Farsi amore è molto più che fare l’amore

Fare l’amore. E’ di uso comune usare questa accezione per indicare il rapporto sessuale tra due persone legate affettivamente. Diverso dal sesso occasionale. Qualcosa di bello e di profondo. Quello che unisce tantissimo e lega anima e corpo. Sembra essere bello! Perchè no? Perchè allora interstardirsi con la castità prematrimoniale. Senza esplorare questioni teologiche e morali che sono più difficili e complesse vorrei restare in superficie. Vorrei limitarmi ad esaminare qualcosa che possa essere chiaro ed evidente a tutti, semplicemente ragionandoci un attimo sopra. Il problema è che si rischia un grande fraintendimento. Come se l’amore fosse racchiuso nelle sensazioni ed emozioni che quel gesto così totalizzante fa sperimentare.

Non è forse qesto il concetto che la nostra società ci presenta come modello unico di relazione o, almeno, l’unico che soddisfa. Ma è davvero così? Non può esistere, nel pensare comune, una relazione affettiva soddisfacente e profonda se non si vive anche sessualmente. Credo di poter affermare senza timore di smentite che pressochè tutti i fidanzati hanno rapporti sessuali, tanto che quei pochi che decidono di vivere in castità sono visti dai coetanei con la  curiosità di chi non li capisce e sono considerati quasi folcloristici. Una razza in estinzione, dei fondamentalisti o dei complessati. A volte è vero che si nascondono anche dei complessati, ma questo è un altro discorso.

Il sentire diviene la realtà fondante che costituisce e qualifica l’amore.  Il sentire sentimentale e corporeo diventa l’unico modo d’amare. Quando questo decade, non esiste più l’amore. Se succede tra fidanzati poco male, ma purtroppo succede anche a tanti sposi. Vanno in crisi perchè non sentono più nulla. Si dimentica, o peggio non si è mai compreso, che il sentire non è l’amore.

Questa visione dell’amore porta in sè diversi pericoli:

  • l’attrazione fisica è ridotta a quella sensuale. Ciò spiega il fallimento di tanti matrimoni. Solo l’attrazione fisica autentica è pilastro del matrimonio.  L’attrazione fisica autentica poggia sulla bellezza soggettiva , che abbraccia la totalità della persona, la dimensione fisica ed interiore. Questa bellezza implica la bellezza sensuale, ma non si riduce ad essa.
  • Il piacere sessuale è visto come amore e sua somma esperienza. L’amplesso fisico non è vissuto come momento di incontro e donazione degli sposi, ma come ricerca di piacere e di sensazioni fisiche. Tutto si riduce a un orgasmo. L’amore autentico viene svilito. La non comprensione di ciò genera crisi matrimoniali ed infedeltà.
  • L’esaltazione degli anticoncezionali e la svalutazione dei metodi naturali. La ricerca spasmodica del piacere non ammette limitazioni. Gli anticoncezionali sono visti come mezzo per separare l’amplesso fisico dalla procreazione e non avere così impedimenti alla ricerca del piacere, considerato indispensabile al benessere fisico e mentale.
  • La svalutazione delle doti corporee che esprimono l’amore matrimoniale: dolcezza, tenerezza e sentimento.   La dolcezza e la tenerezza sono doti corporee che spesso vengono sviluppate solo al fine di arrivare all’amplesso fisico. Questo modo di intenderle durante il fidanzamento influenza poi il matrimonio. Gli sposi sono spesso incapaci di vivere la tenerezza e l’attenzione tra loro se non in vista del rapporto fisico. Tutto ciò, alla lunga, rende questi gesti percepiti come falsi, causando incomprensioni e sofferenze. Senza contare che nel matrimonio esistono periodi in cui i rapporti sessuali sono più diradati e, se non si è imparato a vivere la dolcezza e tenerezza come modalità d’amare, si arriverà all’aridità e al deserto sentimentale tra gli sposi.

Cosa c’è di sbagliato in tutto ciò? Il centro delle attenzioni non è mai l’altro, ma sempre se stessi. I propri bisogni, le proprie pulsioni, la propria ricerca di sensazioni e di emozioni  sono il motore del rapporto. Tutto diventa importante solo in riferimento a questo.   Non si impara a spostare l’attenzione verso l’altro. Non si impara a FARSI AMORE. Farsi amore significa spostare l’attenzione sull’altro/a. Mettere al centro le sue esigenze e farne il centro delle nostre attenzioni e tenerezze.  Così, non solo potremo approfondire nel fidanzamento il dialogo e la conoscenza reciproca, ma impareremo e ci educheremo al dono e al sacrificio per il bene dell’altro. Perchè la vera prova d’amore non è lasciarsi trasportare dalla passione, ma saperla dominare e saper aspettare. Aspettare che quel gesto così bello abbia un significato autentico, che quello che diciamo col corpo sia espressione dell’unione definitiva dei nostri cuori.  Solo così impareremo a donarci gratuitamente e non condizionando il nostro dono all’appagamento sessuale ed emotivo che riceviamo in cambio, capacità che risulterà determinante poi nel matrimonio.  Le persone che hanno vissuto un fidanzamento casto e non hanno avuto rapporti prima del matrimonio difficilmente falliscono dopo  perchè sono capaci di nutrire il rapporto in ogni situazione. Solo se impareremo a FARCI AMORE potremo FARE L’AMORE e non solo del sesso. Solo se impareremo a FARCI AMORE, il nostro FARE L’AMORE sarà espressione di un amore autentico e bellissimo con il quale sperimentare nella carne il dono di sè vissuto in ogni momento della vita.

Antonio e Luisa

La Shemà del nostro matrimonio

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri. Non però soffermandomi sulla figura del samaritano ma sulla prima parte della Parola. Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Questi versetti del Vangelo sono per noi.  Gesù risponde al fariseo che lo interroga recitando una parte della Shemà. La Shemà è una delle preghiere più importanti per gli Ebrei. Veniva, e viene tuttora, recitata due volte al giorno. Gesù infatti risponde: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Gesù però va oltre. Non si ferma alla dimensione verticale. Non basta amare Dio. Non si può amare Dio se non si ama il fratello. Non possiamo amare Dio se l’amore non si manifesta concretamente nei confronti di chi abbiamo vicino. Per questo Gesù aggiunge: e il prossimo tuo come te stesso. Capite la novità del messaggio portato da Gesù? Ama il tuo fratello come te stesso. Amalo come Dio ama te. Tu puoi amare davvero l’altro/a quando sperimenti di essere amato da Dio.

Con queste premesse il Vangelo  dovrebbe essere di riferimento per tutti gli sposi. Il matrimonio è una relazione molto esigente. Perchè è l’amore stesso ad essere esigente. Chiede davvero tutto. In particolare è esigente l’amore degli sposi, perchè vissuto in modo molto più completo e profondo di altre espressioni d’amore.

Questo modo d’amare che Gesù chiede di riservare a Dio, in realtà è un’occasione da cogliere anche per noi. Può essere esteso anche all’amore sponsale. E’ un’occasione perchè il desiderio di vivere immersi in questo amore radicale è qualcosa che abbiamo dentro. Noi aneliamo a questo tipo di amore. Dio ci ha donato il matrimonio proprio perchè potessimo vivere l’amore di cui sentiamo il desiderio e la nostalgia.

Se il vostro lui o la vostra lei vi dicesse Ti amo con una parte del mio cuore. Non con tutto. C’è una parte di me che non ti ama e dove non c’è posto per te. Oppure Si ti penso ma solo ogni tanto. Ho mille interessi e tu sei uno dei tanti. Oppure Voglio passare del tempo con te ma non tutta la mia vita. Se vi dicesse queste cose vi sentireste completamente amati/e? Siate sinceri/e.

Conosco una persona che sta con un uomo sposato da un po’ di anni. Io cerco di farla ragionare ma non c’è verso. Mi ha però fatto una confessione. Lei dice di passare dei momenti meravigliosi con lui. Delle giornate in cui sta bene però non ha una gioia completaCosa le manca? Le manca la quotidianità. Le manca la possibilità di stare con lui ogni giorno, di svegliarsi con lui, di andare a fare la spesa con lui. Insomma di fare una vita normale. Ecco questo è quel tutto che ho cercato di raccontare in questo articolo. Questo è quello che desideriamo tutti, se siamo sinceri e ascoltiamo il nostro cuore, questo è quello che Gesù ci offre nel matrimonio.

 Quindi cari sposi coraggio! Amiamo l’altro/a con tutto il nostro cuore, tutta la nostra anima e tutta la nostra mente.

Antonio e Luisa

Il matrimonio? Potrebbe fallire per le idee sbagliate

Oggi un articolo con tre provocazioni. Perchè dopo alcuni anni che ci occuppiamo di coppie e di amore ci siamo accorti che i problemi nascono spesso dagli stessi errori, da convinzioni sbagliate. Vi propongo le tre convinzioni a mio avviso più dannose.

  • L’amore non è un sentimento.
  • Ci sposiamo per completarci ed essere felici.
  • Le persone non cambiano dopo il matrimonio.

L’amore non è un sentimento! Quante persone si sposano credendo che l’innamoramento con tutte le sue farfalle nella pancia, l’ubriacatura di emozioni e sensazioni sia l’amore. Che solo quello sia l’amore?Tante, troppe. Restano inevitabilmente deluse. Perchè l’innamoramento non è l’amore, è qualcosa che Dio, la natura, l’istinto, la testa chiamatelo come volete ci ha donato per spingerci verso un’alterità diversa da noi. Perchè noi siamo portati a chiuderci e non ad aprirci e l’innamoramento è il meccanismo che ci permette di aprirci. Ma è solo l’inizio, poi passa e subentra altro, subentra l’amore. L’amore che è il nostro desiderio, che si concretizza nelle nostre scelte e nel nostro agire, di rendere felice quella persona che tanto ci ha attirato a sè. L’amore è la trasformazione dell’innamoramento da forza che ci trascina a volontà che trascina. E invece tante persone finito l’innamoramento si rimettono in moto per ritrovare quelle sensazioni forti e, se non riescono con il consorte, le cercano al di fuori della coppia e così, relazione dopo relazione, non riescono mai a dare compimento al loro amore fermandosi sempre all’embrione dell’amore, all’innamoramento.

Due metà della stessa mela? Il secondo punto ci riguarda tutti. Quanti si sposano per essere felici? Penso tutti, Luisa ed io compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso quando ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo, che non ci rende felici sempre, che sbaglia, che si arrabbia, che ha comportamenti irritanti, ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. L’idea di essere amati già così. Trovare in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo allora quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore grande di Dio. Dio ci può chiedere di essere riamato direttamente nella vocazione sacerdotale o nella vita consacrata, oppure in un’altra creatura nel matrimonio. Solo così il nostro coniuge diventa centro delle nostre attenzioni, e il nostro scopo non sarà più quello di cercare in lui la felicità, ma di condividere con lui la nostra felicità rendendola ancora più ricca e piena.

Infine il terzo punto. Nel matrimonio tutto sarà diverso. Il fidanzamento è un tempo che serve per conoscere l’altra persona. E’ un periodo di scelte non irrevocabili, ma importantissimo per poter fare la scelta irrevocabile. Spesso il fidanzamento si vive come un matrimonio senza farsi mancare nulla, neanche i rapporti sessuali. Questo distoglie però dal suo fine fondamentale. Difetti e peccati della persona amata passano spesso in secondo piano rispetto all’innamoramento e all’attrazione fisica. Il rapporto sessuale è assolutizzante. Unisce tanto, da fidanzati troppo. Non permette di essere lucidi. Si rischia un errore gigantesco: sottovalutare atteggiamenti e comportamenti sbagliati. Si rischia di credere che poi nel matrimonio tutto potrà migliorare ed essere meglio. Tutte balle. Una volta sposati quei comportamenti, peccati, difetti non saranno cambiati, anzi tenderanno a peggiorare, e una volta finito l’incanto dell’innamoramento diventeranno insostenibili.

Cosa fare quindi per far durare il matrimonio? Non cadere in queste trappole e impegnarsi giorno dopo giorno, impegnarsi tanto, non dando nulla per scontato e nei momenti in cui il sentimento non sosterrà il nostro amore supplire con la volontà, traendo forza e sostegno dalla nostra relazione con Dio e dai sacramenti. Non è sempre vero che dobbiamo andare dove ci porta il cuore, a volte dobbiamo essere capaci di portare il cuore dove vogliamo noi.  Solo così il matrimonio sarà ogni giorno più bello e più vero.

Antonio e Luisa

Il fascino della diversità

Uomo e donna sono uno spettacolo. Come canta Jovanotti Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi io e teSiamo il vertice della creazione. Non solo l’uomo, non solo la donna, ma l’uomo e la donna insieme. Perchè in quella relazione c’è l’immagine più vera di Dio stesso. Non nell’uomo, non nella donna, ma nella relazione. Davvero Dio ci ha creato come solo Dio avrebbe saputo fare. Siamo meravigliosi non solo in quanto persone, ma ancor di più come coppia in una relazione sponsale che davvero è affascinante e misteriosa. Il nostro corpo non è un limite ma un’opportunità immensa.

Mentre scrivo ho qui accanto Luisa. La guardo e non posso non pensare quanto sia diversa da me, quanto sia proprio all’opposto da me per tante cose, ed è proprio questo che la rende così attraente. Il matrimonio è una sfida, una sfida che ci chiede di entrare sempre più in profondità in un mistero, nel mistero di una donna che è qualcosa di totalmente altro rispetto ad un uomo, nel mistero di una relazione che ci chiede una comunione non solo di cuore ma anche di corpo. Che bello ma anche come è difficile e quanti errori si fanno. Errori che nascono proprio dalla sicurezza che abbiamo di conoscere l’altro e cosa piace all’altro. L’errore di relazionarci come se l’altro fosse un altro noi, nel modo che piace a noi.

Se ci pensate bene il rapporto intimo tra gli sposi è davvero l’incontro tra due persone che sono distanti anni luce l’uno dall’altra. Hanno necessità diverse, stimoli diversi, impulsi diversi. Sono però accumunati dallo stesso desiderio di essere uno. Hanno lo stesso desiderio di comunione, e per realizzarlo è importante che imparino a dialogare. Ad aprirsi l’un l’altra per amarlo/a come l’altro/a desidera. Per conoscerlo/a profondamente.

Vi siete mai chiesti perchè nella Bibbia il verbo conoscere viene spesso associato all’atto sessuale? Perchè l’atto coniugale descrive la pienezza della conoscenza. Dio ci “conosce” come uno sposo e noi dobbiamo “conoscerlo” come la Sua sposa che accoglie completamente il suo sposo. Si capisce, allora, che il culmine della conoscenza è l’intimità, dove tutto è comune e dove la prevalenza è quella dell’amore. Ecco noi sposi, proprio nell’amplesso, siamo così in intimità da vivere una piena comunione. Siamo una carne e un cuore solo. Siamo immagine della Trinità.

