I livelli del tradimento

Oggi voglio rispondere a una domanda che mi è stata rivolta da una lettrice. Riguarda il peccato. Mi è stato chiesto: tradire con la mente ha la stessa gravità che tradire con il corpo? Come non pensare ai versetti del Vangelo chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Matteo 5, 28)

Come dobbiamo leggere queste parole che sembrano tanto chiare? Dobbiamo leggere in modo non superficiale. Ci viene in aiuto il card. Ravasi che commentando questo versetto scrive: Non era la semplice emozione istantanea e spontanea di fronte a una persona o a una realtà attraente, bensì una decisione profonda della volontà che pianifica un progetto vero e proprio per conquistare l’oggetto del desiderio, anche attraverso una macchinazione o una tensione psicologica intima o una costante concupiscenza. 

Siete d’accordo che così cambia tutto? Mi permetto di fare alcune considerazioni. Esistono diversi piani di tradimento. Non hanno le stesse implicazioni e non credo neanche la stessa gravità. Come sempre io non voglio fare un discorso strettamente religioso e di peccato ma semplicemente umano per rivolgermi a tutti.

Primo livello. Il pensiero (la tentazione).

Permettetemi di essere chiaro. Essere attratti da altre donne che non siano mia moglie non è peccato. Naturalmente vale anche per mia moglie verso altri uomini. Le tentazioni ci sono e dipendono da una serie di diversi fattori. Non colpevolizziamoci se sentiamo attrazione per altri. Non sono pensieri volontari. Vengono e basta. Spesso dipendono da nostre fragilità o inclinazioni personali. Sono spesso istintive e non volute. Noi commettiamo peccato quando scegliamo di allontanrci dal nostro impegno quotidiano di mettere al centro del nostro amore nostro marito o nostra moglie. Quando lo decidiamo. Quindi arriviamo ora al secondo livello.

Secondo livello Nutrire il desiderio sbagliato.

Se ci fermiamo al primo livello stiamo sereni. Se entriamo invece nel secondo dovremmo prestare invece molta attenzione. Cosa succede nel secondo livello. Succede che quella persona che ci ha attratto prende spazio nei nostri pensieri e nel nostro cuore. Ma qui non c’è solo una dinamica involontaria ma iniziamo a provare piacere nel pensare a quella persona. Ciò può avvenire anche senza che quella persona sappia nulla. Senza che nostra moglie o nostro marito sappia nulla. Attenzione: quando una tentazione entra nel livello due spesso ciò è favorito dalla salute del nostro matrimonio. Se non viviamo un matrimonio sano dove c’è dialogo e cura reciproca faremo più fatica a resistere alle tentazioni. Quindi parte della responsabilità, in caso di cadute, va ricercata nella relazione stessa. Dove sta il peccato? Semplicemente che stiamo togliendo spazio alla persona che abbiamo sposato. In questo tipo di tradimento rientra anche la pornografia. Non stiamo tradendo fisicamente l’altro ma lo stiamo sostituendo. Stiamo dedicando spazio, tempo, energie fisiche e mentali verso qualcosa o qualcuno che ci allontana dalla nostra promessa sponsale. Stiamo sottraendo qualcosa che abbiamo donato all’altro. In questo livello rientrano tante situazioni. Mi viene in mente una sposa che si era rivolta a noi perchè quando faceva l’amore con il marito per eccitarsi pensava ad altri uomini. Siamo nel tradimento mentale. Oppure i sempre più frequesti tradimenti online. Dove non c’è contatto fisico ma semplicemente un corteggiamento o un dialogo allusivo. Capite dove sta il peccato? Peccare sappiamo che significa sbagliare bersaglio. E’ esattamente questo. Dedicare le nostre attenzioni ad altri o ad altro e, così facendo, impoverire sempre di più la nostra relazione sponsale allontanandoci sempre di più l’uno dall’altro.

Terzo livello Metterci il corpo.

Perchè questo è il livello più grave? Perchè è il più profondo. Il peccato è lo stesso del livello due ma le implicazioni sono molto più devastanti. Io credo che la maggior gravità dipenda da due fattori principali. Tradire fisicamente significa aver condotto il tradimento fino alla sua completa attuazione. Significa non aver voluto fermare tutto prima. Ma la cosa ancora più grave è aver vissuto quel tradimento in modo completo, in mente, cuore e corpo. Significa aver compromesso tutta la persona in una relazione che è altra rispetto a quella matrimoniale. Fare l’amore è il gesto che è parte integrante del sacramento del matrimonio. Dopo la promessa in Chiesa serve l’unione dei corpi per rendere il sacramento efficace. Questo proprio perchè nell’amplesso stiamo dicendo, con tutta la nostra persona, il nostro sì a voler essere uniti indissolubilmente. Quando avviene il tradimento fisico stiamo compiendo lo stesso atto unitivo con un’altra persona. Stiamo rinnegando dentro di noi quell’unità che abbiamo promesso all’altro e a Dio. Per questo il tradimento fisico è ancora più grave. Perchè non abbiamo lasciato fuori nulla di noi. Ci siamo dentro completamente. Ed è quello da cui poi è più difficile – quando scoperto – essere perdonati e che porta spesso a separazioni e divorzi.

Antonio e Luisa

Don Antonio: ho sempre riconosciuto una sensibilità per la pastorale familiare

Mi presento. Sono don Antonio. Un uomo di 46 anni e da 21 sacerdote. Sono parroco di due parrocchie in provincia di Salerno. Ho studiato prima nel seminario di Potenza, e poi presso S. Anselmo a Roma dove ho compiuto la licenza in Teologia sacramentaria. Sono stato educatore nel seminario di Salerno per 9 anni, e dal 2005 insegno teologia dei sacramenti ai futuri sacerdoti. Sono impegnato nella formazione permanente del clero e nell’accompagnamento di fidanzati e coppie sposate. In passato anche della vita consacrata femminile.

Fin da quando ero in seminario, ho sempre riconosciuto una sensibilità per la pastorale familiare. Devo ringraziare l’impegno pastorale presente in Italia in modo particolare ad opera dei sacerdoti don Renzo Bonetti e don Carlo Rocchetta. Li ho incontrati personalmente una sola volta. Ma grazie ai social sono come dei padri spirituali per la mia formazione pastorale. Sono loro riconoscente per il fatto che “penso la mia vita sacerdotale” sempre in relazione “alla vita familiare” e sono incamminato nel Regno divino “dell’amore sponsale” impegnandomi nella virtù della “tenerezza”.

Qualche tempo fa, un pomeriggio, lessi un commento su questo blog ad un post di Antonio. Era un forte giudizio, ormai diventato comune, su papa Francesco e sul suo collaboratore il card. Fernandez. Si accese un moto interiore e scrissi un messaggio in privato ad Antonio … e conversando anche a viva voce ricevetti la proposta di condividere le mie riflessioni con voi. Io sto con il papa. Questo o quello. Senza magistero papale non c’è Chiesa di Gesù, e allora non c’è neppure Gesù. Quello degli apostoli. Pur sapendo che Gesù agisce anche fuori dai “confini” della sua Chiesa. Ma intanto che io vivo nel suo corpo della Chiesa, non posso stare qui e anche fuori lì. Perciò io sto sempre con la Chiesa.

Forse perché da giovane le sue rughe, scavate sul Volto, a causa della sua umana fragilità, mi hanno spaventato e allontanato da Lei e quindi da Gesù. Poi ho imparato che puntare il dito significa non amare, non perché si giudica, ma perché si vuole prendere le distanze. Io, prete, attendo dalla famiglia che nasce dal sacramento del matrimonio di essere aiutato ad amare di più questa Chiesa, la Chiesa di oggi, che cresce e si sviluppa a partire dalla Chiesa di ieri, e vuole diventare sempre più per domani la Chiesa di Gesù Cristo.

La famiglia, piccola Chiesa domestica, riflette e incarna l’amore di Gesù per la Chiesa, ma anche quello della Chiesa per Gesù. Perciò, io che sono prete, ho bisogno veramente di questo sano amore della famiglia per la Chiesa, affinché io possa amare la mia chiesa parrocchiale così come il sacramento dell’amore ogni giorno edifica la Chiesa e la società.

Ritornando e concludendo la mia presentazione, con Antonio abbiamo pensato che i miei interventi saranno dei “frammenti sui sette segni”. In questo primo contatto ho voluto dare voce soltanto al frammento sulla mia persona affinché dietro a questa firma – don Antonio Marotta – ciascuno d’ora in poi possa essere certo del mio intento: risvegliare la Chiesa nelle anime (R. Guardini) – fu il messaggio di papa Benedetto XVI nel suo ultimo discorso pubblico – che esplicitato su questo blog significa voler ri-leggere i tratti familiari dei sette sacramenti. La dimensione ecclesiale dei sacramenti. I sette sacramenti per la chiesa domestica.

Don Antonio Marotta

Il nostro Battesimo: un conto in banca

Dal Sal 29 (30) Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me. Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.

Dopo la Domenica “Laetare” i vari brani liturgici hanno già un poco il sapore della vittoria, quasi fosse un antipasto della tanto sospirata Pasqua, e così anche questo Salmo scelto dalla Liturgia di ieri.

Sicuramente ci sono moltissime persone che potrebbero unire il proprio cuore alla lode di questo Salmo, testimoniando e riconoscendo che davvero è stato così nella loro vita, sono passati cioé da una vita lontano da Dio alla pace di una vita con Lui, molti sono quelli che testimoniano come anche il dolore sia fonte di grandi Grazie dal Cielo.

Su questo argomento una parte non indifferente la fa l’esperienza personale, ma siamo sicuri che solo chi ha avuto conversioni eclatanti oppure Grazie straordinarie siano gli unici che possano fare proprie le parole accorte di questo Salmo?

Non è forse vero che ogni battezzato è rinato dall’acqua e dallo Spirito? Non è vero che è passato dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio? Non è vero che non è più sotto il potere di Satana ma è nato alla vita nuova in Cristo?

Troppi sposi cristiani cominciano a lamentarsi appena aprono gli occhi alla mattina e non finiscono nemmeno quando sono sotto le coperte. Chi si lamenta, non è mai contento nemmeno quando gli accade qualcosa di bello, perché avrebbe preferito qualcosa in più, ogni scusa è buona per lamentarsi.

Il metodo migliore per vincere un vizio è esercitarsi nel suo diretto concorrente, ovvero nella virtù contraria ad esso, in questo caso bisogna esercitarsi nell’arte del ringraziamento. Dobbiamo imitare il salmista che non perde tempo e loda il Signore. Il ringraziamento porta con sé un duplice effetto: ci fa rendere conto dei beni che abbiamo e nel contempo è un atto di giustizia verso Dio.

Troppi cristiani non si rendono conto del dono inestimabile che l’Onnipotente ci ha fatto con il Battesimo, e per questo si lamentano; esso però ci ha riaperto le porte del Paradiso che i nostri antichi progenitori avevano chiuso col peccato delle origini, il Battesimo inoltre ci ha fatto rivivere da morti che eravamo sotto il dominio del peccato, ci ha tolto la colpa del peccato originale, non siamo più schiavi del peccato ma veri coeredi di Cristo, cioè figli di Dio, siamo Suoi familiari.

Cari sposi, questa settimana impariamo a rendere grazie al Signore del dono inestimabile che ci ha fatto col Battesimo. Ci ha impresso un sigillo eterno grazie al quale siamo distinti dagli altri, dal giorno del nostro Battesimo noi Gli apparteniamo e siamo come i tralci uniti alla vite. Certamente abbiamo ricevuto tutto ciò in dono, immeritatamente, però il dono comporta anche il dovere di usarne bene e di farlo fruttificare.

Nel Matrimonio noi abbiamo la grande opportunità di far fruttificare il nostro Battesimo, sicché i doni battesimali dell’uno diventano patrimonio anche dell’altro, abbiamo un conto cointestato nella banca del Cielo. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il gesto specifico del matrimonio? Diventare una sola carne

Una volta, una ragazza mi ha confidato i suoi timori sul futuro, in particolare riferendosi alla relazione che stava vivendo con un uomo. Diceva di vedermi con ammirazione, per aver compiuto il passo del matrimonio, le piaceva l’idea di sposarsi nella vita; in quel momento, però, non si sentiva pronta. “Convivo col mio ragazzo, – mi ha raccontato – ma non lo sposerei e non comprerei nemmeno una casa con lui… perché, anche se stiamo bene insieme e siamo entrambi sistemati lavorativamente, non sono sicura di amarlo”.

Non sposerebbe quell’uomo, non farebbe un mutuo per avere una casa insieme (cose senz’altro importanti e vincolanti), però vive con lui (non è quello che fanno due sposi?) e diventa una sola carne con lui (anche questo, non è esattamente ciò che fanno due sposi?).

Senza voler giudicare quella donna, che con tanta sincerità mi ha confidato una sua fatica (non era felice della sua situazione e avrebbe voluto fare chiarezza) non ho potuto evitare di pensare che era stata creata per qualcosa di più. Diceva di non essere pronta a costruire insieme a quella persona “una casa di mattoni”, però pensava di essere pronta a diventare un corpo solo, edificando una casa mediante la carne.

Eppure, non è forse “il tempio” del corpo il più importante da custodire?
Gesù è stato chiaro quando ci ha detto cosa distingue il matrimonio da ogni altra relazione e non ha fatto riferimento né ad una casa di pietra, né ad un mutuo, né tanto meno ad una firma. Ha detto: “I due saranno una sola carne”. L’atto coniugale è cioè il gesto che distingue l’amore sponsale da tutti gli altri affetti.

Quindi, questo significa che ogni volta che viviamo un atto sessuale con qualcuno lo stiamo sposando? Significa che quella ragazza, senza volerlo, si è sposata con quell’uomo, al quale non sente ancora di volersi legare nella vita? Ovviamente no. Ed è proprio qui che si origina la sua sofferenza.

Se è vero che quel gesto è stato pensato per realizzare, o, se vogliamo, per sigillare un matrimonio, quando tu vivi l’esercizio della sessaulità al di fuori di questa dimensione in fondo avverti che ti manca qualcosa. In fondo sai che stai sprecando un dono, una opportunità. Ovvero l’opportunità di vivere quel gesto unico per dire all’altro: “Io ti accolgo in me, senza riserve, ora e per sempre”.

Ecco cos’è, allora, un atto impuro: dimenticare che l’atto sessuale è stato pensato per dichiarare un amore e un’appartenza reciproca che si verificano prima di tutto nella vita.

