I doni di Dio sono preziosi e abbondanti.

In questa seconda riflessione relativa al punto 73 dell’Amoris Laetitia, volevo approfondire i doni di nozze che Dio elargisce a tutti gli sposi con il sacramento.

Siamo nati per essere amati ed amare in modo totale e per sempre, solo così possiamo essere realizzati nella nostra vita. Amore che si può realizzare nella vocazione alla vita consacrata oppure al matrimonio. Amore che riempie il cuore di chi lo dona e di chi lo riceve, ma che non è semplice da vivere per persone limitate, fragili e corrotte dalla concupiscenza del peccato originale, che ci rende spesso egoisti e dominati dal desiderio di possedere e non di donarci.

Dio lo sa bene! Gesù, quando è venuto nel mondo, ha sconfitto la morte e ci ha redento dal peccato. Gesù ha redento anche il matrimonio. Questo significa che nella Grazia del matrimonio e nell’abbandono a Gesù possiamo tornare alle origini, amare in modo casto e vero il nostro sposo o la nostra sposa, per prepararci alle nozze eterne con Gesù sposo.

Parliamo sempre di Grazia, ma la Grazia non è qualcosa di vago bensì è molto concreta.

Con il matrimonio Dio ci dona:

  • La grazia sacramentale
  • La grazia santificante
  • Il legame coniugale cristiano

Cercherò in breve di caratterizzare ogni dono con poche parole.

La Grazia sacramentale è un diritto che Dio ci dona. Il diritto di avere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il nostro amore sponsale.

Questa Grazia ci permette di affrontare, sopportare e vincere ogni situazione che può mettere in crisi il nostro matrimonio.

La Grazia santificante è un altro dono di nozze magnifico ma che pochi conoscono. La Grazia santificante è un amore creato del tutto simile a quello di Dio, che lo Spirito Santo effonde nei cuori degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo.

Dio aumenta e infiamma il nostro amore umano e naturale con la Sua Grazia.

Con il legame coniugale cristiano, il fuoco dello Spirito, infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Gli sposi da questo momento amano Dio con un cuore solo.

Attraverso questo dono gli sposi sono resi sacramento e Gesù entra nel loro amore per abitarlo perennemente: non più lo sposo da solo, non più la sposa da sola, ma nel loro amore, nella loro unione.

Essi vanno a Dio come due mani giunte, fuse e unite tra di loro, in modo indelebile, dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo.

Grazie a questo dono, gli sposi diventano immagine della Trinità e profezia dell’amore di Dio in sé e per la sua Chiesa.

Una domanda sorge spontanea. Perché tanti matrimoni, nonostante questa ricchezza incredibile, falliscono? Molti matrimoni sono nulli in partenza, come ha giustamente detto Papa Francesco, parlando alla Sacra Rota e quindi privati fin dall’inizio di questo tesoro. Per i matrimoni validi che godono di questi preziosi doni, dipende da altro. Questi doni vanno chiesti e non solo, il nostro cuore va preparato ad accoglierli, come per qualsiasi altro sacramento. Solo una vita vissuta nella castità e nella lotta al peccato può aprirci la strada a questa ricchezza. Pornografia, adulterio, anticoncezionali, aborto, egoismo (per citare i peccati principali presenti nella vita di coppia) ci impediscono di accedere alla Grazia e di trasformare il nostro matrimonio in una vita piena, anche nelle difficoltà.

Antonio e Luisa

Ci si sposa in tre

Proseguendo con la lettura dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, incontriamo il punto 73.

Il punto 73 mi ha colpito profondamente perché racchiude tutta la realtà e la grandezza del matrimonio sacramento, che non è paragonabile a nessun altro tipo di unione.

Ecco cosa scrive il Papa:

«Il dono reciproco costitutivo del matrimonio sacramentale è radicato nella grazia del battesimo che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa. Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa. Ora, nella fede è possibile assumere i beni del matrimonio come impegni meglio sostenibili mediante l’aiuto della grazia del sacramento. […] Pertanto, lo sguardo della Chiesa si volge agli sposi come al cuore della famiglia intera che volge anch’essa lo sguardo verso Gesù». Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri». Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi. Unendosi in una sola carne rappresentano lo sposalizio del Figlio di Dio con la natura umana. Per questo «nelle gioie del loro amore e della loro vita familiare egli concede loro, fin da quaggiù, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello». Benché «l’analogia tra la coppia marito-moglie e quella Cristo-Chiesa» sia una «analogia imperfetta», essa invita ad invocare il Signore perché riversi il suo amore dentro i limiti delle relazioni coniugali.

Vorrei soffermarmi su due aspetti in particolare:

  1. sacramento non è una forza, ma è Gesù che abita la nostra unione;
  2. la magnificenza dei doni di nozze che Dio regala ad ogni coppia nel momento in cui lo Spirito Santo discende sugli sposi.

Il matrimonio non è un sacramento come gli altri, ma è particolare come lo è l’Eucarestia.

Negli altri sacramenti Gesù è presente nel momento in cui c’è il rito sacramentale, quindi, nella confessione durante l’imposizione delle mani da parte del sacerdote, poi permangono gli effetti del sacramento e dell’effusione di Spirito Santo. Il matrimonio è diverso, è come l’Eucarestia, sono sacramenti perenni. Come nell’Eucarestia Gesù è realmente presente nel pane e nel vino fino a quando questi elementi non sono consumati, così nel matrimonio Gesù è realmente presente nell’unione degli sposi fino alla morte di uno dei due. Questo non è indifferente, ma ha un significato immensamente grande: non ci si sposa in due ma in tre. Nel nostro amore dimora perennemente Cristo che non ci abbandona, ma è lì pronto a sostenerci e ad aiutarci in ogni momento della nostra vita. Non solo, ogni qualvolta che viviamo il nostro amore con gesti, parole, atteggiamenti di tenerezza, cura, attenzione (ricordo che il rapporto fisico è il culmine di questi gesti) rinnoviamo e riattualizziamo il nostro sacramento. Come Gesù è morto e risorto una sola volta 2000 anni fa per ognuno di noi e con la Messa rinnoviamo quel sacrificio e Gesù torna presente nell’oggi, così nel matrimonio ci sposiamo una volta sola, ma ogni gesto d’amore e l’amplesso in particolare rinnova e riattualizza il nostro matrimonio.

Continua…..

Antonio e Luisa

“Per sempre” è un dono, non un giogo.

Entriamo nel cuore dell’esortazione Amoris Laetitia. Dopo esserci soffermati sul quadro generale tracciato dal Papa che ha disegnato con fedeltà e accuratezza la situazione delle famiglie nel mondo, entriamo nella parte del documento che tratta il matrimonio nel suo significato naturale e cristiano.

Ecco cosa scrive il Santo Padre al punto 62.

