L’indifferenza d’improvviso.

Una delle caratteristiche che riscontro spesso nelle separazioni è la totale indifferenza verso il coniuge da parte della persona che ha voluto dividersi e che se n’è andata: sembra quasi che ad un certo punto avvenga un cambiamento radicale, come un interruttore di una lampadina, prima c’era la luce e poi il buio. È un fenomeno che ho sperimentato anche sulla mia storia e che è stato causa di forte dolore, ma anche di riflessione.

Ricordo che, poco dopo la separazione mi sono dovuto ricoverare in ospedale per tre giorni a causa di un piccolo intervento ai denti; dissi a mia moglie che avrei dovuto ricoverarmi per qualche giorno, senza scendere in dettagli (avrebbe potuto essere anche una cosa più grave) e lei mi rispose solo di farle sapere quando avrei potuto riprendere le figlie, neanche la curiosità di conoscerne il motivo. Rimasi davvero scioccato per questo comportamento, davvero inspiegabile, perché proveniva da chi, anni prima, aveva promesso di prendersi cura di me e di essermi vicina nei momenti di gioia e di dolore.

Questo modo di fare fa più male delle cattiverie, dei tradimenti e di tutte le lotte che si fanno con gli avvocati: è difficile accettare che tu sei diventato una persona estranea per la tua sposa con cui hai condiviso tutto, perfino il talamo nuziale e la nascita dei figli. E così ho amici che hanno dovuto superare prove importanti, hanno avuto lutti in famiglia e non c’è stata nemmeno una telefonata per dire: “Cane, come stai?”. Più è grande l’amore che si prova e più è forte il dolore che si subisce per questa indifferenza e insensibilità alle tue prove della vita.

È difficile entrare nella mente delle persone, anche perché siamo tutti diversi, ma ritengo che quando qualcuno decida di separarsi, voglia lasciarsi tutto alle spalle, come girare la pagina di un libro per scrivere una nuova parte della propria vita, dopo aver cancellato tutto quello che c’è stato prima. E la cosa paradossale è che tu che sei stato lasciato, soffri, mentre l’altro sembra che sia finalmente felice e contento, magari frequentando altre persone.

Il tempo passa e le cose non cambiano nonostante le tue preghiere, il tuo affidare a Dio il tuo dolore, le tue opere di misericordia……che ingiustizia vero? Perché Dio non fai qualcosa, non vedi, sei distratto? Che cosa aspetti? Perché avviene questo? Sono domande che nascono spontanee, specialmente nei momenti di sconforto, quando sembra di essere stati sconfitti su tutti i fronti e di aver sbagliato tutto.

Io non so dare delle risposte, anche perché non avrebbe senso, derivano da una concezione di Dio sbagliata che prevede il Creatore ai nostri comandi e ai nostri servizi, come fosse una bacchetta magica. Spesso Dio lavora segretamente. Manteniamo salda la nostra Fede. Comprenderemo i Suoi piani al momento giusto, come si dice nel film God’s not dead (Dio non è morto).

Di sicuro nulla avviene per caso e questa indifferenza del coniuge può essere la spinta per affidarci ancor più a Dio e per cercare l’unità con Lui, non contando su nient’altro. Solo Lui è il centro e la nostra consolazione, nonostante il dolore. Anche Gesù ha sperimentato sulla sua pelle cosa vuol dire prima essere osannato e accolto come un re e poi lasciato completamente da solo, nel più totale menefreghismo, fino a toccare il vertice del dolore per il silenzio del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, Dio senza Dio.

Termino citando la parte più bella del film che ho appena nominato, quando c’è il dialogo tra il figlio, un avvocato di grido nel pieno vigore della salute e della carriera, e sua madre, malata e anziana: “Tu hai pregato e creduto per tutta la tua vita. Non hai mai fatto niente di male. Ed eccoti qua. Tu sei la persona più buona che conosco. Io sono la più cattiva. Tu hai la demenza senile. La mia vita è perfetta. Spiegami questo”. Così chiede Mark alla madre, ricoverata in una casa di riposo, ed evidentemente non si aspetta alcuna risposta. Lei, invece, si scuote per un attimo e parla: Talvolta il diavolo permette alla gente di vivere una vita libera da problemi, perché non vuole che si rivolgano a Dio. Il loro peccato è come la cella di una prigione, solo che tutto è bello e confortevole e che non sembrano esserci ragioni per lasciarlo. La porta è spalancata, finché un giorno il tempo scade, la porta si chiude di schianto, e improvvisamente è troppo tardi”.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Apparenza o sostanza?

Dagli Atti degli Apostoli (At 6,8-10.12; 7,54-60) In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.[…] E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio. […] Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

La rotazione del calendario ha voluto che il nostro articolo fosse nel giorno di santo Stefano, probabilmente molti tra noi stanno tuttora festeggiando coi propri cari il Natale e vi auguriamo che questo Natale possa essere foriero di grandi Grazie dal Cielo. Oggi le nostre povere parole saranno brevi perché vogliamo dare il tempo di far penetrare la Grazia natalizia nei cuori senza distrazioni dai social e simili.

La Chiesa sembra una madre sadica che non lascia il tempo ai figli di finire i festeggiamenti che già subito presenta il protomartire Stefano come il prototipo, appunto, da imitare. Ma dove sta l’importanza di mettere una data di un martire proprio il giorno dopo la nascita del Bambinello ?

Per metter fin da subito le cose in chiaro: il cristianesimo non è una vita comoda!

Non sono parole dure di Giorgio e Valentina: la prima lettura, che abbiamo riportato in alcune sue frasi essenziali, racconta il martirio di Stefano, ma poi nel Vangelo abbinato ad essa Gesù stesso così si esprime:

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; […] Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

Il cristianesimo quindi non è commuoversi davanti al bambino Gesù deposto nel presepio per poi vivere di fatto un ateismo pratico.

Un cristianesimo accomodante non è vero. Un cristianesimo che non ci scomoda dai nostri vizi non è vero. Un cristianesimo che ci accontenta in ogni desiderio della carne non è vero. Un cristianesimo fatto solo di bollicine in pancia e farfalle nello stomaco non è vero. Un cristianesimo all’acqua di rose non è vero. Un cristianesimo che dà un colpo al cerchio e uno alla botte non è vero. Un cristianesimo che segue le mode del mondo non è vero. Un cristianesimo che appiana santi e peccatori tutti allo stesso livello, non è vero. Un cristianesimo costruito sui sentimentalismi non è vero. E santo Stefano – come tutti gli altri martiri – ce lo ha testimoniato.

Gesù – che è la seconda Persona della Santissima Trinità, quindi è Dio – si è umiliato a tal punto da farsi uomo, non per farci scendere le lacrime davanti al presepio, ma per salvarci, e come lo ha fatto? Sulla croce. Gesù Cristo ci ha dato tutto e chiede tutto. Cari sposi, siamo disposti?

Giorgio e Valentina.

Abbiamo bisogno del Natale

Che bisogno c’è di festeggiare il Natale tutti gli anni? Lo sappiamo ormai, Dio si è fatto uomo! Sempre la stessa storia – come dice mio figlio. Eppure non è proprio così. È un avvenimento che ci riguarda da vicino. Dio è venuto ad abitare il nostro mondo, nostro inteso proprio come nostro. È venuto ad abitare la nostra vita, la nostra storia e il nostro matrimonio. Ma perché tutti gli anni ricordarlo e festeggiarlo. Non basta saperlo?

È come il nostro anniversario di matrimonio. È un’occasione per fare memoria. È un’occasione per fermarsi e togliere per un attimo tutte quelle preoccupazioni e tutti quegli impegni che ci allontanano l’uno dall’altro. Sì, perché la vita quotidiana non ci allontana solo da nostro marito o da nostra moglie ma ci allontana anche da Gesù.

Il rischio è quello di sentirci da soli. Di vivere una fede fatta di riti che con il tempo possono diventare vuoti. Trovarci con un Dio lontano e noi da soli qui a correre e fare fatica. Dio che appare distante e inaccessibile, mentre noi lottiamo e ci sforziamo nel nostro cammino quotidiano. Rischiamo di perdere il senso della nostra fatica e a volte anche dello stare insieme.

Invece il Natale è quell’appuntamento che ci riporta un Dio lontano qui sulla terra con le sembianze di un bambino. Perché un bambino non si impone con la forza e con la paura ma ci chiede di essere accolto con tenerezza ed amore.

Ecco, questo Natale apriamo il cuore alla tenerezza, facciamo posto a Gesù. Facendo posto a Lui saremo capaci di fare un po’ di ordine nella nostra vita, saremo capaci di riacquistare uno sguardo verso un orizzonte eterno che supera le piccole o grandi difficoltà del nostro vivere e riacquisteremo anche la capacità di dare senso al nostro amore l’uno per l’altro anche quando non sarà facile trovarlo, quando ci sentiremo feriti dall’altro o non pienamente corrisposti.

Anche questo Natale è nato Gesù perché noi ne abbiamo bisogno. Senza Natale saremmo troppo poveri per amarci davvero ma saremmo capaci solo di usarci per riempire le nostre miserie.

Antonio e Luisa

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Dios primerea

Cari sposi, agli esordi del suo pontificato, Papa Francesco in una udienza nel marzo 2014, volendo esprimere il concetto che Dio si anticipa benevolmente a noi, sa venirci incontro, trova il modo per soccorrerci ben prima che ce ne accorgiamo, utilizzò un’espressione spagnola: “Dios primerea”.