Leggendo “L’ecologia dell’amore“, di Antonio e Luisa, ho riflettuto proprio su questo: il matrimonio è il sacramento del corpo. L’amore passa necessariamente attraverso il corpo. E se col corpo viviamo gesti che contraddicono la nostra chiamata ad un amore vero?

Ecco, dove manca coerenza, dove il dono di sè che si realizza attraverso la sessualità non è autentico, avvertiamo un dissidio. Ci manca la pace.

I cristiani, soprattutto quelli che avanzano l’ipotesi che si possa vivere un fidanzamento senza sesso, vengono spesso etichettati come “sesso-fobici.” Eppure, l’unica paura che abbiamo è quella di non vivere con la dovuta sacralità questo atto così grande e potente, bello e fonte di vita.

Se ti accorgi che finora hai sciupato questo dono e vuoi cambiare strada, sappi che è possibile. Non è mai troppo tardi per recuperare la purezza, per ridare alla sessualità il suo valore. Fidati: Dio fa nuove tutte – ma proprio tutte – le cose. Può rinnovare anche te, può ridonarti la verginità del cuore.

Cecilia Galatolo

L’amore vero è donare

Cari sposi, chi è il vero protagonista del Vangelo di oggi?

Sembrerebbe trattarsi di Gesù, il Figlio che salva, che accetta la Croce, che non vuole perdere nessuno… In realtà il vero protagonista, che se ne rimane comunque in secondo piano, è proprio il Padre.

Questo brano odierno, in realtà, lo abbiamo già visto adombrato nella seconda domenica di Quaresima nella scena di Abramo e Isacco. Lì al centro della scena è proprio Abramo che, dopo aver sognato a lungo un figlio, lo consegna fidandosi di Dio. È Lui la prefigurazione del Padre che oggi ci mette nelle mani il Figlio perché sia la nostra salvezza.

Il Padre nei nostri confronti opera quindi un gesto di valore infinito. Si distacca volontariamente dal Figlio, si lascia spogliare di Colui che ama dall’eternità per offrirlo ad ognuno di noi. Se ci pensate, il Padre decide di amare un altro che non sia il Figlio. In occasione della Redenzione il Padre “devia” per così dire la sua donazione dal Figlio a noi. Ed è un gesto definitivo, non è una prova, non fa un tentativo, un esperimento momentaneo… è fatto una volta per sempre.

Qual è stata il gesto più costoso che avete fatto voi sposi nella vostra vita? Quello che vi è costato sangue e lacrime? Per noi il Padre ha penato infinitamente volte di più ma non se n’è pentito e non è mai tornato indietro, cosa che magari noi avremmo o di fatto abbiamo fatto almeno una volta nella vita.

Il vostro matrimonio sgorga proprio da qui. Da questa donazione piena e totale che il Padre fa del Figlio. Sì, perché poi il Figlio copia il Padre nel momento di donarsi alla Chiesa, come ci dice San Paolo in Efesini 5.

Pensateci bene, il vostro “sì” ricalca quel “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il matrimonio è una meravigliosa avventura di donazione sempre maggiore di sé. La pienezza del matrimonio si raggiunge man mano che progredisce il darsi reciproco degli sposi. Non importa che ci siano tante cose esteriori (bellezza fisica, soldi, successo lavorativo, fama sui social…) ma che si cresca assieme in questo essere un regalo gratuito per l’altro.

In questo deserto quaresimale, vi auguro di essere purificati dallo Spirito perché la vostra decisione di vivere assieme vada sempre più coincidendo con lo stile di vita di Dio, che, nel sacramento vuole rispecchiarsi nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Dio si rispecchia in noi come dice padre Luca citando papa Francesco. Non dobbiamo credere però che sia così fin da subito. Il matrimonio, se ci impegnamo a fondo, diventa una palestra che nel tempo ci rende sempre più capaci di amare. Ricordate le pellicole fotografiche di una ventina di anni fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso.

Il matrimonio secondo Pinocchio /24

La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.

Il Collodi si inventa la morte apparente per poter continuare il racconto, richiesto a gran voce dai piccoli lettori e dall’editore, dobbiamo ringraziare questa insistenza che ci ha permesso di leggere un’opera indimenticabile per l’infanzia e dal grande valore educativo. Si inserisce quindi una nuova figura, la bella Bambina, che potrebbe sembrare distrarre Pinocchio dal suo rapporto con Geppetto.

In realtà scopriremo, nei prossimi capitoli, che questa figura femminile non entrerà mai in conflitto con la figura paterna del falegname, al contrario, la sua funzione sarà quella di aiutare Pinocchio nella relazione col proprio padre.

Come non vedere in questa graziosa Bambina l’immagine della Vergine Maria?

Senza fare nessuna forzatura, la quale andrebbe a snaturare il racconto, possiamo rilevarne alcune caratteristiche che richiamano la Madonna: i capelli turchini, la (sempre) giovane età, la capacità di comandare con garbo e serietà nello stesso tempo, il rispetto con cui tratta Pinocchio da “morto apparente” salvaguardandone la dignità nonostante sia solo un burattino, e lo si denota da come si rivolge al Falco prima e al Can-barbone poi:

– Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull’erba a piè della Quercia. […] – Su da bravo, Medoro! – disse la Fata al Can-barbone; – Fai subito attaccare la più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull’erba un povero burattino mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza e portamelo qui.

Tra le caratteristiche mariane della Fata, ne scegliamo solo una per la nostra riflessione: il rispetto e la delicatezza, il garbo con cui tratta i burattini, ovvero come la Madonna ci tratta nonostante le asinate che combiniamo, per usare un eufemismo.

Ella non ci ripaga secondo le nostre opere, da chi avrà mai imparato?, ma usa sempre parole gentili e rispettose, nonostante i rimproveri ed i consigli accorati siano sempre quelli, quanta pazienza… proprio come fa una mamma comune. Cari genitori, dobbiamo chiederci se anche noi usiamo questo garbo e rispetto nei confronti dei nostri figli, malgrado siamo costretti tutti i giorni a ripetere sempre le solite, identiche cose alle solite, identiche persone… le mamme infatti spesso vengono etichettate dai figli come un disco rotto. Ma non per questo dobbiamo scoraggiarci e smettere con la solita cantilena, fa parte del nostro dovere.

Se pensiamo a quanta fatica si faccia per far entrare un concetto in quelle “zucche vuote”, non è niente rispetto alla fatica che si fa per farlo entrare nel cuore affinché lo facciano proprio e si decidano a viverlo da soli: è un’impresa molto più ardua.

Cari sposi genitori, dobbiamo imitare la delicatezza di questa bella Bambina dai capelli turchini, la quale usa tanto garbo e delicatezza soprattutto quando Pinocchio si dimostra un burattino e non vive da figlio, ella non gli toglie la dignità.

Quando dobbiamo riprendere i nostri figli, se li trattiamo calpestando la loro dignità e non li rispettiamo, non crescerà la loro autostima né la loro consapevolezza di creature ad immagine di Dio; se, al contrario, li trattiamo con garbo (anche deciso e risoluto) e rispettoso della loro dignità di figli, già questo atteggiamento dirà loro: “Tu vali di più dell’asinata che hai combinato, tu sei fatto per grandi imprese, tu sei capace di fare meglio”. Coraggio sposi, impariamo dalla Madonna chiedendone l’intercessione.

Giorgio e Valentina.

Con cuore di vedova

Sono rimasta vedova a quarantacinque anni con quattro figli ancora in età scolare (all’epoca avevano 19 anni, 17, 15 e 10), dopo vent’anni di matrimonio. Il momento della morte del proprio coniuge è una di quelle cose che non si vorrebbe mai accadessero e se poi arriva troppo presto si aggiunge, al dolore del lutto, la fatica di crescere la famiglia da sole.

Il Signore mi ha dato la grazia di arrivare a quel momento preparata, perché sapevo che la malattia di Francesco era terminale, e il giorno del suo funerale per me era già in cielo. Lui ha vissuto la sua vita matrimoniale spendendosi tutto per Dio e per la famiglia e, quando è arrivata la malattia, l’ha accettata sapendo dove lo stava conducendo. Non ho mai avuto dubbi sulla sua resurrezione perché, come ho sperimentato di persona e scritto in uno dei miei libri: “Vivi la perdita del tuo amato esattamente come hai vissuto l’amore per lui. Il tipo di amore che hai sperimentato in vita diventerà anche il tipo di lutto che sperimenterai quando il tuo sposo morirà.

Quando è iniziata la mia vita da vedova però, mi sono accorta che questa certezza della risurrezione era condivisa da poche persone. Ricordo che, prima di aprire la pagina Facebook (e la sua gemella Instagram) “Con cuore di vedova”, sfogliavo altre pagine Facebook dedicate a chi aveva perso un proprio caro. Alcune avevano tantissimi follower e un sacco di commenti ai post, ma erano tutte improntate soltanto al ricordo del “caro estinto”. Mancava ogni riferimento alla risurrezione che, invece, per me è la testata d’angolo su cui costruisco ogni giorno le mie giornate.

Da qui è nata l’esigenza di testimoniare l’esperienza di risurrezione che Dio ha portato nella mia vita: Dio è rimasto fedele al sacramento del matrimonio donandomi un amore che va oltre la morte. Con questo spirito ho aperto la pagina “Con cuore di vedova” che ad aprile 2024 compirà tre anni.

Tre anni in cui ho proposto post di vario genere – ma sempre improntati alla fede cristiana – indirizzati alle vedove che, come me, stanno portando ogni giorno questa pesante croce.

La vedovanza è un cammino pressoché sconosciuto alla gente perché, in genere, non se ne parla. Così questa pagina, col tempo, è diventata anche un momento di confronto con altre vedove per condividere “come si fa” a sopravvivere a un dolore che sconquassa da cima a fondo e che non passa mai. Come si può ricostruire la propria identità di donna, tornare a sorridere (è il tema della Quaresima 2024 che ho proposto nelle meditazioni settimanali) e crescere una famiglia da sole. Spero che abbia fatto del bene alle persone che l’hanno incrociata anche soltanto per un post.

È anche un’occasione di dare voce a chi non ha voce.

La perdita del proprio sposo è una realtà che, comunemente, non viene toccata in nessun ambito ecclesiale. A parte i rari (e bellissimi) discorsi dei papi alle vedove consacrate, a parte le catechesi dei sacerdoti in occasione della giornata dei defunti, a parte una discreta scelta di libri sul lutto (ma non su come si vive “il dopo”, da sole) direi che manca una realtà che accompagni con costanza chi porta quotidianamente la croce della vedovanza, specifica per loro. Queste pagine web “Con cuore di vedova” sono un modo di dare voce a una realtà che passa sotto silenzio.

Inoltre questa pagina è anche un modo di affrontare la vedovanza alla luce della Parola di Dio. Per me sarebbe impensabile farne a meno: è semplicemente fondamentale. Ed è bello leggere anche le testimonianze che offrono le sorelle di fede vedove: è davvero arricchente e stimolante. Benvengano queste testimonianze perché aprono la prospettiva sulle realtà celesti. Ancora adesso una delle cose che mi fa più soffrire è vedere quante persone, anche cattoliche, anche che vedo a messa, non siano sicure di dove sia l’anima del loro sposo defunto. C’è tanto da annunciare!

Infine un altro obiettivo di questo “servizio” è diffondere gli interventi della chiesa, dei papi, del magistero, dei padri della chiesa, dei laici sul tema della vedovanza, sperando che lettrici e lettori ne possano trarre beneficio, insegnamento, riflessione. Io stessa scrivo le riflessioni che mi suscita la preghiera, o le poesie che mi nascono da dentro. Ci tengo a precisare che ogni cosa che scrivo nasce dalla preghiera.

Vorrei concludere con uno dei discorsi più belli alle vedove, fatto da Papa Pio XII nel 1957. È un po’ la Magna Charta di tutti i documenti successivi:

 “La morte, anziché distruggere i legami di amore umano e soprannaturale contratti con il matrimonio, può perfezionarli e rafforzarli. È fuori dubbio che sul piano puramente giuridico e su quello delle realtà sensibili, l’istituto matrimoniale non esiste più. Ma sussiste tuttora ciò che ne costituiva l’anima, ciò che le conferiva vigore e bellezza, cioè l’amore coniugale con tutto il suo splendore ed i suoi voti di eternità. [.. .] Se il sacramento del matrimonio, simbolo dell’amore redentore di Cristo e della sua Chiesa, trasferisce agli sposi la realtà di questo amore[..], ne consegue che la vedovanza diventa, in qualche modo, il compimento di questa mutua consacrazione[..]. Ecco la grandezza della vedovanza quando è vissuta come prolungamento delle grazie del matrimonio e come preparazione del loro dischiudersi nella luce di Dio!

Vi ringrazio di avermi dedicato questo spazio e di aver consentito di aprire una finestra sul mondo della vedovanza.

Elisabetta Modena vive e lavora in provincia di Verona, ed è scrittrice di narrativa e poesia (pubblica sia con il suo nome, che con lo pseudonimo Judith Sparkle)

Intervista su Tv 2000

Su Aleteia sono apparsi due suoi articoli: 1 2

Ariticolo su Punto Famiglia

Una sua testimonianza è stata raccolta e pubblicata da Cecilia Galatolo nel libro “Vivere il lutto insieme a Dio” per l’editore Mimep docete.

Ha dedicato un libro di poesie a suo marito, con illustrazioni della figlia, dal titolo: “Come un campo di girasoli” (Amazon).

Una donna in particolare non possiamo dimenticare

Nella Bibbia è scritta una cosa importante:
anche se le donne sono proprio tante
una su tutte non possiamo dimenticare
perché la storia ha fatto cambiare.
No, non si tratta di quella che la mela ha mangiato
e così dall’Eden tutti quanti ci ha cacciato,
ma di una ragazza che un giorno lontano
ha reso possibile un grande piano:
che Dio, eterno e onnipotente,
si facesse davvero vicino alla gente.

Questa fanciulla, giovane e pura,
non si è fatta prendere della paura
ma un annuncio totalmente inaspettato
con grande coraggio ha subito accettato.
Qualcosa di nuovo, allora, è successo:
l’uomo non sarebbe più stato sottomesso
alle conseguenze di quel primo peccato
perché Qualcuno ci avrebbe riscattato.
È nata così una nuova umanità,
fatta non solo da grande santità
ma anche da lacrime, sangue e dolore,
che con il loro immenso valore,
hanno scardinato il male e la morte
e permesso pertanto di aprire le porte
a quello che l’uomo da sempre cercava
e a cui con altrettanta costanza anelava:
vivere accanto a Dio con il sorriso
per sempre felice nel Paradiso.