Guardate anche solo come siamo fatti. Fisicamente e sessualmente. Gli organi genitali maschili fuoriescono quasi completamente dal corpo. Le donne al contrario possiedono organi genitali che sono quasi completamente all’interno del corpo. Il corpo parla. Il corpo ci dice chi siamo. L’uomo si sente realizzato in una relazione quando riesce ad uscire da sè stesso, dal suo egoismo, dal suo individualismo. E in questo suo uscire si scopre pienamente uomo. Non a caso nella famosa lettere agli Efesini San Paolo scrive: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Concretamente significa morire a noi stessi per donarci completamente all’amata, esattamente come Gesù si è dato totalmente per noi. La donna al contrario desidera accogliere in sè l’uomo per sentirsi amata e realizzata e scoprirsi pienamente donna. San Paolo infatti scrive: le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore. La donna, che vuole avere tutto sotto controllo, ha bisogno di abbandonarsi nella piena fiducia verso l’amato per vivere una vera comunione nella vita e nel rapporto intimo. Capite quale profondità c’è dietro le parole di San Paolo? Non è la semplice tiritera maschilista e patriarcale di una società arretrata e lontanissima dalla nostra. Sì, il linguaggio usato da San Paolo, oggi andrebbe rivisto e adattato alla nostra sensibilità ma il significato profondo è ancora attuale e verissmo, perchè parla di come siamo fatti.

Uomo e donna sono diversissimi anche in ciò che li stimola sessualmente. L’uomo ha fretta. L’uomo non ama i preliminari. Andrebbe subito al sodo. Gli basta guardare e toccare il corpo dell’amata per partire a mille. La donna no. Desidera essere corteggiata anche nel rapporto. Desidera essere al centro delle attenzioni del marito e solo così riesce ad abbandonarsi a lui. Luisa ascolta molte spose che raccontano le loro difficoltà. Si è accorta che tutte hanno le stesse necessità. Hanno tutte, almeno quelle che si sono confidate con lei, bisogno di preliminari lenti e teneri per riuscire ad abbandonarsi e ad aprirsi all’incontro.

Capite come siamo diversi? Ed è bellissimo così. Già perchè la relazione diventa attenzione per l’altro/a. Diventa cura e rispetto delle rispettive sensibilità. E alla fine diventa comunione del corpo e anche dei cuori. L’errore più grossolano e fatale che possiamo fare è piegare l’altro al nostro modo e alla nostra sensibilità di vivere l’intimità. E’ bello invece imparare, con il dialogo e con l’osservazione, ciò che l’altro desidera per crescere sempre più in piacere e in comunione, perchè gioia e comunione vanno di pari passo, crescono insieme.

Il sesso nel matrimonio permette di assaporare la comunione e la relazione in pienezza facendone esperienza nel corpo ed educa il cuore dei due sposi. I due sposi, proprio attraverso l’unione intima, acquisiscono uno sguardo diverso. Sempre più attento all’altro prima che a sè.

Come capire se vivete il vostro rapporto con questo atteggiamento? Semplice dopo tanti anni di matrimonio avrete ancora voglia di fare l’amore perchè dell’amore autentico non ci si stanca mai. Dell’egoismo invece ci si stanca presto.

Antonio e Luisa

Che meraviglia il matrimonio

Due giorni fa Luisa ed io abbiamo festeggiato venti anni di matrimonio. Cominciano ad essere tantini e quando si sta insieme da tanto tempo si può correre il rischio di dare per scontato quello che scontato non lo è per nulla. Devo imparare a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Settemilatrecento giorni che mi sceglie. Quando me lo merito e quando invece non merito nulla. Il matrimonio ci ha reso uno, è una realtà sacramentale, cioè operante e reale seppur invisibile agli occhi. Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il matrimonio c’è una nuova creazione. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, ma non basta tutta la vita per rendersene conto ed esserne consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre meglio e sempre più profondamente. C’è però un grande rischio. Non riflettere su questa realtà. Darla per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi essere riconoscenti. Spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Tra le tante cose da fare, tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Tra tutte queste cose devo trovare il tempo. Mi devo fermare per contemplare la mia sposa come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale. Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non imprigiona e rende liberi. La sola persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per chi sono.  La meraviglia di chi si sente prezioso agli occhi di una persona che ti sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a te. Dirle grazie significa riconoscere che abbiamo ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per chi è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

Un matrimonio nella provvidenza

Siamo così giunti alla quarta puntata della storia d’amore di Riccardo e di Barbara. Cliccate qui se desiderate leggere le precedenti puntate (1 2 3). Riccardo ha avuto una storia travagliata, una famiglia di origine complicata e dopo tanto servizio, preghiera e l’incontro decisivo con fratel Biagio è arrivato a comprendere il disegno di Dio sulla sua vita: vivere di provvidenza a servizio dei più poveri. Lì incontra Barbara che scopre nel tempo di condividere lo stesso desiderio. Inizia così la loro storia insieme, un amore donato ai più poveri al fianco di fratel Biagio.

Dopo tanta preghiera e il sì tanto atteso di Barbara a diventare mia moglie, ebbi più tentazioni che mai. La nostra scelta disturbava il demonio, almeno io ne sono convinto. Così come esiste Dio, esiste anche il demonio che irrompe con tutta la sua forza corruttrice. Mi ha tentato attraverso i social. Un caso mi ha colpito particolarmente. Tra le mie amiche virtuali c’era una hostess che, ho scoperto poi, viveva di prostituzione. Io mi sentivo fortissimo, pieno di Spirito Santo e avevo la presunzione di pensare che niente mi avrebbe potuto scalfire. Eppure non è così, siamo sempre deboli senza Gesù. Questa donna mi contattò e mi propose di organizzare una festa per l’addio al celibato, con lei e una sua amica. Dopo il mio primo rifiuto ha insistito inviandomi anche una sua foto. Lì ho deciso di bloccarla. Una cosa che non mi era mai successa prima. Questa è solo una ma fui tentato in tanti altri modi. Ormai la mia scelta era presa e la mia volontà salda.

Abbiamo accennato, nei precedenti articoli, che il nostro matrimonio si svolse in maniera inusuale. Non avevamo soldi né per la festa né per null’altro, perché io vivevo di provvidenza da anni e Barbara non veniva pagata da mesi. Ma neanche per un attimo pensammo di non sposarci perché non avevamo niente, per noi il matrimonio era l’unione con Dio, tutto il resto sarebbe stato un di più. Ebbene, il buon Dio ci venne in aiuto. Fu una corsa a chi non voleva farci mancare niente; cominciò il responsabile della casa famiglia di Pedara dove vivevo, che ci regalò le fedi, la location e il pranzo del ricevimento. La Parrocchia Maria Immacolata della Medaglia Miracolosa mise a disposizione il coro e fece una colletta per regalarci il viaggio a Roma per incontrare il Papa in udienza privata, ci fu anche chi si offrì gratuitamente come fotografo. Un medico d’ospedale mi donò l’abito per sposarmi; un mio caro amico, coltivatore di fiori e piante di Nicolosi, ci donò tutti i fiori da mettere in chiesa; mentre una donna che conoscevo da poco volle regalarci le composizioni di fiori per ogni tavolo della sala. Un insegnante di una scuola alberghiera, mio amico, coinvolse i suoi studenti come camerieri per il ricevimento e un rinomato pasticciere ci regalò la torta nuziale. Poi si aggiunsero maestri di sala e cuochi. Tramite social mi contattò una donna che voleva regalarci le bomboniere, ma rifiutammo! Della festa, una delle poche cose che avevamo programmato era proprio la bomboniera, a cui volevamo dare un valore simbolico come invito alla preghiera e che sarebbe stata la coroncina del Santo Rosario (donataci dalla Missione di Speranza e Carità), per rinraziare Maria che tanto avevo pregato per sposarmi con Barbara e per questo progetto di totale servizio ai poveri e a Dio. Ma questa donna non si arrese e ci volle regalare comunque un sacchettino che avrebbe contenuto il Rosario e dei buonissimi confetti. Tutto quello che stavamo vivendo nei giorni precedenti al matrimonio, lo raccontai sulla mia pagina facebook ‘’La Gioia’’ e attraverso questa arrivarono, oltre agli auguri, tante piccole donazioni da varie parti del mondo.

Con la somma raccolta decidemmo di finanziare un progetto della casa-famiglia per il recupero di persone con disabilità. Alcuni regali arrivarono dai nostri parenti più stretti, che vollero assolutamente che tenessimo qualcosa per noi. Barbara sostenne di essere stata una delle poche spose (o forse l’unica!) a non aver scelto niente del ricevimento e che tutto in quel giorno è stata una sorpresa. Anzi, pensandoci bene, la sera prima del matrimonio ci accorgemmo di non aver stampato i menù da porre sui tavoli degli invitati. Barbara li realizzò graficamente ed un amico scout tipografo, dopo aver aperto di sera la tipografia per noi, ci venne in aiuto stampandoli (anche queste stampe ci furono donate dal sacerdote).

Finalmente arriva il giorno del matrimonio, il 12 Febbraio 2016, pioveva. Circa 100 gli invitati, di cui oltre la metà erano gli accolti della casa famiglia, tra cui molti disabili, alcuni amici, la famiglia di Barbara e mia madre, mentre nessuno dei miei parenti era riuscito a venire. Tutto è stato meraviglioso! Durante la messa, la prima lettura è stata proclamata da una suora missionaria, la seconda lettura, l’Inno alla Carità, scritta in braille, da una amica insegnante di italiano non vedente; mentre la leggeva, a proposito di carità, è arrivato proprio in quel momento Fratel Biagio. Si è respirata un’aria di festa in cui la Madonna e Gesù erano con noi. Tutti gli invitati si sono emozionati, la celebrazione si è svolta in un clima di grande gioia. In primo piano il Sacramento, l’unione con Dio e poi una bella festa, voluta da tanti che hanno creduto in noi. Dopo qualche giorno siamo partiti per Roma per un viaggio di tre giorni, nostra meta del viaggio di nozze, dove siamo stati ricevuti da Papa Francesco e a cui abbiamo raccontato brevemente la nostra storia e regalato la nostra bomboniera; poco dopo siamo stati intervistati da Tv 2000 sulla nostra scelta di vita. E’iniziato così in maniera forte il nostro matrimonio, il nostro cammino con al centro Gesù e con Maria come nostra Madre. Quante lotte, quante battaglie vinte solo grazie alla fede. Confidiamo in Dio e tutto sarà possibile!

Riccardo e Barbara

Come sigillo sul cuore. A settembre per riscoprirsi una meraviglia

Luisa ed io abbiamo deciso di approfittare del blog per presentare e promuovere la nostra proposta per le coppie di fidanzati e di sposi. Lo facciamo perché ci crediamo tantissimo. Ormai siamo giunti alla quinta edizione di questo modulo pensato e costruito per aiutare le coppie a riscoprire la bellezza che le costituisce. Partendo da ciò che siamo, dal nostro essere maschio e femmina. Con tutti i nostri limiti, fatiche, contraddizioni. Siamo una meraviglia. A volte presi da tante fatiche, impegni e preoccupazioni perdiamo la capacità di contemplare ciò che siamo e la ricchezza che abbiamo ricevuto.

Se Luisa ed io crediamo così tanto in questa proposta è perché noi stessi ne abbiamo sperimentato la potenza e la bontà di questo seminario nella nostra relazione. Se oggi ci occupiamo di scrivere di matrimonio e di accompagnare le coppie che si rivolgono a noi, è grazie a quanto abbiamo compreso in un percorso iniziato proprio con un’esperienza così.  Questo corso ci ha cambiato la vita, in meglio. Dopo questo corso abbiamo capito cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto, un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, parleremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da noi, ma non solo. Saremo un’equipe di cinque famiglie accompagnate da un sacerdote. Un sacerdote incredibilmente preparato. Padre Luca Frontali collabora da anni con Mistero Grande e con Retrouvaille. Laureato in Scienze della famiglia presso l’Istituto Giovanni Paolo II e attualmente è dottorando in teologia matrimoniale. Avremo con noi nell’equipe una dottoressa in ginecologia che potrà essere un supporto importante per tutte quelle problematiche concernenti la sessualità.

Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa?

Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro. Vorrei concludere con alcune riflessioni che ci sono state regalate da chi ha già partecipato al corso. Ne abbiamo selezionate due.

Terry con le lacrime agli occhi, guardando un po’ noi e un po’ il suo Luca, ci ha detto: Attraverso il corso ho riscoperto l’importanza di prendersi cura l’uno dell’altra, ha riscoperto la bellezza del sacramento che ho scelto e la bellezza del mio sposo. Sento di essermi sposata nuovamente durante questo corso.

Un’altra bellissima testimonianza è arrivata invece dopo un colloquio personale con una sposa: Cara Luisa ho raccontato a mio marito quanto ci siamo dette, è rimasto così felicemente sorpreso che abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi preziosi consigli. È stato meraviglioso. C’è ancora tanto da fare ma ora sappiamo come farlo. Grazie di cuore per tutto quello che fate.

Quindi cosa aspettate? Iscrivetevi. I posti sono limitati. La bellezza è attraente. È ciò che più desideriamo, tutti, nel profondo. Perché la bellezza è la caratteristica dell’amore e di Dio. Il corso è aperto a sposi e anche ai fidanzati (saranno collocati in camere separate). Ci vediamo, se siete interessati, dal 9 al 11 settembre presso la Casa di Spiritualità Sant’Obizio ad Angolo Terme provincia di Brescia. Per informazioni contattaci, saremo lieti di rispondervi e di chiarire eventuali dubbi 3388575865 (Antonio)

La castità non toglie ma dà (2 parte)

Riprendiamo la nostra riflessione da dove l’abbiamo interrotta ieri (clicca per leggere la prima parte)

Antonio e Luisa: cosa abbiamo imparato da questa nostra esperienza? Uomo e donna sono diversi. La castità dipende soprattutto dalle donne. Non sempre è così ci sono certamente delle eccezioni. Spesso è così. Costitutivamente gli uomini sono portati a pensare spesso al sesso. Hanno in testa solo quella cosa lì? Certamente no ma ci pensano molto più delle donne. Lo dice la scienza. L’uomo dal momento della pubertà cresce nel desiderio sessuale di 20 volte, la donna solo di due. L’uomo pensa al sesso in media 19 volte al giorno. La donna molte di meno. Questo secondo una recente ricerca americana. E questo è normale. Questa evidente differenza sessuale tra uomo e donna ci dice due realtà:

  • La vera prova d’amore non è quando l’uomo chiede di fare sesso, ma è esattamente l’opposto. E’ quella che la donna può chiedere al suo amato. Una donna è molto affascinata e si sente amata e rispettata quando il suo uomo è capace di controllare la parte più istintiva che c’è in lui. Desidera ardentemente l’incontro fisico, ma è capace di dire con le parole e con l’atteggiamento: ti voglio così bene che sono disposto ad aspettare perché tu lo desideri. Se capisse poi che vivere quel gesto prima del matrimonio sarebbe una menzogna, sarebbe il top. Ma ci può arrivare per gradi. Per Antonio, come abbiamo raccontato ieri, è stato così. L’ha compreso dopo.
  • La castità dipende soprattutto dalla donna. E’ la donna che deve contenere l’uomo. Lo dice come siamo fatti. Venti volte contro due; ricordate? Molte donne hanno paura di non essere accettate se dicono di no. Credono che in fin dei conti vada bene così, vi ripetiamo che non vogliamo giudicare chi fa scelte diverse, ma raccontiamo la nostra testimonianza, di come Luisa mi ha conquistato. Dicendomi di no mi ha fatto comprendere il suo valore e gliene sono grato La fatica è rimasta, continuavo ad essere attratto da lei e a desiderarla, ma ero sempre più affascinato da questa scelta. Per la prima volta sperimentavo con una donna una profondità, una consapevolezza e una ricchezza che fino ad allora non credevo fosse possibile. Per la prima volta comprendevo quanto preziosa fosse lei per me e quale significato avesse l’amplesso nella relazione tra un uomo e una donna. Non sono arrivato a comprenderlo da solo. Devo ringraziare padre Raimondo Bardelli che mi ha aiutato a capire come la castità non fosse una frustrazione da subire, ma al contrario fosse la consapevole preparazione del terreno. Attraverso la castità io e Luisa ci stavamo preparando a cogliere i frutti del nostro amore il giorno delle nozze. Ha cambiato la mia prospettiva. Non stavo rinunciando a qualcosa che avrei potuto avere subito, ma stavo rinunciando a un piacere immediato per averne, al tempo giusto, il centuplo. E così è stato.

