Invisibili al mondo ma non a Dio

Quando facciamo qualcosa, vorremmo subito vederne il risultato o i frutti e questo vale in tutti gli ambiti, dal lavoro alle relazioni, fino alla preghiera (siamo spesso noi a suggerire a Dio la soluzione e quello che deve fare: Vedi Dio che mia moglie mi tratta male, che c’è la guerra, che quella persona ha bisogno d’aiuto, cosa aspetti a intervenire?). Rimaniamo male e siamo impazienti se non arriva tutto subito. A volte siamo un po’ come i bambini: ricordo diversi anni fa quando dovevamo partire per la vacanza estiva al mare, un viaggio di circa 150km e mia figlia piccola, dopo nemmeno 200 metri di strada ci disse: Arrivati?, tanta era la voglia di giocare sulla spiaggia. Umanamente è normale desiderare di poter avere un ritorno in quello che facciamo e costruiamo, ma non è detto che avvenga sempre e ciò non deve scoraggiarci.

E’ difficile andare in una grande città e non trovare una cattedrale, cioè una costruzione costruita in decine di anni e che sicuramente è stata ultimata dopo la morte di chi l’ha voluta, di cui nemmeno conosciamo il nome, perché spesso sconosciuto (al contrario ad esempio degli affreschi o sculture presenti all’interno). Eppure cosa l’ha spinto a finanziare, lavorare, curare e seguire un’opera così imponente che non avrebbe visto ultimata? Forse perché Dio vede sempre ogni singola cosa che facciamo per Lui e con amore. Perché oggi non si costruiscono più cattedrali, nonostante la tecnologia e le macchine renderebbero il lavoro più semplice? Forse perché non siamo più disposti a fare sacrifici e perché guardiamo tutto con la prospettiva di questa vita e non con uno sguardo verso l’eternità.

Eppure, come papà non esiterei a rischiare la mia vita, se servisse a salvare quella di mia figlia: non so se avete presente, in qualche film, la scena in cui un genitore si precipita a salvare il figlio che sta per essere investito da un’auto, rischiando seriamente di morire. Quindi c’è Qualcosa, Qualcuno che va oltre la nostra stessa vita e che continua dopo la morte. Ecco, fra le varie missioni degli sposi, c’è anche l’annuncio di eternità, cioè delle nozze definitive: quelle attuali, infatti, un giorno passeranno in secondo piano, perché saremo una carne sola con Gesù e non più con il nostro coniuge. Il nostro matrimonio non è scritto negli archivi della chiesa in cui ci siamo sposati, ma in Cielo e quindi il nostro sguardo deve essere rivolto a quella bellissima dimensione che neanche immaginiamo, di sicuro migliore di questa che conosciamo.

Pertanto non è importante che quello che facciamo, giorno per giorno, quello che costruiamo, mattone su mattone (la nostra cattedrale), sia ricordato o porti il nostro nome: la cosa importante è costruire, anche se non siamo visti e anche se per tante persone, a cominciare da quelli più vicini a noi, siamo invisibili. Anzi, da una parte è meglio così, perché questo ci libera dall’egoismo, dall’orgoglio e dal fare le cose per acquistare fama e potere. Mi riferisco anche alle persone che, come me, in seguito alla separazione, scelgono la fedeltà: non siamo capiti o considerati, siamo spesso invisibili e a volte anche derisi oppure contrastati (per fortuna, anche nella Chiesa, le cose stanno cambiando); tuttavia nel nascondimento, seppure con tanti limiti, gettiamo quel seme che un giorno fiorirà. Infatti il separato fedele, non esercitando più l’ una caro (una carne) con il coniuge su questa terra, è ancora più rivolto al “dopo”, alle nozze eterne, a quell’unione che aspetta ognuno di noi.

Va bene quindi che gli altri non capiscano, non vedano: noi sappiamo per Chi costruiamo…il meglio deve ancora venire!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Perdonare sempre è da folli?

di LIVIA CARANDENTE

Se fosse settanta volte sette forse potrei anche riuscirvi, con uno sforzo sovraumano, e se fosse il dato complessivo; invece, a quanto pare, Gesù non solo si riferiva al perdono da applicare ad ogni singola persona che ci ferisce ma – qui viene il bello- si tratta di un numero metaforico che sta ad indicare l’impossibilità di contare le volte in cui farlo perchè infinite. Ti viene voglia di dare una sbirciata ad altre religioni. E invece, poi riflettendoci, la nostra fede è l’unica in cui quel perdono lo ricevi anche tu. Esattamente settanta volte sette. E non in modo astratto, come concetto antropologico, come possibilità aleatoria, come ipotesi generica. E’ un perdono che Qualcuno ha voluto concedere a me, a te, a ciascuno, attraverso la carne fino a morire; ma questa è un’altra storia. E’ la storia. La storia dell’umanità salvata.

Tornando alla mia di storia, invece, di cristiana praticante, di donna in via di conversione, di moglie, madre, comunicatrice, e tutto il resto: io perdono? La domanda del Vangelo di oggi è diretta. E non possiamo fingere di aver sbagliato passo. E se non settanta per sette, a quanto arrivo, onestamente? Dipendesse dal mio senso di giustizia, dovrei usare i numeri decimali. Ma pare che il cristianesimo non sia in linea col giustizialismo ma che piuttosto gli remi contro.

Infatti questo benedetto perdono viene concesso a chiunque: assassini, bestemmiatori, tiranni, infami e traditori, anche. Ed è questa la formula a cui piegarsi se si vuol salire sulla giostra della gioia; il perdono è riservato a tutti. Non ce la faccio! E’ una risposta ammissibile. Posso io perdonare chi mi mortifica negli atteggiamenti? Chi trama azioni becere alle mie spalle? Chi mi giudica e lo fa anche senza una ratio? Chi, anzichè agevolarmi, mi ostruisce la strada? No, grazie. Assumo già un gastroprotettore, non posso caricare lo stomaco ulteriormente.

Però: recito il Padre Nostro (rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostri debitori…)? Si, tutti i giorni; partecipo alla Messa domenicale (basata sull’insegnamento di Gesù e su ciò che Lui ci chiede di fare)? Si, faccio anche questo. Mi dichiaro cristiana, quindi appartenente a Chi promuove questo genere di atteggiamenti folli? Si, mi fregio di essere cristiana. Non c’è altro da aggiungere. Devo decidere. O perdono . O sono un’ipocrita.

ANTONIO E LUISA

Approfitto di questa provocazione che Livia rivolge a noi tutti e a sè stessa per prima per riflettere con voi. La risposta a Livia è già nel suo articolo. Perdonare non è solo un atto di volontà. A volte ci sono dei mali che subiamo dove la volontà non può cancellare le ferite da questi mali provocate. Quindi il perdono è una grazia. Una grazia che per noi cristiani può nascere solo dalla consapevolezza di essere figli amati. Figli amati che hanno tradito innuverevoli volte quel Padre che li ama così tanto. Solo questo può darci la forza di perdonare. Per due motivi. Perchè la persona che ci ha fatto del male è anc’essa figlia di Dio e amando lei stiamo restituendo a Dio l’amore che Lui tanto immeritatamente ci offre. E poi solo in Cristo possiamo disgiungere il male da chi lo commette. Dio ci insegna a non identificare chi ci fa del male con il male stesso. Non perdere la capacità di benedire è fondamentale anche nel matrimonio dove viviamo una relazione profonda e dove possiamo farci tanto male, anche senza esserne pienamente consapevoli.

Telefono batte dialogo

Ripropongo un articolo di qualche anno fa perchè tratta un argomento che è bene ricordare: il dialogo.

Spulciando tra le varie notizie e curiosità pubblicate sul web ho trovato qualcosa di molto interessante. E’ un articolo di Repubblica dal titolo Crisi di coppia? 8 appuntamenti per salvare una relazione. Lasciando perdere i consigli che i due psicologi propongono che possono essere più o meno condivisibili quello che mi preme mettere in evidenza è un fatto. Uno studio dell’Università della California ha svelato che le coppie sposate (studio su un campione di coppie di sposi di diverse età seguite per 13 anni) dialogano per una media di 35 minuti a settimana. Una quantità di tempo risibile se confrontato con i dati sull’uso di smartphone. Il 50% delle persone italiane che hanno uno smartphone lo usano per più di 5 ore al giorno. Una differenza enorme accentuata dal fatto che molti di quei 35 minuti di dialogo sono utilizzati per affrontare argomenti di tipo organizzativo e contingente (spese, impegni, riparazioni ecc.). Nel ménage familiare non c’è tempo per il dialogo di coppia profondo. Non ci si guarda più con occhi di meraviglia. Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”: Due sposi,  prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Ecco la mancanza di dialogo esprime spesso una mancanza di interesse per l’altro/a. Come in un piano inclinato gli sposi stanno scivolando verso l’indifferenza. Prima di arrivare alla fatidica frase Non ti amo più ci sono tanti piccoli step. La mancanza di dialogo dovrebbe essere un campanello d’allarme e invece è spesso visto e accettato come qualcosa di inevitabile. Presi da tanti pensieri e impegni non c’è tempo per queste inezie da fidanzatini.  Il Papa in Amoris Laetitia ci dice che non è così: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perché lo riteniamo una priorità. Capita, ad esempio, che alcuni giorni decido di entrare più tardi al lavoro e accompagno Luisa alla sua scuola. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. E’ un momento di intimità molto bello che ci permette di iniziare la giornata con tanta pace e tanta gioia.

Antonio e Luisa

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L’amore? E’ questione di scelte.

Siamo di ritorno da un week end bellissimo. Siamo stati invitati a Loreto al week end di crescita organizzato dalle famiglie di Retrouvaille. Retrouvaille, per chi non lo sapesse, è un percorso presente in Italia dall’inizio degli anni 2000 che aiuta le coppie in fortissima crisi (molte sono vicine alla separazione e alcune sono già separate) a iniziare un cammino di rinascita e di ricostruzione della relazione. E’ un percorso non strettamente confessionale, aperto a tutti, ma è evidente la presenza di Cristo. Siamo stati invitati a portare una testimonianza/riflessione sul sacramento del matrimonio partendo dal corpo. Insomma abbiamo raccontato quello che scriviamo anche su questo blog che è un po’ il nostro marchio di fabbrica, il nostro personale carisma.

Abbiamo portato a casa tantissimo! Siamo stati accolti fraternamente con un’apertura di cuore che può venire solo da persone che hanno attraversato il deserto nel dolore e adesso sono risorte. Abbiamo ascoltato testimonianze meravigliose. Storie abitate da tanto male, da tradimenti, da forti rancori, da divisioni nette, eppure storie sanate e tornate a splendere. Quelle coppie che erano ad un passo dalla distruzione sono ora luminosissime. Non perchè siano ora perfette. Lo sono perchè hanno avuto la forza di rispondere ancora sì alla promessa durante delle prove davvero pesantissime. Ed ora hanno un cuore spalancato a Dio e all’altro. Un cuore riempito di misericordia e di gratitudine. Attraverso la loro testimonianza ho avuto la conferma, basata sulla concretezza della loro storia, di due cose in particolare.

L’amore è una scelta. Perchè queste persone sono restate? Tra loro non c’era più passione. Tra loro non c’erano sentimenti positivi. Tutt’altro! C’erano ferite che si erano inferti l’uno con l’altra. C’era risentimento, indignazione, rancore, smarrimento. A volte disgusto. Eppure hanno deciso. Ci tengo a sottolineare il verbo: HANNO DECISO. Hanno deciso di darsi quest’ultima possibilità di partecipare al percorso di Retrouvaille. Perchè? Perchè se la sono data? Credo che, chi più chi meno consciamente, avessero intuito che lì si stavano giocando tanto della loro vita. Sentivano che il matrimonio non era solo una convenzione sociale, un istituto giuridico, ma il matrimonio era l’occasione per soddisfare quel desiderio di amore totale ed integrale che tutti abbiamo dentro. Un amore indissolubile. Un amore che va oltre i sentimenti negativi, l’aridità sessuale, ed il male che potevano essersi fatti. Un amore di cui avevano fatto esperienza e che all’inizio aveva dato loro tanta gioia e pienezza. Nessuno li aveva obbligati a sposarsi. L’avevano fatto perchè avevano intravisto una meraviglia che era per loro. E che con la scelta di perseverare forse poteva tornare. Ed erano lì. Probabilmente senza capire neanche bene perchè ci tenessero così tanto, sicuramente scoraggiati e con poche speranze, ma erano lì a darsi anche quell’ultima possibilità, perchè non volevano arrendersi al male.

La Grazia del matrimonio agisce sulla scelta. Ecco la seconda riflessione. Molti credono che con il matrimonio in chiesa tutto sia più facile. Almeno dovrebbe esserlo. Non si dice forse che ci si sposa in tre? Noi e Dio. Un affare! Ci penserà Lui ad appianare i problemi, le sofferenze, le difficoltà. Ci penserà Lui a farci provare sempre un amore passionale e a farci sentire sempre le farfalle nello stomaco. Chi crede questo non ha capito nulla del sacramento del matrimonio. La Grazia del matrimonio è potentissima. L’abbiamo vista agire nelle storie raccontate a Loreto ma l’abbiamo vista operare anche direttamente nella nostra vita. La Grazia però non agisce sui sentimenti e sulle emozioni. La Grazia non ci esime dal farci del male, dalle difficoltà di ogni relazione duratura, dai litigi e dalle divisioni. Insomma la Grazia non è un talismano che ci tiene lontano ogni male. Il male c’è nella nostra vita come in quella di tutti. Nel nostro matrimonio non mancheranno altri momenti difficili, di dolore e di lutto. La Grazia agisce sulla scelta. Se saremo capaci, nella nostra fragilità, incoerenza, debolezza, di perseverare nel dire sì al matrimonio, nonostante tutto ecco che può accadere il miracolo. Saremo capaci di uscire vincitori da mali che sembravano imbattibili. Questa è la Grazia di Dio che opera. E le famiglie di Retrouvaille erano lì a testimoniarlo.

Quindi se vi sentite sbagliati, se sentite di aver sbagliato a sposarvi e a sposare la persona che avete accanto perchè non avvertite più quel trasporto e quella comunione che credete sia necessaria forse dovreste aggrapparvi a quel sì, alla scelta di starci, anche se sembra inutile e costa fatica e dolore. Poi datevi questa ultima occasione. Potreste anche voi diventare una coppia risolta e felice. Vi lascio il link al loro sito www.retrouvaille.it

Antonio e Luisa

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L’amore è armonia tra cuore è corpo

Qui è importante tornare ad uno dei concetti più importanti per padre Raimondo. Il concetto base da cui partire. Il concetto di IO PERSONALE. Lui definiva ogni persona come un IO PERSONALE. L’Io personale è la nostra identità, la coscienza e la percezione che abbiamo di noi, che ci permette di rapportarci a un tu, ad una alterità. Siamo creati ad immagine di Dio, Dio che è amore. Dio che è relazione in sé nelle tre Persone della Santissima Trinità. Quindi a fondamento dell’essere umano c’è la vocazione, il desiderio di amare e di essere amato. Accogliere l’amore di Dio, sentirci figli amati, e restituire quell’amore nei fratelli e nelle sorelle. l’Io personale, la persona, è la capacità di amore, è la spinta ad amare. L’amore è inscritto nell’essere uomo, nell’essere donna. La mia identità profonda, quella che mi accomuna a tutti gli altri, anche se siamo tutti diversi ed unici, è la mia capacità di amare, di essere amore, di accogliere l’amore. Questo aspetto è costitutivo di ogni persona, nessuno può cancellarlo, anche l’uomo più rovinato e cattivo della terra ha questa capacità in potenza dentro di lui. Questa realtà profonda è quella su cui operava Cristo, faceva riemergere questa verità scritta dentro ognuno. L’ha fatta riemergere in Zaccheo, nell’adultera, nella Maddalena, in Matteo e in tanti altri che lo hanno incontrato. Questa capacità di amore si concretizza nella specificità di ogni persona, nella diversità, negli aspetti esteriori (le doti del corpo) e negli aspetti interiori (le doti dello spirito). Questo è ciò che Cristo può operare in noi nel matrimonio!

L’IO PERSONALE è quindi costituito da una parte nascosta, il nostro mondo emotivo, psicologico e spirituale (il cuore). È il cuore dove risiede anche la nostra volontà. Poi abbiamo la parte visibile di noi, tangibile, abbiamo un corpo. Noi abbiamo un corpo che ci permette di manifestare tutta la nostra parte più profonda, parte profonda dove risiede anche la nostra anima e quindi vi si trova la sorgente dell’amore che è Gesù, all’esterno nelle relazioni Noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo. Il nostro corpo è parte di quell’IO PERSONALE. Tant’è che se Luisa mi dà una carezza sento che ha accarezzato me, non solo il mio corpo.  Quindi prima evidenza importante: Ciò CHE AVVIENE NEL NOSTRO CORPO HA UNA RICADUTA SU TUTTA LA PERSONA! Non possiamo illuderci che vivere la sessualità (perché in particolare ci riferiamo a quell’ambito) in modo disordinato e senza una aderenza tra cuore e corpo, tra parte profonda/spirituale e corpo, non condizioni la nostra qualità di vita, non condizioni la nostra relazione con l’altro e con il Signore, non condizioni il nostro cammino di crescita umana e di santità. Non condizioni la nostra pace e la nostra gioia.  Per questo noi parliamo sempre di ecologia. Perché il peccato, prima che essere un contravvenire ad una legge morale, è far del male a noi stessi, ci rende meno capaci di vivere in pienezza ciò che siamo.

Influisce non solo sulla nostra umanità e dimensione naturale ma anche sulla fede e sulla Grazia. Padre Bardelli è molto chiaro nel libro. Si riferisce ai fidanzati, ma sappiamo bene che vale anche per noi, in modo diverso e più pieno ma noi ci siamo dentro completamente. Scrive padre Bardelli: la dimensione naturale della persona è il fondamento su cui poggiano e si sviluppano tutti i doni soprannaturali di Dio elargiti dallo Spirito Santo, aventi come scopo il suo perfezionamento.

