Non avere paura mamma.

Oggi ho scelto di sfruttare il blog per presentarvi un libro. Ogni tanto lo faccio non perchè voglia sponsorizzare un prodotto, ma perchè i libri sono occasioni per riflettere. Ci fanno del bene. Soprattutto quando raccontano il bello e il vero. Questo libro a mio avviso lo fa. Conosco Rachele, l’autrice, da un po’ di tempo. La conosco solo virtualmente, non ho mai avuto il piacere di incontrarla, ma ho letto tanto di lei. Ho letto i suoi articoli su “La croce“, le sue riflessioni sui social, ho avuto modo di intervistarla sui miei canali. Insomma anche se non ho mai visto dal vivo Rachele ho imparato a conoscerla attraverso i suoi pensieri. E mi piace quello che dice e come lo dice. Mi piace perchè traspare tutta la sua femminilità, la sua bellezza nel non nascondere ciò che è: donna, moglie e madre. Non ho scelto a caso questo ordine. Solo chi si sente risolta in quello che è, nella propria identità femminile, può essere moglie realizzata e solo una moglie che è capace di mettere al primo posto il rapporto di coppia può essere una buona madre. Sia chiaro sempre con tutti i limiti che caratterizzano ogni uomo e ogni donna.

Ecco, tutto questo si legge chiaramente nel libro di Rachele Non avere paura mamma. Un libro scritto per le donne forse, ma che io da uomo ho trovato godibile e interessante. Rachele è madre di ben sette figli. I primi sono già grandi. Nel suo testo è stata molto brava nel non nascondere le tante, tantissime, difficoltà che sono insite nella gestione familiare, soprattuttio quando ci sono di mezzo i figli. E lei ne ha tanti. Non ha nascosto i momenti di scoraggiamento, le sensazioni di inadeguatezza e lo stress continuo di chi non riesce a riposare per anni tra pappette, pannollini, poppate notturne, mal di pancia e poi ragazzi adolescenti che rincasano a notte inoltrata. Non c’è tregua. Soprattutto per chi come lei ha figli di età molto diversa. Eppure è stata capace di trasmettere a chi legge tanta bellezza. Diverse bellezze.

Prima di tutto la bellezza della donna. Io sono affascinato dalla donna, da questa creatura così tanto diversa da me. Creatura che sa essere feconda in mille modi. Che sa generare non solo i bambini ma che sa generare anche noi mariti. Creatura che sa accogliere. Creatura che sa combattere ed essere tenace. Creatura che sembra così debole ma che non molla un centimetro e che, parlo per esperienza personale, dona tanta forza anche a noi mariti. Quando abbiamo accanto una donna così siamo anche noi pronti a qualsiasi cosa. Siamo pronti a dare tutto e a dare il meglio di noi.

Poi la bellezza della relazione uomo-donna. Siamo così diversi eppure così complementari. Anche questa realtà dal libro traspare tantissimo. I mariti sono citati poco, ma sono presenti sempre. Non so come spiegarlo ma si comprende benissimo come Rachele non sarebbe lei senza il marito Luca. Luca è quello che mette ordine, è quello che è capace di dire la parola giusta quando serve. Rachele si poggia tanto sul marito. E questo affidarsi reciproco è bellissimo. Ciò è possibile solo in una relazione basata sull’amore e sul rispetto reciproco.

Infine, ma non ultima per importanza, la bellezza dell’essere madre. Anche qui una bellezza che non è facile e che non sempre si vede. Viviamo in una società che non ama i bambini e non fa nulla di concreto per aiutare le famiglie. I figli sono un problema e spesso non si perde occasione per farlo notare. Le mamme sono schiacciate tra il senso di inadeguatezza, esperti sempre pronti ad insegnarti come essere madre e giudizi spesso spietati. Eppure nessuno ci può chiedere di essere genitori perfetti. Neanche noi dovremmo chiederlo a noi stessi. Sbaglieremo sempre e anche tanto. Quello che conta è altro. Conta amare questi figli, farli sentire preziosi. E’ importante testimoniare cosa è l’amore con la vita e dare loro la speranza cioè uno sguardo capace di andare oltre la precarietà di questa vita.

Insomma un libro che mi ha fatto ridere e anche piangere in alcuni passaggi. In particolare dove ho letto della testimonianza di una mamma e del suo bimbo disabile. Oppure la testimonianza della giovane mamma che ha scelto di non abortire. Mi hanno commosso nel profondo. Già perchè non l’ho specificato prima, ma Rachele non scrive solo partendo dalla propria esperienza personale, ma ha chiesto a tante mamme di lasciare un pensiero o la propria storia. Un libro che mi ha lasciato un cuore colmo di gratitudine per Rachele e di speranza per il futuro. Speranza che non è tutto perso ma ci sono tante donne meravigliose che non cedono ad una cultura che vorrebbe cancellare la loro identità e di conseguenza la loro bellezza e ricchezza. I figli non sono un problema ma un dono grande che riceviamo e che porta con sè delle responsabilità. I figli non sono un problema ma un’occasione per crescere e per diventare uomini e donne migliori. Certo non è facile ma è una sfida che è bello cogliere.

Termino con le parole di Giovanni Paolo II dedicate proprio alle donne: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Non avere paura mamma – Rachele Mimì Sagramoso – Tau Editrice

Antonio e Luisa

Come passare la palla a Dio

Oggi abbiamo pensato di rispondere alla domanda che ci è stata posta sotto al nostro precedente articolo. Indubbiamente questa è la nostra esperienza personale, ma magari qualcuno può trarre qualche spunto per se stesso. Noi abbiamo imparato a passare la palla a Dio nel momento stesso in cui siamo arrivati alla consapevolezza che Lui è un Maestro nel fare canestro e quindi ci siamo fidati. Durante gli allenamenti di basket c’è un esercizio che consiste nel passarsi la palla ed ad aiutarsi ad andare al tiro, come fosse un gioco a due sotto lo sguardo dell’allenatore. Come lo è nel campo di basket dell’oratorio lo è nella vita. Come allenarsi a giocare nel campo della vita e della coppia? Prima di tutto imparando a pronunciare la parola Padre. Spesso ci si dimentica che abbiamo un Padre che ci rende fratelli tutti, e se sei figlio unico tuo Padre sa bene che hai bisogno di fratelli con cui condividere la tua vita e all’occorrenza te li farà trovare sul tuo campo, nella tua squadra.

In campo si possono trovare avversari molto agguerriti, di quelli pronti a riempirti di gomitate pur di non mandarti a tiro. A noi è successo. Quando ho scoperto di avere una patologia che non solo era incompatibile con una gravidanza, ma comportava determinati cambiamenti nella mia vita ho avuto bisogno di fermarmi. Ho dovuto per forza di cose chiedere un cambio. Mi sono messa in panchina. A nessun marito piace vedere una moglie in panchina, ma è proprio lì che esce il meglio che non ti aspetti da chi hai sposato, anche se lo conosci da quando sei adolescente come io conosco Andrea.

Avere a che fare con una patologia che ti impone di stravolgere le tue piccole e semplici abitudini è stato un qualcosa che mi ha avvicinato molto più di prima alla preghiera. Mi ha consentito di assaporare e di sentire ancora di più dentro me il Tempo di Dio. Non appena ho scoperto la mia malattia, una delle prime cose che ho fatto è stata salire sul treno per Assisi. Lì dove è sepolto Carlo Acutis. Uno dei miei rifugi personali è Assisi, mi piace moltissimo andarci anche da sola. Arrivai lì, con nel cuore la domanda che mi aveva fatto il mio padre spirituale: e dove sta Dio nella tua malattia? Come la stai vivendo con Lui? Io gli risposi: ora non ti so proprio dire dove sta Dio nella mia malattia quando lo trovo te lo dico.

Arrivata alla Chiesa della Spogliazione, mi misi davanti alla tomba di Carlo. Mi piace sostare molto tempo in quel luogo, come quando vado a trovare un amico. Lì ce l’ho fatta, ho scelto di accogliere la patologia che mi è stata diagnosticata. Carlo sapeva che doveva morire e ce lo ricorda proprio lui, in un video (reperibile su Youtube), dove afferma con la pace nel cuore: sono destinato a morire. Ho imparato, dalla storia di Carlo, che Fede e Scienza devono andare sempre a braccetto e che non sono in contrapposizione. Nella nostra famiglia il tema della morte è stato affrontato e vissuto ancora prima che il mondo avesse paura del Covid. La patologia che mi ha colpito all’utero, in abbinamento ad altre patologie, in caso di gravidanza avrebbe comportato proprio questo, non solo un rischio enorme per il bambino, ma anche una probabilità elevata di mio marito di ritrovarsi senza moglie.

Quindi mettersi in panchina e affidare la palla a Dio è stato proprio questo: un passaggio essenziale e cruciale per fare canestro nella nostra vita. Perché si vive per Cristo con Cristo e in Cristo. Sia come singoli che come coppia di sposi. Passare la palla Dio vuol dire non solo affidarsi a Lui ma anche alle persone che ci sono accanto, quegli amici e fratelli fidati che Dio ci dona per rendere più allegra e gioiosa anche la sofferenza. Quante volte ho dovuto chiedere ai ragazzi di venire qui a casa che ero sola e non mi sentivo bene. Mi sono sentita come Lazzaro, quasi morta per tre giorni.

Quante volte ho chiesto loro di accompagnarmi a fare le analisi? Ed è stato proprio in quei momenti che in me c’è stato il passaggio naturale dall’idea fertilità a quella di fecondità. Perché mi sono, ci siamo resi conto, che un legame unico e importante può nascere anche se i bambini e i ragazzi non li abbiamo partoriti noi. Quindi, care coppie, quello che ci sentiamo di consigliarvi è di non chiudervi mai troppo specie nei momenti di dolore, ma di trovare sempre la vostra sentinella del mattino che vi indica la strada per vivere il vostro matrimonio e la vostra vita con Dio in allegria, anche nel tratto di strada dove c’è la malattia. Dio è già con voi da quando vi ha scelti per andare all’altare, solo che spesso gli piace giocare a nascondino. Non lo dimenticate mai. Lui c’è sempre.

E cosa importante, quando ne sentite la necessità e non ve la sentite di recarvi in chiesa, alzate il telefono e fatevi mandare un sacerdote e se lui stesso non può un ministro straordinario dell’Eucarestia. Quel nutrimento non può mancare. A presto.

Simona e Andrea. Vi aspettiamo sempre se volete sul nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara.

Amarsi come il primo giorno?

Ci sono tante persone che, per enfatizzare quanto si vogliano ancora bene dopo tanti anni passati insieme, affermano: ci amiamo come il primo giorno!

Io ho sempre trovato questo modo di descrivere la pienezza di una relazione come stonato. Il primo giorno io amavo Luisa molto meno di come la amo oggi. E’ normale che sia così. Il nostro padre spirituale ci diceva sempre che l’amore non è qualcosa di statico. Non è qualcosa che dobbiamo cercare di cristallizzare e custodire così com’è, come in una teca. Il nostro amore è quanto di più vivo (o morto, se non curato) ci possa essere. Muta continuamente. Come un albero. Da un giorno all’altro sembra lo stesso, ma se lo si osserva per periodi lunghi si notano delle differenze enormi.

E’ normale che sia così perchè l’amore non ha vita propriala relazione non ha vita propria, ma si nutre attraverso i due sposi. Attraverso i gesti, la vita, le attenzioni, il tempo, la cura, il perdono, gli scontri, i litigi, dei due sposi.

L’amore si nutre della vita dei due sposi. Esattamente come i bambini che crescono nel grembo di una mamma. D’altronde l’amore non è forse una forza generativa? Non è forse vita?

Così accade che in una vita insieme, due persone che, nonostante i loro limiti, si impegnano giorno dopo giorno a farsi prossimi all’altro/a e dono l’una per l’altro, diventano sempre più capaci di amarsi. Diventano sempre più comunione, sempre più un cuore solo. Il loro cuore diventa sempre più grande e capace.

Non solo accade questo. Accade anche che i loro cuori si riempiono di tutto l’amore che sono stati capaci di donarsi nella loro relazione. Come un forziere che si riempie del bene donato. Non so voi, io ricordo tantissimi episodi e gesti in cui Luisa mi ha fatto sentire profondamente amato, e queste sono perle che restano per la vita e che arricchiscono il nostro matrimonio e mi permettono di guardarla con uno sguardo pieno di questo bene ricevuto. Come uno di quei filtri della fotocamera del mio smartphone che mi permettono di rendere più bella la persona che riprendo.

In sintesi giorno dopo giorno diventiamo sempre più capaci di amarci. Per questo il massimo della mia capacità di amare Luisa nel 2002, quando ci siamo sposati, era molto meno di ciò che posso fare oggi.

Per questo mi sentirei di fare un augurio diverso alle persone che si vogliono bene. Non direi loro amatevi come il primo giorno ma direi amatevi come se fosse il vostro ultimo giorno insieme, dando tutto, non risparmiando nulla. Sono sicuro che chi ama in questo modo è capace di un amore molto più profondo e grande.

Un’ultima considerazione. Anche il rapporto intimo diventa sempre più bello e sempre più profondo con il tempo. Già, perchè ciò che rinnova davvero quel gesto non è cambiare il modo o il partner, ma è l’amore degli sposi che giorno dopo giorno è sempre più profondo, più grande e più maturo. Come il vino delle nozze di Cana. Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono (Gv 2, 10)

Antonio e Luisa

Appuntamento “romantico” nel deserto!

Dal libro del profeta Osèa (Os 2,16b.17b.21-22) Così dice il Signore : «Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».

Di solito la proposta di matrimonio viene fatta in un luogo speciale, creando un’atmosfera unica, sfoderando tutte le armi romantiche di cui siamo attrezzati, mai si è sentito di un fidanzato che abbia fatto “La proposta” nel bel mezzo del deserto. Eppure il Signore sembra preferire questa “location” per dichiararsi alla sua amata.

Ma chi è questa amata ?

Se con pazienza si legge il resto dei capitoli del libro di Osea non si fatica a capire che il Signore parla della casa di Israele (un altro modo per chiamare il popolo eletto) la quale però si era prostituita agli dèi stranieri, ossia aveva commesso il gravissimo peccato di idolatrìa, peccato che attirerà molti guai al popolo eletto.

La Tradizione ci insegna che la nuova casa d’Israele che il Signore vuole fare Sua sposa è sicuramente la Chiesa (Cattolica), ma poi è anche la nostra anima, l’anima di ciascuno di noi.

Se siamo sinceri con noi stessi possiamo riconoscere che la storia del popolo eletto è anche la storia di ognuno di noi… siamo stati salvati col Battesimo dal nostro Egitto che ci schiavizzava; il Signore ci ha protetto dalla calura del sole del deserto e dal freddo della notte con la Sua Grazia di ogni giorno; ci ha nutrito con la nuova manna, il Pane del Cielo, l’Eucarestia; ha aperto le acque del Mar Rosso con la Sua Morte e Risurrezione per introdurci nella Terra Promessa… eppure noi ci ostiniamo a prostituirci agli idoli costruiti dalle mani dell’uomo. Sembrano parole forti inventate da noi? Ecco cosa scrive Osèa pochi versetti prima:

Quando il Signore cominciò a parlare a Osèa, gli disse : «[…]poiché il paese non fa che prostituirsi
allontanandosi dal Signore».

Ma il Signore non si dà per vinto, vuole riconquistare il primo posto nel cuore dell’amata, vuole creare quell’atmosfera che farà finalmente breccia nel cuore dell’amata, la nostra anima.

Che meraviglia avere un Dio che è innamorato della nostra anima e che ci dà un appuntamento “romantico” per farci la proposta di un matrimonio eterno! Non è da tutti!

Cari sposi, il nostro sacramento è un aiuto per la santificazione dell’anima del nostro coniuge perché è una sorta di anticipo delle vere nozze eterne, è come un antipasto del matrimonio eterno che la nostra anima vivrà con Dio in Paradiso.

Qualcuno ci chiede spesso che senso abbia impegnarsi così tanto per vivere il matrimonio quando in fin dei conti “basta volersi bene e rispettarsi” … ma se il nostro matrimonio è solo una bozza del vero matrimonio eterno che sarà con il vero Sposo, va da sé che non basta più “volersi bene e rispettarsi” perché quello lo fanno anche i non battezzati, noi sposi col Sacramento abbiamo una missione divina: far diventare la nostra relazione quel bozzetto (un po’ scarabocchiato magari) di Paradiso.

Il Signore ci ha abilitati ad amare come Lui, con la Sua forza, con il Suo stile, con le Sue caratteristiche, con la Sua pazienza, con il Suo perdono… quindi anche noi dobbiamo far di tutto per attirare a noi il nostro coniuge che si è allontanato, dobbiamo condurlo/la nel deserto e parlare al suo cuore, perché lontano da noi non può trovare neanche uno schizzo a matita del vero matrimonio eterno.

Dobbiamo impegnarci per un appuntamento “romantico” perché l’altro gusti l’amore di Dio dentro la nostra relazione. Coraggio sposi, è un compito arduo, ma il Signore quando investe un Suo soldato di una missione lo carica di armature ed armi per combattere e sconfiggere tutti i nemici.

Giorgio e Valentina.

Non si inginocchia in chiesa ma sulla mia malattia

Luisa ed io siamo appena rientrati da una settimana di ritiro in montagna. Non avevo nulla di pronto per oggi. Mi è però arrivata una testimonianza inaspettata, un vero dono per me e credo anche per tutti voi. Abbiamo scritto mille volte come il sacramento del matrimonio sia qualcosa di molto bello, ma che può diventare anche molto esigente. Il matrimonio è per sempre, vale in salute ma anche nella malattia. Esigente perchè l’amore vero è tale solo quando è disinteressato, gratuito ed incondizionato. L’amore non è sentimento, emozione e passione. Si, tutti questi ingredienti sono importanti ed è bello che ci siano ed è necessario fare di tutto per nutrire e custodire il nostro reciproco innamoramento e alimentare il nostro desiderio. L’amore matrimoniale però non è questo. Amare è un verbo, è la scelta di mettere l’altro al centro sempre, quando mi fa stare bene e quando è difficile farlo. Amare quella persona perchè è lei e non per quello che fa e per come mi fa stare. Così è l’amore di Gesù per ognuno di noi ed è ciò che siamo chiamati a replicare nella nostra relazione. Perchè tutta questa premessa? Perchè Paola, a causa di una brutta depressione, non sentiva più Gesù e la Sua presenza. Lo ha però ritrovato. Lo ha trovato nell’amore gratuito del marito. Questo è grande! Vi lascio con le parole di Paola.

