Ordo coniugatorum.

Oggi voglio brevemente parlare di un argomento che purtroppo ho scoperto tardi, alla soglia dei quarant’anni, dopo la separazione, cioè l’ordine degli sposi (ordo coniugatorum): il catechismo della Chiesa cattolica, al n. 1631, spiega che “….il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”, in altre parole, il matrimonio introduce i coniugi in un’unità sacramentale tra tutti gli sposi cristiani nella Chiesa.

Nessuno me ne aveva parlato, nonostante avessi incontrato nella mia vita tanti santi sacerdoti. Non è colpa di nessuno, ognuno di noi vive in contesti storici, socio culturali diversi, dove anche chi insegna e predica, sceglie gli argomenti di conseguenza.

Eppure lo Spirito Santo ha sempre parlato negli ultimi duemila anni e nelle prime comunità cristiane era forte la sinergia tra i sacerdoti e gli sposi, basti pensare a Aquila e Priscilla con Paolo; successivamente nella Chiesa, dal medioevo fino al Vaticano II, si è formata una struttura piramidale, di cui risentiamo ancora oggi, in cui al vertice c’erano i sacerdoti, poi scendendo i religiosi e infine gli sposi e i laici, poiché la loro sequela era considerata di un valore inferiore a causa dell’aspetto sessuale, quindi una forma meno perfetta di seguire Cristo.

In realtà sacerdoti e sposi hanno missioni diverse e complementari, non c’è una via migliore, se ognuno segue la propria vocazione e la porta fino in fondo.

Come esiste un ordine dei sacerdoti, cioè ogni sacerdote, dovunque si trovi è in comunione con tutti gli altri, perché c’è un solo Gesù, un solo pastore, una sola guida, così anche per gli sposi c’è un Sacramento che li unisce per formare il corpo della Chiesa (quindi il sacerdote è come se fosse la testa del corpo e gli sposi le braccia che abbracciano l’umanità intera).

Il problema è che spesso noi sappiamo più dei preti che di noi sposi: provate ad andare fuori della chiesa dopo la messa di ordinazione di un sacerdote e intervistate le persone all’uscita, chiedendo cosa è successo poco prima. La maggioranza probabilmente direbbe che “è diventato sacerdote”, oppure “si è fatto prete”, quindi vuol dire che prima non lo era, poi lo è diventato, cioè è avvenuto un cambiamento profondo.

Provate a fare la stessa cosa dopo la celebrazione di un matrimonio, probabilmente la gente direbbe “si volevano bene e si sono sposati”, oppure “sono diventati marito e moglie” (cosa che avviene anche nel matrimonio civile), cioè manca la consapevolezza di essere diventati qualcosa di profondamente diverso: addirittura, anche se fisicamente continuiamo a vederli distinti, per fede sappiamo che la coppia si trasforma in una carne sola (l’ho detto altre volte, questo legame non può essere mai spezzato e anche una causa di nullità non divide proprio niente, va soltanto a dichiarare che questa fusione, come quando si fondono insieme due pezzi d’oro, non c’è mai stata, per vari motivi).

Quindi gli sposi entrano a fare parte di un ordine che li porta a essere in profonda comunione con tutte le altre coppie, anche se non lo sanno o ci credono poco, in forza della grazia sacramentale.

Si può infatti essere un’aquila e passare tutta la vita con le zampe per terra e lo sguardo rivolto verso il basso, come fa una gallina che becca tutto il giorno.

È il rischio di tante coppie che si sposano perché si vogliono bene e neanche intuiscono che quello è solo l’inizio, il primo gradino di un lungo cammino.

L’identità tra coppie di sposi non serve per vantarsi, ma al contrario per capire che siamo aquile e che siamo chiamati a volare, impegnandoci e rimboccandoci le mani. Nessuna coppia da sola può esprimere tutto l’amore di Dio, ma solamente tutte insieme possono farlo.

Faccio solo un esempio: quante volte andiamo alla messa parrocchiale e ci sediamo vicino a una coppia di cui sappiamo le difficoltà tra di loro, sul lavoro, con i figli, facciamo finta di non sapere niente e ci facciamo i cavoli nostri?

Le chiacchiere e le notizie della comunità in cui viviamo prima o poi le sanno tutti, quindi perché non tendere una mano, regalare un sorriso, un atto di gentilezza, fare un invito a prendere un caffè, una passeggiata insieme o un proposito di andare a trovarli? Perché io sposo (anche se separato, sono sposo al 100%, anche se non vivo più con mia moglie), sono Sacramento come la coppia accanto a me, anche se quest’ultima non ne ha la consapevolezza!

Per questo non esisterà mai un’associazione di sposi che unisca più del Sacramento del matrimonio, solo che in noi coppie non c’è questo senso si appartenenza, magari lo troviamo di più nelle squadre di calcio!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Un voto da imitare.

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 1,9-20) In quei giorni Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». […] Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima. Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».

In questo brano notiamo come viene raccontato il concepimento del profeta Samuèle, e come altri personaggi determinanti per il popolo di Israele e precursori in qualche modo del vero Messia, anche Samuèle ha una storia che ha del miracoloso: anche sua madre era sterile. Come tutti i precursori, anche Samuèle incarna almeno una delle caratteristiche del vero Messia, ma oggi vogliamo soffermare la nostra attenzione non su tale caratteristica, quanto sulla fede della madre.

Anche questa donna, che porta il bel nome di Anna, la nonna di Gesù, ha il grembo sterile e per lei è motivo sia di sofferenza personale che di emarginazione sociale, vive questa situazione con animo amareggiato come fosse un castigo divino.

Sarebbe troppo sbrigativo risolvere con una frase del tipo: il Signore soccorre Anna e la esaudisce perché vede la fede con cui si rivolge a Lui. Non possiamo negarlo sicuramente, però forse c’è dell’altro un poco più nascosto. Evidenziamo due passaggi: il primo è la motivazione del nome dato al bambino mentre il secondo è la preghiera di Anna.

lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto Anche questa è una caratteristica che accomuna questo bambino al Bambino di Betlemme, e cioé che il loro nome è associato sia al loro concepimento sia alla loro missione, infatti Samuéle significa “Dio ha ascoltato” oppure “il suo nome è Dio”. Purtroppo stiamo assistendo al fenomeno di tante coppie cristiane che impongono ai propri figli dei nomi un po’ originali, per usare un eufemismo, spesso sono nomi che nulla hanno a che fare con i tanti bei nomi di santi cristiani. Quando un bambino riceve il nome di un santo, quel santo prega per il bambino, lo protegge, lo custodisce, lo ispira ed intercede per lui. Imporre il nome ai propri figli non è solo una questione di riconoscimento per la società o di lettere per un codice fiscale, ma è anche dare una missione contenuta nel nome, una missione spirituale, una missione che pian piano dovrà prendere corpo e forma parallelamente alla crescita umana del figliolo… crescere quindi in età, sapienza e grazia.

io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita Questa è la richiesta di Anna, è qui il cuore pulsante della sua fede, non è tanto rivolgersi a Dio invece che agli altri idoli, non è nemmeno la sua fiducia illimitata nella potenza del Signore, ma è richiedere un figlio non per soddisfare un desiderio legittimo di maternità e basta, ma un figlio per consacrarlo e offrirlo interamente al Signore. Non è solo una richiesta contingente, già di per sé legittima, ma è dare al Signore il primo posto, è mettere i diritti di Dio per primi, è anteporre la gloria di Dio alla propria realizzazione, anche se legittima.

Cari sposi, quanto abbiamo da imparare da questa mamma Anna. Spesso le nostre richieste non sono mosse dal desiderio di dare gloria a Dio, ma dalla voglia di soddisfare nostri desideri più o meno legittimi e più o meno buoni.

Ci dobbiamo chiedere più spesso se preghiamo per i nostri figli, e cosa chiediamo per loro? Solo la salute fisica, l’incolumità dai viaggi in auto, il lavoro appagante, un casa confortevole? Tutte cose buone in sé, ma tutte di minor importanza rispetto alla vita dello spirito. Quante volte preghiamo affinché i nostri figli rispondano con coraggio alla vocazione che Dio ha preparato per essi? Quante volte chiediamo che adempiano alla propria missione? Quante volte chiediamo la santità dei nostri figli?

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per imparare dai santi ed imitarne le virtù.

Giorgio e Valentina.

La vocazione serve a mettere in ordine la vita

Il Vangelo di oggi presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

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Il Battesimo per riconoscerci figli amati

Ieri la liturgia ci presentava il battesimo di Gesù. Avete mai pensato al nostro battesimo contemplandolo alla luce di quello di Gesù? Io ammetto di non averlo mai fatto. Eppure durante il battesimo di Gesù accadono due avvenimenti raccontati molto bene da Luca che sono illuminanti anche per il nostro battesimo.

Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.

Il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo. Fino a quel momento il battesimo operato da Giovanni Battista era semplicemente un battesimo di conversione. Le persone si recavano nei pressi di Gerico, sulla riva del fiume Giordano, e si immergevano per manifestare con un gesto concreto il desiderio di purificarsi e di cambiare vita. Il luogo non è stato scelto a caso. Gli Ebrei attraversarono il fiume per entrare nella Terra Promessa dopo la fuga dall’Egitto proprio in quel punto. Battezzarsi lì esprimeva il desiderio di tornare alle origini quando il popolo d’Israele entrò nella Terra Promessa dopo una purificazione nel deserto durata 40 anni.

Il Battesimo di Gesù solo esteriormente è uguale a quello di Giovanni. C’è una differenza sostanziale: lo Spirito Santo. Con il sacramento del Battesimo ognuno di noi ha beneficiato di quella discesa dello Spirito Santo esattamente come è successo a Gesù. Non è solo una purificazione ma una vera rinascita nello Spirito. Ognuno di noi con il Battesimo, con lo Spirito Santo, è unito a Dio come i tralci con la vite. I tralci sono nutriti dalla vite così noi siamo rivitalizzati dallo Spirito Santo. In un certo senso è come se con il Battesimo attingiamo ad una linfa divina. Una linfa che ci rende capaci di amare come Dio ci ama e questa capacità la portiamo nel matrimonio. Anche in questo caso è come tornare alle origini ma alle origini origini – quelle della Genesi – quando il peccato originale ancora non aveva toccato l’uomo. Non significa che saremo immuni dal peccato, la fragilità umana ci appartiene ontologicamente, ma se ci metteremo tutta la nostra volontà lo Spirito Santo ci darà la forza che ci manca per amare con la stessa modalità di Gesù: per primi e gratuitamente.

Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto. Questo è bellissimo. Questa esclamazione non riguarda solo Gesù ma riguarda ognuno di noi. Quando ci siamo battezzati Dio ha esclamato la stessa cosa. Siamo figli amati! Siamo prediletti! Lo siamo noi e lo è nostra moglie e nostro marito. Abbiamo tutta la vita per comprendere come questo amore sia forte e bello. Solo riconoscendoci figli amati saremo capaci di amare gratuitamente la persona amata. E’ fondamentale riconoscerci figli e lasciarci amare da Dio per poi poter riversare il nostro amore sull’altro senza pretese e senza star lì a pesare quanto riceviamo e quanto diamo. Solo così saremo capaci di dare tutto nel matrimonio anche quando l’altro sembra che non ci corrisponda pienamente.

Antonio e Luisa

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Rigenerati da uno sguardo

Una volta, durante un incontro di pastorale familiare, organizzato da una diocesi, chiesero a don Renzo Bonetti, iniziatore del Progetto Mistero Grande: “ad oggi vediamo aumentare le statistiche di divorzio anno dopo anno. Qual è la causa di tante rotture di coppie, in particolar modo di quelle cristiane?” La risposta fu molto eloquente: “la causa della rottura di così tanti matrimoni sta nel non aver compreso il Battesimo”.

Non ce lo saremmo aspettato detto così ma se entriamo nel cuore delle letture odierne capiremo meglio e soprattutto vedremo cosa vuole insegnarci la Chiesa. Anzitutto, Isaia ci dice che la Parola del Signore è irrevocabile, che una volta emessa porta senz’altro un frutto. Essa agisce proprio come la pioggia in un campo che non lascia inalterato il terreno su cui cade: se secco lo rende fertile, se già bagnato lo impregna ancor di più.

Quindi, vuol dire che il Signore quando ci parla non lo fa mai a vanvera e Lui non parla alle masse bensì intende toccare ciascuno di noi! Egli, infatti, desidera che le Sue Parole portino un frutto in me, in noi coppia. Allora domandiamoci che Parola mi sta rivolgendo oggi di così importante e quale effetto Lui anela di ottenere nella mia e nostra vita?

Senza dubbio vi è una frase che eccelle in tutto il Vangelo e che ancora oggi può toccare i nostri cuori. In questa festa del Battesimo la Parola è esattamente la stessa che il Padre ha rivolto a Gesù: “Tu sei il mio Figlio, l’Amato”. Come ci fa bene di leggere e rileggere questa Parola e saperla rivolta a me personalmente! È una frase di compiacimento, di soddisfazione, di stima profonda. Il Padre guarda Gesù in modo estasiato per essere semplicemente Suo Figlio.