Questo è avvenuto come un soffio di vento,
in silenzio e in gran nascondimento,
non nella casa di un ricco sovrano
con la pancia piena disteso sul divano
ma da una ragazza che con la sua umiltà
ha detto sì con generosità.
È a Maria che tutte le donne devono guardare
se qualcosa di vero vogliono imitare
perché in Lei si uniscono tutte le qualità
per dare valore alla nostra quotidianità.
Le donne sanno essere speciali
non solo perché belle, colte o leali
ma in quanto hanno un modello grandioso
che riesce ad attirare ogni curioso.
In un mondo dove conta solo apparire
ci si può realizzare pur senza trasgredire:
non è importante mostrarsi per ore
ma quello che si porta dentro nel cuore.
L’8 marzo, allora, dobbiamo festeggiare
una donna speciale, che fa ancora sperare:
piena di grazia e di purezza
ci mostra un’eterna bellezza,
senza tempo e senza compromessi,
lontana da illusioni e falsi successi.

Maria è il capolavoro del creato
perché in Dio finalmente ha trovato
il tesoro nascosto, quello prezioso,
dolce, autentico, delizioso
in grado di cambiare la propria esistenza
e trasformarla fin nell’essenza.
In Maria abbiamo la gemma più bella,
madre, avvocata e sorella,
modello per tutte le donne del pianeta,
vero esempio e somma meta,
compendio di grazie e di virtù:
non scoraggiarti e prova anche tu!
Allora davvero sempre festa sarà
perché pieno d’amore il tuo cuore vivrà.

Fabrizia Perrachon 

Fino alla fine. Un libro fuori dal coro

Qualche giorno fa è uscito il libro di un mio caro amico, nonché teologo, Marcelo Fiães che, presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II (Roma), ha ottenuto la Licenza in Sacra Teologia (Summa cum Laude, e premio seconda migliore tesi di licenza dell’Istituto per l’anno 2021), con la tesi intitolata “Il significato della separazione fedele”. Da questo lavoro è nato questo libro, Ti amerò fino alla fine (Il significato della separazione fedele nel matrimonio cristiano), nella collana “Saggi” di Mistero Grande, con la prefazione di Don Renzo Bonetti e questa è la sua presentazione:

Il matrimonio è da anni una realtà in crisi, con metà delle coppie che divorzia e intreccia nuove relazioni. I cattolici non fanno eccezione a questo trend e anche fra molti battezzati è diventato usuale “rifarsi una vita” dopo una separazione matrimoniale. Non tutti i credenti, però, ritengono questa una scelta obbligata. Alcuni, nonostante siano stati traditi o abbandonati dal coniuge, decidono di rimanere fedeli al Sacramento delle nozze e non cercano nuovi legami. Perché lo fanno? Qual è il significato di una scelta giudicata come insensata e fondamentalista agli occhi dei più? Cosa spinge i separati fedeli a continuare ad amare chi – per vari motivi – ha voltato loro le spalle? L’autore, a partire da una solida base teologica e dalla viva testimonianza di separati fedeli, propone alcune piste di riflessione per approfondire un tema poco conosciuto e raramente affrontato, anche in ambito ecclesiale. Un libro “fuori dal coro” che ha lo scopo di ricordare come il matrimonio cristiano, anche quando il legame fallisce, non perde il suo valore sacramentale e profetico, poiché conserva l’immagine delle nozze definitive dell’umanità con Cristo.

È un libro che ritengo molto importante, non solo perché ha basi teologiche solide e riporta testimonianze di separati fedeli, ma perché sottolinea il fatto che il Sacramento del matrimonio è efficace e generatore di frutti anche se il coniuge non è più fisicamente accanto. Non è una cosa facilmente comprensibile, perché nella stragrande maggioranza dei casi, i separati fedeli vengono visti come persone menomate che, poverini, sopravvivono in qualche modo, come fossero uccelli ai quali vengano legate le ali.

Questa è una visione errata, perché la capacità di amare e lo svolgimento della missione non sono legati alla presenza del coniuge: quest’ultimo è certamente un aiuto importantissimo nel crescere nell’amore gratuito, nell’unità, nel perdono, nella pazienza, nella tenerezza, nella reciprocità e complementarità, ma nel Sacramento del matrimonio viene benedetta la relazione e, poiché Gesù non divorzia mai da nessuno, qualsiasi cosa succeda, rimane ugualmente in piedi.

Paradossalmente il coniuge a volte può essere non un aiuto, ma un peso nello svolgimento della missione, se si limita tutto solo alla coppia e alla propria famiglia, senza guardare fuori, ritenendo che gli sposi “bastino a sé stessi”: è un atteggiamento che può portare alla fine di una relazione.

I separati fedeli sono chiamati non tanto a svolgere servizi vari in parrocchia o aiuto ai parroci, ma a rendere fruttuoso il loro Sacramento, a essere protagonisti nella Chiesa e per la Chiesa, non per i propri meriti, ma per la Grazia che deriva proprio dal Sacramento: ovviamente mostrano un volto particolare di Gesù, quello ferito, ma che lo Spirito Santo rende efficace, perché continua ad amare nonostante tutto.

Anche Papa Francesco ha voluto sottolineare l’importanza di questa scelta: Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza…..Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano (Amoris Laetitia, 30).

Se qualcuno pensa che questa strada sia percorribile realmente solo da alcune persone, quelle magari particolarmente convinte o con le dovute qualità, sta di fatto mettendo un freno, un limite alla potenza di Dio e allo Spirito Santo: ho visto persone semplici, che non hanno studiato, rimanere fedeli attraverso una fede sincera e un totale affidamento a Gesù, seguendo il desiderio del proprio cuore.

Anche io m’inserisco fra le persone che, senza studi teologici, senza particolari doti e senza la presunzione di capire tutto, si sono messe in cammino giorno per giorno, confidando nella Provvidenza e ottenendo frutti inaspettati, gioie, consolazioni e tanti amici. Grazie Marcelo per questo tuo libro che sarà utile a tanti sposi!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Quanta sete abbiamo?

Dai Sal 41-42 (42-43) Come la cerva anèla ai corsi d’acqua, così l’anima mia anèla a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarmi, mi conducano alla tua santa montagna, alla tua dimora. Verrò all’altare di Dio, a Dio, mia gioiosa esultanza. A te canterò sulla cetra, Dio, Dio mio.

Qualche settimana fa, in occasione del famoso giorno di S. Valentino, abbiamo sentito o letto frasi d’amore romantico da strappacuore, al limite del tenerume, alcune ci sono sembrate quasi esagerate, chi le avesse lette tutte si sarà fatto un’indigestione di romanticismo… tanta dolcezza da rischiare il diabete amoroso.

Ma nessuna di queste frasi amorose ha toccato vertici come lo fanno le parole di questo Salmo, forse perché quest’ultime sono state ispirate da Colui che è la fonte dell’amore, anzi, ci dice S. Giovanni, è l’Amore stesso.

Una delle esperienze più vivide dell’umano vivere è quella della sete: tutti abbiamo fatto esperienza di quanto sia preziosa l’acqua dopo che ne abbiamo vissuto la mancanza, quanto è buono e dissetante il primo bicchiere dopo tante ore senza poter bere! Ebbene, il salmista fa riferimento proprio a quest’esperienza corporale per farci meglio comprendere come dovrebbe essere il nostro desiderio di vivere in Dio, o meglio, che Dio possa vivere in noi.

Quando due sposi si amano intensamente sperimentano quella comunione di cuori presente già nella natura, e questa unione è destinata ad aumentare con l’aumentare dell’amore che i due si scambiano, e già questa esperienza ci fa intravedere che la vita non può essere tutta qui, sarebbe troppo riduttivo, e ci si chiede dove sia la fonte di tutto questa bellezza.

Già vivendo questa esperienza naturale i due vivono desiderando che l’altro possa vivere dentro sé in ogni istante; quando uno dei due vive una bella esperienza vorrebbe che l’altro fosse lì, per esempio se sta ammirando un tramonto particolare o un altro spettacolo del creato il desiderio non è solo che l’altro sia lì ma che addirittura possa guardare coi propri occhi, si vorrebbe che i propri occhi fossero una telecamera cui l’altro possa collegarsi come si fa con il wi-fi.

Tutto ciò fa parte dell’amore umano, ma quando la Grazia interviene (ovvero quando il matrimonio diviene Sacramento), prende questa bellezza e la eleva, la perfeziona e la trasfigura ad immagine di Colui che di questo amore ne è la fonte. E’ allora che questo desiderio di comunione sempre più profonda fa diventare la sete della presenza dell’altro in sete della presenza di Dio che nell’altro si manifesta, prende forma carnale in un volto ben preciso: il mio coniuge.

La presenza dell’altro con le sue manifestazioni sensibili ci aiuta ad aprire sempre più il nostro cuore a Colui che di quelle manifestazioni è la fonte, esse sono segno nel tempo di Chi vuole essere ricambiato nel Suo amore eterno.

Il Signore è il primo ad avere sete del nostro amore, ce lo ha dimostrato sulla croce (cfr <<Ho sete>> Gv 19,28), sembra un’assurdità, quasi che a Dio, perfettamente sussistente in se stesso, manchi qualcosa se non lo ricambiamo col nostro amore. Il Salmo ci mette sulla bocca le stesse parole di Gesù sulla croce per farci comprendere con quale intensità dobbiamo vivere il nostro amore a Dio per poter trasfigurare il nostro matrimonio ad immagine del suo amore crocifisso. Coraggio sposi, non lasciamo morire di arsura il nostro coniuge.

Giorgio e Valentina.

Gelosia divina

Cari sposi, siamo approdati a metà del nostro cammino quaresimale. Abbiamo iniziato nel deserto per poi salire sul monte della trasfigurazione domenica scorsa ed oggi entriamo con Gesù nel tempio a Gerusalemme.

L’evangelista Giovanni colloca questo fatto nella prima Pasqua di Gesù e appena dopo il primo “segno” compiuto a Cana, discostandosi così dalla narrazione dei Sinottici.

Anzitutto vediamo il contesto in cui avviene il racconto. Siamo poco prima di Pasqua, quindi in piena primavera e per quella grande festa giungevano a Gerusalemme anche centomila persone, procedenti dalla Spagna al Medio Oriente. Ogni pellegrino poi offriva nel tempio generalmente un agnello e si calcola che in pochi giorni venivano immolati circa 18-20 mila agnelli. Immaginate il giro di soldi che questo comportava! E tutto questo trafficare avveniva proprio nel recinto del tempio. Siccome poi i pellegrini venivano da ogni parte dell’Impero Romano era chiaro che ci volevano pure i cambiavalute, come nei nostri aeroporti, che cambiassero i sesterzi, i denari, gli aurei in sheqel.

Un’ultima annotazione importante: la legge ebraica non proibiva affatto questo tipo di attività economica che avveniva appunto attorno al Tempio, nel cosiddetto emporion mentre Gesù è proprio lì che pronuncia il suo discorso e attua la cacciata. Se allora, Gesù non è venuto a cambiare nemmeno una virgola della Legge ebraica (cfr. Mt 5, 18), allora in ciò che dice e fa c’è un senso molto più profondo.

È molto interessante, nel testo greco del Vangelo, vedere come Giovanni, parlando del tempio, non usa il vocabolo comune, che è nàos, ma piuttosto ièron, cioè proprio quella parte intima in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza e dimorava perennemente la Shekinah, la Presenza di Dio.

Detto questo si può già arrivare a un’importante conclusione. Gesù non sta dicendo banalmente di non fare sacrifici nel tempio, difatti essi erano un anticipo del Vero Sacrificio che Lui avrebbe fatto di lì a poco.

La sfuriata di Gesù non è affatto un colpo di testa, un segno di burn out o di accumulo di stress. Piuttosto, la collera di Gesù è quella di uno Sposo che si sente ingannato dalla Sposa e ha appena scoperto i segni del suo tradimento. È come quando un coniuge scopre certi messaggini sul cellulare o alcune chat sul computer oppure siti particolari nella cronologia di Google

Gesù in questa scena sta provando un’indignazione solenne per constatare che il Suo Amore è vilmente svenduto! Tutta quella gente lì stava correndo dietro a cose sacrosante ma in realtà stavano dimenticando per Chi lo facevano. Gesù Sposo, allora, reclama a grida il cuore della Sposa che al contrario è tutta dedita ad affari e sta mettendo in secondo piano l’Amore Vero.

Ecco allora che la parte più interna del tempio è direttamente collegata alla nostra coscienza, all’intimo del nostro cuore. Il Catechismo, difatti, afferma che: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (1777).

Gesù Sposo conosce meglio di chiunque altro il nostro cuore e in questa Quaresima è il più interessato a renderlo puro, cioè, innamorato di Lui. La scena evangelica odierna è esattamente quanto Gesù intende compiere nel cuore di voi sposi, come coppia e singolarmente. E come lo fa?

Anzitutto con i Sacramenti e con lo Spirito. Il Battesimo che abbiamo ricevuto è esattamente il lavacro che ci ha rigenerati e per voi esso è culminato nel Matrimonio, con cui Gesù vi ha uniti a sé in un’alleanza eterna di amore. L’Eucarestia è il Suo Corpo dato per amore che vi rende ogni volta che La ricevente concorporei, consanguinei a Lui. Ed infine lo Spirito è Colui che rende fruttuosi i sacramenti e vi guida in questo cammino di purificazione.

Cari sposi, dobbiamo accettare che il nostro cuore è perennemente visitato da idoli, da intrusi che tendono a farci distogliere dallo Sposo, la vita odierna non fa che bombardarci quotidianamente. Ci distraggono, ci confondono, ci disorientano e vogliono mettersi al posto di Cristo, vogliono rubarci l’anima. Gesù lo sa bene, non si scandalizza, anzi, perciò in questa Quaresima anela profondamente a darvi un cuore nuovo, un orientamento nuovo nella vostra via cristiana.

Lasciamoci guidare, permettiamo che lo Sposo continui a mondarci e a liberarci, anche se può far male, in modo che la vostra fede e il vostro amore sia sempre più simile all’amore con cui Cristo Sposo ama la Sua Sposa.

ANTONIO E LUISA

Gli idoli di cui parla padre Luca non sono necessariamente vizi o distrazioni. Può essere un idolo anche nostro marito o nostra moglie. Gesù è geloso quando facciamo dell’altro il nostro tutto, il nostro dio. In realtà sa bene che solo nella relazione con Lui – mettendo Lui al primo posto – potremo amare davvero l’altro nella gratuità e non fare del nostro matrimonio quel mercato che ha indignato Gesù. Perchè non solo noi siamo tempio di Dio ma lo è anche il nostro matrimonio che è abitato dalla reale presenza di Cristo.

