Quella tomba che non c’è e la potenza del perdono cristiano

Novembre è il mese dedicato al ricordo e alla preghiera dei defunti: i campisanti si riempiono di fiori, candele e persone che, sfidando il freddo dell’autunno che rapidamente porterà all’inverno, si ritrovano al cospetto di lapidi in grado di far ricordare chi siamo e da dove veniamo; c’è una categoria, però, alla quale tutto questo è, troppe volte, reso impossibile: i genitori di bambini non nati.

In Italia, infatti, purtroppo ancora non esiste una legge nazionale in merito al seppellimento di queste creature; ci sono delle norme regionali che dovrebbero disciplinare la materia ma sono poco conosciute e, soprattutto, poco applicate. Ecco allora che, nella quasi totalità dei casi, le coppie devono affrontare un dramma nel dramma: oltre ad aver perso un figlio si ritrovano senza possibilità di un luogo fisico in cui poterlo visitare, piangere o pregare.

Parlo per esperienza diretta perché mio marito ed io abbiamo attraversato il dramma dell’aborto spontaneo nel 2012; allora non sapevano tutto quello che in seguito abbiamo appreso dolore dopo dolore, conoscenza dopo conoscenza, aiuto dopo aiuto, vivendo sulla nostra pelle e nel nostro cuore ogni sfaccettatura di questa problematica aperta e particolarmente dolorosa, specchio di quanto accade alla maggior parte delle coppie: o si è in già qualche modo informati su quello che è a tutti gli effetti un diritto, anche se quasi sconosciuto, o si rischia di essere risucchiati in questo vortice di mancanza di notizie, empatia e sensibilità. Il risultato è che ci si trova non solo ad affrontare una morte improvvisa e dolorosissima – quella del frutto del proprio amore e dono di Dio – ma non di non vedersi restituire neanche quel corpicino che, per piccolo o piccolissimo che sia, non solo è tuo figlio ma è un figlio di Dio e, come tale, merita tutta la dignità possibile, al pari di qualsiasi altro essere umano.

Avere la certezza di un posto nel quale riposa un parente o un amico defunto, infatti, non è solo una pratica di pietà – sociale e cristiana – ma un’esigenza insita nella nostra stessa natura umana nonché una delle tappe fondamentali per l’elaborazione del lutto. In quest’ottica ben capiamo che negare il seppellimento dei bambini non nati si configura non solo come una mancanza civile ma come una vera e propria cattiveria inflitta con una superficialità che lascia davvero sgomenti e soli davanti ad un gigantesco punto interrogativo.

Umanamente tutto ciò è avvilente perché va a scontrarsi contro ogni logica ed ogni buon senso, rischiando di aprire ulteriori lacerazioni nei cuori di quelle persone che si vedono privati di tutto nel giro di poche ore o pochi giorni: vita e corpo del figlio. Risulta, dunque, comprensibile perché questo “lutto invisibile” – così come l’ho definito nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” – sia così duro da accettare ed affrontare e perché possano essere soltanto la forza della fede e della preghiera a permettere di offrire una sofferenza così acuta a Dio, nella certezza di Bene maggiore.

È solo l’insegnamento di Gesù, inoltre, che ci rende capaci di compiere un passo umanamente impossibile ma fondamentale nel percorso di guarigione interiore e di superamento del lutto prenatale: il perdono. Quanta forza si sprigiona quando riusciamo ad essere indulgenti con chi ci ha fatto del male! Che azione di Grazia avvolge noi e i nostri ex-nemici quando siamo in grado di dire: “Sì, mi hai fatto soffrire ma desidero essere indulgente con te a modello di Nostro Signore, che dalla croce ha perdonato i suoi uccisori”. Pur non essendo scontato è stato bellissimo, per me, offrire il perdono a chi non mi aveva proposto il seppellimento della creaturina, sicuramente non per cattiveria ma per una specie di “abitudine”, sulla scia del pensiero dominante che si allinea al meccanismo del “si è sempre fatto in certo modo, perché fare un’eccezione proprio per te e proprio adesso?”.

La tomba che non c’è, da evidenza allucinante e straziante, si trasforma nel mezzo più evidente che la via del perdono cristiano – pur non essendo né automatica né immediata – è possibile non se ci si crede i più forti e i più bravi ma se si mette tutto nelle mani di Gesù: perdonare è difficile quanto straordinario, impegnativo quanto liberatorio, costa fatica ma ci avvolge con un senso di amore e liberazione che possono venire solo dal Cielo.

Fabrizia Perrachon

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Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

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Gli sposi missionari a casa loro

Ieri la Chiesa ha celebrato la Giornata mondiale missionaria. Ma chi sono i missionari? Sono solo quei sacerdoti o laici che preparano le valigie e partono per qualche luogo lontano? Sono solo quelle persone che vanno ad annunciare il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo? Forse un tempo era davvero così. Oggi non lo è più. Tutti i credenti sono chiamati ad essere missionari. Anche noi, anche voi. Essere missionari può accadere ovunque: in famiglia, sul posto di lavoro, tra gli amici, nella comunità locale. Portare il messaggio di Cristo non richiede solo grandi gesti, ma può essere realizzato attraverso piccoli atti di gentilezza, di amore e di compassione. Persino le parole gentili, l’ascolto, il supporto e il perdono possono essere strumenti potentissimi per diffondere la parola di Dio.

Essere missionari significa testimoniare la nostra fede e vivere in modo coerente con i principi evangelici. Ogni credente ha la responsabilità di essere un riflesso dell’amore di Cristo e di essere un faro di speranza nella società. La missione non è riservata a una categoria ristretta di persone, ma è un invito aperto a tutti. Noi sposi siamo chiamati ad essere missionari in un modo del tutto particolare. Ci viene chiesto di far intravedere Cristo attraverso il nostro amore di coppia e familiare. Attraverso la vita di tutti i giorni fatta di lavoro, di figli, di impegni e di tutto quello che è ordinario e comune. Non è il gesto ma l’amore che mettiamo nel gesto che dovrebbe incuriosire le persone che ci stanno accanto.

Noi dovremmo essere portatori di una modalità d’amore che attrae il cuore dell’uomo e della donna dei nostri tempi. Viviamo in un mondo post-cristiano dove l’ateismo è ormai la prima religione e dove le relazioni umane sono caratterizzate dalla precarietà, dalla confusione e dall’individualismo. Nonostante le sfide che ci troviamo ad affrontare, è cruciale che noi, come individui e come coppia, cerchiamo di incarnare un amore fedele e gratuito. In un’epoca in cui l’ottimismo sembra svanire e in cui le persone sono sempre più disilluse riguardo alla possibilità di relazioni che durano nel tempo, dobbiamo trasmettere un messaggio di speranza. Dobbiamo dimostrare che l’amore sincero e appassionato esiste ancora e che può superare le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.

E per chi come noi cerca di raccontare l’amore attraverso dei seminari dal vivo, i libri e il blog? Per essere davvero capaci di essere testimoni non basta saper parlare bene, non basta conoscere perfettamente la teologia, il catechismo e la morale cattolica. Non basta! L’ingrediente che non può mancare per essere credibili è vivere l’amore che si vuole raccontare e testimoniare. Luisa ed io non abbiamo una preparazione teologica specifica. Mi succede spesso di chiedere consiglio e dritte a padre Luca quando ho dubbi ed incertezze su alcune tematiche. Io non parlo neanche così bene. Balbetto anche un po’ quando sono agitato. Però quello che passa credo sia la nostra coerenza. La bellezza che raccontiamo non è un’idea astratta ma ne abbiamo fatto esperienza concretamente nel nostro matrimonio.

Insomma si può sintetizzare che per essere missionari e testimoni, in questo nostro mondo dove le relazioni sono sempre più fragili e dove c’è tanta sofferenza, dobbiamo prima di tutto essere degli sposi realizzati, sposi capaci di fare l’amore, di donarsi ed accogliersi, capaci di perdonarsi e di ricominciare con più forza di prima. Degli sposi consapevoli dei propri limiti ma anche della forza dello Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Quando si diventa madri. Cosa dice la scienza.

Carissimi sposi in questo periodo di vacanza ho avuto tempo per leggere e ho trovato un sussidio davvero interessante nel testo Uomo e donna. Che cosa ci dicono le neuroscienze edito da San Paolo di Renè Ecochard. Il testo prende in esame le differenze (non siamo uguali o fluidi ma differenti) scientifiche (non dottrinali o culturali) tra uomo e donna durante tutto l’arco della vita. Ve lo consiglio è davvero interessante. Io mi soffermerò solo sul momento in cui uomo e donna, marito e moglie, diventano genitori.

Quando la donna diventa mamma: una trasformazione profonda e affascinante

Nella straordinaria fase della gravidanza e nei primi mesi successivi alla nascita, la donna sperimenta una trasformazione senza precedenti, che spesso è poco conosciuta e sottovalutata. Durante questo periodo, avviene una vera e propria maturazione del cervello femminile, che può essere paragonata a quella che avviene durante la vita fetale e la pubertà delle donne.

Attraverso l’influenza degli ormoni e dei cambiamenti neurobiologici, il cervello della futura mamma si adatta e si sviluppa in modo sorprendente per poter prendersi cura del nuovo essere che sta per arrivare. Gli studi scientifici hanno dimostrato che il cervello materno subisce cambiamenti strutturali e funzionali, grazie all’afflusso di ormoni come l’estrogeno, il cortisolo, il progesterone e l’ossitocina.

Durante la gravidanza, in particolare negli ultimi mesi, l’ipofisi produce elevate quantità di ossitocina, l’ormone dell’amore e del legame affettivo, che favorisce l’attaccamento tra la madre e il bambino. Questa sostanza influisce sulla plasticità cerebrale e contribuisce a rendere la madre più attenta e sensibile ai bisogni del neonato.

Una volta che il bambino è nato, i cambiamenti neurologici che si sono verificati nel cervello materno non svaniscono, ma rimangono per sempre. Questo significa che la donna non sarà mai più la stessa persona dopo essere diventata madre. I ricercatori hanno osservato che la maternità porta ad aumenti significativi di alcune abilità cognitive e comportamentali, come l’empatia, la resilienza emotiva e la capacità di multitasking.

Una specifica importante. Ciò non centra nulla con il sentirsi inadeguate e con la depressione post parto. Sono tutte dinamiche che possono esserci contemporaneamente. Quindi non sentitevi strane e fallaci se non avvertite tutta questa forza. La forza c’è ma ci sono situazioni da mettere a posto.

L’empatia, ad esempio, si accresce nel momento in cui la madre impara a comprendere le esigenze del suo bambino attraverso la lettura delle sue espressioni facciali, dei suoi versi o dei suoi movimenti. Questa nuova sensibilità non si limita esclusivamente al rapporto madre-figlio, ma si estende anche ad altre relazioni interpersonali.

La maternità richiede alle donne di essere in grado di gestire contemporaneamente varie attività, spesso contrastanti, come nutrire il bambino, cambiare i pannolini e fare altre mansioni domestiche. Questa continua necessità di multitasking stimola il cervello materno a sviluppare capacità di organizzazione, flessibilità mentale e gestione del tempo. Ecco questo in Luisa non è molto visibile. Scherzo cara Luisa mia.

A proposito di Luisa e della nostra esperienza. Ci sono dei cambiamenti evidenti. Io ho avuto modo di notarli in Luisa e lei mi ha confermato. Come già scritto, la donna diventa più attenta alle espressioni del volto e acquisisce una specie di attenzione selettiva. Luisa era esattamente così. Quando, nei rari momenti di riposo, cadeva addormentata, potevo fare tutto il rumore del mondo che continuava a dormire. Bastava un piccolo gemito del figlio e lei lo sentiva.

E qui un invito ad allattare per quelle mamma che possono farlo. Il rialzo dei livelli di prolattina durante l’allattamento aiutano la mamma ad occuparsi del bimbo e ad avvertire un senso di pace interiore. Allattare rende più resistente allo stress. Allattare fa bene anche alla mamma.

Le donne attraverso la gravidanza assumono quindi nuove attitudini, o meglio sviluppano e perfezionano quelle che già possiedono. Il cervello della mamma muta in modo permanente tanto che avvengono, la scienza lo dimostra, delle modifiche a livello cromosomico. Non è incredibile?

Queste nuove attitudini si manifestano non solo nell’uomo ma in gran parte del mondo animale. Guardate come una mamma difende il suo piccolo. Sono tutte delle leonesse che traggono forze inaspettate. Ecco ciò avviene grazie proprio alla gravidanza. Quindi care mamme sappiate che vostro figlio vi ha reso più forti. Quindi, care mamme, tenete presente che vostro figlio vi ha reso più forti e vi ha dato una motivazione ancora più grande per affrontare la vita con determinazione e amore. Siete delle vere eroine, capaci di affrontare qualsiasi sfida che la maternità vi presenti. Sappiate che il vostro impegno e la vostra dedizione non passano inosservati e che il vostro amore incondizionato è un dono davvero prezioso per i vostri figli. Non dimenticate mai quanto siete speciali e quanto il vostro ruolo sia importante nella vita dei vostri piccoli.

Sempre lo studio delle modifiche dei cromosomi hanno indotto a pensare che sia fondamentale come la mamma ha vissuto la propria infanzia, Se è stata amata troverà più naturale e semplice prendersi cura del figlio. Se invece è stata maltrattata o trattata con freddezza troverà più fatica perchè tenderà a ripetere i comportamenti subiti. Sempre lo studio dei cromosomi (epigenetica) ha mostrato come nella prima infanzia ogni persona subisca delle modifiche a livello di cromosomi. Benefiche se è stata amata e negative in caso contrario.

Qui si potrebbero fare tante riflessioni sull’opportunità della pratica dell’utero in affitto e sulla intercambiabilità del ruolo materno e paterno. Due mamme o due papà sono equivalenti ad una mamma e un papà? Basta l’amore? Sono sicuro che se avete un po’ di capacità logica e di buon senso la risposta ve la siete già data. La natura ha pensato a tutto. Noi pensiamo di poter far meglio?

In un prossimo articolo tratterò di ciò che avviene nell’uomo quando diventa padre.

Antonio e Luisa

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Il tradimento fa male. È come un gigante che ti schiaccia.

Una delle cause di separazione che oggi voglio affrontare è il tradimento: può avvenire anche dopo la separazione o divorzio, non cambia niente (ricordo che per noi cristiani non è un foglio di carta o una firma del giudice che possono sciogliere un matrimonio, non lo può fare nessuno su questa terra, al massimo si può constatare che non sia mai avvenuto). Voglio precisare che quello che dirò non dovrà essere messo in relazione al comportamento di mia moglie, ma è una sintesi della mia esperienza personale e di quella quotidiana con tanti separati.

Quando scopri un tradimento fa male, molto molto male, è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cercasse di stritolarti: senti quasi un dolore fisico al cuore e ti manca l’aria, come non ce ne fosse abbastanza intorno a te. È certamente un dolore molto intenso, ma a differenza di un dolore fisico che se non grave, sai che passerà e puoi attenuarlo con farmaci, è difficile da gestire e da sopportare. Inoltre, perdi il sapore delle cose, anche le più belle, tutto diventa faticoso e difficile, la tentazione è quelli di sentirsi trascinati dagli eventi e dalle giornate tutte uguali. Il mondo, la tv e i programmi presentano spesso i tradimenti come “normali”, avventure amorose che creano emozioni e fanno sentire vivi, giustificate anche dal comportamento del coniuge, assente, poco premuroso, litigioso e non più attraente come prima.

No, un tradimento non è mai accettabile, specialmente da chi ha promesso “per sempre” davanti agli uomini e a Dio, anche perché può essere davvero distruttivo per sé stessi e per gli altri; infatti, i risultati macroscopici sono visibili a tutti, ogni giorno sentiamo casi di violenza dovuti a questo motivo, proprio perché si entra in una sfera emotiva così profonda e intima, spesso sconosciuta anche a noi stessi. Una doverosa precisazione. Non voglio giustificare la violenza che non è mai giustificabile. Al dolore si può reagire in tanti modi e sul modo ognuno di noi è personalmente responsabile delle proprie azioni. Aggiungo, in particolare per i giovani, che non si può pensare di svincolare il sesso dalla nostra realtà più profonda, come fosse un semplice divertimento o un’attività fisica.

Il dolore e la sofferenza che si protraggono nel tempo, se non vengono controllati e non viene dato loro un senso, possono portare, in casi estremi, a gesti violenti rivolti verso la persona che li ha causati e non solo (ci sono molti casi infatti di omicidio-suicidio, proprio perché la persona non riesce a gestire una situazione così dolorosa e non si vedono vie d’uscita, è il buio totale). Ripeto, nessuna giustificazione metto solo in evidenza quanto avviene.

Se provo a immaginare un mondo senza tradimenti dove, anche se è necessario separarsi per vari motivi, si rimane fedeli, mi appare una società con tanti problemi in meno, sana, centrata sulla famiglia (senza le cosiddette famiglie allargate) e con i figli che crescono senza eccessive ferite. È un sogno, naturalmente, ma dobbiamo cominciare noi a correggere il tiro, sperando di seminare bene e confidando nelle future generazioni. Tornando al tradimento, chi lo subisce, cosa può fare?