Oggi, questa frase ben si adatta al senso delle letture, nella IV domenica di Avvento, a stretto contatto con il grande giorno del Natale. È il senso della prima lettura e del salmo dove il grande re Davide ha avuto un’idea straordinaria. Se l’Arca dell’Alleanza, con tutta la sua solennità – era infatti il luogo su cui Jahvé poggiava i suoi “piedi” – veniva lasciata sotto una semplice tenda, in un luogo aperto e in una condizione vulnerabile, come mai il re d’Israele poteva appisolarsi tranquillamente nella sua reggia sontuosa?

Da qui la “genialata” di avviare il progetto di un tempio maestoso entro il quale conservala con tutti gli onori: ma che bello! “Bravo Davide, sei veramente un re saggio e assai devoto verso il tuo Dio. Anche i profeti te danno ragione, passerai alla storia per aver onorato il Signore!”A prima vista ci pare una scelta ponderata, oculata, frutto di discernimento… ma a ben vedere non risulta conforme ai piani di Dio.

Circa mille anni dopo, nel momento in cui la Trinità ha scelto di manifestarsi al mondo con la venuta del Verbo fatto uomo, chi, come e dove rendere possibile tutto ciò? Chi avremmo scelto noi perché potesse essere genitore di Gesù? Ci sarebbe mai venuto in mente di scegliere una vergine e originaria di un luogo sconosciuto?

Dios primerea”, Dio ha la prima e l’ultima parola in ogni nostra azione, anche quelle che umanamente sono senza senso e inspiegabili. Come insegna San Tommaso d’Aquino nella Somma Teologica (I, q. 19 a. 6) la sua Santa volontà si compie sempre in noi, sebbene in modo misterioso.

Oggi il Vangelo ci riporta all’Annunciazione di Maria e siamo invitati a leggerla come un segno della piena iniziativa di Dio che si anticipa ai nostri piani e ai nostri calcoli. Maria, grazie alla sua condizione di essere senza peccato e piena di grazia, sognava di donare tutta la sua vita al Signore, passando anche dalla verginità – una cosa detestabile nella mentalità ebraica – e il Signore l’ha preceduta perché non ha modificato una virgola del suo desiderio ma in modo sconcertante è riuscito a mantenerlo tale e quale pur passando attraverso una nuova modalità.

Ecco quindi che, vedendo Davide e vedendo Maria, constatiamo come le nostre iniziative, per quanto sacrosante, sono sempre inferiori a quelle di Dio. Come si fa allora, anche da sposi, a stare davanti a questa Volontà che può essere così strana e incomprensibile? Dobbiamo vivere con lo stesso atteggiamento di Maria, cioè la sua verginità. Essa, al di là della dimensione fisica, è prima di tutto sinonimo di piena disponibilità e apertura al Signore. Possiamo dire che le nostre iniziative siano motivate dalla disponibilità a Lui? O a un nostro interesse?

Sia Davide ma soprattutto Maria sono state persone umili, il loro cuore era aperto al riconoscere i doni e le grazie del Signore. È questa capacità il terreno fertile nel quale si può permettere di essere “fecondati” da Dio, è in ultima istanza il senso vero della verginità spirituale. Cari sposi, non siamo certamente noi con la nostra testolina a saper dare una direzione certa alla nostra vita, alle scelte che facciamo per noi e per gli altri. Se siamo radicalmente riconoscenti di quanto il Signore fa per noi, Gli daremo anche in mano la chiave del nostro cuore per lasciare che sia Lui a prendersi cura di noi.

ANTONIO E LUISA

Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Perchè chi è capace di offrire il suo fiat fino in fondo potrà fare grandi cose. Gli sposi che si prometteranno amore per sempre, in un certo senso saranno come Maria. Lei ha donato Gesù a tutti noi, noi sposi possiamo regalare l’amore di Dio al mondo. Ad un mondo assetato di Gesù.

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Il bue e l’asino scaldano il nostro matrimonio

Mi sono fermato a guardare il presepe. In realtà, sono rimasto colpito da due statuine in particolare. Non sono le star del presepe come la Santa Famiglia, ma sono comunque fondamentali. Fanno da sfondo nella capanna e sono tra le creature più vicine a Gesù: l’asinello e il bue. Questi due animali non sono lì per caso. L’asinello ha accompagnato Maria e Giuseppe durante il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme, e lo ritroveremo anche più avanti quando la famiglia deve fuggire da Erode per rifugiarsi in Egitto. Il bue, invece, era già lì, presente nella stalla pronta ad accogliere la nascita di Gesù. Cosa possiamo imparare da questi due animali? Cosa ci possono insegnare sulla famiglia? Perché è importante la loro presenza nel presepe? Ecco cosa rappresentano.

La presenza del bue e dell’asino riscalda la Santa famiglia, così come le nostre famiglie. Il bue simboleggia il lavoro, un lavoro duro e faticoso, ma anche portatore di dignità e responsabilità. Come i due buoi uniti dal giogo, trainavano l’Arca dell’alleanza che custodiva le tavole della legga donate a Mosè. Trainavano la presenza reale di Dio. Così anche noi coniugi – letteralmente uniti dal giogo – siamo chiamati a essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Questa capacità è presente in noi grazie al sacramento del matrimonio, ma va coltivata con impegno, fatica e sacrificio. Il terreno del nostro matrimonio deve essere curato con amore, servizio e tenerezza reciproca. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero, diventando un’oasi di amore e non un deserto senza vita.

L’asino nel presepio rappresenta la vita normale e ordinaria, simboleggiando il servizio e l’umiltà. Al contrario del cavallo, associato al potere e alla grandezza, l’asino ci ricorda che il vero amore e la santità nel matrimonio si trovano nei piccoli e concreti gesti di tenerezza, cura e servizio di ogni giorno per la persona amata e per chiunque ci necessiti. Gesù stesso scelse di entrare a Gerusalemme su un asino, sottolineando il suo ruolo di Re venuto per servire e donare se stesso. Questo ci invita a riflettere su come ci comportiamo nei confronti dell’altro: cerchiamo di servire e amare incondizionatamente o ci concentriamo solo sui nostri desideri? La santità non richiede gesti straordinari, ma si cela nei piccoli gesti quotidiani di generosità e dedizione verso gli altri.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Benedizioni coppie omosessuali. Facciamo chiarezza.

E’ inutile negarlo. Il documento Fiducia supplicans, uscito il 18 dicembre dal Dicastero per la dottrina della fede, ha lasciato tutti sorpresi. Come al solito, sono scesi in campo immediatamente i due schieramenti che ormai da anni si danno battaglia all’interno della Chiesa. Ci sono i tradizionalisti che vedono intaccato un ulteriore pezzo della dottrina cattolica e della morale, e poi ci sono i progressisti che plaudono a una decisione innovativa ma che reputano ancora insufficiente e solo l’inizio di un percorso.

Io cercherò di non schierarmi e di essere quanto più possibile neutrale dando semplicemente alcuni spunti che secondo me sono importanti. Poi ognuno di voi si potrà fare (ma sicuramente si è già fatto) una propria idea positiva o negativa. Una cosa è certa: questo documento è controfirmato dal Papa e quindi merita attenzione e di essere letto senza pregiudizi.

Si può benedire solo quello che è conforme alla volontà di Dio espressa negli insegnamenti della Chiesa. Questa affermazione è stata ribadita nel paragrafo 9 del documento in questione, il quale fa riferimento anche a un precedente documento dello stesso dicastero e alle risposte del Papa ai Dubia di alcuni cardinali. È importante sottolineare che tale affermazione significa che le coppie omosessuali, pur vivendo una relazione affettiva, non possono rispondere al progetto di Dio come viene inteso dalla Chiesa.

Nel documento, viene sottolineato che la benedizione delle coppie omosessuali non deve essere confusa in alcun modo con un rito nuziale. Si specifica che la forma della benedizione non deve essere fissata ritualmente dalle autorità ecclesiali, al fine di evitare confusioni con la benedizione propria del sacramento del matrimonio (paragrafo 31).

La Chiesa ribadisce due fattori determinanti e immutabili: il progetto di Dio sul matrimonio riguarda esclusivamente l’unione di un uomo e di una donna, in cui la differenza sessuale diventa feconda e profetica. Inoltre, si afferma che il sesso è moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. Importante comprendere che la Chiesa ha sempre considerato moralmente leciti soltanto quei rapporti sessuali che vengono vissuti all’interno del matrimonio, essa non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica quando questa potrebbe in qualche modo offrire una forma di legittimazione morale a un’unione che presume di essere un matrimonio oppure a una prassi sessuale extra-matrimoniale (paragrafo 11).

Questo pronunciamento è stato confermato dal Santo Padre nelle sue risposte ai Dubia di alcuni cardinali, sottolineando ancora una volta la sostanza di queste affermazioni.

In sintesi, il documento enfatizza chiaramente la posizione della Chiesa riguardo alla benedizione delle coppie omosessuali, affermando che questa non può essere confusa con il sacramento del matrimonio e che il sesso è considerato moralmente buono solo all’interno di una relazione sponsale. La Chiesa continua a sostenere l’importanza della differenza sessuata e del progetto divino del matrimonio come definiti nei suoi insegnamenti.

Quindi, perché benedire una coppia omosessuale? Qui c’è tutta l’idea pastorale di Papa Francesco e dei gesuiti in genere. È importante comprendere che la visione del Papa si basa sull’idea della presenza e dell’amore di Dio in tutte le situazioni umane, comprese quelle moralmente sbagliate. Il Papa sostiene che, nonostante un rapporto omosessuale possa essere considerato moralmente sbagliato, se vi è una volontà sincera di fare del bene, può esserci una scintilla di verità che avvicina la coppia a Dio. Questo può essere un inizio, un cammino verso una vita spirituale più profonda?