Dio vede in voi una meraviglia

Il Vangelo del padre misericordioso – proposto oggi dalla liturgia – è uno dei passi più conosciuti, letti, riletti e approfonditi. Cosa può ancora dirci? Tanto! Innanzitutto perché lo ascoltiamo in momenti diversi della nostra vita. Quello che ci può toccare oggi non è quello che ci ha toccato le volte precedenti. Cambiamo sempre e quindi cambia ciò che la Parola provoca in noi.

Detto questo, parto da una riflessione di don Fabio Rosini di un po’ di tempo fa. Mi è sembrata molto centrata ed efficace. Una prospettiva forse un po’ diversa da quella solita. Gesù rivolge una serie di tre parabole agli scribi e farisei. Lo fa per rispondere al loro atteggiamento verso di Lui. Sono scandalizzati che lui abbia relazioni, che si intrattenga e mangi insieme a pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei credono di essere i soli meritevoli, mentre gli altri non meritano né considerazione né rispetto. Non hanno dignità. Sono considerati la feccia.

Gesù racconta la parabola del Padre misericordioso per mostrare la diversa esperienza vissuta dal padre da parte dei suoi due figli. Il figlio peccatore che torna a casa ha commesso molti errori. È vero, il suo comportamento è stato davvero sbagliato. Ha sprecato tutto ciò che il padre gli aveva dato, vivendo una vita dissoluta. Tuttavia, c’è un punto di svolta. Questo porta Gesù a dire in un’altra occasione, in Matteo 21: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio“. Quando tocca il fondo, il figlio comprende la miseria della sua condizione e del modo in cui ha vissuto. Il peccato lo ha reso vulnerabile e spoglio. Tornando a casa, l’abbraccio del padre lo fa sentire amato, nonostante abbia deluso, disobbedito e si sia perduto. L’abbraccio del padre diventa per lui un’occasione per sentirsi amato per ciò che è, e non per ciò che ha fatto o non fatto. È un amore autentico e incondizionato.

Arriviamo all’altro fratello. L’altro ha sempre condotto una vita onesta. Non lo ha fatto per amore, ma per senso di responsabilità. Per sentirsi in pace. Questo lo fa sentire come se il Padre fosse un padrone e lui un servo. Tutto diventa gravoso. Capite la differenza nella relazione tra i due figli e il Padre? Non voglio dire che il peccato sia positivo, ma potrebbe essere un’opportunità per rinascere.

Anche io ho toccato il fondo nella mia vita e lì ho scoperto lo sguardo di un Dio che mi voleva bene anche così, beh è cambiato tutto. Credo di avere avuto la mia vera conversione.

Quanti sposi e quante spose si sentono miseri e misere, sentono di non farcela, sentono di avere un sacco di problemi, di fragilità e di difetti. Quante coppie credono di avere un matrimonio povero che non brilla. Quante coppie guardano con invidia altre coppie che sembrano più belle e sante. Quella è l’occasione di alzare lo sguardo verso Dio e specchiarsi in ciò che lui vede. Lui vede una coppia bellissima, lui vede una coppia che ha tutto per mostrare qualcosa di Lui al mondo. Per farlo anche nella difficoltà più o meno grandi che la vita ci riserva. Lui non smette mai di credere in noi, perché non dovremmo crederci anche noi, sempre, nel nostro matrimonio?

Dovremmo fare nostre le parole che cantano i The sun nella canzone Johnny Cash:

Alla fine ho accettato il fatto che Dio pensava ci fosse in me qualcosa che valesse la pena di salvare e chi ero io per dirgli che aveva torto, non sono mica Dio, non sono mica Dio.

Coraggio Dio vi guarda e vede una meraviglia, cercate di vederla anche voi.

Antonio e Luisa

Quando fare l’amore può essere un fioretto quaresimale

Ho ricevuto una mail da Agata (nome di fantasia) che mi ha fatto riflettere. Anche perché simile a un aneddoto che ci raccontava sempre padre Raimondo – il frate che ci ha seguito e dato una regolata da fidanzati – che mi aveva colpito già tanti anni fa.

In questa mail Agata, che conosciamo già da un po’ di tempo e sappiamo che ha problemi a lasciarsi andare nell’intimità con il marito, ci ha confidato di aver scelto per questa quaresima un fioretto diverso dal solito: ha scelto di non avere rapporti sessuali con il marito per tutta la durata della quaresima.

Un fioretto di questo genere può essere davvero gradito a Dio? Lo può essere nella misura in cui ci aiuta a crescere e a perfezionare il nostro matrimonio. Faccio un esempio. Se io sposo faccio fatica a rispettare i tempi dei metodi naturali e sono spesso in difficoltà ad accogliere i periodi di astinenza per esercitare la mia paternità responsabile, ecco che un fioretto di questo tipo può essere positivo. Vissuto però con la consapevolezza che lo sto attuando per essere capace di amare di più e consapevole che mi sta costando fatica perché voglio rendere quella fatica feconda. Soprattutto deve essere condiviso con la mia sposa che non può non essere coinvolta in una situazione che non riguarda me ma riguarda noi.

La comprensione e l’accettazione dei sacrifici necessari nel matrimonio possono portare a una crescita personale e spirituale. Affrontare le sfide con l’obiettivo di migliorare la relazione con il proprio coniuge dimostra un impegno profondo e un desiderio sincero di amore e reciprocità. Questa consapevolezza può portare a una maggiore armonia e intimità, creando così una base più solida per il matrimonio.

Non è proprio il caso di Agata. L’autrice della mail sta usando Dio per coprire una difficoltà che lei e il marito hanno nel vivere l’intimità. A lei non costa nessuna fatica rinunciare al sesso con il marito! Per quaranta giorni ha la “scusa” buona. Anzi, ha trovato il modo di rendere “santa” una scelta che invece è sbagliata per la coppia. Perché li allontana sempre di più! Meno si sta vicini – e l’intimità fisica è il massimo della vicinanza – e meno desiderio si avrà di cercarsi.

Per questo ho dato ad Agata lo stesso consiglio che padre Raimondo diede a quella coppia: che fatica fareste a non fare l’amore? Io in Quaresima vi invito a farlo di più, impegnatevi a cercarvi e a curare la vostra relazione.

Un fioretto ha senso quando fatto per il bene e a volte non ci chiede di rinunciare a qualcosa ma di impegnarci, per amore, a superare fatiche e difficoltà.

Antonio e Luisa

Non si annulla un matrimonio, semmai si dichiara nullo

Questo articolo nasce da due precedenti pubblicati qui sul blog. Nel primo articolo Ettore Leandri – presidente della Fraternità Sposi per Sempre – testimoniava quanto fosse stata feconda per lui la rinuncia a una nuova relazione dopo la separazione dalla moglie sposata sacramentalmente. Nel secondo Giorgio e Valentina, presentando l’esegesi del testo di Pinocchio e citandone il testo originale, scrivevano: “Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra ed i darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare una casina candida come la neve.

Amici separati e divorziati, soli o in nuova unione, la Chiesa ha sempre ascoltato la vostra sofferenza, diventando quella casina, mettendo a disposizione uno strumento importante come la causa di nullità matrimoniale, strumento da secoli previsto dalla Chiesa, a cui negli ultimi anni hanno fatto più volte riferimento discorsi e documenti sia di Papa Francesco (Esortazione apostolica Amoris Laetitia, Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus) sia di Papa Benedetto (Sacramentum caritatis), nei quali la verifica della nullità del matrimonio è indicata come sostegno e conforto nell’accompagnamento delle persone ferite da separazione e divorzio.

Si tratta di causa di nullità e non di annullamento: la differenza è sostanziale. La sentenza conclusiva del procedimento di nullità si limita a dichiarare la non sussistenza del matrimonio: il consenso espresso dagli sposi davanti al sacerdote non ha generato nessun matrimonio. Non si annulla, perché annullare significa cancellare un’unione sponsale che esiste – e nessuno può farlo – ci si limita a rilevare, constatare, dichiarare che quel matrimonio è nullo, non è mai venuto a esistenza.

Che cosa indaga il processo? L’indagine è sul consenso degli sposi, perché è dal loro consenso che il matrimonio nasce.  La Chiesa presume validi tutti i matrimoni celebrati con la forma canonica, con la manifestazione del consenso degli sposi secondo la formula indicata dalla Chiesa. Nella causa di dichiarazione di nullità si va a verificare se al momento dello scambio del consenso (non dopo), entrambi gli sposi, o anche uno solo di essi, avevano l’intenzione di fare quello che la Chiesa intende per matrimonio.

Gli sposi escludevano uno degli elementi essenziali? Gli sposi (o uno di essi) volevano davvero il matrimonio sacramento, volevano tutti i suoi elementi essenziali, indissolubilità, fedeltà, bene dei coniugi, apertura alla procreazione? Se uno di questi elementi è escluso, quella volontà si indirizza a qualcosa che assomiglia al matrimonio ma non è il matrimonio. Quindi il matrimonio non nasce e la causa per verificarne la nullità potrà essere intrapresa anche dopo decenni.

Accogliendo gli sposi, il sacerdote li interroga sulla loro libertà e consapevolezza. Gli sposi avevano la libertà e la consapevolezza necessarie? Avevano la sufficiente consapevolezza di cosa significa che il matrimonio è un’alleanza tra due persone che si donano reciprocamente e per tutta la vita? Avevano la necessaria conoscenza reciproca per avere tale consapevolezza? Quando la Chiesa va a verificare la validità cerca di capire se gli sposi possedevano tale capacità di valutazione critica o se tale capacità era gravemente compromessa, se i soggetti (o uno di essi) mancassero della capacità di valutare praticamente e concretamente la scelta del matrimonio, gli effetti del matrimonio che stanno per celebrare con quel partner; se avessero la libertà interiore di autodeterminarsi rispetto alla scelta dei diritti e doveri coniugali.

Gli sposi erano capaci di quel dono di se stessi, che è l’oggetto del patto matrimoniale e che si concretizza nel farsi carico dei diritti e doveri coniugali,  in vista della costituzione del matrimonio? Il matrimonio è un impegno concreto rispetto ai suoi obblighi essenziali, è un prendersi cura l’uno dell’altro, della famiglia. Le difficoltà e le crisi non sono escluse ma ciò che la Chiesa analizza nel processo di dichiarazione di nullità non si ferma alle difficoltà insorte nel matrimonio; va a cercare di capire se entrambi o uno dei due avesse problematiche di ordine psichico che lo rendono incapace di quegli obblighi che dal matrimonio scaturiscono, come si riscontra ad esempio in presenza di disturbi di personalità che impediscono la reciprocità.

Sono quindi molteplici le cause per cui può esser dichiarata la nullità di un matrimonio. Come negli ultimi giorni ha rilevato il Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della CEI e Arcivescovo di Bologna, proprio “la fragilità psichica” è il motivo che determina la maggioranza delle dichiarazioni di nullità matrimoniale. Il Cardinale ha anche auspicato un incremento delle procedure di nullità,  come strumenti “per guarire da una sofferenza che la separazione porta con sé”. “Non è il divorzio cattolico-ha aggiunto mons. Zuppi- ma un discernimento attento, profondo” per ricercare la verità, da cui può conseguire conforto, pace, serenità e nuove prospettive di vita per fratelli e sorelle sofferenti.

Avvocato nei Tribunali Ecclesiastici Paola Brotini

C’è un giudice in Alabama!

Parafrasando la celeberrima espressione di Bertold Brecht, con grandissima soddisfazione possiamo affermare che c’è un giudice in Alabama (finalmente)! Mi riferisco alla notizia più importante che ho letto negli ultimi giorni, quella relativa alla sentenza emessa dalla Corte Suprema del suddetto Stato americano che ha decretato che anche gli embrioni congelati per la fecondazione artificiale sono bambini quindi essere umani veri e propri

La cosa più curiosa di tutta la vicenda sono i titoli utilizzati nei giornali nostrani: quelli che hanno deciso di pubblicarla hanno usato espressioni come “sentenza shock”, “clamorosa”, “che mette a rischio i diritti riproduttivi”, “sentenza senza precedenti”, “che ostacola la riproduzione assistita” ma anche “scandalosa e inaccettabile”. Secondo voi cosa significa tutto questo? Non è, forse, già stato emesso un giudizio e quindi la diffusione stessa della notizia? I lettori, proprio a partire dal titolo, sono indubbiamente influenzati ad allinearsi al pensiero dominante: in questo modo si vizia forzatamente la loro capacità di giudizio, come se non la possedessero nemmeno. Per questo è fondamentale che ciascuno si formi in coscienza e conoscenza, proprio per liberarsi dalle pressioni di un mainstreaming che ci vuole tutti “zitti e buoni” al cospetto di pseudo-verità distanti anni luce dalla moralità evangelica.

Che ci sia vita umana fin dal concepimento è talmente evidente che, ben prima e ben oltre le assicurazioni scientifiche moderne di un gruppo sempre più nutrito e consapevole di specialisti, è stato scritto diversi secoli prima di Cristo; ora tutto questo viene addirittura fatto passare come shoccante e scandaloso: siamo veramente alla fiera dell’assurdo! Penso che non servano molte parole né commenti perché basta leggere il Salmo 139 per edificarsi e capacitarsi che nel nostro DNA è impresso quello del Creatore e che non servano chissà quali esperimenti per capire che, anche se minuscoli e appena concepiti, siamo creaturine e non un grumo di cellule. “Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre […]Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto,ricamato nelle profondità della terra.  Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno.” (Sal 139, 13 e 15-16). Che saggezza, che ricchezza la Parola di Dio! Questi sono gli autentici fondamenti non solo della fede cristiana ma della vita umana, che sicuramente si scontrano con la mentalità attualmente dominante ma non dobbiamo indietreggiare perché Gesù ci ha rassicurato: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16, 33).

È di grande gioia e conforto sapere che il giudice dell’Alabama, Tom Parker, ha utilizzato gli stessi riferimenti e detto le stesse cose che affermo da tempo, sia quando parlo con parenti, amici o parrocchiani sia quando vengo chiamata a dare mia testimonianza sull’esperienza dell’aborto spontaneo, vissuto con mio marito quasi dodici anni fa. Questo mi dimostra, una volta di più, ciò che recita un altro Salmo: “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice. I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.” (Sal 19). Non serve essere dei luminari per assaporare ed apprezzare ciò che dice Dio perché è sufficiente aprire il cuore: questo permetterà di spalancare occhi e orecchie alla Verità e fuggire da quanto cerca di propinarci il sistema dominante, che sembra proprio abbia come obiettivo quello di appiattire l’esistenza ad un misero susseguirsi di fatti dettati solo dal “dio-io”.

