Chiara una santa faticosa e meravigliosa

Dieci anni fa saliva al cielo Chiara Corbella, una donna, una moglie e una mamma. Era tutto questo, era ancora molto giovane. Perchè dieci anni dopo la sua morte il suo nome e sulla bocca di sempre più persone e la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede.

Il segreto credo che sia nella sua normale straordinarietà. Non è stata una mistica, non è stata una suora che ha fondato un ordine oppure una benefattrice che passava le giornate in mezzo agli ultimi e ai perseguitati. Insomma era molto lontana dall’idea di santa che spesso abbiamo in mente. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come tante altre, cresciuta in una famiglia normale di Roma, che si è fidanzata. E anche nel fidanzamento era esattamente come noi, piena di dubbi, di ripensamenti, di tira e molla con Enrico (suo futuro marito). Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a suo marito.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che ad una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Concludendo posso dire che Chiara è una santa faticosa e meravigliosa. Per me è così. E’ faticosa perchè ci propone un cammino di santità non facile, ci dice che costruire un matrimonio cristiano affidato a Dio non significa evitare le sofferenze e i dolori ma anzi a volte chiede di abbracciare la croce in un modo non voluto ed imprevisto. Questo è difficilissimo da digerire. Noi che vorremmo la gioia piena già qui sulla terra. Eppure Chiara è meravigliosa perchè con la sua vita ci ha mostrato come morte e malattia si possano sconfiggere. Ci ha donato la speranza di poter davvero vivere per sempre. Non a caso il libro scritto su di lei si intitola Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara prega per noi e per le nostre famiglie.

Antonio e Luisa

Le volpi piccoline fanno danni enormi

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna. Scrivo al maschile ma vale per entrambi.

Non incoraggiare mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro non lo fa sentire amato. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro si sentirà giudicato, non amato, attaccato, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati. Insistere per cambiarlo è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello e bravo. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto. Per fortuna che non è perfetto. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

Melodia di giugno. Un video musicale sorprendente

Mi sono imbattuto in un video musicale. Un video di Fabrizio Moro. Lui è un cantautore che mi piace molto perchè esprime attraverso i brani che scrive la vita reale. La sua vita ma che in tante circostanze è anche la nostra. Lo fa con una grande sensibilità, almeno a mio parere. Il video che mi ha colpito particolarmente riguarda una sua vecchia canzone tratta dall’album Barabba del 2009, Melodia di giugno. Più che sul testo della canzone, che peraltro già conoscevo, mi voglio soffermare sul meraviglioso video (che invece risale al 2020), proprio per la forza espressiva che trasmette. La storia raccontata nel video è molto significativa e dice tanto di come siamo fatti e dell’amore. Quindi ora vi condivido il video e poi, una volta che lo avrete guardato, vi proporrò la mia chiave di lettura.

Cosa vi ha trasmesso? Io mi sono riconosciuto in quel ragazzo che non sapeva più dove sbattere la testa. Quanti di noi, uomoni e donne, sono come i protagosti della coreografia. Perchè l’uomo e la donna sono fatti così. Abbiamo desiderio di aprirci all’altro, abbiamo un bisogno grandissimo di condividere la nostra vita con un’altra persona, di essere importanti per qualcuno, di essere capaci di amare e di accogliere, abbiamo la spinta a donare ciò che siamo. Perchè questa è la nostra umanità. Siamo fatti per la relazione e non per la solitudine. Eppure c’è qualcosa che ci blocca. E la trovata del regista del video è fantastica. Il muro che ci divide l’uno dall’altra siamo noi. E’ il nostro egoismo. E’ la nostra incapacità di spostare lo sguardo dai nostri bisogni ai suoi. Non siamo capaci spesso di mettere il tu davanti all’io. Anche nell’amore. Guardiamo l’altro/a ma in realtà stiamo guardando sempre noi. Quanto l’altro ci fa stare bene, quante emozioni ci provoca, quanto siamo attratti e quanto desiderio di toccarlo/a e averlo/a ci pervade. Insomma il centro siamo sempre noi e così quando vogliamo eliminare ogni distanza con la persona amata ed entrare in comunione ci troviamo un muro. Vediamo sempre e solo noi stessi. Questo è terribile. In quante relazioni non si è capaci di comunione? Di comunione vera. Anche nei momenti di intimità è spesso così. Il centro siamo noi, l’altro uno strumento, e così si perde il meglio di ciò che siamo nel matrimonio. Come scrisse Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio gli sposi sono una comunione d’amore e di vita.

Quando mi sono sposato ero un po’ così. Non riuscivo ad elimare quella maledetta barriera tra me e Luisa. Continuavo a misurare quanto mi faceva stare bene, come mi guardava, come mi rispondeva, quanto mi curava, quanto mi soddisfaceva. Guardavo lei ma ciò che vedevo ero sempre io. Con il tempo ho imparato, grazie a Dio e a Luisa, ad abbattere quel muro ed ora credo di aver compreso un po’ di più cosa significa amare e donarsi. L’ho capito nel matrimonio, nella relazione di tutti i giorni. Il matrimonio è una palestra d’amore. Come nel finale del videoclip, se s’impara poi la vita diventa a colori, si comincia a vivere la comunione e la comunione (questo nel video non c’è ma lo dico io) apre a Dio che è comunione ed amore.

Antonio e Luisa

Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente

L’amore matrimoniale è immagine dell’amore di Dio. Quante volte l’abbiamo sentito dire. L’abbiamo ascoltato addirittura dal Papa, da più papi. Anzi di più! E’ scritto nella Bibbia. San Paolo arriva ad esclamare che Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Un uomo e una donna possono e debbono essere immagine di questa relazione totale che c’è tra Cristo e la Sua Chiesa.

Davvero è un mistero! Io e Luisa possiamo essere immagine di questo amore. E’ incredibile. Viene spontanea la domanda come tutto questo è possibile. Certamente c’è lo Spirito Santo che abita una relazione che non è solo tra un uomo e una donna ma diventa sacramento e di consegueza perfezionata e redenta da Cristo stesso. C’è però qualcosa che possiamo dare anche noi sposi per rendere questa immagine al mondo. Cosa? Ci viene in aiuto la Parola di Dio.  Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente » (Mt 22,37).

L’amore di Dio è il tutto. Tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente. Per amare davvero Dio serve il tutto. Per fare un’esperienza d’amore che sia vicina all’amore di Dio serve il tutto. Per questo nel matrimonio serve il tutto. Non è una richiesta fuori dal tempo e immotivata da parte della Chiesa. La Chiesa parla al cuore dell’uomo come una mamma al suo bambinio. La Chiesa sa cosa desideriamo nel profondo e se ci chiede di prenderci determinati impegni è solo per godere di una gioia più vera e più grande.

L’indissolubilità. Il per sempre parla al nostro cuore! Cosa penseresti tu se la persona che dice di amarti non vuole però prendersi il rischio e la responsabilità di impegnarsi con te per tutta la vita? Ti sentiresti amato fino in fondo? Oppure ti sentiresti usato fino a quando servi? Queste sono riflessioni che più o meno consciamente ci facciamo tutti e che poi influiscono nella vita di coppia e personale. Se l’amore non è incondizionato non è più amore ma diventa uno scambio di bisogni, un commercio, un baratto. Invece chi si sposa sacramentalmente promette di voler stare con l’amato/a perchè è proprio lui/lei e non per quello che dà. Cambia tutto.

Unicità. In altre religioni è prevista la poligamia. Nella nostra società occidentale scristianizzata e attenta alla parità di genere sta avanzando il poliamor. Le persone poliamorose sono quelle che non si legano affettivamente solo ad un partner ma nella trasparenza si legano a più partner di generi anche diversi. Sembra l’affermarsi della libertà assoluta. Fare tutto quello che si vuole, nel rispetto degli altri, senza più stereotipi o condizionamenti religiosi e culturali. Sembra tutto bello. In realtà è una grande menzogna. Noi abbiamo desiderio di avere un rapporto affettivo che sia esclusivo. I nostri giovani sono ancora attratti da un amore esclusivo e meraviglioso. Non percepiscono la liquidità dei nostri rapporti di oggi come qualcosa di positivo, ma semplicemente come una situazione immodificabile, la vedono con disincanto. Cercano di prendere tutto e subito ma hanno desiderio di un amore come quello dei loro nonni. Lo si capisce anche da come sono affascinati dai film dove si raccontano amori che durano tutta la vita e che superano le più grandi tempeste. Sono attratti perchè lo desiderano nel profondo.

Fedeltà.La fedeltà è la virtù di chi tiene lo sguardo fisso sull’altro. Lo sguardo sull’altro soprattutto quelle volte che non ci appare così bello e magnifico. La fedeltà è quella di Gesù che sulla croce ancora implora Dio di perdonare chi lo sta uccidendo. La fedeltà è testimoniata da Gesù e dovrebbe essere incarnata anche da noi sposi che nel sacramento possiamo trovare la forza di amare come Gesù. 

Per concludere rispondete a queste tre semplici domande. Vi piacerebbe essere amati fino a quando fa comodo all’altro? Vi piacerebbe condividere la persona che amate con un’altra donna o un altro uomo? Vi piacerebbe che l’amato/a avesse intimità fisica con altri uomini o altre donne? Solo se la risposta è no a tutte e tre le domande e credete che voi desiderate di più, sentite di volere una persona accanto che vi ami con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente allora il matrimonio e per voi. Ciò però implica delle responsabilità. Che voi stessi vi impegniate ad amare nello stesso modo. Il matrimonio è esigente ma in cambio dà qualcosa che è grandissimo: permette di fare esperienza di Dio e del Suo amore in una relazione umana. Nulla di paragonabile ad altri modi di stare insieme.

Antonio e Luisa

Un’esperienza di paradiso

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso.

Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso.

L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna. Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale di due cuori, uniti in modo indelebile dalla promessa personale e dal fuoco dello Spirito Santo, concretizzato attraverso l’unione dei due corpi, gli sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione.

Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere più che un luogo (almeno per come lo intendiamo noi) uno stato, è la visione beatifica di Dio. E’ stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo. Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi siamo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciamo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo possiamo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco.

Quando? Non come verrebbe naturale pensare durante il momento di massimo piacere fisico. C’è un momento dove viviamo alcuni secondi di vera comunione. Subito dopo. Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoniamo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

Il segreto è esserci

Il segreto è esserci. Che poi è pure la promessa scambiataci il giorno del matrimonio. Ed in quella c’è proprio una anticipazione di ciò che si vivrà. Difatti, non si elimina dalla emblematica formula ,pronunciata nel cuore della Messa, la parte dolorosa dei giorni che saranno o la malattia. È tutto già dichiarato e sono io, noi, a promettere che resteremo.

È chiaro che quel giorno, patinati come principi e truccate come principesse, ci sentivamo dei titani, pronti a superare qualunque battaglia col sorriso sulle labbra. La lacca, i tacchi, le fotografie, offuscavano la gravità di quelle parole che magari venivano dichiarate con poca consapevolezza. Ma erano vere,come poche altre ci sarebbero state rivelate. Ed erano state precedute da un corso prematrimoniale in cui veniva profilato tanto sul senso dello stare insieme.

Dunque, perché stupirsi oggi dinanzi all’ostacolo? Non puoi dire di non essere stato avvisato. Di avere ipotizzato un percorso più semplice, di essere impreparato. Piuttosto, respira. Forte. E poi prega. Lo sai che da solo non ce la farai. Non a mantenere la calma, non ad essere lo sposo o la sposa ideale, non a superare le aspettative. Piuttosto deluderai. Sbaglierai. Ti sembrerà di toccare il fondo. Ma tutto ciò che tu devi all’altro è restare. In quella faccenda. In quella promessa. In quel matrimonio.

E pregare. Chiedere a chi ha veramente partecipato al vostro matrimonio di intervenire. No, non agli invitati attenti e con le pettinature anni 70 e neppure ai testimoni. Al Signore. A Lui, che ha deciso di scommettere su di voi. Chiedi di essere con voi, come quel giorno. Anzi,di più. Per andare oltre quel masso. Oltre quel limite. Oltre quel dolore, quella mortificazione, quel nodo alla gola. Stressalo. Insisti. Non smettere di domandare per te, per voi, per quelle promesse. Resterà l’ostacolo, la delusione, l’amarezza ma sembreranno superabili. Dapprima, solo per uno dei due, forse. Poi, col crescere della preghiera, il salto nell’oltre si farà mano nella mano. Come il giorno del sì. Con meno lustrini sugli abiti e molti di più sul cuore.

Livia Carandente

Vedevo una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. (2 Parte)

Per leggere la prima parte clicca qui.

Toccato il punto più basso, Dio finalmente si è mostrato a me in modo chiaro e deciso. E lo ha fatto, come spesso fa, partendo da un dolore. Un mese dopo la nascita della nostra terza figlia, mentre ero nel pieno del mio momento buio, mia moglie mi ha scoperto. Far venire a galla la mia miseria è stato lacerante. Vedevo in mia moglie il dolore che le avevo provocato, e improvvisamente è stato come se mi fossi destato da un torpore. Come ogni azione malvagia, finché rimane nell’ombra riesce a camuffarsi e a ingannare, ma appena viene portata alla luce si mostra per quello che è e l’inganno scompare. E lì, in quel dolore, Dio ha parlato e lo ha fatto utilizzando il canale che io gli avevo suggerito: il matrimonio.

Già, perché quando ci siamo sposati, per quanto ancora immaturi e un po’ inconsapevoli, Dio ci ha preso sul serio. E pronunciando quei voti davanti a Lui è come se gli avessimo detto “Signore, scelgo la mia vocazione: il matrimonio. Da adesso in poi, è attraverso questo sacramento che Tu ci parlerai. E così, quando Lui ha voluto mostrarmi il Suo amore e la Sua vicinanza, lo ha fatto con una cosa che mi ha lasciato di sasso: il perdono e la vicinanza di mia moglie. Ovviamente, questo non vuol dire che fin da subito le cose siano andate bene. Ha sofferto tanto, soffre ancora. Tutt’ora fa fatica a fidarsi pienamente di me, e sono sicuro che spesso si domandi se e quando ci ricadrò. Ma non mi ha lasciato solo neanche per un momento. Ha scoperto a sue spese che quando sposiamo qualcuno, stiamo sposando anche tutti gli errori e gli sbagli che questa persona potrà commettere, anche quelli più impensabili e che non si saremmo sognati. Questa consapevolezza lei ce l’aveva bene in testa, e non ha esitato a metterla in pratica appena ce n’è stata l’occasione.

