Fatti saggio: esci dalla tua comfort zone!

Già lo disse il grande poeta Plauto: “Non aetate verum ingenio apiscitur sapientia” (Trinummus, 367). Traduco per me: “Non con l’età ma con l’ingegno si raggiunge la sapienza”. Quindi cosa si intende per sapienza? Dato che oggi la liturgia ne è piena. Cosa è la sapienza? Chi è il sapiente? Non è forse essere cervelloni dal QI oltre 200?

Mi pare proprio di no, ci inganna il fatto che “homo sapiens sapiens” da come l’abbiamo imparato a scuola significa “l’uomo che sa di sapere”. Quindi sapienza = intelligenza, cultura, erudizione… qua a Roma si direbbe “capoccione”.

Ma nella Sacra Scrittura non è così! La sapienza, di cui parla la prima lettura e il salmo, non è anzitutto una capacità umana ma un dono divino. Eh già, e che dono divino! È il primo dei 7 doni dello Spirito Santo, quello che in un certo modo prepara la strada a ricevere e vivere tutti gli altri.

Il Catechismo ci dice che la sapienza concede la grazia di poter gustare Dio, la sua presenza, la sua mano, la sua dolcezza in ogni cosa. Papa Francesco in una catechesi lo esplicita ancora dicendo che il sapiente: “«sa» di Dio, sa come agisce Dio, conosce quando una cosa è di Dio e quando non è di Dio; ha questa saggezza che Dio dà ai nostri cuori. Il cuore dell’uomo saggio in questo senso ha il gusto e il sapore di Dio” (Udienza 9 aprile 2104).

È sapienza quando vediamo il tocco di Dio nella nostra vita ordinaria. Cari mariti, non vi rendete conto di come cambia la casa con o senza la presenza di vostra moglie? Il tocco femminile, o come direbbe San Giovanni Paolo II “il genio femminile”, si vede, si nota nella vostra casa, è percepibile a vista.

Che diversa sarebbe la nostra vita se questo dono, che tutti noi abbiamo (per il Battesimo e la Cresima), arrivasse a pienezza! I santi lo hanno espresso in vari modi. Per primo San Paolo quando esclama che “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Ma anche Santa Teresina di Lisieux lo ha scritto nel suo diario “Storia di un’anima” che “tutto è grazia”. Una frase simile è quella che Georges Bernanos mise sulle labbra del suo celebre curato di campagna, don Claude Laydu, prima di spirare: “Che cosa importa? Tutto è grazia”.  E simili sono state le parole scritte di una mistica francese, quasi dei giorni nostri, la serva di Dio Madeleine Delbrêl (1904-1964): “In cammino, tutto è grazia”. Mi piace anche ricordare la beata Benedetta Bianchi Porro (1936-1964), la quale colpita da una terribile malattia che la privò dei 5 sensi arrivò un giorno a esprimere la sua gratitudine al Signore per la sua piena di cose belle…

Quante esperienze di vita facciamo noi ogni giorno, e in particolar modo da un anno e mezzo a questa parte! Per non dire nell’arco della vita di coppia: esperienze bellissime ma anche dolorose.

Che sarebbe della nostra vita e della nostra relazione nuziale se potessimo guardarci alla specchio e guardarci a vicenda e dire a testa alta, con piena consapevolezza: “sì, è vero, tutto quello che abbiamo vissuto e viviamo è grazia… proprio tutto!”.

Che accade, di contro, quando questo non avviene? La conseguenza, la conosciamo bene ahimè, è davvero umana e segue una sua logica: ci aggrappiamo alle cose, quale salvagente in mezzo ai cavalloni. Se la vita non è data, non è una grazia continua, ci afferriamo ai nostri meriti, ai nostri risultati, alle nostre “sicurezze”, in definitiva, restiamo ben sprangati nella nostra “comfort zone”. Che è quello che fece questo “baldo giovine” davanti alla Grazia in persona. Scansò Dio per i suoi quattrini che tanto gli stavano a cuore…

Non so voi, ma a me più di una volta e pure di recente il Signore mi spinge a uscire dalla comfort zone e di abbandonarmi a Lui sebbene non veda molto in là con la mia vista.

Cari sposi, perché non facciamo di Dio e della sua volontà su di noi, la nostra comfort zone? Questa è la sapienza che già abbiamo e che siamo chiamati a coltivare perché produca questo frutto meraviglioso.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermeremo sul Vangelo. Sull’episodio del giovane ricco. Il mio matrimonio è partito così. Come il giovane ricco cercavo qualcosa di grande. Avevo un desiderio molto forte di sposarmi, e con tutta la mia volontà di viverlo secondo Dio, secondo la sua legge. Sempre cercando di mettere l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava sempre difficile. Vivevo forti momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. Per un periodo ho messo in discussione tutta la mia scelta, la mia relazione e la decisione di aver subito cercato due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato. Mi sono sposato a 27 anni. Un’età “normale”, ma non tanto per il nostro tempo. Vedevo amici serviti e riveriti in casa dei genitori. Senza responsabilità. Non riuscivo a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui credevo fortemente quando ho detto il mio sì. Poi ho capito! Ho capito, non perchè io sia particolarmente perspicace. Ho capito perchè ho visto la differenza tra me e la mia sposa. La mia sposa era molto più sapiente di me. Ho visto in lei la pace. Pace che non veniva dalla gioia che io potevo darle. In quel periodo probabilmente ero per lei più causa di preoccupazione  che non di gioia. Era una pace che veniva da una scelta più radicale della mia. Lei riconosceva Gesù come suo Dio davvero. Era il Signore della sua vita. Io non ancora.  Non ero così. Lei aveva messo il suo matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, in quei momenti dava ancora di più per supplire alle mie mancanze. Allora ho capito! Ero un po’ come quel giovane del Vangelo. Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita. 

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 19

Terminato l’antico inno del Gloria c’è una preghiera che fa da ponte tra la prima parte della Messa e l’inizio della Liturgia della Parola, ed il Messale ci viene in aiuto spiegandone la natura :

Poi il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l’orazione, chiamata comunemente «colletta», per mezzo della quale viene espresso il carattere della celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l’orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria […] Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l’orazione con l’acclamazione Amen.

Questo è il momento in cui veniamo invitati ad esprimere la nostra personale preghiera nel segreto del cuore, il sacerdote poi raccoglie le intenzioni di ciascuno “racchiudendole” in un’unica preghiera più grande, una orazione solenne, una supplica ufficiale che ognuno di noi rivolge al Padre. Ufficiale perché passa attraverso il mediatore tra noi e Dio, come se fosse il nostro portavoce d’ufficio : il sacerdote, egli infatti è il ministro ordinato, incaricato cioè di essere il filtro tra il popolo e Dio, come Mosè.

Mosè riceveva dal popolo varie richieste da inoltrare a Dio, poi andava nella tenda per incontrarLo e Gli riportava le istanze del popolo rivolgendosi a Lui con frasi del tipo : “Il tuo popolo ha bisogno di…” , spesso però si sentiva rispondere : “Il popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto…” ; sembrava che giocassero a rimbalzarsi a vicenda l’esclusiva sulla proprietà del popolo. Il sacerdote dovrebbe imitare l’atteggiamento di Mosè : rivolgendosi al Padre per conto nostro, ricordandoGli che il popolo appartiene a Lui, intercedendo per noi presso l’Altissimo, e nel medesimo tempo si deve anche ricordare che il popolo che ha di fronte è “il popolo che tu hai fatto uscire dall’Egitto“, cioè il popolo che Dio gli ha affidato perché ne abbia cura in sua vece.

Ecco spiegato il motivo del nome di questa orazione, essa infatti ha il compito di raccogliere tutte le personali invocazioni in un’unica supplica a “Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo” ; così come facciamo colletta per raccogliere soldi a favore di una iniziativa così facciamo colletta per raccogliere invocazioni a favore di una iniziativa spirituale.

La colletta spirituale può essere fatta anche nelle nostre case, certo in una forma esterna diversa da quella della Messa, ma non per questa meno vera. La famiglia è quel luogo dove la sofferenza di un membro diventa la sofferenza di tutti ; certamente chi è colpito in prima persona dovrà prenderla di petto, ma ciò non significa che gli altri familiari ne restino indifferenti ; ogni membro si farà carico di un pezzetto di quel dolore così da alleggerirne il peso al sofferente, e lo farà con intensità, modi e tempistiche proprie a seconda dell’età, della consapevolezza. I bambini vivono il dolore in una modalità diversa da quella degli adulti, spesso esprimono il proprio dolore con l’irrequietezza, oppure con la svogliatezza, l’apatia ; il papà tende ad essere più nervoso ed irritabile ; la mamma tende ad assorbire tutti gli umori con l’accoglienza tipica femminile e ad esprimerla con lo stress, la stanchezza : questi sono solo atteggiamenti esterni, come una scorza che nasconde al centro il dolore, il malessere.

In questi momenti di sofferenza famigliare possiamo fare la nostra colletta spirituale casalinga : si può decidere insieme un momento di preghiera comunitario, nel quale si prega tutti insieme e poi ogni membro si impegna a offrire sacrifici, preghiere o penitenze personali o per la stessa intenzione oppure ognuno può esprimere le personali intenzioni di preghiera. Così facendo vivremo realmente la chiesa domestica : ogni membro, grande o piccino che sia, trova il proprio posto unico ed irripetibile nella famiglia, si sente importante e ritrova la propria dignità, nessuno è escluso, e nessuno si senta escluso in qualsiasi condizione di salute o altro, poiché ognuno ha la possibilità di realizzare la propria vocazione all’amore secondo la propria specificità, senza clonare nessun’altro. Questa è una vera colletta famigliare ! Ai genitori poi spetta il compito, in particolare al papà, di raccogliere le intenzioni varie in un’unica preghiera ( per esempio il Padre nostro ), così come fa il sacerdote nella Colletta della Messa… ogni famiglia troverà poi strategie, momenti e modalità che le sono proprie.

Continuiamo a conoscere meglio la colletta della Messa approfondendone altri due significati tra gli altri: il carattere e la sua conclusione trinitaria.

Il carattere della celebrazione viene impresso con questa orazione, sicché la colletta che caratterizza la solennità di Pentecoste sarà diversa da quella del Corpus Domini, solo per fare due esempi. Infatti nella colletta pentecostale c’è una supplica particolare dello Spirito Santo chiedendo che Esso scenda sul popolo radunato e sull’intera Chiesa, mentre nella solennità del Corpus Domini si chiede la fede per adorare il santo mistero del Corpo e del Sangue del Signore racchiuso nella Santa Eucarestia. A volte, ci capita di essere distratti a Messa dalle più disparate situazioni contingenti, però al momento della colletta, ascoltandola bene, abbiamo la possibilità di sgomberare il campo delle distrazioni e capire quale festa si stia celebrando, quale particolare aspetto del Mistero cristiano stiamo celebrando, così da predisporre meglio il cuore alla preghiera e alla contemplazione dei divini misteri.

Da ultimo, vogliamo mettere in luce la frase del Messale “l’ orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria […]”. Sembra una semplice indicazione per il sacerdote, ed invece contiene una verità profonda che qui accenniamo solo : ogni preghiera è fatta per mezzo di Gesù. San Paolo lo spiega bene articolando con molti paragrafi e diluendo bene il discorso nella Lettera agli Ebrei con una profondità ed una chiarezza tipica dei grandi santi ( inoltre è Parola di Dio ufficiale ), noi ci limiteremo solo a dare una piccolissima goccia di colore in un quadro gigantesco dai mille colori.

Tutto nasce dal riconoscere che Gesù è Dio, la seconda persona della Santissima Trinità, e quindi Dio Padre non può più guardare all’umanità con gli occhi di prima ; da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, il Padre guarda la realtà umana con occhi diversi, poiché è la stessa natura assunta dal Suo Figlio Unigenito, non può più ignorare questa Incarnazione, non riesce a far finta di niente guardandoci, ed il suo cuore si intenerisce sempre più in misura di quanto noi Gli ricordiamo che la nostra supplica Gliela presentiamo passando proprio da quel Figlio tanto amato.

E voi pensate che il Padre faccia orecchie da mercante alle richieste del Figlio ?

Questa è una valida indicazione anche per le nostre preghiere di colletta familiari : noi siamo troppo fragili ed imperfetti per presentare direttamente a Dio Padre le nostre suppliche, dobbiamo farci furbi e chiedere l’aiuto a dei potenti intercessori cosicché la nostra supplica venga filtrata ed epurata ad ogni passaggio per arrivare agli orecchi di Dio Padre pura e potente. Affidiamo tutto alla Vergine Maria che filtra tutto al Suo Figlio Gesù, il quale ha la chiave d’accesso al cuore di Dio Padre ; inoltre quando siamo a Messa, la preghiera ufficiale e la madre di tutte le preghiere, abbiamo un’ulteriore filtro che è il sacerdote.

Care famiglie, da domani abbiamo la possibilità di vivere con maggiore attenzione e fede il momento della colletta a Messa per poterlo vivere anche nelle nostre case.


Giorgio e Valentina.

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La prima notte di nozze raccontata da Tobia e Sara

Il libro di Tobia è un testo dell’Antico Testamento. Un testo breve dove vengono narrate le vicessitudini di Tobia e Sara due giovani che dopo una serie di problemi e di ostacoli riescono a sposarsi. Oggi in particolare vorrei soffermarmi sulla loro prima notte. La narrazione di quanto avviene è ricca di significato e di simboli che vanno letti, compresi e rielaborati perchè dicono tanto del matrimonio e di quanto sia importante il rapporto fisico.

Sappiamo che Sara era già stata data ad altri sette mariti. Tutti morti la prima notte. Farà la stessa fine anche l’intrepido e impavido Tobia? Tobia ha però un asso nella manica. Tobia durante il cammino che lo ha condotto da Sara è stato accompagnato dall’Arcangelo Raffaele, il quale ha consigliato al ragazzo alcuni gesti da compiere prima di giacere con la sposa.

Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso.  L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. (Tb 8, 2-3)

Una simbologia meravigliosa. Il testo ci mette di fronte ad un vero e proprio esorcismo. Un esorcismo che nasce dall’amore coniugale. Dio guarisce attraverso l’amore. Per noi cristiani c’è un significato ancora più chiaro. Il sacramento del matrimonio ci libera dal male e ci permette di amarci da Dio, di amarci come Dio. Non a caso Tobia brucia cuore e fegato. Il cuore e il fegato rappresentano due componenti costitutive di ogni persona, in ebraico néfèsh. Il cuore è il luogo della volontà, del voler il bene o il male, mentre il fegato è l’organo delle sensazioni più istintive e basiche come possono essere la passione, le emozioni e l’impulso sessuale. Offrendo queste nostre due realtà, volontà e passioni, a Gesù, attraverso la nostra promessa matrimoniale, accade il miracolo. Il male viene cacciato dalla nostra casa e viene allontanato da noi. Solo con la nostra volontà non potremmo però impedire al male di tornare. Per questo serve un sacramento. E’ Dio, in questo caso attravero l’Arcangelo Raffaele (che significa appunto Dio guarisce), incatena in ceppi il diavolo impedendo così che possa tornare a distruggere la nostra unione. Non significa che non commeteremo più errori. Impossibile. Significa che se ci metteremo tutto il nostro impegno e cercheremo di governare le nostre emozioni e i nostri istinti senza farci trascinare da essi, Dio ci darà la forza per superare ogni prova e per restare insieme tutta la vita. E tutto questo passa dalla prima notte di nozze. Passa cioè dal dono totale che ci facciamo vicendevolmente. In anima e corpo. Passa attraverso il rapporto sessuale che sigilla la promessa matrimoniale.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! (Tb 8, 4)

Due sole parole ma che aprono un mondo. Sorella! Perchè Tobia chiama la propria sposa sorella? Perchè noi tutti possiamo chiamare la nostra sposa sorella o il nostro sposo fratello? Noi spesso crediamo che i rapporti più importanti siano quelli di sangue. Il rapporto con i genitori e appunto con i fratelli. La Bibbia ci dice che non è così. Il rapporto più importante è quello che nasce da una promessa che diventa alleanza. Da una promessa che diventa sacramento e vita. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola (Matteo 19). Vale per gli sposi in modo evidente, ma vale anche per tutti i fratelli e sorelle nella fede. Quante volte ci sentiamo più vicini con il cuore a persone che non hanno nessuna parentela con noi rispetto ai nostri familiari che non ci capiscono e con i quali non riusciamo ad aprire il nostro cuore e la nostra fede? Cari sposi ogni tanto chiamatevi amato fratello o amata sorella per ricordarvi che quella persona viene prima di vostro padre e di vostra madre. Ricordarvelo non perchè i vostri genitori non meritino altrettanto amore e considerazione, ma perchè esistono delle priorità. E’ importante mettere ordine per amare non più o meno uno o l’altro ma nel modo giusto.

Infiine la parola alzati. Nella versione greca è utilizzato il termine anastethi che è lo stesso verbo usato nel Vangelo per indicare la resurrezione di Gesù. Capite la grandezza del momento? Tobia sta conducendo la propria sposa ad una resurrezione, ad una nuova vita. Non è Tobia naturalmente ad avere il potere di innescare questo cambiamento incredibile nella vita dell’amata. E’ l’amore che Tobia e Sara si sono promessi e che stanno per sperimentare nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Prima di abbandonarsi all’amore corporeo i due infatti elevano una bellissima preghiera a Dio che ora non ho tempo di riprendere, ma che ho già affrontato in un precedente articolo.

Bellissimo questo passo biblico. Attraverso la storia d Tobia e Sara, due giovani normali, Dio ci introduce nella grandezza del matrimonio e nella sacralità dell’incontro intimo degli sposi. Sacralità che letta poi alla luce del Vangelo diventa sacramento e fonte di Grazia e di salvezza per i due sposi e per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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L’anello di fidanzamento e la vera nuziale. Segni di una meraviglia.

Oggi risponderò in modo un po’ articolato ad una domanda che ci è arrivata per mail.

Il fidanzamento è sancito con un segno (nella nostra cultura l’anello)? E nel momento in cui ci si fidanza, secondo la visione cristiana, inizia un cammino in preparazione al matrimonio? Ho cercato su internet e ho trovato poche risposte, soprattutto in merito alla prima domanda. Grazie mille, buona giornata!!

Cominciamo con il dire che in realtà non è necessario alcun segno esteriore per fidanzarsi. Può essere però utile e spiegherò perchè. Comunque anche la stessa parola fidanzamento sembra ormai anacronistica. Sembra non avere più senso. Ha ancora senso parlare di corteggiamento, di fidanzamento, di anelli? Ha ancora senso che l’uomo innamorato decida di regalare un anello alla sua amata? Oggi, nella nostra società indifferenziata, fluida e incapace di scelte definitive, tutto questo ha ancora un senso?

Noi non abbiamo la risposta. Abbiamo però una nostra personale opinione che nasce dall’esperienza diretta e da quella indiretta derivante da tante coppie con cui siamo entrati in contatto in questi anni.

Sì ha ancora senso! Perchè un uomo che regala un anello alla sua donna non è qualcosa di solo culturale e stereotipato. C’è anche una componente naturale. L’esigenza dell’uomo di donarsi e della donna di accogliere quel dono. C’è l’esigenza della donna di sentirsi preziosa agli occhi del proprio uomo. Non so voi, ma la mia sposa è felicissima quando le regalo un anello, un paio di orecchini o un ciondolo. Non credo che a colpirla sia la preziosità del regalo in sè. Non è quello. Non è una reazione da persona venale e superficiale. Tutt’altro. Spesso, magari inconsciamente, ha colto il significato profondo di quel dono. Ciò che la rende felice e la fa sentire amata non è il valore materiale, ma il messaggio intimo che c’è dietro. Le sto dicendo tu sei bella, sei preziosa. Anzi di più. Le sto dicendo tu sei la più bella e la più preziosa. Te lo voglio dire attraverso questo dono. Credo che uno dei gesti che più può ferire una donna, oltre al tradimento fisico, sia proprio questo. Scoprire che il suo sposo ha regalato un gioiello ad un’altra donna. Non è così? Pensateci.