Cari Antonio e Luisa, vi riporto la mia esperienza non proprio “rose e fiori” circa il mio Matrimonio, fortemente minacciato da una malattia subdola e feroce: la depressione. Una mattina di tre anni fa, mi sono svegliata con un macigno addosso, che mi impediva di alzarmi dal letto e di svolgere le consuete attività. Mi sentivo sprofondare in un abisso. Fino ad oggi non sono guarita, pur avendo consultato diversi professori. Che c’entra il Matrimonio? Ve lo dico subito: la depressione ti toglie tutti i sentimenti, non provi più niente, non sai dov’è Dio e non capisci perché ti senti così abbandonato, sofferente, devastato dalla depressione. È questo il momento di sforzarsi e guardare oltre il proprio dolore.  Io non ho un marito “fervente”, di quelli che pregano insieme a te, che ti abbracciano facilmente ecc. Tuttavia lui c’è, è rimasto lì, dove un altro forse sarebbe fuggito, è rimasto lì a stirare, a preparare il pranzo o la cena, ad assicurarsi che tutto restasse dignitoso malgrado la mia “assenza” senza mai un lamento. In questo io ho visto la presenza di Dio nel Matrimonio. Mio marito non si inginocchia facilmente in Chiesa, però partecipa alla Messa, il suo inginocchiarsi vuol dire “esserci” per me. Anche questo è Matrimonio cristiano.

Antonio e Luisa

Non ci siamo sposati per noi stessi

Le lampade sono accese. Aspettiamo lo Sposo”. Questo l’ultimo SMS di Enrico e Chiara Petrillo, prima che lei entrasse in agonia, 10 anni or sono. Una coppia che ha capito molto bene il senso del loro amore e Chi fosse il vero Sposo. Proprio di questo vorrei parlarvi approfittando della Liturgia odierna.

Il Vangelo appena letto non è, a prima vista, molto piacevole: pare che Gesù voglia proprio dipingerci tutti come servi e non piace a nessuno essere ascritto alla servitù, dover essere sempre sull’attenti, sgobbare dalla mattina alla sera, magari ripresi e trattati male in modo arbitrario. Questa era la misera sorte dei servi ai tempi di Gesù ma qui nel Vangelo appaiono tratti alquanto particolari.

Chi è in definitiva il servo per Gesù? Non è tanto quello che si sfianca “a gratis” bensì colui che non si possiede, colui che vive in una relazione vitale con un Altro, la persona che sa, in fin dei conti, che la sua non dipende da sé stesso. Se questa è l’essenza del servo, beh, allora lo siamo proprio tutti, dal Papa a scendere.

A tale riguardo, non è un caso che la parola “famiglia” venga dal latino “famulus”, ossia l’insieme dei servi che vivono sotto uno stesso tetto. E se al posto di “servire” usassimo il suo sinonimo di “appartenere”? In fondo il servo lo è sempre in relazione a un signore, a un padrone, quindi gli appartiene. Ma nel Vangelo il padrone di cui parla Gesù non è uno qualsiasi, è lo Sposo e sappiamo bene che è Gesù stesso a fregiarsi di questo titolo.

Ecco allora che voi sposi siete servi, cioè appartenenti in maniera più stretta allo Sposo ed è per questo che vi siete sposati in Cristo: per non vivere più per voi stessi ma per Colui che è morto e risorto per voi (cfr. 2 Cor 5,15) quindi per accogliere anzitutto Gesù Sposo nel vostro amore, farLo abitare tra voi, renderLo partecipe del vostro amore. Solo così poi tutto il resto ha veramente senso, altrimenti cadreste, prima o poi, in quella noiosissima autoreferenzialità che troppo spesso le coppie cristiane mostrano, giunte sul far dei 30 / 40 anni.

Cari sposi, vi auguro di cercare sempre assieme quel Volto stupendo dello Sposo, come fecero Chiara ed Enrico. Egli, infatti, è l’unico capace di custodire in eterno il tesoro del vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Le parole di padre Luca aprono diverse piste di riflessione. Cosa significa sposarci sacramentalmente? Sicuramente che la nostra relazione è abitata dalla Grazia, che siamo cioè sostenuti da Dio, ma non solo. Con il sacramento del matrimonio la nostra relazione non è più solo nostra ma appartiene a Dio. Il nostro amore lo doniamo a Lui perchè ne faccia cosa sua. Ciò significa che tutte le volte che vengo meno alla mia promessa verso Luisa non sto mancando solo a lei ma anche a Dio. In un certo senso, ogni volta che sottraggo amore a Luisa sto compiendo un sacrilegio. Ogni volta che invece mi offro a lei, sto compiendo non solo la cosa giusta con mia moglie, ma un vero sacrificio a Dio. Questo è il matrimonio.

La Trasfigurazione degli sposi

Cari sposi,

oggi è la festa della Trasfigurazione di Gesù, una ricorrenza liturgica che forse non vi è particolarmente familiare cadendo così vicino a Ferragosto, in pieno tempo di ferie.

È un evento cruciale per la vita di Gesù e degli apostoli. Perché è così? Stava andando a gonfie vele, tra miracoli e folle osannanti. Gesù, con la fama alle stelle, ecco che un bel giorno ti viene fuori con uno strano discorso sulla sua ormai prossima morte in croce… I poveri apostoli, basiti fino all’osso, se la facevano sotto al solo pensiero di chiederGli spiegazioni. Gesù lo sa benissimo e allora prende l’iniziativa portandoseli in cima a un monte, il Tabor. Lì in cui interviene per la seconda volta la Trinità (la voce del Padre, la nube dello Spirito) e la scena è accreditata e avvalorata da Elia e Mosè come testimoni dell’Antico Testamento. Quindi si tratta proprio di un momento solenne, di una sacralità unica mai vista in precedenza.

E tutto questo per cosa? A che pro? Gesù voleva far vedere ai suoi apostoli, far toccare loro con mano, portarli a un’esperienza indubitabile che dopo la morte sarebbe venuta la risurrezione. Questo è il nocciolo della Trasfigurazione: far pregustare ai discepoli, e a tutti noi inclusi, il dopo, la vita vera, quella eterna. Ma allora che c’entra la Trasfigurazione con gli sposi? Non eravamo rimasti d’accordo che “finché morte non ci separi”? In effetti la proporzione non è del tutto esatta se accostiamo la Trasfigurazione di Cristo e quella, in teoria, degli sposi.

Come mai mi sono inventato un titolo del genere? Non è in verità farina del mio sacco perché questa espressione è usata dal Rito del matrimonio nella Quarta formula della benedizione nuziale che si esprime così:

“Ora, Padre, guarda N. e N.,
che si affidano a te:
trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro
e rendila segno della tua carità.
Scenda la tua benedizione su questi sposi,
perché, segnati col fuoco dello Spirito,
diventino Vangelo vivo tra gli uomini” (Rito del matrimonio, 88).

Di conseguenza è vero, esiste una vera e propria trasfigurazione di voi sposi: ma in cosa consiste? Qual è il suo contenuto? Il testo del rituale è assai ricco di significato e vorrei enucleare per voi questi due grandi insegnamenti:

1) la trasfigurazione nuziale, ordinariamente, è un cammino di tutta l’esistenza. Inizia con il dono del sacramento e perdura vita natural durante. Ci possono essere momenti speciali (una grazia durante un ritiro, un fatto drammatico che vi fa maturare, una direzione spirituale che vi fa capire a fondo un aspetto di voi…) ma si colloca normalmente nell’ordinario di voi sposi. È confortante questo, Gesù ha pazienza con voi, vi accompagna, vi prende per mano a patto che siate sul sentiero con il bastone in mano e gli scarponi ai piedi. Fondamentale è la docilità allo Spirito Santo, vero artefice di questa vostra elevazione spirituale, mentale, caratteriale e comportamentale.

2) Poi, il contenuto della trasfigurazione per voi sposi non è tanto nell’aldilà ma deve avvenire qui ed ora. Consiste nel rendere manifesto, nel vostro amore, che Gesù sta amando la Sua Chiesa. A questo si riferisce con l’essere “segno della tua carità”. Quanto amore di Cristo dicono ed esprimono i nostri sguardi, le nostre parole, la nostra intimità, i nostri perdoni, i gesti di servizio disinteressato? È Lui che vuole emergere tra voi, è Lui che scalpita perché Lo rendiate presente!

Non importa che siate sotto i riflettori dell’Isola dei Famosi perché questo avvenga. Gesù vede nel segreto e vi ricompenserà per ogni volta che cercate e vi sforzate di vivere così. Anche quando non ne avete voglia o le cose non vengano fatte spontaneamente.

E allora, cari sposi, possiate anche voi dire con San Pietro: “è bello per noi essere qui”, cioè, è bello Signore sapere che ci abiti, che vivi con noi le nostre giornate belle o brutte esse siano. Vogliamo come sposi anche noi essere un riflesso di quella tua luce di amore e donazione incondizionata.

padre Luca Frontali

Va dove ti porta il cuore? Anche no!

Va dove ti porta il cuore? Anche no, grazie. Perchè scrivo questo? Provo a spiegarlo raccontandovi un aneddoto. accaduto giusto due giorni fa. Nulla di particolare, cose che succedono frequentemente in una relazione matrimoniale. Ho avuto modo però di rifletterci sopra. Ho potuto constatare due miei atteggiamenti, uno negativo e uno credo invece positivo.

Luisa ed io stiamo frequentando una settimana di approfondimento circa il matrimonio e la spiritualità di coppia. Cari sposi cercate di ritagliarvi sempre una settimana o almeno qualche giorno all’anno per salire sul vostro Tabor e per fermarvi a contemplare il vostro amore trasfigurato da Cristo (il sacramento del matrimonio è questo). Ecco, siamo qui a fare questo ritiro, stiamo ascoltando tante belle riflessioni, abbiamo momenti per noi, per parlarci profondamente l’uno all’altra, e momenti per condividere emozioni e pensieri. Eppure anche qui, seppur presi da tanta bellezza, le nostre miserie sono venute fuori. Luisa, a causa della sua eterna insicurezza, mi ha rovinato i piani e non siamo riusciti a fare qualcosa a cui io tenevo.

Mi sono trovato in un vero combattimento interiore. Si tratta di una piccola cosa certamente, ma è rappresentativa di quello che cerco di raccontarvi. Avevo la ragione che mi diceva che non era nulla, che Luisa non aveva causato di proposito quella “mancanza”, che lei è così a volte si perde in un bicchier d’acqua. Dall’altra c’era la mia parte emotiva, il mio cuore, che mi spingeva a mostrarle tutto il mio risentimento e a “fargliela pagare” in qualche modo. Ebbene sì, dopo vent’anni di matrimonio sono messo ancora così male. Me la prendo facilmente. E qui siamo alla parte negativa del mio atteggiamento, alla mia debolezza e per certi versi alla mia miseria.

Dove sta quindi il positivo? Che il matrimonio ti cambia. Che dopo vent’anni di matrimonio mi conosco e Luisa mi conosce anche lei. Ho reagito molto diversamente da come avrei fatto tempo fa, all’inizio del nostro matrimonio. Molto tranquillamente le ho chiesto di darmi tempo, che c’ero rimasto male. Con tanta sincerità da parte mia e tanta accoglienza da parte sua. Lei ha capito. Mi serviva il tempo necessario affinchè io potessi fare la cosa giusta. La cosa giusta non è seguire il cuore in questo caso. Il cuore, il mondo delle emozioni, ti porta a volte fuori strada, ti porta verso il risentimento e verso l’allontanamento. Ti porta verso un’orgogliosa chiusura. Bisogna seguire la ragione, bisogna farsi furbi e lasciare il tempo alla ragione di vincere il cuore. Mi sono messo lì una mezzoretta al sole, da solo, e poi sono tornato quello di prima. Sono tornato da Luisa e l’ho stretta a me. Senza più ombre nel cuore.

Questi vent’anni mi hanno insegnato a non rispondere subito, a non lasciare che le emozioni negative possano rovinare l’armonia tra me e la mia sposa. Alla fine basta poco, basta lasciare spazio alla ragione. Solo così sapremo ricondurre il cuore all’armonia e alla comunione senza nel frattempo fare troppi danni.

Volevo condividere questi pensieri perchè so quanto reazioni troppo istintive possano fare male. Quanto male può anche fare il nostro orgoglio che dà troppo spazio alla nostra parte emotiva. Lasciamo perdere i musi lunghi, i silenzi e le piccole vendette, fanno solo del male. Dividono e spesso lasciano il segno. Impegniamoci piuttosto con la ragione, di cui Dio ci ha dotato, a riportare l’armonia tra noi il prima possibile. Ragione 1 cuore 0, palla al centro!

Antonio e Luisa

Se passi la palla a Dio puoi fare canestro con la tua vita.

Quest’anno per la Perdonanza Assisiana abbiamo fatto qualcosa di alternativo, non ci siamo recati ad Assisi ma abbiamo optato per un cammino per la via Francigena made in Roma. La Perdonanza racchiude in sé almeno per quanto ci riguarda le gioie e i dolori di un intero anno e ho sentito l’esigenza di camminare con lo zaino in spalla qui a due passi da casa nostra, iniziando proprio con una messa nella Parrocchia di San Tarcisio (che tra l’altro è francescana).

Lo scorso anno, di questi giorni, durante una cena con il nostro padre spirituale, nacque il progetto Abramo e Sara e, mentre camminavamo, è stato bello ricordare e perdonarsi i nodi interiori accumulati. È stato piacevole ripensare a come io e Andrea ci siamo perdonati le nostre vicendevoli mancanze. Sì, la Perdonanza per noi rappresenta questo, rappresenta il riconoscere i nostri limiti e farne tesoro. Io ad esempio ho sempre combattuto il nodo del tempo, quel tempo che mi è mancato per avere un figlio biologico. La parrocchia di origine di Andrea ha collocata all’entrata una lapide con scritto “Facemo bene adesso ch’avemo tempo“, e quella stessa frase è stampata sulle magliette della squadra di calcetto. Lavando le magliette io mi sono sempre chiesta che cosa avesse capito Andrea, perché spesso le nostre discussioni sono legate al tempo. Spesso e volentieri sorridendo gli dico che secondo me l’adesso di quella frase è stata da lui interpretato in malo modo, altrimenti non si spiegherebbe il perché della sua poca organizzazione. C’è da dire che io, invece, sono amante delle organizzazione. Possono accadere imprevisti, ma la progettualità alla base ci deve sempre essere.

Io sono quella che a capodanno già prenota per ferragosto, per farvi capire come sono fatta. Indubbiamente in questo ho preso moltissimo da mio padre. Ecco perché, nel momento stesso in cui ho comunicato ad Andrea che ahimè erano sorte difficoltà per una gravidanza, ho trovato un sentiero aggrovigliato nel suo cuore e nelle sue orecchie. Una donna è ben consapevole che esiste un tempo biologico, che più rimandi e più rischi, invece Andrea si è beccato una secchiata di ghiaccio in testa perché finalmente aveva compreso l’importanza della parola adesso. Ricordo che in quei momenti è stato fondamentale avere accanto una delle colonne della mia vita, la mia migliore amica, colei che mi tiene la mano dai tempi dell’asilo, nonché la mia testimone di nozze. Fortunatamente è oltretutto medico. E’ lei che si è presa il compito di parlare con Andrea per spiegargli la patologia che mi avevano diagnosticato.

Questi ultimi anni sono stati i più importanti per il nostro matrimonio, ma anche prima di tutto per noi stessi. Si dice spesso che gli uomini non soffrano o dimostrino poco i loro sentimenti, ecco Andrea è molto San Giuseppe. Non a caso io adoro San Giuseppe. San Giuseppe viveva la sua vita, il suo lavoro, amava Maria e poi ad un certo punto si è visto stravolgere i piani. Chi meglio di San Giuseppe riesce a capire una coppia di sposi che si è ritrovata con un piano stravolto? Quindi care donne state tranquille, magari non lo esternano, ma anche i mariti soffrono, nel caso nostro è stato importante il nostro padre spirituale, una figura su cui Andrea sapeva di poter contare. Anche per una semplice birretta e pizza insieme o un semplice passaggio in auto, o anche semplicemente stare accanto in silenzio perché un semplice sguardo e una pacca sulla spalla vogliono dire molto. Sono gesti importanti che forse la Pandemia ha reso ancora più preziosi. La presenza.

È stato grazie alla sua amicizia fraterna che Andrea ha potuto vedere nella realtà come si passa dall’essere fertili a fecondi. Chi è quel marito che non sognava di portare un figlio allo stadio? O al bowling, a costruire castelli di sabbia, a pagaiare in canoa, a silenziare la chat WhatsApp della classe, ma San Giuseppe ci ricorda che, nel silenzio del nostro cuore, tale amore rimane sempre ed è sempre vivo. Nel silenzio di un cammino si scopre e si ritrova proprio questo. Si scopre che amiamo nostro marito e che anche se abbiamo finito la scorta di acqua da bere, sentiamo che non ci sta mancando nulla. Abbiamo l’amato accanto, abbiamo il nostro tabernacolo portatile e personale (il nostro matrimonio), colui che abbiamo curato e accudito nei giorni di Pandemia in cui le chiese erano chiuse. Il progetto Abramo e Sara è nato anche per questo: per ricordare alle coppie di sposi che spesso basta anche una semplice camminata per concedersi del tempo per ritrovarsi. Come dice don Fabio Rosini “sto esistendo“. Già dentro quel “sto esistendo” c’è il tempo di Dio. Quel tempo che ha disegnato con i granelli di sabbia della sua clessidra solo per noi.