In termini economici o efficientisti, fino a quel momento Gesù non è che abbia fatto gran ché. È l’unico falegname/muratore del suo paesino, ha una mamma vedova a carico, conduce una vita semplicissima e anonima. Che grandi opere aveva mai realizzato? Su quali capolavori artistici aveva messo la firma? Nulla, se non sedie aggiustate, ruote di carro riparate, qualche tavolo costruito. Quindi, di cosa poteva essere così orgoglioso Suo Padre?

La bellezza di questa frase sta nella sua totale gratuità: il Padre ama il Figlio per il fatto di esistere, di esserci, non di aver compiuto chissà che cosa o di aver corrisposto un suo disegno o un suo progetto. Ecco il nocciolo dell’amore di Dio! Dio ci ama così: ti amo perché esisti e tu esisti perché io ti ho amato.

È tutto molto bello quanto detto finora ma noi resteremmo solo degli spettatori lontanissimi, dei puri estranei se non avessimo il Battesimo. È grazie al Battesimo che quello sguardo Paterno si è posato anche su ciascuno di noi. Papa Benedetto lo dice in modo meraviglioso

Il significato del Natale, e più in generale il senso dell’anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d’ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all’amore di Dio. E se il Natale e l’Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l’immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi. Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile” (Papa Benedetto, Omelia 11 gennaio 2009).

Così si capisce bene perché il Battesimo è la porta di ogni altro sacramento. Da ciò deriva per noi un profondo legame con Cristo, un legame non solo psicologico, cioè nel momento in cui io penso a Lui, ma “ontologico”, che tocca il nostro essere e il Suo, che lo pensi o meno. Ma appunto questo evidentemente non basta perché è indispensabile mantenere un rapporto intimo con Gesù, è quello che Lui cerca in noi ogni giorno.

Conforta leggere S. Cirillo quando scrive: “Se tu hai una pietà sincera, anche su di te scenderà lo Spirito Santo e ascolterai la voce del Padre” (San Cirillo di Gerusalemme, Catechesi III, Sul Battesimo, 14). Quindi il rapporto con Gesù, l’essere anche noi figli amati, in parte dipende da noi, da quanto restiamo collegati con il cuore e la mente con Lui.

Alla fine di questa carrellata, cari sposi, spero sia chiaro come l’amore paterno per Gesù nel Battesimo è anche rivolto a noi. E così questo dono grande grazie al vostro matrimonio diviene “esportabile”. Con la grazia delle nozze siete voi sposi che a vicenda potete dirvi, a parole e con la vita, quella frase stupenda: “Tu sei l’amato” e così, fare della vostra coppia un piccolo anticipo di Paradiso.

ANTONIO E LUISA

L’ho già ripetuto tante volte negli articoli e anche in alcuni libri. Io mi sento amato da Luisa non quando sono brillante, simpatico, premuroso, attento e tenero. No! Cosa ci vuole? Me lo merito. Che fatica deve fare. Io mi sento amato da mia moglie quando non sono in vena, quando sono nervoso e perso nei miei pensieri, quando non sono attento alle sue esigenze. Quando non è facile amarmi. So che non dovrei essere così ma succede. Le nostre fragilità umane a volte prevalgono. Eppure lei è sempre lì accanto a me che mi dimostra il suo amore misericordioso e gratuito. Questo è davvero commovente, mi riempie il cuore ogni volta.

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Il matrimonio è un viaggio verso il Salvatore

Come consuetudine il giorno dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti e i propri amici per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desiderare sempre di più l’incontro con Gesù.

Antonio e Luisa

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San Giuseppe: un esempio per vivere la nostra vocazione

In un articolo precedente abbiamo introdotto l’esortazione apostolica Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II, interamente dedicata alla missione di san Giuseppe, contemplato dal Santo Padre come “Custode del Redentore” e “Ministro della salvezza”. La lettura integrale di questo ricco documento aiuta ad intravedere nella custodia esercitata da Giuseppe verso il Figlio di Dio una dimensione della sua paternità, che si rivela come modello di ogni paternità umana, sia naturale che spirituale. Lo stesso Santo Padre in un’altra occasione, nel libro Alzatevi! Andiamo!, nella sezione intitolata Una paternità sull’esempio di san Giuseppe, dichiarava: «quando penso a chi potrebbe essere considerato come aiuto e modello per tutti i chiamati alla paternità – nella famiglia o nel sacerdozio, e tanto più nel ministero episcopale – mi viene in mente san Giuseppe. La Provvidenza preparò san Giuseppe a svolgere il ruolo di padre di Gesù Cristo. Giuseppe fu chiamato a essere lo sposo castissimo di Maria proprio per far da padre a Gesù».

A partire da tale affermazione e alla luce dell’esortazione apostolica Redemptoris Custos, è possibile riflettere sulla paternità di Giuseppe anzitutto come “vocazione”, dal momento che si tratta di vera paternità, nonostante manchi della generazione naturale. In questo articolo ci soffermeremo sulla chiamata di san Giuseppe ad essere sposo e padre, mentre nel prossimo affronteremo più direttamente il valore del suo matrimonio e l’esercizio della sua speciale paternità. In entrambi i casi cercheremo di trarne qualche insegnamento per la vita cristiana.

La citazione di Giovanni Paolo II interpreta la paternità di Giuseppe nei termini di una chiamata da parte del Signore, che si realizza in modo peculiare ed unico nel contesto del matrimonio con Maria: una chiamata ad essere un vergine sposo e padre putativo. Osservando la dinamica misteriosa di questa vocazione possiamo scoprire il modo di agire di Dio nella chiamata personale di ogni uomo e il modo adeguato di rispondere da parte dell’uomo stesso. Crediamo, infatti, che nella straordinaria vicenda di Giuseppe si nasconda una verità universale sul mistero della vocazione particolare di ogni essere umano.

Innanzitutto, ponendoci all’ascolto dei Vangeli, scopriamo che il silenzio di san Giuseppe non è vuoto, bensì pieno della Parola di Dio e pieno della risposta pronta e attenta dello stesso Giuseppe. Un silenzio fatto di ascolto, di opere buone e sante/giuste. Il suo atteggiamento rivela l’obbedienza della fede (“obbedire” viene da ob-audire, che contiene in sé l’idea di un ascolto profondo). La sua vocazione si manifesta in un silenzio pieno di Dio, così come la personale risposta alla sua chiamata, che si traduce prontamente in azione. Nei Vangeli, dunque, Giuseppe è l’uomo dei fatti. Non parla mai, eppure è sempre all’opera.

La modalità della sua risposta dice una fede vissuta in una obbedienza fattasi docilità e fiducioso abbandono alla volontà del Signore. Per Giovanni XXIII, «san Giuseppe offre esempio di attraente disponibilità alla divina chiamata, di calma in ogni evento, di fiducia piena, attinta da una vita di sovrumana fede e carità, e dal gran mezzo della preghiera» (17.3.1963). Quella prontezza nel rispondere alle ispirazioni divine, infatti, non è qualcosa che si può improvvisare e, proprio per questo, è da considerarsi il frutto di una lunga maturazione nella fede, di una generosa corrispondenza alla grazia ricevuta in dono, della acquisita disponibilità a lasciarsi condurre e plasmare dalla Provvidenza divina, così da arrivare pronto all’adempimento della sua straordinaria missione. Per questo è vero anche quanto affermato da Giovanni Paolo II, ossia che la Provvidenza deve averlo preparato sapientemente ad accogliere le altissime esigenze della sua vocazione. Inoltre, non possiamo escludere che la relazione con Maria, l’Immacolata, abbia contribuito a sostenere e alimentare la sua fede nel Signore, l’attesa fiduciosa del compimento delle antiche promesse al Popolo eletto.

Sebbene la nostra chiamata non abbia i tratti straordinari di quella di Giuseppe, anche noi siamo accompagnati e preparati dal Signore invisibilmente, nel silenzio, discretamente. Forse per lunghi anni e attraverso vari eventi, veniamo plasmati dalla Provvidenza per divenire capaci di una risposta sempre più consapevole e generosa al disegno di Dio, il quale ci dona progressivamente la grazia necessaria per poter accogliere la sua volontà giorno dopo giorno. In questo cammino di santità è bene, come Giuseppe, prendere con noi Maria, per noi Madre, guida, sorella e amica, per essere interiormente rafforzati nella fede e in tutte le virtù cristiane. Sta a noi, infatti, e alla nostra libertà, di cooperare attivamente con l’amore del Signore, coltivando la docilità, l’abbandono e la fiducia attraverso i mezzi ordinari della preghiera, della vita sacramentale e dell’ascesi, soprattutto per mezzo di una autentica e feconda relazione con la Vergine Maria, reale presenza da amare sull’esempio dei santi. In particolare, Giuseppe e Maria ci insegnano e aiutano a rispondere al Signore anche quando la chiamata di Dio è molto esigente e sembra superare le possibilità umane.

San Giuseppe sa di dover custodire il Figlio di Dio e sua Madre, comprende le altissime esigenze della sua vocazione di sposo della Vergine e custode del Verbo, ma non si lascia trattenere dalla paura. D’altronde, quando il Signore gli annuncia in sogno la missione da compiere, non lo lascia nell’ignoranza della verità, sebbene gravosa, affinché egli possa rispondere in piena libertà e coscienza. L’Angelo gli rivela che il Bambino concepito in Maria «viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Quel Bambino che ella partorirà è, dunque, Dio, venuto a salvare il Suo Popolo dai suoi peccati (cf. Mt 1,21), e Giuseppe deve accoglierlo come suo vero figlio in un matrimonio tra vergini. A somiglianza di Mosè, egli, al cospetto della Madre di Dio, comprende di trovarsi davanti al “roveto ardente”: una certa tradizione vuole che il roveto che arde e non si consuma di Esodo 3,2-6 sia proprio un simbolo, una prefigurazione della Semprevergine Maria.

Secondo alcuni Padri della Chiesa, il giusto Giuseppe, venuto a conoscenza della gravidanza della sua sposa, dubitò di lei al punto da volerla rimandare in segreto, mentre, secondo altri, egli non dubitò affatto della sua innocenza, ma decise di allontanarla da sé non sapendo come comportarsi con lei, oppure perché si sentiva inadeguato a fargli da sposo, dato il mistero che il lei si compiva. Al di là delle possibili interpretazioni, ciò che il Vangelo di Matteo ci mostra è un Giuseppe immerso in gravi pensieri dopo l’Annunciazione a Maria, il quale, però, non appena conosciuta la volontà del Signore, attraverso una sorta di “annunciazione notturna”, risolutamente abbandona ogni esitazione, per adempiere il disegno sconcertante di Dio. A ragione, si legge nella Redemptoris Custos al numero 5 che «di questo mistero divino [dell’Incarnazione] Giuseppe è insieme con Maria il primo depositario. Insieme con Maria – e anche in relazione a Maria – egli partecipa a questa fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo, e vi partecipa sin dal primo inizio». Inoltre, accogliendo la sua vocazione, egli «sostiene la sua sposa nella fede della divina annunciazione».

Ed ecco un altro grande insegnamento per noi: siamo tutti chiamati alla santità, ma abbiamo la libertà di accogliere o meno la chiamata a noi rivolta. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che dalla nostra scelta dipenderanno le sorti di altre persone, essendo noi membra di un unico Corpo, di un’unica Chiesa, tutti in relazione con Dio e tra noi. La storia della Sacra Famiglia ci insegna che la risposta fedele di Giuseppe ha avuto decisive conseguenze su Maria, Gesù e l’intera umanità. Infatti, il suo “sì” ha sostenuto il “sì” della Vergine Madre, mentre il fiat di Maria poneva le condizioni per la risposta di Giuseppe e permetteva al Figlio di Dio di incarnarsi nel tempo, per la nostra salvezza. Un verità su cui poco si riflette, da meditare a lungo nella preghiera, affinché anche noi come Giuseppe e Maria, in ascolto della volontà divina, sappiamo accogliere generosamente quel compito che Dio vuole affidarci nella Chiesa. Non c’è da temere le esigenze della vocazione cristiana, nostra vera felicità. A ciascuno di noi, infatti, il Signore rivolge il medesimo incoraggiamento, ed è sempre generoso nell’elargire la grazia necessaria con chi si fida di Lui: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto […]. Poiché io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: “Non temere, io ti vengo in aiuto”» (Is 41,10.13).

Pamela Salvatori

Le nostre piccole, grandi epifanie

Tra due giorni sarà il 6 gennaio che per i cattolici è una data molto importante perché si celebrerà l’Epifania del Signore.

Il racconto evangelico di San Matteo ci fornisce diversi particolari circa questo evento straordinario: “Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo»” (Mt 2, 1-2). E ancora: “Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt 2, 9-12).

Come già per il Santo Natale ed altre ricorrenze religiose, anche l’Epifania è stata travolta dal turbinio del consumismo anche se in alcuni Paesi ricopre ancora un’importanza tutt’altro che secondaria: pensiamo alla grandissima festa che in tutta Spagna – dal continente alle isole Canarie – inizia già il 5 gennaio e si protrae fino al giorno successivo attorno a Los Reyes (appunto “I Re”) oppure alla venerazione delle reliquie dei Magi custodie nel duomo di Colonia, in Germania.  