Il significato più importante è però un altro: c’è l’esigenza di entrambi i fidanzati di avere un segno che possa ricordare e rendere visibile a tutti l’impegno di fedeltà e di cura reciproca che si sono presi l’uno verso l’altro. No! Non è come nel matrimonio. Nel matrimonio la scelta è irrevocabile mentre nel fidanzamento è ancora tutto in gioco. Il fidanzamento è proprio quel periodo in cui si deve mettersi in discussione profondamente in modo da comprendere se si è fatti per stare insieme tutta la vita. Non è quindi un periodo di superficilità e di svago. Non è il stare insieme per vedere come va. Non è il vivere la sessualità completamente senza prendersi la responsabilità di quel gesto. Deve esserci un progetto di vita e discernere se si possa realizzare insieme. C’è comunque l’impegno di rispettare e amare l’altra persona. Per questo l’anello può essere un oggetto che lo ricorda in ogni momento. Pensate che nel medioevo anche l’uomo indossava l’anello come segno della promessa.

L’anello di fidanzamento è un anticipo di quella che poi sarà la fede nuziale. La fede ha un significato meraviglioso. Le fede è d’oro, di forma circolare, viene indossata all’anulare e porta incisi allì’interno la data del matrimonio e il nome del coniuge.

Iniziamo con il dire che la forma tonda indica la perfezione. Il cerchio è l’origine. L’origine di ogni cosa è Dio. Nell’iconografia cristiana Tre cerchi saldati tra loro sono simbolo della Trinità. Non solo: il cerchio rappresenta la relazione tra Dio (il centro del cerchio) e la creazione che è il cerchio stesso. L’anello nuziale rappresenta tutto questo, se ci pensiamo bene. Rappresenta la creazione che si manifesta nelle creature uomo e donna che si sposano ma anche nella coppia stessa che secondo alcuni studiosi è una vera e propria nuova creazone che trova sorgente nel Battesimo e nel sacramento del matrimonio. La vera nuziale rappresenta anche Dio stesso, di cui gli sposi sono l’immagine più aderente, seppur molto limitata e pallida rispetto all’originale.

L’anello nuziale è d’oro (almeno nella tradizione). L’oro è il metallo dei re. Il metallo di Dio che è Re, oltre che Padre. Signore delle nostre vite. Un Re atipico venuto per servire e non per essere servito. Ecco quell’anello al dito ci ricorda che dobbiamo amarci così. Che siamo re e regina l’uno per l’altra. Che lo siamo per la Grazia scaturita dal sacramento, ma che dobbiamo esserlo nella vita di ogni giorno facendoci servi l’uno per l’altra, servi dell’amore. Come? Mettendo l’altro/a e il suo bene sopra il nostro. Solo così potremo guardare quell’anello che abbiamo al dito senza dovercene vergognare.

Troviamo incisi all’interno la data del matrimonio e il nome dell’altro. Non il nostro nome, non il nome di entrambi, ma quello dell’altro. C’è un significato molto profondo e bello in questo segno. Da quella data, se voglio davvero vivere la mia fede per Gesù non posso prescindere da quel nome inciso. La virtù della fede può essere definita in tanti modi. Quello che preferisco è: la fede è la nostra risposta all’amore di Dio. Quindi la fede che abbiamo al dito mi ricorda che non posso amare Dio se non attraverso quella donna il cui nome è inciso all’interno dell’anello. Il nome nella tradizione biblica indica tutta la persona; anima, corpo e cuore. La fede al mio dito mi ricorda che dal 29 giugno 2002 posso amare Dio solo se amo Luisa.

L’anello nuziale si indossa all’anulare. C’è una leggenda, non so quanto fondata, che narra che una piccola arteria collega direttamente il cuore a quel dito della mano. Capite che non ha importanza sapere se tutto questo sia vero oppure no. Ciò che conta è il significato che vuole evidenziare. La fede nuziale ci ricorda che il matrimonio è un sacramento che intreccia anima e corpo. L’amore nasce nel cuore ma ha bisogno di un corpo per diventare reale, per potersi manifestare. Senza il corpo il nostro amore non potrebbe arrivare all’altro/a. Resterebbe lettera morta. La fede nuziale ci ricorda di non risparmiarci in gesti di tenerezza.

Permettetemi un’ultima riflessione. L’anello ha forma circolare. Ha la forma dello 0. Se però affianco il mio anello a quello della mia sposa ecco che da due zeri prende forma il simbolo dell’infinito (un otto rovesciato). Dal giorno del matrimonio quelle due fedi mostrano l’infinito di Dio solo insieme, quando sono saldate l’una all’altra dall’amore fedele dei due sposi. Pensare di cancellare quella realtà dalla nostra vita significa scacciare Dio e con questo tornare ad essere e mostrare ciò che siamo senza di Lui: nulla.

Anche oggi mia moglie Luisa è gelosissima e attaccatissima alla fede nuziale ma è altrettanto affezionata all’anello che le regalai il giorno che le chiesi di stare con me in modo serio e consapevole. E’ vero che tutto è iniziato il giorno del matrimonio ma il fidanzamento è stato un periodo altrettanto importante e fecondo che ci ha preparato alla vita matrimoniale. Per questo lì indossa spesso insieme.

Antonio e Luisa

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L’ecologia vera è solo integrale

In questi giorni è tornata di moda l’ecologia. I media hanno messo un po’ da parte la pandemia e hanno raccontato gli eventi e le manifestazioni avvenuti in Italia in favore di una nuova politica ecologica. Abbiamo visto le manifestazioni chiassose e colorate con la partecipazione tanti ragazzi che attraversavano le vie di Milano. Abbiamo visto l’icontro tra le paladine della nuova consapevolezza verde, Vanessa e Greta, e le autorità italiane. Le ha ricevute addirittura il premier Draghi. Abbiamo ancora nelle orecchie il discorso del bla bla bla di Greta. Fino qui è cronaca. La mia riflessione vuole andare oltre. Come cristiano cosa penso di tutto questo?

Sicuramente l’ecologia è un argomento che ci interpella molto e anche urgentemente. Il creato è opera di Dio. Il creato ci è stato donato da Dio affinchè noi ce ne prendessimo cura. Come ogni altro dono di Dio non va deturpato, ma va custodito, curato e perfezionato. L’opera dell’uomo non deve essere quindi distruttiva ma dobbiamo cercare tutti di cooperare, per quanto ci compete, alla bellezza della creazione di Dio.

Un tema ripreso da Papa Francesco nella sua recente enciclica Laudato sii. Perchè allora non possiamo fare fronte comune con Greta e con tutto quello che rappresenta? Perchè il movimento Fridays for future non può rappresentare anche le istanze di un credente cattolico e cristiano?

Sicuramente abbiamo delle idee e degli obiettivi che ci uniscono, ma c’è qualcosa di fondamentale che ci separa. Una domanda fondamentale. Chi è l’uomo? Per l’ecologismo progressista di Greta l’uomo ha due caratteristiche principali: verso di sè è completamente autodeterminato, non è cioè soggetto a nessuna legge se non quella di non fare danno agli altri. Può fare ed essere ciò che vuole e come vuole. Ed è così che si forma un’idea di piena autodeterminazione che porta a determinate conseguenze, porta all’accetazione e alla promozione dell’aborto, dell’omosessualismo e del gender. Solo poco tempo fa Greta stessa si è scagliata contro quei governi che hanno scelto di limitare l’accesso all’aborto. Questa idea si crede sia libertà. Verso il pianeta, invece, l’uomo è considerato come una malattia: va limitato e se possibile ridimensionato. Questa è l’idea di fondo di Greta e di tutto il movimento politico e sociale che c’è dietro. Un’idea che nasce quasi un secolo fa e che pian piano si è fatta sempre più strada nel pensiero comune. Siamo troppi!

Un’idea che se letta da cristiano risulta essere perdente e sbagliata. Capite bene che in tutto questo c’è una incoerenza di fondo. Secondo questa idea, esistono delle leggi naturali e morali che vanno assolutamente rispettate quando sono rivolte al pianeta, mentre non esistono quando si parla di uomo e di relazioni interpersonali, affettive e sessuali. Mi tornano in mente le parole di Benedetto XVI rivolte al parlamento tedesco del 2011.

Vorrei però affrontare con forza un punto che– mi pare – venga trascurato oggi  come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana. 

La Chiesa ci insegna non un’ecologia ideologica contro l’uomo, ma un’ecologia integrale che parte dall’uomo e che si irradia a tutto il creato. Papa Francesco nella Laudato sii lo dice chiaramente:

La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Avete letto bene? Ciò che ci porta a distruggere il creato non sono dei mali generici ed astratti di alcune persone importanti che governano il mondo. Ciò che distrugge il creato è lo stesso male che distrugge le relazioni umane. Sono le ferite del peccato con cui ognuno di noi deve fare i conti. Egoismo, lussuria, superbia, potere, ricchezza ecc. Tutto dipende da questo. Lo sfruttamento del pianeta come anche lo sfruttamento di una persona per usarla e trarre piacere da lei. La dinamica è la stessa. Usare per fare nostro. La disarmonia ecologica si manifesta in moltissimi modi: non solo nell’inquinamento dei mari, nell’uso eccesivo di plastica e petrolio, nello spreco di acqua ma in tanti altri ambiti. Nella decisione di abortire un figlio non voluto, nel non accettare il proprio corpo e illudersi che in un altro si possa essere più felici. Ogni volta che non sappiamo rivolgere lo sguardo all’altro, che sia una persona o il creato stiamo inquinando il nostro cuore. Alla fine si torna sempre al peccato originale. Essere come Dio per fare a meno di Lui. Madre Teresa esprimeva benissimo come i mali del mondo fossero originati dalle nostre piccole e grandi scelte personali. Quando la santa di Calcutta ritirò il Nobel per la pace, da quel prestigioso palco disse: Se una madre può uccidere suo figlio, chi impedisce agli uomini di uccidersi tra di loro? Capite il significato? Tutto parte da noi, da come viviamo la nostra vita e dalle nostre scelte personali. Questa è l’ecologia integrale cristiana. In un’altra occasione sempre Madre Teresa disse: L’amore comincia a casa: prima viene la famiglia, poi il tuo paese o la tua città. In altre parole è inutile che pensi a salvare il mondo se non impari ad amare e a farti dono nella tua famiglia. Questa è ecologia integrale.

Questa è l’ecologia integrale. Mettere ordine in noi stessi e nelle nostre relazioni per essere capaci poi di mettere ordine al pianeta che Dio ci ha affidato.

Io e Luisa ci sentiamo particolarmente sensibili a questo argomento. I nostri articoli e i nostri libri trattano in modo specifico e peculiare questa ecologia umana. Siamo certi che ce ne sia tanto bisogno in un mondo inquinato sempre più nei mari e nell’aria, ma soprattutto nel cuore dell’uomo.

Personalmente ho fatto con Luisa una scelta ecologica. L’ho fatta non solo utilizzando sacchi gialli o neri per la raccolta differenziata, usando la borraccia per non comprare bottiglie di plastica ecc ecc. L’ho fatta prima di ogni altra cosa nella mia relazione con lei. In modo molto concreto.

Ho realizzato  che ho cominciato ad essere felice, non quando ho approfittato dei piaceri che il mondo mi offriva, ma al contrario quando ho saputo dire di no per fare una scelta ecologica.

Quando ho saputo dire di no ai rapporti intimi nel fidanzamento per rispettare la mia amata e l’amore che ci univa. Quando ho rinunciato a tanto di mio per fare spazio a Luisa e ai figli, per aprirmi alla vita fin dai primi mesi di matrimonio e dare così vita concreta al nostro amore. Quando ho rinunciato agli anticoncezionali per rispettare integralmente il corpo della mia sposa e farle capire che non voglio usarla ma voglio amarla.

Queste rinunce, che il mondo non capisce e deride, non mi hanno tuttavia impoverito, ma al contrario mi hanno arricchito. Non siamo solo spiriti, non siamo angeli, noi siamo anche  il nostro corpo e solo nel pieno rispetto della sua natura, nel rispetto delle leggi che Dio ha scritto dentro di noi riusciremo a lasciarci amare  e ad essere capaci di amare in modo pieno ed autentico. Padre Bardelli diceva spesso che la natura ti rende felice solo se la rispetti.

Quindi cara Greta, pur vedendo delle giuste istanze nelle tue battaglie, io mi sento chiamato ad una ecologia diversa che parte dall’essere umano e dove l’uomo è custode del creato e non un male da estirpare.

Antonio e Luisa

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Due facce della stessa medaglia !

Il giorno dopo la festa di S. Francesco d’Assisi, la Chiesa ci vuole aiutare nell’imitazione di questo grande e popolare santo, proponendoci le figure di due sorelle, le quali sono diventati famose :

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,38-42) In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

E’ curioso che il nome Marta significhi, secondo gli esperti, “padrona, signora” ; nel testo infatti viene citata lei come la padrona di casa, la quale sembra avere come arredo casalingo anche una sorella, Maria, stando alla descrizione sintetica dell’evangelista. Probabilmente molti di noi, al posto di Luca, avrebbero scritto così : “Mentre Gesù percorreva un villaggio in cui vivevano due sorelle (forse vedove?) nella stessa casa, una di loro, Marta, vide Gesù per strada, e lo invitò ad entrare da loro [ecc…ecc…ecc…]”. Sembra la descrizione della stessa scena vista con l’occhio di un carabiniere che compila un rapporto, il Vangelo invece è diverso, se usiamo una lente di ingrandimento speciale, scopriamo che esso, forse, mette in luce anche il rapporto tra le sorelle.

Infatti, la protagonista iniziale è Marta, la quale viene descritta come la padrona della casa che ospita Gesù e come colei cha ha una sorella di nome Maria ; quasi a voler dire non dicendo, l’evangelista mette in luce la chiara sudditanza di Maria nei confronti di Marta, o se volete, la supremazia di Marta su Maria, la quale sembra essere considerata la sorella minore, la pecora nera della famiglia, colei che vive in un mondo parallelo astratto, al contrario di Marta che si preoccupa dell’andamento della casa concretamente e porta sulle spalle tutto il peso di questa responsabilità.

Al di là dell’ambientazione scenografica ci sembra utile tornare sull’etimologia del nome e sul suo significato, non è un caso che Marta si senta la padrona di casa e anche di Maria ; qualche studioso fa risalire i due nomi ad una sola origine, cosicché Marta sia una variante di Myriam (l’originale di Maria).

Non è che Marta e Maria possiamo considerarle come le due facce di una sola medaglia ?

Che fossero gemelle ? Una goccia che si è divisa con due diverse e compatibili personalità ?

Potrebbe essere, in ogni caso dentro ognuno di noi convivono sia Marta che Maria, dentro ogni famiglia, dentro ogni coppia, anzi, a volte un coniuge incarna l’una e l’altro coniuge incarna l’altra. Sì, perché dentro noi c’è sempre la spinta ad occuparsi delle cose di questo mondo, non tutte cattive intrinsecamente, anzi, le faccende famigliari sono per la maggior parte buone e nobili e doverose.

Ed allora dove sta il problema di Marta, tale da meritarsi un rimprovero da parte di Gesù ? Nell’affanno e nell’agitazione !

Ed è così anche per molti sposi che si affannano e si agitano per molte cose, anche buone, ma non sono esse la parte migliore, a detta di Gesù. Perché ?

Spesso gli sposi vanno a letto la sera già con l’affanno nel cuore, perché sanno che l’indomani sarà pieno di molte faccende da sbrigare, la giornata è programmata minuto per minuto con una precisione degna dei migliori orologi svizzeri ; si appoggiano al cuscino come i corridori sulla linea di partenza pronti allo scatto vincente allo scoccare della sveglia mattutina, e via si parte ! Quando arriva sera e tutto è andato come previsto, si sentono come Indiana Jones quando esce dalla caverna orgoglioso di aver finalmente trovato il Sacro Graal, sfiniti ma eroi !

In tutta questa avventura quotidiana, chi sono i veri protagonisti ? In questa pianificazione giornaliera, che posto trova l’ascolto di Gesù ?

Quando si vive così, il cuore è sempre in affanno ed in agitazione, perché il focus è centrato su noi stessi, sulle nostre capacità, sulla perfetta riuscita del programma di gestione, sulle nostre performance ed è così che sale l’ansia da prestazione… l’ansia di fare il bravo papà, la brava mamma, la brava cuoca, il bravo lavoratore, la perfetta donna che tiene la casa come quelle sul catalogo dei mobilifici, il perfetto ripara-tutto e risolvi-tutto, la perfetta moglie sempre attraente con i tacchi 12, il macho che #nondevechieremai#, la top-manager che non rinuncia alla propria maternità, il palestrato super muscoloso che però sa giocare con le Barbie e fare la vocina di Cappuccetto Rosso, eccetera…

In tutti questi atteggiamenti, è chiaro che il centro della giornata siamo noi stessi, che però siamo fragili ed imperfetti, ed è qui che casca l’asino ! E’ quando ci scontriamo con i nostri limiti che l’affanno e l’agitazione raggiungono livelli di fondo scala, se prima l’affanno e l’agitazione sono scusati dalla consapevolezza dei nostri limiti, quando essi vengono inevitabilmente raggiunti, ecco che cominciamo a denigrare quella famosa sorella Maria sperando così che abbassando lei automaticamente venga innalzata sul piedistallo la nostra perfetta Marta.

E’ una lotta intestina che avviene spesso dentro le famiglie, dentro le coppie, ma molto più in profondità dentro noi stessi, poiché continuamente siamo tentati di dare troppo spazio alle cose di questo mondo, illudendoci che sia tutto qui, ed è così che ci tuffiamo a capofitto in mille e più faccende da sbrigare, le quali ci tengono tanto occupati, ci riempiono il tempo di cose da fare e pian piano perdiamo il senso, il significato del perché le facciamo, dello scopo per il quale ci diamo tanto da fare.

Si crea un vuoto di senso e tentiamo di riempirlo con le tante faccende quotidiane, alla fine crediamo che il senso del nostro vivere sia nelle nostre performance. E’ l’eterna diatriba tra chi vuole una Chiesa più operativa e chi la vuole più contemplativa : sono due facce della stessa medaglia. L’una senza l’altra non possono stare, ma la operativa riceve il proprio senso e significato dalla contemplativa.

Quando siamo alla fine della giornata, alla fine di una settimana intensa, e avvertiamo questo vuoto di senso, fermiamoci e lasciamo spazio alla Maria dentro di noi, la quale conosce e brama la parte migliore : l’ascolto di Gesù, della Sua Parola. Lasciamo che la nostra Maria si sieda ai piedi di Gesù e si nutra di quelle parole, di quella Presenza.

A volte, può darsi che in una vita di coppia sia Marta a prendere il sopravvento… stop ! Fermiamoci insieme, e torniamo alla nostra fonte, altrimenti rischiamo di navigare senza una rotta, di viaggiare come i nomadi e non come i pellegrini che hanno una meta.

