Amoris Laetitia. 1 – Un documento frutto di un cammino.

Questo è il primo articolo di una serie che Luisa ed io abbiamo deciso di pubblicare su Amoris Laetitia. Scelta suffragata da uno specifico sondaggio che abbiamo proposto attraverso i nostri canali social e che ci è sembrato confermare un interesse di fondo verso questo documento. Un documento conosciuto solo per alcuni aspetti problematici e divisivi, ma non nella sua parte più interessante per noi sposi: la relazione. E’ un documento così poco conosciuto che Papa Francesco ha ritenuto necessario indire un anno intero di studio sulle riflessioni raccolte in questa esortazione. Anche noi, senza pretese di avere particolari competenze se non la semplicità della coppia che cerca di far tesoro dei consigli che il Papa propone, cercheremo di portare il nostro piccolo contributo.

Prima di addentrarci negli argomenti e nei vari punti dell’Amoris Laetitia, è importante comprendere come il papa è arrivato a scriverla. Oggi intendiamo raccontare come nasce e cosa è Amoris Laetitia. Amoris Laetitia è tecnicamente una esortazione apostolica post sinodale. Significa che Amoris Laetitia nasce al termine di un sinodo sulla famiglia. Anzi dopo due sinodi sulla famiglia.

E’ fondamentale quindi, per capirci qualcosa, fare una cronostoria delle tappe che hanno portato alla pubblicazione del documento il 19 marzo del 2016. Tutto inizia nel 2013 quando il papa spiazza un po’ tutti indicendo un sinodo sulla famiglia. La famiglia è sempre stato un tema difficile e nella nostra Chiesa contemporanea lo è ancor di più. Perchè allora il papa ha scelto un tema tanto divisivo e difficile? Il papa ha sicuramente notato un disallineamento tra il magistero e il sentire di tanti cristiani. E’ innegabile, e sotto gli occhi di tutti, che l’insegnamento della Chiesa non passa più. Le persone si sposano sempre di meno e hanno una vita sessuale totalmente distante dalla morale cattolica. Esiste uno scisma di fatto tra quanto la Chiesa propone e quanto la gente poi vive effettivamente nelle proprie relazioni affettive. Anche tra i cristiani praticanti.

Il Papa ha compreso che non serve più calare dall’alto una morale e delle regole che la maggior parte delle persone non riesce più a comprendere. Serve una nuova evangelizzazione che da un lato riesca a far sentire accolta ogni persona e dall’altro riesca a far comprendere come la proposta cristiana sia la più bella e la più piena. Senza nascondere tutta la fatica di una relazione profonda e radicale come quella matrimoniale. Parlare di peccato non convince più quasi nessuno ed è una modalità che non funziona più. Ciò che può attrarre l’uomo del nostro tempo è la bellezza di una scelta rispetto ad un’altra. E’ importante parlare alla nostalgia che ogni persona ha nel cuore di sperimentare un amore autentico e non invece far leva sull’obbligo di rispettare scelte morali e regole incomprensibili. Una scelta fatta non per paura ma perchè è la più affascinante. Esattamente come per la fede. Scegliamo Gesù non perchè abbiamo paura dell’inferno ma perchè Gesù è il migliore di tutti ed è bellissimo stare con Lui.

Attenzione. Nessuno mette in dubbio che esista una verità e una morale. Nessuno mette in dubbio il matrimonio indissolubile e fedele tra un uomo e una donna. Il papa semplicemente prende atto di una situazione. Si rende conto che una dottrina non più accolta e sentita parte concreta della vita delle persone diventa qualcosa di lontano e di astratto che serve a poco. Insomma c’è un problema e il papa ha deciso di affrontarlo.

E’ stata proprio questa preoccupazione che ha motivato il Papa. Non esiste quindi una volontà di modificare la dottrina e il magistero, ma esiste il desiderio di avvicinare le persone e di rendere l’insegnamento della Chiesa qualcosa che l’uomo di oggi può accogliere e sentire parte della propria vita, qualsiasi sia il suo stato: single, sposato, vedovo, separato e anche risposato. Non significa dire che tutto vada bene, ma significa dire ad ogni persona che Dio continua ad amarla e che ognuno di noi può intraprendere un cammino di perfezionamento e di avvicinamento a Gesù, qualsiasi sia il suo stato di vita.

Sono stati quindi indetti due sinodi. Uno nel 2014, sotto la forma di sinodo straordinario dal tema Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione, e uno nel 2015, sotto la forma ordinaria dal tema La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo.

Al termine di questi due sinodi il papa ha recipito le conclusioni dei padri sinodali, giunte al termine di una discussione libera e franca, e le ha fatte proprie sintezzandole ed ordinandole in un documento riassuntivo, che è proprio l’esortazione apostolica Amoris Laetitia.

In sintesi che documento è? E’ un insieme molto corposo di numeri ordinati e suddivisi per grandi temi, dove il papa affronta il matrimonio e più in generale la morale cristiana inerente la sessualità e le relazioni. L’esortazione si suddivide in capitoli, i quali affrontano argomenti diversi e non obbligatoriamente legati tra loro. Ogni capitolo è come un piccolo libro indipendente. Nei prossimi articoli cercheremo di approfondire quei numeri e quei capitoli che secondo noi sono particolarmente belli, interessanti e significativi.

Antonio e Luisa

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Contemplarsi come davanti all’Eucarestia

Devo imparare sempre di più a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Il matrimonio ci ha reso uno senza farci perdere per questo la nostra unicità e la nostra differenza. E’ un vero mistero, è una realtà sacramentale, cioè una realtà operante e reale, seppur invisibile agli occhi.

Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il sacramento del matrimonio avviene una nuova creazione. Non sono più quello di prima. Lo sono ma non lo sono perchè il mio destino e la mia vita vita sono legati ad un’altra persona, differente da me ma così uguale nella sua fragilità. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, non basta però tutta la vita per rendersene conto davvero ed esserne pienamente consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre un po’ di più, un po’ meglio e sempre più profondamente.

C’è però un grande rischio. Voglio scrivere proprio di questo. C’è il rischio di perdere lo sguardo capace di scorgere questa realtà. Di scorgere la bellezza e la meraviglia di una relazione che diventa dono di tutto. Dono del cuore, del tempo, del corpo. Che brutto dare una tale ricchezza per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi di essere riconoscenti. E’ una critica che rivolgo anche a me stesso. Anche io spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Sono preso da mille altre cose e mi perdo tra le tante incombenze da fare e tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Se il tempo non c’è devo farlo saltare fuori. Se non c’è la voglia devo farlo comunque. E’ importante che io “perda” tempo per contemplare la mia sposa, come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale.

Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non ci imprigiona e ci rende liberi. Contemplare la solo persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per quello che sono. Assaporare la meraviglia di sentirmi prezioso agli occhi di una persona che mi sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a me. Dirle grazie significa riconoscere che ho ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per la persona che è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto, e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

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Coniuge o compagno? Non sono la stessa cosa.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiadiamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

Antonio e Luisa

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Un solo corpo, un solo spirito.

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Faceva parte della seconda lettura della liturgia di ieri, domenica di Ascensione.

Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono immagine di Dio? Ni.

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità.

Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio?

Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo. Presupponiamo che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no.

Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi, anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile. Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma.

Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi (anche solo di uno dei due). La Grazia di Dio necessità di poggiare sull’amore degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita. Come disse Papa Francesco:

Il matrimonio come sacramento è dono di Dio e al tempo stesso impegno. L’amore di due sposi è santificato da Cristo, e i coniugi sono chiamati a testimoniare e coltivare questa santità attraverso la loro fedeltà l’uno verso l’altro.

Antonio e Luisa

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Perchè non semplicemente convivere?

Io e Luisa ci siamo “specializzati”, se così si può dire, su argomenti relativi agli sposi. Sposi novelli o sposi maturi ma sposi. Difficilmente ci capita di testimoniare ai fidanzati. Ogni tanto però succede. In quei casi ci teniamo particolarmente a porre in evidenza la bellezza del matrimonio.

Una delle tipiche domande che riceviamo è: come avete capito che l’altra era la persona giusta per voi? Un’altra tipica: come facevate ad essere sicuri che il vostro matrimonio sarebbe andato bene? Due domande molto simili e che nascondono la stessa paura. La paura di sbagliare. La paura di una scelta definitiva, nella quale, che si ammetta o meno, investiamo tutto di noi. Un fallimento sarebbe davvero pesante da sopportare.

Papa Francesco ne ha parlato diverse volte. Ha parlato della paura del definitivo.

Due giovani che hanno scelto, hanno deciso, con gioia e con coraggio di formare una famiglia. Sì, perché è proprio vero, ci vuole coraggio per formare una famiglia! Ci vuole coraggio! E la domanda di voi, giovani sposi, si collega a quella sulla vocazione. Che cos’è il matrimonio? E’ una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa. Due cristiani che si sposano hanno riconosciuto nella loro storia di amore la chiamata del Signore, la vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita. E il Sacramento del matrimonio avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso. Con questo dono, con la certezza di questa chiamata, si può partire sicuri, non si ha paura di nulla, si può affrontare tutto, insieme!

Capite? Il Papa ha espresso benissimo il motivo che ci ha spinto a sposarci. Come noi credo anche tante altre coppie di sposi cristiani. Io non ero certo che Luisa fosse la persona giusta. Non ero certo che la nostra storia sarebbe andata bene. Luisa mi piaceva, vedevo il lei una bellezza che mi affascinava e mi sentivo attratto. Con lei mi sentivo accolto ed ero libero di mostrarmi per quello che ero. Credo che ciò che, più di ogni altra considerazione, mi ha fatto comprendere che potevo fare un passo definitivo con Luisa, sia stata proprio la consapevolezza di sentirmi libero di non fingere con lei. Non eravamo però sicuri di nulla. Nessuna garanzia che il matrimonio sarebbe durato.

Il matrimonio è stata una vera scommessa. Ci siamo fidati. Sicuramente l’uno dell’altra, ma ancor di più ci siamo fidati di Gesù. Noi da soli, con le nostre differenze, fragilità, incompiutezze e contraddizioni cosa potevamo mai promettere? Probabilmente qualcosa di così grande che da soli non avremmo mai saputo mantenere.

Perchè allora sposarsi? Perchè non semplicemente convivere? Perchè convivere non sarebbe stato dare tutto. Sarebbe stata una scelta reversibile e di conseguenza non incondizionata. Una scelta così, da una parte ti lascia una via di fuga nell’evenienza che le cose vadano male, ma dall’altra non ti permette si sentirti amato dalla persona che hai accanto. Che promessa sarebbe: sto con te finchè sto bene. Oppure: sto con te ma in futuro chìssà. Se trovo qualcuno di meglio mi riservo di scegliere diversamente.

Siate sinceri: vi sentireste amati? Oppure vi sentireste uno lo strumento nella mani dell’altro? Qualcuno da usare finchè serve? Sono riflessioni importanti da fare e da fare insieme. L’amore non è questo. L’amore è dare tutto per quella persona senza chiedere nulla in cambio. Quando Luisa mi ha promesso questo, ed ero sicuro che sinceramente ci stava mettendo tutto il suo desiderio e volontà di mantenere quella promessa, mi sono sentito davvero amato. Amato senza dover dimostrare nulla. Amato senza dovermi meritare quell’amore. Amato nella libertà. Amato e basta. Questa sensazione è meravigliosa e commovente. Ed è commovente ogni volta che me lo dimostra. E’ commovente ogni volta che mantiene quella promessa con il suo esserci sempre e comunque. Quando sono bravo e quando sono un disastro. Quando siamo trasportati da passione e sentimento e quando magari fa fatica a starmi accanto.

Quindi cerchiamo di leggere quanto ci chiede la Chiesa non come una assurda richiesta di imprigionarci in una relazione senza via di uscita. Non è questo. Guardatela da un’altra prospettiva. Leggete questa scelta da ciò che il vostro cuore anela e desidera. Tutti, indistintamente, giovani e anziani, maschi e femmine, cristiani e non, desideriamo essere amati in modo radicale e senza condizioni. Per questo il matrimonio genera nostalgia. Non smettete di crederci e scommetete sulla vostra vita.

La domanda da farvi quindi non è: sto sposando la persona giusta? No! Non è questa. Non lo saprete mai con certezza se non con il tempo. La domanda che ogni persona che si avvicina al matrimonio dovrebbe farsi è: sono pronto a dare tutto? Sono pronto ad amare senza condizioni con l’aiuto di Dio? Quello che ne avrete in cambio sarà il centuplo già in questa terra. E se uno dei due si tirasse indietro, per l’altro resterebbe comunque la consapevolezza di aver rischiato per qualcosa di grande. Qualcosa che comunque ha lasciato in eredità una relazione profonda con il Signore. So che è così, perchè ho visto tanti fratelli e sorelle fedeli ad un coniuge che si è rifatto una vita che hanno nel cuore pace e pienezza. Pace e pienezza che vengono da Dio, non c’è altra spiegazione.

Antonio e Luisa

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Un matrimonio che funziona è fatto di preghiera ed elemosina

Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo.
Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”.
Pietro prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone,
ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso.
E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo

Atti degli apostoli

Oggi ho deciso di prendere spunto dalla prima lettura di ieri. La Parola racconta di Cornelio, un romano, un centurione romano. Faceva parte degli oppressori e usava la spada con gli ebrei. Non era, possiamo dirlo con certezza, il prototipo della persona che poteva essere, secondo il pensiero degli apostoli, toccata dallo Spirito Santo.

Eppure viene toccato. Lui e tutte le persone che erano con lui. La sua famiglia. Perchè? Perchè temeva il Signore e praticava la giustizia. Concretamente significa, lo troviamo scritto pochi versetti prima,  faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio.

Ecco! Questo è quello che anche noi possiamo cercare di fare nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Preghiere ed elemosina. Detto in altri termini molto più chiari: avere una relazione personale con Gesù e avere uno sguardo che sappia rivolgersi ai bisogni di chi ci sta accanto.

Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Siamo per Lui ciò che c’è di più prezioso. Ognuno di noi è il più prezioso per Lui. Sarebbe morto in croce anche solo per me, anche solo per Luisa, anche solo per te che stai leggendo.

Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno. Che soprattutto nostro marito o nostra moglie ci deve dare. Così non siamo liberi di amare ma siamo in continua ricerca di rassicurazioni e attenzioni dall’altro. E quando, per qualsiasi motivo, vengono a mancare, crolla tutto. Perchè siamo troppo poveri, senza Gesù, per donare senza prendere nulla.

E poi fare elemosina. Non dobbiamo leggere questo atteggiamento come qualcosa di solo materiale. L’elemosina è la capacità di avere sempre lo sguardo verso l’altro, l’elemosina è empatia e comprensione. Possiamo farci elemosina tra noi sposi ogni giorno. Siamo deboli, siamo pieni di contraddizioni. Ci sono momenti del matrimonio che ci sentiamo particolarmente poveri. Momenti dove abbiamo molto poco da dare. Siamo scoraggiati, non siamo amabili. Ci sentiamo inadeguati. Ecco quello è il momento in cui abbiamo più bisogno delle attenzioni dell’altro. Delle elemosina dell’altro. Sentirci amati quando sappiamo di essere poveri e di non meritarlo. La dinamica di coppia è così. A volte sarò io a dare a mia moglie e a volte sarà lei a dare a me.

Un matrimonio che funziona si fonda su questi due atteggiamenti fondamentali. Non sono i sentimenti e le emozioni a far durare un matrimonio ma la preghiera verso Dio e l’elemosina che a vicenda ci doniamo. Come scritto nel Vangelo: amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 

Antonio e Luisa

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Io guardo Lui, e Lui guarda me!

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi meravigliosa. Una catechesi sulla preghiera contemplativa. Cosa significa contemplare? Perchè essere capaci di contemplare è così importante per noi sposi.

Il Papa si riferisce nella sua catechesi in particolare alla preghiera contemplativa, alla nostra relazione personale con Gesù. Per noi sposi c’è però una seconda dimensione. Una seconda lettura che non esclude la prima ma la integra e le dona ancora più ricchezza è significato.

La preghiera contemplativa è quella che, usando le parole del Papa, “Io guardo Lui, e Lui guarda me!”. È così: nella contemplazione amorosa, tipica della preghiera più intima, non servono tante parole: basta uno sguardo, basta essere convinti che la nostra vita è circondata da un amore grande e fedele da cui nulla ci potrà mai separare.

Nella preghiera contemplativa c’è una relazione chiaramente sponsale. Nella preghiera contemplativa ci riconosciamo amati da Gesù. Guardati e amati. Guardati nella nostra miseria, nelle nostre fatiche, nelle nostre contraddizioni e amati. Gesù ci vede bellissimi e ci desidera ardentemente. Questo sguardo di Gesù ci permette di aprire il cuore e di essere capaci di osservare tutto ciò che è attorno a noi con degli occhi diversi, ci permette di avere uno sguardo contemplativo. Cosa significa? Ce lo spiega ancora il Papa: Essere contemplativi non dipende dagli occhi, ma dal cuore.

Vivere una relazione con Gesù ci permette di guardare con occhi diversi il mondo che ci circonda. Dice ancora il Papa: Si può contemplare guardando il sole che sorge al mattino, o gli alberi che si rivestono di verde a primavera; si può contemplare ascoltando una musica o il canto degli uccelli, leggendo un libro, davanti a un’opera d’arte o a quel capolavoro che è il volto umano… 

Capite dove voglio arrivare? Possiamo riuscire a guardare nostro marito o nostra moglie con gli occhi del cuore, con uno sguardo contemplativo, e tutto cambia. Non vedremo più solo un corpo, un corpo che magari, con gli anni che passano, appassisce e si sforma. Vedremo non con gli occhi ma con il cuore. E quel corpo diventerà parte concreta di una bellezza profonda fatta di una vita d’amore che noi sposi ci siamo scambiati in una vita insieme. Saremo capaci di guardare il corpo dell’altro e vederlo trasfigurato dall’amore, trasfigurato dalla bellezza di una persona che si è donata a noi totalmente, senza riserve o condizioni, di una persona che è stata capace di tenerezza, di perdonarci, di prendersi cura di noi, di starci sempre accanto.

E’ così che quel corpo anche dopo anni di matrimonio appare ancora bellissimo. Perchè siamo capaci di contenplarlo e di guardarlo con gli occhi del cuore. Questo è il segreto del matrimonio. Il segreto di una bellezza che non sfiorisce e che profuma di Cielo. Un vescovo parlando alle coppie disse che lo Spirito Santo è il cosmetico più efficace. Lo è davvero. Una persona che ama è sempre bellissima per chi è amato.

Come dice il Papa la contemplazione è Io guardo Lui, e Lui guarda me! Nel matrimonio questo dualità si allarga e si trasforma in trinità (l’amore di Dio non è mai per due ma sempre per tre) Io guardo Lui, e Lui guarda me! Questo mi permette di guardare la mia sposa con il Suo sguardo.

Termino con la chiusa della catechesi:

C’è un’unica grande chiamata nel Vangelo, ed è quella a seguire Gesù sulla via dell’amore. Questo è l’apice, è il centro di tutto. In questo senso, carità e contemplazione sono sinonimi, dicono la medesima cosa. San Giovanni della Croce sosteneva che un piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme. Ciò che nasce dalla preghiera e non dalla presunzione del nostro io, ciò che viene purificato dall’umiltà, anche se è un atto di amore appartato e silenzioso, è il più grande miracolo che un cristiano possa realizzare. E questa è la strada della preghiera di contemplazione: io Lo guardo, Lui mi guarda! Questo atto di amore nel dialogo silenzioso con Gesù fa tanto bene alla Chiesa.

Fa tanto bene alla Chiesa e al matrimonio aggiungo io.

Antonio e Luisa

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La vite senza tralci non dà frutto

Vorremmo tornare sul Vangelo di ieri. C’è una bella provocazione che noi sposi dovremmo approfondire e soprattutto vivere. Io sono la vite, voi i tralci. Questa affermazione che troviamo nel Vangelo di Giovanni sicuramente l’avrete ascoltata decine se non centinaia di volte.

Di solito, però, si affronta in una sola direzione. Gesù è la vite e noi siamo i tralci. Noi abbiamo bisogno di essere uniti alla vite per non perdere forza e nutrimento. Per non seccare.

C’è un’altra prospettiva però che viene approfondita poco. La vite ha bisogno dei tralci per dare frutto. Dio ha deciso di non fare tutto da solo ma di servirsi di noi. Questa affermazione di Gesù avviene durante la sera dell’ultima cena. Gesù è lì con i suoi discepoli. Sa che uno lo ha tradito, sa che Pietro lo rinnegherà. Conosce tutte le debolezze e le incoerenze di quegli amici eppure parla in questo modo. Voi siete i tralci e avete bisogno di me ma anche io che sono vite, che sono la radice di ogni cosa ho bisogno di voi per dare frutto.

Non è un messaggio meraviglioso? Anche per noi sposi? Non importa che siamo fatti così, che abbiamo innumerevoli limiti e difetti. Non importa che sbagliamo tante volte tutti i giorni. Non importa che ci sentiamo così inadeguati nelle nostre relazioni. Gesù ha bisogno di noi e si fida di noi. Siamo i suoi tralci e i frutti possono maturare solo attraverso il nostro adererire a Lui e al Suo amore. Questo vale per la coppia e nella coppia.

Per la coppia. Quante coppie di sposi sono riuscite ad essere fecondissime per gli altri nonostante abbiamo dovuto lottare quotidianamente con problemi e con i loro limiti. Quante coppie sono riuscite a superare crisi e momenti complicati e sono riuscite a riemergere ancora insieme, perchè convinte che l’amore e il bene sono sempre un po’ più forti del male che ci può essere nel mondo e nei loro cuori. C’è una frase che mi è rimasta in testa tratta dal cortometraggio Il circo della farfalla: Più grande è la lotta e più glorioso sarà il trionfo. Sono proprio le coppie che sembravano spacciate, che possono essere le più belle e le più luminose per il mondo. Quelle di cui Dio si commuove e che danno frutti abbondanti. Se siete una coppia così, se vi sentite pieni di contraddizioni e vi vedete più incasinati delle altre coppie, non mollate. E’ il momento di affidarvi a Gesù e potrete diventare uno di quei tralci carichi di succosissimi grappoli d’uva. Perchè se affrrontate la tempesta con Gesù nessun male potrà essere abbastanza forte da affondarvi.

Nella coppia. Dio ha bisogno di noi per portare i suoi frutti a nostro marito o a nostra moglie. Ha bisogno delle nostre mani per portare le sue carezze. Ha bisogno delle nostre parole per portare il suo incoraggiamento. Ha bisogno del nostro lavoro per costruire la sua casa nella nostra famiglia. Ha bisogno dei nostri corpi per mostrare all’altro il suo amore totale e tenero. Tra noi i frutti possono essere davvero abbondanti e il matrimonio una relazione bellissima, ma Gesù ha bisogno di noi per rendere il Suo amore concreto e visibile. L’uno ha bisogno dell’altra e viceversa. Ci chiede solo di mettere quello che possiamo, anche se magari è poco o ci sembra poco. Il resto, il miracolo lo farà lui.

Avanti tutta cari sposi non facciamo gli avari con i gesti d’amore. Diamo tutto e sarà sempre abbastanza perchè Gesù metterà quello che manca alle nostre forze o alle nostre capacità e vi meraviglierete di ciò che sarete in grado di fare l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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Che fatica litigare!

Abbiamo già trattato diverse volte il conflitto nella coppia. Oggi vorrei soffermarmi non sulla parte più esteriore del conflitto. Non in quello che possiamo fare o dire l’uno verso l’altro. Non parlo di piatti tirati, di urla o di semplice discussione. No, nulla di tutto questo. Oggi vorrei evidenziare la parte più interiore del conflitto, quella che non si vede ma che agisce dentro di noi.

Quando litighiamo non è mai un momento bello. Litigare e entrare in conlitto, diciamocelo pure, è faticoso. Genera sentimenti negativi e accresce malessere e nervosismo. Nessuno ha desiderio di entrare in conflitto. Vorremmo tutti che la nostra relazione fosse sempre animata dalla concordia e dalla pace. Sappiamo bene che non è possibile. Sappiamo che siamo diversi e che quando due sensibilità e due prospettive magari opposte si incontrano è inevitabile entrare in conflitto e scontrarsi. Fa parte della relazione e del matimonio.

Non ci piace comunque e quindi il conflitto ci tocca interiormente. E’ qualcosa che di solito ci induce a riflettere e a cercare di capire come evitare che in futuro si ripeta.

Il conflitto può innescare alcune reazioni psicologiche. Possiamo decidere di rinunciare al nostro punto di vista. Una rinuncia comunque non “sana” e indolore. Cominciamo ad accumulare frustrazione e una sensazione di non essere liberi di gestire determinate situazioni come vorremmo. Insomma non è il massimo della condizione. Alla lunga interromperemo ogni dialogo e divverremo sempre più indifferenti a quanto ci viene detto dall’altro.

Oppure possiamo annullarci e fare nostra l’idea che ciò che conta è avere come fine della nostra vita quello di avere lo stesso modo di vedere e di pensare del nostro coniuge. Convinti che questo porterà pace, serenità e renderà la nostra coppia magnifica. Che bello pensare le stesse cose e avere le stesse idee. Sembra davvero il massimo. Peccato che non sono le idee della coppia ma quelle del nostro coniuge. Anche questo alla lunga ci porta in una condizione di dipendenza affettiva. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa pur di non turbare l’equilibrio della nostra relazione.

Allora? Qual è il modo corretto? Vivere il conflitto come un’opportunità. Un’opportunità di comprendere come poter calibrare e perfezionare la nostra relazione sempre di più. Che non significa accogliere una delle due possibilità che ho descritto sopra. No, per nulla. Significa tornare alla nostra scelta originaria di sposarci. Sposandomi mi sono assunto l’onere e l’onore di rinunciare a parte della mià libertà di decidere e di fare come mi pare per condividere scelte e atteggiamenti con la mia sposa o con il mio sposo.

Questo significa che saremo capaci di spostare lo sguardo da quelle che sono le nostre esigenze e punti di vista a quelli dell’amata/o. Davvero esercitarsi giorno dopo giorno a spostare lo sguardo può aiutarci ad affrontare il conflitto in modo diverso. Se ognuno di noi sposta lo sguardo sull’altro sarà capace di coglierne le fatiche, le difficoltà, i pensieri e le dinamiche che lo portano a comportarsi in un deteterminato modo diverso dal nostro. Questo è l’inizio per instaurare un dialogo costruttivo che può portare a propendere per l’idea di uno dell’altro o addirittura una terza via che è frutto del noi, di una coppia capace di mettersi in ascolto reciproco e per questo una coppia vincente.

Antonio e Luisa

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L’amore va educato e preparato.

Abbiamo già raccontato in altri articoli che la castità prematrimoniale dipende (non è sempre così ma lo è in grandissima maggioranza) dalla donna.

Non vogliamo dare delle responsabilità eccessive solo ad una delle due parti. Non vogliamo giustificare l’uomo. Vogliamo cercare di mettere in evidenza come uomo e donna siano diversi. Sono diversi anche nel modo in cui si approcciano ad una relazione.

Siamo davvero diversi. Non sono solo stereotipi o luoghi comuni. Non è solo una convenzione culturale che spinge l’uomo ad essere cacciatore. Si forse un po’ c’è anche quello, ma non è solo quello. E’ qualcosa di molto più profondo. Si sente spesso dire che l’uomo pensa solo al sesso. In realtà non è così. Un uomo quando inizia una relazione con una donna non pensa solo al sesso. Pensa all’amore. Desidera, che ne sia consapevole o meno, sperimentare l’amore dato e ricevuto. L’uomo desidera l’amore quanto la donna. Il problema, se di problema si tratta, è che per l’uomo questo passa immediatamente dal sesso. L’uomo sente il bisogno di passare dal sesso per aprire poi il cuore all’emotività e all’amore.

La donna no! La donna sente il bisogno inverso. Sente il desiderio di essere appagata emotivamente per poi sentirsi pronta per aprirsi alla sessualità con il partner. Arriviamo ora ad una coppia di fidanzati cristiani che desidera vivere un fidanzamento nella verità, e nell’attesa di donarsi nel corpo solo quando si saranno donati nel cuore con la promessa matrimoniale.