Nel documento, Papa Francesco afferma che, anche quando il rapporto con Dio è offuscato dal peccato, è sempre possibile chiedere una benedizione, tendendo la mano a Lui, proprio come Pietro lo fece nella tempesta quando gridò a Gesù: “Signore, salvami!”. Desiderare e ricevere una benedizione può essere il bene possibile in alcune situazioni? Il Papa ci ricorda che anche un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi attraversa le sue giornate senza affrontare importanti difficoltà.

La Chiesa, come afferma il Papa, ha il dovere e la missione di non escludere nessuno. Pertanto, se una coppia omosessuale desidera la benedizione della Chiesa sulla propria relazione, sta manifestando il proprio desiderio di cercare l’aiuto di Dio, desiderio che spero sarà verificato dal benedicente. La Chiesa, secondo la visione del Papa, è chiamata ad accogliere tutti coloro che cercano Dio e il suo amore, indipendentemente dalla loro situazione o orientamento sessuale.La Chiesa, secondo Papa Francesco, è chiamata ad accogliere e accompagnare ogni persona che cerca Dio, offrendo la sua benedizione come un segno di amore e misericordia.

Perchè benedire la coppia e non le singole persone? Questa è un questione sostanziale. Non ho una risposta certa e anche io conservo diversi dubbi. Ma il Papa è Francesco e cerchiamo di comprendere le sue ragioni. Dico quello che è il mio pensiero analizzando tutto il modo di evangelizzare e di concepire la pastorale del Papa. Benedire solo la persona equivarrebbe a dire che Dio non c’è proprio lì dove la persona cerca di vivere l’amore. Certo in un modo completamente sbagliato, ma che resta il solo che riesce in quel momento a produrre quella persona. Eliminare questa parte importante della vita della persona equivale a creare una doppia vita. Esiste la vita di fede ed esiste la vita di coppia. Come in dottor Jekyll e mister Hyde. Invece il Papa ritiene importante far comprendere alle coppie omosessuali che si giocano la loro salvezza e la loro santità soprattutto lì, nelle relazioni con i fratelli ed in particolare quelle affettive. Ed è lì che devono fare la fatica di una vera conversione. Questa è solo una mia deduzione.

È la strada giusta? Non si rischia attraverso questo documento di affermare una determinata verità e poi di contraddirla con la percezione concreta che i fedeli avranno del significato della benedizione? Vedere il sacerdote che benedice una coppia omosessuale non induce il fedele – già peraltro abbastanza influenzato dai mass media – a ritenere normalizzato il rapporto omosessuale? Il rischio c’è, solo il tempo ci dirà della bontà di questa decisione. A noi è chiesto non tanto di giudicare le scelte del Papa quanto di pregare per lui.

Possiamo concludere quindi questa riflessione tirando le somme. Il Papa non vuole riconoscere come buone le relazioni irregolari e tantomento quelle omosessuali. Ribadisce la pienezza del disegno di Dio nel matrimonio e ribadisce che il sesso è buono ed autentico nel suo significato solo all’interno del matrimonio. Il Papa però non vuol far mancare una presenza accanto a chi vive situazioni anche di peccato. Il Papa vuole che la benedizione possa essere l’inizio di un cammino di conversione e non la giustificazione di una situazione oggettivamente di peccato. È la strada giusta? È questo il modo per avvicinare le persone omosessuali a Dio? Continuiamo a pregare e a chiedere luce allo Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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Conta le stelle: ferita che diventa feritoia

Ciao cari sposi, siamo P e G, vi vogliamo esprimere l’importanza di staccare un attimo dalle fatiche quotidiane, per ricaricarsi spiritualmente.

Per fare questo, aiutano tanto le esperienze che noi chiamiamo Tabor. Ricordate la trsfigurazione di Gesù? Ecco noi abbiamo bisogno di vedere il nostro amore trasfigurato, di vederlo con gli occhi di Gesù, per caricarci, per vedere la meta e anche il percorso per arrivarci. Per riuscire a comprendere quali sono gli strumenti che servono per fare questo cammino. Il nostro Tabor sono i corsi di Assisi. Se desiderate vivere un’esperienza di trasfigurazione del vostro amore e scoprire nuovi strumenti per il vostro cammino spirituale, vi consiglio vivamente di considerare l’opportunità di partecipare ai corsi dei frati e delle famiglie francescane di Assisi. Sono un tesoro di saggezza e di esperienza francescana che può arricchire la vostra vita spirituale e condurvi verso la meta che cercate.

Di recente abbiamo fatto il ritiro per coppie di sposi infertili dal titolo Conta le Stelle. Senza  nulla togliere a Simona ed Andrea di Abramo e Sara – che scrivono qui sul blog e che fanno un servizio meraviglioso – noi consigliamo di fare questo ritiro. Sia per ritagliarsi un bel momento speciale intimo e profondo di coppia sia per imparare a non stare fermi nella rassegnazione. Non serve scappare, nascondersi o chiudersi nel dolore, nella rabbia e nell’invidia. Solo se ci apriremo alla Speranza con l’aiuto di Dio, attraverso lo Spirito Santo per il discernimento, la preghiera, la Sua Parola, il direttore spirituale e il dialogo di coppia  si può scoprire e vivere in pienezza la chiamata di Dio. Una chiamata che è specifica per ciascuna coppia di sposi. Dio infatti è fedele, fa quello che promette nel giorno delle nozze, portandolo a compimento, passo dopo passo.

Solo Dio Salva – è il significato del nome di Gesù – in questa ferita dell’infertitiltà, facendola diventare feritoia, dove possono passare la Luce e la Vita  e dove si risorge. Dio non butta via niente, con Lui e per Lui, tutto serve, tutto ha senso.

In questo ritiro, inoltre, si conoscono altre coppie di sposi che provengono da tutta l’Italia, più o meno giovani, sposate da poco o da tanto, si conoscono i frati minori di Santa Maria degli Angeli ed infine le famiglie dell’équipe (in primis Maria Rosaria Fiorelli e famiglia). Persone che possono essere un valido sostegno anche dopo il corso. In giro è difficile trovare persone competenti che hanno a cuore queste coppie ferite. È un ritiro unico e irripetibile in italia, che ti lancia in avanti, non ti lascia fermo, immobile, pietrificato, indifferente. Si è poi accompagnati da personaggi biblici, come Abramo e Sara, Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe e altri. 

Il dono più bello è però la presenza consolante di Dio. Il Signore si fa sempre sentire presente, siamo riusciti a comprendere di non essere soli, che sono tante le coppie che vivono questa condizione di vita. Una consapevolezza che, unita alle belle ed efficaci catechesi, ci ha aiutato a prendere il largo e a credere nell’impossibile.

Per info sui prossimi corsi clicca qui.

Vi auguriamo Buon Natale di Rinascita, di Vita Nuova! 

Un abbraccio da noi 

P e G

Ci trovate su facebook Paola Bt 

Maria si affida a Giuseppe suo marito

Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In questo tempo di Natale possiamo riflettere non solo sulla nascita di Gesù ma anche sulla Santa Famiglia e sulle dinamiche che la caratterizzavano. Dio non ha mai dialogato direttamente con loro, ha sempre inviato un suo angelo, un suo emissario. Angelo che a Giuseppe è apparso in sogno, ma poco cambia per quello su cui vorrei riflettere. Avete notato che l’angelo appare a Maria una volta sola mentre a Giuseppe ben quattro. Perchè?

Perchè Giuseppe è lo sposo e Dio riconosce a Giuseppe il ruolo di guida della famiglia. Non è un caso che l’angelo appare a Maria solo la prima volta, quando lei deve dare il suo personale assenso al progetto di Dio. Poi appare anche a Giuseppe che decide di accogliere con sè Maria e il nascituro Gesù. Da allora, le successive tre volte, appare solo a Giuseppe, perchè Giuseppe è la guida della famiglia. 

Maria non si lamenta. Potrebbe farsi forte del suo essere madre di Dio, non lo fa, con umiltà si fida del suo sposo. So bene che sto affermando modalità e atteggiamenti che possono sembrare maschilisti e patriarcali – va tanto di moda parlarne di questi tempi – ma credo che in realtà non siano dinamiche superate. Non voglio riflettere su concetti astratti, mi limiterò a raccontare la mia esperienza. 

Mia moglie mi ha donato il suo affidamento, una parola che in questi tempi può sembrare desueta o antiquata. Quella che in Efesini 5 viene chiamata sottomissione. In un’epoca in cui l’emancipazione sembra essere l’unico obiettivo, si potrebbe pensare che affidarsi completamente a qualcuno sia un’idea incompatibile con la volontà di essere indipendenti e padroni del proprio destino.

Ma lasciatemi spiegare cosa intendo con tutto ciò. Il fatto che mia moglie si sia affidata completamente a me non vuol dire che lei abbia bisogno di me o che io debba esercitare un controllo su di lei. Non è una questione di gerarchia o di dominio, ma piuttosto un atteggiamento di fiducia e di condivisione reciproca.

Con il matrimonio, mia moglie ha scelto di mettersi nelle mie mani volontariamente, senza costrizioni o richieste di contropartita. Questo suo dono mi ha commosso profondamente e mi ha fatto riflettere sul valore che io ho come individuo. Essere oggetto di questa fiducia e di questa responsabilità, mi ha reso ulteriormente consapevole della serietà e dell’importanza del nostro rapporto.

La fiducia che mia moglie ha riposto in me è un regalo prezioso, un prezioso atto d’amore. Mi fa sentire responsabile di dare il meglio di me stesso, di essere la persona su cui lei possa sempre contare. Questa fiducia reciproca è una delle fondamenta dell’amore coniugale, fa parte del dono totale che ci facciamo a vicenda attraverso il matrimonio.

Ciò non significa che non ci siano momenti di contrasto o divergenza di opinioni. Prendiamo sempre le decisioni insieme, condividendo i nostri punti di vista e cercando di trovare un terreno comune. La fiducia che ci lega ci permette di superare gli ostacoli e di affrontare insieme le sfide che la vita ci presenta.