Ascoltiamo volentieri il nostro coniuge, lasciamo che lui/lei ci apra il suo cuore per conoscerlo/a sempre di più per amarlo/a sempre di più e meglio. Potrebbe anche succedere che Gesù mi voglia dire qualcosa attraverso il mio coniuge, fermiamoci ad ascoltarlo/a con tranquillità e senza pregiudizi ma con spirito di accoglienza. Altre volte, potrebbe anche succedere che la mia amata/il mio amato abbia necessità di far uscire la Maria che ha dentro di sé, bene… toccherà a noi fare la parte di Marta nelle faccende famigliari. Ogni coppia deve trovare il giusto equilibrio tra la propria Marta e la propria Maria.

Coraggio sposi, scopriremo che Maria si è scelta davvero la parte migliore, perché è quella che riempie le giornate di senso profondo, che ridona slancio e nuovo vigore ad un cuore affannato ed agitato… scopriremo che il senso delle nostre giornate non sta nell’aver eseguito alla perfezione tutta l’agenda, anzi, spesso troviamo l’immancabile imprevisto, in questi casi lodiamo il Signore che ci castiga un poco, donandoci la possibilità di scoprire che non esistono giornate storte, esistono giornate vissute poco o male… scopriremo che a volte è meglio rimandare la stireria al domani perché oggi abbiamo bisogno di stare con Gesù, il Quale ci ridona un nuovo senso anche nella stireria piuttosto che nella lavanderia di casa.

Non basta preparare la minestra, bisogna farlo con amore e servirla con la dolcezza che ci dona Gesù !

Giorgio e Valentina.

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La legge non mortifca ma apre alla verità dell’amore.

Per iniziare la riflessione di oggi mi faccio aiutare dalle parole del Papa, pronunciate solo pochi giorni fa durante l’ultima udienza del mercoledì. Il Papa ha affrontato, attraverso la Lettera ai Galati, il tema della giustificazione. Giustificazione che non avviene per nostro merito ma sempre per grazia. E’ dono di Dio. Ad un certo punto Papa Francesco afferma:

Perciò non dobbiamo concludere, comunque, che per Paolo la Legge mosaica non abbia più valore; essa, anzi, resta un dono irrevocabile di Dio, è – scrive l’Apostolo – «santa» (Rm 7,12). Pure per la nostra vita spirituale è essenziale osservare i comandamenti, ma anche in questo non possiamo contare sulle nostre forze: è fondamentale la grazia di Dio che riceviamo in Cristo, quella grazia che ci viene dalla giustificazione che ci ha dato Cristo, che ha già pagato per noi. Da Lui riceviamo quell’amore gratuito che ci permette, a nostra volta, di amare in modo concreto.

Udienza generale del 29 settembre 2021

In questa riflessione di poche righe ci sono ben due affermazioni fondamentali. Verità che è bene che ogni sposo (o sposa naturalmente) interiorizzi.

Perciò non dobbiamo concludere, comunque, che per Paolo la Legge mosaica non abbia più valore; essa, anzi, resta un dono irrevocabile di Dio, è – scrive l’Apostolo – «santa». Da Lui riceviamo quell’amore gratuito che ci permette, a nostra volta, di amare in modo concreto.

Ho preso la frase iniziale e quella finale. Perchè è importante evidenziare che la legge mosaica (i 10 comandamenti per intenderci) non è qualcosa di sorpassato, non è stata cancellata da Gesù. Dirò di più: la legge morale ci permette di amare l’altro in modo concreto. E’ importante che il Papa lo abbia ribadito perchè questo aspetto è spesso sottovalutato. Tante coppie, anche cristiane, pensano che l’unico aspetto importante, nella relazione, sia il sentimento. La passione. Mi riferisco in particolar modo ai rapporti sessuali nel matrimonio. Ormai gli stessi cristiani non si fanno tanti scrupoli ad usare anticoncezionali, ad avere rapporti incompleti e a vivere la sessualità non come un incontro intimo. Un incontro dove, attraverso la comunione completa e totale dei corpi, avviene la comunione di tutta la persona in tutte le sue componenti corporee, emotive, intellettuali e anche spiriituali. Spesso anche nel matrimonio ci si accontenta del piacere derivante dalla genitalità e non si perfeziona il resto. Badate bene: il Papa definisce la legge come dono di Dio. Ci tiene ad evidenzare, come peraltro ha sempre fatto, che la legge è una grande opportunità che ci viene data. Non è qualcosa di frustrante ma è liberante. Per questo è importante riconoscerci in un cammino di crescita. Se usiamo metodi anticoncezionali perchè crediamo di non poter fare altrimenti Gesù non ci condanna. Aiuto adesso mi tiro addosso le ire dei tradizionalisti. E’ davvero ciò che penso. Penso che siamo noi a condannarci ad una relazione che non è piena e che non permette una vera comunione. Non è vero nutrimento per la relazione e per la nostra anima. Quindi pensateci. Pensateci però non con l’idea di un Dio che guarda cosa facciamo sotto le coperte e ci condanna. No! Questo non è il nostro Dio. Pensateci come quei discepoli che si mettono alla sequela di Cristo e vogliono essere sempre più uno nella coppia e uno con Cristo. Pensateci non per paura dell’inferno, ma per assaporare sempre più quella bellezza a cui tutti gli sposi sono chiamati. Per assaporare un momento di paradiso già qui. Sperimentare la bellezza e il piacere autentico anche nel fare l’amore. Non accontentatevi e cercate, anche a piccoli passi, di avvicinarvi sempre più ad una sessualità davvero cristiana, cioè davvero umana.

Non possiamo contare sulle nostre forze: è fondamentale la grazia di Dio che riceviamo in Cristo, quella grazia che ci viene dalla giustificazione che ci ha dato Cristo, che ha già pagato per noi.

Come raggiungere questa pienezza e bellezza? Ce lo indica sempre il Papa nella parte centrale del pensiero che ho riportato: la vita di fede e i sacramenti. La nostra relazione è essa stessa sacramento. Come ho più volte scritto, l’unione intima degli sposi è gesto sacramentale. Eppure non basta. E’ importante vivere la nostra relazione con Gesù anche personalmente. E’ importante entrare in relazione con Lui attraverso la preghiera ed è importante attingere alla Grazia attraverso l’Eucarestia e la Riconciliazione. Solo così fare l’amore con nostra moglie o con nostro marito ci avvicinerà sempre più a Dio e fare l’amore con Dio (essere uno con Lui nell’Eucarestia che è corpo) ci aiuterà ad essere sempre più in comunione con la persona che abbiamo accanto. La nostra fede è qualcosa di meraviglioso! Non è soltanto spirituale, ma si manifesta nel corpo e nella concretezza della nostra vita di coppia vissuta pienamente grazie alla legge morale che Dio ci ha donato.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio da Dio!

Già ci era andato molto vicino Aristotele quando gli chiesero: “Cosa è l’amicizia?” E lui rispose: “un’anima sola in due corpi”. Bravo! Stupendo! Meraviglioso!

Ma oggi Gesù ci dice qualcosa che supera uno de maggiori filosofi dell’antichità perché con il sacramento del matrimonio si va ben oltre.

Andiamo con calma. Vediamo anzitutto quello che accade a Gesù. I farisei, da inviati delle Iene ante litteram, pongono a Gesù un domandone teologico molto difficile da risolvere. In effetti si trattava di una disputa di lunga data. Difatti, da oltre un secolo, due scuole talmudiche guidate dai rabbini Hillel e Shammai non riuscivano a mettere la parola fine alla questione del divorzio. La prima era di manica larga e così ammetteva il divorzio in tanti casi; ad esempio, se la moglie non avesse cucinato bene. La seconda invece era più conservatore e lo concedeva solo per trasgressioni gravi alla Torah.

Da quale parte si pone Gesù? Da nessuna delle due… Gesù le supera alla grande e va al Principio. Nel fondo rigira la domanda iniziale – quando è lecito divorziare – a una vera e propria provocazione a tutti i presenti: “qual è la misura dell’amore?” O anche: “fin dove sei disposto ad amare: come vuole Dio al principio o barattando questa verità al modo umano?”

Gesù oggi mostra che l’amore nuziale discende direttamente da Dio come un dono. Il criterio, l’orizzonte, la misura, il metro per intendere è l’amore è Cristo. Perciò, gli sposi non devono sentirsi schiacciati (hai presente il povero Atlante, con il tutto il globo terraqueo sulle spalle?) e soffocati da un dover essere fedeli.

Piuttosto il sacramento del matrimonio contiene prima di tutto il dono di amarsi alla Dio, come ci ama Dio. Anziché dire: dobbiamo essere fedeli perché così lo dice la Chiesa, la Bibbia, ecc. dovreste pensare: noi due abbiamo il dono, la grazia, il “potere” di amarci in un modo tale da diventare una sola carne, una sola esistenza, una sola vita, proviamoci ogni giorno!

Quando il Signore vi chiede qualcosa – e in questo caso è l’indissolubilità, la fedeltà nel tempo – è perché prima vi ha dato la forza e la grazia per viverla.

Lo dice molto meglio di me Papa Francesco: L’indissolubilità del matrimonio (“Quello, dunque, che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt 19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio” (AL 62).

Concludo con un grazie sincero e dal cuore per tutte voi coppie che si sforzate di mettere in pratica questo dono. Avendo davanti a me volti concreti, vorrei davvero dirvi grazie per l’enorme bene che fate con i piccoli o giganteschi vostri sforzi per assecondare questa grazia, a volte in situazioni davvero difficili. Voi siete la testimonianza più autentica e genuina che Dio è veramente fedele al suo Amore per ciascuno di noi.

ANTONIO E LUISA

Gesù parla al cuore dell’uomo. Sta rispondendo ai farisei, ma sta rispondendo anche ad ognuno di noi. Gesù va dritto al cuore e ci chiede di essere onesti. Ci chiede di credere a quel desiderio che ci ha messo dentro Dio stesso. Fin dalle origini. Il nostro cuore desidera un amore radicale. Abbiamo bisogno di amare in modo totale, abbiamo bisogno di amare in anima, in corpo, in tempo, in dedizione, insomma in tutto.  Abbiamo bisogno di amare nella vita di tutti i giorni e per tutti i giorni. Abbiamo bisogno di essere amati così.

Quando si ha il coraggio di superare la paura e di sposarsi, cioè di promettere di amarsi in questo modo è davvero meraviglioso. Si comprende finalmente chi siamo e perchè siamo al mondo. Si comprende la nostra umanità e si scoprono parti di noi sconosciute a noi stessi. E’ bellissimo il giorno del matrimonio, ma forse lo è ancor di più ogni mattina che ci sveglia insieme e si rinnova quella promessa. Con uno sguardo, con una parola, anche nel silenzio riempito dalla presenza del’altro/a. Una promessa che si rinnova sempre anche quando ci sono stati giorni in cui non abbiamo dato il meglio di noi, anzi forse abbiamo mostrato il peggio. Proprio grazie a questa esperienza di amore gratuito, fedele e indissolubile abbiamo compreso cosa Gesù intendesse dire ai farisei.

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Ottobre, mese del Rosario: ottima preghiera di coppia!

Probabilmente se state leggendo queste brevi righe, non vi ha spaventato il titolo. Complimenti! Io rispetto ogni preferenza sul modo di pregare: dai salmi, alla Lectio divina, alla preghiera di lode, alla meditazione… va sempre tutto bene, purché si preghi con il cuore.

Inizia ottobre e per la Chiesa è il mese dedicato al Rosario. Mi sembra un’ottima occasione, pertanto, di dirvi due parole, “miei cari dodici lettori” su questa preghiera meravigliosa, magnifica, ahimè a volte tanto temuta e schivata.

Dice San Giovanni Paolo II che: “Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio. In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l’opera dell’Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore” (Rosarium Virginis Mariae, 1).

Cioè è un concentrato di Vangelo, è una preghiera assai completa nella sua semplicità e sobrietà; perciò, vale la pena di viverla con il cuore e farla parte delle nostre giornate.

E poi scusate, come pensate abbiano mantenuto la fede i nostri avi? Non c’erano all’epoca le 10 Parole di don Fabio Rosini, né le GMG dei giovani e nemmeno i pellegrinaggi a Medjugorje. Come hanno coltivato i nostri predecessori la loro fede, se spesso erano pure analfabeti? Fondamentalmente in due modi: la Messa domenicale e il Rosario tutte le sere. Due alimenti formidabili che li hanno resi saldi nella fede.


Si dice che è una preghiera monotona, noiosa, da nonnine vedove che non sanno come ammazzare il tempo… (Presente la scena di “Benvenuti al sud” in cui Claudio Bisio visita le vecchiette in casa?). Ma tutto cambia quando la si vede dalla prospettiva dell’amore filiale. Mi è molto piaciuta una vignetta che diceva: “il primo rosario della storia” e poi si vedeva un Gesù Bambino stilizzato che ripeteva tante volte a Maria: “mamma, mamma, mamma, mamma…”. Ed è proprio così.

Dobbiamo senza dubbio cambiare prospettiva, e metterci nei panni di Maria che sente da noi le frasi più belle che abbia mai udito in vita sua: l’annunciazione dell’Angelo, il sapersi Madre di Gesù, la sua vocazione divina… cose che la rendono felice per l’eternità. Ebbene, tu in ogni Ave Maria gliele stai ripetendo.

È come quando qualcuno ci fa sentire importanti, ci dice quanto siamo preziosi per la sua vita… non so voi, ma io non mi stanco mai di quei momenti, anzi, tutt’altro. Noi con il Rosario stiamo toccando il cuore di Maria nel più profondo, nel suo intimo e questo rende Lei ma soprattutto Dio estremamente contento.

Finisco dicendovi che la nostra storia di cristiani è intrisa di grandi eventi epocali, alcuni dei quali hanno segnato profondamente gli eventi, della serie che oggi le cose sarebbero molto diverse se non fossero andate in quel modo. E fu proprio grazie all’invocazione a Maria fatta tramite il Rosario. Anzitutto il fatto stesso che il mese di ottobre sia dedicato al Rosario si deve alla schiacciante vittoria delle armate cristiane sulla flotta turca nelle acque di Lepanto, vicino alla Grecia, il 7 ottobre 1571; poi alla altrettanto mirabile vittoria cristiana, in notevole minoranza numerica, sui turchi che assediavano Vienna l’11 settembre 1683. Che dire poi della scampata distruzione di Trieste nell’aprile 1945, motivo per cui sorse il celebre santuario di Montegrisa come segno di gratitudine? Infine, basterebbe anche solo citare le apparizioni a Fatima per mostrare quanto la preghiera tramite il Rosario possa decidere le sorti del mondo, la conservazione della pace o una guerra totale.

Così cari sposi, vi ho voluto dare un assaggio di quanto questa preghiera semplice e cordiale possa spingervi sul cammino di santità nel vostro matrimonio e vi aiuti a proseguire accompagnati da Maria in mezzo alle mille vicissitudini che dovete affrontare assieme alla vostra famiglia.

Vi auguro di sperimentare in questo mese, tramite il Rosario, la dolce compagnia e intercessione della nostra Mamma Celeste.

Padre Luca Frontali

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Se uno ti guarda con amore, tu puoi fare la rivoluzione

..di Pietro e Filomena – “Sposi&Spose di Cristo”..

Avete presente quando siete in auto e ascoltate la radio distrattamente mentre cercate di parcheggiare tra una smart di traverso e un cassonetto della spazzatura?

Ecco, a parte il fatto che non si parcheggia vicino i cassonetti della spazzatura e neanche vicino le smart (nel secondo caso perché queste spesso occupano 3 posti pur avendo la capienza di un cassonetto)…dicevamo, a parte queste norme stradali: avete presente quando cercate di dire qualcosa di vero e profondo e sentite un pezzo per radio che vi illumina d’immenso?

Ebbene, qualche sera fa, mentre eravamo in una situazione simile abbiamo sentito una canzone di Jovanotti di qualche anno fa che i vecchi come noi certamente ricordano.

Il brano è Capo Horn…abbastanza cacofonico come pezzo, poco melodioso….che ad un certo punto ti spara questa verità:

uno da solo si può fare molto, può fare la pipì, può addormentarsi
può fischiare, può svegliarsi,
può prendere a sassate dei lampioni,
può rompersi i coglioni
a non finire,
può anche farsi a fette ed impazzire;
ma uno con qualcuno che lo ama e che lo stima e che lo guarda con passione
può anche fare la rivoluzione
.

LORENZO CHERUBINI “JOVANOTTI” – CAPO HORN

Boom!!!

Forte eh?

Fortissimo se lo contestualizzi nel nostro mondo occidentale dove domina la mentalità del “mi sono fatto da solo” .

Ma da soli si va più veloce, insieme si va più lontano diceva un saggio (e ora lo cantano anche i “Me Contro Te”).

Grazie Jovanotti, in due parole hai sintetizzato il cristianesimo. Non vi scandalizzate!

Infatti il cristianesimo prima di essere una religione e ancor prima di essere una Fede…è un incontro. Un incontro con un tale di nome Gesù che ti guarda e in quello sguardo tu vedi tutta la stima del mondo, vedi tutta la passione di uno che si gioca la vita per te…vedi tutto l’amore che c’è!

Ed è allora che puoi fare la rivoluzione, ed è allora che puoi

“Prendere in mano la tua vita e farne un capolavoro”

CFR. SAN GIOVANNI PAOLO II

Yeah!

Che forte il buon vecchio Jova, che forte San JPII

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Avere riguardo significa guardare due volte

Non ci avevo mai pensato. Cosa significa concretamente aver riguardo per mia sposa? Significa guardarla e poi riguardarla. E’ un concetto che non è mio. L’ha detto, durante una catechesi, don Fabio Rosini. L’ha buttato lì senza neanche fermarsi sopra. Mi ha però colpito profondamente. Tanto che di quella catechesi mi ricordo solo questo. Torniamo alla riflessione. Guardarla e poi riguardarla. Avere riguardo. Perchè? Perchè solo così posso comprendere davvero se le mie azioni, i miei atteggiamenti, le mie parole, i miei gesti e tutto il modo che ho di stare con lei fanno il suo bene oppure no. La fanno stare bene oppure no. Se sono più finalizzati al mio piacere o al suo. E’ importate comprendere questo. E’ importante imparare ad osservare e imparare ad entrare sempre più nel suo mondo. Amare non significa fagocitarla nel mio mondo. Farla mia. No, nulla di tutto questo. Questo è prendere possesso, farne cosa mia che risponde alle mie esigenze e al mio modo di pensare.  Questo non è amare. Amare è conoscere sempre di più l’altra persona, i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, la sua alterità che è certamente un mistero, ma che poco alla volta si disvela in una meravigliosa scoperta. Amare non significa rinunciare al mio mondo, ma arricchirlo del suo. Per questo devo essere capace di avere riguardo. Di riguardare. Guardare una prima volta per capire come amarla, in cosa aiutarla, di cosa ha bisogno. Guardarla per comprenderne le sofferenze, le difficoltà e per condividerne le gioie. Non basta. Chi ha davvero riguardo non si ferma a questo, che è già tanto sia chiaro. Chi ha riguardo guarda una seconda volta per comprendere se quello che ha detto o fatto ha trasmesso amore, se è stato donato nel modo e nella sensibilità gradita all’altro. Perchè non basta amare, ma l’amore dato deve essere percepito dall’altro e lo può essere solo se offerto con un linguaggio parlato dall’altro.

Un esempio molto semplice ma chiaro. Io quando ho un problema non voglio parlarne. Se non sono io a tirarlo fuori mi sento compreso se la mia sposa non mi chiede nulla. So benissimo però che la mia sposa non è così. Lo so perchè l’ho guardata e l’ho riguardata. L’ho osservata e conosciuta. Adesso so benissimo che ignorare i suoi problemi non la farebbe sentire amata. ma al contrario la farebbe sentire incompresa, poco considerata e avvertirebbe freddezza e distacco. So bene che se invece desidero trasmetterle amore e vicinanza non posso che ascoltarla e lasciare che si apra ed esprima tutte le sue difficoltà e sofferenze. Questo significa avere riguardo. Guardare e riguardare per conoscere e trovare il modo più aderente alla sua sensibilità per darle il mio amore.