L’istinto sarebbe quello di vendicarsi, ad esempio raccontando a tutti la meschinità e la pochezza di quella persona, ma questo ha poco senso e non diminuirebbe certamente il dolore che si sta provando. Non porta neanche benefici affrontare che ti ha messo le corna, anzi direi che è una situazione potenzialmente rischiosa, se la rabbia dovesse prendere il sopravvento e la scenata dimostrerebbe soltanto quanto siamo stati feriti (se è arrivato/a a tradirti, evidentemente non saranno certo le tue parole a migliorare le cose e a fargli/le capire). Allora, cosa bisogna o si può fare? Subire in silenzio e basta?

No! Innanzitutto è necessario distogliere i pensieri cattivi e di rivalsa, ad esempio stopparli prima possibile con preghiere; poi ognuno di noi ha amici veri che magari ci sono già passati e possono aiutarti, oppure sacerdoti o assistenti spirituali che sanno darti consigli preziosi. Noi sappiamo che Qualcuno prima di noi ha subito tanti tradimenti, basta leggere la passione di Gesù e scoprire che ogni tipo di sofferenza Lui l’ha già vissuta: allora possiamo vivere il tradimento con Gesù, in Gesù e per Gesù. Non è che le cose magicamente si risolvano, si tratta di fidarsi di un lungo cammino che certamente porterà non solo alla “cima del monte”, ma trasformerà quel dolore, come fa un’ostrica con la perla.

Nella messa serale, il primo giorno del Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, da poco concluso, abbiamo regalato ad ognuno un sacchetto con dei sassolini e delle perle finte, insieme ad un piccolissimo libro (entrambi preparati con cura da Perlita) con queste parole sulla copertina: “Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla”. Effettivamente, per stare bene, io non vedo altre alternative all’infuori della fede, che non cancella nessuna ferita, ma le cicatrizza: certamente a livello umano un aiuto psicologico può aiutare, ma c’è anche il rischio di rimanere inchiodati e fermi al tradimento, senza fare passi avanti. Come si fa a perdonare di cuore? Proverò a dire qualcosa nella seconda parte, esattamente tra quindici giorni, sempre di mercoledì.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Chiesa Grande chiama chiesa piccola

Cari sposi, nonostante in queste date subentri una certa malinconia per la fine delle ferie e l’imminente ripresa dell’anno sociale, dobbiamo ricordarci che Gesù è sempre a nostro fianco, sia in vacanza che nella vita ordinaria e che Lui è la base di ogni nostra gioia e speranza.

In questa domenica tutta la Parola va proprio in questa direzione e concretamente ci parla del ruolo che Pietro e i suoi successori hanno avuto nella vita della Chiesa: essere roccia, basamento, cemento armato su cui Cristo ha voluto costituire la sua Chiesa come anche essere il punto di unione e convergenza visibile per tutti i cristiani.

Sappiamo che questa scelta non è avvenuta tramite una pesca ai bigliettini ma è stata frutto di assidua preghiera tra Lui e il Padre. E chi ha scelto alla fin fine? Un uomo, come direbbe Paolo Cevoli, un tantino “sborone”, uno che voleva farsi bello e forte davanti a tutti, finendo in seguito per cadere miseramente e rinnegare tre volte il Maestro. Ed ecco a voi il nostro bel fondamento visibile della Chiesa universale! Applausi per favore!

Pur potendo, non ha scelto né Giovanni, il bravo, il fedele, il più coccolato ma nemmeno il focoso Giacomo, così come neppure Natanaele, tanto elogiato per la sua sincerità e schiettezza. Ha proprio voluto quel pescatore testone e spavaldo. E difatti poi, fedele al suo capostipite, la storia dei Papi è davvero una sequela di casi umani tra i più disparati. Ce n’è di ogni: Papi santi e peccatori, intellettuali o asceti, di alta o bassa estrazione, impulsivi o remissivi… Consola tanto constatare come da Pio IX (1846-1878) ad oggi quasi tutti i Vicari di Cristo siano stati Santi o sono sulla via degli altari.

Ma voi sposi dovete ricordare che la Chiesa universale è fondata alla fin fine, certamente su diocesi e parrocchie, ma il tutto poi ha come ultimo piedistallo le piccole chiese, le chiese domestiche, cioè voi come coppia. Ed ecco qui il vostro luogo e il vostro compito nella Chiesa! Ciascuno di voi, nel suo piccolo, non importa se abbiate ricevuto ruoli o compiti dal parroco, se siete catechisti, incaricati della Caritas, se seguite il gruppo giovani o svolgete il ministero straordinario dell’Eucarestia. Fosse anche che questo e altro non ci fosse, per il solo fatto di essere uniti dal sacramento nuziale e quindi essere Presenza viva di Cristo, già coltivare questa amicizia tra voi e Lui e tentare di trasmetterla a chi vi è vicino sarebbe una magnifica missione. Tanto importante che, se mancasse, parrocchie, diocesi e in ultima istanza la Chiesa universale ne risentirebbe pesantemente in negativo.

Pensate a quanti “ecomostri” si trovano in Italia, cioè quegli edifici iniziati ma mai conclusi e che rimangono lì come ruderi a cielo aperto! Non sarà che questo a volte capita alla nostra Chiesa? Il fondamento c’è, lo sappiamo bene dal Vangelo di oggi, ma poi manca il resto, mancano tutte quelle rifiniture (infissi, porte, finestre, arredamenti…) necessari per abitarvi. E voi coppie avete proprio il compito originale di rendere accogliente e confortevole la Chiesa! Che appunto ci si senta amati e attesi, come in casa propria. Non importa se siete più o meno degni, ricordatevi di chi Gesù ci ha messo a capo, ma piuttosto che siate disposti a mettervi in gioco e continuare a provarci.

Cari sposi, per tutto questo che abbiamo visto, è chiaro che la Roccia di Pietro necessita di voi, piccole pietre vive. Gesù ha fiducia in voi e vi chiama ad aderirvi su di essa affinché la Sua Chiesa sia davvero salda in ogni sua parte.

ANTONIO E LUISA

Prendendo spunto dalla riflessione di padre Luca, vorrei aggiungere quanto, per me, Gesù si sia dimostrato un grande pedagogista nello scegliere Pietro. Se Pietro fosse stato perfetto, l’uomo senza difetti, l’uomo che non deve chiedere mai, forse non sarebbe stato un bene. Io sinceramente non avrei potuto identificarmi con la figura di Pietro. Avrei pensato che essere discepoli fosse solo per pochi, non per tutti. È un po’ quello che viene imputato alla Chiesa. La Chiesa? Piena di gente che ne combina di ogni. Eppure questa consapevolezza mi libera dalla mia limitatezza. Io sono povero, limitato, pieno di difetti eppure posso andare bene così. Se Gesù ha affidato la Sua Chiesa a un testone come Pietro, perché non può affidare una piccola chiesa domestica a Luisa e a me? Ed è così che tutte le mie paure e paranoie diventano superabili.

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Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo

Come spesso faccio il lunedì, ho deciso di tornare sul Vangelo della domenica appena trascorsa per una ulteriore riflessione. Cosa ci insegna l’episodio della mamma cananea che chiede la liberazione per la figlia?

Noi sposi crediamo che, in virtù del nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio, Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa, Lui non potrà fare nulla.

Il matrimonio non è solo un impegno umano, ma anche un sacramento che coinvolge la presenza e l’azione di Dio nella nostra vita coniugale. Per questo motivo, è importante vivere il nostro matrimonio in una relazione di profonda comunione con Dio, consentendoGli di essere coinvolto in ogni aspetto della nostra vita matrimoniale. La preghiera è uno strumento potente che ci permette di stabilire e mantenere questa relazione. Aprire il nostro cuore a Gesù, permettendogli di entrare nella nostra vita coniugale, ci dà la possibilità di ricevere la sua grazia e il suo sostegno costante. La preghiera ci aiuta anche a discernere la volontà di Dio per il nostro matrimonio e a trovare la forza necessaria per affrontare le sfide che possono presentarsi lungo il percorso.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che, in modo consapevole o inconsapevole, lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo, viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. La prima, nel capitolo 14, racconta come Gesù, con appena cinque pani e due pesci, sfamò una folla di cinquemila uomini, senza contare donne e bambini. La seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci viene riportata nel capitolo 15 di Matteo. Questa volta Gesù sfamò una folla di quattromila uomini, oltre alle donne e ai bambini, con sette pani e alcuni piccoli pesci. La differenza tra le due moltiplicazioni dei pani e dei pesci risiede nel numero di ceste lasciate dopo che tutti furono saziati. Nella prima moltiplicazione furono raccolte dodici ceste, mentre nella seconda moltiplicazione furono raccolte sette ceste.

Questo dettaglio numerico è significativo poiché il numero dodici simboleggia le dodici tribù di Israele, mentre il numero sette simboleggia la completezza e la perfezione. Questo suggerisce che Gesù non è venuto solo per il popolo ebraico rappresentato dalle dodici tribù, ma per tutti gli uomini di ogni razza, nazionalità e cultura sulla Terra. La sua provvidenza e il suo amore si estendono a tutte le persone che desiderano cercarlo, accoglierlo e seguirlo.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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“Ricordati chi sei, ricordati da dove vieni, ricorda il tuo passato senza subirlo mai”

Cari sposi, sarà anche una canzone di Max Pezzali, ma soprattutto il concetto proviene dalla Sacra Scrittura. Difatti, al popolo eletto, una volta giunto nella Terra Promessa Dio, tramite Mosè, disse: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente” (Deuteronomio 5, 15). Dopo un favore così grande, il rischio di considerare “normale e dovuto” è molto grande. Al resto poi ci pensa l’onnipresente routine e lo stress e così il gioco è fatto: ci sentiamo i padroni della nostra vita.

La premessa era dovuta perché oggi vediamo un Gesù burbero e caustico. Avrà forse digerito male la cena? Magari il materasso era duro? Pietro ne ha sparata un’altra delle sue? Niente di tutto ciò. Gesù non perde mai il filo del discorso ed è sempre sul pezzo. Ma allora cosa avrà voluto trasmettere a questa mamma disperata e in definitiva a ciascuno di noi anche con tal contegno?

Difficile accettare il messaggio per la nostra (mi ci includo) mentalità buonista e pacioccona incapace ogni tanto di dir di “no”! Come sempre è il contesto che ci schiude il significato. Gesù si è rivolto anzitutto al suo popolo, alla sua stirpe e sarà successivamente lo Spirito che, tramite Paolo, aprirà la Chiesa anche ai non ebrei. Ma quello che è imprescindibile, per gli uni e per gli altri, rimane il fatto che Gesù ci porta un dono che non meritiamo. Lo si può chiedere, lo si può sperare ma non è mai un automatismo.

Gesù ci insegna che la salvezza, la redenzione, il Cielo, la vita eterna, la Grazia… è sempre un regalo da implorare umilmente. Eh lo so che è duro, abituati come siamo ad avere oramai tutto a portata di un “clic”: dalla banca, alla spesa, al lavoro, alla scuola, agli acquisti. Se da un lato “volere è potere”, quando siamo davanti a Dio non funziona più così e subentra la dolce legge della Grazia.

In definitiva il Vangelo di oggi ha un sapore battesimale. Ci ricorda che nella nostra vita c’è stato un prima e un dopo il Battesimo, l’incontro con Cristo, anche se nella maggioranza dei casi l’abbiamo ricevuto da infanti. In definitiva, il Vangelo ci ricorda l’immensa realtà del Battesimo con il quale siamo entrati fisicamente in contatto con Cristo e ne sia divenuti fratelli, figli nel Figlio. Ricevere la grazia della guarigione per la sua bambina, supponeva per questa donna entrare in un rapporto di fede con Gesù, voleva dire quindi cambiare vita, mollare i propri idoli, svuotarsi dell’amor proprio. Ecco perché Gesù si rivela esigente, un tale cambiamento presuppone una volontà decisa e risoluta e Lui non vuole essere trattato come un McDrive ma richiede una conversione continua affinché la Sua Grazia divenga davvero efficace e fruttuosa. Però, quando la sirofenicia dà il minimo segno di umiltà e apertura del cuore, Gesù non si risparmia e le dona ben di più di quanto Gli ha domandato, difatti non solo riceve la guarigione della figlia ma anche la fede stessa. Sei grande Signore!

E voi sposi? Dove vi situate qui? Direi che è giusto che meditiate sulla grandezza del Battesimo ricevuto. Sebbene la stragrande maggioranza di noi sia divenuta cristiana da infanti, ciò non toglie che siamo stati liberati dal male, dalle insidie del maligno, da idoli nefasti. Nel Battesimo, sia dei bambini che degli adulti, è contenuto un esorcismo, anzi per questi ultimi è ancora più forte:

Carissimi candidati, poiché per la vocazione e la grazia di Dio siete decisi ad onorare e adorare lui solo e il suo Cristo e a lui solo volete servire, è questo il momento di rinunziare pubblicamente a quelle potenze che sono avverse a Dio e ai culti con i quali non si onora il vero Dio. Mai, dunque, vi accada di abbandonare Dio e il suo Cristo e di servire ad altre potenze” (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, 80).

Poi, dal vostro essere rinati in Cristo, dal Battesimo, è sgorgato da un Matrimonio Unico e Irripetibile, l’unione ipostatica tra Cristo e la Chiesa, tra la sua carne e quella di ciascuno di noi, come ha scritto molto bene un grande teologo antico: “Negli ultimi tempi Cristo prese da Maria l’anima e la carne. […] Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché Cristo e la Chiesa, secondo quel grande mistero, fossero due in una sola carne. Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall’alto discende lo Spirito del Signore” (S. Paciano, Discorso sul Battesimo).

Dal Battesimo infine sgorga un’altra grazia che è il matrimonio sacramentale. Possiate quindi sempre ricordare da dove venite, il vostro retroterra, le vostre catene spezzate, il vostro fango. Non è un invito alla depressione ma un canto di lode alla Misericordia di Dio. Poiché Gesù ha usato tutto questo, non l’ha scartato, l’ha solo lavato con il suo sangue per fare di voi una meraviglia, un prodigio, cioè dare vita, generare e rigenerare continuamente vita attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Quanto ha ragione padre Luca. La nostra fragilità, i nostri errori, la nostra consapevolezza di come eravamo messi quando ci siamo incontrati, non sono stati un freno a sposarci ma al contrario ci hanno aiutato ad avere fede e fiducia. Eravamo due persone cariche di ferite e di idee sbagliate eppure ci siamo sentiti amati da Dio. Ecco! Fare esperienza dell’amore di Dio per te, quando ti senti di non aver nulla da dare se non la tua miseria, cambia la vita. Se ci siamo sposati con fiducia, se ci siamo aperti alla vita con generosità (potevamo averne anche di più) è perchè non contavamo solo sulle nostre forze ma eravamo sicuri della presenza di Dio nel nostro matrimonio.

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Le vere gioie sono dello Spirito

Cari sposi, vi scrivo mentre sto concludendo i miei esercizi spirituali ignaziani che ogni anno ho la grazia di vivere con la mia comunità di sacerdoti. Pensando a cosa scrivervi di attinente alla vostra vita nuziale non mi è venuto altro se non raccontarvi la mia esperienza di questi giorni di vera grazia!

Per me gli esercizi sono un punto di inizio e di arrivo di tutto un anno pastorale. Cerco di farli appunto ad agosto quando in genere gli impegni diminuiscono, la gente è in vacanza, per vivere con Gesù un tempo di incontro più profondo e personale. Venivo carico di preoccupazioni di vario tipo, pure con la “ciliegina sulla torta” dell’alluvione di maggio scorso…  In casi come questi viene spontaneo chiederti: “Signore, dove sei? So che Ti trovi lì ma non ti vedo bene…”.

Parte della metodologia degli esercizi ignaziani prevede saggiamente di riportare alla mente le grazie ricevute. Spesso, in momenti difficili queste ultime diventano come impercettibili e ci concentriamo solo su quello che affetta la nostra sensibilità, ovviamente in senso negativo. Ma quanto è saggio fare verità sui doni che il Signore ci regala! Se apriamo gli occhi e ci lasciamo guidare dallo Spirito iniziamo a valorizzare anche “piccolezze” che in realtà sono doni immensi: la vita, le persone care, l’eventuale salute, la natura… smettendo di darli per dovuti e gonfiando il nostro amor proprio.

Mentre riempivo il foglio di grazie e doni concreti, mi sono accorto che stava mancando qualcosa di molto grosso. Ho chiesto nuovamente luce allo Spirito e subito ho esclamato: “ma che distratto son stato!”. Ben più di cose concrete, il Signore mi dona di continuo beni ancora più grandi e preziosi: il dono dello Spirito, il dono della Sua Risurrezione, il dono dell’Eucarestia, il dono di sua Madre, il dono del sacerdozio e soprattutto l’essere figlio di Dio grazie al Battesimo.

I primi doni sono belli e importanti, giusto farne sempre memoria ed essere riconoscenti. Tuttavia, è pur vero che ci possono essere tolti secondo i misteriosi e sapienti disegni di Dio. Ma i veri beni dello Spirito profumano di eternità e niente e nessuno ce li potrà mai togliere! Sono essi a darci le vere gioie, quelle che solo lo Spirito può effondere.

Perciò, con commozione ho rivalorizzato tutti quei Beni che sono ben superiori ai primi annotati. Aveva proprio ragione san Paolo! Se prima, il suo vanto era di appartenere al popolo eletto, professarsi un fariseo integerrimo, ecc., nel momento in cui incontra Cristo cambia tutto e gioisce di poter: “conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3, 10).

Cari sposi, vi auguro di immergervi anche voi totalmente nella grazia degli esercizi spirituali in coppia. Quante menzogne cadono, quante nebbie si dissipano, quanta verità emerge nella nostra vita! Dio volendo, con il Progetto Mistero Grande, stiamo progettandoli per l’anno venturo. Sono certo che il Signore anela di donarvi un cumulo immenso di regali per la crescita della vostra vocazione nuziale!

Padre Luca Frontali

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Rise up. Conta le stelle

Ce l’abbiamo fatta la settimana più attesa dell’anno è appena trascorsa. Una settimana in cui un cristiano praticante era come non mai piacevolmente circondato di eventi per ogni fascia di età. Siamo passati dalla gioiosità della GMG alla Marcia Francescana culminata nel perdono assisano.

Noi quest’anno la Gmg ce la siamo goduta alla grande, grazie anche ai ragazzi dell’oratorio che ci inviavano live le foto e, grazie ad Instagram, abbiamo instaurato dei legami in più anche con dei giovani di altre diocesi. Ma è stato bello anche commentare con le altre mamme: Sono arrivati? Hanno mangiato? Ce la farà a camminare tutte quelle ore sotto al sole per arrivare al campo della veglia?

Ognuno di loro, così come noi da casa, alla fine è sempre in attesa di quella Parola che dà il via alle nostre decisioni, che rischiara i dubbi e le incertezze. Percorrere le strade di Lisbona, passando per Santiago, Lourdes, Fatima, il Sermig di Torino. Abbiamo cercato di far loro compagnia, pensate c’erano anche ragazzi che avevano percorso un viaggio con più di 40 ore di pullman. Quella stessa Parola che ha aiutato anche noi al passo decisivo, che ci ha condotto ancora di più nel nostro sentiero di Abramo e Sara.

All’inizio, come ricorderete, il nostro progetto era nato per curare il dolore delle coppie che un figlio non lo hanno o lo hanno perso. Il progetto è rimasto sempre lo stesso, ma negli ultimi mesi ha preso delle strade inaspettate come con il gemellaggio con le realtà dei gruppi giovanili. Giusto in questi giorni siamo stati insieme ai giovani del “Due o tre” di Marianna Boccolini progetto nato in ricordo di Marianna e portato avanti dalla sua mamma Maria Letizia Tomassoni in sinergia con Padre Massimo Reschiglian.

Non ci stancheremo mai di ripetere alle coppie che dal sepolcro del dolore se ne esce. La risurrezione passa da un incontro. Passa attraverso un touch, passa attraverso una voce che pronuncia il tuo nome “Maria”. I giovani hanno fame di relazioni autentiche, di educatori, che osino rischiare di uscire fuori dallo stantio del si è sempre fatto così per andargli incontro. Chi meglio di una coppia senza figli ha tempo da donare a dei giovani? Di condividere con loro le proprie esperienze di vita. Alcuni giovani hanno dichiarato che in questa settimana si sono sentiti ascoltati.

Provate, osate, andate incontro ai giovani per ascoltarli, potreste aiutarli a lenire le loro ferite. Volutamente non prolunghiamo l’articolo, ma ci teniamo a lasciarvi con queste piccole domande per riflettere in questo periodo estivo: Come ero da adolescente? Cosa mi faceva soffrire ? Avevo chi nel momento in cui mi sentivo un fallito mi tendeva la mano per alzarmi? C’ era chi mi educava con quei No che aiutano a crescere? Basta pensare ad esempio a David Buggi e al No che si è sentito pronunciare dal suo padre spirituale. Solo chi ci ama veramente ha il coraggio di pronunciare quei No che al momento non comprendiamo che ci fanno soffrire indubbiamente ma sono necessari per farci camminare sulla Via della Verità.

Per chi vorrà ci può raggiungere online sul nostro profilo Instagram e ci potrà ascoltare ogni primo lunedì del mese nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria e per chi è di Roma ci trova presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto!

Simona e Andrea.

Questo è il mio Amore

Domenica scorsa è terminato il X Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, a Loreto, presso l’Istituto Salesiano, con il titolo “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”. Per quello che ho visto e sentito dai partecipanti, è stato forse il miglior convegno che abbiamo fatto e le motivazioni sono tante, forse perché non ci sono stati contrattempi, forse perché eravamo in tanti (55 persone), forse perché c’erano diverse persone nuove e tutte squisite che si sono sentite accolte, forse perché la struttura ci ha fatto mangiare bene e coccolato, forse perché eravamo vicinissimi alla Basilica di Loreto (centro della famiglia con le mura della casa di Nazareth), forse per le belle meditazioni di don Renzo, forse perché ci siamo anche divertiti molto. Infatti siamo riusciti a mettere insieme le catechesi e i lavori in piccoli gruppi con momenti più leggeri, come un bagno al mare, la visita alla casa con biblioteca del Leopardi e la serata ricreativa elegante, in cui abbiamo giocato e ballato; non sono mancate situazioni emozionanti, come la cerimonia d’ingresso di quattro nuovi giovani soci e il rinnovo della promesse matrimoniali, tutti vestiti di bianco, l’ultimo giorno.

Dovrò riascoltare con calma i contenuti delle meditazioni, ragionarci sopra, assimilarle, anche perché la mia mente era impegnata in parte nell’organizzazione e nel serrato programma della giornata, dopo cena compreso. Provo a balbettare qualche spunto di riflessione su quello che mi ha particolarmente colpito: se vogliamo far funzionare un matrimonio, dobbiamo capire/riscoprire il significato dell’Eucarestia.

Gli sposi hanno la coscienza e la consapevolezza che Gesù è vivo? Sanno di essere Sacramento di Gesù vivo e che sono chiamati a vivere una relazione con Lui e non solo una religione fatta di riti, devozioni e preghiere? I separati hanno capito che certamente manca il coniuge, ma non manca (se lo vogliono) la “Parte” più importante, che è quella che alla fine conta? La realtà, infatti, può essere guardata sotto tanti punti di vista e quello che spesso scarseggia è la percezione della distanza infinita tra la realtà e il dono dell’Eucarestia, cioè lo stupore: un Dio che mi ama singolarmente, che mi dona tutto Se stesso e mi dice “Prendimi e mangiami!”.

Mentre ascoltavo una meditazione su questo tema, mi è venuto in mente un ricordo bellissimo e indelebile, di quando 17 anni fa è nata nostra figlia primogenita Diletta; specialmente i primi giorni, passavo le ore a guardarla nella culla mentre dormiva, con le manine chiuse appoggiate in alto, ai lati della testa: stavo in silenzio a contemplare la bellezza di un dono, non solo così bello, ma anche immeritato (cioè senza miei particolari meriti); stessa cosa succede agli innamorati, quando si guardano senza parlare. Mi dispiace di non riuscire ancora a raggiungere questa contemplazione con un dono infintamente più grande com’è l’Eucarestia, però la mia povertà può essere lo spazio alla presenza di Dio.

L’uomo può non accettare il dono e farsi bastare sè stesso, siamo liberi di farlo, ma se capiamo il dono, il matrimonio non sarà mai fallito perché Lui è presente e può trasformare un povero separato fedele in un amore divino da diffondere agli altri. Come il sacerdote in nome di Cristo dice “Questo è il mio corpo”, così Gesù, mediante gli sposi, vuole dire “Questo è il mio Amore”. Infatti il Sacramento ha specificato una missione, che è quella di tessere legami (come creare una ragnatela), unire le persone in Cristo, amare infinitamente e creare comunione (io sono Eucarestia da distribuire). Non è facile e risulta abbastanza semplice farlo con persone di fede che hanno fatto la tua stessa scelta (come durante il Convegno), mentre è decisamente impegnativo con tutti gli altri; tuttavia la nostra strada è questa e non avrebbe senso non percorrerla fino in fondo e non cercare di amare ogni giorno al massimo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ne vale ancora la pena?

Dal libro del Deuteronomio cap 10,12-22 Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi. Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervìce; perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto. Temi il Signore, tuo Dio, servilo, restagli fedele e giura nel suo nome. Egli è la tua lode, egli è il tuo Dio, che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto. I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; ora il Signore, tuo Dio, ti ha reso numeroso come le stelle del cielo».

Questo discorso di Mosè è assai commovente, se pensiamo che sono parole che dovremmo sentire dai pulpiti delle nostre chiese, i nostri pastori sono i nostri odierni Mosè e forse basterebbe una predica infuocata con tali parole per smuovere tanti cuori ormai soffocati come da un calcare spirituale.

Provate per un attimo ad immaginare l’inizio del discorso sostituendo “Mosè” col nome del vostro parroco, e poi sostituite “Israele” col nome della vostra parrocchia, del vostro paese, della vostra realtà comunitaria (meglio ancora con i vostri nomi) e scoprirete quanto abbiamo bisogno di sacerdoti e vescovi che ci scuotano dal tiepidume spirituale da cui molti cattolici sono colpiti, vivono la fede come dei cacciatori bloccati dentro le sabbie mobili non sapendo di perdersi le ambite prede.

Cari sposi, quante volte anche il nostro matrimonio assomiglia al cuore ostinato e alla dura cervice degli Israeliti, quando nonostante abbiamo visto le meraviglie del Signore siamo tornati alla vecchia vita come degli ingrati.

Molte coppie partecipano a settimane di spiritualità, ritiri per sposi, convegni, corsi di spiritualità coniugale, e vivendo queste esperienze ravvivano la propria relazione, si sentono inondate da una sorta di ebbrezza inspiegabile: non è semplicemente l’effetto dello “stare insieme come comunità“, ma sono segnali divini, come piccole freccette che lo Spirito Santo lancia al nostro cuore, sono come piccoli punti di ristoro in mezzo ad una piana desertica, sono delle consolazioni che il Signore ci concede nella Sua Infinita Misericordia.

Lo Spirito Santo a volte usa questa “tattica” per attirarci a sé come fa un innamorato quando corteggia la sua bella e la seduce con ogni dolcezza, così anche il Signore ci fa assaporare la Sua dolcezza usando anche i nostri sensi.

Perché allora queste coppie, dopo aver assaporato le delizie dell’amore di Dio Onnipotente, una volta tornate alla loro vita ordinaria sembrano dimenticarsi ben presto dell’esperienza appena vissuta?

Il problema non sta nella tattica del Signore, ma nella risposta che diamo noi a questi dolci Suoi inviti; a volte ci comportiamo come la bella che prima di decidere se accettare le avances del pretendente gli fa la “radiografia totale” e, nonostante lui abbia dimostrato di essere degno di fiducia, lei ha già deciso in cuor suo di non aver bisogno del suo amore.

E’ così che queste coppie continuano a partecipare a ritiri su ritiri, accumulano corsi su corsi, hanno un curriculum di tutto rispetto quanto a partecipazione ad eventi di spiritualità matrimoniale, MA la loro relazione non fa mai progressi, il loro matrimonio non ingrana mai la marcia giusta, non spingono mai sull’acceleratore perché nel profondo del proprio cuore hanno già deciso di non aver bisogno dell’amore di Dio, si comportano come gli israeliti dal cuore ostinato e dalla dura cervice, nonostante abbiano sperimentato come il Signore sia Colui “che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto.” provate allora a rileggere l’esortazione di Mosè come rivolta a voi stessi.

Coraggio sposi, abbandoniamo le nostre certezze per tuffarci a occhi chiusi nella Sue certezze. Non è più il tempo per tentennare, per capire da che parte stare, non mettiamo alla prova il nostro Dio Onnipotente. Il nostro modello? La Madonna, di cui oggi festeggiamo la Sua Assunzione in Cielo in anima e corpo, non si è fidata delle poche certezze umane ma ha confidato pienamente ed interamente nel Signore. E la Sua Assunzione ci testimonia che ne è valsa la pena!

Regína in cáelum assúmpta, ora pro nobis.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /9

Continuiamo la nostra riflessione col quinto capitolo che è semplicemente l’epilogo del quarto, ed ecco come il Collodi lo titola:

Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello la frittata gli vola via dalla finestra.

Tolto di mezzo Geppetto e ucciso il Grillo parlante, Pinocchio, che si aspetta un’esistenza luminosa nell’appagamento immediato dei desideri e nel dominio assoluto sulle cose, sperimenta invece l’oscurità, la vacuità delle cose, la fame, la delusione.

Intanto cominciò a farsi notte. Quando ci si allontana dal Padre e si mette a tacere la voce della coscienza, inevitabilmente scende la notte nell’anima, nella nostra vita. La notte impegna in maniera indelebile la nostra natura di creature, perché si avverte che prima o poi dovremo “fidarci” ed abbandonarci al sonno, con la speranza di risvegliarci il mattino seguente con la vacua illusione di riprendere il dominio sul mondo grazie alle ritrovata vigilanza e le capacità di intendere e volere. Ecco perché la sera è il momento propizio per l’esame di coscienza, per riprendere in mano il senso del nostro fare nella giornata appena passata, per aggiustare ciò che è stato rotto, per controllare la rotta della propria vita, per una verifica di controllo, così come facciamo i tagliandi di controllo periodici al motore dobbiamo fare un tagliando continuo alla nostra vita. E tutto ciò vale anche per la notte dell’anima; ci sono numerose testimonianze di persone comuni, ma anche di grandi santi, che si sono convertiti solamente dopo aver “toccato il fondo”. Ed anche per Pinocchio la notte è un richiamo al senso dell’esistenza ed infatti si pente: Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa. Sembra di sentir parlare il figliuol prodigo della famosa parabola raccontata da Gesù.

La pentola era dipinta sul muro. Quello che il mondo prima presentava come libertà dall’oppressione del Padre, si rivela vuoto e con crudele sarcasmo continua a farcelo intravedere nel suo inganno: una pentola dipinta vista dagli occhi di un affamato è molto più di una ironia. È il vuoto dell’esistenza che si sperimenta allontanandosi da Dio e dalla Sua Legge.

E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre. Dapprima il mondo ci attira con le sue bramosie e poi ci lascia più fame di prima. Perché il mondo non soddisferà mai la nostra fame di Verità, la nostra fame di senso, la nostra fame di eternità, la nostra fame di una casa eterna, la nostra fame di essere amati, la nostra fame di perdono, la nostra fame di abbracciare tutto, la nostra fame di infinito. Quando finalmente Pinocchio trova un uovo – non a caso lo trova nel monte della spazzatura – esso si rivelerà l’ennesimo inganno.

Cari sposi, il mondo non ci vuole insieme perché ci ritiene un pericolo, siccome la coppia ricorda la creazione ed inevitabilmente il Creatore, ecco che dividendoci raggiunge lo scopo di togliere dal cuore dell’uomo anche solo il ricordo di Dio. Ora più che mai dobbiamo combattere contro le falsità, dobbiamo ribellarci alle pentole vuote disegnate sulle pareti colorate del mondo.

Una di queste pentole vuote che ci tocca da vicino è senz’altro la “pentola” della convivenza. Di sicuro il mondo ce la disegna molto attraente e ricca di colori e sfumature da indurci a credere che sia una pentola vera e piena di cibo succulento e prelibato, mentre invece è un freddo dipinto sul muro, che quando cerchi di afferrarla per cucinare ti accorgi dell’inganno. E’ come se vivessimo in un continuo carnevale dove il vero volto è celato dietro una maschera molto decorata ed appariscente, ma pur sempre maschera.

Ci sono poi le uova che troviamo sul monte della spazzatura: l’adulterio, il sesso libertino, la lussuria, l’impurità, l’impudicizia, l’oscenità, e ci ritroviamo come Pinocchio cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano.

Coraggio famiglie, non dobbiamo temere di riconoscere le nostre cadute, quando ci accorgiamo di avere tra le mani un uovo vuoto, ritorniamo dal Padre e gridiamogli il nostro dispiacere di esserci allontanati da Lui e dalla Sua Legge, il nostro pentimento farà breccia nel Suo cuore. Lui ci aspetta con le braccia aperte, il suo abbraccio misericordioso darà nuova carica al nostro matrimonio, ridarà la luce alla nostra stanza spenta, ridesterà una relazione che sembrava ormai spenta.

La nostra relazione non sarà più come quella pentola disegnata a sbeffeggiare la nostra fame d’amore, ma diventerà matrimonio, diventerà una pentola vera e piena di cibo reale e succulento meglio di un ristorante pentastellato.

Giorgio e Valentina.

Oggi con me in paradiso

Il regno di Dio è già in mezzo a voi. Siamo rientrati a casa dopo giorni di immensa Grazia. Giorni fatti di fatica, sudore, magliette puzzolenti, 4 bagni per 130 persone, sveglie all’alba per arrivare prima degli altri a fare colazione alla macchinetta onde evitare di stare un ora e più in fila ad aspettare con le tazze in mano per tutta la famiglia.

Notti fredde e notti calde, notti silenziose e notti rumorose, 60 bambini di tutte le età, bambini che piangono, che si lamentano a ogni passo, che corrono, giocano, fanno mille domande sotto il sole. Giorni fatti di passeggini che si incastrano sul ciottolato lungo i sentieri (facciamo un elogio alla Chicco, perché siamo tornati a casa e il nostro passeggino, contro ogni aspettativa, è tornato a casa integro e funzionante!-non è una pubblicità per loro, nessuno ci paga per dire questo!), di spalle e braccia che fanno invidia a Yuri chechi, di mani volenterose e fratelli e sorelle disponibili, che faticando con te e come te, spingono, sollevano, trainano figli che non sono loro ma che in quel momento è un po’ come se lo diventassero.

Giorni di canto, di festa, di giochi, di inno, ripetuto, gustato: “con me tu sei, in Paradiso, con me tu sei in paradiiiisooooo”. Giorni di fratellanza, in cui abbiamo assaporato cosa vuole dire essere una grande Famiglia, dove ciascuno segue il suo passo ma la meta è la stessa e la carità rende tutto più tollerabile e bello oltre che più forti lungo la strada. Abbiamo percorso 6 giorni di tutta sta roba per andare dove? Chi ce l’ha fatto fare?!

Eravamo in cammino verso il PERDONO DI ASSISI! Festa che si celebra il 2 agosto. (Se non sai di cosa si tratta, in fondo all’articolo c’è un breve racconto). Quest’anno la marcia francescana aveva come titolo e tema: OGGI CON ME IN PARADISO!!

Ecco cosa ci ha spinto: il Paradiso!! Ma chi non vorrebbe conquistarselo, arrivarci correndo! Spesso si pensa al Paradiso come qualcosa che ci accoglierà in un futuro (più in là possibile), dopo che siamo morti. Pensarla così, non è propriamente una cosa tanto bella a cui aspirare.. è bello sicuramente, ti fidi che sia così, ma questa cosa mette anche paura. Il Paradiso può arrivare solo se facciamo esperienza del passaggio dalla vita alla morte. Quindi magari, Paradiso aspetta va.. ci risentiamo più in là.

Alt! Forse non è poi così vero. Quando da giovani seguivamo i corsi di Padre Giovanni, abbiamo capito una cosa bellissima, difficile da mettere sempre in pratica, ma bella perchè ti avvicina al pensiero di Dio.. ovvero a ragionare fuori schema. Dio ragiona andando fuori schema. Ma spesso questi fuori schemi sono più semplici di quanto possa sembrare.

Gesù ci dice nel Vangelo di Luca che il Regno dei Cieli è già qui in mezzo a voi. Waaaaa!!  Allora non devo morire per forza per cominciare ad assaporare un piccolo pezzetto di Paradiso. E anche quando questo passaggio avverrà, allora il Paradiso sarà totale!! Ecco allora cos’è il Paradiso: è la presenza viva di Gesù in mezzo a noi! È qui, oggi, mentre sto leggendo questo articolo di sta famiglia pazza e squinternata, che anela al Paradiso ma che ha tanto bisogno di essere perdonata!

È qui oggi, mentre stai prendendo la macchina per andare al lavoro, tempo prezioso per metterti in relazione con il Padre. È qui oggi, mentre stai lavando, stirando, facendo la spesa, urlando a tuo figlio di fermarsi prima del capitombolo seriale seguito da pianto e stridore di denti (e intano tu pensi “glielo avevo detto”). È qui oggi, quando pensi che la tua vita non abbia un senso, uno scopo, dove ti senti triste perché vorresti un di più che non hai. È qui oggi, quando devi arrancare per arrivare a fine mese. È qui oggi nell’abbraccio del tuo sposo, nelle risate con i tuoi figli, nel desiderio grande di una benedizione nell’arrivo di figli che non arrivano, o che arrivano e sono più pronti di te, di voi per varcare già ora le porte del Paradiso. Il Paradiso è già qui. Tutti possiamo già ora sperimentarlo.. non riesci a vederlo?

Fai questa prova: prenditi del Tempo e vai a messa. Fermati e sosta durante l’Eucarestia. Semplicemente guarda quello che accade di fronte a te… non è allucinazione, non è un gesto tanto per… è lì! Gesù ti chiama lì! In quell’ostia spezzata, il quel corpo dato e offerto solo per te, per amore tuo. Per dirti ancora una volta che Lui è la tua salvezza, e che non devi temere. Ogni volta che avviene quel miracolo, la distanza tra cielo e terra svanisce. Cielo e terra si toccano, per dirti che il paradiso è già qui, è già ora. E che Gesù è vivo!

Quando poi esci da messa, torna a casa. E anche se quando varchi la porta può venirti voglia di richiuderla e tornare dopo, non farlo. Entra e guarda. Quell’assaggio di Paradiso è nell’intimità con tuo marito o tua moglie. È quella paternità e maternità verso i tuoi figli, e quando questi non ci sono verso l’umanità intera: la genitorialità è sempre un privilegio, il cui unico obiettivo è far conoscere il Padre. Il Paradiso è nel Tempo che scegli di vivere, come vivere, con chi vivere. Trova sempre un pretesto per metterti in relazione con Lui.

Il Paradiso è come già detto, anche nei gesti spesso abitudinari della quotidianità. Tutto ciò che faccio lo faccio perché amo! E non dimenticare che anche nella sofferenza di coppia, qualsiasi essa sia, la morte non ha l’ultima parola!

Allora concludiamo con questo incoraggiamento, che ci è stato donato e che ci accompagna in questo nostro oggi: NON TEMERE, Anna .. Stefano… Michele… Marta… (metti il tuo nome) PERCHÉ HAI TROVATO GRAZIA PRESSO DIO. Ripeti ogni giorno questo annuncio dell’angelo a te! Così è davvero! Ieri, oggi e domani sei figlio Amato.

A presto!

Anna e Ste – Cercatori di Bellezza

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Sotto un breve riassunto di come è nata la festa del perdono di Assisi

l 2 agosto si ricorda SANTA MARIA DEGLI ANGELI e del perdono, Madonna alla quale è dedicata una Basilica in Assisi, e dove Ella apparve a San Francesco, il quale svolse parte della sua opera nella cosiddetta Porziuncola, una chiesetta ottenuta in dono dai monaci Benedettini del monte Subasio nella quale fondò l’Ordine dei Frati Minori, da lui stesso rimodernata e sistemata e presso cui si ritirava in preghiera e meditazione.

Proprio qui si narra che un giorno di luglio del 1216 San Francesco si trovasse a pregare quando gli apparve in tutto il suo fulgore la Madonna seduta alla destra di Gesù Cristo e circondata da angeli la quale gli chiese in che modo poter esaudire il suo desiderio di mandare tutti in paradiso.

San Francesco rispose prontamente: “Signore, benché io sia misero e peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Quale altruistica richiesta! Che tutti quelli che nel corso degli anni si fossero recati a pregare nella Porziuncola, avessero ottenuto la completa remissione delle loro colpe, quello che viene conosciuto come il Perdono di Assisi.

Gli fu infatti risposto di recarsi dal Papa in carica, ovvero il Pontefice Onorio III il quale dopo averlo ascoltato e concessa l’indulgenza gli chiese se volesse un documento, ma il frate rispose sicuro: “Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni”. Così il 2 agosto di quell’anno San Francesco promulgò il Grande Perdono per ogni anno in quella data a coloro che fossero andati nella chiesetta della Porziuncola, oggi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

L’intimità. Una chiacchierata tra donne. /2

Proseguiamo oggi con l’interessantissima intervista di Anna a Nicoletta. Qui potete trovare la prima parte.

Quali consigli dare alle mogli, per mantenere una buona intesa e una sessualità sana e gratificante? E ai mariti?

È fondamentale per tutti e due, gli uomini e le donne. Quindi è un aspetto su cui lavorare, altrimenti l’intimità scende. Magari, se il tipo che dell’intimità pensa: È importante anche per me, anche se non ci penso mai! Ecco ricordati che lavorare in questo aspetto aiuta ad avere un rapporto migliore col proprio corpo, un rapporto migliore con il corpo dell’altro, un’intimità che cresce e tante altre cose belle.

Canali comunicativi

Ricordiamoci che l’altro mi conosce e sa qual è il mio canale comunicativo. Sa che per me è importante una manifestazione d’amore “narrativa”: per esempio che mio marito mi dica con le parole: sei bella, mi piace stare con te. Serve che mi conquisti, mi aiuti ad entrare nell’intimità, ad accendere il mio desiderio, usando il mio canale di comunicazione.

Oppure so che l’altro ha un canale privilegiato visivo quindi: ciò che vedo mi eccita. Vedo che sei particolarmente curata oppure vedo che questa sera spegni il pc prima del solito e che ti dedicherai a me e non al lavoro.

Queste differenze ci sono, e io sono chiamata a sintonizzarmi sul tuo canale comunicativo e a raccontarti tutte le volte che tu fai qualche cosa che mi aiuta ad accendere il desiderio. In un corso che abbiamo fatto online con le copie che si chiama: accendi il desiderio abbiamo parlato di questo, perché il desiderio erotico cresce. Dobbiamo ricordarci che l’altro è diverso, e i suoi canali erotici sono diversi dai miei.

Troppo spesso si leggono dichiarazioni di personaggi pubblici (in questi giorni quella di un uomo di spettacolo) che ammettono di concedersi delle distrazioni sessuali fuori dal matrimonio e le giustificano a motivo di un sesso coniugale scarso come qualità e quantità. Quali sono i rischi per la relazione, nel cercare fuori quello che si dovrebbe coltivare nella coppia?

L’intimità è la costruzione che la nostra coppia fa di uno spazio speciale, in cui entriamo solo noi. Significa che tu sei il mio solo, il mio unico con cui vivo una cosa simile. Sperimentiamo una cosa particolare della nostra relazione che batte e la potenza di questo battito è data dai gesti che tu ed io viviamo esclusivamente. Quando qualcun altro entra in questa intimità, questo cuore della coppia si modifica. In alcuni casi si ammala gravemente. In certi casi si rompe proprio. È un’attività rischiosissima che nell’intimità entri qualcuno. È rischioso se uno di noi ha fatto entrare nel nostro spazio di intimità una fantasia, che magari potevamo addirittura esserci raccontati e condiviso insieme. Tuttavia, nel momento in cui la viviamo, genera delle cose che possono essere difficili da gestire.

L’invasione dell’intimità

L’intimità è una stanza speciale e quindi ci siamo solo io e te, la nostra coppia. Ogni volta che entra qualcun altro, mettiamo a rischio la nostra intimità, cioè il cuore della nostra coppia. Incontro coppie che hanno messo in atto delle fantasie, magari anche condivise, che hanno generato danni pazzeschi.

Ci sono anche coppie che hanno vissuto il tradimento, magari concluso. Hanno avuto una storia con un lui o con una lei, poi chiusa e hanno scelto di nuovo il proprio partner, ma non riescono a capacitarsi della sofferenza che questa cosa ha generato nella coppia, in se stessi, nell’altro. Né spesso riescono ad affrontare la fragilità in cui hanno messo tutti e due, il rischio sul proprio futuro. Si tratta di azioni che mettono a repentaglio la coppia. Questo lo dobbiamo sapere.

Il valore della fedeltà

Non è essere più o meno chiusi, a parer mio, è essere saggi. La nostra intimità è una stanza speciale, in cui ci siamo solo noi due. Ogni volta che consentiamo qualcun altro di entrare lì dentro, mettiamo la nostra coppia in grandissimo rischio. Se io sono molto interessato noi due, non farò entrare altri. Questo richiede un lavoro, perché la fedeltà è lavoro, è il capolavoro di una coppia.

Si può ripartire anche dopo i tradimenti, si può ripartire anche dopo aver ospitato fantasie che non ci hanno fatto bene, ma è molto molto molto difficile. L’aspetto più saggio ricordarsi che la fedeltà è preziosa. È essenziale ricordarci che questa unicità deve essere preservata. Se la infrango non so veramente quale fatica ciò porterà la nostra coppia 

Di recente avete pubblicato un nuovo libro, dedicato alla fertilità della coppia (La fertilità che non ti aspetti). Di cosa di tratta?

La fertilità che non ti aspetti è stato un bellissimo regalo. Ci hanno chiesto di scrivere un libro legato a questo aspetto: alla vita delle coppie che scoprono di non poter avere figli e si trovano a vivere una dinamica di non fertilità fisica loro interno. Siamo rimasti un po’ colpiti, perché la richiesta ci è arrivata e chi ce l’ha fatta sa che noi abbiamo avuto la fortuna di essere genitori di cinque figli. Pensavamo di non essere le persone adatte. Abbiamo messo in campo le nostre conoscenze. Abbiamo pensato anche alle narrazioni che raccogliamo in giro a fare incontri, alle storie che raccolgo io nella mia attività di lavoro.

Ci siamo resi conto che poteva essere una occasione per narrare ciò che, secondo noi, è essenziale. Che cos’è che aiuta una coppia a mantenersi non solo in piedi, ma essere una coppia che riesce a continuare a camminare nel proprio progetto di coppia?

Il ricalcolo

Abbiamo imparato che l’abilità più essenziale è quella del ricalcolo. Ricalcolare il percorso, perché ciò che fa la stabilità, la grandezza della nostra coppia, non è raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissi. Quello che chiamiamo: “il nostro progetto di coppia iniziale”. Rispetto a una serie di obiettivi, abbiamo pochissimi poteri.

Magari le coppie avevano in programma di viaggiare molto e poi uno dei familiari prossimi si ammala e siamo chiamati ad assisterlo. Oppure l’obiettivo di costruirsi una casa in campagna, poi uno dei due perde lavoro. E l’obiettivo di avere dei figli e poi non arrivano perché questo non ci è concesso. Di fronte a questa realtà, ci siamo proprio interrogati e abbiamo elaborato questa storia in cui accompagniamo una coppia a effettuare uno dei ricalcoli più complicati. In questo caso, il ricalcolo è quello di fare i conti con una fertilità che non era come si aspettavano.

La falsa narrazione del desiderio

Prendiamo in mano gli aspetti essenziali della vita di coppia. Primo fra tutti, che non basta desiderare a fondo una cosa per averla. Desiderare è una trappola grande. Il primo aspetto della trappola del desiderio sono le narrazioni in cui siamo immersi, ovvero che se desideri una cosa la puoi ottenere. Invece posso desiderare ardentemente qualcosa che non dipende interamente da me.

Invece bisogna sviluppare la capacità di vedere come all’interno della coppia viviamo il dolore in modo differente, la capacità anche di esaminare insieme quali sono le persone che frequentiamo e se sono buone per noi, per la nostra crescita. Interrogarci se la nostra rete relazionale sia composta da nodi che aiutano la nostra coppia oppure no.

Si tratta di un altro aspetto su cui non sempre riflettiamo con saggezza. Il ricalcolo- ovvero il frutto del ricalcolo – migliore che i protagonisti fanno sul finire del libro, la dinamica più preziosa del ricalcolo è che, mentre ricalcoliamo, ci raccontiamo che questo è possibile perché tu ci sei. Questa avventura, questo cambio di programma è fattibile perché tu ci sei.

Il ricalcolo diventa quello che effettivamente deve essere: un momento che, pur nella sofferenza e smarrimento, porta alla riscoperta dell’importanza di averti come compagno di viaggio. Per questo, ricalcolare non ci allontana, anzi ci dà la possibilità di riscoprire ancora una volta il seme che abbiamo ricevuto quando il nostro amore è nato. Tutti gli amori quando nascono ricevono dei semi, che sono chiamati a portare frutto. Non sappiamo ancora che frutto sarà. Seminare, annaffiare, curare questi semi e ciò che custodirà la nostra coppia. Vedremo poi che cosa veramente porteranno per noi e per gli altri. 

Che posto ha l’intimità fisica all’interno di questo concetto di fertilità della coppia?

L’intimità è preziosa per tutte le coppie. In qualsiasi momento hanno bisogno di custodirla. Ricordiamoci che l’intimità è un ventaglio di gesti che comprendono a fare l’amore ma anche molti altri: baci, abbracci e coccole sono piccole oasi che generano legami di piacere. Possono essere i momenti passati insieme, la liturgia buona dell’incontro nella quotidianità, ecco questi devono essere mantenuti vivi e custoditi e curati. Proprio come una pioggia benefica che accompagna le copie dei momenti di fatica. 

Nicoletta Musso Oreglia è laureata in Legge, mediatrice familiare, counselor professionista, consulente in sessuologia, coordinatore genitoriale sistemico, accompagna coppie e singoli da vent’anni.

Anna Porchetti è autrice del libro: “Amatevi finché morte non vi separi” e blogger

L’intervista è apparsa per la prima volta qui: https://annaporchetti.it/2023/07/29/intimita-nel-matrimonio-intervista-a-nicoletta-musso-oreglia/

L’intimità. Una chiacchierata tra donne

Ospitiamo sul blog un’intervista molto interessante. Sarà proposta con due articoli, oggi e domani. Anna Porchetti (autrice del libro: “Amatevi finché morte non vi separi” e blogger) intervista Nicoletta Musso Oreglia (mediatrice familiare, counselor professionista, consulente in sessuologia, coordinatore genitoriale sistemico, accompagna coppie e singoli da vent’anni).

Nicoletta, tu e tuo marito vi occupate da tempo del tema dell’intimità nel matrimonio, ne avete scritto in un manuale e dialogate con molte coppie. Quali sono le esigenze più sentite? E le maggiori difficoltà che incontrano le coppie?

Le esigenze più sentite sono sicuramente fare pace con le differenze. Queste differenze derivano dal fatto che siamo persone diverse, ciascuno di noi ha la sua storia. Sono diversa io, sono diversi i nostri corpi. Siamo diversi nei modi di sentire. Abbiamo bisogno di fare pace con queste differenze. Dobbiamo scoprire che per fare pace, è necessario che io impari raccontarti le mie differenze e ad ascoltare le tue.

L’alfabeto dell’intimità

Quindi dobbiamo comprendere che è importante costruirsi un alfabeto dell’intimità. Ovvero, un’abitudine a raccontare a condividere la nostra vita. L’altra esigenza fondamentale è arrivare a vivere -non solo a costruire- l’intimità per quella che: un vestito su misura di altissima sartoria. Un abito che ogni coppia taglia seguendo le proprie curve e che viste perfettamente la coppia. Quindi non è omologato, non è una taglia unica per tutti. E’ invece assolutamente unico. A questo lavoro di alta sartoria, che segue il profilo di ogni coppia, le sue forme e le esalta si arriva, facendo pace con le differenze. Costruire un alfabeto dell’intimità su misura, ci fa superare gli ostacoli. Ci fa far pace con il mio corpo, con il tuo corpo con i nostri tempi differenti.

L’intimità cambia, nel corso di un matrimonio? Quali sono, se ci sono, le differenze principali?

L’intimità cambia nel corso il matrimonio, certo! Perché cambio io, così come Davide. La vita intima, il senso del fare l’amore è legata al senso che gli diamo. Ha un aspetto ludico ma poi anche un aspetto semantico, sociale. La modalità con cui noi viviamo l’intimità e la desideriamo, cambia, perché noi desideriamo cose diverse: il piacere di vivere con te un momento bello, il piacere di raccontarti che ho bisogno di essere ritrovata, corteggiata. È il modo di dire che sei contenta di stare con lui, l’uomo con cui sei felice di esserti imbarcata in questa avventura! O anche la differenza di vivere insieme un’intimità quando attraversiamo dei momenti di fatica.

La vita intima nel matrimonio cambia, perché cambia la vita intorno a noi. Facciamo l’amore in modo diverso, di volta in volta. Anche se magari compiamo gli stessi gesti, il senso e il desiderio che ci mettiamo sono diversi. La condivisione di questi aspetti è ciò che rende più grande e più bello l’incontro delle coppie. 

Parliamo di intimità nelle coppie di lungo corso. In molti sostengono che attrazione e desiderio siano prerogative delle prime fasi del matrimonio e che poi la vita sessuale delle coppie appassisca, ma è davvero così?

È una bellissima domanda, perché ci aiuta a raccontarci un aspetto fondamentale che abbiamo chiamato: i miti sbagliati del sesso. C’è una mitologia legata all’intimità, che non rispondi assolutamente la realtà. Uno di questi assiomi dice che: da giovani fiamme e poi dopo arriva il riposo dei sensi. Professionalmente seguiamo molti giovani, che fanno fatica a iniziare la loro vita intima. Tutte noi coppie di lungo corso, ci possiamo raccontare serenamente che la nostra intimità col passare del tempo è diventata migliore, perché è cresciuta la capacità di raccontarci e di condividere l’intimità. La bellezza del vivere un’intimità di coppia non ha nulla che vedere con la tonicità muscolare! È una tonicità del cuore.

Il segreto dell’intimità è il cammino

Che cos’è che rende bello stare insieme fisicamente e vivere e fare l’amore? È sicuramente legato al cammino che abbiamo percorso insieme. Io faccio l’amore con un uomo con cui stiamo cercando di dare una mano a dei figli grandi. Un uomo che mi sostiene anche educativamente, che mi dà un grande aiuto per la mia crescita professionale eccetera eccetera. È questo che rende così bella l’intimità di coppia, perché è gustosa la vita che abbiamo insieme a tutto tondo. Io faccio l’amore con un uomo con cui ho condiviso tante battaglie. L’ho trovato fianco a fianco con me. È un aspetto molto prezioso, molto bello, molto erotico. Questo si ha col passare del tempo.

La moneta nell’intimità

Quindi, se è vero che c’è una moneta con cui si può in qualche modo far crescere l’intimità, questa è proprio il tempo. Il tempo che passiamo insieme, il tempo che abbiamo condiviso, la vita che abbiamo alle spalle. C’è una crescita dell’intimità nelle coppie di lungo corso, soprattutto se ci ricordiamo che l’intimità è preziosa e importante. Richiede proprio che noi abbiamo più attenzione ancora col passare del tempo. Perché la nostra coppia cresce esattamente come un bambino e ha bisogno di avere nutrimenti diversi.

Un conto è nutrire l’intimità di una coppia che ha qualche mese di vita. Dopo molti anni, ciò che serve sarà maggiore, non minore! Sarà maggiore in termini di attenzione e di cura, di condivisione e di custodia del desiderio. Quando cresci nella tua vita di coppia, impari ciò che piace all’altro. Impari ad andargli incontro e anche conoscere le tue fatiche e questa è una grandissima risorsa. 

Una soddisfacente vita intima è importante anche dopo molti anni di matrimonio? Perché?

Certo che è importante! L’intimità è il respiro della coppia. È un respiro speciale, perché genera complicità e intimità. L’intimità è una torta. Ci piace definirla così. È un’immagine che ci hanno regalato. È una torta con molti ingredienti. C’è fare l’amore sì, ma c’è anche un certo tipo di di coccole e di abbracci e di baci profondi appassionati, di caffè preso insieme la sera, quando tutti i figli sono andati a letto.

Siamo noi due come unità. Questa torta con tanti ingredienti la cuciniamo ancora meglio, se abbiamo alle spalle la vita insieme che ci ha concesso di conoscerci. Per questo l’intimità è importantissima anche dopo molti anni di matrimonio. Se si spegne quella, si spegne il respiro della coppia e ci perdiamo la complicità. È il cuore della nostra relazione. Altrimenti corriamo il rischio di perderci, diventiamo una cooperativa che fa cose insieme. Ricordiamoci sempre che la vita intima è questa torta con tanti ingredienti: fare l’amore ma non solo quello anche molto altro, è fondamentale. 

Quali sono i nemici principali di una gratificante vita sessuale nelle coppie stabili? E i principali alleati? Ne avete gia’ parlato nel vostro libro: il manuale definitivo per l’intimità della coppia. Vogliamo brevemente ricordarli?

C’è un nemico su cui dobbiamo lavorare: il rapporto che io ho con me stessa. Devo volermi bene. Devo riuscire a raccogliere il buono di me. Far pace col mio corpo, qua dove sono. Perché sennò diventa complicato: io cercherò nell’intimità un risarcimento, un riconoscimento. Quindi il primo aspetto è che devo fare pace con me stessa e devo volermi un po’ bene. Questo vale sia per gli uomini che per le donne.

Cercare l’altro

Un altro ostacolo che viviamo è che pensiamo all’interno della coppia che uno dei due abbia sempre voglia di fare l’amore. Le donne lo pensano degli uomini. Questa è una trappola tremenda. Se nella coppia pensiamo una cosa simile, smettiamo di corteggiarlo e di cercarlo, perché lui è “voglia munito”! In realtà non è vero. Ognuno di noi ha momenti in cui riesce ad avere un contatto più facile con il desiderio e altri nei quali ha bisogno di essere cercato. La coppia si trova in difficoltà, quando uno dei due smette sistematicamente di cercare altro, perché attende sempre che l’altro si faccia avanti. 

L’intimità ha tempi diversi

Un altro ostacolo fondamentale è pensare che la buona intimità di coppia sia legata a fare tutto nello stesso tempo e nella stessa modalità. I tempi della coppia sono molto differenti. I tempi che ci mettiamo sono diversi. La strada è differente. Anche l’immaginario è diverso. Più spesso la donna racconta la fatica di non perdere il filo dell’orgasmo. la coppia c’è quando diamo a tutti il tempo che serve, non quando ci omologhiamo: non è una gara per diventare uguali! È uno spazio in cui poter vivere queste differenze e non perdersi di vista.

Una competenza che si guadagna con il tempo

L’altro ostacolo è il falso mito: fai tutto da giovane che, poi dopo ti passa tutta la voglia! È un ostacolo grande, perché l’abilità erotica è una questione di corpo, di cuore. È una competenza che si guadagna col passare del tempo altro.

Il passato

Un altro ostacolo è il passato. A volte abbiamo accanto noi uomini e donne che hanno avuto relazioni con altre persone e questo passato che non molla. Può essere complesso da gestire per l’intimità. Il passato dell’altro, in qualche modo io devo imparare ad abbracciarlo. Non a scandagliarlo o investigare. Invece imparare ad abbracciarlo.

Il porno non aiuta l’intimità

L’altro aspetto è che i momenti di fatica ci sono. Ci sono dei momenti in cui l’intimità viaggia meglio e altri nei quali invece fa fatica. Bisogna allora fare un’analisi e mettere insieme quello che ci può aiutare. Noi raccontiamo senza mezzi termini che, nei momenti di fatica, il ricorso al porno non aiuta. Anche se è una realtà diffusissima. Non aiuta, perché ci pone davanti un prodotto che non è fatto incontrarsi o a riprendersi dopo momenti di difficoltà o di allontanamento. Non aiuta le coppie a ritrovare la capacità di condividere le paure, i timori, le risorse. Tutto questo ha a vedere con l’alfabeto dell’intimità di cui parlavamo all’inizio, non con il ricorso o con l’uso di materiale pornografico.

Il conto corrente erotico

Naturalmente, tutto questo ha a che vedere con le risorse. Noi raccontiamo queste risorse, in questo modo vivere l’intimità di coppia serve a scoprirsi e crescere in questa intimità. Rendersi conto di quello che noi chiamiamo il conto corrente erotico. Esattamente come in banca, tu vai e prelevi qualcosa, ma solo se ogni tanto hai versato. Altrimenti non arriva nulla. Questa risorsa cresce non per quanto ci versiamo sopra, ma di più ancora per il numero di versamenti che facciamo. Il nostro conto corrente erotico cresce se versiamo con frequenza maggiore. Naturalmente, la frequenza maggiore non vuol dire che tutti i versamenti saranno con un desiderio una voglia erotica grandissima.

Nella nostra vita noi sperimentiamo il desiderio di stare con l’altro pari a 10, dove 10 è il massimo. Ci sono però anche i momenti in cui noi sperimentiamo un desiderio e pari a cinque a quattro. Noi pensiamo che sia fondamentale che le coppie quel poco che hanno lo versino comunque. Quindi stasera ci vediamo e ho voglia di fare l’amore è un versamento grande. Stasera ci incontriamo e siamo stanchi tutti e due e la sola cosa che io riesco a fare vorrei baciarti, accarezzarti o dirti che sono contenta di stare qua. Anche questo versamento è importante. 

Le onde del desiderio

A volte invece le coppie pensano che si debbano attendere solo momenti di grande intensità. Invece ci sono tante piccole onde di desiderio, chi impara con le onde piccole, poi sarà bravo anche a individuare a scovare quelle grandi. il desiderio erotico è responsivo: risponde a me che lo chiamo. Ci sono momenti in cui ci abbracciamo, ci baciamo in modo tenero, in modo profondo e dopo una giornata faticosa e so già che non avremo l’energia per fare l’amore, tuttavia, questo piccolo versamento che io faccio serve. Serve proprio la capacità, in fondo alla giornata, di versare quello che ho. Ci vuole però anche l’abilità, ogni tanto, di ritagliarci del tempo per far crescere l’intimità. Questa è un’abilità che si conquista. 

Quali consigli dare alle mogli, per mantenere una buona intesa e una sessualità sana e gratificante? E ai mariti?

Domani potrete leggere il proseguo dell’intervista.

L’intervista è apparsa per la prima volta qui: https://annaporchetti.it/2023/07/29/intimita-nel-matrimonio-intervista-a-nicoletta-musso-oreglia/

Contemplare per trasfigurare l’amore

In questo tempo di riposo estivo, continuiamo il nostro cammino nel creare l’acrostico della parola contemplare poiché questo modo di “guardare” sta al centro della nostra vita di sposi. Questo mese ci soffermiamo sulla quarta lettera della parola CONTEMPLARE e lo facciamo in prossimità della festa della Trasfigurazione del Signore proprio perché contemplando il Suo corpo glorioso sfolgorante di luce possiamo giungere a TRASFIGURARE il nostro amore.

Innanzitutto ricorriamo al significato etimologico del termine che deriva dal latino transfigurare, formato da trans cioè “trans” e figurare cioè “foggiare, dare forma”, e vuol dire «trasformare profondamente l’aspetto di qualcuno o di qualcosa». La trasformazione del nostro amore deve avvenire nella parte più profonda, in quell’aspetto più fragile che solo la coppia conosce. Ne potremmo individuare diversi ma ci teniamo a focalizzarci su uno, la difficoltà a perdonare il coniuge.

In ogni coppia può accadere che, prima o poi, si accenda una discussione e si finisca per litigare. In quel momento ecco che forse ognuno vorrebbe rimanere solo, con le ferite causate dalle parole che solo saltate fuori come leoni affamati. Da quel momento in casa cala il silenzio e l’aria è piena di tristezza. Non sempre ad innescare la scintilla deve essere qualcosa di “grande” ma basta anche poco: ad uno dei due è andata male sul lavoro, l’altro ha trovato traffico tornando a casa e cose del genere. Quindi più che litigare ci sarebbe un gran bisogno di essere accolti con una carezza, con una parola buona (soprattutto se la ferita è profonda) ma invece l’essere troppo impegnati a pensare a se stessi porta ad allontanare l’altro.

Ma cari sposi, san Paolo è stato chiaro: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26), non si va dormire senza aver fatto pace. E sapete perché? Perché a nessuno di noi è dato sapere quanto tempo avremo per chiederci perdono, nessuno può dire se la mattina seguente potremo ancora guardaci negli occhi è capire che l’amore è più grande di ogni litigio, che l’amore tutto spera e tutto sopporta. Non è possibile pensare di addormentarsi accanto alla persona che amiamo e covare risentimento. Ecco, questo è il momento di trasfigurare il perdono, dagli una nuova forma: prepariamoci ad andare a letto, ma come se andassimo ad una festa. Indossiamo il migliore dei nostri abiti e lasciamo che Gesù parli ai nostri cuori e ristabilisca le priorità nella nostra vita sponsale. Baciamo l’anello del nostro coniuge con il quale abbiamo promesso amore eterno e addormentiamoci in pace rimanendo magari abbracciati.

In questo modo riusciremo come sposi a compiere il passaggio fondamentale: non solo imitare Gesù ma piuttosto trasfigurarci con Lui, cambiare l’aspetto del nostro modo di vivere con Lui, poiché come scrisse il monaco benedettino Willigis Jäger nel suo libro “L’essenza della Vita” «Nella contemplazione si aspira ad un processo di trasformazione e non tanto di imitazione. Nell’uomo deve avvenire ciò che si è verificato in Gesù Cristo. Gesù Cristo, che è vero Dio e vero uomo, è il modello per eccellenza di ogni essere umano. Ognuno si vede confrontato con lo stesso compito affrontato da Gesù: ciascuno di noi deve permettere al Divino di manifestarsi liberamente in lui. L’uomo, nel corso della sua vita, deve diventare uguale a Gesù».

Questo è conseguenza della maturità spirituale di entrambi i coniugi ed accade quando la coppia, gradualmente e con l’aiuto dello Spirito Santo, riesce a sintonizzarsi con il cuore di Cristo al punto da dire “Signore, è bello per noi essere qui! Qui sul monte del nostro matrimonio dove quotidianamente ci sveli la candida veste dell’Amore”.

ESERCIZIO PER TRASFIGURARE L’AMORE

Individuiamo singolarmente che cosa ci ferisce di più quando ci capita di discutere e quindi cosa facciamo fatica a perdonare.Successivamente c’è lo comunichiamo impegnandoci d’ora in avanti, a vedere quella ferita sotto la nuova luce della misericordia.

PREGHIERA DI COPPIA

Prima di coricarci preghiamo insieme facendo nostre le parole del Salmo 4:

«Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?

Hai messo più gioia nel nostro cuore di quanta ne diano a loro grano e vino in abbondanza. In pace ci corichiamo e subito ci addormentiamo, perché tu solo, Signore, fiducioso ci fai riposare »

Che il vostro amore sponsale sia sempre più trasfigurato e trasfigurante!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Sposi, perennemente nella GMG

Cari sposi, siamo nel pieno della GMG di Lisbona, iniziata lo scorso martedì e che si concluderà domani. Quanti ricordi evoca questa ricorrenza! Immagino che voi come me avrete partecipato almeno ad una delle edizioni passate e probabilmente avrete incontrato fatto l’esperienza di un Gesù vivo ed entusiasmante.

Nei discorsi del Papa o nelle domande poste dai giovani si nota la realtà attuale. Temi come l’ecologia, la guerra, la disabilità, le varie forme di disagio, il senso della vita… sono emersi in vario modo ed è giusto che sia così affinché la fede cristiana si incarni nell’oggi. Mi ha particolarmente colpito una frase del Papa, contenuta nel messaggio iniziale, scritta qualche mese fa e che riassume il filo rosso di tutto l’evento, ossia il viaggio di Maria verso la casa di sua cugina Elisabetta:

Cari giovani, è tempo di ripartire in fretta verso incontri concreti, verso una reale accoglienza di chi è diverso da noi, come accadde tra la giovane Maria e l’anziana Elisabetta. Solo così supereremo le distanze – tra generazioni, tra classi sociali, tra etnie, tra gruppi e categorie di ogni genere – e anche le guerre. I giovani sono sempre speranza di una nuova unità per l’umanità frammentata e divisa. Ma solo se hanno memoria, solo se ascoltano i drammi e i sogni degli anziani. «Non è casuale che la guerra sia tornata in Europa nel momento in cui la generazione che l’ha vissuta nel secolo scorso sta scomparendo» (Messaggio per la II Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani). C’è bisogno dell’alleanza tra giovani e anziani, per non dimenticare le lezioni della storia, per superare le polarizzazioni e gli estremismi di questo tempo” (Messaggio per la XXXVII giornata mondiale della gioventù).

Noi non siamo più giovani ventenni, per noi la vita ha preso una direzione concreta, abbiamo già fatto scelte definitive, siamo padri e madri, nella carne o anche solo nella fede. Parlare qui di GMG può sembrare piuttosto un po’ romantico per i ricordi che ci riporta ma cosa può dire a noi questo evento? Bello pensare di essere là a Lisbona ma forse quel tempo è passato e oramai siamo alle prese con figli o nipoti ed abbiamo bel altro da fare. Tuttavia, come sposi, anche voi siete chiamati, come ha appena scritto Francesco nel messaggio inaugurale, a mettervi in viaggio ogni giorno. Difatti, grazie al Papa si è coniata l’espressione “Chiesa in uscita” ma purtroppo la si comprende in modo riduttivo, come se implicasse solamente il dover viaggiare o spostarsi verso certi luoghi in cui vivere la missione specifica.

Impressionante ciò che ha detto il Concilio su voi sposi: “ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del Matrimonio” (Gaudium et spes, 48). Cioè, non siete voi sposi che dovete andare chissà dove per vivere la vostra missione, voi siete già Chiesa in uscita perché è proprio tramite il vostro sacramento vissuto che Gesù viene incontro ad ogni persona che vi vede.

La presenza di Cristo in voi sposi è del tutto particolare, è un Gesù che vuole amare qui ed ora ogni persona che toccate. Ditemi se questa non è Chiesa in uscita! E soprattutto ditemi se non è fondamentalmente il prolungamento di quanto il Papa vuole trasmettere ai giovani: essere portatori di Cristo. Voi già siete pienamente coinvolti in questo mistero di Amore trinitario che circola nella vostra relazione di coppia e che solo cerca di rendersi sempre più visibile e diffuso in voi e attorno a voi.            

Quindi cari sposi, guardando quelle immagini di tanti ragazzi e ragazze che sprizzano gioia, non sentitevi per nulla estranei o nostalgici ma assolutamente coinvolti nella stessa missione che Gesù continua a deporre ogni giorno nelle vostre mani: mettervi in viaggio per esportare il Suo amore.

padre Luca Frontali

Una vacanza a servizio dell’amore

Domenica è terminata la settimana di vacanza a Soraga in Val di Fassa, in cui, insieme con altri quattro papà separati fedeli (Daniele, Ermes, Max, Sergio, che ho conosciuto nella Fraternità Sposi per Sempre) e figli (Carolina, Diletta, Elisa (Big e Junior), Emanuele e Matilde), oltre a una coppia che fa servizio alla Domus Familiae (Natalino e Maddalena), abbiamo fatto animazione a 36 bambini (in età compresa tra 1 e 13 anni). I bambini stavano con noi durante la mattina, mentre i genitori (giovani coppie con meno di dieci anni di matrimonio) si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti, Padre Stefano Panizzolo, Annalisa e l’equipe di Mistero Grande. Per il pranzo i genitori venivano a riprendere i rispettivi figli e dopo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività.

È il terzo anno consecutivo che facciamo questa esperienza e anzi per la prima volta anche la settimana precedente (in totale erano due settimane per permettere a più coppie di partecipare) è stata animata in prevalenza da separati fedeli. La prima cosa che mi viene da scrivere è che quei bambini mi mancano, anche quelli che hanno richiesto più attenzioni e quindi più fatica e quelli che hanno pianto per diverso tempo ed erano a volte inconsolabili. Mi piace stare in mezzo a loro, farli sorridere e divertire, forse perché mi sento anch’io un po’ bambino, forse perché mi ricordo di quanto ho giocato con le mie figlie, forse perché in loro vedo un futuro pieno di speranza e di amore: i piccoli sanno ricompensarti con uno sguardo, un abbraccio inaspettato, oppure allargando le mani per farti capire di prenderli in collo.

Credo di parlare a nome di tutti: non è stato un “lavoro”, un compito che ci è stato affidato e basta, ma un mettersi al servizio, trattando i bambini come se fossero i nostri figli (per noi papà) e sorelle/fratelli per gli animatori più giovani. Per esperienza anche con ragazzi disabili, so che loro si accorgono bene se quello che fai è un obbligo o un gesto d’amore, così come credo se ne accorgano le persone anziane quando vengono accudite dai familiari o dalle badanti.

È chiaro che se non viene percepito l’amore, allora il servizio si svolge ugualmente, ma non lascia traccia e noi speriamo invece che ogni pannolino cambiato, ogni balletto fatto, ogni gioco, ogni bolla di sapone scoppiata, abbia lasciato qualcosa di bello in queste piccoli. Sono sempre molto interessato e commosso quando leggo i brani del vangelo in cui Gesù si contorna di bambini e invita a diventare come loro, non tanto bravi e diligenti, ma pieni di fiducia, di fede in un Padre che sa prendersi cura di loro, anche se non capiscono tante cose.

Come dicevamo tra di noi, in particolare Sergio, un’altra motivazione che ci ha invogliato a impegnarci, è stata quella di “regalare” un tempo alle coppie per crescere e formarsi, senza avere la preoccupazione della gestione dei figli. C’erano sposi anche con tre e quattro figli e credo che non sia facile durante l’anno, tra i lavori e le incombenze quotidiane, trovare un tempo di qualità per stare da soli, confrontarsi, ascoltarsi in pace. Infatti, alcune coppie, alla fine della vacanza, ci hanno confidato che era la prima volta che riuscivano a trovare un tempo solo per loro; per fortuna la maggior parte degli sposi ha compreso la preziosità e l’importanza di sfruttare bene questo momento, vincendo anche la difficoltà inziale di lasciare i figli a estranei e nonostante il pianto inziale dei bambini che volevano rimanere con loro.

Quindi se abbiamo collaborato a far “ricaricare” le pile a un po’ di coppie che hanno fatto questa vacanza formativa, la nostra missione è stata certamente raggiunta. Devo ringraziare tutti gli animatori, in primis i papà che sono dei veri fratelli e che davvero sento parte della mia famiglia, ma anche i nostri figli che quest’anno per la prima volta erano al nostro pari (animatori ufficiali) e che, senza dover dare loro ordini, non si sono risparmiati, hanno intuito cosa fare al momento giusto in perfetta sintonia, hanno tranquillizzato e fatto giocare tutti i bambini, dimostrando maturità e sensibilità!

Ettore Leandri

Ogni matrimonio ha la sua zizzania e va bene così

Oggi vorrei tornare in modo più approfondito sull’accenno che ho proposto ieri sotto il commento di padre Luca sulla zizzania. Due domeniche fa, se ricordate, la liturgia ci aveva offerto la parabola del seminatore. Come a dare continuità al messaggio che possiamo trarre? In questa parabola il terreno è di quelli buoni. Il seme anche. Eppure c’è anche in questo caso qualcosa che guasta il nostro raccolto. I frutti della nostra relazione, del nostro matrimonio.

Primo insegnamento: il vostro matrimonio è buono anche se non è perfetto, anche se non è esattamente come ve lo aspettavate, anche se litigate. Ciò che conta è come affrontate le difficoltà. Questa parabola può insegnarci tanto. Noi che ci siamo sposati con l’idea che il nostro matrimonio sarebbe stato perfetto. Con l’idea che quella cerimonia tanto bella fosse l’inizio di una favola. Invece poi c’è la vita di tutti i giorni. Ci sono i problemi, le litigate, l’insofferenza ai difetti dell’altro, il dialogo che diventa difficile. Potrei proseguire all’infinito. Ogni coppia sa cosa rende difficile la propria relazione.

Penserete quindi che quella è la zizzania. No, quella non è la zizzania. Quella è la vita. Quella è la relazione tra due persone imperfette e piene di difetti come siamo tutti noi sposi. La zizzania è la tentazione di fissare lo sguardo su quei problemi. La zizzania è pensare di aver sbagliato a sposare quella persona perché non è perfetta, non è come noi credevamo fosse o non è diventata come noi avremmo voluto. La zizzania è lasciare che i problemi soffochino la bellezza della nostra relazione. È non riuscire più a vedere i pregi dell’altro, a dare per scontato ciò che di buono lui/lei fa per noi. Questa è la zizzania che può infestare e magari uccidere la nostra relazione.

Cari sposi, non lasciate che questa tentazione prenda il sopravvento. Cominciate a spostare lo sguardo dal problema alla bellezza. Rendete grazie a Dio e all’altro per quanto di buono l’altro fa, per i suoi gesti di tenerezza e di servizio, per il tempo che ci dedica. Il problema si può risolvere, ma si deve prima di tutto depotenziare. Non renderlo più il re della nostra relazione. Spostarlo dal centro dei nostri pensieri. Solo così, partendo dalla bellezza che c’è nella nostra relazione (qualcosa di buono c’è sicuramente), potremo trovare la forza per cambiare qualcosa di noi e magari, con il nostro amore, far nascere nell’amato/a il desiderio di cambiare a sua volta qualcosa di sé. Sempre per amore. Perché nessuna nostra sfuriata potrà convincerlo/a a cambiare. Solo amandolo/a per quello che è, potremo instillare in lui/lei la volontà di ricambiare l’amore gratuito ricevuto.

Quindi forza sposi guardate il terreno del vostro matrimonio con occhi diversi. C’è la zizzania, è vero, ma c’è anche tanto frutto.

Antonio e Luisa

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Gli spaghetti alla zizzania

Cari sposi, il contesto di questo capitolo è un insieme di parabole in cui si parla di semina e raccolta, di pesca, di lievito, di tesori e di perle. Sono svariate immagini, vicine alla sensibilità di quelle persone semplici e senza una grande formazione, che Gesù usa per spiegare in cosa consiste il Regno di Dio.

Oggi al centro c’è il grano e la zizzania e mi impressiona la saggezza di Gesù nell’utilizzare questo paragone per introdurci al senso profondo di come nel Regno di Dio si possa insinuare il male. Un’interpretazione classica di questo brano è di come la Chiesa deve fare i conti con le forze del maligno nella storia, da cui la pazienza per i credenti nel sopportare il male ed attendere il giudizio finale, ecc. Ma credo che ci sia anche una lettura nuziale molto interessante. Difatti, cosa è nel fondo la zizzania? La zizzania, anche detta “loglio cattivo”, è una pianta erbacea simile al frumento al punto che, nella fase ancora verdeggiante, è difficile distinguere. Esso cresce in forma spontanea e si insinua anche nei campi coltivati, confondendosi così con il grano.  Tuttavia, nuoce ai vegetali che vi crescono assieme, e soprattutto, se mai venisse colta e usata come cibo, avrebbe un effetto tossico. Quindi, niente spaghetti alla zizzania!

Ma che genio ha avuto Gesù nell’usare questa immagine! È esattamente ciò che fa il Maligno nella nostra vita. Agire in modo subdolo e surrettizio, passare inosservato per poi, una volta dentro al nostro modo di vivere, svelare tutto il suo carico malefico. Oggi si moltiplicano i tipi di famiglia, esattamente come i generi di sesso. La famiglia, immagine e somiglianza della Trinità, composta da uomo e donna, viene imitata se non scimmiottata da altri modi di convivenza. Qui il binomio frumento-zizzania ci sta tutto. Certamente non intendo invocare nessuna crociata contro qualcuno. Si tratta di chiamare le cose per nome e saper interpretare i segni dei tempi in modo evangelico per capire cosa succede e saper stare, come starebbe Gesù, nel tempo di oggi.

Ma questo appunto resterebbe del tutto sterile e farisaico se il richiamo del Vangelo odierno per voi coppie non divenisse piuttosto quello di prevenire la zizzania, esattamente come qualsiasi coltivatore, di ieri e oggi, fa per avere una raccolta abbondante di puro grano. Come? In quale modo? Abbiamo visto che il loglio è assolutamente infecondo, mangiarlo non nutre, anzi, porta gravi conseguenze. Il mondo ha un estremo bisogno di vedere che voi coppie credenti, voi frumento seminato dal Signore, siete fecondi, cioè sapete trasmettere quello per cui Lui vi ha voluti assieme, e cioè Amore Divino. La zizzania abbonderà ovunque finché due cristiani si sposeranno solo per stare bene, per installarsi nella loro comodità. O peggio, se due cristiani si uniranno per poi vivere il matrimonio seguendo l’andazzo del mondo.

I semi di grano in realtà sono i semi dell’amore alla Cristo, un amore che sa dare tutto fino a morire per l’altro. Il grano buono per voi coniugi è il vero amore tra marito e moglie, quello cioè che “implica la mutua donazione di sé, include e integra la dimensione sessuale e l’affettività, corrispondendo al disegno divino”. È solo in questo amore che “Cristo Signore viene incontro ai coniugi cristiani nel sacramento del matrimonio e con loro rimane” dal momento che “nell’incarnazione, Egli assume l’amore umano, lo purifica, lo porta a pienezza, e dona agli sposi, con il suo Spirito, la capacità di viverlo, pervadendo tutta la loro vita di fede, speranza e carità” (Amoris Laetitia 67).

Cari sposi, sia che viviate una situazione di crisi o che abbiate il vento in poppa, siate certi di essere grano buono e di contenere un alto grado di fecondità sempre a patto che mettiate Cristo al centro della vostra vita personale e di coppia.

ANTONIO E LUISA

Il nostro cuore contiene frumento buono e zizzania. Abbiamo nel cuore entrambi. Abbiamo il male e il bene. Sarebbe ingiusto verso noi stessi, e ancor di più verso nostro marito o nostra moglie, pretendere un cuore coltivato solo con seme buono. L’importante è non permettere alla zizzania di avvelenarci. Lasciamo che il seme buono cresca e possa renderci fecondi nonostante l’imperfezione che ci costituisce e gli errori che possiamo fare.

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Estate, tempo di crescita e formazione

Cari sposi, due anni fa Papa Francesco, durante un Angelus estivo, diceva così:

Se impariamo a riposare davvero, diventiamo capaci di compassione vera; se coltiviamo uno sguardo contemplativo, porteremo avanti le nostre attività senza l’atteggiamento rapace di chi vuole possedere e consumare tutto; se restiamo in contatto con il Signore e non anestetizziamo la parte più profonda di noi, le cose da fare non avranno il potere di toglierci il fiato e di divorarci” (18 luglio 2021).

Ho avuto la grazia di partecipare a una vacanza formativa, organizzata dal Progetto Mistero Grande e devo dire che il Papa ha proprio ragione. Per tante coppie, paradossalmente, i figli, specie se piccoli, possono trasformarsi, senza alcuna malizia, in una sorta di ostacolo alla propria crescita umana e spirituale. Si era partiti, nella vita matrimoniale, con le migliori intenzioni ma poi, dopo qualche anno, eccoci stanchi, stressati, prosciugati nelle energie mentali e fisiche arrivando a sera senza la forza nemmeno di guardarsi in faccia e dirci: “come stai?”. Il ménage familiare può veramente “divorare” mente, anima e cuore, se non ci sono momenti di stacco e recupero.

Difatti, il vero riposo è anzitutto la pace del cuore, o come direbbe S. Agostino: “la pace è la tranquillità dell’ordine” (La Città di Dio, 19, 13: PL 41, 640), dove l’ordine è mettere Dio al centro e poi per una sana gerarchia di valori, tutto il resto al suo posto. Che posso dirvi di quanto ho vissuto? Che quando una coppia mette (o rimette) Gesù al centro della propria vita, e nella coppia, allora si riposa davvero, anche se si è con i figli che piangono e fanno la lagna.

Sono davvero colpito da tutte le coppie convenute, perché hanno avuto il coraggio di fare le ferie in modo alterativo, dando a Gesù facoltà di parlare e di essere ascoltato; di mettersi in gioco in un dialogo profondo in coppia, come probabilmente non si faceva da anni; di confrontarsi con altre coppie in piccoli gruppi di condivisione; di aprirsi nella direzione spirituale e confessione con i sacerdoti presenti; di farsi coinvolgere dagli insegnamenti e catechesi. La meravigliosa natura che ci circondava, la Val di Fassa, con il suo incanto e la sua freschezza, non ha che propiziato ancora di più i frutti che Gesù voleva donare a ciascuno di loro.

Vi invito di cuore, cari sposi, ad approfittare dell’estate per fare attività simili, ciascuno secondo il proprio percorso. Ho visto tanta sete di Dio, di crescere, di non conformarsi con quanto fatto finora. È l’augurio che faccio anche a voi, perché la vostra coppia continui a camminare verso la propria pienezza vocazionale.

padre Luca Frontali

Noi e la Parola fatta Carne

Cari sposi,

un mio confratello sacerdote, da seminarista, in colloquio con il padre spirituale disse: “Padre, ma a me il Signore non parla!” Senza scomporsi quest’ultimo lo guarda e gli iniziò a fare una serie di domande: “Stamattina ti sei alzato?”, “Hai fatto colazione?”, “Ti sei accorto di avere una casa?” Ed altre domande simili, per poi concludere: “Il Signore ti ha già detto diverse cose tramite la realtà, forse sei tu che non ascolti bene”.

Già, l’ascolto. Fiumi di inchiostro si sono spesi per sviscerare questo argomento in chiave interpersonale ma poco nei confronti del Signore. In questa Parola odierna, Gesù esprime tutto il suo desiderio profondo di aprire la nostra mente e il nostro cuore perché finalmente possiamo entrare in piena empatia e dialogo con Lui. Quanto è importante questo! Personalmente ho incontrato svariate coppie che vivono all’oscuro della Parola di Gesù, che non sanno, come quel seminarista, quanto Gesù stia tentando di connettersi con loro. Gesù è un innamorato matto di ciascuna di voi coppie, si è già unito a voi sacramentalmente per cui vi considera realmente come la sua Sposa. E da Sposo affascinato dalla Sposa vorrebbe ogni giorno avere con lei un colloquio intimo, affettuoso. Ve ne rendete conto di Chi vi sta parlando e quanto ci tiene anche solo a un saluto, un atto di affidamento, una richiesta di aiuto…

Parliamo qui di un rapporto sponsale con Gesù, in coppia, non solo a livello personale. Vediamo allora come, in base alla parabola del Vangelo la coppia può porsi in relazione alla Parola viva che è Cristo. Una coppia può essere “strada”. Vuol dire che è chiusa, impenetrabile alla Parola. Ci sono eventualmente peccati gravi od ostacoli alla Grazia che rendono il sacramento del matrimonio bloccato e non fruttuoso.

Oppure una coppia può essere “terreno sassoso”, che si traduce in una vita spirituale superficiale, mediocre, di modo che il rapporto con lo Sposo è epidermico e quindi le difficoltà, invece di rafforzare, indeboliscono il legame con Lui.

Infine, ci sono le coppie immerse tra i “rovi”. Se ci fate caso i rovi non crescono mai sulla strada e nemmeno tra i sassi (si seccherebbero con il sole) ma solo sulla buona terra. Forse questo è il caso più comune: coppie che si sforzano di vivere con Gesù e in Gesù la propria vita nuziale ma ecco che arrivano un sacco di distrazioni (siano il lavoro, il mutuo, i figli da crescere, la salute di papà e mamma…) ed esse finiscono col prendere il sopravvento. Per chi ha un minimo di dimestichezza con l’orto, sa che le erbacce (a cui possiamo accomunare tranquillamente i rovi) sono di fatto ineliminabili, o meglio, dobbiamo sempre sradicarle e toglierle al tempo stesso che coltiviamo le verdure e i frutti. Così è la vita di coppia con Gesù, è un continuo cercarLo, ascoltarLo, parlarGli e al tempo stesso coabitare pazientemente con ciò che vorrebbe allontanarcene.

Finisco con un accenno alla prima lettura che si coniuga molto bene con il Vangelo. Lo Sposo ha mandato in voi la Sua Parola e non cessa di agire ed operare in voi affinché Essa dia frutto. Questo vi basti per non scoraggiarvi mai per tutti gli ostacoli che ci sono sul cammino, certi di poter coronare il vostro sogno: crescere ogni giorno nell’amore e in una relazione vitale con lo Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il terreno buono non è questione di fortuna. Sant’Agostino diceva che i cristiani che sono terreno buono sono quelli che sono consapevoli di essere stati strada, sassi e rovi. Solo affrontando le proprie fragilità e i propri peccati si può diventare terreno buono. Una terra che in partenza non ha nulla più delle altre, ma che è stata preparata bene, che non è impermeabile. È una terra dove, con tanta fatica, sono stati tolti sassi e spine. Una terra quindi feconda. Dove non resta che dare il nostro poco e lasciare spazio a Lui, il seminatore che trasformerà il terreno del nostro matrimonio in un giardino meraviglioso.

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La comunione è un traguardo da raggiungere

Il matrimonio, questa sacra unione che ci invita a maturare e crescere nell’amore, è davvero una relazione privilegiata. È un’opportunità unica per scoprire la nostra vera vocazione e per diventare una comunione d’amore. Tuttavia, dobbiamo comprendere che non è sufficiente essere generosi con il nostro coniuge, offrendo tempo, azioni e doni. Non è solo una questione di unilaterale apertura verso di lei o verso di lui. Per provare una vera intimità, è necessario essere completamente aperti e vulnerabili. Solo così si creerà una vera comunione. Quando il dono si trasforma in comunione, il rischio di creare una relazione che porta l’altro a dipendere da noi o a essere subordinato sparisce. Non vogliamo che il nostro partner si senta come un tappetino, che teme di perdere il nostro sostegno. Non vogliamo alimentare la nostra vanità, l’egoismo o il desiderio di possesso, perché queste non sono manifestazioni d’amore autentico. Scegliere di vivere l’amore con piena consapevolezza richiede coraggio e impegno, ma è solo attraverso questa apertura profonda che potremo comprendere appieno la bellezza e la potenza dell’amore coniugale. Che sia la reciproca donazione, il reciproco supporto o la condivisione delle gioie e delle fatiche della vita, tutto ciò contribuirà a radicare il nostro amore e farlo crescere sempre di più. E così il matrimonio diventerà il luogo in cui la nostra anima può fiorire e il nostro amore può raggiungere livelli di profondità e gioia che mai avremmo immaginato.

La comunione è un traguardo da raggiungere, un obiettivo da perseguire con determinazione e impegno costante. Questo traguardo implica la creazione di una relazione profonda e significativa, basata sulla parità e sulla reciprocità. Significa essere pronti ad ammettere di avere bisogno dell’altro, di donarsi e riceversi a vicenda. Inoltre, la comunione implica anche la capacità di riconoscere e accettare le proprie ferite e fragilità, di abbracciare la propria povertà. È un atto di umiltà e di consapevolezza che ci rende più umani, più vicini agli altri e a noi stessi. Entrare in comunione richiede di abbattere le barriere emotive e le maschere che indossiamo, anche quelle della generosità che possono limitare la nostra autenticità. Significa mostrarsi così come siamo, senza filtri o artifici, accogliendo e accettando noi stessi e gli altri nella loro interezza. Per me, la consapevolezza di queste verità non è stata immediata. Mi ci sono voluti anni per imparare, per superare i blocchi emotivi e rompere i legami che mi tenevano prigioniero. Ma oggi posso dire che è meraviglioso, tutto va sempre meglio. Ho conquistato una libertà nel modo di amare, di accogliere, di ricevere, di donare e di incontrare la mia sposa, che non credevo di poter raggiungere. La comunione si traduce in un’apertura sincera del cuore, senza paura di essere giudicati, con la volontà di essere veramente uniti a livello profondo. È un’esperienza che richiama alla mente anche la comunione che viviamo con Cristo nell’Eucaristia. Jean Vanier scrive nel suo libro “Lettera della tenerezza di Dio“:

Entrare in comunione è riconoscere che si ha bisogno dell’altro, come Gesù, stanco, che chiede alla samaritana di dargli da bere. Gesù non le chiede di cambiare, le dice semplicemente che ha bisogno di lei, la incontra in profondità, entra in comunione con lei, entra in una relazione dove si dà e si riceve, dove ci si ferma e si ascolta. È più facile dare che fermarsi, soprattutto quando si è angosciati. […] È richiesto l’essenziale: il cuore. La via discendente è la via della risurrezione ma è molto pericolosa perché ci fa perdere qualcosa. Implica anche di scendere dentro di noi stessi ed è ancora più difficile scoprire le proprie ferite e le proprie fragilità. La via discendente ci fa scoprire progressivamente, vivendo con il povero, la nostra povertà, questo mondo di angoscia che abbiamo dentro, la nostra durezza, la nostra capacità di fare anche del male. Io stesso ho sperimentato davanti a certe persone quest’ondata di potenze violente, nascoste nel più profondo di me ma molto presenti. Davanti all’intollerabile mi sono sentito capace di far male, di ferire il povero. So bene che c’è un lupo alla porta della mia ferita e che può risvegliarsi. (…) Questa via discendente allora è dolorosa, ma è la via della salvezza e della guarigione profonda.

Questa è la via della salvezza. Solo entrando in comunione con l’altro, le sue fragilità non saranno motivo di distruzione della relazione, non faranno risvegliare il lupo che è alla porta della mia miseria. Entrando in comunione, le nostre fragilità riconosciute e accettate divengono luogo di incontro profondo e via di guarigione e salvezza.

Antonio e Luisa

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Maria si alzò e andò

Meno di un mese alla GMG, un evento che ci ha accompagnato per tutto questo anno pastorale all’interno del progetto Abramo e Sara. Un anno lungo, un cammino dal passo lento ma costante e in alcuni momenti con passi veloci e inaspettati. È il tempo anche in cui ci si prepara per il nuovo anno (pastorale). È il tempo in cui ci si dedica ancora di più ai germogli frutto della semina invernale. Perché Dio non va in vacanza d’estate, anzi è proprio l’estate il momento in cui ci si mette senza fretta ad osservare la Sua presenza nella nostra vita.

È stato un anno, senza dubbio il primo in assoluto, in cui abbiamo veramente goduto in santa pace della Sua preziosa compagnia. Come ce ne siamo resi conto? Attraverso gli incontri con le famiglie e i giovani che ci seguono in questo audace progetto di Abramo e Sara. Ogni volta che andiamo a visitare una famiglia, ritorniamo arricchiti in modo impareggiabile. Ascoltare in silenzio i racconti di una mamma con il figlio colpito da una malattia rara è un’esperienza equiparabile al calore che si prova allo stare in adorazione. Abramo e Sara è anche questo: sostare vicino al dolore delle famiglie, tendere la mano che ti solleva e ti guida di nuovo sulla strada giusta. Ma significa anche ascoltare i racconti dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro, interrogandosi se riusciranno mai a sposarsi. Significa anche ascoltare le ansie e le paure di chi ha perso un figlio e ora teme che la gravidanza non vada a buon fine. Sì, avete letto bene, accompagno le future mamme davanti all’ecografo. E questo dono di poter stare accanto a loro in un momento così importante, non ha prezzo.

Si è stato un anno particolare dove io per prima mi sono chiesta in alcuni momenti chi me lo fa fare? In fondo siamo semplicemente una coppia di sposi che ama l’oratorio. Né di più né di meno. Indubbiamente dinamici quello sì, quel dinamismo che diventa scomodo per alcuni. In effetti non è da tutti riuscire a creare dei gemellaggi tra le realtà dei gruppi giovanili e le coppie di sposi senza figli. Sarà che abitando a Roma e alla luce degli ultimi eventi di cronaca, direi che siamo sulla via giusta se si cerca di spronare la fascia adulta ad occuparsi dei giovani.

È stato anche l’anno in cui l’osservazione da parte di alcuni amici per la maggiore è stata siete spariti alternata a ora sei diventata santa Simona. Il che fa sorridere perché i santi della porta accanto, vedi Chiara Corbella, Carlo Acutis, Marianna Boccolini, David Buggi, con la loro vita ti ricordano che anche il barista sotto casa può ambire alla santità. Forse manca questo nella nostra quotidianità, qualcuno che ti ricordi che puoi essere santo anche tu che stai leggendo questo articolo, magari mentre sei in pausa pranzo al lavoro o mentre ti stai rilassando tra una poppata ed un’altra, mentre tuo figlio dorme. La nostra vita, vi assicuro, è più che normale.

L’unica differenza è che io ho scelto di dedicarmi totalmente ad Abramo e Sara. E dedicare del tempo vuol dire per forza di cose imparare l’arte del discernimento. Il distinguere ciò che è necessario dalle priorità. Quest’anno abbiamo applicato nella nostra vita la parabola del seminatore. Tante cose che ci sono capitate sono frutto della semina. C’è chi ha seminato e ha visualizzato un test di gravidanza positivo e chi come noi che ha visualizzato la nascita del nostro programma radiofonico su Radio Maria. Onestamente è stata una sorpresa se pensate che lo scorso anno quando iniziammo a scrivere qui sul blog di Antonio e Luisa raccontammo proprio della difficoltà che ho attraversato per fare pace con la figura di Maria. Ognuno di noi ha una storia, un cammino, un percorso il nostro ci sta meravigliando di continuo. Infondo come dice la nostra amica Deborah Vezzani? Renditi disponibile e vedrai meraviglie.

Nell’attesa di incontrarvi per l’ Italia vi aspettiamo sul nostro profilo Instagram @abramoesara_2020 dove troverete anche i nostri gadget con il quale potete sostenere il nostro progetto. A presto!

Simona e Andrea

Che giogo volete? Leggero o pesante?

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri, in particolare su un versetto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perché dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perché il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona forza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose. Gesù, nella sua infinita misericordia, offre a ciascuno di noi il dono di un giogo. Ciò che spesso dimentichiamo è che tale giogo, a differenza di quello portato dai buoi, non ci proibisce di muoverci liberamente o di perseguire ciò che desideriamo. La sua presenza ha il potere di illuminare la nostra strada.

Sacerdozio e matrimonio sono vocazioni complementari e accomunate entrambe dal giogo. Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare. Quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen). Questa preghiera riflette la profonda connessione tra il sacerdozio e il matrimonio. Non posso fare a meno di pensare al momento del mio matrimonio, quando la mia sposa ha infilato l’anello al mio dito. Non avrei trovato parole migliori per sigillare quel momento di unione e impegno reciproco. Il gesto di indossare la casula da parte del sacerdote è un modo per prepararsi interiormente a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. In un certo senso, anche noi sposi facciamo la stessa cosa. Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno, ho promesso di donarle tutto me stesso. Quell’anello è un simbolo tangibile del mio impegno a darle il mio cuore e a mettere le sue necessità al centro della mia vita. Quando sposiamo qualcuno, diventiamo una parte l’uno dell’altro: i suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni diventano le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Proprio come dice San Paolo nella sua lettera ai Galati: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20)

Antonio e Luisa

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La coppia nel campo delle emozioni: buone pratiche e intoppi

LO STILE EDUCATIVO

Non ricordo di aver mai ricevuto dai miei genitori una carezza. Sentivo che mi amavano, ma non sapevano dimostrarmelo. Per loro il fatto che si curavano di me, che mi facevano studiare, che si preoccupavano della mia salute era sufficiente…Eppure, soprattutto nell’adolescenza, avrei tanto voluto un incoraggiamento, un abbraccio …Ora che sono sposato, mi sento bloccato e  incapace di dimostrare a mia moglie  affetto e questo crea dei conflitti… I contrasti sono iniziati da subito, il mio primo regalo per lei è stato un libro scelto senza troppa attenzione. L’ ho consegnato senza farle un pacchetto, senza una parola affettuosa e per lei è stata una tragedia. Non avevo capito ancora che il regalo ha un valore emozionale. L’altro si deve sentire valorizzato, pensato, capito… Le mie esperienze infantili mi hanno condizionato per anni pesantemente.”

E’ la confidenza di un amico. Forse aveva vissuto la stessa esperienza anche Igino Giordani  che nel suo diario, ricordando la madre, scrive: “Sobria nelle effusioni, baciava di rado i suoi figli, se non quando partivano o tornavano da lunghe assenze; ma nel suo riserbo, viveva e si sfaceva per essi: li divorava con gli occhi…” Non era in discussione l’amore della madre, ma l’incapacità di esprimere le  emozioni e forse anche la convinzione che fosse meglio non manifestarle perché i figli, specialmente quelli maschi, crescessero più forti nelle avversità. Quanti abbiamo fatto la stessa esperienza, accumulando vuoti difficili da colmare! Oggi gli stili educativi fortunatamente stanno cambiando e rivelano una progressiva e salutare nuova comprensione del ruolo rivestito dalle emozioni. 

CONOSCERSI

Le emozioni, se riconosciute e gestite bene, rafforzano il rapporto di coppia, sono una  risorsa; in caso contrario diventano  pericolose perché, senza che ce ne accorgiamo, possono condizionare pesantemente i nostri comportamenti, generando, per esempio,  aggressività, egocentrismo, impulsività ecc. Il primo passo è imparare a conoscerci; e questo non è facile perché nella nostra società esiste un diffuso  analfabetismo delle emozioni. Di fronte ad un litigio nella coppia, è difficile che uno si chieda: “Come mai ho avuto questa reazione violenta? ” Se riuscissimo a farlo, ad essere più attenti,  capiremmo meglio quali sono le emozioni all’origine di alcuni nostri comportamenti e riusciremmo a gestirle meglio, evitando di lasciarci trascinare dall’impulsività. In questa ricerca di autoconsapevolezza, potremmo essere aiutati da pause di riflessioni, magari con l’aiuto di un libro adatto, o da qualche colloquio con persone fidate.

SAPER COMUNICARE

Quanto più riusciamo a conoscere le emozioni che sono all’origine dei nostri comportamenti, tanto più riusciamo ad intuire anche quelle del nostro partner. Ma occorre anche la massima attenzione nella comunicazione sia nella coppia che nella famiglia, tenendo presente che, oltre alle parole, è importante anche tener conto del linguaggio del corpo. Le parole, infatti, possono essere ambigue, il corpo un po’ meno perché trasmette sempre qualcosa di ciò che veramente si prova: tristezza, gioia, rabbia, impazienza, paura,  bisogno di amore… Spesso dietro un abbraccio, un sorriso, uno sguardo ansioso, una frase, si nascondono stati d’animo importanti. Dice un proverbio arabo: “Chi non sa comprendere uno sguardo, non potrà capire lunghe spiegazioni”. 

Abbiamo assistito ad un litigio tra Saverio e Sara. Lui ha comunicato improvvisamente di voler invitare a cena un amico arrivato dalla Francia; lei ha assunto un’ espressione dura, anche se la sua risposta è stata apparentemente innocua: “Ci penserò, poi ti farò sapere”. Saverio è subito scattato ed è uscito, sbattendo la porta. Sara, guardandoci perplessa, ha esclamato: “Ma perché, cosa ho detto?”. Effettivamente la sua risposta era stata banale, ma il suo volto esprimeva un significato diverso. Perciò Saverio è andato in tilt. Nella coppia occorre imparare a decifrare i messaggi nascosti.  Si può spesso scoprire che in ogni comunicazione ci sono sempre due contenuti: uno apparente e uno nascosto. “L’essenziale è invisibile agli occhi” dice il “piccolo principe”, ma spesso …anche alle orecchie.   Conoscendo bene questi amici, probabilmente nelle parole di Sara era sottinteso questo messaggio: “Prendi le decisioni, senza tener conto dei miei programmi.

La decodificazione non è sempre facile, perché presuppone una buona capacità di osservazione e di riflessione. Occorrerebbe non affrontare chiarimenti, quando siamo sommersi dalla tempesta emotiva; è più produttivo fare una pausa, una passeggiata, qualcosa di rilassante e poi ritornare a parlarsi. I conflitti sono inevitabili ma, se li affrontiamo con pace, eviteremo parole che lasciano ferite inguaribili,  abbattendo l’autostima del partner.

RICONCILIARSI  CON LE PROPRIE FRAGILITA’

Talvolta abbiamo paura delle nostre emozioni, delle nostre fragilità, di cui spesso ci vergogniamo. Agostino era stato educato ad un  esclusivo senso del dovere. Era cresciuto con l’idea che il gioco, il relax, la ricerca di momenti piacevoli  fossero una perdita di tempo, per cui aveva sempre paura di esprimere i suoi veri desideri e non capiva quelli della moglie. Il suo  rapporto di coppia è andato presto in crisi, perché il lavoro assorbiva tutto il suo tempo. E’ stato necessario l’aiuto di un esperto per comprendere che non sapeva  godere delle piccole gioie della vita, che aveva quasi paura di essere felice e di dare felicità. Progressivamente ha capito che se lui era  gioioso aiutava anche la moglie ad esserlo. Quell’atmosfera di prima, grigia, tutta scandita da orari lavorativi rigidi, si è alleggerita. La gioia è un’emozione fondamentale per le relazioni, da riscoprire, da far emergere sempre, anche quando i carichi lavorativi sono pesanti. 

CONDIVIDERE

Nella coppia è importante anche la condivisione delle proprie emozioni. Non aver paura di dire all’altro: “Sto soffrendo, ho paura, aiutami, dammi una mano, non riesco a perdonare“; oppure: “Sono contento, ti stimo, mi piace vivere con te“. Anche se a volte di fronte ad un avvenimento, alla frase di un libro, ad un bel panorama non proviamo le stesse emozioni, la condivisione ci aiuterà a conoscerci meglio e ad accoglierci nelle nostre diversità, facendo crescere la comunione, nel rispetto dell’originalità di ognuno. Quando poi non siamo in grado di risolvere i nostri momenti difficili, la condivisione con figure per noi importanti (sacerdoti, guide spirituali, esperti, ecc.) ci aiuterà a viaggiare nel complesso mondo delle nostre emozioni.

UNA GRANDE RISORSA

Mano a mano che la coppia impara a conoscersi, a gestire le emozioni, con grande pazienza reciproca, facilmente potrà approdare  alla porta della tenerezza, un sentimento ancora sconosciuto per tanti, ma fondamentale per migliorare la convivenza umana.  La tenerezza  non è sentimentalismo, ma è entrare nelle emozioni dell’altro, abbracciarlo interiormente con costanza; è connettersi con i  bisogni di chi ci vive vicino, provarne compassione. Nel Vangelo Gesù si rivela  maestro della tenerezza in tante occasioni, per esempio  quando ha pietà della folla o quando racconta la parabola del Padre misericordioso. La tenerezza  si  esprime con sguardi attenti, parole d’amore, sorrisi rassicuranti,  abbracci calorosi, gentilezza; essa è, in sintesi,  un impegno quotidiano a voler far felice chi ci vive accanto.

Nel film di Lamberto Lambertini “Fuoco su di me”,  Nicola dice al nipote Eugenio: “ Non rinnegare mai la tua gentilezza. Lasciatene illuminare. Ti diranno che è un difetto del carattere, una malattia grave, perché quelli che ne sono affetti sono destinati a perdere le battaglie di tutti i giorni…E’ vero, ma tu non li ascoltare, la gentilezza è la nostra forza! ” Parole particolarmente attuali oggi, perché tante coppie si sfasciano non per problemi economici, incomunicabilità, disfunzioni sessuali, ma per mancanza di tenerezza. 

Maria e Raimondo Scotto

Amore fecondo: Giobbe e sua moglie

“Per Laura e Luigi in realtà sarebbe corretto dire che all’inizio c’era stato un programma più che un progetto: avevano pianificato tutto. Era estate, erano sposati da pochi mesi e immersi nel fervore dei primi tempi, quando vuoi metter su casa, famiglia, e mettere radici, tutto insieme. Così avevano aperto i cantieri, certi che tutto sarebbe andato secondo i loro piani. Laura era al settimo cielo, ne era certa: presto avrebbero trovato una casetta, (erano già in cerca, mica perdevano tempo, eh!), la gravidanza nel frattempo sarebbe avanzata e negli ultimi mesi di attesa avrebbero arredato casa…tutto chiaro, no? Poi sarebbe arrivato un cucciolo, principe della casa e dei loro cuori…pronti a vivere felici e contenti. Eppure niente era andato come avevano pensato: la vita non aveva risposto alla loro disponibilità e i mesi erano passati portando solo dubbi e sconforto. Laura si chiedeva perché, perché proprio a loro? Cosa sbagliavano? (…) Dopo un anno niente stava cambiando, e loro erano al punto di partenza. Anzi, no, erano consapevoli che a volte nella vita non tutto va secondo i propri piani, ma neanche secondo i desideri, e neppure secondo le speranze. E la tristezza ormai ogni tanto bussava alla porta. E tornavano sempre le stesse domande, gli stessi perché, e lo stesso vuoto: nessuna risposta. Ogni volta, poi, che si incontravano con gli amici, tutti erano percorsi da un brivido di imbarazzo; lei li vedeva, li notava che distoglievano gli occhi al loro arrivo, cambiavano discorso, si scambiavano cenni di intesa. E, poi, ogni tanto  iniziavano con lunghi discorsi, la prendevano alla larga, ci giravano intorno prima di arrivare alla domanda sui figli.” (E voi, ancora niente figli? Al di là della fertilità, la chiamata di ogni coppia alla fecondità, S. Paolo, 2021)

Abbiamo parlato di vocazione, fecondità e missione, abbiamo distinto la fertilità dalla fecondità, ora entriamo in un tema che ci tocca tutti: il dolore. Perché, certo, è facile essere fecondi quando nutri un sogno, un desiderio,  quando poi tutto fila liscio, e ti ritrovi soddisfatto e ricco di frutti. Ma nella bontà delle intenzioni non è solitamente inclusa la garanzia dell’happy end.

Il dolore

Il dolore di solito non te lo vai a cercare, ma ti raggiunge, magari proprio in qualcosa di bello. Non è la punizione per una colpa, il dolore arriva. Di suo. Puoi provare a fuggirlo, ma poi, lo trovi lì. Solitamente non se ne va da solo. E, allora, sei chiamato a scegliere come starci dentro. Ti abita e, se non prendi posizione, prende possesso di te, del tuo sguardo sulle persone e sulla storia, delle tue relazioni, ti ruba persino i sogni e le prospettive future.Nel mondo sembra brutto parlare di dolore, è tabù farsi vedere deboli o feriti; tendiamo a mostrare il lato scintillante della vita. Nessuno ci insegna ad abitarlo, a gestirlo: meglio la scorciatoia, la distrazione, l’alternativa. 

Il dolore nell’infertilità

Non viviamo tutti le stesse cose, ma è possibile che tutti abbiamo attraversato un dolore nella nostra vita, e, se ci confrontiamo con l’infertilità che l’abbiamo incontrato, individualmente oppure come coppia. Di infertilità solitamente parlano gli specialisti proponendo ‘soluzioni’, difficilmente si trova qualcuno con cui parlarne profondamente. Infatti anche i più vicini a una coppia infertile, non essendosi confrontati con il tema e non sapendo cosa fare, spesso si trovano disorientati, si attivano con zelo, mossi dall’affetto, per cui propongono suggerimenti di tutti i tipi…ma non richiesti. C’è chi pensa che ci sia qualche responsabilità (…se mangiaste più sano…foste meno stressati… lasciaste da parte qualche impegno…se non aveste aspettato tanto…), chi si orienta per i suggerimenti spirituali (…ti faccio avere la novena giusta…vai in quel santuario…) o simili (Dio ti sta correggendo…). L’alternativa è il silenzio, anche collettivo, quello condito di imbarazzo. In realtà spesso una coppia che attraversa il dolore dell’infertilità ha bisogno solo di prossimità, che può significare ascolto, presenza, amicizia, normalità…o silenzio rispettoso. Sì, perché l’infertilità coinvolge l’immagine che la donna ha di sé, il rapporto con il proprio corpo e la propria ciclicità, lo sguardo su se stessa, sul coniuge e sulle altre donne (ti sembrano tutte grandi uteri pronti ad accogliere la vita!). Colpisce l’immagine che l’uomo percepisce di sé, il suo senso di potenza e virilità (gli altri uomini ti sembrano tutti dotati di grandi falli pronti a dare la vita!), il suo ruolo in famiglia e nella società. Attiene alla coppia, alla sua vita intima e sessuale, alla sua progettualità.

È prezioso accogliere le emozioni che viviamo quando siamo nel dolore, altrimenti il rischio è che, anche inconsapevolmente, stiamo vicini ma soli. Ciascuno con il proprio dolore, ciascuno con la propria rabbia, magari ripiegandoci nel silenzio, oppure attaccandoci al telefonino per sfogarci con le amiche, la mamma, la psicologa, il sacerdote… qualcuno di esterno alla coppia. Non c’è niente di male a vivere diversamente le proprie emozioni, ma è prezioso non escludere l’altro da ciò che viviamo, non isolarci, rimanere un “noi”.È prezioso riuscire a  risintonizzarci come coppia, a trovare una frequenza comune, a imparare a stare insieme in questa ferita perché l’infertilità ci chiede di rileggere i sogni comuni, ma anche ricollocarci in un futuro condiviso.

Giobbe: rimanere in relazione con Dio

E Giobbe cosa c’entra con tutto ciò? Giobbe è stato un uomo ricco, che ha perso le proprietà, gli animali, i figli, la salute ed è stato rifiutato dalla moglie che non condivide la sua fedeltà a Dio (di fronte al dolore la coppia può prendere strade diverse, può scoppiare). Lui non accoglie le parole degli amici, i suggerimenti di pregare più e meglio, di riflettere che forse ha qualche colpa, di rassegnarsi alla propria storia, di sublimare quel dolore vivo. Giobbe rifiuta un Dio che agisce secondo la dottrina della retribuzione e nella rabbia, nella sofferenza, grida a Dio, alza a Lui lo sguardo come a un padre, sa che c’è un “tu” con cui dialogare. La sua fede è certezza della paternità di Dio. E rimane nella propria storia, capace di accettarla, abbracciarla, non disertarla. La storia di Giobbe ci racconta della nostra libertà. Di fronte al dolore siamo chiamati a scegliere come reagire. Possiamo incattivirci, amareggiarci, piangerci addosso, persino allearci con la sventura e accomodarci in essa, e vivere della compassione nostra e altrui, possiamo fuggire, eluderlo, volgere lo sguardo, voltarci altrove, cercare scorciatoie o accettare il macigno della colpa, oppure possiamo accettare il suo buio, nonostante la paura, e attraversarlo, possiamo restare al nostro posto, nella nostra storia e lì dentro, in quel dolore, come singoli e come coppia, come è avvenuto a Giobbe, possiamo incontrare Dio. La fede cui siamo chiamati non è nel credere che Dio esista, ma sapere di essere amati, credere al Suo amore nonostante la situazioneRimanere è credere, è saper disobbedire all’evidenza della morte presente.

📌 Vi invitiamo a prendere un tempo come coppia per rileggere un momento in cui, nel dolore, siete rimasti o meno nella fede.

📌 Un aiuto… fissate una durata, decidete voi prima di iniziare quanto tempo avete a disposizione.

  • Mettetevi in preghiera invocando lo Spirito Santo, oppure ascoltate un canto, o facendo un tempo di lode. 
  • Quindi prendete un tempo da soli (fissate prima quanto tempo!) e segnate su un foglio alcuni momenti difficili (scegliete voi se indicare quelli più o meno difficili, oggettivamente o soggettivamente avvenuti, individuali o di coppia) dell’ultimo semestre. Riflettete se li avete vissuti con fede, se avete pregato per quella situazione, se avete escluso il Signore.
  • Incontratevi e ciascuno condivida all’altro come lo ha vissuto, se lo ha vissuto nel Signore.
  • Infine pregate ciascuno per quanto condiviso dall’altro perché il Signore lo custodisca.

Buon cammino!

Maria Rosaria e Giovanni

L’articolo originale è pubblicato sul blog mogliemammepervocazione.com

L’Eucarestia è corpo, dono ed unità (come il matrimonio)

Si è appena concluso il dodicesimo Convegno di Mistero Grande – “Dall’Eucarestia sgorga l’origine e il destino del matrimonio e della famiglia” – ad Assisi: è stato bello, non solo per le otto catechesi sul tema, ma anche per le relazioni con persone nuove e la condivisione con amici, sia della Fraternità Sposi per Sempre, sia provenienti da altre realtà. Naturalmente non è possibile fare un riassunto di tre giorni d’interventi e attendo le registrazioni per riascoltare con calma alcune parti, provo solo a riportare, brevemente, quello che mi è rimasto più impresso.

Devo dire che l’Eucaristia mi ha sempre incuriosito, ma anche messo in difficoltà, perché è difficile da comprendere razionalmente: è contemporaneamente Corpo, Dono e Comunione/Unità. Quando riceviamo la comunione, il sacerdote dice “Corpo di Cristo“, Corpo, cioè non qualcosa di astratto: anche noi abbiamo un corpo, solo che spesso non lo collochiamo al giusto posto, a volte può essere ritenuto una gabbia dalla quale scappare (elevazione dell’anima), oppure può essere considerato solo un involucro che posso modificare o maltrattare come voglio.

In realtà siamo una realtà anima e corpo insieme e noi cristiani camminiamo verso la resurrezione dei corpi: come in una candela lo stoppino (anima) non può funzionare senza la cera (corpo) e viceversa, così la nostra condizione anima e corpo non può essere divisa. Effettivamente ho riflettuto su quante volte avrei voluto avere un corpo diverso, su quanta fatica ho fatto ad accettare alcuni difetti, fino a quando ho compreso che il corpo è la cosa più sacra che ho, tempio dello Spirito Santo, voluto esattamente da Dio in questo modo (me ne devo prendere cura, senza però esagerare).

Sono rimasto colpito da un aspetto della Santa Comunione che riguarda il dono: il pane, prima di essere offerto all’inizio di ogni cena, come fa il sacerdote in ogni celebrazione, veniva spezzato dal capofamiglia o dall’ospite presente. L’amore perfetto è un corpo spezzato, spezzato per gli altri: un marito è un vero uomo se si spezza per la moglie (e viceversa, ovviamente), cioè se appunto si dona e si offre; mi viene in mente il gesto del lavare i piedi all’altro (altrimenti diciamo parole che valgono poco).

Il dono può essere non accolto e sprecato, come quando ci allontaniamo da Dio, come ha fatto Giuda, ma Lui scommette tutto su di noi, rischia tutto, perché sa che solo dando fiducia alle persone, si fa crescere. Quando scelgo di non aiutare le mie figlie in qualcosa di difficile, so che potrebbero non riuscire, ma so anche che il mio credere in loro le stimola a fare bene e a diventare adulte. Nella misura in cui vivo la comunione con Gesù dentro di me, posso poi portarla fuori con gli altri diversi da me (“vi riconosceranno da come vi amerete”): infatti l’Eucarestia tiene insieme le diversità (come nella Pentecoste), non è uniformità, ma più alterità tenute insieme (Trinità). È per tale motivo che gli sposi hanno la missione particolare di diffondere Cristo, perché sono contemporaneamente sia due, sia una carne sola (se non si capisce questo, si può rimanere una bella coppia, ma senza donare Cristo). Come ogni frammento dell’ostia contiene tutto Gesù, ogni coppia contiene tutto Gesù. Ricapitolando, la santa comunione ci educa al Corpo, al Dono e alla Comunione e gli sposi attingono dalla Santa Comunione l’amore da diffondere.

Attenzione però: Dio ama le persone singolarmente e questo è bellissimo, perché nell’Eucarestia Gesù vuole toccare proprio me, l’Eucarestia è un progetto per raggiungermi, per portarmi dentro un’intimità divina. Don Renzo Bonetti ha usato l’immagine del braccio di Dio che dal Principio si allunga fino a toccare me con il Suo dito, oggi, quando voglio andare a incontrarLo. Non si arriverà mai a comprendere l’Eucarestia, perché è infinitamente superiore alla nostra portata, ma anche di un grandezza fuori della nostra comprensione, tanto che è stato detto “se gli angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la Santa Comunione”, perché non possono unirsi in maniera così speciale e unica al loro Creatore, come possiamo fare noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)