Neanche i cieli dei cieli.

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30) In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore.  Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!  Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.  Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

Questi capitoli sono affascinanti perché ci testimoniano di quanto onore il popolo di Israele riservasse all’Arca dell’alleanza, prefigura dei nostri tabernacoli nei quali è contenuto non una o due tavole di pietra, ma il Signore stesso, nascosto ai nostri occhi sotto le specie eucaristiche. Già su questo aspetto dovremmo farci (noi come Chiesa del tempo presente) un serio esame di coscienza perché nella maggioranza delle nostre chiese il tabernacolo non solo non è trattato almeno quanto l’Arca dell’alleanza, che già sarebbe molto, ma spesso viene trattato alla stregua di un mobile della cucina da cui si prelevano e si rimettono sale, olio e pepe più volte mentre si prepara il pranzo.

La nostra attenzione maggiore però oggi vorremmo riservarla ad un passaggio della preghiera di Salomone : Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito. Questa frase rivela la fede di Salomone nella grandiosità dell’Altissimo, rivela la sua coscienza di essere creatura e non Creatore, rivela la sua incrollabile certezza che Dio è infinito ed eterno.

Certamente Salomone ci sta davanti come modello di atteggiamento nei confronti di Dio, ma l’Antico Testamento trova compimento nel Nuovo, e qual è questo compimento? Ce ne sono diversi, ma ne prendiamo solo un paio: i due sacramenti del Battesimo e del Matrimonio.

Vogliamo fare una catechesi su questi due sacramenti? No, solamente far emergere un aspetto che li accomuna.

Quando un bambino entra in chiesa per essere battezzato non è lo stesso di quando esce da battezzato. Con i nostri occhi vediamo ancora tutto come prima (similmente a ciò che avviene con l’Eucarestia), ma la sostanza sotto l’apparenza è radicalmente cambiata: è una creatura nuova, è una creatura marchiata con un sigillo di appartenenza eterno ed incancellabile, è divenuto figlio di Dio, coerede di Gesù Cristo, non è più sotto la schiavitù di Satana ma è diventato tempio dello Spirito Santo, la Trinità stessa inabita in quella creatura nuova.

Ma com’è possibile? Non è vera la frase di Salomone?

Quale realtà grande: quel Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere si fa piccolo piccolo per inabitare in noi, quale sublime atto di umiltà e grandezza nello stesso tempo. Quel tempio di Salomone era prefigura non solo dei nostri templi ma anche di noi battezzati, veramente il nuovo ha portato a compimento ciò che nel vecchio era solo prefigurato.

E questo aspetto del Battesimo ci fa capire perché esso sia necessario per il sacramento del Matrimonio, perché solo tra due persone (maschio e femmina) che sono tempio dello Spirito Santo può inabitare Gesù con la sua presenza reale.

A quale grandezza dunque siamo chiamati noi sposi che siamo tempio dello Spirito Santo e tra noi abita realmente Gesù Cristo, è certamente una grandezza che ci supera, non la meritiamo assolutamente, ma così è.

Quando dunque trattiamo il nostro coniuge con disprezzo, chi stiamo disprezzando in realtà, se dentro lui/lei inabita la Trinità stessa? Quando ci ostiniamo a non voler cambiare per amarlo/la meglio ma restiamo fermi sulle nostre false sicurezze di essere noi i perfetti, chi è che decidiamo di non amare meglio se in lui/lei inabita il Dio che neanche i cieli dei cieli possono contenere? Quando il nostro coniuge diventa solo l’oggetto delle nostre fantasie a luci rosse, non stiamo forse disonorando la reale presenza di Gesù tra noi? Quando trattiamo lui/lei come lo schiavo che ci deve servire e riverire in tutto e per tutto, chi stiamo schiavizzando se è tempio dello Spirito Santo?

La Quaresima è ormai alle porte, chi ha orecchi per intendere, intenda.

Giorgio e Valentina.

Abbiamo la febbre anche noi?

Il Vangelo di ieri è molto significativo. Perché è così importante scrivere della febbre della suocera di Pietro? Che miracolo è? Uno si aspetta che Gesù cominci con il botto e invece cura una semplice febbre. Dai ci saremmo aspettati di più. Non dico subito di resuscitare un morto ma almeno un lebbroso o un paralitico. E invece la febbre. Ma vediamo cosa c’è dietro.

Gesù era di ritorno dalla sinagoga dove aveva predicato ed aveva liberato l’indemoniato. Ricordate il Vangelo di domenica scorsa? La suocera di Pietro non c’è potuta andare. Aveva la febbre. La febbre rappresenta tutti quei mali che abbiamo dentro e che non si vedono. Rappresentano le nostre ferite, la nostra incredulità, il nostro egoismo, la nostra durezza di cuore. Tutto quello che ci impedisce di andare incontro a Gesù. Di andarlo a cercare a casa sua. Nella Chiesa.

Allora è Gesù che viene da noi. Nella nostra casa. Mi rivolgo in particolare a tutte quelle persone che lamentano un marito – o una moglie – duro di cuore che non crede e che non si comporta neanche così bene con loro. Chi ha la febbre non riesce a fare nulla. Ha bisogno di essere servito. Il centro di tutto è solo lui, le sue esigenze, i suoi bisogni e il suo umore. L’altro diventa un mezzo, uno strumento. Una cosa da usare. Ma poi avviene il miracolo. Ok non sempre avviene ma voi siete l’unica occasione che l’altro avrà di fare esperienza di Dio. Di fare esperienza dell’amore di Dio. E non dovete farlo per forza. Come accade nella prima lettura sempre di ieri tratta dal libro di Giobbe. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d’illusione e notti di dolore mi sono state assegnate.

Se lo fate per forza diventa un peso insostenibile alla lunga. Amate gratuitamente quella persona febbricitante che avete accanto perché lo scegliete e perché è una necessità. La necessità di chi ha incontrato Gesù e desidera restituire tutto quell’amore che ha ricevuto. Solo così funziona e solo così il vostro servire diventerà lo stimolo per permettere alla persona che avete accanto di alzarsi. Nel Vangelo è usato lo stesso verbo usato per la resurrezione. Attraverso l’incontro con Gesù quella persona incredula e dura di cuore risorgerà. E da cosa lo capite che è risorta? Si metterà a sua volta a servire. Perché chi incontra Gesù ha bisogno di amare, non ce la fa a tenersi dentro tutto e sente il bisogno di condividere l’amore, di far sentire a sua volta chi ha intorno come persone amate. Questo significa essere cristiani!

Antonio e Luisa

Salvati & Salvanti

Cari sposi, seguendo una persona su Instagram, ho notato un bel post in cui appariva un semplice foglietto su cui era scritto, con una grafia disarmonica e scombinata, “il miglior momento della tua vita è adesso”. A prima vista nulla di ché se non fosse per trattarsi dell’ultimo messaggio di un papà, gravemente affetto dalla SLA, al suo unico figlio.

E così, il tema della malattia sembra pervadere ogni lettura, dal libro di Giobbe fino alla suocera del Vangelo. C’è tuttavia una bella differenza tra come è vissuta in ciascuna delle scene. Che significato sottendono questi due modi di essere malati – leggasi anche afflitti, turbati, angosciati, scoraggiati, disperati… – e che hanno da dire agli sposi?

C’è un modo di affrontare e vivere ciascuna delle suddette circostanze come viene descritto da Giobbe: “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario”. Che vuol dire? Nel senso che sopporti e carichi i pesi, magari con estrema eleganza e nonchalance, che nemmeno chi ti è vicino si accorge di nulla, ma in fin dei conti non vedi l’ora che finisca. Per chi affronta la vita così il meglio, il bello, il buono…arriva sempre dopo la situazione attuale: si finisce così per vivere alienati nel futuro e scollegati dal presente.

Invece il quadro evangelico mostra come le prove della vita non esimono dal diventare comunque portatori di bene. La suocera, non appena rimessasi in piedi – e nel Vangelo ciò è simbolo di resurrezione – si mise a servire i commensali. La malattia, quindi, riporta comunque al presente e non permette fughe in un passato idealizzato e nemmeno in un futuro inesistente.

Cosicché, Gesù in questa scena è medico, sia delle anime che dei corpi. La sua missione è di guarire e di sanare chiunque abbia un problema, di qualsiasi ordine esso sia.

Il bello è che voi sposi questo stesso Gesù lo portate con voi ogni giorno. Lui in voi e tramite voi può compiere guarigioni perché “a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio». Perciò non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris Consortio 49).

Sarebbe bello che questo Vangelo vi portasse a domandarvi se le croci quotidiane sono un anelito verso Cristo Salvatore o un incentivo a ripiegarvi su sé stessi e in quale misura le difficoltà possono essere luogo per sperimentare la Presenza dello Sposo in voi.

Vi auguro di saper trarre con pazienza le lezioni che il Signore Gesù vuole consegnarvi in quelle circostanze e di essere portatori per altri di salvezza e guarigione.

ANTONIO E LUISA

La domanda che ci pone padre Luca è decisiva. Come affrontiamo le nostre croci, anche quelle piccole? Fuggendo nel passato o sperando nel futuro non vivendo il presente? Oppure immergendoci nell’oggi, nella quotidianità? Solo se saremo capaci di vivere il nostro matrimonio nella quotidianità, anche quando non è facile, decidendo di starci e di donarci completamente allora staremo vivendo un matrimonio vero. Io ero proprio quello che si rifugiava in un futuro ipotetico ed ideale. Ero quello del sabato del villaggio. Il matrimonio mi ha insegnato ad essere presente nel presente.

San Giuseppe: padre del Redentore, perché sposo di Maria

Introducendo l’esortazione Redemptoris Custos, abbiamo detto che Giovanni Paolo II chiama san Giuseppe “Ministro della salvezza”, facendo sua un’espressione di san Giovanni Crisostomo. Questo titolo, assieme a quello di “Custode del Redentore”, delinea chiaramente la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, quindi, nel piano divino dell’Incarnazione e della Redenzione. San Giuseppe è ministro della Redenzione in qualità di custode di Gesù, è al servizio di Dio mediante la sua paternità. Vi è qui una meravigliosa valorizzazione della paternità umana! 

Essa si approfondisce nell’esortazione di Giovanni Paolo II mediante uno sguardo ancora più ampio e profondo al numero 7, dove si legge: «la paternità di Giuseppe […] passa attraverso il matrimonio con Maria, cioè attraverso la famiglia». Perché questo dato è così importante? Proprio per il fatto che non viene dalla generazione naturale, la paternità di Giuseppe è possibile solo in virtù del matrimonio con la Vergine e rivela chiaramente come la paternità umana si esprima in pienezza nel contesto della famiglia. «Come si deduce dai testi evangelici, il matrimonio con Maria è il fondamento giuridico della paternità di Giuseppe. È per assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di Maria». Infatti, il Vangelo ci racconta che al momento dell’Annunciazione a Maria e del sogno di Giuseppe era già in atto il loro matrimonio, ossia la prima fase dello sposalizio, secondo l’usanza semitica. 

Tutto ciò rivela il matrimonio come vera vocazione, e ci permette di comprendere come l’esercizio della paternità di Giuseppe non possa essere disgiunto dalla maternità di Maria. Se questo è vero per la Sacra Famiglia, deve essere vero anche per ogni famiglia, di cui Gesù, Maria e Giuseppe ne sono il modello supremo.

Al contempo, non va dimenticato che la risposta fedele di Giuseppe alla sua chiamata di vergine, sposo e padre permette a Maria di vivere in pienezza la sua chiamata di vergine, sposa e madre! Vi è un reciproco sostegno tra le due vocazioni! Non può pensarsi l’una senza l’altra. Non a caso, quindi, nella Redemptoris Custos, Giuseppe è sempre considerato «insieme con Maria», mentre Gesù è posto al centro di questa relazione, che sussiste proprio in ragione di Lui. 

Attraverso il loro matrimonio, Maria e Giuseppe si donano totalmente a Dio, in un amore verginale e fecondo, facendo convergere tutti i loro interessi e il loro reciproco amore su Gesù. Essi, pertanto, sono il modello di ogni vocazione cristiana, e dimostrano che la vita si realizza nel modo più autentico solo quando è “persa” per Cristo, ossia donata interamente a Lui per amore. Ed è così che il loro matrimonio può essere contemplato quale simbolo della Chiesa, vergine e sposa di Cristo (cf. Redemptoris Custos n. 20). Come scrive san Josemaria Escrivà in una sua meditazione: «San Giuseppe doveva essere giovane quando sposò la Vergine Santissima, una donna che allora era appena uscita dall’adolescenza. Essendo giovane, era puro, limpido, castissimo. E lo era, giustamente, per amore. Solo riempiendo d’amore il cuore possiamo essere certi che non si risentirà né devierà, ma rimarrà fedele all’amore purissimo di Dio».