Mi sono sentito amato da lei di un amore sovrumano, nel senso che supera le sole forze dell’uomo. E in quel momento mi sono reso conto che io invece fino a quel momento l’avevo amata di un amore umano. E, come detto all’inizio, dove non c’è Dio c’è solo egoismo e sofferenza. Ho capito che, come prima cosa, dovevo far tornare Dio protagonista del nostro matrimonio. Altrimenti non sarei riuscito a risolvere un bel niente. Perché il mio problema era su due livelli. Il primo era il problema pornografia in sé, per combattere il quale mi sono messo in mano a un bravo psicologo sessuologo che tutt’ora mi sta aiutando. E il secondo, era la pornografia come sfogo da una realtà che mi ero costruito in modo sbagliato. Se anche avessi risolto il problema pornografia, il rischio era, semplicemente, di indirizzare ad altro il mio desiderio di evasione. E le possibilità si sprecano: alcol, gioco d’azzardo, e qualsiasi altro comportamento vizioso che l’uomo è sempre tanto bravo a tirare in ballo quando cerca con le proprie sole forze di riempire un vuoto o di anestetizzare un malessere.

Persino cose in sé buone, come la palestra o un hobby, possono diventare degli idoli che distruggono la nostra vita, se non diamo loro la giusta collocazione e le giuste priorità. Così, è cominciata la mia risalita. Che è tutt’ora in corso. Ma non c’è nulla di più bello dello scoprire che la realtà è infinitamente più grande e bella di come ce l’eravamo immaginata. Ero convinto di essere bravo. Lavoravo tanto, aiutavo mia moglie in casa, facevo mille cose per la mia famiglia. Ero sicuro di star facendo tutto bene al cento per cento. E nonostante tutto questo, sentivo una mancanza dentro, un malessere che mi spingeva all’evasione. È la cosa più brutta: star male pur nella convinzione di star facendo tutto perfettamente. È quindi questo, il massimo della vita? Mi aspettavo di più… e invece, scoprire che stavo sbagliando tutto, scoprire che c’era un altro modo di condurre la mia vita, un altro sguardo da avere sulle cose, un altro modo di amare mia moglie, è stata una liberazione! Perché mi ha fatto capire che sì, il cammino era ancora lungo e faticoso, ma c’era una direzione. C’era una strada.

Con l’aiuto e la vicinanza di mia moglie, ho pian piano imparato a non vergognarmi dei miei limiti e delle mie debolezze. Ogni cosa negativa che abbiamo dentro di noi, se cerchiamo di soffocarla si ingigantisce e finisce per esplodere provocando ancora più danni. Invece le miserie vanno messe sul piatto, smascherate, tirate fuori. Ci penso spesso durante l’offertorio, quando partecipo alla Santa Messa. Ogni volta che vedo quei bambini percorrere la navata centrale portando all’altare il pane e il vino, penso a quello che sto portando io. Porto sofferenza, senso di inadeguatezza, vizi, egoismo. E li lascio sull’altare. Se Dio riesce a trasformare un disco di pane nel Santissimo Corpo di Suo Figlio, sono sicuro che potrà fare qualcosa anche a ciò che gli porto io. Come le persone che, nel Vangelo, andavano da Gesù. Non gli portavano doni, una bottiglia di vino e un vaso di fiori. Gli portavano le loro malattie. Dicendo “Ti prego, fai qualcosa”.

La persona che abbiamo sposato, fragile, fallibile, misera come noi, è però investita di una straordinaria potenza: è il tramite della grazia di Dio per me. È la luna che, di notte, riflette la luce del sole e illumina il cammino. L’amore di mia moglie, il suo sostegno, il suo perdono, mi hanno per la prima volta fatto comprendere che l’amore non devo comprarlo, né meritarlo: devo solo accoglierlo. Il suo, come quello di Dio. Faccio ancora fatica, con questa cosa. Dopo un’ora di Adorazione Eucaristica in chiesa spesso mi sale il pensiero “ecco, adesso forse Dio è contento di me…”. È un cammino, ma adesso, per la prima volta, comprendo appieno quella frase di Chiara Corbella: “L’importante nella vita non è fare qualcosa, ma nascere e lasciarsi amare”. Sembra poco, ma è la cosa più difficile del mondo. Per fortuna, abbiamo accanto a noi Colui che ha vinto il mondo.

Francesco e Marina

Vedevo una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. (1 Parte)

Quando in una coppia arriva il primo figlio, è tutto una novità. Il coniuge diventa un alleato nell’esplorare insieme questo mondo sconosciuto e fatto di mille novità. I nove mesi di gravidanza vengono vissuti con gioiosa attesa, mentre con minuziosa attenzione si preparano i dettagli per l’arrivo del bambino. Ogni visita, ogni esame del sangue, ogni cosa è un percorso che si affronta insieme. O perlomeno, così è stato per noi. Ricordo ancora l’attenzione che mia moglie metteva nella sua alimentazione, nel lavare con l’Amuchina frutta e verdura prima di mangiare, nell’affrontare ogni visita e ogni esame con curiosità e fascino, mentre la gravidanza procedeva e tutto si preparava per accogliere il nostro bambino. Questo atteggiamento era da considerarsi naturale, se si pensa a una cosa ovvia ma che è bene ricordare: non avevamo altro da fare se non pensare al nostro primo figlio.

Già, perché la differenza sostanziale tra la prima gravidanza e le successive, è che nelle successive ci sono già dei bambini a casa di cui occuparsi. E se, come noi, una coppia fa tre figli in quattro anni, allora i bambini che in quel momento sono a casa e che sono bisognosi delle cure genitoriali sono molto piccoli, e molto bisognosi di molte cure genitoriali!

La seconda gravidanza di mia moglie mi è sembrata molto più “rapida” della prima, nonostante sia durata esattamente lo stesso numero di giorni (sia il nostro primo figlio sia la seconda sono nati il giorno dopo il termine). In men che non si dica ci siamo ritrovati in ritardo con l’organizzazione della cameretta, la valigia per il parto, e quasi senza accorgermene mia moglie era in sala parto e io, accanto a lei, assistevo alla nascita della nostra bambina. Che subito ha voluto mettere in chiaro che no, lei non aveva il carattere docile e mansueto del fratello… i tre mesi successivi sono stati dettati da una sorta di tortura della privazione del sonno messa in atto dalla nuova arrivata, che sembra aver deciso che 3 ore di sonno a notte erano fin un lusso.

E qui arriviamo al mio momento di crisi. La mia mente iniziava a essere affollata. Quando ero al lavoro pensavo costantemente a cosa dovessi fare per la mia famiglia, che giorno dovevo portare mio figlio dal pediatra, che giorno dovevo portare la bimba a fare i primi vaccini, tutine da comprare, esami da prenotare, spesa al supermercato da fare. E quando ero a casa, entravo in una sorta di trance agonistica in cui lo scopo era fare tutto, e farlo al top. Mi comportavo da Superman, volevo che mia moglie fosse fiera di me, io stesso mi giudicavo in base a quello che riuscivo a fare. Era diventato quasi un piacere morboso caricare la quarta lavatrice o pulire la cucina, e ogni volta che c’era da fare qualcosa per i bambini mi precipitavo, soprattutto di notte. Inutile dire che mia moglie non si opponeva a questo mio atteggiamento, anzi, pensava a quanto fosse fortunata ad avere un marito che aiutava tanto in casa. Quello che ancora non sapeva, era che il mio aiutare era egoistico. Non era un sacrificio fatto per amore, era un sacrificio fatto per essere ammirato. Nella mia insicurezza, nel mio costante bisogno di essere amato e approvato, stavo cercando di “comprare” l’amore di mia moglie.

Questo, naturalmente, ha delle conseguenze. Perché solo l’amore crea, e se una cosa non è fatta per amore allora è distruttiva. E infatti mi stava distruggendo. Con mia moglie ci incrociavamo ogni tanto per casa ma i momenti per stare insieme davvero erano praticamente nulli. La tendenza di mia figlia a strillare tutta la notte faceva sì che mia moglie andasse a letto alle 9, mentre io stavo con la bambina fino alle 2 del mattino circa, poi a quell’ora quando non ce la facevo più svegliavo mia moglie e ci davamo il cambio.

Ed è in quelle intere nottate passate da solo in salotto che è ritornato prepotente un vecchio vizio che avevo quando ero adolescente, e che mi ero illuso che il matrimonio avrebbe magicamente cancellato: il vizio della pornografia. La pornografia è un vizio subdolo, dettato principalmente dall’illusione del controllo. Non è solo una semplice questione di impulso sessuale, è un’evasione verso un mondo in cui le persone possono fare o essere quello che voglio io, quando lo desidero io. Non facendo le cose per amore, come dicevo prima, avevo fatto sì che tutta la mia quotidianità risultasse pesante e insoddisfacente, e per rilassarmi dovevo necessariamente cercare qualche evasione. Nel migliore dei casi, uno si butta sui film o sulle serie tv. Nel peggiore, nell’alcool e nella pornografia. E così, il mio tempo era scandito da serate passate a bere birra e a rifugiarmi in quel mondo, dal quale più che un appagamento sessuale ne traevo un appagamento emotivo, trovandomi in un luogo dove non dovevo soddisfare le aspettative di nessuno, ma anzi era quel mondo a darsi tanto da fare per soddisfare qualunque tipo di esigenza.

Il mondo della pornografia è oscuro e diabolico, perché non si limita a distruggere la sessualità, ma innesca tutta una serie di dinamiche che poi influiscono in tutti i livelli relazionali di una persona. E così, un collega che ti fa arrabbiare ti fa tornare alla mente quella tal attrice che invece è sempre così dolce, e così via. Pensavo che la cosa non influisse sul mio matrimonio, e invece lo stava distruggendo dall’interno, cambiando piano piano il mio sguardo su mia moglie, vedendo in lei non più una persona da amare ma una persona incapace di soddisfare i miei bisogni e desideri. Facendo entrare la pornografia nella nostra vita, avevo aperto un portone gigantesco a qualunque sfaccettatura dell’egoismo, che mi allontanava sempre di più dalla mia famiglia per spingermi con la mente in un mondo ideale dove tutto poteva essere come desideravo io. In più, c’era il piacere dell’occulto. Occulto nel senso etimologico del termine: nascosto. Star facendo qualcosa di nascosto dava un piacere ulteriore alla cosa, mi faceva sentire di avere finalmente qualcosa di mio, e di solo mio. Di nuovo, anche questo era parte del piacere del controllo.

Se questa cosa è successa quando è nata la nostra secondogenita, con la terza la questione è esplosa prepotentemente. In una casa in cui gli spazi sia fisici sia emotivi si restringevano, dopo un anno in cui ero riuscito a tenere a bada il vizio della pornografia, nata la terza figlia il vizio è tornato, più cattivo di prima. La distanza sessuale con mia moglie di certo non aiutava, e nonostante lei soffrisse molto per questa nostra lontananza fisica io non mi impegnavo seriamente per risolverla, perché avevo il mio mondo virtuale immaginario in cui potevo rifugiarmi tutte le volte che la realtà diventava difficile.

L’articolo proseguirà domani. Non mancate per scoprire come è finita.

Francesco e Marina

Madre Teresa: maestra d’amore.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Oggi in questo lunedì di maggio torrido vorrei tornare sul Vangelo di ieri. E’ una riflessione che mi è venuta così. Non è stata meditata o decantata. Stavo ascoltando il sacerdote a Messa che proclamava il Vangelo e queste parole mi sono sembrate di una chiarezza che non avevo visto prima. Il Vangelo è così, posso ascoltare decine di volte lo stesso passo, ma non è mai la stessa cosa. Mi dà prospettive sempre nuove e diverse perchè io sono sempre diverso e attento ad aspetti diversi. Dio davvero ti parla attraverso la Bibbia. Credo che per tutti sia così.

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

Chi è per noi Gesù? Come lo amiamo? Come viviamo la nostra fede? Questo passo del Vangelo ci interroga con tutte queste domande che sono decisive nella nostra vita. Che fede ho? Ho una fede emotiva? Cerco tutte quelle esperienze che mi fanno sentire qualcosa? Come può essere un pellegrinaggio o un momento di preghiera carismatica. Oppure quel sacerdote tanto bravo che fa quelle omelie che mi toccano il cuore. Oppure quelle celebrazioni così coinvolgenti. Per carità sono tutte esperienze belle e che possono riempire il cuore, ma non sono ciò che conta, non possono essere ciò su cui basiamo la nostra fede.

Chi ci può aiutare a smascherare questa fede del sentire è sicuramente madre Teresa di Calcutta. La santa suora ha vissuto anni non sentendo nulla, sentendo solo un grande buio e una solitudine assoluta. Non sentiva Dio, non avvertiva su di sè l’amore di Dio. Lo ha scritto diverse volte. In una di queste si rivolge al suo confessore: Non pensi che la mia vita spirituale sia coperta di rose. Questo è il fiore che raramente trovo sul mio cammino. Al contrario più spesso ho per mia compagna l’oscurità. E quando la notte si fa molto fitta e mi sembra che andrò a finire all’Inferno, allora, semplicemente, offro me stessa a Gesù. Se vuole che ci vada, sono pronta, ma solo a condizione che veramente ciò Lo renda felice.

Eppure si dona totalmente a quel Dio che non sente vicino, ma che è sicura che ci sia e che sia il senso di ogni cosa. Lo fa attraverso gli ultimi, i più poveri tra i poveri. Lo fa con un amore e una concretezza unici. Scrive Padre Neuner, sacerdote molto vicino a madre Teresa: nella vita quotidiana si mostrava gioiosa, e infaticabile nella sua opera. La sua agonia interiore non indeboliva le sue attività. Grazie al suo ascendente carismatico guidava le sorelle, apriva nuovi centri, diventò famosa. Dentro di lei, però, c’era vuoto assoluto.

Questa è la fede! Non è il sentimento che forse ci fa anche stare bene. Ma spesso il sentimento se non sostenuto dalla volontà di donarci sempre e comunque si rivela solo un fuoco di paglia. Certo se c’è va bene, rende tutto più facile. Ciò però che rende la nostra fede autentica è l’amore. Nel modo che è scritto nel Vangelo: se uno mi ama, osserverà la mia parola. Detto in modo più concreto: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso.