Ad ognuno di noi concede il tempo per amare, lavorare, riposare, e ognuno di noi vive nel suo tempo perfetto, non esiste il portale del multiverso e Dio non è Doctor Strange che ti fornisce l’ occasione di poter recuperare quello che secondo te hai perso del tuo tempo. No, il tuo tempo è qui, è ora, è nell’adesso che ti è stato messo davanti a te. Non è nei se, nei ma, nei vediamo, nei non so o nei forse. Il tuo tempo da vivere è nel tuo presente e nel nostro presente c’è un sentiero che porta alla serenità di una riconciliazione con Dio, perché l’impresa più grande è perdonare sè stessi, ma ancora più bello è poter dire: nonostante tutto siamo ancora insieme.

Ricordatevi che siete sempre una squadra, voi due e Dio e le persone che vi mette accanto, passate a Dio la palla dei vostri risentimenti, nervosismi,dolori prima fra tutte la malattia. Lui può plasmare la palla e fare un magnifico canestro con la vostra vita. A presto!

Simona e Andrea se volete vi aspettiamo nel nostro canale Telegram e alla pagina Facebook Abramo e Sara.

Famiglia grande

Da tre giorni si è appena conclusa la settimana di vacanza in Val di Fassa, in cui, insieme ad altri cinque papà separati (fedeli) e rispettivi figli abbiamo fatto animazione a 42 bambini (in età compresa tra 1 e 13 anni), la mattina, mentre i genitori (giovani coppie con meno di 10 anni di matrimonio) si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti e l’equipe di Mistero Grande. Per il pranzo i genitori venivano a riprendere i figli e dopo il pranzo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività.

Anche quest’anno non siamo passati inosservati: non si vedono spesso papà e figli che fanno animazione, tra un cambio di pannolino e un gioco, tra la baby dance e la merenda di metà mattinata. Ci sono stati momenti più faticosi, specialmente con i bambini più piccoli che cercavano i genitori, ma è stato davvero gratificante ricevere poi i loro sorrisi, avere un abbraccio inaspettato o vedere le loro manine che si aprivano per farti capire di prenderli in braccio. E’ stato più quello che abbiamo dato o quello che abbiamo ricevuto? Sicuramente la seconda scelta! Credo che quello che siamo riusciti a trasmettere noi papà non è stata tanto la capacità di accudire o intrattenere dei bambini, ma la qualità di amore che, seppure con tanti limiti, cerchiamo di diffondere a tutte le persone che incontriamo. Con la separazione, la mia famiglia è “umanamente” fallita (con Dio non può fallire, a meno che non ci separiamo anche da Lui), ma nel matrimonio siamo chiamati a costruire la Famiglia Grande, quella dei figli di Dio: io questa cosa non la sapevo proprio, pensavo alla mia famiglia, i miei figli, la mia casa……grave errore!

Qual è la differenza tra i bambini che abbiamo incontrato in questi giorni e i nostri figli? Qual è il confine? Non saprei proprio dirlo: quando si ama, l’amore si moltiplica, non c’è bisogno di dosarlo. Stessa cosa per gli altri papà che erano con me, sono molto più che amici, sono fratelli, come quello che ho di sangue: un problema diventa un problema di tutti, una gioia si condivide con gli altri, una discussione si affronta in maniera costruttiva. Ma che bello scoprire che la mia famiglia era solo un terreno fertile dove fare esperienza ed esercitarsi per poi uscire a fare famiglia con tutti gli altri! Che gioia nel costruire legami positivi e relazioni, anche solo un sorriso con tutte le persone che incontriamo ogni giorno! Un’ ultima cosa voglio dirla riguardo ai nostri figli che hanno fatto animazione insieme a noi adulti (erano 7, in età compresa tra i 12 e i 16 anni): nonostante le ferite dovute alla separazione e noi papà un po’ “pazzi”, si sono impegnati, con responsabilità e attenzione verso i bambini. Come noi grandi, sono stati in grado di creare veri legami di amicizia fra di loro e con gli altri, con atti di generosità spontanei, come quando, con nostra grande meraviglia, un giorno hanno raccolto e portato dentro tutti i numerosi giochi nel giardino sparpagliati dal vento, senza che nessuno lo avesse chiesto. Davvero Dio scrive dritto sulle nostre righe storte!

Ettore Leandri (www.fraternitasposipersempre.it/)

Il referto radiologico con i saldi di agosto!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 30,1-2.12-15.18-22) Parola rivolta a Geremia da parte del Signore : «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto. Così dice il Signore : La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia ; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te. […] Ti ho trattato così per la tua grande iniquità, perché sono cresciuti i tuoi peccati. Così dice il Signore : Ecco, cambierò la sorte delle tende di Giacobbe e avrò compassione delle sue dimore. Sulle sue rovine sarà ricostruita la città e il palazzo sorgerà al suo giusto posto. Vi risuoneranno inni di lode, voci di gente in festa. […] Oracolo del Signore. Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

Il profeta Geremìa sembra avere due personalità: una inflessibile e perentoria, l’altra paziente e maternamente misericordiosa. Ovviamente non lo abbiamo conosciuto personalmente e non possiamo dire che avesse un disturbo bipolare… ci siamo permessi di scherzare un poco per aiutarci ad entrare meglio nell’argomento che oggi la Chiesa ci propone in questo brano.

Innanzitutto è bello sapere che Dio non vuole che il suo popolo abbia vuoti di memoria, a tal fine suggerisce di scrivere un libro “Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto” , ma perché? Egli ci conosce meglio di noi stessi e sa che per restare nella Sua Grazia abbiamo bisogno continuamente di fare memoria, o meglio, di ricordare, cioè di riportare al cuore tutte le meraviglie che Lui ha compiuto per noi… a volte però non è una brutta idea scriversi anche gli ammonimenti, ed è così che Geremia mette per iscritto quanto il Signore gli suggerisce.

La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te.” Pensiamo sempre troppo poco alla nostra situazione esistenziale, cioè che siamo delle creature che hanno ereditato il peccato originale. E’ questa la ferita di cui parla Geremìa, è questa la ferita incurabile dalla scienza umana, infatti ribadisce che per problemi medici i rimedi esistono, ma per il nostro male non v’è guarigione, non esiste nessuna medicina umana che ponga rimedio al peccato, non c’è elisir che tenga, nessun preparato farmacologico ha questo potere, né intrugli né pozioni, nemmeno l’amore del nostro coniuge, pertanto profondo che esso sia. L’unica medicina per il peccato è il Signore con la Sua Grazia. Geremìa ci ricorda la nostra situazione esistenziale, sembra quasi che legga il referto di una radiografia spirituale, ci svela la nostra caducità, ci mette di fronte al nostro limite.

Quando si legge il referto di una nostra radiografia non si può scappare dalla verità, esso è impietoso nel descrivere ciò che le immagini documentano, ma il fine del referto non è circoscritto alla descrizione, altrimenti sarebbe inutile ed anche deprimente, mentre invece il fine del referto è aiutare il medico a trovare la giusta cura per la situazione che il referto descrive analizzando le immagini diagnostiche.

Similmente il Signore fa una radiografia dell’uomo, dà il compito a Geremìa di redigere il referto cosicché il paziente, cioè noi, possiamo conoscere la verità di noi stessi; non è finita qui, perché il passo successivo è quello di andare dal medico, il quale in base alla diagnosi del referto troverà la cura giusta. E sappiamo già che il Signore con la Sua Grazia è sia il medico che l’unica cura giusta per il nostro male: il peccato.

Ecco, cambierò la sorte […] avrò compassione […]” Come un bravo medico, il Signore non si sofferma tanto sulle cause che ci hanno portato a contrarre la malattia, quanto invece si prodiga subito nel donarci la speranza della guarigione con quel “cambierò la sorte“. Sì, è vero, noi ci siamo tirati da soli la “zappa sui piedi” con le nostre scellerate decisioni di disobbedire alle Sue leggi, ma il Signore ci rincuora subito con quel “avrò compassione“.

Cari sposi, forse molti tra noi si sono tirati la “zappa sui piedi”, ma questo è il momento favorevole, questo è il momento in cui approfittare degli sconti di fine stagione… la Chiesa è in saldo, super-promozione di Agosto: c’è l’indulgenza plenaria detta del “perdon d’Assisi“, (per info seguire il link) ottenuta nel 1216 da San Francesco durante una visione che ebbe di Gesù e Maria. E’ questo un momento di Grazia speciale, E’ TUTTO GRATIS, non si paga nulla, è già stato pagato tutto da Gesù sulla Croce. Approfittiamone.

Qual è lo stato di sana e robusta costituzione che il Medico divino ci regala?

Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” . E’ questa la salute che ci augura il Signore. La salute dell’anima!

Coraggio sposi, ultimi giorni di saldi : FUORI TUTTO (il peccato)!

Giorgio e Valentina.

Sembrava una risposta così semplice…

Cari sposi,

nel Vangelo di oggi accade un fatto abbastanza comune durante le grandi adunate di Nostro Signore. Con così tanta gente che lo ascoltava, doveva essere normale che ci fossero domande o commenti alle sue parole. Eccone un caso: una persona ne approfitta per farsi giustizia “usando” Gesù e la sua autorità. E Gesù risponde da subito in modo molto pratico e logico, della serie, “non sono mica il tuo notaio”. Fin qui non ci piove ma poi prosegue con un caso che sicuramente era preso dalla cronaca recente, un ricco proprietario, morto nell’apice della sua parabola ascendente.

Che c’entra tutto ciò con la vita di voi sposi? Al massimo potremmo fare una disquisizione se conviene la divisione o la comunione dei beni. Eppure, meditando e preparandomi sul testo, mi sono accorto della profondità e proiezione del significato di tale parabola per la vostra vita nuziale.

Lasciate stare soldi ed eredità e concentratevi sulla parola “cupidigia”. Questa parola, che è strettamente collegata all’avarizia, ci fa inizialmente pensare alla tirchieria ma a ben vedere il senso risulta assai più profondo. Proviene infatti dal verbo latino “cupio”, ossia “desiderare” ma anche “amare” non per nulla è la stessa origine del dio romano Cupidus, l’equivalente dell’Eros greco. Dal punto di vista etimologico “cupio” fa proprio riferimento al movimento, al fremito del cuore che punta a ciò che percepisce come il suo bene. Beh, allora cambiano radicalmente le cose, perché si tratta allora di capire non tanto come spendi i soldi ma come e chi stai amando… Vorrei portare come prova il Dizionario Biblico sulla voce “cupidigia”:

Il nostro termine cupidigia è quello che corrisponde meglio al greco pleonexìa (da plèon èchein, avere di più), che nei LXX e nel Nuovo Testamento designa la sete di possedere sempre di più senza occuparsi degli altri, e persino a loro spese. La cupidigia coincide ampiamente con la bramosia, perversione del desiderio” (Dizionario biblico X. Leon-Dufour, pag. 249).

Ecco allora che è bene che ci chiediamo ogni giorno nel nostro esame di coscienza: chi sto amando? Per chi mi alzo oggi? Chi c’è al centro del mio cuore? Come manifesto concretamente questa preferenza? Mi ha colpito Papa Francesco quando ha declinato il concetto di avidità e cupidigia in termini più relazionali ed esistenziali che strettamente economici, in un discorso di qualche anno fa:

Il peccato che abita nel cuore dell’uomo – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato” (Messaggio per la Quaresima 2019).

Il modo di desiderare può costruire una relazione tra marito e moglie o demolirla! Credo quindi che in definitiva quella che sembrava una risposta concreta e puntuale, inoffensiva per molti di noi, che non ci toccava più di tanto, si sia rivelata al contrario evidentemente nuziale e matrimoniale: Gesù sfida voi sposi ad abbondare nel vero desiderio. Non importa quante cose avete nella vostra relazione o in casa, importa piuttosto quanto siete in relazione affettiva e volitiva con Cristo e di conseguenza con il vostro coniuge:

L’amore di amicizia si chiama «carità» quando si coglie e si apprezza «l’alto valore» che ha l’altro. La bellezza – «l’alto valore» dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà” (Amoris Laetitia 127).

Che i vostri magazzini, cioè il vostro cuore, la vostra relazione, la vostra casa sia così piena di un tale desiderio di amarvi al punto di farne di nuovi, cioè esportarlo verso altre persone, assetate del vero amore.

ANTONIO E LUISA

Io, Antonio, vorrei porre l’attenzione su quanto ha scritto padre Luca, leggendo la sua riflessione da un punto dinamico. Il matrimonio come scuola, come palestra d’amore. Per me è stato così. Credo che un po’ per tutti sia così. Quando ho conosciuto Luisa, e ho iniziato con lei questa meravigliosa avventura che prosegue da vent’anni, ero molto diverso da come sono ora. Il matrimonio ti cambia. Ero molto più egoista, il mio desiderio era avere Luisa. Averla perchè lei potesse soddisfare i miei bisogni. Bisogni relazionali, affettivi e sessuali. Ne volevo fare cosa mia. In modo non consapevole ma era così. Con la quotidianità e col la grazia del sacramento ho imparato ogni giorno di più a volerle bene davvero, a metterla al centro delle mie attenzioni e della mia cura. E sapete una cosa: più ho imparato questa modalità di amarla e più mi sono accorto di essere capace di amare anche Dio. Il giorno del vostro matrimonio è solo l’inizio di un percorso. Dove vi condurrà lo decidete voi. Come? Dipende se cerchere di possedere l’altro o di abbandonarvi al dono dato e ricevuto. Auguri!

Domenica e famiglia / 40 : un connubio possibile

(Quindi, il sacerdote canta o dice ) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione : salvaci, o Salvatore del mondo.

La consacrazione termina con questa proclamazione solenne del sacerdote e questa altrettanto solenne risposta del popolo, la quale riprende alcuni passi biblici collocandoli nella dimensione liturgica. Il momento è talmente solenne che, come avrete certamente notato, le indicazioni del Messale vogliono farlo cantare al sacerdote, come prima opzione, proprio a significare e dare maggior risalto a quanto è appena avvenuto sull’altare sotto gli occhi di tutti: la transustanziazione.

Transustanziazione: dopo la consacrazione, quel che prima era del semplice pane bianco NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza, quel che era vino NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza; questi due elementi mantengono gli accidenti del pane e del vino, quali il colore, il sapore, l’odore, il gusto, la forma, ma la sostanza è cambiata per sempre e non torneranno più ad essere pane e vino.

Un meraviglioso ed intramontabile inno eucaristico scritto da S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devote, dice che i nostri sensi (la vista, il gusto, il tatto, l’odorato e l’udito) vengono come ingannati da questa presenza vera, reale e sostanziale di Gesù; se vogliamo vederLo/riconoscerLo è necessaria la fede altrimenti i sensi falliscono in questa impresa. Inoltre l’aquinate ci aiuta in questa prova di fede insegnandoci che, sulla Croce era (volutamente) nascosta la divinità di Gesù, nell’Eucarestia è nascosta anche l’umanità, il che ci riporta per l’ennesima volta all’evento sacrificale per eccellenza: la Croce di Gesù… lo abbiamo ripetuto più volte fin dagli inizi di questo percorso di riscoperta della S.Messa, descrivendola per quel che essa è, cioè la riattualizzazione del sacrificio di Gesù sulla Croce.

E’ curioso come la Chiesa ci presenti questa realtà definendola “Mistero della fede”, poiché spesso siamo portati a pensare ad un mistero della fede come a qualcosa di non tangibile, di astratto, come se fosse una realtà trascendentale e separata dalla condizione umana, ed invece… del Mistero della transustanziazione ne facciamo esperienza tangibilissima, a tal punto che lo mangiamo (ed in alcune occasioni lo beviamo pure).

Ancora una volta la Chiesa Cattolica ci dimostra che la fede cristiana non ha niente di disumano, non ha niente che non sia alla portata di tutti, non ha nulla che non possa essere sperimentabile da qualsiasi fedele attraverso i propri sensi, di fronte alla realtà della Eucarestia si smontano da sole le accuse che vorrebbero una fede cristiana sganciata dalla carne, dalla vita reale.

Non è forse reale mangiare e bere ?

Qualcuno forse potrebbe sentirsi a disagio pensando di non essere all’altezza di questi ragionamenti in quanto non laureato in teologia o filosofia, ma la Chiesa ci insegna che per avere fede non è necessario essere dei dotti, anzi, spesso la fede dei semplici supera quella dei dotti… in Paradiso non ci verrà chiesto di esibire l’attestato di laurea o altri certificati. Questa modernità ci vuole convincere del fatto che solo se capiamo tutto con la nostra ragione/ragionevolezza allora avremo fede, ma NON E’ VERO, questa è una tra le tante eresie già condannate e confutate dalla Chiesa nel corso dei secoli… basti solo pensare che, secondo questa eresia, solo i dotti avrebbero fede, mentre invece la Chiesa ha dichiarato Dottore della Chiesa (cioè docente) un’analfabeta : S. Caterina da Siena… solo per fare un esempio.

Quindi un mistero della fede non è una cosa illogica o irreale, tantomeno una cosa solo per dotti e sapienti (secondo le logiche umane), se così fosse a Messa dovrebbero essere presenti solo loro e tutti gli altri costretti a star fuori perché senza attestato.

Un mistero della fede è una realtà conoscibile dall’umana natura, la quale però ad una certo punto si ferma ed è costretta ad arrendersi ai propri limiti perché quella realtà è più grande dello scibile umano, lo supera e lo trascende… però di essa si può fare esperienza umanamente tangibile, nel caso dell’Eucarestia essa è talmente tangibile che la mangiamo. E tutta questa bellezza è racchiusa nelle parole che il sacerdote canta o pronuncia : Mistero della fede.

