Identikit come la Digos!

In questi giorni ancora freschi della notizia sconvolgente della Pasqua, la Chiesa ci fa leggere, come prima lettura della Messa, dei brani tratti dal Nuovo Testamento che sostituiscono quelli del Vecchio da cui di solito viene tratta la suddetta lettura. Ciò a significare, a confermare, la risurrezione di Gesù come evento a cui il Vecchio Testamento tendeva, Gesù infatti ci ricorda diverse volte che Lui è venuto per portare a compimento il Vecchio. In questo festoso giorno in cui la Chiesa celebra i due santi apostoli Filippo e Giacomo ci viene proposto questo brano:

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1 Cor 15,1-8a ) : Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me.

Ci sembra importante sottolineare la parte centrale in cui Paolo ci ricorda di aver tramesso quello che anche lui ha ricevuto. Ed in effetti è proprio questo il compito degli evangelizzatori, altrimenti non sarebbero definibili tali. Ma serve una patente speciale che attesti l’essere evangelizzatori o testimoni?

Ci sono alcune scuole per evangelizzatori, ma queste servono solamente per apprendere diverse tecniche di linguaggio umano, per conoscerle ed imparare a padroneggiarle, ma non saranno mai in grado di far diventare un ateo un evangelizzatore poiché la mera tecnica non basta se non si è incontrato Gesù. Quali sono dunque le caratteristiche di un buon evangelizzatore/testimone?

Non è nostra intenzione fare un trattato sull’argomento, ma vorremmo semplicemente tentare di abbozzare un identikit come quelli che divulgano i poliziotti della Digos per catturare il malvivente ricercato. Desideriamo innanzitutto tranquillizzare i nostri lettori che si staranno già chiedendo quale tipo di requisiti siano indispensabili per diventare un testimone/evangelizzatore: non sono necessarie specifiche abilità da palcoscenico, né da showman, né da speaker radiofonico, né da presentatore televisivo.

Il primo requisito è essere battezzato poiché è il Sacramento che ci ha catapultati nella vita eterna e ci ha strappati dalle grinfie sataniche. Poi di sicuro sarebbe meglio essere anche cresimati, poiché questo Sacramento ci rende abili alla testimonianza e ci infonde il coraggio del martirio, infatti martirio significa testimonianza. Cari sposi, per caso vi siete accorti che questi due Sacramenti sono indispensabili per il Sacramento del matrimonio? Ed è proprio la natura del matrimonio che li sottende entrambi. Infatti col Battesimo veniamo inabitati dalla Santissima Trinità e diventiamo sacerdoti, re e profeti, ma poi tutto ciò ha bisogno per così dire di una spinta in più, come quando le mamme spengono il forno perché le lasagne sono già pronte, ma se le vogliono perfette le devono rimettere nel forno spento ma ancora caldo affinché si formi quella crosticina che dona croccantezza ed un gusto unico al piatto… la Cresima assomiglia in qualche misura a quella crosticina delle lasagne.

Ed è proprio quella croccantezza della Cresima che rende il gusto dell’amore che ci scambiamo unico ed irripetibile dentro la relazione sponsale; l’evangelizzazione/testimonianza si deve toccare con mano dentro il matrimonio e poi si deve allargare come i cerchi concentrici dell’acqua verso tutte le altre realtà esterne alla coppia.

Continuiamo l’identikit: se non ho ricevuto niente da Cristo di chi sono testimone? S. Paolo ci avverte implicitamente quando dice di aver trasmesso ciò che ha ricevuto per primo. Come può uno sposo amare la propria sposa dell’amore di Cristo se per primo non ne fa esperienza? Come potrà una sposa amare con la tenerezza e la misericordia di Dio se prima non ne fa esperienza? Cari sposi, il primo luogo (dopo la liturgia sacramentale) dove incontrare Gesù risorto è la nostra casa, la nostra sponsalità, la nostra relazione. Dobbiamo impegnarci personalmente nel cammino di santità affinché possiamo donare al nostro consorte ciò che per primi abbiamo ricevuto da Cristo stesso, e nello stesso tempo dobbiamo dare spazio e tempo al nostro amato/a per poter crescere nell’esperienza personale di incontro con Lui.

Coraggio sposi, il tempo pasquale ci è propizio per questo incontro col risorto. La Digos del Cielo aspetta il nostro identikit !

Giorgio e Valentina.

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Occhio al ruggito!

Ieri è stata la festa liturgica di S. Marco evangelista, e nella Messa ci è stata proposta come prima lettura questo brano :

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1 Pt  5,5b-14) : Carissimi, rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti al tempo opportuno, riversando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare.

Abbiamo tralasciato gli ultimi versetti perché vogliamo soffermarci su questa prima parte. E’ interessante notare come colui che parla agli altri di umiltà è lo stesso che, poco più di una settimana fa, ha estratto dal fodero la spada ed ha tagliato l’orecchio a Malco; vi ricordate la notte dell’Ultima Cena quando vengono nell’Orto degli Ulivi per catturare Gesù e Pietro lo difende con la foga della spada?

Vi siete mai chiesti come mai la madre Chiesa ci faccia ascoltare nei giorni della Passione il racconto della veemenza di Pietro nell’Orto degli Ulivi nel tentativo di difendere il Maestro, e dopo poche ore l’irruenza sembra aver lasciato il posto alla paura tanto che addirittura rinnegherà quello stesso Maestro, e solamente 9 giorni dopo sentiamo ancora questo Pietro che ci esorta tutti a rivestirci di umiltà?

Cosa è successo nel frattempo? Semplice: Gesù è risorto!

E le parole di san Pietro apostolo che leggiamo sono parole che arrivano non solo dopo la risurrezione del Maestro, ma anche dopo la Pentecoste e l’Ascensione del Signore. Verrebbe da chiedersi : che fine ha fatto quel Pietro raccontato nei vangeli della Passione? Come può parlarci di umiltà uno che non ha contato neanche fino a 2 per estrarre dal fodero la propria spada e colpire il servo Malco?

Tutto ciò è possibile perché nel frattempo è avvenuta una trasformazione di Pietro, si è convertito e lo Spirito Santo che è sceso su di lui nel giorno di Pentecoste ha reso mite un uomo irruento, ha reso umile un uomo forse un po’ superbo, ha reso prudente un imprudente, ha reso temperante un uomo un po’ sregolato. Ed è proprio quest’ultima virtù messa in luce in questo brano. Infatti è lo stesso Pietro che ci esorta alla sobrietà, cioè alla vigilanza su noi stessi, alla temperanza, la moderatezza, la morigeratezza; e se l’esortazione arriva proprio da lui che prima non padroneggiava su se stesso possiamo star tranquilli.

Chi meglio di altri ci può mettere in guardia da uno sbaglio se non colui che prima di noi lo ha commesso e non vuole che anche noi ripetiamo il suo sbaglio ?

Quando ci si imbatte in Gesù risorto niente più rimane come prima, tutto cambia, non c’è nulla della nostra umanità che non abbia bisogno della presenza di Gesù e che da essa non riceva nuova luce, nuovo slancio, nuovo vigore, nuova vita. Lo stesso Gesù, che è l’Agnello descritto nell’Apocalisse seduto sul trono, ce lo attesta con quella frase così perentoria : “Ecco, Io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

Cari sposi, non abbiate paura del Risorto, Egli fa nuove tutte le cose. Fa nuovo anche un matrimonio vecchio, guarisce un matrimonio malato, fa rinascere a nuova vita un matrimonio morto.

Seguendo il consiglio di S. Pietro dobbiamo riversare in Dio ogni nostra preoccupazione perché Egli ha cura di noi. Se crediamo che ci ha creati Lui, se crediamo che ci ha fatti conoscere Lui l’uno all’altra, se crediamo che ci ha consacrati e consegnati Lui l’uno all’altra nel matrimonio, se crediamo che siamo Sua icona nel matrimonio, perché mai dovrebbe scordarsi di noi e lasciarci privi del Suo aiuto?

Certamente non può operare senza il nostro necessario contributo, per questo il nostro impegno di sposi deve essere quello di operare secondo l’esortazione di S. Pietro, e cioè dobbiamo restare sobri, dobbiamo vegliare. E’ un invito a vivere la virtù della temperanza, a vigilare su noi stessi innanzitutto, perché c’è un leone ruggente pronto a divorarci.

A noi, gente cresciuta tra il cemento e le fabbriche, sfugge un po’ l’immagine di un leone ruggente, ma dobbiamo considerare che gli uditori contemporanei di S. Pietro conoscevano molto bene il ruggito del leone, e quando l’apostolo paragona il diavolo ad un leone ruggente avranno forse sobbalzato un poco per la paura. Quando un leone ruggisce lo si sente da molto lontano, e se ci si imbatte in un ruggito a poca distanza non è infrequente sentire scombinarsi tutte le budella con una sensazione che mette i brividi ed il terrore ci blocca, ci si raggela il sangue. Queste sono solo alcune sensazioni che si provano con un ruggito, ma il diavolo è molto più di un leone in carne ed ossa. E per di più è come quel leone ruggente che però ha pure fame, non poteva capitarci di peggio; se già il ruggito ci terrorizza, sapere che potremmo essere la sua cena è il peggio che potrebbe capitarci.

La vigilanza da parte nostra è fondamentale affinché possiamo sentire il ruggito già da molto lontano. Quando due sposi vivono costantemente la preghiera, la rinuncia ed il sacrificio, restano in grazia di Dio, sanno regnare su se stessi, dominare il proprio corpo, non si abbassano alla cupidigia delle passioni, lottano contro la concupiscenza, allora restano sobri e possono vigilare su loro stessi sentendo il ruggito già da molto lontano e quindi possono cambiare strada per non farsi mangiare dal leone diabolico.

Coraggio sposi, abbiamo un nemico che è un mago dei travestimenti, ma se stiamo dalla parte di Gesù possiamo smascherare ogni suo tentativo di attacco per sbranarci… e se qualche coppia dovesse essere già caduta nella sua trappola, non abbia a temere poiché abbiamo Chi ci sa strappare dalle fauci di questo leone : Gesù, il Risorto! Coraggio famiglie, abbiano un nemico che è come un leone, ma abbiamo Gesù che è molto di più di un semplice domatore di leoni !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 33

Ed eccoci giunti al momento che fa, per così dire, da contorno al cuore di ogni S. Messa. Il “contorno” si chiama propriamente Preghiera Eucaristica nel cui centro, il cui cuore, è la consacrazione del pane e del vino, la riattualizzazione del sacrificio (incruento) di Gesù Cristo. Nelle ultime due versioni del Messale sono state aggiunte tre Preghiere Eucaristiche a quella che fino all’ultima riforma liturgica del 1969 era l’unica; chiamata Canone Romano o Preghiera Eucaristica I, essa continua ad essere l’unica presente nel Messale del rito antico (vetus ordo). E nella nostra disamina, seppur a grandi linee, ci atterremo proprio alla Preghiera Eucaristica I, che ci sembra la più ricca sotto tutti i punti di vista. Dopo questa brevissima ma doverosa nota storica cominciamo ad entrare in questa grande preghiera che siamo sicuri arricchirà la fede di tanti di noi, così come è stato per milioni di cristiani da oltre 500 anni. Non potremo passare in rassegna ogni singolo passaggio, ma cercheremo di fare emergere qualche punto chiave anche se non siamo dei professori di liturgia.

Questa Preghiera Eucaristica I comincia con una supplica al Padre (usando l’aggettivo clementissimo) affinché si degni di accettare e benedire l’offerta che Gli presentiamo, menzionando subito che tale offerta è un sacrificio puro e santo, e per ben due volte nella prima parte si definisce la Chiesa santa e cattolica, specificando che essa è custode della fede divina e cattolica trasmessa dagli apostoli. Sembrano argomenti scontati, pare ovvio che sia così… eppure da tanti secoli la Chiesa quotidianamente, ad ogni S. Messa fa recitare queste frasi perché conosce la natura umana, la quale si dimentica con più facilità delle grazie ricevute dal Signore piuttosto che il pin del bancomat o le password/credenziali per accendere i computers.

Cosa fanno le mamme tutti i giorni? Ricordano ai figli sempre le solite, stesse, identiche cose ogni santo giorno affinché prima o poi “ti entrino in quella zucca” si suol dire.

E la Chiesa che ci è madre fa lo stesso, e tutti i giorni ad ogni S. Messa sia feriale che festiva (almeno nel vetus ordo) ripete ai suoi figli che la fede che hanno ricevuto e devono custodire è santa, divina e cattolica. E semmai se ne dimenticassero, quello che sta per accadere è un sacrificio puro e santo; innanzitutto ricorda che è un sacrificio prima ancora di essere cena, mensa, incontro, rendimento di grazie ; puro perché lo compie nientedimeno che l’uomo per eccellenza, il più perfetto tra i nati da donna, Gesù; santo perché Egli è 100% uomo (tranne nel peccato) e 100% Dio in quanto Figlio di Dio, e chi è più santo di Dio visto che nell’acclamazione del Santo abbiamo appena cantato/recitato che il Signore è tre volte Santo? Se ci pensiamo bene usiamo questo tipo di espressione anche nel linguaggio comune quando vogliamo essere sicuri di una cosa, ad esempio : il papà chiede al figlio … “hai finito i compiti ?” si sente rispondere un banale “sì papà“, allora per sicurezza incalza con “tutti ?” e il bambino ancora ““, ma la conferma delle conferme arriva alla fine quando il genitore ribadisce “ma proprio tutti tutti tutti?“… come avrete notato anche noi usiamo ripetere 3 volte una parola per confermarla definitivamente ed irrevocabilmente, ed ecco perché proclamiamo che il Signore è Santo Santo Santo.

Facciamo notare come questa Preghiera Eucaristica fin dall’inizio si rivolga espressamente a Dio Padre, rivolgendosi a Lui con diverse espressioni di fede ma anche affettuose, la prima è “clementissimo”. E’ un’aggettivo declinato giustamente al superlativo poiché è rivolto a Dio, però racchiude in sé un’affettuosa fiducia, infatti si aggiunge subito che noi Lo supplichiamo, e per essere certi che accetti la nostra supplica si chiede che accetti la nostra offerta “per” Gesù, cioè attraverso Gesù, ricordandoGli che è Suo Figlio e nostro Signore. In questo modo il Padre si lascia commuovere non tanto dalla nostra fiduciosa/affettuosa supplica, quanto invece dalla menzione del Suo Figlio amato, è come se il Padre sia messo spalle al muro dall’intercessione del Suo Figlio… se fosse un dialogo tra due amici potrebbe essere di questo tono: “se non l’accetti per noi, accettalo almeno per il Tuo Figlio e nostro Signore Gesù Cristo, dai non puoi rifiutarcelo per Gesù“.

Da ultimo evidenziamo come l’offerta sia anzitutto a favore della Chiesa, ma non si smette di “ricordare” al Padre che la Chiesa è Sua, che è santa e che è cattolica. Sembrano parole riempitive ma in realtà sono fondamentali in quanto studiate una ad una, e dietro ad ognuna c’è una realtà grande. Sacerdote e fedeli si sentono ripetere tutti i giorni che la Chiesa non appartiene agli uomini ma è Sua, parole che ci liberano da ogni tentativo di possesso/potere, ma sono anche parole liberanti nel senso che qualunque disastro gli uomini compiano la Chiesa è Sua, è Lui che ne tiene il timone. Poi si attesta che la Chiesa è santa, non perché al suo interno non vi siano peccatori, ma perché il capo è Lui che è santo santo santo. Ed infine si ribadisce che la Chiesa è cattolica, il che ci dovrebbe tenere al riparo da deviazioni dottrinali e dovrebbe ricordare al sacerdote celebrante che è stato ordinato ministro della Chiesa cattolica, la cui dottrina deve insegnare e la cui fede deve celebrare, fede che ininterrottamente ed integralmente è arrivata a noi dagli apostoli.

Riportiamo a piè pagina la prima parte commentata oggi:

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice) : Padre clementissimo, noi ti supplichiamo e ti chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, (congiunge le mani e dice) : di accettare (traccia un unico segno di croce sul pane e sul calice, dicendo) : e benedire questi doni, queste offerte, questo sacrificio puro e santo. (Allargando le braccia, continua) : noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace, la protegga, la raduni e la governi su tutta la terra in unione con il tuo servo il nostro papa N., il nostro vescovo N. [con me indegno tuo servo] e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli apostoli.

Giorgio e Valentina.

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Quando il gioco si fa duro…

Prendiamo in esame la prima lettura che ci è stata proposta il Giovedì Santo, ne riportiamo solo alcune frasi :

Dal libro dell’Èsodo (Es 12,1-8.11-14) In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [..]. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, […] Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. […]
».

E’ una pagina abbastanza conosciuta grazie anche ai celebri film kolossal che trattano il tema del grande Esodo dall’Egitto verso la Terra Promessa, ma proprio per questo spesso viene declassificato ad evento che ha, se non del miracoloso, almeno del mitico e quindi non ascrivibile a fatto storico. Ed invece è un fatto realmente accaduto, non è un’invenzione di qualche fantasioso scrittore di miti e leggende, ed ha qualcosa da dire ancora a noi dopo circa tremila anni, e soprattutto a noi sposi.

