parziale e superficiale per non dire sbagliata.

Cosa ha detto papa Francesco? Sta proseguendo le sue catechesi su vizi e virtù e mercoledì è stato il turno della lussuria. Vi riporto uno stralcio della catechesi, ma leggetela tutta che è meravigliosa.

La castità: virtù che non va confusa con l’astinenza sessuale – la castità è più che l’astinenza sessuale –, bensì va connessa con la volontà di non possedere mai l’altro. Amare è rispettare l’altro, ricercare la sua felicità, coltivare empatia per i suoi sentimenti, disporsi nella conoscenza di un corpo, di una psicologia e di un’anima che non sono i nostri, e che devono essere contemplati per la bellezza di cui sono portatori. Amare è questo, e l’amore è bello. La lussuria, invece, si fa beffe di tutto questo: la lussuria depreda, rapina, consuma in tutta fretta, non vuole ascoltare l’altro ma solo il proprio bisogno e il proprio piacere; la lussuria giudica una noia ogni corteggiamento, non cerca quella sintesi tra ragione, pulsione e sentimento che ci aiuterebbe a condurre l’esistenza con saggezza. Il lussurioso cerca solo scorciatoie: non capisce che la strada dell’amore va percorsa con lentezza, e questa pazienza, lungi dall’essere sinonimo di noia, permette di rendere felici i nostri rapporti amorosi.

I giornalisti delle maggiori testate laiche hanno saputo sintetizzare tutto questo con il titolo: la castità non è astinenza. Come se Papa Francesco avesse affermato qualcosa di rivoluzionario. Ma quando mai! Il Papa ha ribadito semplicemente ciò che la morale cattolica afferma da sempre. La castità non è fare o non fare qualcosa, ma piuttosto un atteggiamento che abbraccia tutta la persona umana e le sue relazioni.

Quindi cosa intende dire il Papa quando ricorda che castità e astinenza non sono la stessa cosa? Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tuo, siamo una cosa sola, tu sei l’unica per me, tu sei l’unico per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio. Quindi la castità è solo per chi non è sposato? La castità è per tutti. Ciò che cambia è come viene vissuta. Ricordate che la castità non è altro che fare verità tra cuore e corpo. Quindi il rapporto fisico può essere casto in uno stato e non casto in un altro.

Gli sposi quando sono casti? Gli sposi sono davvero casti quando sanno vivere una intimità fisica bella e piena. Un’intimità fatta di dono e accoglienza reciproca. La castità non è castrazione o dogma morale per non finire all’inferno. C’è anche quella prospettiva ma non è quella che vogliamo e siamo in grado di affrontare noi. Lascio il giudizio a moralisti e sacerdoti. Bisogna cambiare prospettiva! Cercare la castità per essere più felici e per godere più anche del sesso. Cosa intendo? Vi faccio un esempio concreto prendendo spunto da un quesito che abbiamo ricevuto tempo fa.

È lecito fare l’amore con il proprio marito prendendo precauzioni per non rimanere incinta? Capite l’idea sbagliata di fondo? E’ lecito non è il termine esatto. Sembra davvero che si pensi a Dio come ad un giudice, a un tiranno che impone la propria legge e le proprie regole che noi – se desideriamo essere dei buoni sudditi – dobbiamo rispettare senza capirne il motivo. Comprendete che così è frustrante. Infatti non appena il controllo sociale della Chiesa è venuto meno sono crollate anche le persone che decidono di restare caste prima e dopo il matrimonio. Non ne comprendono il motivo. Fare l’amore è così bello. Perchè non posso usare un preservativo per evitare una gravidanza che in coscienza sento non essere giusta per tanti motivi?

Capite che così non funziona! Gesù è re della nostra vita ma è un re diverso. Un re che non impone ma che ci ama profondamente tanto da farsi come noi. Quindi quel è lecito va trasformato in: Cosa vuoi dalla tua vita? Vuoi accontentarti o vuoi la pienezza che io ti ho promesso con il sacramento del matrimonio? Io ci sono. Fidati di me.

Cambia tutto così. Non è più una questione legalistica ma diventa qualcosa di più profondo che ci tocca e ci cambia dentro. Quindi non rispondiamo semplicemente che il preservativo è un anticoncezionale e come tale il suo utilizzo è peccato. Non siamo sacerdoti e non è nostro compito quello di giudicare queste scelte da un punto di vista dottrinale. Rispondiamo da coppia. Rispondiamo con la nostra esperienza di coppia. L’anticoncezionale non permette di accogliere in pienezza l’altro. E’ un mezzo che esclude in modo artificioso la fertilità maschile o femminile. Non c’è dono e accoglienza totale. Senza dono totale l’amplesso perde non solo la sua apertura alla vita ma, almeno in parte, anche la sua forza unitiva, con la conseguenza di inquinare quel gesto d’amore tanto bello con l’egoismo e la ricerca del piacere personale. Una scelta casta è quindi la scelta dei matodi naturali. Una scelta è casta quando è vera, quando è piena, quando permette di sperimentare una gioia e un piacere più grandi. Questo intendeva dire il Papa quando ha affermato che la castità non è astinenza.

Antonio e Luisa

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San Francesco di Sales e la comunicazione cattolica contemporanea

Ci troviamo in una novena significativa ma, forse, poco conosciuta: quella a San Francesco di Sales, il cui cognome richiama immediatamente alla famiglia salesiana: don Bosco, infatti, s’ispirò al carisma di questo grande santo francese per chiamare la sua congregazione e portare a compimento le meraviglie che tutti conosciamo.