I Padri sinodali hanno ricordato che Gesù, «riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, pur dicendo che “per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio (“Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio. […] La condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»

Il Papa e i padri sinodali ribaltano la questione, non con un gioco di prestigio, ma facendo leva sul buon senso e sulle esigenze più profonde del nostro cuore.

Noi, se siamo onesti fino in fondo, dobbiamo ammettere che desideriamo essere amati in pienezza e fedeltà. Essere amati senza condizioni, tempo, limite. Desideriamo essere amati così, ogni altro tipo di amore ci appare insufficiente e in qualche modo falso. Dio ci ha creati così come Lui, capaci di amare come Lui e desiderosi nel profondo di essere amati come Lui ama e, se a parole possiamo raccontare che la precarietà della convivenza o il rischio del divorzio sono ancore di salvezza per scappare da situazioni soffocanti e frustranti, il nostro cuore non mente. Il nostro cuore anela a un amore che ci lega per sempre e fondato sulla forza della volontà e della Grazia e non sulla voluttà dei sentimenti e del solo eros.

Il divorzio e l’avanzare delle convivenze ci hanno condannato a questo. Ci hanno condannato a scappare, ci hanno condannato a soccombere alla paura di affrontare la croce, ci hanno condannato a non abbandonarci all’amore, ci hanno condannato all’incapacità di amare fino in fondo.

In una mentalità non decisa per il “per sempre” anche il rapporto fisico diventa menzogna e falsità, un gesto che dovrebbe essere segno dell’unione dei cuori nella geografia del corpo, diventa un segno vuoto e privo di significato. Ecco quello che ha detto in merito San Giovanni Paolo II:

«La donazione fisica sarebbe menzogna se non fosse frutto e segno della donazione personale totale, nella quale tutta la persona è presente, se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.»

 

Antonio e Luisa

Crisi di speranza

Proseguendo la lettura di Amoris Laetitia, arriviamo al punto 43. Siamo ancora nella prima parte dell’esortazione, dove Papa Francesco cerca di rappresentare un quadro della realtà attuale, prendendo spunto da quanto emerso durante il Sinodo.

Saltiamo dai punti 36 e 37 al punto 43 che ha attirato la mia curiosità ed interesse:

«L’indebolimento della fede e della pratica religiosa ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro difficoltà (..) una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni.»

Il Papa evidenzia come, prima che una crisi economica, c’è una crisi religiosa e sociale. Denatalità, difficoltà educative, difficoltà nell’accogliere la vita nascente fino ad arrivare a sentire gli anziani come un peso sono tutte conseguenze della crisi in cui versa il nostro occidente.

Riassumendo tutto in un concetto, ci manca la virtù della speranza come singoli e come coppia. Mi soffermo sulla speranza degli sposi.

Il sacramento del matrimonio, perfezionando la fede e la carità battesimali, abilita gli sposi a realizzare uniti il cammino verso le nozze eterne. L’azione consacratoria dello Spirito Santo unisce le loro virtù, aprendoli uniti alla vita eterna.

La speranza permette agli sposi di amarsi nel tempo, per congiungersi con Dio eternamente. Essi infatti, stimolati e sorretti dalla certezza contenuta nella speranza, si immergono gioiosamente in Cristo sposo, così tutto diventa per loro possibile.

L’esistenza degli sposi, senza questa speranza, non ha più senso. Si comprende allora la voglia di cogliere e sfruttare l’attimo, in tutta la sua valenza di possesso, piacere e divertimento.

La crisi dei matrimoni attuale è soprattutto una crisi di speranza. Il matrimonio senza speranza è come due occhi presbiti e miopi allo stesso tempo; è privo di respiro e di orizzonti, che vanno oltre l’attimo presente, perciò, non ha senso vivere insieme quando l’amore coniugale è diminuito o è reso difficile da situazioni esistenziali cariche di sofferenze e di rinuncia.

Solo la buona sorte rende uniti, la cattiva sorte divide.

Le difficoltà del matrimonio esigono dagli sposi tanta speranza, cioè, uno sguardo verso la meta finale della vita, unito a una fiducia illimitata di poterla raggiungere con Cristo, che sempre vive in loro e nel loro amore, per sostenerli in tutte le difficoltà e renderli pronti all’abbraccio eterno con Dio.

Gli sposi cristiani che vivono la speranza saranno portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

 

Da una procreazione amorosa a un amore fecondo.

Al punto 36 dell’Amoris Laetitia, il Papa constata con realismo come la Chiesa abbia per lungo tempo, forse troppo tempo, insistito sul fine procreativo del matrimonio. Cito testualmente quanto il Papa scrive:

…spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere di procreazione….

Prosegue al numero 37:

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie….

Il Papa mette il dito nella piaga. La Chiesa stenta a proseguire sul cammino iniziato o meglio consolidato con il Concilio Vaticano II e poi ancora di più approfondito da Giovanni Paolo II con tutte le sue catechesi sull’amore umano raccolte nella Teologia del corpo. Una strada proseguita con continuità da Benedetto XVI e ora anche da Papa Francesco. Una strada che vuole smarcare il matrimonio da una mentalità che non è sicuramente secondo lo Spirito e la verità, ma molto limitante e frustrante. Il matrimonio è molto più che generare vita. La Chiesa ha attuato una vera rivoluzione. Si è passati da considerare i figli come fine del matrimonio a frutto del matrimonio. Il fine del matrimonio è quindi l’amore che è vita e che è Dio. Da un matrimonio basato sulla fertilità si è passati a un matrimonio basato sulla fecondità. Fecondità che è molto più ricca della fertilità, che ne rappresenta solo un aspetto. Ed ecco che finalmente il matrimonio non viene più presentato come una serie di doveri e precetti. Una volta, inoltre, il rapporto fisico veniva spesso visto e vissuto come qualcosa di necessario e il piacere che ne scaturiva era spesso vissuto con senso di colpa e avvilimento. Il piacere nel rapporto fisico è dono di Dio e la Chiesa oggi ti dice non che devi vergognartene, ma al contrario che devi viverlo appieno, per crescere nell’amore anche carnale con il tuo sposo o la tua sposa. Finalmente la Chiesa non ti pone divieti, ma al contrario indica la via per vivere in pienezza il rapporto sessuale, perché ti insegna che solo in un’unione fedele si può vivere il rapporto in profondità come dono e accoglienza e non solo come un appagamento di pulsioni e desiderio di possesso. Solo nel matrimonio si può raggiungere quell’estasi della carne e dei cuori che al confronto qualsiasi altro rapporto non è che una pallida immagine. Solo nel matrimonio il rapporto fisico diventa preghiera e offerta a Dio. Solo nel matrimonio il rapporto fisico è così importante da essere cosa sacra, cioè cosa di Dio. La Chiesa ha questa grande nuova missione di evangelizzazione: mostrare la grandezza e la bellezza del matrimonio cristiano, che è capace di regalarti e riempirti di amore e verità come nessun’altra relazione e dove anche il rapporto fisico è vissuto in maniera piena, appagante, totalizzante e profonda. Il Papa parla, scrive e si impegna, ma se noi sposi cristiani non siamo profezia di quell’amore, cioè non riusciamo a mostrarlo al mondo, il Papa si prodiga invano. Sta a noi prendere in mano la nostra vita e il nostro matrimonio e con la Grazia di Dio diventare luce, forse una piccola luce, ma insieme possiamo illuminare questo mondo buio e arido.