Innanzitutto ogni famiglia si deve procurare un agnello maschio, puro, senza macchia, senza difetto… non vi viene in mente nessuno con queste caratteristiche? Naturalmente Gesù è quel nuovo agnello (Agnello di Dio) maschio, puro in quanto anche vero Dio, senza difetto nella sua perfetta umanità, né macchia alcuna di peccato nemmeno del peccato originale naturalmente.

Ma come fa ogni famiglia a “procurarsi” Gesù?

Sicuramente i due sposi (nel sacramento del matrimonio) sono la presenza di Gesù nel mondo e quindi anche nel focolare domestico, ma questa presenza reale ha bisogno di essere continuamente alimentata, rivitalizzata, vissuta ed incrementata da una vita di grazia, da una vita sacramentale molto attiva, soprattutto grazie al costante e frequente nutrimento della Santissima Eucaristia da parte dei due sposi, unito all’accostamento abituale alla Confessione.

E’ con questa vita di Grazia che i due sposi “segnano” gli stipiti della porta della propria casa, sia della casa di mattoni che della casa del loro cuore, la casa che è il loro matrimonio. Dobbiamo “segnare” gli stipiti della porta di ingresso perché per essa si entra nella casa ; dobbiamo quindi custodire e blindare la porta del nostro cuore col sangue del nuovo agnello pasquale, che è Gesù, perché altrimenti per essa può entrare il demonio e fare razzia di tutte le grazie del Signore; e se dovesse passare anche l’angelo dell’ira del Signore, vedendo la porta del nostro cuore imbrattata dal sangue del Suo Figlio, allora si muoverà a compassione di noi e ci userà misericordia.

E se per disgrazia noi sposi dovessimo perdere appunto lo stato di grazia, dobbiamo correre al confessionale col cuore contrito perché la nostra porta del cuore è senza “segno del sangue”, è sguarnita, è come incustodita, non è blindata dal sangue di Gesù e quindi è facile preda.

Ma poi perché il Signore ordina di mangiare l’agnello con i fianchi cinti, il bastone in mano ed i sandali ai piedi? Perché il popolo doveva essere già pronto per la partenza… adesso ci direbbe di preparare già i bagagli, mettere in auto le valigie, i trolley pronti all’uso, le chiavi già nella serratura, tenere il motore già acceso… abbiamo capito, ma perché tutta ‘sta fretta?

E’ la fretta tipica di chi non vede l’ora di abbandonare il proprio Egitto che lo tiene schiavo, i propri peccati, i propri vizi, per poi incamminarsi subito verso la Terra Promessa, la terra di Grazia del Signore, la terra dove il nostro matrimonio è icona reale e viva dell’Amore di Dio, quella terra dove ogni nostro bisogno trova appagamento pieno, la vera e ultima Terra Promessa sarà il Paradiso.

Coraggio allora sposi, non lasciamoci cadere le braccia ! Si dice che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare ; ed in questo tempo molto duro e difficile sia politicamente che socialmente, sia culturalmente che spiritualmente, noi sposi dobbiamo essere quei duri che non mollano, ma che cominciano a giocare.

Coraggio sposi, “giochiamo” al gioco di chi imbratta meglio la porta della propria casa, facciamo a gara con le altre coppie nella gara a chi segna meglio i propri stipiti, gareggiamo nella santità!

Giorgio e Valentina.

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Qualche giorno fa la prima lettura che la Chiesa ci ha proposto era la seguente:

Dal libro della Gènesi (Gen 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
«Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

Faremo poche considerazioni sperando che possano esservi di aiuto in questo tempo prezioso della Settimana Santa. Se ci fermassimo a questa lettura non capiremmo le ragioni che hanno spinto la Chiesa a parlare di Abramo nei giorni in cui ci avviciniamo alla contemplazione della Passione del Signore Gesù. Ad una lettura superficiale sembrerebbero due eventi slegati tra loro, ma nel Vangelo sarà citato proprio Abramo, o meglio sarà la sua grandezza ad essere oggetto di disputa tra Gesù ed i Giudei che infatti ribattono a Gesù : <<[…] Sei tu forse più grande del nostro padre Abramo ?>>. Quindi la grandezza di Abramo viene descritta per sommi capi nella prima lettura, cosicché da avere un metro di misura per valutare la grandezza di Gesù; se già Abramo ci appare così grande con le promesse connesse a lui, figuriamoci quanto più grande debba essere il Messia atteso da secoli e le promesse connesse a Lui. Abramo quindi è anche una prefigura dello stesso Messia. Ma dopo questa breve introduzione torniamo al nostro testo della Genesi.

Metteremo in rilievo solo qualche riflessione : la prostrazione di Abram e Dio che parla con lui, promesse di Dio, cambio del nome, alleanza/contratto bilaterale.

  • La prostrazione di Abram. Avrete notato come il fatto che Dio parli sia conseguenza dell’atto di adorazione di Abram, come a dire in modo implicito che la prima cosa da fare per imitare il grande Abram è quella di adorare Dio. Cari sposi, avete bisogno di parlare con Dio? avete bisogno di risposte da Lui? La prima e necessaria cosa da fare è adorare Dio come Abram, con il viso a terra, a significare che più in basso di così non si può andare; Abram ha espresso con il corpo ciò che c’era dentro il cuore: il Signore è il mio Dio e io sono il suo servo, lo adoro e mi umilio innanzi a Lui. Nella nostra cultura il prostrarsi è stato sostituito con lo stare in ginocchio, ma l’atteggiamento del cuore è lo stesso. Conseguentemente a questo atto di adorazione, non prima, Dio parla con Abram.
  • Promesse di Dio. Quando Dio comincia a fare promesse le spara grosse, diremmo noi, sembra di sentire le grandi promesse elettorali dei nostri politici in campagna elettorale, solo che c’è una grande e sostanziale differenza: Dio mantiene sempre le Sue promesse, non è mica quel politico che una volta eletto perde memoria delle promesse fatte agli elettori, no! Inoltre Dio non è nemmeno come quelle persone che prima di fare una promessa agli altri verificano se potranno mantenerla, facendo una statistica di convenienza con le proiezioni nel futuro, no! Dio fa le cose in grande, Dio è uno sprecone nelle promesse di bene, non bada a spese costi quel che costi… ed infatti Gli è costato l’unico Figlio! Cari sposi, perché ci attraggono molto di più le promesse pre-elettorali del politico di turno piuttosto che le promesse di Bene eterno di Dio?
  • Cambio del nome. Una delle prime cose che Dio compie subito è quella di cambiare nome ad Abram. Perché Abram significa “padre nobile” mentre Abramo “padre di una moltitudine“. Ma sappiamo come nel mondo semitico il nome di una persona racchiuda tutta la sua essenza, equivale quindi alla sua identità, alla sua missione, al suo compito nel mondo, non è semplicemente un suono atto a chiamarlo. Tant’è vero che il nome Gesù significa “Dio salva-Dio è salvezza“, infatti è il Salvatore; oppure pensiamo a Simone che riceve con il nuovo nome, Pietro, la missione di essere la pietra sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa. E così è anche per noi sposi, cioè? Con il sacramento nuziale noi riceviamo dal Signore una nuova missione, un nuovo compito nel mondo e nella Chiesa, una nuova identità: non siamo più due che semplicemente si amano e si piacciono, ma siamo icona di Cristo. E la nostra nuova realtà, il nostro NOI è come se fosse il nostro nuovo nome similmente ad Abram.
  • Alleanza. Da ultimo, come la ciliegina sulla torta, arrivano le condizioni del contratto, potremmo dire. Prima Dio le spara grosse le promesse, non bada a spese, mette l’acquolina in bocca ad Abram, come si suol dire promette mari e monti, sembra quasi di vedere i fuochi d’artificio tanto sono enormi le promesse, e c’è di più perché all’inizio non chiede subito una collaborazione attiva di Abram ma dice “la mia alleanza è con te” senza premettere un “solo se” oppure “a condizione che“. Perché Dio ci conosce bene e sa che a muoverci spesso è la convenienza, nel caso di Abramo la convenienza di vedere realizzate tutte le promesse di Dio, nel nostro caso potrebbero essere le promesse di un cuore sereno e di un matrimonio felice, nonché la promessa del Paradiso. Ebbene, anche a noi sposi, come ad Abramo, l’unica condizione “contrattuale” richiesta è quella di osservare la Sua alleanza, vale a dire le Sue leggi ed i suoi decreti, di generazione in generazione. Praticamente siamo in affari con Dio, solo che il socio di maggioranza è Lui con il 99% del capitale, a noi è richiesto solo l’1%. I nostri sforzi, cari sposi, sono ben poca cosa rispetto alla parte che fa la Grazia. A noi costa solo l’1% ma poi godremo del 101% già su questa terra.

Cari sposi, scegliete la convenienza di questa partnership con Dio!

Auguri di una Santa Pasqua !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 32

Vediamo ora di analizzare alcuni particolari sulle indicazioni del Messale circa l’acclamazione del “Santo” ed il suo contenuto. Partiamo col riferimento del Messale :

Alla fine (il sacerdote) congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce
insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

E’ inutile (e controproducente) negare la struttura dell’uomo, siccome siamo dotati anche di corpo, non possiamo far finta che esso non esista e che non abbia le sue esigenze solo perché questo ci costa fatica. Quando il Messale dà delle indicazioni, non vuole che i fedeli obbediscano tanto per farlo, ma desidera che essi aderiscano con una scelta, sicché i rituali esterni esprimano ciò che sta avvenendo dentro il cuore; ma è vero anche che se dentro il cuore non sta avvenendo niente, esso sia aiutato, corroborato, alimentato, confermato ed incoraggiato dal gesto esterno del corpo. Torneremo nelle puntate successive su questo argomento della preghiera del corpo, intanto ci soffermiamo sul momento del “Santo“.

Il Messale indica : […] conclude il prefazio cantando o proclamando. Ciò significa che ci sono sì due opzioni, ma la prima è sempre da preferire, non è stata scritta per prima a caso, non è un libro di poesie o di prosa che segue le relative regole, no ! Il Messale è stato scritto come se fosse una guida passo passo.

Ed infatti subito dopo la parola “proclamando” segue il testo in italiano. Ma bisogna notare che subito dopo il testo italiano segue quello originale in latino preceduto dall’indicazione : Oppure in canto: […]. Questo significa che se viene proclamato va bene in italiano, ma se viene cantato (che è la prima e migliore opzione) sia eseguito in latino.

Facciamo subito una piccola digressione circa il “Sanctus” in latino. Noi non abbiamo studiato la lingua latina in maniera approfondita con gli studi scolastici, ma ciò non toglie nulla alla preghiera, non è necessario capire tutto fino in fondo per aderirvi con la fede. Ad esempio: tutti i cristiani credono nel dogma della Santissima Trinità senza capirlo fino in fondo a causa dei limiti umani, ciononostante credono in questa grande verità e non è loro impedito un profondo e serio cammino di ascesi cristiana, perché il non-capire fino in fondo non è di ostacolo alla fede. Anzi, questo non-capire dovrebbe suscitare un senso di profondo stupore di fronte a realtà più grandi della nostra limitatezza e finitezza umana, realtà che ci sovrastano, ci trascendono, ci superano ma non per questo meno vere o meno reali.

Questo testo latino ha un particolare significato che sfugge nella traduzione italiana e riguarda la parola “Sábaoth“: è un termine ebraico e la sua traduzione corretta è “eserciti” mentre nella traduzione italiana si è preferito optare per “universo” ; non conosciamo bene i motivi che hanno spinto ad ufficializzare l’attuale versione italiana, siamo certi però che inneggiare al “Dio degli eserciti” oppure “Dio delle schiere celesti” colora questo canto di un connotato militare non indifferente. Sapere di essere di fronte al Signore (inteso come capo/comandante) di un esercito di combattenti infonde una certa carica di orgoglio, di appartenenza, anche perché oltre alle schiere celesti ci sono le schiere militanti, ovvero noi che con la Cresima siamo diventati soldati di Cristo.

Cari sposi, siamo soldati di Cristo, ma per combattere contro chi ?

Il canto del “Sanctus” è per noi l’inno che gli eserciti cantano fieramente prima della battaglia per incutere timore agli avversari, ed i nostri avversari sono i diavoli con le loro tentazioni.

Dobbiamo cantarlo con ardore per farli tremare di paura !

Da una parte c’è Satana col suo esercito di diavoli/demoni e dall’altra c’è Cristo vittorioso con la Madonna Regina ed il glorioso S. Giuseppe, attorniati dal doppio (rispetto ai diavoli) delle milizie angeliche celesti capitanate da S. Michele arcangelo, ai quali si aggiungono le schiere innumerevoli dei beati, dei martiri, dei vergini, dei santi, ed infine ci siamo anche noi Chiesa militante.

Gli sposi hanno un ruolo importante in questa grande coralità, poiché quando canta anche solo uno dei due sposi, è come se cantasse anche l’altro giacché siamo un corpo solo.

Coraggio sposi , non importa avere l’intonazione degna di un Grammy Awards, basta l’ardore della fede e la fierezza di aver deciso in quale schieramento militare… ovviamente dalla parte del Vincitore !

Giorgio e Valentina.

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Pensate di farla franca?

Vi riportiamo solo qualche stralcio della (lunga) prima lettura della Liturgia di qualche giorno fa.

Dal libro della Sapienza ( Sap 2,1a.12–22 ) << Dicono gli empi fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. […] È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. […] e si vanta di avere Dio per padre. […] Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, […] Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà». Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile. >>

Abbiamo scelto poche frasi ma vi invitiamo sempre ad una lettura completa per avere un quadro d’insieme. Cercheremo di mettere a fuoco solo un paio di argomenti che ci aiutino a vivere meglio la nostra vocazione matrimoniale.

Anzitutto c’è un binomio antico e sempre attuale ma del quale spesso ce ne dimentichiamo : fede e ragione. Qualcuno tempo fa ce lo ha ricordato, qualcuno che onoriamo e veneriamo come santo, qualcuno del cui nome molti si riempiono la bocca e pochi ne imitano le virtù e ne seguono il magistero: Karol Wojtyla meglio noto col nome di papa S. Giovanni Paolo II. Nella bellissima enciclica  Fides et Ratio c’è un incipit che si condensa in una metafora meravigliosa: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». Come a dire che l’una va in simbiosi con l’altra, non si può volare senza un’ala, con la fede si perde anche la ragione, e per rendersene conto basta osservare i recenti avvenimenti che tutti ben conosciamo.

Ma è un fenomeno antico come l’uomo stesso, infatti il brano citato comincia proprio dicendo che l’empio sragiona, cioè chi non ha fede sragiona pur di portare acqua al proprio mulino. Cari sposi, stiamo sempre con le antenne ben drizzate per captare le onde radio della fede, non lasciamoci circuire con vani ragionamenti empi, del tipo : ” che c’è di male ?… se tanto non sentite più attrazione l’uno per l’altra va bene così… si vede che era destino che finisse così… hai diritto a rifarti un’altra vita… l’importante è che tu te la senta… in fondo non hai mica ucciso nessuno… adesso devi pensare un po’ a te stesso/a… ” e via di questo passo.

Questi NON sono ragionamenti, sono sragionamenti !

Sono pensieri empi che si vestono di pensiero intelligente, di ragionamenti etici/morali/adulti, sono i pensieri di coloro che si autoproclamano cattolici adulti. Ma i cattolici adulti nella fede sono dei credenti al 100%, non sono dei creduloni pronti a credere a chiunque apra a proposito e a sproposito la bocca.

Gli sposi col sacramento del matrimonio sono fedeli fino a che morte non li separi e difendono la vita dal suo naturale sorgere al suo naturale tramonto costi quel che costi. A Gesù essere fedele al Padre è costato la vita terrena, e gli sposi cristiani sanno che la vita terrena è solo una piccola parte, quella vera ed eterna è in Paradiso.

Parliamo di questo “costi quel che costi” perché ci introduce al secondo argomento che propone il brano del libro della Sapienza : la persecuzione. Il brano si mette in chiara connessione con tutto ciò che ha subìto Gesù nella Passione, che è il giusto per eccellenza. Ma il giusto di cui parla il brano è anche il cristiano che non è un credulone e che vive la propria fede sulla propria pelle: è uno sposo che non si vergogna di fare il digiuno a pane e acqua il venerdì di Quaresima in mensa coi colleghi ; è una sposa che si veste con pudore; è uno sposo che non usa volgarità e parolacce nel proprio linguaggio; è una sposa che non parla mai male del proprio marito con le amiche/colleghe; è uno sposo che non usa modi e parole equivoche con le altre donne; è una sposa che non accetta complimenti dagli altri uomini con secondi fini… l’elenco è incompleto ma sufficiente.

Cari sposi, una vita giusta attira le persecuzioni degli empi, perché essa è un costante, il più delle volte anche silenzioso, richiamo alla loro coscienza. Ma ascoltare la propria coscienza è faticoso e soprattutto quando non ci approva diventa molto fastidioso. Ed è così che l’empio, eliminando il giusto, pensa di eliminare il fastidioso tarlo della propria coscienza.

Cari sposi, abbiamo ancora gli ultimi giorni di questa Quaresima per convertirci. Coraggio, avanti con fiducia, la grazia del sacramento del matrimonio è lì pronta a sostenerci.

Giorgio e Valentina.

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Non fare i T-Rex !