Perchè è importante soprattutto per noi sposi? Perchè questa Parola cambia tutto! Nella nostra vita di fede e anche nel nostro matrimonio. Già anche nel matrimonio perchè le regole sono le stesse. Adesso risponditi a questa domanda: sei pronto ad amare tuo marito o tua moglie come madre Teresa ha amato Dio nei poveri? Questa è la domanda decisiva. Perchè la fede non è altro che l’amore verso Dio. Se sapremo vivere la nostra fede anche quando attraverseremo il buio dell’anima, come ha testimoniato madre Teresa, senza sentire nulla, allora potremo dire di essere capaci di amore vero anche con nostro marito o nostra moglie, e non solo di assecondare dei sentimenti e delle passioni. La fede è lo specchio della nostra relazione sponsale e di conseguenza il matrimonio è specchio della nostra fede.

Antonio e Luisa

Compagno e coniuge. Non hanno lo stesso valore.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiediamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

La ricerca del vero amore

Quando avevo circa 6 anni amavo giocare con i soldatini, ma anche con le bambole di Ken, Barbie e Skipper. Giocavo con mio fratello Maurizio, più piccolo di due anni. Immaginavamo la famiglia felice, probabilmente perché non l’avevamo; mio padre era quasi sempre assente e quando tornava ci dava spesso punizioni e botte da orbi. Da adolescente, mi ero fatto una visione molto romantica dell’amore e immaginavo una ragazza con cui stare, ma non avevo ancora una idea chiara. Crescendo poi pensavo di sposarmi, ma in realtà non ne ero molto convinto e le mie storie erano molto confuse e duravano poco; spesso basate solo sui rapporti fisici, come se il sesso potesse sanare tutte le ferite che mi segnavano: una famiglia separata, mio fratello Maurizio finito nella droga, una fanciullezza molto dolorosa, la depressione che mi ha accompagnato per circa 30 anni fino a prendere psicofarmaci.

In realtà non sanavo nulla, anzi aggiungevo tante incomprensioni, storie fallite, aspettative deluse. Avevo da sempre nel cuore di mettermi al servizio di chi soffre e di cambiare in bene il mondo e dal 1999, quando incontrai la fede cristiana, qualcosa dentro di me cominciò a trasformarsi. Così, dopo un periodo di grande introspezione, nel 2003 decisi di lasciare Napoli e il mio lavoro di giornalista dei potenti e di trasferirmi nel catanese in Sicilia, in una casa famiglia per aiutare gli altri e per recuperare la mia vita che era a pezzi.

In Sicilia ho avuto solo due storie importanti finite male, ma che ricordo con grande affetto; ero sempre confuso e non capivo se volevo donare tutta la mia vita a Dio e al servizio degli altri o se desideravo formare una famiglia e solo nel mio tempo libero dedicarmi agli altri. Questa mia eterna incertezza faceva inevitabilmente finire ogni storia, perché quando mi si chiedeva di scegliere tra una vita normale con la famiglia e la vita missionaria non davo mai una risposta chiara. Nel 2014, a 45 anni, man mano che la mia fede cresceva in casa famiglia grazie alle preghiere e alle tante opere di carità, cominciai a fare chiarezza dentro di me e capii che la mia vita di coppia doveva avere Dio alla base, per offrirmi totalmente al prossimo; desideravo che la mia vita con la mia sposa fosse totalmente donata a Dio e al nostro prossimo, perché da solo non ero completo.

Nel 2015 scrissi un articolo, per il giornale ‘’La Speranza’’, di cui sono direttore, edito dalla Missione di Speranza e Carità di Palermo, trattai dei gesti e delle persone che avevano convinto Fratel Biagio a tornare in missione. Infatti in quel periodo Fratel Biagio, il missionario fondatore della comunità, scoraggiato dall’indifferenza verso i poveri, si era allontanato. Vagliai tante testimonianze, una in particolare mi colpì molto, era di una donna volontaria della missione che non conoscevo, la quale scriveva “Io ogni giorno vado in Missione e dono alcuni alimenti, non tanti, non ho grosse possibilità, ma se ognuno di noi donasse qualcosa ai poveri della Missione, questa potrebbe andare avanti lo stesso; i poveri sono di tutti, non solo di Fratel Biagio’’. Pur lavorando, in quel momento non veniva pagata regolarmente e per fare questa donazione non mangiava, ma diceva anche ‘’mi farà bene così dimagrisco”. Ebbene questa frase la pubblicai nel giornale, ma in realtà la scrissi anche nel mio cuore e volli conoscere questa donna che si chiamava Barbara.

Riuscii ad avere il suo contatto facebook e le chiesi la classica amicizia; quasi da subito Barbara mi coinvolse in una nuova iniziativa, uno spettacolo teatrale il cui ricavato sarebbe stato devoluto alla missione e che aveva bisogno di divulgazione. Ci siamo sentiti varie volte al telefono e cresceva sempre di più un legame fra noi; dopo circa un mese finalmente ci siamo conosciuti personalmente e ci siamo subito innamorati. Dopo tre mesi di frequentazione, ho chiesto a Barbara di sposarmi, di seguirmi nella vita che facevo in casa famiglia per aiutare i poveri, di lasciare il lavoro e di vivere di sola Provvidenza. Barbara non mi disse nè sì ma neanche no, ma io nei suoi occhi ho letto tutto il suo amore per me e ho visto il suo cuore disposto a dedicarsi agli altri, cosa che lei aveva già maturato da anni, come me.

La Madonna mi venne in soccorso in quel periodo, conobbi la preghiera delle 1000 Ave Maria, un gruppo che ogni giorno dedicava all’Immacolata centinaia di Ave Maria. Cominciai anche io a pregare in continuazione, in ogni dove, durante gli spostamenti da un posto all’altro, pensate che una volta, mentre ero in attesa in un Pronto Soccorso, sono arrivato a pregare anche oltre 2300 Ave Maria in un solo giorno, pregai dalla sera per tutta la notte fino a quando albeggiò. La mia vita era diventata al servizio verso i poveri, ma anche una continua preghiera alla Madonna per convincere Barbara a fare questa scelta, perché lei non si convinceva e ogni mese rimandava la decisione di sposarmi.

Volete sapere come è finita? Lo scoprirete nel prossimo articolo

Riccardo

Gli idoli succhiano la vita. Dio, invece, te la dona.

Ma quanto sono belli i comandamenti di Dio? Noi (quelli come me che hanno “fatto il catechismo” negli anni 70) siamo abituati a ripeterli come ordini severi ricevuti dall’Alto:

IO SONO IL SIGNORE DIO TUO: PRIMO, NON AVRAI ALTRO DIO ALL’INFUORI DI ME, SECONDO, NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO…

Me lo immagino, quel Dio, con l’indice puntato verso di me e le sopracciglia aggrottate. Parla sicuramente con le labbra strette. Ma andiamo a vedere cosa dice davvero la Bibbia, la parte cioè da cui è stata estratta questa formula del catechismo di San Pio X.

Dal libro del Deuteronomio, capitolo 5: Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me. Allora le cose cambiano! Con estrema dolcezza mi ricorda che lui è MIO, il mio Dio, ma non solo: è quel padre buono che ha fatto scappare i miei padri dal paese dell’oppressore dopo quattrocento anni di schiavitù e li ha quindi liberati e salvati. Per questo mi ricorda che se voglio essere felice non devo affidare la mia vita ad altri se non a Lui.

E la sua azione non si limita a Israele ma a ciascuno di noi. Io personalmente sono stata liberata dopo “soli” quarant’anni. Non per cattiva volontà di Dio, ma a causa della mia durezza di cuore e della mia ostinazione nel cercare risposte al mio desiderio di pienezza ovunque tranne che nel posto giusto.

Siamo fabbricatori di idoli, ne produciamo in serie ogni giorno. La nostra è una continua battaglia nel contrattare tra le cose di Dio e le cose del mondo. Siamo negoziatori del peccato, sindacalisti dell’auto coscienza, manifestanti del diritto alla grazia. Insomma, pretendiamo di vivere attaccati ai nostri idoletti da quattro soldi, ma in caso di necessità estrema andiamo a rivendicare le grazie all’unico Dio, magari rinfacciandogli la Sua Parola. Gli idoli ci succhiano la vita. Vediamo perché. Nella mia ricerca di senso della vita (che prima o poi capita a tutti di farsi le solite domande tipo cosa ci faccio al mondo, da dove vengo e dove vado) ho tentato di riempire i miei vuoti con parecchi idoli.

Il mio corpo: che bello sentirsi belli, in forma, attivi! sì, ma se questo determina la mia felicità, cosa succederà quando non potrò più andare in palestra per qualsiasi motivo, quando ingrasserò o quando semplicemente invecchierò? Una delle nuove dipendenze, accanto a quella delle slot machines, è proprio quella della chirurgia estetica. Ci sono persone che non si arrendono ai segni del tempo e combattono a colpi di bisturi sino a diventare la caricatura di loro stesse. Ed ecco che l’idolo ti succhiala vita.

Avevo un altro idolo: il mio lavoro. Che bello sentirsi una maestra “acclamata”, richiesta, indispensabile! Non avevo tempo libero, dovevo pensare alla scuola. Ah, se non ci fossi io… Ma poi un giorno cambia tutto e non ti senti più in comunione con il resto dei colleghi così ti ritrovi a non essere più la colonna portante di tutto l’impianto. Anzi, sei gentilmente pregata di fare le valigie e togliere il disturbo.  E allora? Ecco che sento un po’ di vita che viene risucchiata via da me.

Insomma, questi sono i più evidenti, ma ce ne sono altri che possiamo scovare facendoci questa domanda (magari invochiamo prima lo Spirito Santo, che ci dia luce e coraggio): c’è qualcosa nella mi vita senza la quale io non vorrei più essere viva? Senza la quale per me non varrebbe più la pena vivere?

Uno degli idoli più subdoli è il figlio. Sì, proprio lui. Non che lui ne abbia colpa, certamente, ciascuno è un dono unico e irripetibile, ma siamo noi che lo mettiamo al posto sbagliato. L’idolo è tutto ciò che mettiamo sul piedistallo al posto di Dio, e qualsiasi soggetto prenda quel trono, sia esso una persona o altro (carriera, oppure il denaro, oppure noi stessi, ecc) servirà solo a deviarci dalla salvezza e dalla gioia già su questa terra, perché ogni cosa che non sia Dio ha già scritta su di sé la parola FINE. THE END. GAME OVER.

Una persona ti può deludere (anzi, certamente a volte ti deluderà perché è un peccatore come me e come te), lasciare o morire. Per tutto il resto, come ci viene dimostrato quotidianamente dai fatti della vita, non c’è nulla che possa essere perennemente con noi. Nemmeno la casa “che finalmente ho finito di pagare”, nemmeno il posto fisso, nemmeno altro.

Il figlio, dicevo, spesso viene investito della funzione di divinità; a lui, tanto atteso, viene chiesto di rispondere pienamente al nostro desiderio di essere genitore, di essere amati. E spesso (parlo per noi donne) viene messo al posto del marito. Al pargolo viene chiesto così di essere il datore della gioia, della pace, della pienezza, della felicità, della speranza, del senso della vita. Non può deluderci. Ma lo farà certamente perché gli stiamo chiedendo di fare il lavoro di Dio, il quale, professionalmente parlando, è insuperabile: come sa fare Dio il Padreterno non lo sa fare nessuno!

La donna mette spesso il figlio al posto del marito, dicevo: ho scoperto che è una questione di posti fissi. Se metto al primo posto Dio, mi riempirò del suo amore e del suo perdono, così potrò riversarlo su colui che sta al secondo posto: mio marito. Non i miei figli, ma mio marito. Insieme a lui, entrambi riempiti dell’amore di Dio, che è l’unico che funziona e ha una garanzia eterna, possiamo amare finalmente i nostri figli. Nessuno può dare ad altri ciò che non ha: se non mi sento perdonato non potrò perdonare, se non mi sento amato non potrò amare. Il Datore dei doni di cui sopra è sempre il nostro Papino, il nostro Abbà: Dio.

Ciò di cui ha bisogno un bambino non sono un papà e una mamma che lo amano, perché anche i figli dei separati li hanno. Un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma che SI amano e INSIEME LO amino.

Io lo posso dire perché l’ho sperimentato: i miei due figli durante quei nove mesi di separazione da mio marito erano amati da entrambi, ma infelici. Era stato tolto loro ciò che avevano di più caro: l’amore tra i genitori. Insomma, gli idoli ci minacciano ogni giorno ma ci danno l’opportunità di crescere nel distacco e nell’affidamento continuo per imparare a vivere come un bambino in braccio a sua madre.

Tutto il discorso fatto non significa che bisogni vivere diventando pigri e obesi, o privandoci di ogni cosa, oppure lavorando con superficialità. Significa piuttosto che dobbiamo vivere come da consigli di San Paolo: “quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”

Amo il mio lavoro, ma non è la mia ragione di vita. Amo mio marito e i miei figli e tremo all’idea di perderli, ma devo guardare tutto in un’ottica di eternità e con gli occhi della fede se non voglio distruggermi la mente e il cuore. Mi fido di Dio, non mi ha mai delusa.

A proposito della ricchezza: alcuni santi erano ricchi e potenti, troviamo santi tra re, regine e imperatrici e non tutti hanno rinunciato alle ricchezze come san Francesco. Si sono fatti amministratori della provvidenza divina. Non conta ciò che abbiamo o che non abbiamo, ma come ci mettiamo in relazione con ogni bene, talento, persona. “Fate tutto per la gloria di Dio”, ci ricorda San Paolo.

E noi ci proviamo, con fatica e con gioia, accompagnati da Gesù, ma chiedendoci sempre: “Dove stiamo attaccando il nostro cordone ombelicale? A chi stiamo chiedendo nutrimento, vita?

Betti Ricucci

L’articolo originale sul blog https://bettiricucci.wordpress.com/2017/01/24/lidolo-ti-succhia-la-vita-dio-invece-te-la-dona/

Vi tradisce? Che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri perchè racconta tantissimo di come è Gesù e di come è l’amore di Gesù di cui noi sposi dovremmo essere immagine. Non certo per la nostra umana povertà ma per la grazia del sacramento. Possiamo esserlo, Tutti! Anche quelle persone che credono di essere più povere e disgraziate di altre. Dio è nel vostro matrimonio.