Nella vicenda di Giuseppe e Maria, dunque, incontriamo la prima coppia di sposi cristiani, guidati dallo Spirito a vivere il Vangelo prima ancora che Gesù lo predicasse. Illuminanti le parole di Paolo VI pronunciate nel 1970: «ecco che alle soglie del Nuovo Testamento, come già all’inizio dell’Antico, c’è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l’opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell’amore e questa culla della vita» (Paolo VI, Allocutio ad Motum “Equipes Notre-Dame, 4.5.1970). 

Certamente anche l’aspetto giuridico di questo matrimonio è importante per la Storia della salvezza. Infatti, Gesù appartiene alla discendenza di Davide, realizzando così le profezie sul Messia, proprio perché inserito legalmente in questa discendenza da Giuseppe, che gli dà il nome e lo fa iscrivere come suo vero figlio nel catalogo dei censiti a Betlemme. Tuttavia, ciò è possibile per Giuseppe solo in virtù del matrimonio con Maria, madre naturale del Figlio dell’eterno Padre.

Scrive il Papa Leone XIII, nell’enciclica Quamquam pluries al n. 3, che «poiché il matrimonio costituisce la società e il vincolo superiore a ogni altro, che per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro, se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Tra i beni del matrimonio vi è anche il “bene della prole”, sebbene generata verginalmente, pertanto, Giuseppe può essere considerato, a ragione, il «custode legittimo e naturale della Sacra Famiglia».

Pamela Salvatori

Chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo

Ieri durante la Messa è stato proclamata una seconda lettura particolare. Ne riprendo una parte. Fratelli, vorrei che voi foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!

La stessa cosa viene poi ripetuta in riferimento alla donna. Il mio parroco durante l’omelia ha affermato qualcosa che non mi trova d’accordo. Ha affermato che chi non è sposato può dedicarso con più profondità ed attenzione alla sua relazione con il Signore. Ha fatto l’esempio delle persone che vivono la vedovanza. Diventa – secondo il sacerdote – un’occasione per non avere delle distrazioni e dedicarsi completamente al Signore. Vale anche per la sua vocazione di sacerdote. Una moglie lo porterebbe a vivere in modo meno libero il suo apostolato e il suo ministero.

San Paolo voleva proprio affermare che solo nella verginità e nella consacrazione si può vivere una relazione piena con il Signore? Che il matrimonio diventa una distrazione che allontana? Una distrazione necessaria certamente, almeno per la maggior parte delle persone. Poi però ci sono dei privilegiati che vivono più intensamente il rapporto con il Signore scegliendo o trovandosi in uno stato di vita diverso dal matrimonio. Io non sono affatto d’accordo con questa idea di fondo molto clericale, troppo clericale.

Cosa mi dice questa Parola? Semplicemente che non dobbiamo essere divisi. Il rapporto con il Signore deve essere la sorgente e la bussola per ogni altra relazione. Se inizio a dividere la mia vita in rapporto con il Signore e rapporto con mia moglie o mio marito ecco che si insinua il diavolo e la tristezza. Ecco che le cose non funzionano e magari diamo anche la colpa a Dio. Infatti cosa abbiamo letto nel Vangelo? Cosa dice lo spirito immondo a Gesù? Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio»

Capite cosa dice lo spirito immondo? So che sei il santo di Dio ma non ti voglio nella mia vita. Stai lì. E’ quello che facciamo tante volte anche noi. Faccio un esempio personale. Da fidanzato ho cercato in tutti i modi di convincere la mia fidanzata – ora mia moglie – a fare l’amore con me. Lei, se avesse voluto piacere al marito – in questo caso fidanzato – più che a Dio, avrebbe ceduto alle mie insistenze. Invece ha sempre tenuto duro e così facendo mi ha amato davvero. Ho capito più della bellezza dell’intimità di coppia con il suo no di quanto avrei compreso se lei avesse accettato di fare sesso con me.

Nel matrimonio ci sono state tante altre occasioni dove il suo marito, testone e un po’ egoista, voleva da lei cose che non erano secondo la volontà di Dio. Lei ha sempre scelto di piacere a Dio e non a me. E io le sono molto grato di questo perchè poi ho capito quanto avesse ragione e io torto e la sua tenacia è stata la scelta migliore anche per me.

Questo significa vivere la Parola che ci ha lasciato San Paolo nella sua lettera. Questo significa vivere la relazione con Gesù anche nel matrimonio e non vale meno di una vita consacrata.

Antonio e Luisa

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“Don Bosco ritorna”, per un modello educativo sempre attuale

Il 31 gennaio ricorderemo uno dei più grandi Santi italiani dell’800, Giovanni Bosco. Fondatore della congregazione salesiana diffusa in tutto il mondo, ha compiuto dei miracoli davvero straordinari, sorretto dall’incrollabile fiducia in Maria Ausiliatrice. Cosa può dirci, oggi, l’indimenticato ed indimenticabile don Bosco? I suoi insegnamenti sono ancora concretamente spendibili?

La sua lezione, senza ombra di dubbio, non solo è ancora assolutamente attuale ma è stata ed è in qualche modo profetica: tra i primi, don Bosco aveva capito che i giovani hanno bisogno di una guida sicura e forte, di un punto di riferimento concreto e credibile per una crescita sana, robusta e resistente, in virtù del fatto che “Dalla buona o cattiva educazione della gioventù dipende un buon o triste avvenire della società”. Toccando con mano la miseria materiale e spirituale dei tanti giovani che affollavano la Torino di allora, in pieno boom industriale, il prete dei Becchi capì che la chiave del successo è unire l’impegno alla fede, l’amore all’autorevolezza, la gioia alla serietà; tutti binomi, questi, che sembrano sbiaditi nell’attuale società. Rendersene conto è semplice: è sufficiente avere un adolescente in casa o tra i parenti, guardare qualche post pubblicato sui social o fare un giro il sabato sera nei locali frequentati da questa fascia di popolazione per essere sopraffatti da sentimenti contrastanti, spesso tinti di un certo sconforto. Che modelli hanno questi ragazzi, i nostri ragazzi? Che valori stiamo lasciando alle nuove generazioni? Perché il progresso scientifico ha una crescita inversamente proporzionale rispetto ai valori spirituali?

Don Bosco risponderebbe dicendoci che “Nessuna predica è più edificante del buon esempio”: non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta di non vedere o di non sentire! Se anche non abbiamo figli, siamo ugualmente chiamati a cooperare alla realizzazione di un modello educativo e sociale che sappia tenere a braccetto le esigenze contemporanee con le grandi verità di fede, senza compromessi con il mondo e questo perché la Buona Novella è portatrice di valori senza tempo. Dobbiamo essere così bravi da far passare ai giovani il messaggio che si può essere persone piacevoli, socievoli e interessanti anche se cristiane – o meglio – proprio perché cristiane! Dobbiamo, insomma, essere autentici testimoni del fatto che la fede può davvero fare la differenza in una società che brancola nel buio del relativismo, dello smarrimento dei punti di riferimento e dello sgretolamento delle famiglie tradizionali, condito dalla svendita sulla piazza del mondo dei valori della serietà, della purezza, della castità, della sincerità.

Se i modelli di riferimento sono influencer atei o bestemmiatori, votati al lusso sfrenato ottenuto senza fatica e spesso con mezzi illeciti, magari attanagliati dalle più pericolose dipendenze, che cosa potranno mai pensare i ragazzini? Saranno portati al disinteresse più totale nei confronti, per esempio, dello studio e svilupperanno e l’avversione verso qualsiasi forma di impegno e di fatica pur di raggiungere i loro obiettivi anzi, alla peggio, perderanno pure quelli, trasformandosi in puro corpo senza spirito, corpo votato esclusivamente al soddisfacimento – meglio se immediato – di esigenze puramente fisiche. Ma i ragazzi, i nostri ragazzi, meritano molto di più! Quanti musi lunghi, quanti visi bui, persi, spenti anche si trovano a vivere la giovinezza, che al contrario dovrebbe brulicare di energia e voglia di vivere! Quante patologie psicologiche e psichiatriche, quanta tristezza e soprattutto quanti spazi grigi che, se lasciati a se stessi, si riempiranno delle prime cose che passano, spesso sbagliate. I vuoti esistenziali, se riempiti di “ragione, religione, autorevolezza”, possono diventare risorse invece che zavorre e far leva su un cambiamento – in positivo – sempre possibile perché “in ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene”: non ha fatto così anche Gesù?

Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, preghiera. È questo il grande programma per vivere felice, e fare molto bene all’anima tua e agli altri”; Dio ci ha creati per la felicità ed è possibile esserlo anche in questa vita, nonostante le prove e le fatiche: far capire questo ai giovani significa instillare nei loro cuori e nelle loro anima la certezza che non sono soli al cospetto di ciò li spaventa perché ci sarà sempre qualcuno accanto a loro, pronto a sostenerli ed incoraggiarli, noi ma soprattutto il Signore. Se educhiamo le giovani generazioni che la religione non è qualcosa da anziani ma il segreto per vivere bene, essere felici e trovare un appiglio nei dolori dell’esistenza, allora non tutto è ancora perduto; se alleniamo i ragazzi ad essere impegnati in qualcosa di bello e di importante (lo studio, lo sport, la musica, la preghiera) daremo loro degli alleati infallibili contro la noia ed un antidoto sempre efficace contro la perdita di tempo, nella quale si insidiano trappole pericolosissime; se cerchiamo di trasmettere l’importanza di essere in grado di sorridere – con le labbra ma soprattutto con gli occhi del cuore – perché “Il demonio ha paura della gente allegra”, faremo di loro non degli svampiti ma delle persone solari e aperte alla vita.

In questo modo, le parole del famosissimo canto salesiano, che nel ritornello recita “Don Bosco ritorna tra i giovani ancor”, non saranno solo una nostalgica melodia dei tempi andati ma la bontà di un modello educativo non solo attualissimo e geniale ma decisamente necessario, che ha salvato migliaia di anime e che può salvarne ancora altrettante.

Fabrizia Perrachon

Resterà solo l’amore

Sono rimasto molto colpito dalla storia che mi ha raccontato una mia cara amica e per questo oggi voglio condividerla con voi, sintetizzandola: quello che dirò è tutto vero, ma, per ovvi motivi, chiamerò questa mia amica con un nome di fantasia, Marta.

Marta a un certo punto della sua vita si separa dal marito, ma sceglie di rimanere fedele a Gesù e conseguentemente rimane sola con i figli, senza “rifarsi una vita”.

Entra in contatto con la Fraternità Sposi per Sempre e capisce che è la sua strada: frequenta spesso, è una persona di grande fede, sempre sorridente, gioiosa e molto attiva nel volontariato e nella cura degli altri.

Intanto il tempo passa, i figli crescono e il marito addirittura si risposa civilmente, ma lei va avanti, nonostante le difficoltà e le persone che non capiscono la sua scelta (è fissata con la religione? E’ ancora innamorata? Illusa che tornerà o delusa dagli uomini?).

Dopo un po’ di anni il marito si ammala, lei da lontano prega per lui e chiede preghiere agli amici; i mesi passano e la situazione si aggrava, tanto che lui non può più nemmeno muoversi da casa: Marta chiede alla nuova moglie di poterlo andare a trovare, ma questo le viene negato.

Allora di nascosto, quando sa che lei non c’è, lo va a trovare: lui si meraviglia di questa visita, ma non la manda via; allora Marta con coraggio gli prende una mano e gli dice: “Lo sai, vero, che ti ho sempre voluto bene?”. E lui: “Sì, lo so” e si mette a piangere.

Dopo pochi giorni, lui viene a mancare e Marta con discrezione e stando in disparte, segue tutto, chiedendo anche di recitare lei una decina del rosario, prima del funerale. In seguito Marta viene a sapere dai figli che quando il marito stava male e delirava nel sonno, chiamava “Marta, Marta” e non la nuova moglie.

Ecco, quest’ultima confidenza mi ha fatto molto riflettere: innanzitutto a questi figli credo che nessuno dovrà loro spiegare come ama Dio, perché l’hanno visto e sperimentato in maniera indelebile nella propria famiglia, anche se ferita.

Io non posso che ringraziare questa sorella per la sua testimonianza che ha sicuramente colpito parenti, amici e conoscenti: in fondo lei avrebbe potuto farsi gli affari suoi, il marito l’aveva abbandonata, che prendesse le conseguenze delle sue azioni! Invece no, fino all’ultimo è rimasta, non ha amato secondo quello che ha ricevuto, è andata oltre, fino a perdonargli tutto il male fatto e a farlo così “andare” in pace.

Sicuramente il marito ha compreso chi davvero gli voleva bene, perché l’amore vero è nella verità e nella croce, in chi sacrifica la vita per gli altri, caratteristica unica dell’amore di Gesù: il chiamare “Marta” nella sofferenza ne è la riprova.

Per merito di Marta, che su questa terra è la persona che ha più potere su di lui (per grazia della relazione consacrata e benedetta da Dio il giorno delle nozze), io credo che quest’uomo sarà giudicato con particolare misericordia dal Creatore.