E’ come se il sacerdote ci dicesse che tutto ciò che realmente è avvenuto sull’altare, è accaduto davvero, ma supera i nostri canoni umani e sensibili da lasciarci esterrefatti ed esclamare, anzi cantare dallo stupore che è un mistero della fede… infatti nel rito antico (cosiddetto vetus ordo) l’esclamazione “Mistero della fede” non è staccata dalle parole vere e proprie della consacrazione del vino, con essa forma un tutt’uno perché la liturgia antica vive di stupore e di adorazione di fronte a tali sublimità.

Nella liturgia riformata è stato deciso di “spiegare” questo stupore separando l’esclamazione del sacerdote dalla consacrazione, e aggiungendo la risposta del popolo che abbiamo riportato nelle sue tre diverse versioni, ma la realtà non è cambiata. Cari sposi, se vi trovaste nella difficoltà di argomentare il vostro “andare a Messa la Domenica”, potreste sempre dire di andare a fare esperienza di un mistero della fede.

Giorgio e Valentina.

Castità, astinenza e continenza. Un mondo (di bellezza) da scoprire

C’è differenza tra castità, continenza e astinenza? Inziamo con il dire subito che, in primo luogo, c’è una differenza sostanziale tra castità e le altre due definizioni. Castità non è un’azione, non è fare o non fare qualcosa, ma è molto di più. La castità è qualcosa che ci fonda, che dice chi siamo e come viviamo, è uno stato di tutta la nostra persona in amima e corpo. Io non sono casto se faccio o non faccio qualcosa, ma sono casto quando c’è verita nella mia vita. Quando c’è verità nell’amore che dono e che ricevo. Nel modo in cui lo dono e lo ricevo. Quando c’è verità tra quanto ho nel cuore e quanto esprimo attraverso il corpo. Perchè questa affermazione? Perchè la castità non si concretizza sempre nello stesso modo. Può essere casto un rapporto sessuale, come può essere casto un bacio profondo o un abbraccio. Altre volte può non essere casta la scelta dell’astinenza sessuale. Dipende dalla nostra situazione di vita. Per questo la castità non è astinenza e non è neanche continenza. L’astinenza e la continenza al contrario possono, in determinate situazioni, essere scelte che esprimono castità. Altre volte invece possono essere scelte sbagliate che precludono e limitano l’amore. Mi rendo conto che quanto ho scritto può essere facilmente frainteso per questo cercherò ora di essere molto chiaro e preciso. Facendo quasi della casistica ma in questo caso è necessario farlo. E’ importante cercare di comprendere questa sostanziale differenza per evitare di confondere il buono con ciò che non lo è. Confondere la libertà con un atteggiamento di chiusura e di incapacità ad amare. Un atteggiamento per nulla libero ma al contrario frustrante e dannoso. Vediamo ora i due diversi stati di vita che ci riguardano più da vicino: fidanzamento e matrimonio.

FIDANZAMENTO. Nel fidanzamento non c’è ancora un’unione definitiva. I due stanno ancora cercando di comprendere se possono costruire una relazione che possa durare nel tempo. Stanno conoscendosi sempre meglio e stanno valutando. Si stanno scegliendo. E’ importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso come si costruisce una relazione casta? La risposta non è nè nell’astinenza nè nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino una eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre dal collo in su), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza. Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati, perchè il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. L’astinenza non va bene perchè rende la relazione fredda, distaccata e spesso perchè nasconde una grande insidia: la paura e l’incapacità di donarsi nel corpo. Ci è capitato di raccogliere la sofferenza di più di una coppia dove i due sono arrivati vergini al matrimonio e poi non sapevano come fare. Non riuscivano a fare l’amore. In quei casi la “castità” è stata una scelta dettata non dalla libertà ma dai loro blocchi e paure, dalle loro ferite. Ciò è devastante poi in una relazione fondata sulla carne e anche sull’eros come è quella matrimoniale. Un matrimonio che si fonda solo sull’agape sul dono senza metterci il corpo diventa spesso solo dovere e sacrificio. Dove è la gioia? C’è anche un secondo atteggiamento che non va bene, che non è casto. Quello di vivere il fidanzamento come fosse già un matrimonio con i gesti specifici di quest’ultimo. Perchè è sbagliato anche avere rapporti sessuali nel fidanzamento? Perchè non c’è verità! I due possono pensare benissimo di amarsi già con tutto il cuore ma non è così. Oggettivamente non è così. Non c’è il per sempre! L’intimità fisica è il gesto più totalizzante che un uomo e una donna possono vivere tra loro. Facendo l’amore stanno dicendo con il corpo: sono tutto tuo/sono tutta tua. Ma non è così. I cuori dei due non sono ancora saldati in modo indissolubile dal fuoco dello Spirito Santo. Non a caso quel gesto è anche quello che Dio ha pensato per generare i figli. Il figlio non può essere il frutto di un amore a tempo, ma solo il frutto del per sempre.

MATRIMONIO. La castità matrimoniale non è mai (se non in casi davvero limitati e particolari) astinenza o continenza. Ci possono essere dei periodi della vita dove non è possibile fare l’amore (malattie, gravidanze a rischio o altro) ma il matrimonio non è fatto per la continenza. La castità matrimoniale si esercita facendo l’amore e facendolo bene. La definizione migliore di castità coniugale che abbiamo mai sentito è quella dell’ex presidente della Polonia Walesa, che, nel film “L’uomo della speranza”, parlando della forza che traeva dalla relazione sponsale con sua moglie (8 figli), ha detto: «Facciamo l’amore spesso e bene». Solo così il corpo potrà esprimere l’amore presente nel cuore: un amore totale. Un amore che coinvolge tutta la persona: certamente coinvolge la volontà, lo spirito, il cuore ma non può e non deve lasciare fuori il corpo. Senza corpo non ci può essere amore sponsale autentico.  Che bello quando crescendo negli anni di matrimonio riusciamo a crescere anche nel saperci donare attraverso il corpo. Quando c’è sempre più aderenza tra quanto abbiamo nel cuore e quanto manifestiamo ed esprimiamo con il nostro corpo. Per noi sposi la castità significa saper far bene l’amore. Che bello quando il nostro dono reciproco diventa sempre più comunione di anima e corpo. Per questo cari sposi se volete essere casti fate l’amore e fatelo bene. Preparatevi in una vita fatta di tenerezza e di cura reciproca. Solo così il vostro matrimonio non solo sarà bello ma anche santo!

Antonio e Luisa

Il digiuno può salvare i matrimoni

Il matrimonio è gioia e dolore, racchiude nella sua storia pagine belle e pagine brutte, forse terribili! Ma per noi, che abbiamo la vocazione al matrimonio, è il compimento del progetto di Dio su di noi, ed è l’unica strada possibile per vivere in pienezza la vita. Ricordiamoci cosa abbiamo detto al momento della nostra consacrazione nel matrimonio:
Io Riccardo, accolgo te, Barbara, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Non abbiamo fatto una promessa davanti a Dio a tempo o a condizione, ma abbiamo promesso per tutta la vita, impegnandoci a superare ogni avversità. Per oltrepassare le difficoltà, più o meno grandi, tra cui situazioni anche molto gravi come possono essere l’adulterio o la malattia, bisogna necessariamente diventare strumenti di misericordia, di perdono, e fare il pieno di tanta e tanta pazienza.
In una parola ci dobbiamo cristificare, fondere nell’amore del Padre Nostro e rispondere al male con il bene. Detto così sembra inarrivabile, ma non è così! Dio non ci chiede l’impossibile ma ci dà il necessario affinchè diventi possibile. Bisogna crederci ed impegnarsi ogni giorno per migliorare. Un grande uomo come Gandhi diceva: Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo“. Questo vale anche nel piccolo delle nostre famiglie, tante volte le avversità più grandi sono proprio nelle nostre realtà domestiche.


Intorno a noi vi sono tante persone che non riescono a custodire la bellezza e le difficoltà del matrimonio. Lo dicono i numeri: in Italia sono circa 9 milioni gli uomini che vanno a prostitute (fonte ricerca Associazione Papa Giovanni XXIII del 2017). Poi ci sono vari altri studi sugli adulteri operati da donne e da uomini, dove si evince che addirittura il 45% degli italiani intervistati ha tradito il partner.  Un’altra insidia è la pornografia in rete, vi è un altro studio in merito che dice che gli uomini e le donne che guardano contenuti a luci rosse hanno una probabilità doppia di divorziare (fonte blog di Scince).
Per andare nel pratico valgono tutti i consigli sulla preghiera e farsi aiutare da sacerdoti preparati o coppie nella fede, che già vi consigliato nel precedente articolo. A questo proposito ci viene in aiuto San Pietro Crisologo: “Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui è salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò che per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola e ricevono l’una dall’altra.
Dando per scontate le nostre preghiere quotidiane e la carità verso il nostro prossimo, mi voglio concentrare sul digiuno alimentare. La Madonna di Medjugorje invita i fedeli a digiunare due volte a settimana, due giorni dove ci si nutre solo con un po’ di pane e con il bere acqua. Non è una pratica impossibile se ci affidiamo a Dio, avrete tanti benefici. Nei giorni del digiuno preghiamo di più, se possibile iniziamo la giornata con la Santa Messa eucaristica e pratichiamo la carità. Posso dirvi che ho iniziato a digiunare in piena quaresima, ero solo, (mia moglie era dal padre a Ragusa che stava molto male) e ho trovato molto beneficio di serenità, naturalmente ho pregato anche e ho praticato la carità. Sono tanti i benefici che possiamo ottenere dal digiuno, ma quella che a cui tengo di più è di “creare nei nostri cuori uno spazio aggiuntivo allo Spirito Santo e così essere più ispirati da Lui”. (frase tratta dal Libro “Potenza sconosciuta del digiuno”).

Mi sono accorto che man mano in me ha iniziato a crescere la pazienza e hanno cominciato a sanarsi le mie tante ferite spirituali. Non è lavoro di poco tempo, ma di un continuo impegno, dove i frutti si raccolgano piano piano. In questi mesi alcuni amici mi hanno detto che, a loro avviso, ho fatto passi da gigante. Questo grazie al digiuno. In aggiunta salto sempre la colazione e mi affido solo alla forza dell’Eucarestia, che ho il dono di ricevere tutte le mattine durante la Santa Messa.  

Fratel Biagio, che sovente digiuna, mi ha confermato che durante i digiuni entra lo Spirito Santo. Questo missionario per sconfiggere i demoni più forti, pratica Matteo 17,21:  “Questa razza di demòni non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno”. Se vogliamo mantenere in piedi i nostri matrimoni dobbiamo combattere con le armi della fede, preghiera, digiuno e opere buone.
Quando abbiamo problemi con il nostro coniuge dobbiamo ricordarci le parole di San Paolo: (Ef, 6,12) “Infatti noi non dobbiamo lottare contro creature umane, ma contro spiriti maligni del mondo invisibile, contro autorità e potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso.”
E ricordiamoci infine che niente è impossibile a Dio, affidiamoci a Lui. Un mio amico ha penato sette anni con la moglie e ora sono di nuovo insieme, grazie alla preghiera alle opere buone, al digiuno e anche all’aiuto di sacerdoti esorcisti. Buon digiuno a tutti. Difficile ma ricco di grazia e di doni spirituali.

Riccardo e Barbara

Buongiorno Vita

Oggi con questo articolo cercheremo di raccontarvi chi sono i nostri ragazzi sul divano (ne abbiamo accennato nei precedenti articoli) e la loro importanza in alcuni momenti cruciali della nostra vita. Come sapete, noi siamo tra le famiglie di sostegno per alcuni ragazzi adolescenti di una casa famiglia. Chi ci ha guidato per mano verso questo percorso sono stati proprio i nostri ragazzi sul divano, ossia i figli di alcune coppie che abbiamo conosciuto durante il corso prematrimoniale, quando ancora c’erano occasioni per stare insieme come gite o cineforum, insomma un mondo prepandemia.

Li chiamiamo amorevolmente nostri perché quando c’è stato il cambio parrocchiale, e il nostro don è andato via, ci siamo sentiti tutti abbastanza profughi di Amore e Dialogo. Io, che ero appena entrata in una realtà parrocchiale, onestamente non capivo perché piangessero tutti. in fondo San Basilio ovvero la comunità che accoglieva il nostro sacerdote era a solo a mezz’ora da qui. Lì iniziai a conoscere la parola lutto comunitario. Eh sì è stato uno tsunami di emozioni, io ricordo che non volevo partire in viaggio di nozze (ci siamo sposati in quel periodo) perché vedevo i ragazzi piangere e non volevo lasciarli soli.

Alla fine partimmo e proprio durante il viaggio di nozze si è cementato il legame con i nostri ragazzi. Ogni mattina iniziava con un messaggio: Buongiorno Vita. Un legame che è fatto di presenza, di ascolto, di amore, un filo indissolubile che niente e nessuno potrà mai tagliare perché è legato a Cristo. Chi ci prova trova una difficoltà estrema a cercare di tagliare quel filo. I ragazzi sono stati i primi a vedere nascere la nostra piccola famiglia ampliata e sono stati anche i primi a sperimentare la sofferenza nel vederci nel dolore. Ci hanno visto gioire il giorno del matrimonio e ci hanno visto cadere, rialzarci, nuovamente cadere e trovare la forza di rialzarci di nuovo. Sono una presenza viva e costante nella nostra vita, hanno gli occhi desiderosi di vita e di cose reali e concrete. Sono i primi a guardarti negli occhi e a scrutare quella luce che gli dà conferma che si va tutto bene. Ma hanno visto anche e conosciuto lo sguardo della sofferenza, lo sguardo di quando hai pianto troppo, lo sguardo di quando “sei sicura che hai mangiato, sei dimagrita non hai più le ganciotte“, lo sguardo di quando gioisci per la prima laurea di uno di loro, lo sguardo di quando “dai che sei brava l’ esame lo superi” , lo sguardo di chi li segue da lontano sapendo che è impossibile salvarli dai pericoli del mondo.

Sono i ragazzi che scelgono chi sarà la loro guida, e in tempo di riunioni e programmazioni pastorali è bene tenerlo a mente. Casa nostra è il loro rifugio personale, e il più delle volte il nostro divano è diventato un confessionale. Negli ultimi periodi ci siamo evoluti anche nella versione cineforum con pop corn. È bello condividere la nostra vita con loro, perché onestamente ci sono stati momenti in cui la motivazione ad iniziare la giornata era solo per loro. Hanno vissuto ciò che prova una coppia di sposi a ritrovarsi ad osservare un ecografo in festa che poi si tramuta in un sepolcro vuoto, un sepolcro vuoto ma abitato da una patologia che rende il terreno friabile instabile e non idoneo per una vita, hanno vissuto lo smarrimento nella fede nelle mie domande come Maria distrutta fuori dal Sepolcro “Dove è il mio Signore?“. E sono stati loro a farmi scoprire che si può essere mamma anche senza averli sentiti scalciare nella pancia.

Indubbiamente mi chiederò sempre cosa si prova ad avere una vita che cresce dentro di te, ma onestamente ho imparato a godermi la parte migliore, ho imparato a selezionare le cose migliori da poter trasmettere a loro come quando devi scegliere cosa mangiare per non fare male al bambino che sta crescendo, ho imparato a godermi il sole sulla pelle, ho imparato a non correre dietro a ritmi non miei, ho imparato ad ascoltarmi, ho imparato a ritirare fuori le mie passioni rimaste chiuse in un cassetto e il progetto Abramo e Sara è nato proprio per loro.

Ognuno di loro ne fa parte, la locandina è stata creata da Claudia, che ha la passione per l’arte e la bellezza, c’è poi Gabriele, che non vede l’ora di occuparsi del profilo Instagram se solo io mi ricordassi la password, c’è Maria e tantissimi altri e infine c’è Alice. Lei è l’incarnazione del filo indissolubile che si crea quando realizzi che un figlio è un dono di Dio. Noi avevamo chiesto durante una preghiera “che ci mandi Alice?” Alice è arrivata, nel modo più inaspettato per noi ma più congeniale a Dio. Era comodamente seduta su un divano in casa famiglia. Ora è comodamente seduta nel nostro divano di casa della nostra piccola famiglia ampliata. Questi sono i passi che noi abbiamo compiuto fino a qui e ci sentiamo di consigliarvi, anche se siete nel dolore, di passare attraverso la porta stretta, di viverlo perché nella coppia è un lutto vero, ma nello stesso tempo di non chiudervi troppo. Cercate di alzare lo sguardo e magari potreste rendervi conto che essere una famiglia senza figli può essere un dono per una famiglia che magari li ha, ma ha difficoltà a seguirli, magari capita che il papà lavora fuori città e la mamma è sola con i bambini, o magari semplicemente c’è chi ha bisogno di andare a messa solo con il marito.

Io per prima mi occupo di tre fratelli e Dio solo sa cosa ho provato a tenere il più piccolo in braccio appena nato e Dio solo sa i pianti che mi sono fatta e soprattutto le domande, ma se avessi dato ascolto solo al mio dolore mi sarei persa tantissime cose e invece ho vissuto la prima febbre, i primi passi, i primi dentini, gli aerosol fino a giugno, i jeans sporchi di omogenizzati, il passeggino della Chicco che per chiuderlo ho dovuto vedere un video su YouTube. La vita è un soffio e da quel soffio rinasce la vita. Siamo stati tutti creati per amore e creati per amare e siamo tutti una famiglia di famiglie.

Simona e Andrea.

C’è bisogno di serotonina?

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 14,17b-22): Il Signore ha detto: «I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la vergine, figlia del mio popolo, da una ferita mortale. […]». Hai forse rigettato completamente Giuda, oppure ti sei disgustato di Sion? Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi? Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco il terrore ! Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà, la colpa dei nostri padri : abbiamo peccato contro di te. Ma per il tuo nome non respingerci, non disonorare il trono della tua gloria. Ricòrdati! Non rompere la tua alleanza con noi. Fra gli idoli vani delle nazioni c’è qualcuno che può far piovere? Forse che i cieli da sé mandano rovesci? Non sei piuttosto tu, Signore, nostro Dio? In te noi speriamo, perché tu hai fatto tutto questo.

