La grammatica della sessualità

Dopo dodici anni di matrimonio crediamo fermamente che la sessualità e l’amore sono un cammino nel quale occorre procedere lentamente, che richiede volontà, pazienza e libertà. Sentiamo che è un edificio che costruiamo giorno per giorno, mattone su mattone.

Abbiamo compreso che i Metodi Naturali sono la GRAMMATICA della sessualità: quando apprendiamo la grammatica di un linguaggio, ci educhiamo a comunicare, ad esprimere ad un altro che non è in noi  ciò che è dentro di noi. In questi anni abbiamo sperimentato che nel dialogo ci apriamo all’ altro e accogliendoci reciprocamente scopriamo chi siamo veramente. Se questo è vero in ogni tipo di comunicazione che è sempre in qualche modo una condivisione, cosa succede quando il tema del discorso è l’Amore e l’organo con cui lo si parla è il sesso che condensa in sé il tutto della persona e manifesta ciò che è più celato e intimo in lei?

Prima di conoscerci io, Raffaella, grazie ad un corso che mi ha offerto un Gruppo Missionario ho potuto sin da giovane conoscere e apprezzare la bellezza di questo metodo e attraverso di esso ho conosciuto meglio me stessa.

Ancora single, in seguito ho approfondito i metodi naturali iniziando a vivere da sola questo stile di vita col desiderio di prepararmi per lo sposo a cui mi sentivo chiamata.

La bellezza del metodo mi ha aiutato a capire per poter dire all’uomo della mia vita chi sono, così che mi potesse comprendere ed accogliere più consapevolmente e trovare anche in questo un punto d’incontro.

Ciro, invece, da adolescente e giovane, non ha conosciuto una realtà che aprisse a questa conoscenza e consapevolezza. In casa non se ne è mai parlato e la sua conoscenza sull’argomento “sessualità” si è formata attraverso le chiacchiere tra coetanei e ciò che ha potuto comprendere dalla tv o dalla scuola. Dice infatti: “la mia educazione come quella di tanti si può definire così:  io, speriamo che me la cavo”.

Da fidanzati insieme abbiamo scelto il valore della Castità e volendoci preparare per un possibile matrimonio, Ciro ha recuperato leggendo i libri sui Metodi Naturali e confrontandoci con coppie formatrici del metodo.

Da sposi poi abbiamo sentito, per noi sacro e indispensabile, vivere il primo periodo di matrimonio nella conoscenza reciproca così da poter preparare tra noi un nido accogliente per le vite che il Signore avrebbe potuto affidarci. Vivevamo i nostri amplessi nel periodo non fertile astenendoci da quelli fertili. Dopo poco abbiamo cominciato a vivere nei periodi fertili per accogliere il dono di un figlio. Sia nel periodo fertile che in quello infertile si sperimenta una pienezza perché ci si dona in una totalità tale che nell’estasi culminante, anima, psiche e corpo si riempiono e si rigenerano.

Nel corso degli anni e ancora oggi per noi i metodi naturali hanno arricchito il nostro amarci riempiendo del nostro appartenerci tutta la nostra esistenza.

Le bellezze del metodo che abbiamo riscontrato sono tante…

“Nel rispetto della ciclicità, della fertilità della donna, i metodi naturali ci permettono di essere liberi.” dice Ciro, ” Tra di noi non è necessario nessuno strumento o barriera esterna che si frapponga. Sentiamo di vivere la vera spontaneità nel rispetto dell’armonia del nostro corpo. Non come ci vorrebbe far credere la cultura del fast food che dimentica che il corpo della donna ha i suoi tempi e non può essere sempre pronta, e soprattutto, ha bisogno di tempo e spazio per esprimere la sua sensualità per raggiungere un atto soddisfacente e…scusatemi il termine “non cosificante”. Quando ho scelto di mettere le briglie al mio desiderio sessuale ho scoperto che i nostri corpi seguono delle regole, e riconoscendole, abbiamo potuto sfruttarle per lasciare agire l’attrazione sessuale che abita la nostra relazione portandoci senza fatica, il più delle volte a trovare l’incontro sessuale più spontaneo, propizio e ottimale nei momenti opportuni.”

Imparare insieme a Ciro i metodi naturali mi ha fa sentire sempre rispettata da lui e accolta nella mia ciclicità, nel mio essere veramente donna con i miei periodi mensili euforici pieni di estrogeni e i miei periodi in cui vorrei piangere, mi sento giù, in cui cerco solo le carezze delicate, non solo il rapporto intimo. Perché parliamoci chiaro: noi donne non siamo sempre pronte ad un rapporto sessuale, ma se non glielo insegniamo noi agli uomini chi glielo insegna? Se noi donne cominciamo a conoscerci meglio ci rispettiamo per prime. Mi spiace dover dire che noi donne il più delle volte non ci conosciamo affatto. Con questi contraccettivi propinati sin dall’ adolescenza non ci permettono di conoscere la bellezza del nostro corpo e ci fanno sentire quasi un impiccio. Pensiamo di essere sempre fertili e invece lo siamo solo per pochissimi giorni. Pensiamo che sia una colpa essere cicliche e invece non possiamo non esserlo, visto che sono gli ormoni che ci trapassano, a volerlo. I metodi naturali ti danno un NUOVO STILE DI VITA, lo danno prima a me donna e poi io posso trasmetterlo al mio amato. Uno stile di vita che dà pienezza non solo nel rapporto sessuale, ma in tutta la vita sponsale. Ti insegna quanto è bello attendersi nei periodi in cui vuoi o non vuoi un figlio. Ti insegna a dare un nome a quelle emozioni e a quei sentimenti che prima non sapevi. Ti insegna che frapporre tra te e lui qualcosa come un contraccettivo è “separare”, è  creare una barriera, che certamente ora non la vedi, ma con il passare del tempo mostrerà il suo peso perché con il ripetersi di amori “blindati” la barriera diventa sempre più spessa. I metodi naturali non mettono nessuna barriera. Ho compreso e vorrei dire a tutte le donne quanto è importante per un uomo dare il suo seme! E’ Tutto il suo essere, è tutta la sua mascolinità e per questo che dopo il rapporto ha bisogno di assopirsi… ha dato tutto! E per la donna? Quanto è necessario per la donna riceverlo, perché quella è vita, anche in un periodo non fertile, significa rigenerarsi.

Ciro invece racconta: “educandoci all’amore e rispettando i tempi dell’amore che i metodi naturali contemplano, abbiamo scoperto che questo ci allontana dal rischio di cercare l’atto solo come un piacere egoistico. Questo ti da la possibilità di comprendere ancora meglio l’amore che l’altro ha per te nel dono di sé e nell’astinenza intesa come attesa per amore. I metodi ti aiutano anche a distribuire le forze: ti ami a 360°, e nei momenti di attesa oltre ad amarti nella tenerezza (come fidanzati), ami insieme l’umanità che Dio ti pone davanti (figli). A noi ha fatto bene da innamorati provare l’attesa dell’atto sessuale; quest’attesa non è stata vana perché lungo il cammino del matrimonio arrivano sempre dei periodi di astinenza voluti o dovuti. L’allenamento vissuto prima ti permette di affrontare con meno frustrazione questo tempo di attesa e nell’ astenersi ciclico previsto nel metodo, ti aiuta a recuperare quel periodo mai finito di corteggiamento.

Nel cammino della conoscenza del metodo, la temperatura ci ha aiutato a riconoscere i cambiamenti del muco. Le variazioni del muco ci hanno aiutato a conoscere i segnali periodici che il corpo di Raffaella vive quando cambia le varie fasi del ciclo. Sentiamo che tutto questo ci permettere di vivere l’amplesso sponsale come Dio l’ha pensato: una vera liturgia d’amore.

Ecco perché abbiamo desiderato scrivere un piccolo libretto che vi invitiamo a leggere e che si intitola:

“IL MANUALE DEL CORTEGGIAMENTO – ALLA SCOPERTA DI SE STESSI DELL’ALTRO E DELLA FELICITÀ” ed. Effatà

Ciro e Raffaella Piccolo

vedi articolo originale su montedivenere.org

La carità non avrà mai fine

Perdonare vuol dire donare qualcosa di sé. Gesù ci perdona sempre. Con la forza del suo perdono, anche noi possiamo perdonare gli altri, se davvero lo vogliamo. Non è quello per cui preghiamo, quando diciamo il Padre nostro? I figli imparano a perdonare quando vedono che i genitori si perdonano tra loro. Se capiamo questo, possiamo apprezzare la grandezza dell’insegnamento di Gesù circa la fedeltà nel matrimonio. Lungi dall’essere un freddo obbligo legale, si tratta soprattutto di una potente promessa della fedeltà di Dio stesso alla sua parola e alla sua grazia senza limiti. Cristo è morto per noi perché noi a nostra volta possiamo perdonarci e riconciliarci gli uni gli altri. In questo modo, come persone e come famiglie, impariamo a comprendere la verità di quelle parole di San Paolo: mentre tutto passa, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13,8).

Il Papa, ora, si sofferma sul perdono. Altro tema che ho affrontato innumerevoli volte su questo blog. Non mi fermerò quindi sul perdono in sè, ma dirò qualcosa di grande. Parlerò del perdono come profezia dell’amore di Dio che ci è affidata in modo peculiare e specifico in quanto sposi. Il perdono, l’amore che si fa misericordia è la profezia più grande che noi sposi possiamo dare al mondo. La misericordia tra noi è ciò che ci rende profeti. I profeti non erano persone che prevedevano il futuro o che facevano chissà quale magia. I profeti nella cultura e nella religiosità ebraica erano coloro che manifestavano la volontà di Dio. Profezia è una parola derivante dal latino che significa “parlare per”. Nel nostro caso è colui che parla al posto di Dio, che dà voce a Dio. Concretamente è colui che traduce la Parola di Dio in un linguaggio attuale e comprensibile. Noi tutti siamo profeti. Lo siamo in virtù del battesimo. E’ uno dei doni di Gesù. Lo Spirito Santo ci rende profeti. Nel matrimonio questa nostra capacità profetica si traduce, tra le altre cose, nel mostrare l’amore fedele di Dio. L’amore fedele di Gesù che anche sulla croce continua ad amare i suoi carnefici.

Non c’è una situazione più pesante e dolorosa per il cuore di uno sposo o di una sposa dell’essere tradito. Il tradimento è la crocifissione di una persona. Non ho usato questa immagine a caso. Questa situazione ricalca in modo molto aderente quella che è stata la passione e morte di Gesù. La sofferenza più grande per Gesù non è stata la crocifissione fisica, seppur è stata dolorosissima, ma è stata la sofferenza del cuore nel vedere il suo popolo che lo tradiva, nel vedere i suoi apostoli che lo abbandonavano. Ciò che ha profondamente ferito Gesù è stato il vedersi ripudiato. Nonostante questo ha continuato ad amarci. Quando pronuncia quelle parola sulla croce “Perdona loro perchè non sanno quello che fanno”,è l’estremo tentativo che Gesù fa nei confronti del Padre di scusarci fino in fondo, come a dire li amo così tanto che ci passo sopra. Li voglio con me tutti. Questo è l’amore al quale potremmo essere chiamati. Ci sono tante spose e tanti sposi che vivono questo tradimento. Anche se non viviamo queste situazioni sulla nostra pelle, conosciamo certamente persone che vivono queste situazioni drammatiche. Cosa diciamo loro? Usiamo forse le parole del mondo? “Se ti ha fatto questo lascialo, devi rifarti una vita, non puoi restare solo/a devi pensare a te e alla tua felicità”. Noi come cristiani che diversità portiamo? Abbiamo il coraggio di dire: “Guarda, è terribile quello che ti è successo, ma devi confidare che sei sposa/o in Cristo. Gesù non ti abbandona e sei chiamata/o in un modo misterioso a vivere questa tua situazione in modo fedele. Vedrai che se ti aggrappi alla Grazia di Dio, Dio ne trarrà un bene più grande. Che non significa sempre che il coniuge tornerà, ma che in modo conosciuto solo da Dio questo dolore e amore fedele lavora il cuore dell’altro/a, e fosse anche all’ultimo respiro porterà alla conversione e alla salvezza della persona che hai sposato”

Gesù è come uno sposo abbandonato che vede la sua sposa avere una relazione  con un secondo e poi magari con un terzo uomo. Cosa fa Gesù con noi tutti, che siamo la sua sposa infedele? Ci abbandona alla nostra miseria? No, Gesù non ci abbandona, continua ad amarci e tutti gli anni, il giorno dell’anniversario, manda una lettera d’amore alla sposa. Gesù non ha fatto così con ognuno di noi?

Abbiamo il coraggio di dire questo? E ancor prima, ci crediamo a questo?

Mi permetto di fare una piccola critica all’Esortazione Amoris Laetitia. E’ un documento fantastico. Soprattutto nel capitolo quarto dove spiega benissimo le dinamiche dell’amore sponsale. E’, però, mancante di qualcosa. A una giusta attenzione per le situazioni irregolari e di fragilità non è seguito un doveroso riconoscimento a tutti  quegli sposi che nella fatica, nel dolore, nella incomprensione generale e nella solitudine vivono la fedeltà nel ripudio. Quelle persone sono profeti luminosi che dovrebbero essere ringraziati e mostrati al mondo. Stanno mostrando l’amore di Gesù nel momento del sacrificio più alto. Nel momento della croce.

Oggi c’è bisogno di una nuova profezia. Dobbiamo metterci in ascolto e capire. Io penso che ci sia bisogno di sposi santi, che aiutino a riscoprire la bellezza di un progetto che si sta perdendo. Ci si sposa sempre meno, si crede sempre di meno ad un amore fedele e indissolubile. C’è un disincanto che non permette a tante persone di vivere in pienezza la propria vocazione all’amore. Ed ecco che Dio ha bisogno di sposi profeti. Sposi che possano tradurre la Sua Parola e il suo disegno al mondo. Sposi che mostrino la bellezza e la meraviglia di un amore sponsale vissuto in tutta la sua autenticità e radicalità. Nessuno deciderà di sposarsi perché ha sentito una bella predica, ma forse deciderà di farlo se vedrà la gioia di due sposi realizzati.