Infatti, su questa terra ci affanniamo tanto per guadagnare due soldi, avere potere, cose, prestigio, amicizie importanti, ma di tutto questo non rimarrà assolutamente niente: ci porteremo in Paradiso solo l’amore, quello vero, gratuito.

La vita solitaria di Marta, per il mondo “sprecata”, ha generato invece un tesoro invisibile, ma di grande valore, per se stessa e per le persone a lei legate, in primis il coniuge. È inutile mentire a noi stessi: un amore di convenienza (io faccio questo, tu fai quello), o di compagnia o di reciproca soddisfazione sessuale non ci basta e non ci fa stare tranquilli, anzi ci tiene sempre in uno stato di preoccupazione per mantenere costantemente un certo livello, una certa aspettativa, altrimenti si corre il rischio di essere lasciati per altre persone. Questo ci porta lontani dall’essere noi stessi e appena arriva una difficoltà seria, chi continuerà a starci vicino? Tutti lo desideriamo verso di noi, ma non è facile amare una persona “per sempre”, indipendentemente da quello che fa in positivo o in negativo; tuttavia con l’aiuto di Dio è possibile farlo, come Marta che l’ha saputo mettere in pratica con il marito. Grazie Marta

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Parenti contenti.

Vogliamo continuare a lasciarci interrogare dal Vangelo di Domenica scorsa, già così brillantemente commentato da padre Luca e da Antonio e Luisa, ma che ha ancora un aspetto su cui poter riflettere.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20) Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

E’ curioso che i primi discepoli che Gesù chiama a sé, i quali poi diventeranno parte del nucleo dei dodici Apostoli, siano due coppie di fratelli, intesi come fratelli di sangue, figli dello stesso padre.

Sarà un caso? No di certo. Se nulla avviene per caso nella vita ordinaria, tantomeno dentro la Parola di Dio troviamo frasi scritte per caso. Cosa avrà voluto dirci il Signore compiendo questa scelta?

Sappiamo come la famiglia sia la cellula della società, il primo luogo dove si impara a convivere con gli altri, si imparano i propri limiti e si scoprono le proprie doti, si impara insomma l’arte del vivere e soprattutto dell’amare. I legami di sangue sono molto forti, in taluni casi questa forza si rivela negativa perché fa come da calamita col passato non permettendo di vivere il presente con serenità e libertà né di proiettarsi nel futuro.

Questi legami sono talmente forti ed importanti per lo sviluppo psichico e morale della persona che sono i primi ad essere attaccati dal maligno (il quale odia la famiglia), nei casi più gravi ci sono maledizioni che passano da una generazione all’altra… ma è un altro argomento, che però ci conferma come i legami famigliari siano vitali per l’uomo… tant’è vero che Dio stesso ha voluto incarnarsi dentro una famiglia.

Talvolta il Signore converte il cuore di un familiare per convertire tutti gli altri, come fosse una sorta di apripista, ci sono numerose testimonianze al riguardo sia recenti ma anche dei primissimi cristiani, uno di questi episodi è addirittura raccontato nel vangelo di Giovanni, un altro è quello della madre santa Felicita ed i suoi sette figli, uno più recente è quello di santa Monica, madre di sant’Agostino.

Quando il Signore chiama fratelli e/o sorelle a seguirlo per la via della consacrazione sacerdotale e/o verginale, questi legami così forti già di natura, aumentano il proprio influsso positivo e si perfezionano per diventare fonti di grandi Grazie per la Chiesa intera, citiamo alcune figure di santi parenti o fratelli/sorelle oltre agli Apostoli del brano in questione: i due gemelli San Benedetto e Santa Scolastica; le 5 sorelle Martin (tra cui una santa, Teresina di Lisieaux ed una serva di Dio, Léonie); i due fratellini di Fatima Santa Giacinta e San Francisco Marto; i due fratelli San Cirillo e San Metodio; Santa Marcellina che era la sorella maggiore dei due gemelli San Satiro e Sant’Ambrogio; i due gemelli San Cosma e San Damiano con i tre fratelli minori San Antimo, San Leonzio e San Euprepio… la lista potrebbe continuare.

Tutto ciò conferma che i legami familiari e/o parentali hanno un’importanza vitale, ecco perché gli sposi cristiani devono far di tutto affinché i propri figli conoscano ed imparino ad amare Gesù fin dalla più tenera età.

E se i convertiti siamo proprio noi sposi? Di sicuro il Signore ha in progetto di parlare ai cuori dei nostri parenti e/o familiari attraverso noi, quando serve con le parole, quando esse si rivelano non necessarie sia la nostra vita a parlare, le nostre scelte, le nostre abitudini sante, i nostri gesti, i nostri comportamenti.

Coraggio sposi, non temiamo di fare gli apripista, meglio avere i parenti contenti che i parenti serpenti!

Giorgio e Valentina.

Passa la scena di questo mondo!

Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!

La seconda lettura di ieri è decisiva. Non ce ne sono di storie. Un cristiano autentico si riconosce in questa descrizione. Ma cosa significa? Che io posso vivere come se mia moglie non ci fosse? Posso fare i fatti miei e sentirmi libero di fare ciò che voglio senza curarmi di lei? A una lettura superficiale potrebbe sembrare davvero così. Ma chiaramente San Paolo intende dire altro.

La nostra vita ha un solo grande fine: incontrare l’Amore. Abbiamo tutta la vita per capire che l’unico che salva è Cristo. E’ Dio!

San Paolo ci sta chiedendo di mettere ordine nella nostra vita. Egli ci esorta a fare chiarezza. Non possiamo vivere appieno se non poniamo al centro di ogni cosa il nostro rapporto con Dio. Solo Lui può essere la nostra ragione di essere. Né il pianto e la sofferenza, altrimenti saremmo disperati. Né il godimento e la gioia del mondo, altrimenti saremmo illusi e destinati a crollare di fronte alla prima vera prova. Nemmeno i beni materiali possono colmare il vuoto che ci attanaglia, poiché tale vuoto nasce dalla mancanza di un significato profondo.

Non lo può essere neanche nostro marito o nostra moglie. Spesso due innamorati si scambiano frasi molto pericolose: sei il mio tutto! sei la mia vita! senza te non avrebbe senso nulla! Finchè è un modo per esprimere l’innamoramento che è un’emozione fortissima e assolutizzante va bene. Attenzione però che non diventi davvero così. L’altro diventerebbe il vostro dio. Il vostro vitello d’oro. Il vostro idolo. Se Gesù potesse parlarci, direbbe a noi sposi:

Non riesci a vedere la persona che ho messo al tuo fianco? È una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze proprio come te. Non illuderti pensando che possa colmare quel desiderio di completezza ed eternità che hai dentro di te. Solo io posso fare questo per te. Quello che desidero è solo questo. Tuttavia, devi fare la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non posso forzarti perché sarebbe contrario all’amore. Non mettere la tua sposa o il tuo sposo al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e fallo per lui/lei. Se farai dell’altro il tuo idolo, gli metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi, perché nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza, amalo. Solo allora l’amerai veramente, senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

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Testimoniare l’amore oggi!

Quando si percepisce un ostacolo, la famiglia si riunisce. Per confortare, sorreggere, aiutare o semplicemente testimoniare amore. È così, a maggior ragione, anche per la ‘famiglia delle famiglie‘, la nostra amata Chiesa. In un periodo sociale così disordinato, caratterizzato da tensioni umane, venti contrari, schizofrenie emotive, frutto di un evidente relativismo ideologico, c’è bisogno di fare memoria del senso, del significato profondo dell’esserci, in quanto testimoni di sacramenti.

Ognuno di noi, ogni famiglia credente, deve poter raccontare il proprio originale modo di vivere la missione ‘dell’amore che resiste’. Ci proveremo il 18 febbraio intorno alle 10; da Nord a Sud ma anche oltre le Alpi -grazie ai potenti mezzi tecnologici- ci incontreremo, fisicamente e virtualmente, per condividere il significato dell’essere famiglia e quindi Chiesa. L’appuntamento è presso l’Auditorium del Santuario di Caravaggio (BG). Ad accoglierci saranno i componenti della rete, simpaticamente battezzata ‘gli influencer di Dio‘ , organizzatori della giornata di comunione e verità, quella che sarà raccontata, a cuore aperto, da alcuni testimoni presenti, a seguito delle attese catechesi guidate da don Renzo Bonetti e padre Luca Frontali.

Vi aspettiamo. Per registrarsi all’evento https://forms.gle/1v1yBgeUvsjLDk6J8

Livia Carandente con tutti gli autori di matrimoniocristiano.org

Il vero piacere? Nella relazione!

Oggi riprendiamo la catechesi di mercoledì scorso del Papa. Da alcune settimane ha cominciato un nuovo argomento: i vizi e le virtù. Nell’ultima in particolare ha trattato il tema della gola. Come sempre non la analizzo tutta ma prendo alcune righe che mi hanno colpito più delle altre e ci ragioniamo insieme.

Cosa ci dice il Vangelo a questo riguardo? Guardiamo a Gesù. Il suo primo miracolo, alle nozze di Cana, rivela la sua simpatia nei confronti delle gioie umane: Egli si preoccupa che la festa finisca bene e regala agli sposi una gran quantità di vino buonissimo. In tutto il suo ministero Gesù appare come un profeta molto diverso dal Battista: se Giovanni è ricordato per la sua ascesi – mangiava quello che trovava nel deserto –, Gesù è invece il Messia che spesso vediamo a tavola. Il suo comportamento suscita scandalo in alcuni, perché non solo Egli è benevolo verso i peccatori, ma addirittura mangia con loro; e questo gesto dimostrava la sua volontà di comunione e vicinanza con tutti.

Mi sento di sintetizzare questa riflessione del Papa in un concetto semplice. Il piacere non è male. Non c’è nulla di male a godere delle cose belle. Tra queste rientra anche il gusto e il piacere della buona tavola. Il piacere diventa male quando diventa il fine, quando viene assolutizzato. Invece il piacere può essere un modo di fare esperienza di bellezza e quindi di Dio. Ma non può diventare un idolo per noi. Mi permetto alcune considerazioni.

Credo di capire cosa vuole dirci il Papa. Anche per me, un pasto condiviso diventa automaticamente migliore. Preferisco di gran lunga una pizza e una birra in compagnia di amici, oppure un minestrone in famiglia, piuttosto che cibi deliziosi consumati da solo. Quando vivevo da solo, prima di sposarmi, spesso finivo per mangiare da solo. Raramente mi preparavo un semplice minestrone. Di solito compravo cibi pronti o cucinavo qualcosa che mi desse soddisfazione, anche se magari esageravo con patatine, hamburger e cibi considerati poco salutari. Questi cibi soddisfacevano il mio desiderio di piacere. Oggi, in famiglia, anche una semplice minestra mi basta. Perché? Perché il vero piacere deriva dalla condivisione. Quello che cerchiamo attraverso il cibo spesso è solo un modo per lenire la solitudine. La solitudine può esistere anche tra coloro che vivono in famiglia, quando manca il dialogo o non ci si sente compresi e accolti. Non è necessario essere fisicamente soli per sperimentare la solitudine, si può sentirsi soli anche a livello spirituale ed emotivo.

E allora perchè il digiuno? Come possono convivere ed essere entrambi buoni i due atteggiamenti. Quello di Giovanni Battista che nel deserto mangiava quello che capitava e quando capitava e quello di Gesù che non disdegnava di mangiare e anche bene se c’era l’occasione? Il digiuno non è positivo di per sè. Se io digiuno perchè ho problemi di disagio alimentare o per mancanza di autostima non c’è nulla di buono in quel digiuno. Quando diventa buono? Quando aiuta a fare spazio. Spesso noi siamo bulimici. Siamo bulimici di piacere che sia di gola, di possesso o di sesso. Questo ci rende incapaci di donarci. Dentro di noi non c’è posto per Dio e non c’è posto per nessun altro. Non c’è posto per nostro marito o nostra moglie. Il digiuno serve proprio a recuperare la libertà. La libertà di amare in modo gratuito. Il digiuno ci permette di vivere il piacere in modo pieno e più completo. Gola e sesso hanno molto in comune. Sono soggetti agli stessi stimoli e dinamiche umane. Ecco! Digiunare durante la quaresima ci può aiutare a fare meglio l’amore con nostro marito o nostra moglie. Perchè saremo più liberi di dare amore. Saremo più capaci di farci dono e non di usare. Insomma il digiuno ci permette di comprendere che un piacere solo superficiale, solo a livello di sensazioni fisiche ed emotive alla fine non sazia veramente. Questo processo di “fare spazio” porta a una maggiore capacità di amore e di connessione con gli altri, permettendo di vivere il piacere in modo più pieno e appagante.

Gesù era libero! Noi lo siamo?

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Sposi, sapete chi cercate?

Cari sposi,

come in una scena di film al rallentatore, di fatto siamo ancora, come la domenica scorsa, sulle rive del Giordano dove Giovanni battezzava.