Oggi la Chiesa ci offre questa prima lettura che ci dona un’immagine del Signore a dir poco commovente. Dove lo si trova un dio i cui occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, per amore?

Il Signore non è mica quell’essere che se ne sta sulle nuvolette a farsi i fatti suoi, no! Il Signore è uno che ama e soffre per il dolore dell’amato, soffre e piange notte e giorno ininterrottamente, ma la ferita mortale non ha colpito Lui ma ha colpito l’amato/a.

Potremmo disquisire sull’esegesi e sui riferimenti profetici riguardo a quella “vergine, figlia del mio popolo, (colpita) da una ferita mortale”, ma fermiamoci a guardare la nostra esperienza di sposi: qual è la ferita mortale che potrebbe colpire la nostra amata/il nostro amato? Di sicuro ci sarebbero tante risposte di carattere psicoaffettivo, ma forse la ferita mortale per eccellenza è il peccato. Quanti sposi vedono vivere il proprio amato/la propria amata con questa tremenda ferita mortale e non piangono notte e giorno come fa Dio? Cari sposi, abbiamo un Dio compassionevole, le nostre vicissitudini sono a Lui care, talmente care che piange per le nostre ferite mortali, anzi, i suoi occhi grondano lacrime, che è di più del semplice piangere, è una sorta di superlativo di piangere.

E così dobbiamo imparare a fare anche noi vicendevolmente tra sposi, perché amare è volere il bene dell’altro, e qual è il bene maggiore se non la santità del Paradiso? La ferita mortale toglie il Paradiso, ecco perché dovremmo avere una fontana di lacrime per lui/lei.

La seconda parte del brano ci insegna a pregare: prima di avanzare richieste al Signore è necessario riconoscersi peccatori ed infedeli, e al contempo lodare la Sua fedeltà alla propria alleanza, lodare il Suo Santo nome, chiedere che intervenga nella nostra vita non tanto per risolverci le cose piuttosto per dare gloria al Suo nome, per non disonorare il trono della Sua gloria.

Cari sposi, dobbiamo imparare a tenere sempre alta l’idea della gloria di Dio, noi siamo ambasciatori nel mondo non di un dio minore, ma dell’unico Dio, il potente e glorioso Signore Re dell’universo, che si è incarnato in Gesù Cristo. Dobbiamo sempre tenere alta l’idea che siamo figli (per grazia e non per merito) di questo Dio glorioso e maestoso.

Quando ci troviamo di fronte ad un problema, invece di dire: “Dio, ho un grande problema”, dovremmo imparare a dire: “Problema, ho un grande Dio!”.

“Ricòrdati ! Non rompere la tua alleanza con noi.” : sembrerebbe un po’ eccessivo rivolgersi a Dio in cotal guisa, ma è un’espressione che nasce da un cuore che è in relazione col Padre. E’ un cuore che ha confidenza con Dio, tale da sembrare quasi inopportuno… che Dio abbia problemi di serotonina?

Impossibile, ma quando il cuore prega ed è in relazione col Padre le espressioni si coloriscono di connotati umani che rendono più vivida e fervida la preghiera, la rendono più accorata; è la supplica di un cuore aperto che non teme di svelare la propria intimità a Colui che l’ha creato.

Cari sposi, impariamo a pregare insieme con questo stile di viva confidenza e state tranquilli che il Signore non ha problemi di memoria !

Giorgio e Valentina.

Venere vuole ridere, Marte far ridere.

Oggi volevo condividere una curiosità del rapporto tra uomo e donna. Una curiosità che però nasconde qualcosa di profondo. Qualcosa che mette in evidenza una volta di più come siamo diversi. Uomo come marte e donna come venere. Due pianeti a ben 160 milioni di chilomentri l’uno dall’altro. Siamo distanti davvero tanto ma siamo anche complementari, la differenza di uno diventa nutrimento e attrattiva per l’altro.

Parliamo di senso dell’umorismo. Sembra che uomo e donna siano entrambi attratti da un partner che ne è dotato. Qualcuno che metta il buon umore al centro della relazione, che ci faccia stare bene, sorridere, che riesca ad alleggerire la pesantezza della vita contemporanea.

Secondo gli esperti però c’è una differenza su come viene percepito il senso dell’umorismo tra uomo e donna. La donna è attratta da un uomo che è capace di farla ridere mentre l’uomo non cerca solitamente la comica di Zelig, ma preferisce quella donna che è pronta a ridere delle sue battute e del suo senso dell’umorismo. Capite? Siamo anche in questo caso all’opposto, ma un opposto che si integra e che si completa. Siamo fatti l’uno per l’altra. Ora motiviamo questa differenza sostanziale.

La donna è attratta e sta bene con un uomo che riesce a farla ridere. Perchè questo? Per due motivi principalmente. Perchè spesso è ciò di cui le donne hanno bisogno. Le donne tendono ad essere pesanti, diciamolo. Non voglio generalizzare, ma sembra che sia spesso così. Le donne tendono ad estremizzare i problemi. Quando hanno accanto un uomo che è capace di alleggerire il loro cuore stanno meglio. Ridere fa star bene. La battuta giusta può aiutare tante donne a ridimensionare tanti problemi. Il secondo motivo è sempre il solito: il corteggiamento. Un uomo che si impegna a far ridere la propria sposa dimostra di volerla mettere al centro delle sue attenzioni. E’ un modo per far sentire l’amata importante e preziosa.

L’uomo, ho scritto in precedenza, apprezza invece l’umorismo in modo diverso. L’uomo apprezza l’umorismo della sua donna quando questa è capace di ridere alle sue battute e di capire il suo umorismo. L’uomo ha un umorismo attivo mentre la donna passivo. Anche in questo uomo e donna sono differenti e complementari e per questo attratti l’uno dall’altra.

Perchè l’uomo apprezza particolarmente quando la moglie ride del suo umorismo? Anche qui ci viene in aiuto una ricerca americana. La donna che ride da un messaggio chiaro al suo uomo. Sono accogliente verso di te. Mi piaci e provo attrazione per te. Credo che sia il messaggio più bello che un uomo possa ricevere dalla sua amata. E’ importante un’ultima precisazione. Ci sono alcuni tipi di umorismo che la donna non ama. La donna apprezza l’uomo che la fa ridere, non che ride di lei. Un conto è l’umorismo un altro il sarcasmo. Il primo nutre la relazione e la alleggerisce, il secondo la impoverisce e la distrugge. 

Finisco con una considerazione personale. Luisa quando l’ho conosciuta era molto pesante. Vedeva spesso le difficoltà della vita e faceva fatica ad abbandonarsi ad un po’ di spensieratezza e leggerezza. Nonostante la sua fede e la sua capacità di amarmi che erano e sono davvero grandi, almeno ai miei occhi. Io credo di averle tra le altre cose donato un po’ di leggerezza. Da quando stiamo insieme lei ha beneficiato della mia leggerezza, delle mie battute, del mio modo di vedere la vita e i problemi. Ed io naturalmente ho imparato da lei ad essere un po’ meno superficiale su alcune questioni. Il matrimonio è questo. Si diventa ricchi l’uno con l’altro in una relazione che è scambio e comunione.

Antonio e Luisa

Sposi = figli dello stesso Padre

Cari sposi,

ricordo un mio compagno di noviziato, agli albori del nostro cammino verso il sacerdozio, che si era enormemente entusiasmato addentrandosi nella lettura dei grandi maestri della vita spirituale: San Bernardo, Sant’Ignazio di Loyola, Santa Teresa d’Avila… e allora scriveva alla mamma tanti consigli su come vivere bene la preghiera, la meditazione, la Lectio… la mamma una volta gli rispose più o meno così: “caro figlio, grazie infinite per tutte le belle cose che mi racconti sulla tua vita spirituale. Da parte mia, non appena dico «Padre» nella preghiera mi soffermo e non vado oltre…. Per quanto possiamo parlare di spiritualità, di grandi maestri, di tecniche di preghiera il punto essenziale e fondamentale da cui ripartire sempre è l’amore di Dio Padre.

Nel Vangelo di oggi è il Padre nostro nella versione di Luca il centro di tutta la liturgia e sicuramente è facile finire per dire qualche ovvietà su un tema così grande e ampiamente citato. Io ritengo che il legame tra l’esperienza della paternità di Dio e la condizione di sposi sia strettamente vincolato e non abbastanza approfondito. Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi sull’Amore umano mostra come ci debba essere un divenire crescente tra l’essere figlio, poi sposo e infine padre. Solo se ho sperimentato l’amore gratuito e immeritato di Dio Padre, posso farmi totalmente dono a un altro e questo si chiama appunto essere sposi. Tale amore poi può diventare fecondo e quindi generare altra vita, ed ecco la paternità. Chiaro, non è tutto rose e fiori, se ci guardiamo dentro e alle nostre storie familiari, questo percorso spesso non è avvenuto così. Difatti dice Amoris Laetitia:

Molti terminano la propria infanzia senza aver mai sperimentato di essere amati incondizionatamente, e questo ferisce la loro capacità di aver fiducia e di donarsi. […] Dunque, bisogna fare un percorso di liberazione che non si è mai affrontato. Quando la relazione tra i coniugi non funziona bene, prima di prendere decisioni importanti, conviene assicurarsi che ognuno abbia fatto questo cammino di cura della propria storia” (Amoris Laetitia 240).

Perciò il Vangelo di oggi invita voi sposi a cercare di continuo il Volto del Padre, di aprirvi sempre al suo Amore. Solo se vivrete costantemente l’essere figli amati, avrete la forza di amarvi davvero. Non è affatto casuale che idea sia già presente in alcuni passaggi dell’Antico Testamento. Lo troviamo nel libro di Tobia: “Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»” (Tob 8, 4) ed anche nel Cantico: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa” (Ct 4, 9). È Cristo infatti che ci svela il volto del Padre, diventando nostro Fratello.

Quindi, in definitiva, la vera nuzialità sgorga dalla figliolanza in Dio; se sarete veramente figli del Padre, potrete essere anche sposi in Cristo e il poter pronunciare “Padre” con il cuore, sarà quanto di più bello e profondo sperimenterete nella vita spirituale. Il che vi permetterà di vedere nel coniuge non una persona da possedere, ma un fratello e sorella, infinitamente amati come voi, con cui condividere lo stesso amore che vi ha preceduto.

ANTONIO E LUISA

C’è stato un momento nella mia vita di uomo dove ho compreso quanto fossi fortunato ad avere una donna come Luisa al mio fianco. L’ho raccontato già innumerevoli volte e non mi ripeterò (lascio il link se qualcuno non l’avesse mai letto). Non è stato quando l’ho sposata. Li non ero ancora consapevole. Lì vivevo come sulle nuvole. Vedevo tutto facile e un futuro mio, anzi nostro. L’ho scoperto nella vita matrimoniale, quando ho tirato fuori le mie fragilità e lei c’è stata sempre, anzi mi ha amato ancora di più. Lo ha potuto fare perchè io non ero il solo che poteva riempire il suo serbatoio d’amore. Certo io ero e sono la persona più importante per lei, ma c’è chi lo è più di me e che la ama immensamente più di me. Lei sa di essere figlia amata e questo le dà la forza per amarmi gratuitamente. So di essere privilegiato ad averla. Per questo con il tempo ho iniziato un cammino di crescita nella mia fede e nella mia relazione con Gesù. Perchè ho visto quanto sia importante sentirsi amati da Dio per essere poi capaci di amare davvero: in modo gratuito e senza condizioni, senza pretendere nulla.

La coppia cristiana tra Scilla e Cariddi

Quando ero bambino, la mitologia greca è sempre stata uno dei miei interessi preferiti: Zeus, le Naiadi, i Titani, il monte Olimpo, Polifemo e Ulisse… e tra tutte queste cose mi ha sempre incuriosito andare a vedere dove fossero Scilla e Cariddi, i mostri citati nell’Odissea e nell’Eneide e che la tradizione ha collocato nei lati dello stretto di Messina. Il mito vuole che l’uno e l’altro insidiassero i naviganti di modo che per passare lo stretto era necessario mantenersi a debita distanza, senza avvicinarsi troppo a questa o quella parte.

La coppia cristiana, come novelli Argonauti, deve far fiorire la sua missione di vita senza cadere nelle insidie che Scilla e Cariddi simboleggiano. A cosa mi sto riferendo? In questo articolo vorrei toccare due classici estremi in cui una coppia sovente può cadere, non certo per cattiva volontà o mancanza di fede ma probabilmente per poco discernimento, preghiera e formazione.

Come vedrete, si tratta di “eccessi” che partono da sacrosanti doveri di voi coniugi ma che vanno vissuti con quell’equilibrio che solo la virtù cardinale della prudenza, lo Spirito Santo, assieme a un padre spirituale condiviso vi possono dare.

Il primo pericolo è quando la coppia assolutizza la propria relazione. Il “abbiamo bisogno di tempo per noi” – che in sé è giustissimo, perché il primo “figlio” della coppia è la relazione stessa – può diventare alla lunga una forma sottile di pigrizia e di ripiegamento su sé stessi. La coppia ha ricevuto un dono eccelso, quello di essere il primo annuncio di Cristo, il primo pulpito, in un certo senso, il primo “tabernacolo eucaristico”:

La famiglia ha ricevuto da Dio la missione di essere la cellula prima e vitale della società. E essa adempirà tale missione se, mediante il mutuo affetto dei membri e la preghiera elevata a Dio in comune, si mostrerà come il santuario domestico della Chiesa; se tutta la famiglia si inserirà nel culto liturgico della Chiesa; se infine praticherà una fattiva ospitalità e se promuoverà la giustizia e le buone opere a servizio di tutti i fratelli che si trovano in necessità” (Concilio Vaticano II, Apostolicam Actuositatem, n° 11).

Va più che bene staccare per un tempo l’impegno ecclesiale più diretto e concreti in circostanze particolari (nascita di un figlio, genitori malati, ecc.) ma attenzione perché l’interrompere una buona abitudine è sempre costoso da recuperare. Il “prendersi un tempo per noi” potrebbe rivelarsi in seguito un’arma a doppio taglio che sterilizza l’efficacia e la fecondità apostolica del matrimonio. Non è la prima volta che vedo che tali pause di riflessione sono l’anticamera di veri e propri abbandoni, se non addirittura di lontananza dalla fede stessa. Voi coppie non vi siete sposate solo per voi stessi ma anche per essere annunciatori del Vangelo!

Il secondo pericolo non è da meno quanto a virulenza. Consiste nello spingere l’acceleratore fino in fondo sul donarsi agli altri, nel dire sempre di sì al parroco, nel provare una gioia immensa nel vivere un percorso di fede in un movimento, tra riunioni e ritiri… e qui potrei scrivere una tesi di laurea in base alle esperienze vissute.

Ora vengono due possibili risvolti negativi:

  • O si vive tutto questo cumulo di attività da soli, senza il proprio coniuge e per cui la fede non è più un punto di unione nella coppia ma una rotaia solitaria, in parallelo a quella del coniuge, ma senza intersecarsi mai. Che bello quanto dice Amoris Laetitia: “La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (Amoris Laetitia 29). La fede vuole condivisione, non porta all’isolamento. So che non è facile, ma come sempre, sforziamoci per un passo in più in avanti in questo senso.
  • Oppure si vive un cammino di fede in coppia ma senza dedicare tempo al noi, senza recuperare e alimentare la relazione nuziale. Si diventa così degli stupendi “Al Bano e Romina”, da vetrina nelle attività diocesane, sulla bocca di tutti per il bene e la testimonianza resa al matrimonio o alla fede in genere, ma le cui radici lentamente si stanno seccando. Prima o poi, un bel colpo di vento (dalla segretaria bionda, alle difficoltà lavorative o problemi adolescenziali dei figli…) tira giù la sequoia secolare, tutta tarlata di dentro.

Nella mia esperienza in Retrouvaille, sono proprio queste le coppie candidate n° 1 che chiedono di partecipare al ritiro. Sebbene la fede non manchi – anzi, tutt’altro – è piuttosto il “noi” che sta latitando. Per questo la dimensione relazionale di coppia va sempre messa al primo posto, è una lotta che vale la pena sostenere, come ci insegna Papa Francesco:

Questo cammino è una questione di tempo. L’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano. Ci vuole tempo per dialogare, per abbracciarsi senza fretta, per condividere progetti, per ascoltarsi, per guardarsi, per apprezzarsi, per rafforzare la relazione. A volte il problema è il ritmo frenetico della società, o i tempi imposti dagli impegni lavorativi. Altre volte il problema è che il tempo che si passa insieme non ha qualità” (Amoris Laetitia 224).

Perciò, care coppie, nella navigazione della vita matrimoniale questa è la via maestra per restare su un percorso sicuro e infallibile: coltivare il vostro amore, condividervi la fede, dedicare tempo ad aprirvi il cuore sinceramente, corteggiarvi senza sosta con tenerezza. Ecco le grandi risorse per giungere al Buon Porto e tenere lontane da voi le insidie alla pienezza del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Il piacere vero non è bulimico

Siamo una società di bulimici. Bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di senso. Ingurgitiamo tutto sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della sua figliolanza. Alla fine il significato di peccato è proprio questo. Sbagliare il bersaglio. Cercare di riempire il nostro bisogno d’amore con il piacere. La nostra società che ha eliminato Dio da ciò che conta, additandolo a ostacolo per una vita felice e una convivenza pacifica, cerca di sfamare questa bulimia schizofrenica assecondando ogni desiderio.

Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e il bisogno che diventa diritto. Tutto segue questa logica tranne ciò che si pensa possa nuocere alla salute. Siamo una società estremamente salutista. Si cerca di curare il corpo illudendosi di curare così anche lo spirito. Non funziona così, curare il corpo va bene ma non basta. Ed è così che i governi illuminati della civilissima Europa sensibilizzano sul consumo  corretto di cibo. L’obesità e le malattie provocate dal consumo non equilibrato di cibo porta spesso grandi costi per il servizio sanitario del nostro paese ed è anche per questo che il governo, attraverso la scuola e altre agenzie, cerca di fare educazione e prevenzione. Sono problematiche presenti a livello globale, tanto che lo stato italiano segue le direttive di Europa e ONU. Ed ecco la frutta distribuita a scuola, i programmi di scienze che si arricchiscono dell’educazione alimentare, campagne pubblicitarie, iniziative culturali e tante altre modalità per cercare di modificare le abitudini dannose della popolazione.

Il salutismo alimentare sta divenendo pian piano un obbligo della nostra nuova società etica, spodestata di Dio, ma che si basa su propri dogmi come una vera religione. Non che ci sia qualcosa di male nell’impegnarsi per una giusta alimentazione, sia chiaro. Forse è una delle attività più apprezzabili del governo. Il problema è un altro. Non siamo bulimici solo con il cibo, lo siamo anche con il sesso e con tutto ciò che possa darci piacere. Solo che con questo tipo di bulimia non sembra ci siano problemi. Anzi sembra quasi positiva. Peccato che l’impatto sulla società e sui costi statali sia elevatissimo. Aborto, contraccezione, violenza sulle donne, divorzi sono causati anche dalla bulimia sessuale. Viviamo in una società molto erotizzata. Il sesso è presente non solo nella pornografia, che è diventata fruibile attraverso internet in modo facile,  gratuito e anonimo. Il giro d’affari di miliardi di dollari rende il settore del porno tra i più floridi. Tutta la società odierna è permeata di sesso. La televisione, la pubblicità, i video musicali, tutto ammicca al sesso.

Tutta questa esposizione ha reso le persone assuefatte. C’è un desiderio fortissimo di piacere sessuale da una parte e una incapacità di viverlo dall’altra. Come dire che le lasagne sono buone, ma mangiarle tutti i giorni stufa, tanto da renderle non più piacevoli al palato. Ed ecco che fioriscono siti di scambisti, sadomasochismo, orge, prostituzione e quant’altro la perversione delle mente umana possa immaginare. Una continua escalation di perversione per ricercare quel piacere che tanto si desidera, ma non si riesce a trovare. Certo non tutti arrivano a tanto, ma anche chi non arriva a questo non è comunque capace molto spesso di controllare il proprio desiderio sessuale e non è educato al pudore. Il pudore che non è una brutta parola, qualcosa che richiama un tabù che va rimosso. Il pudore è riconoscere in noi un mistero. Il pudore è riconoscerci preziosi, riconoscere che c’è una parte di noi, del nostro corpo che non è per tutti, ma solo per chi avrà il nostro dono totale e a sua volta sarà disposto a spendersi totalmente e indissolubilmente nella relazione con noi. Solo riscoprendo la castità, la tenerezza, l’attesa, il saper aspettare, il saper preparare l’incontro sessuale nel gioco del corteggiamento, nelle attenzioni e nel servizio reciproco si potrà ritrovare il vero piacere. Solo così, quando l’incontro intimo verrà vissuto come un culmine fisico di una relazione vissuta nell’arco di tutta la giornata, e solo quando quel gesto non si limiterà  a un godimento di qualche secondo, ma rappresenterà un significato profondo e costitutivo dell’amore sponsale degli sposi, allora sarà appagante e pienamente soddisfacente. Solo se sarà così, riusciremo a non cadere nel disamore e nella noia. Perché quel piatto di lasagne avrà per noi un gusto sempre diverso, perché sarà arricchito da ogni momento della nostra vita insieme e del nostro amore fatto di gesti concreti che cresce giorno dopo giorno rendendo quel piatto di lasagne sempre più gustoso. Termino con un brano tratta dal libro di don Fabio Bartoli “Prendimi con te, corriamo”:

Il piacere è innanzitutto uno stato d’animo, un atteggiamento interiore(…). Fuggite l’egoismo, non il piacere! Fuggite l’avarizia, il possesso, la lussuria, che del piacere sono misere contraffazioni, perchè il piacere ci rimanda sempre al primo piacere fontale, all’atto creativo, alla nostra prima vocazione: quel “vivi!” detto su di noi che ci ha chiamato all’esistenza. E infine , offrire il corpo in sacrificio a Dio è metterlo a servizio dell’amore.

Questo è il vero piacere, questo è ciò che oggi manca e che rende le persone mendicanti d’amore e incapaci di provare il piacere quello pieno, quello autentico. Quando il governo si attiverà per aiutare le famiglie a educare le nuove generazioni a curare quella bulimia e a un uso corretto e autentico della sessualità, come già avviene per il cibo, allora significa che, finalmente, si sarà fatto un passo avanti decisivo per la guarigione della nostra civiltà malata. Intanto mi accontenterei che almeno la Chiesa lo facesse ma anche lì, nonostante anche il recente appello del Papa, non sempre avviene.

Antonio e Luisa

La Montagna maestra di vita.

In questi giorni di riposo dedicati alla nostra piccola famiglia ampliata ci sono arrivati alcuni messaggi dove ci è stato chiesto di parlare di un argomento privato, a tratti scomodo, ma che esiste e che a nostro parere coinvolge tutta la comunità parrocchiale: I PROTOCOLLI SANITARI. Intraprendere il percorso per la ricerca delle cause mediche che impediscono l’arrivo di un figlio per via naturale significa seguire dei protocolli sanitari che noi abbiamo ribattezzato, essendoci rivolti al Gemelli: gli Hunger games al Policlinico Gemelli.

Cercherò di raccontarli nella maniera più semplice possibile per arrivare a chi in questo momento sta leggendo, si trova nella situazione di dover affrontare questa difficoltà, si sente solo e abbandonato e in ansia per le spese mediche da sostenere. Noi abbiamo iniziato l’iter per la ricerca della causa nei tempi previsti, di solito i medici concedono un anno e mezzo per verificare se ci siano reali problematiche al concepimento naturale, dopodichè autorizzano delle analisi approfondite. Nel mio caso, avendo già altre patologie, non si trattava più di comunicare solamente con il reparto di ginecologia, ma dovevano coordinarsi con diverse altre figure come il diabetologo e la nutrizionista. Si è formato un unico staff che io, ad un certo punto, ho soprannominato gli Avengers. La ricerca della gravidanza per noi non è stata una passeggiata in collina ma bensì la scalata di una montagna. Come è utile in montagna per noi è stato importante avere accanto persone che dividessero la nostra fatica, la nostra frustrazione, il nostro sconforto, e anche il nostro dolore. Tanto dolore. Parlo di dolore perché ad ogni passo compiuto corrispondeva un grembo vuoto, e più il grembo rimaneva vuoto e più aumentava il buio dentro e aumentava anche il peso sulle spalle dello zaino dei nostri sogni e desideri, Desideravamo ardentemente di avere un giorno un figlio da poter portare con noi a Santiago. Infatti con gli amici più stretti era soprannominato Santiago perché evidentemente questo figlio tanto atteso stava facendo il cammino nella tratta più lunga.

Durante la salita è importante avere dietro persone che si accorgono che stai poggiando il piede su una roccia che è posizionata in un punto friabile e puoi farti del male. A me è successo di cadere. Sono caduta nel momento stesso in cui tra le analisi da fare ce ne è una che già dal nome mette paura “isterosalpingografia” o meglio conosciuta come ” lavaggio delle tube”. In piena fase di Pandemia dove c’era chi piangeva per un tampone al naso io avrei dovuto sostenere un esame invasivo senza anestesia con la precisazione che “non facciamo l’ anestesia perché potremmo ledere gli organi interni“. Io quel giorno mi sono sentita una fallita perché, per il troppo dolore, non sono riuscita a portare a termine l’esame, non solo, mentre ero sul lettino dell’ospedale avevo anche addosso come un peso il pensiero di Andrea che era da solo nel piazzale dell’ ospedale che aspettava che io uscissi e avevo il timore che poteva contagiarsi di Covid.

I giorni seguenti sembrava che dentro casa ci fosse stata una valanga. Seguire i protocolli che conducono un passo alla volta alla PMA, considerando anche la mia età vicina ai 44 , è un gioco al massacro, almeno per noi è stato così. Tensione, stanchezza, amarezza, perché più andavamo avanti e più c’erano analisi del sangue da fare alla ricerca di chissà cosa. Noi fortunatamente abbiamo avuto accanto persone che ci hanno aiutato non solo moralmente ma anche concretamente, perché ahimè spesso ci si dimentica che una famiglia va sostenuta nella ricerca di un figlio, ci si dimentica del prezzo di banali analisi del sangue o di tutti gli integratori da assumere che, fatalità, difficilmente vengono passati dalla Asl. Anche per questo motivo il Progetto Abramo e Sara è nato.

Noi come ben sapete ci siamo fermati perché la montagna è maestra di vita ed è stato molto più importante fermarsi e guardare il panorama da lì, dove siamo giunti con il nostro percorso. Andare avanti sarebbe stato distruttivo per il nostro matrimonio perché non saremmo stati più noi, stavamo perdendo la nostra unione e avremmo perso quello che già avevamo ossia i nostri ragazzi sul divano. Di grande aiuto è stato avere accanto una ginecologa che per prima ci ha ricordato, perché lo crede, che un figlio è un dono di Dio anzi come dice spesso “per me aiutare le persone a partorire e avere tra le mani una vita è una Grazia di Dio“.

Ebbene sì nel nostro cammino io sono andata a cercare con il lanternino qualcuno che la pensasse come me, che fosse nel momento opportuno in grado di dirmi le parole giuste. La provvidenza ha voluto che io conoscessi la mia ginecologa proprio in parrocchia quando ancora esistevano i gruppi coppie nella nostra parrocchia di origine. La comunità parrocchiale è importante per questo e riveste un ruolo rilevante soprattutto quando è in grado di mettere in relazione le famiglie per divenire una famiglia di famiglie. È stato anche pensando al futuro dei nostri ragazzi che è nato il progetto Abramo e Sara, perché onestamente non vorrei mai che soffrissero come abbiamo sofferto noi. Viviamo un periodo in cui tutto, sotto i nostri piedi, sembra instabile, c’è paura per il futuro, ma non si può vivere con il freno a mano tirato, non fatevi mai rubare la Speranza di essere genitori. Noi abbiamo sperimentato che si può essere genitori in diversi modi, frequentando anche un corso dedicato a famiglie di sostegno per una casa famiglia di un nostro amico sacerdote, dove vengono accolti ragazzi adolescenti. Credetemi divenire una famiglia per un ragazzo è stata la cosa più bella perché quel giorno le promesse matrimoniali dicevano “accoglierete i figli che il signore vorrà donarvi“. Io e Andrea ci sentiamo di consigliarvi nei momenti di sconforto di riflettere e durante l’ adorazione farGli proprio questa richiesta: aiutami a vedere le cose che non vedo. Magari se non vi sentite di entrare in chiesa, perché esistono quei momenti li ho vissuti, ascoltate Ultimo, in particolare la canzone Ti dedico il silenzio, ci sono delle parole che a me hanno aiutato.

Simona e Andrea

Un male che può aiutare a crescere

Da oggi inizierà a collaborare con il blog Ettore Leandri. Ettore è uno sposo che vive la fedeltà seppur separato dalla moglie. E’ membro dell’associazione Sposi per sempre di cui è anche presidente. Siamo molto felici di averlo nella squadra. Sarà la voce di tanti fratelli e sorelle che vivono nella stessa difficile situazione.

Ogni tanto mi trovo a pensare a dove sarei in questo momento se, più di otto anni fa, non mi fossi separato e in particolare a come mi troverei nel mio rapporto con Gesù: tralasciando la nostalgia di non vivere più in una famiglia unita insieme alle figlie, rifletto sul fatto che questa tragedia (almeno per me è stata così, è comunque sempre un male, anche quando è necessaria), è servita ad aprirmi gli occhi e a capire cosa voglia dire affidarsi e confidarsi con lo Sposo Gesù.  Certo, se avessi potuto scegliere, avrei allontanato volentieri questa croce, anche perché ha comportato sofferenza ad altre persone, parenti e soprattutto a chi avrebbe diritto a una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene, i figli.

Però se Dio ha permesso questo male, l’ha fatto per il mio bene e questo l’ho capito solo dopo diverso tempo; ad esempio, non è paragonabile la qualità del tempo che passo con le figlie quando sono con me, rispetto a quando vivevamo insieme e magari invece di giocare con loro stavo al computer o avevo altre distrazioni.

La sofferenza è stata lo strumento attraverso il quale Dio ha plasmato e convertito il mio cuore, tanto che posso affermare che prima ero cristiano “praticante” solo perché andavo la domenica alla messa ed ero impegnato in parrocchia: la cosa che mi fa sorridere è che mi ritenevo superiore alla maggior parte dei parrocchiani e pensavo di essere ormai “arrivato”.  Il problema è che chi si sente arrivato, vuol dire che non è mai partito, ed è davvero così: più approfondisci, in particolare il Sacramento del matrimonio e più ti accorgi di quanta strada c’è da fare in questa salita infinita verso il regno di Dio; è come avere delle lenti di ingrandimento, più ingrandisci e più ci sono realtà sconosciute e affascinanti.

Ho visto miracoli nella mia vita e ho provato la vicinanza di Gesù in tanti momenti, ho imparato ad amare mia moglie in maniera diversa, completamente svincolata dal possesso e da qualsiasi ritorno che possa avere, anche di soddisfazione sessuale. Indubbiamente non è facile, perché ogni giorno è diverso: ci sono alti e bassi, è un cammino che finirà nel mio ultimo respiro, ma è davvero gratificante cercare di amare di un amore totalmente gratuito che non si aspetta niente (agape), quello che Dio ha per noi, sempre, indifferentemente da come rispondiamo alla sua chiamata. Non posso che ringraziare Dio per tutto quello che mi ha dato e che continua a donarmi, è davvero una grande grazia!

Ettore Leandri (www.fraternitasposipersempre.it/)

Come un relitto!

Dal libro del profeta Michèa (Mi 7,14-15.18-20) Pasci il tuo popolo con la tua verga, il gregge della tua eredità, che sta solitario nella foresta tra fertili campagne ; pascolino in Basan e in Gàlaad come nei tempi antichi. Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose. Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità ? Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.

Oggi la prima lettura è abbastanza breve ma molto intensa, poiché ci dona una descrizione del Signore molto ricca, pare una di quelle descrizioni preparate per presentare un ritratto di olio su tela di un famoso autore. Le descrizioni non riguardano tanto l’estetica quanto l’essenza che viene descritta per immagini. Se qualcuno non sapesse come descrivere le attitudini di Dio, qui di sicuro troverebbe del materiale per arricchire il proprio linguaggio figurativo.

Se ricordate, subito dopo il tempo pasquale, in cui si raccontava la vita delle prime comunità cristiane (oggi le chiameremmo parrocchie o diocesi), c’è stato un tempo in cui la prima lettura insisteva sulle ammonizioni dei vari profeti dell’Antico Testamento, le quali mettevano in guardia l’uomo dal non accomodarsi spiritualmente sulle recenti festività cosicché da abbassare la guardia nella lotta contro il peccato; ed erano ammonizioni con un linguaggio duro, non davano spazio a fraintendimenti né a concessioni di vario tipo sui comportamenti da tenere, ricordando continuamente i castighi pronti ad abbattersi su chi avrebbe trasgredito.

Ora il tono sembra un po’ mitigato, non tanto perché la lotta sia diventata meno aspra, al contrario semmai, ma piuttosto perché a volte l’uomo ha bisogno di vedere la meta verso cui tende il proprio sforzo; la Chiesa, da brava mamma e pedagoga, sa che non bastano gli ammonimenti per far rigare dritto i propri figli, sa che questi figli hanno continuamente bisogno di essere motivati lungo il cammino della vita.

Quando si cammina in montagna c’è bisogno di tanto sforzo, concentrazione e determinazione per arrivare alla meta del rifugio in tempo, ma lungo il cammino, anche l’alpino più preparato sa che c’è bisogno di rifocillarsi, c’è bisogno ogni tanto di fermarsi per controllare la cartina, per verificare che tutte le persone della comitiva stiano bene, ogni tanto bisogna fermarsi a godere della vista del panorama, bisogna fermarsi ed alzare lo sguardo per vedere il rifugio anche solo da lontano per riprendere coraggio nell’affrontare la fatica, ogni tanto c’è bisogno di dirsi quanto manca alla meta, e così è anche nel cammino spirituale, e la lettura di oggi è quel fermarsi a vedere da lontano il rifugio e contemplare il panorama che man mano si staglia di fronte a noi mentre si sale lungo il sentiero.