Antonio e Luisa

Il pudore è da Re e Regine.

Il ​pudore è spesso visto come qualcosa da buttare, qualcosa di cui liberarci per essere felici. Il pudore è spesso confuso con complessi e tabù che ci impediscono di vivere naturalmente le nostre relazioni con le altre persone. Ma è davvero così?

Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del proprio mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito e nostra moglie anche se ancora non li conosciamo.

Il pudore e la purezza vengono esaltati anche dalla Bibbia in vari passaggi, in particolare voglio riprendere il Cantico dei Cantici.

La sposa del Cantico, che sale dal deserto accompagnata dal corteo nuziale, non è visibile a tutti, ma è custodita in un baldacchino velato. Un baldacchino regale protetto da sessanta prodi armati di tutto punto.

Il significato è chiaro. L’amore (Dio in noi) e il corpo che è tempio di quell’amore e quindi tempio di Dio vanno protetti e custoditi da ogni insidia. Il baldacchino rimanda al talamo nuziale, lì dove l’amore e il dono totale di sé trascende nel divino, e rimanda al tabernacolo dove Dio diventa dono totale per noi, facendosi mangiare: due misteri incredibili che sono legati profondamente.

Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene.

Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

Antonio e Luisa

Uno sguardo puro

Il Cantico dei Cantici ci presenta il desiderio d’amore, che poggia sulla contemplazione della propria amata e del proprio amato. Il Cantico non racconta una storia lineare dove c’è un inizio e una fine, ma è un continuo ripetersi, un ciclo che ricomincia innumerevoli volte. L’attesa, il desiderio, l’incontro, lo scambio di tenerezze, carezze, profumi, la contemplazione l’uno dell’altra e, infine, l’appagamento totalizzante dell’amplesso fisico. Sembra tutto giunto al culmine, invece nel Cantico non c’è un lieto fine assoluto, ma dopo ogni incontro d’amore c’è la perdita dell’amore e la sua ricerca, perché l’assenza ci rende tristi, incompleti e non realizzati. Questo ciclo si ripete all’infinito, questa è la storia di ognuno di noi, qualcosa che possiamo avere e vivere nella nostra vita se solo riusciamo a incarnare un amore puro e casto (che nel matrimonio non significa astinenza).

Come evitare di perdere di vista il nostro amato o la nostra amata? Come evitare di non meravigliarci più della bellezza della nostra sposa e del nostro sposo? Come essere capaci di chiamare incantevole colei che Dio ci ha donato, anche dopo anni di matrimonio e un corpo che non è più nel fiore della giovinezza?

Dobbiamo seguire la strada del Cantico. Dobbiamo lavorare su un duplice aspetto. Renderci amorevoli verso il nostro coniuge e mantenere uno sguardo puro. Questo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo evitare la pornografia diretta e indiretta. L’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di accessi a siti web porno. Ma non basta, anche siti di informazioni seri come Repubblica e Corriere, per citare i più famosi, sono pieni di gallerie fotografiche di modelle quasi totalmente scoperte. Corpi perfetti, giovani e spesso ritoccati con il mouse o con il bisturi. Nutrirci quotidianamente di immagini così,  conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio.

Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà  ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare  e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona. Le parole magiche sono sguardo puro e rendersi amabili e la grazia di Dio farà il resto.

Antonio e Luisa

Eva era sola!

Ascoltando una delle bellissime catechesi giornaliere di don Antonello Iapicca, ho scoperto qualcosa di molto interessante.

Don Antonello ha fatto notare che nel libro della Genesi, quando Eva commette quel grandissimo errore che è il peccato originale, lei era da sola.

Mi sono sempre concentrato sull’agire di Eva senza mai soffermarmi sulle condizioni in cui si trovava quando peccò.

Non è un dettaglio irrilevante, al contrario, è molto utile anche a noi e alla nostra vita matrimoniale.

Eva pecca perché è da sola, non ha la presenza rassicurante e appagante del compagno, dello sposo.

L’assenza non è solo quella fisica, ma è anche quella del cuore.

Tutte le volte che la nostra sposa o il nostro sposo non sentono la vicinanza, l’amore, la cura, la stima, l’accoglienza, la tenerezza, il sostegno che noi dobbiamo dare, perché amare è questo, diventa vulnerabile. E’ proprio in quel momento che la tentazione ci colpisce proprio lì dove siamo più deboli ed esce la nostra rabbia, frustrazione, concupiscenza, egoismo o qualsiasi altra pulsione ci perseguita.

E’ vero che la nostra forza deve poggiare non sulla nostra sposa o il nostro sposo, ma è altrettanto vero che è spesso difficile, è un obiettivo che si raggiunge dopo un cammino di liberazione e guarigione.

Durante il cammino abbiamo bisogno del sostegno di chi ci ama per non crollare, non per nulla ci ha messo al fianco una persona per aiutarci a vicenda ad arrivare a Lui.

Antonio e Luisa

Rompiamo il vaso. L’amore vero è spreco.

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo. 4 Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d’olio? 5 Si poteva vendere quest’olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. 6 Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un’azione buona verso di me. 7 Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. 8 Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei».

Questo passo del Vangelo racconta di quando Maria, la sorella di Lazzaro e di Marta, unge il capo di Gesù con l’olio di nardo. Il nardo era un’essenza molto preziosa e costosa. Sarebbe stato meglio, forse, come volevano alcuni presenti, vendere tutto e usare il ricavato per i poveri? O forse, usare una piccola quantità per Gesù, visto il profumo molto intenso del nardo, e vendere il resto?

Gesù non lo pensa, anzi, parla di lei con un’ammirazione e una grandezza che non ha usato per nessun altro. Dice:  In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei.

Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto.

Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così.

Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce?

Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Antonio e Luisa

 

 

Il bacio: alterità celebrata

Sto preparando il terzo poema del Cantico dei Cantici e tra le tante fonti a cui ho attinto c’è anche Enzo Bianchi. Non condivido  tante sue riflessioni ma sul Cantico devo dire, mi è piaciuto molto.