C’è una canzone del Gen Rosso che esprime molto bene questo modo di amare che è di Dio e che può diventare anche nostro. Il testo di Perchè ti amo dice:

Tra milioni di modi per dirmi: “Ti amo”

Dio, hai scelto per me

quello a te più lontano.

Più lontano per te, ma a me più vicino,

uno in tutto con me e col mio destino.

Non guardi il tuo cielo, il calore del sole,

mi cerchi nel buio e mi chiami per nome.

Abbiamo davvero riguardo l’uno per l’altra? Rispondere è importante per la relazione e per la nostra vita.

Antonio e Luisa

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Come spiegare ai ragazzi che la vita ha un senso?

Avevo letto la notizia dei suicidi di tre ragazzi avvenuti tutti nella zona di Milano il primo giorno di scuola.

Una tragica coincidenza secondo i giornali. Episodi non legati tra loro. L’avevo letta ma, ammetto, di non aver voluto andare a fondo della cosa. Perché ho paura di entrare dentro questo baratro di sofferenza. Ho paura perché si tratta di ragazzi che avevano ancora tutta la vita davanti, ho paura perché avevano l’età dei miei figli, ho paura perché come genitore mi sento tanto inadeguato e impreparato ad accompagnare dei ragazzi verso l’età adulta. Quindi, un po’ codardamente, non ho voluto approfondire. Ho voltato la testa dall’altra parte. Michela (redattrice Tau) mi ha chiesto invece di farlo. Allora mi sono immerso. Non tanto nella cronaca di quei gesti disperati. Ho cercato di capire perché questi ragazzi come tanti loro coetanei sembrano essere così fragili.

Ho fatto una breve ricerca on line e ho scoperto come Il suicidio costituisce la seconda causa di morte nei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni e l’autolesionismo colpisce in Europa circa 1 adolescente su 5. Le misure restrittive durante la pandemia da Sars-Cov2 hanno impattato significativamente sulla salute mentale dei bambini e degli adolescenti portando ad un aumento delle richieste di aiuto per le forme più gravi di psicopatologia: l’autolesionismo e il comportamento suicidario (fonte: quotidianosanita.it).

Sicuramente la pandemia ha influito. Non c’è dubbio. Non è però la causa principale. Ha influito nel mettere in evidenza un malessere che dipende da altro. Qualcosa che è latente e lavora nel cuore dei ragazzi. Alla fine la domanda è per tutti sempre la stessa: perché sono al mondo? Che senso ha la mia vita?

La mia riflessione non vuole essere psicologica, non ne ho le competenze. Voglio riflettere da uomo cristiano che è anche padre. Cosa posso dare ai miei figli? Come posso aiutarli a rispondere a quella domanda che è decisiva nella vita di ogni uomo?

La nostra società è costruita per dare ai nostri ragazzi competenze sempre più specifiche e complesse. La scuola di oggi è molto diversa da quella che solo pochi decenni fa ho frequentato io. Oggi ci sono molte più opportunità. Oggi ci sono molto più indirizzi di studio, oggi esistono i PDP per i ragazzi con problemi, oggi ci sono attività extracurriculari e si cura l’educazione dei nostri ragazzi da ogni punto di vista da quello civico a quello ecologico e ancora a quello affettivo-sessuale. Oggi si va a studiare all’estero. I nostri ragazzi fanno sport, musica, teatro. Sono nutriti in ogni loro talento e aspirazione.

Eppure i nostri ragazzi sembrano sentirsi spesso poveri e inadeguati. Sono sempre più frequenti episodi di bullismo (dovuti anche alle nuove tecnologie e all’uso dei social). Sono sempre più quei ragazzi che decidono di tirarsi fuori. Ormai non è così difficile imbattersi in qualche alunno che improvvisamente si chiude in camera e non esce più. Cosa sta succedendo? Da padre ho paura perché davanti a tutto questo mi sento davvero piccolo e impreparato. Ho paura che un giorno uno dei miei figli mi dica semplicemente che non vuole più alzarsi e andare a scuola. Cosa potrei fare?

Poi mi rassereno perché è vero che io ho mille difetti e come padre ho sbagliato innumerevoli volte con i miei figli. È vero che continuo a sbagliare ogni giorno e spesso non so come comportarmi con loro. C’è qualcosa che però mi dà speranza: credo che alla fine qualcosa di buono io l’abbia fatto. Ho cercato di dare ai miei figli l’insegnamento più grande: siamo nati perché qualcuno ci ha voluto e ci ha amato. 

Photo by Free-Photos da Pixabay

I nostri figli, come anche noi, vengono al mondo con un desiderio di infinito dentro il loro cuore, desiderio di essere amati in modo pieno e personale. I nostri figli hanno bisogno prima di ogni altra cosa di sentirsi amati per come sono e non per quello che fanno. Hanno bisogno di sentirsi amati anche quando sbagliano. Non significa che qualsiasi cosa facciano vada bene ma significa non identificarli mai con il loro errore. Franco Nembrini, nel suo libro Di Padre in Figlio, raccontava di un confronto avuto in classe, lui è stato insegnante, con degli alunni. Ragazzi di 15 anni. Chiese agli studenti quale fosse il senso della vita. Uno di questi gli rispose: non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata. Lui rimase completamente spiazzato e non rispose nulla. Rimase amareggiato profondamente pensando alla sofferenza che quel giovane doveva aver dentro di sé. 

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e quindi anche per essere capaci di amare.

Io come padre ho un altro compito fondamentale, uno di quelli che può davvero fare la differenza. È importante che io faccia comprendere ai miei figli che c’è un altro Padre che li ama molto più di quello che riuscirò mai a fare io. Come si può spiegare questo a dei bambini? Da ragazzi poi è già molto più difficile. Non si può. Si può solo mostrare cosa significhi e come si concretizza l’amore paterno di Dio.

Per il figlio (in questo caso maschio o femmina non fa differenza) l’idea di Dio è molto influenzata dal rapporto che instaura con il papà. Un padre violento o che non è capace di incoraggiare il figlio porterà il figlio a pensare a Dio con paura e non con fiducia. Un padre incapace di amare il figlio sempre, ma che condiziona l’amore al comportamento o ai risultati del bambino, facilmente porterà il piccolo a farsi un’idea di Dio come qualcuno sempre pronto a giudicare e a condannare. Queste sono convinzioni che si radicano nella profondità delle persone. Convinzioni che anche da adulti è molto difficile modificare.

Mi rendo conto di questa grande responsabilità che mi è stata affidata da Dio stesso. Nel matrimonio sono consacrato ad essere educatore dei figli, consacrato a riconsegnarli a Lui. È un vero e proprio ministero. Per questo, è importante chiedere scusa quando si sbaglia. Chiedere scusa a loro e a Gesù. Perché capiscano che il Padre che tutto può e che non sbaglierà mai è solo Dio.

Le mie sono solo delle riflessioni che ho buttato giù, pensieri che mi colgono spesso quando osservo i miei figli. Alla fine ciò che conta davvero nella vita di ogni persona è riuscire ad alzare lo sguardo è incontrare quello di Cristo. Attraverso quello sguardo ci si sente amati e preziosi. Si capisce di essere al mondo per un motivo: perché si è amati immensamente. Amati dai genitori e da una storia che ci precede. E anche quando i genitori non sono stati in grado di dare questo amore c’è l’amore di Dio che è morto in croce per la nostra salvezza. Un Dio che ci ha voluto fin dal seno materno Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre (Salmo 138).
Tutto il resto viene dopo.

Ecco: io mi auguro di essere riuscito, con mia moglie Luisa, a trasmettere quello sguardo. Magari ora i nostri figli non ci danno soddisfazione, si lamentano della Messa e delle preghiere e ci fanno il piacere di frequentare la chiesa (almeno per ora), ma siamo convinti che al momento giusto, quando ne avranno bisogno sapranno dove attingere e potranno alzare lo sguardo e fare il loro incontro personale con Gesù, quello che non ti lascia più come prima. Quello che ha permesso anche a me e a Luisa di cambiare la nostra vita e di trovare un senso per tutto.

Antonio De Rosa

Articolo scritto per Tau Editrice (qui l’originale)

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Giustizieri vs menefreghisti !

Il Vangelo di oggi ci racconta di quando un villaggio di Samaritani si rifiuta di accogliere il passaggio di Gesù con i suoi discepoli/apostoli, e la reazione di quest’ultimi :

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Spesso, quando ascoltiamo il Vangelo proclamato a Messa, qualche parola ci sfugge oppure non ne capiamo immediatamente la portata, vuoi per la scarsa o insufficiente amplificazione, vuoi perché il vicino ha tossito per metà del tempo, vuoi perché un infante si è messo a piangere a squarciagola, vuoi perché il sacerdote l’ha letto con sufficienza o in fretta, vuoi che siamo distratti e non usiamo la giusta attenzione che bisognerebbe avere… sta di fatto che queste situazioni contingenti non ci fanno gustare appieno la freschezza e la novità del Vangelo.

Questo episodio viene commentato, il più delle volte, ponendo l’accento esclusivamente sulla parte morale. Da un lato si dipingono i Samaritani come i menefreghisti di turno e dall’altro i due Apostoli come i giustizieri senza pietà. E da qui partono le prediche sul non rifiutare di accogliere Gesù nei nostri villaggi, nelle nostre città, nelle nostre nazioni, nella nostra vita… altrimenti diventiamo come quei Samaritani che rifiutano Gesù perdendo l’occasione di averLo tra di loro. Senza dimenticarsi di rimproverare quelli che, imitando i due Apostoli Giacomo e Giovanni, si ergono a giudici degli altri lanciando sentenze a destra e a manca, e si costituiscono come “giustizieri di Dio”.

Ovviamente questa lettura non è da ritenersi sbagliata e spesso lascia molti spunti di riflessione per la vita personale e parrocchiale, per capire dove e quando il nostro operato deve essere rivisto, modificato, cambiato, moderato… ma ci siamo posti una domanda : qual è la “buona novella” contenuta in questo brano ?

Se è vero che la parola vangelo significa “buona novella”, qual è questa buona notizia che la Chiesa ci vuole proporre con questo brano evangelico ? Sembrerebbe difficile da scovare ma… ce ne lascia un indizio nel “tratto“, quel versetto incastonato tra l’acclamazione dell’Alleluia proclamato prima del Vangelo : << Il Figlio dell’uomo è venuto per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. >>(Mc 10,45).

La buona notizia a cui fa riferimento il “tratto” è contenuta nella prima parte del brano evangelico, e cioè nella ferma decisione di Gesù di mettersi in cammino verso Gerusalemme per compiere la volontà del Padre. Quei giorni in cui “sarebbe stato elevato in alto” sono i giorni della Passione in cui sarà elevato in alto sulla croce, sono quei giorni che Gesù aspettava dall’inizio, da quella volta in cui Sua Madre Gli fece notare che era finito il vino alle nozze di Cana, ricordate ? La Sua risposta a Maria fu : << Non è ancora giunta la mia ora. >> Di quale ora stava parlando ? L’ora in cui si sarebbe manifestato per quello che è : il Messia, il Figlio di Dio, il Salvatore. Quindi la prima “buona novella” è che Gesù è proprio chi dice di essere, cioè il Salvatore, il Figlio di Dio.

Cari sposi, Gesù è veramente quel nuovo serpente di bronzo innalzato sulla nuova asta, e solo guardando a Lui il nostro matrimonio si salverà, altrimenti resterà una bellissima unione d’amore, ma di amore solo umano, non avrà il sapore del Cielo. La buona notizia quindi, è che di Gesù ci possiamo fidare, il primo e miglior consulente matrimoniale è Gesù, ed il Suo ufficio è aperto H24, 7 giorni su 7, ed è GRATIS, perché tutto è stato già pagato, qualunque sia la cifra, ha già pagato Lui su quella Croce. Ha pagato Lui al posto nostro, ha pagato Lui il riscatto al “terrorista” che ci teneva prigionieri del nostro peccato originale ; ha pagato il riscatto al nostro “rapinatore” che ci aveva rapiti al Paradiso e ci teneva sotto scacco. Cari sposi, non lasciamoci più prendere in ostaggio dal nostro nemico, il diavolo, il quale non demorde mai e ci attacca con un po’ di stalking e di mobbing. Dobbiamo respingere i suoi attacchi con la preghiera fiduciosa in Colui che ci ha già redenti, ma vuole che anche noi facciamo la nostra parte.

La seconda buona notizia, semmai la prima non fosse già sufficientemente ricca, è che “Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme… come a dire che la Passione NON è stato un inciampo imprevisto, un disguido tecnico dell’ultim’ora, al contrario era tutto previsto, anzi sembra quasi che Gesù non vedesse l’ora che arrivasse quell’ “ora in cui il Figlio dell’uomo sarà innalzato” ; come se fosse in trepidazione di portare a compimento la missione affidatagli dal Padre, bramava di salvarci e bramava che avvenisse il più presto possibile, ci ha amato così tanto che non si è lasciato distrarre da niente e da nessuno, neanche dai Samaritani che Gli rifiutano ospitalità nel loro villaggio. A differenza di altre volte in cui si infervora senza mezzi termini apostrofando gli uni come ipocriti, gli altri come una spelonca di ladri o come sepolcri imbiancati, ma questi Samaritani ( che rifiutano Gesù ) vengono invece difesi da Lui stesso, forse perché inconsapevolmente hanno accelerato gli avvenimenti futuri della Passione ; infatti l’evangelista annota che “[…]si misero in cammino verso un altro villaggio.”, senza fermarsi e perdere tempo in quel villaggio, come se Gesù avesse fretta di compiere la sua missione. E questo è confermato anche da ciò che Gesù stesso dice a Giuda Iscariota (il traditore) nell’ultima cena : “Quello che devi fare, fallo al più presto“.

Cari sposi, la seconda buona notizia contenuta in questo brano evangelico è che Gesù ha scelto di salvarci, non è che su quella croce sia morto un innocente qualsiasi, e Dio Padre abbia considerato questa morte innocente come un sacrificio in riscatto per molti, visto che ormai era andata così, tanto valeva approfittarne e valorizzare questa morte innocente in modo geniale come solo Dio sa fare. NO !

Gesù è venuto nel mondo proprio per essere innalzato su quella Croce, per salvarci, per compiere la sua missione, per realizzare se stesso compiendo la volontà del Padre, in quel momento ha rivelata la sua vera identità, il suo vero scopo, la sua peculiarità. Succede così anche nell’esperienza umana, per esempio nella nostra famiglia. Avendo quattro figlie, abbiamo imparato a riconoscere le qualità dell’una o dell’altra, e ci capita spesso di aiutarle a mettere in luce le proprie qualità nel compiere una certa attività, e quando ciò avviene, si può notare come negli occhi della figlia designata appaia una luce nuova, poiché essa sta realizzando appieno se stessa attraverso quella specificità che la contraddistingue.

Ed è così anche con Gesù : Lui ha dimostrato la sua specificità che lo contraddistingue prendendo quella ferma decisione di andare a Gerusalemme incontro alla sua missione che il Padre Gli aveva affidato.

Cari sposi, Gesù NON è il perdente, Lui HA VINTO attraverso la Croce, e noi in che squadra vogliamo schierarci per il gioco della vita matrimoniale ? Nella squadra del diavolo, il perdente, o nella squadra del VINCENTE ?

Forza sposi, la partita è già cominciata !

Giorgio e Valentina.

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Il matrimonio è amare oggi

Il matrimonio è il sacramento dell’oggi, dell’adesso. Non possiamo fare affidamento solo sul passato. Non possiamo dare la relazione per acquisita, per scontata. Sì, esiste il nostro passato. Esistono i nostri ricordi, esistono i nostri momenti d’amore e di comunione già vissuti, esistono i nostri perdoni donati. Esistono nella mente e nel cuore. Hanno però bisogno di un gesto, di una parola, di qualcosa di reale nell’oggi per tornare ad essere amore concreto. Io ho grande gratitudine per tutte le volte che Luisa mi ha donato il suo amore. Come mostrarlo? Accogliendola adesso se ne ha bisogno, ascoltandola adesso se cerca conforto, abbracciandola adesso se cerca tenerezza. E in tanti altri gesti concreti fatti però adesso.

Esattamente come quella promessa che io e Luisa ci siamo scambiati davanti a Dio più di diciannove anni fa. Ha bisogno di essere rinnovata anche oggi con un bacio, con una carezza, con un sorriso. L’amore è promessa e la promessa è solo una parola vuota se oggi, se adesso, non trova di nuovo la sua casa nella nostra relazione. Noi ci sposiamo ogni giorno. Ci sposiamo ogni volta che apriamo gli occhi la mattina e abbiamo lì, accanto a noi, il dono più grande che Dio ci abbia mai fatto dopo la vita e il suo amore. Accanto a noi c’è il suo figlio amato, c’è la sua figlia amata, che è lì per noi. Affidato/a a noi. Dio ci chiede di essere le Sue mani, la Sua bocca, i Suoi occhi per amare l’altro/a. Meraviglioso!

Certo, a volte ci verrà facile altre invece meno, avremo magari la tentazione di rompergli/le un piatto in testa piuttosto che servirlo/la, ma quella è la nostra strada di santità. La nostra via verso la nostra salvezza e la salvezza della persona che Dio ci ha affidato. Nella cura tenera ed amorevole reciproca ci faremo santi.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che spiega molto bene l’importanza di amarsi adesso.

Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici, circondati da figli e nipoti. Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.

Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie. Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice.” Ero agitato e litigai un po’ con la carta e con il nastro prima di riuscire a scartare il pacchetto. Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora. L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante.Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice. Erano le seguenti: “Di’ qualcosa di carino a Lucia!” Di’ qualcosa di carino alla persona che ami. Adesso.

Brano tratto dal libro “La vita è tutto quello che abbiamo.” di Bruno Ferrero

Voi avete rinnovato oggi il vostro amore? Cosa state facendo adesso per rendere concreta quella promessa che vi siete scambiati il giorno delle nozze?

Antonio e Luisa

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Sei pronto a tagliare?

Era il 26 aprile del 2003, un bel giorno di primavera, quando un giovane alpinista americano, Aron Ralston, si incammina da solo nel Parco nazionale delle Canyonlands, nello stato dello Utah, per fare un’escursione in solitaria. Passeggiando tra splendidi sentieri, decide di scendere in una gola, il Blue John Canyon, conosciuta per le sue rocce dalle svariate tonalità. Nel risalire però smuove un masso sovrastante, pesante diverse centinaia di kili, che cadendo su di lui, gli schiaccia il braccio destro contro la parete e lo immobilizza tra fortissimi dolori. Probabilmente qualcuno ha già riconosciuto la vicenda che è diventata poi celebre nel film “127 ore”. In quel lasso di tempo interminabile Aron ha rivisto tutta la sua vita, in particolar modo la famiglia e i suoi affetti. Così, dovendo decidere se spegnersi lentamente per fame e sete ed avendo nello zaino un coltello affilato… ha fatto la sua scelta. E così poi ha potuto raccontarcelo.

Cari sposi, il vangelo di oggi di parla di “scandalo” che in greco significa ostacolo. Gesù oggi è proprio esigente: ci pone davanti alla nostra fragilità che così spesso ci ostacola nel nostro cammino spirituale e nella nostra relazione. Sembra quasi che il Signore ce la spiaccichi in faccia ma al tempo stesso ci sollecita ad essere disposti a cambiare.