In sintesi, il dono dell’affidamento che mia moglie mi ha fatto è qualcosa di straordinario. È un’esperienza che mi ha reso più consapevole del mio valore come individuo e del valore del nostro matrimonio. Mi ha fatto capire che, indipendentemente da ciò che accade, posso sempre contare su di lei, così come lei può contare su di me. Sono grato per questo dono e mi impegno a onorarlo, a dare il meglio di me ogni giorno per mantenere viva la fiducia che mia moglie ha riposto in me. C’è un’altra riflessione molto importante. Dio ci parla anche attraverso il nostro coniuge. Ma la vederemo nel prossimo articolo

Antonio e Luisa

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La sciagura del divorzio breve

Il divorzio breve

L’ultima novità, in fatto di matrimoni è… il divorzio breve. Divorzio sì, ma breve, anzi, brevissimo. Fino a ora si poteva divorziare da sei mesi fino a un anno dalla separazione. Ma chi volete che aspetti da sei mesi a un anno, nel mondo dell’instant marketing, del cibo d’asporto, dei treni ad alta velocità? Si poteva fare di meglio e, a quanto pare, è stato fatto.

Col divorzio breve, porre termine a un matrimonio è più che mai facile e veloce. Domanda di divorzio unilaterale e domanda di separazione si presentano contestualmente. Come c’era da aspettarsi, tanti plaudono alla cosa come a una grande conquista di civiltà.

Proprio ieri, ripensavo al mio matrimonio. Ci è voluto circa un anno per organizzarlo. Eppure, non avevamo fatto nulla di speciale. Allora ho controllato. Le cose non sono granché cambiate. Sui siti web dedicati al tema delle nozze, ho scoperto che guru delle cerimonie e wedding planner blasonati consigliano di partire coi preparativi almeno un anno prima. Leggete voi stessi, se non mi credete guardate questi siti (weddingtime sposinstyle).

Dunque, nel nostro strano mondo, ci vuole un anno per preparare una cerimonia che dura un giorno. Anzi, ben meno di ventiquattro ore. Però basta molto, ma molto meno, per dirsi addio per sempre, fra marito e moglie.

Il divorzio breve è il black Friday delle relazioni

Il divorzio, così semplificato e reso agile, ricorda l’acquisto “d’impulso”. Quello che la grande distribuzione conosce e attua a meraviglia. Avete presente il black Friday? Condizioni speciali, disponibili solo se si agisce in velocità. Ogni lasciata è persa. È un po’ come l’incantesimo della fata di Cenerentola: la magia finisce a mezzanotte in punto. Fra la decisione e l’acquisto vero e proprio, passano pochi minuti. Talvolta secondi.

Non c’è il tempo di ponderare, di mediare, di chiedersi se quello che stiamo per fare sia davvero giusto per noi. Lì il fattore velocità è tutto: quel che sia, purché sia, ma in fretta. Non c’è tempo per i ripensamenti. Non ci sono pause di riflessione. La decisione produce un effetto immediato irreversibile: riempire un carrello virtuale e perfezionare l’acquisto. Senza possibilità di reso. Come rendere il coniuge alla famiglia di origine. Anche qui in modo rapido e irreversibile. Senza spazio per dubbi o ripensamenti. Può sembrare un paragone azzardato, ma non lo è.

Basta un breve periodo di crisi, un litigio un po’ più serio, un fraintendimento che, sull’onda dell’emotività, si può chiedere e ottenere subito il divorzio. Senza concedere una seconda chance a chi ci ama e amiamo, e forse ha avuto un’uscita infelice. O forse attraversa un momento difficile.

Il divorzio breve azzera la perseveranza

Qualche giorno fa si è diffusa la notizia di una moglie che ha deciso di divorziare il giorno stesso delle nozze. Il motivo? Era molto arrabbiata col marito per uno scherzo. Lui le ha tirato la torta nuziale in faccia. Non si sa dove né quando ciò sia avvenuto di preciso. La notizia è stata ripresa da vari giornali.

Non è una storia italiana di certo. Però potrebbe diventarlo in futuro. Il problema del divorzio breve, è che azzera la perseveranza. È evidente che si desideri uscire al più presto da una situazione poco piacevole. Il fatto è che, nella quotidianità del matrimonio, possono verificarsi diversi episodi poco piacevoli. Questo non vuol dire che l’uomo (o la donna) che abbiamo al fianco siano mostri. Vuole solo dire che abbiamo bisogno di mediare, di perseverare. Dobbiamo darci tempo, per imparare a conoscere il consorte. Serve la volontà di affrontare e superare le difficoltà. E le difficoltà ci saranno certamente, al di là del sentimento.

Perché, come disse bene Gilbert Keith Chesterton: Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno “compatibile”. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili. (nel libro: Cosa c’è di sbagliato nel mondo, lo avevo recensito qui.

Se esiste una via d’uscita veloce, perché dovremmo impegnarci nella fatica di trovare un equilibrio nella nostra relazione? Eppure, anche i matrimoni più riusciti, hanno affrontato una fase di rodaggio. Se gli sposi avessero gettato la spugna, sapendo di poterlo fare, sarebbero davvero diventate unioni solide?

Il nemico del matrimonio

La natura umana è instabile, debole, capricciosa. Per questo il divorzio breve è il più gran nemico del matrimonio. La migliore garanzia per la solidità coniugale è proprio nell’indissolubilità del matrimonio. Una unione che non può essere messa facilmente in discussione dai nostri umori alterni, ci costringe a lavorare su noi stessi. Ci impegna alla generosità, all’umiltà, al perdono.

Al contrario, un matrimonio senza impegno, a tempo determinato, facile da cancellare, asseconda proprio la nostra incostanza. Se si divorzia sull’onda dell’emotività, non esiste nessuna garanzia che una relazione successiva abbia miglior successo. Se proseguiamo, senza educare il nostro spirito alla perseveranza, incontreremo nuovamente degli ostacoli e di nuovo non avremo le risorse per superarli. Non ci sono matrimoni che funzionano grazie al pilota automatico, a un qualche sortilegio o miracolosa tecnica relazionale.

Divorziare è affrontare un fallimento

Ogni matrimonio è una scuola di disciplina personale. Non è scappare dalla scuola, che ci renderà più felici, ma solo più irrisolti. Divorziare, infatti, anche se diventa un atto amministrativamente più semplice, resta comunque un enorme fallimento di vita. Ci sono esperti che paragonano il dolore e l’alienazione del divorzio a ciò che si prova nel caso di un lutto.

Alleggerire la forma del matrimonio, non ne varia di un briciolo la sostanza. Al contrario, dà l’illusione iniziale che un legame così profondo, si possa cancellare assieme alle firme sulla carta da bollo. Ma l’apparenza di facilità e leggerezza dura poco.

Se ci siamo giurati amore davanti a Dio e alle nostre famiglie, probabilmente credevamo nel nostro amore. Vederlo naufragare, affrontare il distacco dall’altro, dover rinunciare ai sogni che avevamo coltivato su questa unione, sono delusioni profonde.

Il nostro senso di fallimento e dolore non si alleggerisce, per effetto di una proceduta amministrativa più rapida. Senza contare che, come ogni cattolico sa, il matrimonio non può essere sciolto, terminato, cancellato. Anche se i coniugi si allontanano, anche se divorziano per la legge degli uomini, rimangono sposati nel sacramento di Dio. Per questo, il divorzio breve rischia di essere l’ennesimo inganno, ai danni delle coscienze. L’ennesima promessa di finta serenità, destinata a lasciare rovine e amarezza.

Anna Porchetti 

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Stereotipi e frasi fatte che inquinano la famiglia

Non sei ancora fidanzato/a? Cos’aspetti!”, “È da tanto che siete insieme, quand’è che vi sposate?”, “Ora che siete marito e moglie ci va un bambino, eh?”, “Un figlio solo è troppo poco, dovete fare il secondo”, “Non c’è due senza il tre”, ecc …

Diciamo la verità: quante volte ci siamo sentiti rivolgere queste frasi e, ammettiamolo con onestà, magari siamo stati noi stessi i primi a rivolgerle ad altri … Fermiamoci un attimo a riflettere: sono affermazioni sensate e incoraggianti oppure no? In realtà, hanno ben poco di maturo e ponderato anzi, posso fare dei danni anche molto seri, in quanto fondate su stereotipi e banalità che non possono e non devono essere acquistati o venduti al banco del primo offerente perché vanno a ledere non solo la sfera più intima e privata delle persone ma a toccare dei tasti, dei sentimenti o delle condizioni di vita che non si possono ridurre a frasi fatte e buttate lì come se fossero caramelle.

È sempre necessario, infatti, partire dal presupposto che non possiamo conoscere tutto della vita degli altri né giudicare basandoci esclusivamente sul poco che vediamo o sappiamo; la Parola di Dio è molto chiara a questo proposito: “Io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”, leggiamo nel libro del profeta Samuele (1 Sam 16, 7).

Cerchiamo quindi di analizzare insieme le frasi citate all’inizio: si basano tutte sulla presunzione di sapere ciò che è meglio per gli altri, sulla scia di quello che sembra dover essere un percorso standard, ideale per ciascun uomo e ciascuna donna, quando sappiamo benissimo che non può essere così. Se un ragazzo o una ragazza non sono fidanzati può voler dire molto più del semplice “non lo sei ancora”: potrebbero, per esempio, essere attivamente alla ricerca di un partner senza averlo incontrato oppure avere la vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata. Facendo quella domanda andiamo a mettere in dubbio la loro condizione e rischiamo di farli sentire inferiori o in qualche modo diversi: niente di più sbagliato!