Ecco di seguito una sua riflessione sul bacio, molto bella, molto erotica ma mai volgare:

C’è un poeta ebreo russo che dice: “Mia colomba, tu sai come ci baciamo noi ebrei? (e anche noi cristiani, eh?) quando il cuore non si distingue più dal cuore dell’altro, quando petto contro seni nessuno dei due sa chi dei due respira, quando materiale e immateriale spariscono, non resta che un solo soffio, quando non restano più parole ma solo il parlare degli occhi: quello è il bacio!” Questo è il bacio umano ed è per questo che l’amata/amante lo invoca. Il bacio è innanzitutto il volto contro volto. Volto contro volto, perché l’amore terreno nel suo vertice è il mantenimento, è il desiderio del volto. Non ci si perde con i baci in un caos. Non c’è da percorrere un sentiero che porti alla fusione, sogno impossibile. Ci deve essere nel bacio l’ebbrezza del faccia a faccia, cioè dell’alterità celebrata, io e tu, uno di fronte all’altro, nel bacio in cui si parlano le pupille degli occhi, ci si osserva e si vedono le pupille dilatarsi, palpitare quasi! Quello è il bacio umano! Neanche l’amplesso, guardate, ha valore senza il bacio. L’amore non è senza volto, altrimenti se l’amore  avvenisse senza la visione del volto, la ricerca del volto, è un amore cosificato, è l’amore colto in modo disorganico, come un insieme di strumenti di piacere. Non è un caso che nella prassi della prostituzione difficilmente c’è posto per il bacio. Non è un caso che le riviste pornografiche mettano sempre un’ostensione del sesso, lo rappresentano, sono martellanti affermazioni di meccanica dell’amore. Ma non sanno quasi dare il senso della totalità dell’amplesso di cui però il volto contro volto è la chiave necessaria per capirlo, per esperirlo. Il bacio è l’inizio dell’amore ma è anche l’inizio dell’ebbrezza del desiderio. Ma, come emerge il desiderio, è subito raffigurazione, è subito scena. Noi uomini siamo fatti così. E dopo che questa donna ha detto: “Mi baci con i baci della sua bocca” il desiderio gli scatena l’immaginario, l’immaginario accende e nutre il desiderio. “Le tue carezze inebriano più del vino” ecco l’ebbrezza che inizia dal bacio. Poi c’è il profumo, c’è l’odore. E qui, guardate, siamo incapaci di capire. Questa ragazza non solo immagina i baci, esperienza degli occhi. Ma nel suo immaginario vuole fare un’esperienza totalizzante dei cinque sensi.

Antonio e Luisa

Il circo della farfalla

Oggi vi presento un cortometraggio rielaborato da parte di due cari amici e sposi: Mirko e Sandra.

Il corto è ambientato negli Stati Uniti durante gli anni delle depressione dopo la crisi del 29.

E’ la storia di Will, interpretato da Nick Vujicic, l’uomo senza arti, rifiutato da tutti e finito in una fiera come fenomeno da baraccone. Deriso, sopravvive senza trovare un posto e un senso nella propria vita. Fino a quando Mendez, il direttore di un circo molto particolare, non entra in quella fiera e i loro sguardi si incontrano. Mendez è Dio, e quando ti guarda con quello sguardo carico di amore e di bellezza la tua vita cambia.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia. E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Buona visione…

Antonio e Luisa

Aperti alla vita con responsabilità

Negli ultimi decenni la Chiesa ha modificato il proprio insegnamento per quanto riguarda i rapporti sessuali all’interno del matrimonio.

Lo Spirito Santo ha guidato la Chiesa a capire finalmente che il rapporto fisico tra gli sposi non è qualcosa da tollerare per permettere la procreazione e, quindi, qualcosa che abbassa l’unione tra gli sposi, ma al contrario è il gesto corporeo che più rappresenta l’unione fisica sponsale e che è sempre fecondo anche quando non è cercato per procreare.

La Chiesa ha modificato il concetto base che caratterizza il rapporto fisico da procreazione amorosa ad amore fecondo.

Fecondità è diversa da fertilità e la Chiesa lo sa bene. Si è fertili solo quando si genera una nuova persona, si è fecondi quando si cresce nell’amore, sia quindi generando un figlio, sia generando amore tra gli sposi e amore degli sposi verso Dio, verso i figli che già ci sono e verso l’esterno.

Giovanni Paolo II, proseguendo la strada del Concilio, ha prodotto quella meraviglia che è la teologia del corpo, che riprende e approfondisce queste tematiche.

La donna è fertile solo per due giorni al mese. Se Dio avesse voluto che in ogni rapporto ci fosse il concepimento l’avrebbe resa fertile sempre. Il rapporto fisico è importante quindi non solo per la procreazione, ma anche perché unisce sempre più gli sposi e li fa crescere in un amore sempre più vero e casto. Non a caso nella Chiesa si sente sempre più spesso parlare di procreazione responsabile. Responsabile non significa fare pochi figli, ma il numero che nel discernimento pensiamo di poter crescere dignitosamente. Per qualcuno un solo figlio può bastare, per altri 10 sono pochi. Non siamo tutti uguali.

Aperto alla vita, ma responsabile verso la vita. Come fare? I metodi naturali sono l’unica risposta che a livello generale la Chiesa offre.

Metodi che vengono spesso criticati e mistificati ma che hanno, se ben applicati, una percentuale di successo che non si discosta dai metodi anticoncezionali. I metodi naturali aiutano a conoscere il corpo della donna e a rispettarlo. Aiutano l’uomo ad aspettare e a imparare il dominio di sé per non essere schiavo degli istinti, per saperli gestire e indirizzare al bene e al dono. Le statistiche lo dicono: la maggior parte delle coppie sono molto attive, dal punto di vista sessuale, i primi tempi della relazione, ma con il passare degli anni riducono il numero di rapporti fino ad arrivare al deserto. Le coppie che vivono la castità non hanno rapporti durante il fidanzamento, imparando a gestire il proprio corpo, e durante il matrimonio non subiranno crisi in questo ambito, perché il loro donarsi o meno non dipende da un istinto, ma il desiderio è basato su altro, sulla roccia dell’amore vero che si fonda su anima e corpo, su cuore ma anche testa e volontà. La libertà che Gesù ci dona nel matrimonio è anche questa, di non essere schiavi di noi stessi, ma di essere Re, perché lui con il battesimo e il matrimonio stesso ci ha fatto di stirpe regale, ci ha fatto Re, sacerdoti e profeti del suo amore.

Antonio e Luisa

 

La falsità degli anticoncezionali

Questa riflessione può sembrare dura e anacronistica, ma serve per dare uno spunto, una prospettiva diversa e controcorrente, una prospettiva cattolica, una prospettiva pienamente umana.

Gli anticoncezionali sottraggono all’intimità fisica una realtà ad essa intrinseca: la fecondità, privano la dimensione corporea del sesso della sua funzione naturale d’incarnare nel gesto sessuale una dote fondamentale dell’amore coniugale: la procreazione, cioè l’apertura alla vita.

Il gesto fisico del rapporto resta uguale, ma è privato, defraudato intenzionalmente, volontariamente della capacità di incarnare  l’amore coniugale nella sua pienezza.

Questa esclusione volontaria nasce dal cuore, quindi distrugge prima di tutto in esso l’apertura alla vita, privando l’amore della dimensione procreativa.