Quindi nel fidanzamento casto non c’è contatto fisico? Cosa è giusto fare nel fidanzamento? Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare quindi il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza, il fidanzamento, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

La castità non toglie ma dà (1 parte)

Dopo tutto lo scalpore suscitato dalla proposta alla castità contenuta nel documento redatto a cura del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita dal titolo Itinerari Catecumenali per la vita matrimoniale, abbiamo pensato di testimoniare anche noi la bellezza e l’importanza della castità.

Antonio: avevo 25 anni. Torno con i ricordi a quell’ottobre del 2000 e mi rivedo. Da pochi giorni stavo con Luisa. Ero un ragazzo ferito, incapace di amare, con tante idee sbagliate in testa e una voragine nel cuore. Lei era il mio strumento per cercare di colmare quel vuoto affettivo e sessuale che provavo. La stavo usando. Avevo un grande desiderio e impulso di vivere subito tutto con lei. Di vivere anche l’aspetto sessuale. Credevo di amarla, sinceramente. Volevo amarla, ma non ne ero capace. Ero travolto da questi sentimenti molto forti. Da un pensiero che era costantemente per lei. Insomma ero innamorato come capita a tutti nella vita. Ero innamorato e quello credevo fosse l’amore. Amare era, secondo ciò che pensavo, abbandonarmi a quel sentimento grande e a quella passione così travolgente e totalizzante. Luisa credo provasse le stesse cose, ma le viveva in modo diverso, più maturo e forse con un po’ di paura. Lei credeva che il rapporto intimo non fosse qualcosa da svendere e da vivere con tutti, ma da riservare ad una persona sola. Devo dire che questo suo atteggiamento mi ha sorpreso e irritato. Non mi era mai successo di incontrare una donna con idee così vecchie e sorpassate. Ho creduto fosse un suo capriccio e non me ne sono curato più di tanto. E’ diventata una sfida. L’avrei fatta cadere. Avrebbe ceduto. Abitavo da solo già da qualche anno e le occasioni per restare in intimità con lei erano tante. Eppure lei non cedeva. Sono passati i giorni, poi le settimane. Lei non solo non cedeva, ma il mio non curarmi della sua sensibilità la amareggiava sempre più. Si sentiva violata e non rispettata. Non capivo. Più insistevo e più lei si chiudeva. In realtà chi stava cedendo non era lei ma ero io. L’irritazione verso il suo continuo negarsi stava lasciando posto all’ammirazione verso una creatura che era consapevole del suo valore. Non voleva svendere se stessa e il suo corpo a chi non lo meritava. Non faceva la preziosa ma era preziosa. Tante donne sono mendicanti, lei no.  Non perchè fosse meglio delle altre. Lei si sentiva amata. Amata da Dio. Questa è la differenza. Lei era consapevole di essere regina. Di essere figlia di Re. Di essere stata pagata a caro prezzo da Gesù. Io in quel momento non ero degno di avere quel dono. Il mio comportamento irrispettoso ci stava allontanando. Per un periodo siamo stati separati. Lì ho davvero capito quanto ci tenessi a lei e sono stato pronto alla vera prova d’amore. Quella che costa. Quella che chiede sacrificio. Che rende sacra la mia fatica. Ho deciso di vivere la relazione con lei nella castità.

Luisa: Prima di sposarmi, un’amica mi chiese: Come fai a sposare un uomo che non conosci sessualmente? E se non andasse bene per te? E se non ti piacesse come fa l’amore? E se ci fossero brutte sorprese? Questa obiezione alla castità prematrimoniale sembra ragionevole. In realtà, si basa su un presupposto sbagliato. Il presupposto sbagliato è questo: ogni individuo avrebbe determinate caratteristiche immutabili anche per quanto riguarda il comportamento sessuale. Invece, il rapporto sessuale è il frutto, appunto, di un rapporto, di una relazione; si procede insieme, s’impara insieme, ci si mette in ascolto dell’altro/a, si rispetta la sensibilità dell’altro/a, ci si accoglie e ci si dona. Mi ricordo di un film di successo “Il favoloso mondo di Amélie”, una commedia romantica. Attenzione ai film romantici: fanno un sacco di danni! Insomma, Amélie ha alcuni rapporti sessuali con uomini diversi e non prova alcun piacere. Finalmente arriva l’uomo giusto e, come d’incanto, anche il rapporto fisico è perfetto. Non è così! Anche con l’uomo giusto, quello che si sposa, quello con cui si passa tutta la vita, s’intraprende un cammino, non va sempre tutto bene. La cosa bella è che il matrimonio è indissolubile: si può provare, sbagliare, migliorare, regredire, progredire, nella certezza che quell’uomo resterà per sempre. Purtroppo per le ragazze di oggi, i ragazzi, chi più chi meno (anche indirettamente) sono andati a scuola di pornografia e (quasi) tutti, ragazzi e ragazze, sono convinti che l’amore si debba fare più o meno come nei video pornografici. Quindi, anche le ragazze si adeguano, pensando che non ci sia altro da fare se non consumare rapporti veloci e violenti senza dolcezza, tenerezza e sentimento. Dolcezza, tenerezza e sentimento si sprecano invece nei nomignoli, nei regalini, nelle frasi tratte dai Baci Perugina. Al contrario, la castità prematrimoniale è proprio diventare esperti di dolcezza, tenerezza e sentimento, tramite sguardi, baci e carezze. Sono le ragazze che devono insistere su baci e carezze dal collo in su. Il ragazzo se ne andrà? Siete proprio sicure? Se ne andrà il ragazzo sbagliato, ma quello giusto no.

Domani proseguiremo con questo discorso e racconteremo i frutti meravigliosi che abbiamo maturato con la scelta di vivere castamente il fidanzamento. Frutti venuti molto utili poi nel matrimonio.

Antonio e Luisa

Dio ha una volontà particolare su ognuno di noi?  E quale è la risposta personale di ognuno di noi al desiderio di Dio?

Ricordate Riccardo e la sua testimonianza. Se non lo ricordate vi lascio il link ai suoi articoli (1 2). Ora lascio la parola a Barbara che ci racconterà come lei è arrivata alla scelta di sposare Riccardo.

La mia scelta.

Spesso guardo al mio passato come un succedersi di eventi, più o meno belli e significativi; ma se rileggo la mia vita sotto lo sguardo di Dio, il passato mi fa apparire delle nuove possibilità e mi fa diventare più sensibile agli appelli che Egli mi rivolge, che mi rivelano il Suo desiderio, la Sua attesa e la Sua speranza: vedermi portare frutto (Gv 15,16). Affidandomi allo Spirito, riesco a vedere la grazia negli eventi più disparati e a glorificare Dio nella prova come nel successo. Penso che ciò che Dio si attende da me non è che io scelga nella mia vita una via anziché un’altra, ma che ne faccia un buon uso; che io scelga in seguito ad una riflessione profonda, leale, senza paure, chiamandomi in tutte le cose alla perfezione della carità e a riflettere nella mia vita la santità del Padre. Penso che il disegno di Dio su ognuno di noi sia la volontà d’alleanza, il desiderio di comunione, progetto che può rivolgersi solo a persone libere, perché così Dio ci ha creati, lasciandoci liberi di scegliere.

Sento che la mia scelta di vita, dedicata ai poveri, mi rende libera e in comunione col Signore. E a chi mi dice ‘’ma chi te l’ha fatto fare’’ rispondo..’’ chiedimi semmai perché non l’ho fatto prima..’’. Ma cosa è stato il mio ‘’prima’’.

Al primo anno di università alla Facoltà di Architettura di Palermo, nel 1989, sentì forte il desiderio di mettere a disposizione le competenze che man mano stavo acquisendo, a favore dei bambini poveri dell’Africa che vedevo in TV. Avrei voluto costruire scuole per loro da architetto. Seguì così, su suggerimento dei Salesiani, un corso di operatori missionari a Pedara (piccolissimo paese in provincia di Catania), dovevo prima prepararmi a cosa avrei trovato lì. Dopo un anno abbandonai il corso, presa da mille pensieri, lo studio, dopo il lavoro. Senza accorgermene, risucchiata dai ritmi della società, trascorsero più di vent’anni.

Un giorno, mentre ero a Palermo (dove poi scelsi di vivere -io sono originaria di Ragusa), morì il mio carissimo amico ragusano Toti. Toti era una persona speciale amata da tanti ma con una profonda inquietudine dentro che lo portava a mangiare tanto; l’obesità fu una delle maggiori cause della sua morte. Toti morì solo e questo mi toccò profondamente; pensai che nessuno meritava di rimanere da solo e di non essere aiutato. E quando poco tempo dopo vidi in TV un’intervista di Fratel Biagio (che non conoscevo) rimasi stupita: Fratel Biagio aveva una somiglianza fisica sconvolgente con Toti, stesso sorriso, stessa espressione degli occhi e quell’uomo vestito di verde invitava tutti ad aiutare i più bisognosi e ad aprire il proprio cuore. Quel volto e quelle parole risvegliarono in me il desiderio sopito ormai da più di vent’anni di dedicarmi agli altri e così andai a conoscere il missionario e tutta la comunità; da quel giorno rimasi piacevolmente imbrigliata in quella rete d’amore. Toti era nato il 12 Febbraio e in suo ricordo decidemmo di sposarci in quel giorno.

Dopo qualche anno di volontariato in missione, ho conosciuto Riccardo in un periodo molto travagliato per me: il lavoro non andava più bene, non venivo retribuita puntualmente e questo mi causava molte difficoltà, vivevo da sola, avevo un affitto da pagare, spesso saltavo i pasti, percorrevo 15 km a piedi ogni giorno per andare al lavoro, non potevo acquistare l’abbonamento del bus, lavoravo 10/12 ore al giorno. Ero fisicamente distrutta, mi sembrava di essere caduta in quel circolo vizioso in cui si vive per lavorare per mantenersi cose che reputavo allora necessarie e cosa più grave, così vivendo, non avevo più tanto tempo per gli altri. Mi stavo isolando, stavo vivendo per me stessa. Di giorno vendevo il lusso contribuendo alla progettazione e all’arredamento di interni di bellissime case, la sera con la missione andavo in giro per la città di Palermo ad incontrare i senza fissa dimora: un contrasto troppo forte che mi fece però capire che il Signore mi chiamava ad una scelta d’amore più radicale.

Quando ho conosciuto Riccardo ho capito, a 44 anni, che lui era l’uomo che avrei voluto sposare. Ero titubante però perché per sposare Riccardo e il suo progetto di vita, che sentivo sempre più mio, avrei dovuto lasciare tutto e occuparmi solo dei poveri e vivere di provvidenza; ma la preghiera di Riccardo e di tante persone e il sentirmi amata e utile per i poveri mi hanno spinta a fare questo salto nelle braccia dei Signore e in quelle di Riccardo. Lasciai Palermo e la mia vita lavorativa.

Il giorno del nostro matrimonio, il 12 Febbraio 2016, il nostro desiderio era quello di unirci a Dio nel Sacramento del matrimonio, mettere Dio al centro, consacrarci a Lui davanti all’altare, consapevoli che solo così avremmo trovato la forza di affrontare la nuova vita insieme e al servizio degli altri. Mi ritrovai di nuovo a Pedara, perché proprio lì, viveva Riccardo in casa-famiglia, nello stesso paese dove 25 anni prima avevo frequentato il corso di operatore missionario. Dio-incidenza.

Vi sono molte dimore del Padre: Dio attende che là noi edifichiamo la nostra. Lui lavora assieme a noi. Ci siamo sposati non avendo nulla e tutto ci è stato donato; la meraviglia del nostro matrimonio la racconteremo nel prossimo articolo.

(n.b. alcune riflessioni sono tratte da uno scritto di Michel Rondet, Claude Viard, La crescita spirituale. Tappe, criteri di verifica, strumenti, EDB, Bologna 1988)

Barbara Occhipinti

Un matrimonio in zona rossa

Siamo Elisabetta e Leonardo, una giovane coppia di sposi che ha iniziato a camminare insieme nell’estate dell’anno 2017 dove, in un’occasione “fortuita”, ci siamo incontrati e riconosciuti come compagni di viaggio nella fede. Così, fin dall’inizio abbiamo sperimentato una particolare e preziosa comunione, forte e profonda, che travalicava la nostra realtà e la nostra storia. Ben presto, infatti, abbiamo compreso che Qualcuno si stava rivelando ad entrambi attraverso l’altro e che ci stava chi-amando verso Lui insieme.

I nostri primi passi nell’Amore sono iniziati col cammino vocazionale ad Assisi nell’agosto dello stesso anno e da lì per un intero anno più volte siamo tornati per frequentare le esperienze formative dei Frati Minori (Servizio Orientamento Giovani). Questi insegnamenti ci hanno aiutato a fondare il nostro fidanzamento su tre pilastri: dialogo, preghiera e castità.

Negli anni successivi non sono mancate le difficoltà e le discussioni, come anche confronti sinceri e dialoghi cuore-a-cuore, esperienze profonde di spiritualità e faticose camminate alpine, paradigma del nostro quotidiano. Nelle fasi delicate di crescita personale e discernimento vocazionale siamo stati accompagnati dal nostro padre spirituale, appartenente alla FCIM, e dalla comunità di Montignoso, luogo a noi vicino e da sempre molto caro.

Il desiderio di entrare pienamente nella nostra vocazione col matrimonio è stato presente sin da subito ma sono stati necessari e benedetti circa tre anni per purificarlo, verificarlo e rafforzarlo. Uniti dall’amore a Lui e fiduciosi della sua Provvidenza, abbiamo compreso che i tempi erano maturi per pronunciare il nostro SI, per offrire sull’altare la nostra piccola vita e riceverne un’altra a due, anzi a Tre per mezzo della Sua Grazia.

Avevamo scelto la data 21/03/21 perché rappresentava l’essenza del matrimonio per noi: da 2 diventiamo 1 ma in realtà siamo in 3, con Gesù, lo Sposo della nostra coppia. Coincideva, inoltre, con il primo giorno di Primavera, segno della nuova vita che fiorisce, e di Domenica, giorno della Resurrezione.

In seguito, abbiamo scoperto che tale giorno cadeva in Quaresima, tempo di preghiera, elemosina e digiuno, tempo per fare spazio ad accogliere l’Amore di Dio per noi, manifestato nella sua Passione e Resurrezione. Inizialmente, questa consapevolezza ci ha destabilizzato, considerato che fino a non molto tempo fa non era consentito celebrare le nozze in questo tempo di silenzio e raccoglimento per la vita di un cristiano. Per di più, col passare dei mesi e il nuovo aggravarsi della situazione pandemica, altre rinunce ci sono state chieste per adeguarci alle disposizioni sanitarie e alle limitazioni per le presenze e i festeggiamenti.

Ciononostante, rinnovando seppure con fatica ogni giorno la nostra fiducia nella sua Promessa, abbiamo scelto di mantenere la data e vivere il nostro giorno in piena comunione con la Chiesa e con la realtà, obbedendo alle potature previste e riconoscendo come dono per noi l’invito alla Sobrietà.