Francesco di Sales, però, non è solo l’ispiratore del santo piemontese ma anche il patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici. Questo perché il suo apostolato era caratterizzato dall’utilizzo di numerosi opuscoli scritti per veicolare il messaggio cristiano, apposti fuori dalle chiese o distribuiti direttamente nelle case. Il santo, insomma, aveva capito che la pratica religiosa non si può limitare al tempo della santa Messa domenicale o di altri brevi momenti comunitari ma che può – anzi deve – svilupparsi nella vita quotidiana in qualsiasi tempo e luogo quindi anche all’interno delle mura domestiche. L’amore per Dio, così totalizzante e fondamentale, non può essere contenuto solamente delle pareti di un solo edificio perché la prima casa che deve abitare è il nostro cuore: gli scritti religiosi sono determinanti perché ci permettono di meditare ed approfondire la fede in modo personale, autentico e silenzioso tale da farci progredire sulla strada del Cielo. Il dialogo con il Signore, d’altronde, non può essere solo una litania di richieste da parte nostra ma, come dice il termine stesso, uno scambio reciproco, fatto non solo di parole ma di pause, ascolto e meditazione. Nella tranquillità dell’essere a tu per tu con la nostra anima, insomma, raggiungiamo la condizione ottimale per aprire il nostro cuore ai contenuti che la carta stampata può veicolare, tenendo sempre bene a mente che prima di tutte le nostre parole c’è la Parola di Dio.

Antesignano di San Francesco di Sales è stato senz’altro San Paolo, genio religioso che per primo intuì l’importanza della comunicazione scritta, che incarnò nelle sue famose Lettere, fondamento stesso della teologia cristiana. Tutto questo deve farci riflettere sulla presenza che i contenuti religiosi devono – o dovrebbero – avere nel frenetico e spesso contraddittorio panorama comunicativo contemporaneo. Nell’era delle immagini, dei video e dei suoni c’è ancora posto per la fede? In che modo chi scrive o pubblica contenuti cattolici può e deve esprimersi? La presenza sui social può effettivamente arrivare al cuore di tante persone?

Le risposte possono essere tante e sarebbe difficile sintetizzarle in questo contesto ma penso che sia fondamentale partire dal fatto che il centro di ogni messaggio – stampato o social – debba essere il protagonista del nostro agire e del nostro pensare: Gesù. Pur utilizzando gli strumenti più sofisticati anzi, sfruttandoli a nostro favore, non dobbiamo mai perdere di vista che qualsiasi nostra comunicazione, post, reel o quant’altro avrà una risonanza mediatica, potrà essere condiviso e postato da altri quindi deve sempre essere innanzitutto in linea con il magistero della Chiesa ed essere rispettoso e corretto sia dal punto di vista teologico che da quello linguistico. Soprattutto, non dobbiamo mai trascurare il fatto che siamo noi i primi a dover dare l’esempio e a rispondere di ciò che postiamo con la nostra stessa vita e con una testimonianza autentica, coerente, matura: non dimentichiamo che stiamo parlando di Dio, dobbiamo farGli fare bella figura!

Ecco perché è bello e significativo che il mondo cattolico abbia un proprio patrono per giornalisti e scrittori (e, più in generale, per tutti i comunicatori) ossia abbia un modello di riferimento cui ispirarsi e a cui guardare sia come incoraggiamento e sprono ma anche nei momenti difficili, di confusione, di dubbio. La missione che affidiamo alle parole è delicata quindi nulla può essere lasciato al caso; la profondità della vita spirituale e la preghiera devono servire come strumenti base per veicolare non tanto un’idea ma una “persona”, il nostro Dio, fattosi uomo. L’espressione con cui si apre il vangelo di San Giovanni, “Il Verbo si fece carne”(Gv 1,1), ci aiuta a comprendere quanto valore abbia la comunicazione, sia in senso verticale (dall’Alto verso il basso) che orizzontale (tra gli uomini): se il Dio infinito si è in qualche modo condensato nella Parola, questo significa che il linguaggio ha il potere grandissimo di essere portatore di un messaggio di bene ma che purtroppo, se usato contro di Lui, può anche essere il detonatore di un messaggio negativo. Le parole fanno nascere o uccidono, accarezzano o feriscono, aiutano o mettono in difficoltà; le parole hanno la grande responsabilità di essere potatrici del vero o del falso proprio perché è la Verità a fare di noi dei figli di Dio e non più degli schiavi, nella consapevolezza che “la libertà vi farà liberi” (Gv 8,32). Preghiamo San Francesco di Sales affinché ci aiuti ad essere sempre ambasciatori del volto più bello del Padre attraverso ogni nostro messaggio per aiutare gli altri ma anche noi stessi a scoprire la potenza straordinaria del Vangelo, la buona novella per cui Cristo è nato, ha sofferto ed è risorto.

Fabrizia Perrachon

Non cercate il colpevole! Avete il potere delle vostre scelte.

Spesso noi siamo portati ad affrontare la vita e le situazioni che ci accadono cercando un responsabile a cui dare la colpa. Responsabile che naturalmente spesso lo troviamo fuori di noi. Quando le cose non funzionano nella coppia di solito il colpevole è l’altro.

Quante volte riceviamo telefonate o email di persone – quasi sempre donne – che si lamentano di tutto ciò che non va nel proprio matrimonio. E quasi sempre quello che non va è il comportamento dell’altro. Lui quando torna dal lavoro si isola. Avrei voglia di parlare con lui ma vedo che non mi dà retta. È sempre stanco. Non mi riconosce tutto il lavoro che faccio in casa e dà tutto per scontato. Non mi sento desiderata. Queste sono le critiche che vanno per la maggiore.