  • Se qualcuno avesse perso memoria che il Signore compie prodigi, allora come oggi : “Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose.”. Sì cari sposi, il Signore non ha smesso di compiere prodigi, in questi giorni abbiamo avuto la grazia di essere confermati in questo, notando i passi in avanti di una coppia di sposi che ce la sta mettendo tutta per migliorare il proprio matrimonio, e abbiamo lodato il Signore per quanto ha compiuto finora moltiplicando i frutti dei loro sforzi con la Sua Grazia.
  • Se qualcuno non conoscesse la salvezza del Signore : “Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità?”. Ovviamente il riferimento ad altri déi riflette una condizione di allora, in cui tutti i popoli attorno ad Israele erano politeisti e spesso anche il popolo eletto cascava nel peccato di idolatria. Ma ciò che conta è che Dio toglie l’iniquità col perdono. Attenzione, perché Dio non scusa il peccato, Dio perdona il peccatore pentito, che è tutta un’altra cosa. Il mondo invece dice agli sposi : fate pure tutti gli adultèri che volete, fate pure tutti gli aborti che volete… tanto Dio è buono. Il profeta Michéa ci ricorda che Dio è sì buono perché perdona il peccatore pentito ma non scusa la sua condotta malvagia.
  • Può succedere tra sposi una litigata, e quello che più ferisce di solito è che l’altro smette di guardarci negli occhi, volta la faccia dall’altra parte, per ribadire che è ancora adirato con noi e lo sarà per tanto tempo fino a quando non gli daremo finalmente ragione ammettendo di essere dalla parte del torto. Sposi carissimi, dobbiamo imparare da Dio come si fa : “Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Quante volte gli sposi risolvono le dispute tra loro così ?
  • I bambini hanno sempre delle domande grandi e bellissime : “Ma che fine fanno i miei peccati dopo che il sacerdote mi ha dato l’assoluzione?“. Ecco una risposta semplice e comprensibile : “Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe.“. Le calpesta così come noi calpestiamo una mosca fastidiosa (che sia un’allusione alla Genesi con Maria che schiaccia la testa al serpente diabolico?). Ma il profeta rincara la dose : “Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.”. Come quando i malviventi gettano sul fondo del mare o di un lago le prove della loro colpevolezza sicché nessuno le trovi, similmente il Signore tratta così i nostri peccati (del peccatore pentito), li considera come un relitto sul fondo dell’oceano più profondo che esista, in modo che nessuno più li ritrovi, come se non esistessero più.
  • Ma il Signore sa che noi abbiamo bisogno di punti fissi nella vita, affinché ci servano da bussola nel vivere, ecco perché ci rincuora: “Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.”. Carissimi sposi, noi siamo quel nuovo Giacobbe, quel nuovo Abramo a cui il Signore ha giurato la propria fedeltà ed il proprio amore, non ha forse detto “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro“? E gli sposi cristiani non sono forse due uniti nel nome del Signore attraverso il sacramento del matrimonio?

Coraggio allora sposi, il Signore non molla la presa. Anche se avessimo commesso gravi peccati, non temiamo, ma accostiamoci alla Confessione ed i nostri peccati diventeranno dei relitti sul fondo dell’oceano della Sua Misericordia.

Gli sposi sono preziosi agli occhi del Signore. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Da quale parte state?

Cari sposi,

spero che l’estate vi stia concedendo momenti di alta spiritualità e riposo fisico. Oggi vorrei iniziare a raccontarvi di una coppia santa e martire, come premessa per parlare del Vangelo. Sono Cyprien Rugamba e Daphrose Mukasanga, uccisi con i loro figli il 7 aprile 1994 agli inizi del tremendo genocidio del Ruanda. Cyprien, brillante letterato, musicista e politico, dopo la sua conversione si era deciso a seguire come impegno politico solo il “partito di Gesù”. Questa la scelta che lì a poco gli costò la palma del martirio. Lui, come tanti e tanti cristiani, martiri e non, ha scelto la parte migliore: quella di Gesù e della sua Parola.

Ora vediamo cosa ci dice il Vangelo su questo. Il tutto avviene in una scena curiosa ma anche comune; infatti, Gesù va a pranzare con tutta la sua truppa da persone amiche, il che era abbastanza frequente. Ma stavolta sono amici speciali che lo invitano da loro in quel di Betania. La padrona di casa, Marta, tuttavia stavolta va proprio in tilt dovendo preparare per così tante persone, di certo non poco affamate. Aveva ragione, non so voi, ma quante volte vi sarà successo care mogli e mamme una scena simile! Maria, sua sorella, invece non fa un bel niente, tutta carpita dalla conversazione con Gesù.

Pure io di certo me la sarei presa in un frangente simile. Gesù invece, come al solito, ci sorprende con la sua Sapienza superiore. Coglie, difatti, l’occasione per parlarci di stare anzitutto dalla parte della Sua Parola e ci mostra il primato dell’ascolto sul fare qualsiasi altra cosa.

Quanto è importante per voi sposi questo! Da quale parte state adesso? State privilegiando l’ascolto o lo svolgere i vostri sacrosanti doveri genitoriali? Qui si apre un tema assai complesso, peraltro toccato anche nella recente giornata mondiale delle famiglie, in cui si diceva che a voi sposi noi sacerdoti abbiamo offerto un modello di preghiera più di tipo monacale che familiare, mettendovi a volte nella disgiuntiva se dedicarsi a Dio o alla famiglia.

Voi non dovete imitare la preghiera di noi preti perché voi siete originali, siete Parola-Carne! In voi si è realizzata, tramite il Matrimonio, una sorta di Incarnazione del Verbo: Gesù vive nella vostra relazione nuziale, ogni giorno, ogni momento e passa dal vostro quotidiano, non vi allontana dal vostro habitat naturale. Logicamente però non si vive da sposi cristiani poi per incantesimo ma ci vuole la consapevolezza di essere “abitati” da Lui e questa grazia va chiesta e assecondata volontariamente.

Ecco allora che è necessario leggere, ascoltare, meditare la Parola. È decisivo per voi sposi affinché la grazia matrimoniale dia frutto. Per questo Gesù è stato così chiaro e perentorio: bisogna stare dalla parte anzitutto dell’accoglienza della Parola e poi viene tutto il resto.

Penso che Antonio e Luisa diranno molto meglio di me come si può vivere questo nella quotidianità. Io mi permetto solo di consigliarvi un classico su questo tema che può darvi tanta luce su come introdurre nella vostra coppia Gesù-Parola. È uno dei libri più letti di P. Amedeo Cencini, “La vita al ritmo della Parola”.

Cari sposi, in occasione dell’estate, tempo in cui si privilegia il riposo, vogliate aprirvi a questa riflessione: quanto stiamo accogliendo in coppia la Parola? Quanto spazio le diamo? Sono certo che lo Spirito vi darà tante luci e la voglia di metterle in pratica.

ANTONIO E LUISA

Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si dà da fare, ma Gesù intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare, ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare. E’ importante trovare tempo per contemplare, per ascoltare, per meditare, per guardarsi, per abbracciarci e per fare l’amore. E’ importante farlo tra noi sposi ed è importante trovare tempo anche per la preghiera e la relazione con Gesù. Solo così il nostro fare non sarà mai troppo pesante perchè avremo sempre chiaro la bellezza per la quale ci stiamo dando tanto da fare.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /39

(Nelle formule seguenti, le parole del Signore si pronuncino con voce chiara e distinta, come è richiesto dalla loro natura). La vigilia della sua passione, (prende il pane e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue) : egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili, (alza gli occhi), e alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi. (Presenta al popolo l’ostia consacrata, la depone sulla patena e genuflette in adorazione. Poi prosegue): Allo stesso modo, dopo aver cenato, (prende il calice e, tenendolo leggermente sollevato sull’altare, prosegue): prese nelle sue mani sante e venerabili questo glorioso calice, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli e disse: (si inchina leggermente), Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. (Presenta al popolo il calice, lo depone sul corporale e genuflette in adorazione).

Spesso ci chiediamo come facciano certe persone a “farsi bastare” quell’oretta scarsa di S. Messa domenicale in mezzo al turbinio che ci impone questa società frenetica.

Con questa frase volutamente provocatoria non vogliamo in alcun modo puntare il dito sulle scelte personali di nessuno, al contrario, vorremmo invece soffermarci per un poco sulle difficoltà che molte persone incontrano nella frequentazione della S. Messa affinché la provocazione diventi motivo di riflessione per le coppie di sposi e per i sacerdoti.

Questa epoca è caratterizzata (seguendo i dati della media nazionale) da un elevato numero di persone anziane che non ha come contraltare un altrettanto numero di nuove generazioni, per cui è abbastanza diffusa la situazione di avere i genitori anziani e malati che sono bisognosi di quelle cure, attenzioni, compagnia e serenità che solo gli affetti familiari sanno dare. Ma questa società ci impone spesso di lavorare entrambi (marito e moglie) per vari motivi, inoltre i ritmi ed i giorni lavorativi sono sempre più disumani, perché non hanno al centro l’uomo ma il profitto… per cui spesso ci si ritrova figli unici che riescono ad aiutare i propri genitori solo la Domenica, e se c’è una governante (badante), essa ha il giorno libero di Domenica, per cui giocoforza vuole che la Domenica sia dedicata alla cura dei genitori… stesso discorso dicasi per chi ha figli disabili o comunque familiari in situazioni di bisogno estremo.

Sarebbe un discorso troppo lungo e non vorremmo banalizzarlo, ma solo portare all’attenzione la diversità e molteplicità di varianti nelle situazioni familiari. Ci sono poi le famiglie che non hanno anziani o disabili da accudire, ma semplicemente sono travolte dalle 1000 cose da fare di tutti i giorni; non necessariamente sono attività di svago, semplicemente si lavora in due e bisogna metterci tutto se stessi nel mandare avanti la casa e nell’educazione dei figli (magari tre, quattro o più), per cui si arriva al sabato sera senza accorgersi che è passata un’altra settimana tra: lavatrici, panni da stirare, accompagnamento alle attività scolastiche ed extra dei figli vari (ed ogni figlio richiede la propria attenzione), incontri in parrocchia, lavoro col proprio carico di stress (vedi sopra), scadenze dei tributi, ospitate del parentado, visite mediche, dentisti e chi più ne ha più ne metta…

Tutte queste persone non hanno altri momenti per la S.Messa se non di Domenica, certamente tra queste persone ci sono anche quelle che non vogliono trovare il tempo per il Signore, né durante la quotidianità tantomeno la Domenica che considerano dedicata (finalmente) alla cura di sé stessi e dei propri interessi più o meno nobili, ma a noi interessano le persone del primo gruppo : a noi interessano quegli sposi che si spendono tutti i giorni della settimana per amare Dio nella vita concreta della propria famiglia con tutto loro stessi, quando spesso la Messa feriale è un miraggio (per molte fasi della vita), cosicché ad essi “rimane”, oltre alla preghiera quotidiana, un altro caposaldo fermo ed irremovibile, costi quel che costi: la S. Messa domenicale.

Cari sposi, amare è una scelta, oltre che un obbligo dato dal comando di Gesù, e questa scelta sponsale è sempre feconda (se è autentico amore), cioè portatrice di nuova vita; vita che si concretizza nelle sue molteplici varianti, una di queste espressioni di amore fecondo è l’aiuto reciproco tra le famiglie. Provate a drizzare le orecchie: è probabile che nella vostra comunità ci siano persone/coppie che sono in grande difficoltà a partecipare alla S. Messa domenicale ma non trovino nessuno che li sostituisca nell’accudimento di quelle persone malate/fragili, nessuno che li sollevi da qualche servizio domestico… quale miglior aiuto se non quello di una coppia di sposi che rende “il giogo un po’ più soave e il carico leggero” ? Pensateci… chi ha tempo doni tempo a chi non ne ha.

Qualcuno si starà chiedendo cosa c’entri tutto ciò con le parole della Consacrazione che stiamo analizzando ; “[…] spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse : Prendete, e mangiatene tutti : questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi“… queste parole sono immense ed hanno come primo significato quello della Santissima Eucarestia, ma portano con sé anche un secondo significato per noi: se la vita cristiana è imitazione di Cristo, come possiamo noi imitare Cristo in questo sacrificio del Suo Corpo, in questo Suo “spezzare il pane della propria vita” per molti ? Sicuramente in primis nella vita spesa per il nostro coniuge, ma poi anche come vita spesa per chi ne ha bisogno al di fuori della coppia, come espressione della fecondità della coppia… e si coniuga in mille modi, tanti quanti lo Spirito Santo ne ispira agli sposi che desiderano “spezzare il pane della propria vita in sacrificio per molti”. Ogni coppia può essere una manifestazione particolare dello Spirito Santo. Coraggio sposi, basta rendersi docili alla Sua azione.

Ora una parola ai sacerdoti partendo da un’altra provocazione : perché tanta fretta? Alla luce di quanto analizzato qui sopra speriamo che molti sacerdoti rivedano un po’ il proprio modo di celebrare. Non saremo certo noi i primi a ricordare loro la doverosa “ars celebrandi” (cioè l’arte di celebrare) a cui il Messale e la Tradizione cattolica li richiama, sicuramente però possiamo aiutarli nel testimoniare quanto sia importante per gli sposi vivere la S. Messa domenicale, che per molti (ahinoi) è l’unica di tutta la settimana (come sopra descritto).

Quando arriva il sabato sera e finalmente ci si sdraia nel letto per l’ultima volta della settimana, spesso si viene travolti dalla stanchezza accumulata nei 6 giorni, riaffiorano alla mente le tante vicissitudini della settimana, ma poi arriva un pensiero bello, anzi, bellissimo: “domani mattina finalmente andiamo a Messa”… abbiamo bisogno di ricaricarci per affrontare le sfide della settimana entrante… sentiamo la necessità di un ristoro del corpo e dello spirito… non abbiamo avuto un minuto di silenzio durante la settimana e ne abbiamo tanto bisogno… urge un incontro con Gesù che è l’unico a dare senso alle fatiche della settimana appena passata… Gesù è la nostra stazione di ricarica… è il nostro rifornimento settimanale… poi arriva Domenica mattina e si trovano alcune Messe che danno l’impressione di un’automobile incidentata che sta insieme col nastro adesivo… è come arrivare alla tanto desiderata stazione di rifornimento accorgendosi però che essa non ha la pistola adatta per la nostra automobile… sarebbe come arrivare alla stazione di ricarica e anziché trovare la presa della corrente per la nostra auto trovassimo un’ometto pronto a pedalare per alimentare una dinamo… ci sono alcuni sacerdoti che sembra improvvisino di volta in volta un nuovo colpo di scena pur di catturare l’attenzione quasi fosse uno show col problema dello share.

Cari sacerdoti, noi sposi abbiamo una necessità vitale della S. Messa e della Santissima Eucarestia, per imparare ad amarci nel sacramento del matrimonio come Lui e dobbiamo nutrirci di Essa e necessitiamo adorare Gesù presente in Essa, perché spesso avete così tanta fretta? Lasciateci il tempo di adorare il Signore Gesù presente in quell’Ostia Consacrata, è vero che nel Messale (sopra riportato) c’è scritto che dovete presentarlo al popolo però a volte vediamo più nel dettaglio una cometa o una stella cadente piuttosto che Gesù… che poi, quando si presenta una persona ad un’altra, solitamente si lascia il tempo che almeno le due si salutino e si presentino a vicenda, non basta il nome in un nanosecondo, ci vuole di più normalmente! Se è così tra noi uomini a maggior ragione con Gesù, no?

Noi sposi non abbiamo paura di adorare il Signore, è vitale per noi! Non abbiate paura, gli sposi non si stancano di stare a Messa, è l’unica ora in tutta la settimana. Abbiate almeno la medesima cura con cui gli sposi si scambiano tenerezze intime, non in fretta e tanto per fare, non alla carlona o in modo grossolano, ma con cura nei dettagli perché c’è di mezzo l’amore !

Ci sono tanti sacerdoti che hanno una sensibilità invidiabile nell’ascoltare le persone, usano un’attenzione particolare ai dettagli che le persone raccontano loro, hanno una grande tenerezza nell’accogliere le persone… ma Gesù nell’Ostia consacrata non è forse una Persona? Tra le vostre mani succede il miracolo dei miracoli, le vostre mani consacrate diventano ogni volta la culla per Gesù come a quel primo Natale, tra le vostre mani tenete il Sacratissimo cuore di Gesù ancora pulsante, come fate a non tremare di commozione ogni volta? Perché tanta fretta?

Sposi e sacerdoti insieme per adorare il Signore Gesù che ancora una volta si offre col Suo vero Corpo e col Suo vero Sangue : due sacramenti che si aiutano a vicenda come le due ali di una colomba bianca.

Giorgio e Valentina.

Eucarestia e matrimonio hanno molto in comune

Siamo stati invitati a raccontare qualcosa su matrimonio ed Eucarestia. Non è facile per noi che siamo dei semplici laici non certo dei teologi. L’Eucarestia è una delle realtà più grandi e incomprensibili della nostra fede. Come possiamo parlarne noi? Che competenza abbiamo? Poi ho pensato al motivo per cui siamo stati chiamati. Non certo per la nostra preparazione teologica, ma soltanto per quello che siamo: due sposi che cercano di vivere il matrimonio e di raccontare la bellezza di una esperienza concreta, fatta di vita, di relazione di carne. Fatta di dono reciproco e di accoglienza di quel dono. Fatta di amore. E allora ho compreso come impostare la nostra riflessione. L’Eucarestia è qualcosa di bellissimo ma di incredibilmente misterioso ed incomprensibile. Noi sposi abbiamo però un’occasione eccezionale per fare esperienza diretta di cosa sia l’Eucarestia. Non siamo forse noi immagine dell’amore di Dio, dell’amore di Gesù per la Sua Chiesa? Da dove viene questa somiglianza? Viene dal dono, dono totale in anima e corpo.

La prima grande analogia tra questi due sacramenti sta nella coincidenza tra chi offre e ciò che è offerto. Nell’Eucarestia Gesù è il sacerdote, l’offerente, offre a Dio un sacrificio, offre a Dio un sacrificio diverso: offre se stesso. Gesù durante l’ultima cena, che sappiamo essere l’inizio della Passione che condurrà alla morte di croce e alla resurrezione, diventa offerente (sacerdote) ed offerta nello stesso momento. Si lascia mangiare per amore. Ama così tanto da diventare uno con i suoi apostoli. Il matrimonio è esattamente la stessa cosa. C’è la stessa sovrapposizione. Il sacerdote del matrimonio non è il don che celebra, il don celebra solo la Messa. Ma al momento del rito del matrimonio i sacerdoti sono i due sposi. Sono loro che offrono a Dio. Cosa offrono? Se stessi. Come? Con la mediazione di un’altra persona. Detto in modo più chiaro: Io mi sono offerto a Luisa e Luisa si è offerta a me. Ho offerto tutto di me: il mio tempo, il mio impegno, la mia volontà, la mia mente, il mio cuore e anche il mio corpo. Ci torneremo su questo.