Antonio e Luisa

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Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

L’abbraccio del perdono

Dammi tre parole

 

Dobbiamo essere coraggiose

Questa è la frase che è scivolata velocemente fuori dalla mia bocca parlando al telefono con la mia testimone di nozze. “Dobbiamo essere coraggiose”. Non perchè siamo delle eroine e nemmeno perchè dobbiamo perseguire degli obiettivi particolari. Guardando lei che sta per concludere il tempo di attesa per abbracciare la sua bambina, guardando mia cugina che deve stare a riposo per preservare la vita che germoglia dentro di lei, guardando le mie sorelle che si fanno in quattro per accogliere amici, parenti in casa loro e con una sola telefonata sanno farmi sentire la loro vicinanza, guardando mia madre che ha l’umiltà di imparare ogni giorno l’arte di essere moglie e madre, ho guardato nella loro anima. Guardare nell’anima, nel loro profondo e leggere tanto coraggio.
Noi siamo bombardati ogni giorno da cose “stravolgenti” che nel bene o nel male vanno a toccare il nostro stomaco, come se dovessimo essere attraversati da uno shock elettrico per smuoverci dal nostro torpore. Non cerchiamo più niente che tocchi il nostro cuore e la nostra anima. Anestetizzati da immagini forti e catastrofi di vario tipo pensiamo che l’eroismo appartenga solo a determinate categorie di persone e abbia limiti ben definiti. E allora piano piano scivoliamo in una vita che non fa spazio all’eroismo nelle piccole cose.
Quest’ultima parola mi ricorda quanto fosse stato incomprensibile per me durante le superiori il “piccolo” della poesia pascoliana. La sua “sperduta piccolezza” non era, a parer mio, degna della poetica che si affacciava al Novecento. Non ho alcuna competenza professionale per fare una lettura analitica di Pascoli, tuttavia, oggi semplicemente lo guardo con occhi diversi, occhi che si riflettono nel suo sguardo che vede presenza dove io non la vedevo.
Uno sguardo che riflette la fanciulezza che c’è in ognuno di noi senza essere banale, ma, al contrario filtrando la straordinarietà nelle piccole cose. E che cos’è la straordinarietà se non la vetta più alta dell’eroismo?
Allora tornando al punto di partenza, forse dobbiamo tutti essere coraggiosi nella nostra vita, ma in particolare l’elogio all’eroismo in questo tempo siamo chiamate a scriverlo con la nostra vita, noi donne.
Viviamo in una società che ci impone, consciamente o in maniera inconscia, di essere in tanti modi: donne in carriera, donne sexy, donne di successo… e punti di sospensione, riempiteli come meglio credete. In sé, questi aggettivi non hanno nulla di male. Ma vorrei leggere un po’ più fondo, leggiamo nell’anima delle cose. Forse l’eroismo che la società ci chiede non ha proprio nulla di straordinario. La donna deve essere il più possibile simile alle modelle in copertina. Deve essere disponibile a lavoarare seguendo tempi ed orari che non rispettano la sua vita biologica. Si sente obbligata a mettersi subito a dieta dopo una gravidanza e non è completamente libera di guardare quei rotolini in più e pensare che ha appena preso parte al miracolo infinito della vita. Deve trasformarsi nell’oggetto sessuale più versatile possibile agli occhi dell’uomo e non deve sentirsi desiderata e bella, quando la cura di sé diventa desiderio di essere amata con dignità. È donna solo quando è sempre truccata alla perfezione e ha sempre la ceretta prenotata dall’estetista, e non quando senza trucco e senza filtri riesce a guardarsi allo specchio per quella che è. Allora ci guardiamo un po’ intorno e gli aggettivi che ci vengono in mente non appartengono alla sfera semantica di quelli elencati in precendenza: donne maltrattate, donne insoddisfatte, donne vendute, donne sottovalutate, donne sulla crisi di nervi per conciliare lavoro e famiglia, donne che non amano, donne non amate.
Allora la scelta più coraggiosa che possiamo fare è ascoltare la nostra essenza più profonda lasciando un attimo da parte preconcetti e schemi. Forse oggi la donna si è preclusa alcune porte che potrebbero portarla alla felicità. Forse non si considera più all’altezza di amare un uomo con tutta se stessa. Forse si illude che non ci sia lungo la sua strada un uomo disposto ad amarla tutta la vita. Forse farà dei figli quando avrà sistemato tutto, quando tutto sarà sicuro, quando magari un figlio non arriverà o forse lei non avrà più voglia di aspettarlo. Forse la corsa alla carriera le ha offuscato il cuore e non è più in grado di ascoltarne i desideri più veri. Forse le ha date tutte vinte all’uomo: lo ha aiutato a trasformare l’amore solo in un fatto di “vuoi salire da me?”.
Allora oggi mi sento di fare un elogio alle donne che in mezzo a questa società sono davvero le più coraggiose nella loro ordinarietà e quotidianità. Un elogio alle donne che si ascoltano ancora e nel loro profondo trovano la forza e il coraggio di essere accoglienti, felici, ricolme di affetto, lungimiranti, disponibili…

“Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza ed un’angoscia muta.
– Mamma?-È là che ti scalda un po’ di cena-” 

Allora Pascoli forse non ci aveva visto proprio male, magari possiamo davvero ritrovare noi stesse tra una cena da cucinare e una persona da amare. Tra un posto di lavoro dove portare la nostra brillantezza e un’amica da consolare, tra un figlio che ci succhia tutte le forze e una casa da ordinare. Tra un esame da sostenere e i sintomi premestruali da combattere. Tra un datore di lavoro intransigente e un genitore da accudire. Tra un corpo da amare e una sapienza da custodire.
Sì, dobbiamo essere coraggiose.

Federica Di Vito

Articolo originale qui

In vasi di creta

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Come una nave affronta la tempesta, così la famiglia vive prove e periodi che mettono a rischio il legame che salda e compatta una realtà umana, apparentemente così fragile. Umana perché questa è la natura che contraddistingue il corpo di una famiglia. Fatta di padri che definiscono l’impronta del cammino dei figli. Di madri che custodiscono e valorizzano, ricamando tra la vita e i suoi dolori. Di figli che crescono non sempre certi delle “mappe” che sono state consegnate per decifrare il loro immergersi nella realtà.

Figure umane dunque che si accostano alla sfida del vivere comune, o meglio, insieme in un progetto che si fa flebile di fronte alle minacce. Del mondo, delle crisi (piccole e grandi), dei limiti personali, della costante battaglia tra le proprie ferite e lo sguardo dell’altro che, pur così vicino, può diventare tutt’altro che benedizione.

L’aridità di una famiglia, di una coppia di sposi, di figli traboccanti di domande, chiede innanzitutto di essere fattivamente soccorsa . Perché è nell’essere riconosciuta, curata e trasformata che una sofferenza prende forma e trova sollievo. Nello specifico, si tratta della sinergia tra la Grazia e la disponibilità di ogni uomo e ogni donna a considerare il quotidiano secondo una prospettiva di affidamento costante.

Infatti, non vi è realtà come la famiglia per sperimentare al meglio la fantasia dello Spirito Santo che lavora riscrivendo le nostre storie nella continuità. Dove niente viene buttato, se non l’attaccamento all’uomo vecchio che limita ogni SI’, gratuito e autentico, specialmente tra coloro che cercano di essere Chiesa tra le mura di una casa.

Qui, in questo luogo teologico, che forse non avrà l’apparenza dei monti biblici dove Dio rivolgeva le Sue Parole, accade un lavoro di rifinitura dell’anima dell’uomo, di rivoluzione dei cuori e della ricerca, tra la frenesia e il caos, degli elementi fondanti una famiglia. Come i gesti più concreti, gli sguardi nascosti, la preghiera silenziosa, i perdoni sussurrati, le lacrime sparse, la Provvidenza che nel quotidiano gioca e si mimetizza nell’ordinarietà. Mai banale.

Questa è la vera robustezza di ogni famiglia. Che spezzate le disillusioni e le fantasie riduce all’essenziale il suo fare e i suoi perché. Sempre più scarni fino a che l’unico volto da ricercare sarà quello di essere, in sostanza, ciò che da sposi, genitori, figli, fratelli e sorelle si è chiamati ad essere: icone dell’Amore di Dio. Questa è la famiglia, capace di morire e risorgere, solo facendo memoria dell’unica Via che ci ha assicurato: Io sono con voi tutti i giorni.

 

Federica

Dammi tre parole.

E’ vero, mi piace dire che nelle famiglie abbiamo bisogno di imparare tre parole – tu [Ghislain] le hai dette – tre parole: “scusa”, “per favore” e “grazie”. Tre parole. Come erano le tre parole? Tutti: [Sorry, please, thank you] Another time: [Sorry, please, thank you] Non sento… [Sorry, please, thank youThank you very much! Quando litighi a casa, assicurati, prima di andare a letto, di aver chiesto scusa e di aver detto che ti dispiace. Prima che finisca la giornata, fare la pace. E sapete perché è necessario fare la pace prima di finire al giornata? Perché se non fai la pace, il giorno dopo, la “guerra fredda” è molto pericolosa! State attenti alla guerra fredda nella famiglia! Ma forse a volte tu sei arrabbiato e sei tentato di andare a dormire in un’altra stanza, solo e appartato; se ti senti così, semplicemente bussa alla porta e di’: “Per favore, posso entrare?”. Quel che serve è uno sguardo, un bacio, una parola dolce… e tutto ritorna come prima! Dico questo perché, quando le famiglie lo fanno, sopravvivono. Non esiste una famiglia perfetta; senza l’abitudine al perdono, la famiglia cresce malata e gradualmente crolla.

Ne ho già parlato in diversi articoli. Il Papa ne ha parlato innumerevoli volte. Lo ripete quasi in modo esagerato. Ripete incessantemente l’importanza di tre paroline per una relazione sponsale e familiare felice: grazie, per favore e scusa. Non mi dilungherò a ripetere ancora quanto ho già scritto in almeno tre articoli precedenti. Mi limiterò a caratterizzarle con una frase.

Permesso è la parola che riconosce nell’altro un mistero, un’alterità piena di dignità che non possiamo possedere, ma solo accogliere e a cui fare dono di noi.

Grazie è riconoscere di aver ricevuto un dono. La presenza dell’altro/a accanto a noi nella relazione sponsale è qualcosa di cui rendere grazie in ogni momento della vita, anche nei gesti più piccoli e scontati.

Per favore esprime il desiderio di essere accolti nell’altro e dall’altro. Per favore esprime il nostro desiderio di non prendere qualcosa con la violenza e la forza, ma di essere accolti nella piena libertà e volontà dall’altro. Nessuna violenza, ma solo la forza del nostro dono gratuito e del nostro linguaggio verbale e non verbale che nel matrimonio deve farsi tenero e dolce per rendere il nostro dono affascinante e desiderato dall’altro.

Comprendete bene come queste semplici tre parole aprano un mondo. In queste tre parole c’è tutto quello che serve per indirizzare un matrimonio verso l’autentico amore e la gioia piena.  Ecco perchè il Papa ne parla spesso. Ha capito che di questi tempi non serve fare tanti discorsi teologici sul significato del matrimonio nella storia della salvezza e della redenzione. Non serve innalzare la nostra umanità al divino. Pochi capirebbero. Serve piuttosto concretizzare tutto il significato trascendente del matrimonio nella nostra quotidianità. Una coppia di sposi che davvero vive e usa queste tre parole nella sua vita matrimoniale manifesta ed esprime meglio di ogni trattato il significato profondo del matrimonio. Racconta con la vita come Dio ama. Una coppia che vive queste tre parole racconta chi è Dio.

Una piccola riflessione anche sulla seconda parte di questo stralcio del discorso. Attenzione alla guerra fredda.

La mia sposa ha più volte dovuto sopportare i miei musi, i miei silenzi e le mie parole ficcanti e acide. Quante volte ci siamo addormentati senza guardarci  e senza parlarci. Era il mio modo di fargliela pagare. Aveva commesso un reato di lesa maestà. Io, il re, ero stato offeso. Ma quanto ero cretino, infantile e superficiale. Con il tempo ho capito. Non abbiamo smesso di avere incomprensioni, questo è impossibile. Ho smesso, invece, di comportarmi come una persona immatura. Non sono più capace di dormire senza aver dato un abbraccio alla mia sposa. E’ più forte di me. Cosa serve aver ragione? Nulla se questo deve comportare una divisione e una situazione che fa male al mio cuore e a quello della mia sposa. Chi se ne frega di aver ragione! Sempre che io abbia ragione! Molto meglio fare un passo indietro, dare una spallata al mio orgoglio e al mio egocentrismo e andare incontro all’unica cosa che davvero conta: il mio matrimonio, la mia sposa, la mia vocazione, la mia accoglienza. Aver ragione e vivere nel rancore e nella divisione davvero non ha senso. Ho capito che prima ci si perdona e meglio è. Inutile far passare troppo tempo. Tante separazioni sono dovute a mancati perdoni. Il rancore cresce, l’altro si allontana e giorno dopo giorno ci si perde. In realtà è più facile di quello che sembra. Dio mi ha perdonato tanto e tante volte. Come ricambiare il suo amore fedele e misericordioso? Per noi sposi è molto semplice. L’altro/a è mediatore tra noi e Dio. Per questo ogni volta che perdono e accolgo il mio sposo o la mia sposa sto accogliendo Gesù e sto restituendo una piccola parte del tanto che Lui mi ha dato gratuitamente e per primo! Ce n’è da meditare per tutti. La strada è una sola. Non fate gli stolti. Non fate passare la notte sopra la vostra ira. Fatelo perchè è la cosa migliore per tutti ed è l’unica cosa giusta.

Antonio e Luisa

 

L’abbraccio del perdono

Abbiamo appena ascoltato le testimonianze di Felicité, Isaac e Ghislain, che vengono dal Burkina Faso. Ci hanno raccontato una storia commovente di perdono in famiglia. Il poeta diceva che «errare è umano, perdonare è divino». Ed è vero: il perdono è un dono speciale di Dio che guarisce le nostre ferite e ci avvicina agli altri e a lui. Piccoli e semplici gesti di perdono, rinnovati ogni giorno, sono il fondamento sul quale si costruisce una solida vita familiare cristiana. Ci obbligano a superare l’orgoglio, il distacco e l’imbarazzo a fare pace. Tante volte siamo arrabbiati tra di noi e vogliamo fare la pace, ma non sappiamo come. E’ un imbarazzo a fare la pace, ma vogliamo farla! Non è difficoltoso. E’ facile. Fai una carezza, e così è fatta la pace!