Il 21 marzo 2021 ci siamo sposati in zona rossa, in una Pieve in cima a un monte, nel bel mezzo della campagna sanminiatese, ma non per questo lontani o soli. Il Signore ha trasfigurato i nostri volti e il nostro fragile amore umano di fronte ad un’assemblea gremita (ma distanziata, giunta sin da lontano), con una celebrazione intima e sentita, oltre che grandiosamente partecipata e animata. Una Sua manifestazione che ha superato le nostre aspettative e ogni misura o limite, giungendo nelle case di tutti coloro che volontariamente o casualmente si erano connessi sui social network, dove avevamo condiviso la diretta per poter permettere di seguire ai malati, agli anziani e a chi non poteva raggiungerci diversamente. La sobrietà e la piccolezza sono state da Lui moltiplicate in Bellezza e Pace per centinaia di persone. Noi eravamo inconsapevoli protagonisti di un’opera grande dall’impensabile risonanza mediatica e spirituale per noi e per i tanti cuori in ascolto, bisognosi di speranza in tempi di chiusura.

Nonostante pandemia, restrizioni e tanti ostacoli per noi e gli invitati, tutto è stato ricolmato e ricompensato in sovrappiù e immeritatamente. Nella sua unicità, non è mancato niente… Abbiamo visto l’Amore vincere! A fine giornata, infine, ci siamo recati al Santuario di Montignoso per offrire in dono un mazzo di fiori alla Vergine Maria, in segno di ringraziamento per la sua santa protezione e di affidamento della nostra giovane famiglia. Oggi possiamo confermare quanto custodivamo nel cuore otto mesi fa: Sposarsi in Quaresima e in tempo di pandemia ha significato per noi esprimere la volontà di voler crescere insieme nella rinuncia al proprio egoismo (digiuno), nel dono di sé (elemosina) e nell’intimità con Lui (preghiera) per fare spazio al suo Amore che, abbiamo sperimentato, ci benedice e rende felici.

Leonardo ed Elisabetta

Accogliere non basta se non cambia la tua vita.

Oggi vorrei tornare su una piccola polemica che mi ha visto coinvolto con don Marco Pozza. Sì voglio fare nomi e cognomi perchè alla fine non c’è nulla di cui vergognarsi. Don Marco è una persona bella e si occupa di atività non facili come l’accompagnamento dei carcerati. Attività importanti. Quindi don Marco ha tutta la mia stima. In questo caso però, a mio avviso, ha sbagliato. Un errore comune a tanti credenti. Credo che don Marco rappresenti un numero sempre più consistente di persone all’interno della Chiesa. Non a caso ho letto ultimamente della partecipazione degli scout al gaypride. Hanno partecipato perchè si sono sentiti di farlo proprio in quanto cristiani. Così hanno risposto alle critiche i responsabili. Questa mia riflessione non vuole quindi essere un attacco a qualcuno ma una serie di punti che vorrei analizzare. Partiamo dall’inizio. Cosa è successo? Don Marco ha postato degli auguri per l’unione civile di Alberto Matano (giornalista e volto televisivo) con il compagno Riccardo Mannino. Lo ha fatto definendo quell’unione matrimonio. Questa esternazione ha creato scalpore e la solita ed immediata divisione in due schieramenti contrapposti. Da una parte gli entusiasti contenti dell’apertura mentale del prete che è stato capace di vedere l’amore tra due persone senza regole preconfezionate e limitanti e chi, come me, ha colto la gravità della dichiarazione. In una frase ha distrutto la morale e la teologia cristiana sul matrimonio e sull’amore.

Inutile nasconderlo. Questi due schieramenti ci sono da tempo e da tempo si fronteggiano all’interno della nostra Chiesa. Non è questione di poco conto. Ora mi permetto alcune considerazioni. Siete liberi di commentarle anche criticarle dicendo la vostra.

NON SI CONDANNA MAI LA PERSONA. Una delle critiche che maggiormente ricevo quando affronto questi temi è la presunta mancanza di misericordia. Vengo accusato di mettermi al di sopra degli altri e di giudicare situazioni che io non vivo e sofferenze che non conosco. Sono d’accordo su tutto. Io non sono meglio di Alberto o Riccardo. Io non li conosco e avranno sicuramente come tutti noi dei pregi e dei difetti. Conosco però bene i miei limiti, i miei peccati e i miei sbagli. Questo mi permette di non sentirmi meglio di loro. Appunto per questo mi identifico con loro e mi chiedo: cosa vorrei per la mia vita? Qualcuno che mi desse ragione o qualcuno che mi amasse nella verità? E qui arriviamo alla seconda riflessione. Cosa significa accogliere?

ACCOGLIERE NON BASTA SE NON CAMBIA LA TUA VITA. Avevo già scritto in passato proprio di questo tema e riprendo la stessa riflessione perchè è sempre più attuale. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, ci ha fatto intendere che è importante che al centro della pastorale e dell’accompagnamento venga messa la persona concreta, con la sua storia, i suoi problemi, le sue ferite e i suoi errori, per condurla alla pienezza. Questo è meraviglioso. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il Pontefice ha lanciato ai suoi preti e a noi tutti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Spesso perchè non c’è più la capacità di accompagnare. Soprattutto per quanto riguarda il sesto comandamento. Si parla di amore in modo spirituale come se il corpo non c’entrasse. Come se atti, atteggiamenti e comportamenti non fossero decisivi nel vivere in modo autentico o falso l’amore.  Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di fragilità e peccato, come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Un po’ di tempo fa in un’omelia, un sacerdote, persona di fede e a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Significa mettersi accanto a quella persona con pazienza ed allenarle giorno per giorno fino a farla arrivare in vetta. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire alla persona omosessuale che Dio la ama sempre e comunque, ma solo nella castità sarà felice e potrà vivere relazioni pienamente umane. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi.

  1. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria in cui mi trovavo, ma Dio mi voleva figlio di Re.
  2. Non esiste una legge naturale. Il caos. Ognuno trova la sua verità. L’amore è tutto e niente. E’ inutile tutto il magistero e l’insegnamento della Chiesa. Noi sappiamo che non è così. La legge non è una serie di richieste astratte e frustranti ma è il nostro libretto delle istruzioni per capire il nostro cuore e diventare pienamente uomo e pienamente donna.

Vi piace una Chiesa così? E’ attraente? Certamente no. Non ti rende migliore. La Chiesa deve invece avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata. Io lo so che è così. Io conosco quello sguardo. Uno sguardo che ho trovato in padre Raimondo Bardelli e che mi ha dato la forza di cambiare la mia vita. Uno sguardo che trovo ogni giorno nella mia sposa che mi da la forza perseverare e di non tornare indietro.

Antonio e Luisa

Chiara una santa faticosa e meravigliosa

Dieci anni fa saliva al cielo Chiara Corbella, una donna, una moglie e una mamma. Era tutto questo, era ancora molto giovane. Perchè dieci anni dopo la sua morte il suo nome e sulla bocca di sempre più persone e la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede.

Il segreto credo che sia nella sua normale straordinarietà. Non è stata una mistica, non è stata una suora che ha fondato un ordine oppure una benefattrice che passava le giornate in mezzo agli ultimi e ai perseguitati. Insomma era molto lontana dall’idea di santa che spesso abbiamo in mente. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come tante altre, cresciuta in una famiglia normale di Roma, che si è fidanzata. E anche nel fidanzamento era esattamente come noi, piena di dubbi, di ripensamenti, di tira e molla con Enrico (suo futuro marito). Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a suo marito.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che ad una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Concludendo posso dire che Chiara è una santa faticosa e meravigliosa. Per me è così. E’ faticosa perchè ci propone un cammino di santità non facile, ci dice che costruire un matrimonio cristiano affidato a Dio non significa evitare le sofferenze e i dolori ma anzi a volte chiede di abbracciare la croce in un modo non voluto ed imprevisto. Questo è difficilissimo da digerire. Noi che vorremmo la gioia piena già qui sulla terra. Eppure Chiara è meravigliosa perchè con la sua vita ci ha mostrato come morte e malattia si possano sconfiggere. Ci ha donato la speranza di poter davvero vivere per sempre. Non a caso il libro scritto su di lei si intitola Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara prega per noi e per le nostre famiglie.

Antonio e Luisa

Le volpi piccoline fanno danni enormi

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna. Scrivo al maschile ma vale per entrambi.

Non incoraggiare mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro non lo fa sentire amato. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro si sentirà giudicato, non amato, attaccato, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati. Insistere per cambiarlo è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello e bravo. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto. Per fortuna che non è perfetto. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

Melodia di giugno. Un video musicale sorprendente

Mi sono imbattuto in un video musicale. Un video di Fabrizio Moro. Lui è un cantautore che mi piace molto perchè esprime attraverso i brani che scrive la vita reale. La sua vita ma che in tante circostanze è anche la nostra. Lo fa con una grande sensibilità, almeno a mio parere. Il video che mi ha colpito particolarmente riguarda una sua vecchia canzone tratta dall’album Barabba del 2009, Melodia di giugno. Più che sul testo della canzone, che peraltro già conoscevo, mi voglio soffermare sul meraviglioso video (che invece risale al 2020), proprio per la forza espressiva che trasmette. La storia raccontata nel video è molto significativa e dice tanto di come siamo fatti e dell’amore. Quindi ora vi condivido il video e poi, una volta che lo avrete guardato, vi proporrò la mia chiave di lettura.

Cosa vi ha trasmesso? Io mi sono riconosciuto in quel ragazzo che non sapeva più dove sbattere la testa. Quanti di noi, uomoni e donne, sono come i protagosti della coreografia. Perchè l’uomo e la donna sono fatti così. Abbiamo desiderio di aprirci all’altro, abbiamo un bisogno grandissimo di condividere la nostra vita con un’altra persona, di essere importanti per qualcuno, di essere capaci di amare e di accogliere, abbiamo la spinta a donare ciò che siamo. Perchè questa è la nostra umanità. Siamo fatti per la relazione e non per la solitudine. Eppure c’è qualcosa che ci blocca. E la trovata del regista del video è fantastica. Il muro che ci divide l’uno dall’altra siamo noi. E’ il nostro egoismo. E’ la nostra incapacità di spostare lo sguardo dai nostri bisogni ai suoi. Non siamo capaci spesso di mettere il tu davanti all’io. Anche nell’amore. Guardiamo l’altro/a ma in realtà stiamo guardando sempre noi. Quanto l’altro ci fa stare bene, quante emozioni ci provoca, quanto siamo attratti e quanto desiderio di toccarlo/a e averlo/a ci pervade. Insomma il centro siamo sempre noi e così quando vogliamo eliminare ogni distanza con la persona amata ed entrare in comunione ci troviamo un muro. Vediamo sempre e solo noi stessi. Questo è terribile. In quante relazioni non si è capaci di comunione? Di comunione vera. Anche nei momenti di intimità è spesso così. Il centro siamo noi, l’altro uno strumento, e così si perde il meglio di ciò che siamo nel matrimonio. Come scrisse Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio gli sposi sono una comunione d’amore e di vita.

Quando mi sono sposato ero un po’ così. Non riuscivo ad elimare quella maledetta barriera tra me e Luisa. Continuavo a misurare quanto mi faceva stare bene, come mi guardava, come mi rispondeva, quanto mi curava, quanto mi soddisfaceva. Guardavo lei ma ciò che vedevo ero sempre io. Con il tempo ho imparato, grazie a Dio e a Luisa, ad abbattere quel muro ed ora credo di aver compreso un po’ di più cosa significa amare e donarsi. L’ho capito nel matrimonio, nella relazione di tutti i giorni. Il matrimonio è una palestra d’amore. Come nel finale del videoclip, se s’impara poi la vita diventa a colori, si comincia a vivere la comunione e la comunione (questo nel video non c’è ma lo dico io) apre a Dio che è comunione ed amore.

Antonio e Luisa

Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente

L’amore matrimoniale è immagine dell’amore di Dio. Quante volte l’abbiamo sentito dire. L’abbiamo ascoltato addirittura dal Papa, da più papi. Anzi di più! E’ scritto nella Bibbia. San Paolo arriva ad esclamare che Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Un uomo e una donna possono e debbono essere immagine di questa relazione totale che c’è tra Cristo e la Sua Chiesa.

Davvero è un mistero! Io e Luisa possiamo essere immagine di questo amore. E’ incredibile. Viene spontanea la domanda come tutto questo è possibile. Certamente c’è lo Spirito Santo che abita una relazione che non è solo tra un uomo e una donna ma diventa sacramento e di consegueza perfezionata e redenta da Cristo stesso. C’è però qualcosa che possiamo dare anche noi sposi per rendere questa immagine al mondo. Cosa? Ci viene in aiuto la Parola di Dio.  Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente » (Mt 22,37).

L’amore di Dio è il tutto. Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente. Per amare davvero Dio serve il tutto. Per fare un’esperienza d’amore che sia vicina all’amore di Dio serve il tutto. Per questo nel matrimonio serve il tutto. Non è una richiesta fuori dal tempo e immotivata da parte della Chiesa. La Chiesa parla al cuore dell’uomo come una mamma al suo bambinio. La Chiesa sa cosa desideriamo nel profondo e se ci chiede di prenderci determinati impegni è solo per godere di una gioia più vera e più grande.

L’indissolubilità. Il per sempre parla al nostro cuore! Cosa penseresti tu se la persona che dice di amarti non vuole però prendersi il rischio e la responsabilità di impegnarsi con te per tutta la vita? Ti sentiresti amato fino in fondo? Oppure ti sentiresti usato fino a quando servi? Queste sono riflessioni che più o meno consciamente ci facciamo tutti e che poi influiscono nella vita di coppia e personale. Se l’amore non è incondizionato non è più amore ma diventa uno scambio di bisogni, un commercio, un baratto. Invece chi si sposa sacramentalmente promette di voler stare con l’amato/a perchè è proprio lui/lei e non per quello che dà. Cambia tutto.

Unicità. In altre religioni è prevista la poligamia. Nella nostra società occidentale scristianizzata e attenta alla parità di genere sta avanzando il poliamor. Le persone poliamorose sono quelle che non si legano affettivamente solo ad un partner ma nella trasparenza si legano a più partner di generi anche diversi. Sembra l’affermarsi della libertà assoluta. Fare tutto quello che si vuole, nel rispetto degli altri, senza più stereotipi o condizionamenti religiosi e culturali. Sembra tutto bello. In realtà è una grande menzogna. Noi abbiamo desiderio di avere un rapporto affettivo che sia esclusivo. I nostri giovani sono ancora attratti da un amore esclusivo e meraviglioso. Non percepiscono la liquidità dei nostri rapporti di oggi come qualcosa di positivo, ma semplicemente come una situazione immodificabile, la vedono con disincanto. Cercano di prendere tutto e subito ma hanno desiderio di un amore come quello dei loro nonni. Lo si capisce anche da come sono affascinati dai film dove si raccontano amori che durano tutta la vita e che superano le più grandi tempeste. Sono attratti perchè lo desiderano nel profondo.

Fedeltà.La fedeltà è la virtù di chi tiene lo sguardo fisso sull’altro. Lo sguardo sull’altro soprattutto quelle volte che non ci appare così bello e magnifico. La fedeltà è quella di Gesù che sulla croce ancora implora Dio di perdonare chi lo sta uccidendo. La fedeltà è testimoniata da Gesù e dovrebbe essere incarnata anche da noi sposi che nel sacramento possiamo trovare la forza di amare come Gesù. 