Sapete che a ragionare in questo modo vi state gettando la zappa sui piedi? State entrando in un ciclo negativo, vi state annodando da soli il cappio al collo. Il vittimismo rende immobili e passivi. Non permette di agire e di cambiare le cose. Che non significa cambiare l’altro. Magari l’altro è vero che commette delle omissioni e non è sempre capace di dimostrare il suo amore nel modo giusto. Significa cambiare il mio modo di approcciarmi alla relazione. Significa rendermi parte attiva della relazione.

Significa essere consapevoli di essere responsabili della relazione. Già perché spesso cerchiamo un colpevole. Ma è sbagliato in partenza parlare di colpa. Non serve a nulla se non a giustificarci nella nostra continua lamentazione. Serve solo a nutrire il nostro vittimismo. Bisogna parlare di responsabilità. Io sono responsabile della mia relazione con mio marito o mia moglie. Io ho il potere di decidere della mia relazione.

Questo significa che io non sono un poveretto che subisce determinati atteggiamenti o comportamenti, ma io scelgo di restare in quella situazione. Noi abbiamo il potere delle nostre scelte. Ho scelto di stare con quell’uomo o con quella donna anche se non è perfetto! Significa altresì che è sbagliato dire che io non posso sopportare certi atteggiamenti di mio marito o di mia moglie. Non voglio più accettare certi comportamenti! Siamo noi che decidiamo. Siamo noi la parte attiva. Facciamo la nostra scelta.

Ecco perché non salva nessuno restare con un marito violento. Lì c’è solo dipendenza perché la donna non è che subisce una situazione da cui non può uscire, ma sceglie di restare in quella situazione per tanti motivi: spesso per fragilità e dipendenza. Ma questo non è il modo corretto di agire di un cristiano che vuole vivere fino in fondo l’amore nel dono. Spoiler: un marito violento va allontanato. Non esiste sacramento che tenga! Se il sacramento è valido resta indissolubile, ma nella separazione fisica.

Un cristiano libero si pone le domanda: Perché scelgo di restare? Se la risposta viene solo da un obbligo di rispettare una promessa di fedeltà e indissolubilità non pienamente compresa ed accettata, non ci siamo proprio. In questi casi spesso si entra in quel loop del vittimismo che non salva nessuno e che rende spesso la convivenza un inferno. Se invece la risposta è che così si vuole riamare Gesù e l’altro nel dono gratuito di noi, allora cambia tutto. In quella situazione intanto divento consapevole che voglio starci e poi metto in atto tutte quelle scelte quotidiane atte a dare senso e corpo alla mia scelta.

Quando Luisa si è trovata ad avere me come marito, nei mesi in cui stavo sbarellando, lei ha scelto di stare con me anche se ero così. Ho raccontato tante volte come con l’arrivo del secondo figlio io sia entrato in una crisi profonda e mi sia comportato con lei in modo freddo, distaccato e assente per non pochi mesi. Lei che nel frattempo doveva crescere due bimbi piccoli e sopportare il mio stato. Aveva tutti i motivi per lamentarsi. Invece lei ha scelto consapevolmente di starci perché voleva darsi tutta in quella relazione che era la sua vocazione. Così funziona davvero! Così ha lasciato che Dio salvasse lei e me attraverso di lei. Nel suo dono gratuito e libero io sono guarito da quel malessere che mi rattristava e mi legava.

Questo per dire cosa? Smettete di parlare di colpa e iniziate a parlare di responsabilità. Riprendete il potere delle vostre relazioni e delle vostre scelte. Se voi siete in una relazione l’avete scelto. Domandatevi perché avete scelto di restare.

Antonio e Luisa

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Contemplare per essere profeti dell’unità coniugale e familiare

Cari sposi e famiglie, iniziamo questo nuovo anno mettendoci in contemPlazione per essere PROFETI di unità e lo facciamo in comunione con tutti i cristiani che in questa settimana (18-25 gennaio) pregano per la fraternità universale, quel sogno di Dio che a noi è consegnato come “dono” da custodire e quale “compito” da realizzare. È un sogno diurno, delle prime luci dell’alba, quindi profetico e carico di speranza, che ha bisogno del contributo di ciascuno di noi, delle nostre Chiese e Comunità cristiane.

Ma chi più della coppia e della famiglia cristiana è portatore di quell’unità d’amore che scaturisce dallo sperimentare quotidianamente che il “collante” che unisce i suoi membri è il partecipare all’Amore di Dio, in Gesù, nello Spirito?

Prima di condividere il percorso che abbiamo tracciato per questa settimana, vogliamo ricorrere a significato etimologico del termine profeta che deriva dal latino tardo propheta cioè «preannunciare, predire». Nella Bibbia i termini con cui viene denominato il profeta sono molteplici, ne riportiamo alcuni: «chiamato»; «uomo di Dio»; «visionario»; il nuovo testamento ha adottato il vocabolo greco profètes, che contiene il verbo femí, «parlare», e la preposizione pró che rimanda a tre significati utili per definire la missione profetica: «in luogo di, davanti a, prima di». Decisivo è il primo significato: il profeta parla «in nome di Dio», ne è il portavoce presso gli uomini. Proprio per questa funzione, il profeta è uomo del presente e non l’indovino di un futuro ignoto, ed essendo coinvolto nella storia, nella società, nei drammi del suo tempo ne discerne il senso.