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Per noi cristiani non è solo così, o non dovrebbe esserlo. Don Carlo Rocchetta, sacerdote in prima linea nel sostenere le coppie di sposi,  dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento per abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, quando hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Non solo siamo razionali, siamo spesso tremendamente orgogliosi. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo, che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo, che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale, che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Il Papa parla di fare una carezza. Va benissimo. E’ comunque rompere il muro che divide e ritrovare un contatto fatto di tenerezza. Il gesto che più manifesta il perdono è però l’abbraccio. Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Queste realtà non le può insegnare un libro. Anche bello e interessante come quello di Rocchetta. Il libro può solo confermarle. Queste dinamiche dell’amore si possono comprendere solo vivendole, solo facendone esperienza. Quanti musi lunghi i miei primi anni di matrimonio. Poi, pian piano, se ci si abbandona, l’amore ti educa e ti cambia. In questi tanti anni le nostre crisi non ci hanno allontanato, ma al contrario, ci hanno unito sempre più. Già, perchè ora abbiamo un bagaglio di vita, fatto di tanti perdoni che ci siamo donati l’un l’altra. Tanti momenti in cui abbiamo fatto esperienza dell’amore gratuito e misericordioso. Questo bagaglio è prezioso e ci permette di fare subito la pace. Sì, perchè anche se in quel momento il nostro sposo (sposa) ha sbagliato, ci ha magari anche ferito, abbiamo una memoria, una storia di bene. Basta fare memoria di tutte le volte che siamo stati noi a ferire e siamo stati perdonati. Facendo memoria di questo il rancore scompare e quella carezza che il Papa ci chiede di fare diventa non solo facile, ma l’unico nostro desiderio in quel momento.

Antonio e Luisa

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Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

Il nostro matrimonio è un tè da gustare

 

 

 

Il nostro matrimonio è un tè da gustare.

Il matrimonio cristiano e la vita familiare vengono compresi in tutta la loro bellezza e attrattiva se sono ancorati all’amore di Dio, che ci ha creato a sua immagine, così che noi potessimo dargli gloria come icone del suo amore e della sua santità nel mondo. Papà e mamme, nonni e nonne, figli e nipoti: tutti, tutti chiamati a trovare, nella famiglia, il compimento dell’amore. La grazia di Dio aiuta ogni giorno a vivere con un cuore solo e un’anima sola. Anche le suocere e le nuore! Nessuno dice che sia facile, voi lo sapete meglio di me. È come preparare un tè: è facile far bollire l’acqua, ma una buona tazza di tè richiede tempo e pazienza; c’è bisogno di lasciare in infusione! Così giorno dopo giorno Gesù ci riscalda col suo amore facendo in modo che penetri tutto il nostro essere. Dal tesoro del suo Sacro Cuore, riversa su di noi la grazia che ci occorre per guarire le nostre infermità e aprire la mente e il cuore ad ascoltarci, capirci e perdonarci gli uni gli altri.

Mi piace molto questo esempio del Papa. Riesce ad esprimere in modo molto semplice un concetto fondamentale. Nell’amore c’è bisogno di pazienza. Pochi sono disposti ad avere pazienza. Siamo nell’era del tutto subito, del virtuale che è immediato, della soddisfazione immediata delle nostre pulsioni. Le relazioni sono immediate con un messaggio whatapp. Non abbiamo tempo neanche di scrivere un messaggio intero. Prendete il telefono dei vostri figli, se sono abbastanza grandi e se ve lo fanno vedere, e leggete i loro messaggi. Sono una neo lingua . TVB GRZ faccine sorridenti o lacrimose. Tutto deve essere immediato. Il Papa ci ricorda che l’amore non è così. L’amore è una pianta da coltivare. Ci può mettere anni per crescere e quando saremo giunti alla fine dei nostri giorni starà ancora crescendo perchè non potremo mai amare in modo perfetto, quella è cosa solo di Dio, ma potremo continuamente e progressivamente crescere nell’amore. Per questo ci vuole pazienza. L’esempio del Papa è meraviglioso. Mi ha provocato una riflessione che voglio condividere. L’innamoramento non è come l’acqua bollente? L’innamoramento è così. Un turbinio di sensazioni ed emozioni che ci fanno stare bene e stare male nello stesso momento. L’innamoramento è come l’acqua che bolle. Attenzione però. L’acqua bollente può scottare. L’acqua bollente non ha sapore. Non è amore vero. L’innamoramento è una spinta all’apertura verso l’altro/a per costruire l’amore. Serve poi lasciare l’acqua in infusione. Per darle sapore serve l’infuso. Serve il tè. Il tè è l’amore autentico. E’ la capacita di darsi all’altro, la capacità di perdonare, la capacità di accogliersi, di ascoltarsi e di servirsi. Il tè è tenerezza, il tè è condivisione. Ogni volta che riusciamo ad amarci così la nostra acqua, la nostra relazione prende un po’ di più il colore ambrato del tè. Anni di vita insieme, dove, seppur nelle nostre miserie e peccati, siamo riusciti ad amarci così, la nostra acqua avrà acquisito il sapore e il colore del tè. Non sarà più così bollente come all’inizio, ma sarà, proprio per questo, più assimilabile. Avrà finalmente un gusto vero, avrà il sapore del’amore autentico. Per noi cristiani, come dice il Papa, avrà l’immagine e il sapore di Dio. Per questo il matrimonio non è una prigione. Il matrimonio che è una scelta radicale e irreversibile ti rende libero. Ti rende libero dalla schiavitù dei sentimenti. Va dove ti porta il cuore può essere un saggio consiglio solo quando si possiede un cuore abitato da Dio. Spesso non è così. Spesso il nostro cuore è abitato dal peccato e dall’egoismo. Il mio cuore non sempre mi avrebbe portato verso la mia sposa. In questi casi il matrimonio, e la promessa del per sempre, diventano bussola quando il cuore vuole prendere strade sbagliate. Per grazia ho capito tutto questo, ho perseverato ed ora inizio ad assaporare quel tè che dona più gusto e colore alla mia vita.

Antonio e Luisa.

Articoli precedenti

Il contrario di famiglia è solitudine 

I santi della porta accanto

 

 

 

I santi della porta accanto

E’ per aiutarci a riconoscere la bellezza e l’importanza della famiglia, con le sue luci e le sue ombre, che è stata scritta nell’Esortazione Amoris laetitia sulla gioia dell’amore, e ho voluto che il tema di questo Incontro Mondiale delle Famiglie fosse “Il Vangelo della famiglia, gioia per il mondo”. Dio desidera che ogni famiglia sia un faro che irradia la gioia del suo amore nel mondo. Che cosa significa? Significa che noi, dopo aver incontrato l’amore di Dio che salva, proviamo, con o senza parole, a manifestarlo attraverso piccoli gesti di bontà nella routine quotidiana e nei momenti più semplici della giornata.

E questo come si chiama? Questo si chiama santità. Mi piace parlare dei santi “della porta accanto”, di tutte quelle persone comuni che riflettono la presenza di Dio nella vita e nella storia del mondo (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6-7). La vocazione all’amore e alla santità non è qualcosa di riservato a pochi privilegiati, no. Anche ora, se abbiamo occhi per vedere, possiamo scorgerla attorno a noi. E’ silenziosamente presente nel cuore di tutte quelle famiglie che offrono amore, perdono, misericordia quando vedono che ce n’è bisogno, e lo fanno tranquillamente, senza squilli di trombe. Il Vangelo della famiglia è veramente gioia per il mondo, dal momento che lì, nelle nostre famiglie, Gesù può sempre essere trovato; lì dimora in semplicità e povertà, come fece nella casa della Santa Famiglia di Nazaret.

Proseguiamo a leggere il discorso del Papa (qui il primo articolo) Abbiamo spesso una convinzione sbagliata. Pensiamo che una vita di preghiera e ricca di misticismo sia più santa ed elevata di una vita di una mamma o di un papà che vivono, tutto sommato, una giornata come tanti altri, che non hanno molto tempo da dedicare all’incontro intimo e personale con Gesù, ma sono presi da questioni più banali e immanenti come cambiare un pannolino o preparare un piatto di pasta. Il sacerdote invece, lui si che dà il meglio di sè a Cristo. Alzi la mano chi non crede, almeno un po’, che quanto ho scritto non sia verità. Credo che siano pochi quelli che hanno la consapevolezza che la vocazione matrimoniale sia importante tanto quanto quella sacerdotale. I sacerdoti sono considerati dal sentire comune (naturalmente per chi ha una vita di fede) dei privilegiati, dei chiamati, a differenza degli altri che non sono chiamati e scelgono quindi una vita ordinaria. Nulla di più falso. Anche io, anche Luisa, anche tu che leggi, chiunque è un chiamato. C’è chi è chiamato ad una vita contemplativa, chi a guidare una parrocchia, chi a servire i poveri e chi, come noi, a rispondere all’amore di Gesù, cercandolo e servendolo in un’altra creatura. La nostra vita al servizio della persona che abbiamo sposato acquista una dignità pari a chi si dedica completamente a Dio, in un rapporto diretto. Non pensiamo che Cristo sia contento di noi se per cercarlo, per adorarlo, per incontrarlo sacrifichiamo la nostra relazione sponsale. In una catechesi un sacerdote raccontò un aneddoto molto significativo:

Ero in confessionale. Arriva questa signora e mi racconta che lei desiderava partecipare al Santo Rosario in parrocchia tutti i giorni. Suo marito non capiva e si lamentava che lei lasciava la casa e quando lui tornava dal lavoro non trovava la cena in tavola. Era sempre in ritardo. Le ho consigliato di non venire in chiesa, o di partecipare in un altro orario. La sua vocazione è prima di tutto verso il marito. Non è una suora.

Può sembrare un consiglio avventato. Come? Gesù viene prima di tutto e tutti. Questo insegna la Chiesa. Verissimo. Noi però, come sposi, lo serviamo in altro modo. Lo serviamo attraverso la mediazione di un’altra persona. Tornando al discorso del sacerdote si potrebbe dire che in quella cena preparata con amore e cura, la signora può amare e servire Gesù più di ogni altra preghiera. Se il rosario le impedisce di amare Cristo nel suo sposo allora il rosario non va bene.

Naturalmente non vale solo per la moglie, ma anche per il marito. Una coppia di amici è impegnata molto nel Rinnovamento nello Spirito. Lui, lo sposo è parte del pastorale (coordinatore) del gruppo. Da parte dei “superiori” gli viene richiesto sempre di più: partecipa a questo gruppo, a questo seminario, a questa convocazione, a questo corso e così via. Una volta gli hanno espressamente detto che il gruppo deve venire prima della sua famiglia perchè lo Spirito Santo è fonte di tutto. Affermazione completamente folle e fuori da ogni insegnamento della Chiesa. Basterebbe il buonsenso. Fatto sta che la moglie durante un incontro si è alzata è ha semplicemente, ma in modo deciso, detto che nulla ha senso di quello che fanno lì se si trascura la famiglia. Tutti muti.

Da quel giorno il mio amico ha saltato diversi incontri perchè si è reso conto che la sua sposa, tutte le sere che lui era via, si trovava in difficoltà e che quando tornava “riempito” di Spirito Santo, lei lo attaccava nervosamente, e immancabilmente litigavano. Vi sembra normale? E’ una via di santità? Pensate alle cose del mondo sposi dice San Paolo.

Dobbiamo uscire da un clichè di santità che abbiamo in testa. Padre Bardelli, nostra guida per tanti anni, diceva che i santi che ci vengono proposti come esempi di vita sono spesso consacrati. San Francesco, Sant’Antonio, santa Caterina e tanti altri, sono preti, frati o suore. Quelli, diceva padre Bardelli, offrono una via di santità che va bene per me, non per voi. Voi dovete guardare i santi coniugi. Quelli vi possono insegnare cosa significa servire il Signore nella vostra condizione di sposi cristiani.

A tal proposito San Giovanni Paolo II durante l’omelia per la beatificazione dei coniugi Quattrocchi disse:

i beati Sposi hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario.

e poi ancora

Nella loro vita, come in quella di tante altre coppie di sposi che ogni giorno svolgono con impegno i loro compiti di genitori, si può contemplare lo svelarsi sacramentale dell’amore di Cristo per la Chiesa. Gli sposi, infatti, “compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo Spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò partecipano alla glorificazione di Dio

La mia strada per la santità è diventare sempre più uno con la mia sposa, essere sempre più capace di farmi servo per lei, sempre più capace di accoglierla, e accogliendo lei accogliere le sue preoccupazioni, le sue necessità, le sue aspirazioni, la sua fragilità. La mia strada per la santità è vedere in lei il volto di Cristo, così da poter restituire a Gesù quell’amore gratuito e incondizionato attraverso quella sua creatura e figlia. Che non significa fare di lei un dio, ma trovare in lei quel Dio che tanto mi ha dato. Trovare nel noi, nella nostra relazione quella sorgente di Grazia e di amore che non si accontenta di restare nel recinto della coppia, ma che diventa feconda per tutto il mondo esterno: figli, parenti, amici, colleghi e tutte le persone che possiamo incontrare. Ed è così che una vita ordinaria può diventare straordinaria, perchè non è nella grandezza della nostra missione che si trova Dio, ma nella grandezza del nostro amore, che può manifestarsi benissimo anche in una vita ordinaria, ma che non sarà mai banale, perchè l’amore è meraviglia anche quando lo si manifesta nelle piccole cose di ogni giorno. E’ così che possiamo riflettere qualcosa della presenza di Dio nella nostra vita e diventare i “santi della porta accanto”, come ci chiede il Santo Padre.

Antonio e Luisa

Il contrario di famiglia è solitudine. 

In ogni celebrazione familiare, si avverte la presenza di tutti: padri, madri, nonni, nipoti, zii e zie, cugini, chi non è potuto venire e chi vive troppo lontano, tutti. Oggi a Dublino siamo riuniti per una celebrazione familiare di ringraziamento a Dio per quello che siamo: una sola famiglia in Cristo, diffusa su tutta la terra. La Chiesa è la famiglia dei figli di Dio. Una famiglia in cui si gioisce con quelli che sono nella gioia e si piange con quelli che sono nel dolore o si sentono buttati a terra dalla vita. Una famiglia in cui si ha cura di ciascuno, perché Dio nostro Padre ci ha resi tutti suoi figli nel Battesimo. Ecco perché continuo a incoraggiare i genitori a far battezzare i figli appena possibile, perché diventino parte della grande famiglia di Dio. C’è bisogno di invitare ciascuno alla festa, anche il bambino piccolo! E per questo va battezzato presto. E c’è un’altra cosa: se il bambino da piccolo è battezzato, entra nel suo cuore lo Spirito Santo. Facciamo una comparazione: un bambino senza Battesimo, perché i genitori dicono: “No, quando sarà grande”, e un bambino con il Battesimo, con lo Spirito Santo dentro: questo è più forte, perché ha la forza di Dio dentro!