La dinamica è chiara. Tanto più il fidanzato si sentirà attratto e innamorato e tanto più vorrà fare esperienza d’amore con lei, e per lui esperienza d’amore significa esperienza sessuale. Per cui una prima considerazione importante. Care fidanzate non considerate il vostro lui come rozzo e superficiale se ha questo tipo di impulsi e se prova a concretizzarli. Per lui cercare un rapporto sessuale è sinceramente il suo modo di amare. Sinceramente ma non nella verità.

Perchè allora non accontentarlo? Sappiamo bene che la sincerità delle intenzioni non significa sempre verità dei gesti poi compiuti. C’è un esempio che mi pare molto calzante. I nostri figli credono sinceramente di non poter fare a meno di quello smartphone o di avere Fifa 21 (videogioco di calcio) non appena viene messo in commercio. Ne sentono sinceramente il bisogno. Ma è vero? Non è forse meglio farli attendere un po’ di tempo per far capire loro che i veri bisogni sono altri e che possono benissimo vivere senza Fifa 21? Non è forse vero che, se devono sudarsi l’agognato oggetto del desiderio e attendere un po’, lo apprezzano poi molto di più?

Abbiamo semplificato molto, ma le dinamiche non sono tanto diverse. L’uomo sente fortissimo questo desiderio di intimità fisica. Diventa quindi fondamentale che la fidanzata sappia dire di no. Alcune donne potrebbero obiettare che anche loro ne hanno desiderio. Certo è vero. E’ diverso però. Il primo desiderio per la donna non è il sesso ma sentirsi al centro dell’amore e delle attenzioni dell’amato. Il desiderio sessuale nasce da questo. Per l’uomo invece tutto parte dal desiderio sessuale. Quindi per lui è molto più difficile attendere. Non basta quindi che la donna sappia dire di no. L’uomo potrebbe sentirsi non amato. L’incontro sessuale per l’uomo ha anche un grande valore psicologico. Serve a farlo sentire apprezzato e degno di fiducia. Per lui questo è importantissimo. L’uomo pensa: se lei fa sesso con me significa che sono importante per lei. Quindi se non fa sesso con me significa che non le piaccio abbastanza.

Una situazione quindi non positiva. Una situazione che potrebbe frustrarlo, scoraggiarlo e allontanarlo. Come fare quindi? Care fidanzate amatelo teneramente. Ci sono tanti modi per far sentire la vostra vicinanza e il vostro desiderio per lui. Castità non significa aridità e anaffettività. Tutt’altro. La castità è preparazione del terreno. La relazione è al centro sempre e il dono di sè può avvenire in tanti modi diversi senza arrivare al sesso. Fatelo sentire importante per voi in tanti altri modi. Al centro delle vostre attenzioni. Questo, piano piano, dovrebbe spingerlo ad aprirsi a parlare altri linguaggi dell’amore non finalizzati al solo sesso. Capite come il tutto diventa così più vero e più ricco? Come anche il desiderio sessuale non viene frustrato ma custodito, accresciuto e perfezionato? Come si possa davvero cominciare a considerare l’incontro sessuale come il più meraviglioso e grande dei gesti con cui gli sposi possono farsi dono vicendevole e non come un semplice modo di provare piacere ed emozioni forti?

Il fidanzamento diventa così una vera educazione reciproca all’amore. Non solo ci si conosce meglio e si riescono ad affrontare diverse situazioni di conflitto, che con il sesso potrebbero essere anestetizzate e messe in secondo piano (poi tranquilli che nel matrimonio saltano fuori), ma si impara a vivere l’amore in tutte le sue manifestazioni. Per l’uomo diventano belli e appaganti anche gesti che non siano l’amplesso fisico e per questo si impegnerà a parlare il linguaggio della tenerezza sempre. Per lei invece sarà più comprensibile il mondo maschile, che non è fatto di animali assetati di sesso, ma di persone costituite in modo diverso che cercano di amare ed essere amate esattamente come lo cerca lei. Per questo sarà anche più empatica e comprensiva a concedersi quando non ne avrà tutto il desiderio, ma comprenderà che per lui può essere il modo giusto per sentire l’amore della sposa e ricaricarsi emotivamente e psicologicamente.

Quando ci si conosce e si cerca di far funzionare le cose diventa tutto più semplice e più bello. Il fidanzamento è servito ad educare i due sposi a spostare lo sguardo dai propri bisogni al bene dell’altro e di tutta la relazione. A volte sarà lui che farà un passo in più verso la sensibilità femminile altre volte sarà lei a farlo. Questo è il gioco meraviglioso di due persone che cercano di rendere la vita dell’altro più bella e piena. Tutto questo diventa evidente in un matrimonio maturo. Non diciamo certo che due sposi possano vivere di rendita, perchè la relazione va nutrita ogni giorno, ma possono trarre tanta forza e bellezza proprio dal modo in cui si sono educati nel fidanzamento. Un’educazione che si può poi recuperare anche nel matrimonio, ma dove sarà tutto più difficile.

Antonio e Luisa

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Pane spezzato uno per l’altra

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus. Cosa sappiamo di queste persone? Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle donne presenti sotto la croce. In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non si riesce più a scorgere quella meraviglia che si è, come persone e come coppia. Non si scorge più la maraviglia del noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù e due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

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IRRIVERENTE TESTIMONIANZA VOCAZIONALE

Una bella testimonianza di un prete che ci piace molto. E’ di Bergamo come noi ma lo abbiamo conosciuto attraverso i social. Vi consigliamo di dare un’occhiata al suo canale Youtube Scherzi da prete. Merita.

Sono prete da 12 anni, ma non sono mai stato in parrocchia perchè sostanzialmente fino ad oggi ho studiato. Mi è capitato di benedire una quindicina di matrimoni, tutti di persone amiche e con cui sono abbastanza in confidenza. Per impostare una conversazione carina con gli sposi di solito domando: “Ma cosa ti ha fatto innamorare di lui/lei?“. Se la domanda è posta a tutti e due gli sposi insieme, la risposta più gettonata è: “Lo sguardo/gli occhi, il sorriso, mi ha fatto ridere, la profondità, la simpatia”. Se la domanda è posta solo a lei, senza lui, la risposta più gettonata è: “Lo sguardo/gli occhi, il sorriso, mi ha fatto ridere, la profondità, la simpatia”. Se la domanda è posta solo a lui, senza lei, ma al corso fidanzati, la risposta più gettonata è: “Lo sguardo/gli occhi, il sorriso, mi ha fatto ridere, la profondità, la simpatia, la dolcezza”. Se la domanda è posta solo a lui, senza lei, ma mentre beviamo una birretta, la risposta più gettonata è: “Ha un bel sedere”.

Alle mie caste orecchie sacerdotali questa risposta è sempre sembrata un po’ troppo irriverente. Insomma, provenivo da anni di seminario di testimonianze vocazionali. Eh sì, perché te le chiedono solo quando sei in Seminario: fino a quando sei in seminario tutti pensano che sei diventato prete per uno slancio di generosità, sei un esempio per i giovani, sei il figlio e il nipote che tutti vorrebbero, sei carino e coccoloso, con la faccia bella sorridente e appartieni a quella specie rara più dei panda, ossia i seminaristi. Quando diventi prete, fai parte di quei 48mila parassiti che evidentemente sono diventati preti per questioni legate all’8 per mille, e sei quello che non vuole sposare i gay, non vuole far fare il padrino alla cresima al cugggggino divorziato, non vuole far mettere la canzone di Vasco Rossi al funerale, chiede al massimo due assenze al corso fidanzati altrimenti non è valido, fa prediche troppo lunghe, ecc… E della tua testimonianza vocazionale frega niente a nessuno.

E tra l’altro tu sei contento di questo, ma lo dico tra un attimo. Torniamo alle mie caste orecchie da sacerdote novello: insomma, fino a pochi mesi prima giravo le parrocchie della diocesi a dire che sono entrato in Seminario perchè affascinato dalla radicalità del Vangelo, dal desiderio di donarmi incondizionatamente ai fratelli, dall’altezza dell’eucaristia. Il mio pezzo preferito era: “Vi auguro di trovare qualcosa che vale più della vita, per cui dareste la vita: se lo avete trovato, la vostra vita è salva. Io l’ho trovato”. Standing Ovation: quando arrivavo a questo punto delle testimonianze vocazionali, con voce studiata e pausa suadente, le nonne mi guardavano con lo sguardo: “Ti prego, diventa mio nipote!”. E, non voglio esagerare, ma 20 anni fa con 30 chili di meno e tanti capelli in più, vedevo anche sguardi che dicevano: “Ti prego, sposami!”. No vabbè, forse qui ho esagerato un po’. E insomma, dopo anni di testimonianze vocazionali sublimi e altissime,… eddai, come fai a dirmi che la tua vocazione matrimoniale è iniziata perchè lei aveva un bel sedere!?

Poi questi amici li conosco: vedi storie semplici di fedeltà, di dedizione incondizionata ai figli, di caos ma di voglia di stare insieme. Quando vai a trovarli, vedi pezzi di vita bella e vissuta, di fede schietta e genuina. Entri in case che non sanno di incensi e non sono dorate, ma sono belle, vere, rocciose come la vita quotidiana, che non fa sempre carezze ma che è solida. E il vangelo diventa scegliere come passare il tempo, come gestire i soldi, come aiutare il vicino o quell’associazione in cui vi siete conosciuti, voglia di leggere una cosa che tiene viva la fede tra il lavoro e la gestione di 3 bambini, organizzarsi per andare a messa con i piccoli, voglia di far fare all’amico prete quattro chiacchiere con il figlio preadolescente. Voglia di prendersi cura del gruppo adolescenti o di tornare a fare i capi scout. E… quanta strada da quel bel sedere! (che comunque rimane tale… con approvazione ecclesiastica).

E allora mi fermo un attimo, dopo 12 anni di prete. Io non lo so se sono andato in Seminario perchè affascinato dalla radicalità del Vangelo, dalla voglia di servire, dall’altezza della liturgia. Io ero un goffo preadolescente figlio unico, ma abbastanza dotato sui pensieri. Sono andato in Seminario a 14 anni appena compiuti. All’oratorio ero sempre un riferimento, fuori no. In seminario avrei trovato un po’ di compagnia in più e, sì, caspita, lo dico: sarei diventato uno che comanda! Perchè a me piaceva quando all’oratorio mi riconoscevano come un capetto e potevo comandare. Quando tornavo a casa dal seminario, ero orgoglioso dell’upgrade fatta: ero IL seminarista. Scansatevi proprio! Mi gongolavo degli sguardi delle signore della messa prima che mi vedevano come il nipote che avrebbero sempre voluto, e ci tenevo a essere una sorta di “vecchio saggio” del gruppo di amici. Cioè, io non ero come gli altri: raccoglievo tutte le confidenze di tutti, e se c’ero io i genitori erano contenti. Poi ho sempre avuto un po’ di sindrome da primo della classe, o giù di lì: il primo 29 preso a un esame è stato dopo il dottorato in teologia, e dopo la laurea triennale in filosofia, a quota circa 100 esami. In storia del cristianesimo ho preso 29, ci ho sofferto per tre giorni. Cioè: così bravo e intelligente, Dio aveva fatto proprio un grande affare a chiamare me!

L’ho pensato un po’ di anni! Sapevo fare tutto! Dove andavo in parrocchia ero apprezzato, a scuola una bomba, non mi hanno nemmeno fatto mai stare in comunità in teologia, perchè mi hanno sempre fatto fare l’assistente ai ragazzi più giovani (e dentro di me ho sempre letto questa cosa come il fatto che, insomma il Seminario per me era un pro forma). Insomma… che differenza c’è tra chi si è preso bene per una per il suo bel sedere, e la mia “vocazione” sostenuta da motivi non più nobili di quella cosa che viene prodotta dal sedere? Una differenza c’è: che essere attratto da un sedere è molto più sano che tutti i motivi che mi hanno spinto ad andare in seminario. L’ho capito un po’ di anni dopo, e per quello adesso sono contento di non dovere fare testimonianze vocazionali: così non sono costretto a mentire. Sono andato in seminario per orgoglio, invidia, gelosia, debolezza, paura del giudizi, senso di inferiorità. Dai, parliamo anche delle donne. Io in terza media, quando sono andato in Seminario, ero stra-preso bene per una ragazzina che avevo conosciuto al lago. Ma sentivo una vergogna enorme, diciamo quella da preadolescente, ma un po’ di più. Poi più o meno ogni 10 anni mi capita di innamorarmi, o giù di lì. Le prime due volte io sono proprio scappato. Cioè, non è vero che l’ho fatto per Gesù, per la Madonna, per i santi, per il Regno, per la dedizione. Una di queste due volte la ragazza in questione ha fatto un passo anche lei, e io mi sono spaventato.

Cioè, finché è tutto nella mia testa è anche una cosa molto romantica, ma questa voleva tempo, spazio, pezzi della mia libertà, voce in capitolo, voglia di guardare anche dietro la mia corazza. No, troppo difficile. Una bella patina di celibato su tutto, con tanti pensieri spirituali, e via! Il grande assente in tutto questo? Il Signore. Che assente non era. Io ricordo come fosse ieri il 17 luglio del 2006. Penso sia stata la prima volta che l’ho incontrato. Stavo facendo gli esercizi spirituali. E tutto si è sgretolato. Come una bomba alla base del castello. Il marcio l’ho visto tutto insieme in un colpo. E poi ci ho messo qualche anno a rivederlo tutto e a provare a conviverci. Stavo facendo il mese ignaziano, e avevo chiesto (lo aveva detto la guida spirituale, e io sempre obbediente l’avevo fatto, ma senza nemmeno sapere cosa stessi facendo) il dono delle lacrime. Eh, mi ha preso proprio in parola il Signore. Quanto ho pianto in quei giorni! Ma tantissimo! Ho visto la banalità di cui mi stavo attorniando. Ho capito il mio peccato, l’ho proprio realizzato. Ho visto come il Vangelo era una sorta di esoscheletro di una personalità brutta, rachitica, piena di ferite. Poi mi ha preso per mano una persona con cui avrò un debito eterno di riconoscenza: mi ha insegnato a pregare, e a non avere paura.