Sappiamo che con il Sacramento del Battesimo siamo diventati sacerdoti, re e profeti ma ci teniamo a contemplare che, come sposi, con il Sacramento del Matrimonio siamo diventati profeti dell’unità (non solo fisica ma anche spirituale) realizzata vivendo la distinzione uomo – donna. Partendo dal passo del Vangelo di Luca 10,27 “Ama il Signore Dio tuo […] e ama il prossimo tuo come te stesso”, scelto da un Gruppo ecumenico locale del Burkina Faso e coordinato a più voci dalla Comunità locale di Chemin Neuf come testo di riferimento (Lc 10,25-37) per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani di quest’anno, abbiamo tratto dei brevi spunti da meditare ogni giorno in famiglia poiché siamo sempre più convinti che l’incontro con l’altro, cioè Dio e il prossimo (moglie, marito, figli) ci rende profeti, come ogni buon samaritano.

Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Lc 10, 25)

La domanda cruciale posta a Gesù da un maestro della Legge interpella ogni credente in Dio e quindi anche ogni famiglia cristiana. Papa Francesco ci dice: “In famiglia, condividi tanti momenti indimenticabili: pasti, riposo, faccende domestiche, divertimento, preghiera, escursioni e pellegrinaggi, solidarietà con i bisognosi”. La famiglia è, quindi, il germe della vita eterna e, anche se alcune realtà esistenziali come la divisione, l’egoismo e la sofferenza spesso ci allontanano dalla ricerca di Dio, è proprio l’unità familiare che ci fa desiderare già qui e ora l’essere tutti insieme un giorno, uniti, alla Mensa del Signore.

Tutti i componenti della famiglia tenendosi per mano pregano: «Aiutaci, Signore, a vivere una vita familiare orientata a te»

Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10, 27)

La risposta che Gesù dà al maestro della Legge può sembrare semplice, in quanto tratta dai comandamenti di Dio. Tuttavia, amare Dio in questo modo e il prossimo come noi stessi è spesso difficile. In particolare, per i coniugi amare il prossimo vuol dire consegnarsi l’un l’altro nella concretezza quotidiana, con il corpo e con il cuore, disposti a perdere tutto pur di raggiungersi. Ad esempio, non possiamo limitarci a dire “Ma cosa vuoi di più? Ti ho dato lo stipendio!” ma invece dobbiamo imparare ad entrare nelle fragilità umane, affettive e spirituali del coniuge. Nella misura in cui si realizza questo esercizio permanente cresciamo nella capacità di amare l’altro come noi stessi.

I coniugi abbracciandosi pregano: «Aiutaci, Signore, ad amarci con lo stesso amore oblativo con cui Tu ami noi»

Chi è il mio prossimo?” (Lc 10, 29)

Il maestro della Legge tenta di giustificarsi, sperando che il prossimo che gli viene chiesto di amare sia qualcuno della sua stessa fede e del suo popolo; questo è un istinto umano naturale. Come famiglia, pensiamo ad esempio quando invitiamo qualcuno nella nostra casa, sono spesso persone che condividono la nostra posizione sociale, la nostra visione della vita e i nostri valori. Tuttavia Gesù consegna, soprattutto a noi sposi cristiani, il precetto di accogliere e amare tutti senza porre condizioni poiché siamo la “vera scultura vivente, capace di manifestare il Dio creatore e salvatore” (AL 11). Sicuramente viviamo tempi di insicurezza e paura che ci mettono di fronte a una realtà in cui le relazioni umane sono impregnate di sfiducia e incertezza. Ma oggi accogliamo la sfida che la parabola ci propone e cioè quella di chiederci come famiglia “di chi siamo prossimi noi”?

I coniugi aprendo la porta della loro casa pregano: «Signore, apri il nostro cuore a coloro che non vediamo»

Vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì” (Lc 10, 31)

Il sacerdote e il levita che alla vista dell’uomo ferito passano dall’altra parte della strada possono aver avuto validi motivi religiosi per non prestare soccorso. Eppure, in molte occasioni, Gesù critica i capi religiosi per aver posto delle regole della religione davanti al dovere di fare sempre il bene. Ma noi all’interno delle nostre famiglie cristiane quanto siamo disposti a “prenderci cura, a sostenerci e a stimolarci vicendevolmente, per vivere tutto ciò come parte della nostra spiritualità familiare” (AL 321)? “È una profonda esperienza spirituale contemplare ogni persona cara con gli occhi di Dio e riconoscere Cristo in lei. Questo richiede una disponibilità gratuita che permetta di apprezzare la sua dignità. Si può essere pienamente presenti davanti all’altro se ci si dona senza un perché, dimenticando tutto quello che c’è intorno. Così la persona amata merita tutta l’attenzione” (AL 323). Questa parabola di Gesù ci sprona ad ampliare la nostra visione poiché il Buon Samaritano è spesso colui che non ci aspettiamo e che vive accanto a noi, dentro e fuori la nostra famiglia. Infatti, continua papa Francesco al n 324 di Amoris Laetitia “Quando la famiglia accoglie, e va incontro agli altri, specialmente ai poveri e agli abbandonati, è « simbolo, testimonianza, partecipazione della maternità della Chiesa»”.

I coniugi guardandosi negli occhi pregano: «Signore mantieni vigile il nostro sguardo affinché non ci voltiamo mai dall’altra parte, mentre percorriamo la strada della santità»

Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò” (Lc 10, 34)

Il Buon Samaritano fece quello che poteva con le risorse a sua disposizione: versò vino e olio, bendò le ferite dell’uomo e lo pose sul suo asino; poi fece ancor di più, promettendo di pagare per le sue cure. È qui che si manifesta l’amore: il Buon Samaritano ha dato al ferito vino e olio, rinfrancandolo e dandogli speranza. Come genitori cosa possiamo offrire ai nostri figli nel loro cammino di crescita, in modo da poter fare la nostra parte nell’opera di Dio?