Avviene una scena tanto semplice quanto grandiosa. Gesù inizia la sua vita pubblica e accoglie i primi due discepoli. Come arriviamo a questo momento?

Suo cugino Giovanni aveva già al suo seguito varie persone che lo ammiravano e volevano ascoltare le sue parole. Quando si presenta Gesù lui è talmente umile da additarLo come l’Agnello di Dio, scatenando un’irresistibile attrazione in alcuni dei suoi a seguirlo. Ed è qui che inizia tutto. Andrea e Giovanni sono i primi a cercare Gesù e iniziare un colloquio con Lui.

Sorprende vedere Cristo che li accoglie non con un comune “Shalom” e men che meno con un “oh, finalmente i miei primi due followers”, bensì con una domanda. Come mai? Il quesito di Cristo li prepara davvero ad essere disposti a ricevere un dono. Gesù sa che Giovanni e Andrea sono in ricerca ma non è disposto a dare soluzioni facili; pertanto, li porta sempre più in profondità.

Quante altre volte Gesù ha posto domande impegnative! Al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?”; al paralitico: “Vuoi guarire?”; a Pilato: “Dici questo da te o altri te l’hanno detto sul mio conto?” Nel fondo sta rivolgendo l’interlocutore al più profondo del suo cuore perché si apra davvero al dono della Verità che è Lui in persona.

Quindi, da Giovanni il Battista “la palla” passa a Giovanni e Filippo che restarono così affascinati da Lui che l’allora giovane discepolo, il quale scrive il vangelo sulla soglia dei 90 anni, ancora si ricordava l’ora esatta dell’incontro!

Questa esperienza così entusiasmante porta naturalmente Andrea a volerla condividere con suo fratello Simone. E in tal modo Andrea si converte nello strumento affinché Simone diventi Pietro. Che insegnamento possiamo ricavare per noi?

Anzitutto che Cristo, nell’anno 30 come nell’anno 2024, Lo incontriamo quando qualcuno ce lo presenta. Andrea e Giovanni hanno avuto bisogno del Battista; c’è voluto Andrea per Simon Pietro; Saulo è dovuto passare da Anania prima di diventare Paolo, Francesco Saverio non sarebbe santo senza Ignazio di Loyola… e così fino ad oggi.

Allora voi sposi siete in una condizione ottimale perché questo avvenga, voi che siete stati “con-vocati” dal Signore a seguirlo (cfr. Familiaris Consortio 38). Nel matrimonio la sequela di Cristo è fatta anche di un reciproco aiuto a incontrare Gesù, un mutuo sostegno nella sequela del Maestro. Laddove questo non avviene per un disallineamento nella fede, il coniuge credente ha però ha una grazia particolare per rimanere saldo in Cristo.

Inoltre, c’è un altro aspetto assai confortante. L’incontro con Cristo mi porta alla mia vera identità. Tutto il contrario di chi afferma che la fede cristiana aliena e impoverisce noi stessi. Quello magari avviene con un certo moralismo o letture parziali del Vangelo. Ma Cristo qui nel Vangelo non fa che esaltare e portare a pienezza il dono che già ognuno è.

E così Simone, che di suo era un capoccia e un superbo ma con un cuore grande, viene solo esaltato nel senso più vero da Cristo fino a renderlo “kefas”, cioè una roccia, un punto di riferimento per altri, una pietra che umilmente sostiene il peso altrui, che si mette sotto per servire e dare stabilità.

Quindi, chi cerca Cristo trova veramente se stesso. Ed anche voi sposi, seguendolo ogni giorno non diventerete certamente dei bigotti, basa banchi, bacchettoni e moralisti ma troverete la sorgente più pura di quell’amore che già avete cercato fin dall’inizio.

Questa la bellissima verità che ci svela oggi Gesù, detta in modo così chiaro nella Imitazione di Cristo: “cercando soltanto Te, e con retto amore, ho travato, ad un tempo, e me stesso e Te” (Libro III, cap. VIII).

ANTONIO E LUISA

Parto dalle conclusioni di padre Luca. Abbiamo bisogno di qualcuno per incontrare Cristo. Per me sono stati Luisa prima e padre Bardelli dopo. Ma senza Luisa non avrei incontrato neanche il caro padre Raimondo che tanto bene ci ha fatto. Quando riceviamo mail o commenti di giovani donne scoraggiate perchè non riescono a trovare un ragazzo che capisca e rispetti il loro desiderio di castità noi rispondiamo sempre di non mollare. Se Luisa avesse ascoltato le mie proteste e fosse scesa a compromessi non avrei fatto esperienza di una relazione casta e così bella. Il suo resistere mi ha fatto vedere tutta la bellezza di Luisa e mi ha fatto venir il desiderio di incontrare il suo Dio.

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Il significato del battesimo: da quello di Gesù a quello dei bambini non nati

Domenica scorsa la liturgia ha celebrato il battesimo di Gesù ad opera di Giovanni Battista, invitandoci nello stesso momento a ricordare il nostro, riscoprendone valore e significato.

Come possiamo leggere nel Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 1213: “Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito (« vitae spiritualis ianua »), e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione: « Baptismus est sacramentum regenerationis per aquam in verbo – Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’acqua e la parola ».1

Il ricordo del battesimo non è un semplice “fare memoria” quanto riscoprire, riattualizzare e rigenerare ciò che abbiamo ricevuto un giorno lontano o ciò che abbiamo donato ai nostri figli così come interrogarci sui motivi che hanno spinto i nostri genitori o noi stessi a decidere per questo sacramento. Già perché, se ci pensiamo bene, il battesimo – almeno per come è attualmente strutturato in ambito cattolico  – è un sacramento che solitamente il soggetto non sceglie perché c’è chi ha deciso per lui/lei. Che dono e che responsabilità allo stesso momento! Come regalo ha un valore immenso, la cui vera portata si scopre in seguito, magari dopo averlo ignorato, trascurato o banalizzato; ed è una responsabilità a doppio senso perché non solo è un qualcosa che altri hanno scelto ma è un sacramento che richiede poi una partecipazione attiva, personale e consapevole per essere autenticamente vissuto e non soltanto passivamente ricevuto.

Gesù ha deciso di farsi battezzare anche se non ne aveva bisogno, noi ne abbiamo un gran bisogno ma non sempre ce ne rendiamo pienamente conto, soprattutto da neonati; non si tratta di una contrapposizione insanabile ma di un mistero divino da accogliere con semplicità di cuore non tanto e non solo per sentirci a pieno titolo figli di Dio quanto soprattutto per scoprirci – o riscoprirci – figli amati, come la voce che accompagna la discesa dello Spirito Santo su Gesù nel Giordano: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (Mc 1, 11).

È proprio sulla scia del gesto di Cristo che assume un significato ancor più profondo una tipologia specialissima di battesimo, quello di desiderio; non si tratta del consueto sacramento che si impartisce a persone – grandi o piccole che siano – ma dell’intenzione, del desiderio appunto, che si ha di donare una preghiera specialissima, un battesimo particolare, a tutte quelle creature che non sono potute nascere, perché perse spontaneamente oppure abortire volontariamente.

Come amo sempre sottolineare, anch’esse sono state create ad “immagine e somiglianza” del Padre e, se per un mistero insondabile oppure per cieca violenza non hanno avuto la possibilità di nascere a questo mondo, questo non significa che abbiano meno dignità anzi, nella loro totale purezza sicuramente appartengono alla schiera dei martiri innocenti che – a cominciare dalla furia di Erode – sono vittime dell’odio, la peggior faccia dell’uomo. Sono già sicuramente nel cuore e nelle mani di Dio ma far celebrare per loro il battesimo di desiderio possiede significati imprescindibili: innanzitutto è un profondo atto di umiltà e di amore nei confronti del Signore, a cui si rimettono queste anime ed il loro destino eterno e, in secondo luogo, è qualcosa che fa bene al cuore ferito dei genitori, abbiano o non abbiano voluto l’accaduto.

In caso di aborto spontaneo, è una grande consolazione interiore sapere di aver donato alla propria creatura una consacrazione in più, non avendo potuto sottrarla ad una dipartita così precoce, inaspettata e dolorosa. Nei casi di aborto volontario, anche se non richiesto dai genitori ma dalla pietà di altri, il battesimo di desiderio ricuce una ferita che non lacera soltanto i diretti interessati ma la società intera perché ben sappiamo – anche se troppo volte giochiamo a nascondino – che la fine di questi “miei piccoli”, come direbbe Gesù, è qualcosa che va contro ogni logica, umanità e civiltà.

Il battesimo, insomma, ha un inizio ma non ha una fine o meglio, il suo compimento è in Cielo. Il battesimo è Spirito, è balsamo, è Grazia: che gioia sapere che il Padre ci ama e ci aspetta tutti nella Sua casa.

1 disponibile al link: https://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c1a1_it.htm

Fabrizia Perrachon

Il Battesimo per riconoscerci figli amati

Ieri la liturgia ci presentava il battesimo di Gesù. Avete mai pensato al nostro battesimo contemplandolo alla luce di quello di Gesù? Io ammetto di non averlo mai fatto. Eppure durante il battesimo di Gesù accadono due avvenimenti raccontati molto bene da Luca che sono illuminanti anche per il nostro battesimo.

Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.

Il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo. Fino a quel momento il battesimo operato da Giovanni Battista era semplicemente un battesimo di conversione. Le persone si recavano nei pressi di Gerico, sulla riva del fiume Giordano, e si immergevano per manifestare con un gesto concreto il desiderio di purificarsi e di cambiare vita. Il luogo non è stato scelto a caso. Gli Ebrei attraversarono il fiume per entrare nella Terra Promessa dopo la fuga dall’Egitto proprio in quel punto. Battezzarsi lì esprimeva il desiderio di tornare alle origini quando il popolo d’Israele entrò nella Terra Promessa dopo una purificazione nel deserto durata 40 anni.

Il Battesimo di Gesù solo esteriormente è uguale a quello di Giovanni. C’è una differenza sostanziale: lo Spirito Santo. Con il sacramento del Battesimo ognuno di noi ha beneficiato di quella discesa dello Spirito Santo esattamente come è successo a Gesù. Non è solo una purificazione ma una vera rinascita nello Spirito. Ognuno di noi con il Battesimo, con lo Spirito Santo, è unito a Dio come i tralci con la vite. I tralci sono nutriti dalla vite così noi siamo rivitalizzati dallo Spirito Santo. In un certo senso è come se con il Battesimo attingiamo ad una linfa divina. Una linfa che ci rende capaci di amare come Dio ci ama e questa capacità la portiamo nel matrimonio. Anche in questo caso è come tornare alle origini ma alle origini origini – quelle della Genesi – quando il peccato originale ancora non aveva toccato l’uomo. Non significa che saremo immuni dal peccato, la fragilità umana ci appartiene ontologicamente, ma se ci metteremo tutta la nostra volontà lo Spirito Santo ci darà la forza che ci manca per amare con la stessa modalità di Gesù: per primi e gratuitamente.

Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Questo è bellissimo. Questa esclamazione non riguarda solo Gesù ma riguarda ognuno di noi. Quando ci siamo battezzati Dio ha esclamato la stessa cosa. Siamo figli amati! Siamo prediletti! Lo siamo noi e lo è nostra moglie e nostro marito. Abbiamo tutta la vita per comprendere come questo amore sia forte e bello. Solo riconoscendoci figli amati saremo capaci di amare gratuitamente la persona amata. E’ fondamentale riconoscerci figli e lasciarci amare da Dio per poi poter riversare il nostro amore sull’altro senza pretese e senza star lì a pesare quanto riceviamo e quanto diamo. Solo così saremo capaci di dare tutto nel matrimonio anche quando l’altro sembra che non ci corrisponda pienamente.

Antonio e Luisa

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Rigenerati da uno sguardo

Una volta, durante un incontro di pastorale familiare, organizzato da una diocesi, chiesero a don Renzo Bonetti, iniziatore del Progetto Mistero Grande: “ad oggi vediamo aumentare le statistiche di divorzio anno dopo anno. Qual è la causa di tante rotture di coppie, in particolar modo di quelle cristiane?” La risposta fu molto eloquente: “la causa della rottura di così tanti matrimoni sta nel non aver compreso il Battesimo”.

Non ce lo saremmo aspettato detto così ma se entriamo nel cuore delle letture odierne capiremo meglio e soprattutto vedremo cosa vuole insegnarci la Chiesa. Anzitutto, Isaia ci dice che la Parola del Signore è irrevocabile, che una volta emessa porta senz’altro un frutto. Essa agisce proprio come la pioggia in un campo che non lascia inalterato il terreno su cui cade: se secco lo rende fertile, se già bagnato lo impregna ancor di più.