Sono uscito dal seminario: ho iniziato a lavorare, ho fatto l’università. La preghiera ho iniziato a cercarla perchè io una dolcezza del genere non l’avevo mai sentita: il Signore mi aveva sempre usato misericordia. In quegli anni passato a costruire una corazza, il Signore mi stava educando alla battaglia. Ho iniziato ad avere amici non seminaristi. Ero insegnate di religione in una scuola: l’ultima ruota del carro, il più giovane, inesperto, nemmeno avevo finito l’università. Prendevo il treno il mattino alle 6.55 per andare in università, come tanti altri. Non avevo più difese. Ed era bellissimo. Mi sono innamorato per la terza volta nella mia vita, e questa volta non mi sono difeso. La cosa bella di quel periodo è stata la scoperta del gratis, dell’amore, della grazia, del di più, della quotidianità condita di queste cose, della misericordia che sola guarisce ferite e permette di togliere armature. Davvero nulla di speciale, ma tanto odore di quotidiano. A un certo punto ho capito che al Signore non interessava assolutamente nulla se io diventassi o meno prete. Niente. Mi è parso di capire che volesse un figlio. Lì mi sono sentito libero di diventare prete. Perchè è l’essere figlio che ti tiene in piedi, non l’essere prete. E ho scoperto che il Signore era estremamente contento quando io ero innamorato, e lì ho pensato che ero libero di preferirlo.

Sono tornato in Seminario e di lì a poco sono diventato prete. Quando mi sono sentito libero di riconoscere che anche io alla fine avevo iniziato tutto perchè mi piacevano cose non più nobili di un sedere, anzi molto meno. Ma li dentro ne è venuto del bene. Sono diventato prete perchè mi sembra che così possa mettere in gioco un po’ di cose che sono e perchè mi sembrava il modo migliore per me di vivermi da figlio. Ma la vocazione è il giorno in cui la chiesa ti dice: “Noi scegliamo questo figlio per il presbiterato”. Sì, alla fine sono diventato prete perchè c’è bisogno di preti. E gli anni di seminario mi sono serviti a una sola cosa: a capire che non ero obbligato a diventare prete. Ma il Vangelo mi ha reso libero per scegliere di farlo. Ecco, visto che nessuno mi chiede mai la mia testimonianza vocazionale, la faccio allo stesso in preparazione alla giornata vocazionale. Che non è la giornata in cui chiedere a Dio di obbligare qualcuno a fare cose, ma è la giornata in cui pregare perchè ci sentiamo liberi di preferirlo.

Don Manuel Belli

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Credete che questa bellezza è anche per voi.

Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
Gli offrirono una porzione di pesce arrostito;
egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Vorrei tornare sul Vangelo di domenica scorsa. Perchè? Perchè mi ha fatto pensare moltissimo. E’ arrivato solo due giorni dopo che abbiamo proposto alcune riflessioni su Amoris Laetitia ad un gruppo di Bologna che ci aveva contattato. Un incontro che non è è andato proprio benissimo. Per alcuni di loro abbiamo mostrato poca sensibilità mostrando la bellezza del matrimonio. Secondo queste persone è necessario avere pudore nel presentare la bellezza, perché anche la bellezza può far male a chi fa fatica, a chi non ha un matrimonio meraviglioso. Insomma anche la bellezza può essere percepita come una clava che picchia e non come balsamo di speranza.

La risposta ce l’ha data Il Vangelo. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano. Ciò che impediva agli apostoli di credere era solo una cosa: era troppo bello per essere vero!

Così è anche per noi oggi. Non riusciamo a credere che il matrimonio, abitato da Gesù e sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere davvero così bello come la Chiesa ci propone. E’ troppo bello credere che esista un amore che sia proprio così radicale, che sia indissolubile, che sia fedele, che sia gratuito e incondizionato. Non è possibile! Perchè proprio io dovrei farcela? Qualcuno potrebbe pensare che Antonio e Luisa riescono, perchè sono bravi loro, perchè sono stati fortunati a incontrarsi, perchè c’è stata “la giusta congiunzione astrale“. Qualcuno potrebbe pensare che non può essere così per tutti. Qualcuno potrebbe dubitare che Antonio e Luisa davvero vivano quello che raccontano.

Amoris Laetitia è una lettera colma di bellezza e di speranza. Noi vogliamo dirlo senza falso pudore e senza vergogna: il matrimonio è meraviglioso. La notizia è che non siamo perfetti. La notizia è che non solo non siamo perfetti, ma che siamo partiti peggio di tantissimi altri.

Luisa era piena di blocchi e di ferite e per questo non riusciva ad aprirsi affettivamente. Io, Antonio, mi nutrivo quasi quotidianamente di pornografia, e non vedevo l’ora di realizzare su Luisa tutte le mie fantasie. Eravamo questi. Due poveretti che da soli avrebbero combinato ben poco e che hanno avuto la grazia (immensa e immeritata, come tutte le grazie) di incontrare Gesù grazie a un uomo di Dio, il cappuccino Padre Raimondo Bardelli (1937 – 2008), il quale ha preso molto sul serio le catechesi di San Giovanni Paolo II sulla Teologia del corpo e le ha diffuse, portando speranza a noi giovani, feriti e disillusi.

Non dobbiamo aver paura di dire che il matrimonio è per tutti. Il matrimonio è una meraviglia possibile a tutti. Non è solo per una élite di persone. Solo per quelli bravi. No, è proprio per tutti. Affidatevi a Gesù, non abbiate paura. Credete che questa bellezza è anche per voi. Non smettete di crederci e impegnatevi a fondo per farla andare bene. Molte volte le relazioni muoiono e i matrimoni saltano proprio perchè non si crede più che possa essere possibile vivere una relazione bella. Si comincia a pensare di aver sposato la persona sbagliata. Non si lotta fino in fondo. Si molla, perché non ci si crede più.

Non voglio sottovalutare le situazioni e le sofferenze che spesso abitano le relazioni matrimoniali. So benissimo che le situazioni possono essere anche molto pesanti, a volte insostenibili. In alcuni casi, la separazione non solo è necessaria ma anche consigliata dalla Chiesa. Vi dico solo di NON smettere di credere che voi siete una meraviglia e che anche il vostro matrimonio può esserlo. Gesù è morto e risorto per salvare e redimere non solo noi poveri peccatori, ma anche il nostro matrimonio. Crediamoci! Lui ci crede! Non significa che non ci saranno fatiche, problemi, incomprensioni, nervosismi e tutte queste povertà che ci abitano, ma vuol dire che il male che possiamo farci non sarà mai superiore al bene, alla grazia e alla volontà di perdonarci e ricominciare. Ce la possiamo fare e ogni volta che superiamo crisi e difficoltà tutto sarà ancora più bello.

Concludo con le parole di Papa Francesco che sono per noi impulso e incoraggiamento:

Rendo grazie a Dio perché molte famiglie, che sono ben lontane dal considerarsi perfette, vivono nell’amore, realizzano la propria vocazione e vanno avanti anche se cadono tante volte lungo il cammino. A partire dalle riflessioni sinodali non rimane uno stereotipo della famiglia ideale, bensì un interpellante mosaico formato da tante realtà diverse, piene di gioie, drammi e sogni. Le realtà che ci preoccupano sono sfide. Non cadiamo nella trappola di esaurirci in lamenti autodifensivi, invece di suscitare una creatività missionaria.

Amoris Laetitia 57

Antonio e Luisa

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Sappiamo solo prendere

Quanti di noi hanno paura! Paura di tante cose. Paura di non trovare la felicità. Paura di perderla quando credi di averla trovata. La paura è la più grande malattia del nostro tempo. Cerchiamo di esorcizzarla, di nasconderla, di cancellarla, di mascherarla. Abbiamo così tanta paura perchè non crediamo più in Dio. Non ci crediamo fino in fondo. Non crediamo che sia così innamorato di ognuno di noi. Non crediamo che ci abbia voluto, desiderato, plasmato. Non crediamo a quello che dice il Salmo:

Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.  Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.

Non crediamo che abbia preparato per noi qualcosa di meraviglioso e di eterno. Per tanti è così. Per quasi tutti è così. Almeno per noi cristiani d’occidente. Come ebbe a dire il cardinal Biffi con una battuta illuminante: siamo sazi e disperati. E allora? Allora viviamo alla giornata. Viviamo per nutrirci di ogni sensazione forte. Ci nutriamo di ciò che prendiamo. Sappiamo solo prendere. Prendiamo il corpo di una donna come  l’ultimo modello di smartphone. Usiamo la vita delle persone con la stessa disinvoltura di un oggetto che ci appartiene.  Tutto è centrato su di noi e su quel vuoto che non si riempie mai. Il vuoto della paura di vivere e della pesantezza di una vita così, senza senso e senza speranza di infinito. Non ci doniamo mai completamente perchè possediamo così poco che non vogliamo perderlo. Così anche quando diamo qualcosa di noi non è mai gratuito. Vogliamo qualcosa in cambio. Qualcosa, possibilmente, di più grande. Qualcosa che ci porti un guadagno. Qualcosa che ci illude di poterci arricchire. Così anche quando ci doniamo in realtà stiamo prendendo. Così è nelle relazioni affettive. Anche in tanti matrimoni sacramento. Quella relazione vale finchè c’è qualcosa da prendere. Vale finchè, come in una partita doppia, l’avere è maggiore del dare. Finché c’è un utile. Così tante relazioni affettive d’amore diventano un mero contratto commerciale. Perchè di commercio si tratta. Commercio di sentimenti e di bisogni. Questa è la povertà delle nostre relazioni, dei nostri matrimoni. Finchè c’è un equilibrio tra quanto diamo e riceviamo la relazione regge. Quando l’equilibrio salta e una delle due parti non trova più utile proseguire tutto salta.

C’è un film che esprime splendidamente questo modo di vivere le relazioni. Si tratta di God’s not dead. Lei è una blogger di successo. Ha una vita piacevole e gratificante. Ha anche un fidanzato con cui vive un rapporto che sembra invidiabile. Scopre di essere malata di cancro. Questo dialogo è tratto dalla scena in cui lei informa lui della malattia appena scoperta e lui l’ha appena lasciata per questo.

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Per tanti, ma non per tutti, è così. Poi, come in un miracolo, incontri una persona diversa. Una persona che è capace di amarti senza fare paragoni, senza badare se dà più di quello che prende. Che ti ama così per quello che sei. Quando fai esperienza di questo amore autentico si accende la luce. Finalmente trovi la forza di credere perchè scopri che Dio esiste attraverso quell’amore gratuito che sa di infinito concretizzato e realizzato attraverso una creatura finita. Allora quella creatura ti sembra la più bella di tutte. Perchè l’amore parte dal cuore, ma si irradia nel corpo . Il suo corpo è trasfigurato dall’amore. L’amore che è Dio. Dio che è bellezza assoluta. E’ come avere uno sguardo photoshoppato. Così ebbe a definirlo, in modo molto chiaro e decisamente azzeccato, Papa Francesco. Riesci a fare esperienza di Dio attraverso quella creatura pur sapendo che non è lei il tuo Dio.  Questo è il matrimonio. Questo è il frutto di una mia riflessione, solitaria, davanti al Santissimo. Una riflessione che mi ha fatto sentire inadeguato, fragile, insicuro, pieno di difetti. Tutto questo e tanto altro. Proprio per tutto questo mi ha fatto sentire profondamente amato dalla mia sposa e, cosa ancor più bella, da Dio attraverso di lei.

Antonio e Luisa

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Il segreto di una coppia felice: fare l’amore dopo il matrimonio.

Mi è cascato l’occhio su un articolo che ho scovato durante una semplice ricerca attraverso Google. Un articolo tratto dal magazine on line + Sani + Belli, che si rivolge prevalentemente ad un pubblico femminile. Un magazine che tratta tutto ciò che riguarda il benessere psicofisico della persona.

Questo articolo mi ha incuriosito perchè offre una lettura semplicemente umana e relazionale su quanto la Chiesa propone da sempre: la castità. Una proposta spesso irrisa e considerata ormai desueta e sorpassata. Una proposta, come piace definirla ai progressisti nostrani, medioevale. Invece è una proposta vincente che noi non smetteremo mai di raccomandare e che può fare la differenza poi nel matrimonio. Non essere casti è un peccato, non solo perchè lo dice la morale cattolica, ma perchè non educa la coppia a vivere i gesti di tenerezza anche quando non sono finalizzati a concludersi con il rapporto sessuale.

L’autrice dell’articolo scrive:

Eppure, secondo una ricerca condotta dalla Brigham Young University’s School of Family Life, Utah (USA), e pubblicata sul “Journal of Family Psychology”, un matrimonio lungo e felice è possibile. Il segreto è nell’atteggiamento della coppia verso i rapporti pre-matrimoniali. Secondo lo studio condotto dal  professor Dean Busby su un campione di 2035 soggetti sposati, chi si astiene dal sesso prima delle nozze avrà maggiori possibilità di vivere un rapporto stabile e gratificante (+ 22%). La spiegazione è semplice: in base alla ricerca, le coppie che hanno demandato la scoperta sessuale alla prima notte di nozze, si sono concentrate maggiormente su altri fattori di conoscenza, come il dialogo, per instaurare un rapporto aperto e sincero, condividendo esperienze e sviluppando la capacità di risolvere i problemi in due.

Esattamente quello che noi abbiamo sempre cercato di spiegare con i nostri articoli. La castità è stata per noi quella marcia in più che ci ha permesso, con gli inevitabili alti e bassi, di costruire una relazione bella, che anche oggi, dopo diciotto anni di matrimonio, non è per nulla una relazione che si trascina svogliatamente ma è ancora viva e piena. Ancor più viva e piena di quando ci siamo sposati.

La castità prematrimoniale ci ha davvero aiutato a perfezionare la relazione a 360 gradi. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. 

Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato il fidanzamento come periodo di conoscenza, per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono sempre finalizzati a concludersi nell’amplesso.

Questo poi nel matrimonio si paga con gli interessi. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo.

Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve andare oltre lo spontaneismo che spesso caratterizza le relazioni affettive. Serve cura e dedizione reciproca. Serve trovare tempo di qualità quando c’è stanchezza e preoccupazioni che ci distolgono dalla relazione. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare.

Qui, la tenerezza disinteressata imparata nel fidanzamento può tornare molto utile e darci una marcia in più. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio.

Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi.

Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria, o quantomeno molto utile, sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere i gesti di tenerezza come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.

Antonio e Luisa

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Oggi… baciatevi!

Il modo più comune per esprimere l’amore, armonia tra corpo e anima

Si festeggia oggi la Giornata Internazionale del bacio. Scopriamo qualcosa di più su questo gesto tanto semplice quanto denso di significati.

Ben 46 ore, 24 minuti, 9 secondi! È la durata del bacio record che ha fatto diventare il 13 aprile l’International Kissing Date. Record rapidamente battuto da un bacio thailandese di 58 ore, avvenuto il 6 luglio per cui… ora si festeggia in entrambe le date. Mai sazi di baci insomma. Del resto il bacio più o meno in tutto il mondo è il modo più comune per dimostrare l’amore.

Diversi tipi di bacio

Ci sono diversi tipi di bacio: con un bacetto la mamma coccola il suo bambino, si baciano parenti e amici sulla guancia, c’è il baciamano…
Pur con alcune interessanti variazioni culturali, protendere le labbra e avvicinarle a qualcuno dimostra affetto, amicizia, stima, in alcuni casi alleanza.
Ma non sono certo questi i baci a cui si riferisce la festa.
Nella relazione di coppia il bacio fa un salto di qualità e diventa un’esperienza molto intima, coinvolgente, intrigante.
Nonostante l’abuso di baci profondi nel cinema, nella cultura di massa, le foto esibizioniste nei social, il bacio pare non essere facilmente banalizzabile.
L’esperienza corporea e relazionale che comporta, lo rende unico e difficilmente riferibile.
«Come si fa a baciare?» è una delle domande più ansiogene della preadolescenza. E per quanto l’amico o l’amica di turno possa dare delle indicazioni di massima, addirittura suggerire delle “tecniche”, si può vivere solo in presa diretta.

Bacio: corpo o anima?

Perché il bacio, che è contemporaneamente esperienza corporea, relazionale, affettiva, emotiva, eccede i tentativi di catalogarlo.
Il bacio può portare all’eccitazione sessuale ma anche alla pace rassicurante della relazione, può essere dolce o passionale, piacevole o fastidioso, e non sempre i partner coinvolti nel condividono l’univocità.

Il significato del bacio

Per capire il motivo per cui il bacio assume un significato così intenso e profondo occorre scomodare la psicoanalisi. Come riporta Galimberti nel celebre Dizionario – alla voce Bacio – già Freud l’aveva intimamente collegato al piacere funzionale della nutrizione, Giacchetti ha definito la suzione nell’allattamento “il bacio più puro che esista” e, sulla stessa scia, si è espresso Carotenuto: «La bocca, che è per l’uomo il primo modo di conoscere il mondo circostante, la prima modalità di prendere e ricevere amore e vita, diventa in seguito un aspetto rivelatore di profondissimo sentimento».
Le prime esperienze orali sarebbero quindi la matrice inconscia del bacio, ma con un’interessante inversione: mentre nel bambino la suzione “scarica” la tensione, provvedendo affetto e cibo, nell’adulto il bacio “carica” della tensione necessaria a favorire l’avvicinamento, fino all’incontro sessuale.
Il bacio quindi non è solo corpo, e nemmeno solo psiche, ma è un’esperienza di allineamento della dimensione psichica e somatica.
A questo proposito sono molto stimolanti le riflessioni di Lowen: «Le parti del corpo dove il sangue affluisce molto vicino alla superficie sono quelle dove avviene il contatto più intimo… Il colore rosso delle labbra riflette la grande quantità di sangue, che si trova proprio sotto lo strato sottile della mucosa. Quando in un bacio si incontrano le labbra, il sangue di ciascuna persona è separato soltanto da una membrana sottile, per cui si determina un alto livello di eccitazione. In realtà, tutta la bocca, compresa la lingua, si può considerare una zona erogena, dal momento che l’intera zona è molto vascolarizzata».

Questione di cuore

Ecco spiegato anche il batticuore dei baci più emozionanti. Quando un uomo e una donna si scambiano amore, anche il cuore danza per portare il sangue, veicolo di vita che scorre e di eros, là dove può essere più vicino allo scorrere della vita dell’altro.
Il cuore della persona che ama si espande e coinvolge tutti i sensi, allo stesso modo in cui il cuore della persona triste, risentita, intimorita, diventa duro, un peso nel petto, e inibisce la circolazione.
Il rapporto tra il cuore e l’amore è quindi concreto, un fenomeno fisico.

Il bacio sincero

Il bacio è un momento di incontro, tanto più profondo quando il corpo, le emozioni, le sensazioni e i sentimenti sono allineati.

Occorre riconciliarsi, fare pace, per potersi baciare bene.
Oppure ci si può baciare per riconciliarsi e fare pace.

Nel dubbio, oggi, baciatevi!

 Mi baci con i baci della sua bocca!
Sì, migliore del vino è il tuo amore.
Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza,
aroma che si spande è il tuo nome:
per questo le ragazze di te si innamorano.

Cantico dei Cantici

Marco Scarmagnani

Articolo originale su Semprenews.it

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Tommaso non crede che si possa risorgere dal male.

Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva quindi nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere? Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che è dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere.

L’incredulità di Tommaso non è quindi sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Gesù ci ha salvato tutti non perchè ha sofferto o perchè è morto ma perchè in quello che gli è capitato si è donato completamente con un amore incondizionato e gratuito. Ha pagato per noi. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo, perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.

Spesso anche nel nostro matrimonio non riusciamo a vedere la presenza di Cristo. Eppure lui c’è. C’è da quel momento che abbiamo pronunciato il nostro sì con la bocca e lo abbiamo confermato con il corpo nel primo rapporto fisico. Poi il tempo passa, iniziano i problemi, i litigi, le incomprensioni. La relazione sembra tutto fuorché santa. Eppure Gesù è sempre lì, fedele. La nostra infedeltà non corrompe la sua. Il suo amore e la sua grazia sono sempre a nostra disposizione. Tanti non ci credono più e mollano. Cercano nuove strade. Invece, senza giudicare chi non riesce, beate quelle donne e beati quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custodiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù che salva e da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Ho una seconda riflessione. Dopo l’arresto e la morte di Gesù gli uomini sono impauriti. Pietro rinnega, gli altri si nascondono. Si chiudono nel cenacolo pieni di paura. Troviamo solo Giovanni che resta sotto la croce. A restare sotto la croce, senza esitazione, sono invece le donne. Chi si reca al sepolcro mentre gli apostoli sono nascosti sono sempre le donne. Solo dopo, alla notizia della tomba vuota, Giovanni e Pietro corrono a vedere. La donna ha una forza e una fede che l’uomo spesso fatica a raggiungere. Quando la vita diventa difficile dietro un uomo che non molla c’è spesso una donna che lo sostiene. Non c’è nulla che mi dà più forza della consapevolezza di avere al mio fianco la mia sposa. La fede di mia moglie è per me forza, la fiducia della mia sposa è per me sostegno. L’abbandono a Cristo in ogni situazione è per me esempio e fonte di meraviglia e stupore. Sono grato a Dio per la mia sposa. Mi lascia senza parole pensare che una creatura come lei, più forte di me, perchè chi ha più fede ha anche più forza, si consegni e si affidi alla mia cura. Questo suo dono fiducioso mi dà una carica grandissima per tirare fuori il massimo e per cercare di essere degno del suo dono.

Antonio e Luisa

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Quando l’intimità guarisce le ferite

C’è una testimonianza che abbiamo raccolto e pubblicato sul nostro blog che racconta benissimo come il matrimonio possa essere un luogo di guarigione. Guarigione della persona, di tutta la persona. Del suo corpo, della sua psiche e del suo spirito. Una guarigione che avviene attraverso il sacerdozio e che apre alla profezia. Una coppia che vivendo bene l’intimità si è trasfigurata ed ora è pronta a farsi prossima partendo in missione in Brasile. Di seguito la testimonianza di Maria e Silvio.

La sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione? Collegandomi con l’argomento del blog matrimonio cristiano sulla sessualità nel matrimonio, volevo condividere con voi la mia storia che, nelle mani di Dio, è stata trasformata, proprio grazie al sacramento del matrimonio.

Sono cresciuta in una famiglia cristiana caratterizzata da un grande senso del pudore e della riservatezza in ambito sessuale, tant’è che cambiavamo canale anche solo per un bacio trasmesso in TV. I miei genitori mi hanno insegnato la bellezza della preghiera, l’importanza della castità prematrimoniale e del rispetto per il mio corpo. Avevo compreso l’importanza di aspettare la persona giusta, lasciando la mia intimità tutta e solo per il mio sposo.

Quando avevo 14 anni nacque mia sorella Chiara. Poco tenmpo dopo, quando Chiara era ancora molto piccola, si scopri che era affetta da una trombosi al rene e i dottori ci dissero che sarebbe morta. Quel giorno andai in chiesa e, davanti alla Madonna, le affidai la mia vita in cambio della vita di mia sorella. Fu così che Chiara, dopo un mese in terapia intensiva, uscì dall’ospedale Sant’Anna guarita. Dopo tante lacrime e preghiere dei miei genitori. I dottori e le infermiere erano scioccati per il miracolo avvenuto. Passò del tempo e per me tutto fu diverso. Non riuscivo a vivere come le altre adolescenti. Ogni argomento mi sembrava così stupido in confronto a quello che avevamo passato in famiglia. Iniziai le superiori. Una sera d’estate io e una mia amica andammo a salutare degli amici. (Entrambe eravamo prese da due ragazzi belli come il sole). Tra una chiacchiera e l’altra la mia amica si allontanò con Giovanni e io rimasi con Filippo (I nomi sono di fantasia).

Filippo, con la scusa di farmi vedere il suo paese,mi invitò a fare un giro in macchina. Mi accorsi troppo tardi che la strada era ben lontana dal centro. Lontana dalla mia amica. Lontana dai miei genitori. La strada divenne sterrata. Si trasformò in un bosco. Finì in una strada chiusa sotto un cavalcavia. Quella sera Filippo fece tutto quello che un uomo può fare su una ragazza. Peccato che io avevo 15 anni e non volevo arrivare a fare quelle cose. Avevo appena scoperto il primo bacio. Lui era un po’ più grande di me. Molto più alto. Molto più forte. Quel luogo era casa sua. Non ebbi la forza né di urlare né di scappare. Avevo paura. Paura di ciò che i miei avrebbero pensato di me. Pensai a mio padre che qualche giorno prima mi aveva fatto ballare una canzone dei Pink Floyd con il rumore della pioggia. Provai vergogna perché avevo permesso a quel ragazzo di toccarmi. Vergogna perché ero salita su quella macchina. Vergogna perché non ero scappata.

Da quel momento è come se Filippo mi avesse strappato l’anima, come se avesse strappato tutto quello che di bello c’era in me. Quello che era successo era come un tatuaggio sul viso che bruciava su tutto il corpo. Odiavo la mia codardia. Odiavo il mio corpo e odiavo la vita. Entrai in un grande buco. Cercai di farla finita e quando lo stavo per fare sentii una voce: “E SE NON FOSSE PER SEMPRE COSÌ?” Ebbi una visione. Vidi una capanna e un ragazzo che mi sorrideva con un amore immenso che mi diceva: “Un altro giorno comincia”. Aprii la tenda e vidi molti bambini e famiglie tutte insieme. FELICI. Finì la “visione” e io piansi tanto.

Perché ve lo racconto? Perché il Signore ha trasformato questo cumulo di macerie in una casa colorata. Passai 5 anni senza dire nulla a nessuno, finché un sacerdote (che aiutava povere ragazze di strada ad avere un lavoro dignitoso) nella confessione capì cosa stavo vivendo e mi disse: “Ma cara, cosa potevi fare? Avevi 15 anni, avevi paura, quel ragazzo non doveva nemmeno cominciare senza il tuo consenso. Sei una ragazza STUPRATA.

Lo disse ad alta voce. E divenne REALE. Provai un grande sollievo. Da quel momento passavo dalla chiusura, al voler usare i ragazzi prima che loro usassero me. Vivevo il sesso come arma. Vivevo la mia femminilità come arma. E in tutto quel gran caos l’unico pensiero era quella capanna, quel ragazzo, quelle famiglie. Dopo tanto cammino, fatto di alti e bassi, cadute, salite, discese, amori infranti, progetti allontanati, e anche la separazione dei miei genitori, non riuscivo ad accontentarmi. Non mi bastava una vita uguale alle altre. Non mi bastava lo stipendio le bollette, la carriera. Non mi bastava il ragazzo simpatico, il ragazzo buono, il ragazzo di chiesa. Cercavo quel ragazzo, quello della capanna. Un ragazzo che, come me, voleva vivere della provvidenza, nel donarsi, nella missione, nella famiglia aperta. Mi nascondevo, nelle vicende del Signore degli Anelli dove l’amicizia era sincera, l’amore era puro e si lasciavano tutti i confort per distruggere il nemico e rendere migliore la terra.

Quando incontrai Silvio faccia a faccia nella fila al confessionale della Festa della Vita, era una domenica. Parlare con lui fu naturale come bere dell’acqua. Poi non lo vidi per un mese. Era però rimasto nel mio cuore. Ed ebbi molta paura. Avevo 28 anni. Era lui il ragazzo della capanna. Era lui che aspettava la sua sposa nella castità, che voleva la missione, la famiglia aperta. Avevo paura di non essere all’altezza. Paura di ferirlo. Paura di me stessa. Avevo paura che avrei trasmesso anche a lui quel senso di schifo che mi sentivo addosso, come un virus. Avevo paura che dopo il matrimonio non sarei mai stata capace di donarmi completamente. Conoscevo la sua “fama” di grande ragazzo lavoratore, di sincero amico, sapevo che era stato in missione, che aveva passato metà della sua vita in Comunità Cenacolo per scelta di vita.

Negli anni avevo seguito il suo percorso tramite i passaparola, ma mai avrei pensato che il mio ragazzo della capanna fosse proprio lui. Cercai in ogni modo di allontanarlo, spaventandolo con le mie storie, con il mio passato, cercando di essere fredda, distaccata. Volgare. Nulla. Lui era lì. Aveva capito il mio gioco. Ed io ero senza più riserve davanti a lui che mi amava così come ero. A Medjugorje ebbi la risposta dalla Mamma che più mi conosce. “Questa è la strada, Percorrila.” Dissi il mio “Eccomi” e fu solo una grande gioia e una grande pace. Il giorno delle nostre nozze fu il giorno più bello della nostra vita. Come tutti i giorni a seguire.