Riportiamo uno stralcio della prima lettura di oggi :

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 47,1-9.12) : In quei giorni [l’angelo] mi condusse all’ingresso del tempio [del Signore] e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro. Quell’uomo avanzò verso oriente e […] Mi disse: «Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Aràba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina».

Come avrete certamente intuito la lettura è molto più lunga perché fa una descrizione meticolosa della scena tra l’angelo e l’uomo, addirittura riportando le misure del megatorrente, ma quello che ci interessa maggiormente è la spiegazione dell’angelo che troviamo sopracitata.

A questa lettura fa eco il Vangelo che narra la guarigione, dopo 38 anni di sofferenza, del paralitico nella piscina di Betzatà ad opera naturalmente di Gesù; sulla stessa onda (non a caso si parla di acqua) l’Antifona cita Isaia (55,1): O voi tutti assetati, venite all’acqua; voi che non avete denaro, venite e dissetatevi con gioia.

Ci sono alcuni particolari che dobbiamo tener presenti perché ci aiutano nella comprensione del significato più profondo e lo faremo naturalmente alla luce del Vangelo, alla luce di Gesù, altrimenti l’Antico Testamento resterebbe per molti versi incomprensibile.

  • Notiamo dapprima come in questa visione di Ezechiele, si parli di questo prodigioso evento acquoso che parte dal tempio e non dal mercato o dal cinema, a significare che è dal Signore che arriva l’acqua salvifica, e il Signore lo si incontra nel tempio e da lì sgorga la salvezza e lì ne troviamo la sorgente ; sì, cari sposi, se vogliamo incontrare il Signore è nel tempio che dobbiamo andare, alla sorgente di acqua che zampilla, cioè dobbiamo andare a Messa dove incontriamo la sorgente di cui nutrirci che è Gesù.
  • Poi si noti come il tempio fosse rivolto ad oriente e l’acqua fluisca proprio verso oriente, cioè verso il sorgere del sole, e c’è ora un nuovo sole che è sorto da un nuovo oriente, abbiamo un sole vivo che è Gesù stesso e non tramonterà mai perché è risorto per l’eternità.
  • Le misure del megatorrente sono esagerate, 1000 cubiti misurati 4 volte almeno, come a dire che la Grazia che dona il Signore è esagerata, è fuori misura, è oltre ogni nostra aspettativa, è sovrabbondante, perché il Signore non è un tirchio ; e qua abbiamo da imparare come sposi a non misurare i nostri gesti d’amore, non dobbiamo fare come i T-Rex che avevano le braccine corte, dobbiamo esagerare in amore ad imitazione dell’amore del Signore Gesù. Gli sposi devono esagerare con abbracci e baci teneri e parole seducenti, senza dimenticare di fare con slancio i piccoli lavori di casa, verso le proprie spose senza cadere nel ridicolo o ritornare alla fase adolescenziale. Dall’altra parte le spose devono esagerare con i complimenti e la riconoscenza nonché con i gesti affettuosi di contatto fisico che tanto piacciono ai maschi, senza dimenticare di farli sentire unici grazie ai loro piatti preferiti.
  • E là dove giungerà il torrente tutto rivivrà dice l’angelo ad Ezechiele. Sì, cari sposi, se lasciamo che il torrente d’acqua viva della Grazia del Signore ci travolga, allora tutto rivivrà. Molti sposi si chiedono come/cosa fare per ravvivare il loro amore, il loro matrimonio, la loro relazione, la qualità dei loro gesti… ebbene, non c’è rimedio migliore della Grazia del Signore che, unita ai nostri piccoli sforzi, compie il miracolo di risuscitare ciò che era morto. Sentite che il vostro rapporto è come morto? Potete risuscitarlo con la Grazia. Certo non devono mancare gli aiuti umani uniti ai nostri sforzi di coppia, ma vi ricordate le dimensioni del megatorrente? Gigantesco, sproporzionato rispetto alla terra circostante, come a dire che il nostro apporto è necessario, doveroso, operoso, imprescindibile, ma la parte più consistente la fa la Grazia di questa acqua viva che è Gesù stesso.

Coraggio sposi, il vostro matrimonio tornerà più rigoglioso ed abbondante di frutti rispetto a prima solo se cresce sulle sponde di questo megatorrente di Grazia.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 31

Ed eccoci giunti al momento tanto temuto dai demoni. Se qualcuno stesse pensando ad una preghiera di esorcismo si sentirà deluso, perché invece oggi tratteremo il canto/acclamazione del “Santo“. Abbiamo già anticipato come questa acclamazione unisca le nostre umili voci al coro di tutti gli angeli e di tutti i santi, vedremo ora di addentrarci piano piano in questo magnifico momento.

Partiamo dal testo e dalle indicazioni del Messale :

Alla fine [il sacerdote] congiunge le mani e conclude il prefazio cantando o proclamando ad alta voce insieme con il popolo:
Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Osanna nell’alto dei cieli. Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
Oppure in canto:
Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt caeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis.
Benedíctus qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Il testo è un misto di due visioni avute da Isaia e da S. Giovanni, rispettivamente descritte nei primi 6 versetti del capitolo 6 del libro di Isaia e nel libro dell’Apocalisse al capitolo 4 versetti dall’1 al 10. Sono due visioni una più magnifica dell’altra, ed ognuna mette in luce alcuni particolari dell’adorazione e glorificazione di Dio in Paradiso. Sono immagini talmente ricche e suggestive che un po’ suscitano la “santa invidia” per i due sant’uomini ai quali è stato concesso di vedere queste realtà celesti.

I due racconti delle visioni hanno particolari comuni che hanno tanto da dirci: in primo luogo c’è un trono sul quale è assiso il Signore, intorno poi ci sono tanti esseri viventi che cantano la gloria e la maestà di Dio Re, innumerevoli angeli (serafini in Isaia) e una schiera di santi (24 vegliardi in candide vesti nell’Apocalisse). Le descrizioni degli esseri viventi e del trono sono diverse ma hanno in comune la volontà di descrivere lo splendore della visione.

Motivi redazionali uniti ai nostri grandi limiti ci impongono di non dilungarci troppo, ma ci sarebbe tanto da approfondire, perciò ci scuserete se non riusciremo ad essere esaustivi, vorremmo quantomeno suscitarvi quella sensazione di acquolina in bocca.

Come abbiamo già accennato nella puntata precedente, gli innumerevoli angeli descritti da Isaia li troviamo nominati nel Prefazio, mentre i 24 vegliardi dell’Apocalisse li troviamo nella preghiera che segue l’acclamazione del “Santo”, almeno nella sua forma cosiddetta Canone Romano (Preghiera Eucaristica I) che da oltre 500 anni rafforza la fede dei cattolici, infatti troviamo l’elenco di 24 santi martiri: la spiritualità cristiana ha visto nei martiri i 24 vegliardi descritti da S. Giovanni nell’Apocalisse, i quali hanno le vesti candide come segno di purezza oltre ad una corona d’oro a simboleggiare la corona del martirio. Ma 24 è un numero che ricorre altre volte nelle Scritture, infatti altri studiosi vedono questi 24 vegliardi come i 24 ordini sacerdotali descritti nel Primo libro delle Cronache, ma anche le 12 tribù di Israele unite ai 12 Apostoli… aldilà di queste disquisizioni ciò che a noi importa è che il “Santo” è come la cerniera tra il nostro mondo e la realtà celeste.

In quel momento è come se si squarciassero i cieli e tutta la corte celeste scendesse lì dove siamo noi a Messa per cantare insieme a noi la gloria del Signore Dio, ci sono tutte le schiere di angeli e tutti i santi che ci hanno preceduto in Paradiso. Figuratevi se in un contesto del genere i demoni se ne stanno lì a guardare come nulla fosse a braccia conserte, assolutamente no! Ed infatti tremano di paura, se la fanno sotto, e si nascondono o se la danno a gambe levate.

Immaginate di andare allo stadio per guardare la finale di una partita di calcio tra le due squadre acerrime rivali, magari il famoso derby d’Italia tra Inter e Juventus: mentre prendete posto nel vostro comparto vi accorgete di essere nella curva dei rivali, e come se non bastasse avete indossato la maglia della vostra squadra del cuore, per cui non potete far finta di niente e cominciano a tremarvi le gambe mentre tutti i tifosi intorno a voi cominciano a cantare l’inno della propria squadra. Ai demoni succede qualcosa di simile quando c’è il momento del “Santo” poiché si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato e per di più sono in minoranza.

Noi, quindi, dovremmo cantare orgogliosamente il “Santo” come quei tifosi che ripetono a squarciagola il proprio inno per far tremare di paura i tifosi avversari, e tanto potente è la loro voce da far tremare tutto lo stadio. Similmente noi dobbiamo unire le nostre voci alle innumerevoli schiere celesti così da far scappare tutti i demoni fino all’ultimo, e, nello stesso tempo, mentre recitiamo o cantiamo il “Santo” la nostra fede si rinsalda e si rinforza in quel Re a cui acclamiamo, a cui diamo gloria.

Care famiglie, non abbiate paura nel far sentire la vostra voce in chiesa domani, ne trarrà vantaggio la vostra fede; e qualora non sapeste come pregare nelle vostre case, soprattutto con i bambini piccoli, cantate insieme il “Santo” con gioia ma con fierezza, magari davanti ad un bel crocifisso. Coraggio sposi, una famiglia che canta con fede, prega due volte.

Giorgio e Valentina.

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Urgenza, allarme in corso !

Martedì della seconda settimana di Quaresima la Chiesa ci propone questa lettura dal Capitolo 1 del libro del profeta Isaia :

(Is 1,10.16-20) Ascoltate la parola del Signore, capi di Sòdoma ; prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». «Su, venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato».

Probabilmente ad Isaia piaceva molto la neve perché la cita più volte nel suo libro, ma cerchiamo innanzitutto di contestualizzare il testo: siamo intorno all’anno 720 a.C. e l’impero assiro sta facendo piazza pulita intorno a sé, ha già preso il Regno del Nord (Samaria) e si annunciano tribolazioni anche per il Regno di Giuda finora risparmiato, nel frattempo Isaia mette in guardia il suo popolo affinché non smarrisca la fede/fiducia in quel Dio che lo fece uscire dall’Egitto con mano potente; ma ora questo popolo eletto è minacciato dalla spada assira ed ecco probabilmente spiegato il riferimento alla spada sul finale.

Isaia presenta al popolo di Israele la conversione come mezzo per scongiurare la devastante invasione assira, ed infatti lo mette in guardia sulle gravi conseguenze che comporterebbe il non desistere dalla sua condotta malvagia facendo riferimento alle famose Sodoma e Gomorra.

Potrebbe apparire ad una prima istanza un linguaggio duro ed incomprensibile, adatto a gente abituata a parole dirette, poche ciance. Ed in effetti è proprio così, ma perché Isaia non la prende larga? Perché in gioco c’è la salvezza di un popolo, e il castigo per la sua condotta è già alle porte servendosi della spada assira. Non c’è tempo per le ciance, non c’è tempo per prenderla larga.

Per capire bene questo appello di Isaia basta cambiare i nomi attualizzandoli, ed il gioco è fatto. Al posto del popolo di Israele leggiamo “popolo italiano”, ancora meglio se “popolo cattolico”, e più precisamente “popolo degli sposi” ; al posto della spada assira leggiamo la spada del peccato, la morte eterna, l’Inferno. Stiamo esagerando? No, semplicemente vogliamo aiutarvi ad entrare nella dinamica di questa urgenza; Isaia sembra aver fretta di avvisare il popolo, la spada assira è alle porte, non c’è tempo per troppi giri di parole, solo poche frasi chiare e perentorie.

Ma qual è la nuova urgenza per noi?

La C O N V E R S I O N E!

Sì, cari sposi, la nostra conversione ( o con il suo sinonimo evangelico “penitenza” ) è urgente più della emergenza politica e sociale attuale; nulla è più urgente della nostra conversione personale e di coppia, poiché le emergenze di questo mondo si aggiustano nella misura in qui procede la nostra conversione, altrimenti saranno solo rimedi umani, certamente necessari, doverosi e nobili, ma solo umani.

Il pericolo è dietro l’angolo, e qual è? La nostra perdizione eterna.

Non lo diciamo per spaventare né per fare terrorismo spirituale ad alcuno, ma è una possibilità reale che non possiamo tacere, specialmente in questo tempo in cui il male viene presentato come bene ed il bene viene additato come male. La spada del peccato è alle porte, ma la sua lama ferisce più in profondità di quella assira giacché colpisce l’anima separandoci da Dio.

Ma esiste una via d’uscita, un proverbio dice “Finché c’è vita c’è speranza”, già ma quale speranza? La speranza di convertirsi, di pentirsi dei propri peccati, abbiamo questa possibilità fino all’ultimo respiro. Ed è commovente l’immagine misericordiosa di Dio presentata da Isaia, sembrano parole uscite dalle viscere materne, da chi sente l’appartenenza del figlio con un cordone ombelicale perenne, smontando l’immagine (erronea e falsata) di un dio dell’Antico Testamento troppo severo, tutto regole e punizioni.

Ma quando mai si è sentito un dio parlare all’uomo con parole così accorate, quasi supplicandolo di tornare da lui? Come se Dio si sentisse un po’ più solo senza l’uomo. Succede a volte anche tra noi sposi: pur di non perdere l’altro uno dei due è disposto a scendere a compromessi, similmente il Signore pare voler dire questo quando esclama: “Su, venite e discutiamo…”, non si esprimerebbe così se non fosse misericordioso e desideroso di averci con Lui in Paradiso.

E poi quella stupenda immagine dei peccati rossi scarlatto che diventano bianchi come la neve… spesso da casa nostra si vedono le Alpi innevate, ed ogni volta che le ammiriamo ci viene in mente questo versetto di Isaia… in effetti probabilmente non esiste un colore in natura più bianco di quello della neve.. così Isaia usa quest’immagine poetica per dire che Dio è sempre pronto a perdonare i nostri peccati trasformando la nostra anima da rosso scarlatto a bianco che più bianco non si può… non c’è detersivo che tenga… chi ha orecchie per intendere intenda!

Coraggio sposi, è giunta l’ora urgente di mettere mano alla più grande opera che un uomo possa compiere : la propria conversione e la conversione di coppia. Noi ce la mettiamo tutta, ma poi la Grazia fa la parte più consistente.

Cari sposi, cominciate a pregare ogni giorno insieme con questa preghiera di Geremia : “Convertici Signore, e noi ci convertiremo “.

Allarme conversione attivato !

Giorgio e Valentina.

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Come va la digestione? /2

La scorsa settimana avevamo riflettuto sulla Parola di Dio paragonata alla pioggia che scende dal cielo nel capitolo 55 del libro di Isaia.

Rileggiamo ancora il brano :

Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,10-11) Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata»

Oggi concentriamo la riflessione sulla neve. Perché questa differenziazione? Ancora una volta prendiamo spunto dalla realtà dell’ordine naturale per applicarlo alle realtà spirituali.

La neve protegge il terreno dall’aria fredda invernale, mantenendo una temperatura che non andrà mai sotto 0°C, proprio come farebbe una pacciamatura. La neve inoltre irriga il terreno con un costante e graduale rilascio di acqua di ottima qualità perché ricca di sostanze nutritive che si depositano man mano in superficie.

Come potete notare la neve agisce diversamente dall’acqua benché abbiano la medesima origine. E così è anche la Parola di Dio: essa ha un’unica origine ma mentre scende come pioggia per alcuni cuori, per altri è come neve.

La Parola di Dio si deposita sul nostro cuore e lo protegge dal freddo del peccato, dall’inverno dell’anima, mantenendo una temperatura che non scende mai sotto lo zero. Il nostro cuore corporeo infatti ha bisogno di calore per poter funzionare e restare in vita, così anche il cuore della nostra anima ha bisogno del calore della Parola che riscalda con la sua dolcezza, che ristora l’animo affranto come un balsamo. Quando avvertiamo che si sta abbassando la temperatura dell’anima, dobbiamo subito ricorrere alla Parola di Dio che la riscalda; quando Dio parla non ha mai parole fredde per il peccatore, al contrario, Lui vuole che il peccatore si converta e viva.

Solo per citare qualche esempio tra gli innumerevoli :

Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò… Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali… Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni ; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria…  Il nostro Dio è un Dio che salva… Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora. A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri… Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore… chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna… Coraggio, sono io, non abbiate paura!

A volte il nostro cuore è come quel terreno che non ha bisogno di acqua immediata, ma di una protezione dal freddo infernale, ha bisogno di una Parola che come una coperta resta lì per ripararci dalle intemperie; e con un costante e graduale rilascio di qualche gocciolina d’acqua va ad irrigare il terreno del nostro cuore con dolcezza, con tanta discrezione, ma con altrettanta efficacia.

Ma come questa neve entra nel matrimonio?

Bisogna che noi diveniamo ogni giorno come un piccolo fiocco di neve per il nostro coniuge. Sì, perché la neve non scende con la stessa forza della pioggia; la neve, al contrario, scende piano piano, dolce dolce, leggera leggera si deposita con delicatezza fiocco dopo fiocco sul terreno, senza quasi che esso se ne accorga. E così dobbiamo fare noi nei confronti del nostro coniuge. Giorno dopo giorno possiamo regalargli/regalarle un piccolo passo della Scrittura come il fiocco di quella giornata.