Quindi, vuol dire che il Signore quando ci parla non lo fa mai a vanvera e Lui non parla alle masse bensì intende toccare ciascuno di noi! Egli, infatti, desidera che le Sue Parole portino un frutto in me, in noi coppia. Allora domandiamoci che Parola mi sta rivolgendo oggi di così importante e quale effetto Lui anela di ottenere nella mia e nostra vita?

Senza dubbio vi è una frase che eccelle in tutto il Vangelo e che ancora oggi può toccare i nostri cuori. In questa festa del Battesimo la Parola è esattamente la stessa che il Padre ha rivolto a Gesù: “Tu sei il mio Figlio, l’Amato”. Come ci fa bene di leggere e rileggere questa Parola e saperla rivolta a me personalmente! È una frase di compiacimento, di soddisfazione, di stima profonda. Il Padre guarda Gesù in modo estasiato per essere semplicemente Suo Figlio.

In termini economici o efficientisti, fino a quel momento Gesù non è che abbia fatto gran ché. È l’unico falegname/muratore del suo paesino, ha una mamma vedova a carico, conduce una vita semplicissima e anonima. Che grandi opere aveva mai realizzato? Su quali capolavori artistici aveva messo la firma? Nulla, se non sedie aggiustate, ruote di carro riparate, qualche tavolo costruito. Quindi, di cosa poteva essere così orgoglioso Suo Padre?

La bellezza di questa frase sta nella sua totale gratuità: il Padre ama il Figlio per il fatto di esistere, di esserci, non di aver compiuto chissà che cosa o di aver corrisposto un suo disegno o un suo progetto. Ecco il nocciolo dell’amore di Dio! Dio ci ama così: ti amo perché esisti e tu esisti perché io ti ho amato.

È tutto molto bello quanto detto finora ma noi resteremmo solo degli spettatori lontanissimi, dei puri estranei se non avessimo il Battesimo. È grazie al Battesimo che quello sguardo Paterno si è posato anche su ciascuno di noi. Papa Benedetto lo dice in modo meraviglioso

Il significato del Natale, e più in generale il senso dell’anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d’ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all’amore di Dio. E se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi. Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile” (Papa Benedetto, Omelia 11 gennaio 2009).

Così si capisce bene perché il Battesimo è la porta di ogni altro sacramento. Da ciò deriva per noi un profondo legame con Cristo, un legame non solo psicologico, cioè nel momento in cui io penso a Lui, ma “ontologico”, che tocca il nostro essere e il Suo, che lo pensi o meno. Ma appunto questo evidentemente non basta perché è indispensabile mantenere un rapporto intimo con Gesù, è quello che Lui cerca in noi ogni giorno.

Conforta leggere S. Cirillo quando scrive: “Se tu hai una pietà sincera, anche su di te scenderà lo Spirito Santo e ascolterai la voce del Padre” (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi III, Sul Battesimo, 14). Quindi il rapporto con Gesù, l’essere anche noi figli amati, in parte dipende da noi, da quanto restiamo collegati con il cuore e la mente con Lui.

Alla fine di questa carrellata, cari sposi, spero sia chiaro come l’amore paterno per Gesù nel Battesimo è anche rivolto a noi. E così questo dono grande grazie al vostro matrimonio diviene “esportabile”. Con la grazia delle nozze siete voi sposi che a vicenda potete dirvi, a parole e con la vita, quella frase stupenda: “Tu sei l’amato” e così, fare della vostra coppia un piccolo anticipo di Paradiso.

ANTONIO E LUISA

L’ho già ripetuto tante volte negli articoli e anche in alcuni libri. Io mi sento amato da Luisa non quando sono brillante, simpatico, premuroso, attento e tenero. No! Cosa ci vuole? Me lo merito. Che fatica deve fare. Io mi sento amato da mia moglie quando non sono in vena, quando sono nervoso e perso nei miei pensieri, quando non sono attento alle sue esigenze. Quando non è facile amarmi. So che non dovrei essere così ma succede. Le nostre fragilità umane a volte prevalgono. Eppure lei è sempre lì accanto a me che mi dimostra il suo amore misericordioso e gratuito. Questo è davvero commovente, mi riempie il cuore ogni volta.

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Le nostre piccole, grandi epifanie

Tra due giorni sarà il 6 gennaio che per i cattolici è una data molto importante perché si celebrerà l’Epifania del Signore.

Il racconto evangelico di San Matteo ci fornisce diversi particolari circa questo evento straordinario: “Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»” (Mt 2, 1-2). E ancora: “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 9-12).

Come già per il Santo Natale ed altre ricorrenze religiose, anche l’Epifania è stata travolta dal turbinio del consumismo anche se in alcuni Paesi ricopre ancora un’importanza tutt’altro che secondaria: pensiamo alla grandissima festa che in tutta Spagna – dal continente alle isole Canarie – inizia già il 5 gennaio e si protrae fino al giorno successivo attorno a Los Reyes (appunto “I Re”) oppure alla venerazione delle reliquie dei Magi custodie nel duomo di Colonia, in Germania.  

È importante chiedersi, perciò, quale sia in vero significato di questa solennità, sia dal punto di vista linguistico che religioso. Cominciamo dal primo punto: il termine epifania deriva dal greco e si traduce con apparizione o manifestazione. Applicato al contesto evangelico, possiamo dire che il Bambino Gesù si è manifestato, subito dopo la nascita, a due categorie sociali ben differenti: ai pastori e ai Magi.

Questo significa che la regalità di Cristo si svela e, appunto, si manifesta a tutti, poveri o ricchi, semplici o nobili, esclusi o privilegiati. D’altronde, sarà Gesù stesso a dire a Pilato, poco prima di essere condannato alla croce: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36).

Gesù non fa né il prezioso né il selettivo ma si lascia visitare, osservare e vedere da tutti perché è nato per ciascun essere umano, di ieri, oggi e di domani. La manifestazione del Bambino altro non è che lo svelamento del volto del “Dio lontano” – quello dell’antica Legge, del roveto ardente e dei patriarchi – che si fa il Dio con noi, un Dio che pur essendo Altissimo e Onnipotente è anche un Dio in carne ed ossa, neonato tenerissimo nato nella povertà, nell’umiltà e nel rifiuto del mondo, quello stesso mondo da lui creato e donatoci gratuitamente.

La manifestazione, in quanto tale, necessita di due soggetti: colui che si manifesta e coloro che ne accolgono la manifestazione. In questo senso i Magi hanno fatto degli sforzi non trascurabili: pur partendo da lontano – geograficamente e, forse, religiosamente – si sono fidati di Qualcuno più grande di loro e si sono messi in viaggio, fisicamente e spiritualmente, mettendo da parte il loro status sociale, le loro ricchezze e loro certezze per prostrarsi a un neonato nel quale erano riusciti a scovare la chiave di svolta dell’intera storia umana.

Al di là della descrizione un po’ fiabesca che si può avere di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, l’importante è riuscire ad arrivare al cuore della solennità ossia comprendere che, attraverso la sua Epifania, Gesù non solo si è svelato al mondo ma ha aperto le strade a tante piccole, o grandi, epifanie quotidiane che possono davvero cambiarci la vita.

Pensiamo, infatti, a quante persone, situazioni o eventi si sono rivelati per noi delle vere e proprie manifestazioni: nella semplicità del quotidiano oppure nei momenti cruciali dell’esistenza, è attraverso questi canali ad essersi proclamato il Signore stesso, obbligandoci a fermarci, a cambiare strada o a svoltare da abitudini sbagliate.

Quanto amore e quanta fede s’intrecciano dell’Epifania! Alla manifestazione del grande amore di Dio che si fa piccolo si contrappone la nostra piccola fede che può però crescere e diventare grande, in un’osmosi che nulla toglie all’Onnipotente ma che tutto dona a noi. Impariamo, perciò, ad essere riconoscenti a Gesù che non solo è stato Epifania in quel giorno lontano ma che, da allora, continua instancabilmente a manifestarsi per ciascuno di noi attraverso tramiti umani che ci aiutano, spronano, incoraggiano. Sì, Piccolo Re: desideriamo amarti anche nei volti del nostro prossimo perché è da questo mondo che inizia il desiderio di poterTi vedere – se ne saremo degni – nell’istante in cui ti svelerai a noi definitivamente e nel quale ti vedremo “faccia a faccia”, proprio come è stato possibile ai Magi.

Fabrizia Perrachon

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Che strana famiglia!

Cari sposi, puntualmente in occasione della festa della Sacra Famiglia, come del resto per ogni altra festività cristiana, i media non cessano di offrire argomentazioni più o meno capziose di come Essa non si possa considerare affatto modello per i coniugi cristiani. Motivo? Beh, Maria e Giuseppe non erano veri sposi, oppure che Gesù era un adottato, o che Maria era Vergine…

Credo che, poste le giuste premesse e non partendo da presupposti intrisi di razionalismo o criteri mondani, possiamo trovare, nella Liturgia odierna una bellissima chiave di lettura, per comprendere come mai da oltre 4 secoli la Chiesa additi Giuseppe, Maria e Gesù come l’ideale di ogni famiglia cristiana.

“Antipasto” al brano evangelico è la drammatica vicenda di Abramo. Un passaggio umanissimo e commovente, specchio di situazioni così nostre e attuali. Abramo è vecchio e senza figli, una vera e propria onta per quei tempi. La vita gli sta scivolando via tra le dita e non ha ancora una posterità, sebbene tanti anni prima Dio gli avesse promesso un figlio.

E così in una notte insonne, quando si rigirava nel suo letto, tartassato dai sensi di colpa, paure per il futuro e dubbi, non decide di fare due passi, prendere un po’ d’aria e sfogarsi filialmente con Jahvé. Chi non è passato da una circostanza simile nella propria vita?

Sotto quel cielo stellato – immaginate quante stelle si potevano vedere a occhio nudo a quei tempi, senza il minimo inquinamento – una scena mozzafiato e stupefacente, il Signore lo consola come un vero Padre. Proprio grazie alla sua angoscia Abramo poté vedere le stelle e così il Signore si avvalse della situazione per rincarare la dose: “non solo un figlio, ma una famiglia numerosissima come le stelle sopra di te”.

Abramo ci credette sul serio e il resto sappiamo bene come è andato e oggi possiamo dire che la Promessa è stata mantenuta. Che grande è stato Abramo! Ma dove sta la sua grandezza, in cosa consistono i suoi meriti? Forse perché “Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gen 13, 2)? Niente affatto, anzi, nemmeno così tante ricchezze gli poterono dare un figlio! La fecondità di una coppia non si misura sulla sua bellezza e prestanza fisica, su quanti titoli universitari e master ha conseguito, dallo status sociale o dalle case su isole tropicali o Alpi svizzere.

Principio della fecondità di coppia è la fede! Ce lo dice bene la seconda lettura. Una fede che non è una mera conoscenza mnemonica del Catechismo e dei 10 comandamenti ma vita, sequela, fiducia piena nel Signore, proprio come fecero Abramo e Sara.

E così, l’antipasto cede il posto al piatto forte: il Vangelo. Questa famiglia non è da meno quanto a fede. Per fede Maria e Giuseppe hanno già dovuto, in così poco tempo, affrontare prove e difficoltà importanti, senza che queste scalfissero il loro amore e la loro unità: un viaggio estenuante a piedi con Maria di nove mesi, la povertà della nascita, la povertà del dono offerto nel tempio, due colombi, cioè il livello più basso di quel che si poteva offrire. Per fede fuggiranno in Egitto e sempre per fede faranno ritorno a casa, a Nazareth.

Ecco allora perché questa famiglia è sacra ed è un modello. Ce lo dice chiaramente la preghiera colletta di oggi. Non è la perfezione umana o spirituale, non è per la singolarità delle situazioni che essa aveva al suo interno, come ho detto all’inizio, ma per le sue “virtù e amore”. Cioè la sacralità e l’essere modello per tutte voi coppie sta nel come si amavano, nel come affrontavano la vita di ogni giorno, nel modo di stare davanti alla sofferenza… per tutto ciò essi sono un modello abbordabile e vivibile anche oggi.

Da ultimo – dulcis in fundo – vorrei sottolineare un fatto del Vangelo. A Gesù bambino viene applicato un rito, tuttora presente nel mondo ebraico, il Pidyon haben o riscatto del primogenito. Era ed è un ricordo della notte di Pasqua, quando gli ebrei stavano per uscire dall’Egitto. Jahvé uccise tutti i primogeniti degli Egiziani ma risparmiò, col sangue di un agnello, quelli delle famiglie israelitiche. In riconoscenza, il popolo ebraico da allora offre a Dio il primo figlio nato.

Ma ecco che Gesù, il Primogenito del Padre, l’Agnello di Dio, si offre al Padre con il suo vero corpo umano, dopo che, come Verbo, Gli si è sempre offerto dall’eternità. In questo si vede come Gesù sia davvero il “Cristo”, cioè il consacrato a Dio, colui che è stato offerto per essere Suo. Una scena grandiosa, che solo gli occhi credenti di Simeone e Anna, oltre che di Maria e Giuseppe, seppero valorizzare e intuire.