È importante chiedersi, perciò, quale sia in vero significato di questa solennità, sia dal punto di vista linguistico che religioso. Cominciamo dal primo punto: il termine epifania deriva dal greco e si traduce con apparizione o manifestazione. Applicato al contesto evangelico, possiamo dire che il Bambino Gesù si è manifestato, subito dopo la nascita, a due categorie sociali ben differenti: ai pastori e ai Magi.

Questo significa che la regalità di Cristo si svela e, appunto, si manifesta a tutti, poveri o ricchi, semplici o nobili, esclusi o privilegiati. D’altronde, sarà Gesù stesso a dire a Pilato, poco prima di essere condannato alla croce: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18, 36).

Gesù non fa né il prezioso né il selettivo ma si lascia visitare, osservare e vedere da tutti perché è nato per ciascun essere umano, di ieri, oggi e di domani. La manifestazione del Bambino altro non è che lo svelamento del volto del “Dio lontano” – quello dell’antica Legge, del roveto ardente e dei patriarchi – che si fa il Dio con noi, un Dio che pur essendo Altissimo e Onnipotente è anche un Dio in carne ed ossa, neonato tenerissimo nato nella povertà, nell’umiltà e nel rifiuto del mondo, quello stesso mondo da lui creato e donatoci gratuitamente.

La manifestazione, in quanto tale, necessita di due soggetti: colui che si manifesta e coloro che ne accolgono la manifestazione. In questo senso i Magi hanno fatto degli sforzi non trascurabili: pur partendo da lontano – geograficamente e, forse, religiosamente – si sono fidati di Qualcuno più grande di loro e si sono messi in viaggio, fisicamente e spiritualmente, mettendo da parte il loro status sociale, le loro ricchezze e loro certezze per prostrarsi a un neonato nel quale erano riusciti a scovare la chiave di svolta dell’intera storia umana.

Al di là della descrizione un po’ fiabesca che si può avere di Gasparre, Melchiorre e Baldassarre, l’importante è riuscire ad arrivare al cuore della solennità ossia comprendere che, attraverso la sua Epifania, Gesù non solo si è svelato al mondo ma ha aperto le strade a tante piccole, o grandi, epifanie quotidiane che possono davvero cambiarci la vita.

Pensiamo, infatti, a quante persone, situazioni o eventi si sono rivelati per noi delle vere e proprie manifestazioni: nella semplicità del quotidiano oppure nei momenti cruciali dell’esistenza, è attraverso questi canali ad essersi proclamato il Signore stesso, obbligandoci a fermarci, a cambiare strada o a svoltare da abitudini sbagliate.

Quanto amore e quanta fede s’intrecciano dell’Epifania! Alla manifestazione del grande amore di Dio che si fa piccolo si contrappone la nostra piccola fede che può però crescere e diventare grande, in un’osmosi che nulla toglie all’Onnipotente ma che tutto dona a noi. Impariamo, perciò, ad essere riconoscenti a Gesù che non solo è stato Epifania in quel giorno lontano ma che, da allora, continua instancabilmente a manifestarsi per ciascuno di noi attraverso tramiti umani che ci aiutano, spronano, incoraggiano. Sì, Piccolo Re: desideriamo amarti anche nei volti del nostro prossimo perché è da questo mondo che inizia il desiderio di poterTi vedere – se ne saremo degni – nell’istante in cui ti svelerai a noi definitivamente e nel quale ti vedremo “faccia a faccia”, proprio come è stato possibile ai Magi.

Fabrizia Perrachon

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Nell’intimità le parole devono esprimere bellezza e meraviglia.

Vi scrivo per chiedervi un parere. Io e mia moglie dopo la nascita della nostra figlia non abbiamo fatto l’amore per 9 mesi, più che altro perché tra l’ impegno con i figli e abituati a dormire insieme, rimandavano di giorno in giorno. [..] Il consulente ci ha anche detto di usare il dirty talk. Credete sia un buon consiglio?

Questo messaggio ci è arrivato per mail qualche tempo fa. Pubblico la risposta con un po’ di ritardo perchè durante il Natale ho preferito dedicare gli articoli del blog a temi specifici di un tempo tanto importante e bello.

Spesso i nostri sacerdoti sono impreparati ad aiutare le coppie cristiane ed è lì che però si annidano le ferite e i problemi più grossi. Lasciare spazio a terapeuti non cristiani o peggio ancora al web e al fai da te spesso provoca disastri nella coppia. Istruire sulla preghiera e sulla fede serve a poco se poi la coppia non vive autenticamente la sessualità e vive il sesso in un modo che è fuori da ogni verità ecologica e sacramentale.

La mail era molto più lunga e raccontava tanto altro. Ho già risposto privatamente e chi mi ha scritto. Credo però che sia interessante un articolo rivolto a tutti su un atteggiamento in particolare evidenziato dallo sposo. Il consulente, abbinato ad altri consigli più o meno condivisibili, ha suggerito di praticare il dirty talk durante il sesso per riaccendere il desiderio.

Prima di tutto cosa si intende per dirty talk. Si tratta di rivolgersi al marito o alla moglie -noi ci rivolgiamo primariamete a coppie sposate sacramentalmente – con parolacce e termini volgari ed aggressivi.

Secondo Nes Copper, un’esperta e terapista sessuale, le parole trasgressive attivano varie aree del cervello che portano piacere, rilasciando ormoni del benessere come la dopamina e l’ossitocina. Un altro ormone coinvolto è il testosterone, capace di incrementare l’entusiasmo e favorire il raggiungimento dell’orgasmo.

Quindi va tutto bene? Assolutamente no! Noi non stiamo facendo solo del sesso, non è semplicemente ginnastica o un’attività piacevole, noi stiamo compiendo un gesto sacro. Se non arriviamo a comprendere che nel momento dell’intimità noi sposi stiamo elevando a Dio una delle preghiere più belle e stiamo rinnovando un sacramento, ci accontenteremo sempre delle briciole.

Valutiamo l’atteggiamento partendo però da un piano strettamente umano. Quando viviamo l’intimità con nostra moglie o nostro marito stiamo facendo esperienza sensibile, la più completa e profonda, della comunione che c’è tra noi e della bellezza di godere della persona che più amiamo attraverso il suo corpo. Ci sentiamo completamente fusi l’uno nell’altra. Almeno dovrebbe essere così. Quindi un gesto che dice con il corpo all’altro – moglie o marito che sia – quanto sia bello per noi, quanto rispetto noi abbiamo nei suoi confronti e quanto sia per noi prezioso. Stiamo dicendo che è l’unico per noi.

Può essere la parolaccia un modo per trasmettere amore e bellezza? Possiamo con le parole dire qualcosa che è completamente stonato rispetto a quello che stiamo dicendo con il corpo? È possibile che con le parole si esprima amore e con il corpo si trasmetta qualcosa di completamente diverso, come il desiderio di dominio e controllo. O viceversa. In ogni caso stiamo mentendo. Probabilmente con il corpo stiamo dicendo alla persona amata che per noi è la più bella ma con il cuore abbiamo solo l’istinto di dominarla ed usarla.

Il consiglio che è stato dato dal consulente e la citazione della terapista mettono in luce un approccio che non si focalizza primariamente sulla relazione, bensì fa leva sull’istinto e sulla dimensione ormonale. Questo suggerisce a chi non prova più desiderio di concentrarsi sulla pulsione fisica e sulle fantasie erotiche. È interessante notare come tali fantasie siano spesso alimentate dalla pornografia, un fenomeno di cui la maggior parte degli uomini, e sempre più frequentemente anche molte donne, si avvale.

Utilizzare un certo linguaggio irrispettoso e volgare mette semplicemente in evidenza non il desiderio di unirsi all’amato/a ma la spinta a sfogare una pulsione con l’altro. L’altro diventa uno strumento da usare e non una persona da amare.

Il consiglio che mi sento di dare a questa persona – come ai tanti cristiani che si comportano nello stesso modo – è quello di cercare di accrescere il desiderio nella relazione. Il desiderio – come abbiamo già scritto tante volte – ha diversi generatori. C’è sicuramente la parte pulsionale e istintiva ma ce n’è una più importante: l’amore vissuto nella quotidianità. È essenziale comprendere che il desiderio non è semplicemente una reazione istintiva, ma può essere alimentato e arricchito dalle azioni quotidiane e dalla consapevolezza all’interno di una relazione. Quando l’amore è vissuto e coltivato nella vita di tutti i giorni, diventa un potente motore di desiderio e di connessione profonda.

Certo impegnarsi a fondo nella relazione è molto più faticoso che dire parolacce per eccitarsi. Solo però con la fatica di ricostruire la relazione tutta e non solo l’intimità si può sanare in modo autentico la relazione stessa. Chi pensa di sfruttare la lussuria per alimentare il desiderio sta solo illudendosi e, in realtà, sta causando ancora più danni alla relazione. Se desiderate che il desiderio reciproco ritorni, amatevi attraverso gesti d’affetto quotidiani, nel modo che soddisfa lui o lei. Solo così avrete voglia di fondervi con l’altro, anziché considerarlo un semplice oggetto da usare.

Antonio e Luisa

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La massima ambizione di una donna? Amare!

La massima ambizione di una donna? Dovrebbe essere diventare Rita Montalcini, non semplicemente essere madre. Questa è stata la risposta tagliente di Elly Schlein, segretaria del PD, all’uscita della collega parlamentare Lavinia Mennuni, dopo che quest’ultima aveva affermato che diventare madre dovrebbe tornare ad essere cool (di tendenza) per le donne.

Non tutte possono essere come Rita Levi Montalcini, così come non tutti possono essere come Albert Einstein. È una questione di talento e doni naturali, e questo dovrebbe essere ovvio. Forse non per la cara Elly, ma non posso limitarmi a semplice ironia. Voglio affrontare questo argomento in modo serio e ponderato. Quale dovrebbe essere la nostra aspirazione più grande?

Iniziamo con il dire che il discorso è estremamente complesso, specialmente in questa nostra società che ha fatto dell’emancipazione femminile una battaglia cruciale. È assolutamente fondamentale che una donna abbia la libertà di affrontare il mondo del lavoro con le stesse opportunità degli uomini. Tuttavia, non possiamo ignorare il fatto che la capacità di concepire la vita e portare avanti la gravidanza spetta alla donna per natura. È vitale che essa sia libera di perseguire le proprie aspirazioni senza dover rinunciare alla propria essenza. 

La donna che sceglie di essere madre deve poter godere di un supporto sociale ed economico che le permetta di conciliare la sua carriera professionale con il desiderio di crescere una famiglia. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che la decisione di dedicarsi esclusivamente alla cura dei figli è altrettanto meritevole di rispetto e sostegno. Inoltre, va considerato che l’emancipazione femminile non dovrebbe tradursi in una pressione costante sulle donne affinché dimostrino la propria validità attraverso il successo lavorativo. Ognuna dovrebbe avere la libertà di seguire il proprio percorso senza sentirsi giudicata in base a modelli predefiniti di realizzazione personale. Bisogna sostenere la libertà di scelta delle donne in ogni ambito della loro vita, lavorativo o personale che sia.

Tutte le donne devono essere madri prima di ogni altra cosa? Assolutamente no. È totalmente sbagliato imporlo come un obbligo. La maternità dovrebbe essere una scelta libera, non un dovere. È il naturale risultato dell’amore fecondo, non una responsabilità imposta. La libertà di scelta è fondamentale. Ma quando una donna è veramente libera? La donna deve essere libera di scegliere. Ma quando è davvero libera? Tutti – uomini e donne non fa differenza – siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio. Dio è amore e noi siamo fatti per amare ed essere amati. Tutto il resto viene dopo. Ciò significa che la nostra professione non deve essere il nostro fine ma la conseguenza del nostro amore. In concreto significa che l’amore vissuto ci dà la forza e la motivazione per tirare fuori i nostri talenti in ogni circostanza, anche nel lavoro.

Il matrimonio è il luogo in cui possiamo veramente realizzare il nostro desiderio di una vita ricca di amore e significato. Non è solo una questione di piacere, ma di realizzazione della nostra vocazione. Quando il matrimonio è vissuto pienamente, diventa fecondo. Questo significa che l’amore tra i coniugi va oltre i confini della coppia, diventando generativo e capace di generare nuova vita in senso ampio. Non solo vita biologica, ma impegno, forza, empatia, creatività e positività. Tutte queste qualità vengono poi riversate anche nel lavoro, trasformando così la quotidianità in un’avventura appassionante piena di significato.

Quindi, una donna può veramente trovare cool diventare mamma solo quando riscopre la bellezza del matrimonio, di non sentirsi obbligata ad essere emancipata. Perché ci giochiamo la nostra vita nella relazione. Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. È meraviglioso condividere la vita con un tu a lei complentare e costruire insieme a lui una relazione in cui amare ed essere amata in anima e corpo. Se non si riparte dal matrimonio, non si può veramente favorire un ritorno al desiderio di maternità.