E’ la corruzione del cuore che muove la volontà a scegliere i contraccettivi.

La contraccezione, corrompendo con la falsità il cuore, non intacca solo l’aspetto procreativo, ma ferisce e riduce anche quello unitivo.

Con l’uso di anticoncezionali, a differenza dei metodi naturali che rispettano il ciclo di fertilità della donna, vogliamo essere padroni dell’amore e non servi, il gesto sessuale viene svuotato di uno dei suoi significati più profondi, per darci la “libertà” di escludere la natura e l’ordine ecologico, per divenire padroni di noi stessi, della nostra sposa e del nostro sposo e dell’atto che più esprime l’amore coniugale, riducendolo spesso a mera ricerca di piacere.

Antonio e Luisa

L’abbraccio del perdono

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

I 5 linguaggi dell’amore

I cinque linguaggi dell’amore. Scommetto che per il 90% di chi legge viene subito in mente il famoso libro di Gary Chapman. Famoso non a torto, libro molto utile e pratico per capire alcune dinamiche della coppia ed aiuta ad evitare sofferenze, incomprensioni e litigi. Il dott. Chapman evidenzia che non è sufficiente voler bene a qualcuno, ma bisogna riuscire a trasmettergli il nostro amore. Tutti abbiamo un serbatoio dell’amore che dobbiamo cercare di riempire per stare bene e sentirci appagati del nostro rapporto di coppia. Esistono modalità (linguaggi) per dimostrare e trasmettere amore e ognuno di noi, pur apprezzando tutti e 5 i linguaggi, ne parla uno in particolare. E’ importante conoscere quello del coniuge per fargli sentire tutto il nostro amore.

I 5 linguaggi sono:

  1. contatto fisico (carezze, abbracci, ecc.)
  2. parole di incoraggiamento (dire all’amato/a che è importante, bello/a, bravo/a, ecc.)
  3. gesti di servizio (pulire casa, fare la spesa, riparare una porta, ecc.)
  4. momenti speciali (appuntamenti, concerti, cene, ecc.)
  5. regali (non per forza costosi)

Chapman scrive che ognuno di noi tende a parlare con l’altro soprattutto il proprio linguaggio, sicuro che se piace a se stesso debba piacere anche agli altri. Se i coniugi usano entrambi la stessa modalità, non sorgono problemi. I problemi ci sono quando gli sposi parlano lingue diverse e non si capiscono.

Ad esempio se il marito apprezza i gesti di servizio e la moglie le parole d’incoraggiamento iniziano le scintille. Il marito si metterà completamente al servizio della moglie, che però non si sentirà amata per questo e resterà insoddisfatta aspettando una buona parola da parte del marito, che non arriverà perché lo sposo non ne comprende l’importanza. Anzi, il marito in un momento di scoraggiamento potrebbe anche dire qualcosa di poco carino, svuotando così il serbatoio dell’amore della moglie.

Vi rendete conto quanti danni si possono fare per incomprensioni che non si chiariscono?

Si arriva a separazioni per queste situazioni irrisolte. Chapman si occupa proprio di rimettere insieme coppie che non si capiscono, che non parlano la stessa lingua.

Antonio e Luisa

 

L’adulterio è riprenderci il cuore

L’adulterio. Quando pensiamo a questa parola, immaginiamo subito il tradimento carnale, avere rapporti sessuali con altre persone che non siano nostra moglie o nostro marito. Ed è vero, ma è una spiegazione molto superficiale e limitata, la punta dell’iceberg. L’adulterio è molto di più e comincia molto prima di arrivare a tanto. L’adulterio è una falsificazione. Adulterare  significa esattamente variare in modo illecito. Che sia uno sguardo, un pensiero o un atto vero e proprio. Con il matrimonio il nostro cuore appartiene alla nostra sposa, perché noi gliel’abbiamo donato. L’adulterio è cacciarla fuori e riprenderci qualcosa che non ci appartiene più, con l’adulterio torniamo noi al centro del nostro cuore. L’adulterio non è sostituire la nostra sposa con un’altra donna, ma rimettere noi al centro, perché l’altra donna non diventa altro che un oggetto per soddisfarci. Basta uno sguardo a una donna incontrata per strada, magari poco vestita, per farne un oggetto delle nostre fantasie. Una donna poco vestita non è mai, e ripeto mai (non fatevi illusioni), ammirata per la sua bellezza, ma vista sempre come oggetto. Non lo dico perché sono maschilista, ma semplicemente perché l’uomo è fatto così, vista e fantasia sono due chiavi fondamentali della sessualità maschile a differenza di quella femminile, che è basata più sull’affettività e tenerezza. Senza contare poi che la pornografia è diffusissima tra ragazzi e anche uomini adulti, e questo non fa altro che accentuare la mentalità che oggettivizza la donna e la trasforma non più in persona ma in corpo se non addirittura in parti di un corpo.

Esiste poi l’adulterio del cuore, ancora più sottile e pericoloso. Sì, perché avviene tra i coniugi stessi. Tutte le volte che ci si accosta alla propria moglie per soddisfare una propria voglia e un proprio istinto, trattandola come oggetto di piacere, stiamo commettendo adulterio, perché non ci stiamo unendo a nostra moglie, ma a un pezzo di carne, a un oggetto al nostro servizio. State sicuri che le donne non sono stupide, lo capiscono benissimo e questo porta sempre sofferenza e divisione tra i coniugi.

Non commettere adulterio non è semplicemente non fare qualcosa, ma al contrario è darsi da fare. Significa purificare il proprio sguardo, il proprio cuore e la propria mente e imparare il dominio di sé, che è indispensabile per potersi donare a una persona.

Antonio e Luisa

Va’ e anche tu fa’ così

Oggi parto da una riflessione di don Antonello (che sta in Giappone ma riesco ad ascoltare ogni giorno, è meraviglioso).

Chi è il mio prossimo? Per noi sposi, il nostro prossimo è nostra moglie e nostro marito.

La domanda che Gesù ci pone è stringente: siamo capaci di farci prossimo oppure la nostra capacità e sempre condizionata da ciò che l’altro/a fa o dice?

Don Antonello nella sua omelia ha evidenziato come per gli israeliti fosse prossimo solo chi faceva parte del loro popolo, chi rispettava la legge, gli altri non valevano nulla.

Siamo anche noi così? Disposti ad essere prossimo solo se l’altro si comporta secondo la legge, se merita il nostro amore e la nostra considerazione?

Gesù con questa parabola parla ad ognuno di noi e ci dice proprio il contrario. Farsi prossimo significa amare e curare sempre anche quando l’altro/a è lontano da noi e da Dio. Proprio in quel momento dobbiamo chinarci sulle sue ferite e curarle con amorevole dedizione. Il sacramento del matrimonio è questo. Prendersi cura l’uno dell’altra soprattutto quando uno dei due ne ha più bisogno, è ferito e moribondo spiritualmente e per questo anche meno amabile da parte nostra.