Ed allora vorrei chiedervi subito a bruciapelo: “chi di voi non è stato mai scandalizzato dal proprio coniuge?”. O anche: “quali sono le cose io cui io ti scandalizzo e quelle in cui tu mi scandalizzi?”.

Vediamo brevemente, alla luce di queste domande, cosa intende Gesù per occhio, piede e mano nel contesto biblico.

L’occhio significa qui l’ambizione, i miei desideri che possono contrastare con quello che il Signore in cambio vuole per me. La mano nella Bibbia rappresenta l’attività, il fare, la capacità di realizzare cose. I piedi, infine, indicano il rapporto col camminare e sono figura della condotta morale, del comportamento.

Adesso è più chiaro: quali mie ambizioni e aspirazioni possono essere di ostacolo alla nostra vita nuziale? Cosa faccio per impedirti di amare come Dio vuole che ami? Che atteggiamenti e modi di fare possono allontanarti dal cammino che il Signore vuole per noi due?

Gesù usa queste espressioni molto forti per chiederci se ci stiamo o no a seguirlo da cristiani. È importante in certi momenti della vita fermarci e chiederci dove stiamo andando. Quanto mi ha fatto bene quella confessione in cui il sacerdote mi provocò con questa domanda: “caro Luca, ma tu sei prete o fai il prete?”.

Questo vale anche per voi sposi. Di certo è un Vangelo esigente ma non possiamo bypassarlo facilmente senza che vi sproni a domandarvi quanto quegli ostacoli possono inficiare il vostro rapporto nuziale e il vostro cammino di fede condiviso.

Se Aron è riuscito a liberarsi è stato solo perché aveva accettato un sacrificio dettato dal suo amore per la famiglia. Non si era rassegnato a morire ma l’amore gli ha dato la forza di liberarsi e tagliare.

Sarà così anche per noi. Solo grazie all’amore del Signore, effuso perennemente su di noi nei sacramenti e che dobbiamo fare nostro con la preghiera quotidiana, riusciremo ad amare anche con i nostri ostacoli e pietre d’inciampo.

ANTONIO E LUISA

Ognuno di noi ha le sue pietre di inciampo, i suoi ostacoli, comportamenti, pensieri, convinzioni che creano scandalo nell’altro (con altro intendiamo sia lui che lei). Ha detto bene padre Luca. Creano scandalo perchè sono un ostacolo all’amore e alla comunione con l’altro. Cosa fare? Non esistono soluzioni facili, possiamo solo condividere quella che è la nostra esperienza.

Con gli ostacoli dell’altro. Non giudicate mai l’altro. Non assillatelo perchè cambi. Non riempitelo di rimbrotti e predicozzi. Non tenete il muso. Non è così che otterrete qualcosa. L’altro si sentirà attaccato e si chiuderà in difesa. La vittoria, perchè aiutare l’altro a migliorarsi è sempre una vittoria e non ci sono sconfitti, può arrivare con un atteggiamento che può sembrare di debolezza. Amatelo/a così com’è. Solo in questo modo potrà nascere in lui/lei il desiderio di cambiare determinate cose della sua vita. Non per forza ma per amore.

Con i miei ostacoli. Ho promesso di donarmi ed accogliere l’altro nella mia vita. Ciò significa che non posso nascondermi dietro la convinzione di essere fatto così e che non posso cambiare. Tutti possono migliorare determinati difetti, tutti possono smussare gli spigoli del proprio carattere. Basta volerlo. Renderci sempre più amabili è nostro preciso impegno ed è ciò che dobbiamo cercare di fare con tutto il nostro impegno.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 18

Dopo essersi battuti il petto dinanzi a Dio Onnipotente, siamo invitati a cantare ( prima e migliore scelta ) oppure recitare il Gloria :

Poi, quando è prescritto, si canta o si proclama l’Inno:
Gloria a Dio nell’alto dei cieli……

Non è nostra intenzione analizzare ogni singola frase di questo antico inno, anche se sarebbe di grande giovamento, vogliamo però approfondirne lo spirito che lo anima e ne ha ispirato la composizione. E’ un inno con un testo meravigliosamente solenne che dà gloria alla Santissima Trinità e all’incarnazione di Gesù Cristo, quindi conferma i due principali misteri della fede.

Chi ha visto film dove ci sono re e regine, imperatori e cavalieri, di certo ricorderà le scene in cui un suddito chiede udienza alla corte del re per supplicare qualche grazia ; ebbene, si noterà come dapprima il suddito compia gesti di riverenza, poi si dichiara un umile servitore mentre allo stesso tempo tesse le lodi del re implorando quindi la sua benevolenza. Sono soltanto scene da film, si dirà, è vero, ma sono esemplari per le dinamiche che mettono in rilievo ; potrebbe sembrare un discorso fuori tema, ma scopriremo ben presto che sono le stesse dinamiche che la Liturgia ci fa mettere in atto.

Infatti abbiamo già affrontato come l’entrare in chiesa sia il trovarsi in udienza al cospetto del Re dei Re, inoltre abbiamo compiuto vari gesti di riverenza/adorazione/venerazione come la genuflessione, abbiamo poi riconosciuto umilmente di essere peccatori e bisognosi del perdono di Dio implorando la sua benevolenza e la sua misericordia, ed ora diamo gloria a Colui che ci ha ammessi alla Sua presenza, non ci ha schiacciati per le nostre iniquità, ma anzi, ci ha perdonati ed ha avuto misericordia di noi.

Quando ci sentiamo schiacciati dal peso dei nostri errori/sbagli non vediamo l’ora che qualcuno ci rassicuri che le conseguenze del nostro errore non sono così devastanti, inoltre speriamo nel perdono a piene mani ; ed il perdono ricevuto riaccende in noi la speranza in un futuro migliore, solleva il macigno che teneva schiacciato il nostro petto e tiriamo un liberante sospiro di sollievo. Ed è proprio in questo momento che scaturisce nel cuore del fedele il canto del Gloria, quel canto liberatorio che esprime la festa ed insieme l’onore di essere purificati e ammessi alla presenza del Re, del Quale ne intesse le lodi e le grandezze senza fine.

Assomiglia un pochino a quella sensazione che si prova quando si è investiti da una profonda gioia e si avverte la necessità di cantare a squarciagola, come se il corpo non avesse mezzi adatti ad esprimere tale stato d’animo per cui non gli resta che cantare. Ecco spiegato il motivo per cui il Messale indica come prima e migliore scelta per l’inno del Gloria il canto, e come seconda scelta la recita ; certamente la recita di questo antico inno non deve essere fatta come se leggessimo le istruzioni della Ricetta della Torta di rose ( o per i più anziani le Pagine Gialle ) ma deve essere animata dall’onore immeritato di poter stare alla Sua presenza per lodarLo, ringraziarLo, adorarLo, benedirLo, glorificarLo… è un inno e come tale va recitato, non va sbiascicato a mezze labbra o ridotto a ripetizione mnemonica di una serie di parole, dobbiamo cantarlo/recitarlo come ( ma anche di più ) i cavalieri recitavano il loro codice d’onore nel giorno della loro investitura.

Ma questo antichissimo inno dà gloria a Dio nel senso che Gliela aumenta ? Quando nella S. Messa non è previsto il Gloria, come in Quaresima, Dio perde un po’ della Sua gloria ?

Sono domande semplici e per molti forse risultano banali, ma ci aiutano a focalizzare ancora meglio un aspetto attorno alla recita/al canto del Gloria. Dio, in quanto Dio, non ha delle carenze psicologico-affettive, non ha problemi di bassa autostima, per cui il fatto che noi Gli diamo gloria o meno non intacca la Sua deità, la nostra lode non aggiunge nulla a Dio, alla sua essenza, Lui rimane Infinito prima e dopo il nostro riconoscimento, senza la nostra lode Lui continua ad essere Dio con tutti i suoi attributi… e quindi a che serve lodarlo e glorificarlo ?

Innanzitutto perché Gli è dovuto, in quanto Dio, è un suo diritto essere riconosciuto come tale ed è un nostro dovere ringraziarLo, lodarLo, adorarLo e glorificarLo. E poi è un esercizio cardiovascolare !

E’ risaputo infatti che l’attività cardiovascolare, nel nostro corpo, trae grande giovamento dal nostro stato d’animo, dal nostro umore… quando siamo allegri ed euforici, il cuore cambia ritmo, le arterie si dilatano e si distendono, il cervello produce poi gli ormoni “della felicità” che rendono più dinamico lo scambio dell’ossigeno tra le varie parti del corpo… insomma, mens sana in corpore sano. Se è così per il nostro corpo, non possiamo pensare che l’anima sia totalmente disinteressata e nel frattempo si faccia una dormitina, anzi, in realtà è il contrario perché è l’anima che infonde vita al corpo.

Ma se è vera questa esperienza, dobbiamo ragionare così anche per il circuito cardiovascolare dell’anima. Quando diamo lode a Dio, Lui non cambia, ma noi sì ! La lode gratuita ( cioè disinteressata e non legata ad un profitto ) a Dio apre il nostro cuore a ricevere nuovi doni, nuove grazie, che sono lì già pronte per noi, ma non potevano entrare prima della lode perché avevamo il cuore chiuso : il nostro “cuore spirituale” si allarga e si predispone ad accogliere Dio, cambia ritmo, le arterie della nostra vita virtuosa si dilatano e si distendono, il cervello della nostra fede produce gli ormoni della felicità… quindi, a giovarne non è Dio ma siamo noi.

Cari sposi, impariamo a dare a Dio la nostra lode, la gloria, impariamo ad adorarLo, continuiamo sempre a benedirLo in ogni circostanza della vita. Anche gli sposi possono imparare a cantare/recitare insieme il loro personale Gloria ; non avrà le parole di quello della Messa, ma si declineranno alle esperienze della loro vita matrimoniale, l’importante è che siano lodi a Dio. Anche quando vivete momenti di difficoltà, cominciate con la lode la vostra preghiera, perché Dio è più grande della vostra fatica, del vostro problema, niente è impossibile al Signore ; cominciate a lodarLo anche per quel momento brutto che state passando, sembra da pazzi, ma il vostro cuore si allargherà, comincerete ad intravedere una luce nel buio della vostra contingenza, non vi sentirete più soli nell’affrontare la difficoltà.

Coraggio sposi, non lasciatevi cadere le braccia ! Diamo gloria a Dio e Lui non tarderà.

Giorgio e Valentina.

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Piccoli Perdoni Quotidiani – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Sembra scontato, ma quando parliamo o semplicemente pensiamo teoricamente al perdono, spesso la nostra mente porta alla memoria avvenimenti duri della nostra vita.

“Perdono”, poi, lo si usa sempre al singolare come se dovesse essere un atto unico della vita: cioè come se dicessimo il perdono si da una volta sola in tutta la vita.

Oggi, invece, sgrammaticando un po’, parliamo di “perdoni”.

Il solo termine “Perdonare” ci fa pensare più alla scalata di una montagna che ad una passeggiata tra i ciottoli.

Eppure…eppure…spesso e normalmente la nostra esistenza si muove sui ciottoli più che sulle pareti rocciose delle Dolomiti.

Perdonare deve essere un esercizio piccolo…un movimento minuscolo ma costante…come aprire e chiudere gli occhi. Quindi ci vogliono i “perdoni”piccoli perdoni quotidiani.

E invece noi da eroi quali spesso ci immaginiamo…a volte sogniamo addirittura di perdonare cose difficilissime da perdonare e poi nel quotidiano inciampiamo nei rancori di bassa statura.

Ci capita di inciampare nei ciottoli.

Disse lei alzando il dito indice verso il cielo: “Non tiri mai lo scarico del water!”

Riprese lui inarcando il sopracciglio destro: “Ah si..e tu…non sai nemmeno dove si trova la tavola della cucina…mangi dappertutto e trovo le tue briciole anche nelle mie scarpe!!!”

Ed eccoci qui.

Tra le nostre banalità a farla lunga su chi o cosa l’altro non ha fatto o su cosa l’altro ha fatto e lo ha fatto male.

Ed eccoci sui ciottoli della quotidianità.

Ad inciampare e a non volere rialzarci.

A volte pensiamo: “Se mi dovesse tradire…perdonerei, certo non sarebbe facile, ma perdonerei!”

E poi ecco i ciottoli del quotidiano che finiscono nelle scarpe (la dove si erano depositate anche le briciole, ndr) e iniziamo a sbraitare, a mettere i musi lunghi, a diventare i giustizieri della situazione quando invece anche noi non siamo così esenti da errori e colpe.

Ed eccoci.

Preferiremmo essere sulle pareti rocciose per somigliare a Gesù sulla croce che perdona tutto e tutti, dimenticando che Gesù ha perdonato ogni singolo giorno tutto e tutti.

Ed eccoci qui, sui ciottoli del quotidiano che è inevitabile che ci siano a comportarci come stupidi che per dei dettagli stanno rovinando le loro giornate, il loro matrimonio, la loro vita.

Oggi, prendi carta e penna. Vuoi una famiglia perfetta?

Non costruire una famiglia senza errori…ma costruisci una famiglia sul perdono.

La famiglia perfetta è la famiglia in cui ci si perdona.

Praticando piccoli perdoni quotidiani.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Nel matrimonio non c’è ansia da prestazione

Oggi trattiamo un tema credo molto urgente e interessante: l’ansia da prestazione. No non parliamo di sesso, almeno non solo di quello. Parliamo di matrimonio. Solitamente questa condizione viene assocciata alla sessualità ma è un qualcosa che va molto oltre e che influenza ogni ambito della nostra vita. Tutta la nostra vita è misurata sulle prestazioni. Sempre di più. Valiamo per quello che possiamo dare. Dalla scuola dove un voto ci qualifica al lavoro dove siamo soggetti sempre a più standard qualitativi. Siamo perennemente in competizione. Alcune volte in modo palese e consapevole altre senza neanche rendercene conto. Siamo abituati a fare confronti. Siamo perennemente in gara. Siamo nell’era dei social dove apparenza e like danno il successo e il valore di una persona. Purtroppo questo modo di ragionare ce lo portiamo anche a casa. Lo portiamo nelle nostre relazioni affettive.

Questo non è un bene, questo non è amore. Cercherò di spiegarmi meglio. Noi abbiamo un desiderio di perfezione e di infinito nel nostro cuore. Desideriamo essere amati in modo perfetto. Ciò, sappiamo bene, non è possibile. Quando ci sposiamo promettiamo di amare sempre nella gioia e nel dolore ma, sotto sotto, desideriamo che ci sia solo gioia e che l’altro ci renda felici. Non sempre siamo pronti poi ad accogliere le debolezze, le fragilità e i difetti dell’altro. La vita matrimoniale con la sua quotidianità e normalità quei difetti li tira fuori tutti. Così tutto diventa difficile. Il problema è che ragioniamo sempre dal nostro punto di vista. Non pensiamo che anche l’altro magari si aspetta da noi la perfezione e neanche noi siamo così perfetti. Capite il rischio? Neanche in famiglia siamo liberi di mostrarci per quelli che siamo. In una continua ansia da prestazione che ci rende tutto meno bello e più pesante. Dobbiamo continuamente dimostrare di meritarci l’amore dell’altro. Solo che così non è amore ma diventa uno scambio di prestazioni appunto. Io ti amo se tu mi dai. Terribile! Poi è un attimo passare al non ti amo più oppure al ho sbagliato a sposarti. Ciò che è davvero sbagliato in questi casi sono i presupposti.

Non è possibile essere perfetti H24 e sette giorni su sette. Non è possibile perchè non saremmo noi. Che bello invece quando la persona che abbiamo accanto è capace di comprendere le nostre fatiche e di accogliere le nostre fragilità. L’amore non si dimostra nella perfezione ma nella fragilità. Quando si fa qualcosa di grande e di bello per l’altro non ci si sente amati ma riconosciuti nella nostra prestazione. E’ quando non diamo il meglio di noi e sentiamo di non meritare quel sorriso, quell’abbraccio, quelle parole d’incoraggiamento, è in quel momento che ci sentiamo amati perchè non stiamo dando nulla se non la nostra povertà. L’altro sta amando ciò che siamo e non ciò che abbiamo fatto. Fare esperienza di questo amore gratuito è liberante e permette di dare il meglio con la consapevolezza di poter sbagliare e ricominciare.

Tenete a mente che l’ansia da prestazione è presente soprattutto dove non c’è amore. Almeno dove non c’è la sicurezza di essere amati. Arriviamo quindi al rapporto fisico che è una sintesi rappresentativa di quello che è il rapporto affettivo a tutto tondo. Spesso le disfunzioni sessuali sono dovute non a cause organiche ma psicologiche. Le persone che soffrono meno di disfunzioni sessuali (eiaculazione precoce vaginismo ecc ecc) sono proprio quelle che vivono una relazione stabile e ricca di amore autentico. Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. Queste persone sanno di non dover dimostrare nulla e durante il rapporto pensano solo a donarsi l’uno all’altra e non alla performance. Sanno che non saranno giudicate per come fanno l’amore ma saranno accolte sempre e comunque perchè amate. Che bello imparare ad abbandonarsi nella fiducia e nell’amore l’uno all’altra. Ciò vale per l’incontro intimo ma vale anche per tutta la relazione in ogni momento della nostra vita. Non è quello che promettiamo il giorno del matrimonio?

Antonio e Luisa

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Amare non è da supereroi (ft. Coldplay)

La musica ha uno straordinario potere di toccare le corde del nostro cuore. Credo che ciascuno di noi abbia potuto sperimentare la potenza di certe melodie e l’energia che si sprigiona quando c’è il mix giusto di parole e musica.

Come abbiamo già avuto modo di dire, gli artisti, quelli veri, a volte hanno la capacità di far emergere alcuni tratti della nostra umanità con una limpidezza paragonabile a quella di un corso di antropologia, e credo che i Coldplay siano tra questi.

Da quando è uscita, Something Just Like This mi ha subito catturato. Inizialmente, lo confesso, per il suo sound coinvolgente, d’altra parte il mio primo approccio alla musica inglese è sempre un po’ alla Alberto Sordi di Un americano a Roma (orait orait… awanagana…).

Poi però, entrando nel testo e comprendendo le parole, mi sono reso conto come nasconda un inno ad una mascolinità liberata da tanti condizionamenti.

Ho letto vecchi libri

Le leggende e i miti

Achille e il suo oro

Ercole e i suoi poteri

Spiderman e la sua abilità

E Batman con i suoi cazzotti

E chiaramente non mi vedo su quella lista

Chris Martin attacca parlando dei miti, dei modelli eroici di uomo che hanno sempre percorso la storia da Ercole ed Achille fino a Batman e Spiderman, gente con i super poteri, per poi osservare, con una delusione percepibile, come il suo nome  (così come il nostro) non sia su quella lista.

È purtroppo esperienza comune a tutti noi maschi il doverci rapportare a modelli di maschile che sono fuori dalla realtà. Quando va bene sono un misto tra Ercole e Batman, ma più frequentemente sono i modelli del vincente, del personaggio di successo, dell’uomo di potere… probabilmente, ognuno di noi ha più o meno consapevolmente un “modello tossico” al quale si ispira e quanto è importante poterlo riconoscere.

È strano: riconosciamo che dentro di noi abita un’aspirazione a grandi imprese, sogniamo che il nostro nome venga conosciuto, ricordato, amato, desideriamo che su di noi si posi uno sguardo benedicente; eppure, accanto a questa profonda aspirazione, quando entriamo in contatto con noi stessi riconosciamo anche tanta fragilità e insicurezza. Ed ecco allora che nel nostro cuore maschile si affaccia lo spettro dell’inadeguatezza, il timore di non essere all’altezza.