Voi, care famiglie, siete la grande maggioranza del Popolo di Dio. Che aspetto avrebbe la Chiesa senza di voi? Una Chiesa di statue, una Chiesa di persone sole…

Oggi iniziamo una nuova serie di articoli. Cercherò di dire qualcosa sul discorso che il Santo Padre ha rivolto alle famiglie durante l’incontro di Dublino.

Cosa mi provocano queste prime righe del suo discorso? Mi rimandano al viaggio che ho appena concluso in Umbria. Ho visitato Assisi, Cascia e Perugia. Durante questo incontro ho avuto la grazia di incontrare Cristina e Marco. Entrambi scrivono su questo blog. Perchè vi riporto questo aneddoto personale? Perchè in entrambi mi ha colpito una realtà. Qualcosa di non visibile, ma perfettamente percepibile. Erano da soli. Giorgio, il marito di Cristina, era occupato a lavorare, mentre Ilaria, la moglie di Marco, era fuori con i figli. Ebbene non erano presenti, ma erano presenti. Cristina portava in sè la presenza di Giorgio. Marco quella di Ilaria. Non so spiegarla bene questa percezione, ma è qualcosa di cui tutti possono fare esperienza quando si avvicinano ad una persona sposata che vive autenticamente la sua vocazione. Io posso dire di aver conosciuto anche Ilaria e Giorgio. Come se in Cristina e Marco abitassero anche i rispettivi sposi. Penso che il Papa intenda questo quando dice che una persona porta con sè, anche nella celebrazione irlandese, tutta la famiglia. L’amore ti cambia, l’amore è l’unica cosa che ci si porta dappertutto anche nella morte. L’amore non è un concetto astratto. L’amore ha un volto. Per noi sposi ha il volto della famiglia. Questo vale per figli, nonni, genitori ecc. Vale anche, e soprattutto, tra marito e moglie, dove l’amore diventa sacramento e relazione sacra. La Chiesa di Gesù non può esistere senza le piccole chiese domestiche.  In famiglia si impara a condividere e compatire. Compatire sembra una brutta parola, ma in famiglia non lo è. Le gioie condivise diventano più belle e più grandi. I dolori compatiti da tutta la famiglia, che è sostegno e balsamo d’amore, sono meno pesanti e più sopportabili. In famiglia si impara inoltre a prendersi cura. Si impara a fare attenzione all’altro. Si impara a cercare di comprendere il punto di vista dell’altro. La famiglia permette di spostare il centro da me ad un tu. Ed è così che l’immagine più bella per definire la Chiesa è quella che usa il Papa in questo discorso: la Chiesa è la famiglia dei figli di Dio. Una grande famiglia dove si compatisce per ogni fratello (e sorella), dove si condivide la gioia di ogni fratello, dove ci si prende cura di ogni fratello. Se volete comprendere qualcosa della Chiesa, e di come l’ha pensata e voluta Gesù, guardate come si amano i membri di una famiglia. Il contrario di famiglia non è libertà o indipendenza, come molti credono. Il contrario di famiglia è solitudine.

Antonio e Luisa

 

T come tabernacolo e talamo

Tabernacolo e talamo. Due parole che non sembrano avere molto in comune. Invece sono quasi sinonimi, sono parole che descrivono una sola realtà: la presenza di Dio sulla terra. Tabernacolo non è un concetto cristiano, ma qualcosa che viene da lontano, dal mondo ebraico. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Pensate che gli esperti ci dicono che il sommo sacerdote poteva entrare una volta all’anno e, quando operai dovevano intervenire per manutenzioni venivano calati dall’alto con delle corde per non calpestare quel suolo, tanto era sacro quel luogo. Secondo due Vangeli, quello di Marco e quello di Luca, la tenda che separava il resto del tempio da questo luogo sacro si squarciò alla morte di Gesù, come a significare la ferita inferta dagli uomini alla relazione ed alleanza con il loro Creatore. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo.

Esiste un altro tabernacolo, non meno importante. Quel tabernacolo è il noi degli sposi. Nell’unione sponsale Gesù è presente in modo misterioso e unico, ma vivo e reale. Per questo si dice che Eucarestia e matrimonio abbiano molto in comune. Entrambi sono sacramenti perenni. Entrambi, a differenza degli altri, mantengono la reale e viva presenza sempre. Come nell’eucarestia c’è la reale presenza di Cristo fino a quando pane e vino non sono consumati, così nel matrimonio resterà la realtà soprannaturale e non visibile fino alla morte di uno dei due sposi. Realtà invisibile, ma operante. Negli altri sacramenti non è così. Nel battesimo Cristo è presente e operante durante il rito, ma poi non più, permangono gli effetti di Grazia. Molto diverso. Questo concetto è stato ripreso e spiegato in modo concreto e non fraintendibile dal nostro vescovo. Il vescovo di Bergamo Francesco Beschi, durante un incontro rivolto ai giovani sposi, fece un gesto molto forte e per certi versi scandaloso. Si inginocchiò davanti a loro e disse che in quel momento stava adorando Cristo come davanti al Santissimo Sacramento.

Arriviamo così al talamo nuziale. Il talamo è il tabernacolo visibile della presenza reale di Cristo nell’unione sponsale. Talamo luogo di incontro della carne e dei corpi che diventa segno visibile dell’invisibile e sacra unione dei cuori operata dallo Spirito Santo con il sacramento del matrimonio. Per questo dissacrare il talamo nuziale è un peccato gravissimo. Non è molto diverso dal prendere l’Eucarestia e gettarla nell’immondizia. L’adulterio è uccidere Cristo nella nostra relazione, è distruggere il nostro patto che non è scritto solo sulla terra, ma anche nei cieli, è distruggere l’alleanza fedele e indissolubile segno dell’Alleanza di Gesù con la sua Chiesa.

Come immagine copertina dell’articolo ho scelto un momento del matrimonio tra Chiara Corbella ed Enrico Petrillo. Bellissima e significativa. Chiara ed Enrico stanno per diventare tabernacolo di Cristo nella loro unione. All’interno del loro Sacer, del recinto sacro delimitato dalle loro due persone ecco Cristo visibile nel vino eucaristico. Un’immagine meravigliosa, sulla quale fermarsi a meditare. Un’icona visibile di una realtà invisibile immensa. Scrivendo queste righe mi venivano le lacrime a pensare a questa grandezza che anche noi possiamo vivere e riconoscere. Una realtà già presente in noi che dobbiamo solo scoprire.

Antonio e Luisa

Z come zavorra

L’ultima lettera. Ho lasciato alla fine uno delle riflessioni più indigeste e più difficili. Dobbiamo impegnarci, con tutta la nostra volontà e determinazione, per combattere i nostri vizi, smussare i nostri spigoli e rompere i legacci del peccato che ancora ci imprigionano e non ci permettono di spalancare il cuore allo Spirito Santo. Dobbiamo gettare le nostre zavorre. Dobbiamo trovare la forza per farlo. Senza un impegno costante a liberarci del vizio il nostro matrimonio parte già fallito Rimanere nel vizio significa appesantire il cuore di macigni che non permettono alla sorgente del nostro amore, lo Spirito Santo, di riempirci e dissetarci. Abbiamo queste pietre più o meno grandi che non vogliamo togliere, ma che ci fanno male e rendono tutto più difficile. Ognuno ha le sue. Pornografia, gioco, prostituzione e adulterio. Voglio concentrarmi su questi quattro nemici mortali del matrimonio. Ce ne sono anche altri, ma in questo momento storico questi sono i più comuni. Già! Comuni, perchè riguardano un numero enorme di persone e tra queste anche, per forza di cose, tante persone sposate. Non sto parlando di casi rari, ma di comportamenti diffusi. In Italia i consumatori abituali di contenuti a luci rosse (foto e video) sono non meno di 7 milioni. Sono 17 milioni gli italiani che hanno giocato almeno una volta alle slot (fonte: Cnr) e 2,5 milioni i giocatori abituali e, dunque, a rischio dipendenza (anche se appena 7 mila sono in cura presso le Asl). 45%. È questa la percentuale di italiani, sposati o in coppia, che ha dichiarato di aver tradito il partner ufficiale almeno una volta. Percentuale che risulta essere la più alta d’Europa. Lo dichiarano i dati raccolti da un sondaggio IFOP (Istituto francese di opinione pubblica), commissionato qualche mese fa da Gleeden su scala europea.Nove milioni sono i clienti che comprano sesso, con un giro d’affari di 90 milioni di euro al mese Pensiamo che queste cose debbano succedere solo agli altri. La verità è che ci sono dentro tantissime famiglie. Una piaga che distrugge non solo il sacramento, ma anche la dignità, l’integrità e la speranza delle persone. Quanti ci sono dentro? Quanti vivono questi drammi? Milioni di persone. Milioni di sposi, che magari hanno una vita apparentemente impeccabile e dentro hanno un cuore incancrenito dal peccato. Spesso neanche il coniuge sa fino in fondo. Perchè ho scelto questa riflessione? Potevo scrivere qualcosa di meno forte. Perchè è adesso il momento di smettere. Non è troppo tardi, ma ogni giorno che passa la guarigione sarà sempre più difficile. La strada possibile è solo quella di un apertura con il coniuge in un dialogo sincero. Solo così, umiliandosi, chiedendo aiuto, e facendosi aiutare, condividendo la difficoltà e la sofferenza con chi hai sposato e, se necessario, affrontando un percorso di cura e di guarigione con una figura professionale adeguata, potrai espellere il veleno dal tuo cuore e tornare a vivere. Non solo serve anche che il coniuge sappia accogliere queste grandi fragilità dell’amato/a senza giudicare, ma con lo sguardo stesso di Cristo che compatisce, patisce con. Così si potrà trovare nell’unità e nell’unione la forza per venirne fuori, insieme, con la Grazia di Cristo.  La forza va trovata, infatti, per noi sposi cristiani, nella Grazia del nostro matrimonio, nella nostra relazione sponsale che è nostra forza.

Vi lascio con una testimonianza di Luca Marelli, sposo e padre, che ha vissuto l’esperienza della dipendenza dalla pornografia, del recupero e guarigione  ed ora si spende per aiutare chi è imprigionato e logorato da questa vera piaga che distrugge, nel silenzio generale, persone e matrimoni. Insieme ad altri amici ha fondato l’associazione PURIdiCUORE e gira l’Italia promuovendo conferenze e percorsi di guarigione. Ho avuto modo si scambiare qualche messaggio con lui e ho trovato il loro lavoro molto interessante ed utile.

Vi lascio il link del sito della sua associazione www.puridicuore.it

V come verità e volontà

Torno con la memoria a circa sedici anni fa. Stavo per promettere amore e fedeltà per sempre alla mia sposa. Stavo per sposarmi. Ero felice, certo, ma ero anche frastornato e avevo paura. Diciamo pure strizza. Era una scelta definitiva, radicale e dalla quale dipendeva la risposta alla mia vocazione.  Quando si avvicina il giorno del matrimonio, quando lo prepari, quando vivi i giorni dell’attesa, dove finalmente vedi concretizzarsi quel progetto d’amore che prende vita e forma, senti sempre più forte quella chiamata che nel profondo ti spinge sempre più verso la scelta definitiva del matrimonio. Ero ubriacato da queste sensazioni ed emozioni fortissime, e non mi sono mai chiesto, anche solo per un attimo, se in caso di tradimento, o peggio, di abbandono da parte  di mia moglie,  avrei continuato ad amarla e ad esserle fedele. Quando ci si sposa non si pensa a queste cose, almeno non l’ho fatto io. Non so, forse è un meccanismo mentale che naturalmente ho messo in atto. Se avessi avuto il dubbio reale che potesse davvero accadere una situazione del genere non mi sarei sposato. Avevo bisogno di credere che tutto sarebbe andato bene per trovare il coraggio di un passo tanto definitivo. La verità è che non ero pronto a dire il mio si in ogni situazione. Il matrimonio non è un punto di arrivo, ma di partenza. L’innamoramento viene, nel corso del tempo, sostenuto dall’amore. Innamoramento che dipende da tante cose, che non è mai stabile, soggetto ad alti, che ha a picchi di sensazioni fortissime,  ma che possono cadere in voragini e buttarti giù fino a toccare il fondo. L’innamoramento non basta nel matrimonio, serve la volontà, serve la determinazione, serve l’agire, serve amare. L’amore diventa così quella roccia sicura che sostiene la leggerezza dei sentimenti e che permette di attutire le cadute e che comunque, consente che la voragine non sia mai troppo profonda, tanto da impedirci di riemergere.

Oggi , dopo sedici anni di matrimonio, posso dirlo. Voglio amare mia moglie sempre, anche se lei un giorno dovesse smettere di farlo. Voglio amarla perché sulla mia relazione con lei ho giocato tutto di me, le ho donato la parte migliore e peggiore di ciò che sono. Voglio amarla perché ho promesso di farlo per sempre senza porre condizioni. Voglio amarla perché attraverso di lei passa la mia relazione con Dio e perché la mia santità è solo con lei.

Mi è capitato più volte in questi anni di rinnovare le promesse matrimoniali davanti a Dio ed ogni volta è stato più bello. Perchè c’è sempre più consapevolezza e verità in quelle parole che spesso restano solo parole, ma che quando si realizzano sono il miracolo più bello che possa accadere nella vita di un uomo e di una donna.

Quando ci si sposa, la Chiesa ci insegna, che si diventa immagine dell’amore di Dio. Tutto vero. Padre Bardelli lo spiegava però meglio. Si diventa immagine in potenza, non ancora nella concretezza della vita. Si è come il negativo di una fotografia. Solo con una vita di donazione reciproca si può sviluppare quel negativo e mostrare l’amore di Dio in modo nitido e a colori. Un’immagine non può mai essere esaustiva della realtà, soprattutto di quella di Dio, ma può comunque raccontare molto.