Questo cosa significa in sintesi? Che noi sposi possiamo costruire un matrimonio santo solo se costruiamo una base naturale forte, solo se ci impegniamo a mantenere un’armonia appunto tra l’amore che scaturisce nel cuore e la manifestazione di quell’amore che avviene attraverso il corpo. Solo se c’è una base naturale fondata sul dono reciproco e non sull’egoismo, sul possesso e sull’uso dell’altro, allora il sacramento riempirà i nostri cuori di Spirito Santo elevando il nostro amore, piano piano, con i nostri errori e cadute, a un piano superiore, ci rende davvero capaci di amarci come Dio ama, con la Sua modalità. Padre Bardelli ci sta dicendo che è inutile fare voli pindarici nelle esperienze mistiche e spirituali. Spesso sono solo una fuga dalla realtà. Se il matrimonio non decolla forse è bene partire dal modo in cui lo viviamo. Da come ci relazioniamo con l’altro, dalla capacità di donarci nella verità. Altrimenti non cambierà nulla anche se passiamo i giorni a dire il rosario perpetuo. O meglio il rosario può servire se ci spinge a convertirci concretamente poi nel matrimonio. Dobbiamo imparare ad amarci concretamente nella quotidianità, nella carne, nella tenerezza, nella cura, nel fare bene l’amore. E solo poi imparando ad amare chi abbiamo accanto saremo capaci di amare anche Dio.

Padre Bardelli ci invita a dare valore al corpo! Ci invita lo dice proprio letteralmente a farci missionari del corpo. Dice che il mondo ha bisogno di questo e lo dimostrano i week end che organizziamo, il blog e tutte le richieste che riceviamo in tanti modi. C’è bisogno di riscoprire la bellezza del corpo, della cura del corpo. Ma inteso in modo ecologico. Ci viene chiesto di essere prima di tutto missionari l’uno per l’altro. Educarci a vicenda, noi coppia, ad essere teneri, a dare un volto all’amore, a dare calore e presenza ma non basta. Ci viene chiesto di educarci nella nostra relazione prima da fidanzati ma ancor di più ora da sposi ad essere sempre più amore l’uno per l’altra. Educarci a vivere la sessualità nel dono reciproco, nella castità. Educarci alla purezza affinché non finiamo per perdere quello sguardo sulla persona tutta e non solo sul corpo dell’altro. Solo così, resi ricchi da una relazione autentica, una sessualità profonda e che permette una vera comunione, solo così potremo essere missionari per tutti. Portare cioè nel mondo la bellezza che noi per primi sperimentiamo.

Questa armonia è espressa molto bene anche nel Cantico dei Cantici. Ad un certo punto troviamo scritto: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; Questi versetti ci riguardano tantissimo! Esprimono proprio questa armonia tra cuore e corpo, tra parte invisibile e carne, tra cuore che custodisce e braccio che opera. Come a dire che l’amore che scaturisce e viene custodito nel cuore diventa visibile ed efficace solo attraverso il braccio. Servono entrambi. Il sigillo è un’immagine molto forte. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” (sigillo in greco) era il segno che il padrone faceva sugli animali, per cui quel segno indicava che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. Il termine è stato poi ripreso in ambito militare. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento (divisa, bandiera, stelletta.) intorno al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava unità e solidarietà. Mettimi come sigillo sul cuore significa ti appartengo. Sono tua e tu sei mio. Non possiamo essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne. Ricordate San Paolo quando afferma Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me? Qui è la stessa cosa, ma letta in chiave sponsale. Non sono più io che vivo, ma tu amato mio sposo che vivi in me e io vivo in te. Questa è la nostra vocazione. Siamo chiamati a farci così: prossimi all’altro/a e capaci di decentrare le nostre attenzioni tanto da vivere per la gioia e per il bene dell’altro/a. Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Tutta la persona è partecipe di questa appartenenza. Nel corpo e nella sua parte più profonda ed interiore. Nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. In tutto ciò che mi caratterizza come persona c’è il tuo sigillo. Metti il mio dentro tutto ciò che tu sei. Questo è l’amore sponsale autentico. Un amore che desidera tutto dell’altro/a e dà tutto all’altro/a. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico perché solo così può essere meraviglioso e pieno. Un amore esigente, ma proprio per questo vero. Solo così potremo evangelizzare il mondo.

Antonio e Luisa

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È più importante dire un rosario o fare un gesto d’amore?

La domanda è ovviamente provocatoria e la risposta giusta è che sono entrambi importanti: tuttavia voglio fare alcune riflessioni su questo argomento che mi ha più volte messo in difficoltà. Infatti nella vita può succedere che ci troviamo a volte totalmente presi dal fare e altre volte ci rifugiamo quasi esclusivamente nella preghiera. Questo altalenarsi tra Marta e Maria (Lc 10, 38-42) è frutto anche delle nostre storie e della nostra vocazione.

Per esperienza, non si può “fare bene” se prima non si riceve e questo l’aveva capito molto bene anche Madre Teresa di Calcutta che, prima di scendere nelle strade, passava ore la mattina in Adorazione; infatti, se riesco a volte a non arrabbiarmi troppo, a non mandare a quel paese qualche collega al lavoro o a essere gentile e sorridente, è merito della messa mattutina delle 7:30 e della santa comunione.

E’ bene fare attenzione a non trascurare completamente né l’atteggiamento di Marta, né di Maria, ma noi sposi abbiamo un Sacramento che ha specificato il battesimo, cioè abbiamo la missione di creare relazioni e di mostrare, attraverso il corpo, l’amore concreto e tangibile di Gesù che sta amando tutti: per questo rimango un po’ perplesso quando, di fronte a una scelta, la preghiera prende il sopravvento e le persone o relazioni vengono messe in secondo piano. Oltre al fatto che può essere più semplice dire un rosario rispetto a fare un atto di cortesia verso qualcuno che non sopporti (quanto sforzo ci vuole, almeno per me!). Senza contare poi che quando si prega, è facile distrarsi diverse volte, anche se la cosa importante è dedicare del tempo, stare (una volta una suora mi ha confidato che quando prega, tiene sempre un foglio e una penna in tasca, perché spesso vengono dei suggerimenti belli, ed è proprio così!).

Chi si dedica alla gestione della famiglia e dei figli può sentirsi in colpa, perché non riesce ad andare a messa ogni giorno o non ha il tempo di pregare, ma il Sacramento del matrimonio permette di trasformare ogni cosa in un incontro con Dio: per una mamma che prepara il sugo per la cena, quello è il suo rosario, perché lo fa per il bene che vuole agli altri, affinché siano felici e così il momento del mangiare, attraverso il cibo, sia sereno, pieno di comunione e condivisione; anche pulire un bagno, se fatto perché chi viene dopo trovi tutto pulito e profumato, è un atto d’amore non meno importante.

Se davvero Gesù è vivo e insieme a noi, sempre (ed è davvero così!), non possiamo ricordarci di Lui solo in alcuni momenti della giornata (messa, rosario) o quando andiamo in chiesa, ma molte più volte e in ogni luogo: ho imparato a pregare anche mentre faccio le cose, ad esempio mi capita di farlo quando spingo il carrello della spesa, oppure mentre cammino, se vedo una coppia particolarmente felice, dei bambini o una donna incinta, invoco su di loro la benedizione di Dio; oppure al lavoro ringrazio se ad esempio mi sono accorto di un errore o una cosa mi riesce particolarmente bene o se qualcuno non si è fatto male. Basta qualche giaculatoria, come ad esempio “Gesù ti voglio bene” nell’arco della giornata, per mantenere una relazione costante con Lui.

Dall’altro lato non è possibile gettarsi solo sulle cose da fare, trascurando la relazione intima con Dio, con lo Sposo (e questo lo sanno bene le coppie che prese dal volontariato sono “scoppiate”, perché non hanno più trovato il tempo per coltivare la loro relazione di sposi e alimentare così l’amore e l’unità). Anche io a volte sono preso da tante cose, devo fare quello o quell’altro e mi faccio trascinare nelle attività. Ovviamente questo tema è veramente complesso, variabile nel tempo e nelle situazioni che la vita ci mette davanti, non esiste una ricetta valida per tutti e per tutti i periodi: ognuno deve trovare il proprio equilibrio con serenità e pazienza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Volete evangelizzare? Fate l’amore (bene)!

Oggi prendo spunto dalle parole che papa Francesco ha pronunciato durante l’udienza di mercoledì scorso. Da alcune settimane il papa sta portando avanti una serie di riflessioni concernenti l’evangelizzazione. Il papa in due passaggi del suo discorso dice:

Andate – dice il Risorto –, non a indottrinare non a fare proseliti, no, ma a fare discepoli, cioè a dare ad ognuno la possibilità di entrare in contatto con Gesù, di conoscerlo e amarlo liberamente. Andate battezzando: battezzare significa immergere e dunque, prima di indicare un’azione liturgica, esprime un’azione vitale: immergere la propria vita nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo; provare ogni giorno la gioia della presenza di Dio che ci è vicino come Padre, come Fratello, come Spirito che agisce in noi, nel nostro stesso spirito. Battezzare è immergersi nella Trinità. […] Lo Spirito ci fa uscire, ci spinge ad annunciare la fede per confermarci nella fede, ci spinge ad andare in missione per ritrovare chi siamo. Perciò l’Apostolo Paolo raccomanda così: «Non spegnete lo Spirito» (1 Ts 5,19), non spegnete lo Spirito. Preghiamo spesso lo Spirito, invochiamolo, chiediamogli ogni giorno di accendere in noi la sua luce. Facciamolo prima di ogni incontro, per diventare apostoli di Gesù con le persone che troveremo. Non spegnere lo Spirito nelle comunità cristiane e anche dentro ognuno di noi.

Ho preso due brevi porzioni dell’intero discorso. Una posta all’inizio e una verso la fine per evidenziare alcune verità importanti su cui il Papa ci vuole provocare. Cercherò poi di declinare queste due evidenze nella nostra vita di sposi. Secondo quello che è il sacramento del matrimonio. Sarà un articolo che ad alcuni potrà sembrare forzato ma in realtà non farò altro che leggere le parole di papa Francesco alla luce di quello che comporta essere sposati.

Evangelizzare è contagiare. Il matrimonio è sacramento per la missione. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Benedetto XVI lo ha ribadito in diverse circostanze. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Padre Bardelli quando ci seguiva da fidanzati e poi da sposi ci ammoniva sempre su un punto: non andate in giro ad evangelizzare se non avete almeno un’esperienza di dieci anni di matrimonio. E’ inutile blaterare di qualcosa che non conoscete. Aveva ragione. Noi sposi non siamo dei predicatori. Almeno non tutti e non deve comunque essere la prima attività del nostro impegno nella Chiesa. Noi siamo prima di tutto sposi. E’ importante prendere coscienza di questo. Non dobbiamo fare, dire, presentare, ma dobbiamo essere. Essere sempre di più quella comunione di amore e di vita (cit. Familiaris Consortio). Io ho in mente due coppie nella mia parrocchia. Sono sposate da tanti anni e non fanno nulla di speciale. Non predicano, non guidano gruppi o seminari. Semplicemente ci sono. La loro presenza, come stanno insieme, come si guardano, come si rispettano e si prendono cura l’uno dell’altra è già una catechesi potentissima. Più di quello che possiamo fare Luisa ed io con il blog, con i libri e con tutto il resto. Ne abbiamo di strada per mostrare la luce e la bellazza che queste due coppie rilasciano senza dire nulla.

Evangelizza solo lo Spirito Santo. Il papa ci ricorda che non siamo noi ad evangelizzare. Ciò che cambia il cuore delle persone non è il nostro studio, non è perchè siamo bravi, non è perchè sappiamo convincere le persone. Chi cambia il cuore è solo Dio, è solo lo Spirito Santo. Noi possiamo metterci al servizio, farci strumenti con i nostri talenti e con il nostro impegno, ma chi opera è sempre e solo lo Spirito Santo. Da soli non possiamo fare nulla. Quindi? Quindi cari sposi fate l’amore! Cosa c’entra? C’entra tantissimo! Noi sposi possiamo riempirci di Spirito Santo attraverso i sacramenti, la preghiera, la vita di fede ma ricordate che abbiamo uno strumento che è solo nostro! Attraverso la riattualizzazione del sacramento del matrimonio. Vivendo la nostra intimità in modo autentico possiamo rinnovare il nostro matrimonio. Ogni volta che facciamo l’amore ci stiamo risposando e lo Spirito Santo si effonde su di noi (in base all’apertura del nostro cuore). Ogni volta che sperimentiamo l’essere uno nella carne lo diventiamo sempre di più anche nel cuore e questo ci rende sempre più credibili quando testimoniamo la bellezza del matrimonio. Se non viviamo la nostra intimità così le nostre diventano solo chiacchiere. Difficilmente sapremo essere credenti e credibili!

Antonio e Luisa

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La quaresima per cambiare sguardo

Ieri ho partecipato alla Messa con l’imposizione delle ceneri. E’ ufficialmente iniziato il tempo di Quaresima. Un tempo che nonostante sia di digiuno e di deserto accolgo sempre anche con un po’ di desiderio. Sento il bisogno di un tempo così. Ne sento il bisogno perchè sono consapevole di essere ancora troppo attaccato alle cose del mondo. Non sono ancora libero nella mia capacità di aprirmi all’amore e al dono. C’è ancora tanto egoismo in me e questo tempo mi permette di lavorarci sopra meglio e più del resto dell’anno.

Durante la celebrazione della Messa è stato proclamato un Vangelo molto indicativo di quello che è il senso della Quaresima. Non sto a scriverlo tutto. Se non lo avete ancora fatto vi lascio il link per poterlo leggere. Questi versetti del Vangelo di Matteo ci svelano tre diversi atteggiamenti che ognuno di noi dovrebbe mettere in atto per crescere nella fede e nella carità. Sono tre richieste che vengono da Gesù stesso. Gesù ci chiede di fare elemosina, pregare e digiunare. Ci chiede di farlo non per farci vedere ed ammirare ma perchè desideriamo amare. Non un fare di facciata ma che il nostro fare sia specchio del nostro cuore. Questi tre atteggiamenti ci possono aiutare ad avere lo sguardo di Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio.

Fate elemosina: sguardo verso l’altro. L’elemosina non è solo quella fatta al povero per strada. Anche noi possiamo sentirci poveri. Sentirci appesantiti dalle situazioni che viviamo nel nostro lavoro o in famiglia. Possiamo sentirci stanchi, possiamo fare errori, possiamo essere freddi, possiamo litigare, possiamo comportarci male. Ci sono moltissimi motivi per mostrarci poveri. Posso esserlo io e può esserlo Luisa. Ognuno di noi può esserlo. Fare l’elemosina significa non giudicare dalla nostra prospettiva ma cercare di vedere con gli occhi dell’altro per comprendere le sue difficoltà ed essere pronti a perdonare e sostenere anche quando l’altro non è capace, in quel momento, di ricambiare il nostro amore.

Pregate: sguardo verso Dio. La preghiera è il canale che ci permette di avere una relazione con Dio. Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno.  Quindi la preghiera si lega benissimo all’elemosina. La preghiera ci permette di amare senza chiedere nulla, ci permette di fare elemosina.

Digiunate: sguardo libero. Il digiuno non è solo una autofrustrazione sterile. Abbiamo un corpo che ci è stato dato. Meglio dire che siamo anche il nostro corpo. Spesso il nostro corpo detta il nostro comportamento e le nostre azioni. Educare l’autocontrollo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavi. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. 

Non ci resta che augurare a tutti un proficuo tempo di Quaresima!

Antonio e Luisa

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Contemplare per custodire l’amore

Perché essere Sposi Contemplativi? È questo l’interrogativo a cui diverse volte abbiam dovuto rispondere, prima di tutto a noi stessi (come coppia) e poi a chi ce l’ ha chiesto. Proprio per questo ci siamo cimentati nel creare l’acrostico della parola CONTEMPLARE che condivideremo a partire da questa Quaresima, passo dopo passo, poiché come disse san Giovanni nella sua prima lettera “quel che abbiamo contemplato noi lo annunciamo anche a voi, affinché voi pure abbiate comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1,1-3).

Iniziamo dunque con la lettera C.
Per noi CONTEMPLARE vuol dire CUSTODIRE l’Amore.
Ma che cosa significa custodire? Nel vocabolario troviamo che custodire significa sorvegliare qualcosa con attenzione in modo che non subisca danni. Per noi questo qualcosa è l’amore sponsale come riflesso dell’Amore di Dio. Se veramente crediamo che il nostro amore è riflesso dell’Amore di Dio ciò ci porta a dire che l’amore non è nostro, l’amore non ci appartiene come qualcosa di nostra proprietà ma ci è stato affidato e, dunque, noi due ne siamo i custodi. Con forte emozione, ci ritornano alla mente le parole di papa Francesco quando nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino (il 19-3- 2013) disse «Siate custodi dei doni di Dio!». Sì, l’amore sponsale in cui siamo immersi è dono di Colui che è Amore, porta in sè e con sè la vocazione all’Eterno ed è per questo che non lo “getteremo” via alle prime difficoltà ma dedicheremo il tempo e l’attenzione necessari, affinchè aumenti il suo valore rendendolo sempre più prezioso e degno di cura.

Carissimi sposi, è attraverso la contemplazione che noi ci sforziamo di custodire questo dono partendo dal custodire soprattutto il “luogo” in cui nasce l’amore: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Pr 4,23). È un percorso che si rinnova ogni giorno mediante la forza mite della preghiera.

ESERCIZIO PER CUSTODIRE L’AMORE In questo tempo di Quaresima vi suggeriamo un esercizio che può aiutarvi a custodire il cuore e, di conseguenza, il vostro amore. Ogni sera cercate di discernere, singolarmente, quali pensieri hanno nutrono la vostra anima durante il giorno e poi, insieme, confrontatevi: a quali azioni questi pensieri vi hanno portato? Sono state azioni volte a proteggere la vostra relazione di coppia e/o la nostra famiglia oppure il contrario, cioè volte ad esporre l’amore ad “intemperie” esterne?
PREGHIERA DI COPPIA O nostro Divino Sposo, sii tu il custode della nostra anima sii tu il custode del nostro amore, sii tu il custode del nostro matrimonio e, insieme a S. Teresa di Lisieux, annunceremo che «Vivere d’amore è custodire nel vaso mortale di noi il Tesoro. Nostro Benamato! » Amen

Siate insieme i custodi dell’Amore, buon cammino di Quaresima!
Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Quando il nemico è in casa

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri. Perchè questa idea che il nemico non è solo fuori ma spesso è dentro la coppia. L’ho già accennato nell’articolo di ieri ma credo sia importante tornarci sopra perchè è una consapevolezza che dobbiamo cercare di metabolizzare. Nostro marito o nostra moglie a volte si comporta da nemico, ci ferisce, ci fa stare male. A volte invece siamo noi ad essere nemico per l’altro.