Nel Sacramento del Matrimonio il Signore ha guarito ogni ferita inferta quella brutta sera di 14 anni prima, e anche tutte quelle che io stessa mi ero inferta da sola negli anni successivi per punirmi. Ogni volta che mio marito ed io entriamo in paradiso, vivendo la nostra intimità in modo pieno, tenero, nel dono reciproco, è come un balsamo che chiude sempre più quegli squarci. Il Signore è stato crocifisso, ed io con lui. Nella sua Risurrezione i buchi dei chiodi sono rimasti ma non c’è più sangue ma Luce, Vita, Perdono, Grazia, Salvezza come nelle mie ferite. Lui passa attraverso mio marito ed io guarisco, mi salvo, trovo pace. Spero davvero che ogni coppia di sposi capisca il dono che hanno nelle mani e nella loro relazione. Nella loro intimità. Che grande vocazione! Che grande avventura! Questa vita va celebrata. Una Chiesa che si muove, una Chiesa che crea vita. E voi giovani abbiate il coraggio di non accontentarvi, ma seguite quella voce. C’è solo questa vita per trasmettere, a chiunque ci conosca, che in Lui tutto è possibile se lo lasciamo agire su di noi. È già un piccolo anticipo di Paradiso. Vi saluto di grande cuore. Mio marito ed io siamo prossimi alla partenza per la tanto sudata Missione in Brasile e la nostra amata capanna tra i bambini. Pregate per noi. Noi pregheremo per voi.

Maria e Silvio

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Il per sempre non è per sempre

È difficile che un matrimonio duri per tutta la vita e, per questo, ho cambiato il mio punto di vista, e vorrei dirlo a chi si trova nella mia situazione e, per di più, con figli, quindi con un ulteriore senso di colpa. I rapporti si consumano, i sentimenti sono messi alla prova da questi tempi veloci. Non ha più senso dire il matrimonio è ‘fallito’, io dico che nella migliore delle ipotesi si è ‘compiuto’ ed è qualcosa di bello che c’è stato e i figli ne sono la prova. Ma ogni storia d’amore ha un inizio e una fine e non è un fallimento, dobbiamo far pace con questa visione e non usare un termine così negativo”

Questo è il pensiero di Stefano De Martino, ballerino di Amici e personaggio televisivo emergente, famoso anche per essere stato sposato con Belen Rodriguez con cui ha concepito il figlio Santiago.

Prendendo spunto da queste parole, che credo siano ormai il sentire comune di tanti anche fuori dal mondo dello spettacolo, mi sono permesso di commentare il post di Fanpage che riportava la notizia. Mi sono limitato a ricordare che il matrimonio, almeno il sacramento del matrimonio celebrato in chiesa, è per sempre, è indissolubule. Ho ricordato poi che anche se venissero a mancare sentimento e passione resta comunque la nostra volontà per portare avanti la relazione. Non vi dico i commenti che ho ricevuto. Vi riporto i più significativi:

Vi rendete conto delle cose assurde che dite? Il per “sempre” è e può essere momentaneo, la vita cambia e cambiamo noi, in quel momenyo si pensa che sia per sempre, ma tutto può mutare come mutiamo noi

il matrimonio non è un sentimento credo sia la frase più triste che io abbia letto finora. Triste. Esistenze tristi.

pare una missione da portare avanti ad ogni costo a fronte di una promessa fatta in chiesa.

Quanto bigottismo!

Infatti è di base sbagliata la chiesa che ti costringe a stare per forza con una persona.

Secondo me ci vuole fortuna 

Queste sono solo alcune risposte alla mia riflessione. Quindi, secondo alcuni lettori, io sarei triste perchè affermo che l’amore sponsale è fondato sulla volontà. Un matrimonio che dura è questione di fortuna. Il matrimonio per sempre è comunque momentaneo (questa li batte tutti)

Ora cercherò di spiegarvi invece perchè la Chiesa chiede il per sempre. In modo molto semplice. Non mi addentrerò nelle profondità delle motivazioni teologiche. Non tirerò fuori la profezia degli sposi e la grazia che gli sposi ricevono con l’effusione dello Spirito Santo. Mi fermerò alla relazione umana naturale. Quindi su un piano che tutti, credenti o non, possono comprendere. L’amore matrimoniale è un amore completo. Un amore per sua natura esclusivo. Un amore dove investiamo davvero tutta la nostra persona in anima, psiche e corpo.

Un amore che risponde, prima di ogni altra cosa, non ad un obbligo imposto dalla Chiesa ma ad un desiderio di amare e di essere amati che ci costituisce e di cui abbiamo grande nostalgia. Essere amati perchè siamo noi, nella nostra unicità. Non solo nelle nostre parti migliori. Essere amati nelle nostre fragilità, nella nostra imperfezione e nella nostra incapacità. Desideriamo qualcuno che ci ami e basta. Anche quando non lo meritiamo. Altrimenti non sarebbe davvero amore. Se io sono amato da mia moglie perchè me lo merito sempre, perchè sono sempre bravo, sempre a mille, allora non c’è gratuità. C’è sempre il sospetto che lei mi ami per quello che faccio e non per quello che sono. Capite che c’è un sottile grande pericolo.

Pensare che il matrimonio non si basa più sull’accoglienza di quella persona, in tutta la sua complessità e unicità, ma si basa su come quella persona riesce a rendermi felice, rende la relazione davvero povera e triste. Non sono io ad essere triste nel pensare che il per sempre vada oltre il sentimento, ma è davvero triste, se ci pensate bene, non poter essere completamente noi stessi con l’altro per paura di non essere abbastanza. Con la paura che se l’altro trovasse qualcuno meglio di noi ci sostituirebbe perchè come dice l’amica che ha commentato il per sempre è momentaneo. Dura finchè non si trova di meglio. Questa è davvero triste. Non siete d’accordo?

Io mi sono sentito amato da mia moglie davvero non quando me lo sono meritato. Lì che fatica ha fatto? Mi sono sentito amato quando mi ha perdonato, quando non lo meritavo. Guardate bene che questo amore gratuito è salvifico. Quando ti senti amato per quello che sei senti una profonda gratitudine nel cuore e desideri ardentemente restituire quell’amore.

Papa Francesco dice che l’amore è un lavoro artigianale. E’ proprio così. State sicuri che ci metterà più impegno proprio chi sa e crede che la sua relazione sia indissolubile e vada costruita giorno dopo giorno. Non certo quello che corre dietro ai sentimenti e alla passione. Tante persone dopo pochi anni di matrimonio smettono di fare l’amore mentre chi investe tutta la volontà nella propria relazione non perde il desiderio anzi diventa sempre più forte. Quindi la volontà sorregge la relazione ma permette anche di non perdere quel sentimento e quella passione che altri, in modo fallimentare, mettono alla base di tutto, perdendo in questo modo ogni cosa.

Prima di concludere mi sento di dover almeno fare un accenno al sacramento. L’indissolubiltà non è una costrizione, come tanti credono, ma un dono e un’opportunità che Gesù ci offre. Gesù nel sacramento ci promette di prendere le nostre vite e di farle sue. Farci parte del Suo Amore. Gesù ci promette che se noi non mancheremo di offrire i nostri pochi pani e pesci, di offrire cioè la nostra povertà, lui non mancherà di sostenerla e di moltiplicare il nostro amore facendone una meraviglia per noi e per il mondo intero. Facendone strumento di salvezza e di bellezza pur nelle difficoltà e nella nostra inadeguatezza e imperfezione.

Antonio e Luisa

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Cosa resta della Pasqua il lunedì?

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.  
Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno».
Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto.
Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo:
«Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo.
E se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia».
Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.

Il lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. E’ passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. E’ passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. E’ come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

E’ una domanda che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. E’ una domanda decisiva. Perchè, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima.

La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perchè questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non cerchiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perchè la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha pernesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrela.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

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E noi? Sappiamo lavarci i piedi?

Siamo arrivati anche quest’anno al Triduo Pasquale. Siamo al giovedì santo. Un giorno che per noi sposi dovrebbe essere particolarmente significativo. Oggi si ricorda l’ultima cena. L’ultima cena dove Gesù istituisce ufficialmente l’Eucarestia. Dove offre cioè il suo corpo e il suo sangue. Dove Lui stesso si offre come agnello sacrificale. Come avverrà solo poche ore dopo sulla croce. C’è però un altro gesto molto importante. Si tratta della lavanda dei piedi. Gesù che mostra la sua regalità nel modo più umile possibile. Gesù si fa servo e si china sulla sporcizia della nostra vita e del nostro cuore. La lavanda dei piedi è un gesto con un significato grandissimo. Soprattutto per noi sposi.

Si può dire per certi versi che quel giorno Gesù non solo ha istituito l’Eucarestia ma ha mostrato in pienezza anche il sacramento del matrimonio.

Giovanni lo aveva capito benissimo. Non so se ci avete mai pensato. Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. Strana questa scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. La presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni?

L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili. Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Gesto che diventa sacramento nel matrimonio. Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava.

Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo, in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere, possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile, ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

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Con un bacio mi tradisci?

Nei miei articoli ho spesso affrontato il tema dell’ecologia umana. E’ ecologico un gesto che ci rende pienamente umani. C’è ecologia quando il corpo esprime la verità che abbiamo nel cuore. Quando attraverso il corpo diamo voce al nostro cuore. Esprimere con il corpo un messaggio falso è uno degli atteggiamenti più odiosi che possiamo avere nei confronti delle persone che ci stanno vicino.

Quante volte ci sentiamo feriti da persone che dicono di volerci bene, o anche solo di apprezzarci, e poi parlano male di noi dietro le spalle. Più sono persone vicine e più ci fanno del male. Ci sentiamo offesi, più che dalle parole che possono aver detto quelle persone, proprio dal loro atteggiamento falso. Il loro corpo, la loro voce, la loro espressione non sono coerenti con quanto hanno nel cuore. Ogni gesto, che sappiamo essere falso, ci disgusta e ci provoca sdegno.

La liturgia di questo mercoledì della settimana santa ci racconta di Giuda. E Giuda si comporta con Gesù esattamente in quel modo odioso che ho descritto sopra. Gesù ha sempre amato Giuda. Era un prescelto. Era uno degli apostoli. Era una delle persone più vicine a Lui. Eppure Giuda  lo tradisce e lo tradisce con un bacio. Si avvicina e lo bacia come si fa con gli amici, quelli veri.

Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?

Gesù non lo dice con rabbia. Lo dice con tristezza. Con il cuore spezzato dal tradimento subito. Lui, uomo vero, non sopporta quel gesto così falso. Non riesce a non chiedere a Giuda il motivo di tanta falsità.

Perchè vi porto questo esempio? Perchè il bacio di Giuda è una degli atteggiamenti più lontani dal concetto di castità che ci possa essere. Questa parolina tanto incompresa, derisa e rifiutata forse è un po’ più comprensibile attraverso proprio il bacio di Giuda. La Chiesa ci insegna che solo nel matrimonio c’è una autentica e indissolubile unione dei cuori. La Chiesa non inventa nulla, ci aiuta solo a comprendere chi siamo. Dal momento in cui un uomo e una donna si dicono si, i loro cuori si appartengono, sono uno nell’altro, nell’uno c’è l’immagine dell’altro. Nei cuori degli sposi si è generato un noi. Un noi che ha bisogno di divenire concreto, di divenire carne. Ha bisogno di manifestarsi.  Ed ecco il meraviglioso dono del creatore: l’unione dei corpi. L’amplesso fisico permette agli sposi, sessuati maschio e femmina, di concretizzare nella carne ciò che è l’esperienza intima dei loro cuori. Nell’intima unione dei corpi, che si compenetrano, c’è l’immagine più vera ed autentica di ciò che i due sposi vivono nella loro relazione sponsale.

Tanto è vero quello che dico, che non basta la promessa che i due sposi si scambiano in chiesa per fare un matrimonio valido. Serve il primo amplesso fisico. Solo dopo i due saranno sposi. Questo gesto non ha nulla di vergognoso. E’ un gesto bellissimo e altissimo d’amore. Come lo è un bacio. Torniamo all’inizio, al bacio. Un bacio non è sempre però un gesto d’amore. Abbiamo visto Giuda. Un bacio, può nascondere, tradimento, falsità, egoismo, invidia. Così lo è anche  l’intimità fisica. Quando non è vissuta nella verità di ciò che è e significa,  diventa come il bacio di Giuda. Un gesto che dovrebbe esprimere unione, nasconde, invece, l’egoismo e il possesso. Un gesto che non racchiude amore, ma al contrario, la volontà di usare l’altro per il piacere personale. Col corpo si comunica l’opposto di ciò che c’è nel cuore. Non importa se due persone credono davvero di amarsi e credono sinceramente di amarsi attraverso quel gesto. Non sono nella verità.  Stanno dicendo con il corpo di essere uno quando oggettivamente non lo sono.

Un rapporto intimo fuori dal matrimonio non potrà mai essere casto ed esprimere verità ed autenticità. Diventa un gesto che non fa bene. Un gesto che dovrebbe essere vita diventa un gesto di menzogna. Un gesto falso che induce a fondare la relazione solo sui sentimenti, sulle passioni e su quanto l’altro mi da. Una relazione, quindi, molto fragile e che quindi può crollare al primo soffio di vento. Purtroppo la maggior parte dei giovani vivono un fidanzamento non casto e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Papa Francesco lo ha urlato ai giovani nel 2015 a Torino

Ma l’amore è molto rispettoso delle persone, non usa le persone e cioè l’amore è casto. E a voi giovani in questo mondo, in questo mondo edonista, in questo mondo dove soltanto ha pubblicità il piacere, passarla bene, fare bene la vita, io vi dico: siate casti, siate casti

Papa Francesco non vuole ragazzi tristi, frustrati e repressi. Per questo raccomanda la castità. Solo nella verità del gesto si può trovare gioia, senso, luce e amore autentico.