Antonio e Luisa

V come vera nuziale

Parto da lontano. Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale La bottega dell’orefice.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).Quella volta decisi di entrare.L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Ho letto e riletto questo passo. Papa Giovanni Paolo è riuscito ad esprimere in modo meraviglioso la bellezza del matrimonio, anche nella drammaticità di una relazione malata. L’anello nuziale segno della nostra unità indissolubile. Uno per sempre. Legati allo stesso destino. Il nostro valore è legato a quello di un’altra persona. La nostra salvezza è legata a quella di un’altra persona. Per questo non è sbagliato, secondo me, fare un parallelismo.  Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello, con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore, che non è una metafora sdolcinata, ma è un atteggiamento concreto: significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi : Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in mequesto significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e ci saranno giorni che il giogo non sarà sempre soave e leggero, ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Voglio terminare con una bella opportunità. Forse pochi sanno che Giovanni XXIII ebbe una felicissima intuizione, quando volle regalare agli sposi cristiani un facile e profondo modo di vivere la religiosità in coppia, cioè: legò una “indulgenza speciale” (e parziale) al gesto coniugale del baciarsi almeno una volta al giorno reciprocamente l’anello del matrimonio

Motivò la sua decisione concludendo con queste parole:

è necessario che gli sposi scoprano ogni giorno il significato della fede nuziale che portano al dito, lo bacino ogni giorno promettendosi entrambi il rispetto, l’onestà dei costumi, la santa pazienza del perdonarsi nelle piccole mancanze, e che guardino a queste fedi che portano quale legame di indissolubilità nella quale i figli che Dio vorrà loro mandare, impareranno a crescere nelle sante virtù che tanto piacciono a Dio e rendono felice Gesù, ma che poi rendono felice la famiglia stessa che saprà così testimoniare come si vive da cristiani e come si è felici di superare insieme ogni giorno le difficoltà della vita

Antonio e Luisa

U come umiltà

Cosa significa essere umili? Io non sono umile, me ne dolgo, ma non lo sono. Giusto alcuni minuti fa su un social, dove a causa di un post sono stato accusato da una sorella nella fede, non ho resistito e le ho risposto con un altrettanto velenosa affermazione. L’ho fatto con gusto. Le ho dato quello che si meritava, per poi però sentirmi sconfitto e piccolo nel mio crasso orgoglio. Non va bene, ne ho di strada da mettere sotto i sandali ancora. Maestra di umiltà è Maria e, per me,  la mia sposa. La vedo spendersi per i suoi alunni, la vedo dare tutto senza risparmiarsi mai. La vedo alzarsi alle quattro del mattino per preparare le sue lezioni in modo che il pomeriggio possa dedicarsi a me e ai nostri figli. La vedo preparare le lezioni in modo che siano facili e comprensibili per i suoi ragazzi. La maggior parte di loro la apprezza per questo suo impegno che si percepisce. Ci sono sempre, però, studenti che non hanno voglia d’imparare, e come sempre, non è mai responsabilità loro, ma dell’insegnante; così quando arriva qualche genitore che la accusa di non essere abbastanza capace per interessare il suo ragazzo, lei chiede scusa. Io non riuscirei mai. Non solo: torna a casa e ringrazia. Ringrazia Dio per averle dato quella umiliazione, perchè solo così può restare aggrappata a Lui. L’umiliazione è nutrimento per il cuore. Luisa porta nel cuore la preghiera-testamento di Santa Bernadette che in un passaggio scrive:

Ma per lo schiaffo ricevuto, per le beffe, per gli oltraggi,
per coloro che mi hanno presa per pazza,
per coloro che mi hanno presa per bugiarda,
per coloro che mi hanno presa per interessata.
GRAZIE, MADONNA !

Giusto ieri a Santa Marta il Santo Padre ha riflettuto sull’umiltà e ha proprio detto che non ci può essere umiltà senza umiliazione.

Il Papa dice prendendo spunto dalla storia di Re Davide e di Simei:

Sempre — ha riconosciuto Francesco — c’è la tentazione di lottare contro quello che ci calunnia, contro quello che ci fa l’umiliazione, che ci fa passare vergogna, come questo Simeì» che nel brano biblico insulta pesantemente Davide. Ma «Davide dice “no”, il Signore dice “no”, quella non è la strada». Invece «la strada è quella di Gesù, profetizzata da Davide: portare le umiliazioni». E pensare che «forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Insomma, «portare le umiliazioni in speranza». Però, ha specificato il Papa, «se io, davanti a qualsiasi offesa, a qualsiasi umiliazione, mi giustifico subito e cerco di sembrare buono o fare, come si dice, “calligrafia inglese”, questa non è umiltà». E così, ha aggiunto, «pensiamo questo in modo giusto: se tu non sai vivere una umiliazione, tu non sei umile e questa è la regola d’oro».

Dura davvero da mettere in atto. Boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo?

S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile.

L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

La maestra dell’umiltà a cui dobbiamo guardare è Maria. Maria ha sempre agito nel nascondimento e nell’amore.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta.

Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio.

Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione.

L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Nell’amore sponsale di coppia e nella relazione affettiva con i figli, si cerca di imparare ad amare in modo vero, in modo umile. L’amore sponsale è la nostra via per giungere all’abbraccio eterno con Cristo e l’umiltà è condizione essenziale per abbandonarci a Lui.

Antonio e Luisa

Maria, la Mamma Regina che regala se stessa

La regalità di Maria è una vera e propria sfida che entra nella storia. Proprio oggi ricorre la solennità di “Maria Regina” ed allora fermiamoci solo qualche minuto. Fermiamoci come uomini, come donne, come coppia o come genitori, perché semplicemente guardando la sua vita, sedendoci su una panchina di pietra dell’antico villaggio di Nazareth, possiamo scrutarLa. Così come siamo noi stesse, come lo è una moglie e una madre, Maria è una donna ancora giovane, affaccendata in casa tra mille cose da fare, l’acqua da riempire al pozzo e la raccolta delle olive che si avvicina. A contraddistinguerla l’obbedienza. Ecco, prima di tutto è regina obbediente. Ma come può una regina obbedire se ragionevolmente deve dominare e governare? È qui la vera svolta. È proprio l’essere serva che la innalza a Regina. Non schiava ma serva. È il servizio anonimo e quotidiano fatto con spirito di amore e sacrificio che fa innamorare Dio di Lei. È un esempio così vivido che rappresenta un invito ad imitarla.

Regina di fiducia e pazienza. Quanto fiducia ha avuto Maria? Immensa. Prima nella sua famiglia, poi in Dio, in Giuseppe, in suo figlio Gesù, nei suoi amici e in tutti noi. Ha riposto se stessa in tutti questi cuori, non tenendosi nulla per lei. E qui dovremmo fermarci un attimo a riflettere sul serio: quanto ci fidiamo? Quanto ci doniamo? Quanto abbiamo compreso di essere un dono che Dio ha promesso agli altri? La consapevolezza di ciò apparentemente ci svuota ma nella realtà ci dà forma e sostanza. Ci rende reali e vivi. E poi la pazienza. È molto più facile perderla che farne scorta. Molte volte ci imponiamo di essere pazienti, soprattutto agli occhi degli altri, ma poi non è così. La pazienza è frutto dell’amore e del cuore e non delle parole. Solo se parte da lì è vera.

Maria è regina della famiglia, non quella della pubblicità, quella non esiste, ma della nostra famiglia. Imperfetta e incasinata ma in ascolto. Pensiamoci solo per un attimo: a casa è quasi sempre la mamma che ascolta tutti, che per amore è disposta a stare lì seduta a terra ad ascoltare il riassunto della puntata dei cartoni vista in tv, seduta sul letto ad asciugare le lacrime per una delusione, ad aspettare il ritorno del marito e papà per farsi raccontare la giornata e con una carezza ed un buon piatto far tornare il sorriso.

Maria è Mamma ed è proprio lei che ci chiama figli. Maria è la Regina che ci ha regalato se stessa, così come fa ogni mamma per i suoi figli.

 

 

T come tenerezza

Tenerezza insieme a misericordia sono le due parole, o ancor meglio, i due concetti più ripresi da Papa Francesco. Riporto due sue riflessioni tra le tante, molto significative:

Tenerezza! Ma il Signore ci ama con tenerezza. Il Signore sa quella bella
scienza delle carezze, quella tenerezza di Dio. Non ci ama con le parole. Lui si avvicina e ci dà quell’amore con tenerezza. Vicinanza e tenerezza! Queste sono due maniere
dell’amore del Signore che si fa vicino e dà tutto il suo amore con le cose anche più
piccole: con la tenerezza. E questo è un amore forte, perché vicinanza e tenerezza ci
fanno vedere la fortezza dell’amore

e in un’altra occasione:

il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe

Queste due riflessioni, condivise in momenti diversi, sono molto significative, perchè aiutano a comprendere la tenerezza nelle sue componenti costitutive e profonde che abitano il cuore dell’uomo.

Prima di proseguire, è importante definire la tenerezza. Quale realtà si intende con questa parola tanto abusata? Rispondo con le parole di don Carlo Rocchetta, penso il maggior esperto vivente, che nel suo libro Teologia della Tenerezza scrive:

Il sentimento della tenerezza ci è dato come un ricco potenziale di sensibilità, volto
all’accoglienza e al dono, allo scambio amicale e all’amabilità, ma esige di essere
incanalato nella giusta direzione, in risposta al disegno di Dio sulla nostra vita e sul
mondo.
Vivere l’esistenza con tenerezza non è dunque un dato scontato: suppone un cammino e richiede una disciplina. La tenerezza ha bisogno di incontrarsi con la ricerca della maturità e viceversa. L’una sostiene l’altra e la manifesta. Solo assumendo la tenerezza in un’ottica di questo genere è possibile evitare il pericolo di viverla come una compensazione affettiva o un’acquiescenza ai vuoti del cuore umano, oppure ridurla a dipendenza psicologica o strumentalizzarla a fini di potere sull’altro/a da sé”

Si può quindi dire che la tenerezza, prima che un sentimento, è uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso, e quindi, ci permette di farci dono.

La tenerezza è un vero e proprio linguaggio attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro/a ed instaurare un dialogo perpetuo d’amore.

Il mio corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non ho un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riuscirò ad esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è quindi sicuramente educarmi a vedere il mio corpo come qualcosa non di estraneo all’anima, ma qualcosa che ne è strettamente legato. Dice Rocchetta che ogni persona  ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con la mia sposa desidererei essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Mi porto dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso mi rendono molto difficile aprirmi totalmente a lei. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altra e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarmi ad essere finalmente capace di accoglierla in me e di darmi a lei in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Io e Luisa abbiamo vissuto questo. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità. Pensateci bene. Spesso le persone che più si spogliano, che più hanno violentato il pudore e che vivono rapporti disordinati e occasionali sono quelle che faticano maggiormente a svelare la profondità della propria anima alle altre persone. Sono quelle che vestono maschere e armature per difendersi e per la paura di mostrarsi nell’intimo del proprio cuore. E’ una drammatica disarmonia tra cuore e corpo che provoca sofferenza e chiusura.

Il matrimonio non è così. Grazie alla tenerezza ho imparato a guardare la mia sposa con occhi che amano, rispettano, valorizzano e accolgono. Non c’è paura, non c’è prevaricazione, non c’è violenza. Per questo c’è la libertà di essere ciò che siamo, senza paura di giudizio o di abuso da parte dell’altro/a. Qui c’è l’armonia di chi si sente di mostrarsi nudo nel corpo solo dopo essere riuscito a denudarsi nell’anima. Sembrano concetti astratti, ma sono al contrario molto concreti. Non c’è vergogna perchè non c’è giudizio, ma solo accoglienza. Davvero ci si sente liberi di mostrarsi nudi come solo lo sguardo di Dio consente. Neanche nella mia famiglia di origine sono mai stato tanto libero nel mostrarmi con tutti i miei difetti e tutte le mie fragilità. San Giovanni Paolo II dice che il matrimonio è una relazione redenta che consente di tornare alle origini, dove uomo e donna non sentivano la necessità di coprirsi, come invece accadde dopo la rottura del peccato originale. Linguaggio figurato per dire che ciò che ci impedisce di essere liberi è il peccato e la concupiscenza.

Ho parlato di fragilità, si perchè, come dice Papa Francesco nella seconda riflessione che ho riportato, la tenerezza si nutre delle piaghe del fratello e della sorella. E’ proprio lì dove lei è più debole, dove la mia sposa fa più fatica ad accettarsi che io devo amarla e curarla con il mio amore tenero. Giusto ieri sono tornato a casa alla sera, stanco morto. Ho trovato la casa in uno stato pietoso e lei che desolata si dispiaceva del fatto di non essere stata abbastanza brava nel pensare a tutto. Non ho più badato alla mia stanchezza, ma alla sua fragilità di quel momento, e mi sono impegnato per sostenerla ed aiutarla. Bastava un attimo per accendere un litigio. Stanco e nervoso io, stanca e desolata lei. Bastava una parola di troppo. Invece quel momento è diventata occasione di comunione e sostegno. Un amore tenero vissuto nel servizio vicendevole, E’ stato molto bello.

Per concludere si può affermare che la nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio, e di conseguenza,  che la tenerezza porta all’intimità con Dio e che Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.

Antonio e Luisa

Come mai ti sposi?