Amate i vostri nemici! Questo differenzia noi cristiani dai pagani. Questo differenzia il sacramento del matrimonio da ogni altra unione affettiva. Almeno dovrebbe differenziarci dagli altri. Spesso non è così. Spesso noi cristiani non siamo meglio degli altri. Non dobbiamo cercare nemici lontani. Non dobbiamo pensare a grandi guerre, alla devastazione e alla forza distruttrice degli eserciti. La pace inizia in famiglia. Papa Francesco è chiarissimo su questo punto. Nel 2017 nel discorso preparato per la Giornata della Pace il Papa disse:

Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società

La famiglia e, prima ancora, la coppia di sposi che ne è il nucleo fondante, sono luogo dove incontrare il nemico e dove imparare ad amarlo. Il nemico è il nostro coniuge. Il nemico è l’imperfezione del mio sposo o della mia sposa. Il nemico sono i lati oscuri del suo carattere. Il nemico è la sua parte meno simpatica, la parte che mi provoca sofferenza e disagio. Il nemico sono i suoi peccati, le sue mancanze, le sue omissioni, le sue incapacità di amare, le sue fragilità, le sue parole dure e ingenerose, i suoi umori, i suoi silenzi carichi di rabbia. Ognuno metta il suo nemico. Gesù ci chiede, con la grazia del matrimonio, di amare anche quello che di nostro marito e nostra moglie non è bello e non è cosa buona. Amare al modo di Gesù. Non significa accettare ogni cosa. Significa essere capaci di guardare il nostro coniuge con lo sguardo di Cristo.

Guardarlo con quello sguardo di chi vede attraverso tutte quelle brutte cose e riesce a cogliere, anche in quei momenti, la bellezza della persona che abbiamo accanto. Di chi riesce a cogliere quanto bene ci sia nell’altro anche se non del tutto espresso e manifestato.

Non c’è nulla di più bello e gratificante per una persona di essere guardato così. Ve lo assicuro. Tutte le volte che non sono stato capace di farmi amore per la mia sposa, lei non ha mai smesso di guardarmi con quello sguardo. Mi sono sentito profondamente amato, amato in tutto, anche in quei lati del mio carattere che io stesso non amavo e che preferivo nascondere ai più. Quel suo sguardo d’amore mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di combattere. La forza di combattere i miei difetti e i miei peccati per cercare di essere una persona migliore. Non l’ho fatto per me. L’ho fatto per amore e riconoscenza. L’ho fatto per amore di Gesù e per amore della mia sposa, le due persone che più di tutte mi hanno amato sempre, anche nei momenti in cui io stesso faticavo a vedermi amabile. Credo che sia questa la grande forza dell’essere capace di amare i propri nemici. La forza dell’amore che sconfigge le tenebre. L’amore che come un’onda travolge e distrugge tutte le fortezze di male che l’altro si porta dentro.

Antonio e Luisa

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Il sacramento ci rende padri e madri diversi

Recentemente ho letto diversi articoli interessanti sul blog, rivolti ai fidanzati (Antonio e Luisa), sulla paternità e maternità (Simona e Andrea) e sulla 45° giornata per la vita (by Cercatori di bellezza): innanzitutto grazie! Mi accodo anch’io alla tematica con questa domanda:

Che differenza c’è tra padre e madre sposati civilmente e padre e madre sposati in chiesa?

La domanda può sembrare priva di senso, perché molti pensano che in entrambi i casi siano padri e madri; quindi alla fine la differenza riguarderebbe solo l’educazione religiosa, cioè essenzialmente, le preghiere, il catechismo e i sacramenti. In realtà le cose sono completamente diverse, perché c’è un Sacramento che ha unito gli sposi e che dovrebbe fare la differenza: dico dovrebbe perché in molti casi non ci sono né la formazione, né la consapevolezza. Ammetto che anch’io, un po’ di anni fa, non sarei stato in grado di fornire una risposta corretta e solo grazie a don Renzo Bonetti e a fratelli e sorelle della Fraternità che camminano con me, ho imparato qualcosa. Innanzitutto il dono dello Spirito Santo è come se ci facesse vedere la realtà e le cose con delle lenti particolari, cioè permette ai genitori di riconoscere di chi sono i figli: già questo cambia completamente la prospettiva. Il papà e la mamma collaborano con Dio per creare Suoi figli, mettendo ovviamente a disposizione i propri corpi, ma l’anima viene da Dio: pertanto i figli non sono nostri, ma di Dio. Chi è sposato civilmente invece li ritiene suoi figli, anche se magari li fa battezzare. Quest’aspetto si riflette su tutta la loro educazione, in quanto i genitori cristiani sono solo strumenti che devono riflettere l’amore di Dio: alle figlie insegno che hanno dei genitori che le amano come possono, ma anche che hanno un Padre che le ha amate molto di più e addirittura prima di creare le stelle. Nelle scelte importanti, come recentemente la scuola superiore per la più piccola, faccio la mia parte, ma poi affido tutto a Lui, che sa guidare i cuori e nell’intimo suggerisce la strada giusta, se sappiamo ascoltare. Anche nelle discussioni, prima ero molto più duro e intransigente, ma ho notato che, specialmente nel periodo dell’adolescenza, alzare la voce, mettere in punizione e sequestrare il cellulare, non serve a niente: ora ho un approccio diverso, che punta sulle loro capacità interiori e spirituali. Ad esempio l’altro giorno, in seguito ad un comportamento sbagliato, ho detto: Ti sei comportata male, hai fatto una cosa che mi dispiace, ma so che, se vuoi, puoi rimediare e fare molto di più. Per due giorni non ci siamo parlati e nel frattempo pregavo per lei: poi mi è arrivato un suo messaggio in cui aveva preso consapevolezza del suo comportamento e mi chiedeva scusa; io pieno di gioia, le ho risposto che le voglio più bene di prima.

La consapevolezza che i figli non sono miei, mi permette di aprirmi verso tutti gli altri figli di Dio, cioè con tutti gli altri bambini/ragazzi che incontro, a cominciare dai vicini di casa e da quelli del catechismo: mi preoccupo per loro, la loro salute mi sta a cuore, non passo oltre se vedo una difficoltà e se posso fare qualcosa. A volte basta davvero poco, un sorriso, un complimento, un momento di gioco insieme, un incoraggiamento o un regalino ogni tanto. Forse la cosa più importante è che il nome dei figli è scritto in cielo: quindi, qualsiasi cosa succeda su questa terra, loro sono già immortali e questo mi dà tanta pace e mi scarica da preoccupazioni eccessive. Ai ragazzi del catechismo l’ho detto più volte: “Iron man e Hulk sono supereroi molto forti, ma non hanno l’immortalità come avete voi e che alla fine è quello che conta di più”.

Il tempo scorre veloce e presto le nostre figlie saranno adulte, prenderanno le loro strade nella vita e so che, anche se andranno lontano e mi mancheranno, il mio compito era di prepararle a questo e che è giusto così. Paternità e maternità vanno infatti molto oltre la biologia: non a caso si chiamano “Padre” e “Madre” rispettivamente sacerdoti e suore, anche perché altrimenti la possibilità di generare figli sarebbe legata solo ad un intervallo temporale o solo alla capacità procreativa (che a volte può non esserci). Gli sposi, se vogliono, possono essere genitori di tantissimi figli, non meno amati perché non provengono dalla propria carne. Io credo che queste cose andrebbero gridate ai giovani, specialmente a quelli che si preparano a ricevere il Sacramento del matrimonio: probabilmente ignorano (perché nessuno gliel’ha detto) cosa vuol dire Paternità e Maternità in collaborazione con Gesù e che, con il dono dello Spirito Santo, è tutta un’altra cosa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Le mie tre croci

Cari sposi, eccoci con un nuovo articolo sul blog. Un articolo che è testimonianza di come Dio ha operato nella nostra vita. Dio ci parla sempre attraverso la sua Parola. Per introdurre questo articolo vorrei partire proprio da quanto la Parola mi ha insegnato: Il deserto fiorirà  (Isaia 35,1-10). Nell’articolo di oggi cercherò di raccontare come Gesù ha trasformato il mio deserto in terreno fertile. Esattamente come raccontato nei due episodi evangelici: il miracolo delle nozze di Cana, dove Gesù ha trasformato l’acqua in buon vino e il miracolo dei pani e dei pesci.

Come ho già avuto modo di raccontare nel precedente articolo, sono stati importantissimi nella mia vita i corsi ad Assisi con padre Giovanni. Il mio cammino mi ha permesso di staccarmi emotivamente dalla dipendenza da mio padre, mi sono desatellizzata. Ciò mi ha cambiato e reso più forte ed è migliorato il rapporto con mio padre. Sono guarite alcune ferite. Siamo diventati due adulti. Anche mio marito è desatelizzato, grazie anche a una madre saggia che, nonostante fosse vedova, ha sempre lasciato libero il figlio ed ora mi ha accolto e mi vuole tanto bene.

Mio marito, quando era single, ha fatto corsi specifici con Mistero Grande di don Renzo Bonetti. Io ad Assisi e lui con Don Renzo.  Anche questa è stata per noi una Dioincidenza, infatti queste due realtà collaborano tra loro e ci siamo trovati molto negli insegnamenti che abbiamo ricevuto. Inoltre ho imparato e visto con mano nella mia vita che l’ultima parola ce l’ha sempre Dio, grazie a Dio! Vi racconto ora le mie tre croci, quelle a cui pensavo di restare inchiodata per sempre e invece tutte e tre le volte, che sono stata male/bloccata, Dio mi ha fatto Risorgere come mai avrei pensato!

Prima croce: sono stata male di salute per un mese e, nel periodo di riposo, ne ho approfittato per partecipare al ritirone dei 10 comandamenti con don Fabio Rosini. Mi ricordo che nella chiesa di San Marco Evangelista a Roma, quando don Fabio ha letto e commentato il Vangelo di Giovanni dicendo vuoi guarire, io ero seduta in fondo alla chiesa e volevo alzarmi e urlare siii! L’ho urlato dentro di me. Tornata a casa sono stata meglio e ho ripreso il lavoro. Quella fermata della vita mi  ha insegnato a vivere al meglio il presente e non aspettare il futuro, perché  è il presente che conta, è il presente che fa il futuro e non viceversa. L’anno successivo ho avuto il mio primo fidanzato; Come ho scritto nel precedente articolo è finita ma le esperienze della vita mi hanno dato la forza di lasciare la casa dei miei genitori e di andare a vivere da sola.

Seconda croce: finita la mia seconda relazione affettiva sono stata tanto male. Ero caduta in depressione. Pensavo di aver fallito la mia vita e la mia vocazione. Invece il tempo di riprendermi almeno un po’ e dopo tre mesi Dio mi ha mandata in un’altra città per lavoro,  a diversi km dai miei. Una nuova sfida che mi ha permesso di riprendermi la vita e darmi una nuova carica. Dopo un inizio entusiasmante, ho però visto la fatica di ripartire da zero nelle relazioni. Ciò mi ha fatto venire dei dubbi. Ho cominciato a credere che quella scelta non fosse secondo la volontà di Dio ma fosse solo mia.  Grazie al mio padre spirituale e alle letture di libri e della Bibbia ho capito che Dio ha sempre un piano per ciascuno di noi, anche se noi non lo capiamo quando le cose non vanno come vorremmo. E così ho accettato il deserto e sono diventata pienamente donna! E nel deserto ho sperato contro ogni speranza come AbramoEgli ebbe fede sperando contro ogni speranza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. ((Rm 4,18-25)

Terza croce: durante la mia terza relazione e una volta finita sono stata malissimisssimoooo. Sono finita anche in ospedale e a un certo punto ho creduto di restarci. Invece nel male di quel periodo ho incontrato Dio Padre, che è Amore e Misericordia. Step by step sono Rinata per la terza volta e l’anno dopo ho finalmente incontrato quello che poi è diventato mio marito.

Tutto questo per dirvi di non abbattervi. La vita non è mai sempre in salita, non è mai sempre nella luce, a volte sembra che ci si perda e non si sappia cosa fare. Una cosa però è certa che se ci affidiamo a Dio anche nelle difficoltà sapremo risorgere più belli e forti di prima. Coragigio prendete la vostra vita e fatene un capolavoro.

Mio marito ed io abitiamo nel nord Italia. Se volete contattarmi, mi trovate su facebook Paola Bt. Grazie e a presto! Buon Cammino e un abbraccio fraterno a tutti

L’ipocrisia (e i danni) di una finta castità

Prendo spunto da un film non molto conosciuto di alcuni anni fa. Si tratta di Mustang. Un film crudo, che racconta la vicenda di cinque sorelle turche. Abitano in un piccolo paese a mille chilometri da Istanbul. Hanno perso i genitori e sono cresciute con lo zio e con la nonna. Una cultura islamica conservatrice impone loro uno stile di vita lontano dai loro desideri. Vivono in una società che impone matrimoni combinati, moderazione nel vestire e obbligo di verginità e castità prima del matrimonio. La donna deve essere pura, pudica e virtuosa. Solo la donna. Per l’uomo non vale. E cosa fanno queste ragazze? C’è una scena emblematica di tutta l’ipocrisia che c’è dietro una morale senza sostanza, fatta di regole non comprese e rispettate solo per paura o per dovere. In questa scena, una di loro si apparta con il fidanzato e pur di non perdere la verginità decide di avere un rapporto anale con lui. E’ questa la castità? Mi chiedo a cosa possa servire una scelta del genere. La castità non è quella che esibisce il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte. La castità non è quella delle visite per confermare la verginità. Queste cose, che accadono ancora in alcune parti della Turchia, erano normali anche in Italia fino a metà del secolo scorso. Ora da noi non lo sono più, però la mentalità è rimasta in alcuni di quei già pochi che si decidono per la castità. La castità come abbiamo cercato di raccontare in tante occasioni non è una realtà soltanto fisica, di facciata, ma abbraccia tutta la persona in anima, corpo e cuore. La castità diventa modalità di relazionarsi per essere sempre più dono per l’altro e sempre meno egoisti verso l’altro.

Oggi forse è meglio di sessant’anni fa. Perchè c’è più consapevolezza quando si sceglie la castità. Almeno dovrebbe esserci. E’ una scelta che comporta delle rinunce immediate e oltretutto è derisa da un mondo che non la capisce e che la vede come una inutile privazione. E invece? Non è sempre c’è una vera consapevolezza. Vi porto ad esempio due situazioni in cui vivere la castità nel fidanzamento male ha poi portato grossi problemi nel matrimonio. Sono situazioni reali. Non mi sto inventando niente. Situazioni in cui Luisa ed io ci siamo imbattuti più di una volta. E quando abbiamo accolto la sofferenza di questi giovani sposi la loro domanda era sempre la stessa: perchè nonostante ci siamo impegnati tanto a vivere la castità ora facciamo tanta fatica e non è tutto perfetto?

La castità non serve a coprire dei problemi.

Questa situazione non è per nulla infrequente. Succede soprattutto in quei gruppi anche cattolici che fanno della castità una medaglia. Che magari la ostentano. Sia chiaro non ho nulla contro questi gruppi e contro queste associazioni in cui i ragazzi possono trovare sostegno a vicenda. Dico solo di fare attenzione. Non fate della vostra debolezza e delle vostre ferite una medaglia. Affrontate le vostre difficoltà e non nascondetevi dietro una parvenza di santità. Perchè è solo tale. Non c’è santità in una castità usata come scudo perchè non si è capaci di donarsi attraverso il corpo. Questo accade per tanti motivi: per mancanza di autostima, perchè non c’è un bel rapporto con il proprio corpo, perchè si sono avute esperienze negative, per delle dinamiche anaffettive vissute nella famiglia di origine, per una idea sbagliata e un po’ bigotta della sessualità. I motivi possono essere molteplici e possono sommarsi tra loro. Cosa comporta questo? Vi racconto un’esperienza di una coppia così che ci ha contattato tempo fa. Una volta sposati non hanno più avuto la castità come scusa per rimandare il momento del rapporto e i due sono entrati in crisi. Basta uno dei due che abbia usato la castità come copertura. Difficilmente ci sono dentro entrambi. Ci ha chiamato lei, disperata e incredula, dicendoci che lui non la sfiorava, non la guardava, non la cercava. Lei provava a provocarlo, a mostrarsi attraente e svestita e lui restava al pc senza mostrare interesse. Quelle poche volte che facevano l’amore, o ci provavano, lui lo faceva quasi meccanicamente, veloce, senza preliminari. Sembrava che stesse svolgendo quasi un compito. E lei? Si sentiva smarrita, non desiderata, ignorata. Si sentiva non amata. Ci ha confidato che avrebbe avuto voglia di scappare, che non pensava che il matrimonio poteva essere così difficile. Si aspettava, dopo tutta quella attesa, un momento di unione meraviglioso e invece? Solo freddezza e lontananza. Capite che quella che hanno vissuto non è stata vera castità. E’ stato solo rimandare un problema a dopo il matrimonio. Dove tutto è più difficile poi. Come comprendere se siete dentro questa ipocrisia? E’ importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso come si costruisce una relazione casta? La risposta non è nè nell’astinenza nè nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino una eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre dal collo in su), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza. Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati, perchè il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. 

La castità portata al limite diventa frustrante

Questa è la castità che il nostro padre spirituale chiamava del cane rabbioso. In questa c’eravamo caduti un po’ anche io e Luisa (per colpa mia naturalmente) e poi i primi anni di matrimonio l’abbiamo pagata. Abbiamo dovuto recuperare l’abbandono reciproco. I due non comprendono la bellezza della castità ma ne subiscono le rinunce. Vedono la richiesta della morale cattolica come una legge assurda ma che per paura o per dovere cercano di rispettare. Vivere la castità così cosa comporta? Che la tentazione è forte, c’è desiderio di avere rapporti completi o incompleti, ma ci si controlla. Si arriva sempre al limite. Il limite si sposta sempre più in là. Arrivando fin quasi al rapporto completo e fin quasi all’orgasmo maschile. Che qualche volta arriva non riuscendo lui a controllarsi. Vivendo la castità in questo modo c’è una continua tensione verso l’appagamento sessuale e nel contempo un continuo controllo e frustrazione di questa pulsione. Più il corpo, con tutti i suoi ormoni, con la sua eccitazione e con le sue pulsioni istintive, ci spinge a raggiungere l’orgasmo e più il cervello cerca di controllare e di bloccare questi istinti naturali che si sono ormai innescati. E’ quello che è successo ad una coppia che ci ha scritto alcuni mesi fa. Arrivati al matrimonio i due sposi si sono poi trovati in grossissime difficoltà. Lui, abituato a controllarsi, non riusciva più a lasciarsi andare e a mantenere l’erezione durante la penetrazione. Capite come giocare con la nostra sessualità poi non è così innocuo? Può creare scompensi che poi è difficile riequilibrare. Ora quella coppia sta cercando faticosamente di venirne fuori. Altre volte ci hanno contattato spose che, abituate a trattenersi e a limitare le effusioni del fidanzato, poi nel matrimonio non erano capaci di abbandonarsi, con conseguente difficoltà a trarre piacere dall’intimità e nei casi più gravi a lasciarsi penetrare con irrigidimento dei muscoli della pelvi, insieme a quelli dell’addome e delle cosce (vaginismo). Il controllo mentale diventa così barriera fisica. Capite i danni che questo tipo di finta castità causa poi all’intimità matrimoniale e di conseguenza a tutto il matrimonio.