L’essere modello, quindi per tutti voi sta anche in questo: offrire sé stessi e offrire i vostri figli, biologici e spirituali al Padre, come il vero datore dei doni. E al tempo stesso, accogliere i figli spirituali e biologici come un dono dal Padre e non come possesso e merito personale.

Per quanto questa Famiglia sia specialissima e altissima come santità di vita, la Chiesa non teme di indicarcela come modello ispiratore dei vostri comportamenti e stili di vita, consapevole che la pienezza cristiana è un cammino da intraprendere con coraggio e pazienza, qualsiasi siano le nostre circostanze o i nostri retaggi.

Cari sposi, affidiamoci a Gesù, Maria e Giuseppe, nostri compagni di viaggio per tentare ogni giorno di assomigliare sempre di più al loro modo di volersi bene.

padre Luca Frontali

Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

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La prima coppia messicana verso gli altari

Cari sposi, finalmente la loro causa è passata a Roma ed è entrata nella fase finale dell’iter previsto per la beatificazione. Sto parlando dei servi di Dio Eugenio Balmori (1900-1946) e Marina Cinta (1909-1988), la prima coppia messicana ad avvicinarsi agli altari.

Eugenio nacque a San Luis Potosí proveniente da una famiglia numerosa e di umili origini. Proprio per questo non poté completare la sua formazione professionale e dovette iniziare a lavorare presso una compagnia petrolifera. Tuttavia, nel frattempo, si spendeva collaborando in parrocchia nonostante il Messico stesse vivendo una sempre maggior persecuzione contro la Chiesa Cattolica, che sfociò infine nella guerra Cristera (1926-1929). A dispetto dei rischi, Eugenio preparava segretamente catechisti, distribuiva la comunione ai malati e ai carcerati, visitava poveri e sacerdoti clandestini. Sebbene non fosse una persona particolarmente colta, partecipò alla difesa della libertà della Chiesa e del popolo scrivendo su questioni politiche, sociali ed economiche. Nel 1932 la sua compagnia petrolifera lo mandò in una nuova sede, a Coatzacoalcos, un porto fiorente sul Golfo del Messico, dove continuò il suo impegno per evangelizzare e catechizzare dato che il culto era ancora ristretto per le conseguenze della persecuzione anticattolica.

Nel 1937 Eugenio sposò Marina Cinta e dal loro matrimonio nacquero cinque figli. Catechista come lui, formarono una famiglia dove regnava l’amore e la serenità e dopo alterne vicende nell’ambito professionale nel 1942 si trasferirono nuovamente a Coatzacoalcos. Anche qui Eugenio mostrò il suo impegno concreto per promuovere la fede spendendosi per la costruzione della nuova parrocchia di S. Giuseppe. Ma il 12 maggio 1946 fu coinvolto in un incidente stradale e vi trovò la morte. Fu sepolto nella chiesa da lui costruita e che oggi è divenuta cattedrale della diocesi.

Una volta che Marina rimase vedova, iniziò a lavorare in una fabbrica per mantenere i figli, ai quali diede una solida formazione umana e cristiana e con grandi sforzi riuscì ad ottenere per loro borse di studio in scuole cattoliche. Con il loro esempio, sbocciò una vocazione sacerdotale in famiglia e così nel 1970 lei accompagnò il figlio Roberto a Roma per l’ordinazione sacerdotale. Anni dopo P. Roberto divenne vescovo e oggi può testimoniare la santità dei genitori: “I miei genitori furono una coppia che visse in mezzo a un clima di persecuzione religiosa, di sacerdoti perseguitati. Ciononostante, essi si adoperarono sempre affinché la fede fosse mantenuta viva in mezzo alle famiglie della città, insegnando loro il catechismo”.

Ecco ancora una volta una coppia che incarna la semplicità e autenticità nell’amore e nella fede e ci insegna che la pienezza del matrimonio è possibile, anche in mezzo a difficoltà oggettive e non richiede particolari doti umane ed intellettuali. Hanno detto sì a Gesù moltiplicando i talenti ricevuti e sono stati faro per tante altre persone e pietre vive nella Chiesa. Eugenio e Marina sono un’ulteriore conferma che il Signore chiama anche voi sposi a crescere come coppia e a mettere Gesù al centro del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

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Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo

Come spesso faccio il lunedì, ho deciso di tornare sul Vangelo della domenica appena trascorsa per una ulteriore riflessione. Cosa ci insegna l’episodio della mamma cananea che chiede la liberazione per la figlia?

Noi sposi crediamo che, in virtù del nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio, Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa, Lui non potrà fare nulla.

Il matrimonio non è solo un impegno umano, ma anche un sacramento che coinvolge la presenza e l’azione di Dio nella nostra vita coniugale. Per questo motivo, è importante vivere il nostro matrimonio in una relazione di profonda comunione con Dio, consentendoGli di essere coinvolto in ogni aspetto della nostra vita matrimoniale. La preghiera è uno strumento potente che ci permette di stabilire e mantenere questa relazione. Aprire il nostro cuore a Gesù, permettendogli di entrare nella nostra vita coniugale, ci dà la possibilità di ricevere la sua grazia e il suo sostegno costante. La preghiera ci aiuta anche a discernere la volontà di Dio per il nostro matrimonio e a trovare la forza necessaria per affrontare le sfide che possono presentarsi lungo il percorso.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che, in modo consapevole o inconsapevole, lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo, viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. La prima, nel capitolo 14, racconta come Gesù, con appena cinque pani e due pesci, sfamò una folla di cinquemila uomini, senza contare donne e bambini. La seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci viene riportata nel capitolo 15 di Matteo. Questa volta Gesù sfamò una folla di quattromila uomini, oltre alle donne e ai bambini, con sette pani e alcuni piccoli pesci. La differenza tra le due moltiplicazioni dei pani e dei pesci risiede nel numero di ceste lasciate dopo che tutti furono saziati. Nella prima moltiplicazione furono raccolte dodici ceste, mentre nella seconda moltiplicazione furono raccolte sette ceste.

Questo dettaglio numerico è significativo poiché il numero dodici simboleggia le dodici tribù di Israele, mentre il numero sette simboleggia la completezza e la perfezione. Questo suggerisce che Gesù non è venuto solo per il popolo ebraico rappresentato dalle dodici tribù, ma per tutti gli uomini di ogni razza, nazionalità e cultura sulla Terra. La sua provvidenza e il suo amore si estendono a tutte le persone che desiderano cercarlo, accoglierlo e seguirlo.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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Rise up. Conta le stelle

Ce l’abbiamo fatta la settimana più attesa dell’anno è appena trascorsa. Una settimana in cui un cristiano praticante era come non mai piacevolmente circondato di eventi per ogni fascia di età. Siamo passati dalla gioiosità della GMG alla Marcia Francescana culminata nel perdono assisano.

Noi quest’anno la Gmg ce la siamo goduta alla grande, grazie anche ai ragazzi dell’oratorio che ci inviavano live le foto e, grazie ad Instagram, abbiamo instaurato dei legami in più anche con dei giovani di altre diocesi. Ma è stato bello anche commentare con le altre mamme: Sono arrivati? Hanno mangiato? Ce la farà a camminare tutte quelle ore sotto al sole per arrivare al campo della veglia?

Ognuno di loro, così come noi da casa, alla fine è sempre in attesa di quella Parola che dà il via alle nostre decisioni, che rischiara i dubbi e le incertezze. Percorrere le strade di Lisbona, passando per Santiago, Lourdes, Fatima, il Sermig di Torino. Abbiamo cercato di far loro compagnia, pensate c’erano anche ragazzi che avevano percorso un viaggio con più di 40 ore di pullman. Quella stessa Parola che ha aiutato anche noi al passo decisivo, che ci ha condotto ancora di più nel nostro sentiero di Abramo e Sara.

All’inizio, come ricorderete, il nostro progetto era nato per curare il dolore delle coppie che un figlio non lo hanno o lo hanno perso. Il progetto è rimasto sempre lo stesso, ma negli ultimi mesi ha preso delle strade inaspettate come con il gemellaggio con le realtà dei gruppi giovanili. Giusto in questi giorni siamo stati insieme ai giovani del “Due o tre” di Marianna Boccolini progetto nato in ricordo di Marianna e portato avanti dalla sua mamma Maria Letizia Tomassoni in sinergia con Padre Massimo Reschiglian.

Non ci stancheremo mai di ripetere alle coppie che dal sepolcro del dolore se ne esce. La risurrezione passa da un incontro. Passa attraverso un touch, passa attraverso una voce che pronuncia il tuo nome “Maria”. I giovani hanno fame di relazioni autentiche, di educatori, che osino rischiare di uscire fuori dallo stantio del si è sempre fatto così per andargli incontro. Chi meglio di una coppia senza figli ha tempo da donare a dei giovani? Di condividere con loro le proprie esperienze di vita. Alcuni giovani hanno dichiarato che in questa settimana si sono sentiti ascoltati.

Provate, osate, andate incontro ai giovani per ascoltarli, potreste aiutarli a lenire le loro ferite. Volutamente non prolunghiamo l’articolo, ma ci teniamo a lasciarvi con queste piccole domande per riflettere in questo periodo estivo: Come ero da adolescente? Cosa mi faceva soffrire ? Avevo chi nel momento in cui mi sentivo un fallito mi tendeva la mano per alzarmi? C’ era chi mi educava con quei No che aiutano a crescere? Basta pensare ad esempio a David Buggi e al No che si è sentito pronunciare dal suo padre spirituale. Solo chi ci ama veramente ha il coraggio di pronunciare quei No che al momento non comprendiamo che ci fanno soffrire indubbiamente ma sono necessari per farci camminare sulla Via della Verità.

Per chi vorrà ci può raggiungere online sul nostro profilo Instagram e ci potrà ascoltare ogni primo lunedì del mese nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria e per chi è di Roma ci trova presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto!

Simona e Andrea.

Questo è il mio Amore

Domenica scorsa è terminato il X Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, a Loreto, presso l’Istituto Salesiano, con il titolo “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”. Per quello che ho visto e sentito dai partecipanti, è stato forse il miglior convegno che abbiamo fatto e le motivazioni sono tante, forse perché non ci sono stati contrattempi, forse perché eravamo in tanti (55 persone), forse perché c’erano diverse persone nuove e tutte squisite che si sono sentite accolte, forse perché la struttura ci ha fatto mangiare bene e coccolato, forse perché eravamo vicinissimi alla Basilica di Loreto (centro della famiglia con le mura della casa di Nazareth), forse per le belle meditazioni di don Renzo, forse perché ci siamo anche divertiti molto. Infatti siamo riusciti a mettere insieme le catechesi e i lavori in piccoli gruppi con momenti più leggeri, come un bagno al mare, la visita alla casa con biblioteca del Leopardi e la serata ricreativa elegante, in cui abbiamo giocato e ballato; non sono mancate situazioni emozionanti, come la cerimonia d’ingresso di quattro nuovi giovani soci e il rinnovo della promesse matrimoniali, tutti vestiti di bianco, l’ultimo giorno.

Dovrò riascoltare con calma i contenuti delle meditazioni, ragionarci sopra, assimilarle, anche perché la mia mente era impegnata in parte nell’organizzazione e nel serrato programma della giornata, dopo cena compreso. Provo a balbettare qualche spunto di riflessione su quello che mi ha particolarmente colpito: se vogliamo far funzionare un matrimonio, dobbiamo capire/riscoprire il significato dell’Eucarestia.

Gli sposi hanno la coscienza e la consapevolezza che Gesù è vivo? Sanno di essere Sacramento di Gesù vivo e che sono chiamati a vivere una relazione con Lui e non solo una religione fatta di riti, devozioni e preghiere? I separati hanno capito che certamente manca il coniuge, ma non manca (se lo vogliono) la “Parte” più importante, che è quella che alla fine conta? La realtà, infatti, può essere guardata sotto tanti punti di vista e quello che spesso scarseggia è la percezione della distanza infinita tra la realtà e il dono dell’Eucarestia, cioè lo stupore: un Dio che mi ama singolarmente, che mi dona tutto Se stesso e mi dice “Prendimi e mangiami!”.

Mentre ascoltavo una meditazione su questo tema, mi è venuto in mente un ricordo bellissimo e indelebile, di quando 17 anni fa è nata nostra figlia primogenita Diletta; specialmente i primi giorni, passavo le ore a guardarla nella culla mentre dormiva, con le manine chiuse appoggiate in alto, ai lati della testa: stavo in silenzio a contemplare la bellezza di un dono, non solo così bello, ma anche immeritato (cioè senza miei particolari meriti); stessa cosa succede agli innamorati, quando si guardano senza parlare. Mi dispiace di non riuscire ancora a raggiungere questa contemplazione con un dono infintamente più grande com’è l’Eucarestia, però la mia povertà può essere lo spazio alla presenza di Dio.