E’ importante contestualizzare il momento in cui Gesù dice la frase che ho riportato. Il momento è descritto nello stesso Vangelo qualche versetto prima: Quando Giuda fu uscito. Ci troviamo quindi nel cenacolo. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, ha donato il suo corpo e il suo sangue nell’ultima cena, è stato un’ultima volta con i suoi amici nell’intimità di una casa e di una cena condivisa. Ha dato tutto a quegli uomini testardi ed incoerenti. Uomini bisognosi di continue conferme e tardi a capire il suo messaggio d’amore. Ha dato tutto e li ama tutti immensamente. Anche Giuda che prende e se ne esce. Giuda decide di uscire dal cenacolo. Giuda rompe la comunione con Gesù e con gli altri apostoli. Esce perchè Gesù non è come se lo aspettava. Gesù non si comportava come lui voleva facesse. Per questo se ne va. Rompe la comunione perchè Gesù non si è rivelato essere quello che lui credeva fosse. E’ rimasto disilluso e incapace di andare oltre i suoi schemi e le sue idee. Mi fermo su Giuda perchè tanti sposi sono come lui. Lasciano il cenacolo, rompono la comunione con Gesù e con i fratelli, con la persona che hanno sposato, perchè il matrimonio non è come se lo aspettavano. Perchè l’altro si è dimostrato incapace di dare loro quello che volevano. Per questo escono dal cenacolo per cercare altrove il loro Messia, il senso della loro vita. In questo modo però abbandonano la presenza sicura di Cristo.

Torniamo nel cenacolo dove sono rimasti Gesù e gli altri discepoli. Il cenacolo può benissimo rappresentare il nostro matrimonio. Se uno dei due se ne va come Giuda, resta comunque Gesù con il discepolo ancora fedele. Giuda è uscito per andare a tradire Gesù. E Gesù lo sa. Ed è qui che dona ai discepoli e ad ognuno di noi il comandamento nuovo. E’ qui che dice allo sposo abbandonato: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri.

Gesù risponde al tradimento con l’amore. Padre Bardelli, nostra guida spirituale e di vita per tanti anni, ci diceva sempre la stessa cosa. Se l’altro vi tradisce o se ne va voi amatelo di più per riattirarlo a voi. Detto così sembra un consiglio folle. Per il mondo sicuramente lo è. Per un cristiano non può però esserlo. Perchè se riteniamo folle amare chi ci abbandona e che ci ha fatto del male allora dobbiamo avere il coraggio di portare fino in fondo questo ragionamento e dire che Gesù era un folle perchè è andato in croce. Invece non è folle ma è amare da Dio. Amare nel modo che ci siamo impegnati a vivere il giorno delle nozze. Amare sempre e senza condizioni. In modo completamente gratuito.

Chi riesce a fare questo diventa una profezia vera di Gesù. Detto in altre parole rende concreto oggi il sacrificio di Gesù. Sacrificio che ha salvato ognuno di noi. Chi riesce ad amare così non è vero che è uno sfigato che non si rifà una vita. E’ una persona che prende sul serio il matrimonio e che crede che in quella promessa ha preso dimora Gesù. Io lo vedo in tanti sposi abbandonati. Vedo tanta sofferenza, senza dubbio. Gesù ha sofferto sulla croce. Vedo anche però la pace di chi sa che sta facendo la cosa giusta e sa che in quel matrimonio che sembra fallito e morto c’è ancora lo Sposo, c’è ancora il Cristo che ci ama immensamente e si prepara ad accogliere ognuno di noi nelle nozze eterne.

Questa riflessione è dedicata agli amici della fraternità Sposi per sempre e a tutte quelle persone che seppur abbandonate non vengono meno alla promessa e all’amore. Grazie per essere una immagine tanto forte e vera di Gesù nel mondo di oggi che ne ha tanto bisogno.

Antonio e Luisa

La libertà del matrimonio

I miei articoli nascono in modi diversi. Alcune volte sono stimolato da un libro, altre volte da qualcosa che accade nella mia vita e altre ancora nascono dal discernimento. Nella preghiera. La preghiera non è solo quella in chiesa davanti al Signore o nel raccoglimento della mia camera. Preghiera per me è anche riflettere mentre corro in mezzo alla natura. Preghiera è entrare in relazione con Gesù nel profondo di me. Mentre corro mi riesce molto bene. La riflessione che intendo esporre questa mattina è nata proprio in questo modo.

Come sono cambiato in questi 20 anni di matrimonio (il 29 giugno festeggiamo 20 anni)? Certo che mi faccio un sacco di paranoie. Ma tant’è. Intendo cambiamenti non fisici. Quelli sono evidenti. Vent’anni ti cambiano moltissimo. Intendo nella mia relazione con Luisa? Nella mia percezione del significato del matrimonio? Mi è venuta un’intuizione chiara. Una prospettiva diversa dal solito, che non avevo mai preso in considerazione seriamente, ma che ritengo invece essere importante. Perchè dice tanto del cammino fatto fino ad ora. Mi dice anche tanto che puntare tutto sul matrimonio è stata la scelta giusta.

Quando incontrai Luisa, la corteggiai, iniziai a frequentarla e poi la relazione divenne sempre più importante e stabile. Io mi sentivo di aver finalmente trovato una persona che fosse capace di capire ed apprezzare quanto io fossi bello e bravo. Sembra stupido ma quella era la mia percezione. Una che finalmente sapeva apprezzarmi, e soprattutto che aveva bisogno di me. Pensavo che fosse molto fortunata ad avermi accanto. Insomma ero gratificato dal suo amore, dalla sua stima e dal suo bisogno di me.

Ero un giovane uomo ferito dalla mia storia e dalle mie relazioni affettive precedenti, ero probabilmente un po’ narcisista, o forse ero semplicemente una persona fragile, insicura e bisognosa di avere conferme. Luisa me le dava. Questo mi piaceva da morire. Poi c’era anche tutto il resto: attrazione, dialogo, affinità (seppur nella differenza). Ma non c’era ancora l’amore. Quello libero. Quello capace di gratuità e di farsi dono sempre. Quello non c’era. Mi piaceva pensare che Luisa avesse bisogno di me ma ero io che avevo bisogno di lei e di quello che mi dava.

Poi nel tempo il matrimonio mi ha guarito. Le ferite si sono pian piano rimarginate, anche se non saranno mai totalmente chiuse, e vedo tutto in un altro modo. Quello che ha fatto la differenza credo è proprio la libertà che ti dà il matrimonio di mostrarti completamente nudo, ti permette di togliere tutte le maschere, di farti vedere nelle tue parti più brutte, quelle di cui ti vergogni e che hai sempre attentamente celato a tutti. Nel matrimonio no, sei libero di lasciarti guardare per quello che sei, con i tuoi pregi e anche i tuoi difetti. Ringrazio Luisa di avermi accolto sempre e comunque. Con lei ho avuto la libertà di aprirmi, di mostrarmi nella mia debolezza, nei miei errori, nelle mie difficoltà, nei miei fallimenti. Lei c’è sempre stata. Il suo sguardo su di me non è mai stato giudicante, semmai preoccupato o triste ma non ha mai smesso di vedermi bello. Questo dà tanta forza. Abbiamo litigato certo, ma il suo sguardo e la sua fiducia per me non sono mai cambiati. Questo mi ha permesso di guardare le mie ferite una ad una. Di ammettere a me stesso che non ero capace di fare tante cose, che avevo mille blocchi psicologici ma che ero bello così. Per Luisa lo ero. Quindi lo ero. Questo mi ha dato tanta forza. Mi ha permesso di andare oltre quelli che credevo fossero i miei limiti, limiti che mi ero imposto io.

Adesso sono diverso proprio grazie al matrimonio e grazie a Luisa. Sono diverso perchè non ho più bisogno di conferme, non ho bisogno di diventare quella persona che non sarò mai e non ho bisogno di mentire a me stesso. Posso mostrarmi a tutti per quello che sono senza paura di venire giudicato male. I giudizi ci sono sempre ma non mi fanno più così male. Io sono arrivato a Dio dopo il matrimonio. Ci sono arrivato proprio grazie all’amore che ho sperimentato nel matrimonio. Ho compreso cosa fosse davvero l’amore. Non ho incontrato Gesù nel catechismo o nei libri, ma in una donna, fragile e povera come me, ma che sapeva dove attingere per trovare forza e sostegno.

C’è una frase di san Giovanni Paolo II che esprime benissimo quanto ho voluto esprimere oggi: Spesso per l’uomo di oggi, la fedeltà al matrimonio sarà l’unica occasione che avrà per diventare cristiano. Oggi, dopo vent’anni di matrimonio ho capito che è proprio così. Non perchè io ho assolto ad un obbligo, l’essere fedele al matrimonio, ma perchè, nella fedeltà a quel sacramento e alla persona che ho accanto, ho incontrato Cristo e Lui sta guarendo le mie ferite.

Ciò non significa che quello che ho scritto valga per tutti. Ognuno ha la sua strada e la sua storia però quello che vale per tutti è che nel matrimonio possiamo guarire. Chi mi ha guarito non è stata Luisa. Luisa mi ha permesso di fare l’incontro della vita, quello con Gesù. Chi guarisce è solo Gesù. Per questo non c’è matrimonio che non possa condurre a Gesù se lo viviamo fino in fondo. Cristo è nel matrimonio. E’ presenza viva. Anche quando la relazione sembra fallita e l’altro dovesse abbandonarci. Cristo c’è e ci sarà sempre. Sta a noi aprire il cuore il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio.

Don Fabio Rosini durante una recente catechesi rivolta alle famiglie romane ha, come al solito, colto un punto su cui focalizzare l’attenzione. In una frase, in una sola affermazione ha demolito la nostra idea romantica del matrimonio. Cosa ha detto? Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio.

Ognuno di noi ha un’idea di come dovrebbe essere, di come dovrebbe essere l’altro e di come dovrebbe essere il matrimonio. Dice don Fabio: la nostra idea è avere un ordine, il nostro ordine, abbiamo un ordine nella nostra testa eppure, poi nella concretezza della vita noi siamo caotici, le cose non vanno come pensiamo. Ed è per questo che poi non siamo soddisfatti e possiamo arrivare ad odiarci ed odiare la famiglia che stiamo costruendo con nostro marito o con nostra moglie. Crediamo che sia colpa nostra. Qui finisce la riflessione di don Fabio e comincio la mia. Perchè don Fabio ti fa pensare e queste parole risuonano in testa, ti fanno riflettere sulla tua vita, sulle tue scelte e anche su quelle di tante persone di cui conosci la storia e le sofferenze.

Questa idea che abbiamo in testa rovina tutto. Un continuo confronto tra come è e come dovrebbe essere la nostra vita. Così si rovina tutto! La bellezza del matrimonio è data dalla radicalità della scelta. Tante persone avrebbero voglia di certezze, appunto di ordine, di poter controllare tutto. Il matrimonio non è così. Nel matrimonio ti viene chiesto di darti completamente e non hai certezze che tutto vada come tu vuoi. L’unica certezza sei tu e la tua volontà di darti completamente se lo vuoi naturalmente. Per alcuni questa è una fregatura.

Perchè correre il rischio di sposarsi allora? Perchè il matrimonio non è un qualcosa che ci viene dato per soddisfarci, l’altro non può e non deve essere lo strumento con cui raggiungere la felicità. L’altro non è qualcosa che ci appartiene e che deve riempirci di ciò che noi desideriamo (cura, attenzioni, sesso, ascolto, ecc) ma è lo strumento che Dio ci ha messo accanto per costruire una relazione dove restituire l’amore che riceviamo nella nostra vita di fede, nel nostro sentirci figli amati! Che non significa che non è desiderabile e bello che l’altro si prenda cura di noi. Quando Luisa mi abbraccia, mi prepara quel piatto che mi piace o cerca l’intimità con me mi fa stare bene e mi riempie il cuore. Quello che voglio dire è che nulla è dovuto e scontato e la mia gioia la posso e devo cercare prima di tutto in Dio, il solo capace di un amore infinito, fedele e gratuito. Solo così non sarò dipendente dalle attenzioni di Luisa, saprò donarmi senza aspettare che sia lei a farlo per prima e accoglierò quanto lei saprà offrirmi come un dono e non pretenderò nulla da lei.

Se non è così salta tutto. Infatti spesso salta. Cosa distingue il matrimonio da altre relazioni affettive? L’attrazione fisica? No! Per nulla! In tante altre relazioni c’è, ma non basta. Serve vivere il nostro matrimonio come vocazione. Vocazione che è amare ora, adesso, quella persona di carne che abbiamo accanto. Perchè amando quella persona stiamo amando Dio e stiamo costruendo nel nostro matrimonio la nostra relazione non solo con l’altro ma anche con l’Altro, con Dio. E’ questo che dà senso.

Solo così guariremo dalla nostra idea di matrimonio e incominceremo a vivere il matrimonio reale. Non continueremo a lamentarci per quello che ci manca ma saremo capaci di cogliere l’opportunità di amarci per quelli che siamo e di costruire con quello che abbiamo. Anche se è molto diverso da quello che ci saremmo aspettati. Solo così saremo capaci di gratitudine per ciò che di bello succede e avremo la forza della grazia per ciò che invece arreca difficoltà e sofferenza. Non abbiamo certezze, ogni giorno va vissuto dando tutto di noi. Non possiamo controllare tutto. E Dio non è il genio della lampada che basta chiedere per cancellare ogni dolore e sofferenza. Non è così!

Mi succede di ascolare le lamentele di alcune persone che si arrabbiano con Dio perchè il matrimonio non è come loro lo volevano. Si sentono creditori perchè loro hanno fatto la propria parte affidando il loro amore a Dio nel matrimonio e Lui? Perchè non fa il miracolo? Perchè non rende tutto perfetto? Perchè non mi dà il marito premuroso ed amorevole sempre disponibile ad ascoltarmi? Perchè non mi dai una moglie che capisce i miei bisogni e si lamenta se vado a giocare a calcetto con gli amici tutte le settimane? Per arrivare a situazioni davvero difficili: perchè non mi dà quei figli che tanto desidero? Capite come così ci si focalizza su ciò che manca e non sulla persona che abbiamo accanto e su quello che abbiamo e che possiamo dare.