Bastano poche parole: dolci, seducenti, splendenti, incoraggianti, accoglienti… lasciamoci ispirare dallo Spirito Santo.

Qualche esempio ? Perché non pensare di tenere una bella Bibbia sempre aperta sul tavolo, sul comò, sulla libreria, in un punto di passaggio, aperta ogni giorno su una pagina differente? E’ un inizio. Non sapete da che libro iniziare? Il libro dei Salmi è un ottimo inizio, lo trovate circa a metà Bibbia, a partire da pagina 795… trovato? no ! ah… già, forse avete un’edizione diversa dalla nostra.

Coraggio sposi, buona nevicata !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 30

Dopo la prima frase del Prefazio il sacerdote continua leggendone il resto che, solitamente, fa memoria delle grandi opere della Redenzione e/o Creazione e termina con quella frase che introduce il canto/acclamazione del “Santo”:

[…] E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria : Santo, Santo, Santo… ecc…

oppure

[…] Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore; a te inneggiano i cieli dei cieli e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode: Santo, Santo, Santo… ecc…

Abbiamo riportato solo due tra le tante versioni a disposizione del sacerdote, il quale ha facoltà di scelta a seconda dei tempi e/o delle necessità, ma come avrete certamente notato entrambe (come le altre non riportate) esprimono lo stesso stupore seppur con piccole variazioni sul tema.

Se qualcuno tra i lettori fedeli sin dall’inizio a questo itinerario per la riscoperta della Messa avesse ancora il dubbio che essa sia un pezzetto di Paradiso celebrato in terra, ora può fugare tutti i suoi dubbi; infatti basta leggere e rileggere lentamente le frasi dei Prefazi sopracitati per rendersi conto che la Chiesa non ha dubbio alcuno : la Santa Messa è vivere un piccolissimo anticipo di Paradiso.

Non è una realtà inventata a tavolino dall’uomo per stordire se stesso come con gli oppiacei, non è un’accozzaglia di rituali, non è un rituale sacrificale per tenere a bada l’ira divina, non è solo un tentativo umano di celebrare il divino, non è unicamente realtà umana, la S. Messa è azione di Cristo e della Chiesa. Realtà che qualche paranoico potrebbe definire extra-sensoriale, qualcuno con idee new age la definirebbe come “il punto cosmico di contatto tra le forze spirituali e materiali”, una finestra aperta sul mondo spirituale, come in un film di fantascienza nel quale il protagonista entra in un’altra dimensione… parole più o meno accattivanti, più o meno evanescenti, ma che in realtà un po’ ci azzeccano, perché ci vuole la fede per vedere oltre i gesti rituali, gli occhi corporei non vedono niente di tutto quanto descritto nel testo sopracitato, eppure accade ; gli angeli davvero cantano la gloria di Dio e davvero noi uniamo le nostre voci alle loro.

Qualcuno si starà chiedendo cosa facciano tutto il giorno gli angeli in Paradiso, è una domanda che tutti abbiamo, ma una risposta ( seppur limitata alle nostre capacità di comprensione umana ) ce la dà sicuramente la Messa: di sicuro cantano la gloria di Dio. E non si stancano di fare sempre la stessa cosa, per tutta l’eternità, giorno e notte? Evidentemente no, perché in Paradiso non esiste il tempo, c’è solo l’eternità ed inoltre non ci sono limitazioni corporali per cui non ci si stanca né ci si annoia; ma soprattutto la visione/il godimento di Dio è talmente appagante che non servirà nient’altro.

In questo magnifico ed esaltante contesto angelico si inseriscono quelli che ancora sono in questa vita e che stanno lì a Messa : quelle mamme che con una mano fanno dondolare il passeggino e con l’altra tengono il fazzoletto alla sorellina, quei papà che con un occhio guardano all’altare e con l’altro controllano il figlio che non parli con gli amichetti, quelle nonne che in ginocchio pregano per la conversione dei figli o dei nipoti, quei nonni che sono lì nonostante tutti gli acciacchi per dire al Signore il proprio “eccomi”.

Proprio queste persone, non altre, le persone reali in carne ed ossa, hanno la possibilità in questo momento di tenere un piede in terra ed uno in Paradiso per unire la propria voce a quella di tutti gli angeli. Avrete notato infatti che alcune preghiere nominano semplicemente tutti gli angeli e i santi in modo generico appunto, mentre altre specificano meglio le varie missioni angeliche. Perché gli angeli sono innumerevoli e non possiamo contarli, ma detta così dà un’idea vaga, mentre se vogliamo rendere l’idea della quantità esorbitante allora serve specificare : Troni, Dominazioni, Serafini, Cherubini, ecc…

Vi piacerebbe stare vicino vicino a qualche angelo oppure qualche santo famoso? Non vi piacerebbe per esempio avere vicino l’arcangelo Gabriele? Ma non un altro angelo omonimo, proprio lo stesso che fece visita alla Madonna? Non vi piacerebbe stare vicino alla Madonna oppure a san Giuseppe? Basta andare a Messa. Se siete coristi/cantanti: non vi piacerebbe fare un duetto con l’arcangelo Raffaele? Oppure cantare insieme a S. Giovanni Paolo II? Basta stare a Messa con fede.

Sembra quasi che la Chiesa ci dia una sorta di autorizzazione temporanea per provare a far parte delle schiere dei beati… un po’ come quando si dà il “foglio rosa” al ragazzo che ancora non sa guidare ma gli si fa provare l’ebbrezza della guida… in questo momento della Messa avviene qualcosa di simile alla situazione del “foglio rosa“, però ce n’è ancora tanta di strada da fare per conseguire la patente di “santi”.

Coraggio allora famiglie, da domani possiamo fare le prove per il Paradiso. Sì, lo sappiamo, non ne siamo meritevoli, ma d’altronde Dio quando fa un regalo non aspetta che ne diventiamo degni, ma ci dà con il regalo anche gli strumenti per poterlo sfruttare al meglio.

Giorgio e Valentina.

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Come va la digestione?

Oggi la Chiesa ci offre un paio di versetti tratti dal libro di Isaia divenuti famosi grazie ad un brano musicale popolare negli ambienti oratoriani:

Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,10-11) Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca : non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata»

Sono parole molto poetiche e commuoventi, ma non dobbiamo fermarci alle sensazioni esterne altrimenti cadremmo nel tranello da cui proprio esse ci mettono in guardia. Per comprenderle appieno potrebbe essere necessario analizzare il ciclo idrico imparato alle elementari ma vedremo che non sarà sufficiente.

Partendo dagli elementi della natura possiamo notare come l’acqua e la neve abbiano bisogno di trasformare in vita nuova e diversa ciò che le assorbe per poi ritrasformarsi in liquido che dal mare risale in vapore e diviene nuvola; la riflessione più immediata ci fa comprendere come la Parola scenda nel terreno dei cuori per irrigarli, dissetarli ed anche per fecondarli.

Ma c’è un ulteriore passaggio, e cioè il fatto che l’acqua piovana (in teoria) è pura perché distillata dall’evaporazione dei mari, laghi e fiumi, ma poi quando si incontra col terreno ecco che entra in simbiosi con le sostanze ivi contenute e quasi le “resuscita” trasformando un terreno disseccato e arido in terreno fertile ; similmente anche la Parola quando scende dal Cielo è puro distillato dell’amore di Dio, ma poi vivifica e “resuscita” le sostanze che altrimenti resterebbero infertili disseccando il terreno del nostro cuore. Quindi la Parola di Dio ha bisogno di entrare in contatto con le nostre realtà umane, ha bisogno di simbiosi con esse, è necessario che questa Parola si incarni, direbbero gli studiosi. E così come ogni terreno dà frutti diversi a seconda delle sostanza di cui è intriso, così anche le nostre vite hanno frutti diversi a seconda delle sostanze contenute nel cuore di quelle vite. Ecco perché ogni coppia cristiana deve trovare la propria modalità e il proprio linguaggio per esprimere la fecondità dell’amore di Dio che la nutre. Non possiamo aspettarci degli sposi fotocopia di altri sposi, ogni coppia ha la propria originalità che dipende dalle sostanze che l’acqua della Parola di Dio ha trovato nei cuori dei due.

Proseguiamo, se la Parola che scende dal Cielo è puro distillato dell’amore di Dio perché molte coppie cristiane scelgono cosa tenere e cosa no di questa Parola? Possiamo ritenere che Dio sia così cattivo e sadico da darci leggi ingiuste, che non siamo in grado di rispettare? Può essere che Dio sia così malvagio da darci una Parola che ci disumanizzi? Certo che no! Così come un bravo e saggio genitore sa armonizzare le parole rivolte al figlio, con la giusta dose di incoraggiamento senza tralasciare ammonimenti e rimproveri quando necessario, perché Dio dovrebbe fare diversamente, Lui che è Il Genitore per assoluto? Se dunque le parole umane di un genitore, anche se apparentemente dure da digerire, sono espressione del suo amore, tanto più le parole di Colui che è il nostro Creatore saranno espressione del Suo amore nonostante a volte risultino difficili da digerire. Ma il problema della digestione dipende dal destinatario delle parole, poiché esse sono puro distillato, come abbiamo visto in precedenza.

Il problema della digestione dipende dall’immagine che ci siamo fatti di Dio: se lo vediamo come il poliziotto pronto ad ammanettarci saranno parole dure, se lo vediamo come l’autovelox precisissimo nello scovare anche le nostre minime infrazioni saremo perdenti in partenza, se lo vediamo come il giudice implacabile staremo attenti alle nostre mosse che saranno di sicuro pochissime e ben calcolate, se lo vediamo come Padre che ama i suoi figli allora cambia tutta la prospettiva. Poiché se noi che siamo cattivi sappiamo dare cose buone ai nostri figli, tanto più il Padre nostro saprà dare cose buone ai suoi figli, no?

Coraggio sposi, affrontiamo la Parola come dono di vita, come quell’acqua distillata che viene per dissetare, irrigare, ammorbidire il terreno e fecondarlo, ed allora diremo davvero grazie di questa Parola.

La prossima settimana, a Dio piacendo, rifletteremo sulla neve.

Giorgio e Valentina.

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Stai tranquillo, stai solo per precipitare!

La prima lettura di qualche giorno fa finiva così:

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 5,13-20) Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati.

Il brano letto fa parte di una lettera in cui sono contenute un sacco di indicazioni pratiche per diverse situazioni, ma questa parte finale ci è sembrata più consona per la nostra realtà matrimoniale. Ma procediamo con ordine, e lo facciamo prendendo esempio da un’immagine che ci aiuterà a comprendere meglio ciò che S. Giacomo intendeva dirci.

Avete presente quando si cammina in montagna insieme ad un gruppo? Di solito davanti ed in coda ci stanno i due più esperti; l’uno per aprire il varco e l’altro per controllare che nessuno resti indietro. Se uno della comitiva dovesse scivolare in una scarpata gli altri del gruppo lo lascerebbero lì oppure si darebbero da fare per tirarlo fuori da quell’impaccio? Lo guarderebbero dall’alto e gli parlerebbero con tono rassicurante del tipo: “stai tranquillo, stai solo per precipitare… sotto di te c’è un burrone di soli 200 metri nel vuoto ma sarà bello precipitare… non ti preoccupare, in fondo una scivolata capita a tutti… semmai ce la facessi a risalire da solo raggiungici al rifugio… comunque da lì puoi notare particolari della natura che noi non vediamo… fra poco ti lanciamo un cuscino che così stai più comodo… ma che bello che sei arrivato fin lì, dovresti indicarci come hai fatto che così qualcuno di noi ti farebbe compagnia“?

Oppure si darebbero da fare con una corda dando al malcapitato le necessarie istruzioni su come fare ad aggrapparsi ad essa e non continuare a scivolare fino in fondo al burrone? Sicuramente la seconda, ed inoltre le parole di incoraggiamento sarebbero del tipo : “non ti disperare, stiamo già operando per venire a salvarti, porta pazienza ancora un poco e ti tireremo fuori da quest’impiccio, se seguirai le nostre indicazioni ti salverai e ritornerai a casa sano e salvo”.

Purtroppo negli ultimi tempi la linea pastorale di qualcuno assomiglia alla prima situazione in cui il malcapitato (in questo caso una coppia o uno dei due) viene lasciato lì ma rassicurato che lì starà bene e alla fine cadrà in un burrone bellissimo; ma davvero crediamo che una coppia che ha lasciato entrare al proprio interno peccati grandi quali l’aborto o l’adulterio (per non parlare di quelli legati al sesto comandamento o altri) stia così bene? Così bene come quel malcapitato scivolato nella scarpata ad un passo dal cadere nel burrone ?

San Giacomo ci sprona a ricondurre il peccatore sulla via della verità perché così facendo lo salveremo dalla morte, e da una morte eterna. Certamente è una salvezza che va offerta con garbo, con delicatezza, con la giusta dose di dolcezza, ma al contempo si usi la fermezza nei confronti del peccato e la verità sulla situazione… se fai un passo falso finisci nel burrone… fermati e aggrappati alla corda o morirai certamente!

Purtroppo la situazione descritta ahimè non è così insolita tra le coppie cristiane. Uno dei due scivola in qualche scarpata del peccato e l’altro/a lo guarda precipitare inerme e quasi accondiscendente, sentiamo frasi del tipo : che posso fare io?… è una sua decisione… ognuno pensa alla propria anima… l’importante è che lui/lei si senta bene… è adulto e non ha bisogno del badante… se sta bene a lui/lei va bene così… ecc…

Sposi carissimi, il nostro sacramento porta con sé tutti gli aiuti da parte del Signore. Credete forse che Colui che ci uniti nel Suo nome e ci ha pensati fin dall’eternità ci abbandoni proprio nel momento in cui scivoliamo nella scarpata del peccato?

Se davvero amiamo il nostro coniuge e vogliamo il suo vero bene, cioè il suo sommo bene eterno, dovremmo fare di tutto per riportarlo sulla via dritta, sulla via della verità; ci sono tante corde che possiamo lanciare al nostro amato/a che sta scivolando o è già scivolato nella scarpata del peccato: c’è anzitutto la preghiera accorata al Signore, fatta ogni giorno con insistenza e fiducia; c’è la corda dei sacrifici e delle mortificazioni personali come intercessione; c’è la corda della dolcezza, del garbo e della delicatezza; c’è la corda del perdono; c’è la corda dell’accoglienza ancora maggiore rispetto a prima; c’è la corda degli abbracci che infondono fiducia; c’è la corda del consiglio spirituale con un sacerdote; c’è la corda della confessione; c’è la corda della richiesta di aiuto ad altre coppie; c’è la corda della corte continua e ci sono tutte quelle corde che lo Spirito Santo vi suggerisce per riportare il/la vostro/a amato/a sulla via del Paradiso.

Cari sposi, coraggio che c’è un rifugio che ci attende alla fine della vita terrena, e dobbiamo fare di tutto per arrivarci insieme come coppia. Non tralasciamo nessun tipo di corda per giungere insieme al Paradiso.

Coraggio !

PS : Nel caso che ci sia una coppia da salvare spetta ad una coppia amica (o ad una coppia che vede nella scarpata i due) darsi da fare per offrire una corda di salvataggio: è un frutto della fecondità.

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Domenica e famiglia: un connubio possibile / 29

Continuiamo la riflessione sull’inizio della grande preghiera eucaristica:

Il sacerdote può cantare tutta, o in parte, la Preghiera Eucaristica. Il sacerdote inizia la Preghiera Eucaristica con il Prefazio. Allargando le braccia, dice: Il Signore sia con voi. Il popolo risponde: E con il tuo spirito. Alzando le mani, il sacerdote prosegue: In alto i nostri cuori. Il popolo: Sono rivolti al Signore. Con le braccia allargate, il sacerdote soggiunge: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. Il popolo: È cosa buona e giusta. Il sacerdote continua il prefazio con le braccia allargate: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. […]

Ripartiamo proprio da questa ultima frase (“E’ veramente cosa buona…”) che in apparenza sembra una di quelle frasi fatte, che si dicono tanto per compiacere qualcuno (in questo caso sarebbe Dio), quelle di cui nessuno ha memoria perché sono come foglie al vento, ed invece scopriremo che contiene della grandi verità della nostra fede divina e cattolica. Affronteremo 4 passaggi, ed ognuno di essi avrà qualcosa da rivelarci.