I figli pregano: «Dio nella tua paternità e maternità verso tutti, ti ringraziamo per tutte le volte che i nostri genitori ci hanno ridato la speranza di guardare avanti»

Lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo” (Lc 10, 34)

L’uomo caduto nelle mani dei briganti fu accudito da un Samaritano. Il Samaritano vedeva oltre i pregiudizi o le preclusioni. Vide qualcuno che era nel bisogno e lo portò in una locanda. Nella società e ancor più nella famiglia, l’ospitalità e la solidarietà sono essenziali; accogliere l’altro ed essere accolti a nostra volta è al centro della dinamica relazionale. Come famiglie cristiane siamo chiamati a trasformare le nostre Piccole Chiese Domestiche in locande in cui ogni nostro prossimo possa trovare Cristo. Se sapremo andare oltre le chiusure e scegliere di praticare l’ospitalità saremo “famiglia prossima”.

Il papà pone fuori dall’ ingesso della casa un cartello con scritto: “In questa casa tutti sono i benvenuti

“Chi di questi tre si è comportato come prossimo?” (Lc 10, 36)

Al termine della parabola, Gesù chiede al maestro della Legge: “chi di questi si comportato come prossimo per quell’uomo?”. Il dottore della Legge risponde “quello che ha avuto compassione di lui”. La famiglia dovrebbe essere il laboratorio in cui si impara la compassione, cioè quella virtù necessaria per poter accrescere sempre più l’unità. Per esempio quando nelle nostre famiglie sorgono dei conflitti il primo atteggiamento da assumere è la compassione e non quello di “scagliare pietre” contro i nostri cari perché “L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato” (AL 92).

La mamma, fonte sicura di tenerezza e compassione, abbracciando uno ad uno gli altri componenti della famiglia prega: «Signore fa di lui/lei un germoglio di santità»

“Gesù gli disse: “Va’ e comportati allo stesso modo” (Lc 10, 37)

Con queste parole Gesù invia nel mondo ciascuno di noi, e ciascuna delle nostre famiglie, per mettere in pratica il comandamento dell’amore. Mossi dallo Spirito Santo, siamo inviati ad essere “altri Cristi”, ponendoci “in uscita” e raggiungendo l’umanità. “La famiglia non deve pensare sé stessa come un recinto chiamato a proteggersi dalla società. Non rimane ad aspettare, ma esce da sé nella ricerca solidale. Una coppia di sposi che sperimenta la forza dell’amore, sa che tale amore è chiamato a sanare le ferite degli abbandonati, a instaurare la cultura dell’incontro, a lottare per la giustizia. Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere “domestico” il mondo, affinché tutti giungano a sentire ogni essere umano come un fratello” (AL 181, 183)

Tutti i componenti della famiglia si ritrovano sul balcone e alzando le mani verso il cielo pregano: «Signore, fa’ che la nostra unità familiare sia un segno del tuo Regno»

PREGHIERA QUOTIDIANA DELLA FAMIGLIA

Signore Gesù Cristo, mentre camminiamo con Te come profeti dell’unità familiare fa’ che non distogliamo il nostro sguardo dal mondo, ma lo manteniamo vigile. Fa’ che, mentre percorriamo le strade della vita familiare, come buon samaritani siamo capaci di fermarci a fasciare le reciproche ferite contemplando così che Tu sei presente anche in questa nostra locanda. Amen

Auguriamo a tutte le famiglie di essere profeti dell’Una Caro, innestati nell’Unico Corpo dello Sposo (Cristo) e della sua Sposa (Chiesa).

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Dio vede oltre, come un drone

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 16,1-13a)  In quei giorni, il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuèle rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: “Sono venuto per sacrificare al Signore”. Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che io ti dirò». Samuèle fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?». Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio. […] Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuèle prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

E’ sempre difficile commentare passi come questo in cui anche i grandi santi si sono cimentati lasciandoci ricchezze in omelie e scritti di alta caratura teologica e spirituale. Vogliamo solo mettere in luce un particolare, ma partiamo dalla contestualizzazione del brano: racconta di come il Signore abbia indicato al profeta Samuele di scegliere Davide come nuovo re al posto di Saul, abbiamo tagliato poi tutta la descrizione della modalità con cui la scelta ricade su Davide invece che sugli altri figli di Iesse.

La parte che ci interessa sta proprio all’inizio: il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Come al solito i nostri piani non coincidono mai con quelli del Signore, per non parlare delle tempistiche e delle modalità, le Sue vie non sono le nostre misere vie.

Abbiamo visto un video su Youtube nel quale una persona stava camminando su un sentiero di montagna, ma sembrava che non ci fosse uno sbocco attraverso la fitta vegetazione, ad un certo punto ha acceso il suo drone e lo ha guidato su in alto per vedere con la telecamera cosa lo aspettasse, potete immaginare quale meraviglia fosse lo stesso posto visto dall’alto piuttosto che dal sentiero oscurato dalla fitta vegetazione. Il drone ha permesso di vedere un panorama ed una veduta dell’insieme che dal sentiero era impossibile avere.

Similmente accadde così col Signore, Lui ha una visione d’insieme come quel drone che dall’alto domina il panorama, Lui vede più in là di noi, sa già cosa c’è oltre la fitta vegetazione che vediamo dal nostro punto di vista. Anche per il profeta Samuele non è così immediato obbedire al comando del Signore, ha bisogno di essere rassicurato per partire.