Antonio e Luisa

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Come Maria: offriamo il nostro fiat

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Luca 1,26-38

Che donna Maria! Lasciatemelo dire. Che esempio può essere per noi sposi l’abbandono fiducioso di Maria alla volontà di Dio. L’annunciazione è uno dei brani del Vangelo più letti nella liturgia cattolica e tra i più conosciuti in generale. Sono versetti analizzati da tutte le angolazioni da esegeti, teologi e studiosi. Sono versetti amati da tanti credenti. Cosa potrei dire di più io che sono solo un marito e un papà?

In realtà credo che qualcosa che posso aggiungere ci possa essere. Vi parlerò di quello che ha colpito me per primo. Maria pronuncia il suo fiat. Il fiat non è un semplice si, è qualcosa di molto più profondo. E’ aderire alla volontà del Padre con tutta se stessa, certamente con la parola ma anche con la sua mente, con il suo corpo e con tutta la sua volontà. E’ il sacrificio di sè. Dona se stessa a Dio, e di conseguenza si dona a tutti noi. L’eccezionalità del fiat di Maria è anche nel suo non porre condizioni. Avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere a Dio delle garanzie. Avrebbe avuto tutto il diritto di poter dare, come si usa dire oggi, un consenso informato. Cosa comporta il mio si? Mi garantisci che andrà tutto bene? Non è una fregatura? Maria rischiava grosso. Una donna che restava incinta fuori dal matrimonio rischiava la vita. Rischiava la lapidazione. Lei lo sapeva bene. Eppure Maria non ha chiesto garanzie a Dio.

Maria è consapevole, nell’intimo del suo cuore, che lì, in quel momento, si sta giocando la sua vita con la sua libertà di aderire al progetto di Dio. Sa che solo aderendo, al progetto che Dio ha su di lei, potrà essere pienamente se stessa. Sa che solo così potrà essere Maria di Nazareth. Sa che se si lasciasse bloccare dalla paura e dall’insicurezza del futuro perderebbe l’occasione della sua vita, l’occasione di non sprecare la sua vita. Per questo non ci pensa troppo. Per questo dice il suo si. Non vuole la certezza che tutto andrà bene, non le serve, perchè è sicura che con quel sì, qualsiasi cosa accada, non avrà sprecato la sua vita. Nulla vale quanto questo.

Arriviamo quindi a noi cari sposi. Non vale la stessa cosa per noi? Il matrimonio non è accogliere il progetto di Dio su di noi e rispondere con il nostro sì? Con il nostro personale fiat? Il Papa è preoccupato. Lo ha ribadito diverse volte. Tanti giovani hanno paura delle scelte definitive e per questo non scelgono affatto. Preferiscono restare nel non definitivo perchè così si illudono di poter tornare indietro se sbagliano. Vorrebbero avere la garanzia che, nel caso si decidessero per il matrimonio, tutto quanto andrebbe per il verso giusto. La garanzia che non andranno incontro ad un fallimento. Non si rendono conto che così facendo rinunciano a vivere la loro vita secondo progetto di Dio e in modo pieno e, in fin dei conti, non sperimenteranno mai la pace del cuore di chi invece dice sì a Dio. Semplicemente, rendono precari la loro vita e i loro affetti. Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Perchè chi è capace di offrire il suo fiat fino in fondo potrà fare grandi cose. Gli sposi che si prometteranno amore per sempre, in un certo senso saranno come Maria. Lei ha donato Gesù a tutti noi, noi sposi possiamo regalare l’amore di Dio al mondo. Ad un mondo assetato di Gesù.

Grazie Maria, che il tuo fiat sia per noi forza, speranza ed esempio per poter dire anche il nostro!

Antonio e Luisa

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Gli sposi casti non sanno amare?

Il nostro articolo di qualche giorno fa ha fatto scoppiare un dibattito molto acceso. Centinaia di condivisioni e tantissimi commenti favorevoli o contrari. Alla fine tutta la questione si può sintetizzare in una domanda: la sessualità è importante in una coppia di sposi? Oppure è importante solo per la procreazione?

Sembra strano ma c’è ancora gente che, forse per dei problemi non superati con il proprio corpo o per un’educazione bigotta, vede nell’amore carnale qualcosa di poco santo. Qualcosa che abbassa lo spirito ad istinto e che poco ha a che vedere con un’anima che cerca l’elevazione spirituale. Una premessa prima di continuare è doverosa: ci rivolgiamo agli sposi. Per i fidanzati o comunque per chi è single la castità va totalmente vissuta in altro modo. Il rapporto intimo è un gesto d’amore solo degli sposi.

Chi ha questo tipo di idea puritana e sbagliata della sessualità corre il concreto rischio di imprigionarsi nell’incapacità di aprirsi al dono di sè nel matrimonio. Non è capace di amare una moglie o un marito. Spesso infatti nasconde dietro una facciata di purezza e integrità grosse ferite e chiusure relazionali. In particolare:

Sottovaluta l’attrazione fisica. L’attrazione fisica è un pilone fondamentale del matrimonio esattamente come lo è l’armonia dei caratteri.

Svaluta l’intimità sessuale nel matrimonio. Sovente ritiene l’intimità qualcosa da tollerare per la procreazione. La ritiene materializzante e crede impedisca il progresso spirituale. Guarda al piacere sessuale come qualcosa di poco spirituale per non dire animalesco.

Confonde la castità con l’astinenza. Crede che non avere rapporti, o averne il meno possibile, sia una scelta più santa e sia più casta. La castità coniugale è invece tutt’altro. Consiste infatti nel vivere nel miglior modo, e soprattutto nella verità tra cuore e corpo, la vita affettiva e sessuale nel matrimonio.

Non valorizza il rapporto sessuale come gesto che realizza il sacramento del matrimonio. Il primo rapporto fisico dopo lo scambio delle promesse sigilla il sacramento del matrimonio. Tutti i successivi sono una riattualizzazione di quel primo e quindi del sacramento. I rapporti intimi degli sposi rendono di nuovo attuale la loro promessa matrimoniale con rinnovati doni dello Spirito Santo.

Svaluta le doti del corpo quali dolcezza, tenerezza e sentimento. La tenerezza è il linguaggio privilegiato degli sposi per manifestare amore. Queste persone sono solitamente incapaci di parlare questa lingua, anche nel rapporto fisico. Pensano ai preliminari come qualcosa di sporco e di cui si può fare a meno. Vivono quindi anche quei pochi rapporti che si concedono senza la giusta preparazione del cuore oltre che, naturalmente, del corpo.

Questo, capirete bene, non è il concetto cristiano di sessualità e di relazione affettiva sponsale. Il concetto corretto è quello biblico. Cioè? L’amore è una realtà che scaturisce dall’io profondo della persona, che si riversa nel cuore e che si manifesta nel corpo e con il corpo. Tutta la persona in anima, cuore e corpo partecipa all’amore.

In questa visione biblica e cristiana, l’intimità degli sposi, con tutta la comunione e il piacere che ne conseguono, riveste un’importanza grandissima: permette loro di sperimentare la fusione dei cuori attraverso il corpo. Cercare di perfezionare questo gesto non solo non è sbagliato o sporco, ma è la strada degli sposi verso la loro santità.

 Il Creatore stesso […] ha stabilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro.  (Catechismo della Chiesa Cattolica 2362)

Quindi concludendo ci sentiamo di affermare che l’intimità fisica è qualcosa di bellissimo, voluto da Dio stesso per trasmettere amore e generare vita, che gli sposi devono cercare di vivere al meglio delle loro possibilità Senza falsi moralismi. E’ un dono di Dio. Un talento da far fruttare. La modalità concreta più importante per fare esperienza della comunione dei cuori.

Dio non ci chiede di rinunciare a questo incontro, alla comunione e al piacere. Dio ci chiede di preparare al meglio il nostro cuore. Ciò che può essere sporco non è infatti il gesto, ma il cuore con cui ci accostiamo a viverlo. Ciò che può rovinare questo gesto è il peccato. E’ la lussuria e l’egoismo. Rendere cioè l’altro una cosa da usare e non una persona da amare. San Giovanni Paolo II chiama questo atteggiamento adulterio del cuore. L’intimità può essere il più santo dei gesti come la più sporca delle bugie. Dipende da come noi prepariamo il cuore.

Antonio e Luisa

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Cari sposi: volete riavvicinarvi a Dio? Fate l’amore.

Aleteia ha pubblicato un articolo di Giovanni Marcotullio. Un articolo che permette una riflessione molto interessante prendendo spunto incrociando diverse fonti. Ciò che emerge è molto interessante. Questi mesi di lockdown, più o meno stretto dovuto all’emergenza pandemia, hanno causato un significativo calo della partecipazione dei fedeli alla Santa Messa e nel contempo una significativa riduzione dei rapporti intimi tra le coppie italiane.

Non vi sto a ripetere quanto il bravo Giovanni scrive. Vi lascio il link al suo articolo. Voglio riprendere questa ipotetica correlazione tra relazione sponsale e fede per fare alcune personali riflessioni e lanciare alcune provocazioni che spero possano essere utili. Il calo della partecipazione alle funzioni religiose credo sia evidente a tutti. Nella nostra parrocchia, nonostante la capienza limitata dalle regole anticovid, non c’è mai il pienone come succedeva prima della pandemia. Per quanto riguarda invece la sessualità degli italiani ci viene in aiuto uina ricerca pubblicata su ipsico.it. Dai dati di questa ricerca si evidenzia come l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena.

Perchè dovrebbere esistere una correlazione tra questi due ambiti che sembrano in realtà molto lontani tra loro?

Intimità e fede sono due facce dello stesso amore.

L’amore è relazione. La relazione tra sposi diventa intimità fisica. Noi sposi abbiamo una relazione sponsale oltre che tra noi anche con Gesù. Il matrimonio è modo per vivere la nostra personale sponsalità con Cristo. La nostra fede è accoglienza dell’amore di Dio e la nostra sessualità nel matrimonio è la risposta a quell’amore. Capite che è tutto un circolo? La salute della nostra fede può influire positivamente o negativamente sulla nostra relazione affettiva e viceversa. Più vivremo intensamente la nostra relazione con Cristo e più avremo desiderio di donarci alla nostra sposa o al nostro sposo. Più invece ci allontaneremo da una frequentazione della Messa e della preghiera e più saremo poveri anche nella capacità di desiderare un incontro tra noi. L’amore di coppia ci permette di fare esperienza concreta dell’amore di Dio e l’amore per Dio nutre la nostra relazione di coppia.  Intimità con Dio e aumento della tenerezza sono direttamente proporzionali. Al crescere della nostra intimità con Dio, della nostra unione sponsale con Dio crescerà proporzionalmente anche la qualità e la tenerezza del nostro matrimonio, della relazione con il nostro sposo/la nostra sposa. Ogni preghiera, adorazione, dialogo e ogni altra ricerca della Grazia di Dio e ricerca di perfezionamento della nostra relazione con Dio ci aiuterà a vivere meglio e sempre più pienamente il matrimonio e l’amplesso fisico. Vale anche l’opposto. Ogni rapporto fisico vissuto nell’autentico dono di sé apre il cuore all’azione dello Spirito Santo e incrementa quindi la nostra capacità di accogliere il dono di Dio. Detto in altri termini, più semplici e comprensibili, incrementa la nostra fede.

L’intimità si costruisce nutrendola giorno dopo giorno.

Giorgio scriveva in un articolo di qualche giorno fa che molto spesso frequentiamo la Messa senza un’adeguata preparazione. Non possiamo credere che tralasciando la relazione con Gesù tutta la settimana, o dedicando pochissimo tempo alla preghiera, poi la domenica in quell’unica ora che offriamo al nostro spirito di fare esperienza di Dio possiamo recuperare chissà che cosa. Andiamo a Messa quasi per abitudine per timbrare un cartellino. Si, magari sentiamo anche dei blandi benefici. Usciamo più leggeri e con un po’ di pace nel cuore ma presto veniamo riassorbiti dalla quotidianità del mondo. Vale la stessa cosa per la nostra intimità di sposi. Non possiamo pensare di non dedicarci attenzioni, dialogo, gesti di tenerezza per tutta la settimana o per alcuni giorni e poi pensare di aver voglia di fare l’amore. Non funziona così. E se alcuni, di solito uomini, hanno comunque desiderio, non è per cercare una comunione con la propria sposa ma per appagare una pulsione fisica e null’altro. Capite bene che non è solo per paura o per qualche malessere psicofisico che è saltato tutto. Il lockdown ha portato in superficie una disaffezione nascosta e progressiva verso Gesù e verso la relazione con l’altro/a. Un malessere che era già latente e aspettava solo di venire fuori e di manifestarsi.

Cosa possiamo fare?

Vi siete riconosciuti in questa dinamica? State scivolando verso un’apatia verso l’altro/a e verso Dio? Non subite passivamente! L’amore è prima di tutto una scelta. Una scelta che va rinnovata ogni giorno. Ricominciate a prendervi cura a vicenda. Piccoli gesti di tenerezza, piccoli riguardi, sorrisi, carezze. Non serve chissà cosa. Fateli e basta. Anche se non ne avete voglia. Sono per amore anche così. Ricominciate a trovare dei momenti di preghiera. Bastano pochi minuti ogni giorno. Leggete il Vangelo del giorno e meditatelo. Recitate il rosario o le lodi. Vedete voi cosa fare. Anche se non ne avete voglia. Anche se vi distraete di continuo. All’inizio non sarà facile. Servirà però per recuperare una relazione. Per riavvicinarvi a Dio e all’altro/a. Vedrete che andrà sempre meglio. L’amore non è spontaneismo, ma qualcosa da coltivare e su cui spendere le nostre migliori energie.  Ogni tipo di amore: quello per Dio e quello per la persona che avete accanto.

Antonio e Luisa

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La preghiera degli sposi

Oggi vi proponiamo un articolo che trae spunto da alcune riflessione di padre Enrico Mauri. Il sacerdote è vissuto tra le fine del milleottocento e la fine degli anni sessanta ed è stato uno degli studiosi che ha dato grande slancio alla teologia matrimoniale. E’ stato tra i precursori di una visione del matrimonio che poi ha trovato spazio anche nel Concilio Vaticano II e nella Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II. Insomma una figura fondamentale.