Questo non è possibile però se prima non abbiamo fatto esperienza di Gesù che è stato il nostro samaritano, colui che si è chinato sulle nostre ferite e ci ha guarito con l’olio e il vino dello Spirito Santo e dei sacramenti.

Il matrimonio è rispondere a questo atto di amore di Gesù, è rispondere all’invito di Gesù che dice ad ognuno di noi, che Lui ha toccato con il Suo amore e la Sua Grazia: «Va’ e anche tu fa’ così»

Antonio e Luisa

Il mondo dice che……

Il mondo dice che l’amore è un sentimento.

Dio dice che l’amore è sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se consensuale e protetto.

Dio dice che il sesso è l’espressione corporea di un’unione sacra e solo nel matrimonio è benedetto.

Il mondo dice che  basta l’amore e non serve sposarsi.

Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste.

Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti schiavizza e ti impedisce di essere felice.

Dio ti dice che solo rispettando la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che tu sei il centro e se tu sarai felice lo saranno anche gli altri intorno a te.

Dio ti dice che devi fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai essere felice anche tu.

Noi siamo stati del mondo per tanti anni, abbiamo vissuto come il mondo ci faceva credere fosse giusto per noi e non abbiamo trovato altro che solitudine e infelicità. Solo quando ci siamo arresi a Dio, abbiamo compreso che da soli non ce la facevamo, abbiamo cercato di amarlo con tutto noi stessi, rispettando le Sue leggi, e abbiamo trovato la gioia e la pace.

Dopotutto anche il mondo ha le sue leggi che tutti seguono sentendosi originali e trasgressivi ma lasciatemelo dire quelli originali e trasgressivi siamo noi. Siamo noi che abbiamo messo in discussione tutto, siamo noi che ci siamo fidati di una persona che è morta massacrata e inchiodata su una croce, siamo noi che sentiamo di essere di più di quello che il mondo vuole farci credere, siamo noi cristiani i veri rivoluzionari in questo mondo grigio e triste.

 

Ogni comandamento di Dio sembra togliere un po’ della nostra libertà, sembra che ci renda difficile realizzarci, ma lui è un Padre che ci ama e ogni sua parola è detta per noi, per aiutarci ad essere persone libere e profondamente capaci di amare come solo Gesù ci ha insegnato a fare. Gesù nel Vangelo dice: Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.

Gesù, crediamo profondamente che solo in Te possiamo essere sposi veri e capaci di amare. Aiutaci a vivere la tua Legge con la tua Grazia e la redenzione che hai portato in noi e nel nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Imparare a perdere è la scelta vincente.

Il matrimonio ti insegna a perdere. Dirò di più, insegna a perdere e ad essere contenti di perdere. Perdere significa rinunciare a imporre la propria volontà, significa spostare il centro da noi all’altro, significa morire a se stesso per qualcosa di più grande e importante. Perdere non significa subire un compromesso con frustrazione, ma amare e capire l’altro. Nella coppia dobbiamo imparare a perdere. Quante incomprensioni e quante sofferenze perché ci chiudiamo sulle nostre posizioni e perché pensiamo di avere ragione. Due egoismi che si scontrano. Musi, ripicche e silenzi carichi di tensione: per cosa? Perchè la vogliamo vinta. Perchè ciò che è importante per noi non è la relazione ma avere soddisfazione, che l’altro si abbassi a noi e alla nostra volontà. Dobbiamo imparare a perdere, a perdere quell’io di troppo che non permette al noi di respirare. Vi assicuro che sono stato molto più felice quando ho perso ma ho visto la mia sposa felice che quando mi sono imposto ma ho visto la rassegnazione nella mia sposa. Bisogna imparare a perdere e quando la coppia fa a gara per capirsi e venirsi incontro perdere sarà una vittoria, perché la relazione (ciò che conta di più) si rafforzerà. Amarsi è così, è sempre un controsenso, è un farsi piccolo per crescere.

Don Fabio Bartoli, in una sua catechesi, ebbe a dire:

Quando tu sposo sei nella logica della famiglia, che il suo bene è il mio bene, capisci che la cosa più sana nelle discussioni è perdere.

Cosa importa aver ragione se rompi il rapporto?

Che bella una discussione dove ci si preoccupa di più di dar ragione all’altro che di aver ragione.

Anche vivere in questo modo è un cammino. I contrasti ci sono. Ma se si persevera ci si accorge che si cambia, che si diventa sempre più attenti alle ragioni dell’altro, che i musi durano sempre meno fino a scomparire e che l’unica cosa che si desidera è ricostruire immediatamente quell’armonia che abbiamo rotto. Naturalmente non c’è nulla di meglio che pregare insieme per ritrovare immediatamente l’armonia perduta.

Antonio e Luisa

Nella gioia e nel dolore

Parliamo delle promesse matrimoniali. Ripassiamo quello che uno sposo e una sposa si promettono il giorno delle nozze:

Io N., accolgo te, N., come mia/o sposa/o.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Abbiamo mai approfondito queste 7 righe che ci hanno cambiato la vita per sempre?

Io accolgo. Accogliere è un verbo bellissimo, esprime due libertà, donazione reciproca, l’amante che si dona in totale volontà e libertà e con tutto se stesso e l’amato che accoglie il dono e lo ricambia. Ti accolgo come mia sposa e come mio sposo. Queste parole le abbiamo pronunciate con una grande inconsapevolezza del loro reale significato. Come mio sposo e come mia sposa, non significa semplicemente un generico volersi bene ma significa amare alla maniera di Dio. Vuol dire dare la vita per l’altro/a. Proprio per questo, c’è subito la seconda riga che ci viene in aiuto. La Chiesa nella sua millenaria saggezza  conosce benissimo la miseria umana e quindi sa che amare nel modo richiesto dal matrimonio cristiano ci è impossibile. Diventa appunto possibile con la grazia di Cristo che nel nostro matrimonio non dobbiamo mai smettere di chiedere.

Amare nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, amare e onorare sempre ogni giorno della vita, non sono altro che l’esplicazione delle righe precedenti.

Oggigiorno si assiste a una curiosa prassi. Quando ci si sposa in Chiesa tanti sposi ripetono queste poche parole ma probabilmente non le capiscono o le comprendono solo in parte.

Si pensa che la promessa di matrimonio sia valida solo finchè le cose funzionano, finchè sono appagati e felici della propria unione ma in questo caso basta il sentimento non servirebbe una solenne promessa. La promessa, che in pratica esplica la volontà di amare sempre, diventa decisiva proprio quando le cose vanno male, quando il sentimento è assente o non lo percepiamo. Ecco perchè il matrimonio è un sacramento che non finisce mai, perchè ci impegnamo a rinnovare il nostro sì ogni giorno e dove pensiamo di non poter arrivare noi, c’è la Grazia di Dio: non abbiamo scuse.