  • Buona. Sembrerebbe scontato il fatto che rendere grazie a Dio sia considerato cosa buona, ma se ci riflettiamo un pochino, scopriamo che non è affatto scontato; ci sono infatti molte persone convinte di essere la fonte e l’origine di se stessi, della propria vita, ma molto spesso perdono per strada l’orizzonte della propria esistenza. Abbiamo incontrato molte persone che pensano di essere grate solo a se stesse per il fatto di essere in buona salute ed avere un lavoro, oppure perché sono arrivate ad alcuni traguardi importanti nella vita, altre perché si sentono i fautori della propria tarda età come se avessero deciso da soli di svegliarsi ogni mattina. In realtà ci viene insegnato fin da piccoli a ringraziare quando si riceve un favore od un regalo da un’altra persona, ma stranamente ci si dimentica di ringraziare il più importante di tutti, Colui che ha la storia in mano ; “non cade foglia che Dio non voglia” recita il proverbio, a maggior ragione si occuperà di noi che valiamo molto più di una foglia, perciò è davvero cosa buona ringraziarLo.
  • Giusta. Nella Bibbia troviamo alcune persone definite giuste, tra le quali spicca il glorioso San Giuseppe, lo sposo della Madonna. Ma la virtù della giustizia non è solo da considerare per le realtà terrene, belle ma passeggere, ma anche e soprattutto per le realtà celesti. La giustizia non è dare a tutti lo stesso ma ad ognuno il proprio che merita; e chi è che merita di più di tutti? Dio, naturalmente. Quindi la virtù della giustizia è rettamente intesa e vissuta se nelle scelte della vita si mette Dio al posto che Gli spetta, cioè al primo. Rispettando questo ordine delle priorità, tutte le realtà della vita ricevono luce e forza nuove, ecco quindi che è cosa giusta lodare e ringraziare il buon Dio per ogni cosa.
  • Nostro dovere. Questo argomento potrebbe creare qualche problemino ai sentimentalisti. Non che i sentimenti non siano importanti, ma non possiamo orientare la nostra vita con essi, sarebbe un rischio troppo grande e sicuramente fallimentare. Immaginate se andassimo al lavoro solo “quando me la sento“, probabilmente la busta paga sarebbe prossima allo zero; oppure immaginate se una mamma desse il latte al proprio bambino solo di giorno perché la notte “non me la sento“, diremmo che non fa il proprio dovere di madre. Similmente anche Dio ha dei diritti nei nostri confronti, visto che è al primo posto sul podio, e quindi noi abbiamo dei doveri verso di Lui. Il primo dovere è lodarLo, ringraziarLo, adorarLo, pregarLo, perché siamo sue creature ed anche ogni nostro respiro è voluto da Lui; ma per fortuna questi doveri si rivelano non come un peso che rallenta il nostro cammino, ma come dolci doveri che danno forza e vigore a questo stesso cammino.
  • Fonte di salvezza. Quest’ultima parte rischiara con la sua freschezza gli altri tre punti. Infatti se qualcuno si fosse convinto che rendere grazie al Signore sia cosa buona, sia anche cosa giusta, sia pure nostro dovere, potrebbe non avere ben chiara la meta di queste azioni, e cioè la nostra salvezza. Quando rendiamo grazie al Signore sempre ed in ogni luogo, scopriamo come questo ci renda liberi dall’angoscia, dalla paura del futuro, dall’ansia da prestazione, e ci renda più aperti alle sfide della vita, più fiduciosi di essere nelle mani di un Padre che ha cura dei Suoi figli, più gioiosi davanti alla nuova vita che ci viene offerta ogni giorno… tutto ciò ci abitua ad orientare il nostro cuore a Dio istante dopo istante fino a che arriverà l’abbraccio eterno.

Care famiglie, a noi il compito di cominciare a rendere grazie al Signore nelle nostre case ancor prima di andare alla Messa domenicale, nonché di continuare durante gli altri giorni fino alla prossima Domenica. Oltre ad essere fonte di salvezza per tutta la famiglia, è educativo per i figli e fecondo poiché genera una vita nuova.

Basta solo scavalcare l’ostacolo iniziale, coraggio!

Giorgio e Valentina

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Non approfittarne!

Nella prima lettura della Messa di Domenica scorsa c’è una frase che vi riportiamo:

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)  […]“Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?” […]

Utilizziamo solo questa frase ma dobbiamo contestualizzarla : praticamente Saul va a cercare Davide con tremila soldati per farlo fuori affinché non diventi re al posto suo, ma Davide sfugge all’agguato, di notte scende nell’accampamento di Saul, ed ha l’occasione di ucciderlo senza che nessuno se ne accorga poiché tutti i soldati dormono beati. Davide però non compie l’omicidio ed esclama al suo braccio destro Abisài la frase sopra riportata.

Apparentemente sembra un’episodio tanto lontano nel tempo e nella cultura da non dirci niente, eppure basta fermarsi un momento e metterci nei panni dei protagonisti; Il Signore aveva rigettato Saul come re, a causa di un atto di mancanza di fede (leggi qui), ed al suo posto aveva scelto Davide. Un boccone troppo amaro per Saul il quale cerca vendetta, forse mosso anche dall’invidia (come Caino a suo tempo). Davide ha quindi tutte le ragioni per sbarazzarsi di Saul, per dargli una bella lezione, per far valere la preferenza di Dio nei suoi confronti, gli sarebbe bastato infilzarlo nel sonno e, senza grossi spargimenti di sangue innocente, avrebbe chiuso la questione, avrebbe regolato i conti, ma… c’è un ma… Davide non muove un dito contro il consacrato del Signore… ma Saul non era stato rigettato come re? Sì, ma non viene sconsacrato da Dio, perché? Perché Dio non agisce come noi, Egli non ritratta i suoi doni, le sue scelte, Egli è fedele alle proprie scelte… quindi se lo aveva consacrato, tale resta fino alla morte.

Ecco il primo insegnamento per noi sposi. Non sono sufficienti i nostri sbagli, le nostre fragilità, i nostri errori, i nostri peccati per farci sconsacrare da Dio. Se siamo sposi nel sacramento, lo siamo fino alla morte di uno dei due, anche se l’altro si comporta come Saul che volta le spalle a Dio, alla sua promessa e alla sua volontà nel vivere la propria vocazione… nonostante tutto ciò Dio non ritratta la parola data e lo lascia consacrato… similmente noi possiamo combinare un sacco di guai ma restiamo sposi l’uno dell’altra fino alla morte, è un vincolo che nemmeno Dio può scogliere… per fortuna Egli non ci ripaga secondo le nostre opere!

Continuiamo però l’approfondimento di questa frase perentoria della Parola di Dio pronunciata da Davide, poiché essa ha da ammonirci anche nel suo significato più prossimo, ossia è un invito a non uccidere il consacrato di Dio. Purtroppo assistiamo quotidianamente sui social media ad assalti più o meno velati a vari consacrati del Signore… questo prelato piuttosto che quell’altro ha detto o fatto questo con tanto di foto ad immortalarne il pubblico ludibrio, il pubblico scandalo… Davide aveva avuto questa opportunità eppure non ha alzato la mano sul consacrato del Signore, e quanti di noi invece uccidono i consacrati del Signore in vari modi? Non vogliamo essere sentimentaloni ma vogliamo ricordare che il Catechismo ci ha insegnato, riprendendo una frase della Parola di Dio, che “la lingua uccide più della spada”… l’uccisione fisica è solo uno dei tanti modi con cui uccidere una persona. I consacrati del Signore che sbagliano alla guisa di Saul possono essere quelli che vivono lontani da noi, ma può essere il nostro parroco o il nostro vescovo, non ha importanza questo, ma non dobbiamo ucciderli… sarebbe come dire a Dio che si è sbagliato sul loro conto (oltre ad essere un’ulteriore ferita alla comunione e spesso una mancanza di carità fraterna).

E’ possibile che Dio si sbagli? Ovviamente no. Dobbiamo sempre tener presente che abbiamo un Dio che sa trarre bene anche dal male… un esempio? Che male c’è peggiore del deicidio, cioè dell’uccidere Dio fattosi uomo in Cristo Gesù di Nazareth? Eppure da questo grande male Dio ha saputo trarre il più grande Bene: la Redenzione.

Cari sposi, nella nostra relazione impariamo ogni giorno che “si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile di aceto“… se questo vale all’interno del nostro matrimonio è nostro compito trasportarlo con l’esempio al di fuori delle nostre mura domestiche… dobbiamo amare i nostri sacerdoti e vescovi anche e soprattutto quando sbagliano perché sono i consacrati di Dio… così come abbiamo imparato a nascondere agli altri i difetti del nostro amato/a per non ferirlo/a e mancare a lui/lei di rispetto , così dobbiamo fare anche con i consacrati di Dio.

Coraggio sposi, anche questo è un frutto di fecondità del nostro amore !

Giorgio e Valentina.

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Non saremo la ruota di scorta, vero?

Il 14 Febbraio la Chiesa festeggia i due Santi Cirillo (monaco) e Metodio (vescovo), compatroni d’Europa insieme ai Santi Benedetto da Norcia, Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein). E san Valentino dove lo mettiamo? In Paradiso anche lui, ma la sua memoria liturgica è posta in secondo piano per dare spazio a questi due fratelli che vennero inviati in diversi luoghi dell’attuale est-Europa come evangelizzatori (verso la metà del IX secolo), la loro impresa più importante fu in Pannonia e Moravia, dove Cirillo lavorò a un nuovo alfabeto per le popolazioni locali e alle traduzioni dei testi sacri, alfabeto che conosciamo come cirillico; in questo giorno la Chiesa ci offre questa prima lettura nella Liturgia :

Dagli Atti degli Apostoli (At 13, 46-49) In quei giorni, [ad Antiòchia di Pisìdia] Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono [ai Giudei]: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco : noi ci rivolgiamo ai pagani.
Così infatti ci ha ordinato il Signore: Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.

Molte volte la Parola di Dio viene letta con meno enfasi della fiaba di Biancaneve… certo il linguaggio è un po’ diverso, ma se prestassimo più attenzione dovremmo avere gli occhi sgranati come quelli dei bambini quando si aspettano che Biancaneve dia un morso alla mela, ed invece no! Provate un po’ a mettervi nei panni di quei Giudei che si sentono ammonire con tanta veemenza dai due evangelizzatori e forse proverete un po’ di imbarazzo. Però…. a pensarci bene noi siamo gli altri. Gli altri chi? Quelli che Paolo e Bàrnaba definiscono pagani : “[…] noi ci rivolgiamo ai pagani“.

Ritorna alla mente un famoso miracolo di sant’ Antonio da Padova che si rivolse ai pesci del mare sulla spiaggia di Rimini poiché gli uomini non lo volevano ascoltare, ed anche lui si rivolse ai Riminesi con parole simili a quelle degli Atti: “Poiché vi dimostrate indegni della Parola del Signore, ecco, io mi rivolgerò ai pesci in modo da evidenziare ancora di più la vostra mancanza di fede”.

La cosa curiosa è che i pagani (così come i pesci) non si dispiacquero affatto di essere la seconda scelta… forse noi al loro posto avremmo mugugnato qualcosa del tipo: “chi siamo noi, la ruota di scorta?“. Loro invece no, anzi “si rallegravano e glorificavano la Parola del Signore“.

Da un certo punto di vista noi dovremmo ringraziare quei Giudei che rifiutarono la Parola di salvezza annunciata da Paolo e Bàrnaba, poiché se essi non l’avessero respinta, i due evangelizzatori sarebbero rimasti con tutta probabilità nel circondario di Israele, e non si sarebbero inoltrati per tutto il resto dell’Impero Romano fino ad approdare nella nostra bella Italia; che ne sarebbe stato di noi? Chi si sarebbe preso l’impegno di evangelizzare il nostro popolo? Saremmo rimasti nel paganesimo forse. Ed invece i nostri avi credettero alla Parola di salvezza e la nostra terra divenne il centro e la culla della cristianità.

Qualcuno starà pensando di leggere un articolo di sociologia storica, ma in realtà questa semplice analisi che ci siamo permessi di condividervi ha lo scopo di ravvivare in noi la coscienza di avere tra le mani un tesoro prezioso che altri hanno rifiutato, e noi che ne facciamo di questo tesoro?

Il brano finisce parlando dei pagani così : “tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero“. Noi siamo destinati alla vita eterna! Non siamo destinati al nulla infinito, non ci smaterializziamo nell’indefinibile, no!

Destinati alla vita, e che vita ! NON siamo destinati alla morte!

Il nostro sacramento è un tesoro prezioso che ci deve aiutare ad arrivare alla nostra destinazione, altrimenti è solo uno stare insieme per tirare a campare. Ogni nostro gesto, ogni nostra carezza, ogni nostro abbraccio, ogni nostro sacrificio per l’altro/a deve farci vivere un pezzettino di Paradiso.

Cari sposi, l’invito che vi rivolgiamo oggi è quello di guardarvi negli occhi e ricordarvi reciprocamente la vostra destinazione finale: il Paradiso. Coraggio, anche le ruote di scorta sono destinate al paradiso!

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 28

Terminato il momento dell’Offertorio il sacerdote recita una orazione sulle offerte e poi prosegue seguendo il Messale che indica così:

Il sacerdote può cantare tutta, o in parte, la Preghiera Eucaristica. Il sacerdote inizia la Preghiera Eucaristica con il Prefazio. Allargando le braccia, dice: Il Signore sia con voi. Il popolo risponde: E con il tuo spirito. Alzando le mani, il sacerdote prosegue: In alto i nostri cuori. Il popolo: Sono rivolti al Signore. Con le braccia allargate, il sacerdote soggiunge: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. Il popolo: È cosa buona e giusta. Il sacerdote continua il prefazio con le braccia allargate: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. […]

Abbiamo riportato solo l’incipit di un prefazio, quello più gettonato (che il sacerdote può scegliere a seconda delle occasioni), ma sostanzialmente iniziano tutti con questa frase seppur con leggere varianti, ma la sostanza è appunto la stessa. Cominciamo questa volta dalle ultime parole di questo incipit e la prossima volta affronteremo la prima parte, dove recita così : E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza…

Spesso, purtroppo, la nostra preghiera è distratta durante la Santa Messa, per diversi motivi che nascono da dentro noi e altre volte perché il sacerdote legge il Messale con troppa velocità, noia e freddezza, altre volte siamo noi freddi e annoiati perché non ci siamo preparati per tempo; ma ora abbiamo la possibilità di fermarci un momento a leggere, capire, meditare, pregare, approfondire almeno una piccolissima frase della grande preghiera eucaristica.

Già solo il dialogo iniziale tra celebrante ed assemblea è ricco e festoso, ma non il festoso che pensiamo noi coi palloncini, gli aperitivi e le patatine…….NO……questo sarebbe festaiolo……..ma festoso perché solennemente ci si ricorda a vicenda il motivo per cui siamo lì tutti a Messa…..il celebrante sprona noi e la nostra risposta aumenta (o almeno dovrebbe) il suo desiderio di rendere a Dio tutta la gloria, l’onore, la lode, la latria (adorazione) che Gli spetta in un crescendo che alla fine spinge il celebrante a pregare solennemente esortandoci : avete proprio ragione ! è veramente cosa buona e giusta……ecc…..

Ma perchè dobbiamo rendere grazie sempre ed in ogni luogo? Sempre, cioè non solo quando le cose vanno per il verso giusto…..e invece quando le cose vanno male, quando arriva la sofferenza, la malattia, il lutto? Sono domande che meriterebbero risposte molto articolate e lunghe, con cicli di catechesi che affrontano un gradino alla volta le questioni, senza fretta, e con la dovuta disposizione d’animo. Quindi, perdonateci se in poche righe osiamo mettere in risalto solo un piccolo frammento di un grande puzzle.

Diventando genitori abbiamo avuto la grazia di “capire” un pochino di più l’atteggiamento di Dio Padre vivendo sulla nostra pelle alcune dinamiche coi figli ……..ve ne raccontiamo una a mo’ di esempio. Un giorno una nostra figlia venne disperata da noi, piangendo con i lacrimoni tipici di una bimba di due anni qual era, mostrandoci la bua che si era fatta al suo ditone preferito (quello che si succhiava)…..il dramma era che non poteva più metterselo in bocca. Fiduciosa è venuta dai genitori sapendo che lì avrebbe trovato aiuto, comprensione, conforto, tenerezza, sicurezza, fiducia, ecc…..il male che sentiva è rimasto e ha dovuto affrontarlo lei, ma…….non da sola.

Noi dobbiamo rendere grazie a Dio sempre ed in ogni luogo con questo atteggiamento della bimba…..a volte lo facciamo con le lacrime agli occhi….ma è l’atteggiamento del cuore che dice : ti rendo grazie Padre perché nelle tue mani è TUTTA la mia vita, e siccome Tu sei un Padre buono, non permetti che i tuoi figli affrontino da soli i dolori della vita, ma sei lì pronto a consolare, incoraggiare, guarire, lenire, confortare, comprendere ……..e non permetti che siamo provati al di sopra delle nostre forze…….ti rendiamo grazie non perché capiamo tutto subito dei nostri dolori, ma perché sei un padre, anzi no……..tu sei IL Padre.

Pregate così insieme e……..il dolore resterà, ma non ci ucciderà, non ci schiaccerà pensando di averla vinta su di noi. E il primo effetto sarà un cuore nuovo, che si abbandona alla dolcezza della Provvidenza.

Coraggio sposi, Dio non abbandona i suoi figli.

Giorgio e Valentina.

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Proprio lì!