Il Signore ha un piano, ma Samuele vede solo fitta vegetazione, sembra come intrappolato nei suoi dispiaceri, piangeva ancora per Saul; ma il Signore lo rimprovera osservando che se non lo piange Lui perché mai dovrebbe farlo Samuele? Quanto è duro accettare i piani della Provvidenza, siamo ancora troppo attaccati alle nostre cose, alle cose che ci danno sicurezza in questo mondo. Anche noi abbiamo i nostri Saul per cui piangiamo e facciamo fatica a lasciarli andare, ma il Signore ha altri piani.

Anche per noi è stato difficile tanti anni fa lasciare persone, posti e realtà a cui eravamo affezionati, erano i nostri Saul su cui piangevamo, ma il Signore ci ha mostrato altre realtà, luoghi e persone perché Lui è come quel drone che vedeva già aldilà, ci siamo fidati, abbiamo fatto bene perché la nostra fede è cresciuta; le consolazioni di Dio non si sono fatte attendere.

Quando il Signore ci indica una strada si avvera quel detto: “quando si chiude una porta si apre un portone“, certo non è facile né di immediato realizzo, ma se il Signore indica una strada è perché vede oltre come la telecamera del drone.

Infatti Dio non va tanto per le lunghe con Samuele: Riempi d’olio il tuo corno e parti.… è uno che va dritto al sodo, perché l’importante per Lui è che si compia, si realizzi il Suo piano di salvezza. Ed infatti succederà che chiusa la porta su Saul si aprirà un portone sul grande re Davide, col senno di poi si rivelerà la scelta giusta.. proprio come col drone.

Coraggio sposi, la fede cresce a piccoli passi: ogni piccolo atto di fede mette le basi e prepara quello dopo che sarà un po’ più grande e così via.

Giorgio e Valentina.

Testimoniare l’amore oggi!

Quando si percepisce un ostacolo, la famiglia si riunisce. Per confortare, sorreggere, aiutare o semplicemente testimoniare amore. È così, a maggior ragione, anche per la ‘famiglia delle famiglie‘, la nostra amata Chiesa. In un periodo sociale così disordinato, caratterizzato da tensioni umane, venti contrari, schizofrenie emotive, frutto di un evidente relativismo ideologico, c’è bisogno di fare memoria del senso, del significato profondo dell’esserci, in quanto testimoni di sacramenti.

Ognuno di noi, ogni famiglia credente, deve poter raccontare il proprio originale modo di vivere la missione ‘dell’amore che resiste’. Ci proveremo il 18 febbraio intorno alle 10; da Nord a Sud ma anche oltre le Alpi -grazie ai potenti mezzi tecnologici- ci incontreremo, fisicamente e virtualmente, per condividere il significato dell’essere famiglia e quindi Chiesa. L’appuntamento è presso l’Auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). Ad accoglierci saranno i componenti della rete, simpaticamente battezzata ‘gli influencer di Dio‘ , organizzatori della giornata di comunione e verità, quella che sarà raccontata, a cuore aperto, da alcuni testimoni presenti, a seguito delle attese catechesi guidate da don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali.

Vi aspettiamo. Per registrarsi all’evento https://forms.gle/1v1yBgeUvsjLDk6J8

Livia Carandente con tutti gli autori di matrimoniocristiano.org

Il vero piacere? Nella relazione!

Oggi riprendiamo la catechesi di mercoledì scorso del Papa. Da alcune settimane ha cominciato un nuovo argomento: i vizi e le virtù. Nell’ultima in particolare ha trattato il tema della gola. Come sempre non la analizzo tutta ma prendo alcune righe che mi hanno colpito più delle altre e ci ragioniamo insieme.

Cosa ci dice il Vangelo a questo riguardo? Guardiamo a Gesù. Il suo primo miracolo, alle nozze di Cana, rivela la sua simpatia nei confronti delle gioie umane: Egli si preoccupa che la festa finisca bene e regala agli sposi una gran quantità di vino buonissimo. In tutto il suo ministero Gesù appare come un profeta molto diverso dal Battista: se Giovanni è ricordato per la sua ascesi – mangiava quello che trovava nel deserto –, Gesù è invece il Messia che spesso vediamo a tavola. Il suo comportamento suscita scandalo in alcuni, perché non solo Egli è benevolo verso i peccatori, ma addirittura mangia con loro; e questo gesto dimostrava la sua volontà di comunione e vicinanza con tutti.

Mi sento di sintetizzare questa riflessione del Papa in un concetto semplice. Il piacere non è male. Non c’è nulla di male a godere delle cose belle. Tra queste rientra anche il gusto e il piacere della buona tavola. Il piacere diventa male quando diventa il fine, quando viene assolutizzato. Invece il piacere può essere un modo di fare esperienza di bellezza e quindi di Dio. Ma non può diventare un idolo per noi. Mi permetto alcune considerazioni.

Credo di capire cosa vuole dirci il Papa. Anche per me, un pasto condiviso diventa automaticamente migliore. Preferisco di gran lunga una pizza e una birra in compagnia di amici, oppure un minestrone in famiglia, piuttosto che cibi deliziosi consumati da solo. Quando vivevo da solo, prima di sposarmi, spesso finivo per mangiare da solo. Raramente mi preparavo un semplice minestrone. Di solito compravo cibi pronti o cucinavo qualcosa che mi desse soddisfazione, anche se magari esageravo con patatine, hamburger e cibi considerati poco salutari. Questi cibi soddisfacevano il mio desiderio di piacere. Oggi, in famiglia, anche una semplice minestra mi basta. Perché? Perché il vero piacere deriva dalla condivisione. Quello che cerchiamo attraverso il cibo spesso è solo un modo per lenire la solitudine. La solitudine può esistere anche tra coloro che vivono in famiglia, quando manca il dialogo o non ci si sente compresi e accolti. Non è necessario essere fisicamente soli per sperimentare la solitudine, si può sentirsi soli anche a livello spirituale ed emotivo.