Un’ultima riflessione. La donna è donna sempre, e anche nel lavoro può essere ancora più efficace e capace quando anche lì non smette di esserlo. Per questo ritengo miopi le scelte di alcune aziende che cercano di disincentivare le maternità delle dipendenti. Significa averle sì presenti sul posto di lavoro, ma significa anche non sfruttare appieno le loro potenzialità andando a toccare la loro fecondità e quindi la loro femminilità. Lo pensava anche San Giovanni Paolo II e mi piace concludere con le sue parole: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Antonio e Luisa

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La vita è sempre una grazia

Per questo inizio di anno, desideriamo riflettere su un tema di grande importanza. Un tema che riguarda ogni coppia. È fondamentale guardare all’anno appena trascorso e sapere dire grazie. È stato un anno complicato? Forse la vita ci ha oppresso più del solito? Sono capitati imprevisti, forse piccoli, forse grandi, come malattie o lutti? Queste situazioni rischiano di diventare assolute, di identificare la nostra intera esistenza. Possono oscurare la visione e impedirci di vedere tutto il bene vissuto. La nostra vita non può essere definita dal male che in essa si è manifestato, ma dobbiamo sforzarci, anche se a volte è estremamente faticoso, di spostare l’attenzione verso il bene. Non serve a nulla soffermarsi sul male e sulla sofferenza. Troppo spesso la sofferenza rischia di immobilizzarci e diventare una sorta di zona di comfort in cui nasconderci.

Tutta questa premessa per porvi una domanda: Sapete riconoscere il bene? Sapete ringraziare in ogni momento? È importante saper dire grazie sempre. È importante in ogni situazione della vita ed è importante in ogni momento della nostra relazione sponsale. Quando ci viene facile e quando l’altro non è così facile da amare.  Spesso, parlo anche per me, è più facile soffermarsi sui difetti dell’altro. Riconoscere i suoi difetti e i suoi limiti non serve a rendermi la vita più semplice e il matrimonio più bello. Serve solo a creare in me un atteggiamento sbagliato, l’atteggiamento di chi tollera una situazione che in realtà non va bene. L’atteggiamento di chi è concentrato su ciò che non va. Alla fine, non si è più capaci di dire grazie per tutto ciò che di bello invece c’è. Gradualmente, ci si trova incapaci a esprimere gratitudine per le piccole gioie e le bellezze quotidiane dello stare insieme, finendo per sviluppare una mentalità distorta fatta di preconcetti e giudizi. 

Invece c’è un antidoto a tutto questo. È fondamentale ringraziare Dio per tutto ciò che abbiamo, anche nelle situazioni più difficili. Non voglio minimizzare gli errori e i peccati degli altri, ma è importante spostare l’attenzione dai loro limiti ai nostri. Anche noi commettiamo tanti errori ogni giorno, non potete negarlo. Pensate solo a tutte le volte in cui avremmo potuto amare, donarci, servire, prendersi cura, dire quella parola, fare quella cosa e non l’abbiamo fatto. Sono tantissime ogni giorno. Io ho smesso di contarle.

Spostare l’attenzione sui nostri errori e sull’amore grandissimo, gratuito, fedele, incondizionato, infinito e personale che Dio ha per ognuno di noi. Dio mi ama così, con tutti i miei pregi ma anche con tutte quelle parti che nascondo perché non mi piacciono. Mi ama nonostante i miei peccati, i miei errori, le mie mancanze, le mie omissioni. Mi ama e mi vede come la persona più meravigliosa che ci sia. Questo cambia tutto. Se riusciamo a spostare l’attenzione dai suoi difetti ai nostri e all’amore che Dio, nonostante questi, ci regala, diventa più semplice accogliere nostro marito e nostra moglie. Anche quando non si comporta come vorremmo, anche quando ci ferisce e ci fa del male con le sue parole e il suo comportamento. Perché i suoi difetti restano evidenti, ma non ci fanno più così male perché non sono il centro del nostro cuore. Il centro è lasciato alla nostra relazione con Gesù. Solo così, mettendo dei confini al male che l’altro ci può fare, saremo pronti ad amarlo per quello che è perché saremo liberi di farlo senza pretendere nulla. Ecco perché è così importante coltivare questa consapevolezza dell’amore incondizionato di Dio, in modo da poter riflettere questo stesso amore nelle nostre relazioni umane, permettendo di accettare e comprendere l’altro nella sua interezza, con tutto ciò che porta con sé. Questo non significa ignorare i problemi o negare le difficoltà che possono sorgere nelle relazioni, ma piuttosto affrontarli con la consapevolezza che siamo amati incondizionatamente da qualcuno di più grande di noi. E questa consapevolezza può portare ad una libertà interiore che rende possibile amare e accogliere l’altro senza costrizioni o aspettative e, al contempo, stabilire sane limitazioni al comportamento dannoso, preservando la dignità e l’amore reciproco.

Riconosciamo la nostra piccolezza per essere capaci di riconoscenza e di aprirci ad un amore libero e incondizionato.

Antonio e Luisa

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Che strana famiglia!

Cari sposi, puntualmente in occasione della festa della Sacra Famiglia, come del resto per ogni altra festività cristiana, i media non cessano di offrire argomentazioni più o meno capziose di come Essa non si possa considerare affatto modello per i coniugi cristiani. Motivo? Beh, Maria e Giuseppe non erano veri sposi, oppure che Gesù era un adottato, o che Maria era Vergine…

Credo che, poste le giuste premesse e non partendo da presupposti intrisi di razionalismo o criteri mondani, possiamo trovare, nella Liturgia odierna una bellissima chiave di lettura, per comprendere come mai da oltre 4 secoli la Chiesa additi Giuseppe, Maria e Gesù come l’ideale di ogni famiglia cristiana.

“Antipasto” al brano evangelico è la drammatica vicenda di Abramo. Un passaggio umanissimo e commovente, specchio di situazioni così nostre e attuali. Abramo è vecchio e senza figli, una vera e propria onta per quei tempi. La vita gli sta scivolando via tra le dita e non ha ancora una posterità, sebbene tanti anni prima Dio gli avesse promesso un figlio.

E così in una notte insonne, quando si rigirava nel suo letto, tartassato dai sensi di colpa, paure per il futuro e dubbi, non decide di fare due passi, prendere un po’ d’aria e sfogarsi filialmente con Jahvé. Chi non è passato da una circostanza simile nella propria vita?

Sotto quel cielo stellato – immaginate quante stelle si potevano vedere a occhio nudo a quei tempi, senza il minimo inquinamento – una scena mozzafiato e stupefacente, il Signore lo consola come un vero Padre. Proprio grazie alla sua angoscia Abramo poté vedere le stelle e così il Signore si avvalse della situazione per rincarare la dose: “non solo un figlio, ma una famiglia numerosissima come le stelle sopra di te”.

Abramo ci credette sul serio e il resto sappiamo bene come è andato e oggi possiamo dire che la Promessa è stata mantenuta. Che grande è stato Abramo! Ma dove sta la sua grandezza, in cosa consistono i suoi meriti? Forse perché “Abram era molto ricco in bestiame, argento e oro” (Gen 13, 2)? Niente affatto, anzi, nemmeno così tante ricchezze gli poterono dare un figlio! La fecondità di una coppia non si misura sulla sua bellezza e prestanza fisica, su quanti titoli universitari e master ha conseguito, dallo status sociale o dalle case su isole tropicali o Alpi svizzere.

Principio della fecondità di coppia è la fede! Ce lo dice bene la seconda lettura. Una fede che non è una mera conoscenza mnemonica del Catechismo e dei 10 comandamenti ma vita, sequela, fiducia piena nel Signore, proprio come fecero Abramo e Sara.

E così, l’antipasto cede il posto al piatto forte: il Vangelo. Questa famiglia non è da meno quanto a fede. Per fede Maria e Giuseppe hanno già dovuto, in così poco tempo, affrontare prove e difficoltà importanti, senza che queste scalfissero il loro amore e la loro unità: un viaggio estenuante a piedi con Maria di nove mesi, la povertà della nascita, la povertà del dono offerto nel tempio, due colombi, cioè il livello più basso di quel che si poteva offrire. Per fede fuggiranno in Egitto e sempre per fede faranno ritorno a casa, a Nazareth.

Ecco allora perché questa famiglia è sacra ed è un modello. Ce lo dice chiaramente la preghiera colletta di oggi. Non è la perfezione umana o spirituale, non è per la singolarità delle situazioni che essa aveva al suo interno, come ho detto all’inizio, ma per le sue “virtù e amore”. Cioè la sacralità e l’essere modello per tutte voi coppie sta nel come si amavano, nel come affrontavano la vita di ogni giorno, nel modo di stare davanti alla sofferenza… per tutto ciò essi sono un modello abbordabile e vivibile anche oggi.

Da ultimo – dulcis in fundo – vorrei sottolineare un fatto del Vangelo. A Gesù bambino viene applicato un rito, tuttora presente nel mondo ebraico, il Pidyon haben o riscatto del primogenito. Era ed è un ricordo della notte di Pasqua, quando gli ebrei stavano per uscire dall’Egitto. Jahvé uccise tutti i primogeniti degli Egiziani ma risparmiò, col sangue di un agnello, quelli delle famiglie israelitiche. In riconoscenza, il popolo ebraico da allora offre a Dio il primo figlio nato.

Ma ecco che Gesù, il Primogenito del Padre, l’Agnello di Dio, si offre al Padre con il suo vero corpo umano, dopo che, come Verbo, Gli si è sempre offerto dall’eternità. In questo si vede come Gesù sia davvero il “Cristo”, cioè il consacrato a Dio, colui che è stato offerto per essere Suo. Una scena grandiosa, che solo gli occhi credenti di Simeone e Anna, oltre che di Maria e Giuseppe, seppero valorizzare e intuire.

L’essere modello, quindi per tutti voi sta anche in questo: offrire sé stessi e offrire i vostri figli, biologici e spirituali al Padre, come il vero datore dei doni. E al tempo stesso, accogliere i figli spirituali e biologici come un dono dal Padre e non come possesso e merito personale.

Per quanto questa Famiglia sia specialissima e altissima come santità di vita, la Chiesa non teme di indicarcela come modello ispiratore dei vostri comportamenti e stili di vita, consapevole che la pienezza cristiana è un cammino da intraprendere con coraggio e pazienza, qualsiasi siano le nostre circostanze o i nostri retaggi.

Cari sposi, affidiamoci a Gesù, Maria e Giuseppe, nostri compagni di viaggio per tentare ogni giorno di assomigliare sempre di più al loro modo di volersi bene.

padre Luca Frontali

Portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore

Oggi il Vangelo ci interroga tantissimo. Interroga tutti i credenti ma in particolare noi che siamo genitori. Viene raccontata la presentazione di Gesù al Tempio.

Giuseppe e Maria portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore. Questo era un rito prescritto all’epoca. Era prescritto per il primogenito. Questa usanza risaliva al tempo di Mosé. Ricordate quando i figli primogeniti degli egiziani vennero uccisi dall’angelo del Signore mentre quelli degli ebrei no? Da allora gli ebrei riconoscono il primogenito come dono del Signore ed è come se lo restituissero a Lui. Per riscattarlo poi con l’offerta in sacrificio di una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore. Gli ebrei riconoscono che il figlio appartiene a Dio.

Questo testo va letto alla luce di un’altra storia biblica di famiglia, di rapporto tra genitori e figli. In particolare tra padre e figlio. Mi riferisco alla storia di Abramo e di Isacco. Abramo per diventare padre fecondo, padre autentico ha dovuto offrire il proprio figlio a Dio. Ha dovuto trovare la forza di uccidere il figlio. Ucciderlo nel possesso. Isacco non era suo figlio ma era prima di ogni altra cosa di Dio. E il sacrificio che Abramo era pronto a portare a termine esprime proprio questo salto di qualità a cui noi tutti genitori siamo chiamati.

Cosa possiamo imparare noi genitori? I figli non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

È importante non trasferire sui nostri figli il nostro bisogno di attenzione e affetto. C’è il rischio reale di compromettere vari aspetti, tra cui il nostro matrimonio e la capacità dei nostri figli di distaccarsi da noi quando sarà il momento di formare una loro famiglia. Dobbiamo permettere loro di affrontare quel difficile ma necessario processo di individuazione. Smorzare il nostro coinvolgimento e consentire loro di trovare il proprio percorso. Questo non significa non amarli, ma farlo nel modo più appropriato. Il mio ruolo di coniuge implica anzitutto amare mia moglie, così come la vocazione di mia moglie implica anzitutto amarmi. I nostri figli sono frutto dell’amore che ci unisce. Pertanto, è sbagliato trascurare l’amore coniugale e la relazione di coppia per concentrarsi quasi esclusivamente sul ruolo genitoriale. Questo non significa che l’amore per i figli sia meno importante o venga in secondo piano. Al contrario, i nostri figli hanno bisogno di percepire non solo l’amore diretto dei singoli genitori, ma anche di cogliere l’amore che essi provano l’uno per l’altro, poiché i figli sono il frutto di quell’amore. È un grave errore per i coniugi smettere di trovare momenti di intimità, dialogo e mutuo sostegno, magari anche di fare l’amore. Ci rendiamo conto della fatica, specialmente avendo noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non possiamo trascurare il nostro legame coniugale. Ci prendiamo cura di tante cose anche quando siamo stanchi, quindi perché trascurare la nostra relazione, che dovrebbe essere la priorità? Alla fine, i nodi vengono al pettine.