Se Dio ci assiste con la Sua Sapienza proviamo a rivolgere la nostra attenzione non più sul Vangelo ma sulla Prima lettura a cominciare da oggi per una serie di settimane. Non perché il Vangelo non abbia più nulla da dire a noi sposi ma perché ci siamo accorti che molti cristiani saltano a piè pari l’Antico Testamento da cui spesso è tratta la prima lettura della Messa, forse traviati dall’idea ingiusta che Dio sia diventato più buono e misericordioso dal Vangelo in poi. Iniziamo questa nuova avventura dal brano proposto oggi dalla Liturgia:

Dal primo libro dei Re (1Re 8,22-23.27-30)  In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

E’ una preghiera accorata fatta dal Re Salomone in nome di tutto il popolo e per esso fu una grande testimonianza di fede. E’ difficile restare impassibili dinanzi a tanta fede affettuosa in un Dio che non viene mai meno alle proprie promesse, è commovente pensare di avere un re che ci rappresenti con così tanta fede; sicuramente tra il popolo presente a quell’evento non saranno mancati uomini che hanno ritrovato l’entusiasmo di una fede magari un poco assopita sostenuti dal fervore del loro re, così ci saranno state altrettante donne che, con le lacrime agli occhi, hanno gioito in cuor loro abbracciando teneramente i propri figlioli. Quanta bellezza!

Provate a fare un gioco di fantasia sostituendo il re Salomone con il nome del vostro parroco e al posto del popolo di Israele usate il nome con cui sono chiamati gli abitanti della vostra parrocchia o del vostro paese/città ne resterete sorpresi.

Come sempre succede quando si medita la Parola, anche questa volta ci troviamo costretti a fare una scelta tra le tante possibili riflessioni per metterne in luce solo una. Ci lasceremo scuotere dalla parte centrale di questa preghiera, quando Salomone si chiede : “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! […] Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!

Com’è possibile che Dio abiti tra di noi se nemmeno i cieli dei cieli non lo possono contenere? E’ un mistero sconfinato, ma è reale. Se ci fermiamo un attimo e rientriamo in noi stessi è possibile anche perdere l’equilibrio.

Vorremmo focalizzare questa inabitazione di Dio in noi in due ambiti specifici: il Battesimo e il Matrimonio. Dal momento in cui siamo stati battezzati Dio ha cominciato a vivere in noi.. ma noi non siamo grandi come i cieli dei cieli, com’è possibile tutto ciò? Misteri dell’amore di Dio… addirittura San Paolo dirà che siamo diventati Tempio dello Spirito Santo… chi? Io? Certo che sì… ma cosa ho fatto per meritare un tale onore? Niente, anzi… spesso sembra che vogliamo scacciare un così illustre ospite con un comportamento indegno di tale onore… come quando si caccia di casa un ospite indesiderato sbattendogli dietro la porta quasi ad urlare con tale gesto il nostro disprezzo nei suoi confronti. E non sembra che i cieli dei cieli se la siano presa a male perché Dio abbia scelto di abitare nella vita di ogni battezzato.

Ma facciamo un passo in più : se due battezzati si sposano e diventano una carne sola, allora significa che il Tempio di cui sopra si allarga, giusto? Come se Dio stesse un po’ stretto in una sola persona ed abbia deciso di aumentare la capacità della persona stessa donandole un’altra persona… un po’ come quando una famiglia decide di comprare anche l’appartamento attiguo per aumentare gli spazi.

Cari sposi, il sacramento del matrimonio è quella casa/luogo citata nella preghiera di Salomone, quando dice: “Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome! “. Il nostro sacramento è ontologicamente proprio quella casa/luogo in cui Dio dimora, ma attenzione a non sciupare un così grande dono/onore, poiché non basta che lo sia per definizione, ma è necessario che lo diventi sempre di più giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, perdono dopo perdono, sguardo dopo sguardo, gesto dopo gesto.

Caro sposo, Dio ha scelto di prendere dimora in te per donarle il Suo amore fedele e premuroso attraverso la tua umanità.

Cara sposa, Dio ha scelto di dimorare in te per aiutare il tuo sposo a vivere nella carne la tenerezza e la dolcezza del Suo amore.

Dio non può essere contenuto neanche dai cieli dei cieli ma si trova comodo nel sacramento del matrimonio e si trova perfettamente a suo agio nell’amore gratuito che ci doniamo scambievolmente.

Coraggio che Dio è proprio lì!

Giorgio e Valentina.

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Missione segreta!

Vi riportiamo la prima parte del Vangelo letto nel giorno di S. Tommaso d’Aquino:

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,26-34) : In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Nei vari Vangeli ci sono molte parabole raccontate da Gesù per descrivere con immagini umane, comprensibili ai Suoi uditori, il famoso Regno di Dio e questo evangelista annota che Lui parlava alla folla praticamente solo in parabole ma poi spiegava tutto ai Suoi intimi in disparte.

Perché così tante parabole? Semplicemente perché il Regno di Dio non è comprensibile pienamente ed in toto dal cuore umano in quanto esso è talmente ricco che è troppo anche per la ragione umana, ecco allora che Gesù ricorre allo stratagemma delle parabole per raccontare in immagini, volta dopo volta, ora questa ora quella caratteristica di tale regno.

Oggi prendiamo in esame la caratteristica della missione segreta. Si noterà infatti come il seme cresca senza apparente fatica da parte dell’uomo, come se tra il seme ed il terreno ci fosse un contratto segreto, quasi fossero in missione segreta, per l’appunto.

Ed infatti progredendo nel cammino di fede ci si accorge di essere cambiati dopo un po’ di anni, ma quasi mai questi cambiamenti sono stati fulminei; per la quasi totalità dei cristiani consiste in un lento ma costante e progressivo cambiamento della propria vita. Lentamente (ognuno poi ha le proprie tempistiche) ci si scopre migliori. Cosa è successo?

Sicuramente Dio non vuole dei burattini che lo amino a comando, ma ci ha creati con il libero arbitrio e continua a lasciarci liberi di poter scegliere Lui per amore e non per coercizione. Ma per ottenere tutto ciò ha deciso di voler pazientemente sopportare che il nostro atto sia veramente libero, ecco perché preferisce aspettare pazientemente che il nostro cuore poco a poco si rivolga a Lui ed ami Lui sopra ogni cosa e sopra tutti.

Abbiamo ancora vividi nella memoria i primi passi di una delle nostra figlie, ci ricordiamo di quell’entusiasmo per ogni piccolo progresso nel muovere i primi passi da sola. Faceva un mezzo passo e poi perdeva l’equilibrio cadendo sul morbido pannolone, noi facevamo l’applauso per incitarla, per infonderle coraggio nell’intraprendere un altro passo e che gioia per quella nuova conquista verso la camminata autonoma, ogni piccolo passo una grande conquista ed un applauso di incoraggiamento.

Ecco… l’atteggiamento con cui Dio guarda i progressi dei Suoi figli somiglia a questo: gioisce di ogni nostra piccola conquista e ci infonde coraggio per il passo successivo con una specie di applauso spirituale.

Ma Dio è discreto con noi, non è mai invadente, non ci vuole umiliare per sentirsi più Dio, non ha di queste deficienze psicologiche. La sua discrezione Gli fa compiere azioni che ai nostri occhi sembrerebbero azzardate, quasi incoscienti…. ma ti fidi di quello lì? proprio lui? ma sai che cosa ha fatto già tante volte? quello è un professionista del peccato X o Y … non merita la Tua fiducia! Questi i nostri pensieri… ma Dio ha fiducia nelle nostre possibilità perché le conosce meglio di noi stessi.

Ecco dunque che per portare a compimento ciò che ha iniziato ha bisogno di agire nell’ombra, nel nascondimento, proprio come farebbe un vero agente dei servizi segreti con una missione. Quando si intraprende un cammino di fede serio e costante non ci si accorge razionalmente ogni giorno che la grazia di Dio lavora in noi proprio come quel semino e quel terreno che lavorano per far spuntare il primo germoglio fino alla maturazione completa del chicco nella spiga.

E’ un lavoro certosino e paziente che sa attendere le nostre pigrizie, che ci aspetta quando ci attardiamo, altrimenti correrebbe il rischio che il nostro sia un fuoco di paglia bello e vigoroso ma che dura poco, invece nel regno di Dio c’è bisogno di mettere mano all’aratro e non voltarsi indietro, mai!

Cari sposi, questa discrezione e pazienza che usa Dio nei nostri riguardi ci deve spronare a metterla in atto a nostra volta nei confronti del nostro sposo/a. Se anche noi avremo la pazienza unita alla costanza di Dio verso il nostro amato/a, spariranno frasi del tipo : “non cambi mai… sei sempre il solito… di te non ci si può mai fidare… non ti smentisci mai… ecc… “. Al contrario nasceranno spontanee in noi parole e gesti di incoraggiamento e non mancheranno mai gioie per le conquiste fatte.

Naturalmente tutto ciò non è esclusivamente tutta opera nostra perché il primato è sempre della Grazia. Da soli non combiniamo niente, ce lo ha ricordato in un altro Vangelo lo stesso Gesù: “senza di Me non potete far nulla“. Noi dobbiamo solo dare il nostro consenso, dire il nostro SI oppure se volete dirlo con la Madonna dite il vostro FIAT al resto ci pensa la Sua Grazia, lo Spirito Santo.

Ce lo conferma anche il Salmo 126(127) : ” Se il Signore non costruisce la città, invano faticano i costruttori“.

Coraggio sposi, poniamo la nostra fiducia in Colui che ci vuole santi insieme… Lui è uno che sa compiere le missioni segrete !

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 27

Approfondire l’Offertorio della Messa ci sta aiutando a vivere meglio anche fuori dalla Messa stessa. Com’è possibile tutto ciò? Cosa c’entra un rito compiuto in chiesa ( seppur ricco di simbologia ) con la vita di tutti i giorni? Sono domande che sorgono spontanee quando per la prima volta si affrontano queste tematiche, e capiremo passo dopo passo che sono domande degne di una risposta; una risposta che queste righe vogliono contribuire a dare seppur nella loro incompletezza.

Si potrà pensare che stiamo dedicando troppo spazio al momento dell’Offertorio, in realtà esso è di stimolo per una riflessione maggiormente ampia poiché la Messa non è un insieme di rituali accozzati a caso da qualche Papa/Vescovo, ma è la celebrazione del Mistero salvifico di Cristo; certamente ha bisogno dell’azione umana (la Chiesa) poiché Dio stesso ha scelto così: per manifestare infatti Se stesso e la Sua salvezza agli uomini poteva scegliere chissà quali strade, ma nella Sua infinita fantasia ha scelto di farsi carne attraverso una madre umana, un uomo che gli facesse da padre umano, avendo degli amici, quindi ha voluto aver bisogno della nostra umanità, ed ecco spiegato il nostro bisogno di rituali per entrare in contatto con Dio.

Dopo questa breve digressione torniamo all’Offertorio per concluderne l’analisi. Dopo aver capito chi sono gli offerenti e verso Chi si rivolge la loro offerta, vediamo cosa offrire nel particolare. Abbiamo già capito che possiamo offrire il nostro amore di sposi, e che offrire la parte bella della nostra vita ci aiuta a vivere tutta la nostra esistenza come dono di Dio.

Ma non è tutto. O per meglio dire, c’è molto altro ancora. Più si avanza nel cammino di fede e più ci si accorge della grandiosità di essa, degli sconfinati doni che essa ha in serbo per noi, ma dobbiamo innanzitutto conoscerli per poterli vivere e goderne.

Ancora una volta è il Messale a venirci incontro e lo fa con la consueta brevità che racchiude in sintesi grandi verità:

Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa: da essa derivano e ad essa sono ordinate.

Vediamo ora di allargare attraverso la meditazione e la riflessione questa verità così condensata in una breve frase. Non si può certo accusare il Messale di non essere esplicito ed allo stesso tempo profondo e semplice; se le indicazioni ivi contenute non sono vissute né conosciute non è certo sui fedeli semplici che si deve rivolgere un rimprovero. Incontriamo quotidianamente mariti e mogli che non apprezzano la possibilità di offrire, ma si limitano alla sola attività del “lamento”. Tempo addietro scrivemmo un articolo con piglio ironico proprio su questa attitudine, definendola una disciplina olimpionica con l’epiteto “lancio del lamento“. Ma perché facciamo le lamentazioni? Tra i tanti motivi (anche legittimi) c’è di sicuro l’ignoranza (non sempre colpevole) circa la possibilità di offrire.

Se me ne capitano di tutti i colori, sono stanco ed oppresso dai problemi di vario tipo, sono sfiduciato perché non riesco a vedere la luce in fondo al tunnel, e, come se non bastasse, non ho nemmeno la possibilità di “far fruttare” tutto il malcapitato, è ovvio che l’unica cosa che mi resta da fare è il “lancio del lamento“. Vi ricordate il famoso detto dei nostri avi che recita così: far di necessità virtù? Esso contiene una saggezza che ci sprona a trarre insegnamento dalle vicende liete e tristi della vita affinché non passino da noi senza renderci migliori, ma soprattutto è un invito a trasformare in virtù ciò che ad una prima vista (e agli occhi di tutti gli altri) sembra una perdita, una mancanza, una deficienza.

Dobbiamo riportare questa attitudine dentro la nostra vita spirituale affinché ogni momento non passi da noi senza aver lasciato una traccia sul nostro cammino di fede. E ce lo insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica che riporta a sua volta la “Lumen Gentium” quando recita così parlando di noi fedeli laici (cioè noi che non siamo sacerdoti) :

“Tutte infatti le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso” (LG 34; cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 901).

Ecco svelato il segreto per trasformare in grazia ogni istante bello o brutto della nostra vita: offrire al Padre. Ma come avete appena letto, è un’azione che non si esaurisce nel rito dell’Offertorio della Messa, ma diventa un modus vivendi. D’ora in poi non ci è più consentito praticare quello sport pericolosissimo quale il “lancio del lamento”, poiché ora abbiamo una via d’uscita.

Concludiamo questo zoom sull’Offertorio citando un breve passaggio di una udienza generale di papa S.Giovanni Paolo II tenuta Mercoledì 15 Dicembre 1993, quando a sua volta cita S. Tommaso d’Aquino:

Nella celebrazione eucaristica i laici partecipano attivamente con l’offrire se stessi in unione con Cristo Sacerdote e Ostia; e questa loro offerta ha un valore ecclesiale in forza del carattere battesimale che li rende idonei a dare a Dio, con Cristo e nella Chiesa, il culto ufficiale della religione cristiana (cf. san Tommaso, Summa theologiae, III, a. 63, a. 3)

Cari sposi, da domani vivere il momento dell’Offertorio durante la Messa non sarà più ridotto a cercare le monetine, abbiamo una grande missione che ci aspetta: il culto spirituale gradito al Padre.

Giorgio e Valentina.

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Come una fiammella di candela… o quasi!

Vi riportiamo uno stralcio di una tra le tante lettere di S. Paolo:

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro. Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te. Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo ( 2Tm 1,1-8)

E’ una lettera ricca di spunti di riflessione per la crescita della nostra fede, ma fisseremo la nostra attenzione solo su di un particolare. C’è la testimonianza di un affetto sincero che Paolo prova nei confronti di uno tra i suoi figli spirituali, ma ha qualcosa di diverso rispetto al solito, che cosa?

In apparenza gli affetti sembrano tutti uguali, ma ciò che li contraddistingue non è la loro natura, ma la loro origine. Si può provare affetto verso una persona per i più disparati motivi, motivi che a volte possono venir meno e per questo l’affetto può diminuire.

Spesso l’affetto nasce dalla parentela, altre volte da un comune sentire, altre ancora da una comune passione, oppure da un comune obiettivo, ed altre ancora da una comune esperienza, ma tutte queste situazioni umane sono certamente belle ma destinate alla caducità come del resto tutte le cose di questo mondo.

Ma quando l’affetto nasce dalla fede in Cristo Gesù è tutta un’altra cosa, poiché ciò che ci unisce all’altro/a non è un comune sentire, non è la medesima esperienza umana, non è neanche una comune passione, ma è Gesù stesso.

E quando il legame tra due persone nasce dal cuore di Cristo stesso può diventare più grande e potente anche di un legame di sangue, o meglio, è proprio un legame di sangue, ma non di quello delle due persone coinvolte, ma nel sangue di Colui che ha versato proprio questo suo stesso sangue per amore di quelle due anime.

Un affetto tra due persone non potrà mai diventare così grande come l’amore di Colui che ha amato ognuna di loro più della sua stessa vita.

Carissimi sposi, il legame che ci unisce è bello, ricco e grande, ma c’è un amore che sta alla fonte di questo stesso legame affettivo, ed è l’Amore che il Sacramento porta alla luce giorno dopo giorno nella vita spesa per amore.

Abbiamo capito tutto ciò alla luce di una candela. No, niente a che fare con le romanticherie da film americano. E’ semplicemente la solita candela che accendiamo tutti i giorni mentre preghiamo insieme e spesso finisce per catturare i nostri sguardi con il suo fascino. Se la fiammella debole, indifesa di una candela ci desta così tanta meraviglia e fascino, quanto più bella sarà il fuoco che l’ha originata?

Così deve essere anche per l’affetto che ci scambiamo come sposi : se è così bello, affascinante, dolce, tenero, appagante e quasi eterno l’amore che ci scambiamo tra noi, quanto più bello, affascinante, dolce, tenero, appagante ed eterno sarà l’amore che lo ha generato?

Se dunque Dio ha ritenuto degno/a il mio coniuge del sangue del Suo Unico Figlio, chi sono io per decidere di non degnarlo/a del mio perdono, del mio abbraccio tenero ed incondizionato, del mio amore appassionato, del mio sorriso?

Coraggio sposi, abbiamo bisogno ogni tanto di riscoprire le nostre origini per capire dove stiamo andando. Buona riscoperta!