In particolare vorremmo riflettere sulla preghiera vissuta alla luce del nostro sacramento sponsale. Padre Mauri racconta come la preghiera degli sposi possa essere alla base di una crescita di tutta la relazione. Lui scrive che i due dovrebbero cercare di pregare insieme e pregare da sposi. E’ importante cioè non solo essere insieme come potremmo essere con altri, ma riconoscerci un insieme speciale, riconoscerci un cuore solo, un cuore saldato dal fuoco dello Spirito Santo.

Padre Mauri fornisce anche alcune caratteristiche che secondo lui sarebbe bene tenere in conto nella nostra preghiera di coppia:

  • La preghiera degli sposi adora il mistero delle nozze tra Gesù e la Chiesa perchè sono esempio e guida per la nostra unione. Come Gesù ama la sua Chiesa? Come cioè ama ognuno di noi?
  • La preghiera degli sposi ringrazia Dio di averci fatto comprendere la nostra vocazione e di averci donato questa strada di santificazione percorsa nel dono reciproco.
  • La preghiera degli sposi si esalta perchè Gesù ha voluto che nella nostra unione si potesse scorgere il Suo amore. Come non meravigliarsi e commuoversi per questo grande mistero.
  • La preghiera degli sposi si scusa. Noi sposi ci rammarichiamo di tutte le nostre mancanze di fede, di carità e di speranza che non ci permettono di accogliere completamente un dono tanto grande.
  • La preghiera degli sposi si accende per cercare di impegnarci sempre più nel superare i nostri limiti, le nostre debolezze e i nostri peccati per essere sempre più capaci di farci dono e di accoglierci.
  • La preghiera degli sposi si effonde. Si effonde nel chiedere a Dio di poter avere tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo che ci possono sostenere e permettere di crescere sempre più come sposi e come uomini e donne.
  • La preghiera degli sposi è eco della preghiera della Chiesa tutta. Una preghiera elevata da due anime fuse sacramentalmente diventa una vera liturgia santa.
  • La preghiera degli sposi si espande dal tempio della preghiera che è la chiesa dove c’è la presenza di Cristo nell’Eucarestia, al tempio della casa nuziale, della piccola chiesa domestica perchè vi è il talamo consacrato che è segno della reale presenza di Cristo nei due sposi uniti dal sacramento del matrimonio. Eucarestia e matrimonio sono simili proprio in questa misteriosa ma reale presenza di Gesù.

Quando due sposi pregano? La preghiera degli sposi è solo quella operata con le invocazioni verso Dio? Certamente no. E’ preghiera degli sposi ogni volta che noi viviamo gesti o parole che ci uniscono e ci permetto di donare o accogliere amore. E’ preghiera degli sposi ogni momento speso per l’altro. E’ preghiera degli sposi ogni gesto di servizio o di tenerezza. E’ preghiera degli sposi soprattutto il momento dell’intimità fisica. Allora rileggendo le caratteristiche della nostra preghiera alla luce dell’intimità che viviamo tra noi sposi ecco che possiamo scorgere tutta la bellezza di un gesto che è sacro. Che bello vivere la nostra intimità in modo da adorare, ringraziare, esaltare, chiedere perdono, accendere, effondere, fare eco ed espandere per la presenza di Dio in noi.

Antonio e Luisa

Il matrimonio è rendere visibile Dio

Ricordatevi sempre che voi siete Dio per il vostro sposo o la vostra sposa. Non montatevi la testa! Non siete proprio Dio. Io sono sempre Antonio per Luisa. Dio però, attraverso il matrimonio, mi ha fatto Suo. Meglio dire che io mi sono fatto Suo, mi sono consegnato. Ri-consegnato. L’ho fatto in modo solenne. Davanti alla mia sposa, al sacerdote, ai testimoni e agli invitati.

Quando? L’ho fatto con la mia promessa matrimoniale. Una promessa che Dio prende molto sul serio tanto da farne un sacramento. Un modo per riempirci dei suoi doni attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Per riempirci di Lui. Tanto da rendermi suo strumento privilegiato per manifestare il Suo amore per quella creatura che mi ha donato: Luisa, la mia sposa.

Il modo di incontrare Gesù è sempre lo stesso anche da sposati: preghiera, eucarestia e sacramenti. Da quel momento però tutto è cambiato. Io sono diventato mezzo privilegiato per dare un corpo, uno sguardo, una parola a Dio per Luisa. Do concretezza all’amore di Dio per lei. Con tutti i miei limiti ma con la grazia di Dio che mi sostiene. Ci devo e ci posso però provare. Quando Luisa è triste e Lui vuole incoraggiarla e sostenerla lo fa attraverso di me. Quando Luisa è debole e ha bisogno di essere sostenuta ci sono io. Quando Luisa vuole dare concretezza all’amore, quando ha bisogno di vivere l’amore nel corpo, ha bisogno di tenerezza, di intimità, di sentirsi avvolta in un tenero abbraccio ci sono sempre io. Quando Luisa desidera specchiarsi nello sguardo di Gesù, che la desidera ardentemente e la vede bellissima e perfetta così in tutta la sua umana imperfezione, ci sono un’altra volta io, perchè Gesù nel sacramento mi ha reso capace di guardarla così.

Quando Luisa chiede a Dio di trovare il suo posto nel mondo, di non sprecare la sua vita ma di renderla feconda ci sono ancora una volta io. Si, perchè Gesù attraverso l’uomo che sono, con tutti i miei limiti, con tutti i miei errori e difetti, dice a Luisa: amami. Amami in Antonio, Amami nelle sue fragilità, nelle sue mancanza, nella sua inadeguatezza.

Il matrimonio è questo. Rendere visibile Dio, dare carne all’amore. Se sapremo rendere visibile Gesù tra noi allora potremo diventare una piccola luce e mostrare Gesù anche al mondo che ci circonda. Prima ai nostri figli e poi alle persone che ci stanno vicine. La nostra santità passa sopratutto da come sapremo farci strumento di Dio l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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Perchè la Chiesa non può benedire le unioni omosessuali

La risposta al dubium proposto non esclude che vengano impartite benedizioni a singole persone con inclinazione omosessuale[10], le quali manifestino la volontà di vivere in fedeltà ai disegni rivelati di Dio così come proposti dall’insegnamento ecclesiale, ma dichiara illecita ogni forma di benedizione che tenda a riconoscere le loro unioni.In questo caso, infatti, la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio[11].

Nel contempo, la Chiesa rammenta che Dio stesso non smette di benedire ciascuno dei suoi figli pellegrinanti in questo mondo, perché per Lui «siamo più importanti di tutti i peccati che noi possiamo fare»[12]. Ma non benedice né può benedire il peccato: benedice l’uomo peccatore, affinché riconosca di essere parte del suo disegno d’amore e si lasci cambiare da Lui. Egli infatti «ci prende come siamo, ma non ci lascia mai come siamo»[13].

Per i suddetti motivi, la Chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso nel senso sopra inteso.

da Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede
ad un dubium circa la benedizione delle unioni di persone dello stesso sesso

Questo pomeriggio è uscita una nota esplicativa da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che ha fatto molto scalpore. Chissà poi perchè? Ribadisce l’ovvio. La Chiesa non può benedire le unioni omosessuali. E’ importante fare alcune precisazioni. Necessarie per comprendere che chi ha scritto questo documento non intendeva fare dei distinguo tra coppie eterosessuali e coppie omosessuali. Non è affatto così. Un distinguo effettivamente c’è ma tra matrimonio e tutte le altre relazioni affettive umane. Non importa in questo caso che siano tra persone dello stesso o no.

E’ fondamentale evidenziare questa volontà della Chiesa Cattolica perchè afferma nuovamente come la sessualità sia un gesto d’amore autentico solo all’interno di una relazione matrimoniale. Una relazione quindi indissolubile, feconda, fedele e unica. Per noi cristiani è un sacramento. Una relazione che chiede tutto e dove il dono del corpo diventa manifestazione di quel tutto.

Solo così può essere benedetta da Dio. Il nostro corpo è un’opportunità straordinaria che noi abbiamo per fare un’esperienza unica nell’incontro profondo e completo con un’alterità. Attenzione però! C’è verità solo quando cuore e corpo esprimono entrambi lo stesso amore. Non basta sentire di amare l’altro/a per rendere puri e autentici gesti che non lo possono essere. Il sesso non è sempre buono, non è sempre amore, anche se desiderato da entrambi. Il cuore parla attraverso il corpo. Nel sesso dice sono tua/o, siamo una cosa sola, tu sei l’unico/a per me. Capite bene che il cuore sta dicendo la verità, attraverso quel gesto del corpo, solo se si tratta di un uomo e di una donna che si sono promessi amore per sempre nel matrimonio.

Per questo la Chiesa non può benedire relazioni che siano fuori da questo significato meraviglioso. Semplicemente perchè non permettono all’uomo di amare nella verità e non permettono di aprire il cuore al dono. E questo è un peccato che distrugge l’ordine del progetto originario di Dio. Cosa ancor più grave non permette all’uomo di amare nella verità. Siamo fatti per amare. Per amare in modo pieno e autentico.

Antonio e Luisa

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Caro Achille Lauro andiamo avanti anche per te.

Devo ringraziare tutti i nuovi amici che hanno deciso di spendere un po’ del loro tempo per condividere i loro pensieri su questo blog. Questo mi ha permesso di rallentare i miei di pensieri e di preparare con più calma ogni articolo visto che posso permettermi di pubblicarli più di rado.

In questi giorni mi sono fermato a riflettere su alcuni episodi. Episodi poco edificanti e certamente di cattivo gusto. Mi riferisco in particolare a certe discutibili esibizioni televisive che ci ha regalato il Festival di Sanremo e alla processione femminista avvenuta a Roma dove alcune attiviste hanno portato a spalla una statua molto ambigua di una vagina che voleva ricordare la Madonna.

Non nascondo che il primo impluso che ho provato è stato di disgusto e di rabbia verso chi non aveva rispetto per ciò che per me e Luisa è di più sacro. La nostra fede, la nostra relazione con Dio e con la Mamma Celeste, la nostra vita. Quelle persone hanno sputato su tutto questo. Poi però, a bocce ferme, ci ho pensato sopra. Ho meditato su quanto successo e ho guardato quelle persone con altri occhi. Ho cercato di guardarli con gli occhi di Dio. Ho visto tanta povertà. Ho visto persone ferite.

Dai cuori di quelle persone traspare tanta rabbia e povertà. Un cuore pieno di tante cose ma non di Dio. Ci leggo una mancanza di senso e di orizzonte. Lo leggo in quelle donne rabbiose e in Achille Lauro, due mondi che sembrano lontanissimi, ma che esprimono lo stesso malessere. Esprimono una totale mancanza di bellezza. O meglio la mancanza di uno sguardo capace di scorgere la bellezza.

La bellezza è di Dio. La bellezza, come l’amore, viene da Dio. Stiamo perdendo la capacità di apprezzare ciò che è bello e, cosa ancor più grave, non sappiamo più generare bellezza perchè ci stiamo sempre più allontanando da Dio. La nostra società occidentale, prima che una crisi economica e sociale, sta vivendo una crisi di fede. Ce lo insegna la Bibbia. Quando scacciamo Dio dalla nostra vita, la riempiamo con altro. Altro che può essere il successo, la ricchezza, il lavoro, il sesso, il divertimento, l’ideologia o chissà cos’altro. Dio ci dona la vita mentre ogni altro idolo che poniamo al suo posto ci chiede la vita. Una differenza non da poco.

Credo non serva a nulla fare crociate per ergersi a giudici di questa gente. Non serve a nulla prendere le distanze e dire e dirci come noi siamo diversi, che siamo migliori di loro. Non serve mettere un confine, una barriera. Non serve schierarsi contro. Mettersi contro serve solo ad allontanarci sempre più gli uni dagli altri. Va bene biasimare il comportamento, ma quelle persone sono sempre nostri fratelli e nostre sorelle.

Quelle persone stanno alzando un grido. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno alzando un grido. Vogliamo di più, vogliamo la libertà, vogliamo l’emancipazione, vogliamo tutto. VOGLIAMO ESSERE FELICI. Questo ci stanno dicendo con il loro atteggiamento. Sono come il figliol prodigo che prende la sua parte di eredità e parte verso quella che crede essere la felicità, affrancandosi dal Padre.

Questo è quello che avviene a tante persone, anche se non fanno processioni blasfeme o non sono cantanti famosi. Tanti cercano la felicità rinnegando sempre di più Dio e trovandosi sempre meno felici. Un circolo vizioso che porta tante persone ad osare sempre di più nell’illusione di riempire finalmente quella voragine che hanno nel cuore. Persone che straparlano, spesso a sproposito, di amore non conoscendo cosa sia davvero l’amore. L’amore non è dare sfogo a tutte le pulsioni o seguire come un polline di fiore il vento delle passioni e dei sentimenti. Questo stile rende solo le relazioni sempre più fragili e le persone sempre più sole. L’amore è scelta, l’amore è dono di sè, l’amore è farsi piccolo per fare posto. L’amore è decentrare lo sguardo da sè all’altro.

Per tutti questi motivi guardo con compassione quelle persone. Compassione che non significa sentirmi superiore. Compassione nel senso di patire con. Io stesso sono stato male per tanto tempo alla ricerca di una felicità che non sapevo dove cercare. Quindi io capisco la rabbia e lo smarrimento di quelle persone. Per questo quelle donne in processione e quel giovane mascherato malamente sul palco del Festival mi hanno dato ancora più convinzione.

Voglio continuare con Luisa a raccontare la bellezza di un amore fedele, di un amore indissolubile, di una scelta radicale. Non perchè noi siamo meglio degli altri. Tutt’altro. La gioia e il senso che abbiamo trovato non è per i superuomini o per le superdonne, ma è per tutti. Vogliamo restituire un po’ di quell’amore e di quella consapevolezza che Dio è riuscito a regalarci attraverso tante persone che ci hanno aiutato e seguito. Per questo non ci fermeremo. Andremo avanti anche per voi care femministe che vedete nella differenza di genere una ragione per muovere guerra e non una bellissima occasione di Alleanza. Andremo avanti per te caro Achille Lauro e per quelli che ti invidiano perché sei stato chiamato al teatro Ariston, affinché vi fermiate a riflettere, a farvi alcune domande.

Antonio e Luisa

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