Per concludere rispondete a queste tre semplici domande. Vi piacerebbe essere amati fino a quando fa comodo all’altro? Vi piacerebbe condividere la persona che amate con un’altra donna o un altro uomo? Vi piacerebbe che l’amato/a avesse intimità fisica con altri uomini o altre donne? Solo se la risposta è no a tutte e tre le domande e credete che voi desiderate di più, sentite di volere una persona accanto che vi ami con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente allora il matrimonio e per voi. Ciò però implica delle responsabilità. Che voi stessi vi impegniate ad amare nello stesso modo. Il matrimonio è esigente ma in cambio dà qualcosa che è grandissimo: permette di fare esperienza di Dio e del Suo amore in una relazione umana. Nulla di paragonabile ad altri modi di stare insieme.

Antonio e Luisa

Un’esperienza di paradiso

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso.

Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso.

L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna. Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale di due cuori, uniti in modo indelebile dalla promessa personale e dal fuoco dello Spirito Santo, concretizzato attraverso l’unione dei due corpi, gli sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione.

Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere più che un luogo (almeno per come lo intendiamo noi) uno stato, è la visione beatifica di Dio. E’ stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo. Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi siamo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciamo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo possiamo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco.

Quando? Non come verrebbe naturale pensare durante il momento di massimo piacere fisico. C’è un momento dove viviamo alcuni secondi di vera comunione. Subito dopo. Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoniamo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

Il segreto è esserci

Il segreto è esserci. Che poi è pure la promessa scambiataci il giorno del matrimonio. Ed in quella c’è proprio una anticipazione di ciò che si vivrà. Difatti, non si elimina dalla emblematica formula ,pronunciata nel cuore della Messa, la parte dolorosa dei giorni che saranno o la malattia. È tutto già dichiarato e sono io, noi, a promettere che resteremo.

È chiaro che quel giorno, patinati come principi e truccate come principesse, ci sentivamo dei titani, pronti a superare qualunque battaglia col sorriso sulle labbra. La lacca, i tacchi, le fotografie, offuscavano la gravità di quelle parole che magari venivano dichiarate con poca consapevolezza. Ma erano vere,come poche altre ci sarebbero state rivelate. Ed erano state precedute da un corso prematrimoniale in cui veniva profilato tanto sul senso dello stare insieme.

Dunque, perché stupirsi oggi dinanzi all’ostacolo? Non puoi dire di non essere stato avvisato. Di avere ipotizzato un percorso più semplice, di essere impreparato. Piuttosto, respira. Forte. E poi prega. Lo sai che da solo non ce la farai. Non a mantenere la calma, non ad essere lo sposo o la sposa ideale, non a superare le aspettative. Piuttosto deluderai. Sbaglierai. Ti sembrerà di toccare il fondo. Ma tutto ciò che tu devi all’altro è restare. In quella faccenda. In quella promessa. In quel matrimonio.

E pregare. Chiedere a chi ha veramente partecipato al vostro matrimonio di intervenire. No, non agli invitati attenti e con le pettinature anni 70 e neppure ai testimoni. Al Signore. A Lui, che ha deciso di scommettere su di voi. Chiedi di essere con voi, come quel giorno. Anzi,di più. Per andare oltre quel masso. Oltre quel limite. Oltre quel dolore, quella mortificazione, quel nodo alla gola. Stressalo. Insisti. Non smettere di domandare per te, per voi, per quelle promesse. Resterà l’ostacolo, la delusione, l’amarezza ma sembreranno superabili. Dapprima, solo per uno dei due, forse. Poi, col crescere della preghiera, il salto nell’oltre si farà mano nella mano. Come il giorno del sì. Con meno lustrini sugli abiti e molti di più sul cuore.

Livia Carandente

Vedevo una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. (2 Parte)

Per leggere la prima parte clicca qui.

Toccato il punto più basso, Dio finalmente si è mostrato a me in modo chiaro e deciso. E lo ha fatto, come spesso fa, partendo da un dolore. Un mese dopo la nascita della nostra terza figlia, mentre ero nel pieno del mio momento buio, mia moglie mi ha scoperto. Far venire a galla la mia miseria è stato lacerante. Vedevo in mia moglie il dolore che le avevo provocato, e improvvisamente è stato come se mi fossi destato da un torpore. Come ogni azione malvagia, finché rimane nell’ombra riesce a camuffarsi e a ingannare, ma appena viene portata alla luce si mostra per quello che è e l’inganno scompare. E lì, in quel dolore, Dio ha parlato e lo ha fatto utilizzando il canale che io gli avevo suggerito: il matrimonio.

Già, perché quando ci siamo sposati, per quanto ancora immaturi e un po’ inconsapevoli, Dio ci ha preso sul serio. E pronunciando quei voti davanti a Lui è come se gli avessimo detto “Signore, scelgo la mia vocazione: il matrimonio. Da adesso in poi, è attraverso questo sacramento che Tu ci parlerai. E così, quando Lui ha voluto mostrarmi il Suo amore e la Sua vicinanza, lo ha fatto con una cosa che mi ha lasciato di sasso: il perdono e la vicinanza di mia moglie. Ovviamente, questo non vuol dire che fin da subito le cose siano andate bene. Ha sofferto tanto, soffre ancora. Tutt’ora fa fatica a fidarsi pienamente di me, e sono sicuro che spesso si domandi se e quando ci ricadrò. Ma non mi ha lasciato solo neanche per un momento. Ha scoperto a sue spese che quando sposiamo qualcuno, stiamo sposando anche tutti gli errori e gli sbagli che questa persona potrà commettere, anche quelli più impensabili e che non si saremmo sognati. Questa consapevolezza lei ce l’aveva bene in testa, e non ha esitato a metterla in pratica appena ce n’è stata l’occasione.

Mi sono sentito amato da lei di un amore sovrumano, nel senso che supera le sole forze dell’uomo. E in quel momento mi sono reso conto che io invece fino a quel momento l’avevo amata di un amore umano. E, come detto all’inizio, dove non c’è Dio c’è solo egoismo e sofferenza. Ho capito che, come prima cosa, dovevo far tornare Dio protagonista del nostro matrimonio. Altrimenti non sarei riuscito a risolvere un bel niente. Perché il mio problema era su due livelli. Il primo era il problema pornografia in sé, per combattere il quale mi sono messo in mano a un bravo psicologo sessuologo che tutt’ora mi sta aiutando. E il secondo, era la pornografia come sfogo da una realtà che mi ero costruito in modo sbagliato. Se anche avessi risolto il problema pornografia, il rischio era, semplicemente, di indirizzare ad altro il mio desiderio di evasione. E le possibilità si sprecano: alcol, gioco d’azzardo, e qualsiasi altro comportamento vizioso che l’uomo è sempre tanto bravo a tirare in ballo quando cerca con le proprie sole forze di riempire un vuoto o di anestetizzare un malessere.

Persino cose in sé buone, come la palestra o un hobby, possono diventare degli idoli che distruggono la nostra vita, se non diamo loro la giusta collocazione e le giuste priorità. Così, è cominciata la mia risalita. Che è tutt’ora in corso. Ma non c’è nulla di più bello dello scoprire che la realtà è infinitamente più grande e bella di come ce l’eravamo immaginata. Ero convinto di essere bravo. Lavoravo tanto, aiutavo mia moglie in casa, facevo mille cose per la mia famiglia. Ero sicuro di star facendo tutto bene al cento per cento. E nonostante tutto questo, sentivo una mancanza dentro, un malessere che mi spingeva all’evasione. È la cosa più brutta: star male pur nella convinzione di star facendo tutto perfettamente. È quindi questo, il massimo della vita? Mi aspettavo di più… e invece, scoprire che stavo sbagliando tutto, scoprire che c’era un altro modo di condurre la mia vita, un altro sguardo da avere sulle cose, un altro modo di amare mia moglie, è stata una liberazione! Perché mi ha fatto capire che sì, il cammino era ancora lungo e faticoso, ma c’era una direzione. C’era una strada.

Con l’aiuto e la vicinanza di mia moglie, ho pian piano imparato a non vergognarmi dei miei limiti e delle mie debolezze. Ogni cosa negativa che abbiamo dentro di noi, se cerchiamo di soffocarla si ingigantisce e finisce per esplodere provocando ancora più danni. Invece le miserie vanno messe sul piatto, smascherate, tirate fuori. Ci penso spesso durante l’offertorio, quando partecipo alla Santa Messa. Ogni volta che vedo quei bambini percorrere la navata centrale portando all’altare il pane e il vino, penso a quello che sto portando io. Porto sofferenza, senso di inadeguatezza, vizi, egoismo. E li lascio sull’altare. Se Dio riesce a trasformare un disco di pane nel Santissimo Corpo di Suo Figlio, sono sicuro che potrà fare qualcosa anche a ciò che gli porto io. Come le persone che, nel Vangelo, andavano da Gesù. Non gli portavano doni, una bottiglia di vino e un vaso di fiori. Gli portavano le loro malattie. Dicendo “Ti prego, fai qualcosa”.

La persona che abbiamo sposato, fragile, fallibile, misera come noi, è però investita di una straordinaria potenza: è il tramite della grazia di Dio per me. È la luna che, di notte, riflette la luce del sole e illumina il cammino. L’amore di mia moglie, il suo sostegno, il suo perdono, mi hanno per la prima volta fatto comprendere che l’amore non devo comprarlo, né meritarlo: devo solo accoglierlo. Il suo, come quello di Dio. Faccio ancora fatica, con questa cosa. Dopo un’ora di Adorazione Eucaristica in chiesa spesso mi sale il pensiero “ecco, adesso forse Dio è contento di me…”. È un cammino, ma adesso, per la prima volta, comprendo appieno quella frase di Chiara Corbella: “L’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”. Sembra poco, ma è la cosa più difficile del mondo. Per fortuna, abbiamo accanto a noi Colui che ha vinto il mondo.

Francesco e Marina

Vedevo una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. (1 Parte)

Quando in una coppia arriva il primo figlio, è tutto una novità. Il coniuge diventa un alleato nell’esplorare insieme questo mondo sconosciuto e fatto di mille novità. I nove mesi di gravidanza vengono vissuti con gioiosa attesa, mentre con minuziosa attenzione si preparano i dettagli per l’arrivo del bambino. Ogni visita, ogni esame del sangue, ogni cosa è un percorso che si affronta insieme. O perlomeno, così è stato per noi. Ricordo ancora l’attenzione che mia moglie metteva nella sua alimentazione, nel lavare con l’Amuchina frutta e verdura prima di mangiare, nell’affrontare ogni visita e ogni esame con curiosità e fascino, mentre la gravidanza procedeva e tutto si preparava per accogliere il nostro bambino. Questo atteggiamento era da considerarsi naturale, se si pensa a una cosa ovvia ma che è bene ricordare: non avevamo altro da fare se non pensare al nostro primo figlio.

Già, perché la differenza sostanziale tra la prima gravidanza e le successive, è che nelle successive ci sono già dei bambini a casa di cui occuparsi. E se, come noi, una coppia fa tre figli in quattro anni, allora i bambini che in quel momento sono a casa e che sono bisognosi delle cure genitoriali sono molto piccoli, e molto bisognosi di molte cure genitoriali!

La seconda gravidanza di mia moglie mi è sembrata molto più “rapida” della prima, nonostante sia durata esattamente lo stesso numero di giorni (sia il nostro primo figlio sia la seconda sono nati il giorno dopo il termine). In men che non si dica ci siamo ritrovati in ritardo con l’organizzazione della cameretta, la valigia per il parto, e quasi senza accorgermene mia moglie era in sala parto e io, accanto a lei, assistevo alla nascita della nostra bambina. Che subito ha voluto mettere in chiaro che no, lei non aveva il carattere docile e mansueto del fratello… i tre mesi successivi sono stati dettati da una sorta di tortura della privazione del sonno messa in atto dalla nuova arrivata, che sembra aver deciso che 3 ore di sonno a notte erano fin un lusso.

E qui arriviamo al mio momento di crisi. La mia mente iniziava a essere affollata. Quando ero al lavoro pensavo costantemente a cosa dovessi fare per la mia famiglia, che giorno dovevo portare mio figlio dal pediatra, che giorno dovevo portare la bimba a fare i primi vaccini, tutine da comprare, esami da prenotare, spesa al supermercato da fare. E quando ero a casa, entravo in una sorta di trance agonistica in cui lo scopo era fare tutto, e farlo al top. Mi comportavo da Superman, volevo che mia moglie fosse fiera di me, io stesso mi giudicavo in base a quello che riuscivo a fare. Era diventato quasi un piacere morboso caricare la quarta lavatrice o pulire la cucina, e ogni volta che c’era da fare qualcosa per i bambini mi precipitavo, soprattutto di notte. Inutile dire che mia moglie non si opponeva a questo mio atteggiamento, anzi, pensava a quanto fosse fortunata ad avere un marito che aiutava tanto in casa. Quello che ancora non sapeva, era che il mio aiutare era egoistico. Non era un sacrificio fatto per amore, era un sacrificio fatto per essere ammirato. Nella mia insicurezza, nel mio costante bisogno di essere amato e approvato, stavo cercando di “comprare” l’amore di mia moglie.

Questo, naturalmente, ha delle conseguenze. Perché solo l’amore crea, e se una cosa non è fatta per amore allora è distruttiva. E infatti mi stava distruggendo. Con mia moglie ci incrociavamo ogni tanto per casa ma i momenti per stare insieme davvero erano praticamente nulli. La tendenza di mia figlia a strillare tutta la notte faceva sì che mia moglie andasse a letto alle 9, mentre io stavo con la bambina fino alle 2 del mattino circa, poi a quell’ora quando non ce la facevo più svegliavo mia moglie e ci davamo il cambio.

Ed è in quelle intere nottate passate da solo in salotto che è ritornato prepotente un vecchio vizio che avevo quando ero adolescente, e che mi ero illuso che il matrimonio avrebbe magicamente cancellato: il vizio della pornografia. La pornografia è un vizio subdolo, dettato principalmente dall’illusione del controllo. Non è solo una semplice questione di impulso sessuale, è un’evasione verso un mondo in cui le persone possono fare o essere quello che voglio io, quando lo desidero io. Non facendo le cose per amore, come dicevo prima, avevo fatto sì che tutta la mia quotidianità risultasse pesante e insoddisfacente, e per rilassarmi dovevo necessariamente cercare qualche evasione. Nel migliore dei casi, uno si butta sui film o sulle serie tv. Nel peggiore, nell’alcool e nella pornografia. E così, il mio tempo era scandito da serate passate a bere birra e a rifugiarmi in quel mondo, dal quale più che un appagamento sessuale ne traevo un appagamento emotivo, trovandomi in un luogo dove non dovevo soddisfare le aspettative di nessuno, ma anzi era quel mondo a darsi tanto da fare per soddisfare qualunque tipo di esigenza.

Il mondo della pornografia è oscuro e diabolico, perché non si limita a distruggere la sessualità, ma innesca tutta una serie di dinamiche che poi influiscono in tutti i livelli relazionali di una persona. E così, un collega che ti fa arrabbiare ti fa tornare alla mente quella tal attrice che invece è sempre così dolce, e così via. Pensavo che la cosa non influisse sul mio matrimonio, e invece lo stava distruggendo dall’interno, cambiando piano piano il mio sguardo su mia moglie, vedendo in lei non più una persona da amare ma una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. Facendo entrare la pornografia nella nostra vita, avevo aperto un portone gigantesco a qualunque sfaccettatura dell’egoismo, che mi allontanava sempre di più dalla mia famiglia per spingermi con la mente in un mondo ideale dove tutto poteva essere come desideravo io. In più, c’era il piacere dell’occulto. Occulto nel senso etimologico del termine: nascosto. Star facendo qualcosa di nascosto dava un piacere ulteriore alla cosa, mi faceva sentire di avere finalmente qualcosa di mio, e di solo mio. Di nuovo, anche questo era parte del piacere del controllo.