La seconda grande analogia riguarda la presenza di Cristo. Quanto dura la presenza di Cristo durante il battesimo? Dura il tempo del rito dopodichè ne permangono gli effetti. Stessa cosa per la confessione. Non è così invece per Eucarestia e matrimonio. La presenza reale di Cristo nell’Eucarestia dura in modo perenne, cioè fino a quando quel pane e quel vino non saranno mangiati e consumati. Il matrimonio è esattamente la stessa cosa. L’analogia è evidente. Con il matrimonio Gesù viene ad abitare non il cuore di uno, non il cuore dell’altra, ma la relazione dei due. Relazione che è promessa ed alleanza. Gesù è vivo e presente in quella relazione, in quella promessa. C’è la reale presenza in modo simile all’Eucarestia. Per fare comprendere questa cosa il nostro vescovo, allora vescovo di Brescia, durante un incontro con degli sposi, fece un gesto plateale ma molto significativo: si inginocchiò davanti ad una coppia dicendo di farlo come l’avrebbe fatto innanzi al Santissimo Sacramento. Nella coppia di sposi c’è Gesù. Incredibile vero! Fino a quando ci sarà? Fino a quando esisterà la coppia, fino alla morte di uno dei due.

Ora un’ulteriore passo avanti. Cosa accade quando viene celebrata L’Eucarestia e il sacerdote consacra il pane e il vino eucaristico? In quel momento si rinnova il sacrificio di Cristo in modo incruento. Gesù si offre nuovamente a noi, oggi, nella Messa a cui stiamo partecipando. Si sta ripetendo oggi, si sta rinnovando oggi quanto accaduto circa duemila anni fa sul Calvario. Gesù si offre per la nostra salvezza e per la nostra redenzione. Il matrimonio è similare anche in questo. Ogni volta che celebriamo il nostro matrimonio stiamo rinnovando il sacramento, è come se ci stessimo sposando di nuovo oggi, adesso, come successe 2, 5, 10, 14 ecc anni fa. Voi vi chiederete: come facciamo a celebrare di nuovo il nostro matrimonio? Ci viene in aiuto Amoris Laetitia. Al numero 75 troviamo scritto: Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano, i quali, manifestando il loro mutuo consenso ed esprimendolo nel reciproco dono corporale, ricevono un grande dono. 

Il rito del matrimonio si compone di due parti, entrambe costitutive (lasciamo perdere eventuali eccezioni che ci allontanano dal senso del discorso). Serve la promessa, quella che ci offriamo a vicenda durante la Messa davanti al sacerdote, ai testimoni e agli invitati che però non basta. Serve che a quel promettere con la bocca vada aggiunta la conferma del corpo, serve l’amplesso fisico. L’amplesso fisico degli sposi è un vero gesto sacerdotale e sacramentale. Noi, ma adesso non c’è il tempo di approfondirlo lo raccontiamo anche come vera liturgia, è la nostra Messa per capirci. Tornando all’affermazione in origine di quesa premessa possiamo affermare che rinnovare il nostro sacramento significa fare l’amore. Ogni volta che marito e moglie si uniscono in intimità stanno rinnovando un sacramento, si stanno nuovamente sposando. Questo non ha un significato escluvamente umano ma ha delle conseguenze anche sul nostro spirito, sul nostro cuore e sulla Grazia del sacramento. Va quindi vissuto bene non solo per sentirci in comunione l’uno con l’altra, ma anche per vivere in comunione con Cristo stesso e per aprire il cuore ad un’effusione di Spirito Santo. Nel prossimo articolo approfondiremo queste realtà sacramentali.

Antonio e Luisa

Il nostro matrimonio si sgretola se accantoniamo Dio

Il matrimonio, se mettiamo Dio da parte, si sgretola quasi all’istante. Non basta sposarsi in chiesa, occorre ogni giorno pregare per mantenere questo legame molto forte e sforzarsi ogni giorno di andare oltre i propri limiti chiedendo aiuto al Signore. Quando pensiamo di fare da soli, che è una tentazione sempre presente, ripetiamoci come un mantra un passo del Vangelo: “Io sono la vite. Voi siete i tralci. Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla.” (Giovanni 15,5)

La Parola è chiara: Gesù non dice senza di me potete fare qualcosa, dice chiaramente non potete fare nulla, io oserei dire niente di buono! Io sono sposato con Barbara da sei anni e tutti e due abbiamo caratteri molto forti. Io porto con me anche grandi fragilità, dovute al mio passato molto duro. La nostra vita missionaria è molto bella, occuparsi degli altri è meraviglioso, ma occorre tanta pazienza, abbiamo a che fare con ladri, prostitute, delinquenti vari, io poi ho anche a fare con le Istituzioni e la politica, e con quelle persone a volte serve anche più pazienza che con i poveri.

Abbiamo quindi tante sollecitazioni, tanti attacchi dal divisore. Siamo consapevoli che tutti i matrimoni sono sottoposti ad innumerevoli attacchi, incomprensioni, tentazioni. Nessun matrimonio è esente da periodi difficili, ed è proprio in quel preciso momento che ti arriva la tentazione. Quando si è più deboli e nella sofferenza. Quando si ha bisogno di parlare di problemi matrimoniali è bene scegliere bene con chi confidarsi e a chi chiedere aiuto, molto meglio un sacerdote (magari padre spirituale) o coppie di amici che vivono il matrimonio con grande fede e lottano ogni giorno per andare avanti. Invece meglio non fidarci anche se si tratta di amici, quando questi sono separati o divorziati, senza un cammino di fede, essi ci diranno inevitabilmente di pensare alla nostra vita e di allontanare il coniuge che ci procura sofferenza.

Inoltre dal primo giorno di matrimonio occorre avere un importante percorso di preghiera, Fratel Biagio, missionario laico che tutti conoscerete, suggerisce agli sposi di recitare almeno un Santo Rosario al giorno, e di andare tutte le domeniche a messa. Nel caso uno dei due coniugi preghi di meno, l’altro coniuge sarà chiamato a pregare di più anche per quello che non prega. Anche in questo caso ci viene in auto la parola di Dio: “Il marito non credente, infatti, viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente;“ (Prima lettera ai Corinzi 7, 14). Sulla preghiera Il Vangelo ci suggerisce tante volte di vegliare e pregare in continuazione per non cadere in tentazione, Padre Pio è molto chiaro: «Chi prega molto si salva, chi prega poco si danna o va a rischio di dannarsi. Chi non prega non ha bisogno del diavolo che se lo porti: va all’inferno con le sue gambe». Quindi vi suggerisco pregare molto di più di quello che suggerisce Fratel Biagio. Il primo pensiero-orante al risveglio sia per Dio e la sera l’ultimo prima di andare a letto sempre per Lui. Vedete; pregare e avere il primo collegamento del nostro amore con Dio non è uno sminuire il proprio coniuge, anzi, è un tornare dopo le preghiere e la fusione con Dio nella vita quotidiana con l’amore del Padre, un amore infinito.  

Com’è bello essere sposati, sostenerci a vicenda, spronarci, coccolarci ma anche quante prove ci sono, quante crisi. L’ultima mia crisi l’ho vinta grazie ad un libro che mi ha aperto la mente: AI CROCEVIA DELL’AMORE, tracce di spiritualità coniugale di Henri Caffarel. Ho capito che non abbiamo limiti d’amore se riusciamo ad unirci a Dio e siamo capaci di perdonare ogni cosa, di non aspettarci sempre di essere capiti, ma di essere coloro che capiscono.  Tutti noi abbiamo tante fragilità non risolte, a volte nemmeno chiare ed ammesse a noi stessi, facciamoci sanare dal medico delle anime Gesù. Sempre la parola ci viene in aiuto:  «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano» (Lc 5,31-32).
Mettiamoci in testa che siamo tutti peccatori nessuno escluso, ma anche se fossimo dei giusti, il giusto cade sette volte al giorno! Lottiamo ogni giorno per il nostro matrimonio con la preghiera, diventiamo persone nuove, facciamoci forgiare dalla Parola di Dio e diventiamo amore verso tutti, iniziando dal nostro coniuge.

Riccardo Rossi

P.s. Altre volte darò altri consigli come pregare, per vincere nel tempo le battaglie più ardue.

Farsi amore è molto più che fare l’amore

Fare l’amore. E’ di uso comune usare questa accezione per indicare il rapporto sessuale tra due persone legate affettivamente. Diverso dal sesso occasionale. Qualcosa di bello e di profondo. Quello che unisce tantissimo e lega anima e corpo. Sembra essere bello! Perchè no? Perchè allora interstardirsi con la castità prematrimoniale. Senza esplorare questioni teologiche e morali che sono più difficili e complesse vorrei restare in superficie. Vorrei limitarmi ad esaminare qualcosa che possa essere chiaro ed evidente a tutti, semplicemente ragionandoci un attimo sopra. Il problema è che si rischia un grande fraintendimento. Come se l’amore fosse racchiuso nelle sensazioni ed emozioni che quel gesto così totalizzante fa sperimentare.

Non è forse qesto il concetto che la nostra società ci presenta come modello unico di relazione o, almeno, l’unico che soddisfa. Ma è davvero così? Non può esistere, nel pensare comune, una relazione affettiva soddisfacente e profonda se non si vive anche sessualmente. Credo di poter affermare senza timore di smentite che pressochè tutti i fidanzati hanno rapporti sessuali, tanto che quei pochi che decidono di vivere in castità sono visti dai coetanei con la  curiosità di chi non li capisce e sono considerati quasi folcloristici. Una razza in estinzione, dei fondamentalisti o dei complessati. A volte è vero che si nascondono anche dei complessati, ma questo è un altro discorso.

Il sentire diviene la realtà fondante che costituisce e qualifica l’amore.  Il sentire sentimentale e corporeo diventa l’unico modo d’amare. Quando questo decade, non esiste più l’amore. Se succede tra fidanzati poco male, ma purtroppo succede anche a tanti sposi. Vanno in crisi perchè non sentono più nulla. Si dimentica, o peggio non si è mai compreso, che il sentire non è l’amore.

Questa visione dell’amore porta in sè diversi pericoli:

  • l’attrazione fisica è ridotta a quella sensuale. Ciò spiega il fallimento di tanti matrimoni. Solo l’attrazione fisica autentica è pilastro del matrimonio.  L’attrazione fisica autentica poggia sulla bellezza soggettiva , che abbraccia la totalità della persona, la dimensione fisica ed interiore. Questa bellezza implica la bellezza sensuale, ma non si riduce ad essa.
  • Il piacere sessuale è visto come amore e sua somma esperienza. L’amplesso fisico non è vissuto come momento di incontro e donazione degli sposi, ma come ricerca di piacere e di sensazioni fisiche. Tutto si riduce a un orgasmo. L’amore autentico viene svilito. La non comprensione di ciò genera crisi matrimoniali ed infedeltà.
  • L’esaltazione degli anticoncezionali e la svalutazione dei metodi naturali. La ricerca spasmodica del piacere non ammette limitazioni. Gli anticoncezionali sono visti come mezzo per separare l’amplesso fisico dalla procreazione e non avere così impedimenti alla ricerca del piacere, considerato indispensabile al benessere fisico e mentale.
  • La svalutazione delle doti corporee che esprimono l’amore matrimoniale: dolcezza, tenerezza e sentimento.   La dolcezza e la tenerezza sono doti corporee che spesso vengono sviluppate solo al fine di arrivare all’amplesso fisico. Questo modo di intenderle durante il fidanzamento influenza poi il matrimonio. Gli sposi sono spesso incapaci di vivere la tenerezza e l’attenzione tra loro se non in vista del rapporto fisico. Tutto ciò, alla lunga, rende questi gesti percepiti come falsi, causando incomprensioni e sofferenze. Senza contare che nel matrimonio esistono periodi in cui i rapporti sessuali sono più diradati e, se non si è imparato a vivere la dolcezza e tenerezza come modalità d’amare, si arriverà all’aridità e al deserto sentimentale tra gli sposi.

Cosa c’è di sbagliato in tutto ciò? Il centro delle attenzioni non è mai l’altro, ma sempre se stessi. I propri bisogni, le proprie pulsioni, la propria ricerca di sensazioni e di emozioni  sono il motore del rapporto. Tutto diventa importante solo in riferimento a questo.   Non si impara a spostare l’attenzione verso l’altro. Non si impara a FARSI AMORE. Farsi amore significa spostare l’attenzione sull’altro/a. Mettere al centro le sue esigenze e farne il centro delle nostre attenzioni e tenerezze.  Così, non solo potremo approfondire nel fidanzamento il dialogo e la conoscenza reciproca, ma impareremo e ci educheremo al dono e al sacrificio per il bene dell’altro. Perchè la vera prova d’amore non è lasciarsi trasportare dalla passione, ma saperla dominare e saper aspettare. Aspettare che quel gesto così bello abbia un significato autentico, che quello che diciamo col corpo sia espressione dell’unione definitiva dei nostri cuori.  Solo così impareremo a donarci gratuitamente e non condizionando il nostro dono all’appagamento sessuale ed emotivo che riceviamo in cambio, capacità che risulterà determinante poi nel matrimonio.  Le persone che hanno vissuto un fidanzamento casto e non hanno avuto rapporti prima del matrimonio difficilmente falliscono dopo  perchè sono capaci di nutrire il rapporto in ogni situazione. Solo se impareremo a FARCI AMORE potremo FARE L’AMORE e non solo del sesso. Solo se impareremo a FARCI AMORE, il nostro FARE L’AMORE sarà espressione di un amore autentico e bellissimo con il quale sperimentare nella carne il dono di sè vissuto in ogni momento della vita.

Antonio e Luisa

Occhio agli Aramèi!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,1-9) Nei giorni di Acaz, figlio di Iotam, figlio di Ozìa, re di Giuda, Resin, re di Aram, e Pekach, figlio di Romelìa, re d’Israele, salirono contro Gerusalemme per muoverle guerra, ma non riuscirono a espugnarla. Fu dunque annunciato alla casa di Davide: «Gli Aramèi si sono accampati in Èfraim». Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento. Il Signore disse a Isaìa: «Va’ incontro ad Acaz, tu e tuo figlio Seariasùb, fino al termine del canale della piscina superiore, sulla strada del campo del lavandaio. Tu gli dirai: “Fa’ attenzione e sta’ tranquillo, non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti […] Così dice il Signore Dio: Ciò non avverrà e non sarà ! Ancora sessantacinque anni ed Efraim cesserà di essere un popolo. Ma se non crederete, non resterete saldi”».

La Prima lettura di oggi si pone nel solco delle letture incoraggianti, dopo la serie di ammonimenti da parte del Signore per mettere in guardia i propri figli dalla rilassatezza spirituale ecco questa sorta di pausa rinfrescante, come un punto di ristoro all’ombra per rifocillarci, una piccola pausa prima di riprendere il cammino con rinnovate forze.

Abbiamo tagliato una buona parte del racconto che parlava di luoghi e nomi a noi sconosciuti, ma abbiamo lasciato la sostanza. Vorremmo da una parte vedere la reazione del popolo insidiato dai nemici, e dall’altra vedremo l’incoraggiamento di Dio.

Allora il suo cuore e il cuore del suo popolo si agitarono, come si agitano gli alberi della foresta per il vento” … Quante volte succede anche noi di vivere una situazione simile ? A volte anche il nostro cuore vive con questa agitazione dentro, bisogna notare però che il nemico è solo accampato, non ha ancora fatto irruzione, non ha ancora attaccato… sembrerebbe quasi che il Signore dica di non “fasciarsi la testa prima di rompersela”.

Certamente molti sposi si staranno chiedendo come si fa a restar tranquilli quando si sa che il nemico è accampato pronto per sferrare l’attacco, sarebbe da incoscienti ed imprudenti starsene a guardare lo scorrere degli eventi a braccia conserte, ma il Signore non rimprovera il suo popolo di questa comprensibile reazione umana, ma lo vuole portare ad un gradino più su.

Cari sposi, vi ricordate quando uno dei nostri figli ancora piccoletto veniva da noi con qualche problema insormontabile per lui, dalla nostra veduta però non sembrava più così insormontabile, perché quello che per il piccolo uomo sembra una montagna invalicabile, per l’adulto è un solo un piccolo ostacolo… la prospettiva dall’alto fa cambiare atteggiamento di fronte alle situazioni.

E così fa Dio Padre quando si accampano i nostri Aramèi, dalla sua prospettiva è tutta un’altra cosa, tutto si ridimensiona, questo non toglie a noi la fatica di affrontare un problema, ma dobbiamo confidare in un Dio che non lascia che i suoi figli abbiano prove oltre la loro portata.

Cari sposi, avete letto come vengono sbeffeggiati gli Aramèi dal Signore? Vengono così apostrofati : “non temere e il tuo cuore non si abbatta per quei due avanzi di tizzoni fumanti “… li ridicolizza, quasi li schernisce, un po’ come facevamo noi col nostro bimbo per rassicurarlo e calmarlo di fronte all’ostacolo… è commovente avere un Dio che per rassicurarci e per ridimensionare le nostre paure ridicolizza i nostri avversari… per tanto che siano temibili e possenti non lo saranno mai così tanto da superare il nostro Dio, li spazzerebbe via in un attimo con uno starnuto.

Ma qual è la soluzione ?

Ma se non crederete, non resterete saldi” : questa è la condizione per affrontare le nostre paure ed i nostri Aramèi. Il Signore non banalizza la nostra legittima paura, non ci rimprovera la nostra fragilità che ci fa agitare come gli alberi della foresta per il vento, non ci dice nemmeno che gli Aramèi non esistano o che non si siano accampati pronti a sferrare il loro attacco, abbiamo un Padre che prende in seria considerazione la nostra fragile condizione umana, e ci vuole aiutare a fare un salto di qualità nella fede, non ci lascia soli, non è indifferente ai nostri problemi.

Cari sposi, riprendiamo con coraggio il cammino di questo tempo. Non temiamo i nemici che vogliono distruggere la famiglia inventata da Dio e nemmeno quelli che banalizzano il sacramento del matrimonio : sono solo degli avanzi di tizzoni fumanti.

Non lasciamoci impressionare se sentiamo odore di bruciato , in fondo sono solo degli avanzi di tizzoni fumanti!

Giorgio e Valentina.