A volte sembra che ogni cosa sia sbagliata: hai desiderio di diventare mamma? Sei retrograda perché i figli rovinano la carriera, l’indipendenza e la libertà, si può essere donne pienamente realizzate senza assolvere all’obbligo di diventare madri! Però se vuoi un figlio a tutti i costi, scontradoti magari con situazioni che non lo permettono o forzando il piano della Provvidenza, avanti, accomodati, puoi provare ogni tecnica possibile e immaginabile, congelando perfino embrioni per essere usati a piacere, tanto non sono persone! Vedete che paradossali e assurdi cortocircuiti mentali abbiamo davanti a noi? Ma siamo più intelligenti di così e meritiamo ben altro, sicuramente molto di più del tutto e del contrario di tutto con cui tentano di anestetizzare le nostre coscienze, anche perché basta così poco per smascherare queste assurdità e ripensare completamente al valore sacro della vita, dono unico ed irripetibile di Dio! Abbiamo da secoli la Bibbia, santi sacerdoti e validissimi predicatori, possiamo informarci in ogni modo e con ogni mezzo e, grazie a Dio, abbiamo anche qualcuno che finalmente ha utilizzato la propria autorità umana per aprire il vaso di Pandora e ci ha messo davanti all’evidenza … c’è davvero un giudice in Alabama!

Fabrizia Perrachon 

P.S.: per ascoltare le mie testimonianze è sufficiente accedere ai miei profili social (Instagram e Facebook) oppure collegarsi ad uno dei seguenti link: testimonianza al Santuario del Bambin Gesù di Arenzano, intervista con Paolo Belluccio oppure intervista pubblicata sul canale Il Tempo di Maria. Da sola posso fare poco da insieme possiamo qualcosa di grande e nuovo: dar voce a tutti i bambini non nati!

Incatenati, ma non per sempre

Dal Sal 78 (79) Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, per la gloria del tuo nome; liberaci e perdona i nostri peccati a motivo del tuo nome. Giunga fino a te il gemito dei prigionieri; con la grandezza del tuo braccio salva i condannati a morte. E noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di generazione in generazione narreremo la tua lode.

Abbiamo tratto le nostre riflessioni per tanto tempo dai brani evangelici e dalla cosiddetta Prima lettura, oggi traiamo spunto dal Salmo della Liturgia odierna. Per chi non ne fosse a conoscenza, spieghiamo telegraficamente che il libro dei Salmi fa parte del Vecchio Testamento e contiene 150 preghiere (la loro numerazione/catalogazione dipende dalle versioni della traduzione), praticamente ce n’è una per ogni tipo di situazione dell’umano vivere: gioia e dolore, fatica e riposo, guerra e pace, carestia e prosperità, paura e audacia, e tante altre.

Questo Salmo fa appello alla misericordia di Dio, chiede il Suo aiuto nello stile della Quaresima, ma quello che vorremmo sottolineare è il versetto centrale dove i mittenti della preghiera, ovvero noi, si definiscono “prigionieri” rincarando poi la dose alla fine della frase con l’espressione “condannati a morte“.

Ad un primo superficiale approccio sembrerebbe un’esagerazione appositamente studiata al fine di impietosire colui al quale si rivolge la supplica, ma in realtà nasconde una presa di coscienza reale di chi sia l’uomo. Poiché il nostro interlocutore non è un semplice sovrano, anch’esso umano come noi, ma è il Dio eterno, ecco che allora auto-definirsi “condannati a morte” non è per niente un’esagerazione… e non solo per ribadire la verità fondamentale che la morte fisica è un passaggio obbligato per ogni uomo, ma anche per marcare una linea di confine tra la nostra finitezza di creature e l’eternità infinita del Creatore.

Ma se scendiamo più in profondità scopriamo che forse siamo un po’ tutti dei prigionieri, ma di cosa?

La Quaresima è proprio il tempo ideale per spogliarci dell’uomo vecchio e rivestirci dell’uomo nuovo, ovvero il tempo propizio per abbandonare il peccato e vivere da liberi figli di Dio… liberi sì, ma da che cosa?

Liberi dalla schiavitù, che per l’antico Israele corrispondeva all’Egitto, antica prefigura di un’altra schiavitù ben più grave e profonda: la schiavitù del peccato. Ecco allora che comincia a prendere senso quel “prigionieri“, perché siamo ancora nel pieno del cammino quaresimale, e dobbiamo riconoscere ancora una volta in tutta sincerità di non esserci ancora scrollati di dosso molti peccati, abbiamo ancora parecchia strada da fare sulla via della conversione (detta anche penitenza), perciò ci possiamo ancora sentire prigionieri.

E se qualcuno non venisse in nostro aiuto come nostro liberatore noi ci sentiremmo sempre più dei “condannati a morte”, non tanto intesa come morte corporale (da la quale nullu homo vivente po’ scappare) ma come morte dell’anima, che diventa poi la morte eterna nell’aldilà.

Dopo aver pregato questo Salmo avendo riconosciuto il nostro stato di prigionieri e condannati a morte, vien spontaneo chiedere che venga presto un liberatore, ecco perché questo Salmo accompagna così bene la Quaresima in attesa del tanto sospirato Salvatore, l’unico che può liberarci [e che ci libera] dalle catene del peccato.

Cari sposi, anche nel matrimonio possono esserci catene che ci schiavizzano e ci tengono prigionieri molto peggio che in un carcere umano, il quale può mettere in catene solo il corpo, ma l’anima no. Dobbiamo chiedere al Signore di liberarci dalla schiavitù della lussuria, oppure da quella dell’ira, forse da quella dell’invidia o dalla gola… ogni coppia ha la propria lista.

Il primo passo è riconoscere di avere delle catene e guardarle, poi quello di riconoscere che solo Uno può liberarci perché da soli non siamo capaci, solo così si comincia un percorso di guarigione e di libertà, altrimenti il nostro matrimonio resterà sempre dalla sponda egiziana del Mar Rosso.

Coraggio sposi, il matrimonio è uscito direttamente dalle mani del Creatore, e Lui fa solo cose belle.

La bellezza salverà il mondo. (Fëdor Dostoevskij)

Giorgio e Valentina.

Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo

Oggi riprendiamo il Vangelo di ieri che ci ha proposto la trasfigurazione. Non a caso questa Parola è posta durante il periodo di Quaresima. La Quaresima è un periodo fecondo. Non è solo rinuncia. Non servirebbe a nulla. La rinuncia è buona quando permette di fare posto. Quando è appunto feconda. Quando ci permette di rigenerare qualcosa che abbiamo forse un po’ perduto.

Non è importante solo per un individuo, ma anche per una coppia. Abbiamo bisogno di liberare spazio nei nostri cuori per permetterci di riaprire alla meraviglia che siamo. Perché, sì, una coppia di sposi è veramente una meraviglia. Se non riusciamo più a riconoscere questa meraviglia, potrebbe essere il momento di fermarsi un attimo a riflettere sulle nostre vite. Lo so, la nostra vita è così caotica. Abbiamo figli piccoli o grandi, dobbiamo far fronte al lavoro, agli impegni, alle scadenze e alla burocrazia. Sempre di corsa, non c’è mai abbastanza tempo!

E poi litigi, nervosismo, stress, crisi. Cominciamo ad avere qualche dubbio che la nostra famiglia sia poi così meravigliosa. Cominciamo a vedere solo i difetti. Guardiamo con invidia altre coppie o altre famiglie che ci sembrano perfette. Fermatevi. Voi siete una meraviglia! Non riesco a credere che non possiamo trovare un momento per fermarci e guardarsi negli occhi. Fermatevi per raccontarci quanto sia importante la presenza dell’altro/a. Fermatevi per pregare insieme. Fermatevi per riscoprire quell’emozione che provoca la vicinanza dell’altro e il suo sguardo che si posa su di noi.

Non sono romanticherie e tenerume da ragazzini. E’ ciò di cui abbiamo bisogno per riscoprirci belli e belli insieme. La Quaresima deve essere il tempo della rinuncia, dei fioretti. Fatene uno per voi. Fatene uno davvero gradito a Dio. Rinunciate alla vostra mania di fare tutto e di avere tutto sotto controllo. Lasciate i vostri figli qualche volta ai nonni o a una baby sitter. Lasciate anche un po’ di disordine per casa e cancellate qualche impegno non proprio urgente e necessario. Trovate tempo per voi. Uscite, guardatevi, parlatevi non solo delle cose da fare o da comprare, trovate tempo per la vostra intimità. Fatelo per il vostro matrimonio. Fatelo per i vostri figli. Fatelo per la vostra vocazione. Allora si che la vostra relazione tornerà meravigliosa e l’amore sarà trasfigurato. Un’esperienza di cielo sulla terra. Esattamente come è stato per i tre apostoli.

Antonio e Luisa

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La nostra fede tra i monti Moria e Tabor

Cari sposi, domenica scorsa vedevamo Gesù nel deserto, sospinto lì per fare l’esperienza della prova e tentazione. Si diceva appunto che il deserto è un luogo di passaggio nella Bibbia e non costituisce mai la dimora definitiva che invece è la Pasqua.

Ecco allora che anche oggi tutta la Parola ci presenta un passaggio, un viaggio. Non è in orizzontale ma in verticale, è una salita e poi una discesa da due monti. Nella prima lettura Abramo è chiamato a sacrificare il suo unico figlio Isacco sul monte Moria mentre nel Vangelo Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Queste due cime, per le vicende che vi accadono, costituiscono due modi ben precisi di vivere la fede.

Vediamo prima di tutto Abramo. Lui è da poco arrivato nella terra promessa, Canaan, un luogo in cui le popolazioni praticavano abitualmente il sacrificio dei propri figli alle loro divinità. Il gesto di Abramo è allora sconvolgente! Dopo tanto penare per avere un figlio, ecco che ora accetta che perisca in modo così cruento! Forse Abramo credeva che il suo Dio fosse come quelli cananei, un Dio assetato di sangue, un Dio che va placato a suon di sacrifici, un Dio spietato ed esigente, che fondamentalmente chiede e non dà, un Dio che non cerca il nostro bene.

Per cui, è affascinante la scena in cui invece Abramo scopre che il suo Dio ha solo voluto purificare ed aumentare la sua già grande fede e abbandono! Abramo sul monte Moria conosce chi è davvero Dio. Un po’ come accadde pure a Giobbe, Geremia, Giona…

Da contraltare a tutto ciò è appunto un’altra salita, quella di Gesù sul Tabor. In questo caso Dio non chiede ma dona tutto di sé. Infatti, Dio Padre non fa altro che donarci Gesù e l’unica cosa che ci chiede è di ascoltarlo. E questo perché il Dono possa essere davvero accolto da noi. In fin dei conti, cosa ci chiede il Padre se non abbandono e fiducia nella sua Parola?

Come cambia la prospettiva di vita tra il Moria e il Tabor! Dovremmo sostare a lungo in contemplazione su tale Parola! Tabor e Moria rappresentano due vissuti di fede che forse abbiamo un po’ sperimentato tutti noi. In questa domenica il Signore ci invita a passare da un Dio che chiede a un Dio che dona sé stesso. E tale passaggio avviene tramite una prova che però diviene così il momento per approdare a un rapporto con il Signore più vero e autentico.

Cari sposi, anche voi, assieme ad Abramo e ai tre apostoli, siete oggi chiamati ad un passaggio importante nella vostra vocazione nuziale. Siete già stati chiamati al matrimonio ma con questa Parola si coglie l’invito ad una “seconda chiamata”. Essa costituisce la maturità nella fede, quella fase adulta da sposi che implica essere disposti a perdere tutto, a mettere in secondo piano le nostre aspettative su o da Dio per accogliere invece Dio come dono.

Così, guardando Abramo si capisce quanto è costato al Padre donarci Gesù, lo stesso Gesù che abita con voi come Dono permanente e vivente di amore.

ANTONIO E LUISA

Noi abbiamo un sacco di aspettative quando ci sposiamo. Le coltiviamo nei confronti del nostro partner e della vita che sogniamo di costruire insieme. Con il tempo ho capito che c’è un passaggio fondamentale nel nostro matrimonio. È importante abbandonare tutte le nostre aspettative per incontrare veramente Gesù. Passare da una fede che cerca di soddisfare le nostre richieste a una fede che ascolta Gesù. In questo modo, il matrimonio diventa incredibilmente sorprendente. Ogni giorno diventa un’opportunità per donarsi reciprocamente, proprio come siamo e nelle circostanze in cui ci troviamo. Ed è meraviglioso, perché quando la vita ci porta lontano dalle nostre aspettative, sperimentiamo un amore che riempie, rigenera e diventa fecondo per noi e per gli altri. Questo vale per ogni coppia che si affida a Cristo! Ne conosciamo davvero tante.

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Il matrimonio secondo Pinocchio /23

Gli assassini inseguono Pinocchio; e dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un ramo della Quercia grande.

Siamo giunti al capitolo XV che fa un po’ da spartiacque, poiché il Collodi pose al termine la parola “Fine” a quello che riteneva essere l’ultimo episodio stampato sul “Giornale per i bambini”. Per lui Pinocchio era davvero morto: una finale amara ma anche molto suggestiva.

Sembra una stranezza per noi così abituati a tutt’altro epilogo, eppure a ben vedere in questo capitolo “conclusivo” il burattino tocca il vertice della sua umanizzazione nella condivisione con noi del mistero della morte. Commentando questo capitolo così si esprime il cardinale Biffi:

[…] l’agonia di Pinocchio, appeso all’albero da tre ore, riproduce l’agonia di colui che è l'<<uomo>> – secondo la parola profetica di Pilato – ed è quindi l’archetipo di noi tutti. Di Cristo in croce riecheggia perfino l’estrema nostalgia del Padre e il desiderio di affidare a lui la vita fuggente: Oh babbo mio!…l se tu fossi qui!…

La profondità di queste riflessioni non va intaccata con le nostre povere parole, ci ricorda che dietro alla storia del burattino c’è molto di più senza veli troppo spessi, senza per questo assurgerlo ad un testo di spiritualità cristiana.

Vogliamo evidenziare un aspetto: prima di essere raggiunto ed impiccato, Pinocchio intravede un barlume di salvezza:

Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.

Ancora una volta, quando sembra tutto perduto ecco un lumicino di speranza… è proprio così anche nella nostra vita. Ci sono troppi sposi che si danno per vinti ancora prima di cominciare la battaglia. Non esistono crisi matrimoniali che non siano portatrici di salvezza, forse non si risolveranno secondo i nostri piani ma secondo la volontà di Dio, in ogni caso non possiamo rinunciare a metterci mano.