Quindi la castità va vissuta bene. Per viverla bene va compresa e va capito che questa scelta è migliore per noi, per l’altro e per la relazione. Va quindi vissuta nella continenza e nella volontà di non entrare mai in quello che Alessandra di 5P2P chiama imbuto. Arrivare a quel livello di effusione dove l’eccitazione è ormai partita e dopo fermarla comporta un forte controllo emotivo e psicologico e lascia comunque un senso di frustrazione e di incompiutezza. Tanta tenerezza, ma senza eccitazione sessuale. Semplice no? No non è semplice per nulla. Riuscirci però permette nel matrimonio di vivere una sessualità fantastica. Intimità che resta un percorso da perfezionare e migliorare nel tempo. Quindi non scoraggiatevi se non la vostra non è perfetta. Avete tutto il matrimonio per diventare sempre più bravi e per crescere in piacere e comunione.

Antonio e Luisa

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C’è del vero (non tutto) nel monologo di Chiara

Ho ascoltato con calma stamattina il monologo di Chiara Ferragni a Sanremo. Non ho guardato il festival. Però dopo aver letto alcuni commenti sono rimasto incuriosito e sono andato a cercarlo sul web. Devo dire che non mi è piaciuto tutto. Però ammetto che ho trovato alcuni passaggi che esprimono, a mio avviso, un sentimento autentico. Chiara ha fatto trasparire le vere paure e preoccupazioni di una mamma. Poco importa che sia privilegiata e con tante possibilità in più rispetto alla media. Ho visto la mamma. E mi è piaciuto. Quei due, i Ferragnez, non riesco ad inquadrarli bene. Nei loro messaggi c’è tanta retorica ed ideologia ma spesso ci leggo anche un genuino amore. Vedo certamente tanta contraddizione ma anche delle luci. Vengo ora a un passaggio che mi è piaciuto particolarmente. Dice Chiara:

Diventerai una madre anche tu e sarai sempre la stessa persona, con gli stessi dubbi e le insicurezze di sempre. Anche i tuoi genitori, che ti sembravano infallibili, hanno la consapevolezza a volte di sbagliare. Sarà semplice fare i genitori? Mai. Sarà il lavoro più duro di tutti e l’unica persona che potrà dare un giudizio finale sono i tuoi figli. Ti sentirai quasi sbagliata ad avere altri sogni al di fuori della famiglia. Se farai sempre del tuo meglio per i tuoi figli, togliti il dubbio, forse sei una brava madre, non perfetta, ma brava abbastanza. Un consiglio: celebra sempre i tuoi successi, non sminuirti mai di fronte a nessuno. 

Mi è piaciuta molto questa ammissione di fragilità e nel contempo di forza e di fierezza. E’ proprio così. Lo dico da uomo che è anche marito e papà. Io sono sposato con una donna che lavora. Quando i bambini sono piccoli hanno bisogno soprattutto della mamma. Io posso e devo esserci, devo impegnarmi a fondo per collaborare e dividere i compiti con lei, come è giusto che sia. Ma non sarà mai un impegno al cinquanta per cento La madre c’è dentro di più. C’è dentro tutta: in pensieri, corpo, emozioni, cuore. Tutto! Io ho sempre amato i miei figli ma non ho mai avuto la stessa visceralità di Luisa. Siamo differenti. Poi ci sono i momenti che sembra mollare, che sbrocca, a volte sembra un po’ matta ed è lì che è importante il mio sguardo. Basta poco. Basta un abbraccio, basta dirle quanto è bella. Basta starle vicino accogliendo la sua fragilità. Ha bisogno di essere sostenuta come ne ho bisogno io. Diciamocelo quanto siamo belli sopratutto quando facciamo fatica a vederla questa bellezza appesantiti da carichi che sembrano schiacciarci. Luisa per anni ha sofferto di questa sua incapacità a fare tutto bene. Ad essere moglie, madre ed insegnante al massimo delle sue potenzialità. A qualcosa si deve rinunciare e qualcosa si deve fare per come si può. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento, come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

Ho capito che la mia sposa è bellissima anche se non è perfetta. Lei è bellissima perchè si dona. Si dona a casa e si dona nel lavoro. E’ bellissima quando alla sera non riesce a stare in piedi perchè distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla, perchè è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono tanti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio.

Un’ultima cosa cari sposi: uno dei complimenti più belli che possiamo fare a nostra moglie è dirle quanto ci sentiamo fortunati e felici ad averla come moglie. Anche con tutti i suoi difetti perchè fanno parte di lei che per noi è una meraviglia. Non smettiamo mai di dirglielo. Ce ne ha bisogno.

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La castità o vale per tutti o non vale per nessuno

Le ultime affermazioni del Papa hanno destato scalpore. Ne approfitto per provocare una riflessione secondo me importante per il futuro cammino della nostra Chiesa. Il Papa ha affermato, durante una recente intervista rilasciata all’Associated Press, che l’omosessualità non è un crimine ma va intesa come peccato. E fino qui mi chiedo dove sia la novità. Specificherei solo che l’omosessualità non è neanche peccato finché non viene esercitata con atti concreti. Eppure il Papa ha dovuto produrre un chiarimento. La necessità di dover chiarire è già assurda. Ma leggiamo il chiarimento di papa Francesco: È un peccato, come qualsiasi atto sessuale al di fuori del matrimonio. Aggiungendo poi che, come altro peccato oggettivo, ogni atto va letto alla luce della storia personale di ognuno di noi. Scrive infatti il Santo Padre: bisogna considerare anche le circostanze, che diminuiscono o annullano la colpa”, perché “sappiamo bene che la morale cattolica, oltre alla materia, valuta la libertà, l’intenzione; e questo, per ogni tipo di peccato. Sintetizzando il Papa ci ricorda la piena avvertenza e il deliberato consenso che debbono accompagnare un peccato affinché questo sia davvero grave.

Mi sembra non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Anzi qualcosa c’è. Il Papa ha messo in evidenza qualcosa di fondamentale. Qualcosa che la Chiesa ultimamente ha colpevolmente lasciato un po’ da parte: la morale sessuale. Non ha senso scandalizzarci per gli atti omosessuali se non riusciamo ad inserirli dentro un contesto più ampio. Il problema non è che due uomini o due donne si diano piacere erotico. Il problema è a monte. Dobbiamo avere il coraggio di inserire questi atti all’interno di tutte le relazioni affettive e sessuali. Siamo davvero convinti che due omosessuali che hanno una relazione stabile e manifestano questo loro affetto attraverso gesti corporei siano più in errore di una coppia etero che dopo una conoscenza superficiale e limitata finisce subito sotto le coperte? Io non ne sono così sicuro. Ed è per questo che le associazioni LGBT cattoliche rivendicano una certa discriminazione. E’ vero. Da questo punto di vista hanno ragione. Infatti il papa non condanna gli atti omosessuali ma perchè fuori dal matrimonio. Matrimonio che non ci può essere tra persone dello stesso sesso ma questo è ovvio.

La Chiesa non può smettere di parlare di castità limitandosi a chiederla solo agli omosessuali. Non funziona neanche puntare sulla paura dell’inferno e del peccato mortale. Il peccato lo si paga già su questa terra. Alla fine peccare non è altro che sbagliare bersaglio, non fare centro nella vita. Accontentarsi di una vita vissuta non fino in fondo. Non riuscire a liberare l’amore che desideriamo dare e ricevere da tutto l’egoismo che abbiamo. Liberarlo dalle ferite che ci condizionano. Alla fine è tutto qui. E’ qui che ci giochiamo una buona fetta della nostra realizzazione e della nostra santità. Qualsiasi sia la nostra condizione: etero o omosessuali, fidanzati o sposati, laici o consacrati. Vale davvero per tutti.

Diciamocelo: tanti pastori non sono più capaci di proporre la castità ad un mondo che non la comprende più. Non vedo una condanna seria contro l’adulterio, contro i rapporti prematrimoniali, contro la masturbazione, contro la contraccezione. Sia chiaro: non contro chi li commette. Condannare certi gesti può piuttosto aiutare ad uscirne chi li commette. Per tanti sacerdoti il sesto comandamento è di fatto cancellato. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Nei corsi prematrimoniali è quasi un tabù parlare di castità prematrimoniale ad una platea composta per la maggior parte da coppie conviventi e molte con figli. Un sacerdote a cui voglio bene ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: i fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso al contrario che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento non a caso è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi ha dedicato all’adultero parte della vita? Non uccide forse la persona che l’adultero aveva invece promesso di curare, di rispettare e alla quale avrebbe dovuto donarsi tutti i giorni della vita? Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo. Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato senza donarsi totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro come oggetto, che ci sia la consapevolezza o meno. Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro

Quindi, tornando alle considerazioni di papa Francesco, non resta che una constatazione. Se i nostri pastori abbassano le richieste su rapporti prematrimoniali, adulterio e masturbazione lanciano un messaggio chiaro: la sessualità quando è vissuta in un contesto di sentimento, affetto e consensualità va sempre bene. Ora, spiegatemi come si fa a dire di no a una coppia omosessuale che si desidera e crede di amarsi? Non si può, si deve cedere anche con loro. Ed è quello che sta accadendo, purtroppo. La Chiesa è davanti ad un bivio: tornare alla proposta della castità per tutti o cancellare di fatto il sesto comandamento. Sembra che la strada scelta sia la seconda. La conseguenza di questa eventuale scelta? Più sofferenza e meno capacità di amare nella verità e nella pienezza l’altro. Sono d’accordo nel dire che tanti giovani non vogliono accettare la proposta cristiana sulla sessualità umana. Quello che non mi piace è che tanti pastori hanno smesso di far conoscere questa proposta, non danno spazio a coppie di sposi che ne possano parlare e testimoniare la bellezza. Non è possibile che Luisa ed io andiamo a testimoniare la nostra scelta dei metodi naturali (in una delle poche parrocchie che ne parla) e tanti cristiani non sanno neanche cosa siano. Come fanno a sceglierli? Dobbiamo darci tutti una sana svegliata!

Antonio e Luisa

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Apertura alla vita: dono totale!

Oggi vi proponiamo il testo della testimonianza che abbiamo proposto ieri sera ad un corso fidanzati di una parrocchia della nostra diocesi.

Purtroppo, conosciamo le numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo, in cui è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita» (Papa Francesco)

Cosa significa essere aperti alla vita? La Chiesa se lo sta chiedendo da tanto tempo e sono in corso anche adesso tanti confronti e discussioni tra i teologi. L’enciclica Humanae vitae ci ha dato delle coordinate importanti che sono tutt’ora valide. Ecco non siamo qui per fare i teologi o per rubare il mestiere al vostro don. No vi diciamo semplicemente la nostra esperienza, un percorso che ci ha permesso di arrivare a 20 anni di matrimonio ad avere 4 figli e a desiderarci più che all’inizio. Non abbiamo molto tempo e saltiamo tutta la nostra storia fino al matrimonio. Ci siamo sposati nel 2002 vi diciamo solo che abbiamo avuto la grazia, noi la reputiamo tale, di arrivare all’inizio del nostro percorso matrimoniale casti (seppur con alcune cadute) e con la consapevolezza che l’incontro intimo non è solo un gesto fisico che permette di stare bene e di provare un certo piacere ma è soprattutto un gesto sacro con il quale riattualizziamo il nostro matrimonio. Abbiamo compreso poi nel tempo come l’amplesso sia un’opportunità grande attraverso cui possiamo davvero fare un’esperienza di Dio, con le debite proporzioni possiamo fare un’esperienza di comunione talmente forte che è immagine di quella della Trinità. Noi parliamo nei nostri libri di vera liturgia, è la nostra Messa. Il rapporto fisico non è disprezzato dalla chiesa ma al contrario ci chiede di viverlo al meglio per non banalizzarlo e non sprecare questa occasione bellissima di incontrare Dio. Farlo quindi bene e in pienezza. Ci sono tante cose che potremmo dire su come abbiamo lavorato su questo aspetto. So però che avete già avuto modo di ascoltare Emanuele e Luisa in un precedente incontro e quindi ci soffermeremo solo su due punti.

Il primo sono i metodi naturali.

Il primo punto è aprirsi alla vita attraverso la maternità e paternità responsabile, con i metodi naturali. Non siamo insegnanti di questi metodi per cui non entreremo nei dettagli. Vi consigliamo solo di avere una sana curiosità. Di informarvi davvero da chi li insegna, perché, se imparati seriamente, funzionano. Perché, nella nostra esperienza, l’anticoncezionale non ci ha permesso un’apertura alla vita autentica e completa, mentre i metodi naturali sì. Ci siamo chiesti perché la Chiesa ammetta questi metodi mentre gli anticoncezionali no (almeno in linea generale). Alla fine servono alla stessa cosa. Quindi farsi la domanda è lecito. Anzi doveroso. Non siamo più nel tempo in cui si accetta e si obbedisce a una regola solo perché lo dice la Chiesa.  Oggi fortunatamente o malauguratamente, decidete voi, dobbiamo capirne i motivi.  Io e Luisa ci siamo fatti queste domande e abbiamo cercato una risposta. L’abbiamo cercata nei libri, nelle guide spirituali, nel catechismo. Non abbiamo mai trovato una risposta soddisfacente. Abbiamo trovato la risposta facendone esperienza. Quale è questa differenza che nella nostra vita ha fatto tutta la differenza del mondo? La totalità!!!!! Io voglio fare l’amore con Luisa quando so di poterla accogliere completamente in me e lei può accogliermi completamente in lei, con anima corpo cuore. Tutto!!! Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa accogliere il marito o la moglie nella sua totalità. Sapete che si dice consumare il matrimonio. Vi siete mai chiesti perché si usa questo modo di dire. Consumare sembra brutto. In realtà viene dal latino e significa portare a compimento. Diverso dall’altro significato di consumare che è logorare. Portare a compimento il dono totale di noi stessi attraverso il corpo. Questo è possibile attraverso ai metodi naturali La fertilità viene spesso vista come un problema, sia quando non funziona sia quando funziona. In realtà è un dono prezioso, un talento. Escludere questo dono prezioso dal rapporto sessuale, usando metodi contraccettivi, significa che marito e moglie si donano e si accolgono, ma non completamente, non integralmente. E questo si sente! Noi lo sappiamo per esperienza diretta. Quindi è giusto fare 200 figli, figliare come conigli usando un termine di papa Francesco? No, significa che sono pronto ad aspettare per avere tutta Luisa. Lei è sentita amata e si è abbandonata nell’amore a me quando ha compreso che io ero pronto ad aspettare pur di averla tutta. Abbiamo attraversato anche il nostro deserto. Quando è nato il nostro quarto figlio, il primo aveva cinque anni e mezzo e frequentava l’ultimo anno dell’asilo. Non era il momento di avere un quinto figlio, io non sono mai stata tanto brava leggere i segni della fertilità e Antonio soffriva un po’ per la mia eccessiva prudenza.

Diciamo pure che i metodi naturali mi sono sempre costati tanto. Anche prima. Però poi dopo Francesco il nostro quarto la situazione è peggiorata molto. Luisa non è mai stata molto sicura nel capire i messaggi che il suo corpo le inviava. Sapeva usare i metodi, ma non era sicura. Aveva paura. Come lo è in tante altre cose della vita. Talmente insicura che prima del picco, dell’ovulazione era quasi impossibile avere rapporti. Questa situazione mi ha fatto innervosire e ho iniziato ad accusarla e ad essere anche un po’ rancoroso verso di lei. Lei ne soffriva. In realtà avrei dovuto supportarla e invece la accusavo come fosse un problema suo e non nostro. Non l’avevo mai amata davvero. Sembra brutto da dirsi ma era così. L’amavo perché da lei avevo qualcosa. Lei riempiva i miei bisogni affettivi e sessuali. Il mio non era un amore gratuito e incondizionato ma altroché se era condizionato. Condizionato a ciò che potevo avere da lei. Amare così non è amore. Non è quello che promettiamo davanti a Dio almeno. Noi non promettiamo di amare fino a quando l’altro fa qualcosa e ci fa stare bene. No. Nessuna condizione. Pensateci bene. Lei non avrebbe mai voluto usare il preservativo ma ha accettato per me. Mi vedeva troppo arrabbiato. E io ci ho dovuto sbattere il muso. Ho sperimentato come davvero fosse arido il rapporto, come io non la rendessi felice. Sono cose che si percepiscono. Qui ci sarebbe da aprire tutto un capitolo sul dialogo ma non c’è tempo. Parlate di tutto, se qualcosa vi da fastidio tiratelo fuori sempre. Tenersi dentro un disagio, che poi diventa rancore, fa solo male. Possiamo forse fare finta ma sappiamo bene quando il rapporto è stato una vera unione (essere uno) e comunione, un incontro di anima e corpo. Li non c’era tutto questo, Il piacere c’era ma mancava molto del resto. Così anche io ho capito. Ho capito come lei si sentisse usata de non amata. Tutto il nostro percorso ci ha portato pian piano, un passo dopo l’altro verso una scelta sempre più consapevole e aderente alla verità dell’amore.