E allora perchè il digiuno? Come possono convivere ed essere entrambi buoni i due atteggiamenti. Quello di Giovanni Battista che nel deserto mangiava quello che capitava e quando capitava e quello di Gesù che non disdegnava di mangiare e anche bene se c’era l’occasione? Il digiuno non è positivo di per sè. Se io digiuno perchè ho problemi di disagio alimentare o per mancanza di autostima non c’è nulla di buono in quel digiuno. Quando diventa buono? Quando aiuta a fare spazio. Spesso noi siamo bulimici. Siamo bulimici di piacere che sia di gola, di possesso o di sesso. Questo ci rende incapaci di donarci. Dentro di noi non c’è posto per Dio e non c’è posto per nessun altro. Non c’è posto per nostro marito o nostra moglie. Il digiuno serve proprio a recuperare la libertà. La libertà di amare in modo gratuito. Il digiuno ci permette di vivere il piacere in modo pieno e più completo. Gola e sesso hanno molto in comune. Sono soggetti agli stessi stimoli e dinamiche umane. Ecco! Digiunare durante la quaresima ci può aiutare a fare meglio l’amore con nostro marito o nostra moglie. Perchè saremo più liberi di dare amore. Saremo più capaci di farci dono e non di usare. Insomma il digiuno ci permette di comprendere che un piacere solo superficiale, solo a livello di sensazioni fisiche ed emotive alla fine non sazia veramente. Questo processo di “fare spazio” porta a una maggiore capacità di amore e di connessione con gli altri, permettendo di vivere il piacere in modo più pieno e appagante.

Gesù era libero! Noi lo siamo?

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Sposi, sapete chi cercate?

Cari sposi,

come in una scena di film al rallentatore, di fatto siamo ancora, come la domenica scorsa, sulle rive del Giordano dove Giovanni battezzava.

Avviene una scena tanto semplice quanto grandiosa. Gesù inizia la sua vita pubblica e accoglie i primi due discepoli. Come arriviamo a questo momento?

Suo cugino Giovanni aveva già al suo seguito varie persone che lo ammiravano e volevano ascoltare le sue parole. Quando si presenta Gesù lui è talmente umile da additarLo come l’Agnello di Dio, scatenando un’irresistibile attrazione in alcuni dei suoi a seguirlo. Ed è qui che inizia tutto. Andrea e Giovanni sono i primi a cercare Gesù e iniziare un colloquio con Lui.

Sorprende vedere Cristo che li accoglie non con un comune “Shalom” e men che meno con un “oh, finalmente i miei primi due followers”, bensì con una domanda. Come mai? Il quesito di Cristo li prepara davvero ad essere disposti a ricevere un dono. Gesù sa che Giovanni e Andrea sono in ricerca ma non è disposto a dare soluzioni facili; pertanto, li porta sempre più in profondità.

Quante altre volte Gesù ha posto domande impegnative! Al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?”; al paralitico: “Vuoi guarire?”; a Pilato: “Dici questo da te o altri te l’hanno detto sul mio conto?” Nel fondo sta rivolgendo l’interlocutore al più profondo del suo cuore perché si apra davvero al dono della Verità che è Lui in persona.

Quindi, da Giovanni il Battista “la palla” passa a Giovanni e Filippo che restarono così affascinati da Lui che l’allora giovane discepolo, il quale scrive il vangelo sulla soglia dei 90 anni, ancora si ricordava l’ora esatta dell’incontro!

Questa esperienza così entusiasmante porta naturalmente Andrea a volerla condividere con suo fratello Simone. E in tal modo Andrea si converte nello strumento affinché Simone diventi Pietro. Che insegnamento possiamo ricavare per noi?

Anzitutto che Cristo, nell’anno 30 come nell’anno 2024, Lo incontriamo quando qualcuno ce lo presenta. Andrea e Giovanni hanno avuto bisogno del Battista; c’è voluto Andrea per Simon Pietro; Saulo è dovuto passare da Anania prima di diventare Paolo, Francesco Saverio non sarebbe santo senza Ignazio di Loyola… e così fino ad oggi.

Allora voi sposi siete in una condizione ottimale perché questo avvenga, voi che siete stati “con-vocati” dal Signore a seguirlo (cfr. Familiaris Consortio 38). Nel matrimonio la sequela di Cristo è fatta anche di un reciproco aiuto a incontrare Gesù, un mutuo sostegno nella sequela del Maestro. Laddove questo non avviene per un disallineamento nella fede, il coniuge credente ha però ha una grazia particolare per rimanere saldo in Cristo.

Inoltre, c’è un altro aspetto assai confortante. L’incontro con Cristo mi porta alla mia vera identità. Tutto il contrario di chi afferma che la fede cristiana aliena e impoverisce noi stessi. Quello magari avviene con un certo moralismo o letture parziali del Vangelo. Ma Cristo qui nel Vangelo non fa che esaltare e portare a pienezza il dono che già ognuno è.

E così Simone, che di suo era un capoccia e un superbo ma con un cuore grande, viene solo esaltato nel senso più vero da Cristo fino a renderlo “kefas”, cioè una roccia, un punto di riferimento per altri, una pietra che umilmente sostiene il peso altrui, che si mette sotto per servire e dare stabilità.

Quindi, chi cerca Cristo trova veramente se stesso. Ed anche voi sposi, seguendolo ogni giorno non diventerete certamente dei bigotti, basa banchi, bacchettoni e moralisti ma troverete la sorgente più pura di quell’amore che già avete cercato fin dall’inizio.