Quando ero un giovane ragazzo mi dilettavo nel giuoco del pallone ed ho avuto la grazia di avere sempre allenatori con la “A” maiuscola, lo facevano con serietà ed erano degli educatori oltre ad insegnarci come si gioca bene; lo sport è stata una grande lezione di vita. Uno dei ricordi che tengo più nel cuore è l’insegnamento che spesso ci ripeteva un allenatore quasi come un tormentone: si gioca al massimo fino a quando l’arbitro non fischia il fine partita. Avevamo perso? non importava molto, la cosa più importante era aver lottato fino alla fine con tutte le nostre forze. Stavamo vincendo? non importava molto, dovevamo giocare con serietà fino alla fine senza mai dare per scontata la vittoria sull’avversario.

Cari sposi, trasportate questo stile di vita dentro il vostro matrimonio: se ravvisiamo un problema nella nostra relazione, se avvertiamo di esserci allontanati l’uno dall’altra, se la routine ha appiattito i nostri gesti d’amore, non gettiamo subito la spugna ancor pima di cominciare… non facciamo come Pinocchio quando fu proprio sul punto di gettarsi in terra e di darsi per vinto” ma lottiamo per riconquistare il nostro NOI anche se quello che vediamo è solo un “biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve.”

Quel barlume della casina candida è il segnale che Dio è pronto a darci una mano per uscire dal pantano in cui ci siamo messi da soli, non importa cosa sia successo, conta solo che vediamo una casina candida come la neve, seppur in lontananza ma c’è… non dobbiamo permettere al al verde cupo degli alberi di nascondercela.

Coraggio famiglie, non lasciamoci cadere le braccia altrimenti finiremo come Pinocchio appesi ad un albero dagli assassini del matrimonio… l’arbitro non ha ancora fischiato la fine della partita… il nostro allenatore è in panchina pronto per incoraggiarci: ascoltiamo la sua voce.

NB: lottare fino in fondo con tutte le nostre forze significa chiedere anche l’intervento a Dio con la Sua Grazia perché è Lui la nostra forza.

Giorgio e Valentina.

Donna, conosci te stessa!

Torniamo a parlare di challenge, sfide lanciate sul web e raccolte nella realtà dai giovanissimi: avevamo affrontato nei precedenti articoli la NNN e la DDD per i mesi di novembre e dicembre. Purtroppo, quasi ogni mese ne propone una ed è il caso della FFF: Free Finger Friday. Rivolta solo alle ragazze, chiede di astenersi da qualsiasi tipo di rapporto o piacere per tutto il mese.

Come già ricordato in precedenza, speriamo vivamente che queste sfide virtuali non siano raccolte da nessuno e restino solo argomenti da clickbait per i siti di gossip. Tuttavia, c’è chi le ha pensate e lanciate e, probabilmente, anche chi le ha seguite e diffuse. Scelgo di parlarne per due motivi: il primo è che esistono e non possiamo ignorare il mondo in cui i nostri adolescenti vivono. Ciò che leggono o trovano sul web è un minestrone in cui siamo chiamati a mettere le mani, per non farci trovare impreparati di fronte alle sfide dell’adolescenza. Il secondo motivo è usarle (e non subirle) per parlare di tematiche calde, che possano interessare noi sposi, educatori, genitori. Sfruttarle è ciò che mi propongo, dal momento che non è possibile eliminarle.

In questo caso, soffermiamoci a guardare le ragazze, future donne del domani, noi spose cristiane: quante conoscono veramente il proprio corpo? Quante sanno cosa avviene e come, al suo interno, ogni mese? Quante sanno parlare di fertilità? Quante, più profondamente, conoscono il valore di sé stesse e della verginità (sempre più qualcosa da perdere in fretta)?

Alla donna, interlocutrice del serpente nell’Eden, è affidato molto: l’accoglienza dell’uomo ed eventualmente di un altro essere umano. Accettare l’unione con un uomo significa accettare l’eventualità di una gravidanza (anche quando nel matrimonio si usano i metodi naturali ndr): scindere questi due aspetti, per la Chiesa, è negare la Verità e implica l’uso dell’altro per mero piacere.

Ripensiamo a quanto sappiamo, noi donne, del nostro corpo e di come funziona: chi ci ha veicolato queste informazioni? Dove le abbiamo cercate? Torno spesso al tema del “campo di ricerca” perché se avere domande è sintomo di vitalità, cercarle nei luoghi sbagliati può essere dannoso. Oggi le risposte vengono, oltretutto, offerte da ogni lato. Basta accedere la televisione e si hanno risposte preconfezionate per molti dubbi – prodotti per la casa, shampoo indispensabili, aggeggi tecnologici imperdibili. E ci ritroviamo a desiderare questo o quell’oggetto, quella vacanza, quel vestito. Eppure, nessuno ha fatto domande!

Le risposte offerte prevengono le domande. Marketing spicciolo ma anche dinamica che va a stuzzicare ciò che nell’uomo è molto profondo: il desiderio. Orientarlo è compito suo ma ci sono mille distrazioni che tentano di ricalcolare il percorso.

Tornando al corpo della donna, va da sé che dalla televisione arrivano risposte fuorvianti, schizofreniche, pericolose: devi essere sempre giovane e bella ma anche accettarti per quello che sei; la bellezza non è tutto ma ci sono mille prodotti e creme per migliorare (perché dovresti); non bisogna oggettivizzare il corpo femminile ma poi in ogni talk ci sono vallette seminude. Da questo bipolarismo se ne esce silenziando gli stimoli che non ci aiutano a volerci bene: perché, in fondo, il messaggio è sempre uno. Tu non vai bene così come sei. Non sei abbastanza (e metteteci l’aggettivo che preferite).

Pensate, giovani spose, a quanto questo meccanismo possa essere intrusivo nella vita matrimoniale: non andiamo bene così come siamo, quindi nemmeno per il nostro sposo. Dovremmo cambiare, migliorarci, modificarci. Non potremo mai rilassarci perché a distrarci chissà che succede. Il risultato di tutto questo è un rapporto nevrotico che sfinisce.

Se tu, sposa, impari ad avvicinarti sempre più a Cristo, vedrai che attorno a te questi inciampi si faranno sempre più radi: silenziare il mondo non significa starne fuori. Significa mettere Gesù davanti ai nostri occhi, per evitare di cadere in trappole che ci faranno sempre più fragili e timorose. Ho parlato di televisione ma sono soprattutto i social il principale interlocutore di adulti e ragazzi: cara sposa, hai mai pensato ad un sano detox digitale?

Anche se i contenuti che visualizzi sono cristiani e portano valore alla tua vita, a volte c’è bisogno di far tacere tutto e far parlare Dio. Nessuna pagina ti farà pregare: per quello serve che stacchi internet, prendi in mano il Vangelo, fai un bel segno di croce e lasci che la Parola ti attraversi.

La Quaresima sia un’occasione per fare spazio, silenzio, preghiera. Capire dove cerchiamo le nostre risposte e ricalibrare il tiro quando le accettiamo da luoghi malsani, che non vogliono il nostro bene. Il nostro Matrimonio ne gioverà: perché una buona autostima è lavoro di tutta una vita e ne abbiamo un fondamentale bisogno per non creare rapporti nevrotici. Coraggio, dunque!

Buttiamoci in questo deserto quaresimale con letizia! Buon cammino di Quaresima!

Giada di @nesentilavoce

Fede e Chiara: due mendicanti d’amore.

La coppia perfetta si è dimostrata meno perfetta di quello che hanno voluto farci credere. Non sono bastati soldi, attici, fashion week, riflettori, tate e salotti della società che conta. Alla fine i Ferragnez sono tornati a essere Fede e Chiara. Una giovane coppia di sposi e di genitori che è diversa ma nel contempo uguale a tutte le altre coppie. Fede e Chiara come probabilmente si chiamano nella quotidianità. Una quotidianità che non si spegne quando si spengono i riflettori delle stories o dei reel Instagram.

Il mio primo pensiero va a Vittoria e Leone i due piccoli figli della coppia che hanno avuto tutto e che probabilmente stanno perdendo quello che davvero c’è di importante in una famiglia: l’amore e la comunione.

Una preghiera poi per Federico e Chiara. Non sono riusciti a trasformare la coppia in un noi. Non sono riusciti a farsi carico l’uno della vita dell’altro. Non sono riusciti a fare quel salto di qualità che fa di una relazione un matrimonio: non essere più due mendicanti che cercano di prendersi l’un l’altro qualcosa (tenerezza, intimità, sicurezza ecc) ma due persone che sanno di essere preziose e risolte e che vogliono restituire qualcosa di quell’amore grande che hanno sperimentato l’uno all’altro. Solo così, quando l’amore è gratuito, si tratta di vero amore.

Un pensiero infine a tutti i fan di questa coppia. Quanto successo può dare un altro colpo alla già traballante reputazione dell’istituto del matrimonio. Tanti sono disillusi e scoraggiati. Tanti non credono che una relazione possa durare tutta la vita. Neanche Chiara e Federico sono riusciti. Eppure sono così belli, così popolari, così perfetti. Se non sono riusciti loro come possono farcela gli altri, i normali e i mediocri?

Sono sempre più convinto che il matrimonio nella nostra società non sia per tutti. Ormai è diventato una scelta incomprensibile, ancor prima che impossibile da onorare. Per questo il matrimonio trova un senso profondo solo all’interno di un cammino di fede. Solo quando si fa esperienza dell’amore di Dio possiamo comprendere come sia bello e quanto dia senso cercare di amare come Lui ci ama. Solo così saremo pronti a promettere davvero il per sempre. Ne è convinta anche la Chiesa che si sta interrogando quanto sposarsi senza una fede matura sia causa di nullità. Perché siamo troppo fragili per farcela da soli. Solo attingendo a Cristo possiamo amare senza condizioni. Cari Federico e Chiara vi auguro di incontrare l’Amore e allora forse troverete la forza di amarvi davvero e di essere degli influncer di Dio.

Antonio e Luisa

“Se Dio è con noi siamo la maggioranza”

Questa frase, pronunciata da San Giovanni Bosco, ben riassume le catechesi con cui Don Renzo Bonetti e Padre Luca Frontali hanno incoraggiato il gruppo di blogger ed evangelizzatori social che si sono dati appuntamento domenica 18 febbraio 2024 presso l’auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). A tratti non mi sembra ancora possibile di far parte di questa rete, meravigliosa e variegata, piena di carismi diversi ma tutti importanti e preziosi. Il Buon Dio ha voluto farmi davvero un dono grande nel permettermi di conoscere persone, coppie, famiglie e associazioni che spendono vita, energie, immaginazione e buona volontà per la fede, nella logica squisitamente evangelica del “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8); sapere che non si è un piccolo Davide davanti al Golia del mondo è davvero rassicurante e ci permette di proseguire sulle strade di Cristo con la certezza di non essere soli ma di avere vicino tanti fratelli e sorelle che camminano nella stessa direzione.

Questa rete di testimonianze cristiane, diffuse attraverso vari social network, è qualcosa di assolutamente inedito nel panorama nazionale; ci è stato ribadito, domenica, con forza e chiarezza, per renderci consapevoli – e nello stesso tempo responsabili – di ciò a cui ci sta chiamando Gesù: un progetto grande ben più di ognuno di noi e ai quali dobbiamo guardare non come un punto di arrivo ma di partenza.

Lo Spirito Santo dev’essere il collante, il “septiformis munere” che guida e illumina contenuti, post e quanto pubblichiamo online, affinché sia sempre veicolo autentico e veritiero della Buona Novella. Le nostre parole, insomma, non devono mai tradire né adombrare la Parola, l’unica vera, certa ed eterna e l’affetto sincero deve accompagnare i nostri rapporti, fondati sulla roccia che è Cristo, il quale ci ha detto che“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35), in quanto “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4, 19”).

La ricchezza dello scambio, infatti, non è solamente tra noi – blogger, scrittori, evangelizzatori, animatori liturgici, volontari di associazioni, conduttori radiofonici ecc … – ma soprattutto con il nostro pubblico o con i fruitori dei servizi che offriamo; la collaborazione, insomma, non è ristretta o riservata, anzi, si rivolge a tutti, nella diversità degli aspetti trattati e nella comunione con Cristo, per Cristo e in Cristo. Che potenza straordinaria in tutto questo! L’unione non fa solo la forza ma piuttosto la differenza; come dico spesso, da sola posso fare poco ma insieme possiamo fare qualcosa di davvero nuovo: comunicare la bellezza e la gioia della fede. La cosa ancora più eccezionale è che lo scambio non è mai a senso unico ma si muove in entrambe le direzioni: dono quanto ricevo e viceversa, in una scambievole e rinnovatrice fonte di informazioni, stimoli e preghiere.

Il testimone insomma, e ciascuno di noi è chiamato ad esserlo, riceve qualcosa senza trattenerlo per sé ma donandolo a sua volta, allineandosia ciò che proclama il Salmo: “la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice” (Sal 19, 8). Nessuno è un super-eroe ma con la forza di Gesù si diventa capaci di proclamare ed annunciare le meraviglie del Suo amore nel contesto in cui siamo chiamati non solo a testimoniare ma a vivere.

Seppur la nostra rete graviti intorno alla sacralità del sacramento del matrimonio, gli argomenti toccati sono molteplici: Padre Luca ne ha evidenziati ben tredici e chissà Dio, nei suoi piani, che altro vorrà donarci per condurci alla pienezza. Il Cielo è generoso oltre ogni umana immaginazione e risponde a una logica che è vantaggiosa innanzitutto per noi, laddove si concretizza nel “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (Lc 6, 38); questa misura, che quasi non si può contenere, è tutto ciò che manca al mondo e ai suoi meccanismi, sempre improntati al guadagno, al risparmio di tempo e di denaro, all’utilitarismo cieco che finiscono con lo svuotare di senso le relazioni, i sentimenti e le amicizie, travolgendo tutto e tutti con un vuoto cosmico che sembra fagocitare qualsiasi sprazzo di bello sia rimasto in questa vita. Ma noi siamo stati creati per cose ben più belle e durature!

È importante capire che, se sono in grado di veicolare contenuti spirituali, sui social è possibile spendere anche del tempo di qualità, per arricchire le giornate – o i ritagli di tempo – con qualcosa di veramente prezioso, ben al di là di reel o post che, pur magari attraendo con immagini e musiche di tendenza, si scoprono poi essere decisamente carenti, se non totalmente vuoti, di concetti meritevoli non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello umano o educativo. Se è vero, infatti, che dovremo rendere conto a Dio di ogni istante della nostra vita, capiamo che l’urgenza della presenza cattolica sui social è quanto mai indispensabile e necessaria. Che gioia sapere che Maria ci chiama ad essere le sue “mani tese”, come più volte ha detto a Medjugorje! Rimanendo uniti a Gesù e tra di noi siamo davvero la maggioranza più forte ed importante che si sia, capace di attirare moltissime persone perché, lungi dal criterio del numero chiuso,  “il Signore è vicino a chiunque lo invoca” (Sal 145, 18).