Ugualmente, insistere sul matrimonio non è cosa buona; certo, in un’ottica cristiana il sacramento deve senz’altro essere la meta di una relazione stabile, sana e matura ma non devono mai esserci forzature esterne, che rischiamo di modificare o accelerare dei tempi che solo i diretti interessati o eventuali guide spirituali conoscono. Non ci si sposa per forza o perché viene chiesto da qualcuno ma per amore, ben sapendo la grandezza ma allo stesso la responsabilità che ha l’unione cristiana, innanzitutto davanti a Dio ma anche nei confronti della società e degli eventuali frutti del matrimonio stesso, altre vite, con le quali non si può giocare.

Non parliamo, poi, della presunzione di comandare gli altri sull’arrivo dei figli: ci siamo mai fermati a pensare alla complessità di situazioni e vissuti che gravitando attorno alla presenza o all’assenza di un bambino? Potrebbero esserci coppie che lo desiderano ma non possono o non riescono ad averne, coppie che devono affrontare la complessità e il dolore di aborti spontanei, coppie con problemi di salute che pregiudicano la gravidanza … come le facciamo sentire se le bombardiamo di domande simili? Ci rendiamo conto che sono frecce dolorosissime che vanno a conficcarsi nel cuore e nell’anima, ingigantendo sofferenze che sono già grandissime di loro?

La curiosità morbosa verso la vita degli altri cui, purtroppo, ci sta abituando la società porta la nostra mente non solo a voler sapere tutto di tutti ma anche a voler influenzare gli altri con le nostre vedute, le nostre opinioni e il nostro volere; così facendo, però, non solo andiamo a caricare dei pesi o delle sofferenze sulle spalle delle persone, rendendoci antipatici, ma togliendoci l’abbraccio empatico e caritatevole con cui dovremmo sempre cercare di avvolgere il prossimo. Rendiamoci conto che gli stereotipi e le frasi fatte vanno ad inquinare la famiglia, addirittura a cominciare da quando non è ancora formata: sono talmente carichi di connotati negativi che devono proprio convincerci non solo abbandonarli ma a consigliare di fare altrettanto. È più opportuno sorridere piuttosto che fare una domanda invadente, una preghiera che una parola di troppo: piccoli gesti ma che possono davvero migliorare la giornata – e con essa la vita – a tutti coloro che incontriamo, facendoli sentire accolti e non giudicati.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

L’ultima bella notizia

Quando è stata l’ultima bella notizia che hai ricevuto? Una bella notizia è qualcosa che ti toglie un peso dal cuore, che ti allevia da una preoccupazione o una sorpresa che mai ti saresti immaginato.

Un bel voto all’esame, un referto medico che scaccia ogni timore, l’annuncio dell’arrivo di un figlio o un nipote, un lavoro che diviene a tempo indeterminato, l’aver perdonato di cuore un familiare, l’ottenimento di una grazia spirituale tanto anelata…

Se mi metto a pensare, quante belle notizie mi sono state condivise nella mia vita di sacerdote!

Ma mi chiedo: per me il Vangelo è buona notizia? Cioè, anche solo il leggere il brano del Vangelo della domenica mi suscita un effetto analogo a quella bella notizia di cui mi sono ricordato poc’anzi?

Tempo fa girava un video virale su YouTube di un gruppo di cristiani evangelici cinesi nel momento in cui ricevono valige piene di Bibbie. Dopo l’assalto a prenderne ciascuno una copia seguono momenti di commozione per avere tra le mani… la Parola di Dio. Ecco qui una buona notizia che giunge nella mia vita. Il Vangelo odierno arranca proprio con “inizio del vangelo di Gesù”, cioè “inizio della buona notizia di Gesù”.

Per prima cosa si menziona un “inizio”, eco della prima parola di Genesi: «bereshit», cioè l’inizio in senso assoluto. Quindi non si tratta del comincio di qualcosa di ordinario bensì che l’unica vera buona notizia è solo Gesù. Per cui, l’inizio non è tanto in senso cronologico piuttosto significa che Gesù è il pilastro, il fondamento dell’azione di Dio, che dalla creazione arriva fino al compimento, alla pienezza di vita.

Buona notizia è la Sua Persona, l’evento più grande e magnifico che ci poteva capitare. Gesù che in ebraico significa “Dio salva” è la buona notizia. Cosicché Dio viene a salvarmi, Dio in Persona si rende presente a mio fianco ogni giorno per essere la mia salvezza costante. Cari sposi, la presenza di Gesù è multiforme, come ci ricorda bene il Concilio vaticano II:

Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda” (Sacrosanctum Concilium 7).

Quindi se Gesù è presente “nei sacramenti”, Egli, la Buona Notizia fatta Persona è anche in voi sposi. Possa Egli essere detonante di amore, unità, pace, concordia, slancio per voi sposi prima di tutto e per noi che vi osserviamo e aspettiamo di vedere da voi un segno forte che Lui è vivo in mezzo a noi.

ANTONIO E LUISA

Il brano del Vangelo di oggi ci invita a riflettere sull’importanza del battesimo e del matrimonio. È meraviglioso pensare che la nostra unione matrimoniale abbia le sue radici nel sacramento del battesimo. Ogni giorno, il nostro amore si rigenera grazie alla fonte inesauribile dello Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci scambiamo diventa sacro poiché siamo stati battezzati. Quando ci doniamo reciprocamente, è Gesù stesso che ci dona l’uno all’altro. In ogni momento in cui ci doniamo, facciamo esperienza di Dio, poiché il nostro amore non appartiene solo a noi, ma è stato consacrato da Dio attraverso il battesimo e il matrimonio.

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…e che mi aspetto chi lo sa, posto vuoto ce n’è stato ce n’è ce ne sarà ho messo via….

Prima Domenica di Avvento, abbiamo acceso la candela come tradizione liturgica insegna e siamo qui in casa davanti al nostro scatolone con gli addobbi natalizi.

Aprire la scatola quest’anno è stato come fare un tuffo nel passato. Un viaggio nella Delorean come nel film Ritorno al futuro. Ogni addobbo racchiude in sé un ricordo specifico, ci sono le tante decorazioni preparate dai ragazzi del gruppo scout, c’è la prima decorazione – una stella cometa – presa la notte di Natale in una messa in cui Andrea mi parlò per la prima volta di matrimonio. Eh sì, sono entrata in chiesa grazie ad una semplice decorazione che veniva donata a fine messa con abbinata una Parola.

Certe volte, per la fretta del nostro vivere quotidiano, ci dimentichiamo dell’ importanza di queste piccole cose banali ma che scaldano il cuore. Dietro una decorazione c’è sempre anche un volto, ci sono delle mani di bambini, ci sono ragazzi che hanno donato a Gesù il loro tempo per stare accanto a noi senza neanche saperlo.

Già, il tempo. Quante volte si vivono queste piccole attività come un peso, una routine o un compito da fare solo perché me lo dice la catechista? L’Avvento in fondo è quel periodo che ci viene offerto per rallentare, per tornare all’ essenziale di ciò che siamo. Tornare alle nostre origini. Non solo le nostre origini a livello biologico, di dna, ma le nostre origini targate Cielo. Spesso ci si dimentica che siamo fatti di Cielo. E spesso ancora ci dimentichiamo dello squarcio che è stato creato in Cielo grazie a Dio che si è fatto uomo più di 2000 anni fa.

Negli anni passati confesso che per me il Natale è sempre stata una festa abbastanza “pesante”. Pesante perché avevo racchiuso dentro di me il dolore di vedere una culla vuota. La mangiatoia del presepe ogni anno per me era uno strazio. È solamente dallo scorso Natale che mi sono riappacificata con questa festività. Senza Natale anche il matrimonio ne risente. È stato importante dedicare del tempo al discernimento per comprendere il vero significato di quella mangiatoia. Osservare la mangiatoia è stato un cammino sicuramente doloroso ma necessario per fare luce su ciò che veramente procurava il mio vuoto.

La mangiatoia non è solo una culla di legno con del fieno e un lenzuolo che attende un bambino. La mangiatoia è la nostra vita che attende noi stessi, il nostro vegliare per farci luce su tutto ciò che non va e che non abbiamo il coraggio di confessare. Approfittiamo di questo periodo per ritagliarci del tempo per confessarci. Questa è la via da percorrere per preparare la nostra mangiatoia per l’ arrivo di Gesù. Possiamo presenziare a tante messe, a tanti rosari anche via web, ma se non prepariamo il terreno del nostro cuore, Gesù farà sempre fatica ad ancorarsi nella nostra vita.

Buon cammino di Avvento a tutti e a presto.

Vi aspettiamo in parrocchia oppure in onda, ogni primo lunedì del mese alle 12 30, su Radio Maria. Infine vi ricordiamo che potete trovare il nostro libro in tutti gli store online o potete chiederlo direttamente a noi attraverso il nostro profilo Instagram. A presto.

Simona e Andrea

Vale anche col pensiero?

Vale anche col pensiero?

Quando si parla di tradimento, vale pure col pensiero? Questa è la domanda che mi rivolge una lettrice del blog. Siccome mi prega e mi scongiura di non rivelare il suo vero nome, la chiameremo Cunegonda. Sono pronta a scommettere che non conoscete nessuna che si chiami così. Cunegonda è sposata e la sua storia d’amore le sembrava perfettamente normale. Finché non ha scoperto che il marito ha una intensa relazione virtuale con una signorina, attraverso una app di incontri. Lui ha ammesso e minimizzato l’accaduto. Ma lei non trova pace. E chiede a chiunque le capiti a tiro (me compresa) se sia veramente così.