Dio non è il genio della lampada. Dio è l’amore. Dio è il senso di tutto e il matrimonio non è il senso di tutto. Il matrimonio è l’opportunità che abbiamo di fare esperienza di Dio. Imparando a donarci ed accoglierci. Quando capiremo che donandoci adesso con quell’uomo o quella donna che abbiamo accanto, così come è, nella situazione in cui siamo, troveremo Dio e il senso della vita. Anche nel casino della nostra famiglia. Famiglia che non sarà perfetta ma che è l’occasione più importante che Dio ci offre per fare esperienza di Lui e del Suo Amore. Questo è il matrimonio.

Antonio e Luisa

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La donna è madre, sempre!

Dire mamma o donna è la stessa cosa. Tutte le donne sono mamme se vivono la propria umanità fino in fondo, se sviluppano tutto ciò che sono. Perchè non è vero che sono mamme solo coloro che hanno figli, tutte le donne sono mamme per come sono e se si arrendono a ciò che sono.

C’è una società liquida, la nostra, che sta cercando di eliminare ogni differenza tra la donna e l’uomo, che sta cercando di dirci che tutti sono uguali, che un uomo e una donna hanno lo stesso modo di amare, di vivere, che hanno la stessa sensibilità, le stesse potenzialità, lo stesso modo di fare l’amore, gli stessi desideri. Insomma hanno solo un corpo diverso ma tutto il resto è uguale.

Non credete donne a questa menzogna. Voi siete meravigliose quando riuscite ad essere donne e quindi mamme. Siete una meraviglia per noi uomini perchè ci mostrate quello che noi non siamo e che non potremo mai essere. Ci mostrate una bellezza che è affascinante e incredibilmente attraente. Non che noi siamo meno ma abbiamo un altro modo di essere, siamo differenti. Ed è nella differenza che c’è attrazione.

E le donne che non possono avere figli? E le suore? Non sono donne fino in fondo? Certo che lo sono perchè anche loro sono mamme. Perchè essere mamma non è condizione che dipende dal numero dei figli, ma è un’apertura del cuore, un atteggiamento, è appunto l’abbandono a Dio per essere ciò che siete. Maria non è diventata madre il giorno in cui l’angelo le è apparso e lei ha pronunciato il suo sì. Lì è diventata la mamma di Gesù ma era già madre. Maria è diventata madre giorno dopo giorno negli anni che hanno preceduto quel momento tanto importante per tutta l’umanità. Maria ha saputo dire il suo sì perchè era già madre, era già capace di aprire il cuore per poter accogliere dentro di sè. Alla fine è questo. Voi donne siete una meraviglia perchè sapete amare da Dio. Oggi ho voluto riprendere una riflessione di Luisa che potete trovare nel nostro libro “Influencer dell’amore“. Credo che esprima benissimo quella che è la bellezza della donna che noi uomini, almeno per me è così, la rendono quella meraviglia che è.

Noi donne siamo fatte, è il corpo che ce lo dice, per accogliere dentro di noi. La nostra maternità è accogliere la vita. Vita che non è solo biologica. Serve infatti poi una premessa per non generare malintesi. Una donna che non può generare vita biologica può essere altrettanto madre, se non di più, di chi la genera. E’ un discorso che riprenderò dopo. Dicevo che il nostro corpo è diverso. Il nostro DNA è diverso. Non avere quel cromosoma y fa una differenza enorme. Pensateci! Il nostro corpo è fatto per accogliere. Quando riattualizzo il mio sacramento, quando ho un rapporto intimo con mio marito, sono io che accolgo. Lui entra fisicamente in me. Non io in lui. Questo rende tutto più complicato per noi donne. Serve un abbandono e una fiducia completa nel nostro amato. Accogliere dentro di me lui e il suo seme implica un coinvolgimento non solo del mio corpo, ma di tutto. Del mio spirito e della mia sfera psicologica. Per questo forse il rapporto fisico ha un significato molto più importante per noi donne rispetto agli uomini. Non finisce qui. Noi donne abbiamo un utero. Gli uomini no. Giovanni Paolo I ha definito Dio come padre e madre. Ecco l’utero esprime proprio la maternità di Dio. Come? Uno degli aggettivi con cui viene definito Dio nella Bibbia è misericordioso. Nella traduzione latina misericordia rimanda al cuore. Significa portare nel cuore. In ebraico no. La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. E’ l’utero. Noi donne, più degli uomini, esprimiamo questa caratteristica di Dio. Noi esprimiamo la misericordia di Dio. Siamo capaci, quando viviamo pienamente la nostra maternità, di generare nuovamente nostro marito. Sappiamo accoglierlo per quello che è, sappiamo vedere in lui la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo. Questa accoglienza ci rende vere donne. Questo significa essere madri feconde.

Quindi il problema non è discutere sul lavoro della donna. Donna in carriera o mamma a casa. Non è questo. Ogni donna credo debba sentirsi libera di esprimere le proprie potenzialità come meglio crede. Alcune si troveranno più realizzate dedicandosi completamente alla famiglia mentre altre sentiranno il bisogno di impegnarsi anche nel lavoro. Non è questo il problema e una scelta non è meglio dell’altra. Esiste la scelta giusta per ogni donna, scelta personale e soggettiva. Sentivo pochi giorni fa le polemiche sull’astronauta Samantha Cristoforetti che è partita per alcuni mesi di missione lasciando i figli piccoli a casa con il marito. Non voglio entrare in quelle polemiche. Credo che sia una decisione interna alla coppia e che lì debba restare. Quello che mi interessa mettere in evidenza è che la donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

E io la penso come il papa santo: Grazie a te donna!

Antonio e Luisa

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Fare l’amore (nel matrimonio) è già preghiera

La prendo alla larga. Il mio padre spirituale raccontava con un misto di ilarità e santa pazienza quanto una signora gli aveva confessato qualche tempo prima. Vi scrivo più o meno il dialogo tra la pia donna e il nostro fratone:

Signora: Padre quando faccio l’amore con mio marito dico sempre il rosario così prego anche in quei momenti e non mi lascio prendere troppo dalle passioni della carne. Padre Raimondo: Tu quando c’è la consacrazione reciti il rosario? Signora: No ma cosa c’entra? Padre Raimondo: Quando fai l’amore con tuo marito stai già pregando, anzi stai rinnovando un sacramento che è ancora più grande della preghiera, non c’è bisogno che tu dica anche il rosario. Il rosario è una preghiera meravigliosa ma ci sono altri momenti per recitarlo. E se provi desiderio per tuo marito ringrazia Dio. Non c’è nulla di male a provare piacere durante l’intimità.

Ascoltai questa risposta nel duemila quando ero un giovane di 26 anni che stava frequentando un corso fidanzati con la mia futura moglie Luisa. Quelle parole furono per me un’illuminazione. Non avevo mai sentito parlare in questo modo del fare l’amore. Credevo che la Chiesa tollerasse il sesso nel matrimonio perchè era necessario per procreare ma non avevo mai creduto che potesse considerarlo come una preghiera, anzi, come affermato da padre Raimondo, più di una preghiera. Da quell’episodio ne è passato di tempo, mi sono sposato e ho avuto modo di sperimentare come padre Raimondo avesse ragione.

Fare l’amore è davvero una preghiera meravigliosa quando fatto nel modo giusto. Per questo è importante che ognuno di noi si impegni a fondo per purificare il proprio sguardo e il proprio desiderio. Per entrare sempre più in comunione l’uno con l’altra perchè noi siamo immagine di Dio. Non solo io, non solo Luisa, ma insieme nella nostra relazione. E quando siamo capaci di donarci completamente nel corpo allore in quella intimità incontriamo Gesù. In quella nostra intimità facciamo per qualche istante esperienza di paradiso, facciamo l’esperienza di sentirci completamente abbracciati dall’amore e sentiamo di non aver bisogno di altro. Sentiamo la pienezza e la completezza di un amore che è umano, quindi finito ed imperfetto, ma che, proprio attraverso il nostro corpo che è la parte di noi che ci rende più fragili e corruttibili, ci permette di fare per alcuni istanti l’esperienza di una comunione tanto grande che credo sia davvero la realtà sensibile più vicina alla Trinità. E’ Dio che ci ha voluto così! E’ Dio che ci ha fatto maschio e femmina , che ci ha fatto con un pene e con una vagina, affinchè in quella differenza ontologica, visibile e concreta, potessimo compenetrare l’uno nell’altra ed essere nella carne una sola persona. Siamo due ma siamo uno, anzi il nostro amore diventa fecondo e può prendere vita, siamo quindi tre ma uno. Non vi ricorda la Trinità?

Per questo fare l’amore non ha bisogno di essere santificato recitando qualche preghiera nel mentre, fare l’amore è già un gesto che santifica gli sposi. La preghiera va bene, ma non durante ma prima. Un po’ come hanno pensato di fare Tobia e Sara, che prima di giacere insieme durante la prima notte di nozze hanno alzato la loro preghiera a Dio. Preghiera che chiedeva a Dio, tra le altre cose, di essere capaci di farsi dono e non di usare l’altro. Lo chiedono espressamente in passaggio della loro preghiera: Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione.

Luisa ed io abbiamo preso spunto ed esempio da questa preghiera e cerchiamo di fare lo stesso. Prima di unirci intimamente ci abbracciamo e recitiamo insieme una preghiera allo Spirito Santo. Non perchè purifichi quel gesto che è già sacro e puro ma perchè purifichi i nostri cuori che si accostino a quel gesto con purezza e verità. Con rettitudine di intenzione appunto.

C’è un altro gesto che è molto bello e che in passato Luisa ed io mettevamo in pratica e che scrivere questo articolo mi ha fatto venir voglia di rinnovare. Dopo la preghiera prendevamo una boccetta di olio di nardo (si trova in tutti i negozi di articoli religiosi) e ci segnavamo la fronte. Ungendo la sua fronte la benedicevo disegnando una croce. Lei lo faceva su di me. Attraverso quel gesto stavamo rinnovando la nostra volontà di amarci sempre, senza riserve. Con il segno della croce affidavamo la nostra povertà a Cristo affinchè ci rendesse capaci di quella promessa. Perchè prima dell’intimità? Farlo prima del rapporto fisico aveva un significato molto forte per noi: era il segno del desiderio di donarci totalmente all’altro/a e non di ricercare il piacere fine a se stesso.

Cari sposi avete capito cosa significa pregare facendo l’amore? Significa fare una concreta esperienza di Dio attraverso l’altro Quando noi cristiani riusciamo a vivere così l’intimità siamo davvero dei privilegiati. Noi non facciamo semplicemente l’amore. Noi facciamo esperienza di Dio.

Antonio e Luisa

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Siamo più ricchi del re Davide

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei. (RE 1 1,1-4)

Re Davide durante la sua vita ha avuto tantissime donne. Regine, concubine o semplici fanciulle hanno riempito il suo harem. Hanno generato per lui tantissimi figli. Re Davide però non si è curato del suo rapporto affettivo, delle sue relazioni. Lui era il re, era forte, potente, era l’unto di Dio. Aveva sconfitto i Filistei, ottenuto moltissime vittorie e tanta gloria. Eppure arriva il momento in cui Davide si sente solo. Tutto ciò che ha fatto in passato o che ha avuto nella vita non riempie il suo cuore e non scalda il suo corpo. Il calore è vita. Il freddo è della morte come freddi sono i cadaveri. Re Davide ha freddo, si sente debole, le sue forze iniziano a lasciarlo. Sente che gli manca qualcosa. Non riesce a sentirsi vivo. Non è un freddo dovuto alla temperatura troppo rigida. Hanno provato a coprirlo con coperte pesanti. Il freddo resta.

E’ un freddo dovuto alla mancanza di una relazione autentica e piena. Ora che non è più l’uomo forte e temuto di un tempo sente il peso di tutta la sua solitudine, nonostante abbia tanti servitori e dignitari che animano il palazzo. Manca una relazione esclusiva. Manca una persona che mostri il suo amore e la sua dedizione in modo incondizionato, semplicemente perchè è lui. Perchè è Davide, un vecchio. Una sposa che si prenda cura, che lo faccia sentire il più importante. Lui che si sente debole e fragile.

Arriva quindi Abisag. Abisag è la bellezza assoluta. Una bellezza autentica, non solo nei lineamenti. Abisag è bella perchè ama. Ama nel dono di sè, nell’accoglienza, nell’amabilità e nel servizio. Viene da Sunem, è una Sunnamita. Alcuni vedono in lei la Sullamita del Cantico dei Cantici.

Sicuramente lo è per come incarna l’amore esclusivo per il suo sposo. L’amore del Cantico non è solo eros ma è un’esperienza di Dio in una relazione umana. Non so voi. Senza bisogno di arrivare ad essere anziani. Anche io che sono nella maturità della vita, che ho 46 anni e le forze ancora non mi mancano, ogni tanto, quando mi sento sopraffatto dal peso degli impegni e delle preoccupazioni che la vita mi riserva, sento l’amorevole cura della mia sposa come un calore che rigenera e un balsamo che lenisce. Lei diventa vita per me. Sapere che lei c’è e che mi sostiene senza che io debba dimostrare nulla è meraviglioso. Basta poco, basta la sua voce, le sue carezze, la sua dolcezza e il freddo passa.

Credo che tutti possiamo riconoscerci in Davide. Forse non quando è il re forte e invincibile, certamente quando mostra le sue debolezze e le sue fragilità nella vecchiaia. Ecco in quei casi l’amore tenero e sincero che noi sposi ci scambiamo l’un l’altra diventa uno dei doni più belli e più cari con il quale facciamo davvero esperienza di Dio e non possiamo che esserne grati e meravigliati. Custodite il vostro amore. E’ qualcosa di grande, qualcosa che anche un re come Davide ha dovuto elemosinare.

Antonio e Luisa

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Cosa dà senso alla vita? Vocazione, preghiera e carità.

Può succedere anche a noi, per stanchezza, delusione, magari per pigrizia, di scordarci del Signore e di trascurare le grandi scelte che abbiamo fatto, per accontentarci di qualcos’altro. Ad esempio, non si dedica tempo a parlarsi in famiglia, preferendo i passatempi personali; si dimentica la preghiera, lasciandosi prendere dai propri bisogni; si trascura la carità, con la scusa delle urgenze quotidiane. Ma, così facendo, ci si ritrova delusi: era proprio la delusione che aveva Pietro, con le reti vuote, come lui. È una strada che ti porta indietro e non ti soddisfa.