Tutti siamo chiamati a collaborare, a testimoniare, ad annunciare perché basta un’immagine, una massima, una condivisione a far circolare la fede. Certo, l’impegno costante porterà frutti maggiori senza e solo se si mette al centro Dio. Concludo lasciandovi una frase che ci ha detto Don Renzo domenica: “I blogger sono i missionari moderni: seminano comunicazione per raccogliere comunione“.

Fabrizia Perrachon 

Solo una rinuncia o una vera scelta di vita?

Recentemente una donna mi ha posto questa domanda: Mi sono separata e successivamente ho conosciuto un uomo bravo, che mi riempie di attenzioni, che sa stare con i figli e che non lascerei per niente al mondo. Se fosse capitato a te, avresti rinunciato a tutto questo?”.

È una domanda simile a tante altre e che si può riassumere così: “Per quale motivo dovrei rinunciare a un qualcosa che io reputo bello, buono e che mi fa stare bene?”. Sinceramente è una domanda che mi sono fatto anch’io diverse volte, durante i vari anni e che deve trovare una risposta non banale, non superficiale o dettata da un sentimento momentaneo.

Innanzitutto, la parola rinunciare la percepisco come una nota stonata su una scelta di tutta una vita, perché mi richiama alla mente un qualcosa di negativo: è vero, ora siamo in Quaresima e siamo chiamati a fare qualche rinuncia, un fioretto, qualcosa che ci richiede un piccolo sacrificio; c’è chi rinuncia ai dolci, chi a Instagram o a qualche vizio, per togliere tutto quello che ci appesantisce nel cammino e che ci porta lontano da Quello che realmente conta.

Tuttavia si tratta di un periodo ben preciso e limitato, quaranta giorni, appunto, non mesi, anni o tutta la vita. Ritengo infatti che fare una scelta di vita e percepirla come una rinuncia, non può essere sostenibile o comunque mette già in conto numerose cadute o momenti in cui, per vari motivi (come stanchezza, stress, problemi vari), il vaso sarà talmente colmo da farci perdere il controllo.

Inoltre, non tutto quello che noi percepiamo come bene e bello, è effettivamente così, basti banalmente pensare ad esempio a chi fuma o a chi esagera nel bere: c’è qualcosa di piacevole che ci attira, ma alla fine il ritorno non è positivo per il nostro corpo; per questo motivo esistono il Vangelo e i comandamenti, per farci capire cosa è giusto e buono.

Specialmente all’inizio, quando mi sono separato a 37 anni, non avrei avuto difficoltà a trovare una ragazza, perché, anche se non ero interessato a frequentare altre persone, ho ricevuto delle proposte esplicite e mi sarei potuto “divertire”, secondo come la pensa il mondo.

Sarei un ipocrita se negassi di aver fantasticato a volte su quella che potrebbe essere stata la mia vita “se avessi accettato”, “se fossi uscito”, magari a quest’ora mi sarei trovato anche con altri figli; tuttavia, puntualmente, arrivo alla conclusione che non ho rinunciato a niente, ho solo scelto una strada, quella che reputo migliore, perché, anche dopo notti di passione, mi sarei comunque ritrovato solo con me stesso a domandarmi: “sto facendo una cosa giusta, cos’è davvero l’Amore, perché viviamo, perché accadono le cose, qual è lo scopo della vita e davvero con la morte finisce tutto?” (tralasciando poi il fatto che il mio benessere/egoismo sarebbe stato in contrasto con il bene delle figlie che hanno bisogno solo di un papà e di una mamma).

Aggiungo poi che, frequentando persone divorziate riaccompagnate o risposate, non è tutto oro quello che luccica: ci sono sempre difficoltà da superare, litigi e situazioni davvero complesse da gestire quando convivono figli delle precedenti relazioni e a volte anche quelli della nuova unione. San Francesco all’inizio amava i vestiti belli, trascorreva le giornate con gli amici, tra feste e divertimenti, desiderava diventare cavaliere, ma ad un certo punto “ha rinunciato” a tutto questo, o meglio, ha capito che non era la strada migliore da percorrere in questa vita per arrivare alla Vera pace, la perfetta letizia.

Se non si fosse spogliato dei suoi abiti, avremmo avuto un mercante in più e invece, grazie a lui, abbiamo avuto un benefattore dell’umanità che ha stravolto la chiesa di allora, con frutti numerosissimi ancora oggi, tanto da farlo diventare Patrono d’Italia, altro che mercante!

Scoprire che posso amare tante donne come sorelle senza andare oltre un abbraccio e che posso considerare i bambini che incontro come figli miei, anche se non li ho generati fisicamente, ha fatto si che la mia vita abbia preso una svolta inaspettata anche per me, dove anche la castità non è una rinuncia, ma un amare diversamente, a 360 gradi, senza barriere e confini di nessun tipo.

La croce, infatti, non è una scelta masochistica o da pazzi come molti credono, ma un abbassarsi per dare la vita, per servire e per amare ancora più intensamente: mi rendo conto che non è facile capirlo, ma se nostro Signore, Creatore di tutto, è venuto sulla Terra, non per essere servito e riverito, ma per morire per noi, allora significa che quella è la strada giusta. Credo non solo alla promessa che ho fatto a mia moglie, ma soprattutto a quella che ho fatto a Dio, cioè quella di esserGli fedele per tutta la mia vita, indipendentemente da quello che accade.

Dentro di me sento che sto facendo del bene a me stesso e alle persone che mi stanno intorno, a cominciare dalle figlie (e lo vedo dai numerosi frutti in questi dieci anni); infine credo sia evidente a tutti quanto i tradimenti, le separazioni e i divorzi influiscano sulla società in cui viviamo, dove alla base della violenza, spesso ci sono comportamenti che vanno contro la famiglia, cellula della comunità, formata da uomo/donna che rappresentano insieme il volto con cui Dio ha scelto di mostrarsi fin dall’inizio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Che ora è oggi?

Dall’acclamazione al Vangelo di questo Lunedì:

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,2b)

Il mondo odierno sembra essere riuscito nel suo intento di convincere molti cristiani che la fede cristiana serva solo per guadagnarsi un posto in un fantomatico aldilà, ma che concretamente non c’entri nulla con questa vita. Ma siccome il Signore ha altri canali di trasmissione che non sono quelli che usa il mondo, ecco che la Sua Parola ci ricorda che la nostra vita futura (eterna… ricordiamocelo) si gioca tutta in questa corta vita : ” 70, 80 per i più robusti” recita il Salmo 89.

Se ci pensiamo bene la misura è esageratamente sproporzionata, è come paragonare una goccia ad un oceano… sarebbe qualcosa come un investimento finanziario di 1 centesimo per guadagnare 10 miliardi. Capite la proporzione? E’ incalcolabile, ma del resto il nostro Signore agisce così, quando si tratta di amore è uno “sprecone”, non bada a spese, diremmo.

Se la guardiamo così, la vita terrena appare proprio un investimento: cosa sono 80 anni in confronto all’eternità? Niente. Eppure il Signore ha deciso di giocare il tutto per tutto negli anni che concede ad ognuno di noi in questa vita. Lui non si lascia scappare nemmeno un secondo per donarci la Sua salvezza, e noi?

Non saremo mica di quelli che: intanto vivo come mi pare… domani mi convertirò… vero? nella vita spirituale non si può fare come con la famosa “dieta del Lunedi” della settimana mai dell’anno mai.

Se qualche coppia di sposi avesse ancora dubbi su quale sia il momento giusto per mettere mano alla manutenzione del proprio matrimonio e quindi della propria relazione, del proprio modo di amarsi… il versetto di acclamazione al Vangelo (tratto dalla Parola di Dio) non lascia spazio ad equivoci: Ecco ora il momento favorevole … non domani, ma ora, non dopo che avrete finito di leggere questo povero articolo, ma mentre state leggendo.

Perché se qualcosa si smuove nel cuore anche mentre stai leggendo, potrebbe essere un’intuizione che il Cielo, nella Sua infinita misericordia, ti manda, e allora non indugiare neanche cinque minuti imitando così i pastori del Natale.

Spesso gli sposi si lasciano imbrigliare come dentro una ragnatela dalle cose da fare, dalla gestione della casa a quella dei figli, dalla gestione del lavoro alla programmazione degli impegni in parrocchia, e chi più ne ha più ne metta… perdendosi il qui ed ora della propria salvezza. Se è vero che Gesù è la nostra salvezza, se è vero che Gesù significa proprio “Dio salva”, e se è vero che Gesù è realmente presente, inabita nella relazione sponsale sacramentale… allora il versetto dell’acclamazione è proprio vero.

Cari sposi, domani non sappiamo se ci saremo ancora su questa terra, ma oggi sì, ci siamo.. e quindi se oggi siamo sposi, è oggi che Gesù, salvezza nostra, abita nel nostro sacramento, quindi : ecco ora il giorno della salvezza!

Non aspettiamo domani per far abitare il Signore Gesù nel nostro matrimonio, Lui ha fretta di salvarci.

Coraggio, siamo ancora in tempo.

Giorgio e Valentina.

Quante volte si è sentita forestiera.

Dal Vangelo di oggi: Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

Forse lei si sentiva affamata, affamata di amore, di intimità, di essere compresa e ascoltata. Ogni volta che ho notato questa sua fame e l’ho placata, nutrivo lo spirito di Gesù in lei e in noi.

Forse lei si sentiva assetata, come molti di noi si sentono a volte. Assetata di significato e di una vita piena. Una vita che non sembrasse sprecata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si potesse trovare un amore che desse significato e che ci avvicinasse alla sua fonte. Un amore che ci aprisse a Dio. Solo così si può placare la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dire quelle cose e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare empatia e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? È difficile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. A volte, forse più volte di quanto sperassi, sono riuscito a restituire la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità attraverso il mio sguardo. Uno sguardo che non si affievolisce con gli anni, ma al contrario diventa più intenso. Uno sguardo pieno di desiderio, gratitudine e appunto meraviglia. L’ho rivestita con il mio sguardo.

Malata e carcerata? Chi non porta con sé ferite e fragilità che rendono difficile instaurare una relazione autentica con gli altri. Ognuno di noi ha i propri pesi e i lacci che imprigionano e impediscono di aprirsi agli altri. Le sofferenze, le esperienze, i pregiudizi e persino il peccato, che fa parte della nostra esistenza, rischiano di ostacolare la possibilità di aprirsi a un amore autentico. Solo in una relazione libera, in cui ci si sente sostenuti dalla persona amata anziché giudicati e puntati sulle proprie debolezze, possiamo sperare di guarire le nostre ferite e spezzare le sbarre della prigione in cui ci siamo rinchiusi.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio.

Antonio e Luisa

L’ottavo sacramento

Cari sposi, nelle riunioni di preti spesso si parla di casi pastorali, soprattutto riguardanti situazioni difficili a cui dare una risposta nella confessione o nella direzione spirituale. Data la grande complessità di variabili possibili c’è chi, ironicamente, conclude affermando: “meno male che esiste l’ottavo sacramento!”, che altro non è che l’ignoranza, una sorta di “libera tutti” …

Eppure, in questa prima domenica di Quaresima la Chiesa pare che davvero abbia istituito un ottavo sacramento. Nella preghiera colletta leggiamo, difatti, che i quaranta giorni in preparazione alla Pasqua sono “segno sacramentale della nostra conversione”. Si tratta di un’espressione molto forte, ancora di più se prendessimo il medesimo testo in latino in cui si dice addirittura “sacramento della Quaresima”.

Ma in che senso si può parlare così? Tutta la Quaresima fa riferimento al Battesimo, al suo valore, alla sua bellezza, al suo significato. Nella Pasqua, infatti, noi siamo resi figli nel Figlio tramite la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, cosicché la Quaresima ne è la preparazione immediata e ha pertanto un sapore battesimale.

Ma anche il deserto in cui Gesù viene sospinto è una preparazione immediata. Anzi, molto di più. Il deserto è simbolo del fidanzamento di Israele. Tanto desertum in latino come έρημος in greco esprimono il medesimo concetto, cioè un luogo abbandonato e solitario. Poi la Sacra Scrittura rincara la dose e ne fa sinonimo di fame e sete, dove uomini e animali sono votati alla morte.

Ma sempre nella Bibbia vi è un ulteriore significato: esso evoca innanzitutto la nascita del popolo di Dio, ossia, in esso si consuma il tempo del fidanzamento del popolo di Israele prima di entrare nella Terra Promessa e divenire a pieno titolo sposa di Dio. È chiaro, allora, il motivo per cui Osea profetizza: “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16).

Nel deserto il popolo si comporta senza mezzi termini da adolescente. Ha ricevuto un dono immenso, ha visto con i suoi occhi aprirsi in due il Mar Rosso, la manna, l’acqua dalla roccia… e puntualmente litiga, baruffa, si lamenta… Israele ha un amore immaturo, rivolto solo ai propri interessi, possessivo e narcisista. Ci vuole allora questo tempo di purificazione perché il suo cuore si apra al Dono, sappia rinunciare per amare e sia pronto a “sposare” il Signore.

Tutto questo è incarnato pienamente in Cristo. Pensiamo forse che aveva bisogno di una prova? Per quale motivo il Dio-fatto-uomo si sottopone alla tentazione? Avrebbe mai potuto cedere? Se Gesù l’ha fatto è solo e unicamente per noi, per darci non solo l’esempio ma anche essere la nostra forza nelle prove. Guardate cosa dice S. Agostino: “Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria” (Agostino, Commento al salmo 60).

Gesù Sposo vuole rivivere con voi sposi questo tempo di fidanzamento perché la Pasqua sia davvero un rinnovo del “sì”, sia un vero e proprio sposalizio con Lui.

Cari sposi, affrontiamo con decisione questo tempo. Se vi saranno prove e difficoltà speciali, viviamole con Gesù, affidando tutto a Lui. Vogliamo che sia un periodo di purificazione nell’amore, di maggior consapevolezza di chi siamo, di restaurazione della nostra decisione di amarci in Lui. Buon cammino quaresimale, in compagnia perenne di Gesù e del Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Il deserto sono le nostre crisi personali e di coppia. Crisi che sono importanti. Crisi che ci possono consentire di passare da un amore immaturo a uno maturo. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì

In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.