Giorgio e Valentina.

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Tutto… o quasi! …vabbé…

Oggi cambiamo strategia e saltiamo a pié pari il Vangelo, non perché non abbia niente da dirci oggi, ma solo per il fatto che la prima lettura di oggi ( di cui riportiamo solo una piccola frase ) ci pare che abbia un messaggio chiave per il matrimonio:

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 15,16-23) In quei giorni, Samuèle disse a Saul: «Lascia che ti annunci ciò che il Signore mi ha detto questa notte». E Saul gli disse: «Parla!». Samuèle continuò: «[…] Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: “Va’, vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti”. Perché dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore?

Samuele sembra eccessivamente rigido, implacabile, irremovibile, severo con Saul, ma dobbiamo tener presente che Samuele parla a nome del Signore. Non sta parlando con farina del suo sacco, ma presta la sua voce al Signore, quindi dobbiamo ritenere la profezia di Samuele come tale, e cioè un messaggio da parte del Signore.

Se volete conoscere tutta la storia e come va a finire non vi resta che cercare sulla vostra bellissima Bibbia casalinga ( vi ricordate dove l’avete nascosta? ) il primo libro di Samuele, leggerete una storia avvincente. Per ora vi basti sapere che Saul la pagherà molto cara poiché il Signore lo ripudierà come re di Israele.

Sembra eccessivo ? Ad una lettura senza fede forse, ma non ci deve sfuggire cosa era stato chiesto a Saul da Dio: come avete letto nel brano soprariportato gli era stato affidato il compito di sterminare tutti i nemici compreso il bestiame, non doveva tenere nulla né animale come bottino, ed invece… gli Israeliti si tennero le bestie migliori e altro come bottino. Ne pagheranno le amare conseguenze perché il Signore ritirerà la sua benevolenza nei confronti di Saul e del suo regno.

Qualche lettore si starà forse chiedendo come mai tutta questa simpatia per questa storia, in fondo a noi cosa importa della sorte di uno che è vissuto secoli prima di Cristo ? Nulla se non per il fatto che l’esempio di Saul ci deve servire come monito per noi… la Bibbia narra infatti del rapporto che c’è tra Dio e il cuore dell’uomo, quindi è un messaggio eterno.

Saul obbedisce al Signore ma… a modo suo!

Saul non si è fidato fino in fondo della Parola del Signore, Il Quale gli aveva promesso la Sua benevolenza e la Sua benedizione se solo avesse obbedito ; doveva semplicemente eseguire ciò che gli era stato chiesto ( non è che per caso vi ricordi le Parole di Maria ai servi alle nozze di Cana? ) e avrebbe avuto tutta la benevolenza e la benedizione di Dio, Il Quale avrebbe poi provveduto a rendere la terra più fertile ed il bestiame più prolifico … del resto non l’aveva già fatto nel deserto durante il famoso Esodo e poi nella ancora più famosa Terra Promessa?

Ma Saul non si fida totalmente di Dio, pensa che non sappia più fare il Suo lavoro, magari aveva perso il Suo tocco, chissà se poi avrebbe mantenuto le Sue promesse di benevolenza e abbondanza, del resto come avrebbe fatto ad accorgersi di qualche bestia in più o in meno?

Forse Saul non conosceva quella storia di Mosè?

Per comprendere appieno il messaggio dobbiamo chiederci quali sono i nostri Amaleciti, i nostri nemici che dobbiamo votare allo sterminio.

Cari sposi, i nostri Amaleciti sono i nostri vizi, i nostri peccati, le nostre cattive abitudini, il nostro uomo vecchio. Non possiamo convertirci al Signore ma tenere qualcosa per noi… ci sono sposi che dicono di amare il Signore ma continuano a vivere strizzando l’occhio al proprio uomo vecchio… in fondo un piede dentro la lussuria ce lo lasciano, dicono di essere tutti per il Signore ma la sessualità se la vogliono gestire loro: il bottino come quello di Saul… dicono di essere tutti del Signore ma i soldi li gestiscono secondo il dio dell’avarizia : un altro bottino… dicono di essere tutti del Signore ma usano ogni mezzo contraccettivo : un altro bottino… dicono di essere sposati in chiesa ma vanno a Messa una Domenica sì e 10 no: un altro bottino… e avanti di questo passo.

Il matrimonio ci ha resi sposi nel Signore : o lo siamo o non lo siamo, non vorremo per caso fare la stessa fine di Saul vero ?

PS : Il primo libro di Samuele lo troverete agevolmente tra il libro della Genesi e quello dell’Apocalisse.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 26

Dopo aver affrontato con un po’ di fantasia la questione delle ostie piccole e di quella grande ritorniamo ad un argomento solo accennato: cosa e a chi bisogna offrire.

Abbiamo imparato che possiamo unirci nell’offerta che Gesù fa di se stesso al Padre grazie al nostro sacerdozio battesimale, abbiamo già capito che il destinatario di queste offerte è sempre il Padre, abbiamo ormai inteso bene come tutta la Messa sia un atto di culto rivolto al Padre, risulta chiaro quindi che offrire al Padre, il nostro Creatore, sia l’atto che meglio racchiude l’esperienza di essere Suoi figli.

Si potrebbe pensare che prima di offrire un sacrificio a Dio ci siano atti quali pregare, adorare, lodare, ringraziare, compiere rituali, recitare novene, partecipare a processioni, ecc… ma se ci pensiamo bene tutte queste azioni (che sono comunque tutte doverose) sono contenute, e in un certo senso confluiscono, nell’atto di offrire un sacrificio al Padre. Infatti, come potremmo offrire sacrifici a Colui il quale prima non adoriamo, crediamo, preghiamo, amiamo amando il prossimo, ecc…? Ecco allora che l’atto di offrire sacrifici è un po’ come la punta di una piramide verso cui tende essa stessa.

Ora affrontiamo la seconda parte: cosa offrire. Per capire bene dobbiamo sempre guardare all’offerta di Gesù. Egli, per quanto riguarda l’intenzione, non ha compiuto un sacrificio tanto diverso rispetto a quello che comunemente i sacerdoti leviti offrivano a Dio : essi dovevano infatti sacrificare l’agnello più bello del gregge, senza macchia alcuna, puro, il più mite… insomma, il migliore, quello che non avrebbero mai sacrificato per nulla al mondo, proprio quello.

E qua abbiamo un insegnamento diretto per le nostre vite, che cosa offriamo noi al Signore? Spesso sentiamo persone che dicono di offrire a Dio questa o quella situazione dolorosa, questa o quella sofferenza, ma non capita spesso di sentire persone che offrano il meglio della loro vita al Signore.

Spesso offriamo al Signore gli scarti che nemmeno noi vogliamo.

Con questo non vogliamo rinnegare tutta quella dottrina dell’offerta della propria sofferenza al Signore unendola alla sofferenza del Figlio: è un altro tema che non vogliamo assolutamente mettere in dubbio anche se i più attenti noteranno qualche simmetria.

Vogliamo solamente mettere in risalto l’atteggiamento dei sacerdoti leviti che offrivano il meglio del gregge, come del resto ha fatto Abramo, il quale si è talmente fidato di Dio da offrirgli il meglio che aveva: Isacco, l’unico figlio che aveva, tanto desiderato da anni. Anche Abramo, prefigura del Padre, non ha offerto a Dio gli scarti, ma il meglio. E noi?

Certo, risulta a tutti più conveniente offrire a Dio gli scarti e tenere per sé il meglio. Quanti di noi invece hanno il coraggio di offrire le cose belle? Da quando abbiamo imparato a vivere così l’offerta, la nostra vita di fede (e la partecipazione all’offertorio della Messa) ha preso un’altra piega : vediamo un bel tramonto e offriamo al Signore questa gioia, nasce una nuova vita e offriamo questa felicità, un figlio/a si laurea e offriamo questa soddisfazione, passiamo una bella giornata in mezzo alla natura e offriamo questa pace, ci divertiamo con gli amici intorno ad una buona pizza e offriamo questo divertimento, una bella doccia calda ricostituente dopo una dura giornata e offriamo questa rilassatezza… e l’elenco aspetta di essere arricchito dall’esperienza di ognuno.

Quando si offre al Signore il meglio della nostra vita si impara che tutto Gli appartiene, che tutto è Suo, e che quello che viviamo di bello è quello che Lui ci concede, così la pedagogia di Dio ci aiuta a restare vigili sulla nostra vanagloria e sulla superbia dando occasione di crescere nella vera umiltà.

Cari sposi, da domani abbiamo l’occasione di dare un nuovo volto all’offertorio della Messa. Non vi sembra di avere niente di bello perché è un momento no? Guardatevi in faccia, voi due siete la bellezza di Dio l’uno per l’altra!

Giorgio e Valentina.

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Fama e popolarità allora, e adesso?

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,12-17.23-25) : […] Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Questo brano del Vangelo ci è stato proposto il giorno dopo l’Epifania, e manco a farlo apposta sottolinea la fama di Gesù nel Medio Oriente, un po’ come se la Chiesa ci tenesse a ribadire il concetto della manifestazione (Epifania) del Signore a tutti i popoli. Ma a cosa doveva tanta fama? Naturalmente al suo potere di grande taumaturgo, nonché di esorcista… insomma medico dell’anima e del corpo.

La folla dell’epoca sembra avere più interesse per i benefici ricevuti da Gesù che per Gesù stesso, ma in effetti non dissomigliano così tanto da noi nonostante siano passati 2000 anni… ma siamo sicuri che sia così sbagliato accostarsi a Gesù quando si ha bisogno?

Spesso noi fatichiamo a capire Dio perché lo rinchiudiamo dentro i nostri schemi mentali, sociali o politici, dimenticando che Gesù era vero uomo sì, ma anche vero Dio. Sicuramente noi avremmo agito diversamente da Gesù, perché il nostro io sarebbe venuto a galla. Facciamo solo due esempi :

  • Esempio 1 : se fossimo stati al posto di Gesù probabilmente non avremmo operato tutte quelle guarigioni se non rinfacciando alle singole persone il fatto che si siano rivolte a noi solo nel momento del bisogno, altrimenti non si sarebbero nemmeno ricordate della nostra esistenza.
  • Esempio 2 : se fossimo stati al posto di Gesù probabilmente avremmo operato le maggiori guarigioni possibili cercando in tutti i modi di ampliare la nostra fama e la nostra popolarità sicché da averne gloria e onore sempre maggiori per noi stessi.

Perdonate l’asciuttezza delle immagini ma crediamo siano illuminanti. Non è forse vero che nella nostra pochezza e fragilità agiamo così troppe volte anche all’interno del nostro matrimonio?

Non è forse vero che spesso elargiamo favori a costo dell’umiliazione dell’altro/a al quale rinfacciamo appunto che si ricorda di noi solo quando di noi ha bisogno?

Oppure non è forse vero che tante volte ci dedichiamo a mille faccende casalinghe solo per innalzare ancora di più noi stessi su quel piedistallo auto-costruito fatto di popolarità e fama, gloria ed onore, lodi ed apprezzamenti verso la nostra persona?

Ma Gesù avrà agito così per biechi e meschini interessi come facciamo noi, oppure no ?

Cari sposi, abbiamo voluto evidenziare tutto ciò non tanto per cominciare a punirci con il cilicio a causa della nostra cattiveria… no! Chi doveva capire ha già capito che deve cambiare atteggiamenti e atteggiamento del cuore innanzitutto. La questione non è farvi la morale!

La questione è che noi siamo spesso così egoisti e chiusi in noi stessi che non ammettiamo di aver bisogno di Gesù neanche quando ci rivolgiamo a Lui solo nel momento del bisogno… abbiamo bisogno di Lui ma, pur di non umiliarci e ammettere che lo cerchiamo solo nei momenti in cui abbiamo le gomme a terra, non lo cerchiamo neanche in quei momenti. Siamo talmente egoisti che piuttosto di ammettere la nostra meschinità ci tiriamo volentieri la zappa sui piedi da soli!

Cari sposi, Gesù ci aspetta… non aspetta altro che ci rivolgiamo a Lui… il tuo matrimonio ha le gomme a terra? Rivolgiti a Gesù. Il tuo matrimonio è malato, doloroso, indemoniato, epilettico o paralitico? Vai da Gesù.

E Gesù quando ci accoglie non ci rinfaccia niente, e tantomeno ci aiuta solamente per sentirsi più Dio, per averne indietro più gloria ed onore, non è mica uguale a noi!

Coraggio sposi, il più grande medico del corpo e dell’anima è Gesù.

Giorgio e Valentina.

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L’allenatore migliore del Trap !

Nei giorni del tempo di Natale sentiamo ancora vari brani dei Vangeli che ci confermano chi è Gesù utilizzando vari titoli che descrivono alcune Sue caratteristiche: il Salvatore, il Messia, il Redentore, il Figlio di Dio, ecc… e quello di oggi è Agnello di Dio. Naturalmente non è possibile fare una sorta di catechesi su ognuno di questi titoli, ci basti sapere che la Chiesa non si nasconde dietro ad un dito, ma subito ci addita quel Bambino del presepe come vero Dio e vero uomo, nato per una missione, non un semplice bambino come tanti altri.

Il brano che oggi affrontiamo ruota intorno al titolo di Agnello di Dio, però la frase finale ci ha colti di sorpresa. Vi riportiamo solo quella:

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,35-42) […] Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa», che significa Pietro.

Questi brani evangelici sono ricchissimi di spunti di riflessione, useremo quindi una sorta di “occhio di bue” letterario per trarne un insegnamento per la nostra vita matrimoniale, focalizzando la nostra attenzione su due verbi usati da Gesù : sei e sarai.

Perché Gesù si rivolge al futuro Cefa/Pietro con quelle parole? E’ per dare sfoggio della sua capacità di vedere il futuro? Fa il gradasso annunciando una profezia così da impressionare fin da subito i suoi futuri discepoli/apostoli?

Ovviamente Gesù non ha questi secondi fini, vuole incoraggiare il futuro primo Papa della storia ad intraprendere un viaggio mettendo da parte timori e reticenze di vario tipo.

In questo caso Gesù fa come farebbe un grande allenatore di calcio, il quale accoglie i propri giocatori nello spogliatoio ed ha parole di incoraggiamento per ciascuno di essi, così da aiutarli a tirar fuori il meglio di sé durante l’imminente partita… certo se li guarda così come sono ora seduti sulla panchina non sembrerebbero dei grandi giocatori, ma… con la giusta dose di incoraggiamento e di stima Lui sa che si possono trasformare in grandi giocatori che combatteranno fino all’ultimo minuto per vincere.

Naturalmente Gesù non si limita a questo, fa molto di più del Trap, altrimenti che Dio sarebbe?

La differenza è che Gesù, a differenza del Trap, non si limita ad incoraggiare e spronare i propri discepoli a tirar fuori il meglio di sé, ma è Lui stesso a donare loro quelle capacità soprannaturali, che unite a quelle naturali e all’indole personale, fanno di Simone un grande pescatore, ma non di pesci bensì di uomini per il Regno di Dio.

Cari sposi novelli, sposi anziani e sposi “nel mezzo del cammin di vostra vita” , voi siete come quel Simone prima di diventare Cefa: quando il Signore ci ha unito nel sacro vincolo del matrimonio, ha visto in prospettiva ciò che avremmo potuto divenire con la Sua Grazia. E’ come se Gesù dicesse ad ogni coppia: cara coppia, tu SEI ora un po’ informe, ma SARAI chiamata Chiesa domestica.

Coraggio sposi, con la Grazia del Signore, unita al nostro impegno nel tirar fuori il meglio di noi stessi con le nostre capacità naturali, noi possiamo diventare una bellissima Chiesa domestica, una presenza reale di Cristo nel mondo, come fossimo degli ambasciatori che rappresentano il proprio Re in terra straniera.

Che grande Dio abbiamo!

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 25

Quando uno sprecone è all’opera non bada a spese fino a che non abbia raggiunto il suo scopo. E così infatti è successo con la prima Messa della storia, quando cioè Gesù iniziò la Sua Passione. Ha sentito dentro la spinta al sacrificio salvifico, e nonostante rifiutasse umanamente il dolore e la sofferenza come tutti noi, si è abbandonato alla volontà del Padre. Il Padre, infatti non ha badato a spese, poiché ha permesso la Passione di Gesù nonostante fosse il Suo Unico Figlio, non è che ne avesse altri 20 con cui consolarsi nel caso di perdita del primo. E ciononostante non ha badato a spese fino a che non ha raggiunto il suo scopo con la Croce e la Risurrezione. E lo scopo l’ha raggiunto pienamente come solo Dio può fare.

Ma torniamo al nostro Offertorio che stiamo analizzando, seppur in maniera semplice ed incompleta. Esso quindi ci ricorda quella offerta di Gesù al Padre che è sintetizzata nella preghiera dell’orto degli Ulivi e che trova il suo compimento sulla Croce nelle parole : “Padre, nelle Tue mani consegno il mio spirito”. Questa consegna di Gesù sintetizza con le parole ciò che stava vivendo : l’offerta al Padre di se stesso.

Vi ricordate chi c’era inchiodato all’altra croce di fianco a quella di Gesù ? Il famosissimo “buon ladrone”, che si è convertito poco prima di morire. Ma cosa succede esattamente, perché Gesù gli promette il Paradiso il giorno stesso? E il purgatorio per tutto ciò che aveva compiuto prima? Dove sta la giustizia qua?