Se questa cosa è successa quando è nata la nostra secondogenita, con la terza la questione è esplosa prepotentemente. In una casa in cui gli spazi sia fisici sia emotivi si restringevano, dopo un anno in cui ero riuscito a tenere a bada il vizio della pornografia, nata la terza figlia il vizio è tornato, più cattivo di prima. La distanza sessuale con mia moglie di certo non aiutava, e nonostante lei soffrisse molto per questa nostra lontananza fisica io non mi impegnavo seriamente per risolverla, perché avevo il mio mondo virtuale immaginario in cui potevo rifugiarmi tutte le volte che la realtà diventava difficile.

L’articolo proseguirà domani. Non mancate per scoprire come è finita.

Francesco e Marina

Madre Teresa: maestra d’amore.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Oggi in questo lunedì di maggio torrido vorrei tornare sul Vangelo di ieri. E’ una riflessione che mi è venuta così. Non è stata meditata o decantata. Stavo ascoltando il sacerdote a Messa che proclamava il Vangelo e queste parole mi sono sembrate di una chiarezza che non avevo visto prima. Il Vangelo è così, posso ascoltare decine di volte lo stesso passo, ma non è mai la stessa cosa. Mi dà prospettive sempre nuove e diverse perchè io sono sempre diverso e attento ad aspetti diversi. Dio davvero ti parla attraverso la Bibbia. Credo che per tutti sia così.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Chi è per noi Gesù? Come lo amiamo? Come viviamo la nostra fede? Questo passo del Vangelo ci interroga con tutte queste domande che sono decisive nella nostra vita. Che fede ho? Ho una fede emotiva? Cerco tutte quelle esperienze che mi fanno sentire qualcosa? Come può essere un pellegrinaggio o un momento di preghiera carismatica. Oppure quel sacerdote tanto bravo che fa quelle omelie che mi toccano il cuore. Oppure quelle celebrazioni così coinvolgenti. Per carità sono tutte esperienze belle e che possono riempire il cuore, ma non sono ciò che conta, non possono essere ciò su cui basiamo la nostra fede.

Chi ci può aiutare a smascherare questa fede del sentire è sicuramente madre Teresa di Calcutta. La santa suora ha vissuto anni non sentendo nulla, sentendo solo un grande buio e una solitudine assoluta. Non sentiva Dio, non avvertiva su di sè l’amore di Dio. Lo ha scritto diverse volte. In una di queste si rivolge al suo confessore: Non pensi che la mia vita spirituale sia coperta di rose. Questo è il fiore che raramente trovo sul mio cammino. Al contrario più spesso ho per mia compagna l’oscurità. E quando la notte si fa molto fitta e mi sembra che andrò a finire all’Inferno, allora, semplicemente, offro me stessa a Gesù. Se vuole che ci vada, sono pronta, ma solo a condizione che veramente ciò Lo renda felice.

Eppure si dona totalmente a quel Dio che non sente vicino, ma che è sicura che ci sia e che sia il senso di ogni cosa. Lo fa attraverso gli ultimi, i più poveri tra i poveri. Lo fa con un amore e una concretezza unici. Scrive Padre Neuner, sacerdote molto vicino a madre Teresa: nella vita quotidiana si mostrava gioiosa, e infaticabile nella sua opera. La sua agonia interiore non indeboliva le sue attività. Grazie al suo ascendente carismatico guidava le sorelle, apriva nuovi centri, diventò famosa. Dentro di lei, però, c’era vuoto assoluto.

Questa è la fede! Non è il sentimento che forse ci fa anche stare bene. Ma spesso il sentimento se non sostenuto dalla volontà di donarci sempre e comunque si rivela solo un fuoco di paglia. Certo se c’è va bene, rende tutto più facile. Ciò però che rende la nostra fede autentica è l’amore. Nel modo che è scritto nel Vangelo: se uno mi ama, osserverà la mia parola. Detto in modo più concreto: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso.

Perchè è importante soprattutto per noi sposi? Perchè questa Parola cambia tutto! Nella nostra vita di fede e anche nel nostro matrimonio. Già anche nel matrimonio perchè le regole sono le stesse. Adesso risponditi a questa domanda: sei pronto ad amare tuo marito o tua moglie come madre Teresa ha amato Dio nei poveri? Questa è la domanda decisiva. Perchè la fede non è altro che l’amore verso Dio. Se sapremo vivere la nostra fede anche quando attraverseremo il buio dell’anima, come ha testimoniato madre Teresa, senza sentire nulla, allora potremo dire di essere capaci di amore vero anche con nostro marito o nostra moglie, e non solo di assecondare dei sentimenti e delle passioni. La fede è lo specchio della nostra relazione sponsale e di conseguenza il matrimonio è specchio della nostra fede.

Antonio e Luisa

Compagno e coniuge. Non hanno lo stesso valore.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiediamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

La ricerca del vero amore

Quando avevo circa 6 anni amavo giocare con i soldatini, ma anche con le bambole di Ken, Barbie e Skipper. Giocavo con mio fratello Maurizio, più piccolo di due anni. Immaginavamo la famiglia felice, probabilmente perché non l’avevamo; mio padre era quasi sempre assente e quando tornava ci dava spesso punizioni e botte da orbi. Da adolescente, mi ero fatto una visione molto romantica dell’amore e immaginavo una ragazza con cui stare, ma non avevo ancora una idea chiara. Crescendo poi pensavo di sposarmi, ma in realtà non ne ero molto convinto e le mie storie erano molto confuse e duravano poco; spesso basate solo sui rapporti fisici, come se il sesso potesse sanare tutte le ferite che mi segnavano: una famiglia separata, mio fratello Maurizio finito nella droga, una fanciullezza molto dolorosa, la depressione che mi ha accompagnato per circa 30 anni fino a prendere psicofarmaci.

In realtà non sanavo nulla, anzi aggiungevo tante incomprensioni, storie fallite, aspettative deluse. Avevo da sempre nel cuore di mettermi al servizio di chi soffre e di cambiare in bene il mondo e dal 1999, quando incontrai la fede cristiana, qualcosa dentro di me cominciò a trasformarsi. Così, dopo un periodo di grande introspezione, nel 2003 decisi di lasciare Napoli e il mio lavoro di giornalista dei potenti e di trasferirmi nel catanese in Sicilia, in una casa famiglia per aiutare gli altri e per recuperare la mia vita che era a pezzi.

In Sicilia ho avuto solo due storie importanti finite male, ma che ricordo con grande affetto; ero sempre confuso e non capivo se volevo donare tutta la mia vita a Dio e al servizio degli altri o se desideravo formare una famiglia e solo nel mio tempo libero dedicarmi agli altri. Questa mia eterna incertezza faceva inevitabilmente finire ogni storia, perché quando mi si chiedeva di scegliere tra una vita normale con la famiglia e la vita missionaria non davo mai una risposta chiara. Nel 2014, a 45 anni, man mano che la mia fede cresceva in casa famiglia grazie alle preghiere e alle tante opere di carità, cominciai a fare chiarezza dentro di me e capii che la mia vita di coppia doveva avere Dio alla base, per offrirmi totalmente al prossimo; desideravo che la mia vita con la mia sposa fosse totalmente donata a Dio e al nostro prossimo, perché da solo non ero completo.

Nel 2015 scrissi un articolo, per il giornale ‘’La Speranza’’, di cui sono direttore, edito dalla Missione di Speranza e Carità di Palermo, trattai dei gesti e delle persone che avevano convinto Fratel Biagio a tornare in missione. Infatti in quel periodo Fratel Biagio, il missionario fondatore della comunità, scoraggiato dall’indifferenza verso i poveri, si era allontanato. Vagliai tante testimonianze, una in particolare mi colpì molto, era di una donna volontaria della missione che non conoscevo, la quale scriveva “Io ogni giorno vado in Missione e dono alcuni alimenti, non tanti, non ho grosse possibilità, ma se ognuno di noi donasse qualcosa ai poveri della Missione, questa potrebbe andare avanti lo stesso; i poveri sono di tutti, non solo di Fratel Biagio’’. Pur lavorando, in quel momento non veniva pagata regolarmente e per fare questa donazione non mangiava, ma diceva anche ‘’mi farà bene così dimagrisco”. Ebbene questa frase la pubblicai nel giornale, ma in realtà la scrissi anche nel mio cuore e volli conoscere questa donna che si chiamava Barbara.

Riuscii ad avere il suo contatto facebook e le chiesi la classica amicizia; quasi da subito Barbara mi coinvolse in una nuova iniziativa, uno spettacolo teatrale il cui ricavato sarebbe stato devoluto alla missione e che aveva bisogno di divulgazione. Ci siamo sentiti varie volte al telefono e cresceva sempre di più un legame fra noi; dopo circa un mese finalmente ci siamo conosciuti personalmente e ci siamo subito innamorati. Dopo tre mesi di frequentazione, ho chiesto a Barbara di sposarmi, di seguirmi nella vita che facevo in casa famiglia per aiutare i poveri, di lasciare il lavoro e di vivere di sola Provvidenza. Barbara non mi disse nè sì ma neanche no, ma io nei suoi occhi ho letto tutto il suo amore per me e ho visto il suo cuore disposto a dedicarsi agli altri, cosa che lei aveva già maturato da anni, come me.

La Madonna mi venne in soccorso in quel periodo, conobbi la preghiera delle 1000 Ave Maria, un gruppo che ogni giorno dedicava all’Immacolata centinaia di Ave Maria. Cominciai anche io a pregare in continuazione, in ogni dove, durante gli spostamenti da un posto all’altro, pensate che una volta, mentre ero in attesa in un Pronto Soccorso, sono arrivato a pregare anche oltre 2300 Ave Maria in un solo giorno, pregai dalla sera per tutta la notte fino a quando albeggiò. La mia vita era diventata al servizio verso i poveri, ma anche una continua preghiera alla Madonna per convincere Barbara a fare questa scelta, perché lei non si convinceva e ogni mese rimandava la decisione di sposarmi.

Volete sapere come è finita? Lo scoprirete nel prossimo articolo

Riccardo

Gli idoli succhiano la vita. Dio, invece, te la dona.

Ma quanto sono belli i comandamenti di Dio? Noi (quelli come me che hanno “fatto il catechismo” negli anni 70) siamo abituati a ripeterli come ordini severi ricevuti dall’Alto:

IO SONO IL SIGNORE DIO TUO: PRIMO, NON AVRAI ALTRO DIO ALL’INFUORI DI ME, SECONDO, NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO…

Me lo immagino, quel Dio, con l’indice puntato verso di me e le sopracciglia aggrottate. Parla sicuramente con le labbra strette. Ma andiamo a vedere cosa dice davvero la Bibbia, la parte cioè da cui è stata estratta questa formula del catechismo di San Pio X.

Dal libro del Deuteronomio, capitolo 5: Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me. Allora le cose cambiano! Con estrema dolcezza mi ricorda che lui è MIO, il mio Dio, ma non solo: è quel padre buono che ha fatto scappare i miei padri dal paese dell’oppressore dopo quattrocento anni di schiavitù e li ha quindi liberati e salvati. Per questo mi ricorda che se voglio essere felice non devo affidare la mia vita ad altri se non a Lui.

E la sua azione non si limita a Israele ma a ciascuno di noi. Io personalmente sono stata liberata dopo “soli” quarant’anni. Non per cattiva volontà di Dio, ma a causa della mia durezza di cuore e della mia ostinazione nel cercare risposte al mio desiderio di pienezza ovunque tranne che nel posto giusto.

Siamo fabbricatori di idoli, ne produciamo in serie ogni giorno. La nostra è una continua battaglia nel contrattare tra le cose di Dio e le cose del mondo. Siamo negoziatori del peccato, sindacalisti dell’auto coscienza, manifestanti del diritto alla grazia. Insomma, pretendiamo di vivere attaccati ai nostri idoletti da quattro soldi, ma in caso di necessità estrema andiamo a rivendicare le grazie all’unico Dio, magari rinfacciandogli la Sua Parola. Gli idoli ci succhiano la vita. Vediamo perché. Nella mia ricerca di senso della vita (che prima o poi capita a tutti di farsi le solite domande tipo cosa ci faccio al mondo, da dove vengo e dove vado) ho tentato di riempire i miei vuoti con parecchi idoli.

Il mio corpo: che bello sentirsi belli, in forma, attivi! sì, ma se questo determina la mia felicità, cosa succederà quando non potrò più andare in palestra per qualsiasi motivo, quando ingrasserò o quando semplicemente invecchierò? Una delle nuove dipendenze, accanto a quella delle slot machines, è proprio quella della chirurgia estetica. Ci sono persone che non si arrendono ai segni del tempo e combattono a colpi di bisturi sino a diventare la caricatura di loro stesse. Ed ecco che l’idolo ti succhiala vita.

Avevo un altro idolo: il mio lavoro. Che bello sentirsi una maestra “acclamata”, richiesta, indispensabile! Non avevo tempo libero, dovevo pensare alla scuola. Ah, se non ci fossi io… Ma poi un giorno cambia tutto e non ti senti più in comunione con il resto dei colleghi così ti ritrovi a non essere più la colonna portante di tutto l’impianto. Anzi, sei gentilmente pregata di fare le valigie e togliere il disturbo.  E allora? Ecco che sento un po’ di vita che viene risucchiata via da me.

Insomma, questi sono i più evidenti, ma ce ne sono altri che possiamo scovare facendoci questa domanda (magari invochiamo prima lo Spirito Santo, che ci dia luce e coraggio): c’è qualcosa nella mi vita senza la quale io non vorrei più essere viva? Senza la quale per me non varrebbe più la pena vivere?

Uno degli idoli più subdoli è il figlio. Sì, proprio lui. Non che lui ne abbia colpa, certamente, ciascuno è un dono unico e irripetibile, ma siamo noi che lo mettiamo al posto sbagliato. L’idolo è tutto ciò che mettiamo sul piedistallo al posto di Dio, e qualsiasi soggetto prenda quel trono, sia esso una persona o altro (carriera, oppure il denaro, oppure noi stessi, ecc) servirà solo a deviarci dalla salvezza e dalla gioia già su questa terra, perché ogni cosa che non sia Dio ha già scritta su di sé la parola FINE. THE END. GAME OVER.

Una persona ti può deludere (anzi, certamente a volte ti deluderà perché è un peccatore come me e come te), lasciare o morire. Per tutto il resto, come ci viene dimostrato quotidianamente dai fatti della vita, non c’è nulla che possa essere perennemente con noi. Nemmeno la casa “che finalmente ho finito di pagare”, nemmeno il posto fisso, nemmeno altro.

Il figlio, dicevo, spesso viene investito della funzione di divinità; a lui, tanto atteso, viene chiesto di rispondere pienamente al nostro desiderio di essere genitore, di essere amati. E spesso (parlo per noi donne) viene messo al posto del marito. Al pargolo viene chiesto così di essere il datore della gioia, della pace, della pienezza, della felicità, della speranza, del senso della vita. Non può deluderci. Ma lo farà certamente perché gli stiamo chiedendo di fare il lavoro di Dio, il quale, professionalmente parlando, è insuperabile: come sa fare Dio il Padreterno non lo sa fare nessuno!