Di fronte a questi contrasti ci ritroviamo confusi, disorientati e spesso finiamo per credere che esistano soltanto due possibilità: o avvicinarci a tutti i costi al modello che abbiamo in testa con sforzo e determinazione, oppure rinunciare e vivere nell’ombra accontentatoci di cose mediocri e riempiendoci di distrazioni. In un caso, l’aspirazione si trasforma in presunzione: “devo farcela”, nell’altro in rinuncia: “non posso farcela”.

Nel primo caso finiremo davvero per indossare qualche costume o maschera per nascondere il nostro vero volto, i nostri limiti e le nostre fragilità; nell’altro indosseremo soltanto cinismo e rassegnazione per difenderci dall’anelito del nostro cuore.

Ma queste due soluzioni non possono che starci strette ed appesantirci e così, capita allora che nel profondo del nostro cuore avvertiamo una grande sete di autenticità che ci parla attraverso il disagio e l’inquietudine.

In mezzo a tutta questa confusione poi, ad un certo punto, Chris Martin ci parla di una voce. Una voce che fa domande scomode: Dove vuoi andare? Quanto sei disposto a rischiare?

È una voce femminile, la voce di chi guarda a noi da fuori di noi, perché differente da noi.  E proprio questa voce ci rivela una terza strada, una verità vitale per la nostra vita maschile:

Non sto cercando una persona con i superpoteri

Qualche supereroe

Qualche storia da favola

Vorrei soltanto qualcuno a cui potermi rivolgere

Qualcuno da poter baciare

Tutto intorno a noi ci porta a pensare che per essere qualcuno, per essere desiderabili, dobbiamo essere tipi tosti, gente di successo con il bicipite scolpito, il six pack e il look giusto… ma in realtà il cuore femminile non attende alcun supereroe. Il cuore di una donna attende solamente qualcuno di reale a cui rivolgersi, qualcuno da amare, qualcuno da baciare, qualcuno con cui condividere lo stesso respiro, la vita più intima.

L’amore è la cosa più grande, l’unica capace di rendere la vita, Vita (citando il titolo del Campus by Night 2021). È questo ciò che attende il nostro cuore, e la bella notizia è che per amare non serve essere supereroi. Ecco allora che possiamo piano piano deporre le maschere e lasciarci liberare da tante difese, per accoglierci così come siamo belli e miseri, ma unici.  

Avverto però come queste parole non ce le rivolga soltanto il cuore femminile.

Sono parole che ci rivolge anche il Signore Gesù, lo Sposo del nostro cuore. Cristo canta per noi attraverso queste note perché non ne può più dei nostri apparati di rappresentanza, del nostro perfezionismo e delle nostre finzioni. Cristo è lì alla porta del nostro cuore e continua a sussurrarci: non devi essere un supereroe, non devi essere perfetto, mi basta ciò che realmente sei. Non devi nascondere i tuoi limiti perché la mia forza si manifesta nella tua debolezza!

Che grazia scoprire che non dobbiamo essere nulla di mitologico o di fantascientifico per meritarci il suo amore, gli basta che siamo noi stessi, che siamo qualcuno a cui potersi rivolgere. 

E che meraviglia vedere come, ancora una volta, l’amore umano è capace di spalancarci le porte dell’amore divino.

Se vuoi approfondire il mistero della tua mascolinità e della femminilità leggi il libro che abbiamo scritto per condividere ciò che finora abbiamo scoperto: Il cielo nel tuo corpo

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/09/amare-non-e-da-supereroi-ft-coldplay/

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Occhio al tappeto !

Il Vangelo di ieri è famoso tanto quanto è sottovalutato da tanti cattolici :

( Lc 8,16-18 ) In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce. Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».

Quando Gesù parla alla folla parte sempre da esempi tratti dalla vita di tutti i giorni, usa immagini e similitudini che l’ascoltatore medio conosce e sa comprendere appieno, ma poi rincara la dose facendo degli affondi che non sfuggono all’ascoltatore più preparato e più attento. E terremo conto di questo metodo nella riflessione di oggi, facendo in modo che ogni coppia possa riceverne giovamento per la propria vita.

Ad una prima analisi è abbastanza scontato paragonare i discepoli di Gesù con questa luce, in quanto in altri discorsi lo stesso Gesù dice : <<[…] voi siete la luce del mondo […]>>, ecco quindi un primo insegnamento per noi sposi : abbiamo scoperto di essere luce del mondo, ma in quanto sposi col sacramento, la luce di ognuno si aggiunge a quella del proprio coniuge, dando vita ad una nuova luce più forte, più chiara, che riesce ad illuminare una stanza più grande oppure a definire ancora meglio i contorni della stanza dove siamo.

In una stanza di 30mq, con una lampadina da 60W, ci si vede discretamente da riuscire a svolgere tranquillamente tutte le attività ordinarie, la stessa stanza può però essere illuminata da un’altra lampadina uguale raggiungendo così 120W, e questa luce aggiunta ci permette di vedere nei dettagli le briciole di polvere/sporco che altrimenti sarebbero rimaste ad inzozzare la stanza. Oppure : possiamo sicuramente tracciare un disegno tecnico con maggiore precisione con una luce di 120W piuttosto che con i soli 60W iniziali. Trasportiamo ora questi paragoni nella nostra vita.

La stanza è simbolo innanzitutto del nostro cuore ( ma poi anche della nostra vita, della nostra famiglia e della vita delle persone con cui abitualmente interagiamo ) : se quindi nel mio cuore c’è solo la luce della mia vita di Grazia, posso sperare di vivere onestamente una vita di ordinaria santità, ma, se nel mio cuore lascio entrare la Grazia che c’è nel cuore del mio amato/a, allora il mio cuore riceve una luce aggiuntiva che riscalda maggiormente, illumina meglio e di più anche la stanza del mio cuore. Non possiamo quindi vivere una vita di fede da sposi come se fossimo due entità separate, che condividono tutto tranne la vita di Grazia… ma se il matrimonio è dare tutto, come è possibile farlo trattenendo per se stessi la vita di fede in un angolino privato in cui non permetto al mio coniuge di metterci dentro neanche il naso ? Troppi sposi cristiani vivono come due persone che si dividono le mansioni di famiglia/di casa con una perfezione incredibile e lodevole , logisticamente parlando, ma non vivono insieme la vita di Grazia : lui va a Messa il sabato sera così la domenica mattina ha tutto il tempo di accendere il barbecue con calma, lei invece va a Messa alle 10 con i bambini lasciando spazio al re del braciere … oppure… lui puntualmente va a Messa con i figli la domenica mattina apposta per lasciare libera la casa a lei, che è tutta settimana che non vede l’ora di metterla sottosopra per farla splendere come non mai libera dagli impicci di marito e figlioletti, senza dimenticare di chiedere al marito di passare al parco dopo Messa oppure al supermercato così da non averli tra i piedi finanche all’ora di pranzo … pregare insieme ? Non se ne parla nemmeno ! Andare insieme a Messa ? Utopia !

Vivendo così, si intuisce immediatamente come sia quasi impossibile che il cammino di santità personale e di coppia possa dirsi veloce, anzi, sarà talmente lento da considerarlo praticamente in sosta con le 4 frecce accese… in attesa di chissacché… il cuore ( la stanza dei 60W ) di ognuno resterà illuminato ( quando va bene ) solo dalla lampadina di quei 60 Watt che, senza manutenzione, si riempirà di polvere portando inesorabilmente ad una luce sempre più flebile fino a scomparire.

Passiamo ora alla seconda parte : “non c’è nulla di segreto…” ; dobbiamo restare sull’immagine della stanza del nostro cuore con i 60W : spesso noi pensiamo di tener nascosti i nostri segreti alla luce della Grazia. Speriamo di nasconderli in un luogo segreto del nostro cuore, ma che segreti sono ? Sono i nostri difetti, le nostre malefatte, i nostri peccati, le nostre cattive inclinazioni, i nostri vizi… gli sposi più onesti, li nascondono per vergogna, ma i più li nascondono perché in fondo in fondo sono legati ai loro peccati/vizi… la lampadina da 60W è accesa ma è talmente impolverata che la luce è fioca, questa è la condizione perfetta perché nessuno si accorga di quei vizi nascosti sotto il letto… in fondo in fondo spesso troviamo gusto nel peccare, ci piace peccare, perché spesso troviamo immediati appagamenti senza grandi sforzi… ed allora scatta l’operazione tappeto : ossia nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Ma quale tappeto ? Il tappeto del “vado sempre a Messa la Domenica”….”non ho mai fatto le corna a lui/lei”…”aiuto sempre in oratorio quando serve”…”sono un grande lavoratore e non ho fatto mai mancare nulla alla famiglia”…”non ho tempo per Dio, devo stirare, cucire, lavare, pulire, stendere, stirare, lavorare, cucinare”…”almeno la Domenica ho diritto ad un riposo, e poi al Signore io ci penso lo stesso anche se non vado in chiesa” … ecc… ecc…

Tanto è comoda la situazione con poca luce cosicché nessuno si accorge dei miei vizi/peccati, tanto risulta scomoda ed ingombrante una seconda lampadina perché mi costringerebbe a togliere i miei segreti da sotto il letto, tutto ciò che è nascosto sarà visto/notato in piena luce… e questa situazione mi costringerebbe a prendere la decisione di cambiare. Infatti il giusto/il santo dà fastidio ai peccatori incalliti non tanto per ciò che fa o che evita di fare, ma perché li costringe a rivedere dentro sé stessi, mette a nudo i loro vizi/peccati, e questo è scomodo per essi che si sentono intoccabili e perfetti. E molti sposi, forse, non vivono insieme una vita di Grazia, a causa del fatto che la lampadina dell’altro/a costringe ad aver maggior luce nella propria stanza, e nascondere segreti diventa impossibile, ciò costringerebbe ad essere sempre all’altezza della situazione, ad impegnarsi nella vita di fede, di Grazia, e soprattutto ad abbandonare un vita peccaminosa a cui invece sono particolarmente affezionati.

Cari sposi, coraggio ! Non abbiate paura di far entrare nella stanza del vostro cuore una seconda lampadina da 60w, perché la vita di Grazia ha bisogno di continue conferme, ha bisogno di essere costantemente stuzzicata, stimolata, altrimenti inciamperemo sempre nei nostri difetti , nei nostri vizi/peccati. Nel matrimonio, la fede di uno arricchisce la fede dell’altra e viceversa, l’esempio di una stimola la conversione dell’altro e si entra così in un circuito virtuoso in cui si fa a gara nello stimarsi a vicenda nella Grazia di Dio.

Coraggio sposi, è ora delle pulizie di autunno !

Giorgio e Valentina.

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È più bravo il marito o la moglie?

In un’epoca segnata dal gender che pretenderebbe di cancellare le differenze reali e oggettive tra uomo e donna, si può ancor di più perdere l’armonia di coppia nel vivere sanamente la propria identità maschile e femminile, di marito e moglie. Quali sono i nostri ruoli? Sono fissi? Chi li decide? Dove finisce/inizia il mio ruolo paterno/materno? In cosa consiste, in fin dei conti, il contributo paterno e materno?

La tentazione latente a questi quesiti, che soggiacciono in ogni relazione nuziale, è quella di entrare in competizione e di sentirsi migliori dell’altro. “Ma non vedi che i figli danno più retta a me? Hanno più confidenza con me che con te…”.

Proprio recentemente stavo rileggendo alcuni capitoli di “Cara dottoressa” di Mariolina Ceriotti Migliarese (Ares, 2013). C’è un capitoletto molto interessante (pag. 11) intitolato “Mi sento un papà inutile”, in cui parla del disagio di un padre racconta del suo disagio di sentirsi inferiore alla moglie nella capacità educativa.

Gesù vuole sanare questa possibile ferita e frattura nella relazione nuziale. Come lo fa? Ricordando il primato dell’umiltà e del servizio, cosa che Lui ha fatto per primo “assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7), lavando i piedi nell’Ultima Cena, donando tutto sé stesso nell’Eucarestia e nella Croce.

Parimenti, marito e moglie sono stati creati per essere dono reciproco, lungi da ogni mistificazione ideologica. Che bello quanto esprime il Cantico dei Cantici: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3)! Amarsi nella differenza, saper mantenere questa armonia ed equilibro consapevoli della nostra identità e diversità. Questo solo avviene se si è umili, se si è disposti ad essere pane spezzato, dono, a mettersi al servizio altrui con tenerezza.

ANTONIO E LUISA

Ci sentiamo di fare due riflessioni distinte ma entrambe importanti in una relazione matrimoniale. Stiamo parlando di coppia, coppia che non è più composta solo da un marito e una moglie ma anche da figli e quindi da un papà e una mamma.

La prima riflessione riguarda in particolare le mamme. L’arrivo di un bimbo è una gioia grandissima ma anche un tsunami. La neo mamma spesso è assorta completamente da questa nuova creatura che finalmente dopo 9 mesi di gestazione ha potuto abbracciare. Totalmente assorta come invece non lo è il padre. Il padre ama il proprio bambino ma non gli  basta. Secondo una ricerca gli uomini che ammettono di aver sofferto una sensazione di abbandono e di esclusione, dopo il parto, sono il 26%. Il padre in quel momento ha bisogno dell’amore della sposa e di sentire ancora quella relazione d’amore, che ha generato quel bambino, come viva e rigenerante. Mamme: ricordate che prima di ogni altra cosa siete spose. Certo la situazione è complicata. C’è stanchezza e stress, ma cercate, per quanto possibile, di non far mancare le vostre attenzioni e il vostro amore a vostro marito. E voi cercate, con tutti i vostri limiti e povertà, di stare vicino e di sostenere vostra moglie. Noi uomini non dobbiamo mai scoraggiarci, e quando capitano periodi in cui viviamo un senso di abbandono o frustrazione, parliamone con lei, magari semplicemente non se n’è accorta, così presa come è dal bimbo. Non smettiamo di coccolare la nostra sposa, ne ha bisogno e soprattutto mostriamo come ci piace ancora tanto. La gravidanza potrebbe lasciare dei segni sul corpo, mostriamo a lei che è bellissima così come è. Per lei sarà un’iniezione di fiducia e amore che in quel periodo è fondamentale per vivere bene e nella gioia.

La seconda riflessione riguarda il servizio. Noi abbiamo promesso di donarci e il farci servi l’uno dell’altra ne è una concretizzazione. Servi per amore, sia chiaro. Ciò che ci rende servi non è la persona ma è l’amore. Gesù non si è fatto servo dei suoi apostoli ma dell’amore che nutriva per loro. Sembra una differenza di poco conto in realtà cambia tutto. Essere servi per amore libera mentre farsi dominare da una persona ci rende prigionieri e dipendenti.

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Viva l’ordinarietà

“Qui multum peregrinantur, raro sanctificantur”, ossia, chi molto viaggia e va in giro, raramente si può santificare.

Così afferma l’Imitazione di Cristo (cfr. Libro I, cap. 23, 5.) volendo motivare il lettore con intensità sul vivere il presente e approfittare delle circostanze in cui si trova.

Siamo tornati alla nostra vita ordinaria, le ferie e le vacanze sono un bellissimo e struggente ricordo, la scuola è ripresa con tutti i suoi affanni e rieccoci qua, ad affrontare un nuovo anno: siamo tornati pienamente ai nostri modus vivendi.


Vorrei aiutarvi ad accogliere pienamente la sfida di questo momento e a vederci la grazia di Dio che, come sempre “passa e non ritorna” come diceva S. Agostino (Sermone 88, 14, 13). Qualcuno potrebbe obiettarmi che non esiste nella sua famiglia un tempo ordinario e magari ha pure ragione.

Tuttavia, almeno fino a Natale noi vivremo una tappa grosso modo simile e penso che possiamo prenderla per il verso giusto e non come un periodo stressante e logorante.

Cari sposi, vorrei invitarvi a vivere in modo straordinario l’ordinario. Questo nel linguaggio cristiano si chiama: ricerca della virtù. Cosa è la virtù? Dal latino virtus o forza, “è una qualità dell’anima, per la quale si ha propensione, facilità e prontezza a conoscere ed operare il bene” (Catechismo, n° 856).

La virtù è un’abitudine a compiere il bene che si ottiene tramite lo sforzo di ripetere atti buoni. Ovviamente in un certo senso questo è “facilitato” laddove le nostre circostanze esterne ci permettano una certa stabilità. Motivo per cui vi ho citato all’inizio quella frase iconica.

Cari sposi, non vogliate subire l’autunno caldo, non affrontate questo tempo con un “vediamo cosa capita” ma vi invito a confrontarvi a vicenda e cercare assieme di coltivare qualche virtù tramite atti concreti e precisi da vivere ogni giorno. Il ventaglio è pressoché illimitato: dal pregare assieme due minuti appena svegli, alla lettura della Parola di Dio prima di uscire, al fare l’Angelus a mezzogiorno, al fare dieci minuti di condivisione di coppia, e un lungo eccetera.

Ma l’importante è che discerniate e scegliate cosa vi sta chiedendo concretamente il Signore, poi facciate una semplice check-list di punti e a batterci sopra ogni giorno.

Sapete? La virtù funziona così, è bellissima, più la vivo e più mi diventa sia facile che piacevole il compierla.

Per questo care coppie, nonostante l’abbronzatura stia svanendo, viva l’ordinarietà e la normalità delle nostre vite, perché in esse possiamo costruire, giorno dopo giorno, tanti modi di vivere e di essere che ci rendono a poco a poco sempre più veri cristiani e coppie solide.

padre Luca Frontali

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Le foto brutte – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Mi guardo intorno in casa…alle pareti ci sono un po’ di foto appese.

Guarda quella! C’è mia moglie con la nostra secondogenita tra le braccia. Sorridono. Come sono belle e che viso angelico hanno entrambe.

Ohi…guarda quell’altra! Eravamo al mare. Viso rilassato, abbronzati e che sorrisi smaglianti. E poi quella che abbiamo messo in soggiorno: è il giorno del nostro matrimonio…ci stiamo sposando. Quanta bellezza in una foto.

Tutto bello, molto bello. E’ tutto così presentabile e siamo orgogliosi di mostrarle ai nostri amici che vengono a trovarci.

Ma mi chiedo…dove sono le fotografie brutte?

Già, dove sono finite quelle in cui le nostre figlie sono sporche di cacca fino al collo e dove sono quelle mosse, quelle in cui sbuffiamo perché non riusciamo a stare fermi perché ci agitiamo perché stiamo litigando?

Sulle pareti nessuna traccia di queste foto.

Guardo nei cassetti…nulla. Non sono neanche qui.

Apro le foto sul PC…dove sono quelle in cui si vede che io e Filomena facciamo fatica a trovare un accordo sul come addobbare l’albero di Natale o quella in cui abbiamo pianto quando in 24 ore ci siamo ritrovati a lasciare la nostra casa dopo un forte terremoto ed abbiamo affrontato le tempeste del discernimento per capire dove o cosa il Signore ci stesse chiedendo?

Non si vedono sulle pareti addobbate quelle foto in cui ti sei sentito una schiappa alle Medie perché 4 bulli ti prendevano in giro…non ci sono, non le abbiamo stampate. Costa troppo stampare quelle foto in cui eri triste.

E quel momento in cui abbiamo saputo di un nostro figlio in cielo…non era degno di una foto? Non eravamo belli con le lacrime che inondavano il nostro cuore?

Eravamo belli, certamente.

Ma forse di tanta bellezza ci vergogniamo.

Ci vergogniamo di mostrare in questo mondo di plastica che siamo fatti di carne.

Che spesso siamo mossi e sfuocati, che il più delle volte la vita ti scatta foto al buio e senza flash…che gli occhi rossi non basta un’ APP per cancellarli.