Oggi vorrei soffermarmi su queste parole del papa. Parole pronunciate durante l’ultimo Regina Caeli. Sono delle parole verissime. Sono delle parole che dovrebbero scuoterci un po’ dalle nostre stanchezze, dal nostro sederci ed accontentarci perchè il matrimonio lo mettiamo sempre in fondo a tutti gli impegni che abbiamo nella nostra vita. La fatica non ci piace ma è nella fatica, fatica che è dono di noi, che troviamo il senso di tutto, è nella fatica che troviamo Dio.

Se leggete bene il papa ci ha fornito le 3 dimensioni sulle quali fondare la nostra vita. Vogliamo le reti piene durante la nostra pesca? Vogliamo una vita che abbia un senso? Gesù non ci chiede di cambiare la nostra vita, la nostra ordinarietà e il nostro lavoro. Gesù ci chiede di metterci Lui in quella nostra ordinarietà e nel nostro lavoro. Di fare posto a Lui! In che modo?

Non si dedica tempo a parlarsi in famiglia. Con questa frase il papa ci vuole dire che la nostra famiglia va custodita e la nostra relazione sponsale ha bisogno di essere nutrita. Spesso non dedichiamo il tempo che dovremmo alla nostra vocazione. Non dedichiamo tempo al nostro matrimonio che dovrebbe essere in cima ai nostri impegni, perchè è la nostra scelta più importante, quella dove abbiamo deciso di metterci in gioco completamente. Il matrimonio è il luogo dove ci giochiamo davvero fino in fondo la nostra vita e la nostra santità, e dove possiamo, più che in ogni altra relazione, fare esperienza di Dio. Invece lo diamo sovente per scontato. Abbiamo sempre qualcosa di più importante ed urgente da fare e finalmente, quando troviamo un attimo di pace, non abbiamo voglia di impegnarci nel dialogo, nel servizio, nella tenerezza. Invece non capiamo che quello che sembra un impegno è l’unico modo per vivere un matrimonio che sia bello e che ci dia pace.

Si dimentica la preghiera. Vale lo stesso discorso fatto per il matrimonio. La preghiera è un dialogo tra amanti. A tante persone la preghiera costa fatica. Anche a me costa fatica, lo ammetto. Eppure fa la differenza tra una vita feconda e una che si perde nello scoraggiamento e nell’accontentarsi. Quando i miei figli non hanno voglia di andare a Messa o di pregare mia moglie ripete sempre la stessa cosa: non serve aver voglia ma comprendere che vi fa bene. E’ così! Pregare per me è faticoso ma lo faccio perchè ho sperimentato come sentire la presenza di Gesù nella mia vita faccia la differenza. La preghiera me lo rende familiare, intimo, vicino. Non pregare crea aridità e distanza e poi tutto è più difficile e diventa più facile scoraggiarsi e sentirsi poveri e soli.

Si trascura la carità. La carità è la cartina al tornasole della nostra capacità di farci cireneo, di alzare lo sguardo per farci carico delle povertà e delle cadute del fratello. Povertà materiali ma non solo. Chi ha carità non è quello che dà un euro al povero per strada senza guardarlo neanche in faccia. Chi ha carità è quella persona che è capace di sentire le sofferenze del prossimo in sè. Sentirsi uno con l’altro per mezzo di quella sofferenza. Non è innata la carità. Si impara. Si impara in famiglia e si impara nella nostra relazione con Gesù. Facendo esperienza della carità di Cristo per noi saremo poi capaci di offrirla a chi abbiamo vicino. Per questo la carità non è fare qualcosa ma diventare qualcuno. Diventare quell’uomo o quella donna che siamo e che dobbiamo imparare a sviluppare durante la nostra vita. Il matrimonio è scuola di carità.

Sta a noi scegliere come impostare la nostra vita. Con o senza Gesù. Pietro era tornato all’ordinario, era tornato a pescare nel lago di Tiberiade. L’ordinario era lo stesso. Ciò che ha fatto la differenza non è stato il luogo ma il come. Con Gesù la vita trova senso e diventa feconda. Senza è un tirare a campare. Cosa vogliamo per noi?

Antonio e Luisa

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Il rapporto intimo tra bellezza e monotonia

Un amico tempo fa mi chiese: come fai a non stancarti di fare l’amore sempre con la stessa donna? Una domanda che sembra banale ma che nasconde un grande rischio del matrimonio e delle relazioni stabili e durature in genere. Il rischio dell’abitudine, della monotonia. Cosa è la monotonia se non la incapacità di meravigliarsi. L’incapacità di assaporare qualcosa di bello. D’altronde anche le lasagne se mangiate tutti i giorni possono venire a noia. Cosa possiamo fare per rendere il nostro incontro intimo sempre bello e desiderabile?

Guardiamoci intorno. Cosa propone il mondo? Già, perchè questo problema non riguarda solo i cristiani ma tutti. Basta fare un giro sui socia per capirlo. Tantissime persone, più o meno esperte, propongono la stessa ricetta. Ricetta che si può sintetizzare in è tutto lecito per ravvivare il desiderio. Tutti questi esperti consigliano di rendere il rapporto sempre diverso e nuovo. Alcuni consigliano di utilizzare sextoys, di vestirsi in modo provocante, di esplorare nuovi limiti, alcuni più audaci arrivano a consigliare il tradimento, il rapporto a tre o a più, lo scambio di coppia. Insomma tutto fa brodo per accendere un desiderio verso un partner che, dopo un po’ di tempo diventa prevedibile e poco allettante. Chi vive l’amplesso in questo modo sta semplicemente usando l’altro. Per questo ci si stanca in fretta e servono sempre nuove modalità o nuovi partner per ravvivare un desiderio incentrato semplicemente sul proprio piacere.

Noi sposi cristiani sappiamo, o dovremmo sapere, che il piacere viene dalla comunione di corpi e cuori. Per questo fare l’amore sempre con la stessa persona tutta la vita non è una condanna ma una grande opportunità. La proposta cristiana è la più bella anche per questo. Crescere nell’amore con la stessa persona in una relazione fedele ed indissolubile è una una vera grazia. Anche nel rapporto fisico. Non è però scontato pensarla così. Siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dall’idea comune che ha fatto del “sentire” e dell’egocentrismo/individualismo un vero dogma. Tanti sposi cristiani ci sono completamente dentro. Sposi che hanno magari anche una vita di fede, che pregano e vanno a Messa, che però poi nel rapporto con l’altro non riescono a fare il salto di qualità. Non riescono cioè ad uscire dal mood del nostro mondo. Entrano nella monotonia. Monotonia che con il tempo porta la coppia a diradare e spesso addirittura ad interrompere i rapporti intimi. Oppure si seguono le idee del mondo, rappresentate benissimo dagli “esperti” dei social. E tutto crolla. Può durare un po’ di tempo, qualche anno, ma poi si finisce desertificare tutta la relazione. Perchè si esprime con il corpo qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore e con una vita di fede. Non c’è comunione nel cuore. Non possiamo credere che quanto viviamo attraverso il corpo poi non abbia ripercussioni su tutta la persona. Se io tocco mia moglie sto toccando una persona e non il corpo di una persona. Se io sto usando mia moglie sto usando una persona e non il corpo di una persona. Capite come poi tutto questo ricada sulla relazione a 360 gradi?

Riprendo ora la domanda iniziale. Qual è la proposta cristiana alla monotonia? La proposta cristiana è la più bella e la più vera. Anche però la più impegnativa. Costa fatica ma sappiamo bene che le cose belle difficilmente si ottengono senza fatica. Vi lascio alcuni consigli con la consapevolezza che ogni relazione è unica e il modo di viverla è molto soggettivo. Credo però questi consigli possano esservi utili.

Ciò che cambia è l’amore non la modalità. Come ho già scritto altre volte il rapporto fisico non è un’esperienza slegata dalla vita ordinaria. Nell’intimità portiamo tutto non solo il nostro corpo. Ci mettiamo tutti gli sguardi, i gesti di servizio, le attenzioni, l’ascolto, il dialogo, i litigi, i perdoni. Tutto! Più sapremo crescere nell’amore di tutti i giorni e più ci piacerà fare l’amore con nostro marito o nostra moglie. Costa fatica? Certo guardare un porno per caricarsi o usare un sextoy è più facile e veloce. Però poi nel rapporto cosa porto? Una pulsione che si basa sulle mie fantasie, il centro sono io. Con l’amore invece porto un desiderio nutrito giorno dopo giorno che mi spinge ad essere sempre più uno con l’altro. Mi spinge alla comunione. Fare l’amore sempre con la stessa persona può essere sempre nuovo e diverso perchè noi siamo diversi e il nostro amore può crescere e rinnovarsi sempre.

L’amore è volontà. Iniziare un rapporto sessuale non è sempre spontaneo e naturale. Non nascondiamoci. Il menage familiare tende ad allontanarci. Siamo presi da mille preoccupazioni ed impegni e la sera non ci sono quasi mai i presupposti e la predisposizione mentale. Non è mancanza di desiderio in questo caso, ma solo stress e stanchezza. C’è una regola non scritta nel sesso. Più si fa (bene) e più si desidera farlo. Ecco spesso basta cominciare, anche se non ne avete voglia, e poi arriverà anche il desiderio e il piacere. Meglio ancora se si riesce a trovare un momento di qualità. Magari non alle tre di notte quando finalmente i pargoli russano e non rompono. Cercate il momento giusto. Io prendo permessi al lavoro quando so che Luisa è a casa la mattina.

Saper fare bene l’amore significa conoscere l’altro. Spesso ciò che non funziona non è la monotonia ma la nostra incapacità di donarci nel modo giusto. Per questo è importante un dialogo di coppia. Dialogo che senza paura e vergogna affronti la nosta intimità. Cosa ci piace? Cosa non ci piace? Non c’è nulla di male nel desiderio di essere capaci di amare come è più gradito all’altro, anche attraverso il corpo. Con il tempo gli sposi possono migliorare il rapporto fisico perchè sono sempre più capaci di amarsi. Si conoscono sempre meglio e questo abbatte eventuali rigidità, consente una piena fiducia nell’abbandonarsi e permette una comunione sempre più bella anche nel piacere fisico.

Prendetevi delle pause. Premessa doverosa: non c’è una frequenza giusta, ogni coppia deve trovare il proprio equilibrio. Detto questo è altresì vero affermare che non vada bene non fare mai l’amore, ma non vada bene neanche farlo spesso tanto per farlo. Se fosse così è meglio prendersi qualche giorno di pausa tra un rapporto e l’altro privilegiando la qualità alla quantità perchè rende tutto più bello. Meglio un rapporto a settimana a cui si dedica tanto tempo “perdendosi” nei preliminari, nella contemplazione dell’altro, negli abbracci, nel dialogo d’amore che tre rapporti a settimana vissuti velocemente che sembrano più sveltine che momenti di comunione autentica. Ci credo che poi vengono a noia.

Cerchiamo di essere cristiani in ogni circostanza. Anche quando viviamo la nostra intimità. Perchè rinunciare a questa bellezza proprio dove l’amore si fa carne? Dio ci offre sempre il meglio. Non accontentiamoci delle proposte del mondo, apparentemente più immediate e sicuramente più facili ma che alla lunga non aiutano la relazione ma la logorano sempre più.

Antonio e Luisa

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Mostriamo le nostre ferite senza paura

Vorrei oggi tornare sul Vangelo di ieri, domenica in Albis e domenica della Divina Misericordia. Come avete ascoltato durante la Messa, è stato proclamato il Vangelo dove Gesù appare due volte agli apostoli nel Cenacolo. La prima volta senza la presenza di Tommaso e la succesiva dove c’è anche l’incredulo apostolo. Ieri padre Luca ha già proposto una bellissima riflessione e non voglio ripetere gli stessi concetti molto belli.

Quello che mi preme è invece riprendere un breve passaggio del Vangelo per evidenziare un atteggiamento del Risorto che potrebbe passare inosservato. Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato.

Collocate questa immagine nel vostro matrimonio. Quegli apostoli nel Cenacolo erano gli stessi che avevano abbandonato il Cristo, erano scappati nascondendosi. Pietro lo aveva addirittura rinnegato dopo che poche ore prima aveva promesso di rimanergli accanto in ogni situazione. Gesù entra e rompe il ghiaccio con pace a voi, un modo per riaffermare quel rapporto d’amore e d’amicizia che almeno dalla parte del Cristo non era mai venuto meno. Ricostruite nella vostra mente la scena. Gesù dice queste parole non nascondendo le ferite della passione e della crocifissione, ma al contrario le mostra. Ferite trasfigurate dalla Resurrezione ma che hanno lasciato, sul corpo glorioso di Gesù, segni evidenti.

Questo atteggiamento del Cristo può insegnare davvero tanto a noi sposi. Anche noi siamo pieni di ferite. Alcune aperte e sanguinanti, altre chiuse ma non ancora guarite del tutto, altre che hanno lasciato cicatrici. Le relazioni con le persone sono per noi vitali, nel senso che ci rendono vivi e non possiamo farne a meno, ma sono anche pericolose. Quante ferite abbiamo ricevuto proprio dalle persone che più abbiamo amato. I nostri genitori, i nostri fratelli e le nostre sorelle, i nostri amici, ed ora anche nostro marito o nostra moglie. Spesso non veniamo feriti per deliberata cattiveria. Semplicemente la relazione implica l’aprirsi a persone che come noi sono abitate dalla contraddizione della caduta, persone abitate dal peccato ed incapaci di amare in modo perfetto e infallibile. Succede che i nostri genitori possano farci del male con il loro comportamento. Non lo fanno perchè non amano i figli. Non sanno amarli come Dio li ama, e mettono ciò che sono e ciò che possono dare in quella relazione d’amore. Anche io chissà quanti errori ho fatto e ancora farò con i miei figli. Chissà quante ferite dovranno guarire nelle loro relazioni future.

Tutta questa premessa per dire solo una cosa. Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostratevi completamente perchè quella pace che voi offrite non cancella tutte le sofferenze che avete passato, non sana le vostre ferite che continuano a sanguinare. Nascondere le ferite significa solo rimandare il problema e poi con il tempo esplodere con l’altro o implodere in sè stessi. Invece mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione, la guarigione del male passato della famiglia di origine e del male presente della nostra relazione sponsale.