Questa la bellissima verità che ci svela oggi Gesù, detta in modo così chiaro nella Imitazione di Cristo: “cercando soltanto Te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e Te” (Libro III, cap. VIII).

ANTONIO E LUISA

Parto dalle conclusioni di padre Luca. Abbiamo bisogno di qualcuno per incontrare Cristo. Per me sono stati Luisa prima e padre Bardelli dopo. Ma senza Luisa non avrei incontrato neanche il caro padre Raimondo che tanto bene ci ha fatto. Quando riceviamo mail o commenti di giovani donne scoraggiate perchè non riescono a trovare un ragazzo che capisca e rispetti il loro desiderio di castità noi rispondiamo sempre di non mollare. Se Luisa avesse ascoltato le mie proteste e fosse scesa a compromessi non avrei fatto esperienza di una relazione casta e così bella. Il suo resistere mi ha fatto vedere tutta la bellezza di Luisa e mi ha fatto venir il desiderio di incontrare il suo Dio.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /20

(continua dall’articolo precedente…) Dobbiamo opporci a queste lusinghe con un chiaro e forte NO. Altrimenti facciamo la fine di Pinocchio che pensa di poter moltiplicare le monete che ha.

– Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?

E’ la tattica dell’antico serpente: irridere i doni che già possediamo presentandoli non come valore ma come limitazione alla nostra libertà: “Sarete simili a Dio“. Ma il problema di questa tentazione non sta tanto nel cedere alle lusinghe di un tesoro, ma nel pensare di trovare un tesoro lontano dalla casa di Geppetto, ovvero l’illusione di una felicità lontana da chi ci ha creato.

Cari sposi, i doni del matrimonio sono davvero molti e ricchi, ma sperare di avere un matrimonio pienamente umano (e quindi orientato alla vita eterna) lontano dal Signore è un’illusione, ecco perché serve la Grazia del Sacramento per sostenerlo ed alimentarlo.

– Noi, – riprese la Volpe, – non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo unicamente per arricchire gli altri. – Gli altri! – ripetè il Gatto. – Che brave persone! – pensò dentro di sé Pinocchio

Dobbiamo anche porre attenzione ai seduttori: quelli che ostentano la ricerca della giustizia con ogni mezzo, una solidarietà solo orizzontale ecc… chi più ne ha più ne metta. Ritornano alla mente le parole con cui ci ammonisce ed ammaestra san Paolo:

(2 Cor 11, 14-15) Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere.

Solitamente queste seduzioni vengono da persone che vivono un filantropismo che nulla ha di che spartire con la carità cristiana, oppure da persone che si travestono da benefattori dell’umanità finché ci ricavano anch’essi qualcosa. Gli sposi cristiani devono stare molto attenti a non lasciarsi ingannare da queste tentazioni, da questi stili di vita che spesso portano uno dei due sposi a lasciarsi fagocitare da queste filantropie a scapito del proprio matrimonio, oppure entrambi gli sposi si buttano a capofitto in varie esperienze che li allontanano progressivamente o dai figli o da una vita sacramentale. Abbiamo solo fatto qualche esempio per mettere in luce quanto siano sottili le lusinghe del Gatto e della Volpe.

Vogliamo segnalare come il Gatto ripeta sempre il concetto espresso prima dalla Volpe. Essi purtroppo sembra abbiano fatto scuola: nei tempi moderni pare che un’ idea (meglio parlare di ideologia) diventi vera, anzi verità assoluta a mo’ di dogma, solo per il fatto stesso che ci venga ripetuta ad ogni pié sospinto, ad ogni spettacolo televisivo, ad ogni articolo di giornale, ad ogni spot pubblicitario, ad ogni frase dei social-media: “Te lo ripeto 100 volte, dunque è vero“.

Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente : – No, non ci voglio venire.

Cari sposi, anche noi spesso facciamo come Pinocchio che, dapprima, rifiuta in modo categorico, ma poi pian piano si lascia sedurre da quei due abili ingannatori:

– Andiamo pure. Io vengo con voi.

Anche per una natura legnosa come quella di Pinocchio sembra inizialmente un’assurdità la proposta del Gatto e della Volpe, forse perché il nostro fiuto per gli ingannatori è abbastanza dotato, ad ogni modo dobbiamo crescere nella virtù della prudenza, non possiamo agire impulsivamente o seguendo i nostri sentimenti, potremmo rischiare grosso e perdere la strada di casa verso il Padre.

Cari sposi, vogliamo rinnovare l’invito ad essere prudenti soprattutto quando in ballo c’è l’educazione dei figli e il rispetto dell’ordine nella gerarchia dei valori, fa parte del nostro dovere di sposi e di genitori, dobbiamo avere le antenne sempre ben posizionate. Se di fronte ad una seduzione qualcosa non ci convince, aspettiamo ad emettere un giudizio e quindi a buttarci a capofitto in tale esperienza.

– Te lo spiego subito, – disse la Volpe. – […] Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino d’oro. Poi ricuopri la buca […] la sera te ne
vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro, quanti chicchi di grano può avere una bella spiga nel mese di giugno. […] – è un conto facilissimo, – rispose la Volpe

Di sicuro possiamo segnalare che se un’esperienza risulta troppo facile e non ci richiede nessuno sforzo, nessuna abnegazione, nessuna rinuncia, nessuna mortificazione neanche dell’amor proprio, se non combatte il nostro orgoglio o la nostra pigrizia, se non ci richiede lo zelo della preghiera… beh, allora la diffidenza è d’obbligo. Diffidare dalle imitazioni!

Giorgio e Valentina.