Comincio questo mio piccolo spazio di scrittura con questa domanda. Da quando Tommaso ed io abbiamo deciso di sposarci ne ho sentite davvero tante e da tanti tipi diversi di persone.
Faccio una premessa: io ho 23 anni (compiuti il 6 agosto), mio marito 25 (quasi 26), non ho ancora trovato un qualche lavoro “fisso”, se vogliamo utilizzare questo aggettivo che odio (davvero ci illudiamo che ci sia qualcosa di fisso in questa vita?) e non abbiamo “certezze” se non quella di esserci voluti sposare in Chiesa e, quindi, di esserci promessi amore eterno (m’hai detto niente). Strano l’accostamento che ho fatto in quest’ultimo pensiero: dico che nella vita non ci sono cose fisse, ma ho promesso di fronte ad un bel po’ di gente e di fronte a Dio di amare un uomo per tutta la vita. Non è un’incoerenza, se ci pensiamo bene infatti, ho usato l’aggettivo “fisso” in riferimento al lavoro, la casa, la salute, la residenza ed altro ancora. Ma sono estremamente convinta che il matrimonio non sia una cosa, non sia un evento e nemmeno il cambiamento di stato civile sui documenti di identità. Io credo sia uno stato di grazia e un dono che non dipendono completamente dalla volontà dei singoli sposi. Credo sia una scelta definitiva perchè non si fonda sugli eventi mutevoli della nostra vita.
Io solitamente sono una persona decisa, ma sugli affetti non chiedetemi di essere ferma che non ce la faccio. Non voglio lasciare intendere che sono una bandiera al vento, ma non riesco a lasciar perdere nulla. Tutto mi sembra essenziale. E allora quella parolina detta di corsa, quel comportamento inopportuno, quella battuta o quello sguardo diventano per me una prigione. Per questo dico che se avessi deciso di sposarmi pensando a quella che sono non l’avrei mai fatto. Combatto ogni giorno con i miei difetti. Ovviamente ognuno c’ha le sue (prima si capisce e meglio è). Ma una volta un sacerdote sapiente mi disse “Allenta la presa, non fai tutto da sola, fa’ come Maria che ha dato carta bianca a Dio nella sua storia”. Questa frase, così, senza volerlo troppo, si è impressa nel mio cuore e ha piano piano scavato nel profondo portando alla luce il desiderio di sposarmi con la fiducia che Dio collabora con la nostra storia. Si raggiunge quindi una pace zen-vivo in una bolla? No, io direi più una “pace totalmente inquieta”. Sì, perchè nella vita più si cerca di avere tutto sotto controllo e meno si è felici. Più ci si abbandona al suo flusso e con consapevolezza si vive ogni istante per quello che e più si è “serenamente inquieti”.
Allora? Com’è che si può decidere qualcosa di così fisso come un matrimonio?
Per “tentare” (non mi allargo troppo, sono una tirocinante ancora) di rispondere a questa domanda ritorno al titolo di questo pezzo: come mai ti sposi? È la domanda che mi ha posto una ragazza completamente sconosciuta la sera del mio addio al nubilato con gli occhi più seri che io abbia mai visto. Certo, la situazione non era proprio adeguata al suo tono così serio e accorato, lei probabilmente aveva bevuto un bicchiere di troppo, ma sono più che sicura che diceva sul serio, voleva davvero ascoltare la risposta. Curioso no? Ero abituata a dover arrabbattare qualcosa tra mente e cuore e rispondere in maniera frettolosa e confusionaria (non è per niente facile per me rispondere a chi fa domande con tono canzonatorio) e sentirmi recitare in seguito alla mia risposta una filastrocca oramai imparata a memoria: “ma sei giovane”, “ma ti rovini la vita”, “ma come fai ad essere sicura”, “ma sei matta”, “ma perchè non vai a convivere?!” ecc., ecc…
Gli occhi sinceri di quella ragazza mi spingono a fare una riflessione che è scaturita dalla risposta che le diedi quella sera.
Un poeta scriveva “Ditemi la verità, vi prego, sull’amore”. Per riprendere il suo pensiero, io non ci credo alle bugie che ci raccontiamo ogni giorno. Non ci credo che nell’andare un po’ con chi capita si è felici. Che nel vivere senza riflettere e farsi delle domande si trova la pace. Che nel non dare un taglio a quel rapporto tossico e morboso si è sereni. Che accontentarsi di una relazione a metà che non sia lungimirante e a lungo termine soddisfi il nostro bisogno di sentirci amati e di amare. Allora posso sentirmi dire che è meglio convivere così in qualsiasi momento posso “rescindere dal contratto”, che impegnarsi è fatica (sì, tutte le relazioni se vere sono faticose), che la vita è troppo breve per un solo uomo/una sola donna e che il matrimonio è solo una firmetta. Ma continuo a credere che abbiamo una voragine immensa dentro di noi che continumente cerchiamo di colmare con tante di quelle cose che forse ci spaventa metterle in un elenco.
“Perchè penso che ognuno di noi abbia scritto nel cuore il desiderio di amare ed essere amato per tutta la vita, per questo mi sposo”.
Tutti ci meritiamo Qualcuno di fisso. Perchè siamo stati creati da un Amore fisso, eterno, che ha scritto nel nostro cuore questo desiderio. C’è chi trova quel Qualcuno negli occhi di suo marito/moglie, chi nel servizio di una comunità e chi in un qualsiasi ambito che diventa una grande occasione se si cerca quel Qualcuno in chi abbiamo accanto.
Allora senza fare teologie o filosofismi (non sono in grado), posso dire che sono felicemente impegnata a vita perchè è la più bella occasione che quest’ultima ha posto sul mio cammino per imparare ad amare, già, perchè in fondo ciò che conta alla fine sarà quanto abbiamo amato.

Ps: mentre ogni giorno cerco di capirci qualcosa in più, vado a stendere la pizza (non si sa mai, potrebbe sempre essere propedeutico a tutto ciò).

Federica Di Vito

Tratto dal suo blog Il peso specifico delle parole 

Io sono il pane vivo!

In quel tempo, Gesù disse alla folla dei Giudei: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

L’Eucarestia, per noi sposi, è un nutrimento fondamentale. Non possiamo pensare di essere ciò che siamo, senza la forza che viene dal pane eucaristico. Non possiamo pensare di poter essere pane spezzato l’uno per l’altra se non ci sfamiamo di Gesù pane spezzato. Eucarestia e matrimonio due sacramenti in apparenza così diversi, ma che hanno davvero tanto in comune. Hanno un senso profondo comune.  L’Eucarestia è segno reale del sacrificio di Cristo per ognuno di noi. Rinnova e riattualizza in ogni Messa il sacrificio di Cristo. Gesù si è dato completamente fino a farsi mangiare per amore. Di nuovo torna presente, in modo misterioso, in quel pane e quel vino. Il matrimonio non è forse la stessa cosa? Il matrimonio non è forse il dono totale dell’uno per l’altra e viceversa? Nel matrimonio non mi consegno completamente alla mia sposa? Nell’amplesso, che ricordo essere parte integrante del sacramento e gesto sacro, non si verifica una vera e propria compenetrazione dei corpi? Non si è forse l’uno nell’altra. Non a caso l’amplesso fisico degli sposi riattualizza il sacramento del matrimonio. Ogni volta che io e la mia sposa ci amiamo carnalmente stiamo rinnovando il nostro matrimonio, stiamo rinnovando un sacramento. Riuscite a capire come matrimonio ed Eucarestia siano entrambi sacramento del dono totale e radicale. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Nell’amore radicale, totale, fecondo, indissolubile degli sposi si rende presente e visibile Dio.

La Messa diventa quindi nutrimento per amare di più Gesù in Luisa. Se non comprendo questo sto perdendo tempo.

Mi capita spesso, dopo aver assunto l’Eucarestia, di inginocchiarmi e prendere la mano della mia sposa. E’ un gesto spontaneo. Ha un duplice significato, almeno per me. Significa dire a Cristo: Voglio sempre essere più uno con lei, saldaci sempre più con il tuo Santo Spirito. Significa dire a lei: ti ho affidata a chi ti ama più di me.  

La grandezza del matrimonio non finisce mai di sorprendermi e stupirmi.

Gesù, da quell’attimo importantissimo della nostra vita, in cui ci ha donato l’uno all’altra, ci ama non più solo come Antonio e Luisa, ma ci ama come coppia, e noi a nostra volta ricambiamo il suo amore amandolo insieme, con un solo cuore, nutrendoci di Lui e di noi,  nutrendo l’amore per Lui con il nostro amore sponsale e il nostro amore sponsale con l’amore per Lui.

In questo contesto la mia preghiera, il mio partecipare all’Eucarestia, il mio aprirmi a Gesù diventa salvifico e fonte di grazia e di forza anche per la mia sposa.

In quante situazioni di suo scoraggiamento e sconforto  l’ho affidata nelle mani di Gesù partecipando alla Santa Messa. Noi battezzati siamo tutti legati  gli uni agli altri come i tralci alla vite, ma gli sposi di più. Ricordiamocelo.

Antonio e Luisa

Non abbiate paura dell’amore!

Allora dobbiamo chiederci: dov’è il mio amore, dov’è il mio tesoro? Dov’è la cosa che io ritengo più preziosa nella vita? Gesù parla di un uomo che aveva venduto tutto quello che aveva per comprare una perla preziosa di altissimo valore. L’amore è questo: vendere tutto per comprare questa perla preziosa di altissimo valore. Tutto. Per questo l’amore è fedele. Se c’è infedeltà, non c’è amore; o è un amore malato, o piccolo, che non cresce. Vendere tutto per una sola cosa. Pensate bene all’amore, pensateci sul serio. Non abbiate paura di pensare all’amore: ma all’amore che rischia, all’amore fedele, all’amore che fa crescere l’altro e reciprocamente crescono. Pensate all’amore fecondo.

Volevo fermarmi su questo passaggio. Una breve riflessione del Santo Padre. Riflessione ripresa da una risposta molto più articolata e ampia, che Papa Francesco ha rilasciato durante la veglia di preghiera con i giovani del 11 agosto al Circo Massimo. Risposta tutta interessante e da meditare, ma vorrei focalizzarmi su queste 9 righe. Il Papa sta chiedendo ai giovani di decidere quale sia la perla preziosa della loro vita sulla quale investire tutto. I nostri giovani si stanno affacciando alla vita vera, quella delle scelte definitive che possono condizionare tutta la storia di una persona. Scelta che può fare la differenza tra una vita riuscita ed una sprecata. Giovani educati dal mondo ad aver paura di ciò che è definitivo. Educati dal mondo all’assioma che cambiamento è sempre positivo. Una generazione di giovani educati alla fluidità. Sono fluide le relazioni, è fluido il lavoro, è fluida anche la percezione di sè. Giovani cresciuti con la convinzione che ciò che conta è solo ciò che sentono come vero, anche a discapito della realtà,  e che ogni vincolo è frustrante, ogni vincolo è un laccio che non permette di volare verso la felicità e la realizzazione. Il matrimonio e i figli sono spesso guardati con sospetto. Tutto deve essere sacrificato alla realizzazione personale. Realizzazione personale che significa sovente realizzazione lavorativa e professionale. La famiglia è subordinata al lavoro. L’amore è subordinato al lavoro. Questo non può che portare i nostri giovani verso la solitudine, l’individualismo e la mercificazione dell’amore. “Sto con te finchè mi fa comodo starci” – questo è il  pensiero dei nostri ragazzi, non manifestato apertamente, ma dato per scontato. Gente che non è capace di donazione totale ed incondizionata. Gente che ha bisogno di una via di fuga comoda e veloce per non sentirsi in trappola. Gente che non è capace di amare. Tutti siamo schiavi. I nostri giovani sono schiavi. Siamo così talmente schiavi di questo mondo, che non ci accorgiamo di avere le catene, che non ci accorgiamo della nostra condizione servile. Israele aveva perso Dio, ed era finito sotto l’incudine e il martello degli egiziani, eppure quando un uomo mandato da Dio è venuto a liberarli, il popolo ebraico amava ancora così tanto i vecchi padroni e desiderava la sua vecchia condizione, che nel deserto ha preferito, alla libertà di Dio (dopo tutti i prodigi da Lui realizzati), nuovamente la schiavitù degli egiziani.

L’Egitto non si era fermato a mettere le catene alle loro mani e i loro piedi, ma aveva incatenato i loro cuori. Il popolo di Israele aveva vissuto così tanto tempo in una condizione di precarietà e di schiavitù, che quando Dio gli ha fatto assaporare l’ebrezza della libertà, si sono talmente spaventati da voler nuovamente riabbracciare le loro catene e bramare i loro vecchi padroni. Il Papa sta gridando contro questo pericolo. Sta dicendo ai nostri giovani: non siate schiavi, siate liberi.

I nostri giovani hanno paura, ma nel loro profondo, nel loro intimo hanno sete di queste scelte definitive. Pensate ai lucchetti dell’amore. Quei lucchetti che i giovani innamorati attaccavano ai ponti di Roma. Non era altro che un modo, magari inconsapevole, di esprimere questo desiderio costitutivo del loro essere. L’amore non può essere dosato. E’ amore solo quando si dà senza riserve, senza condizioni, senza limite temporale. Noi siamo fatti per l’amore. Per questo amore.

Noi genitori dobbiamo testimoniare altro ai nostri figli la bellezza dell’amore nella libertà. Gesù dice:

Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 

Noi genitori, che abbiamo avuto “il coraggio” e la “forza” di impegnarci per la vita l’uno con l’altra, posiamo dire ai nostri figli che donarsi per l’altro è bello. Che nella scelta definitiva possiamo trovare un senso. Che la scelta definitiva di amare una persona nella fedeltà e nella gratuità è liberante e non opprimente.

Possiamo testimoniare che mettere Dio e la famiglia prima del lavoro non ci rende meno felici o meno realizzati. Significa, al contrario, diventare più uomo e più donna. Significa essere persone migliori in ogni relazione, che sia personale o professionale. Significa essere, quindi, anche lavoratori migliori. Significa investire tutto per trovare e realizzare quel desiderio che abbiamo nel cuore: amare ed essere amati. La vera gioia viene solo dal’amore.  Viene solo dalla consapevolezza che scegliendoci ogni giorno, che andando oltre le nostre fragilità e le nostre incomprensioni, che perdonandoci sempre, possiamo essere liberi. Viene solo dalla consapevolezza che solo nella scelta che rinnoviamo ogni giorno di volerci bene, di rispettarci, di curarci e di servirci, ci scopriamo sempre più profondamente e autenticamente uomo e donna, ci scopriamo persone capaci di amare e capaci di Dio. Ci scopriamo persone sempre più  realizzate e felici.

Antonio e Luisa

 

 

S come spendersi

Sapete quando la mia sposa mi appare bellissima? Quando, come questa sera,  è distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla , perchè è davvero bella, nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. Mi tornano in mente le parole del Papa che durante il suo viaggio in Messico espresse benissimo questo concetto dicendo: ” preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici ai volti imbellettati che non sanno di tenerezza e compassione”. E’ esattamente così. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono così tanti che non sempre riesci a  ricordarli tutti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio. Mi torna in mente quanto diceva Chiara Corbella:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. L’amore ti consuma ma è bello morire consumati proprio come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo. Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna.

La candela è un’immagine bellissima e concreta di ciò che siamo. Una candela nuova e spenta non si consuma, resta nuova, ma inutile, non fa luce e non scalda. Una candela accesa, piano piano si fa piccola e si consuma perdendo la propria perfezione, coprendosi di strisce di colata di cera, che ricordano tanto le rughe di un viso consumato dalla vita. Ma qui accade il miracolo: consumandosi la candela illumina e scalda chi è vicino, e quella candela accesa appare molto più bella di una candela nuova e spenta. Questa è la bellezza degli sposi che si amano e si donano mettendo se stessi dopo l’altro/a. Essendo felici di spendersi e consumarsi per la gioia dell’altro/a. La mia sposa è ogni giorno più bella, perchè la sua luce illumina la mia vita e il suo calore scalda il mio cuore; ed è vero che esistono tante candele più nuove e perfette di lei, ma non potranno mai sprigionare il fascino e la bellezza che riesce a sprigionare lei quando non si risparmia, spendendo tutto di sè, cuore, corpo e spirito, per la mia gioia e la mia pace. Questo non è solo una riflessione, ma è anche un ringraziamento a lei, vuole esprimere tutta la mia gratitudine e riconoscenza.

Antonio e Luisa.