Antonio e Luisa

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Come l’argilla è nelle mani del vasaio

Cosa significa farsi santi nel matrimonio? Ci deve pure essere una strada accessibile a tutti se abbiamo scelto questa vocazione. Oppure, come credono molti, il matrimonio è per pochi visto che circa metà dei matrimoni salta? Bisogna avere doti e talenti fuori dal comune? La risposta mi è arrivata da don Fabio Rosini. Don Fabio è davvero una persona straordinaria. Riesce come pochi a raccontare come siamo fatti e a cosa anela il nostro cuore.

Don Fabio ha detto qualcosa che sembra ovvio, e magari per voi che leggete lo è, ma per me è stata una rivelazione. Non mi si è mai mostrato così chiaramente il senso del matrimonio. La santità non dipende da qualcosa che dobbiamo fare noi, non siamo noi a dover essere bravi. La santità ci vede in un certo senso come parte passiva. Cosa intendo dire? Detto così sembra la furbata di quello che non vuole impegnarsi. No, il nostro personale impegno resta. Quello che don Fabio dice è che la nostra santità è opera di Dio. E’ Lui quello che vuole compiere meraviglie in noi e con noi. Noi dobbiamo semplicemente essere docili alla Sua azione.

Questo ci libera dal sentirci inadeguati. Ci libera dal dire che noi non ce la faremo mai, che non siamo abbastanza bravi, determinati, capaci. Non serve esserlo. Per sposarci non ci è chiesto di essere super in niente. Ci è chiesto semplicemente di fidarci, di affidarci e di abbandonarci. La santità nel matrimonio dipende dal nostro abbandono a Dio. Dio che attraverso il sacramento del matrimonio ci plasma e ci rende sempre più uomoni e donne pienamente realizzati nel progetto che Lui ha pensato per noi e con noi.

Concretamente il matrimonio ci mette di fronte a tante situazioni belle e brutte. Abbiamo affrontato momenti di gioia e di amore dato e ricevuto dove abbiamo sperimentato la comunione e il piacere della relazione. Abbiamo affrontato anche periodi e momenti caratterizzati dalla difficoltà, dalla sofferenza e magari ci siamo feriti l’un l’altro con il nostro atteggiamento, le nostre parole e le nostre azioni. Questi sono tutti momenti di crisi. Crisi è un termine che deriva dal latino e dal greco e che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una decisione: possiamo scegliere di abbandonarci alla grazia e cercare nella relazione con Dio la forza per scegliere il bene e il perdono, oppure possiamo scegliere di dare spazio al nostro io con tutte le rivendicazioni che ne conseguono. Rivendicazioni che poi si trasformano in quella che noi chiamiamo giustizia ma si tratta di vendetta.

Il matrimonio è una continua scelta. Più sapremo abbandonarci a Dio e più saremo capaci di decentrare lo sguardo, di farci dono, di perdonare, di ricominciare, di crescere, di vedere il bello. Insomma di avere lo sguardo di Dio, lo sguardo capace di salvare. Un perdono dato gratuitamente senza che l’altro abbia fatto nulla per meritarlo tante volte salva noi stessi e l’altra persona. Apre il nostro cuore all’amore gratuito e il suo cuore all’amore riconoscente. Ci apre a Dio.

Quando siamo capaci di questo non siamo noi che siamo bravi e che abbiamo chissà quale merito. Si un merito l’abbiamo ed è quello di esserci fidati ed avere offerto la nostra vita a Gesù. Il resto lo può fare solo Lui. E’ Lui che può prendere il nostro poco e farne tanto. E’ sempre Lui che può prendere la relazione di due poveretti che hanno davvero poco da offrire e farne un’opera bellissima. Un’immagine che può rendere l’idea la troviamo in Geremia: Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa d’Israele. Noi siamo quel vaso ed è Dio che nel matrimonio, se lo permettiamo, ci plasma e ci rende un’opera d’arte, ci fa santi. La santità degli sposi è questa. Non cerchiamo scuse dicendo che non siamo abbastanza, se lo vogliamo noi possiamo essere quello sguardo di Dio per la persona che abbiamo accanto, per i nostri figli e per il mondo intero.

Permettetemi un’ultima riflessione che credo importante. Il matrimonio riuscito non è sempre quello dove i due sposi si amano fino alla fine dei loro giorni terreni. Certo, desideriamo tutti un matrimonio così, ma un matrimonio riuscito è anche quello della persona che è stata abbandonata, e in quel dolore ha scelto di restare fedele, e in quella fedeltà si è lasciata plasmare e amare dal vasaio, da Dio. Io ne conosco di persone così e sono davvero delle persone meravigliose plasmate dall’intreccio tra il dolore e l’amore.

Antonio e Luisa

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Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus che era raccontato nel Vangelo di ieri. Cosa sappiamo di queste persone? In realtà molto poco. Erano originari di Emmaus e ci stavano tornando. Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle Maria presenti sotto la croce (Maria di Cleofa o Cleopa). In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia, ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto da poco. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Non ci potevano credere. Eppure avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze. Una nuova fortissima delusione per loro. Era tutto finito. Tornavano alla vita di prima che avevano lasciato per seguire Gesù. Una vita che non dava loro il senso e la pienezza che aveva invece sperimentato con il Cristo.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione, ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non riescono più a scorgere quella meraviglia che sono come persone e anche come coppia di sposi. Non scorgono più la meraviglia dell’essere un noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi, ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù, e i due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

Cosa sono gli atti impuri nel matrimonio? Accontentarsi delle briciole

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che mi è arrivata direttamente sul blog. Una domanda che si fanno in tanti e a cui spesso viene data una risposta superficiale o dogmatica. La domanda arrivata è stata: chiedo scusa volevo sapere quali sono i peccati impuri nel matrimonio? Cerco di interpretare la richiesta e la riscrivo con: quando un atto è impuro e quindi contrario all’amore e quando invece è un vero gesto di amore?

La questione si potrebbe affrontare facendo un elenco di pratiche moralmente buone e altre che non lo sono. Sarebbe però un modo troppo semplice e superficiale di affrontare la questione. Un tempo si faceva così. Sono convinto che un elenco possa magari dare un’idea generale ma poi non basta, è importante comprendere il senso dell’atto coniugale, la sua pienezza, i suoi frutti. Guardando alla grandezza del sesso e la sua finalità ultima allora si hanno le coordinate perchè ognuno possa fare la propria scelta consapevole e motivata. Il peccato che mi interessa mettere in evidenza non è tanto quello religioso (che pure c’è ma non sono io a doverlo giudicare), ma quello umano e relazionale : è un peccato che gli sposi sprechino l’occasione di un’esperienza meravigliosa che è la sessualità nel matrimonio impoverendo tutto con gesti appunto impuri. Atti dove non c’è trasparenza, dove non c’è verità tra quanto il corpo esprime e quanto abbiamo nel cuore.

Non è solo un elenco ma una vera scelta di vita. Io non sono il vostro confessore che può dirvi questo sì e questo no. Quello che mi sento di poter condividere è altro. Mi sento di parlare come uno sposo tra gli sposi che cerca di trovare la strada più bella e appagante anche in questo ambito. Qui si tratta di andare al cuore della sessualità. Noi siamo uomini e donne dotati di un corpo sessuato e che manifestano l’amore attraverso di esso. Uomini e donne differenti e complementari anche nel corpo. Uomini e donne sessuati proprio perchè l’incontro fisico di queste due alterità potesse essere nel contempo unitivo e procreativo. Dio ha scelto questo modo non solo per permettere la procreazione ma anche perchè potessimo fare esperienza di Trinità. Dio che è costituito da tre Persone che sono così unite tra loro da essere uno. Tre e una nel contempo. Cosa che noi sposi possiamo sperimentare e replicare proprio nel corpo attraverso l’amplesso. Siamo due ma uno nello stesso tempo. Lo sposo si sente nella sposa e la sposa nello sposo. Non solo nel corpo ma anche nei cuori. Quindi cosa si può fare? Come possiamo rendere concreto il nostro amore nel corpo? Con quali gesti? L’abbiamo detto, sono atti puri quelli che permettono tutta questa bellezza. Per questo serve l’apertura alla vita (seme depositato in vagina) e la comunione delle due persone attraverso il corpo. Apertura alla vita non significa ricercare un figlio ad ogni rapporto. Lo spiego meglio in questo articolo.

La sessualità non è genitalità. Ogni volta che ricerchiamo un rapporto intimo è importante partecipi tutta la persona. Non esiste il rapporto intimo puro dove al centro di tutto ci sono solo i genitali maschili o femminili. L’incontro intimo è partecipazione di tutta la persona, il coinvolgimento di tutto, corpo, sguardo, cuore. Insomma non ci può essere rapporto bello dove tutto si concentra solo sui genitali. Perchè? Manca di sicuro la comunione e spesso anche l’apertura alla vita. Capite come ogni gesto vada letto in questa consapevolezza di cosa sia l’amore erotico?

Ogni gesto va letto alla luce di questo significato umano e cristiano che viene dato al corpo e all’amore. Ogni volta quindi che vogliamo comprendere se un determinato modo di vivere la sessualità sia buono e bello oppure sia dettato da egoismo e dall’impulso di usare l’altro dobbiamo confrontarlo con queste due caratteristiche entrambe necessarie. Ora avete gli strumenti per comprendere se un determinato atto sia puro oppure non lo sia.

Il Cantico dei Cantici esalta i preliminari. Il nostro padre spirituale ci raccontava come alcuni sposi andassero da lui a confessare di essersi abbandonati al piacere dei preliminari. Lui rispondeva sempre che il peccato da confessare sarebbe stato quello di non averli fatti. Non c’è nulla di male nell’assaporare e fare esperienza del corpo dell’altro durante la preparazione dell’amplesso. Non esistono parti del corpo meno degne di altre. Tutto il corpo dell’altro è bellezza. L’amore ci chiede solo che siano gesti che non urtino la sensibilità e la dignità dell’altro, che ci si guardi (come potrebbe esserci comunione altrimenti) e che siano tutti gesti preparatori all’amplesso dove avverrà poi il rapporto completo. Il resto è tutto lasciato al desiderio e alla fantasia dei due sposi che anzi sono chiamati a perfezionare questo momento nel tempo. E’ un vero talento da perfezionare per entrare sempre più in comunione e godere del piacere che ne deriva. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Se volete approfondire Luisa ed io abbiamo scritto il libro Sposi sacerdoti dell’amore. Il Cantico dei Cantici letto da due sposi per gli sposi dove approfondiamo proprio la bellezza della contemplazione reciproca e la bellezza di un amore erotico vissuto in questo modo. E’ amare da Dio perchè è quello che Lui ha voluto per noi facendoci così con un corpo e sessuati.

Alla luce di quanto ho scritto fino ad ora si può comprendere come non sia adeguato fare un semplice elenco. Lo stesso atto può essere gesto d’amore o modo per usare l’altro. Faccio un esempio. La stimolazione orale dei genitali. Quando è offerta all’altro durante i preliminari, sempre sia gradita ad entrambi e non forzata, non è moralmente sbagliata. Il Cantico dei Cantici ci aiuta proprio a comprendere come tutto il corpo dell’amato/a sia bello e degno. Non c’è nulla di male in questo gesto, ma in un contesto di preparazione poi alla comunione completa dell’amplesso. Diventa gesto moralmente sbagliato quando vissuto fine a se stesso (dove è la comunione? dove è l’apertura alla vita?)

Anche l’amplesso vissuto in modo completo tra due sposi può invece essere un atto impuro. Come è possibile? San Giovanni Paolo II parla di adulterio del cuore. Quando viviamo l’amplesso per realizzare fantasie pornografiche e usiamo l’altro per il mero piacere fisico senza cercare la comunione stiamo compiendo un atto impuro anche se è un gesto sacro e sacramentale.

Quindi per concludere lasciatemi dire che non è importante fare un elenco ma è importante preparare il cuore e accostarsi sessualmente a nostro marito e a nostra moglie con purezza cioè con il desiderio di vivere un momento di vera comunione, di dono reciproco e di amore autentico. Questo non perchè ce lo dice la Chiesa ma perchè possiamo davvero fare un’esperienza meravigliosa. Scegliamo questa modalità perchè è più bella e perchè non vogliamo accontentarci di un semplice orgasmo.

Per approfondire vi consiglio questi testi:

  1. L’ecologia dell’amore
  2. Sposi sacerdoti dell’amore
  3. L’amore sponsale (a breve sarà pubblicata nuova edizione)
  4. La mistica dell’intimità nuziale

Antonio e Luisa

 Cosa resta della Pasqua il giorno dopo?

ll lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. E’ passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. E’ passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. E’ come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Pandemia e guerra torneranno a farci vedere tutto nero, senza speranza per il futuro? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

Sono domande che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. E’ una domanda decisiva. Perchè, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima.

La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di circa 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perchè questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non cerchiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perchè la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha pernesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrela.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

I sacerdoti e i religiosi sono un dono per tutta la Chiesa

Siamo sposi e nel nostro blog raccontiamo la bellezza del sacramento del matrimonio e le fatiche e le gioie di questa relazione tanto bella e impegnativa. Siamo però consapevoli della bellezza e dell’importanza anche della vocazione sacerdotale e religiosa e siamo grati a Dio per averci messo accanto sacerdoti e religiosi che sono stati fondamentali per la nostra crescita umana e spirituale. A tutti loro va il nostro grazie. Ora due brevi riflessioni dedicate a loro.

Livia Carendente

Ne ho conosciuti tanti, diversi per indole, per carismi, per caratteri e caratteristiche. A loro, a ciascuno di loro, devo la mia storia di conversione (non terminata, ovviamente). I sacerdoti sono un dono prezioso; una sorgente da cui attingere, senza orari, stagioni, condizioni particolari. Sempre lì, a disposizione di chi necessita, nella loro infinita umanità. Dunque sono più o meno simpatici anche loro, più o meno frettolosi anche loro, più o meno sorridenti anche loro. Ma ci sono. E già il loro esserci è grazia.

Forse non ci soffermiamo abbastanza sulla scelta di chi decide di offrire il proprio si, la propria vita, affinchè a me ed a te non manchi: sostegno nelle ore buie, conciliazione quando siamo nel peccato, ristoro se difettiamo del necessario, benedizione nella fragilità e soprattutto Eucarestia. Cosa diventeremmo se non ci fossero i sacerdoti? Io, personalmente, sarei nulla. E se mancassero quelli che (poveretti) mi aiutano, costantemente, nel mio tentativo di cammino spirituale, non riuscirei neppure a distinguere le mele dalle pere, per intenderci.