Abbiamo capito che il metodo naturale è completamente diverso da un anticoncezionale. Ho capito e abbracciato questa scelta perché mi ha fatto bene e non per una imposizione della Chiesa. Imparare un metodo naturale significa innanzitutto crescita personale per la donna che, conoscendo il proprio corpo, è in grado di governarlo. Dio ci ha reso amministratori del creato. Anche del nostro corpo. Ci chiede di governarlo rispettando la sua natura. Per farlo si deve, però, conoscere. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Non dimentichiamo che il metodo naturale è spesso utilizzato non solo per evitare una gravidanza ma anche per ricercarla. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, sono riuscita ad abbandonarmi nella piena fiducia ad Antonio, senza sentirmi usata per questo ma amata. Ed io, Antonio, ho sperimentare un’unione che in nessun altro modo avrei potuto provare. Il metodo naturale aiuta gli sposi (l’uomo in particolare) a mettere il bene dell’altro/a prima del proprio. Mi ha educato al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sé e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere un rapporto quando lo si desidera, piuttosto che avere la forza e l’amore di posticiparlo perché in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fecondità. Una situazione che sembra frustrante a volte. È vero. Per imparare ad amare e per smettere di usare l’altra persona. Ma il gioco vale la candela. Se io mi sono convertito ai metodi naturali non è per paura dell’inferno. L’ho fatto solo perché ho sperimentato come sia molto più bello un dono totale. Gli anticoncezionali dividono mentre i metodi naturali uniscono. La qualità differente di un amore così si percepisce con il tempo. Oggi, dopo diversi anni di matrimonio, l’amplesso tra me e la mia sposa è vero dono e vera accoglienza. Questo non sarebbe mai stato possibile, ne sono sicuro, se avessimo scelto un’altra modalità di vivere questo momento. E qui entriamo nel secondo punto. Difficile accettare i metodi naturali all’inizio, ma poi anche questi momenti di astinenza diventano occasioni per amare in modo gratuito.

IL secondo punto è la corte continua.

Molti di voi già convivono e credo abbiano anche rapporti visto che alcune coppie hanno figli. Quindi potete capire. Lasciamo perdere il momento del fidanzamento in cui c’è tanto tempo, siamo più giovani e abbiamo sempre voglia di fare l’amore (ricor. Nel matrimonio ma anche nella convivenza tutto questo non è più così facile. Non a caso si dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Non è solo colpa del pigiamone di flanella di Luisa. Lei ne ha uno da coniglio che è un anticoncezionale già quello. No, il matrimonio è responsabilità ed impegno. Tante cose a cui pensare: lavoro, casa, figli, conti da far quadrare, preoccupazioni,tasse ecc ecc.  Non abbiamo più la mente così libera e il cervello è il vero organo sessuale che tutti abbiamo. In realtà non partiamo proprio alla pari. Gli uomini hanno la biologia a favore. Noi pensiamo sempre al desiderio in riferimento alla pulsione sessuale. Qualcosa che è legato solo al nostro corpo. Il desiderio sessuale è in realtà generato da tre diverse dimensioni. C’è sicuramente l’aspetto biologico. Il desiderio è molto innescato dagli ormoni. In particolare dal testosterone. Per questo il desiderio prettamente fisico è nettamente maggiore negli uomini. I maschi hanno dieci volte il testosterone delle donne. Questo, care donne, non significa che voi vi dovete sentire meno capaci di amare e di desiderare un rapporto con vostro marito. Siamo differenti. La seconda è culturale ma non mi fermerei su questa. È la terza quella importante, quella che per noi ha fatto la differenza. La relazione di coppia.  È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. E’ li che si gioca la partita della vostra intimità. I preliminari non si limitano ai minuti precedenti il rapporto ma durano sempre. E’ li che vi giocate la partita tra la gioia o il deserto sessuale.  Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata.

La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo, quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non per giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la moglie. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Non è tenerezza ma tenerume. Qualcosa che sa di finto. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.  La corte continua è anche il nostro impegno nel renderci amabili. Cosa significa. Cercare di rendere all’altro facile amarci. Se determinati atteggiamenti le danno fastidio non li devo fare. Se riprenderlo sempre sugli stessi errori lo mortifica non devo farlo. Ciò non significa farci manipolare dall’altro ma scegliere di cambiare delle parti di noi per amore. Non esiste dire io sono fatto così. Serve pazienza e misericordia per i difetti dell’altro ma impegno e costanza per mitigare i nostri. Ora una precisazione fondamentale. I nostri gesti d’amore non debbono per forza essere spontanei. Possono anche costare fatica e magari ci dobbiamo impegnare per ricordarci di fare un complimento o un abbraccio. Ad esempio, a me personalmente dei complimenti non interessa nulla. Per Luisa sono importanti. Io non le dimostrerei mai il mio amore con i complimenti, non mi viene spontaneo. Però quando lei cucina il risotto mi impongo di dirle che è buono. Non perché sia cattivo ma perché istintivamente non ritengo sia importante dirlo. Sono falso? No! Mi sto impegnando, è diverso. Fa parte dei nostri doveri di sposi.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. È un paradosso perché noi non facciamo tutto quello che ci pare nella nostra vita. Se una persona ci sta antipatica non andiamo a dirglielo o se ci viene voglia di dare un pugno non lo facciamo. Almeno in una convivenza civile dovrebbe essere così. Grazie a Dio non facciamo tutto quello che vogliamo. Siamo capaci di mettere in atto una serie di filtri e di controlli alle nostre azioni e ai nostri comportamenti. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Mettiamo in atto delle azioni perché sappiamo che sono giuste e sono coerenti con la vita che abbiamo scelto. Ci capita di parlare con coppie in crisi e quando si arriva a questo punto magari ti rispondono: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Crediamo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La comparazione che a nostro avviso è più calzante si può fare con il lavoro. Noi non abbiamo sempre voglia di andare al lavoro, non lavoriamo sempre spontaneamente. Anche nel lavoro serve a volte sforzo e impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non abbiamo voglia di alzarci. Ci alziamo comunque e facciamo un sorriso ai nostri utenti, colleghi o clienti. Ciò non significa che siamo falsi, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la nostra qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non sappiamo perché per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa ci arrabbiamo anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non ce la sentiamo, se facciamo una cosa buona, facendola non perché ci sentiamo degli sfigati ma perché abbiamo scelto un cammino e cerchiamo di essere coerenti, questo ci farà sicuramente bene.

Antonio e Luisa

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Vado a convivere? Significa che non mi fido fino in fondo di Dio

Mi capita spesso di incontrare coppie cristiane che convivono e che poi, forse, dopo anni, decidono anche di sposarsi in chiesa: il problema è che, se non si capisce davvero cosa è il Sacramento del Matrimonio, le cose non cambieranno.

“In fondo, cosa cambia? Meglio provare prima cosa vuol dire vivere sotto lo stesso tetto e vedere come va, se andiamo d’accordo oppure no, poi decideremo…..il lavoro non è sicuro, ci sono tanti problemi, tante incertezze, perché rischiare di commettere errori? Perché impegnarsi in una qualcosa così vincolante, voglio essere libero di poter andarmene quando voglio”.

Il discorso non fa una piega (umanamente) e a dire il vero anch’io un po’ la pensavo così, anche se non sono mai andato a convivere. Ovviamente la scelta di sposarsi deve essere maturata, meditata, pregata nel tempo e spero che i corsi per fidanzati preparino le coppie sempre meglio: la vera libertà è solo quando si fa una scelta definitiva, se rimani davanti a un bivio, vivrai sempre nell’incertezza e non nella pienezza.

Inoltre, lasciando perdere l’aspetto sessuale (e quindi la bellezza di unirsi fisicamente solo il giorno del matrimonio, dopo un fidanzamento casto e vero), credo che la motivazione di fondo dei pensieri riportati sopra, sia la mancanza di fede. Non mi fido di Dio, non credo che qualsiasi cosa succeda, Lui mi aiuterà, mi fido solo delle mie forze e di quello che riesco a fare. Eppure ogni giorno abbiamo fede, ci fidiamo di molte cose: mi fido che la mattina mi sveglierò in salute, mi fido di ritrovare l’auto dove l’ho parcheggiata, mi fido di ricevere lo stipendio questo mese, mi fido dei miei amici, mi fido del mio conto in banca.

Infine c’è una cosa che ho compreso vivendola: non serve a niente fare una “prova” di affinità andando a convivere, perché siamo persone, non oggetti che non cambiano e immutabili nel tempo. Io non sono la persona di ieri e domani non sarò la persona di oggi: ogni giorno facciamo esperienze, incontriamo persone, modifichiamo le nostre idee e convinzioni (anche il nostro corpo muta); non solo, avvenimenti importanti come la nascita di un figlio (o il cambio di un lavoro), alterano completamente gli equilibri e le dinamiche create. Andare a convivere non ha senso, ti dà solo un’istantanea del momento e non ti prepara invece alla sfida di una vita insieme, che si può superare solo crescendo nell’amore reciproco e contemporaneamente verso Dio: più gli sposi si avvicinano a Dio e più si avvicinano tra di sè. E’ necessario un cambio di prospettiva radicale dall’ ”Io” a “Dio”, mettendo da parte anche egoismi e paure: se do la precedenza a Lui, tutte le altre cose acquistano il giusto posto, come un numero formato da tanti “zero” acquista valore solo ci metto il numero “uno” davanti.

In fondo la mia vita non sta nelle mie mani, per quanto mi sforzi non posso controllare gli eventi, non prevedo il futuro e questo lo dico non con rassegnazione o senso d’impotenza, ma con abbandono, fiducia e speranza, come un bambino che si sente al sicuro tra le braccia dei suoi genitori e quando ha paura li stringe ancora più forte. Allora non spaventeranno più le difficoltà, le prove, i periodi bui e anche le separazioni, perché con Dio, comunque vada, sarà un successo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

I fuorischema di Dio (Seconda parte)

Riprendiamo con la seconda parte della testimonianza di Paola. Per leggere la prima parte cliccate qui.

Deserto fatto da una vita da single, nonostante mi sia data da fare in ‘situazione pozzo cristiani‘ come ama dire padre Giovanni Marini. Padre Giovanni definisce in questo modo chi fa una vita buona. Io infatti in quel periodo frequentavo Nuovi Orizzonti e partecipavo agli incontri del Cantico dei Cantici (percorso per single cattolici). Nonostante questo non riuscivo a trovare nessuno. Solo qualche amica e qualche amico di fede, ma nient’altro. Gli amici fortunatamente non sono mai mancati. Sono sempre stata comunque feconda nell’evangelizzazione di strada e nel contribuire a formare due famiglie di amici. 

In quei sette anni ho anche  litigato e pianto con Dio, perché non capivo il senso di tutto quel deserto, quella desolazione e quel vuoto che sentivo. Non L’ho mai però mollato né mai L’ho tradito. Non mi sono svenduta,  anzi  mi sono aggrappata ancora di più alla Sua Parola ogni giorno. Ho letto tutta la Bibbia in un anno, attraverso lo schema suggerito da mons. Pizzaballa. Molte frasi bibliche mi hanno sostenuta e aiutata in quel tempo difficile. Frasi come: Tutto posso in Colui che mi da forza (Fil 4,13); Quando sono debole e’ allora che sono forte (2 Cor 12,10); Non io ma la Grazia di Dio che e’ in me (1 Cor 15,10); Nulla e’ impossibile a Dio (Luca 1,37).

Quei sette anni sono stati fecondi, come lo sono stati i fidanzamenti precedenti. Tutto mi ha preparato. Ogni volta che finiva una relazione cercavo di metabolizzare i motivi, prendendo spunto dai famosi nuclei di morti imparati da padre Giovanni Marini. Quando finisce una relazione, che sia di amicizia o di amore, non è mai colpa di una sola persona ma sempre di entrambi. Per questo bisogna accettare ed elaborare il lutto, l’abbandono, la fine. Bisogna starci e passarci in mezzo. Imparare dagli errori che diventano lezioni di vita, vedere cosa non è andato e cosa sì, cosa è mancato e poi lasciare andare e non voltarsi indietro, altrimenti non si va piu avanti con la vita, con il presente e futuro. Ho avuto anche sette anni senza relazioni affettive. I sette anni da single sono stati lunghi e duri, grazie al Cielo avevo amiche di fede nella mia stessa condizione e quindi ci facevamo forza/unione/condivisione/preghiera, facevamo anche le vacanze e le gite insieme. 

Finché, dopo sette anni, ho incontrato finalmente una persona cristiana. Sembrava perfetta e invece, dopo meno di un anno, si è rivelata essere un abbaglio pazzesco. E’ stato l’anno più brutto della mia vita; tante belle parole ma niente di concreto!  Progettavamo anche di sposarci, ma grazie a Dio ci siamo fermati prima; che inferno, che incubo sarebbe stato! C’erano tutti i segnali che non andava, ma avendo già messo la data delle nozze e avendola già comunicata a tutti, pensavo e speravo che le cose sarebbero migliorate nel tempo. Invece niente da fare.  Non ho mai perso tempo in relazione senza futuro. Ho avuto solo relazioni a scopo di matrimonio. Non mi interessava stare insieme tanto per starci. Ho cercato di vivere sempre un fidanzamento casto quindi senza sesso ma con baci, abbracci, coccole e tenerezza. Ho elaborato anche questo terzo fallimento e dopo essermi ripresa bene, mi son detta: Ok Gesù sto da sola a vita oppure fammi incontrare la persona giusta, ma non tra dieci anni. Comunque, o tutto o niente, non voglio mezze misure nè briciole! Altrimenti sto da sola con questa spina nel cuore. Con il desiderio di una famiglia cristiana. Perchè dopo tre fidanzamenti avevo avuto la conferma che la mia strada era il matrimonio cristiano, mi sentivo a casa lì, il mio posto era quello, a Dio piacendo.

Inoltre avevo chiesto a Dio di farmi incontrare una persona che poteva capire, se non tutto almeno parte, la mia ultima relazione finita a pochi passi dal matrimonio. E così ho ricominciato a muovermi per fare nuove amicizie in serenità e pace. Così, nel giro di qualche mese, ho conosciuto quello che è’ mio marito, anche se allora non ci pensavo minimamente. Invece nel giro di breve ci siamo conosciuti bene, raccontandoci, donandoci e accogliendo i nostri rispettivi passati. Anche lui ha avuto qualche relazione come me. Ci siamo piaciuti e ci siamo fidanzati. Nel 2019 abbiamo fatto il weekend di Incontro Matrimoniale per fidanzati e il corso Agape ad Assisi sempre per fidanzati. Abbiamo conosciuto le nostre rispettive famiglie e i rispettivi amici e fatto un po’ di vacanze insieme. Quando ci è successo di litigare, abbiamo imparato subito a chiarirci e fare pace, senza mai andare a letto arrabbiati, abbiamo imparato ad affrontare subito i problemi e a non rimandarli, abbiamo pregato sin da subito  insieme, abbiamo affrontato da subito i temi importanti della vita di coppia e di una possibile futura famiglia. Temi come avere un padre spirituale di coppia, fare corsi per famiglie,  farsi aiutare se si è  in difficoltà, accogliere figli naturali anche se disabili, e anche come vivere l’impossibilità di avere figli nel caso non arrivassero vista la mia età, etc.

E nel 2020 abbiamo deciso di sposarci, anche se c’era il covid. Anzi, quel momento difficile ci ha uniti ancora di più e ci ha spinto ancora di più a sposarci, perché nulla va anteposto all’amore, come dice padre Giovanni Marini. E così è stato! Ed è stato bellissimoooo! Dio è stato fedele alla Sua promessa, alla Sua Parola per me di Isaia 62: nessuno ti chiamerà più abbandonata, né la tua terra sarà più detta devastata, ma tu sarai chiamata mio compiacimento, e la tua terra sposata, perché di te si compiacerà il Signore e la tua terra avrà uno sposo!

Ma che giri per arrivarci. Come ha detto don Fabio Rosini in una sua catechesi: dal Mar di Galilea al Mar Morto il tratto di terra è corto, ma il fiume Giordano è lunghissimo perché fa molte curve ma ci arriva! Ed è come la vita di ciascuno di noi quando qualcosa non va; Dio ricalcola il percorso e arriva a destinazione comunque dove Lui vuole! E ciò dà serenità fiducia e pace. Anche perché Gesù dice di investire i talenti che ci dà, e sa che uno ne frutta 100, uno 80, uno 50. Perché ognuno è unico, con la propria storia, per come è, con il proprio passato, con le sue ferite, ma con Lui comunque non ci si annoia mai e la vita è piena, ricca e bella! L’importante è collaborare con Lui, mai fermarsi, mai aspettare la perfezione prima di fare qualcosa; perchè la perfezione è solo Lui. Grazie Abbà’ Padre, Grazie Signore Grazie, Gloria, Alleluja!!!

Paola

I fuorischema di Dio (Prima parte)

Ciao a tutti, siamo Paola e G., sposati da 2 anni e mezzo dopo 2 anni di fidanzamento cristiano; il tutto sui 40 anni. Perche’ questo titolo? Perche’ Dio ha cambiato le nostre vite! Ma la Sua Parola ci da forza e gioia in quanto dice e fa: tutto concorre al bene per coloro che amano Dio! (Rm 8,28). I Miei pensieri non sono i vs pensieri, le Mie vie non sono le vostre. (Isaia 55,8-9). E così è!

Io pensavo di uscire di casa per sposarmi e invece sono uscita single, pensavo di cambiare città per amore e invece l’ho cambiata per lavoro, più tardi ho pensato che ormai sarei rimasta sola e invece mi sono sposata. Infine speravo di avere figli e invece??? Cerco di spiegarmi meglio. Pensavo di sposarmi nel 2000 e invece nel 2000 ho fatto la Gmg a Roma, pensavo di avere figli qualche anno dopo e invece nel 2002 ho incontrato Cristo, che mi ha Salvato e cambiato la vita radicalmente. Grazie a Dio! Quindi ho vissuto sia i desideri dei ventenni, con le relative spinte emotive molto forti, sia le attese, le delusioni, le aspettative, le paure, dei giovani-adulti. Non è stato semplice trovarmi ad essere ancora single fin verso i quarantanni. Non è facile cercare la persona giusta con la quale sposarsi sacramentalmente e cercare con essa una famiglia cristiana, soprattutto quando si è ormai adulti e strutturati.

Prima della mia Conversione, il 15 agosto 2002 ad Assisi, mi sono diplomata e lavoravo e vivevo in casa con i miei genitori, andavo a messa la domenica per tradizione e al venerdi sera o al sabato sera andavo in discoteca con le mie amiche, tutto molto tranquillo lineare. Dopo la conversione, apriti Cielo! Basta discoteca, non mi interessava più! Ho invece iniziato il mio cammino di fede, che fino ad allora non sapevo cosa fosse. Avevo finito il percorso del catechismo con la cresima e poi non avevo fatto altro, niente campi estivi, niente acr, niente scout, anche perché vivevo in un piccolo paese di collina. In sei giorni di corso vocazionale ad Assisi, con padre Giovanni Marini, e’ cambiata la mia vita! Dopo il corso mi sono chiesta come fosse possibile e ho intuito che  avevo incontrato Qualcuno, ciò che vivevo e provavo non era possibile solo umanamente! Finalmente, per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita amata, così com’ero senza dover fare niente e dimostrare nulla! E davanti a questo Amore, mi sono messa in cammino dietro a Lui. Mai mi sarei aspettata di diventare quella che sono e di essere dove sono ora! Oltre a farmi sentirmi amata, Dio ha risvegliato in me i sogni e desideri di famiglia che avevo sin da piccola, ma che la realtà della mia famiglia e la realtà del mondo mi avevano spento o ridimensionato molto. Vedevo separazioni, divorzi, fidanzamenti usa e getta, e invece lì, per la prima volta in vita mia, ho sentito parlare della bellezza dell’amore umano come Dio comanda. Mi sono detta: Wow! Voglio anche io questo. Così mi sono messa in cammino verso questa meta!