Se sia una cosa da niente. Mica un vero tradimento. Oppure, se l’infedeltà valga anche col pensiero. In linea di principio siamo tutti abbastanza concordi nell’affermare che un tradimento consumato fisicamente sia una ferita grave in un rapporto amoroso. Ci sono matrimoni che si sfasciano, a causa dell’infedeltà. Ma come classificare tutta quella zona grigia, che non è più del tutto innocente, ma non è ancora in flagranza di tradimento? È davvero così irrilevante?

Anche il pensiero ha il suo valore

Se lui mette i cuoricini a tutte le foto in cui l’altra appare ammiccante, sta tradendo la moglie o no? E se lei gli manda foto senza veli? O se entrambi condividono una fantasia compromettente? E’ tradimento anche se poi non succede niente? Il problema è che la virtualità ha innescato tutta una serie di interazioni impossibili nella vita reale. Interazioni che lusingano la vanità, rilasciano l’adrenalina, fanno assaporare il gusto della conquista, ma si fermano a un passo dalla realizzazione concreta di un adulterio. E allora? Questi comportamenti sono da condannare o li dobbiamo assolvere, ascrivendoli alla sfera dei giochi innocui? Nostro Signore, che conosceva il cuore umano, ha pensato bene di sgomberare il campo da ipocrisie:

Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore. Mt 5:27-28.

E quindi sì, vale anche con il pensiero. inutile girarci attorno.

Il tradimento del corpo e quello del cuore

Il tradimento del corpo è più tangibile, più immediato. È innegabile. Ma non è l’unico modo di tradire il coniuge. Né necessariamente il più grave. Esiste una forma di infedeltà altrettanto grave e distruttiva, che avviene anche se il partner non ha una relazione intima al di fuori del matrimonio. C’è un tipo di infedeltà che, addirittura, avviene anche in assenza di un/un’amante. Si tratta del tradimento del cuore. Avviene anche se il coniuge è fisicamente presente e la vita di coppia sembra normale. In questi casi, al di là dell’apparenza, quella persona non è emotivamente fedele. Questo significa che non prova sentimenti profondi o non è coinvolta affettivamente dal rapporto con l’altro.

In questi casi, si crea terreno fertile perché fra marito e moglie si insinui qualcun altro. Una persona estranea che gratifichi questi bisogni emotivi non soddisfatti nel matrimonio. I tradimenti del cuore o del pensiero sono altrettanto gravi e pericolosi di quelli fisici. Anche se potrebbero sembrare meno importanti. In questo vuoto affettivo, si crea spazio per una relazione parallela. È solo questione di tempo: appena le condizioni esterne lo renderanno possibile, ci sarà l’infedeltà. Una relazione affettiva parallela può minare le fondamenta del matrimonio, anche se con l’amante non c’è stato nemmeno un bacio.

Perché tradire col pensiero è grave?

In un matrimonio, ci si giura fedeltà reciproca. Esiste, fra marito e moglie, una sorta di patto di esclusività, che include l’amarsi, ma non solo. Anche l’onorarsi l’un l’altro e l’essere fedeli sempre. Il matrimonio non prevede che si intrattenga con nessun’altra persona un rapporto della profondità e dell’intimità che si ha con il coniuge. Spesso non si considera che, essendo gli sposi una carne sola, tradire l’altro equivale a commettere un gesto di slealtà. Non solo verso la moglie (o il marito) ma nei riguardi di sé stessi, verso l’impegno matrimoniale che si è assunto liberamente. E anche rispetto alle promesse fatte in prima persona. In definitiva si tradiscono i propri valori, oltre che l’altra persona. Questo indispensabile patto di lealtà con sé stessi e con il coniuge viene meno sia che il tradimento si consumi davvero, sia che rimanga allo stadio di pensiero.

Come affrontare la situazione

Alla nostra amica Cunegonda, io consiglierei di capire cosa ci sia dietro al tradimento del marito. Aveva bisogno di conferme? Questa nuova conoscenza ha lusingato il suo amor proprio? O lui sente che qualcosa nel rapporto matrimoniale gli manca, e ha pensato di cercarlo fuori? Se lui minimizza l’accaduto, può darsi che non voglia mettere in discussione il matrimonio. Questo non vuol dire che si debba fare finta che non sia accaduto nulla. Un tradimento, seppure realizzato solo col pensiero, è un segnale d’allarme. Una sorta di spia rossa nel cruscotto della relazione matrimoniale. Richiede comprensione della situazione e del contesto. Comprensione ancora prima del perdono, per fare sì che l’esperienza dolorosa aiuti a capire su cosa lavorare nella coppia, per evitare di tradirsi ancora e lasciarsi.

Anna Porchetti

Come tutto è iniziato: https://annaporchetti.it/2022/10/18/mi-faccio-un-blog/

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Chi veglia ama (e viceversa)

Cari sposi, oggi iniziamo solennemente il tempo di preparazione al Natale, l’Avvento. Come ben sapete dall’esperienza personale, sebbene siamo abituati a questo periodo, tuttavia ogni volta non è mai esattamente la stessa cosa.

Il tempo cristiano procede non in modo strettamente lineare bensì a spirale perché questo è un moto che coniuga la diversità con la linearità. Cristo è lo stesso, ieri oggi e sempre ma il Suo modo di camminare con noi è pieno di sorprese e novità. Così, anche in questo Avvento 2023 prepariamoci ad essere toccati dalla Sua Grazia, senza pregiudizi, senza chiusure, senza freni.

La parola che attraversa le varie letture è “vegliare”. La parola viene dal latino “vigilare” che è l’azione del “vigil” ossia la sentinella. Colui che piantonava e controllava mura, ingressi, strade o anche persone o cose importanti. Il tempo più pericoloso per questo tipo di incarichi, va da sé, che fosse la notte. Per cui la sentinella, oltre a non vedere l’ora di finire il suo turno, attendeva con impazienza l’alba. E già qui si potrebbe fare un bellissimo aggancio all’attesa del “sole che sorge” (Lc 1, 78), cioè Cristo.

Ma al di là di questo, il vegliare contiene un senso affettivo importante. Chi veglia è in fondo colui che si prende cura, che ha a cuore qualcuno e per lui è disposto anche a perder sonno, a stare accanto tutta la notte. Quante volte voi genitori avete vegliato sui vostri figli o da piccoli o in attesa del loro ritorno serale!

Ecco allora che questa veglia di cui parla tutta la liturgia odierna è anche un profondo anelito di incontrarsi con Cristo. Ripensate a quando eravate fidanzati, a quante volte, pur facendo le solte cose ordinarie, il vostro pensiero andava a lui, a lei, e non si vedeva l’ora di incontrarsi, di uscire assieme…

Questo dovrebbe essere l’atteggiamento con cui prepararsi al Natale! Questo è il senso dell’Avvento cristiano, la riscoperta che l’evento più importante della nostra vita, assieme alla Risurrezione, ossia l’Incarnazione di Gesù non è un fatto cerebrale, non consiste in una fredda memoria storica. Gesù è l’Amato, lo Sposo che si attarda ma che certamente verrà e la Chiesa Sposa, di cui voi siete una chiara rappresentanza, è tutta impaziente di abbracciarLo.

In tale senso la miglior interpretazione dell’Avvento ce la dà il Cantico dei Cantici, dove tutto è un corrersi dietro, tutto è attendersi e bramare l’abbraccio finale.

Cari sposi, Gesù è già nel vostro amore e in mezzo a voi due ma come Innamorato non si accontenta di quello che è già stato. Vorrebbe tanto in questo Avvento che voi Gli ridiciate quanto Lo amate, quanto vi manca, quanto Lo vorreste rendere partecipe e presente della vostra esistenza.

ANTONIO E LUISA

Che bello l’aggancio che padre Luca ha fatto con il tempo del fidanzamento. Quanto è vero che i nostri pensieri erano sempre l’uno per l’altra, che eravamo impazienti di vederci, di parlarci, di stare vicino. La presenza dell’altro era per noi già motivo di gioia e di benessere. L’Avvento come la Quaresima sono dei periodi di corteggiamento. Ci vengono chieste rinunce, digiuni, piccole mortificazioni non per un sadico piacere della Chiesa. Perchè attraverso quelle rinunce possiamo fare spazio. Concentrarci più su Dio, sull’amante e sull’amato, che su di noi. Ecco che questo tempo di Avvento sia anche per noi occasione di fare spazio. Fare spazio a Gesù e fare spazio al nostro sposo o alla nostra sposa. Per recuperare quel desiderio che forse, in queste nostre giornate piene di cose da fare, abbiamo un po’ perso.

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Quante volte ti sei sentita forestiera!

Non era forse tu affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Ogni volta che mi sono reso conto di questa tua fame e l’ho soddisfatta, ho nutrito Gesù in te e in noi. Questa fame del cuore, così profonda e innata, spesso passa inosservata nella frenesia della vita di tutti i giorni. Ma quando abbiamo la fortuna di riconoscerla, non lasciamo scappare l’opportunità di diventare strumenti di Dio per amare.

Non era forse assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non sia buttata al vento. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita, dove si può trovare un amore che dà senso e che ci avvicina alla sua fonte. Un amore che ci apre a Dio. Solo così possiamo spegnere la nostra sete. Per questo riconosco in Luisa uno dei doni più grandi che Dio mi ha fatto e sono sicuro che sia lo stesso per lei.

Quante volte ti sei sentita forestiera. Incompresa. Quasi come se parlassi una lingua straniera. Quante volte ti ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho ascoltato le stesse storie, le stesse lamentele. La mia tentazione è sempre quella di interromperti o fingere di ascoltarti. Ma tu hai bisogno di dirle quelle cose, di essere ascoltata e compresa. Hai bisogno di condividere e trovare compassione e sostegno. Devi sapere che almeno io desidero ascoltarti.