Ricordo bene il giorno in cui ho incontrato il prete che mi avrebbe cambiato la vita. Le sue parole, lo sguardo d’amore, la conoscenza del Signore, mi riempirono talmente tanto il cuore da farmi scoppiare in un pianto di inadeguatezza. Piccola, mi sentivo piccola e indegna, dinanzi ad un amore così pieno, gratuito, rassicurante. Fu un incontro straordinario che aprì nel mio cuore, abituato a vivere come un monolocale, una serie di stanze gigantesche, riuscendo a trasformarlo in un castello accogliente che poteva finalmente ospitare tutti coloro che si trovassero di passaggio.

E’ stato un (altro) sacerdote a farmi scoprire che si può amare in taglie forti, e si può allargare le braccia a chiunque, senza distinzioni di alcun tipo, sgretolando tutte le etichette del mio bon ton arido e impolverato. E’ stato un (altro) sacerdote ad accogliermi quando ero distrutta dal dolore, incompreso dai più, ricordandomi dell’Amore che sana. E’ stato un (altro) sacerdote ad insegnarmi il senso della misericordia (che ancora non esercito in modo autentico) quando ho subito delle ingiustizie, arrestando la sete di vendetta ed educandomi a pregare per i miei nemici. E’ stato un (altro) sacerdote ad accompagnarmi nelle scelte difficili, quelle controcorrente; quelle che il mondo giudica illogiche, sconvenienti, disarmanti e che mi hanno fatto sentire così sola, un po’ folle, giudicata anche, ma che nel tempo – quello della preghiera-  e nello spazio, – quello che il Signore estende ad ogni invocazione- mi hanno permesso invece di incontrare così da vicino il mio Signore. I sacerdoti sono ponti, scorciatoie, tramiti, salvagenti; sono la strada verso quell’infinito a cui tutti tendiamo, più o meno consapevolmente.

Antonio e Luisa

I sacerdoti non si bastano, come non ci bastiamo noi. Hanno bisogno, come noi sposi, di relazione, ma il senso della loro vita viene primariamente dalla relazione che hanno con Gesù. Una relazione che riempie il loro cuore e permette loro di donarsi alla comunità che la Chiesa affida loro. Noi sposi invece cosa possiamo insegnare ai consacrati? Noi mostriamo ai consacrati come essi possono amare Cristo e come
Cristo li ama. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità. Noi sposi diamo un volto all’amore di Dio. Almeno dovremmo provarci. Sicuramente ne abbiamo le capacità in quanto sostenuti dal sacramento. I consacrati ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il Signore ci ha dato doni diversi, affinché ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. C’è un aneddoto riguardante San Giovanni Paolo II che evidenzia molto bene la relazione tra questi due sacramenti. Il card. Ersilio Tonini ha raccontato durante un’intervista al sito Pontifex:

So per certo che la pianeta con la quale Karol Wojtyla celebrò la sua prima Messa a Cracovia, nella cripta di San Leonardo, al Wawel, venne confezionata con i merletti e la stoffa dell’abito da sposa di sua madre. Quando mostrai privatamente al Papa il documento e la prova di quanto oggi affermo, lui, che forse non lo sapeva o lo taceva, si commosse profondamente. In quell’abito si nascondevano due sacramenti: il matrimonio e l’ordinazione sacerdotale. (Questa riflessione è tratta dal nostro libro Sposi profeti dell’amore – Tau Editrice)

Siete nel dolore? Sentitevi figli amati!

Questo venerdì santo ci costringe a fare i conti con il dolore. Mi è piaciuta molto una riflessione di don Fabio Rosini. Parlando proprio della Passione di Gesù ha messo in evidenza qualcosa di importante. Gesù non è l’uomo che ha subito il supplizio peggiore. Ci sono stati condannarti che sono stati torturati ed hanno avuto una morte molto più lenta e dolorosa di Gesù. Cosa rende la sofferenza di Gesù così importante e diversa? E’ diversa per come è stata affrontata. Gesù ha affrontato tutto come un Figlio che si sente amato dal Padre. Un figlio amato. Tutto quello che ha sopportato lo ha fatto sostenuto dal Padre, dall’Amore che li lega in modo così perfetto e pieno. Tanto da renderli uno. Un Dio che è Trino e uno nello stesso tempo. Gesù si è preparato. Il Getsemani non è stato un momento inutile tra l’ultima cena e l’arresto. Il Getsemani è stato un momento fondamentale per Gesù, lo ha preparato ad affrontare tutto quello che è venuto dopo, lo ha aiutato a sopportare il tradimento dei suoi, cosa ancor più dolorosa della morte in croce e della fustigazione.

Il Venerdì Santo non ci deve spaventare. Ci deve aiutare a riflettere e a fare ordine nella nostra vita. Il dolore fa parte della vita. Vorremmo tutti farne a meno ed evitarlo ma non è possibile. Prima o poi ci toccherà affrontare situazioni dolorose. Allora Dio non ci ama? Se Dio permette che noi attraversiamo lutti, malattie, divisioni e litigi vuol dire che il nostro matrimonio è sbagliato e che che siamo da soli a lottare contro tutto e tutti? La nostra fede è tutta un’illusione? Il Venerdì Santo ci mette di fronte proprio a questa domanda! La resurrezione avviene solo dopo aver affrontato e superato questa prova.

In realtà, se crediamo al matrimonio perfetto, siamo completamente fuori strada. Dio non è il genio della lampada. Non basta strofinare la lampada con un rosario, con una devozione, con una Messa o con un pellegrinaggio per evitare ogni male e ogni sofferenza. Dio non è un mago o un prestigiatore. Dio è un Padre che ci accompagna passo dopo passo in ogni frangente della vita. Ci accompagna soprattutto in quelli più dolorosi dove non crediamo di potercela fare. Dio non ha evitato il supplizio a Gesù, ma Gesù attraverso il Suo abbandono al Padre ha reso quella morte feconda per Lui e per tutto il mondo. Ci ha salvati non perchè è morto ma per come è morto.

Questo è il segreto della nostra vita e del nostro matrimonio. Non potremo mai evitare il dolore, ma potremo affrontarlo da figli, ma per riuscirci dobbiamo prepararci. Come? In una relazione di preghiera e di intimità con Dio. PVa preparato con i sacramenti, va preparato con l’adorazione. Va preparato insomma nutrendo il nostro amore verso Dio e facendo esperienza del Suo per noi. Per sentirci figli amati dobbiamo conoscere il Padre e lasciarci amare da Lui.

Mi viene in mente un esempio luminoso dei nostri tempi. Chiara Corbella una giovane moglie e mamma morta prematuramente. Lei è passata attraverso il venerdì santo. Lei ha affrontato, con il marito Enrico, tanto dolore e ne è uscita fuori alla grande. E’ morta, ma è morta tra le braccia di Gesù. Dio non le ha tolto le prove. Gliene ha date molto più che a tanti altri. Eppure pregava, aveva una vita di fede, credeva moltissimo. Dio forse non l’amava? Molti hanno questa idea in fondo al cuore: se soffro Dio non mi ama. Invece Chiara mi piace tantissimo, proprio per quello che mi ha trasmesso con la sua testimonianza nelle prove. La sua vita è stata uno schiaffone in faccia che mi ha svegliato. Chiara non era una donna super, un’eroina dei fumetti. A detta di chi l’ha conosciuta era una giovane donna con le sue fragilità e paure. Ciò che l’ha resa straordinaria è come ha saputo trovare la forza che le mancava in Dio. E questo non si può improvvisare. Lo ha costruito giorno dopo giorno nella sua vita e nel suo matrimonio.

Chiara ha avuto la grazia, perchè per lei ed Enrico è stata una grazia, di concepire due bambini prima della nascita di Francesco. Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni sono morti subito dopo il parto per gravi patologie e malformazioni. Quanta sofferenza ha dovuto già sopportare prima della sua malattia che l’ha portata alla morte, eppure ne ha colto il senso e l’ha affrontata da figlia amata. Vi lascio come spunto di riflessione quanto chiara ha scritto in riferimento al figlio Davide Giovanni. Sono parole che squarciano un velo sulla nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una vera relazione d’amore. Chiara ci dice con questa riflessione in modo limpido cosa è l’amore e chi è Dio.

Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro, di abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia; ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che ave- vamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, ma non con le nostre logiche limitate perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri (ha abbattuto l’ idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù). Davide così piccolo si è scagliato con forza contro i nostri idoli e ha gridato con forza in faccia a chi non voleva vedere, ha costretto tanti a correre ai ripari per non riconoscere di essere stati sconfitti. Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto, grazie a Davide; nessuno è riuscito a convincermi che quello che ci stava capitando era una disgrazia, che derivava, dal fatto che ci eravamo allontanati da Dio forse anche solo inconsciamente. Ringrazio Dio perché il mio Golia è finalmente morto e i miei occhi sono liberi di guardare oltre e seguire Dio senza aver paura di essere quella che sono.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Fa parte della vita. Chi riesce ad affrontare da figlio il Venerdì Santo poi però può risorgere. Può risorgere la vita e può risorgere anche un matrimonio che sembrava finito perchè il venerdì santo ci può aiutare a capire, come diceva sempre Chiara, che nulla ci appartiene ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Cominciò a lavare i piedi dell’amato/a

Dopo aver contemplato ieri la nostra storia matrimoniale in riferimento al tradimento di giuda, tradimento avvenuto nel cuore e manifestato attraverso il corpo con un bacio, eccoci al giovedì Santo. Siamo all’inizio del Triduo Pasquale. Questa giornata è associata ad un gesto in particolare. Un gesto ripreso dallo stesso Vangelo: si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Oggi si ricorda la lavanda dei piedi. Un episodio che spesso passa quasi inosservato. Ce lo ricorda la liturgia che nelle nostre chiese vede il parroco (di solito) inginocchiarsi per lavare i piedi a 12 fedeli. In realtà questo è un episodio fondamentale. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente.

Cosa ci vuole dire Giovanni? L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita.

Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento.

Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico.

Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Giuda e il suo bacio. Un tradimento sponsale.

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù.

E’ importante perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Si è ad una cena insieme, già stare a tavola insieme ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere ed accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Cosa cambia la preghiera nel mio matrimonio?

La preghiera è per me sempre stata difficile. Ho capito tante cose sul matrimonio, sul perchè di determinate scelte che la Chiesa ci chiede di fare, sull’amore, sull’indissolubilità, sulla castità. Insomma ho abbracciato la modalità cristiana perchè ho fatto esperienza di come sia la più bella e la più completa. L’amore cristiano è il solo amore che a mio parere sia davvero autentico perchè costruito sul modo stesso di Gesù di viverlo e di esserlo. Ma la preghiera a cosa serve? Pregare cosa cambia nella nostra vita? Sono domande importanti da porsi perchè altrimenti si rischia di dedicare sempre meno tempo ed energie a questa attività.

La nostra società ci educa all’importanza del fare, del dare risultati, del dare concretezza al nostro amore. L’amore va sicuramente concretizzato con le opere. Su questo siamo d’accordo. La preghiera è tempo sottratto a qualcosa di più importante? Al posto di pregare potremmo ad esempio dedicarci maggiormente al servizio per l’altro. Vengono questi pensieri ogni tanto. Almeno a me vengono. Già il tempo libero che abbiamo non è molto. La famiglia e il lavoro richiedono tantissimo in termini di tempo e di impegno. Eppure c’è un brano del Vangelo che ci mette in guardia su questo aspetto. Ricordate Marta e Maria? Marta che si dà continuamente da fare senza fermarsi mai, senza darsi un attimo per contemplare e godere della presenza fisica di Gesù, e poi invece c’è Maria che sembra fare un po’ la furba. Sembra scantonare le faccende domestiche per sedersi con Gesù. Invece Gesù loda Maria e sgrida bonariamente Marta. Mi immedesimo un po’ in Marta. Cerco di fare tanto, anche attraverso questo blog, e poi devo anche mettermi lì a dire il rosario o le lodi? Non ho tempo. Cosa cambia in fondo?

In questi anni ho avuto diverse risposte a questa domanda. Mi ha colpito moltissimo un aneddoto riguardante madre Teresa. Madre Teresa si occupava dei più poveri e ne aveva di lavoro da fare. Eppure chiedeva a sè stessa e alle sue suore di dedicare almeno un’ora al giorno per l’Adorazione. Un’ora “buttata” dove avrebbero potuto fare tante altre cose più utili ed importanti. Perchè chiedeva questo? Perchè, diceva la santa suora, non si può aiutare i poveri se si è più poveri di loro. A me questa frase mi ha sempre toccato. Cosa mi vuole dire? Cosa dice alla mia vita?

La preghiera è importante. Non è importante che sia spontanea e che mi faccia sentire chissà quale trasporto, passione e sentimento. Come dico sempre l’amore è prima di ogni altra cosa una scelta. Vale per la nostra relazione sponsale ma vale anche per il nostro amore verso Dio. Pregare significa curare la mia relazione con Gesù, significa amarlo, significa conoscerlo, significa entrare nel Suo mondo, significa corteggiarlo, significa sentirlo presente e parte della mia vita.

Cambia tutto poi nella mia relazione con Luisa. Solo curando la preghiera e quindi la mia relazione con Gesù sarò poi pronto ad amarla. Ad amarla quando è ricca e riesce a darmi tanto in tenerezza, cura, parole, gesti e amore in genere, ma anche quando è povera e non riesce a darmi nulla. Solo curando la mia preghiera, come dice madre Teresa, potrò in quei casi in cui Luisa sarà povera e mendicante, donare comunque il mio amore perchè non sarò povero e mendicante quanto lei, ma sarò pieno della mia relazione con Gesù.

Cari sposi, la preghiera può in apparenza sembrare sterile ed inutile. Non è così. Cambia sempre il cuore quando è costante. Se vogliamo amare sempre di più nostro moglie o nostro marito, impegniamoci a trovare del tempo di qualità non solo per la coppia ma anche per la preghiera. E non fa nulla se ci costa fatica e ci pesa. Gesù apprezza comunque e noi entreremo sempre di più in relazione con chi ci ama in modo perfetto ed infinito.

Antonio e Luisa

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