Prima della conversione il mio esempio sono sempre stati i miei genitori ed io mi sentivo perfetta. Sono andata ad Assisi solo perché era un periodo in cui mi sentivo sola. La mia migliore amica si era trovata il moroso ed io sentivo il bisogno di una carica spirituale. Mai avrei pensato che lì c’era l’appuntamento con la mia storia! Infatti, tramite il corso vocazionale, Dio mi ha aperto tutti i cinque sensi, sono rinata dall’alto, è stata la mia Pasqua, è stato il passaggio del mio Mar Rosso. Gli anni dopo la conversione sono i più belli della mia vita. A conferma della Sua Parola: chi confida in Dio non resta deluso (Sir 32,24), perché tutto in Lui e con Lui e per Lui ha senso, anche le croci!

Ho iniziato quindi il cammino, sentendomi chiamata come Abramo: vattene dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre verso il paese che Io ti indicherò (Gen 1,1). E così a gennaio 2003 ho iniziato il mio cammino di fede con un frate francescano di Assisi, che è nel tempo diventato il mio padre spirituale. Subito mi ha fatto fare un percorso per recuperare la mia autostima e uno di riconciliazione con mio padre naturale. Ha capito che i miei problemi erano lì. Problemi con me stessa, con mio papà e con gli uomini. E’ bastato che scrivessi una lettera a mio papà e che, soprattutto, uscissi da sola con lui aprendo il cuore in un confronto autentico. Sono bastati quei due gesti e, con l’aiuto di Dio, in mezza giornata è crollato il muro tra noi fatto di 24 anni di incomprensioni, musi e silenzi. Dopodichè non ho più avuto paura di mio padre-‘padrone’. Avevo un nuovo Padre, Dio, al quale obbedire e da seguire, con l’aiuto delle indicazioni del mio padre spirituale e della Parola di Dio. Avevo quindi realizzato la famosa, vitale e salvifica desatelizzazione dai genitori d’origine, per realizzare il progetto che Dio aveva nella mia vita. Potevo finalmente dedicarmi alla mia vocazione. Vocazione che io, attraverso il discernimento fatto con il mio padre spirituale e la Parola di Dio, avevo capito essere il matrimonio cristiano.

La mia vita si è finalmente sbloccata e ha preso il volo, il largo e in pochi anni sono arrivate le vere, belle e buone amicizie, fatte di fede, di presenza e di reciprocità. Sono arrivati due fidanzamenti cristiani,  che mi hanno fatto crescere nell’amore, nel rispetto reciproco, nel dialogo, nella preghiera, nella condivisione. C’è stato tempo anche per il percorso dei 10 comandamenti, c’è stata l’evangelizzazione di strada. Ho lasciato la casa dei miei, ho cambiato città per lavoro, tutto sempre con la guida del mio padre spirituale, che mi dava letture, libri, testimonianze, compiti da fare e mi faceva meditare la Parola di Dio. Parola che guidava i miei passi; perche la Bibbia e’ la nostra bussola per la vita, ci legge e ci guida. Poi ci sono stati 7 anni di deserto…. (prosegue con la seconda parte)

Paola

Quando si sbaglia la scelta, cosa fare del matrimonio?

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che ho ricevuto ultimamente. Non è la prima volta che ricevo quesiti di questo genere. Cercherò quindi di prendere spunto e di dare alcuni miei personali consigli. Quando si sbaglia la scelta, cosa fare del matrimonio? Cercherò di esaminare il quesito per punti in modo che ciò che a mio avviso è davvero importante sia facilmente individuabile.

IL FIDANZAMENTO. E’ ormai tardi per chi è già sposato ma per chi non lo è credo che sia un punto fondamentale. Il fidanzamento non è un matrimonio più leggero e senza impegno. Il fidanzamento è tutta un’altra cosa. Ricordo Chiara Corbella, che tutti conoscete come una giovane donna santa che ha dovuto affrontare la morte di due figli e una gravissima malattia che l’ha condotta poi alla morte, ha parlato del fidanzamento con Enrico come del periodo più difficile da lei affrontato, più duro anche della malattia. Capite? Il fidanzamento è un periodo di conoscenza e per questo non definitivo. Interrompere la relazione spesso è la scelta migliore che possiamo fare. Per fare però una scelta consapevole e un discernimento profondo servono due cose. Serve lasciare fuori il sesso dalla relazione e serve mettersi in gioco fino in fondo. Aprirsi nel dialogo per confrontarsi su aspettative, fede, valori, apertura alla vita, scelte lavorative. Tutto. Nulla deve restare fuori. Solo il sesso. E non lo dico da bacchettone moralista ma lo dico da marito e da uomo che ha ascoltato tanta sofferenza in coniugi che hanno sottovalutato questo aspetto. Fare l’amore è totalizzante e spesso mette in secondo piano gli atteggiamenti che possono rovinare il matrimonio. I divorzi sono pieni di sposi che credevano che l’altro potesse migliorare nel matrimonio o si illudevano di poterlo cambiare. Il matrimonio, proprio per la sua indissolubilità, accentua i difetti dell’altro e se non li abbiamo valutati bene poi sono cavoli nostri.

LA NULLITA’. Secondo punto fondamentale. Esiste la nullità matrimoniale. E’ bene però spiegare di cosa si tratta. La nullità non annulla il matrimonio. Non serve a resettare tutto se dopo un po’ di tempo mi rendo conto che il matrimonio non mi piace. Non è un divorzio benedetto da Dio. Se il matrimonio è validamente celebrato nessuno in terra o in cielo può rompere quell’unione. La nullità è un procedimento giudiziario che serve a verificare che al momento della promessa i due fossero consapevoli di ciò che stavano per promettere. Quindi serve a verificare che entrambi fossero consapevoli della scelta della fedeltà, dell’indissolubilità e dell’apertura alla vita. A verificare che non ci fossero delle situazioni gravi tenute nascoste all’altro coniuge come per esempio malattie. Insomma il procedimento di nullità viene svolto da un tribunale ecclesiastico per verificare che i due fossero consapevoli e liberi nella scelta al momento del consenso. Quindi cari sposi il mio consiglio è quello, in caso di separazioni e gravi crisi, di verificare la validità del vostro sacramento. Non ha senso fare i martiri per qualcosa che non esiste. Voglio però anche dire che se il matrimonio è invece valido non si può usare la nullità per azzerare un vincolo che invece c’è e resta nella buona e nella cattiva sorte.

PERCHE’ HO SCELTO QUELLA PERSONA? Anche questo è un punto fondamentale. Io scelgo la persona con cui iniziare una relazione e che magari sposo non solo per l’aspetto fisico. Sembra strano dirlo ma ognuno di noi cerca una persona che permetta di replicare nella relazione di coppia determinate dinamiche che ha già vissuto nella sua famiglia di origine, nella sua infanzia e adolescenza. Dinamiche che possono essere anche dolorose e non sane. Sono le nostre ferite che ci parlano e ci guidano verso un certo tipo di relazione. Quindi se le cose non funzionano non è solo colpa dell’altro ma ci metto tanto di mio per entrare in quella ferita che ancora mi fa tanto male. Ecco il matrimonio è l’occasione che Dio ci dà per guarire. Non perchè l’altro sia perfetto ma proprio perchè è il momento di affrontare la situazione in modo maturo e chiudere quella ferita. Su questo argomento sono fantastici i nostri amici Claudia e Roberto di Amati per Amare. Claudia in un suo articolo pubblicato anche su questo blog lo scrive benissimo: il Paradiso nel mio matrimonio si è realizzato quando il centro della mia vita è stata la mia relazione col Signore nelle cose e non più i difetti o le mancanze di Roberto. Il frutto di questa relazione e dell’incontro con Dio è un pieno d’amore esagerato per me stessa in cui io esisto, sono preziosa e sono l’amata. Questa dotazione d’amore è un olio inestinguibile che mi terrà sempre pronta in ogni cosa della mia storia con Roberto e con i miei figli, con l’unico fine di incontrare la Salvezza di Dio per me e le persone che mi circondano.

SONO SICURO CHE ABBIA SBAGLIATO A SPOSARMI? Sembra una domanda provocatoria ma spesso invece è davvero importante. Forse non ho sbagliato a sposarmi ma ho posto delle aspettative sbagliate sul matrimonio. Semplicemente questo. Ma lui non mi fa sentire amata! Lui pensa sempre ai fatti suoi! Non mi capisce! Lei è sempre fredda! Non ha voglia di fare l’amore! Io lavoro tutto il giorno e lei sa solo lamentarsi! Lui non è dolce, non mi dà quella tenerezza che vorrei e poi vuole fare l’amore! Lui non mi ascolta! Lei sa solo lamentarsi! Potrei andare avanti ancora molto. Io capisco benissimo tutte queste obiezioni. Sentirsi amati ed apprezzati è bellissimo e va ricercato. Ma tutto ciò non può mettere in discussione il matrimonio. Perchè altrimenti non abbiamo compreso cosa il matrimonio sia. Non è un semplice modo per riempire i nostri bisogni affettivi e sessuali. Don Fabio Rosini durante una catechesi disse: Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio. Un continuo confronto tra come è e come dovrebbe essere la nostra vita. Così si rovina tutto! La bellezza del matrimonio è data dalla radicalità della scelta. Tante persone avrebbero voglia di certezze, appunto di ordine, di poter controllare tutto. Il matrimonio non è così. Nel matrimonio ti viene chiesto di darti completamente e non hai certezze che tutto vada come tu vuoi. L’unica certezza sei tu e la tua volontà di darti completamente se lo vuoi naturalmente. Per alcuni questa è una fregatura. Perchè correre il rischio di sposarsi allora? Perchè il matrimonio non è un qualcosa che ci viene dato per soddisfarci, l’altro non può e non deve essere lo strumento con cui raggiungere la felicità. L’altro non è qualcuno che ci appartiene e che deve riempirci di ciò che noi desideriamo (cura, attenzioni, sesso, ascolto, ecc) ma è lo strumento che Dio ci ha messo accanto per costruire una relazione dove restituire l’amore che riceviamo nella nostra vita di fede, nel nostro sentirci figli amati! Che non significa che non è desiderabile e bello che l’altro si prenda cura di noi. Quando Luisa mi abbraccia, mi prepara quel piatto che mi piace o cerca l’intimità con me mi fa stare bene e mi riempie il cuore. Quello che voglio dire è che nulla è dovuto e scontato e la mia gioia la posso e devo cercare prima di tutto in Dio, il solo capace di un amore infinito, fedele e gratuito. Solo così non sarò dipendente dalle attenzioni di Luisa, saprò donarmi senza aspettare che sia lei a farlo per prima e accoglierò quanto lei saprà offrirmi come un dono e non pretenderò nulla da lei.

Antonio e Luisa

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Ho sposato il mio nemico!

Gesù ha detto chiaramente di amare i nostri nemici, perché amare chi ti ama viene spontaneo e non è nulla di straordinario (anche i pagani lo fanno). La parola nemico mi ha sempre ricordato le guerre del passato in cui si scontravano interi eserciti o città per il predominio su un territorio (quello che avviene anche oggi, purtroppo in molte parti del mondo). Comunque ho sempre pensato che difficilmente avrei incontrato nella mia vita nemici veri: certamente persone ostili, come può essere un vicino di casa, un collega di lavoro che tenta di farti fare brutta figura o in generale qualcuno che cerca di truffarti o prevaricarti. Invece la bellezza della vita è anche questa, può succedere di tutto e io certamente non mi aspettavo che la persona che più ho amato nella mia vita (ad esclusione dei genitori), ad un certo punto, sarebbe diventata mia nemica.

In effetti amore e odio sono vicini tra di loro, tanto che un grande odio può diventare un grande amore (mi viene in mente l’Innominato dei Promessi Sposi) e viceversa, come nel mio caso.  Questo è successo quando è arrivata la richiesta di separazione da parte di mia moglie e, visto che io non ero d’accordo, né a separarmi, né sulle condizioni (tempi con le figlie, soldi…), è cominciata una vera e propria guerra, alquanto squallida, sia tra di noi, che tra i rispettivi avvocati. L’aspetto che mi ha più ferito è stato quello riguardante la fiducia e la nostra intimità: io non tenevo nascosto niente a lei, sapeva tutto di me, cose che non avevo mai confidato a nessuno, perché se non ti apri/confidi completamente con il coniuge, con chi lo fai?  E’ stato davvero brutto leggere alcune cose mie private su una lettera di un avvocato, mi sono sentito tradito nel profondo e ho visto sgretolarsi quello che avevamo costruito insieme, noi che per tanti anni abbiamo unito i nostri corpi e condiviso momenti importantissimi. Per fortuna a un certo punto abbiamo trovato un accordo che andava bene a entrambi, non aveva senso continuare a combattere, a guadagnarci erano solo gli avvocati (e le figlie non vivevano certamente un clima sereno). Questo accadeva diversi anni fa, ora i nostri rapporti sono civili e rispettosi, anche se limitati alla gestione delle figlie. Comunque ho imparato sulla mia pelle cosa vuol dire cercare di amare un nemico (addirittura all’interno della famiglia), cosa davvero difficile, ma è stato un buon allenamento per mettere in pratica la mia esperienza con tutte le persone che incontrerò nel mio cammino: le azioni da seguire sono essenzialmente tre:

  1. Sopportare il peso: è normale desiderare che accada qualcosa, un miracolo che risolva la situazione come voglio io, ma difficilmente succede. Quello che posso fare è prendere atto della realtà, senza cercarne i perché (è solo una perdita di tempo e di energie) e portare la croce (Gesù non si è tirato indietro e ci ha mostrato come farlo). Solo quando smetto di arrabbiarmi con Dio e accetto la situazione, posso cominciare a sfruttarla per qualcosa di positivo per me e per gli altri, con la consapevolezza che tutto accade per il mio bene, anche se non lo capisco (non perché sono stupido, ma perché è il limite stesso della mia condizione di creatura).
  2. Esseri gentili, cortesi e disponibili anche se dall’altra parte avviene il contrario: il sorriso, la gentilezza, la disponibilità alle richieste e l’ascolto, sono azioni che richiedono impegno e non sono sempre attuabili, ma dimostrano la mia apertura e benevolenza verso l’altro e lo spiazzano. Quindi se mia moglie mi chiede qualcosa che posso fare (ad esempio accompagnare le figlie o gestirle perché ha un impegno), oppure se ha una necessità (ad esempio andare a comprarle le medicine se sta male), io ci sono e non le dico: “Arrangiati!”.
  3. Pregare per il nemico: la preghiera deve essere anche di richiesta, perché Dio intervenga e converta, ma soprattutto perché cambi il mio cuore, mi faccia accettare la situazione, m’ispiri le azioni giuste da fare, mi conforti, mi dia pace e serenità. Confesso che non avevo mai capito bene quel brano “Prendete su di voi il mio giogo, e imparate da me, perché sono dolce e umile di cuore; e troverete la pace per le anime vostre; perché il mio giogo è soave e il mio peso leggero”: infatti, come può un peso essere leggero? Certo, mi posso allenare, ma la verità è che il peso diminuisce, perché non sono solo a portarlo, c’è Gesù affianco a me (a noi, come coppia) e garantisco che Lui non permetterà che rimanga schiacciato, anzi mi dà conforto, sollievo e una pace vera che solo Lui può dare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Contemplando l’unità della famiglia

Dal 18 al 25 gennaio, nel nostro emisfero nord, si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Tale data è stata proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, assumendo quindi un significato simbolico. Invece nell’emisfero sud, in cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di preghiera in altre date, per esempio nel tempo di Pentecoste, periodo altrettanto simbolico per l’unità della Chiesa.
Dunque in questa settimana (ma non solo) ogni cristiano è chiamato ha pregare insieme per il raggiungimento della piena unità, che è il volere di Cristo stesso “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa (Ut unum sint); come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21). Come sposi cristiani, anche noi siamo chiamati ha pregare per l’unità della nostra Grande Famiglia che è la Chiesa, ma contemporaneamente ci sentiamo ancor più chiamati a pregare per l’Unità della Famiglia, definita appunto Piccola Chiesa Domestica. Per questo, partendo dal passo del profeta Isaia 1,17 “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” scelto dal Gruppo di lavoro locale nominato dal Consiglio delle chiese del Minnesota come testo di riferimento per la Settimana di quest’anno, condividiamo il percorso di preghiera che come sposi seguiremo durante gli otto giorni (tracciato sulla base dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco Amoris Laetitia) per contemplare l’unità insieme ad ogni famiglia.
INTRODUZIONE
Interiorizzando il versetto di Isaia, comprendiamo che Dio chiede rettitudine e giustizia da tutti, in ogni momento e in tutte le sfere della vita. Il mondo di oggi “ripropone”, anche all’interno delle famiglie, le sfide della divisione che Isaia fronteggiò nella sua predicazione. La giustizia, la rettitudine e l’unità hanno origine dal profondo amore di Dio per ognuno di noi e rispecchiano chi è Dio e come Dio si aspetta che ci comportiamo gli uni con gli altri, partendo innanzitutto dal nostro piccolo ambiente in cui viviamo quotidianamente. “IMPARATE A FARE IL BENE” in famiglia Siamo consapevoli che non è facile fare il bene: dobbiamo impararlo, sempre. Fortunatamente c’è il Signore che c’è lo insegna. Perciò dobbiamo farci bambini e imparare. Ciò significa che nel cammino della vita, della vita familiare, si impara tutti i giorni. Ci si deve impegnare tutti i giorni a fare qualcosa di buono per ogni membro della famiglia, per essere così migliori del giorno prima. Ma prima di tutto fare il bene richiede la decisione di impegnarsi in un esame di coscienza quotidiano che, non solo singolarmente, ma anche come coppia dovremmo intraprendere. Vi suggeriamo allora, al termine di ogni giorno di questa settimana, di riflettere su due quesiti:
1) Oggi, che cosa Dio mi ha insegnato? Quale virtù mi ha aiutato a coltivare mediante la presenza
e/o le parole del mio coniuge e dei miei figli?
2) Come famiglia in che modo “esportiamo” il bene “accumulato” all’esterno del nostro nido
familiare ed essere così portatori di unità?
“CERCARE LA GIUSTIZIA” in famiglia. La giustizia è un tesoro che va cercato, desiderato, è la meta del nostro agire. Isaia ci suggerisce che praticare la giustizia è un modo concreto di fare il bene. È saper cogliere la volontà di Dio, che è il nostro bene, anche nella vita familiare. Nessuno è giusto, ne il marito, ne la moglie, ne i figli ma, come leggiamo nei Proverbi (24,16) “Se il giusto cade sette volte, egli si rialza”, ogni famiglia può risollevarsi ogni qualvolta cade sotto il peso di una prova, di una tribolazione (anche la più piccola). Vi suggeriamo allora, all’inizio di ogni giorno di questa settimana, di recitare insieme l’ Antifona al Benedictus che alcune volte si prega nelle Lodi: “In santità e giustizia tutti i nostri giorni serviamo il Signore (nella nostra famiglia)”


SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DELLA FAMIGLIA


18 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA DISABILITÀ (Amoris Laetitia n 47)
“Le persone con disabilità costituiscono per la famiglia un dono e un’opportunità per crescere nell’amore, nel reciproco aiuto e nell’unità. […] La famiglia che accetta con lo sguardo della fede la presenza di persone con disabilità potrà riconoscere e garantire la qualità e il valore di ogni vita, con i suoi bisogni, i suoi diritti e le sue opportunità”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che vivono l’esperienza della malattia
19 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA FEDELTÀ (Amoris Laetitia n 77)
“Risulta particolarmente opportuno comprendere in chiave cristocentrica le proprietà naturali del matrimonio, che costituiscono il bene dei coniugi (bonum coniugum)», che comprende l’unità, l’apertura alla vita, la fedeltà e l’indissolubilità, e all’interno del matrimonio cristiano anche l’aiuto reciproco nel cammino verso una più piena amicizia con il Signore”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza dell’infedeltà
20 GENNAIO: RIMANERE UNITI PERDONANDO (Amoris Laetitia n 88)
“L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che non vivono il quotidiano alla “scuola del perdono”
21 GENNAIO: RIMANERE UNITI IN DIO E CON DIO (Amoris Laetitia n 121)
“Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza”. Oggi preghiamo affinché si possa ricostituire l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza della separazione
22 GENNAIO: RIMANERE UNITI NEL SACRAMENTO (Amoris Laetitia n 134)
“L’amore che non cresce inizia a correre rischi, e possiamo crescere soltanto corrispondendo alla grazia divina mediante più atti di amore, con atti di affetto più frequenti, più intensi, più generosi, più teneri, più allegri. Il marito e la moglie «sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono»”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che non sono consapevoli della grazia ricevuta con il Sacramento del Matrimonio
23 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA DIVERSITÀ (Amoris Laetitia n 139)
“L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti le famiglie che sono chiuse in se stesse e non accolgono le diversità sia al loro interno che all’esterno
24 GENNAIO: RIMANERE UNITI PER UNA FECONDITÀ GRANDE (Amoris Laetitia n 165)
“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale « non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre »”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza dell’infertilità
25 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA PREGHIERA (Amoris Laetitia n 227)
“Non bisogna dimenticare di invitare a creare spazi settimanali di preghiera familiare, perché «la famiglia che prega unita resta unita»”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che non credono o sono lontane da Dio.

Carissimi sposi pregare per l’UNITÀ DELLA FAMIGLIA fa parte della nostra missione affinché si conservi la bellezza del Sacramento nuziale nonostante tutti i “venti contrari” che oggi “soffiano” su di esso. Unitevi a noi con questa Preghiera quotidiana: Dio, Padre Onnipotente, che hai creato l’uomo e la donna affinché formassero una sola carne, custodisci, con la tua paterna bontà, la famiglia umana nel vincolo dell’unità e dell’amore, affinché possa testimoniare al mondo la tua paternità, la tua pazienza, la tua eterna misericordia. Signore Gesù, che a Cana di Galilea sei venuto incontro alle prime difficoltà degli sposi cambiando l’acqua in vino, trasforma il cuore di tutte le coppie affinché possano donarsi l’un l’altro con sacrificio perenne e oblazione totale. Spirito Santo Paraclito, conserva nella fedeltà coniugale tutte le famiglie del mondo affinché formino un cuor solo e un’anima sola. Maria, Madre della Chiesa, difendi ogni famiglia dalle insidie del Maligno, aiuta i genitori nelle prove della vita e intercedi per coloro che ricorrono a te. O Trinità Santissima, modello del Vero Amore, custodisci e rafforza la fede, la speranza e la carità delle nostre famiglie, affinché siano nel mondo sacramento del Tuo Amore. Amen!
Buona settimana, Daniela & Martino

La pesantezza dell’ordinario

E’ finito il tempo del Natale. Ci avete fatto caso? Nella messa di ieri il sacerdote indossava la casula verde, quella del tempo ordinario. Anche la Chiesa è caratterizzata da tempi diversi durante l’anno liturgico. Ci sono i momenti forti. C’è la Pasqua e c’è il Natale. E poi c’è il tempo ordinario. Non so voi, per quanto mi riguarda trovo molto più bello e coinvolgente partecipare alla messa di Natale o di Pasqua piuttosto che a quella di una domenica di metà luglio. Credo sia normale. Nei tempi forti è tutto amplificato. La liturgia è più solenne, c’è il coro, ci sono le chiese piene. C’è un’atmosfera che si sente e che fa mi fa provare delle emozioni. E’ bello andare a messa. Invece che tristezza certe messe estive! Gente annoiata, magari che entra in chiesa con pantaloncini ed infradito. Certe volte non avverto sensazioni positive ma quasi desolazione.

Il tempo ordinario può essere così. Può essere difficile scorgere la bellezza di certe liturgie. Eppure anche in quelle celebrazioni c’è la presenza di Cristo, esattamente come a Natale. Così è la nostra vita personale e di coppia. Anche noi abbiamo gran parte della nostra vita caratterizzata dalla casula verde. Tante volte si fatica a riconoscere che la nostra storia è abitata da Dio. Il tempo ordinario è un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo che diventa di attesa, dove non viviamo assaporando il presente, ma sopravviviamo in attesa che arrivi la vita, perché quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta di vita che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria. 

Questo stato emotivo ha un nome: accidia. L’accidia è uno dei vizi capitali perché impedisce di vivere in pienezza. Perché è come una palla di cemento che ci impedisce di donarci e di nutrire gioia e speranza. C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama weekend degli 883. Una canzone vecchia, degli anni novanta, quando la ascoltavo da ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione.

Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione extraconiugale, ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perché Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perché lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Un ultimo consiglio. Anche la vita ordinaria può nascondere dei momenti di bellezza straordinaria. Prendetevi del tempo per contemplarvi, per nutrirvi l’uno dell’altro. Basta davvero poco. A volte basta anche uscire e fare una colazione al bar guardandosi negli occhi. Basta poco ma tante volte non facciamo neanche quel poco e poi tutto è più pesante e difficile.

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (3 parte)

Ed eccoci alla terza ed ultima parte del capitolo del nostro nuovo libro che uscirà in primavera (maggio o giugno) che ho deciso di condividere con tutti i lettori del blog. Per rileggere le parti già pubblicate cliccate qui parte 1 parte 2. Ci eravamo lasciati con una domanda: quali gesti sono buoni durante i preliminari?

A differenza di ciò che si pensa non ci sono molti limiti nei preliminari secondo la morale cattolica. La Chiesa non fa un elenco di cosa si possa o non possa fare. La richiesta è sempre la stessa: il rapporto deve essere unitivo e aperto alla vita. Quindi, detto in parole povere, l’eiaculazione deve avvenire in vagina e non si deve urtare la sensibilità dell’altro (dove sarebbe l’amore altrimenti). Ci riferiamo in particolare al cosiddetto sesso orale (senza raggiungere il piacere! L’eiaculazione solo in vagina). Abbiamo deciso di citarlo perchè è una delle questioni che più spesso ci viene chiesta. Di per sé non c’è nulla di male, si tratta di un bacio d’amore. Se però l’altro non gradisce questa pratica, non è giusto chiederla. Non si possono fare ricatti morali all’altro, rischiate di distruggere tutta la comunione e l’autenticità del gesto. L’altro diventerebbe qualcuno da usare e non un mistero da amare. In alcuni casi, quando questo preliminare è rivolto alla donna può essere un modo per prepararla alla penetrazione. Quindi se gradito non c’è assolutamente nulla di sbagliato. Invece i rapporti anali (altra pratica che sembra essere molto in voga) sono completamente fuori da ogni gesto che possa esprimere amore. Il sedere ha una funzione ben precisa: quella di espellere e non di accogliere.

I preliminari sono necessari alla donna anche per una questione puramente fisica. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai 20 ai 30 minuti. Perchè è così difficile comprenderlo? Quando suggeriamo alle coppie che ci contattano di dedicare il giusto tempo ai preliminari, sembra che sia tutto chiaro e poi, quando li risentiamo, scopriamo che sono arrivati a malapena a 10 minuti. Perchè invece è importante dedicare il giusto tempo? Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 e si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre a ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica. Quindi, ci rivolgiamo a quelle persone che credono che abbandonarsi ai preliminari sia abbandonarsi alla lussuria, i preliminari sono assolutamente necessari in un amplesso autenticamente vissuto. Fare l’amore senza preliminari, a secco, è distruggere tutta la bellezza dell’incontro intimo. Uomo e donna sono differenti anche nel modo di eccitarsi. L’uomo ha bisogno di vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa. La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci. Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro poniamo la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. Non preoccupatevi cari mariti sarete ripagati per questa sensibilità. La vostra sposa vivrà con molto più desiderio e trasporto l’intimità e sarà molto più bella anche per voi. I preliminari non sono quelli che ci presenta la pornografia. Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla differenza uomo-donna. Tanti che ci contattano hanno difficoltà a comprendere come l’altro viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo differente da lui o da lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. In tutto il corpo e non solo in alcune parti di esso. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari. L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno. Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo. Cosa fare allora? La soluzione è sempre la stessa: se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea. Se sarete capaci di mettere l’altro al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà un’intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

PENETRAZIONE

Quando la donna è finalmente fisicamente ed emotivamente pronta, l’uomo entra dolcemente nella donna e lei lo accoglie in sé per formare insieme un solo corpo: espressione tangibile e concreta della fusione dei cuori, di quell’amore esclusivo, totale e per sempre che rende uno. La pornografia distrugge questa immagine. Non mostra delicatezza, ma ci insegna che più la penetrazione è violenta e profonda e più è piacevole per entrambi. Invece la nostra natura vuole la delicatezza, stiamo entrando in un luogo sacro, il luogo dove nasce la vita e dove la coppia salda e accresce il proprio amore. Luogo sacro della donna e luogo che è solo per lo sposo, che può e deve entrare con tutto il rispetto che quel dono richiede. Stiamo entrando nel santuario del nostro amore, dove stiamo celebrando un sacramento è importante sottolineare che si deve rispettare l’ecologia delle dimensioni corporee. La mentalità pornografica insegna che più il pene è lungo e spesso, più la donna sarà soddisfatta. Tutte scemenze. È evidente, basta osservare come la donna è fatta. La vagina normalmente ha una profondità di 7 cm e quando è eccitata (se avete fatto bene i preliminari) si allunga al massimo fino a 9/10 cm. Cosa significa? Significa che il pene può entrare solo per quella profondità, tutta la parte in eccesso deve restare fuori. Se l’uomo cerca di replicare quanto imparato della pornografia, cioè entra nella vagina con tutto il pene e con violenza, certamente impedisce alla sua sposa ogni piacere (spesso generando in lei anche sensi di colpa e sospetti di frigidità) e spesso le provoca dolore, nei casi peggiori, escoriazioni ed emorragie. E poi attenzione allo sguardo. Guardatevi! Scegliete posizioni che permettano di guardarvi negli occhi. Gli occhi sono sorgente del sentimento e sono la porta per accedere alla profondità della persona, che non può essere esclusa in un gesto tanto totalizzante. Se sottraete al rapporto fisico lo sguardo, vi private di una fetta di comunione grandissima. Non esistono quindi posizioni più o meno moralmente accettabili, ma posizioni che permettono più o meno la comunione tra gli sposi e la partecipazione di tutta la persona. Non si tratta quindi di esercitare il kamasutra per ottenere orgasmi più intensi e duraturi, ma di vivere questo momento con dolcezza e tenerezza per raggiungere un piacere molto più profondo del semplice orgasmo, un piacere generato dalla comunione profonda di anima e corpo e dono meraviglioso del nostro Creatore. Quindi, l’orgasmo non è che una parte superficiale di un benessere molto più completo e di una gioia autentica che investe tutta la persona. Il piacere è qualcosa di bello, un dono, un talento da perfezionare. È molto importante, durante questa fase, ricercare e vivere il piacere sessuale. Non facciamoci influenzare da un falso moralismo che vede in questo qualcosa di sporco. Gustare il piacere è importante, è un’esperienza esaltante di unità. Il piacere sessuale è una cosa bella, non abbassa lo spirito, ma lo rende uno con la carne, unisce cuore e corpo in una gioia completa e totale. E’ auspicabile che il rapporto conduca entrambi all’orgasmo. Non è importante che avvenga in simultanea. Quindi se la donna non dovesse raggiungere il piacere fisico durante la penetrazione non solo è moralmente accettabile ma doveroso che attraverso una stimolazione diretta del clitoride anche lei possa arrivare all’orgasmo. Ci teniamo a specificarlo perché più di una volta abbiamo ricevuto domanda proprio su questo. Non c’è nessun peccato se ciò avviene dopo un rapporto completo.

ASSIMILAZIONE

Una volta raggiunto il culmine del piacere e dell’unione, gli sposi avvertono la necessità di un abbraccio finale. Ci rivolgiamo ai mariti in particolare. Sappiamo benissimo che l’uomo è capace di dedicarsi immediatamente ad altro. Magari è capace di girarsi e dormire o di prendere il cellulare e di guardare i social o di giocare a Candy Crush. Ecco non fatelo. Sarebbe il modo migliore per mortificare e irritare la vostra sposa. Quello è il momento della massima comunione e lei ne sente la necessità. Dopo aver accolto l’uomo dentro di sè avverte il desiderio di essere accolta nell’abbraccio del marito. Un abbraccio che è speciale anche per il marito se si abbandona ad esso. È un momento in cui si assapora e si gusta l’esperienza appena vissuta. Abbracciati e senza parlare, gli sposi assimilano la gioia della comunione profonda. Il piacere e la gioia sperimentati nella carne vengono assimilati dal cuore. Questa assimilazione porta un frutto di pace molto profondo. Una pace, una gioia, un amore e un’effusione di Spirito Santo, che ci daranno forza e sostegno nelle ore e nei giorni a venire. Tutti questi doni aumentano in proporzione all’intensità con cui ci siamo donati l’uno all’altra.

Non resta che mettere in pratica questa bellezza. Avanti tutta cari sposi!

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (2 parte)

Riprendiamo da dove ci siamo interrotti ieri. Per chi non avesse letto la prima parte lascio il link. L’articolo di ieri si è interrotto al momento di analizzare le fasi del rapporto fisico. Iniziamo quindi con la prima. Secondo la sessuologia moderna la prima fase non è quella dei preliminari. Inizia ancor prima con il desiderio. Quindi inziamo con questa fase.

IL DESIDERIO

Noi pensiamo sempre al desiderio in riferimento alla pulsione sessuale. Qualcosa che è legato solo al nostro corpo. Il desiderio sessuale è in realtà generato da tre diverse dimensioni. C’è sicuramente l’aspetto biologico. Il desiderio è molto innescato dagli ormoni. In particolare dal testosterone. Per questo il desiderio prettamente fisico è nettamente maggiore negli uomini. I maschi hanno dieci volte il testosterone delle donne. Questo, care donne, non significa che voi vi dovete sentire meno capaci di amare e di desiderare un rapporto con vostro marito. Torniamo al discorso iniziale, siamo differenti. Va preso atto di questo. C’è una differenza oltretutto anche nella costanza. Nell’uomo l’impulso ormonale è molto più costante rispetto a quello femminile che è invece molto più fluttuante nel breve e nel lungo preriodo. L’uomo è poi soggetto ad un lento declino negli anni. Il testosterone di un giovane di vent’anni non è lo stesso di un uomo di sessanta. Le donne invece fluttuano per tutto l’arco della loro vita. Il ciclo ne è l’evidenza. Ce lo dice l’umore della donna e tutta una serie di stati d’animo e di sensazioni fisiche. E quando il ciclo finisce e comincia la menopausa? Il desiderio generato dagli ormoni ha letteralmente un crollo. Capite come la differenza vada accolta e compresa? Faccio un esempio concreto che mi è successo proprio durante la scrittura del libro. Mi contatta una moglie che mi apre il cuore e mi racconta della sua difficoltà con il marito. Hanno entrambi una quarantina d’anni e lei lamenta il fatto che non riesce più a mantenere i ritmi richiesti dal marito. Intendo più rapporti a settimana. E’ arrivata a vivere con angoscia il pensiero dell’amplesso con il marito. Per questa coppia è importante il dialogo. Per tutte le coppie è importante il dialogo. E’ importante prendere atto che siamo differenti e che se lei ha delle difficoltà non significa che ami meno il marito, ma che il suo corpo e i suoi ritmi stanno cambiando. E’ importante saperlo per evitare delle sofferenze ad entrambi. Per evitare che lei abbia paura di mortificare il marito con un rifiuto e che il marito si senta meno amato e desiderato. Non c’è nulla di sbagliato nella situazione di questa coppia. Semplicemente siamo fatti così, ma bisogna parlarne per evitare fraintendimenti e rancori nascosti. Io ho vissuto questa situazione prima di altri. Luisa ha otto anni più di me ed è già entrata in menopausa. Io invece ho ancora meno di cinquant’anni e un desiderio ormonale ancora molto alto. Ne abbiamo parlato e nel dialogo rispettoso ed amoroso ci siamo capiti e venuti incontro. Calibrare la frequenza dei rapporti alle varie stagioni della vita è fondamentale per continuare a desiderare l’intimità e per viverla con gioia e abbandono.