Accogliere i nostri figli con amore e comprensione. Luisa, insegnante, conosce bene le dinamiche delicate legate alla valutazione degli alunni e alla necessità di redigere note disciplinari. Tuttavia, si trova spesso di fronte alla reazione dei genitori, che faticano ad accettare critiche o giudizi negativi nei confronti dei propri figli. È comprensibile che questi genitori si sentano coinvolti personalmente nell’errore dei loro figli, ma è importante comprendere che questo approccio non è costruttivo. I nostri figli hanno bisogno di sentirsi amati incondizionatamente, altrimenti rischiano di associare l’amore genitoriale al proprio comportamento o ai propri risultati, generando un senso di mancanza e inadeguatezza. Dobbiamo imparare a gestire le nostre aspettative e a accogliere i nostri figli per ciò che sono, senza condizionare il nostro amore alle loro azioni. È cruciale guidarli e sostenerli lungo il cammino della crescita, evidenziando i loro errori ma evitando di identificare la loro persona con tali sbagli. Inoltre, non è giusto far pesare loro la responsabilità della nostra infelicità, poiché i nostri figli devono già affrontare le sfide proprie della vita senza aggiungere il peso del nostro malessere.

Antonio e Luisa

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La tentazione si fugge, non si combatte.

Oggi papa Francesco ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi. Ha deciso di trattare vizi e virtù. Un argomento affascinante e sicuramente sempre attuale perchè il cuore dell’uomo è così sempre in ogni epoca e luogo. Siamo ontologicamente soggetti alla tentazione e a una continua lotta interiore tra ciò che è bene e ciò che è male. Non esiste l’uomo completamente buono o completamente cattivo. Esiste l’uomo che fa delle scelte e queste scelte lo conducono verso il bene o verso il male. Per questo non potrò mai accettare la predestinazione che è alla base della dottrina protestante. Veniamo al Papa e ad un passaggio della sua riflessione.

Con il diavolo, cari fratelli e sorelle, non si dialoga. Mai! Non si deve discutere mai. Gesù mai ha dialogato con il diavolo; lo ha cacciato via. E nel deserto, durante le tentazioni, non ha risposto con il dialogo; semplicemente ha risposto con le parole della Sacra Scrittura, con la Parola di Dio. State attenti: il diavolo è un seduttore. Mai dialogare con lui, perché lui è più furbo di tutti noi e ce la farà pagare. Quando viene una tentazione, mai dialogare. Chiudere la porta, chiudere la finestra, chiudere il cuore. E così, ci difendiamo da questa seduzione, perché il diavolo è astuto, è intelligente. Ha cercato di tentare Gesù con le citazioni bibliche, presentandosi come grande teologo. State attenti. Con il diavolo non si dialoga e con la tentazione non dobbiamo intrattenerci, non si dialoga. Viene la tentazione: chiudiamo la porta, custodiamo il cuore.

Il Papa con queste parole mi ha provocato due riflessioni in particolare

Il diavolo è teologo. Ci tenta con la stessa Parola di Dio. Attenzione a fare i teologi fai da te. È più facile di quanto si creda prendere delle cantonate enormi. È facilissimo far dire alla Parola di Dio quello che vogliamo noi, giustificare il nostro peccato e i nostri vizi. Ci vuole davvero poco. Basta prendere quel versetto, far finta che non ci sia quell’altro ed il gioco è fatto. Noi siamo Chiesa. Attingiamo al magistero e alla morale cattolica. Solo lì c’è un’interpretazione autentica della Bibbia e del del piano divino in essa delineato.

La tentazione non si combatte ma si fugge. Siamo deboli. Non dobbiamo avere la presunzione di essere più forti della nostra tentazione. Quante volte anche io sono caduto perchè credevo di riuscire a controllarmi. Invece la strada è la fuga. Lo diceva spesso anche il nostro padre spirituale. Se ti accorgi che quella donna ti piace non frequentarla, se sai che la pornografia per te è un richiamo forte non mettere il pc in una stanza dove ti puoi isolare. Cose di questo genere. Combattere la tentazione è già una sconfitta annunciata. Perchè ti porta concentrarti sulla tentazione stessa e quindi a farne il centro dei tuoi pensieri. Questo è aprire la porta al male. Invece la fuga distoglie il pensiero che si può dedicare ad altro. A me è capitato soprattutto sul posto di lavoro di sentire una simpatia per alcune colleghe. Magari ci andavo a bere il caffè, con una ci andavo anche a correre insieme. Quando mi sono accorto che mi interessavano troppo non ho fatto finta di niente ma ho troncato, sono scappato.

Antonio e Luisa

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L’indifferenza d’improvviso.

Una delle caratteristiche che riscontro spesso nelle separazioni è la totale indifferenza verso il coniuge da parte della persona che ha voluto dividersi e che se n’è andata: sembra quasi che ad un certo punto avvenga un cambiamento radicale, come un interruttore di una lampadina, prima c’era la luce e poi il buio. È un fenomeno che ho sperimentato anche sulla mia storia e che è stato causa di forte dolore, ma anche di riflessione.

Ricordo che, poco dopo la separazione mi sono dovuto ricoverare in ospedale per tre giorni a causa di un piccolo intervento ai denti; dissi a mia moglie che avrei dovuto ricoverarmi per qualche giorno, senza scendere in dettagli (avrebbe potuto essere anche una cosa più grave) e lei mi rispose solo di farle sapere quando avrei potuto riprendere le figlie, neanche la curiosità di conoscerne il motivo. Rimasi davvero scioccato per questo comportamento, davvero inspiegabile, perché proveniva da chi, anni prima, aveva promesso di prendersi cura di me e di essermi vicina nei momenti di gioia e di dolore.

Questo modo di fare fa più male delle cattiverie, dei tradimenti e di tutte le lotte che si fanno con gli avvocati: è difficile accettare che tu sei diventato una persona estranea per la tua sposa con cui hai condiviso tutto, perfino il talamo nuziale e la nascita dei figli. E così ho amici che hanno dovuto superare prove importanti, hanno avuto lutti in famiglia e non c’è stata nemmeno una telefonata per dire: “Cane, come stai?”. Più è grande l’amore che si prova e più è forte il dolore che si subisce per questa indifferenza e insensibilità alle tue prove della vita.

È difficile entrare nella mente delle persone, anche perché siamo tutti diversi, ma ritengo che quando qualcuno decida di separarsi, voglia lasciarsi tutto alle spalle, come girare la pagina di un libro per scrivere una nuova parte della propria vita, dopo aver cancellato tutto quello che c’è stato prima. E la cosa paradossale è che tu che sei stato lasciato, soffri, mentre l’altro sembra che sia finalmente felice e contento, magari frequentando altre persone.

Il tempo passa e le cose non cambiano nonostante le tue preghiere, il tuo affidare a Dio il tuo dolore, le tue opere di misericordia……che ingiustizia vero? Perché Dio non fai qualcosa, non vedi, sei distratto? Che cosa aspetti? Perché avviene questo? Sono domande che nascono spontanee, specialmente nei momenti di sconforto, quando sembra di essere stati sconfitti su tutti i fronti e di aver sbagliato tutto.

Io non so dare delle risposte, anche perché non avrebbe senso, derivano da una concezione di Dio sbagliata che prevede il Creatore ai nostri comandi e ai nostri servizi, come fosse una bacchetta magica. Spesso Dio lavora segretamente. Manteniamo salda la nostra Fede. Comprenderemo i Suoi piani al momento giusto, come si dice nel film God’s not dead (Dio non è morto).

Di sicuro nulla avviene per caso e questa indifferenza del coniuge può essere la spinta per affidarci ancor più a Dio e per cercare l’unità con Lui, non contando su nient’altro. Solo Lui è il centro e la nostra consolazione, nonostante il dolore. Anche Gesù ha sperimentato sulla sua pelle cosa vuol dire prima essere osannato e accolto come un re e poi lasciato completamente da solo, nel più totale menefreghismo, fino a toccare il vertice del dolore per il silenzio del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, Dio senza Dio.

Termino citando la parte più bella del film che ho appena nominato, quando c’è il dialogo tra il figlio, un avvocato di grido nel pieno vigore della salute e della carriera, e sua madre, malata e anziana: “Tu hai pregato e creduto per tutta la tua vita. Non hai mai fatto niente di male. Ed eccoti qua. Tu sei la persona più buona che conosco. Io sono la più cattiva. Tu hai la demenza senile. La mia vita è perfetta. Spiegami questo”. Così chiede Mark alla madre, ricoverata in una casa di riposo, ed evidentemente non si aspetta alcuna risposta. Lei, invece, si scuote per un attimo e parla: Talvolta il diavolo permette alla gente di vivere una vita libera da problemi, perché non vuole che si rivolgano a Dio. Il loro peccato è come la cella di una prigione, solo che tutto è bello e confortevole e che non sembrano esserci ragioni per lasciarlo. La porta è spalancata, finché un giorno il tempo scade, la porta si chiude di schianto, e improvvisamente è troppo tardi”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Apparenza o sostanza?

Dagli Atti degli Apostoli (At 6,8-10.12; 7,54-60) In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.[…] E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio. […] Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

La rotazione del calendario ha voluto che il nostro articolo fosse nel giorno di santo Stefano, probabilmente molti tra noi stanno tuttora festeggiando coi propri cari il Natale e vi auguriamo che questo Natale possa essere foriero di grandi Grazie dal Cielo. Oggi le nostre povere parole saranno brevi perché vogliamo dare il tempo di far penetrare la Grazia natalizia nei cuori senza distrazioni dai social e simili.

La Chiesa sembra una madre sadica che non lascia il tempo ai figli di finire i festeggiamenti che già subito presenta il protomartire Stefano come il prototipo, appunto, da imitare. Ma dove sta l’importanza di mettere una data di un martire proprio il giorno dopo la nascita del Bambinello ?

Per metter fin da subito le cose in chiaro: il cristianesimo non è una vita comoda!

Non sono parole dure di Giorgio e Valentina: la prima lettura, che abbiamo riportato in alcune sue frasi essenziali, racconta il martirio di Stefano, ma poi nel Vangelo abbinato ad essa Gesù stesso così si esprime:

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; […] Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

Il cristianesimo quindi non è commuoversi davanti al bambino Gesù deposto nel presepio per poi vivere di fatto un ateismo pratico.

Un cristianesimo accomodante non è vero. Un cristianesimo che non ci scomoda dai nostri vizi non è vero. Un cristianesimo che ci accontenta in ogni desiderio della carne non è vero. Un cristianesimo fatto solo di bollicine in pancia e farfalle nello stomaco non è vero. Un cristianesimo all’acqua di rose non è vero. Un cristianesimo che dà un colpo al cerchio e uno alla botte non è vero. Un cristianesimo che segue le mode del mondo non è vero. Un cristianesimo che appiana santi e peccatori tutti allo stesso livello, non è vero. Un cristianesimo costruito sui sentimentalismi non è vero. E santo Stefano – come tutti gli altri martiri – ce lo ha testimoniato.

Gesù – che è la seconda Persona della Santissima Trinità, quindi è Dio – si è umiliato a tal punto da farsi uomo, non per farci scendere le lacrime davanti al presepio, ma per salvarci, e come lo ha fatto? Sulla croce. Gesù Cristo ci ha dato tutto e chiede tutto. Cari sposi, siamo disposti?

Giorgio e Valentina.

Abbiamo bisogno del Natale

Che bisogno c’è di festeggiare il Natale tutti gli anni? Lo sappiamo ormai, Dio si è fatto uomo! Sempre la stessa storia – come dice mio figlio. Eppure non è proprio così. È un avvenimento che ci riguarda da vicino. Dio è venuto ad abitare il nostro mondo, nostro inteso proprio come nostro. È venuto ad abitare la nostra vita, la nostra storia e il nostro matrimonio. Ma perché tutti gli anni ricordarlo e festeggiarlo. Non basta saperlo?

È come il nostro anniversario di matrimonio. È un’occasione per fare memoria. È un’occasione per fermarsi e togliere per un attimo tutte quelle preoccupazioni e tutti quegli impegni che ci allontanano l’uno dall’altro. Sì, perché la vita quotidiana non ci allontana solo da nostro marito o da nostra moglie ma ci allontana anche da Gesù.

Il rischio è quello di sentirci da soli. Di vivere una fede fatta di riti che con il tempo possono diventare vuoti. Trovarci con un Dio lontano e noi da soli qui a correre e fare fatica. Dio che appare distante e inaccessibile, mentre noi lottiamo e ci sforziamo nel nostro cammino quotidiano. Rischiamo di perdere il senso della nostra fatica e a volte anche dello stare insieme.

Invece il Natale è quell’appuntamento che ci riporta un Dio lontano qui sulla terra con le sembianze di un bambino. Perché un bambino non si impone con la forza e con la paura ma ci chiede di essere accolto con tenerezza ed amore.