La donna mette spesso il figlio al posto del marito, dicevo: ho scoperto che è una questione di posti fissi. Se metto al primo posto Dio, mi riempirò del suo amore e del suo perdono, così potrò riversarlo su colui che sta al secondo posto: mio marito. Non i miei figli, ma mio marito. Insieme a lui, entrambi riempiti dell’amore di Dio, che è l’unico che funziona e ha una garanzia eterna, possiamo amare finalmente i nostri figli. Nessuno può dare ad altri ciò che non ha: se non mi sento perdonato non potrò perdonare, se non mi sento amato non potrò amare. Il Datore dei doni di cui sopra è sempre il nostro Papino, il nostro Abbà: Dio.

Ciò di cui ha bisogno un bambino non sono un papà e una mamma che lo amano, perché anche i figli dei separati li hanno. Un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma che SI amano e INSIEME LO amino.

Io lo posso dire perché l’ho sperimentato: i miei due figli durante quei nove mesi di separazione da mio marito erano amati da entrambi, ma infelici. Era stato tolto loro ciò che avevano di più caro: l’amore tra i genitori. Insomma, gli idoli ci minacciano ogni giorno ma ci danno l’opportunità di crescere nel distacco e nell’affidamento continuo per imparare a vivere come un bambino in braccio a sua madre.

Tutto il discorso fatto non significa che bisogni vivere diventando pigri e obesi, o privandoci di ogni cosa, oppure lavorando con superficialità. Significa piuttosto che dobbiamo vivere come da consigli di San Paolo: “quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”

Amo il mio lavoro, ma non è la mia ragione di vita. Amo mio marito e i miei figli e tremo all’idea di perderli, ma devo guardare tutto in un’ottica di eternità e con gli occhi della fede se non voglio distruggermi la mente e il cuore. Mi fido di Dio, non mi ha mai delusa.

A proposito della ricchezza: alcuni santi erano ricchi e potenti, troviamo santi tra re, regine e imperatrici e non tutti hanno rinunciato alle ricchezze come san Francesco. Si sono fatti amministratori della provvidenza divina. Non conta ciò che abbiamo o che non abbiamo, ma come ci mettiamo in relazione con ogni bene, talento, persona. “Fate tutto per la gloria di Dio”, ci ricorda San Paolo.

E noi ci proviamo, con fatica e con gioia, accompagnati da Gesù, ma chiedendoci sempre: “Dove stiamo attaccando il nostro cordone ombelicale? A chi stiamo chiedendo nutrimento, vita?

Betti Ricucci

L’articolo originale sul blog https://bettiricucci.wordpress.com/2017/01/24/lidolo-ti-succhia-la-vita-dio-invece-te-la-dona/

Vi tradisce? Che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri perchè racconta tantissimo di come è Gesù e di come è l’amore di Gesù di cui noi sposi dovremmo essere immagine. Non certo per la nostra umana povertà ma per la grazia del sacramento. Possiamo esserlo, Tutti! Anche quelle persone che credono di essere più povere e disgraziate di altre. Dio è nel vostro matrimonio.

E’ importante contestualizzare il momento in cui Gesù dice la frase che ho riportato. Il momento è descritto nello stesso Vangelo qualche versetto prima: Quando Giuda fu uscito. Ci troviamo quindi nel cenacolo. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, ha donato il suo corpo e il suo sangue nell’ultima cena, è stato un’ultima volta con i suoi amici nell’intimità di una casa e di una cena condivisa. Ha dato tutto a quegli uomini testardi ed incoerenti. Uomini bisognosi di continue conferme e tardi a capire il suo messaggio d’amore. Ha dato tutto e li ama tutti immensamente. Anche Giuda che prende e se ne esce. Giuda decide di uscire dal cenacolo. Giuda rompe la comunione con Gesù e con gli altri apostoli. Esce perchè Gesù non è come se lo aspettava. Gesù non si comportava come lui voleva facesse. Per questo se ne va. Rompe la comunione perchè Gesù non si è rivelato essere quello che lui credeva fosse. E’ rimasto disilluso e incapace di andare oltre i suoi schemi e le sue idee. Mi fermo su Giuda perchè tanti sposi sono come lui. Lasciano il cenacolo, rompono la comunione con Gesù e con i fratelli, con la persona che hanno sposato, perchè il matrimonio non è come se lo aspettavano. Perchè l’altro si è dimostrato incapace di dare loro quello che volevano. Per questo escono dal cenacolo per cercare altrove il loro Messia, il senso della loro vita. In questo modo però abbandonano la presenza sicura di Cristo.

Torniamo nel cenacolo dove sono rimasti Gesù e gli altri discepoli. Il cenacolo può benissimo rappresentare il nostro matrimonio. Se uno dei due se ne va come Giuda, resta comunque Gesù con il discepolo ancora fedele. Giuda è uscito per andare a tradire Gesù. E Gesù lo sa. Ed è qui che dona ai discepoli e ad ognuno di noi il comandamento nuovo. E’ qui che dice allo sposo abbandonato: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Gesù risponde al tradimento con l’amore. Padre Bardelli, nostra guida spirituale e di vita per tanti anni, ci diceva sempre la stessa cosa. Se l’altro vi tradisce o se ne va voi amatelo di più per riattirarlo a voi. Detto così sembra un consiglio folle. Per il mondo sicuramente lo è. Per un cristiano non può però esserlo. Perchè se riteniamo folle amare chi ci abbandona e che ci ha fatto del male allora dobbiamo avere il coraggio di portare fino in fondo questo ragionamento e dire che Gesù era un folle perchè è andato in croce. Invece non è folle ma è amare da Dio. Amare nel modo che ci siamo impegnati a vivere il giorno delle nozze. Amare sempre e senza condizioni. In modo completamente gratuito.

Chi riesce a fare questo diventa una profezia vera di Gesù. Detto in altre parole rende concreto oggi il sacrificio di Gesù. Sacrificio che ha salvato ognuno di noi. Chi riesce ad amare così non è vero che è uno sfigato che non si rifà una vita. E’ una persona che prende sul serio il matrimonio e che crede che in quella promessa ha preso dimora Gesù. Io lo vedo in tanti sposi abbandonati. Vedo tanta sofferenza, senza dubbio. Gesù ha sofferto sulla croce. Vedo anche però la pace di chi sa che sta facendo la cosa giusta e sa che in quel matrimonio che sembra fallito e morto c’è ancora lo Sposo, c’è ancora il Cristo che ci ama immensamente e si prepara ad accogliere ognuno di noi nelle nozze eterne.

Questa riflessione è dedicata agli amici della fraternità Sposi per sempre e a tutte quelle persone che seppur abbandonate non vengono meno alla promessa e all’amore. Grazie per essere una immagine tanto forte e vera di Gesù nel mondo di oggi che ne ha tanto bisogno.

Antonio e Luisa

La libertà del matrimonio

I miei articoli nascono in modi diversi. Alcune volte sono stimolato da un libro, altre volte da qualcosa che accade nella mia vita e altre ancora nascono dal discernimento. Nella preghiera. La preghiera non è solo quella in chiesa davanti al Signore o nel raccoglimento della mia camera. Preghiera per me è anche riflettere mentre corro in mezzo alla natura. Preghiera è entrare in relazione con Gesù nel profondo di me. Mentre corro mi riesce molto bene. La riflessione che intendo esporre questa mattina è nata proprio in questo modo.

Come sono cambiato in questi 20 anni di matrimonio (il 29 giugno festeggiamo 20 anni)? Certo che mi faccio un sacco di paranoie. Ma tant’è. Intendo cambiamenti non fisici. Quelli sono evidenti. Vent’anni ti cambiano moltissimo. Intendo nella mia relazione con Luisa? Nella mia percezione del significato del matrimonio? Mi è venuta un’intuizione chiara. Una prospettiva diversa dal solito, che non avevo mai preso in considerazione seriamente, ma che ritengo invece essere importante. Perchè dice tanto del cammino fatto fino ad ora. Mi dice anche tanto che puntare tutto sul matrimonio è stata la scelta giusta.

Quando incontrai Luisa, la corteggiai, iniziai a frequentarla e poi la relazione divenne sempre più importante e stabile. Io mi sentivo di aver finalmente trovato una persona che fosse capace di capire ed apprezzare quanto io fossi bello e bravo. Sembra stupido ma quella era la mia percezione. Una che finalmente sapeva apprezzarmi, e soprattutto che aveva bisogno di me. Pensavo che fosse molto fortunata ad avermi accanto. Insomma ero gratificato dal suo amore, dalla sua stima e dal suo bisogno di me.

Ero un giovane uomo ferito dalla mia storia e dalle mie relazioni affettive precedenti, ero probabilmente un po’ narcisista, o forse ero semplicemente una persona fragile, insicura e bisognosa di avere conferme. Luisa me le dava. Questo mi piaceva da morire. Poi c’era anche tutto il resto: attrazione, dialogo, affinità (seppur nella differenza). Ma non c’era ancora l’amore. Quello libero. Quello capace di gratuità e di farsi dono sempre. Quello non c’era. Mi piaceva pensare che Luisa avesse bisogno di me ma ero io che avevo bisogno di lei e di quello che mi dava.

Poi nel tempo il matrimonio mi ha guarito. Le ferite si sono pian piano rimarginate, anche se non saranno mai totalmente chiuse, e vedo tutto in un altro modo. Quello che ha fatto la differenza credo è proprio la libertà che ti dà il matrimonio di mostrarti completamente nudo, ti permette di togliere tutte le maschere, di farti vedere nelle tue parti più brutte, quelle di cui ti vergogni e che hai sempre attentamente celato a tutti. Nel matrimonio no, sei libero di lasciarti guardare per quello che sei, con i tuoi pregi e anche i tuoi difetti. Ringrazio Luisa di avermi accolto sempre e comunque. Con lei ho avuto la libertà di aprirmi, di mostrarmi nella mia debolezza, nei miei errori, nelle mie difficoltà, nei miei fallimenti. Lei c’è sempre stata. Il suo sguardo su di me non è mai stato giudicante, semmai preoccupato o triste ma non ha mai smesso di vedermi bello. Questo dà tanta forza. Abbiamo litigato certo, ma il suo sguardo e la sua fiducia per me non sono mai cambiati. Questo mi ha permesso di guardare le mie ferite una ad una. Di ammettere a me stesso che non ero capace di fare tante cose, che avevo mille blocchi psicologici ma che ero bello così. Per Luisa lo ero. Quindi lo ero. Questo mi ha dato tanta forza. Mi ha permesso di andare oltre quelli che credevo fossero i miei limiti, limiti che mi ero imposto io.

Adesso sono diverso proprio grazie al matrimonio e grazie a Luisa. Sono diverso perchè non ho più bisogno di conferme, non ho bisogno di diventare quella persona che non sarò mai e non ho bisogno di mentire a me stesso. Posso mostrarmi a tutti per quello che sono senza paura di venire giudicato male. I giudizi ci sono sempre ma non mi fanno più così male. Io sono arrivato a Dio dopo il matrimonio. Ci sono arrivato proprio grazie all’amore che ho sperimentato nel matrimonio. Ho compreso cosa fosse davvero l’amore. Non ho incontrato Gesù nel catechismo o nei libri, ma in una donna, fragile e povera come me, ma che sapeva dove attingere per trovare forza e sostegno.

C’è una frase di san Giovanni Paolo II che esprime benissimo quanto ho voluto esprimere oggi: Spesso per l’uomo di oggi, la fedeltà al matrimonio sarà l’unica occasione che avrà per diventare cristiano. Oggi, dopo vent’anni di matrimonio ho capito che è proprio così. Non perchè io ho assolto ad un obbligo, l’essere fedele al matrimonio, ma perchè, nella fedeltà a quel sacramento e alla persona che ho accanto, ho incontrato Cristo e Lui sta guarendo le mie ferite.

Ciò non significa che quello che ho scritto valga per tutti. Ognuno ha la sua strada e la sua storia però quello che vale per tutti è che nel matrimonio possiamo guarire. Chi mi ha guarito non è stata Luisa. Luisa mi ha permesso di fare l’incontro della vita, quello con Gesù. Chi guarisce è solo Gesù. Per questo non c’è matrimonio che non possa condurre a Gesù se lo viviamo fino in fondo. Cristo è nel matrimonio. E’ presenza viva. Anche quando la relazione sembra fallita e l’altro dovesse abbandonarci. Cristo c’è e ci sarà sempre. Sta a noi aprire il cuore il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio.

Don Fabio Rosini durante una recente catechesi rivolta alle famiglie romane ha, come al solito, colto un punto su cui focalizzare l’attenzione. In una frase, in una sola affermazione ha demolito la nostra idea romantica del matrimonio. Cosa ha detto? Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio.

Ognuno di noi ha un’idea di come dovrebbe essere, di come dovrebbe essere l’altro e di come dovrebbe essere il matrimonio. Dice don Fabio: la nostra idea è avere un ordine, il nostro ordine, abbiamo un ordine nella nostra testa eppure, poi nella concretezza della vita noi siamo caotici, le cose non vanno come pensiamo. Ed è per questo che poi non siamo soddisfatti e possiamo arrivare ad odiarci ed odiare la famiglia che stiamo costruendo con nostro marito o con nostra moglie. Crediamo che sia colpa nostra. Qui finisce la riflessione di don Fabio e comincio la mia. Perchè don Fabio ti fa pensare e queste parole risuonano in testa, ti fanno riflettere sulla tua vita, sulle tue scelte e anche su quelle di tante persone di cui conosci la storia e le sofferenze.

Questa idea che abbiamo in testa rovina tutto. Un continuo confronto tra come è e come dovrebbe essere la nostra vita. Così si rovina tutto! La bellezza del matrimonio è data dalla radicalità della scelta. Tante persone avrebbero voglia di certezze, appunto di ordine, di poter controllare tutto. Il matrimonio non è così. Nel matrimonio ti viene chiesto di darti completamente e non hai certezze che tutto vada come tu vuoi. L’unica certezza sei tu e la tua volontà di darti completamente se lo vuoi naturalmente. Per alcuni questa è una fregatura.

Perchè correre il rischio di sposarsi allora? Perchè il matrimonio non è un qualcosa che ci viene dato per soddisfarci, l’altro non può e non deve essere lo strumento con cui raggiungere la felicità. L’altro non è qualcosa che ci appartiene e che deve riempirci di ciò che noi desideriamo (cura, attenzioni, sesso, ascolto, ecc) ma è lo strumento che Dio ci ha messo accanto per costruire una relazione dove restituire l’amore che riceviamo nella nostra vita di fede, nel nostro sentirci figli amati! Che non significa che non è desiderabile e bello che l’altro si prenda cura di noi. Quando Luisa mi abbraccia, mi prepara quel piatto che mi piace o cerca l’intimità con me mi fa stare bene e mi riempie il cuore. Quello che voglio dire è che nulla è dovuto e scontato e la mia gioia la posso e devo cercare prima di tutto in Dio, il solo capace di un amore infinito, fedele e gratuito. Solo così non sarò dipendente dalle attenzioni di Luisa, saprò donarmi senza aspettare che sia lei a farlo per prima e accoglierò quanto lei saprà offrirmi come un dono e non pretenderò nulla da lei.