Quando l’ho rivestita? Questa domanda non ha una risposta semplice. Ho rivestito la tua bellezza con la mia meraviglia, più di qualche volta spero. Attraverso il mio sguardo, ho cercato di restituirti la tua unicità e la tua femminilità. Uno sguardo che non si affievolisce con il passare degli anni, ma anzi si rafforza. Uno sguardo carico di desiderio e di gratitudine. Ti ho rivestita con il mio sguardo.

Eri malata e carcerata. Nessuno è privo di sofferenza e fragilità. Tutti noi portiamo con noi pesi e difficoltà che talvolta rendono complicato aprirsi agli altri. Le ferite, le esperienze passate, i pregiudizi e anche il peccato che fa parte della nostra esistenza rischiano di ostacolare la possibilità di vivere un amore autentico. Solo una relazione libera, in cui la persona amata ci sostiene anziché giudicarci per i nostri errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a liberarci dalle prigioni in cui noi stessi ci siamo imprigionati. Siamo tutti bisognosi di comprensione e di un amore sincero che ci aiuti a superare le nostre difficoltà.

Solo vivendo la mia relazione in questo modo starò onorando la mia sposa e, attraverso di lei, anche Dio. Prendiamo coscienza della profonda connessione esistente tra un matrimonio felice e la spiritualità. Quando ci impegniamo a vivere la nostra relazione nel rispetto, nell’amore e nella fedeltà, stiamo onorando non solo il nostro partner, ma anche Dio.

Antonio e Luisa

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La prima coppia messicana verso gli altari

Cari sposi, finalmente la loro causa è passata a Roma ed è entrata nella fase finale dell’iter previsto per la beatificazione. Sto parlando dei servi di Dio Eugenio Balmori (1900-1946) e Marina Cinta (1909-1988), la prima coppia messicana ad avvicinarsi agli altari.

Eugenio nacque a San Luis Potosí proveniente da una famiglia numerosa e di umili origini. Proprio per questo non poté completare la sua formazione professionale e dovette iniziare a lavorare presso una compagnia petrolifera. Tuttavia, nel frattempo, si spendeva collaborando in parrocchia nonostante il Messico stesse vivendo una sempre maggior persecuzione contro la Chiesa Cattolica, che sfociò infine nella guerra Cristera (1926-1929). A dispetto dei rischi, Eugenio preparava segretamente catechisti, distribuiva la comunione ai malati e ai carcerati, visitava poveri e sacerdoti clandestini. Sebbene non fosse una persona particolarmente colta, partecipò alla difesa della libertà della Chiesa e del popolo scrivendo su questioni politiche, sociali ed economiche. Nel 1932 la sua compagnia petrolifera lo mandò in una nuova sede, a Coatzacoalcos, un porto fiorente sul Golfo del Messico, dove continuò il suo impegno per evangelizzare e catechizzare dato che il culto era ancora ristretto per le conseguenze della persecuzione anticattolica.

Nel 1937 Eugenio sposò Marina Cinta e dal loro matrimonio nacquero cinque figli. Catechista come lui, formarono una famiglia dove regnava l’amore e la serenità e dopo alterne vicende nell’ambito professionale nel 1942 si trasferirono nuovamente a Coatzacoalcos. Anche qui Eugenio mostrò il suo impegno concreto per promuovere la fede spendendosi per la costruzione della nuova parrocchia di S. Giuseppe. Ma il 12 maggio 1946 fu coinvolto in un incidente stradale e vi trovò la morte. Fu sepolto nella chiesa da lui costruita e che oggi è divenuta cattedrale della diocesi.

Una volta che Marina rimase vedova, iniziò a lavorare in una fabbrica per mantenere i figli, ai quali diede una solida formazione umana e cristiana e con grandi sforzi riuscì ad ottenere per loro borse di studio in scuole cattoliche. Con il loro esempio, sbocciò una vocazione sacerdotale in famiglia e così nel 1970 lei accompagnò il figlio Roberto a Roma per l’ordinazione sacerdotale. Anni dopo P. Roberto divenne vescovo e oggi può testimoniare la santità dei genitori: “I miei genitori furono una coppia che visse in mezzo a un clima di persecuzione religiosa, di sacerdoti perseguitati. Ciononostante, essi si adoperarono sempre affinché la fede fosse mantenuta viva in mezzo alle famiglie della città, insegnando loro il catechismo”.

Ecco ancora una volta una coppia che incarna la semplicità e autenticità nell’amore e nella fede e ci insegna che la pienezza del matrimonio è possibile, anche in mezzo a difficoltà oggettive e non richiede particolari doti umane ed intellettuali. Hanno detto sì a Gesù moltiplicando i talenti ricevuti e sono stati faro per tante altre persone e pietre vive nella Chiesa. Eugenio e Marina sono un’ulteriore conferma che il Signore chiama anche voi sposi a crescere come coppia e a mettere Gesù al centro del vostro amore.

Padre Luca Frontali

Quella tomba che non c’è e la potenza del perdono cristiano

Novembre è il mese dedicato al ricordo e alla preghiera dei defunti: i campisanti si riempiono di fiori, candele e persone che, sfidando il freddo dell’autunno che rapidamente porterà all’inverno, si ritrovano al cospetto di lapidi in grado di far ricordare chi siamo e da dove veniamo; c’è una categoria, però, alla quale tutto questo è, troppe volte, reso impossibile: i genitori di bambini non nati.

In Italia, infatti, purtroppo ancora non esiste una legge nazionale in merito al seppellimento di queste creature; ci sono delle norme regionali che dovrebbero disciplinare la materia ma sono poco conosciute e, soprattutto, poco applicate. Ecco allora che, nella quasi totalità dei casi, le coppie devono affrontare un dramma nel dramma: oltre ad aver perso un figlio si ritrovano senza possibilità di un luogo fisico in cui poterlo visitare, piangere o pregare.

Parlo per esperienza diretta perché mio marito ed io abbiamo attraversato il dramma dell’aborto spontaneo nel 2012; allora non sapevano tutto quello che in seguito abbiamo appreso dolore dopo dolore, conoscenza dopo conoscenza, aiuto dopo aiuto, vivendo sulla nostra pelle e nel nostro cuore ogni sfaccettatura di questa problematica aperta e particolarmente dolorosa, specchio di quanto accade alla maggior parte delle coppie: o si è in già qualche modo informati su quello che è a tutti gli effetti un diritto, anche se quasi sconosciuto, o si rischia di essere risucchiati in questo vortice di mancanza di notizie, empatia e sensibilità. Il risultato è che ci si trova non solo ad affrontare una morte improvvisa e dolorosissima – quella del frutto del proprio amore e dono di Dio – ma non di non vedersi restituire neanche quel corpicino che, per piccolo o piccolissimo che sia, non solo è tuo figlio ma è un figlio di Dio e, come tale, merita tutta la dignità possibile, al pari di qualsiasi altro essere umano.

Avere la certezza di un posto nel quale riposa un parente o un amico defunto, infatti, non è solo una pratica di pietà – sociale e cristiana – ma un’esigenza insita nella nostra stessa natura umana nonché una delle tappe fondamentali per l’elaborazione del lutto. In quest’ottica ben capiamo che negare il seppellimento dei bambini non nati si configura non solo come una mancanza civile ma come una vera e propria cattiveria inflitta con una superficialità che lascia davvero sgomenti e soli davanti ad un gigantesco punto interrogativo.

Umanamente tutto ciò è avvilente perché va a scontrarsi contro ogni logica ed ogni buon senso, rischiando di aprire ulteriori lacerazioni nei cuori di quelle persone che si vedono privati di tutto nel giro di poche ore o pochi giorni: vita e corpo del figlio. Risulta, dunque, comprensibile perché questo “lutto invisibile” – così come l’ho definito nel mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” – sia così duro da accettare ed affrontare e perché possano essere soltanto la forza della fede e della preghiera a permettere di offrire una sofferenza così acuta a Dio, nella certezza di Bene maggiore.

È solo l’insegnamento di Gesù, inoltre, che ci rende capaci di compiere un passo umanamente impossibile ma fondamentale nel percorso di guarigione interiore e di superamento del lutto prenatale: il perdono. Quanta forza si sprigiona quando riusciamo ad essere indulgenti con chi ci ha fatto del male! Che azione di Grazia avvolge noi e i nostri ex-nemici quando siamo in grado di dire: “Sì, mi hai fatto soffrire ma desidero essere indulgente con te a modello di Nostro Signore, che dalla croce ha perdonato i suoi uccisori”. Pur non essendo scontato è stato bellissimo, per me, offrire il perdono a chi non mi aveva proposto il seppellimento della creaturina, sicuramente non per cattiveria ma per una specie di “abitudine”, sulla scia del pensiero dominante che si allinea al meccanismo del “si è sempre fatto in certo modo, perché fare un’eccezione proprio per te e proprio adesso?”.

La tomba che non c’è, da evidenza allucinante e straziante, si trasforma nel mezzo più evidente che la via del perdono cristiano – pur non essendo né automatica né immediata – è possibile non se ci si crede i più forti e i più bravi ma se si mette tutto nelle mani di Gesù: perdonare è difficile quanto straordinario, impegnativo quanto liberatorio, costa fatica ma ci avvolge con un senso di amore e liberazione che possono venire solo dal Cielo.

Fabrizia Perrachon

Nel caso foste interessati potete preordinare il mio libro qui. Potete così aiutarmi a raggiungere la quota necessaria per pubblicarlo. Vi ringrazio!

Nel matrimonio siamo servi inutili

Oggi sono partito con l’idea di scrivere qualcosa sulla gratuità dell’amore. Gratuità significa liberare il nostro amore dall’obbligo della reciprocità. Non capire questo è non capire il sacrificio di Cristo. Cristo che ha fatto della croce il suo trono d’amore.