L’uomo può non accettare il dono e farsi bastare sè stesso, siamo liberi di farlo, ma se capiamo il dono, il matrimonio non sarà mai fallito perché Lui è presente e può trasformare un povero separato fedele in un amore divino da diffondere agli altri. Come il sacerdote in nome di Cristo dice “Questo è il mio corpo”, così Gesù, mediante gli sposi, vuole dire “Questo è il mio Amore”. Infatti il Sacramento ha specificato una missione, che è quella di tessere legami (come creare una ragnatela), unire le persone in Cristo, amare infinitamente e creare comunione (io sono Eucarestia da distribuire). Non è facile e risulta abbastanza semplice farlo con persone di fede che hanno fatto la tua stessa scelta (come durante il Convegno), mentre è decisamente impegnativo con tutti gli altri; tuttavia la nostra strada è questa e non avrebbe senso non percorrerla fino in fondo e non cercare di amare ogni giorno al massimo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ne vale ancora la pena?

Dal libro del Deuteronomio cap 10,12-22 Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi. Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervìce; perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto. Temi il Signore, tuo Dio, servilo, restagli fedele e giura nel suo nome. Egli è la tua lode, egli è il tuo Dio, che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto. I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; ora il Signore, tuo Dio, ti ha reso numeroso come le stelle del cielo».

Questo discorso di Mosè è assai commovente, se pensiamo che sono parole che dovremmo sentire dai pulpiti delle nostre chiese, i nostri pastori sono i nostri odierni Mosè e forse basterebbe una predica infuocata con tali parole per smuovere tanti cuori ormai soffocati come da un calcare spirituale.

Provate per un attimo ad immaginare l’inizio del discorso sostituendo “Mosè” col nome del vostro parroco, e poi sostituite “Israele” col nome della vostra parrocchia, del vostro paese, della vostra realtà comunitaria (meglio ancora con i vostri nomi) e scoprirete quanto abbiamo bisogno di sacerdoti e vescovi che ci scuotano dal tiepidume spirituale da cui molti cattolici sono colpiti, vivono la fede come dei cacciatori bloccati dentro le sabbie mobili non sapendo di perdersi le ambite prede.

Cari sposi, quante volte anche il nostro matrimonio assomiglia al cuore ostinato e alla dura cervice degli Israeliti, quando nonostante abbiamo visto le meraviglie del Signore siamo tornati alla vecchia vita come degli ingrati.

Molte coppie partecipano a settimane di spiritualità, ritiri per sposi, convegni, corsi di spiritualità coniugale, e vivendo queste esperienze ravvivano la propria relazione, si sentono inondate da una sorta di ebbrezza inspiegabile: non è semplicemente l’effetto dello “stare insieme come comunità“, ma sono segnali divini, come piccole freccette che lo Spirito Santo lancia al nostro cuore, sono come piccoli punti di ristoro in mezzo ad una piana desertica, sono delle consolazioni che il Signore ci concede nella Sua Infinita Misericordia.

Lo Spirito Santo a volte usa questa “tattica” per attirarci a sé come fa un innamorato quando corteggia la sua bella e la seduce con ogni dolcezza, così anche il Signore ci fa assaporare la Sua dolcezza usando anche i nostri sensi.

Perché allora queste coppie, dopo aver assaporato le delizie dell’amore di Dio Onnipotente, una volta tornate alla loro vita ordinaria sembrano dimenticarsi ben presto dell’esperienza appena vissuta?

Il problema non sta nella tattica del Signore, ma nella risposta che diamo noi a questi dolci Suoi inviti; a volte ci comportiamo come la bella che prima di decidere se accettare le avances del pretendente gli fa la “radiografia totale” e, nonostante lui abbia dimostrato di essere degno di fiducia, lei ha già deciso in cuor suo di non aver bisogno del suo amore.

E’ così che queste coppie continuano a partecipare a ritiri su ritiri, accumulano corsi su corsi, hanno un curriculum di tutto rispetto quanto a partecipazione ad eventi di spiritualità matrimoniale, MA la loro relazione non fa mai progressi, il loro matrimonio non ingrana mai la marcia giusta, non spingono mai sull’acceleratore perché nel profondo del proprio cuore hanno già deciso di non aver bisogno dell’amore di Dio, si comportano come gli israeliti dal cuore ostinato e dalla dura cervice, nonostante abbiano sperimentato come il Signore sia Colui “che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto.” provate allora a rileggere l’esortazione di Mosè come rivolta a voi stessi.

Coraggio sposi, abbandoniamo le nostre certezze per tuffarci a occhi chiusi nella Sue certezze. Non è più il tempo per tentennare, per capire da che parte stare, non mettiamo alla prova il nostro Dio Onnipotente. Il nostro modello? La Madonna, di cui oggi festeggiamo la Sua Assunzione in Cielo in anima e corpo, non si è fidata delle poche certezze umane ma ha confidato pienamente ed interamente nel Signore. E la Sua Assunzione ci testimonia che ne è valsa la pena!

Regína in cáelum assúmpta, ora pro nobis.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /9

Continuiamo la nostra riflessione col quinto capitolo che è semplicemente l’epilogo del quarto, ed ecco come il Collodi lo titola:

Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello la frittata gli vola via dalla finestra.

Tolto di mezzo Geppetto e ucciso il Grillo parlante, Pinocchio, che si aspetta un’esistenza luminosa nell’appagamento immediato dei desideri e nel dominio assoluto sulle cose, sperimenta invece l’oscurità, la vacuità delle cose, la fame, la delusione.

Intanto cominciò a farsi notte. Quando ci si allontana dal Padre e si mette a tacere la voce della coscienza, inevitabilmente scende la notte nell’anima, nella nostra vita. La notte impegna in maniera indelebile la nostra natura di creature, perché si avverte che prima o poi dovremo “fidarci” ed abbandonarci al sonno, con la speranza di risvegliarci il mattino seguente con la vacua illusione di riprendere il dominio sul mondo grazie alle ritrovata vigilanza e le capacità di intendere e volere. Ecco perché la sera è il momento propizio per l’esame di coscienza, per riprendere in mano il senso del nostro fare nella giornata appena passata, per aggiustare ciò che è stato rotto, per controllare la rotta della propria vita, per una verifica di controllo, così come facciamo i tagliandi di controllo periodici al motore dobbiamo fare un tagliando continuo alla nostra vita. E tutto ciò vale anche per la notte dell’anima; ci sono numerose testimonianze di persone comuni, ma anche di grandi santi, che si sono convertiti solamente dopo aver “toccato il fondo”. Ed anche per Pinocchio la notte è un richiamo al senso dell’esistenza ed infatti si pente: Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa. Sembra di sentir parlare il figliuol prodigo della famosa parabola raccontata da Gesù.

La pentola era dipinta sul muro. Quello che il mondo prima presentava come libertà dall’oppressione del Padre, si rivela vuoto e con crudele sarcasmo continua a farcelo intravedere nel suo inganno: una pentola dipinta vista dagli occhi di un affamato è molto più di una ironia. È il vuoto dell’esistenza che si sperimenta allontanandosi da Dio e dalla Sua Legge.

E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre. Dapprima il mondo ci attira con le sue bramosie e poi ci lascia più fame di prima. Perché il mondo non soddisferà mai la nostra fame di Verità, la nostra fame di senso, la nostra fame di eternità, la nostra fame di una casa eterna, la nostra fame di essere amati, la nostra fame di perdono, la nostra fame di abbracciare tutto, la nostra fame di infinito. Quando finalmente Pinocchio trova un uovo – non a caso lo trova nel monte della spazzatura – esso si rivelerà l’ennesimo inganno.

Cari sposi, il mondo non ci vuole insieme perché ci ritiene un pericolo, siccome la coppia ricorda la creazione ed inevitabilmente il Creatore, ecco che dividendoci raggiunge lo scopo di togliere dal cuore dell’uomo anche solo il ricordo di Dio. Ora più che mai dobbiamo combattere contro le falsità, dobbiamo ribellarci alle pentole vuote disegnate sulle pareti colorate del mondo.

Una di queste pentole vuote che ci tocca da vicino è senz’altro la “pentola” della convivenza. Di sicuro il mondo ce la disegna molto attraente e ricca di colori e sfumature da indurci a credere che sia una pentola vera e piena di cibo succulento e prelibato, mentre invece è un freddo dipinto sul muro, che quando cerchi di afferrarla per cucinare ti accorgi dell’inganno. E’ come se vivessimo in un continuo carnevale dove il vero volto è celato dietro una maschera molto decorata ed appariscente, ma pur sempre maschera.

Ci sono poi le uova che troviamo sul monte della spazzatura: l’adulterio, il sesso libertino, la lussuria, l’impurità, l’impudicizia, l’oscenità, e ci ritroviamo come Pinocchio cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano.

Coraggio famiglie, non dobbiamo temere di riconoscere le nostre cadute, quando ci accorgiamo di avere tra le mani un uovo vuoto, ritorniamo dal Padre e gridiamogli il nostro dispiacere di esserci allontanati da Lui e dalla Sua Legge, il nostro pentimento farà breccia nel Suo cuore. Lui ci aspetta con le braccia aperte, il suo abbraccio misericordioso darà nuova carica al nostro matrimonio, ridarà la luce alla nostra stanza spenta, ridesterà una relazione che sembrava ormai spenta.

La nostra relazione non sarà più come quella pentola disegnata a sbeffeggiare la nostra fame d’amore, ma diventerà matrimonio, diventerà una pentola vera e piena di cibo reale e succulento meglio di un ristorante pentastellato.

Giorgio e Valentina.

Oggi con me in paradiso

Il regno di Dio è già in mezzo a voi. Siamo rientrati a casa dopo giorni di immensa Grazia. Giorni fatti di fatica, sudore, magliette puzzolenti, 4 bagni per 130 persone, sveglie all’alba per arrivare prima degli altri a fare colazione alla macchinetta onde evitare di stare un ora e più in fila ad aspettare con le tazze in mano per tutta la famiglia.

Notti fredde e notti calde, notti silenziose e notti rumorose, 60 bambini di tutte le età, bambini che piangono, che si lamentano a ogni passo, che corrono, giocano, fanno mille domande sotto il sole. Giorni fatti di passeggini che si incastrano sul ciottolato lungo i sentieri (facciamo un elogio alla Chicco, perché siamo tornati a casa e il nostro passeggino, contro ogni aspettativa, è tornato a casa integro e funzionante!-non è una pubblicità per loro, nessuno ci paga per dire questo!), di spalle e braccia che fanno invidia a Yuri chechi, di mani volenterose e fratelli e sorelle disponibili, che faticando con te e come te, spingono, sollevano, trainano figli che non sono loro ma che in quel momento è un po’ come se lo diventassero.

Giorni di canto, di festa, di giochi, di inno, ripetuto, gustato: “con me tu sei, in Paradiso, con me tu sei in paradiiiisooooo”. Giorni di fratellanza, in cui abbiamo assaporato cosa vuole dire essere una grande Famiglia, dove ciascuno segue il suo passo ma la meta è la stessa e la carità rende tutto più tollerabile e bello oltre che più forti lungo la strada. Abbiamo percorso 6 giorni di tutta sta roba per andare dove? Chi ce l’ha fatto fare?!

Eravamo in cammino verso il PERDONO DI ASSISI! Festa che si celebra il 2 agosto. (Se non sai di cosa si tratta, in fondo all’articolo c’è un breve racconto). Quest’anno la marcia francescana aveva come titolo e tema: OGGI CON ME IN PARADISO!!

Ecco cosa ci ha spinto: il Paradiso!! Ma chi non vorrebbe conquistarselo, arrivarci correndo! Spesso si pensa al Paradiso come qualcosa che ci accoglierà in un futuro (più in là possibile), dopo che siamo morti. Pensarla così, non è propriamente una cosa tanto bella a cui aspirare.. è bello sicuramente, ti fidi che sia così, ma questa cosa mette anche paura. Il Paradiso può arrivare solo se facciamo esperienza del passaggio dalla vita alla morte. Quindi magari, Paradiso aspetta va.. ci risentiamo più in là.

Alt! Forse non è poi così vero. Quando da giovani seguivamo i corsi di Padre Giovanni, abbiamo capito una cosa bellissima, difficile da mettere sempre in pratica, ma bella perchè ti avvicina al pensiero di Dio.. ovvero a ragionare fuori schema. Dio ragiona andando fuori schema. Ma spesso questi fuori schemi sono più semplici di quanto possa sembrare.

Gesù ci dice nel Vangelo di Luca che il Regno dei Cieli è già qui in mezzo a voi. Waaaaa!!  Allora non devo morire per forza per cominciare ad assaporare un piccolo pezzetto di Paradiso. E anche quando questo passaggio avverrà, allora il Paradiso sarà totale!! Ecco allora cos’è il Paradiso: è la presenza viva di Gesù in mezzo a noi! È qui, oggi, mentre sto leggendo questo articolo di sta famiglia pazza e squinternata, che anela al Paradiso ma che ha tanto bisogno di essere perdonata!