Il desiderio biologico non è influenzato solo dagli ormoni ma va inserito in un contesto più completo della salute psicofisica di uomo e donna. Avere una malattia, anche non inerente l’apparato genitale, può comportare un calo del desiderio. C’è poi un aspetto psicologico. Come mi vedo? Quanto mi amo? Se ho parti del mio corpo che non piacciono e mi vedo brutto o brutta, questo naturalmente incide sul desiderio. Nell’intimità sessuale ci doniamo. Se non mi piaccio cosa dono? Come posso aver voglia di donarmi?

La seconda dimensione che genera il desiderio è la relazione di coppia. Se la nostra relazione è caratterizzata da un contesto di amore e di fiducia (abbiamo già scritto della corte continua) il desiderio ne beneficerà moltissimo. Soprattutto per la donna, che ha meno spinta ormonale, più altalenante e meno duratura (con la menopausa crolla), è fondamentale attingere alla relazione di coppia per nutrire il desiderio sessuale. C’è una sessuologa canadese Rosemary Besson che ha fatto degli studi importanti nei primi anni duemila proprio su questo aspetto. Ha dimostrato come, in particolare nelle coppie di lunga durata, il desiderio nella donna sia innescato non tanto da una spinta ormonale e istintiva, ma molto di più dalla motivazione generata nella relazione. Il desiderio di stare con chi ti ha fatto stare bene in tanti piccoli gesti e situazioni. 

Poi, infine c’è una dimensione culturale. Questo riguarda in particolare noi cristiani che viviamo un cammino di fede. Attenzione a dare il giusto valore al corpo. Se consideriamo il rapporto sessuale come un tabù o qualcosa di sporco come possiamo desiderarlo? Cercheremo di spegnere anche il desiderio ormonale. Insomma, poi nella coppia possono accadere disastri. Per questo è importante che il fidanzamento sia casto ma nella continenza e non nell’astinenza. Avere un fidanzamento casto non significa viverlo in modo arido. I gesti di tenerezza e di amore come baci, abbracci e carezze non vanno lesinati. Vivere la castità nel fidanzamento deve costare fatica. Se non ho desiderio di unirmi all’altro, beh, c’è qualcosa che non va. Questa mancanza di desiderio potrebbe essere proprio dovuta a questi blocchi culturali che poi nel matrimonio causano sofferenza e divisioni.

Quindi care donne spesso avete meno desiderio di vostro marito. Meno desiderio pulsionale. Non fatevene una colpa. Siamo differenti. Avete bisogno di essere condotte a desiderare l’intimità fisica attraverso i gesti d’amore di vostro marito. E avete bisogno anche del suo desiderio per abbandonarvi e far nascere il vostro. C’è proprio un nome per questa dinamica: desiderio responsivo. Non sempre avete voglia di fare l’amore, ma l’amore che provate per vostro marito e il suo desiderio per voi vi motiva ad iniziare un rapporto e, durante i preliminari, a far nascere anche in voi il desiderio sessuale.

ECCITAZIONE – PRELIMINARI

Abbiamo desiderio di fare l’amore. Iniziamo il nostro rapporto. Entriamo quindi concretamente nel nostro rapporto fisico con la fase dell’eccitazione. Questa fase contiene tutti i gesti e le parole atti a preparare i due sposi al rapporto. A preparare il corpo ma non solo il corpo. Va preparata tutta la persona. Questi gesti sono comunemente chiamati preliminari. Anche in questo caso dobbiamo prestare attenzione alla differenza che c’è tra l’uomo e la donna. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto se stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Viverlo come due persone che desiderano amarsi e donarsi nella comunione e non come due individualità che si usano per qualche secondo di piacere intenso ma superficiale ed esclusivamente fisico. Quali gesti sono buoni durante i preliminari? Lo vedremo domani con l’ultima parte del capitolo.

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (1 parte)

Come abbiamo scritto tempo fa su questo blog e sui nostri social, Luisa ed io, con collaborazione di altri amici, stiamo scrivendo il terzo libro della trilogia riguardante le dimensioni battesimali. Dopo aver scritto Sposi sacerdoti dell’amore e Sposi profeti dell’amore, siamo giunti a questo terzo lavoro intitolato Sposi re nell’amore. Ho deciso di regalare a tutti i lettori un capitolo di questo nuovo testo in anteprima sperando possa essere utile e incuriosire il lettore sull’intero libro che sarà in uscita nella primavera del 2023.

L’intimità sessuale è quel gesto degli sposi dove maggiormente sono visibili in modo tangibile le tre dimensioni. L’intimità è una vera liturgia dove viviamo il nostro sacerdozio. Nell’intimità siamo profeti, siamo immagine di quel Dio che è amore. La Trinità letta come circolo di vita e di amore in un continuo donarsi ed accogliersi. L’intimità sessuale è il punto più alto del nostro amore coniugale. Nell’intimità sessuale noi sposi rendiamo concreta e presenta quell’unità di cuore e di corpo che ci ha resi sacramento. Cari sposi, siamo belli! Il nostro corpo è bello! È creato da Dio. Attraverso il nostro corpo possiamo vivere in modo pieno il nostro sacramento e la nostra intimità può davvero diventare un’esperienza meravigliosa. Lo so l’ho già scritto tante volte, in questo e negli altri libri, ma voglio scriverlo ancora perché non ci crediamo abbastanza. L’intimità è bellissima ma spesso è difficile.

Iniziamo con il ribadire che i nostri organi genitali parlano. Dicono come siamo fatti, raccontano la nostra identità. Soprattutto evidenziano la nostra complementarietà di uomo e di donna. La complementarietà uomo donna è scritta nel nostro corpo. Gli organi genitali maschili sono fatti per penetrare quelli femminili, che sono fatti per accogliere. Attenzione: l’accoglienza non è un atteggiamento passivo ma è un dono anch’essa. La complementarietà è possibile perché siamo differenti. Solo grazie alla nostra differenza noi possiamo realizzare l’unità. Unità che, non dimentichiamolo, contiene la generatività. Se pensiamo alla cellula uovo femminile e allo spermatozoo maschile, comprendiamo come se non fossero differenti non potrebbero incontrarsi e generare.

La differenza è fondamentale. Essere differenti non divide ma unisce. Ce lo dice la stessa etimologia della parola. Differenza viene dal latino fero (portare). Io porto ciò che sono a te. Ti rendo più ricco con la mia differenza. Che bello! Le differenze non sono diversità. La diversità ci allontana. Lo dice la parola, ci diverge. La differenza non va negata ma va amata. La differenza è generativa perché non solo permette di generare i nostri figli, ma anche il nostro amore. La nostra intimità va costruita. L’intimità è un vestito costruito su misura su di noi, su come siamo fatti noi. Per questo, a differenza di ciò che dice il mondo, il matrimonio è un’occasione meravigliosa per conoscerci sempre meglio, anche sessualmente. Vivere il rapporto sessuale sempre con la stessa persona non perde bellezza con il tempo. Al contrario, quando vissuto nel dono, diventa sempre più bello e profondo, perchè è l’amore che trasmette e concretizza ad essere sempre più bello e profondo. Sta a noi fare in modo che questa esperienza non scada nell’abitudine ma diventi un momento di vero amore. Perchè dell’amore non ci si stanca mai. Non esiste solo un modo giusto o sbagliato di vivere la nostra intimità. Esiste il nostro modo e dobbiamo costruirlo attraverso la relazione, il rispetto e il dialogo. Costruire la nostra intimità implica fare fatica. Se facciamo esperienza di questa fatica non significa che stiamo fallendo ma che stiamo uscendo dalle nostre convinzioni e dai nostri pregiudizi per avvicinarci all’altro. La fatica nell’avvicinarsi alla sensibilità l’uno dell’altra non indica che ci sia qualcosa che non va ma che stiamo camminando. Entriamo ora in una dimensione ancora più concreta. Partiamo dalla biologia e da quella che è la risposta sessuale. La risposta sessuale è composta da diverse fasi: desiderio, eccitazione, plateau, orgasmo e risoluzione. Vediamo ora fase per fase. Le vedremo nell’articolo di domani.

Antonio e Luisa

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La vocazione si trova nella vita di tutti i giorni

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

Il Vangelo di oggi presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

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Come magi in cammino

Come consuetudine verso l’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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Onlyfans: l’amore a 10 euro al mese

Alla fine ho ceduto. Non volevo parlarne perchè preferisco raccontare il bello dell’amore e della sessualità piuttosto che le povertà delle nostre relazioni. Alla fine però non posso ignorare quello che ormai è un vero fenomeno sociale. Mi riferisco, per chi ancora non lo ha capito, a Onlyfans. La piattaforma a pagamento dove usufruire di contenuti più o meno erotici e pornografici. Per chi ne ha sentito parlare, ma non lo conosce se non molto superficialmente, viene una domanda spontanea: perchè una persona arriva a spendere da una decina di euro fino a migliaia di euro ogni mese per ottenere foto e video più o meno pornografici quando in rete si può trovare tantissimo materiale dello stesso genere in modo completamente anonimo e gratuito? Io, da conoscitore molto superficiale di questo “servizio”, mi sono fatto questa domanda. Ho deciso di darmi una risposta e di condividerla con voi tutti. Mi sono informato, ho cercato in rete articoli e interviste che mi potessero aiutare a capire meglio. Ora ho un’idea molto più chiara. Desolante ma chiara.

Purtroppo quello che ho trovato ha confermato quelli che erano i miei sospetti. Onlyfans è diverso dalla semplice pornografia. E’, per certi versi, una finzione ancora più dannosa perchè può illudere di vivere una relazione vera. Onlyfans non offre principalmente immagini pornografiche. Non offre attrici e attori più o meno famosi che offrono prestazioni a degli spettatori anonimi. Anzi solitamente le immagini e i video offerti a pagamento dai vari creator (sì, chi pubblica questi contenuti è chiamato creator) sono molto più soft rispetto alla pornografia che si può trovare in rete, dove si può scegliere, a seconda delle preferenze, diverse sezioni. Preferenze che nascondono spesso feticismo e devianze. Onlyfans è tutta un’altra cosa che mette forse ancor più in evidenza tutta la povertà che c’è dietro questo fenomeno che è esploso durante i mesi del lockdown.

Serve fare un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Cosa è Onlyfans e come nasce? Onlyfans è una piattaforma relativamente molto recente. Nata nel 2016 per condividere qualsiasi contenuto a pagamento dietro il versamento di un abbonamento mensile che va dai 5 dollari ai 49 dollari. Nel tempo c’è stata però una “naturale” inclinazione verso contenuti hard. Molti non lo sanno ma Onlyfans non nasce come piattaforma pornografica, come Youporn per intenderci, ma si possono trovare anche corsi di Yoga a pagamento o personal trainer che offrono contenuti personalizzati per gli abbonati. E tanto altro. Poi, come già scritto, il lockdown e la possibilità di postare contenuti di nudo espliciti, invece vietati su altri social (Instagram Facebook TikTok), hanno indirizzato Onlyfans verso il porno. Pensate che oggi ci sono ben un milione e mezzo di creator (per la maggior parte ragazze) e più di 150 milioni di utenti. Onlyfans ha dichiarato di aver pagato ad oggi ai creator ben 5 miliardi di dollari. Cifre astronomiche. Ma ora torniamo ad esaminare i motivi di questo successo e proverò a rispondere alla domanda iniziale.

La differenza con il porno tradizionale è principalmente una: con Onlyfans il fruitore ha un rapporto diretto con l’oggetto del suo desiderio. Non ho usato le parole oggetto e fruitore a caso. L’uomo che si approccia a questa piattaforma sente il bisogno di una relazione con una donna. Non è però capace nè di amare nè di relazionarsi con una donna in modo paritario e sano. Di solito ha paura ed è frustrato. Pensa di valere poco e di non essere amabile per una donna carina. Per questo paga e pagando sa che quella donna sarà ben disposta e accogliente verso di lui e verso quelle che saranno le sue richieste sessuali. Non rischia un rifiuto che lo distruggerebbe nella sua autostima ancor di più. Insomma l’utente medio di Onlyfans non cerca del sesso. Si cerca anche quello ma non gli basta. Cerca considerazione, cerca una donna che si accorga di lui. Cerca un rapporto umano. Un rapporto umano con una donna che magari sia anche bella, giovane e disponibile. Onlyfans offre un legame umano a tutta quegli uomini soli, che sono tantissimi, se pensate che il 30% dei ragazzi sotto i 30 anni non ha una vita affettiva, illudendoli di superare così le difficoltà di avvicinare l’altro sesso, di corteggiare una ragazza, di intessere amicizie e di condurre una relazione affettiva. Non sono capaci, hanno paura delle donne e di un possibile rifiuto e hanno aspettative altissime. Tutte situazioni dovute alla cultura occidentale che rende il sesso sempre più facile e banale, ma l’amore sempre più difficile e complicato. Allora si risolve pagando. Ma è una soluzione finta che non riempie il cuore e non è una soluzione per quella nostalgia che abbiamo tutti dentro di un amore totale.
Le ragazze, dal canto loro, credono di aver trovato un modo facile per fare soldi. Le ragazze si tengono stretti i propri abbonati. Se li coccolano, li fanno sentire importanti. Quasi amati. Poi, se il follower non si accontenta dei messaggini e dei contenuti postati per tutti gli abbonati, non c’è problema. Ogni abbonato può contattare la donna dei suoi sogni e chiederle foto e video fatti solo per lui. Certo possono costare centinaia se non migliaia di dollari, ma essere al centro dei pensieri della propria beniamina mentre prepara quei contenuti solo per lui non ha prezzo. Capite la povertà di tutto questo. La pornografia mercifica il sesso e il corpo. Che è già qualcosa di molto desolante. Onlyfans mercifica tutto. “L’amore” a 10 dollari al mese.

Per concludere posso affermare che Onlyfans è una piattaforma che permette a due povertà di incontrarsi. Da una parte ci sono le creator che pensano di arricchirsi facilmente ma stanno solo svendendo il mistero di ciò che sono e danno un prezzo al proprio corpo. Illudendosi che vendere il corpo e fare prestazioni umilianti non abbia conseguenze poi nella loro vita. Noi siamo spiriti incarnati e ciò che avviene nel corpo non può non toccare anche il resto della persona, cuore e anima compresi. Dall’altra uomini che spesso stanno anche bene economicamente, ma che sono sostanzialmente soli e con una nostalgia atavica di essere amati come persone uniche e irripetibili. Voglio concludere con una riflessione di Elisa Esposito. Non la conoscete? Allora vi do un aiutino. E’ la “professoressa” di tiktok che ha inventato il modo di parlare in corsivo. Sicuramente è più conosciuta così. Elisa è una bella ragazza che è anche una creator di Onlyfans. Sentite cosa ha affermato ad una recente intervista rilasciata a Radio 105: ormai ho OnlyFans da quasi un anno e vi giuro che psicologicamente vi distrugge. È un lavoro di m…, se così si può definire. Vi porta soldi o cose, ma vi distruggerà tutto il resto. La scelta è vostra: o i soldi o la vera felicità. 

Per questo la risposta che noi cristiani possiamo portare a tutta questa solitudine e banalità è sempre la stessa. Possiamo testimoniare come il solo che ti può amare davvero e che ti può fare sentire amato e desiderato non ti chiede nessun abbonamento. Lo trovi entrando in chiesa e mettendoti in ginocchio davanti al tabernacolo. E voi creator ricordate che siete preziose, che il vostro corpo non vale l’abbonamento mensile di un mendicante in cerca d’amore. Il vostro corpo merita molto di più. Merita la promessa del per sempre, merita un uomo che sia disposto a donarsi completamente a voi. Allora sarete davvero ricche anche con una casa minuscola in periferia e con pochi soldi sul conto.

Antonio e Luisa

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Non ci rendiamo conto!

Il 22 dicembre, nel tardo pomeriggio, mi sono recato nel più grande Ipermercato della mia città: non mi piace andarci, ma dovevo comprare delle cose particolari per il pranzo di Natale e lì ero sicuro di trovarle. Con il mio carrello mi metto in coda e una cassiera bionda, di mezza età, mi fa il conto; finisco di imbustare, la guardo e le dico: “Buona serata e le auguro Buon Natale”. Lei rimane un attimo perplessa, poi risponde: “Siamo così stanchi che non ci rendiamo conto”.

Quella signora, che vedevo per la prima volta, non lo sa, ma le sue ultime 4 parole, “non ci rendiamo conto” mi hanno accompagnato in queste feste e mi hanno fatto riflettere, più di tutte le omelie che ho sentito. Innanzitutto mi sono calato nei panni di questa signora: è noto che nei supermercati e in tutti gli esercizi pubblici, durante le festività, i turni sono più massacranti del solito, e inoltre se non aprono tutti i giorni, domenica e festivi compresi, sembra che rischiamo di morire di fame! È vero che a volte ci stanchiamo e ci preoccupiamo per fare i regali a tutti, per preparare il presepe, gli addobbi, il mangiare, il bere, per l’organizzazione e rischiamo di tralasciare il festeggiato, Gesù. Chissà in quella giornata quante persone sono passate davanti a quella signora e in quante l’hanno guardata per quello che è, una sorella, amata da Dio, certamente non meno di me o di te che stai leggendo: infatti una delle missioni degli sposi è rendere visibile che Gesù sta amando.

Ho ripensato a tutte le volte in cui non mi sono reso conto, in passato: non mi sono reso conto di cosa fosse davvero il Sacramento del Matrimonio fino a quando non mi sono trovato solo, non mi sono reso conto che mia moglie aveva già deciso di lasciarmi mesi prima della separazione, non mi sono reso conto del suo malessere, non mi sono reso conto che l’obiettivo non era fare la mia famiglia, ma quella dei figli di Dio.

E oggi non mi rendo conto che dovrebbe ampiamente bastare la presenza di Gesù per rendermi felice, non mi rendo conto di questi giorni natalizi di Grazia, non mi rendo conto di quanto sono amato, altrimenti griderei continuamente l’amore, anche nella separazione. Don Renzo Bonetti qualche giorno fa, per gli auguri di Natale, ci ha detto: ”Ciascuno di voi (separati fedeli) ha una presenza di Gesù che supera tutti i presepi di questo mondo, messi insieme. Vorrei poter mettere un bue e un asinello accanto a voi per farvi capire che c’è una presenza stabile di Gesù, che per il Sacramento del Matrimonio il presepio siete voi”. Ha proprio ragione, faccio fatica a rendermi conto che il presepe è immagine di una realtà infintamente più grande che vive dentro di noi e in tutti gli sposi! Allora all’inizio di quest’anno, l’augurio che faccio a me e a tutte le coppie è di renderci conto di questa Presenza in tutte le cose ordinarie che facciamo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)