Antonio e Luisa

 

Marte e venere

Oggi riprendo un altro bel libro: “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere”.

Questo libro non mi ha convinto fino in fondo, perché a volte è troppo stereotipato, le differenze non sono sempre così evidenti e nette come il libro vuole far credere.

Un esempio in particolare, è però sintomatico di come ci roviniamo la vita da soli, partiamo con tutte le nostre migliori intenzioni, ma finiamo per litigare o comunque per sentirci incompresi.

Scena tipica: vostra moglie arriva a casa, e vuole raccontare quello che le è capitato sul lavoro o qualsiasi altra cosa le abbia procurato pensieri, dubbi e incertezze.

Noi da bravi mariti, anche se non abbiamo sempre voglia perché stiamo facendo altro, ci mettiamo devotamente in ascolto, intenzionati a concentrarci e a trovare la soluzione che possa sollevarla e farle tornare il sorriso.

Dopo che pensiamo di aver capito il problema, diamo trionfanti la nostra soluzione, convinti di aver contribuito a sistemare le cose e a tranquillizzarla. Siamo pronti a ricevere il nostro meritato ringraziamento, invece, con enorme stupore, lei non solo non è contenta, ma si arrabbia dicendo che non abbiamo voglia di ascoltarla e vogliamo liquidarla in fretta. Noi, inebetiti, la guardiamo con un misto tra sconcerto e stupore e non sappiamo cosa dire.

Con l’andare del tempo, ogniqualvolta diamo una soluzione alla nostra mogliettina e vediamo che non viene accolta positivamente, iniziamo a disinteressarci di quello che ci dice. Rispondiamo a mugugni e intanto facciamo o pensiamo ad altro. Tutto questo provoca insoddisfazione in entrambi i coniugi ed è spesso motivo di litigi e incomprensioni.

Ma perché succede questo? Chi sbaglia?

Sbagliamo entrambi perchè siamo convinti che un uomo e una donna ragionino allo stesso modo. La nostra cara mogliettina sarà soddisfatta, non quando le daremo la risposta vincente, ma solo quando staremo in silenzio ad acoltarla attentamente, intervenendo non per darle soluzioni ma per farle capire che siamo partecipi. La donna racconta problemi per trovare conforto e partecipazione, mentre l’uomo più praticamente per trovare una soluzione.

Nella nostra personale esperienza è capitato proprio questo. Con il tempo e la formazione lo abbiamo capito e ora io sono più rilassato, perché so che non devo trovare necessariamente la soluzione, e la mia dolce metà si sente accolta, ascoltata e capita, anche se non sempre si fida visto che mi chiede a tradimento l’ultima cosa che ha detto, ma questo penso faccia parte dell’essere donna, bisogna saperlo e non farsi trovare impreparati.

Antonio e Luisa

Una sinfonia d’amore

Oggi, traggo spunto da un altro bellissimo libretto, molto breve ma non per questo povero, anzi, molto ricco di spunti. Il libro è: “E vissero felici e contenti” di Roberto Marchesini.

Mi ha incuriosito un passaggio dove riprende le catechesi di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo. Il santo Papa polacco azzarda un paragone molto impegnativo per noi sposi.

Il sacramento del matrimonio, come è noto, si realizza in due momenti: il primo momento è rappresentato dagli sposi che si dichiarano vicendevolmente le promesse matrimoniali , mentre il secondo è rappresentato dalla consumazione del matrimonio, cioè dal primo rapporto intimo tra gli sposi. Questi due momenti ricalcano il matrimonio redentore di Cristo con la Sua Chiesa, sua sposa. Gesù si offerto alla Sua sposa nell’ultima cena e questa offertasi è consumata  sul Calvario, quando Cristo è morto in croce per ognuno di noi.

Il sacramento del matrimonio si vive con due linguaggi, entrambi importanti ed entrambi necessari per vivere nella verità l’unione matrimoniale. C’è un linguaggio verbale, con il quale si comunica il nostro amore alla persona amata, si usano parole di incoraggiamento, di lode, parole tenere e dolci. Poi, c’è un linguaggio del corpo che deve essere in sintonia con ciò che diciamo e non solo fungere da supporto ma instaurare un vero e proprio dialogo d’amore anche indipendentemente dal linguaggio verbale. I nostri silenzi, il modo di avvicinarci, lo sguardo, le carezze, tutto ciò che il nostro corpo trasmette deve essere una sinfonia. Devono essere più strumenti, tra cui la voce, e, suonando insieme, devono riempire d’amore il cuore della persona amata.

Si accorsero di essere nudi

si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gn 3,7)

Finalmente, dopo aver approfondito il Cantico dei Cantici e aver letto alcune riflessioni sull’argomento, ho capito il senso di queste parole. Perchè prima i nostri progenitori erano in pace e la nudità non era motivo di disagio, mentre dopo il peccato originale sentirono il bisogno di coprirsi? Cosa è cambiato in loro?

E’ cambiato lo sguardo, la concupiscenza ha trasformato il nostro sguardo, capace di vedere e desiderare l’interezza della persona che ci troviamo di fronte, in qualcosa che trasforma l’altro in oggetto sessuale.

Prima del peccato originale tutto era basato sul dono di sè, sul desiderio di donarsi e appartenere totalmente all’altro, sul desiderio destato dalla meraviglia e dalla bellezza che venivano trasmesse dall’altro considerato nella sua interezza.

Il peccato ci ha reso egoisti, ci ha fatto rinchiudere in noi stessi, ci ha reso incapaci di vedere la bellezza dell’altro, ci ha fatto vedere nell’altro solo ciò che soddisfa la nostra concupiscenza e il nostro piacere sessuale.

Questo nuovo sguardo su di noi, impoverito dal peccato, non è più bello, ci fa sentire usati, violati e offesi. Per questo abbiamo bisogno di difenderci, di coprire le nostre parti più intime e sacre perché capaci di dare la vita.

Il pudore non è un tabù di cui disfarsi, ma è una sana difesa e protezione della nostra intimità.

Solo nel matrimonio la nudità potrà tornare ad essere bella e meravigliosa, ma solo se sapremo purificare il nostro sguardo, affidandoci alla Grazia delle nozze e a Gesù che con il suo sacrificio ha sconfitto il peccato originale e redento anche il nostro amore.

 

La fragilità non è un limite ma un’opportunità

Quattordici anni che siamo sposati, che Dio ha benedetto la nostra unione, che lo Spirito Santo ci ha legato così stretti da essere uno ai nostri occhi e agli occhi di Dio. Il matrimonio è assurdo, sposarsi è cosa da matti. Perché dovremmo legarci per la vita a una persona. Una persona che poi si scopre non essere perfetta ma al contrario limitata e fragile.

Sposarsi è soprattutto un atto di fiducia. Sta a noi scegliere in chi riporre questa fiducia. Possiamo riporre la nostra fiducia nella persona amata che diventa il nostro tutto oppure in Gesù Cristo che entrando nel nostro amore limitato e fragile lo trasforma e lo trasfigura.