Eppure guarda i santi, si…i santi. Sempre loro.

Ci sono dipinti (i più falsi) che li ritraggono in estasi e nella gloria di Dio…ma i più coraggiosi e fedeli li hanno ritratti nello sconforto.

Di san Francesco, ad esempio, a Greccio c’è un dipinto stupendo: è lui col fazzoletto che si asciuga le lacrime. Non sono lacrime di gioia, né di amore…sono le lacrime che i suoi occhi ammalati secernevano senza un motivo spirituale. Era una malattia.

Ti immagini farti scattare una foto mentre sei a letto con la febbre…mentre hai la cervicale infiammata. La appenderesti in corridoio?

Forse no, non ti riconosci se non nelle storie e nei filtri di Instagram…

…eppure allo specchio al mattino somigli ad Homer Simpson più che a Ken…i tuoi capelli di madre sono più simili nell’aspetto e nella tinta a quelli di Marge Simpson…più che a quelli della Barbie.

E i video? Ti faresti fare un video mentre litighi per un parcheggio o mentre fai a gara col tuo carrello della spesa per superare il vecchietto che alla cassa ci metterà un’ora per riempire di domande la cassiera prima che di prodotti la sua busta?

Nel tuo processo di canonizzazione un giorno vorrai che i giudici al processo vedano solo le belle foto, i bei video…mentre sai cosa faranno i giudici? Intervisteranno la tua vicina di casa!

Non te l’aspettavi eh?

Come nascondere che urlavi come un forsennato con le tue figlie perché non volevano mettere le scarpe prima di uscire?

Come nascondere che i tuoi “rumori” casalinghi somigliavano più a quelli che senti nelle bettole, più che alle musiche angeliche che ascolti a teatro quando danno l’opera?

Ti vergogni eh? Beh…a noi capita spessissimo. Vorremo dare un’immagine che in realtà è troppo lontana dalla nostra realtà.

C’è un modo, però, per superare la paura della foto brutta: come sempre guardare a Gesù.

Si, guarda…c’è la crocifissione.

C’è Gesù con i capelli spettinati, strappati…non guarda nell’obbiettivo ma guarda in basso. Nella sua bocca qualche dente è saltato per le bastonate che gli hanno dato. E’ un misto di sangue e terra. Ha le mani bucate e il fianco spaccato. Non riesce a venir bene in foto perché gli hanno messo chiodi anche nei piedi e non riesce a stare in piedi. A veder bene…non sta in piedi perché pende morto da una croce di legno piena di schegge e tarli.

Non è lo spettacolo più bello. Anzi? Non è forse questa la “foto” più bella che abbiamo di Cristo?

Non è pettinato, non brillano i suoi occhi blu di Zeffrirelliana memoria, non sorride, non è bello, non è presentabile, ma sta amando fino alla fine. E alcuni lo guardano e quello che vedono cambia la loro vita.

Alcuni vedono un uomo morto, altri vedono un uomo che ha capito che la vita va donata fino all’ultimo graffio, all’ultima goccia di sangue.

Ancora oggi ci sono persone che innanzi a quella “foto” trovano la via della felicità e comprendono che somigliando a quell’uomo in quella fotografia brutta…possono essere felici.

Va a guardarti allo specchio: a chi somigli? Somigli al tuo idolo bello e pulito o al tuo Cristo, sporco, innamorato, morto e risorto?

Buona visione.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Un’adorazione per guarire dalla pornografia

Oggi ci facciamo portavoce di una lodevole e importante iniziativa. L’associazione PURIdiCUORE, che da anni offre sostegno ed aiuto a quelle persone dipendenti dalla pornografia, propone una iniziativa molto forte e significativa. Speriamo che questa opportunità venga colta dai sacerdoti che verranno a conoscenza della cosa. La pornografia, seppur sotto silenzio, sta permeando sempre più la vita delle persone rendendo sempre più difficili relazioni affettive sane e autentiche. Di seguito il testo dell’appello.

12 ottobre. Celebrando il Beato Carlo Acutis e in diversi luoghi d’Italia ci incontriamo in adorazione eucaristica domandando la grazia della guarigione e liberazione per chi soffre a causa della pornografia e pregando per la conversione di chi sfrutta gli altri attraverso la pornografia. La data è stata individuata proprio poiché è la giornata che la Chiesa ha scelto come ricorrenza del beato Carlo Acutis.

Perché questa iniziativa? Siamo convinti che oltre ad avvisare, formare, denunciare, prevenire, indicare cammini di guarigione e meccanismi di protezione, tessere alleanze e collaborazioni, … anche la preghiera abbia il suo ruolo.

Perché proprio un’adorazione eucaristica? La risposta si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica, i cui paragrafi 1378-1380 riportano una citazione di San Giovanni Paolo II che spiega come la «Chiesa e il mondo hanno grande bisogno del culto eucaristico. Gesù ci aspetta in questo sacramento dell’amore. Non risparmiamo il nostro tempo per andare ad incontrarlo nell’adorazione, nella contemplazione piena di fede e pronta a riparare le grandi colpe e i delitti del mondo».

Perché Carlo Acutis? Questo laico morto nel XXI secolo, come disse il Cardinale Vallini lo scorso anno durante l’omelia per la sua beatificazione, «sentiva forte il bisogno di aiutare le persone a scoprire che  Dio ci è vicino e che è bello stare con Lui per godere della sua amicizia e della sua grazia. Per comunicare questo bisogno spirituale si serviva di ogni mezzo, anche dei mezzi moderni della comunicazione sociale, che sapeva usare benissimo, in particolare Internet, che considerava un dono di Dio ed  uno strumento   importante  per incontrare  le persone  e  diffondere  i valori cristiani».

Carlo Acutis è stato testimone dello sguardo di Gesù rivolto a questa generazione. Emergono disturbi nuovi e latenti di ogni genere scatenati dall’esperienza pandemica. I bambini sono sempre più indotti ad anticipare molto prima dell’adolescenza il consenso sessuale, tanto tra loro che con adulti. Carlo Acutis cercava il volto del Signore, non lo smarriva dietro uno schermo. Anzi, sapeva servirsi degli schermi per chiamare i suoi coetanei a volgere lo sguardo da un’altra parte, verso qualcun altro.

Nel momento di adorazione potremo volgere il nostro sguardo a Gesù Crocifisso, per saperci perdonati, liberati dal peccato, redenti nell’amore. Potremo volgere il nostro sguardo a Cristo Risorto, per saperci rinnovati e inseriti in una vita nuova che è la corrente divina dello Spirito di Dio. Potremo tornare sempre a volgere il nostro sguardo a Nostro Signore sempre presente nel Santissimo Sacramento dell’altare, per adorare lui trasfigurato e lasciare che trasfiguri lui il nostro sguardo. Lo purifichi, lo riorienti verso il bene, il bello, e il vero. Potremo chiedere il dono di sanare con l’amore le ferite di questo mondo smarrito, di illuminare con la potenza soprannaturale della nostra fede i labirinti, i deserti, i paradisi artificiali che stiamo costruendo, perché il nostro sguardo attratto dalla luce della tua vita in noi ci risollevi e torni a insegnarci come camminare insieme.

Potremo pregare invocando l’intercessione di Carlo Acutis, perché il suo sguardo puro ci conquisti e ci chiami alla conversione, chiedendo liberazione e guarigione per i fratelli e le sorelle che sono smarriti, perché il balsamo dell’amore effuso dallo Spirito di Dio nella nostra preghiera rinnovi le menti e muova i cuori al desiderio della purezza interiore che, ci è stato promesso, ci assicurerà la visione di Dio [Mt5, 8].

Troviamoci tutti davanti all’altare di Nostro Signore, sapendo che dall’altra parte del tabernacolo ci saranno fratelli e sorelle riuniti e per intercessione di Carlo Acutis staremo chiedendo al Signore la stessa grazia: “Signore Gesù, figlio del Dio vivo: abbi pietà di noi; libera, sana, trasfigura i nostri volti perché brilli la luce del mondo che è la vita della Chiesa. Amen

Offriamo un sussidio per il momento di adorazione

Qui puoi iscriverti come parrocchia, rettoria o comunità religiosa per aderire alla iniziativa, per aiutare a promuoverla o per sapere dove si terrà

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Io sono la via, la verità e la vita anche nella sessualità

La Chiesa ci chiede di vivere il nostro incontro intimo in modo che sia “aperto alla vita”. Abbiamo già trattato in altri articoli questa tematica. Oggi vorremmo riprenderla per presentare una prospettiva diversa. Apertura alla vita intesa non solo come una semplice apertura alla procreazione, ma come apertura all’amore stesso. La nostra riflessione trae spunto da un versetto del Vangelo nel quale Gesù, che è l’Amore, dice di sè stesso: io sono la via, la verità e la vita (Giovanni 14, 6).

IO SONO LA VIA

Tutto inizia con un cammino. Quando inizia una relazione affettiva ognuno arriva con le proprie convinzioni, idee, con la propria storia costellata di momenti gioiosi ma anche di sofferenza e di ferite più o meno aperte. Gesù ci chiede di essere radicali, ci chiede di deciderci e di metterci alla Sua sequela, di non tenere il piede in due scarpe ma di abbracciare il Suo insegnamento perchè è la strada per vivere in pienezza la nostra vocazione all’amore. Amore che si concretizza nel corpo. Alcuni di voi potrebbero pensare che Gesù non ha mai parlato di metodi naturali e anticoncezionali. E’ vero ma sappiamo bene come la Chiesa sia sposa di Cristo e come lo Spirito Santo parli attraverso di essa. Ricordiamo sempre che la legge morale non è una serie di regoline, limitazioni o divieti posti per chissà quale perverso desiderio di frustrare la gioia e la libertà delle persone. La legge morale non è altro che la descrizione di come siamo fatti, di cosa significa essere davvero uomo e davvero donna e di come possiamo essere realizzati e felici nelle nostre relazioni. L’apertura alla vita indica proprio questa pienezza. Perchè permette di vivere la sessualità per quello che è: la concretizzazione attraverso il corpo del dono totale del cuore dei due sposi. Il corpo diventa specchio del cuore, nella verità.

IO SONO LA VERITA’

Abbiamo terminato il paragrafo sulla via con la parola verità. Gesù è verità. Gesù è verità su tutto anche e soprattutto su come si ama fino in fondo, su come si è uomini fino in fondo. Anche l’intimità ha bisogno di verità. In una relazione matrimoniale è fondamentale. Da come si vive la sessualità nella coppia si può capire molto anche di tutto il resto. Perchè gli anticoncezionali non permettono di amare nella verità? L’abbiamo scritto diverse volte: non permettono il dono totale. I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione.  C’è magari il piacere fisico ma viene a mancare una gran parte dell’unione profonda dei cuori. Manca l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole. Manca il piacere che viene dalla comunione profonda dei due. Non c’è più verità tra cuore e corpo. Due sposi che si sono uniti per donarsi vicendevolmente tutto di sè come Gesù nell’Eucarestia poi, per essere realizzati e vivere in pienezza il matrimonio, hanno bisogno di concretizzare questo dono totale, senza riserve, attraverso il corpo. Solo così quel gesto porterà sempre vita.

IO SONO LA VITA

Vita in questo caso è sinonimo di amore perchè l’amore è sempre generativo. E’ un grande errore ridurre l’apertura alla vita alla sola procreazione. Certamente c’è anche quella, ma la fecondità dell’amore è molto di più della procreazione. E’ così che, quando il gesto è vissuto nella giusta via e nella piena verità, accade il miracolo. I due non sono più due ma sono uno. Sono una carne sola. Un sol corpo e sol cuore. Fanno esperienza nell’amplesso fisico di una comunione profonda che permette loro di rendere visibile e tangibile ciò che il matrimonio ha operato nel loro cuore. Vivere l’incontro intimo così genera sempre nuova vita-amore. Gli sposi si nutrono direttamente al loro sacramento per portare frutto nel mondo. L’amplesso fisico vissuto castamente (nel dono totale e nella verità) è non solo gesto sacramentale e liturgico ma redentivo. I due sposi si fanno santi anche attraverso l’amplesso fisico. Portano l’amore di Dio nella loro famiglia e nel mondo che li circonda. Perchè quell’amore di cui fanno esperienza poi viene donato. Donato al coniuge nei giorni a venire, ai figli e a tutte le persone che i due sposi incontreranno.

Vi rendete conto cosa significa essere aperti alla vita? Non è un obbligo ma è una scelta che riguarda tutta la nostra relazione e non solo il modo con cui abbiamo rapporti.

Antonio e Luisa

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Ceraste cornuta

Riportiamo una piccola parte del brano proposto oggi dalla Chiesa, il giorno della solenne festa della Esaltazione della Santa Croce :

[…] Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Tra i tanti castighi che in 40 anni di cammino dell’esodo il popolo d’Israele deve vivere, c’è quello dei serpenti del deserto che fanno morire un gran numero di Israeliti, allora essi chiedono aiuto a Mosè, che a sua volta supplica Dio, la cui risposta è il brano sopra riportato.

Ancora una volta il popolo non si fida del Signore, il quale, nonostante l’incredulità e l’infedeltà dimostrataGli anche dopo le manifestazioni della propria Onnipotenza, si lascia commuovere manifestando la propria misericordia con questo popolo “dalla dura cervice” donando ad esso l’ennesima via d’uscita.

E’ interessante notare come la soluzione proposta da Dio non sia proprio all’acqua di rose… infatti leggendo con attenzione si evidenzia come la richiesta del popolo sia quella di allontanare i serpenti, ma Dio non li allontana, donando però loro la salvezza dal mortal veleno. Infatti si può constatare che i serpenti continuano a morsicare gli israeliti, i quali potranno restare in vita ( dopo il velenoso morso ) solamente guardando al serpente di bronzo innalzato da Mosè, ossia riconoscendo che non possono salvarsi da se stessi ma hanno necessariamente bisogno della salvezza offerta dal Signore.

Cari sposi, la pedagogia di Dio, è ancora la stessa : la vita del sacramento del matrimonio non è esente da prove, difficoltà, momenti di stanca, di crisi, dubbi, dolori, malattie, incomprensioni, litigi… questi sono i morsi dei nostri serpenti. E il Signore non ci esenta da essi, ma desidera che il loro veleno non ci uccida, così come ha voluto che i morsi della ceraste cornuta ( la vipera del deserto ) non uccidesse il popolo d’Israele, così anche per noi basterà riconoscere che non possiamo salvarci da noi stessi, dovremo infatti riconoscere che solo uno è Il Salvatore : Gesù Cristo… così come ha mantenuto la promessa fatta agli israeliti per mezzo di Mosè, così la Sua Salvezza entrerà nella nostra coppia, nella nostra casa, nella nostra relazione malata, nei nostri affetti disordinati, nel nostro amore, nel nostro matrimonio.

Non possiamo non evidenziare poi che la Sacra Scrittura riferisca solo “restava in vita“, non accennando al morso. La ceraste cornuta però possiede due bei dentini che si infilano nella carne rilasciando il loro veleno mortale, quindi si può presumere che gli israeliti restassero in vita sì, ma portassero le cicatrici del morso… come una memoria nella carne della misericordia di Dio, qualora il soggetto avesse poca memoria dei prodigi divini, ma anche come testimonianza impressa nella carne da mostrare agli increduli.

E così avviene anche nel matrimonio : le prove, le difficoltà, le crisi, i dubbi, i dolori, le malattie, le incomprensioni, i litigi tra noi sposi possono non essere mortali, ma ci lasciano delle cicatrici a testimonianza e memoria del nostro impegno nell’onorare la nostra promessa di amare l’altro/a tutti i giorni della vita ed in qualsiasi circostanza.

Continuando nell’analisi del testo, notiamo come la via d’uscita che l’Onnipotente fornisce al popolo non sia esente dal contributo dello stesso, ed è uno stile caratteristico del rapporto di Dio con l’uomo : l’uomo chiede aiuto, ma deve essere cosciente che non può starsene con le braccia conserte aspettando che faccia tutto il Signore, ma è necessaria anche la sua parte in questo aiuto. La saggezza cristiana ha riassunto in un famoso detto questa dinamica : aiutati che il Ciel t’aiuta.

Così come i morsicati dovevano guardare al serpente di bronzo per restare in vita, così noi sposi dobbiamo guardare al nuovo serpente di bronzo, a Gesù ! Così come il serpente di bronzo è stato innalzato sopra un’asta, Gesù ( il nuovo serpente di bronzo ) è stato innalzato su di un’altra asta : la Croce ! Ecco allora la soluzione contro il veleno mortale dei nostri serpenti : guardare Gesù in Croce. Certamente questo guardare si traduce poi in tanti comportamenti : guardare diventa contemplare Gesù che dona tutto sé stesso per noi ; guardare significa imparare da Gesù sforzandosi di imitarLo soprattutto quando tutto sembra finito, Lui non ha mollato fino alla fine, così dobbiamo fare noi ; guardare è pregarLo ed affidarsi a Lui ogni giorno così da essere già allenati e pronti a farlo appena saremo morsicati ; guardare è far diventare Gesù il centro della nostra vita personale e di coppia prima nel cuore per poi tradurlo nella vita concreta ; guardare diventa mettere Gesù al posto che Gli spetta di diritto, essendo Dio, e cioè al primo ; guardare si traduce anche nell’obbedienza alle Sue leggi, senza se e senza ma… insomma, noi facciamo la nostra parte fino in fondo che poi il Signore non mancherà della Sua Salvezza e del Suo aiuto.

Molti sposi stanno vivendo momenti di difficoltà, di aridità nella loro relazione, di angoscia per il futuro, mancanze di attenzioni reciproche, problemi con la famiglia di origine, fatica nel perdonarsi le ferite inferte reciprocamente… questi sono solo alcuni dei serpenti del matrimonio : CORAGGIO SPOSI, non lasciamoci ammazzare dal veleno di questi serpenti, ma GUARDIAMO GESU’, che è il nuovo serpente innalzato sulla nuova asta, la CROCE : è lì che troviamo l’ANTIDOTO, anzi L’ANTIDOTO è GESU’ STESSO !

Coraggio, non temete di aprire il cuore a Gesù, ci resteranno le cicatrici ma il veleno non ci ucciderà !

PS : Sarà una coincidenza il fatto che questo serpente sia cornuto ?

Giorgio e Valentina.

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Signore, non ti riconosco più!

Pare che Gesù abbia perso il controllo. Eppure, qui si vede quanto il suo cuore arda di un santo zelo, di smania di farci capire cosa è davvero importante per noi, qualcosa che non possiamo perdere assolutamente e per questo alza la voce: è troppo grande la posta in gioco.

Si tratta nientemeno di illuminarci su cosa sia l’amore.

Mi piace molto chi ha interpretato tale vangelo dicendo che la domanda iniziale di Gesù avrebbe potuto essere questa: “ma secondo voi cosa è l’amore?”. Allora gli avrebbero risposto: “amare è un sentimento”, “amare è un’emozione”, “amare è stare bene con la persona giusta” … e quando Pietro rispose bene: “amare è donarsi tutto e per sempre” allora Gesù andò oltre: “ecco, esatto, ed io lo farò sulla croce per voi”.

Ma a quel punto in Pietro venne fuori l’amor proprio: “eh no, ma non si può amare così, è disumano, è illusorio, è masochistico”. E ha provato a far “rinsavire” Gesù… ma è bellissimo quello che succede dopo. Gesù, infatti, non esce dai gangheri, come parrebbe a prima vista. È perfettamente padrone di sé stesso, solo che sta dicendo con forza a quel testone di Pietro che, se non ama fino a dare tutto, smette di essere un vero discepolo. E allora ecco che lo rimette in carreggiata, “stammi dietro, rimettiti sul cammino, non smettere di seguirmi”.