È qui oggi, mentre stai prendendo la macchina per andare al lavoro, tempo prezioso per metterti in relazione con il Padre. È qui oggi, mentre stai lavando, stirando, facendo la spesa, urlando a tuo figlio di fermarsi prima del capitombolo seriale seguito da pianto e stridore di denti (e intano tu pensi “glielo avevo detto”). È qui oggi, quando pensi che la tua vita non abbia un senso, uno scopo, dove ti senti triste perché vorresti un di più che non hai. È qui oggi, quando devi arrancare per arrivare a fine mese. È qui oggi nell’abbraccio del tuo sposo, nelle risate con i tuoi figli, nel desiderio grande di una benedizione nell’arrivo di figli che non arrivano, o che arrivano e sono più pronti di te, di voi per varcare già ora le porte del Paradiso. Il Paradiso è già qui. Tutti possiamo già ora sperimentarlo.. non riesci a vederlo?

Fai questa prova: prenditi del Tempo e vai a messa. Fermati e sosta durante l’Eucarestia. Semplicemente guarda quello che accade di fronte a te… non è allucinazione, non è un gesto tanto per… è lì! Gesù ti chiama lì! In quell’ostia spezzata, il quel corpo dato e offerto solo per te, per amore tuo. Per dirti ancora una volta che Lui è la tua salvezza, e che non devi temere. Ogni volta che avviene quel miracolo, la distanza tra cielo e terra svanisce. Cielo e terra si toccano, per dirti che il paradiso è già qui, è già ora. E che Gesù è vivo!

Quando poi esci da messa, torna a casa. E anche se quando varchi la porta può venirti voglia di richiuderla e tornare dopo, non farlo. Entra e guarda. Quell’assaggio di Paradiso è nell’intimità con tuo marito o tua moglie. È quella paternità e maternità verso i tuoi figli, e quando questi non ci sono verso l’umanità intera: la genitorialità è sempre un privilegio, il cui unico obiettivo è far conoscere il Padre. Il Paradiso è nel Tempo che scegli di vivere, come vivere, con chi vivere. Trova sempre un pretesto per metterti in relazione con Lui.

Il Paradiso è come già detto, anche nei gesti spesso abitudinari della quotidianità. Tutto ciò che faccio lo faccio perché amo! E non dimenticare che anche nella sofferenza di coppia, qualsiasi essa sia, la morte non ha l’ultima parola!

Allora concludiamo con questo incoraggiamento, che ci è stato donato e che ci accompagna in questo nostro oggi: NON TEMERE, Anna .. Stefano… Michele… Marta… (metti il tuo nome) PERCHÉ HAI TROVATO GRAZIA PRESSO DIO. Ripeti ogni giorno questo annuncio dell’angelo a te! Così è davvero! Ieri, oggi e domani sei figlio Amato.

A presto!

Anna e Ste – Cercatori di Bellezza

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Sotto un breve riassunto di come è nata la festa del perdono di Assisi

l 2 agosto si ricorda SANTA MARIA DEGLI ANGELI e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.

Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso.

San Francesco rispose prontamente: “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.

Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”. Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

Contemplare per trasfigurare l’amore

In questo tempo di riposo estivo, continuiamo il nostro cammino nel creare l’acrostico della parola contemplare poiché questo modo di “guardare” sta al centro della nostra vita di sposi. Questo mese ci soffermiamo sulla quarta lettera della parola CONTEMPLARE e lo facciamo in prossimità della festa della Trasfigurazione del Signore proprio perché contemplando il Suo corpo glorioso sfolgorante di luce possiamo giungere a TRASFIGURARE il nostro amore.

Innanzitutto ricorriamo al significato etimologico del termine che deriva dal latino transfigurare, formato da trans cioè “trans” e figurare cioè “foggiare, dare forma”, e vuol dire «trasformare profondamente l’aspetto di qualcuno o di qualcosa». La trasformazione del nostro amore deve avvenire nella parte più profonda, in quell’aspetto più fragile che solo la coppia conosce. Ne potremmo individuare diversi ma ci teniamo a focalizzarci su uno, la difficoltà a perdonare il coniuge.

In ogni coppia può accadere che, prima o poi, si accenda una discussione e si finisca per litigare. In quel momento ecco che forse ognuno vorrebbe rimanere solo, con le ferite causate dalle parole che solo saltate fuori come leoni affamati. Da quel momento in casa cala il silenzio e l’aria è piena di tristezza. Non sempre ad innescare la scintilla deve essere qualcosa di “grande” ma basta anche poco: ad uno dei due è andata male sul lavoro, l’altro ha trovato traffico tornando a casa e cose del genere. Quindi più che litigare ci sarebbe un gran bisogno di essere accolti con una carezza, con una parola buona (soprattutto se la ferita è profonda) ma invece l’essere troppo impegnati a pensare a se stessi porta ad allontanare l’altro.

Ma cari sposi, san Paolo è stato chiaro: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26), non si va dormire senza aver fatto pace. E sapete perché? Perché a nessuno di noi è dato sapere quanto tempo avremo per chiederci perdono, nessuno può dire se la mattina seguente potremo ancora guardaci negli occhi è capire che l’amore è più grande di ogni litigio, che l’amore tutto spera e tutto sopporta. Non è possibile pensare di addormentarsi accanto alla persona che amiamo e covare risentimento. Ecco, questo è il momento di trasfigurare il perdono, dagli una nuova forma: prepariamoci ad andare a letto, ma come se andassimo ad una festa. Indossiamo il migliore dei nostri abiti e lasciamo che Gesù parli ai nostri cuori e ristabilisca le priorità nella nostra vita sponsale. Baciamo l’anello del nostro coniuge con il quale abbiamo promesso amore eterno e addormentiamoci in pace rimanendo magari abbracciati.

In questo modo riusciremo come sposi a compiere il passaggio fondamentale: non solo imitare Gesù ma piuttosto trasfigurarci con Lui, cambiare l’aspetto del nostro modo di vivere con Lui, poiché come scrisse il monaco benedettino Willigis Jäger nel suo libro “L’essenza della Vita” «Nella contemplazione si aspira ad un processo di trasformazione e non tanto di imitazione. Nell’uomo deve avvenire ciò che si è verificato in Gesù Cristo. Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo, è il modello per eccellenza di ogni essere umano. Ognuno si vede confrontato con lo stesso compito affrontato da Gesù: ciascuno di noi deve permettere al Divino di manifestarsi liberamente in lui. L’uomo, nel corso della sua vita, deve diventare uguale a Gesù».

Questo è conseguenza della maturità spirituale di entrambi i coniugi ed accade quando la coppia, gradualmente e con l’aiuto dello Spirito Santo, riesce a sintonizzarsi con il cuore di Cristo al punto da dire “Signore, è bello per noi essere qui! Qui sul monte del nostro matrimonio dove quotidianamente ci sveli la candida veste dell’Amore”.

ESERCIZIO PER TRASFIGURARE L’AMORE

Individuiamo singolarmente che cosa ci ferisce di più quando ci capita di discutere e quindi cosa facciamo fatica a perdonare.Successivamente c’è lo comunichiamo impegnandoci d’ora in avanti, a vedere quella ferita sotto la nuova luce della misericordia.

PREGHIERA DI COPPIA

Prima di coricarci preghiamo insieme facendo nostre le parole del Salmo 4:

«Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?

Hai messo più gioia nel nostro cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza. In pace ci corichiamo e subito ci addormentiamo, perché tu solo, Signore, fiducioso ci fai riposare »

Che il vostro amore sponsale sia sempre più trasfigurato e trasfigurante!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Maria si alzò e andò

Meno di un mese alla GMG, un evento che ci ha accompagnato per tutto questo anno pastorale all’interno del progetto Abramo e Sara. Un anno lungo, un cammino dal passo lento ma costante e in alcuni momenti con passi veloci e inaspettati. È il tempo anche in cui ci si prepara per il nuovo anno (pastorale). È il tempo in cui ci si dedica ancora di più ai germogli frutto della semina invernale. Perché Dio non va in vacanza d’estate, anzi è proprio l’estate il momento in cui ci si mette senza fretta ad osservare la Sua presenza nella nostra vita.

È stato un anno, senza dubbio il primo in assoluto, in cui abbiamo veramente goduto in santa pace della Sua preziosa compagnia. Come ce ne siamo resi conto? Attraverso gli incontri con le famiglie e i giovani che ci seguono in questo audace progetto di Abramo e Sara. Ogni volta che andiamo a visitare una famiglia, ritorniamo arricchiti in modo impareggiabile. Ascoltare in silenzio i racconti di una mamma con il figlio colpito da una malattia rara è un’esperienza equiparabile al calore che si prova allo stare in adorazione. Abramo e Sara è anche questo: sostare vicino al dolore delle famiglie, tendere la mano che ti solleva e ti guida di nuovo sulla strada giusta. Ma significa anche ascoltare i racconti dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, interrogandosi se riusciranno mai a sposarsi. Significa anche ascoltare le ansie e le paure di chi ha perso un figlio e ora teme che la gravidanza non vada a buon fine. Sì, avete letto bene, accompagno le future mamme davanti all’ecografo. E questo dono di poter stare accanto a loro in un momento così importante, non ha prezzo.

Si è stato un anno particolare dove io per prima mi sono chiesta in alcuni momenti chi me lo fa fare? In fondo siamo semplicemente una coppia di sposi che ama l’oratorio. Né di più né di meno. Indubbiamente dinamici quello sì, quel dinamismo che diventa scomodo per alcuni. In effetti non è da tutti riuscire a creare dei gemellaggi tra le realtà dei gruppi giovanili e le coppie di sposi senza figli. Sarà che abitando a Roma e alla luce degli ultimi eventi di cronaca, direi che siamo sulla via giusta se si cerca di spronare la fascia adulta ad occuparsi dei giovani.

È stato anche l’anno in cui l’osservazione da parte di alcuni amici per la maggiore è stata siete spariti alternata a ora sei diventata santa Simona. Il che fa sorridere perché i santi della porta accanto, vedi Chiara Corbella, Carlo Acutis, Marianna Boccolini, David Buggi, con la loro vita ti ricordano che anche il barista sotto casa può ambire alla santità. Forse manca questo nella nostra quotidianità, qualcuno che ti ricordi che puoi essere santo anche tu che stai leggendo questo articolo, magari mentre sei in pausa pranzo al lavoro o mentre ti stai rilassando tra una poppata ed un’altra, mentre tuo figlio dorme. La nostra vita, vi assicuro, è più che normale.

L’unica differenza è che io ho scelto di dedicarmi totalmente ad Abramo e Sara. E dedicare del tempo vuol dire per forza di cose imparare l’arte del discernimento. Il distinguere ciò che è necessario dalle priorità. Quest’anno abbiamo applicato nella nostra vita la parabola del seminatore. Tante cose che ci sono capitate sono frutto della semina. C’è chi ha seminato e ha visualizzato un test di gravidanza positivo e chi come noi che ha visualizzato la nascita del nostro programma radiofonico su Radio Maria. Onestamente è stata una sorpresa se pensate che lo scorso anno quando iniziammo a scrivere qui sul blog di Antonio e Luisa raccontammo proprio della difficoltà che ho attraversato per fare pace con la figura di Maria. Ognuno di noi ha una storia, un cammino, un percorso il nostro ci sta meravigliando di continuo. Infondo come dice la nostra amica Deborah Vezzani? Renditi disponibile e vedrai meraviglie.

Nell’attesa di incontrarvi per l’ Italia vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram @abramoesara_2020 dove troverete anche i nostri gadget con il quale potete sostenere il nostro progetto. A presto!

Simona e Andrea

Che giogo volete? Leggero o pesante?

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri, in particolare su un versetto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perché dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perché il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona forza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose. Gesù, nella sua infinita misericordia, offre a ciascuno di noi il dono di un giogo. Ciò che spesso dimentichiamo è che tale giogo, a differenza di quello portato dai buoi, non ci proibisce di muoverci liberamente o di perseguire ciò che desideriamo. La sua presenza ha il potere di illuminare la nostra strada.

Sacerdozio e matrimonio sono vocazioni complementari e accomunate entrambe dal giogo. Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare. Quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen). Questa preghiera riflette la profonda connessione tra il sacerdozio e il matrimonio. Non posso fare a meno di pensare al momento del mio matrimonio, quando la mia sposa ha infilato l’anello al mio dito. Non avrei trovato parole migliori per sigillare quel momento di unione e impegno reciproco. Il gesto di indossare la casula da parte del sacerdote è un modo per prepararsi interiormente a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. In un certo senso, anche noi sposi facciamo la stessa cosa. Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto me stesso. Quell’anello è un simbolo tangibile del mio impegno a darle il mio cuore e a mettere le sue necessità al centro della mia vita. Quando sposiamo qualcuno, diventiamo una parte l’uno dell’altro: i suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni diventano le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Proprio come dice San Paolo nella sua lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20)

Antonio e Luisa

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