Se non è così salta tutto. Infatti spesso salta. Cosa distingue il matrimonio da altre relazioni affettive? L’attrazione fisica? No! Per nulla! In tante altre relazioni c’è, ma non basta. Serve vivere il nostro matrimonio come vocazione. Vocazione che è amare ora, adesso, quella persona di carne che abbiamo accanto. Perchè amando quella persona stiamo amando Dio e stiamo costruendo nel nostro matrimonio la nostra relazione non solo con l’altro ma anche con l’Altro, con Dio. E’ questo che dà senso.

Solo così guariremo dalla nostra idea di matrimonio e incominceremo a vivere il matrimonio reale. Non continueremo a lamentarci per quello che ci manca ma saremo capaci di cogliere l’opportunità di amarci per quelli che siamo e di costruire con quello che abbiamo. Anche se è molto diverso da quello che ci saremmo aspettati. Solo così saremo capaci di gratitudine per ciò che di bello succede e avremo la forza della grazia per ciò che invece arreca difficoltà e sofferenza. Non abbiamo certezze, ogni giorno va vissuto dando tutto di noi. Non possiamo controllare tutto. E Dio non è il genio della lampada che basta chiedere per cancellare ogni dolore e sofferenza. Non è così!

Mi succede di ascolare le lamentele di alcune persone che si arrabbiano con Dio perchè il matrimonio non è come loro lo volevano. Si sentono creditori perchè loro hanno fatto la propria parte affidando il loro amore a Dio nel matrimonio e Lui? Perchè non fa il miracolo? Perchè non rende tutto perfetto? Perchè non mi dà il marito premuroso ed amorevole sempre disponibile ad ascoltarmi? Perchè non mi dai una moglie che capisce i miei bisogni e si lamenta se vado a giocare a calcetto con gli amici tutte le settimane? Per arrivare a situazioni davvero difficili: perchè non mi dà quei figli che tanto desidero? Capite come così ci si focalizza su ciò che manca e non sulla persona che abbiamo accanto e su quello che abbiamo e che possiamo dare.

Dio non è il genio della lampada. Dio è l’amore. Dio è il senso di tutto e il matrimonio non è il senso di tutto. Il matrimonio è l’opportunità che abbiamo di fare esperienza di Dio. Imparando a donarci ed accoglierci. Quando capiremo che donandoci adesso con quell’uomo o quella donna che abbiamo accanto, così come è, nella situazione in cui siamo, troveremo Dio e il senso della vita. Anche nel casino della nostra famiglia. Famiglia che non sarà perfetta ma che è l’occasione più importante che Dio ci offre per fare esperienza di Lui e del Suo Amore. Questo è il matrimonio.

Antonio e Luisa

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La donna è madre, sempre!

Dire mamma o donna è la stessa cosa. Tutte le donne sono mamme se vivono la propria umanità fino in fondo, se sviluppano tutto ciò che sono. Perchè non è vero che sono mamme solo coloro che hanno figli, tutte le donne sono mamme per come sono e se si arrendono a ciò che sono.

C’è una società liquida, la nostra, che sta cercando di eliminare ogni differenza tra la donna e l’uomo, che sta cercando di dirci che tutti sono uguali, che un uomo e una donna hanno lo stesso modo di amare, di vivere, che hanno la stessa sensibilità, le stesse potenzialità, lo stesso modo di fare l’amore, gli stessi desideri. Insomma hanno solo un corpo diverso ma tutto il resto è uguale.

Non credete donne a questa menzogna. Voi siete meravigliose quando riuscite ad essere donne e quindi mamme. Siete una meraviglia per noi uomini perchè ci mostrate quello che noi non siamo e che non potremo mai essere. Ci mostrate una bellezza che è affascinante e incredibilmente attraente. Non che noi siamo meno ma abbiamo un altro modo di essere, siamo differenti. Ed è nella differenza che c’è attrazione.

E le donne che non possono avere figli? E le suore? Non sono donne fino in fondo? Certo che lo sono perchè anche loro sono mamme. Perchè essere mamma non è condizione che dipende dal numero dei figli, ma è un’apertura del cuore, un atteggiamento, è appunto l’abbandono a Dio per essere ciò che siete. Maria non è diventata madre il giorno in cui l’angelo le è apparso e lei ha pronunciato il suo sì. Lì è diventata la mamma di Gesù ma era già madre. Maria è diventata madre giorno dopo giorno negli anni che hanno preceduto quel momento tanto importante per tutta l’umanità. Maria ha saputo dire il suo sì perchè era già madre, era già capace di aprire il cuore per poter accogliere dentro di sè. Alla fine è questo. Voi donne siete una meraviglia perchè sapete amare da Dio. Oggi ho voluto riprendere una riflessione di Luisa che potete trovare nel nostro libro “Influencer dell’amore“. Credo che esprima benissimo quella che è la bellezza della donna che noi uomini, almeno per me è così, la rendono quella meraviglia che è.

Noi donne siamo fatte, è il corpo che ce lo dice, per accogliere dentro di noi. La nostra maternità è accogliere la vita. Vita che non è solo biologica. Serve infatti poi una premessa per non generare malintesi. Una donna che non può generare vita biologica può essere altrettanto madre, se non di più, di chi la genera. E’ un discorso che riprenderò dopo. Dicevo che il nostro corpo è diverso. Il nostro DNA è diverso. Non avere quel cromosoma y fa una differenza enorme. Pensateci! Il nostro corpo è fatto per accogliere. Quando riattualizzo il mio sacramento, quando ho un rapporto intimo con mio marito, sono io che accolgo. Lui entra fisicamente in me. Non io in lui. Questo rende tutto più complicato per noi donne. Serve un abbandono e una fiducia completa nel nostro amato. Accogliere dentro di me lui e il suo seme implica un coinvolgimento non solo del mio corpo, ma di tutto. Del mio spirito e della mia sfera psicologica. Per questo forse il rapporto fisico ha un significato molto più importante per noi donne rispetto agli uomini. Non finisce qui. Noi donne abbiamo un utero. Gli uomini no. Giovanni Paolo I ha definito Dio come padre e madre. Ecco l’utero esprime proprio la maternità di Dio. Come? Uno degli aggettivi con cui viene definito Dio nella Bibbia è misericordioso. Nella traduzione latina misericordia rimanda al cuore. Significa portare nel cuore. In ebraico no. La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. E’ l’utero. Noi donne, più degli uomini, esprimiamo questa caratteristica di Dio. Noi esprimiamo la misericordia di Dio. Siamo capaci, quando viviamo pienamente la nostra maternità, di generare nuovamente nostro marito. Sappiamo accoglierlo per quello che è, sappiamo vedere in lui la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo. Questa accoglienza ci rende vere donne. Questo significa essere madri feconde.

Quindi il problema non è discutere sul lavoro della donna. Donna in carriera o mamma a casa. Non è questo. Ogni donna credo debba sentirsi libera di esprimere le proprie potenzialità come meglio crede. Alcune si troveranno più realizzate dedicandosi completamente alla famiglia mentre altre sentiranno il bisogno di impegnarsi anche nel lavoro. Non è questo il problema e una scelta non è meglio dell’altra. Esiste la scelta giusta per ogni donna, scelta personale e soggettiva. Sentivo pochi giorni fa le polemiche sull’astronauta Samantha Cristoforetti che è partita per alcuni mesi di missione lasciando i figli piccoli a casa con il marito. Non voglio entrare in quelle polemiche. Credo che sia una decisione interna alla coppia e che lì debba restare. Quello che mi interessa mettere in evidenza è che la donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

E io la penso come il papa santo: Grazie a te donna!

Antonio e Luisa

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Fare l’amore (nel matrimonio) è già preghiera

La prendo alla larga. Il mio padre spirituale raccontava con un misto di ilarità e santa pazienza quanto una signora gli aveva confessato qualche tempo prima. Vi scrivo più o meno il dialogo tra la pia donna e il nostro fratone:

Signora: Padre quando faccio l’amore con mio marito dico sempre il rosario così prego anche in quei momenti e non mi lascio prendere troppo dalle passioni della carne. Padre Raimondo: Tu quando c’è la consacrazione reciti il rosario? Signora: No ma cosa c’entra? Padre Raimondo: Quando fai l’amore con tuo marito stai già pregando, anzi stai rinnovando un sacramento che è ancora più grande della preghiera, non c’è bisogno che tu dica anche il rosario. Il rosario è una preghiera meravigliosa ma ci sono altri momenti per recitarlo. E se provi desiderio per tuo marito ringrazia Dio. Non c’è nulla di male a provare piacere durante l’intimità.

Ascoltai questa risposta nel duemila quando ero un giovane di 26 anni che stava frequentando un corso fidanzati con la mia futura moglie Luisa. Quelle parole furono per me un’illuminazione. Non avevo mai sentito parlare in questo modo del fare l’amore. Credevo che la Chiesa tollerasse il sesso nel matrimonio perchè era necessario per procreare ma non avevo mai creduto che potesse considerarlo come una preghiera, anzi, come affermato da padre Raimondo, più di una preghiera. Da quell’episodio ne è passato di tempo, mi sono sposato e ho avuto modo di sperimentare come padre Raimondo avesse ragione.

Fare l’amore è davvero una preghiera meravigliosa quando fatto nel modo giusto. Per questo è importante che ognuno di noi si impegni a fondo per purificare il proprio sguardo e il proprio desiderio. Per entrare sempre più in comunione l’uno con l’altra perchè noi siamo immagine di Dio. Non solo io, non solo Luisa, ma insieme nella nostra relazione. E quando siamo capaci di donarci completamente nel corpo allore in quella intimità incontriamo Gesù. In quella nostra intimità facciamo per qualche istante esperienza di paradiso, facciamo l’esperienza di sentirci completamente abbracciati dall’amore e sentiamo di non aver bisogno di altro. Sentiamo la pienezza e la completezza di un amore che è umano, quindi finito ed imperfetto, ma che, proprio attraverso il nostro corpo che è la parte di noi che ci rende più fragili e corruttibili, ci permette di fare per alcuni istanti l’esperienza di una comunione tanto grande che credo sia davvero la realtà sensibile più vicina alla Trinità. E’ Dio che ci ha voluto così! E’ Dio che ci ha fatto maschio e femmina , che ci ha fatto con un pene e con una vagina, affinchè in quella differenza ontologica, visibile e concreta, potessimo compenetrare l’uno nell’altra ed essere nella carne una sola persona. Siamo due ma siamo uno, anzi il nostro amore diventa fecondo e può prendere vita, siamo quindi tre ma uno. Non vi ricorda la Trinità?

Per questo fare l’amore non ha bisogno di essere santificato recitando qualche preghiera nel mentre, fare l’amore è già un gesto che santifica gli sposi. La preghiera va bene, ma non durante ma prima. Un po’ come hanno pensato di fare Tobia e Sara, che prima di giacere insieme durante la prima notte di nozze hanno alzato la loro preghiera a Dio. Preghiera che chiedeva a Dio, tra le altre cose, di essere capaci di farsi dono e non di usare l’altro. Lo chiedono espressamente in passaggio della loro preghiera: Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione.

Luisa ed io abbiamo preso spunto ed esempio da questa preghiera e cerchiamo di fare lo stesso. Prima di unirci intimamente ci abbracciamo e recitiamo insieme una preghiera allo Spirito Santo. Non perchè purifichi quel gesto che è già sacro e puro ma perchè purifichi i nostri cuori che si accostino a quel gesto con purezza e verità. Con rettitudine di intenzione appunto.

C’è un altro gesto che è molto bello e che in passato Luisa ed io mettevamo in pratica e che scrivere questo articolo mi ha fatto venir voglia di rinnovare. Dopo la preghiera prendevamo una boccetta di olio di nardo (si trova in tutti i negozi di articoli religiosi) e ci segnavamo la fronte. Ungendo la sua fronte la benedicevo disegnando una croce. Lei lo faceva su di me. Attraverso quel gesto stavamo rinnovando la nostra volontà di amarci sempre, senza riserve. Con il segno della croce affidavamo la nostra povertà a Cristo affinchè ci rendesse capaci di quella promessa. Perchè prima dell’intimità? Farlo prima del rapporto fisico aveva un significato molto forte per noi: era il segno del desiderio di donarci totalmente all’altro/a e non di ricercare il piacere fine a se stesso.

Cari sposi avete capito cosa significa pregare facendo l’amore? Significa fare una concreta esperienza di Dio attraverso l’altro Quando noi cristiani riusciamo a vivere così l’intimità siamo davvero dei privilegiati. Noi non facciamo semplicemente l’amore. Noi facciamo esperienza di Dio.

Antonio e Luisa

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Siamo più ricchi del re Davide

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei. (RE 1 1,1-4)

Re Davide durante la sua vita ha avuto tantissime donne. Regine, concubine o semplici fanciulle hanno riempito il suo harem. Hanno generato per lui tantissimi figli. Re Davide però non si è curato del suo rapporto affettivo, delle sue relazioni. Lui era il re, era forte, potente, era l’unto di Dio. Aveva sconfitto i Filistei, ottenuto moltissime vittorie e tanta gloria. Eppure arriva il momento in cui Davide si sente solo. Tutto ciò che ha fatto in passato o che ha avuto nella vita non riempie il suo cuore e non scalda il suo corpo. Il calore è vita. Il freddo è della morte come freddi sono i cadaveri. Re Davide ha freddo, si sente debole, le sue forze iniziano a lasciarlo. Sente che gli manca qualcosa. Non riesce a sentirsi vivo. Non è un freddo dovuto alla temperatura troppo rigida. Hanno provato a coprirlo con coperte pesanti. Il freddo resta.

E’ un freddo dovuto alla mancanza di una relazione autentica e piena. Ora che non è più l’uomo forte e temuto di un tempo sente il peso di tutta la sua solitudine, nonostante abbia tanti servitori e dignitari che animano il palazzo. Manca una relazione esclusiva. Manca una persona che mostri il suo amore e la sua dedizione in modo incondizionato, semplicemente perchè è lui. Perchè è Davide, un vecchio. Una sposa che si prenda cura, che lo faccia sentire il più importante. Lui che si sente debole e fragile.

Arriva quindi Abisag. Abisag è la bellezza assoluta. Una bellezza autentica, non solo nei lineamenti. Abisag è bella perchè ama. Ama nel dono di sè, nell’accoglienza, nell’amabilità e nel servizio. Viene da Sunem, è una Sunnamita. Alcuni vedono in lei la Sullamita del Cantico dei Cantici.

Sicuramente lo è per come incarna l’amore esclusivo per il suo sposo. L’amore del Cantico non è solo eros ma è un’esperienza di Dio in una relazione umana. Non so voi. Senza bisogno di arrivare ad essere anziani. Anche io che sono nella maturità della vita, che ho 46 anni e le forze ancora non mi mancano, ogni tanto, quando mi sento sopraffatto dal peso degli impegni e delle preoccupazioni che la vita mi riserva, sento l’amorevole cura della mia sposa come un calore che rigenera e un balsamo che lenisce. Lei diventa vita per me. Sapere che lei c’è e che mi sostiene senza che io debba dimostrare nulla è meraviglioso. Basta poco, basta la sua voce, le sue carezze, la sua dolcezza e il freddo passa.

Credo che tutti possiamo riconoscerci in Davide. Forse non quando è il re forte e invincibile, certamente quando mostra le sue debolezze e le sue fragilità nella vecchiaia. Ecco in quei casi l’amore tenero e sincero che noi sposi ci scambiamo l’un l’altra diventa uno dei doni più belli e più cari con il quale facciamo davvero esperienza di Dio e non possiamo che esserne grati e meravigliati. Custodite il vostro amore. E’ qualcosa di grande, qualcosa che anche un re come Davide ha dovuto elemosinare.

Antonio e Luisa

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