Ecco, questo Natale apriamo il cuore alla tenerezza, facciamo posto a Gesù. Facendo posto a Lui saremo capaci di fare un po’ di ordine nella nostra vita, saremo capaci di riacquistare uno sguardo verso un orizzonte eterno che supera le piccole o grandi difficoltà del nostro vivere e riacquisteremo anche la capacità di dare senso al nostro amore l’uno per l’altro anche quando non sarà facile trovarlo, quando ci sentiremo feriti dall’altro o non pienamente corrisposti.

Anche questo Natale è nato Gesù perché noi ne abbiamo bisogno. Senza Natale saremmo troppo poveri per amarci davvero ma saremmo capaci solo di usarci per riempire le nostre miserie.

Antonio e Luisa

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Dios primerea

Cari sposi, agli esordi del suo pontificato, Papa Francesco in una udienza nel marzo 2014, volendo esprimere il concetto che Dio si anticipa benevolmente a noi, sa venirci incontro, trova il modo per soccorrerci ben prima che ce ne accorgiamo, utilizzò un’espressione spagnola: “Dios primerea”.

Oggi, questa frase ben si adatta al senso delle letture, nella IV domenica di Avvento, a stretto contatto con il grande giorno del Natale. È il senso della prima lettura e del salmo dove il grande re Davide ha avuto un’idea straordinaria. Se l’Arca dell’Alleanza, con tutta la sua solennità – era infatti il luogo su cui Jahvé poggiava i suoi “piedi” – veniva lasciata sotto una semplice tenda, in un luogo aperto e in una condizione vulnerabile, come mai il re d’Israele poteva appisolarsi tranquillamente nella sua reggia sontuosa?

Da qui la “genialata” di avviare il progetto di un tempio maestoso entro il quale conservala con tutti gli onori: ma che bello! “Bravo Davide, sei veramente un re saggio e assai devoto verso il tuo Dio. Anche i profeti te danno ragione, passerai alla storia per aver onorato il Signore!”A prima vista ci pare una scelta ponderata, oculata, frutto di discernimento… ma a ben vedere non risulta conforme ai piani di Dio.

Circa mille anni dopo, nel momento in cui la Trinità ha scelto di manifestarsi al mondo con la venuta del Verbo fatto uomo, chi, come e dove rendere possibile tutto ciò? Chi avremmo scelto noi perché potesse essere genitore di Gesù? Ci sarebbe mai venuto in mente di scegliere una vergine e originaria di un luogo sconosciuto?

Dios primerea”, Dio ha la prima e l’ultima parola in ogni nostra azione, anche quelle che umanamente sono senza senso e inspiegabili. Come insegna San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (I, q. 19 a. 6) la sua Santa volontà si compie sempre in noi, sebbene in modo misterioso.

Oggi il Vangelo ci riporta all’Annunciazione di Maria e siamo invitati a leggerla come un segno della piena iniziativa di Dio che si anticipa ai nostri piani e ai nostri calcoli. Maria, grazie alla sua condizione di essere senza peccato e piena di grazia, sognava di donare tutta la sua vita al Signore, passando anche dalla verginità – una cosa detestabile nella mentalità ebraica – e il Signore l’ha preceduta perché non ha modificato una virgola del suo desiderio ma in modo sconcertante è riuscito a mantenerlo tale e quale pur passando attraverso una nuova modalità.

Ecco quindi che, vedendo Davide e vedendo Maria, constatiamo come le nostre iniziative, per quanto sacrosante, sono sempre inferiori a quelle di Dio. Come si fa allora, anche da sposi, a stare davanti a questa Volontà che può essere così strana e incomprensibile? Dobbiamo vivere con lo stesso atteggiamento di Maria, cioè la sua verginità. Essa, al di là della dimensione fisica, è prima di tutto sinonimo di piena disponibilità e apertura al Signore. Possiamo dire che le nostre iniziative siano motivate dalla disponibilità a Lui? O a un nostro interesse?

Sia Davide ma soprattutto Maria sono state persone umili, il loro cuore era aperto al riconoscere i doni e le grazie del Signore. È questa capacità il terreno fertile nel quale si può permettere di essere “fecondati” da Dio, è in ultima istanza il senso vero della verginità spirituale. Cari sposi, non siamo certamente noi con la nostra testolina a saper dare una direzione certa alla nostra vita, alle scelte che facciamo per noi e per gli altri. Se siamo radicalmente riconoscenti di quanto il Signore fa per noi, Gli daremo anche in mano la chiave del nostro cuore per lasciare che sia Lui a prendersi cura di noi.

ANTONIO E LUISA

Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Perchè chi è capace di offrire il suo fiat fino in fondo potrà fare grandi cose. Gli sposi che si prometteranno amore per sempre, in un certo senso saranno come Maria. Lei ha donato Gesù a tutti noi, noi sposi possiamo regalare l’amore di Dio al mondo. Ad un mondo assetato di Gesù.

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Il bue e l’asino scaldano il nostro matrimonio

Mi sono fermato a guardare il presepe. In realtà, sono rimasto colpito da due statuine in particolare. Non sono le star del presepe come la Santa Famiglia, ma sono comunque fondamentali. Fanno da sfondo nella capanna e sono tra le creature più vicine a Gesù: l’asinello e il bue. Questi due animali non sono lì per caso. L’asinello ha accompagnato Maria e Giuseppe durante il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme, e lo ritroveremo anche più avanti quando la famiglia deve fuggire da Erode per rifugiarsi in Egitto. Il bue, invece, era già lì, presente nella stalla pronta ad accogliere la nascita di Gesù. Cosa possiamo imparare da questi due animali? Cosa ci possono insegnare sulla famiglia? Perché è importante la loro presenza nel presepe? Ecco cosa rappresentano.

La presenza del bue e dell’asino riscalda la Santa famiglia, così come le nostre famiglie. Il bue simboleggia il lavoro, un lavoro duro e faticoso, ma anche portatore di dignità e responsabilità. Come i due buoi uniti dal giogo, trainavano l’Arca dell’alleanza che custodiva le tavole della legga donate a Mosè. Trainavano la presenza reale di Dio. Così anche noi coniugi – letteralmente uniti dal giogo – siamo chiamati a essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Questa capacità è presente in noi grazie al sacramento del matrimonio, ma va coltivata con impegno, fatica e sacrificio. Il terreno del nostro matrimonio deve essere curato con amore, servizio e tenerezza reciproca. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero, diventando un’oasi di amore e non un deserto senza vita.

L’asino nel presepio rappresenta la vita normale e ordinaria, simboleggiando il servizio e l’umiltà. Al contrario del cavallo, associato al potere e alla grandezza, l’asino ci ricorda che il vero amore e la santità nel matrimonio si trovano nei piccoli e concreti gesti di tenerezza, cura e servizio di ogni giorno per la persona amata e per chiunque ci necessiti. Gesù stesso scelse di entrare a Gerusalemme su un asino, sottolineando il suo ruolo di Re venuto per servire e donare se stesso. Questo ci invita a riflettere su come ci comportiamo nei confronti dell’altro: cerchiamo di servire e amare incondizionatamente o ci concentriamo solo sui nostri desideri? La santità non richiede gesti straordinari, ma si cela nei piccoli gesti quotidiani di generosità e dedizione verso gli altri.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Benedizioni coppie omosessuali. Facciamo chiarezza.

E’ inutile negarlo. Il documento Fiducia supplicans, uscito il 18 dicembre dal Dicastero per la dottrina della fede, ha lasciato tutti sorpresi. Come al solito, sono scesi in campo immediatamente i due schieramenti che ormai da anni si danno battaglia all’interno della Chiesa. Ci sono i tradizionalisti che vedono intaccato un ulteriore pezzo della dottrina cattolica e della morale, e poi ci sono i progressisti che plaudono a una decisione innovativa ma che reputano ancora insufficiente e solo l’inizio di un percorso.

Io cercherò di non schierarmi e di essere quanto più possibile neutrale dando semplicemente alcuni spunti che secondo me sono importanti. Poi ognuno di voi si potrà fare (ma sicuramente si è già fatto) una propria idea positiva o negativa. Una cosa è certa: questo documento è controfirmato dal Papa e quindi merita attenzione e di essere letto senza pregiudizi.

Si può benedire solo quello che è conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa. Questa affermazione è stata ribadita nel paragrafo 9 del documento in questione, il quale fa riferimento anche a un precedente documento dello stesso dicastero e alle risposte del Papa ai Dubia di alcuni cardinali. È importante sottolineare che tale affermazione significa che le coppie omosessuali, pur vivendo una relazione affettiva, non possono rispondere al progetto di Dio come viene inteso dalla Chiesa.

Nel documento, viene sottolineato che la benedizione delle coppie omosessuali non deve essere confusa in alcun modo con un rito nuziale. Si specifica che la forma della benedizione non deve essere fissata ritualmente dalle autorità ecclesiali, al fine di evitare confusioni con la benedizione propria del sacramento del matrimonio (paragrafo 31).

La Chiesa ribadisce due fattori determinanti e immutabili: il progetto di Dio sul matrimonio riguarda esclusivamente l’unione di un uomo e di una donna, in cui la differenza sessuale diventa feconda e profetica. Inoltre, si afferma che il sesso è moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. Importante comprendere che la Chiesa ha sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che vengono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa potrebbe in qualche modo offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presume di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale (paragrafo 11).

Questo pronunciamento è stato confermato dal Santo Padre nelle sue risposte ai Dubia di alcuni cardinali, sottolineando ancora una volta la sostanza di queste affermazioni.

In sintesi, il documento enfatizza chiaramente la posizione della Chiesa riguardo alla benedizione delle coppie omosessuali, affermando che questa non può essere confusa con il sacramento del matrimonio e che il sesso è considerato moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. La Chiesa continua a sostenere l’importanza della differenza sessuata e del progetto divino del matrimonio come definiti nei suoi insegnamenti.

Quindi, perché benedire una coppia omosessuale? Qui c’è tutta l’idea pastorale di Papa Francesco e dei gesuiti in genere. È importante comprendere che la visione del Papa si basa sull’idea della presenza e dell’amore di Dio in tutte le situazioni umane, comprese quelle moralmente sbagliate. Il Papa sostiene che, nonostante un rapporto omosessuale possa essere considerato moralmente sbagliato, se vi è una volontà sincera di fare del bene, può esserci una scintilla di verità che avvicina la coppia a Dio. Questo può essere un inizio, un cammino verso una vita spirituale più profonda?

Nel documento, Papa Francesco afferma che, anche quando il rapporto con Dio è offuscato dal peccato, è sempre possibile chiedere una benedizione, tendendo la mano a Lui, proprio come Pietro lo fece nella tempesta quando gridò a Gesù: “Signore, salvami!”. Desiderare e ricevere una benedizione può essere il bene possibile in alcune situazioni? Il Papa ci ricorda che anche un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi attraversa le sue giornate senza affrontare importanti difficoltà.

La Chiesa, come afferma il Papa, ha il dovere e la missione di non escludere nessuno. Pertanto, se una coppia omosessuale desidera la benedizione della Chiesa sulla propria relazione, sta manifestando il proprio desiderio di cercare l’aiuto di Dio, desiderio che spero sarà verificato dal benedicente. La Chiesa, secondo la visione del Papa, è chiamata ad accogliere tutti coloro che cercano Dio e il suo amore, indipendentemente dalla loro situazione o orientamento sessuale.La Chiesa, secondo Papa Francesco, è chiamata ad accogliere e accompagnare ogni persona che cerca Dio, offrendo la sua benedizione come un segno di amore e misericordia.

Perchè benedire la coppia e non le singole persone? Questa è un questione sostanziale. Non ho una risposta certa e anche io conservo diversi dubbi. Ma il Papa è Francesco e cerchiamo di comprendere le sue ragioni. Dico quello che è il mio pensiero analizzando tutto il modo di evangelizzare e di concepire la pastorale del Papa. Benedire solo la persona equivarrebbe a dire che Dio non c’è proprio lì dove la persona cerca di vivere l’amore. Certo in un modo completamente sbagliato, ma che resta il solo che riesce in quel momento a produrre quella persona. Eliminare questa parte importante della vita della persona equivale a creare una doppia vita. Esiste la vita di fede ed esiste la vita di coppia. Come in dottor Jekyll e mister Hyde. Invece il Papa ritiene importante far comprendere alle coppie omosessuali che si giocano la loro salvezza e la loro santità soprattutto lì, nelle relazioni con i fratelli ed in particolare quelle affettive. Ed è lì che devono fare la fatica di una vera conversione. Questa è solo una mia deduzione.

È la strada giusta? Non si rischia attraverso questo documento di affermare una determinata verità e poi di contraddirla con la percezione concreta che i fedeli avranno del significato della benedizione? Vedere il sacerdote che benedice una coppia omosessuale non induce il fedele – già peraltro abbastanza influenzato dai mass media – a ritenere normalizzato il rapporto omosessuale? Il rischio c’è, solo il tempo ci dirà della bontà di questa decisione. A noi è chiesto non tanto di giudicare le scelte del Papa quanto di pregare per lui.

Possiamo concludere quindi questa riflessione tirando le somme. Il Papa non vuole riconoscere come buone le relazioni irregolari e tantomento quelle omosessuali. Ribadisce la pienezza del disegno di Dio nel matrimonio e ribadisce che il sesso è buono ed autentico nel suo significato solo all’interno del matrimonio. Il Papa però non vuol far mancare una presenza accanto a chi vive situazioni anche di peccato. Il Papa vuole che la benedizione possa essere l’inizio di un cammino di conversione e non la giustificazione di una situazione oggettivamente di peccato. È la strada giusta? È questo il modo per avvicinare le persone omosessuali a Dio? Continuiamo a pregare e a chiedere luce allo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Conta le stelle: ferita che diventa feritoia

Ciao cari sposi, siamo P e G, vi vogliamo esprimere l’importanza di staccare un attimo dalle fatiche quotidiane, per ricaricarsi spiritualmente.

Per fare questo, aiutano tanto le esperienze che noi chiamiamo Tabor. Ricordate la trsfigurazione di Gesù? Ecco noi abbiamo bisogno di vedere il nostro amore trasfigurato, di vederlo con gli occhi di Gesù, per caricarci, per vedere la meta e anche il percorso per arrivarci. Per riuscire a comprendere quali sono gli strumenti che servono per fare questo cammino. Il nostro Tabor sono i corsi di Assisi. Se desiderate vivere un’esperienza di trasfigurazione del vostro amore e scoprire nuovi strumenti per il vostro cammino spirituale, vi consiglio vivamente di considerare l’opportunità di partecipare ai corsi dei frati e delle famiglie francescane di Assisi. Sono un tesoro di saggezza e di esperienza francescana che può arricchire la vostra vita spirituale e condurvi verso la meta che cercate.

Di recente abbiamo fatto il ritiro per coppie di sposi infertili dal titolo Conta le Stelle. Senza  nulla togliere a Simona ed Andrea di Abramo e Sara – che scrivono qui sul blog e che fanno un servizio meraviglioso – noi consigliamo di fare questo ritiro. Sia per ritagliarsi un bel momento speciale intimo e profondo di coppia sia per imparare a non stare fermi nella rassegnazione. Non serve scappare, nascondersi o chiudersi nel dolore, nella rabbia e nell’invidia. Solo se ci apriremo alla Speranza con l’aiuto di Dio, attraverso lo Spirito Santo per il discernimento, la preghiera, la Sua Parola, il direttore spirituale e il dialogo di coppia  si può scoprire e vivere in pienezza la chiamata di Dio. Una chiamata che è specifica per ciascuna coppia di sposi. Dio infatti è fedele, fa quello che promette nel giorno delle nozze, portandolo a compimento, passo dopo passo.

Solo Dio Salva – è il significato del nome di Gesù – in questa ferita dell’infertitiltà, facendola diventare feritoia, dove possono passare la Luce e la Vita  e dove si risorge. Dio non butta via niente, con Lui e per Lui, tutto serve, tutto ha senso.

In questo ritiro, inoltre, si conoscono altre coppie di sposi che provengono da tutta l’Italia, più o meno giovani, sposate da poco o da tanto, si conoscono i frati minori di Santa Maria degli Angeli ed infine le famiglie dell’équipe (in primis Maria Rosaria Fiorelli e famiglia). Persone che possono essere un valido sostegno anche dopo il corso. In giro è difficile trovare persone competenti che hanno a cuore queste coppie ferite. È un ritiro unico e irripetibile in italia, che ti lancia in avanti, non ti lascia fermo, immobile, pietrificato, indifferente. Si è poi accompagnati da personaggi biblici, come Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe e altri. 

Il dono più bello è però la presenza consolante di Dio. Il Signore si fa sempre sentire presente, siamo riusciti a comprendere di non essere soli, che sono tante le coppie che vivono questa condizione di vita. Una consapevolezza che, unita alle belle ed efficaci catechesi, ci ha aiutato a prendere il largo e a credere nell’impossibile.

Per info sui prossimi corsi clicca qui.

Vi auguriamo Buon Natale di Rinascita, di Vita Nuova! 

Un abbraccio da noi 

P e G

Ci trovate su facebook Paola Bt 

Maria si affida a Giuseppe suo marito

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In questo tempo di Natale possiamo riflettere non solo sulla nascita di Gesù ma anche sulla Santa Famiglia e sulle dinamiche che la caratterizzavano. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè?

Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con sè Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia. 

Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e patriarcali – va tanto di moda parlarne di questi tempi – ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, mi limiterò a raccontare la mia esperienza. 

Mia moglie mi ha donato il suo affidamento, una parola che in questi tempi può sembrare desueta o antiquata. Quella che in Efesini 5 viene chiamata sottomissione. In un’epoca in cui l’emancipazione sembra essere l’unico obiettivo, si potrebbe pensare che affidarsi completamente a qualcuno sia un’idea incompatibile con la volontà di essere indipendenti e padroni del proprio destino.

Ma lasciatemi spiegare cosa intendo con tutto ciò. Il fatto che mia moglie si sia affidata completamente a me non vuol dire che lei abbia bisogno di me o che io debba esercitare un controllo su di lei. Non è una questione di gerarchia o di dominio, ma piuttosto un atteggiamento di fiducia e di condivisione reciproca.

Con il matrimonio, mia moglie ha scelto di mettersi nelle mie mani volontariamente, senza costrizioni o richieste di contropartita. Questo suo dono mi ha commosso profondamente e mi ha fatto riflettere sul valore che io ho come individuo. Essere oggetto di questa fiducia e di questa responsabilità, mi ha reso ulteriormente consapevole della serietà e dell’importanza del nostro rapporto.

La fiducia che mia moglie ha riposto in me è un regalo prezioso, un prezioso atto d’amore. Mi fa sentire responsabile di dare il meglio di me stesso, di essere la persona su cui lei possa sempre contare. Questa fiducia reciproca è una delle fondamenta dell’amore coniugale, fa parte del dono totale che ci facciamo a vicenda attraverso il matrimonio.

Ciò non significa che non ci siano momenti di contrasto o divergenza di opinioni. Prendiamo sempre le decisioni insieme, condividendo i nostri punti di vista e cercando di trovare un terreno comune. La fiducia che ci lega ci permette di superare gli ostacoli e di affrontare insieme le sfide che la vita ci presenta.

In sintesi, il dono dell’affidamento che mia moglie mi ha fatto è qualcosa di straordinario. È un’esperienza che mi ha reso più consapevole del mio valore come individuo e del valore del nostro matrimonio. Mi ha fatto capire che, indipendentemente da ciò che accade, posso sempre contare su di lei, così come lei può contare su di me. Sono grato per questo dono e mi impegno a onorarlo, a dare il meglio di me ogni giorno per mantenere viva la fiducia che mia moglie ha riposto in me. C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge. Ma la vederemo nel prossimo articolo

Antonio e Luisa

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Stereotipi e frasi fatte che inquinano la famiglia

Non sei ancora fidanzato/a? Cos’aspetti!”, “È da tanto che siete insieme, quand’è che vi sposate?”, “Ora che siete marito e moglie ci va un bambino, eh?”, “Un figlio solo è troppo poco, dovete fare il secondo”, “Non c’è due senza il tre”, ecc …

Diciamo la verità: quante volte ci siamo sentiti rivolgere queste frasi e, ammettiamolo con onestà, magari siamo stati noi stessi i primi a rivolgerle ad altri … Fermiamoci un attimo a riflettere: sono affermazioni sensate e incoraggianti oppure no? In realtà, hanno ben poco di maturo e ponderato anzi, posso fare dei danni anche molto seri, in quanto fondate su stereotipi e banalità che non possono e non devono essere acquistati o venduti al banco del primo offerente perché vanno a ledere non solo la sfera più intima e privata delle persone ma a toccare dei tasti, dei sentimenti o delle condizioni di vita che non si possono ridurre a frasi fatte e buttate lì come se fossero caramelle.

È sempre necessario, infatti, partire dal presupposto che non possiamo conoscere tutto della vita degli altri né giudicare basandoci esclusivamente sul poco che vediamo o sappiamo; la Parola di Dio è molto chiara a questo proposito: “Io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”, leggiamo nel libro del profeta Samuele (1 Sam 16, 7).

Cerchiamo quindi di analizzare insieme le frasi citate all’inizio: si basano tutte sulla presunzione di sapere ciò che è meglio per gli altri, sulla scia di quello che sembra dover essere un percorso standard, ideale per ciascun uomo e ciascuna donna, quando sappiamo benissimo che non può essere così. Se un ragazzo o una ragazza non sono fidanzati può voler dire molto più del semplice “non lo sei ancora”: potrebbero, per esempio, essere attivamente alla ricerca di un partner senza averlo incontrato oppure avere la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Facendo quella domanda andiamo a mettere in dubbio la loro condizione e rischiamo di farli sentire inferiori o in qualche modo diversi: niente di più sbagliato!

Ugualmente, insistere sul matrimonio non è cosa buona; certo, in un’ottica cristiana il sacramento deve senz’altro essere la meta di una relazione stabile, sana e matura ma non devono mai esserci forzature esterne, che rischiamo di modificare o accelerare dei tempi che solo i diretti interessati o eventuali guide spirituali conoscono. Non ci si sposa per forza o perché viene chiesto da qualcuno ma per amore, ben sapendo la grandezza ma allo stesso la responsabilità che ha l’unione cristiana, innanzitutto davanti a Dio ma anche nei confronti della società e degli eventuali frutti del matrimonio stesso, altre vite, con le quali non si può giocare.

Non parliamo, poi, della presunzione di comandare gli altri sull’arrivo dei figli: ci siamo mai fermati a pensare alla complessità di situazioni e vissuti che gravitando attorno alla presenza o all’assenza di un bambino? Potrebbero esserci coppie che lo desiderano ma non possono o non riescono ad averne, coppie che devono affrontare la complessità e il dolore di aborti spontanei, coppie con problemi di salute che pregiudicano la gravidanza … come le facciamo sentire se le bombardiamo di domande simili? Ci rendiamo conto che sono frecce dolorosissime che vanno a conficcarsi nel cuore e nell’anima, ingigantendo sofferenze che sono già grandissime di loro?

La curiosità morbosa verso la vita degli altri cui, purtroppo, ci sta abituando la società porta la nostra mente non solo a voler sapere tutto di tutti ma anche a voler influenzare gli altri con le nostre vedute, le nostre opinioni e il nostro volere; così facendo, però, non solo andiamo a caricare dei pesi o delle sofferenze sulle spalle delle persone, rendendoci antipatici, ma togliendoci l’abbraccio empatico e caritatevole con cui dovremmo sempre cercare di avvolgere il prossimo. Rendiamoci conto che gli stereotipi e le frasi fatte vanno ad inquinare la famiglia, addirittura a cominciare da quando non è ancora formata: sono talmente carichi di connotati negativi che devono proprio convincerci non solo abbandonarli ma a consigliare di fare altrettanto. È più opportuno sorridere piuttosto che fare una domanda invadente, una preghiera che una parola di troppo: piccoli gesti ma che possono davvero migliorare la giornata – e con essa la vita – a tutti coloro che incontriamo, facendoli sentire accolti e non giudicati.

Fabrizia Perrachon

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L’ultima bella notizia

Quando è stata l’ultima bella notizia che hai ricevuto? Una bella notizia è qualcosa che ti toglie un peso dal cuore, che ti allevia da una preoccupazione o una sorpresa che mai ti saresti immaginato.

Un bel voto all’esame, un referto medico che scaccia ogni timore, l’annuncio dell’arrivo di un figlio o un nipote, un lavoro che diviene a tempo indeterminato, l’aver perdonato di cuore un familiare, l’ottenimento di una grazia spirituale tanto anelata…

Se mi metto a pensare, quante belle notizie mi sono state condivise nella mia vita di sacerdote!

Ma mi chiedo: per me il Vangelo è buona notizia? Cioè, anche solo il leggere il brano del Vangelo della domenica mi suscita un effetto analogo a quella bella notizia di cui mi sono ricordato poc’anzi?

Tempo fa girava un video virale su YouTube di un gruppo di cristiani evangelici cinesi nel momento in cui ricevono valige piene di Bibbie. Dopo l’assalto a prenderne ciascuno una copia seguono momenti di commozione per avere tra le mani… la Parola di Dio. Ecco qui una buona notizia che giunge nella mia vita. Il Vangelo odierno arranca proprio con “inizio del vangelo di Gesù”, cioè “inizio della buona notizia di Gesù”.

Per prima cosa si menziona un “inizio”, eco della prima parola di Genesi: «bereshit», cioè l’inizio in senso assoluto. Quindi non si tratta del comincio di qualcosa di ordinario bensì che l’unica vera buona notizia è solo Gesù. Per cui, l’inizio non è tanto in senso cronologico piuttosto significa che Gesù è il pilastro, il fondamento dell’azione di Dio, che dalla creazione arriva fino al compimento, alla pienezza di vita.

Buona notizia è la Sua Persona, l’evento più grande e magnifico che ci poteva capitare. Gesù che in ebraico significa “Dio salva” è la buona notizia. Cosicché Dio viene a salvarmi, Dio in Persona si rende presente a mio fianco ogni giorno per essere la mia salvezza costante. Cari sposi, la presenza di Gesù è multiforme, come ci ricorda bene il Concilio vaticano II:

Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda” (Sacrosanctum Concilium 7).