Ho capito che riporre la fiducia in una persona, per quanto possa essere ben motivata, è perdente in partenza. Quella persona non sarà mai all’altezza di riempire il mio vuoto, il mio bisogno d’amore più profondo.

Riporre la fiducia in Cristo cambia prospettiva. Gesù ci consentirà di amare la nostra sposa e il nostro sposo, non nonostante i suoi difetti, la sua fragilità, la sua malattia, il suo abbandono, ma  nella sua fragilità, malattia, abbandono, perché la forza verrà da Lui.

La fragilità dell’altro non sarà più un limite all’amore ma sarà un’opportunità di amare e di perfezionare la nostra relazione.

Questa verità non si impara nei corsi o nei libri ma è una realtà che si vive ogni giorno di matrimonio. Questa è la via giusta, questa è l’unica via.

Vieni con me dal Libano

[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata  che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione cha abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Antonio e Luisa

Lo sguardo esalta e non viola

[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

 

Proseguiamo con il terzo poema del Cantico. Dopo aver visto nel precedente articolo il corteo nuziale, arriviamo all’incontro. Entrano nella casa nuziale e finalmente lo sposo, il re, può disvelare, togliere il velo alla sua amata. Quello che racconta il canto del poema è proprio lo sguardo di meraviglia dello sposo che pone lo sguardo sulla sposa. Il suo non è uno sguardo di concupiscenza, non è uno sguardo  che si sofferma sulla donna per dare soddisfazione alla propria cupidigia, trasformando la sposa in oggetto. Lo sguardo del Re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con lo sposo. Il cantico non nasconde con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.

L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza e stupore.

Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.

Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che il Cantico indica non solo possibile ma da ricercare.

Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il Re che la fa sentire bella e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?

Santi o falliti.

Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo facendo. Don Benzi diceva, da persona straordinaria qual era, che dobbiamo sposarci per diventare santi, non si può scappare da questo e soprattutto non si può pensare di essersi “sistemati”. Il matrimonio presuppone una conversione continua ogni giorno della nostra vita, presuppone che decidiamo coscientemente di mettere il nostro amato/a al centro del nostro cuore e delle nostre azioni. A volte riusciremo e a volte falliremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione ad essere santi nel proprio matrimonio, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Il contrario della santità non è il peccato, ma il fallimento. Il nostro matrimonio o procederà più o meno spedito verso la santità o sarà un matrimonio fallimentare, un matrimonio destinato alla separazione o, nel migliore dei casi, un matrimonio tra due persone che non vivono la propria vocazione all’amore, ma si accompagnano fino alla morte, come ha detto tristemente  (Santa) Chiara Corbella. Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nel nostro matrimonio e il nostro cuore sarà nella pace di chi è nella verità; più invece non riusciremo a farlo e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio.

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

Senza corpo non possiamo amare

Il corpo non vale meno dell’anima. Gesù quando è sceso su questa terra non si è manifestato puro spirito, ma ha scelto di incarnarsi in un bambino nato da Maria e costituito come ogni uomo di anima e corpo. Gesù per questo è vero Dio ma anche vero uomo. Anima e corpo non sono due entità disgiunte, sono invece unite e danno così origine all’uomo. L’uomo non è un’anima che ha un corpo ma è un’anima e un corpo. Noi siamo il nostro corpo. Solo se capiamo questa realtà che ci contraddistingue, possiamo comprendere tutta la bellezza del linguaggio del corpo nella relazione con l’altro e in particolare con il nostro sposo/a. Molti tendono a considerare la tenerezza e la dolcezza come doti dell’anima. Niente di più sbagliato. L’anima senza un corpo sarebbe incapace di esprimere qualsiasi sentimento e messaggio d’amore. Lo sguardo, l’abbraccio, il bacio, la carezza e ogni gesto e atteggiamento fino ad arrivare all’amplesso fisico sono espressioni corporee, che danno voce alla nostra anima che così riesce a relazionarsi con l’anima della persona amata.

Non disprezziamo il nostro corpo, per Dio è sacro, è tempio dello Spirito Santo e, se riusciremo a renderlo espressione di un’anima casta, potrà esprimere un amore meraviglioso e trasmettere tanta dolcezza e tenerezza alla persona amata che ne resterà affascinata e innamorata.

Antonio e Luisa.

L’amore è solo nella speranza

La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa.

Il sacramento del matrimonio attraverso la Grazia unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna.

La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile.

Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato.

Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Anche lo stesso amplesso fisico perde il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento ed è, per forza di cose, abbassato a una comunione sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto.

I magi non si sono persi, perchè hanno avuto lo sguardo fisso sulla stella che li ha guidati lungo il cammino verso l’obiettivo che si erano posti: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio che è Gesù, potremo giungere da lui, insieme, per abbracciarlo eternamente. Senza stella saremmo come profughi in mezzo al mare, in balia delle onde e delle correnti che ci trascinano avanti ma senza una vera meta e un vero significato.

Gli sposi, anzi, noi sposi dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

Voglio amarlo come lo ami Tu

Gesù è incredibile. Non somiglia a nessuno. Non può che essere Dio. Gesù non ti presenta una serie di regole e una morale da seguire ma ti ama senza limiti in modo gratuito e incondizionato. Quando decidi di unirti in matrimonio non ti impone una serie di vincoli, di regole, di atteggiamenti e azioni da fare o non fare. Lui viene ad abitare in quell’unione e trasforma lo sposo e la sposa non dall’interno di ognuno di essi ma dall’amore che si scambiano vicendevolmente. Gesù abita quell’amore. Il matrimonio è Gesù che si offre e si dona per abilitarci ad amare come Lui ama. Diventa un circolo d’amore che non finisce mai. L’amore dello sposo per la sposa e per Gesù, l’amore della sposa per lo sposo e per Gesù e l’amore di Gesù per lo sposo e la sposa. E’ un triangolo d’amore ma senza gelosia perché amare sempre più Gesù comporta l’amare sempre più l’altro. Gesù non impone regole ma ci chiede di abbandonarci al suo amore, allo Spirito Santo, perché il nostro modo di amare sia il suo. Ed ecco che quando gli sposi si abbandonano alla Grazia decideranno volontariamente di rinunciare a Satana e a tutte le sue proposte. Gli sposi se riusciranno a sperimentare la pienezza di questo amore divino trinitario calato nella loro misera dimora, troveranno la forza e le motivazioni per combattere le insidie e le tentazioni che romperebbero questa armonia meravigliosa. A volta si potrà cadere ma Gesù è paziente e così lo saremo anche noi con il nostro sposo o la nostra sposa sicuri che il perdono sia l’unica strada vincente per entrambi.

Vi lascio con le parole di padre Maurizio Botta che esprimono perfettamente l’amore nel matrimonio:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa