O come ordinarietà

L’ordinarietà è il banco di prova. Tante coppie saltano sull’ordinarietà. Ho incontrato alcuni giorni fa una mia vecchia amica che non vedevo da tempo. Facendo due chiacchiere scopro che Federica è in grossa crisi con il marito.  Questa amica  è sposata da alcuni anni con un collega di lavoro. Matrimonio maturo, entrambi ultraquarantenni. Confidandosi con me, ha manifestato tutta la sua delusione e sofferenza. Il matrimonio si è trasformato presto in un incubo.  Stavano così bene insieme, viaggi, interessi comuni, musica, concerti, mostre e musei. Città d’arte e mare. Insomma nello straordinario si trovavano benissimo. Il matrimonio non è questo però. Il matrimonio è vita comune, vita di ogni giorno. Il matrimonio sono le paturnie di una moglie, sono i pigiamoni di flanella, i bambini che stanno male la notte, il marito che lascia il dentifricio aperto e i calzini in giro. Il matrimonio sono le corse la mattina per arrivare in ufficio in tempo alle otto dopo aver litigato già da un’ora con i figli per farli alzare, mangiare, vestirsi e saltare in macchina per andare a scuola. Il matrimonio è questo e tanto altro.

A questo proposito il  nostro parroco nel Natale 2016 si è “inventato” un’altra splendida omelia che voglio riprendere. Una di quelle che ti fanno riflettere e che anche dopo mesi ti restano in testa. Me la sono segnata non a caso. Ha tratto spunto dal fatto che dopo il tempo del Natale ricomincia quello ordinario. Si torna alla casula verde. Il tempo ordinario, un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo in cui si attende che arrivi la vita, perchè quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta  che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria.  C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama Weekenddegli 883. Una canzone degli anni 90,  di quando ero ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione. Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione adulterina,ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perchè Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perchè lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Anche nell’ordinario è poi possibile trovare momenti di straordinaria bellezza, momenti che diventano nutrimento per la persona e per la coppia. Ridevo con Luisa pensando come tanti desiderino viaggi esotici per evadere. A noi basta un caffè insieme per sentirci in paradiso. Vi riporto un mio vecchio articolo.

La famiglia numerosa non insegna solo ad amare, insegna ad apprezzare il tempo. Il momento della settimana più bello per noi è il mercoledì mattina. Mercoledì iniziamo entrambi a lavorare più tardi e abbiamo mezz’ora tutta per noi. Una volta accompagnati i bambini a scuola alle 7.30, ne approfitto per accompagnare la mia sposa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e che debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ti senti coppia, senti  che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa metà. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. Non era così prima. Da fidanzati e novelli sposi avevamo tantissimo tempo per noi e per quanto fosse bello non lo era così tanto. Il matrimonio in questo è strano, almeno per chi ha una famiglia numerosa. L’unione diventa sempre più profonda e feconda. Aumenta il numero di figli, anno dopo anno. Di conseguenza aumentano gli impegni e rischi di perderti di vista. Abbiamo capito col tempo che il rapporto va curato, che c’è bisogno di tempo per la coppia. Tempo che non viene tolto alla famiglia ma che diventa fecondo anche per la famiglia. Alla fine basta poco, basta una colazione alla settimana per ritrovarsi coppia e rivedere specchiato negli occhi dell’altro quell’amore che dà senso e sapore a tutto il resto.

Antonio e Luisa

 

N come natura

Non dobbiamo dimenticare che il matrimonio, prima che essere un sacramento e un mezzo di salvezza e di redenzione che Cristo ci ha donato, è un’esigenza del cuore. E’ la nostra natura umana che desidera ardentemente un amore con le caratteristiche dell’unione sponsale. Un amore vissuto nel dono totale, tenero e incondizionato verso un’altra persona diversa e complementare. Un amore che desidera farsi vita e farsi fecondo. Un amore che chiede di dare tutto e aprirsi ad un’alterità in un incontro intimo e che non sottragga nulla, ma che chieda di darci completamente, in anima e corpo. Che ci chieda di saper non solo dare, ma anche accogliere il dono dell’altra persona. Solo così in un amore fedele e per sempre possiamo nutrire il nostro cuore in una relazione non solo sociale, ma anche sessuale.  Noi spesso dimentichiamo che l’uomo è il vertice del creato. Siamo attentissimi a non sprecare l’acqua, a raccogliere in modo differenziato i rifiuti per favorire il riciclo, ai gas serra e ai cambiamenti climatici, all’inquinamento dei mari e degli ecosistemi. Bellissimo!! Perchè non vedo la stessa attenzione per la salvaguardia dell’uomo e della sua natura? Questo concetto è ripreso da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato sii. Verità approfondita  anche  dal papa emerito Benedetto XVI nel discorso al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

Cercherò ora di concretizzare questo concetto con un piccolo aneddoto personale.

Oggi sono andato a correre, ci vado spesso, ogni volta che posso, un po’ perché ho passato i  quaranta e sono nel periodo di crisi che ogni uomo vive quando realizza di non essere più tanto giovane, ma anche perché correre in mezzo alla natura è bellissimo. L’ordine perfetto del creato che mi circonda mi parla di Dio, la sua opera mi mostra quanto è infinitamente grande e che anche io sono parte quell’idea perfetta della Sua fantasia, anzi sono il vertice di quella creazione. Oggi, mentre correvo, come spesso mi capita di fare, ho riflettuto sulla mia vita. Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio all’altro, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

La Chiesa ha spesso rinunciato a dire queste cose, il mio parroco, a cui voglio bene e stimo tantissimo, dice che la Chiesa in camera da letto non ci deve entrare e che bisogna avere pudore, ma ci sono tantissime persone che per questo soffrono e si dividono. Sta a noi famiglie cristiane testimoniare la bellezza di una scelta d’amore radicale, la bellezza della castità che permette di vivere un amore pieno basato sul dono di sè e non sulla menzogna dell’egoismo.

Antonio e Luisa.

M come morire

Brutta questa. Cosa c’entra la morte con il matrimonio che è amore e vita? C’entra tantissimo. Solo morendo a me stesso posso aprirmi al matrimonio in modo pieno ed autentico. Cosa significa? Ci sono tre distinte morti che devo riuscire a portare a termine.

Devo uccidere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Antonio e Luisa

M come meraviglia

Pensate al tempo del Natale. Tempo che ci chiede di guardare con meraviglia un Dio che nasce. Un bambino come tanti, indifeso e fragile. Un bambino che è il salvatore del mondo e della mia vita. Non tutti riescono a meravigliarsi di questa nascita così eccezionale nella sua normalità. Bisogna avere uno sguardo puro, purificato ed educato ad andare oltre le apparenze. Lo stesso sguardo di cui abbiamo bisogno per guardare la nostra sposa nella sua bellezza profonda. Per poter percepire nel suo corpo trasfigurato la bellezza dell’amore dolce e tenero. Vedere l’amore concretizzato nel suo atteggiamento, nei suoi lineamenti, nelle sue espressioni, nei suoi sguardi e nei suoi sorrisi. Questo mi permette di guardare ogni giorno meravigliato la mia sposa, di gustarla e di contemplarla. Sembra impossibile eppure è così. Non è roba da film romantici, è quello che ti regala il matrimonio, se lo vivi in modo pieno ed autentico. Ma non è da tutti. Serve uno sguardo limpido, puro e senza segreti. Lo sguardo non è sempre capace di vedere oltre le prime rughe, oltre il corpo non più giovane e un po’ provato  da quattro gravidanze. Lo sguardo va nutrito; va nutrito di tenerezza, di amore, di attenzioni e della Grazia di Dio. Non si può pretendere di vedere oltre le apparenze, di andare in profondità della persona se nutro il mio sguardo di robaccia, di pornografia o anche soltanto di giovani donne che mostrano i loro corpi perfetti e sensuali in televisione o su internet. Il mio sguardo si inquina, comincia a riempirsi di cupidigia ed egoismo. Basta ascoltare i discorsi tra uomini dopo una partita di calcetto o alla pausa pranzo del lavoro. A me capita spesso di ascoltarli. Provo tristezza. Discorsi che parlano di donne come se fossero pezzi di carne. Discorsi di non più ragazzini, ma padri di famiglia e persone serie. Discorsi che evidenziano uno sguardo non puro sulla donna. Se mi nutro di questo e come se mettessi un filtro tra me e lei. Divento incapace di vederla in tutta la sua vera bellezza, comincerò a fare paragoni, a vedere tutti i limiti fisici di una donna che non potrà mai competere nella fisicità con quelle donne provocanti e impossibili. Inizierò a pensare di meritare qualcosa di più di un corpo non più nel suo splendore fisico. E’ l’inizio della fine. Non sarò più capace di guardarla con quegli occhi pieni di desiderio che tanto le danno forza e consapevolezza della sua preziosità. Lo dico non come un moralista fuori dal mondo, ma come un peccatore che sa quello di cui parla.

La mia sposa ha bisogno di sentirsi bella e desiderata, e io con il mio sguardo posso darle questa certezza o posso distruggerla. Anche questo è amare.

Antonio e Luisa

L come liturgia (2 parte)

Dopo l’atto penitenziale e la proclamazione della Parola mi piace approfondire la recita del Credo. Il Credo sono le verità della nostra fede. Il Credo spesso si riduce nel recitare a memoria una formula fatta di parole che ripetiamo senza metterci nè cuore nè testa. Quelle parole andrebbero invece decantate nel cuore dopo averle ascoltate con la testa, la nostra ragione e il nostro pensiero. Così il Credo diventa qualcosa di bello. Quanti si sono fermati a riflettere un po’ su questo simbolo. Perchè lo chiamo simbolo? Ho trovato una risposta molto interessante su un libretto che ho acquistato dalle Paoline per curiosità. Si intitola “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”. Gli autori affermano che il Credo è un simbolo perchè mette assieme la chiamata di Dio, il suo amore per noi, e la risposta della Chiesa, il nostro amore per Lui. Simbolo deriva infatti dal greco “symballein” che significa far aderire due elementi diversi, in questo caso la misericordia di Dio con la fede della sua Chiesa.

Anche gli sposi nella loro liturgia d’amore hanno bisogno di dirsi il loro credo. Hanno bisogno di accogliere e donare la vicendevole dichiarazione d’amore. Gli sposi per questo non usano le parole. Meglio dire non usano solo le parole. E’ bellissimo sentirsi dire ti amo dal proprio sposo o sposa. E’ bellissimo se le parole sono sostenute dalle azioni. Quel ti amo, quel credo che gli sposi si dicono nella loro liturgia d’amore sa di autentico e di  vero solo se sostenuto e sostanziato dalla corte continua. La corte continua è il Credo degli sposi. Ogni tenerezza, servizio, parola di incoraggiamento, gesto di cura, consolazione, sguardo che rafforza, regalo, momento speciale e ogni altra azione, ogni altro gesto e ogni altra parola che mettono l’altro/a al centro, che decentrano su di lei/su di lui il nostro sguardo è un modo per riempire di verità e di pienezza la nostra liturgia sacra, la nostra intimità e riattualizzazione del sacramento.

Diceva il nostro padre spirituale che l’amplesso fisico può essere il più alto gesto d’amore sensibile come il più squallido modo di usare una persona. L’amplesso fisico svuotato del suo significato diventa pura ricerca di piacere. La lussuria è questo. E’ prendere questo gesto bellissimo che dovrebbe permetterci di essere pienamente umani e capaci di donarci e di accoglierci nella verità, e distruggerlo. Distruggerlo cosificando l’altro/a, trasformandolo/a in un oggetto che ci serve per soddisfare le nostre pulsioni e fantasie.

Solo ora dopo che abbiamo preparato il cuore ad accogliere il sacrificio di Cristo possiamo celebrare la liturgia eucaristica. Solo dopo aver ammesso le nostre fragilità e peccati con l’atto penitenziale, solo dopo aver ascoltato la Parola che ci ha introdotto nell’intimità con Gesù e solo dopo aver fatto memoria della nostra fede e dell’amore che ci lega con Dio attraverso il Credo, solo dopo tutto questo possiamo pensare di accogliere Gesù nel cuore e di capire qualcosa di quel sacrificio che viene rinnovato sull’altare.

Per questo la Messa può aiutarci a capire il nostro sacramento del matrimonio che ha una sua liturgia ed ha bisogno anch’esso di essere preparato e accolto nel cuore.

Noi sposi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo. Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante.

La nostra liturgia sacra è meravigliosa. Deve essere però preparata bene. Ci serve l’atto penitenziale per riconoscere l’altro come un dono grande, riconoscere le nostre fragilità per poter accogliere le sue, riconoscerci piccoli per poterlo/a amare. Serve poi la liturgia della Parola. Gli sposi devono parlare costantemente, in ogni momento possibile, il linguaggio dell’amore fatto di carezze, parole, gesti, azioni che nutrono il rapporto e preparano il cuore all’unione dei corpi, aumentando sempre più il desiderio di essere uno e di rispondere con tutto se stessi a quell’amore così grande ricevuto dall’altro/a. Infine serve il Credo per fare memoria di tutti quei momenti che ci hanno riempito il cuore di tenerezza e di cura l’uno per l’altro/a. Dirsi un ti amo che si vive nella vita di tutti i giorni concretizzato in uno sguardo sempre decentrato verso lui/lei. Solo così l’amplesso fisico può essere davvero il culmine, il punto più alto di una liturgia sacra e non un misero piacere di pochi secondi che non lascia nulla, se non un desiderio profondo non soddisfatto che non ci può dare pace e gioia.

Antonio e Luisa

L come liturgia

L come liturgia. Il matrimonio è un sacramento che si fonda su una liturgia, come ogni altro sacramento. Liturgia che trasforma dei gesti naturali ed umani in qualcosa di sacro, cioè di Dio, che appartiene a Dio. Il sacramento del matrimonio è fondato su due momenti distinti ma legati e imprescindibili. Non si può fare a meno di uno dei due. Senza non c’è sacramento, non c’è matrimonio. Serve lo scambio delle promesse che unisce i cuori dei due sposi. Momento che avviene in chiesa durante la celebrazione. Non basta, Serve l’unione dei corpi. Nell’amplesso fisico i corpi dei due sposi diventano uno, immagine di quell’unione dei cuori celebrata in chiesa. In quel momento avviene l’effusione dello Spirito Santo, non prima. In quel momento il matrimonio è sigillato per sempre e nessuno potrà più dividere ciò che Dio ha unito. Da quel momento ogni nuova unione intima tra gli sposi diviene rinnovazione e riattualizzazione del matrimonio come l’Eucarestia è rinnovazione e riattualizzazione della morte e passione di Cristo. In ogni messa Gesù non muore un’altra volta, ma in modo misterioso viene reso reale e presente nella storia quanto accaduto duemila anni fa. Così nel matrimonio. In ogni amplesso fisico non ci sposiamo un’altra volta, ma rinnoviamo il nostro sacramento nella nostra storia coniugale.

La Santa Messa è costituita di alcune parti, alcuni momenti imprescindibili. Senza questi momenti non sarebbe una vera celebrazione liturgica. Ne prenderemo in considerazione alcuni. Ho bisogno di fare una premessa. Tante volte ho scritto che nel matrimonio si trasforma il modo con cui Gesù vuole essere amato. Non più direttamente ma con la mediazione del coniuge. Vuole essere amato prioritariamente nel nostro sposo e nella nostra sposa. Non amarlo così rende vano qualsiasi altro gesto di devozione o di preghiera perché ipocrita ed incoerente.

ATTO PENITENZIALE

Avviene subito dopo l’inizio. Dopo il segno della croce. Quello che piace tanto ai miei figli da quando erano piccoli perché si battevano la mano sul cuore. Con l’atto penitenziale ci si riconosce peccatori ed indegni di ciò che stiamo andando a celebrare. La Messa e nel caso degli sposi l’intimità

Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli,
che ho molto peccato
in pensieri, parole, opere e omissioni,
per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
E supplico la beata sempre vergine Maria,
gli angeli, i santi e voi, fratelli,
di pregare per me il Signore Dio nostro.

Nel nostro matrimonio è indispensabile fare la stessa cosa, avere lo stesso atteggiamento verso il nostro coniuge. Molti hanno questa idea che nasce dalla superbia e che in modo nascosto e subdolo influenza la nostra relazione. Questa idea di essere bravi e che il nostro amato/la nostra amata sia fortunato/a ad averci sposato. Pensiamo di poter pretendere e rivendicare perché noi facciamo tanto per lui/lei, molto di più di quello che riceviamo. Non è questo l’atteggiamento giusto. Dobbiamo riconoscerci in debito e ringraziare Dio di aver quel marito o quella moglie. Essere riconoscenti. Ricordarci di tutte le nostre omissioni, parole che hanno ferito, azioni, pensieri e gesti poco misericordiosi. Quando non abbiamo accolto l’altro/a. E nonostante ciò lui/lei è qui con noi per donarsi totalmente nel corpo per esprimere il suo incondizionato amore oblativo. L’agape che si fa eros e l’eros che esprime l’agape. Che bello!  E anche quando oggettivamente facciamo di più, tiriamo avanti la carretta e la relazione, ricordiamoci che Dio vuole essere amato in lui/lei e che Dio ha fatto per noi infinitamente di più di quanto noi stiamo restituendogli attraverso il servizio e la cura al nostro sposo/nostra sposa.

Dopo l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta, ci introduciamo nel primo momento forte, decisivo e costitutivo della celebrazione: La liturgia della Parola.

La Parola legata al sacrificio di Cristo in modo fortissimo come solo il fuoco dello Spirito può fare. La Parola cosa è? E’ una storiella, il racconto delle opere di Gesù o del popolo d’Israele? No! La Parola è molto di più. La Parola è uno dei modi in cui Dio si manifesta. Sentivo giusto ieri un sacerdote paolino che definiva la Parola il volto di Cristo. Nella Parola incontriamo Gesù, diventiamo intimi con lui, viviamo quella relazione sponsale a cui tutti noi siamo chiamati. Lui è lo sposo di ognuno di noi (si anche per noi uomini). E’ bello sottolineare come nella liturgia ci sia spazio anche per una lettura dell’antico testamento. Questo per dirci che non basta conoscere le opere di Cristo ma per conoscerlo davvero dobbiamo comprendere da dove viene, la sua storia e la storia del suo popolo che è una bellissima storia di una sposa infedele sempre perdonata dallo sposo misericordioso e buono. Senza la liturgia della Parola perderebbe di valore anche la liturgia eucaristica. Il sacrificio di Cristo è un gesto di amore altissimo, ma che resterebbe lettera morta se non ci fosse una risposta da parte dell’amata, la Chiesa, noi tutti. L’amore per Cristo lo nutriamo con la Parola.

Il matrimonio è la stessa cosa. Esattamente lo stesso. Non si può vivere l’unione dei corpi senza una profonda unione dei cuori. Sarebbe un gesto vuoto e falso. Un egoismo travestito d’amore. La parola tra gli sposi è incontro, è conoscenza, è condivisione, è carezza, è calore, è sostegno, è correzione, è lamento, è aprirsi all’altro/a. La parola è via privilegiata per mostrarsi, per raccontarsi, per confrontarsi e per conoscersi. Gli sposi per vivere una liturgia sacra del loro matrimonio autentica hanno bisogno di una vita fatta di parola. Parola verbale ma anche e soprattutto parola non verbale. Baci, abbracci, tenerezza, carezze, sguardi, cura, servizio. Solo così ci si prepara all’unione dei corpi, al nostro dono totale l’uno per l’altra. Il nostro sacrificio, la nostra offerta d’amore all’altro. Esattamente come Gesù ha fatto sulla croce. Si è donato tutto per noi, per la sua sposa. Così dobbiamo fare noi.  Solo dopo che la parola ci ha reso un solo cuore saremo pronti ad essere una sola carne.

Antonio e Luisa

La bellezza della quotidianità

Tutto va sempre, o quasi, nello stesso modo. Solita colazione, solito buongiorno, problemi da risolvere e scelte da compiere. A tratti questo “solito” rischia di trasformarsi in banale e scontato. E qui compiamo uno dei più grandi errori: la tranquillità non si acquista con gli sconti e nemmeno a prezzo pieno. La tranquillità si conquista giorno per giorno ed in questa tela tessuta piano piano, così silenziosamente e, all’apparenza, anonimamente, si cela la più grande Bellezza che possiamo desiderare.

“Cercare e trovare Dio in tutte le cose”

A darci questa bellissima lezione di vita è proprio oggi Sant’Ignazio di Loyola.       Perché pensiamo che la felicità e il bello siano sempre altrove, lontano da noi, da andare a cercare e forse inseguire? Perché spesso avvertiamo un senso di insoddisfazione per una briciola che non abbiamo e non proviamo felicità per tutta la pagnotta che portiamo in tavola? Ci sentiamo mancanti, abbiamo bisogno di qualcosa che ci riempia. Ma e lì. Anzi, è qui. Sempre. Nelle persone, nei luoghi e nelle azioni di ogni giorno. Qui per noi.

Imparare a riconoscerlo

Ed allora piovono interrogativi a cascata. Come faccio a riconoscerlo? Se passa dalla mia vita e non me ne accorgo spreco un’occasione. Dio è nel quotidiano, nei minuti e nei secondi dell’intera giornata e l’occasione è la nostra intera esistenza. Come può non essere bella la quotidianità se c’è Dio accanto a me. Ed allora come faccio a non sorridere davanti al solito caffè del mattino, come non posso stringere ancora più forte il mio compagno di vita per il primo abbraccio se ho la consapevolezza nel cuore che c’è Dio tra noi. Come posso non incantarmi davanti alla tenerezza del risveglio di mio figlio, come posso arrendermi davanti alle difficoltà se anche in quel momento Dio è con me?

La famiglia è per Lui un’oasi, un luogo di ristoro del corpo e dell’anima, uno dei suoi più grandi capolavori! Il tocco e l’abbraccio di Dio all’umanità. La bellezza è proprio qui e ora.

 

C come comunione

Con la lettera C potrei scrivere tantissime riflessioni. Ci sono moltissime parole chiave. Comunione, castità, carezze, comunità, compassione, condivisione, complicità e tante altre. Molte di queste le ho già trattate in altre riflessioni. Oggi mi soffermo su due: la comunione e la castità. Comunione perchè spesso è una parola sottovalutata nella coppia e incompresa nel suo reale significato. Castità perchè, seppur ne ho trattato diverse volte, è spesso associata ad una condizione prematrimoniale e a sentimenti negativi di frustrazione e divieto. Nulla di più sbagliato.

Comunione: non è semplice generosità.

Il matrimonio è una relazione privilegiata per maturare e crescere nella nostra chiamata all’amore. E’ la nostra vocazione. Dobbiamo essere capaci di diventare una comunione d’amore. Cosa significa? Voglio dire che non basta che io sia generoso con la mia sposa. Per quello è sufficiente il mio tempo, il mio fare, il mio dare. Non mi richiede un’apertura totale all’altro/a. E’ sempre qualcosa di unidirezionale. Qualcosa che non implica una mia apertura completa, un mio essere disarmato ed inerme. No, è qualcosa che al contrario può rendere l’altro/a dipendente e in posizione subordinata nei miei confronti. Il cosiddetto tappetino, che ha paura di perdere il suo sostegno. Qualcosa che nutre la vanagloria e l’ego e il possesso, non è amore. Non a caso questo pericolo coinvolge maggiormente l’uomo. L’uomo è portato a possedere. Ce lo dice il nostro corpo, come siamo fatti. La donna è naturalmente propensa ad accogliere, anche nel rapporto fisico. La donna accoglie dentro di sè un’alterità. Molto più impegnativo e coinvolgente l’intera persona e richiede tanta fiducia nell’altro.

La comunione è tutta un’altra cosa. Implica che si instauri una relazione profonda, alla pari. Significa essere pronti ad ammettere di aver bisogno dell’altro, di un donarsi e riceversi vicendevole che entra nelle profondità della nostra umanità. Significa sapersi riconoscere feriti e poveri. Entrare in comunione significa far cadere le barriere e le maschere, compresa quella della generosità, e significa mostrarsi così come si è. Per me non è stata una consapevolezza immediata. Ci sono voluti anni per essere capace di farlo fino in fondo. Mi è costato l’impegno di superare blocchi e di rompere i legacci. Oggi è però meraviglioso, va sempre meglio. Una libertà di amare, di accogliere, di ricevere, di dare e di incontrare la mia sposa che è pienezza. La comunione è aprire il cuore senza paura di giudizio e con la volontà di essere uno. Non è così, forse, anche la comunione che noi viviamo con Cristo nell’Eucarestia?  Con Gesù c’è solo la mia povertà. Lui è la pienezza, ma la mia predisposizione deve essere la medesima. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio”:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. E’ più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati.

scrive ancora:

E’ richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi.(…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.”

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Nel prossimo articolo approfondiremo la castità.

Antonio e Luisa

I come imperfezione

Imperfezione. La consapevolezza della nostra imperfezione non è un limite, ma un’occasione. Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

I come intimità e interezza

Con la lettera I farò una sola riflessione, ma che tocca due parole tra loro complementari. Intimità e interezza. Cercherò di spiegare come al contrario del sentire comune l’intimità fisica sia molto più ricca e bella dopo anni di matrimonio spesi in una relazione fedele e autentica rispetto a ciò che si può sperimentare all’inizio di una relazione o peggio ancora in incontri occasionali.

Per uno sposo non c’è nulla di più bello e meraviglioso della sua sposa. Non parlo di mistica, ma di ciccia, di carne. Parlo naturalmente di ciò che posso vedere e toccare. Di ciò che è tangibile. Non c’è nulla che mi riempia maggiormente lo sguardo del corpo della mia sposa, trasfigurato dall’amore che ci unisce e che traspare dal suo sguardo. Un corpo di una bellezza che solo io posso percepire in modo così profondo e pieno. Gli anni passano, la bellezza dovrebbe sfiorire, ed è così, oggettivamente è così. I capelli iniziano a imbiancarsi, le rughette sul viso si vedono, cinque gravidanze hanno lasciato qualche segno sul corpo. Eppure è sempre più bella. Non me lo spiego, ma è così. La mia sposa mi appare ogni giorno più bella. Una meravigliosa amalgama di femminilità, dolcezza, tenerezza e accoglienza. Padre Raimondo ce l’aveva detto: Ricordate ragazzi che esistono due tipi di bellezza, quella oggettiva che vedono tutti e quella soggettiva che è solo vostra e dipenderà da come vi siete amati, da come avete perfezionato il vostro rapporto e dalla tenerezza e cura che vi siete riservati l’uno per l’altra.

Non ci credevo fino in fondo, ma mi sono fidato. Ora posso dire che è proprio così. Sono quindici anni che siamo sposati e ogni volta che torno a casa dopo una giornata fuori e  trovo Luisa, vivo sempre la stessa sensazione di meraviglia. Quella bellezza soggettiva che riempie i miei occhi è fatta di tante cose, è fatta di ricordi, di fedeltà, di attenzioni, di perdono, di momenti speciali, di carezze, di abbracci, di baci, di amplessi, di momenti difficili, di gioia, di unità, di pianti, di dialogo, di ascolto, di unione e intimità. Quando guardo la mia sposa vedo tutto questo in lei, una bellezza trasfigurata dall’amore fedele ed esclusivo di tanti anni di matrimonio e di vita comune.

Per spiegarmi meglio mi faccio aiutare dal Cantico dei Cantici, poema profondissimo della Bibbia dove si canta l’amore concreto, erotico degli sposi.

8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Per concludere e rafforzare questa mia riflessione vi racconto un fatto vero, documentato. Accaduto non molti anni fa. Esattamente nel 2011 in Australia. All’epoca aveva suscitato grande clamore.

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai. Questa è la bellezza soggettiva di cui tanto ho cercato di parlare. Bellezza che tutti possiamo sperimentare e vivere a condizione di dare tutto in una relazione fedele e per sempre.

Antonio e Luisa

H come Habitus

Trovare una parola con la lettera H non è stato facile. Ancora più arduo trovare una parola che avesse un significato profondo e fosse luce per noi sposi. Ho trovato Habitus.

Habitus, nella lingua latina, può indicare il modo di vestirsi e abbigliarsi. E’ molto più di questo. Indica un modo di essere, indica il carattere, l’atteggiamento, lo spirito e la disposizione d’animo.

Qualcosa di molto più profondo ed importante di un semplice abito da indossare, ma l’abito che rappresenta ciò che siamo e che vogliamo essere.

Arriviamo così alla riflessione che questo termine latino mi ha provocato. In realtà è una riflessione di alcuni mesi fa e già pubblicata, ma è perfetta per entrare nella realtà sponsale che voglio approfondire con questa parola chiave.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te.

Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

G come grazie e grazia

In realtà questa seconda riflessione sulla lettera G riguarda due parole e non una. Due parole simili, ma con significati in un certo senso inversi e legati tra loro. Grazia e grazie. La Grazia è il dono assolutamente gratuito di Dio. E’ effusione di Spirito Santo. Grazie è, al contrario,  la nostra accoglienza e riconoscenza per il dono ricevuto. Riconoscenza verso Dio e verso il nostro coniuge.

Sentiamo sempre dire che il nostro amore è profezia dell’amore di Dio. E’ immagine dell’amore di Dio Trinità in se stesso e dell’amore di Gesù sposo per la Chiesa sua sposa.

Eppure qualcosa non ci torna. Come è possibile che delle creature finite, fragili e imperfette, come ci sentiamo di essere, possano esprimere un amore così grande?

E’ il mistero di questo sacramento che la Chiesa chiama sacramentum magnum , dove uno più uno non fa due, ma tre.

Gesù viene ad abitare la nostra unione come persona viva e presente in ogni istante della nostra vita, tanto da far inginocchiare un vescovo davanti a due sposi. Si, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi quando guidava la diocesi di Brescia si è inginocchiato davanti a due sposi come si fa davanti all’Eucarestia.

Il matrimonio è come il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Noi arriviamo e doniamo ciò che abbiamo, i nostri pochi pani e pesci, la nostra limitata capacità di farci dono e amore e Lui moltiplica tutto, due, tre , cinque, dieci, cento volte, rendendoci capaci di amare come Lui.

Così ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di essere capaci di sopportare situazioni che prima non avremmo mai sopportato, di spenderci come non avremmo mai pensato di riuscire a fare.

Mi torna in mente una riflessione di Chiara Corbella, che si può leggere nel libro a lei dedicato  Siamo nati e non moriremo mai più. Chiara, già malata, incontrando una sua cara amica, le confessa che sta facendo fatica. Non cerca più di capire perchè c’è da impazzire, ma si fida con abbandono del suo Dio. Poi, concludendo, dice che quello che sopporta in quel momento non sarebbe riuscita a farlo 10 giorni prima e conclude che la Grazia di Dio cambia tutto. Bisogna chiedere a Dio la grazia di vivere la Grazia.

La Grazia cambia i nostri cuori, la nostra unione e la nostra vita. Dio ci offre la Grazia. Noi possiamo accoglierla con il nostro grazie.

Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro come prezioso e unico. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Grazia e grazie due parole che non possono mancare nella modalità di amare che cerchiamo di costruire nella nostra unione.

Antonio e Luisa

G come gioia

Con questa lettera le parole guida della nostra relazione sono tantissime. Il mio matrimonio può essere taggato con gioia, gratuità, gratitudine e, naturalmente, Grazia. Con questo articolo approfondirò le prime tre parole. Per farlo ho deciso di condividere una riflessione di alcuni mesi fa della bravissima Cristina Righi.

C’è più gioia nel dare o nel ricevere?

Non a caso questa domanda è a trabocchetto perché, la prima risposta che daremmo, forse, è che la nostra gioia si esprime nel dare.

Si, è vero, molti di noi sono generosissimi e donano largamente ma, sotto sotto, in fondo in fondo, non perfettamente animati da una totale gratuità.

Paradossalmente però, la difficoltà maggiore, la prova non tanto chi dona (seppur desideroso di essere ringraziato sempre e comunque) ma chi riceve, nel senso che è difficile ricevere gratuitamente senza sentirsi in debito.

Insomma, l’essere umano come la fa la sbaglia.

Eh si perché, a causa del famigerato peccato originale, che ha reso ognuno  suscettibile di tanti sentimenti, per  noi uomini e noi donne, qualunque gesto compiamo, ricade sotto la legge della carne che, se non totalmente abbinata a quella dello Spirito, ci farà sentire sempre debitori o creditori.

C’è un luogo privilegiato dove tutto questo è risolvibile o meglio, dove esiste un’opportunità perché il dare e il ricevere acquisisca il sapore della gratuità.

Questo luogo è il sacramento del matrimonio.

Quale miglior palestra se non quella di due coniugi che, per scelta si uniscono per diventare Uno e dove non esisterà più il tutto mio, il tutto tuo, il nascondimento, la pretesa di essere, la pretesa del fare, la forma piuttosto della sostanza e tanto altro?

Esatto, perché, nel matrimonio, gratuitamente do  e gratuitamente ricevo.

Non ho bisogno di facciata quando dono qualcosa di mio al coniuge perché da lui non mi aspetto altro che renderlo felice. Ovviamente il suo grazie mi riempirà ancor di più ma l’intento primordiale sarà solo ed esclusivamente quello di  dare felicità e gioia all’altro senza pretendere nulla in cambio.

Ahimè se così non fosse!!

Vorrebbe dire che un bip bip rosso si sta accendendo per allarmare la mia non corretta relazione sponsale.

Semmai dovessi agire aspettando che l’altro faccia o dica in base a ciò che ho fatto e detto io qualcosa non funzionerà come dovrebbe e, in men che non si dica, arriverà la crisi.

A cosa serve allora mettere al centro Cristo il giorno in cui, innamorati e cotti, ci siamo detti il nostro si?

Serve a ricordare la logica del dono, del dare e del ricevere.

Il matrimonio, in quanto sacramento, non dimenticherà mai la presenza costante e quotidiana di colui, Gesù Cristo, il quale unico è stato capace di donarsi, dando la vita, non tanto per i suoi amici ma soprattutto e addirittura per i suoi nemici. Che grande aiuto è per noi questo!

Lui ha donato e basta perché fossimo salvi….ti pare poco?

Ecco dove poter attingere ed allenarsi per imparare la gioia nel dare:

 

IL SIGNORE AMA CHI DONA CON GIOIA (2 Cor 9,7)

 

Fratello e sorella che doni con gioia non sai quanto riceverai in cambio senza desiderare il contraccambio. L’altro, che avrà saggiato la bellezza di ogni tuo gesto d’amore si sentirà in dovere di ripagarti con altrettanta gioia e tu, sorella mia, non dirai mai più «lui non fa questo, lui non fa quello» perché lo avrai così riempito dei doni da te elargiti che non accamperà più obiezioni a renderti felice. E lo troverai a fare ciò di cui potrai sorprenderti.

Sai però  perché ti viene da obiettare? Perché, forse,  tu per prima, non doni con gioia!

Coraggio, fai questa prova, anche laddove sei ferito, tradito, deluso, abbattuto…

Dona con gioia, indipendentemente da cosa troverai, perché un giorno, il Cristo che hai chiamato al centro della tua esistenza, l’ha fatto Lui  per primo e ha dovuto persino dire:

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. (Lc 23, 34-35)

 Questo lo ha detto mentre donava tutto se stesso, ma tu ed io abbiamo Lui per fare esattamente la stessa cosa.

F come fedeltà

Come anticipato nel precedente articolo, la seconda parola chiave è fedeltà. Ma quale significato ha questa parola per un cristiano. Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Antonio e Luisa

F come follia

Con la lettera F non ho dubbi. Le parole chiave sono due: fedeltà e follia.

Sicuramente follia è la meno scontata delle due. Il matrimonio è una vera. follia. Un amore come quello matrimoniale è completamente da folli. Sposarsi è da supereroi o da pazzi. Forse da entrambi. E’ una relazione che ci chiede di dare tutto di noi e per sempre ad un’altra persona. I consacrati nella loro vocazione ripongono se stessi nelle mani di Dio. Sono in una botte di ferro. Certezza di non essere mai traditi dallo sposo. Noi no! Dio, per essere amato, ci chiede di farlo attraverso una persona come noi, fragile, ferita e spesso impreparata e inaffidabile.  Non solo. Come se non bastasse una simile richiesta il matrimonio ci impegna ancora più profondamente. Gli sposi che vivono il matrimonio fino in fondo sono scandalosi. Fanno paura perchè non sono compresi. Sono diversi. La nostra società tende ad emarginarli, isolarli e deriderli. Il matrimonio ci chiede di dare tutto, per sempre e in modo incondizionato. Incondizionato da tutto. Anche dal comportamento del nostro coniuge. La risposta al dolore, alla sofferenza e al tradimento che il nostro coniuge ci può causare con la sua condotta e il suo atteggiamento è amarlo ancora di più.

Quanti si sposano con questa consapevolezza? Molto pochi. Lo sa anche padre Maurizio Botta che ai fidanzati fa un discorso molto semplice. Ecco cosa risponde padre Maurizio ha una domanda postagli dal mensile di apologetica “Il Timone” nel 2014.

Cosa chiede agli sposi?

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Concetto ribadito da una persona ancora più autorevole. Papa Francesco nel 2015 disse:

E questa è la famiglia per cui :”l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto, è una esortazione ai credenti a superare ogni forma di individualismo e di legalismo, che nascondono un gretto egoismo e una paura di aderire all’autentico significato della coppia e della sessualità umana nel progetto di Dio.”

É la “follia della gratuità dell’amore pasquale di Gesù apparirà comprensibile la follia della gratuità di un amore coniugale unico e usque ad mortem.” Ed aggiunge: “Per Dio il matrimonio non è utopia adolescenziale, ma un sogno senza il quale la sua creatura sarà destinata alla solitudine!”

E in effetti l’amore duraturo ed autentico affascina l’uomo di oggi che lo sogna, che “desidera la donazione totale.”

Il Papa dà una lettura che mi permette di arrivare alla conclusione. Alla fine noi aneliamo ad un amore così. Ad essere capaci di amare come Dio in pienezza e eternità. Desideriamo essere amati così. Nonostante noi. Possiamo questo amore nella nostra vita matrimoniale. Sicuramente in modo limitato alla nostra condizione umana, ma sostenuti, fortificati e perfezionati dalla Grazia del sacramento possiamo essere uno scandalo per il mondo. Solo un amore così può dare un senso alla nostra vita e non farci mendicare briciole di amore. Uno scandalo che è lievito, profezia e luce per questo mondo  triste, schiavo di un individualismo esasperato e un egocentrismo malato.

Nel prossimo articolo tratterò la fedeltà che è legata tantissimo alla follia trattata oggi.

Antonio e Luisa

E come Eucarestia

Con la lettera E c’è una parola fondamentale per noi sposi cristiani: Eucarestia.

L’Eucarestia ci ricorda che il nostro progetto non ci appartiene, ma appartiene a Cristo. Cristo che attraverso di noi vuole mostrare la Trinità al mondo. Siamo l’immagine più simile a Dio. Non l’uomo da solo, non la donna da sola, ma l’intima comunione d’amore tra l’uomo e la donna, la relazione che si fa vita e carne. Siamo una pallida immagine. Non brilliamo di luce nostra. Siamo come la luna. La luna, su nel cielo, quanto è bella quando irradia la luce del sole. Di notte il sole non c’è, o meglio non si vede. La luna seppur con una infinitesima intensità rispetto alla sorgente, illumina e ricorda che il sole c’è anche quando non si vede. L’Eucarestia è il nutrimento della nostra unione. Non sono io a dirlo. E’ la statistica. I matrimoni dove  gli sposi vanno a Messa insieme tendono a resistere molto di più di quelli dove il sacramento del matrimonio non è accompagnato nel tempo dagli altri sacramenti. C’è una forbice grandissima tra una situazione e l’altra. L’Eucarestia è, infine, ciò a cui dobbiamo guardare per comprendere cosa siamo e come vivere la nostra relazione.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

D come dolcezza

Oggi voglio soffermarmi su una dote del corpo. La dolcezza. La dolcezza, al contrario di come comunemente si pensa, non è una dote dell’anima. Certo l’anima, il cosiddetto cuore, ne è la sorgente, ma poi è il corpo che la rende visibile, percepibile e trasmissibile. La dolcezza non ha nulla a che fare con il tenerume e il dolciume di certi atteggiamenti infantili. La dolcezza è l’amore che si fa accogliente, la dolcezza è l’io che si apre a un tu e si rende amabile per nutrire l’altro. La dolcezza è uno specchio che dice alla persona amata io ti voglio, ti desidero e ti appartengo.

Come spiegare, allora, cosa è la dolcezza in un rapporto maturo e autentico? Ho trovato un mio vecchio articolo che esprime benissimo il concetto che voglio passare.

Perché più passa il tempo e più la mia sposa mi appare meravigliosa? Perché  passano gli anni, la pelle non è più elastica e tirata come vent’anni fà però non mi stanco mai di carezzarla? Perché nonostante le gravidanze che hanno lasciato  segni sul suo corpo mi perdo nel suo abbraccio? Me lo sono chiesto per lungo tempo, felice di questo ma sorpreso. Poi ho capito, ho capito che il tempo che passa non è solo il corpo che invecchia ma è vita che passa, amore che cresce, perdono che cura, abbracci che riempiono. Ogni giorno vissuto con lei è prezioso. Ogni giorno è un’occasione di amare e di servire e, quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette, i capelli che iniziano ad imbiancarsi. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.

C’è un aneddoto che riassume benissimo questo concetto. Qualche anno fa Madre Teresa era in visita in una città europea. Un fotografo si avvicina e inizia a fotografarla. Continua e insiste, scatta decine, forse centinaia di fotografie. Un amico di madre Teresa si avvicina e gli chiede gentilmente di smetterla. Lui si ferma e dice: “Non riesco a capire, madre Teresa è brutta, così piccola vecchia malandata eppure mi appare bellissima.” Questo è l’amore che si fa carne e che due sposi possono sperimentare tra di loro. Quando vedete due persone anziane, anche molto anziane che camminano per strada teneramente tenendosi la mano, non stanno fingendo, probabilmente si vedono davvero bellissimi perchè hanno questo sguardo, che non è oggettivo, ma è molto soggettivo e frutto di una vita d’amore.

Questa è la migliore immagine della dolcezza che ho trovato, e soprattutto sperimentato.

Antonio e Luisa

C come castità

La seconda parola chiave che reputo importante più di altre è castità. Cosa significa castità? Meglio, cosa significa castità nel matrimonio? Questa parola, probabilmente con responsabilità anche di uomini di chiesa, è associata al divieto, alla frustrazione del desiderio e del piacere. E’ proprio così?

Per cercare di comprendere meglio questa parola ho deciso di avvalermi del Cantico dei Cantici. Il Cantico è il libro della Bibbia che racconta l’amore erotico, l’amore sensibile e carnale, ma non per questo impuro ed egoista. Tutt’altro un amore autentico e casto.

[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

LA SPOSA

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

LO SPOSO

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

 

Siamo nel terzo canto, e il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente il momento dell’incontro con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che si sono scambiati e comunicati attraverso lo sguardo, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio dell’amplesso.

E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, giardino chiuso perchè sarà aperto solo da chi ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con l’amore e la promessa del per sempre. Solo in quel momento lo sposo otterrà la chiave per accedere al giardino, un giardino dove potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico Quel giardino è chiuso e solo lo sposo, il Re, ha potuto accedervi e questo lo rende pazzo di una gioia incontenibile. Non è perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione d’amore.

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro. Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come Re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa.

Concludendo, cosa ci insegnano gli sposi del Cantico? Come realizzare un amore tanto bello e casto nella vita concreta matrimoniale? Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

Genitori sull’altalena della vita

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. (Mt. 11,28)

Interrogativi, una moltitudine di cose da sbrigare, problemi da risolvere, incombenze quotidiane, bisogni famigliari: un genitore si confronta con tutto questo, ed anche molto di più, ogni giorno. Ed ogni sera avverte su di sè stanchezza, un senso di affaticamento e di voglia di pace e tranquillità, di un porto sicuro in cui attraccare per la notte, lontano da venti e tempeste, per ripartire il mattino successivo. Ma spesso questa stanchezza si trasforma in sconforto. Perché?

È una questione di fiducia e coraggio.

Un genitore è coraggioso. Certo che lo è! Ogni giorno compie la sua missione e sa che quella missione non vale solo per se stesso ma per tutta la famiglia. E quella missione gli è stata affidata non da uno chiunque, ma dal Padre, conferendone ufficiale mandato, in egual misura, a noi e al nostro compagno di vita. Vissuto così, il ritorno a casa diventa il ritorno alla base, il momento nel quale ci si siede un attimo, si beve un sorso d’acqua, e si assapora la soddisfazione di essere di nuovo insieme. A fare la differenza è la nostra predisposizione d’animo, il modo nel quale ci sediamo sull’altalena della vita: la stanchezza deve trasformarsi in soddisfazione e non in sconforto.

Ma qual è il segreto?

Come nostro figlio, una volta seduto sull’altalena, ci chiede di essere spinto per “volare sempre più in alto”, anche noi genitori abbiamo bisogno di essere spinti, e dobbiamo affidarci a Lui, perché è proprio il Padre che soffiando su di noi ci permetterà di andare più in alto, dove la stanchezza diventa solo un ricordo e la felicità del cuore realtà indescrivibile. Spesso ricerchiamo ristoro in momenti, luoghi o cose che si rivelano effimere o, peggio ancora, illusorie. Pensiamo che proprio in quel posto idilliaco, visto in tv, ritroveremo noi stessi, ma il più delle volte torniamo delusi. Il vero ristoro e il vero tesoro è già dentro di noi, zero chilometri e zero spese, solo tanto Amore!

B come benedire e bacio

Partendo dalla seconda lettera del’alfabeto e riflettendo sul mistero nuziale e l’amore degli sposi mi sono venute in mente due parole: benedire e bacio.

Benedire: gesto sacramentale.

La benedizione nella realtà sponsale ha due significati entrambi importanti. Il primo è legato al significato etimologico del termine. Benedire come parlare bene del mio coniuge. Non è qualcosa di secondario. Non è qualcosa di secondario se quello che pronunciamo ha una consistenza nel profondo dei nostri sentimenti e del nostro cuore. Parlare bene significa esprimere un atteggiamento interiore che è portato a non portare rancore e rabbia verso il nostro sposo o la nostra sposa. Significa trarre forza dal sacramento e dalla promessa per amare per primo e non a condizione che l’altro sia a sua volta amabile. In questo caso il benedire diventa una sfida contro la mentalità comune, contro il nostro egoismo e contro anche il nostro senso di giustizia. Come giustamente dice Enrico Petrillo, marito di Chiara Corbella, l’amore non è giusto perchè ti chiede di dare tutto. E’ però liberante nel vero senso della parola, ci libera da tutto ciò che noi abbiamo costruito, ma che ci imprigiona,  per lasciare che sia Dio a costruire attraverso di noi.

La benedizione è anche un sacramentale. La benedizione  non è un sacramento, ma un sacramentale. Ciò significa che non ha un potere immediato, ma dipende dalla grazia e  dalla devozione dei soggetti che ne usano. La benedizione è solitamente materia per sacerdoti. Non esclusivamente dei sacerdoti. Ricordo che noi siamo consacrati e siamo ministri del matrimonio in virtù del sacerdozio di Cristo. Possediamo il sacerdozio comune, tutti i battezzati lo posseggono. Questo ci abilita a benedire il nostro coniuge e i nostri figli. Noi lo facciamo tutti i giorni. ci affidiamo vicendevolmente a Gesù disegnando una croce sulla fronte del coniuge e dei figli. Che bello benedire la mia sposa. In quel momento Gesù, che è presente nella nostra unione in modo misterioso, ma vivo e reale, in modo simile alla presenza nell’Eucarestia, in quel momento sta benedendo la mia sposa attraverso di me. Meraviglioso.

Bacio: incontro di anime

Il bacio degli sposi è qualcosa di diverso da tutti gli altri. C’è un simbolismo bellissimo. Gli sposi con questo gesto mostrano di desiderare l’unione delle proprie anime, vogliono scambiarsi lo Spirito, entrare nell’altro e farne parte. Lo Spirito non è rappresentato anche nella Bibbia dal soffio di Dio nella bocca dell’uomo? Dio ci ha donato l’anima attraverso un bacio d’amore. Questo gli sposi, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliono fare. Vogliono donare tutto se stessi al/la proprio/a amato/a e il bacio diventa espressione del dono dell’anima. Ricordo quando alcuni anni fa visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani e vedemmo un dipinto molto bello. Rappresentava gli sposi in piedi nell’atto di unirsi nell’amplesso e contestualmente nell’atto di baciarsi. Quel dipinto rappresenta l’unione intima degli sposi in anima e corpo. In quel momento gli sposi sono un’anima e un corpo solo e non desiderano altro che rimanere in quell’abbraccio che li rende uno e li avvicina a Dio.

La nostra società ci sorprende anche in questo. Il bacio dei fidanzati, che ancora non sono uniti in un solo cuore, spesso esprime questo desiderio di unione profonda; mentre quello degli sposi, che sono quell’unione, perde di forza e passione e spesso si riduce a uno sfiorarsi le labbra. Gli sposi che non si baciano, così come quelli che non si uniscono intimamente, hanno perso il senso della propria unione e, quando non si separano, restano legati, non dalla forza dell’essere uno nell’altro e dal desiderio forte di vivere questo, ma da un’abitudine che li riduce a persone che si accompagnano fino alla morte.

Antonio e Luisa

A come apertura, ascolto, accoglienza e abbraccio.

Iniziamo una nuova serie di articoli. Cercherò di sviluppare una breve riflessione trovando delle parole che siano come dei tag, delle chiavi, dei riferimenti per la nostra vita di coppia. Sarebbe scontato partire con AMORE.  Amore è però un piccola parola che racchiude un significato infinito, come infinito è Dio. Ho pensato a qualcosa di più circoscritto, che fa parte dell’amore, che ne racconta una manifestazione.

A COME APERTURA, ASCOLTO, ACCOGLIENZA E ABBRACCIO

L’ABBRACCIO E’ L’AMORE CHE DIVENTA CARNE

L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perché il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo e l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale? L’abbraccio può rassicurare, perdonare, trasmettere amore e tenerezza. L’abbraccio è vicinanza, intimità e unione. L’abbraccio è togliere ogni difesa e barriera, eliminare quei confini che ci separano dall’altro per farlo entrare in noi, nel nostro spazio. Dice don Carlo Rocchetta:

“Ogni abbraccio porta in sè questa magia: fa uscire l’io-solo e lo apre al tu, al noi, donando sollievo e gioia, come un fluido empatico che fa superare ogni distanza, in un incontro d’immedesimazione reciproca.”

APERTURA-ACCOGLIENZA

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

ASCOLTO

Tante volte noi sposi ci siamo trovati ad ascoltare la nostra sposa che ci parla di tutto, in particolare delle sue difficoltà, dei suoi problemi, delle sue ansie ma anche delle sue gioie e delle sue vittorie. Quante volte ci siamo sentiti impreparati e impotenti a certe sue confidenze. Non ci siamo sentiti in grado di aiutarla e questo ci metteva in difficoltà a nostra volta. La reazione che ci viene naturalmente è quella di dare soluzioni, perchè noi uomini siamo così. Quando non sappiamo dare soluzioni, iniziamo ad irritarci, a cercare di cambiare discorso e nei migliori dei casi ci disinteressiamo e pensiamo ad altro fingendo di ascoltare. Il matrimonio ti insegna che non è così. La tua sposa non cerca una soluzione, sa bene che tu  non puoi sempre risolvere i suoi problemi, ma ha bisogno semplicemente di essere ascoltata. Ha bisogno di sentire che la sua difficoltà non ci è indifferente, ha bisogno di non tenersi dentro tutto per poter capir meglio anche lei, ha bisogno di sentire il nostro amore anche attraverso il nostro ascolto e la nostra compassione. Ha bisogno soprattutto di sentirsi amata con tutte le sue fragilità, senza maschere in una relazione sincera e vera. Per noi mariti è un’occasione di dimostrare il nostro amore e il nostro sostegno. Come sapientemente ci ricorda Costanza Miriano le donne parlano per esprimere se stesse, mentre gli uomini per trasmettere concetti. Una volta capito questo potremo crescere enormemente nel dialogo e nel rapporto stesso. Al contrario, se non ascoltiamo la nostra sposa, non la curiamo, non la sosteniamo e ci ricordiamo di farlo solo quando vogliamo una prestazione in cambio (cosa molto frequente tra noi uomini), la stiamo trattando da prostituta, la stiamo usando e questo lei lo capisce. Lascio a voi le conclusioni.

Antonio e Luisa

Sono imperfetto e so di esserlo. Ferita che diventa feritoia per la Grazia.

I social sono ingannevoli. E’ facile trasmettere un’immagine di se stessi che non corrisponde a verità. E’ facile passare per un uomo che non esiste.   Cerco di non farlo, ma a volte il messaggio passa comunque. Per questo cerco di scrivere anche pensieri non filtrati. Attraverso quei pensieri si manifesta la parte di me più immatura e più tamarra. Rivendico il diritto di mostrarmi per quello che sono. Un uomo in cammino che sbaglia, che esprime pensieri non sempre cristianamente perfetti. Un uomo che si arrabbia, e che a volte è anche intollerante e facilmente irritabile e irritante. Ho le mie contraddizioni come tutti. Mia moglie, la persona che mi conosce più di tutti, può confermarlo.   Spesso starmi accanto non è stato facile per lei. Il matrimonio è bellissimo per questo. Pensateci bene. E’ commovente.  Una donna, che io vedo meravigliosa (ma vale anche l’inverso), ha deciso in libertà di donarsi completamente a me. Si è data totalmente. Si è data tutta e, cosa ancora più sconvolgente, ha accolto tutto di me, anche quella parte di cui mi vergogno e con cui fatico a convivere. Ha deciso di abbracciarmi nelle mie doti e nel mio positivo, ma ha deciso di fare suoi anche i miei difetti, le mie tenebre e le mie contraddizioni. Si è presa tutto. Ai nostri giorni c’è una grande povertà. Ci si spoglia, ci si mostra nudi e  si fa sesso con persone che neanche si conoscono bene, molte giovani (e anche meno giovani) persone hanno perso completamente il pudore e  si svendono allegramente. Questo porta però a una grande miseria. Porta all’incapacità di mostrare la propria anima. Di mostrarsi per quello che sono senza maschere e filtri. Incapacità dovuta alle tante ferite che fanno sanguinare il loro cuore e  alla loro paura di trovarsi indifese e vulnerabili. Troppe volte mostrare il fianco le ha portate a soffrire e a sentirsi profondamente deluse.  Il matrimonio quando vissuto autenticamente  libera da tutto questo.Nella mia sposa ho la certezza di trovare lo sguardo di Cristo. Di chi non giudica, ma che al contrario compatisce e perdona. Una persona che vuole sostenermi e che vede oltre qualsiasi errore io possa aver fatto. Vede in potenza chi posso diventare con l’amore dato e ricevuto. Così la ferita diventa feritoia. Il balsamo del perdono ricevuto penetra nella ferita che brucia  e arriva dritto al cuore. Diventa energia positiva che mi dà forza, determinazione e desiderio di rispondere a quel perdono con l’impegno di cambiare. Questo è possibile quando Gesù abita la relazione.    Gesù abita la nostra vita, abita nella nostra famiglia e ci guarda con tenerezza. Tenerezza di chi ha capito che queste sue creature, così desiderose di amare di farsi amare, non sono capaci di farlo, e si sentono spesso inadatte ad essere immagine di quell’amore per cui sono state consacrate con il matrimonio. Ma Gesù non ci vuole perfetti, sa che peccheremo ancora, e che non saremo mai degni del suo Amore e del suo sacrificio. Gesù non vuole questo, Gesù vuole che ci riconosciamo piccoli e deboli. Solo allora lo cercheremo per affidargli la nostra vita  e riconosceremo nel nostro sposo o sposa una persona anch’essa  imperfetta , limitata e fragile. Solo allora potremo avere uno sguardo di comprensione e perdono l’uno verso l’altra.

Solo allora Gesù potrà entrare  in noi, e potrà trasformare con la Sua Grazia quel nostro amore imperfetto  in qualcosa di radicale e stupendo, che faremo fatica a credere venga da noi perché non è nostro ma è lo Spirito che  ci dona l’uno all’altra.

Antonio e Luisa

Due anelli di una stessa catena.

Giovanni Paolo II è stato sempre affascinato dal matrimonio. Fin da sacerdote prima, e da vescovo nella sua Cracovia dopo, ci ha lasciato delle riflessioni molto interessanti su questa relazione umana tanto importante ed unica da essere messa alla base di un sacramento della Chiesa. In una di queste occasioni, durante degli esercizi spirituali preparati per i fidanzati di Cracovia, disse una frase che mi ha colpito profondamente. Un’immagine chiara.

Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra.

Catena che li unisce anche a Cristo stesso, che è parte dell’invisibile vincolo. Gesù è colui che tiene la catena e la rende resistente, forte e salda. Gesù non permette che gli anelli che la compongono si possano deformare e rompere nella tempesta della vita. Detto così sembra una prigionia. Sembra non ci sia nulla di bello e di buono in tutto questo. Sembra che noi sposati siamo incastrati in una relazione che può diventare opprimente. Una relazione che non possiamo rompere, anche quando risulta difficile e infelice. Non è così. Non siamo legati alla catena. Possiamo sfilarci quell’anello quando vogliamo. Possiamo andarcene. La forza di Cristo tiene salda la catena non noi. Gesù ci lascia liberi. Se sfiliamo quell’anello per rinnegare la promessa dobbiamo però aver chiaro che non ci allontaniamo solo dalla persona che abbiamo sposato, ma lasciamo anche Cristo con lei che, a differenza nostra, resta fedele e resta parte di quella relazione. Cristo resta lì con la persona abbandonata attendendo con lei che chi se ne è andato possa tornare e infilare di nuovo quell’anello al dito. Esattamente come il padre misericordioso. A volte il matrimonio implica di lasciar andare l’altro e di restare lì sulla porta ad aspettarlo, senza la sicurezza che torni. Quella catena non è per me opprimente. Al contrario è una corda di sicurezza. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende la prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Per terminare vi lascio una curiosità. Esiste un rito antico matrimoniale dove gli sposi sono davvero legati l’uno all’altra con una catena. Si tratta del rito tradizionale sardo dove lo sposo esce con una catena al dito che all’altra estremità cinge la vita della sposa, ad immagine proprio dell’indissolubiltà dell’unione appena celebrata.

La vie di Chagall. Nel mondo ma non del mondo.

Quest’opera di Chagall è difficile da comprendere. E’ difficile in apparenza almeno, per chi la accosta con uno sguardo superficiale. Fermatevi qualche minuto in sua contemplazione e potrete comprendere qualche cosa in più. Io metterei un sottotitolo a quest’opera: Nel mondo ma non del mondo.

Guardate bene. Gli sposi hanno i piedi ben radicati in città. Una metropoli. Si tratta di Parigi. E’ ben riconoscibile la Tour Eiffel. Ma ci torneremo. Volgete lo sguardo all’estrema destra del quadro. C’è un’altra coppia. Sono gli stessi sposi che stanno osservando dall’esterno la loro relazione. La donna, che ci arriva sempre prima, tiene le braccia cinte alle spalle dell’uomo. Come a volerlo trattenere. Trattenere con le sue armi, con dolcezza e accoglienza. L’uomo si lascia vincere. Lei gli sta sussurrando: ammira quello che siamo. Lui ha una tavolozza in mano. Come ad evidenziare che, rapito da quella bellezza che sta contemplando, troverà il desiderio di costruire e perfezionare ancora con più decisione il suo matrimonio e la santità della sua relazione. L’uomo ha bisogno della donna per entrare in questa ottica. Almeno questo è quello che ci dice Chagall. Cosa stanno contemplando? La loro è una relazione radicata nella società, nella loro città. Hanno i piedi ben piantati a terra. Non sono spiritualisti fuori dal mondo. Per questo rischiano di essere confusi, illusi, distolti dalla autentica verità e dall’autentico amore. Mille luci, mille voci, mille promesse, che invitano ad un piacere immediato. Quante coppie saltano perchè uno dei due non è capace di perseverare e si lascia corrompere da tutto ciò che il mondo offre. Senza capire che tutto ciò che del mondo gli serve per essere davvero felice e santo è in quella relazione che sta abbandonando. Questi sposi non fanno questo errore. Hanno i piedi radicati nella città, ma le loro figure si innalzano verso il cielo. In alto c’è il sole. Il sole che è Dio. Il Dio cristiano in questo caso. C’è infatti il pesce. Pesce che è un tipico simbolo paleocristiano usato per indicare il Cristo. Quello rappresentato nell’opera, non è un Dio statico. Non è un Dio che sta nel cielo immobile. Si muove, come in un vortice per attirarci a lui. La forza dell’amore, della misericordia, della verità, della Parola. La forza di un Dio che non si stanca mai di cercarci e di chiamarci a lui. All’estrema sinistra c’è invece una macchia scura. Gli sposi sono al centro tra il sole e la macchia scura. La macchia scura indica il male. Indica la tenebra. L’incapacità di farsi dono e di credere nella bellezza di un amore autentico. Indica il fallimento, la divisione. L’eterna lotta tra il bene e il male. Gli sposi non ci cascano. I loro visi sono voltati verso il sole. Non guardano però il sole direttamente. Sarebbe troppo accecante. Ma attraverso la luce di quel sole si guardano l’un l’altro. Sono così vicini ed uniti che formano una sola figura. Figura che mantiene la distinzione tra l’uomo e la donna ma che assume un contorno dato dall’unione dei due. Una coppia così è feconda. Fecondità ben rappresentata dal bambino che sta esattamente al centro dei due, seppur mantenuto solo dalla madre. Un ultimo dettaglio importantissimo. I due sono sotto un baldacchino. Significa che sono protetti dalla Grazia di Dio. La coppia di sposi che si affida al Signore non ha nulla da temere. Nessuna situazione della vita potrà dividerli. Il baldacchino racchiude come in un piccolo recinto i due sposi. Quello è il sacer. Nessuno può entrare. Quello è terreno sacro. E’ quel noi della coppia che benedetto da Dio nel sacramento del matrimonio non appartiene più al mondo. Diventa divino. Diventa proprietà di Dio. Diventa casa di Dio. Rompere quel sacer significa rubare a Dio. Ricordiamolo bene.

Antonio e Luisa

AMATI E SII LIBERO: PER QUESTO SEI AL MONDO!

Siamo così talmente schiavi di questo mondo, che non ci accorgiamo di avere le catene, che non ci accorgiamo della nostra condizione servile. Israele aveva perso Dio, ed era finito sotto l’incudine e il martello degli egiziani, eppure quando un uomo mandato da Dio è venuto a liberarli, il popolo ebraico amava ancora così tanto i vecchi padroni e desiderava la sua vecchia condizione, che nel deserto ha preferito, alla libertà di Dio (dopo tutti i prodigi da Lui realizzati), nuovamente la schiavitù degli egiziani.

L’Egitto non si era fermato a mettere le catene alle loro mani e i loro piedi, ma aveva incatenato i loro cuori. Il popolo di Israele aveva vissuto così tanto tempo in una condizione di precarietà e di schiavitù, che quando Dio gli ha fatto assaporare l’ebrezza della libertà, si sono talmente spaventati da voler nuovamente riabbracciare le loro catene e bramare i loro vecchi padroni.

Siamo schiavi…!?

Oggi la situazione non è così lontana dalla schiavitù egiziana: c’è la schiavitù dell’affermazione, del successo, del guadagno, del “fanno tutti così”, delle “tradizioni”. Siamo SCHIAVI ogni qual volta svendiamo la nostra dignità nel lavoro nero, nel lavoro sottopagato, nel lavoro “senza condizioni”. Siamo SCHIAVI ogni qual volta faremmo follie per quel ragazzo/a che ci tratta come uno zerbino, acconsentendo ad ogni suo capriccio e passione. Siamo SCHIAVI ogni volta che non siamo liberi di ESSERE NOI STESSI nella famiglia, nelle amicizie, nella società. Siamo SCHIAVI ogni volta che ci imponiamo dei paletti, perché la società vuole che ci comportiamo in un certo modo, vestiamo in un certo modo, ragioniamo in un certo modo.

La libertà è gratuita, il peccato lo paghi a caro prezzo.

Ho sentito dire da certi filosofi che chi pecca è veramente libero, ma non c’è libertà ogni volta che andiamo contro la bellezza e l’amore iscritto nel nostro cuore. Il peccato, una parola che fa paura o per alcuni è segno di arretratezza del pensiero cristiano, non è nient’altro che una nota stonata nell’armonia della creazione. Pensate al Valzer dei fiori nello “Schiaccianoci”, se improvvisamente qualcuno introducesse una nota diversa (tipo lo stridore delle unghie su una lavagna), anche l’orecchio meno allenato si indignerebbe.

Ecco il peccato sconvolge lo spartito della nostra vita, disarmonizza tutto quello che è venuto al mondo in modo armonico e bello. Nella libertà l’Uomo è in grado di scegliere di suonare il suo spartito (unico ed inimitabile) o decidere di cambiare le note e inserirne delle altre, che ne vanno a sconvolgere l’incredibile armonia.

Come dice Duns Scoto, Dio poteva obbligarci a scegliere il bene, ma non sarebbe stato lo stesso… perché chi è obbligato non ama, chi è libero invece è reso capace di amore, e quindi sceglie perché ama. E se ama non può che scegliere la strada dell’Amore e quindi del bene. Ecco perché è libero solamente colui che Ama. E per aiutarci a scegliere, ci ha dato l’esempio più semplice che un papà potesse dare, ha donato la vita per i suoi amici. E allora sappiamo di star scegliendo l’Amore vero, ogni qual volta ci conformiamo alla vita di Gesù, ogni qual volta le parole del Vangelo si fanno carne nel nostro quotidiano.

Mi auguro e vi auguro carissimi, con il Suo aiuto e quello della mamma celeste, di poter scegliere per questo grande Amore, perché solo così potremo dire veramente: MI AMO E SONO LIBERO.

Con la fatica delle mie braccia

Tornando dal mare, percorrendo una stradina stretta, avevo dinanzi un signore in sedia a rotelle che, come me, stava tornando nella propria casa per il pranzo domenicale.
Mentre camminavo dietro a lui tanti pensieri hanno affollato la mia mente, anzi, direi, la mia vita, perché, quando ti impatti con le difficoltà altrui, soprattutto così evidenti, non puoi non riflettere.
Un uomo, un marito, un padre di famiglia e una fatica immensa, soprattutto quando la strada andava leggermente in salita.
Sono anni che quest’uomo “guida” la sua carrozzella e, di certo, è ben esperto perché, per tutte le cose, facili o difficili, ci si allena e ci si abitua persino.
Infatti mentre stavo dietro in tanti nano-secondi mi sono chiesta cosa avrei potuto fare per lui.
Aiutarlo mi avrebbe detto di no perché è stra-abituato e ogni giorno lo fa autonomamente.
Sorpassarlo mi dispiaceva perché mi sarei sentita indifferente nel metterlo alle mie spalle e poi, nei tratti in cui la strada discendeva, lui acquistava velocità, dunque avrei dovuto correre per mettermi davanti. Incredibile, io posso correre, almeno per adesso, mentre lui no, non può .
Affiancarlo non avevo spazio, data la strettezza della strada.

Rallentare il passo

Quello sì, quello è ciò che ho fatto e proprio in questa moderata andatura ho potuto pensare ed osservare la fatica di quelle braccia.
È li che quest’uomo concentra ogni sua azione, in quelle braccia, più muscolose di tutto il suo corpo ed è in quelle braccia che risiede la possibilità di muoversi.
Le osservavo dalla mia postazione retrospettiva e notavo come e con quanta forza quelle braccia andavano avanti per muovere le ruote della carrozzella.
Era caldo in quella stradina alle 13,15, sotto il sole cocente dove spesso, tutti noi, trasciniamo l’andatura quasi irriverenti verso il cielo : è caldo, è fatica è sudore.
Quell’uomo silenziosamente faticava con quelle sue braccia tanto che ad un certo punto avrei potuto io urlare al posto suo a gran voce : bastaaaaa, è fatica, non ce la faccio più!
Chissà quante volte lui stesso avrebbe voluto farlo, gridando, e forse è accaduto.
L’avrei gridato per Lui tanta era per me l’ansia di vederlo così faticare.
Solo 100 metri di stradina hanno pervaso la mia testa di tante riflessioni.
Poi ci siamo incrociati, salutati, con tanti sorrisi ci siamo condivisi la gioia di esserci, di godere persino il profumo dell’ambiente circostante. Eravamo sullo stesso piano.Eravamo liberi di poter fare o non fare, dire o non dire, anche perché, se fossimo passati in momenti diversi non ci saremmo neppure incontrati.
Alla fine della strada lui è andato a destra e io a sinistra perché, nel bivio del percorso, le nostre case erano all’opposto e così, ciascuno, ha raggiunto la propria famiglia.
Ecco fratello che mi leggi, torna indietro, all’inizio di questo scritto e guarda la tua vita nella chiamata in cui sei posto.
Se per caso fossi una moglie o un marito, pensa che il dono che hai accanto può essere quell’uomo in carrozzella, uno che fatica perché è incapace, ferito, bloccato oppure abituato, persino nelle schiavitù in cui è intrappolato.

Per sempre al suo fianco

Tu puoi stargli dietro, davanti, sorpassarlo, ignorarlo, oppure puoi anche rallentare il passo tuo per essere poi vicino al suo. Per essere al suo fianco.
Puoi sentire in te tutta la fatica sua se ti poni così dentro al suo vissuto.
Puoi sentirlo così tanto da essere voce unanime nel denunciare la sua stessa stanchezza.
Una cosa però cerca di farla.
Guarda quelle braccia, è l’unica cosa che ha e con esse porta avanti tutto il suo cammino.
Forse non riesce a fare altro ma con le sue braccia può fare grandi cose se vi aiuterete e se ad un certo punto, vi ritroverete al bivio, potrete scegliere se percorrere la stessa strada o andare uno a destra e uno a sinistra.
E così ti lascio l’ultimo abbraccio: quello della Croce.
Gesù è li, con le sue braccia aperte, per prenderti a quel bivio e riportarti al centro della stradina stretta ove il caldo, l’arsura la fatica, le salite e le discese trovano le vere braccia dell’Amore senza condizioni!
Fatti abbracciare e abbraccialo quel crocifisso affinché tu possa camminare finalmente al passo di chi un giorno guardasti negli occhi senza pensare ad altro se non innamorarti!

Cristina Righi

Sposi sacerdoti. I frutti dell’amabilità. (33 articolo)

Prima di proseguire con la mia personale esegesi e analisi del testo del Cantico mi soffermo ancora sull’amabilità (qui i link ai precedenti articoli link1 link2). E’ importante rifletterci bene, l’amabilità è una caratteristica fondamentale che dobbiamo ricercare fortemente per essere sposi felici. Quali sono i frutti del nostro essere amabili? Essenzialmente tre.

Continua ricerca l’uno dell’altra.

Lo sposo e la sposa del Cantico sono per noi modello di amore. I due giovani continuano a cercarsi l’un l’altra. Si perdono e si ritrovano. Anelano la presenza e la compagnia dell’altro. Perchè è bello stare con lui, è bello stare con lei. La sulamita cerca il suo Salomone non per una semplice attrazione fisica. C’è molto di più. Lui è tutto bello. Lui è amabile. Lui la fa sentire amata, protetta  e desiderata. Lui è rispettoso della sua sensibilità femminile e della sua persona. Lo stesso vale per lui nei confronti di lei. Lei sa come accoglierlo. Lei sa come farlo sentire uomo. Non c’è desiderio di possedersi reciprocamente, c’è invece il desiderio di essere l’uno nell’altra perchè l’amore e l’amabilità dell’altro/a li attraggono come magneti. Esercitare l’amabilità può essere impegnativo e a volte risultarci difficile. In cambio riceviamo però tantissimo. Otteniamo che l’altro/a ci cerca, ci vuole, sta bene con noi, ci desidera. Non è poco. Fa la differenza, mi sento di poter affermare, tra un matrimonio che dà gioia rispetto ad uno che si trascina stancamente. Quando ci pesa mantenere un certo atteggiamento o compiere un certo gesto pensiamo che lo stiamo facendo per lei/lui e che poi sarà più contento/a di amarci.

Contemplazione del bello

Quando in una coppia si è instaurata una sintonia nell’essere amabili l’uno verso l’altra è più facile vedere nell’altro/a il bello. Si esalta il bello. Non ci si sofferma sui difetti. Non ci si lamenta di ciò che l’altro non è, ma si impara a godere del bello dell’altro/a. Nel Cantico è un continuo esaltare la bellezza dell’altro: Come sei bello, Come sei incantevole, I tuoi occhi sono come colombe. Una contemplazione dell’altro/a che è frutto del sacrificio d’amore, dell’esercizio sacerdotale di questi sposi che si amano e sono capaci di farsi dono nel modo che l’altro desidera. Riflettere sulla nostra relazione è fondamentale. Stiamo vivendo nella continua lamentazione verso l’altro/a o stiamo godendo della sua bellezza? E’ una cartina tornasole che può farci capire su cosa è improntata la nostra relazione. Smettiamo di lamentarci e iniziamo noi per primi ad essere più amabili verso di lui/lei. Può essere l’inizio per tornare a scambiarsi parole di stupore e di meraviglia e non le solite lamentele e critiche.

L’unicità

Esisti solo tu. Il giglio nelle valli. Il melo nel bosco. Tutte immagini per affermare che lui è il solo. Lei è la sola. L’amabilità innalza l’altro a unico. Gli altri seppur bellissimi e  affascinanti non saranno mai come il mio sposo. Le altre non saranno mai come la mia sposa. L’esercizio di questo sacrificio d’amore ci può davvero rendere felici. Non desideriamo nessun altro/a.

Dobbiamo esercitare il nostro sacerdozio in questo modo per rendere il nostro matrimonio un giardino fiorito. La felicità della nostra relazione dipenda da come entrambi (purtroppo uno non basta) ci impegneremo per perfezionare sempre più l’amabilità verso l’altro.

Avanti tutta il matrimonio non è a termine per cui se siete rimasti indietro potete tranquillamente recuperare.

Antonio e Luisa

Articoli precedenti

Introduzione Popolo sacerdotale Gesù ci sposa sulla croce Un’offerta d’amore Nasce una piccola chiesa Una meraviglia da ritrovare Amplesso gesto sacerdotale Sacrificio o sacrilegioL’eucarestia nutre il matrimonio Dio è nella coppiaMaterialismo o spiritualismo Amplesso fonte e culmineArmonia tra anima e corpo L’amore sponsale segno di quello divino L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia Un libro da comprendere in profondità I protagonisti del Cantico siamo noi Cantico dei Cantici che è di Salomone Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro. Ricorderemo le tue tenerezze più del vino. Bruna sono ma bella Perchè io non sia come una vagabonda Bellissima tra le donne Belle sono le tue guance tra i pendenti Il mio nardo spande il suo profumo L’amato mio è per me un sacchetto di mirra Di cipresso il nostro soffitto Il suo vessillo su di me è amore  Sono malata d’amore Siate amabili Siate amabili (seconda parte)

Una foto triste ma bellissima

Tanti giornali e siti di informazione hanno ripreso una foto diventata virale. Una foto all’apparenza soltanto molto triste. Una foto colma di solitudine e sofferenza. Un signore anziano, ripreso di spalle, siede sul bordo di un parapetto. Davanti a lui l’infinito del mare. Con il braccio destro sembra voler abbracciare una cornice. Nella cornice è contenuta la fotografia della moglie. Non guarda il mare. E’ chino su se stesso. Come a volersi concentrare solo sui suoi pensieri. La moglie è morta. Probabilmente era loro abitudine andare al mare insieme. Ora che non c’è più lui è ancora lì, ma non se la sente di rivedere quei luoghi, quei panorami e quel mare che apre al’infinito da solo senza di lei che dava valore, colore e bellezza ad ogni cosa. Ora non è più capace di vedere il bello da solo. Piange. Anche quell’odore salmastro del mare gli ricorda lei. E’ chinato su di sè perchè lei è parte di lui, lei è dentro di lui. In lui è ancora viva. La può trovare nel suo cuore. La ritrova in mille ricordi, in mille gesti, in mille sguardi, in mille abbracci. La ritrova nei loro momenti di gioia e di dolore. La ritrova, ma non riesce più a toccarla. E questo è straziante. Non riesce più a sentirla. Lei c’è, ma non c’è. Il matrimonio è il sacramento del corpo, della concretezza. Non basta la presenza nel cuore. Serve la concretezza della carne. Servono gli sguardi, la compagnia, la presenza, gli abbracci, le parole e anche i litigi. Ha il cuore a pezzi e sente il bisogno di qualcosa di concreto che possa esprimere ciò che è vivo e presente nel suo cuore. Così si porta la fotografia. Quest’uomo sembra aver perso tutto. Per il mondo è così. Per noi cristiani non è così. Abbiamo la grazia di una prospettiva eterna. Questa immagine così triste attira e  affascina ogni persona. Accanto al sentimento di tristezza  provoca una sensazione di bellezza non ben definita.  Noi sappiamo dare ragione a tutto questo. Quest’uomo ha realizzato ciò che noi tutti abbiamo nel cuore. Un desiderio costitutivo di ciò che siamo, ma che spesso, disillusi, riteniamo impossibile. L’amore eterno. Una relazione unica, indissolubile, totale che vada oltre la morte. Non so nulla di lui. Non so se sia credente o meno. Non importa. E’ riuscito a realizzare la sua vocazione all’amore. E’ stato capace di amare una donna così tanto da farne parte di sè. Padre Bardelli diceva sempre a noi sposi: Il vostro matrimonio sarà santo e realizzato quando arriverete a dire non sono più io che vivo ma lei/lui che vive in me. Questo signore c’è riuscito. Nel suo immenso dolore c’è la vittoria di chi ha dato compimento all’unico e solo senso della vita: amare Dio con tutto il cuore, con tutto lo spirito e tutta la mente. Non che la moglie fosse Dio, ma nel matrimonio si impara ad amare l’altro come Dio desidera essere amato. Ci prepara ad accogliere l’amore e l’abbraccio eterno di Gesù per ognuno di noi.  Dico ogni tanto a mia moglie che spero di morire prima di lei. Non voglio fare l’esperienza di questo dolore, ma mi rendo conto che amare davvero significa mettere in conto anche questa sofferenza. Non so se toccherà a me o alla mia sposa, ma una cosa è certa l’amore che ci siamo donati non andrà perso e il nostro sarà solo un arrivederci. Ci ritroveremo nella gioia eterna e condivideremo l’amore infinito e perfetto di Cristo. Almeno spero che ci sia un posticino anche per noi.

Antonio e Luisa.

Ti farò mia sposa per sempre

Così dice il Signore:
Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone.
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

La prima lettura di oggi ci rimanda al deserto. Quando ci sono momenti di crisi, di lontananza e di aridità non dobbiamo ascoltare il mondo. Il mondo ci porta lontano. Spesso gli amici stessi ci consigliano strade che ci consolidano nell’idea che il nostro matrimonio è sbagliato, che dobbiamo pensare alla nostra felicità e a noi stessi prima di ogni altra cosa. Che nostro marito o nostra moglie non meritano il nostro sacrificio e la nostra fedeltà. Dio ci dice di non ascoltare tutte queste parole. Ci chiede di cercare il silenzio, il deserto. Il deserto dove fare i conti con tutte le bestie velenose che lo abitano. Con i serpenti e gli scorpioni che non sono altro che la nostra incapacità di amare. Sono il nostro egoismo, il nostro orgoglio, le nostre ferite che ci induriscono il cuore. Il deserto luogo del silenzio, luogo del nulla. Luogo dove possiamo entrare profondamente in ascolto di ciò che siamo e di Dio in noi. Abbiamo bisogno del deserto per mettere ordine. Solo attraverso il deserto, attraverso la sofferenza e il combattimento del deserto possiamo tornare alla verità, a leggere distintamente quale sia la verità di noi stessi e il progetto di Dio su di noi e sul nostro matrimonio. Non a caso la Parola prosegue: Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza.  La vigna curata e rigogliosa è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio e lo manifesta nel suo comportamento.  Israele, il popolo di Dio, siamo anche noi, lo è anche il nostro matrimonio. Ancor più forte l’immagine successiva, l’immagine della valle di Acòr. La valle di Acòr rimanda a Gerico e alle sue altissime e invalicabili mura. Dio ci dice che con lui nulla è impossibile. Anche il matrimonio più compromesso può essere salvo. Che non significa, ahimè, che non ci saranno separazioni, ma che anche nella divisione, se si confida in Dio e si rimane saldi nella fedeltà alla promessa, si troverà senso, pace e salvezza, anche nella sofferenza.

Solo passando attraverso il deserto si può vivere una vera conversione. Almeno per me è stato così. Passare da un Dio padrone che mi impone regole e leggi. Passare da un Dio che mi impone una fedeltà che a volte ho sentito come stretta, a un Dio che mi ama come uno sposo ama la sua sposa. Un Dio che non mi impone nulla, ma mi offre la sua legge, il suo desiderio di vedermi completamente uomo nella mia relazione e nella mia vita. I suo comandamenti sono parole d’amore, sono sussurri di tenerezza e di pazienza che mi insegnano ad essere ciò che davvero sono e di non essere schiavo delle mie errate valutazioni, dei miei peccati e delle mie ferite. Solo dopo aver attraversato il deserto finalmente posso capire e accogliere con gratitudine queste parole: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. 

Antonio e Luisa

La nostra forza è che siamo completamente inadeguati. E lo sappiamo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (seconda lettura di oggi):

Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.
Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.

Il mio matrimonio è felice perché io e la mia sposa siamo completamente inadeguati, incapaci e inadatti. In realtà non è riuscito perchè siamo così, ma perchè  sappiamo di esserlo. Siamo gli ultimi. Veramente eravamo e siamo due persone lontanissime dalla perfezione. Dio ha sempre operato così, nella storia. Ha scelto un popolo, ma non un grande popolo, dalla cultura evoluta. Non ha scelto la raffinatezza dei babilonesi, la potenza degli egizi o la ricchezza dei fenici. Ha scelto un popolo seminomade, costituito da ladri, mercenari, pastori. Ha scelto il popolo più ignorante che ha trovato. Cosa dire, poi,  di Maria, un’adolescente o poco più, una donna in un mondo governato dagli uomini, una donna tra le più nascoste ed umili. Ha scelto il suo nulla per farne la Madre di Dio. Gesù è nato in una famiglia invisibile e ordinaria di un popolo invisibile. Gesù è nato lontano da Roma, lontano dal centro del potere, in una remota provincia calda e polverosa. Tutta la storia è piena di questi esempi. Penso a Bernadette che, nella sua ignoranza e semplicità, quando le  chiesero perchè la Madonna aveva scelto proprio lei, rispose: Perché ero la più povera e la più ignorante che la Santa Vergine mi ha scelta.

Cosa voglio dire con questo? Che per riconoscere Dio nella nostra vita, dobbiamo prima riconoscerci poveri. Poveri di forza, di capacità, di scienza e di coscienza.  Non importa se abbiamo magari studiato, se siamo laureati, se abbiamo letto tanto e meditato su quanto letto. E’ importante riconoscere la nostra piccolezza comunque e sempre. Il matrimonio (sacramentum magnum) è impossibile all’uomo, se non viene sostenuto dalla Grazia di Dio. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli. Noi non abbiamo corso questo rischio. Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Antonio e Luisa