Quindi se Gesù è presente “nei sacramenti”, Egli, la Buona Notizia fatta Persona è anche in voi sposi. Possa Egli essere detonante di amore, unità, pace, concordia, slancio per voi sposi prima di tutto e per noi che vi osserviamo e aspettiamo di vedere da voi un segno forte che Lui è vivo in mezzo a noi.

ANTONIO E LUISA

Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sull’importanza del battesimo e del matrimonio. È meraviglioso pensare che la nostra unione matrimoniale abbia le sue radici nel sacramento del battesimo. Ogni giorno, il nostro amore si rigenera grazie alla fonte inesauribile dello Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci scambiamo diventa sacro poiché siamo stati battezzati. Quando ci doniamo reciprocamente, è Gesù stesso che ci dona l’uno all’altro. In ogni momento in cui ci doniamo, facciamo esperienza di Dio, poiché il nostro amore non appartiene solo a noi, ma è stato consacrato da Dio attraverso il battesimo e il matrimonio.

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…e che mi aspetto chi lo sa, posto vuoto ce n’è stato ce n’è ce ne sarà ho messo via….

Prima Domenica di Avvento, abbiamo acceso la candela come tradizione liturgica insegna e siamo qui in casa davanti al nostro scatolone con gli addobbi natalizi.

Aprire la scatola quest’anno è stato come fare un tuffo nel passato. Un viaggio nella Delorean come nel film Ritorno al futuro. Ogni addobbo racchiude in sé un ricordo specifico, ci sono le tante decorazioni preparate dai ragazzi del gruppo scout, c’è la prima decorazione – una stella cometa – presa la notte di Natale in una messa in cui Andrea mi parlò per la prima volta di matrimonio. Eh sì, sono entrata in chiesa grazie ad una semplice decorazione che veniva donata a fine messa con abbinata una Parola.

Certe volte, per la fretta del nostro vivere quotidiano, ci dimentichiamo dell’ importanza di queste piccole cose banali ma che scaldano il cuore. Dietro una decorazione c’è sempre anche un volto, ci sono delle mani di bambini, ci sono ragazzi che hanno donato a Gesù il loro tempo per stare accanto a noi senza neanche saperlo.

Già, il tempo. Quante volte si vivono queste piccole attività come un peso, una routine o un compito da fare solo perché me lo dice la catechista? L’Avvento in fondo è quel periodo che ci viene offerto per rallentare, per tornare all’ essenziale di ciò che siamo. Tornare alle nostre origini. Non solo le nostre origini a livello biologico, di dna, ma le nostre origini targate Cielo. Spesso ci si dimentica che siamo fatti di Cielo. E spesso ancora ci dimentichiamo dello squarcio che è stato creato in Cielo grazie a Dio che si è fatto uomo più di 2000 anni fa.

Negli anni passati confesso che per me il Natale è sempre stata una festa abbastanza “pesante”. Pesante perché avevo racchiuso dentro di me il dolore di vedere una culla vuota. La mangiatoia del presepe ogni anno per me era uno strazio. È solamente dallo scorso Natale che mi sono riappacificata con questa festività. Senza Natale anche il matrimonio ne risente. È stato importante dedicare del tempo al discernimento per comprendere il vero significato di quella mangiatoia. Osservare la mangiatoia è stato un cammino sicuramente doloroso ma necessario per fare luce su ciò che veramente procurava il mio vuoto.

La mangiatoia non è solo una culla di legno con del fieno e un lenzuolo che attende un bambino. La mangiatoia è la nostra vita che attende noi stessi, il nostro vegliare per farci luce su tutto ciò che non va e che non abbiamo il coraggio di confessare. Approfittiamo di questo periodo per ritagliarci del tempo per confessarci. Questa è la via da percorrere per preparare la nostra mangiatoia per l’ arrivo di Gesù. Possiamo presenziare a tante messe, a tanti rosari anche via web, ma se non prepariamo il terreno del nostro cuore, Gesù farà sempre fatica ad ancorarsi nella nostra vita.

Buon cammino di Avvento a tutti e a presto.

Vi aspettiamo in parrocchia oppure in onda, ogni primo lunedì del mese alle 12 30, su Radio Maria. Infine vi ricordiamo che potete trovare il nostro libro in tutti gli store online o potete chiederlo direttamente a noi attraverso il nostro profilo Instagram. A presto.

Simona e Andrea

Vale anche col pensiero?

Vale anche col pensiero?

Quando si parla di tradimento, vale pure col pensiero? Questa è la domanda che mi rivolge una lettrice del blog. Siccome mi prega e mi scongiura di non rivelare il suo vero nome, la chiameremo Cunegonda. Sono pronta a scommettere che non conoscete nessuna che si chiami così. Cunegonda è sposata e la sua storia d’amore le sembrava perfettamente normale. Finché non ha scoperto che il marito ha una intensa relazione virtuale con una signorina, attraverso una app di incontri. Lui ha ammesso e minimizzato l’accaduto. Ma lei non trova pace. E chiede a chiunque le capiti a tiro (me compresa) se sia veramente così.

Se sia una cosa da niente. Mica un vero tradimento. Oppure, se l’infedeltà valga anche col pensiero. In linea di principio siamo tutti abbastanza concordi nell’affermare che un tradimento consumato fisicamente sia una ferita grave in un rapporto amoroso. Ci sono matrimoni che si sfasciano, a causa dell’infedeltà. Ma come classificare tutta quella zona grigia, che non è più del tutto innocente, ma non è ancora in flagranza di tradimento? È davvero così irrilevante?

Anche il pensiero ha il suo valore

Se lui mette i cuoricini a tutte le foto in cui l’altra appare ammiccante, sta tradendo la moglie o no? E se lei gli manda foto senza veli? O se entrambi condividono una fantasia compromettente? E’ tradimento anche se poi non succede niente? Il problema è che la virtualità ha innescato tutta una serie di interazioni impossibili nella vita reale. Interazioni che lusingano la vanità, rilasciano l’adrenalina, fanno assaporare il gusto della conquista, ma si fermano a un passo dalla realizzazione concreta di un adulterio. E allora? Questi comportamenti sono da condannare o li dobbiamo assolvere, ascrivendoli alla sfera dei giochi innocui? Nostro Signore, che conosceva il cuore umano, ha pensato bene di sgomberare il campo da ipocrisie:

Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore. Mt 5:27-28.

E quindi sì, vale anche con il pensiero. inutile girarci attorno.

Il tradimento del corpo e quello del cuore

Il tradimento del corpo è più tangibile, più immediato. È innegabile. Ma non è l’unico modo di tradire il coniuge. Né necessariamente il più grave. Esiste una forma di infedeltà altrettanto grave e distruttiva, che avviene anche se il partner non ha una relazione intima al di fuori del matrimonio. C’è un tipo di infedeltà che, addirittura, avviene anche in assenza di un/un’amante. Si tratta del tradimento del cuore. Avviene anche se il coniuge è fisicamente presente e la vita di coppia sembra normale. In questi casi, al di là dell’apparenza, quella persona non è emotivamente fedele. Questo significa che non prova sentimenti profondi o non è coinvolta affettivamente dal rapporto con l’altro.

In questi casi, si crea terreno fertile perché fra marito e moglie si insinui qualcun altro. Una persona estranea che gratifichi questi bisogni emotivi non soddisfatti nel matrimonio. I tradimenti del cuore o del pensiero sono altrettanto gravi e pericolosi di quelli fisici. Anche se potrebbero sembrare meno importanti. In questo vuoto affettivo, si crea spazio per una relazione parallela. È solo questione di tempo: appena le condizioni esterne lo renderanno possibile, ci sarà l’infedeltà. Una relazione affettiva parallela può minare le fondamenta del matrimonio, anche se con l’amante non c’è stato nemmeno un bacio.

Perché tradire col pensiero è grave?

In un matrimonio, ci si giura fedeltà reciproca. Esiste, fra marito e moglie, una sorta di patto di esclusività, che include l’amarsi, ma non solo. Anche l’onorarsi l’un l’altro e l’essere fedeli sempre. Il matrimonio non prevede che si intrattenga con nessun’altra persona un rapporto della profondità e dell’intimità che si ha con il coniuge. Spesso non si considera che, essendo gli sposi una carne sola, tradire l’altro equivale a commettere un gesto di slealtà. Non solo verso la moglie (o il marito) ma nei riguardi di sé stessi, verso l’impegno matrimoniale che si è assunto liberamente. E anche rispetto alle promesse fatte in prima persona. In definitiva si tradiscono i propri valori, oltre che l’altra persona. Questo indispensabile patto di lealtà con sé stessi e con il coniuge viene meno sia che il tradimento si consumi davvero, sia che rimanga allo stadio di pensiero.

Come affrontare la situazione

Alla nostra amica Cunegonda, io consiglierei di capire cosa ci sia dietro al tradimento del marito. Aveva bisogno di conferme? Questa nuova conoscenza ha lusingato il suo amor proprio? O lui sente che qualcosa nel rapporto matrimoniale gli manca, e ha pensato di cercarlo fuori? Se lui minimizza l’accaduto, può darsi che non voglia mettere in discussione il matrimonio. Questo non vuol dire che si debba fare finta che non sia accaduto nulla. Un tradimento, seppure realizzato solo col pensiero, è un segnale d’allarme. Una sorta di spia rossa nel cruscotto della relazione matrimoniale. Richiede comprensione della situazione e del contesto. Comprensione ancora prima del perdono, per fare sì che l’esperienza dolorosa aiuti a capire su cosa lavorare nella coppia, per evitare di tradirsi ancora e lasciarsi.

Anna Porchetti

Come tutto è iniziato: https://annaporchetti.it/2022/10/18/mi-faccio-un-blog/

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Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

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La prima coppia messicana verso gli altari

Cari sposi, finalmente la loro causa è passata a Roma ed è entrata nella fase finale dell’iter previsto per la beatificazione. Sto parlando dei servi di Dio Eugenio Balmori (1900-1946) e Marina Cinta (1909-1988), la prima coppia messicana ad avvicinarsi agli altari.

Eugenio nacque a San Luis Potosí proveniente da una famiglia numerosa e di umili origini. Proprio per questo non poté completare la sua formazione professionale e dovette iniziare a lavorare presso una compagnia petrolifera. Tuttavia, nel frattempo, si spendeva collaborando in parrocchia nonostante il Messico stesse vivendo una sempre maggior persecuzione contro la Chiesa Cattolica, che sfociò infine nella guerra Cristera (1926-1929). A dispetto dei rischi, Eugenio preparava segretamente catechisti, distribuiva la comunione ai malati e ai carcerati, visitava poveri e sacerdoti clandestini. Sebbene non fosse una persona particolarmente colta, partecipò alla difesa della libertà della Chiesa e del popolo scrivendo su questioni politiche, sociali ed economiche. Nel 1932 la sua compagnia petrolifera lo mandò in una nuova sede, a Coatzacoalcos, un porto fiorente sul Golfo del Messico, dove continuò il suo impegno per evangelizzare e catechizzare dato che il culto era ancora ristretto per le conseguenze della persecuzione anticattolica.

Nel 1937 Eugenio sposò Marina Cinta e dal loro matrimonio nacquero cinque figli. Catechista come lui, formarono una famiglia dove regnava l’amore e la serenità e dopo alterne vicende nell’ambito professionale nel 1942 si trasferirono nuovamente a Coatzacoalcos. Anche qui Eugenio mostrò il suo impegno concreto per promuovere la fede spendendosi per la costruzione della nuova parrocchia di S. Giuseppe. Ma il 12 maggio 1946 fu coinvolto in un incidente stradale e vi trovò la morte. Fu sepolto nella chiesa da lui costruita e che oggi è divenuta cattedrale della diocesi.

Una volta che Marina rimase vedova, iniziò a lavorare in una fabbrica per mantenere i figli, ai quali diede una solida formazione umana e cristiana e con grandi sforzi riuscì ad ottenere per loro borse di studio in scuole cattoliche. Con il loro esempio, sbocciò una vocazione sacerdotale in famiglia e così nel 1970 lei accompagnò il figlio Roberto a Roma per l’ordinazione sacerdotale. Anni dopo P. Roberto divenne vescovo e oggi può testimoniare la santità dei genitori: “I miei genitori furono una coppia che visse in mezzo a un clima di persecuzione religiosa, di sacerdoti perseguitati. Ciononostante, essi si adoperarono sempre affinché la fede fosse mantenuta viva in mezzo alle famiglie della città, insegnando loro il catechismo”.

Ecco ancora una volta una coppia che incarna la semplicità e autenticità nell’amore e nella fede e ci insegna che la pienezza del matrimonio è possibile, anche in mezzo a difficoltà oggettive e non richiede particolari doti umane ed intellettuali. Hanno detto sì a Gesù moltiplicando i talenti ricevuti e sono stati faro per tante altre persone e pietre vive nella Chiesa. Eugenio e Marina sono un’ulteriore conferma che il Signore chiama anche voi sposi a crescere come coppia e a mettere Gesù al centro del vostro amore.

Padre Luca Frontali