Non possiamo naturalmente penetrare i pensieri di Dio, possiamo solo fare qualche ipotesi conoscendo lo stile di Dio. Noi pensiamo che Gesù abbia ritenuto la sofferenza della croce un purgatorio sufficiente per questa anima, tenendo conto anche del fatto che è durata di più di quella del Salvatore essendo morto dopo di Lui. E’ come se Dio avesse preso in considerazione la sofferenza del buon ladrone come una vera e propria offerta. Naturalmente l’offerta di Gesù ha già pagato tutto, ma è come se Dio chiedesse anche un nostro contributo a scopo pedagogico.

Voliamo con la fantasia per aiutarci nella comprensione : proviamo ad immaginare Gesù che ritorna dal Padre Suo e, mentre lo ri-abbraccia, Gli presenta il suo compare di croce che si accomoda al proprio posto in Paradiso… se volete è un’immagine quasi fumettistica, ma rende bene l’idea di Gesù che si presenta al Padre non più da solo.

Riatterriamo dal volo fantastico e guardiamo i gesti che il sacerdote compie : usa un’ostia grande e tutte le altre piccole. Quella grande simboleggia Gesù mentre quelle piccole simboleggiano noi, un po’ come è avvenuto col “buon ladrone” e Gesù quella prima volta.

Sposi, questa Domenica riappropriamoci della nostra azione sacerdotale, impariamo a vivere il momento dell’Offertorio come l’opportunità di unirci alla grande offerta di Gesù (l’ostia grande) con la nostra piccola offerta (le ostie piccole). Sappiamo già che tanti sposi si chiederanno: ma noi siamo dei poveretti, dei buoni a nulla, non siamo dei grandi santi, cosa possiamo offrire? Rispondiamo rilanciando con una nuova domanda : secondo voi che cosa aveva da offrire il “buon ladrone” , visto che ormai era già inchiodato? Avrà avuto più cose sante di noi da offrire?

Noi forse abbiamo più chances del “buon ladrone”…bisogna sfruttarle però!

Coraggio sposi, il Padre aspetta la nostra offerta.

PS : Nel giorno dell’Ottava di Natale, la Madre di Dio benedica il vostro 2022. Auguri!

Giorgio e Valentina.

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Mai fermi !

La Chiesa, che ci è madre, nei giorni subito dopo Natale, ci fa ascoltare dei brani di Vangelo posti lì per aiutarci a comprendere che la nostra fede non può limitarsi a qualche lacrima di commozione davanti ad un bel presepio, no ! Riportiamo solo una frase di quello di oggi :

 Dal Vangelo secondo Matteo ( Mt 2,13-18 ) : […] «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». […]

Quel Bambino non ha lo scopo di intenerirci umanamente, ma di farci prendere una posizione chiara, netta, precisa, invalicabile : o con Lui o contro di Lui. Ecco perché la Liturgia ci presenta subito dopo Natale il prototipo dei martiri, S. Stefano ; ieri ci ha presentato S. Giovanni ed insieme con lui anche Pietro e Maria di Magdala ; oggi invece ci mostra il coraggio e la tenacia di S. Giuseppe che si prende cura del Bambinello e di Sua madre. All’opposto di queste persone che si sono schierate con quel Bambino sono raccontate le figure di chi si è messo contro : gli assassini di Stefano, i crocifissori di Gesù, ed oggi il terribile Erode che architetta e mette in atto la famosa “Strage degli Innocenti”, di cui oggi facciamo memoria liturgica. La Chiesa, quindi, non è una mamma crudele che non lascia ai propri figli godersi neanche un attimo di letizia, ma è una mamma premurosa che mette subito in guardia i propri figli dai pericoli e dalle conseguenze di prendere decisioni sbagliate. Non ci illude, la Chiesa, ma concretamente ci sprona a deciderci per quel Bambino, ne va della nostra eterna salute.

Anche per Giuseppe, come per la sua sposa, non è stato facile prendersi cura di Gesù bambino, è stata una scelta coraggiosa, non sono mancati momenti di sconforto, di tristezza, di incomprensione, di paura, ma la Sacra famiglia è modello anche per quanto riguarda il proverbio : “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. Giuseppe infatti fa tutto ciò è in suo potere per proteggere la madre ed il Bambino, poi il Cielo farà la sua parte.

Come per la Madonna, anche per Giuseppe i verbi più frequenti che si sentono rivolgere dagli Angeli sono “àlzati, déstati“. Ci sono venuti in mente questi verbi la mattina presto di Natale, quando abbiamo dovuto destare dal sonno le figlie, che già avevano dormito poco a causa della messa di mezzanotte, per andare alla Messa della mattina di Natale…. faticoso sì, ma la gioia che inonda il cuore dopo ti fa dimenticare la stanchezza e non la senti più… perché l’anima dà vita al corpo. Un argomento su cui torneremo in prossimi articoli.

Ed è un invito anche per noi sposi, perché nel cammino della fede non possiamo permetterci di “dormire sugli allori”, bisogna sempre essere svegli e pronti all’azione. Qualcuno borbotterà che già non si sta fermi un minuto con tutte le cose che ci sono da sbrigare in una famiglia, numerosa magari, ed è vero questo ma… non è questa forse la nostra vocazione ? Spenderci in mille cose da sbrigare per far felici l’altro/a e poi anche il resto dei famigliari (e parenti) ? L’amore non è forse un po’ morire ? Morire a noi stessi per far vivere l’altro/a ?

Probabilmente anche S. Giuseppe stava dormendo profondamente quella notte, magari stava facendo un bel sogno mentre riposava dalle fatiche del viaggio, del parto, della sistemazione provvisoria in quella mangiatoia, eppure… l’Angelo sembra interromperlo in un’attività non solo innocente ma anche da un giusto e meritato riposo, e sembra farlo quasi senza troppi convenevoli… non penso che gli abbia delicatamente fatto toc toc sulla spalla, oppure si sia messo a suonare l’arpa per svegliarlo con dolcezza… (chi dice che nel Vangelo non c’è dell’ironia ?) eppure va subito al dunque non è che dice : scusa Giuseppe se ti ho svegliato in mezzo alla notte, ma mi è appena giunto un fax dall’altro Angelo che mi ha informato su Erode…ecc… no, niente di tutto ciò, ma semplicemente un’indicazione sul da farsi… dopotutto Dio è semplice : questo si fa, quest’altro non si fa, questo bisogna fare, quest’altro bisogna evitare.

Cari sposi, per le cose di Dio non dobbiamo indugiare, nell’amore c’è l’urgenza di fare la volontà di Dio, dobbiamo aver fretta di morire a noi stessi, di consumarci per l’altro/a… ovviamente dobbiamo stare anche attenti a non andare oltre i nostri limiti personali per non divenire un peso per gli altri a causa della nostra imprudenza.

Sposi carissimi, vi invitiamo a fare un piccolo esercizio questi giorni prima di addormentarvi alla sera, provate a chiedervi : “Oggi, sono stato pronto a consumarmi d’amore ? Oppure ho indugiato ad amare ? “.

Coraggio famiglie, destiamoci dal torpore in cui questo mondo ci vuole immergere e restiamo pronti all’azione dell’amore… si sa mai che qualche Angelo si faccia vivo come a Giuseppe !

Giorgio e Valentina.

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Un mito ?

Venerdì scorso la Chiesa ci ha proposto questo brano evangelico :

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1,1-17) Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, […] Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Vi abbiamo risparmiato la lista di quasi 42 nomi di antenati di Gesù, perché a noi dicono poco visto che siamo così lontani da quel mondo sia fisicamente, sia culturalmente, sia storicamente, ma vogliamo comunque lasciarci interrogare da questa lista perché se Matteo l’ha inserita nel Vangelo, aveva i suoi buoni motivi. Quali ?

Di sicuro voleva rassicurare i suoi compaesani sul fatto che Gesù fosse ebreo anche’ Egli, della loro stirpe, e quindi un Giudeo, e per rafforzare ciò fa risalire la genealogia di Gesù ad Abramo, il famoso capostipite e nostro padre nella fede. E’ stato però attento quando è arrivato a Giuseppe, infatti avrebbe dovuto scrivere “Giuseppe generò Gesù” ed invece inserisce l’unica donna in questo lungo elenco di uomini ; sicuramente ha così difeso la verginità di Maria e nello stesso tempo ha lasciato intendere che il padre, secondo le leggi umane e sociali, fosse Giuseppe. Ha dato così il giusto peso al ruolo della madre e del padre ; nonostante le sue parole fossero indirizzate ad un popolo con una forte impronta sociale genealogica fondata sulla paternità ; ha interrotto l’elenco, che sembrava quasi noioso ed infinito al lettore, con la novità di Maria Vergine.

Abbiamo sùbito un insegnamento per noi sposi, poiché quando si incontra Gesù, saltano anche gli schemi e le convenzioni sociali… Gesù ci dona un nuovo modo di guardare l’umanità, uno nuovo sguardo sulla realtàMatteo infatti dimostra di non voler abbattere le differenze tra il mondo maschile e quello femminile, ma di fare giustizia. La giustizia non è dare a tutti lo stesso, ma ad ognuno il proprio. In una società in cui contava il ramo genealogico della paternità, Matteo inserisce una novità senza denigrare per questo il buon Giuseppe né facendo di Maria una poco di buono. Anche nelle nostre coppie dobbiamo imitare questo atteggiamento dell’evangelista ; non possiamo pretendere che una sposa pensi e reagisca di fronte ad un’avversità come se fosse maschio e viceversa. Dobbiamo rispettare le differenze che portano i due sessi, senza denigrarci l’un l’altra, ma valorizzando la differenza che l’altro sesso porta all’interno della coppia. Alcuni esempi evangelici :

  • Gesù è apparso per primo ad una donna, ma la Sua Chiesa l’ha affidata ad un uomo, Pietro.
  • I Dodici Apostoli tutti maschi, ma quando ha effuso lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, essi erano radunati in preghiera con Maria e le altre donne al seguito.
  • L’arcangelo Gabriele prima va da Maria, poi sarà avvisato anche Giuseppe.
  • Quando Maria, accompagnata dal suo sposo Giuseppe, va a trovare la cugina Elisabetta è scritto : “[…]entrata nella casa di Zaccaria (il marito di Elisabetta) salutò Elisabetta.”

Ruoli diversi ma complementari. Non uno di più e l’altra di meno, ma con giustizia. E così dobbiamo imparare a fare anche noi anzitutto all’interno della nostra coppia e poi, per estensione ai figli maschi e femmine.

Torniamo al nostro brano evangelico. Matteo insistendo sull’umanità di Gesù, ci dice indirettamente che Gesù è entrato per davvero nella storia umana, NON E’ UN MITO ! Ha avuto dei nonni, una mamma ed un papà (non biologico), ha avuto addirittura degli antenati di cui non andare molto fiero ; nel lungo elenco compaiono anche assassini ed imbroglioni, ma ad un certo punto Gesù farà la differenza rispetto ai suoi antenati.

E così deve essere anche per noi sposi : il nostro essere cristiani è una questione di vita concreta, non è un mito ! La nostra fede si deve vedere nella quotidianità, si deve “toccare con mano”, se la fede non diventa vita, non è autentica ma resta nella sfera della mitologia, della filosofia di vita.

Inoltre, anche noi sposi possiamo imitare Gesù nel fare la differenza rispetto ai nostri antenati. Abbiamo sentito frasi perentorie e pericolose del tipo : “sei uguale a tua madre/a tuo padre” … “voi (cognome dell’altro/a) siete tutti della stessa pasta” … dobbiamo lasciarci aiutare dalla grazia di Gesù nel non replicare i comportamenti cattivi dei nostri antenati e, nel medesimo tempo, di non sentirne il peso oppressivo che non ci permette di prendere la nostra mascolinità/femminilità ed innalzarla alla dignità per cui Dio l’ha creata.

Cari sposi, coraggio ! Lasciate che Gesù entri nel nostro cuore per renderci uomini nuovi e donne nuove.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 24

Terminata la preghiera universale, ci si siede e comincia l’Offertorio, che ci sembra un momento troppo svalutato forse perché poco compreso, sicuramente è poco spiegato ; perciò tenteremo di entrarvi in punta di piedi, consci del fatto di non poter essere esaurienti in un articolo solo e consapevoli dei nostri grandi limiti. Cercheremo quindi di fare non tanto un trattato teologico o catechetico, ma di lasciar trasparire ciò che anche noi abbiamo imparato a vivere nell’Offertorio, aiutati dalle indicazioni del Messale da un lato, e dall’altro supportati dalle catechesi di numerosi santi nonché da quelle di bravi sacerdoti.

I saggi insegnano che cominciare dal principio è sempre un buon inizio, perciò ci chiediamo il motivo del nome e chi sono i protagonisti di questo Offertorio. Il nome indica che c’è un’offerta, ma cosa e a chi bisogna offrire ? Inoltre, chi la deve compiere e perché ?

Innanzitutto torniamo a ribadire che la Messa è azione di Cristo e del popolo di Dio ; significa che Cristo ha agito da solo alla “Sua prima Messa“, cioè la Sua Passione, ma ha bisogno dell’intermediazione della Chiesa per perpetuare questa Passione redentiva nei secoli della storia umana ; l’attore principale è Gesù, il sacerdote sommo e principale è sempre Gesù, la vittima sacrificale è Gesù, Egli è allo stesso tempo offerente ed offerta, ma ha deciso di aver bisogno degli uomini per rinnovare continuamente il suo sacrificio al Padre, quello che è avvenuto circa duemila anni fa si riattualizza sugli altari delle nostre chiese ad ogni Messa. Ma verso chi è rivolto il sacrificio di Cristo, la sua offerta ? Al Padre.

Per dare a Dio Padre un’adorazione degna di Dio non poteva essere scelto un comune mortale, perché sebbene molto santo rimane sempre una creatura fragile, limitata e macchiata dal peccato, di conseguenza il suo atto di adorazione sarebbe rimasto limitato ed imperfetto ; ecco perché a fare l’atto supremo di adorazione a Dio Padre è nientedimeno che il Figlio di Dio, così da dare a Dio un’adorazione perfetta, degna di Dio, e la vittima è purissima ed immacolata.

Capiamo bene che l’offerta di Gesù è ineguagliabile ed insostituibile, ma siccome Lui ha assunto anche la nostra natura umana (lo celebriamo nel Natale), significa che in qualche modo anche l’uomo è incluso in questa offerta ; è come se Gesù abbia voluto essere il capostipite di una nuova umanità, una nuova generazione. E’ la generazione dei figli nel Figlio, cioè di coloro che, da diseredati a causa del peccato originale, sono stati elevati alla dignità di figli di Dio (eredi) grazie al Battesimo.

Questa dignità che abbiamo immeritatamente assunto, ci ha dato la facoltà di assomigliare al Figlio, seppur con i limiti della condizione umana e creaturale ; se Gesù, lo abbiamo sopra ricordato, è sacerdote (offerente) allora anche noi lo siamo, se Gesù è offerta allora anche noi lo diveniamo. Non si tratta di fare un parallelismo tra noi e Gesù alla pari, sarebbe impossibile, ma se Lui non ha rifiutato (qualcuno direbbe “non si è schifato”) di assumere la nostra condizione umana (eccetto il peccato), significa che l’uomo può fare cose grandi nel rapportarsi con Dio Padre, non è una mera somma di cellule assemblate dal caso, non è una creatura un po’ più intelligente delle altre, è molto di più.

Una di queste cose grandi nel rapportarsi con Dio Padre è quella di avvalersi della facoltà di offrire sacrifici a Lui, e questa facoltà deriva dal nostro sacerdozio battesimale, grazie al quale noi abbiamo la possibilità di esercitare una forma di sacerdozio, e cioè quella di offrire sacrifici a Dio con diverse finalità ; sicuramente la più gettonata è quella di impetrare grazie e favori da Dio.

A causa della nostra condizione dopo il peccato originale, non potevamo offrire a Dio sacrifici degni di lui, ma con la grazia del sacerdozio battesimale siamo stati incorporati a Cristo sommo ed eterno sacerdote, per cui nella sua offerta ci siamo in qualche modo anche noi ; inoltre il nostro sacerdozio battesimale ci ha abilitati ad imitare questo sommo ed eterno sacerdote nel gesto di offrire alla maestà Divina un’offerta a lui gradita.

Per questa settimana ci basti riscoprire il nostro sacerdozio battesimale per sentirci un poco più uniti a Gesù, nei prossimi articoli vedremo di approfondire qualche aspetto.

Cari sposi, quando partecipiamo alla Messa (ancor meglio se vicini anche fisicamente) abbiamo la possibilità di fare una “triplice offerta” , un’offerta ciascuno come singolo individuo ed una insieme come coppia. Poiché anche il nostro amore trova la sua sorgente nell’offerta di Gesù al Padre, da questa Domenica proviamo a vivere l’Offertorio come un momento in cui ri-offriamo al Padre lo stesso amore che è partito da Lui, quasi come a volerlo restituire al mittente… il Signore non se lo tratterrà, al contrario, ce lo ridonerà pulito dalle scorie e ne avrà aggiunto un po’, perché in amore Lui è uno sprecone.

Giorgio e Valentina.

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