S come shekinah

Cosa sono le icone? Le icone non possono essere comparate con altre opere d’arte nel senso comune della parola. Le icone non sono dei quadri. I quadri, con i loro lineamenti e il loro colore, narrano degli uomini e degli avvenimenti della realtà concreta. Le icone sono delle rappresentazioni sacre dal carattere misterico e trascendente. Non si esprimono con il linguaggio delle immagini terrestri. Non si può dipingere un’icona senza preparazione. Dipingere un’icona è un’esperienza di trascendenza che va preparata nella preghiera e nel raccoglimento. Nel mondo slavo e bizantino la contemplazione delle icone aveva (ed ha) un valore salvifico pari a quello della lettura delle Sacre Scritture.

Nell’ Icona ” Nostra Signora dell’Alleanza” (esposta nella chiesa di S. Carlo Borromeo a Londra), la Vergine Maria, che  rappresenta la Chiesa, abbraccia l’uomo e la donna che si
uniscono nel Sacramento del matrimonio confermando la scelta che essi hanno fatto.

Le mani della Vergine Maria sono appoggiate delicatamente sulle spalle della coppia a dire consolazione ed incoraggiamento, ma non forzatura.  I due si tendono le mani come segno che essi hanno liberamente scelto di sposarsi.  Al centro dell’Icona c’è Cristo che tiene le mani agli sposi. Cristo che partecipa direttamente a quell’unione, unione da lui redenta e perfezionata dal suo amore divino.  Tutta la scena è racchiusa in un cerchio, un anello nuziale, segno dell’ininterrotto amore di Dio per questa coppia.
In alto, la mano di Dio Padre e sotto la colomba, segno dello Spirito Santo, per rappresentare la Trinità che è Famiglia, comunione di Amore.

La parte superiore dell’icona è attraversata da un drappo o un baldacchino, a rappresentare la “Shekinah”, la gloria di Dio e la sua presenza. Una coppia sposata rende Dio presente nel mondo per l’amore che essi hanno l’uno per l’altra. E questo amore, espresso sessualmente, rende gloria a Dio, perché è santo. I due diventano uno, analogamente a come la Trinità è unione di persone diverse. Sopra il letto nuziale ci può essere un baldacchino, proprio come può esserci sopra l’altare, perché il letto matrimoniale è anche un altare dove ciascuno offre il proprio corpo per l’altro. In alto, nella nicchia di sinistra, è collocato un libro aperto, segno della Parola di Dio; nella nicchia di destra vediamo invece il calice e il pane Eucaristico, segno di condivisione per la coppia dell’amore di Dio, accolto nel nutrimento e nutrimento del loro amore.  In basso, sia a destra che a sinistra, ci sono due lampade ad olio che stanno ad indicare la preghiera gionaliera della coppia: grazie a questa luce vanno avanti nella loro vita matrimoniale.  Per il cristiano, ogni coppia sposata è un’icona vivente di Cristo che ama la sua sposa, la Chiesa, fino al sacrificio di se stesso.

Anche i colori nelle icone hanno un significato profondo. Lo sfondo è giallo. Il giallo simboleggia l’oro e la luce. In questo caso il matrimonio è riflesso della luce di Dio. L’amore degli sposi è riverbero dell’amore di Dio. Tutto il dipinto richiama Dio. I due sposi indossano entrambi il blu. Il blu è il colore della trascendenza per tutto ciò che è terrestre e sensibile. Gli sposi sono del mondo ma attraverso la loro vita e il loro amore trascendono a realtà divine.La sposa è vestita anche di rosso e bianco. Rosso che simboleggia la vita, la donna che si fa utero, che accoglie dentro di sè la nuova vita, mentre il bianco è di più difficile interpretazione, può avere diversi significati. Mi piace pensare rappresenti il colore di colui che è penetrato dalla luce di Dio. La donna è colei che più riesce ad accogliere Dio dentro di sè e per questo riesce ad essere fondamenta cioè sostegno per tutta la famiglia. Lo sposo invece è vestito anche di oro. Oro che richiama la regalità di Cristo. Uomo che è quindi guida per tutta la famiglia. Ci sarebbe tanto altro da approndire ma penso che già quanto ho scritto sia sufficiente a farvi ammirare con occhi diversi questa icona e anche il vostro matrimonio.

Questa immagine contiene tutti i significati più profondi del matrimonio e indica quelle che sono le priorità della nostra vocazione all’amore. Non serve leggere trattati di teologia per comprendere ciò che siamo basta meravigliarsi e meditare davanti a questa icona.

Antonio e Luisa

S come speranza fede e carità

Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge.

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Se la fede, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne.Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

R come riempire

Oggi ho avuto qualche minuto di pace. I bambini giocavano nell’altra stanza, la mia sposa finiva di sistemare in cucina e io sono entrato nella mia caverna. Farò un articolo sulla caverna, sulla necessità degli uomini, dei maschi di avere una caverna dove trovare tranquillità e stare con se stessi. Non oggi. Oggi voglio raccontare di ciò che ho meditato. Pensavo alle nozze di Cana, al primo vino che finisce e poi al nuovo, quello di Gesù che è molto più buono del primo. Ecco pensavo che la parabola è concentrata in un breve lasso di tempo. E’ concentrata in una festa di nozze, che, per quanto lunga fosse a quei tempi, non racconta che l’inizio del cammino degli sposi. E poi? Vissero felici e contenti come nelle fiabe? Non finì più quel vino? So che sono strano, mi metto a ragionare su queste. Mi sono dato, però, anche la risposta. Il vino buono quello di Gesù non finisce mai a patto che noi non smettiamo di portare l’acqua nelle giare. Ogni volta che io amo la mia sposa, ogni volta che perdono la mia sposa, ogni volta che decido che lei vale più di ogni mio stupido orgoglio. ogni volta che mi metto al suo servizio, ogni volta che mi impegno per ascoltarla, accoglierla e mostrarmi tenero. Ogni volta che lei fa tutto questo nei miei confronti, siamo come quei servi che portano l’acqua e la rovesciano nelle giare che si stanno svuotando. Il resto lo farà Gesù con la Sua Grazia, trasformerà il nostro amore, la nostra acqua, in nuovo vino, in una vita piena e bella. La festa non finirà. Come non è finita per Chiara Corbella che nonostante abbia visto morire i suoi primi due bambini, e lei stessa sia morta pochi anni dopo per un brutto male (ritardando le cure per permettere al terzo figlio Francesco di nascere), non ha mai perso la pace. Il marito Enrico non ha mai negato la grande sofferenza che hanno vissuto, ma ha sempre ribadito l’abbandono fiducioso nel Signore e nella sicurezza che non sarebbe finito tutto qui. Chiara diceva:

Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.

Perchè l’amore non è qualcosa di inesauribile, non si autogenera, non è qualcosa che si cristallizza al momento della celebrazione del matrimonio e resta come pietra ferma, ma è qualcosa che va rinnovato e perfezionato. Il vino se non viene rinnovato si guasta e diventa aceto.  Invece rinnovando ogni giorno il nostro amore ci accorgeremo, con sorpresa, che più passa il tempo e più il vino sarà buono. Siamo diventati degli intenditori e sappiamo godere maggiormente del piacere che ci può regalare. Soprattutto lasciamoci inebriare da quel vino perchè non c’è nulla di più bello nel donarsi e nell’accoglierci reciproco in una pentecoste che a volte riusciamo a mostrare e trasformare in Epifania dell’amore di Dio anche in chi ci guarda.

Un’ultima riflessione. Se il vostro vino fosse già diventato aceto, se la vostra relazione fosse già cattiva e guastata, non mollate. Impegnatevi per recuperare un amore tenero tra voi e curatevi l’un l’altra, partendo dai piccoli gesti di ogni giorno. Non solo. Offrite il vostro aceto a Gesù. In quel momento non avete altro. Gesù può trasformarlo. Lì, sulla croce, i soldati gli hanno dato aceto e lui ne ha fatto acqua e sangue, Spirito Santo e vita,  che scaturendo dal suo costato hanno rigenerato tutto. Così lui può rigenerare il vostro amore, ma dovete fidarvi di lui e impegnarvi per continuare a riempire quelle giare, con quello che avete. Lui non vi chiede di più.

Antonio e Luisa

R come regalità

Ogni cristiano battezzato, in virtù del battesimo, acquisisce la regalità di Cristo. Ogni battezzato, che si unisce sacramentalmente ad un’altra persona, indirizza, in virtù della consacrazione matrimoniale, la sua regalità battesimale ad una nuova finalità. La finalizza principalmente a viverla con le caratteristiche proprie del suo nuovo stato di sposo o sposa. Questa realtà e verità di fede è proposta nelle chiese cattoliche orientali e, dove è già consuetudine o con l’autorizzazione del vescovo, anche nella nostra Chiesa cattolica romana. E’ proposta attraverso il rito dell’incoronazione degli sposi, rito che si compie durante la celebrazione del matrimonio. Attraverso questo rito la Chiesa vuole evidenziare che, da quel momento, gli sposi partecipano alla regalità di Cristo non più come singoli battezzati, ma come coppia.

Cosa significa in parole semplici e concrete? Regnare per gli sposi in Cristo significa mettersi al servizio del loro amore vicendevole. Essere sottomessi l’uno all’altra usando le parole di San Paolo. Tanto più perfezioneranno il loro modo di amarsi, mettendosi alla sequela di Gesù, e tanto più saranno re e regina del loro matrimonio e della loro piccola chiesa domestica.

Per essere re e regina del nostro matrimonio e della nostra vita dobbiamo metterci al servizio, farci piccoli per innalzare l’altro, abbassarci per rialzarci con lui/lei, accompagnare e rallentare se serve. Non stiamo più correndo una gara individuale, ma una gara di squadra, dove più importante del mio risultato personale diventa quello di squadra, di entrambi. Più impareremo a servire e più saremo re. Più riusciremo ad essere accoglienti, anche verso le imperfezioni e fragilità dell’altro/a, senza giudicare e senza ferire, e più saremo espressione della sovranità di Cristo.

Non solo per regnare, per essere dono, per essere servizio è necessario essere liberi. Essere padroni di se stessi. Come faccio a donarmi se non sono re neanche del mio corpo, delle mie pulsioni, delle mie emozioni. Come faccio ad amare sempre, anche quando oggettivamente l’altro/a si comporta male, non è amabile e non merita nulla da parte mia? Come faccio a farlo se non ho mai imparato a controllare le mie emozioni con la volontà? Se sono una marionetta guidata da fili invisibili. Dai fili dell’emozione, della pulsione sessuale, dell’egoismo e del peccato che rompe la relazione non solo con l’altro/a ma anche con Dio.

Infine per essere davvero re e regine della mia vita e della mia unione sponsale devo comprendere di non avere tutto nelle mie mani, comprendere che posso anche sbagliarmi, che tutto va letto nella prospettiva di Dio, senza limitarmi a un orizzonte che arriva fin dove l’umano può vedere. Essere re e regine significa affidare al vero re della vita tutto ciò che mi è accaduto, mi accade e mi accadrà. Solo così le gioie non dureranno l’effimero di un attimo e i dolori troveranno consolazione.

A questo proposito termino con una riflessione di Chiara Corbella che parlando di Davide (il figlio morto a pochi minuti dalla nascita) disse:

Chi è Davide?
    Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi:
    abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così;
ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio;
ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore);
ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano;
ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini;
ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri;
ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù. 

Chiara e Davide. Chiara come Davide. Chiara come Davide con queste parole ha dimostrato che una piccola donna come lei era in grado di sconfiggere il male, la malattia e la morte. Per questo Chiara è una vera regina e presto diventerà santa.

Anche noi siamo chiamati ad essere come Chiara. Anche siamo chiamati ad essere re e regina anche se ci sentiamo piccoli e deboli come Davide.

Antonio e Luisa

Q come quadro

Propongo un articolo già presentato alcuni mesi fa e che è parte integrante anche del nostro libro L’ecologia dell’amore. E’ importante riproporlo perché non ci può essere matrimonio naturale e cristiano se non ci sposa con l’intenzione di vivere una relazione che soddisfa alcune necessità del nostro cuore. Solo così la nostra relazione sponsale può essere piena, felice e santa.

L’opera che voglio esaminare è intitolata: Ritratto dei coniugi Arnolfini. E’ stata dipinta da Jan Van Eyck nel quindicesimo secolo nelle Fiandre. Rappresenta un matrimonio celebrato secondo gli usi dell’epoca. I due coniugi si scambiano le promesse nella loro abitazione e davanti ai testimoni (che si vedono riflessi nello specchio) e poi andranno in chiesa a ricevere la benedizione del sacerdote.Sacerdote cattolico, siamo ancora prima della riforma. Diciamola tutta. Questo quadro non  spicca, non lascia senza parole come altri di quel tempo. Eppure nasconde un tesoro ai profani come me. Tesoro che mi è stato svelato da un sacerdote esperto di arte. Racchiude in un’immagine tutte le caratteristiche del matrimonio naturale e di conseguenza anche del sacramento. L’amore sponsale per essere autentico necessita di soddisfare quelle che sono le esigenze del cuore di ogni uomo. Cosa possiamo intuire da questo quadro? Prima di tutto osservate le mani che si tengono e che con le braccia formano un’unica forma geometrica, una parabola composta dal maschile e femminile che si completano in una diversità complementare e armoniosa. Ci ricordano l’indissolubilità e l’unità. Un amore che non ha termine e condizione. Da quel momento siamo legati per sempre a quell’uomo e a quella donna. Chi non si sposa con questo desiderio del cuore: che non finisca mai?

La seconda esigenza del cuore è la fedeltà. Nel dipinto a ricordarcelo c’è il cagnolino ai piedi dei due. La fedeltà si lega all’indissolubilità. Con il matrimonio abbiamo fatto dono di noi stessi ad una persona. Dobbiamo essere capaci di esserci sempre anche nella cattiva sorte. E’ quello che l’altro/a si aspetta da noi accogliendo la nostra promessa ed è ciò di cui ha bisogno per sentirsi amato e non usato.

Terza caratteristica è l’unicità.  Un solo uomo e una sola donna. Nel dipinto si vedono solo i due sposi.

arnol

I testimoni sono presenti ma sono visibili solo riflessi nello specchio, come a renderli presenti ma non facenti parte di quell’unione così intima e così forte. I testimoni sono però necessari.

Quarta caratteristica è infatti la socialità. Il nostro matrimonio, la nostra unione non è solo un fatto privato ma è una realtà che investe tutta la comunità e la società civile. Per questo lo stato deve tutelare con le sue leggi il matrimonio.