Queste profonde righe tratte dal Vangelo della liturgia odierna catturano davvero l’animo. È affascinante notare come Gesù veda oltre le apparenze. Egli non giudica Levi soltanto per il suo ruolo e le sue azioni. Gesù guarda il cuore. Matteo (Levi) era un esattore delle tasse, un individuo disprezzato dalla comunità, considerato un mafioso e un avido sfruttatore, un collaborazionista degli oppressori. Tuttavia, c’è un lato di lui che non possiamo trascurare. Il suo cuore non era ancora interamente corrotto. Forse era tormentato, infelice, eppure non privo di bontà. Pur nascondendo il suo tormento interiore, il suo cuore sanguinava per il male che commetteva. Se non fosse stato così, neppure lo sguardo di Gesù avrebbe potuto toccarlo.

Era una persona triste. Faceva ciò che tutti si aspettavano da lui. Tutti lo consideravano un poco di buono e lui stesso era convinto di esserlo. Il giudizio delle persone può causare tanto male. Gesù si ferma e lo osserva. Lo osserva mentre è immerso nei suoi traffici. Lo osserva in tutta la sua miseria e desolazione in quel momento. Lo osserva mentre sottrae alla gente bisognosa. Lo osserva e vede un miserabile? No, vede una meraviglia. Scruta dentro di lui, come solo lui sa fare, e percepisce quell’inquietudine di un cuore che non si è arreso al male. Lo osserva e vede un uomo alla ricerca, un uomo privo di pace, un uomo infelice, perché nel suo intimo sa che la bellezza della vita è qualcosa di diverso. Sente che la bellezza proviene da un’altra parte, non certo da denaro o beni materiali. Lo osserva e lo chiama.

Matteo aveva davvero bisogno di quello sguardo. Si è visto riflesso negli occhi di Gesù e ha visto ciò che avrebbe potuto diventare. Ha visto il suo potenziale. Non era la persona che stava vivendo. Era una meravigliosa creatura amata dal suo Dio. Forse in Gesù ha riscoperto ciò che sapeva già nel profondo. Seguirlo è stata semplicemente l’ovvia conseguenza. Finalmente si è sentito bello e desiderato. Ha trovato qualcuno che lo guardava con meraviglia. Chiami me? Sei sicuro? Capisci chi sono? Capisci cosa faccio?

Gesù è straordinario per questo. Nel nostro matrimonio può e deve essere così. C’è una forza salvifica che viene dallo sguardo dell’altra persona. Dalla sua fiducia che non cessa mai. Per chi ne ha fatto esperienza sa cosa significa. Ricordo che nel matrimonio l’altro è mediatore tra noi è Dio. Lo sguardo del nostro coniuge  può davvero essere lo sguardo di Dio su di noi. Tutte quelle volte che ho sbagliato, che mi sono comportato male, che non sono stato  capace di mostrare amore, che sono stato egoista. Tutte quelle volte ho trovato lo sguardo della mia sposa che non ha mai smesso di amarmi. Ha sempre continuato a credere in me anche quando mi sentivo povero in canna. Questo suo amore mi ha dato una forza incredibile. Lei aveva due possibilità. Poteva considerarmi come il mondo. Poteva distruggermi con le sue parole e il suo giudizio. Oppure poteva scegliere di prestare i suoi occhi a Gesù. Mi ha guardato con un amore che andava oltre il mio comportamento.

Quello sguardo ha continuato a dirmi So che sei bellissimo. Hai sbagliato, ma so che tu non sei quell’errore. E’ uno sguardo che fa davvero miracoli e che ti provoca il desiderio fortissimo  di essere ciò che l’altro vede in te. Di essere completamente uomo per lei. Di essere completamente donna per lui. Allora fare esperienza di questo amore può davvero cambiare la vita. Può davvero dare una svolta, una conversione. Come disse Papa Benedetto:

Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza.

L’amore della persona che hai accanto può darti la motivazione che ti mancava per diventare finalmente ciò per cui sei stato creato. Una persona capace di dare e accogliere amore. Don Giussani spiegava bene questo concetto con una frase molto semplice, ma illuminante: Sposarsi significa assumere la vocazione dell’altro come propria.

Lo sguardo di Luisa mi ha aiutato a incamminarmi verso la mia vocazione personale all’amore.

Antonio e Luisa

Vivere il lutto insieme a Dio: la storia di una vedova

La morte genera un dolore assordante, soprattutto se a lasciarci è una persona che abbiamo tanto amato. E quando a lasciarci è la persona con cui si è diventati realmente una sola carne?

Anche se crediamo nella Resurrezione, il vuoto resta: è proprio la mancanza che sentiamo a ricordarci quanto bene abbiamo ricevuto. Eppure, da quel pianto, possono nascere fiori bellissimi.

Mi ha raccontato qualcosa di simile una vedova, Elisabetta, che ho avuto il dono di conoscere – seppure solo virtualmente, ancora – perché aveva letto un mio romanzo. Mi ha scritto, mi ha raccontato un po’ di sé, mi ha toccato il cuore.

Aveva perso il marito a causa di un tumore al cervello e in quella prova si è sentita stretta così forte da Dio che un peso opprimente, insopportabile, è diventato sostenibile. Non solo, ha dato frutti di vita. Elisabetta attualmente gestisce una pagina sui social dal titolo Con cuore di vedova, per condividere la sua esperienza e aiutare altri vedovi e vedove a vivere quella particolare condizione.

Ciò che scrive è di ispirazione per tanti e a colpire è la sua fede incrollabile in un Dio che l’ha sostenuta sia nel tempo della malattia del coniuge, sia dopo averlo dovuto salutare.

Non nasconde le lacrime versate e la fatica che ha vissuto: “La morte di Francesco è stata una prova difficilissima da affrontare perché il nostro matrimonio cristiano era davvero come una centrale atomica d’amore. La morte, purtroppo, ne ha intaccato il reattore”.

Sa bene che “perdere il proprio coniuge fa cessare il vincolo coniugale (almeno “sulla carta”, poi quel che accade nei cuori è tutto un altro paio di maniche) e chi resta da solo deve affrontare una grande crisi d’identità perché si ritrova da solo, senza l’altro della relazione, che fino a un attimo prima era il pilastro sul quale aveva costruito la famiglia”.

Dio, però, non l’ha abbandonata, anzi, riconosce che le ha dato “la grazia di accogliere la malattia di Francesco”. Non l’avrebbe mai voluta né immaginata, ma “una volta diagnosticata ho ricevuto dall’alto la forza di andare avanti. L’ho semplicemente accettata come avrebbe fatto Maria”. E aggiunge: “Dio mi ha dato tanto negli anni e ora sto imparando a restituire”.

Se le si chiede: “Dio è buono?”, lei risponde prontamente di sì. “Non ho mai dubitato della bontà di Dio e so che è una grazia. Nel mio animo Dio risuona come il Dio della vita, della speranza. Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi: perché tutti vivono per lui.” (Lc 20, 40).

Riconosce che questa fede non è “merito” suo, non è il frutto di uno sforzo, ma un “dono”.

Se le si chiede come sopravvivere alla morte del coniuge, lei spiega che quel passaggio è senza dubbio uno “spartiacque”: sia che arrivi presto, a metà della vita coniugale (come nel suo caso) o avanti negli anni, segna sempre una frattura. C’è un prima e un dopo. E qualcosa si rompe dentro.

Fa notare: “Gli studi psicologici sulla vedovanza affermano che questa è la prima causa di stress in assoluto. Restare vedove è un trauma enorme che può durare anche a lungo nel tempo, dipende da diversi fattori: se la morte è stata improvvisa o no, da come ognuna elabora il lutto e dalle risorse che si hanno a disposizione”.

Proprio sapendo quale immensa prova possa essere la vedovanza per tante altre persone, ha deciso di creare la sua pagina “Con cuore di vedova” e ciò che ha capito, dialogando con altri coniugi rimasti soli, è che c’è Qualcuno che di gran lunga può fare la differenza in questa condizione ed è, per l’appunto, Gesù.

È Lui che dà la forza per andare avanti, – testimonia – che dà la consolazione e la speranza di ritrovare i nostri cari in Paradiso. L’attesa è faticosa, ma in certi momenti ha un che di gioioso come quando si aspetta qualcosa di importante e ci si prepara nell’attesa”.

Al tempo stesso, mentre attende di abbracciare di nuovo colui che ha amato in vita, lei già ha una forte esperienza di comunione con il coniuge che è in Cielo: “La comunione con il proprio sposo prosegue oltre la morte, su questo non ho dubbi.” Anche se, a livello “canonico” si interrompe il vincolo nuziale e ci si può risposare lei continua a sentirsi legata al marito: “Continuo ad amarlo e sono certa che anche lui, da lassù, fa altrettanto”. È convinta inoltre che le anime “si parlino anche a distanze enormi”.

Elisabetta è consapevole che alle vedove è affidato un compito, che hanno una vocazione chiara e spiega: “Noi vedove diventiamo esperte di relazioni a distanza, veramente si apre un mondo nuovo sconosciuto alla maggior parte delle persone e persino alla predicazione della Chiesa, oserei dire. Mi sono resa conto, infatti, che le vedove cristiane serbano nel loro cuore un’enorme ricchezza in termini di fede nella risurrezione, di carità, di spirito di preghiera”.

Tuttavia, ciò di cui oggi davvero non può fare a meno è la preghiera assidua, la lettura della Parola, di ricevere la comunione: “il momento più intimo e fondante di questa comunione con il proprio sposo resta l’Eucarestia. Lì si tocca con mano il cielo sulla terra e sempre lì, quando il sacerdote eleva l’Ostia Santa, gli angeli fanno festa e le anime sante dei nostri cari vedono il volto splendente di Gesù. È il mistero della comunione dei santi che ognuno di noi può sperimentare quotidianamente nella preghiera”.

Per leggere la storia di Elisabetta nella versione integrale, accanto ad altre testimonianze di lutto vissuto nel Signore, ecco il libro: Vivere il lutto insieme a Dio per ritrovare la pace. Dieci storie vere (Cecilia Galatolo, Mimep Docete).

Cecilia Galatolo

 

Vivere in famiglia il tempo di Quaresima

Ieri, 14 febbraio, è iniziato il tempo di Quaresima, scandito dal rito d’imposizione delle Sacre Ceneri e dall’esortazione “Convertitevi a credete al Vangelo” (Mc 1, 15), non certo casuale: siamo all’inizio del racconto di Marco quando Gesù, dopo i quaranta giorni di digiuno nel deserto, inizia la vita pubblica con la chiamata dei primi apostoli.

Sicuramente noi cattolici, agli occhi di molti, possiamo apparire demodé ma è proprio questo che deve spingerci a riflessioni profonde: perché il mondo rifiuta la sobrietà che la Chiesa propone in queste settimane? E perché, al contrario, è fondamentale vivere in famiglia il tempo di Quaresima?

L’attuale società, piegata e piagata dal “tutto e subito” non è più allenata al senso del dovere e al sacrificio: se basta un’app sullo smartphone per comandare accensione e spegnimento degli elettrodomestici, controllare l’antifurto e quant’altro, che bisogno abbiamo ancora di faticare? Se si può diventare e ricchi e famosi senza sforzo, senza istruzione e senza scrupoli, perché dobbiamo sudare sui libri, dedicare tempo ed energie a guadagnarci un titolo di studio per raggiungere, poi, un posto di lavoro onesto? Se con i soldi posso comprarmi persino il partner, da cambiare come e quando voglio, perché impegnarsi in una relazione stabile?

Ecco che la Quaresima diventa la salvezza, punto di partenza e non di arrivo: proponendo un modello alternativo, rigoroso ma coinvolgente, ci permette di staccarci dal decadimento cognitivo e morale che ci avvolge, di fare silenzio dentro e fuori di noi e di ristabilire il giusto ordine delle cose e delle persone con cui condividiamo la vita.

I frutti del cammino quaresimale sono intensificati se vissuto in famiglia, sostenendosi l’uno l’altro: il marito sarà spronato dalla moglie e viceversa, i figli vedranno un esempio da seguire nei genitori e questi ultimi potranno insegnare qualcosa di meraviglioso, duraturo ed efficace. Certamente l’impegno dei singoli è fondamentale ma la condivisione, ancora una volta, si dispiega in tutta la sua potenza di testimonianza autentica, di vita vissuta. Come possiamo trasmettere la fede senza essere i primi a viverla? A che cosa varranno le nostre parole se non le mettiamo in pratica?

In qualità di chiesa domestica, la famiglia è il primo e più importante nucleo nel quale tutti i suoi membri possono e devono trovare una fonte d’ispirazione nella quale radicare il proprio percorso religioso. Insegnare ai figli il senso ed il valore del digiuno quaresimale significa mostrar loro concretamente che il Signore non ha bisogno della nostra rinuncia in se stessa ma della nostra disponibilità a farGli spazio nel cuore, nella mente e nel tempo delle nostre giornate. Un pasto frugale o più leggero del solito, magari anche il digiuno a pane ed acqua, se consumato insieme allo stesso tavolo può saziarci assai più di tanti piatti calorici perché il fare posto a Dio diventerà naturale quanto necessario, impegnativo quanto bellissimo.

«Non vendere l’anima al mercato del mondo, perché è troppo preziosa. Qualunque prezzo che il mondo la paghi è sempre irrisorio in confronto al suo valore. Non venderla, perché il mondo non può pagare il suo prezzo che è il sangue di Cristo sparso sulla croce»: il motto di San Charbel – eremita libanese nato al Cielo nel 1898 – si trasformerà allora nel  programma ideale da seguire non soltanto in Quaresima ma, più in generale, nell’ideale stesso della vita stessa perché la sobrietà sarà diventata la cifra stilistica di una fede reale e concreta, vissuta da vicino più che letta in qualche manuale di biblistica oppure sbirciata da lontano.

Nella specificità di ogni nucleo si potranno mettere così in pratica idee differenti, suggerite da ogni membro: la condivisione sarà sia nella proposta che nell’attuazione, in un’attenzione per chi ci sta accanto che profuma davvero di Gesù.  Vivere la Quaresima in famiglia diventerà un tempo stesso per la famiglia, nel quale non solo offrire qualche rinuncia insieme ma nel pregare insieme, nel trovare più spazio per gli altri, nel riconciliarsi, nel perdonarsi. I quaranta giorni di deserto, allora, diventeranno più fertili di ogni immaginazione perché avranno portato dei frutti duraturi, gettati sul terreno buono di un cuore diventato capace di accoglierli e farli germogliare.

Fabrizia Perrachon