A me è successo, non so a voi, dinanzi a situazioni di sofferenza e crisi, di dire a Gesù: “ma tu Signore chi sei? Cosa vuoi da me? Dove mi stai portando?”. Pare che in quelle situazioni Gesù diventi per noi uno sconosciuto, un estraneo, uno diverso da come lo vorremmo, cioè un Dio su misura, un Dio che collima con i nostri desideri e progetti.

Eppure, cari sposi, voi lo sapete bene, l’amore non può essere esente dalla croce. Solo chi ci è passato ha acquistato quella sapienza che viene dell’Alto e che rende davvero capaci di viverlo in modo concreto e vero. In un mondo liquido, solo un amore così ci permette di stare piantati saldamente alla nostra realtà, di permanere, di restare ed essere fedeli nel tempo.

Come lo esprime bene San Giovanni Paolo II quando scrive: “L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris Consortio 13).

Non smettiamo di camminare dietro al Signore in una donazione piena e totale nel matrimonio. E se vi viene voglia di scantonare, di un amore diverso da quello del Maestro, non preoccupatevi che ci pensa Lui a richiamarvi e a riprendervi.

ANTONIO E LUISA

La croce prima poi arriverà per tutti. Come è inevitabile che sia. Credere che Gesù ci preserverà da ogni male equivale a ridurre la nostra fede a pura scaramanzia. Significa dare alla croce che portiamo al collo lo stesso significato del gobbo e del cornetto rosso che vendono a Napoli.

Invece quella croce che abbiamo al collo significa altro. Significa dono totale. Portare quella croce al collo significa voler amare come Gesù. Gesù che su quella croce è morto e attraverso quella croce ha fatto ad ognuno di noi il dono più grande di tutti. Ha donato se stesso per donare a noi la salvezza. Ecco questo è quello che Gesù sta cercando di far comprendere a Pietro e ad ognuno di noi.

Se saremo capaci di rinnegare noi stessi per non rinnegare Cristo. Per non rinnegare il suo sacrificio e il suo modo di amare, se saremo capaci di questo non solo non perderemo la nostra vita ma la acquisteremo. Già perchè la nostra vita sarà finalmente libera, e noi saremo capaci di accogliere ogni cosa ci capiterà, non con la paura di chi non vuole perdere il poco che possiede, ma con affidamento a Colui che dà senso ad ogni cosa e che apre il nostro orizzonte alla vita eterna.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 17

Dopo il segno di croce il Messale indica :

Segue l’Atto penitenziale, introdotto dal sacerdote con queste parole :
Fratelli e sorelle, per celebrare degnamente i santi misteri,
riconosciamo i nostri peccati.

Questa è solo la prima di alcune formule che il sacerdote può decidere di utilizzare, ma nella sua brevità riassume perfettamente lo stile e la condizione dell’animo “sine qua non”. Innanzitutto ribadisce e riconosce che la Messa non è un semplice rito umano , ma è la celebrazione dei santi misteri ; inoltre con la frase “per celebrare degnamente i santi misteri” si intende altresì specificare che :

  • i santi misteri vanno celebrati
  • vanno celebrati degnamente
  • per celebrarli degnamente bisogna seguire le indicazioni della seconda parte della frase, e cioè riconoscere i propri peccati
  • è sottinteso che è possibile anche celebrarli in modo indegno

Procediamo applicando alla vita coniugale quello che di volta in volta impariamo… ma perché ci ostiniamo a vedere una sorta di parallelismo tra la Messa e la vita degli sposi, definita profeticamente Chiesa domestica ? Ci viene in aiuto il Catechismo della Chiesa Cattolica, il quale citando la “Sacrosanctum concilium” così si esprime:

La liturgia, infatti, mediante la quale, massimamente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa

In parole povere : la Chiesa ci invita ad esprimere nella nostra vita, quella quotidiana, il mistero di Cristo che nella Messa celebriamo… cari sposi, dobbiamo quindi imparare a tradurre nella nostra concreta vita coniugale quegli atteggiamenti che a Messa viviamo… quasi da vivere una vita matrimoniale che è una Messa perenne, sia celebrata sia vissuta.

Vediamo quindi, con ordine, cosa ci suggerisce l’atto penitenziale : così come la Messa non è un semplice rito umano per celebrare il divino, parallelamente la vita sponsale non è una semplice ufficializzazione dell’unione d’amore tra un uomo ed una donna, ma è un segno nel mondo dell’amore di Dio per l’uomo e dell’amore di Cristo per la Sua Chiesa : è quindi un mistero santo. Col sacramento del matrimonio, i due sposi diventano ufficialmente profeti dell’amore di Dio.. come cambierebbe la nostra relazione se non vedessimo solo l’umanità, che è piena di fragilità e di difetti, ma riuscissimo a scorgere la grandezza di un Dio che per manifestarsi al mio coniuge ha scelto di aver bisogno della mia umanità ! Ogni sforzo fatto per migliorarsi allora non sarà semplicemente visto come un vano tentativo per raggiungere un obiettivo solamente psicologico/umano, ma diventerà la maniera con cui io cerco di vivere sempre meglio e con maggiore trasparenza il compito che mi è stato consegnato da Dio, e cioè di amare il mio coniuge al suo posto, quasi in sua vece.

  • i santi misteri vanno celebrati : ecco che qui si riprende la tematica che abbiamo affrontato all’inizio di questo percorso, vale a dire della precettazione domenicale. Così come siamo precettati per celebrare i santi misteri almeno la Domenica e le altre feste comandate, così siamo precettati a vivere da sposi almeno finché uno dei due non muore ; infatti è questo che ci promettiamo all’inizio del matrimonio… ricordate ? ci promettiamo di amarci ed onorarci tutti giorni della vita finché morte non ci separi. Come traduciamo questo nella vita quotidiana ? Quali sono i gesti con cui onoriamo il nostro coniuge ? Quali sono i gesti, le parole, i pensieri, gli sguardi, ecc.. con cui invece lo/la disonoriamo ? Così come onoriamo Dio nella Domenica ed in particolare nella S. Messa, così siamo precettati ad amare il nostro coniuge : è un dovere ( un dolce dovere ) , è una decisione che NON va a discrezione dell’umore di oggi, nemmeno segue i nostri sentimenti troppo altalenanti, e tantomeno va in base al fatto che lui/lei se lo meriti… se Dio ci amasse solo quando lo meritiamo, quanto ci amerebbe nella vita ? 5 minuti al giorno, forse !
  • vanno celebrati degnamente : bisogna celebrare solennemente Dio in modo degno dei Suoi attributi, della Sua divinità, della Sua bontà, ecc… quindi non possiamo stare in chiesa come quando stiamo nel locale per l’aperitivo con gli amici, non possiamo agire in modo irrispettoso del luogo, degli altri fedeli e della solennità del momento… non saremmo inopportuni se ci mettessimo a fare cabaret comico e raccontassimo barzellette al funerale di una persona cara ? Così come abbiamo il minimo rispetto della persona morta e del dolore di chi la piange, non c’è motivo perché dovremmo averne meno per Dio. E se guardiamo alla vita sponsale : siamo chiamati ad amare il coniuge con dignità, perché se lo/la usassimo per i nostri interessi, che amore gratuito e disinteressato sarebbe ? Se lo/la trattassimo come un oggetto a nostro uso e consumo potremmo chiamarlo amore ? Se la nostra relazione fosse solo orizzontale ( come ce la presenta il mondo ) non sarebbe rispettosa della altissima dignità che lui/lei ha in quanto figlio/a di Dio, in quanto redento dal sangue del Figlio di Dio, in quanto investitore della propria vita sulla mia felicità.
  • per celebrarli degnamente bisogna seguire le indicazioni della seconda parte della frase, e cioè riconoscere i propri peccati : il minimo richiesto dall’incontro con Dio è riconoscere che Lui è Dio e noi siamo sue povere creature, Lui è il Redentore e noi i redenti ( e bisognosi di continua redenzione ), Lui è il Santo Santo Santo e noi i peccatori che meritiamo i suoi castighi, Lui è La Misericordia e noi siamo i bisognosi di misericordia. Similmente, nella vita coniugale è meglio togliere la trave dal proprio occhio prima di vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro/a ; prima di pretendere che l’altro/a diventi perfetto/a e senza difetti, concentriamoci sull’eliminare i nostri.
  • è sottinteso che è possibile anche celebrarli in modo indegno : Dio ci lascia liberi ed è quindi possibile che qualcuno si accosti alla celebrazione dei santi misteri in modo indegno, ma non dobbiamo pensare subito a chissà quali castighi Dio infliggerà a quella persona ( semmai a quelli ci pensa Lui con modalità Sue e a tempo debito ), come se ci dovessimo aspettare che Dio si vendichi dell’amore non corrisposto scagliando fulmini e saette, no… Dio non ha bisogno di sentirsi confermato nella Sua Deità grazie al nostro riconoscimento… il primo castigo ce lo infliggiamo da soli, quando torniamo a casa ( dopo la Messa ) con la sensazione di non aver niente tra le mani, cosa è successo ? Il nostro cuore non era predisposto ad accogliere le miriadi di Grazie che il Signore aveva già preparato lì per noi in quella Messa, e restiamo soli senza Dio, diventiamo sempre più cupi, sempre più tristi e perdiamo la capacità di amare il nostro coniuge… la vita senza Dio è una vita imbruttita, squallida. Similmente, nella vita sponsale ci si può unire in una sola carne 1000 volte, ma se questo importante gesto è svolto in modo indegno non si raccolgono frutti di amore vero, e una relazione così malata può far portare avanti per inerzia un matrimonio anche per 40 anni, ma lo possiamo chiamare un santo e bel matrimonio ?

Il Messale poi ci invita a recitare il “Confiteor” ( Confesso a Dio Onnipotente…. ), l’ammissione pubblica del nostro essere peccatori e bisognosi di perdono ; la recita di esso è importantissima perché dichiariamo senza mezzi termini di aver peccato in ogni forma, e lo facciamo solennemente e pubblicamente, dove per pubblicamente non si intende solo gli altri fedeli convenuti attorno a noi, ma la Chiesa trionfante, infatti dopo esserci rivolti direttamente a Dio Onnipotente, chiediamo aiuto e sostegno alla Madonna e agli altri santi senza dimenticare gli Angeli, più ammissione pubblica di così ! Segue l’assoluzione del sacerdote dopodiché si continua ad invocare la misericordia divina recitando o cantando il Kyrie :

Seguono le Invocazioni Kýrie, eléison, se non sono state già proclamate o cantate con
l’atto penitenziale:
V/ . Kýrie, eléison. ( Signore, pietà )
R/. Kýrie, eléison.
V/ . Christe, eléison. ( Cristo, pietà )
R/. Christe, eléison.
V/ . Kýrie, eléison. ( Signore, pietà )
R/. Kýrie, eléison

Sono invocazioni accorate a ciascuna delle persone della Santissima Trinità, infatti il primo Signore è il Padre, Cristo è naturalmente il Figlio ( Gesù ) e l’ultimo è lo Spirito Santo, che professiamo e proclamiamo Signore quando recitiamo il Credo. La Liturgia ci insegna a chiedere scusa e perdono a Dio, similmente nelle nostre case dovremmo vivere ogni giorno il nostro “atto penitenziale”, perché di errori ne commettiamo ogni giorno. Quanto è stato salutare per noi, aver imparato alla scuola della Liturgia, a chiederci scusa ogni giorno prima di addormentarci e tante volte anche durante il giorno… dona tanta pace sapere che il mio amato/la mia amata anche oggi mi ha sopportato e perdonato, dona fiducia nel futuro.

Coraggio sposi, viviamo con più intensità il nostro atto penitenziale casalingo e scopriremo tanta pace !

Giorgio e Valentina

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L’Amore non presenta il conto

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo“..

E’ sera. Guardiamo alla giornata appena trascorsa. Quante forze spese per fare cose per la nostra famiglia.

Piatti lavati, parole che hanno cercato di confortare l’altro, passi per accompagnare i figli a scuola, carrello spinto per fare la spesa, ginocchia piegate per allacciare una scarpa, mani messe in tasca per cercare un fazzoletto per soffiare un nasino altrui, e tanto…tanto altro.

La stanchezza sulle spalle si fa sentire dopo cena, e una richiesta piccola e normale da parte del nostro coniuge può risultare eccessiva:

“Vai a buttare la spazzatura?” Innesca una serie di pensieri che anziché aiutarti a vedere quanto gli altri sono stati bene grazie al tuo aiuto, ti spinge a contare tutte le singole gocce di fatica che hai versato.

Ed allora anziché ringraziare Dio per la salute e la vita che ti ha dato oggi da poter spendere per la tua famiglia, inizi con la calcolatrice a fare i conti all’altro:

“Ah si, devo andare a gettare anche la spazzatura adesso?!” Ma lo sai quante cose ho fatto oggi?!”

…ed inizi l’elenco come fosse uno scontrino da presentare al cliente:

  • Antipasto di sveglia all’alba
  • Colazione preparata per voi e poi per me
  • Merenda negli zainetti
  • Pranzo preparato mentre sono tornato a casa dopo una mattinata di lavoro
  • Frutta
  • Caffè e ammazzacaffè…perchè IIIIIOOOOOO mi sono AMMAZZATO PER TEEEEEEE!!!!

Insomma…quello che poteva essere un capolavoro di gratuita oblazione familiare, sei riuscito a rovinarlo monetizzando ciò che magari avevi fatto con il cuore.

E la ciliegina sulla torta ce la metti nel conto quando con stizza aggiungi: “Perché io al contrario di te qui mi do da fare!”.

E li crolla tutta la poesia che durante la giornata eri riuscito a creare quando avevi preparato il caffè al mattino per permettere all’altro di non fare tardi al lavoro, quando avevi riempito il bicchiere all’altro con un sorriso, quando – in una parola – ti eri donato gratuitamente attraverso piccoli gesti quotidiani.

Hai presentato un conto salato al tuo coniuge e anche se per certi versi avevi ragione nel dire che sei stanco, hai esagerato e hai trasformato il tuo regalo in un vuoto a rendere.

Da dove può nascere questo tuo modo di fare? Non saprei…forse un po’ dal fatto che ti senti padrone. A volte ci sentiamo padroni delle forze che abbiamo nelle mani e del tempo che abbiamo da vivere.

“Time is money” – “Il tempo è denaro” dicono a Wall Street e tu ripeti queste parole nel tuo cuore. Il Tempo è denaro che non vuoi sprecare per il prossimo perché credi che ti appartenga, credi che tu lo abbia guadagnato.

In qualche parte del tuo cuore sei convinto che la tua vita dipenda da te, che se hai avuto le forze per “servire” la tua famiglia oggi, tu lo debba al fatto che sei uno che la salute in qualche modo se la merita.

E se, invece, il tempo fosse la tua occasione? E se le forze che hai a disposizione fossero un prestito che “Qualcuno” ti ha fatto affinché tu possa tergere una lacrima, spazzare sempre lo stesso pavimento, raccogliere 200 volte lo stesso giocattolo di tua figlia o semplicemente per sorridere?

Già, pare che per sorridere occorrano innumerevoli muscoli del viso. Tanti muscoli che devono muoversi insieme.

Ma sai che per tenere il broncio ne occorrono molti di più? Sai che per lamentarti di quanto sei stanco a fine giornata ti occorre più fatica che quella che comporta andare a gettare la spazzatura col sorriso?

Se sei veramente stanco, prenditi una pausa dalla rabbia e abbraccia tua moglie o tuo marito…e a fine giornata ti sentirai come quel servo inutile di cui parla Gesù nel Vangelo:

Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 17,10)

Un servo inutile a sé stesso…ma tanto contento perché utile per gli altri.

Un servo che sa bene di non essere il padrone della vita, del tempo…

Sarai un servo, anzi…un amico del vero padrone della vita: Gesù.

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Grazie, “Il Signore ti dia Pace!”

Un amore a eterna vista

Forse stiamo esagerando. Si tratta di un ringraziamento fatto da un grande attore sotto dei riflettori importantissimi. Benigni ha saputo toccare le corde giuste così come ha fatto in tante altre occasioni, Sanremo per esempio. Chi di noi ha la timeline del social invaso dalle parole commoventi di una canzone del Festival? Immagino nessuno. Ringraziare è bello e importantissimo e ciascuno deve poterlo fare col proprio linguaggio soprattutto quando si trova con la persona che ama. Mi chiedo per esempio perché non ci sia stato lo stesso clamore per la serenata di Fedez alla moglie Chiara in mezzo al Lago di Como per il loro anniversario di matrimonio. 

Questo che avete appena letto è il commento di un noto sacerdote social in riferimento al ringraziamento-dedica di Roberto Benigni alla moglie. Un commento che, seppur rispettabile come ogni opinione, non condivido. Denota a mio avviso una certa miopia. C’è una differenza enorme tra quanto ha detto l’artista toscano e quanto può aver detto e fatto l’influencer dei Ferragnez. Una differenza molto evidente agli occhi di chi vive una relazione d’amore e affettiva con un’altra persona. Non mi limito al matrimonio ma ad ogni relazione affettiva stabile perchè ciò che mi preme dire non riguarda solo i cristiani ma tutti indistamente.

Ciò che colpisce di Benigni non sono le parole. Almeno non sono solo quelle. E’ più importante il meraviglioso messaggio che è passato. Quelle parole arrivano dopo più di trent’anni che i due stanno insieme. Nicoletta Braschi non ha la bellezza (oggettiva) di Chiara Ferragni. Non è mai stata come lei, neppure in gioventù. Eppure Roberto arriva a dire:

La prima volta che ti ho conosciuto emanavi talmente tanta luce che ho pensato che Nostro Signore avesse voluto adornare il cielo di un altro sole. È stato proprio un amore a prima vista, anzi a ultima vista, anzi a eterna vista

Ecco ciò che parla a quella nostalgia del nostro cuore. Ciò che rende affascinante il discorso di Benigni. Tutti desiderano nel profondo vivere un amore così, un amore amore vero, incondizionato e per sempre, dove dare tutto ed essere accolti per quello che si è. Roberto dice: allora è possibile! Amare una persona tutta la vita, amarla anche quando si invecchia e non si è più così belli ed attraenti, sempre che lo siamo mai stati.

Vi svelo un segreto: Roberto non sta mentendo. Roberto vede davvero Nicoletta come la donna più bella del mondo. Non è cieco e non è stupido. E’ un uomo che ha amato la propria moglie e in tutti gli anni passati insieme, nella gioia e nella sofferenza, nei perdoni, negli amplessi, nella tenerezza e nelle litigate, ha pian piano acquisito uno sguardo verso di lei che è solo suo. Vede la bellezza della persona Nicoletta trasfigurata dall’amore dato e ricevuto.

Trasfigurare, andare oltre la forma per mostrare attraverso il corpo una ricchezza che lo supera e rende visibile ciò che non è visibile: l’amore. Perchè la mia sposa mi sembra ogni giorno più bella? E’ fuori da ogni logica. Passa il tempo, il corpo si lascia andare poco alla volta. Non è più nel pieno della sua giovinezza come quando l’ho conosciuta, eppure mi appare più bella ora. Come è possibile? Non può comprendere questa logica se non chi ama e fa esperienza dell’amore. L’amore cambia le persone. Ha cambiato il suo corpo. Lo cambia perchè lo arricchisce di tutta la dolcezza e l’accoglienza che l’amore vissuto può regalare.

Queste cose Fedez ancora non le sa e le sue parole non possono essere altrettanto affascinanti e belle come quelle di un uomo che è innamorato della propria moglie dopo trent’anni insieme. Gli auguro di arrivarci ma la strada è lunga.

Antonio

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