Ultima caratteristica, non certo per importanza, è la fecondità. La rotondità del ventre della sposa è un augurio di fertilità, una nuova vita imminente. Il rapporto sessuale è l’assenso del corpo al dono totale e al tempo stesso esperienza sensibile della fusione degli sposi. Bello notare come la sposa non sia incinta. Il pittore con un trucco, facendo alzare le pieghe dell’abito all’altezza del ventre, riesce a rappresentare la fertilità senza che la sposa sia ancora incinta perché ancora non si è unita sessualmente con un uomo.

Simbolo molto interessante si può notare dietro le mani dei due coniugi che si stringono per testimoniare la loro unione. Spunta l’estremità di una sedia che raffigura un personaggio diabolico. Quello è Asmodeo, il demone che vuole  dividere e separare gli sposi, uniti sacramentalmente da un vincolo sacro.

Cos’altro ci dice di interessante il quadro? Gli sposi sono scalzi, gli zoccoli di lui e le scarpe di lei sono posati sul pavimento. Si sono tolti le calzature come quando si calpesta un luogo sacro, in questo caso la loro casa, luogo della loro intimità, luogo dove vivranno la loro relazione e dove porranno il talamo nuziale. Sopra di loro c’è un candelabro con una sola candela accesa. Questo era un segno tradizionale fiammingo. Una candela sola accesa il giorno del matrimonio e le altre da accendere durante il percorso della loro vita comune, in una relazione da rinnovare giorno per giorno.

Antonio e Luisa

Q come quoziente (La regola di Rocchetta)

Questa riflessione l’avevo già abbozzata circa un anno fa. Voglio ora riprenderla e cercare di approfondirla meglio. Riflessione che parte da un’intuizione molto interessante di don Carlo Rocchetta e che potete leggere nel suo testo Teologia del talamo nuziale.

A chi mi accusa di voler codificare con delle regole quella realtà molto personale che è la relazione sponsale darò ora motivo per scandalizzarsi ancora di più. Esiste una rappresentazione matematica, sul piano cartesiano, che può dirci e rivelarci come sta il nostro matrimonio. E’ un indice che può mostrarci in modo quasi scientifico la qualità della nostra relazione. Come ogni rappresentazione grafica di questo tipo abbiamo bisogno di valorizzare due incognite che possono assumere un valore positivo o negativo. L’incognita x, quella misurata sull’asse delle ascisse, rappresenta quanto si è aperti e quanto ci si dona all’altro/a. Rappresenta la tenerezza verso l’altro. Più si vivrà intensamente e autenticamente un amore che si fa tenerezza, cura, attenzione e dono  nei confronti dell’altro e più il valore x sarà positivo e alto. Il contrario della tenerezza è la passione. Passione intesa in senso negativo, come purtroppo è spesso intesa e vissuta oggi. Passione come ripiegamento su di sé e sulla ricerca del piacere. Sull’appagamento di pulsioni che ci trasforma in marionette incapaci di controllarsi. Persone incapaci di donarsi perché non padroni di se stesse. Passione che diventa uso dell’altro e non dono all’altro di se stessi. Tante relazioni finiscono quando finisce la passione. Così dicono molti. Un modo carino per dire che dall’altro non si ricava più piacere e come una scarpa vecchia lo si getta e lo si cambia con chi ci può soddisfare meglio. Tutto è incentrato su di sé. Esattamente il contrario dell’amore autentico. La tenerezza è l’attrazione verso l’altro che si fa donazione di sé. La passione è l’attrazione che si fa egoismo, di chi vuole prendere all’altro.  La tenerezza è sguardo che dà valore, la passione è sguardo che vuole rubare e impoverire l’altro. Don Carlo va oltre. Ci spiega che, perché l’intimità sessuale sia vissuta bene e sia nutrimento per l’unione degli sposi, serve che abbia una estensione orizzontale verso la tenerezza (x) e un’estensione verticale (y)  verso l’amore oblativo, verso l’agape, verso l’intimità con Dio Trinità, che costituisce il fondamento di ogni matrimonio sacramento.  Perché un matrimonio sia sano, vissuto nella gioa e nella verità, dobbiamo impegnarci affinché la nostra curva dell’amore sia protesa verso il massimo della tenerezza e il massimo dell’intimità con Dio.

Copy of Copy of Copy of Copy of Twenty years from now you will be more disappointed by the things that you didn’t do than by the ones you did do. So throw off the bowlines. Sail away from the safe harbor. Ca (12)

Penso che ognuno possa verificare nella propria vita l’esattezza di una nuova legge matematica. Dopo la regola di Ruffini ecco ora la regola di Rocchetta (scherzo ma non troppo). Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio (in quanto appartenenti alla Chiesa siamo sposa di Cristo) crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

Alla fine l’amore è tutta questione di chimica, anzi, di matematica, non è vero che dipende dai sentimenti che non controlliamo e a cui siamo sottomessi. Se ci impegniamo a mantenere la nostra curva dell’amore protesa verso la tenerezza dell’uno verso l’altra in ogni situazione della nostra vita insieme e se ci affidiamo alla Grazia di Dio, il risultato sarà sempre positivo e non rischieremo di fallire la missione più importante che Dio ci ha affidato: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

P come preghiera (2 parte)

Per questa parola serve un altro articolo. Non potevo non accennare alla preghiera di coppia. La preghiera di coppia ha molto in comune con la riattualizzazione del sacramento, con l’amplesso fisico. In entrambi i casi bisogna mettersi a nudo, togliere tutte le barriere e aprire il cuore per accogliere l’altro/a in noi e per farci accogliere da lui/lei. Serve una grande intimità per questo tipo di preghiera. Quando se ne parla durante gli incontri o con gli amici spesso si rivela essere ostica e faticosa. Tanti non riescono.

La preghiera di coppia non è un sacramento, ma c’è comunque qualcosa di grande, di trascendente e che interpella ciò che costituisce la nostra unione che non è solo di questo mondo ma sconfina nel divino. Siamo stati consacrati e i nostri cuori saldati dal fuoco dello Spirito. Dio non abita più solo dentro di me ma vive nella nostra relazione d’amore, ha posto la sua tenda, la sua mishkan nel nostro amore, e desidera che io lo cerchi e lo trovi nella mia sposa. La mia sposa è, per consacrazione, mediatrice tra me e Dio. Non posso amare Dio se questo amore non si lega all’amore per la mia sposa. Ed è così che la preghiera di coppia, detta magari in un abbraccio e guardandosi negli occhi, nella pace della notte, quando i bambini ormai dormono e il silenzio è balsamo dopo una giornata di caos ed urla, la preghiera diventa dialogo intimo con la mia sposa e con Gesù.  Così la preghiera diventa richiesta di perdono verso la mia sposa e verso Dio, diventa canto di lode per la mia sposa e per Dio, diventa ringraziamento per lei e per Lui. E’ un’esperienza che unisce tantissimo e aiuta a superare crisi e momenti difficili perchè il mare può anche essere agitato, ma se siamo saldi nella fede e nell’amore, la nostra barca non affonderà. Pregare insieme è attingere alla stessa fonte, alla fonte della Vita e dell’Amore.

Antonio e Luisa

P come preghiera

La preghiera è fondamentale nella coppia. Si potrebbe affrontare il discorso da diverse angolazioni e sotto diversi punti di vista. Voglio soffermarmi su due concetti secondo me determinanti e spesso sottovalutati. Un primo accenno è dovuto a cosa sia realmente la preghiera della coppia. Attraverso il vincolo coniugale cristiano, dono matrimoniale dello Spirito Santo, Dio ci ha unito anche nell’amarlo. Nel matrimonio Dio ci chiede di essere amato con la mediazione di un’altra persona, attraverso un’altra persona. La preghiera è essenzialmente un dialogo d’amore tra noi e Dio. Un dialogo senza barriere e sincero. Può essere un modo per esprimere gioia, preoccupazione, paura, dolore e anche rabbia. Personalmente mi riesce difficile pregare il rosario, le novene e tutte quelle preghiere dove si recita una formula. Preferisco il dialogo con Dio, l’ascolto, l’adorazione. In quei momenti sento forte la consapevolezza, il desiderio di Dio, che mi chiede di essere amato nella mia sposa. Lui è lì davanti a me, ma è come se mi ricordasse che quello è un momento di Grazia, che non basta, se poi non lo cerco nella mia quotidianità, nella mia sposa.  Così ogni mio gesto di servizio e di amore rivolto alla mia sposa diventa preghiera, diventa direttamente rivolto a Gesù. Nella mia sposa sto amando Cristo. Questo vale per ogni gesto rivolto ad ogni fratello, ma nel matrimonio è ancora più importante. Diventa risposta alla vocazione personale, diventa gesto sacro, diventa profezia dell’amore di Cristo stesso. Amando Luisa sto rispondendo alla mia consacrazione.

Ricordo un passaggio meraviglioso, tratto dal libro Siamo nati e non moriremo più, dove viene raccontata la bellissima storia di Chiara ed Enrico. Storia bellissima nella sofferenza di una giovane mamma che muore di cancro. Solo Cristo permette di vivere in questo modo, questa follia dell’amore. Chiara scopre come tutto sia preghiera nel matrimonio quando è dettato dal desiderio di amare il suo sposo

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Cosa possiamo concludere?

La nostra preghiera contemplativa è autentica e sincera solo quando è accompagnata da una preghiera più operativa, che può apparire meno nobile, ma non lo è. La preghiera che dalla mente prende carne e si trasforma in azione e volontà. Questo non significa che la preghiera contemplativa vada eliminata, che bastano le opere. Al contrario: la preghiera contemplativa assume significato e si arricchisce delle opere. Le opere, invece, si nutrono della nostra preghiera. Madre Teresa, a questo proposito,  disse al Card. Comastri:

Ricordati che Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità. Senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri

Le nostre offerte sono gradite a Dio nella misura in cui lo cerchiamo sulla terra e non lontano nel Cielo come un’entità che è distante da noi. Sarebbe troppo facile e soprattutto sterile. Lui è lì. Quando ci svegliamo è lì accanto a noi che desidera essere abbracciato. Quando ci alziamo è lì che si aspetta un sorriso, una buona parola e magari un caffè caldo. Durante il giorno aspetta una nostra telefonata per sentirsi cercato. Alla sera aspetta di sedersi a tavola con noi per raccontarci della giornata trascorsa. Di sera si aspetta un po’ di tempo dedicato solo per lui e non vuole dividerci con la televisione o lo smartphone tutte le volte. Queste sono le preghiere che ama il Signore. Vuole essere amato così, nel fratello e nel prossimo. Per questo ci ha messo al fianco un prossimo che più prossimo di così non si può. Per essere amato in quel fratello o in quella sorella. Quindi la preghiera da recitare ogni giorno sarà:

Padre nostro che sei nel mio sposo (nella mia sposa)

sia santificato il tuo nome nel nostro amore

venga la tua tenerezza

sia fatta la tua volontà

come in cielo così nella nostra casa

dacci oggi il nostro abbraccio quotidiano

rimetti a noi i nostri debiti

come noi ci perdoniamo e ci accogliamo vicendevolmente

e non ci lasciare nella incomprensione

ma liberaci dall’egoismo e aiutaci ad essere uno.

In Giovanni troviamo scritto:

come può amare Dio, che non vede, chi non ama suo fratello, che vede?

Spesso la fede può trasformarsi in parole, riti e formule che, se non trovano un fondamento nella vita concreta di relazione, diventano gesti vuoti.

Avete dato un abbraccio al vostro sposo (vostra sposa)? Solo dopo le vostre preghiere saranno gradite nei Cieli.

Antonio e Luisa

P come perdono

Ogni matrimonio che funziona passa attraverso il perdono. Padre Maurizio Botta dice sempre ai fidanzati quando li prepara al matrimonio: Ricordati che quella persona che vuoi sposare è un peccatore come te, non è perfetto. Vuoi sposarlo comunque? Guarda che è un Caino. Veramente.

In questa frase di padre Maurizio Botta c’è tutto. Noi sposiamo un peccatore e una peccatrice che in modo più o meno grave ci ferirà, con cui avremo incomprensioni e cadute. Non sarà perfetto. Quanti danni ha fatto il film Love Story ad una generazione intera. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace.  Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare.

Tant’è che San Paolo lo riporta anche nel suo famoso Inno all’amore.

L’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco riprende questo concetto nel suo bellissimo capitolo quarto di Amoris Laetitia.

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakonsignifica “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Voglio concludere con un aneddoto personale, oggetto di uno dei miei primi articoli.

Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

O come offerenti

Nell’antichità, molto prima del cristianesimo, i nostri padri avevano comunque nel cuore il desiderio di Dio, e la necessità di mettersi in contatto con lui e cercavano un modo di trovarlo e adorarlo.

Salirono su un monte, perché Dio è nei cieli e il monte è il luogo che più si avvicina a Lui, delimitarono  una zona di terreno con paletti  e quella zona divenne sacra.

Sacra perché tutto quello che vi entrava diventava sacro, di proprietà di Dio. Venivano portati all’interno animali da sacrificare e frutti della terra da donare.

Questa zona sacra era chiamata Sacer. La persona che poteva entrare in questa zona e mediare con Dio, portare le istanze della popolazione e accogliere le risposte di Dio era il sacerdote.

Anche noi sposi, essendo consacrati nel  matrimonio e unti nel battesimo, siamo sacerdoti della nostra unione e della nostra famiglia. Anche noi abbiamo il nostro Sacer. Il nostro Sacer è il talamo nuziale dove sacrifichiamo a Dio noi stessi, donandoci totalmente al nostro sposo e alla nostra sposa. L’atto coniugale diventa così gesto sacerdotale, offerta d’amore e totale elevata a Dio, partecipiamo al sacrificio di Cristo. Il talamo nuziale è per gli sposi quello che per il sacerdote ordinato è l’altare. Sull’altare il sacerdote rinnova il sacrificio di Cristo, stessa cosa avviene tra gli sposi durante l’amplesso fisico.

Vivere bene e nella verità il rapporto fisico non è solo un atto d’amore verso il proprio coniuge, ma è un atto d’amore, un sacrificio verso Dio che ci ha consacrato per essere amore per noi e per il mondo.

Non solo; l’atto fisico, se vissuto in modo autentico, nella verità del gesto, ha due valenze. E’ nutrimento per la nostra relazione e il nostro cuore, incrementando il nostro amore naturale e l’apertura alla Grazia. E’ immagine di ciò che vogliamo vivere: dono reciproco e totale l’uno per l’altra, in ogni situazione della vita, non solo nel talamo nuziale. E’ impegno e rassicurazione vicendevole. Ci vogliamo essere sempre e comunque, l’uno per l’altra. Donarci senza risparmio e senza condizione. Vi rendete conto della bellezza di tutto questo?

Antonio e Luisa