Perché indossiamo la catenina con la croce? Perché appendiamo al muro di casa nostra il crocifisso e vogliamo guardarlo sentendoci sicuri quando c’è? Perché è così importante che ci sia nei luoghi di sofferenza come gli ospedali? La croce rappresenta un supplizio, uno strumento di dolore e di morte. Cosa ci troviamo di tanto affascinante? La risposta è semplice: Gesù ha dato un nuovo significato a quello strumento di morte. Ha dimostrato come l’amore sia più grande della morte ed ora quella croce non ci provoca sentimenti negativi ma ci fa sentire amati e desiderati dal nostro Dio. Noi quando ci sposiamo promettiamo di amarci così! Se non ne siamo convinti non c’è consapevolezza in quello che stiamo promettendo.

Ecco il Vangelo di oggi (ieri per voi che leggete) mi ha confermato chiaramente in quello che voglio dirvi.

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola? Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu? Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Siamo servi inutili! Sembra brutto detto così. Non serviamo a nulla quindi? Non è questo che ci vuole dire Gesù. Anzi tutti noi ci impegniamo a fondo nella nostra vita di coppia e familiare. Cerchiamo di fare del nostro meglio. Cerchiamo di dare tutto e spesso riusciamo anche a fare tante cose incastrando come dei veri maghi i tanti impegni della giornata. Non significa che siamo dei buoni a nulla. Il significato di inutile può essere anche quello di senza utile, senza aver bisogno di una contropartita. Può tradursi con servi gratuiti. Ecco l’amore gratuito dell’inizio dell’articolo. L’amore gratuito della croce. L’amore gratuito del matrimonio.

Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi interessa quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non pretendo più. Ora ogni mio pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Senza mettere sulla bilancia ciò che ottengo in cambio. Questo è essere servi inutili. Questo significa amare nella libertà e nella gratuità. E non sono io che sono bravo. Io sono pieno di difetti e ferite come tutti, ogni tanto sbrocco come tutti, ma mi riconosco un merito. Mi sono fidato di Gesù. Questo mi ha permesso di capire come sia più bello un matrimonio così dove metti in gioco tutto.

Coraggio riconoscetevi servi inutili per essere capaci di amare gratuitamente in un amore slegato dall’obbligo della reciprocità.

Antonio e Luisa

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Gli sposi missionari a casa loro

Ieri la Chiesa ha celebrato la Giornata mondiale missionaria. Ma chi sono i missionari? Sono solo quei sacerdoti o laici che preparano le valigie e partono per qualche luogo lontano? Sono solo quelle persone che vanno ad annunciare il Vangelo a chi ancora non ha incontrato Cristo? Forse un tempo era davvero così. Oggi non lo è più. Tutti i credenti sono chiamati ad essere missionari. Anche noi, anche voi. Essere missionari può accadere ovunque: in famiglia, sul posto di lavoro, tra gli amici, nella comunità locale. Portare il messaggio di Cristo non richiede solo grandi gesti, ma può essere realizzato attraverso piccoli atti di gentilezza, di amore e di compassione. Persino le parole gentili, l’ascolto, il supporto e il perdono possono essere strumenti potentissimi per diffondere la parola di Dio.

Essere missionari significa testimoniare la nostra fede e vivere in modo coerente con i principi evangelici. Ogni credente ha la responsabilità di essere un riflesso dell’amore di Cristo e di essere un faro di speranza nella società. La missione non è riservata a una categoria ristretta di persone, ma è un invito aperto a tutti. Noi sposi siamo chiamati ad essere missionari in un modo del tutto particolare. Ci viene chiesto di far intravedere Cristo attraverso il nostro amore di coppia e familiare. Attraverso la vita di tutti i giorni fatta di lavoro, di figli, di impegni e di tutto quello che è ordinario e comune. Non è il gesto ma l’amore che mettiamo nel gesto che dovrebbe incuriosire le persone che ci stanno accanto.

Noi dovremmo essere portatori di una modalità d’amore che attrae il cuore dell’uomo e della donna dei nostri tempi. Viviamo in un mondo post-cristiano dove l’ateismo è ormai la prima religione e dove le relazioni umane sono caratterizzate dalla precarietà, dalla confusione e dall’individualismo. Nonostante le sfide che ci troviamo ad affrontare, è cruciale che noi, come individui e come coppia, cerchiamo di incarnare un amore fedele e gratuito. In un’epoca in cui l’ottimismo sembra svanire e in cui le persone sono sempre più disilluse riguardo alla possibilità di relazioni che durano nel tempo, dobbiamo trasmettere un messaggio di speranza. Dobbiamo dimostrare che l’amore sincero e appassionato esiste ancora e che può superare le difficoltà che incontriamo lungo il cammino.

E per chi come noi cerca di raccontare l’amore attraverso dei seminari dal vivo, i libri e il blog? Per essere davvero capaci di essere testimoni non basta saper parlare bene, non basta conoscere perfettamente la teologia, il catechismo e la morale cattolica. Non basta! L’ingrediente che non può mancare per essere credibili è vivere l’amore che si vuole raccontare e testimoniare. Luisa ed io non abbiamo una preparazione teologica specifica. Mi succede spesso di chiedere consiglio e dritte a padre Luca quando ho dubbi ed incertezze su alcune tematiche. Io non parlo neanche così bene. Balbetto anche un po’ quando sono agitato. Però quello che passa credo sia la nostra coerenza. La bellezza che raccontiamo non è un’idea astratta ma ne abbiamo fatto esperienza concretamente nel nostro matrimonio.

Insomma si può sintetizzare che per essere missionari e testimoni, in questo nostro mondo dove le relazioni sono sempre più fragili e dove c’è tanta sofferenza, dobbiamo prima di tutto essere degli sposi realizzati, sposi capaci di fare l’amore, di donarsi ed accogliersi, capaci di perdonarsi e di ricominciare con più forza di prima. Degli sposi consapevoli dei propri limiti ma anche della forza dello Spirito Santo.

Antonio e Luisa

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“Non è la montagna avanti a te che ti consuma. È il sassolino nella scarpa”

Cari sposi, così disse Muhammad Alì, il celeberrimo pugile, uno che di sforzo e di ostacoli ne sapeva qualcosa. La Parola di oggi si focalizza sulle difficoltà relazionali e soprattutto sul senso di responsabilità che comunque abbiamo proprio nei confronti di chi ci rende la convivenza più complicata.

Il Vangelo in modo particolare tocca un punto rovente, cioè quello della correzione fraterna. una pratica abituale sia nelle comunità ebraiche che nella chiesa dei primi secoli.   Questo aspetto ben si collega a una galassia di piccole o grandi conflittualità nella coppia e nella famiglia e da credenti ci si chiede come viverle e come starci dentro.

Sappiamo bene che due estremi, ahimè largamente praticati oggigiorno non hanno il sapore evangelico: sia l’evitare il problema e quindi il conflitto sotteso come anche l’autogiustificazione del “io sono fatto così”. Abbiamo una responsabilità reciproca, su questo appunto la Parola è molto chiara, e al tempo stesso siamo peccatori: come amarsi stando così le cose?

Per prima cosa non è dando un giudizio, per quanto esatto e millimetrico possa essere. Quanti coniugi ho ascoltato, con le loro analisi chiare e precise, sui comportamenti sbagliati altrui! Che dire? Hai perfettamente ragione nel chiamare le cose per nome, ma forse è il tuo atteggiamento che non crea comunione. Mi ha colpito una frase del Beato Don Pino Puglisi, una persona che è nata ed ha operato in una zona estremamente difficile ma al cui cambiamento ha contribuito non certo a forza di anatemi. Diceva don Pino:

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”.

L’amore, l’accoglienza, la benevolenza deve albergare nel nostro cuore e ce ne accorgiamo se una parola di verità su di noi è condita di amore o solo di rabbia o stizza. Grazie a Dio, ho conosciuto anche sposi proprio questo modo di amare, nella verità e nella bontà, ha favorito percorsi di guarigione e liberazione nell’altro coniuge.

Ma nel Vangelo invece pare che Gesù chieda un taglio netto quando l’altro non sente ragioni. In realtà “sia come il pagano e pubblicano” vuol dire che va amato così com’è, senza grandi attese e aspettative. E in questo senso è bello quanto dice Papa Francesco:

Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia” (Amoris Laetitia, 92).

Cari sposi, è proprio vera la frase del titolo! C’è a volte una fatica relazionale nella quotidianità che può scadere nel tedio o nell’indifferenza reciproca. Proprio qui allora Gesù vi esorta a chiederGli più amore, ad offrirGli di più tutto quanto vi fa soffrire dell’altro e a non smettere di cercare il passo giusto come coppia per crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Iniziamo con il dire che la correzione fraterna non funziona quasi mai. Per funzionare necessita di una condizione che non può assolutamente mancare. Chi ti corregge deve averti mostrato amore. Solo in una relazione d’amore, che può essere fraterna, familiare, amicale o anche di un padre spirituale, sei propenso ad accogliere una correzione. Almeno per me è così. E la relazione d’amore più profonda dovrebbe essere nel matrimonio. Capite quale responsabilità abbiamo verso il nostro coniuge? Come correggerlo/la quindi? Al modo di Dio. Nel matrimonio dovremmo imparare a non metterci in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità dell’altro dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. 

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Il tradimento fa male. È come un gigante che ti schiaccia.

Una delle cause di separazione che oggi voglio affrontare è il tradimento: può avvenire anche dopo la separazione o divorzio, non cambia niente (ricordo che per noi cristiani non è un foglio di carta o una firma del giudice che possono sciogliere un matrimonio, non lo può fare nessuno su questa terra, al massimo si può constatare che non sia mai avvenuto). Voglio precisare che quello che dirò non dovrà essere messo in relazione al comportamento di mia moglie, ma è una sintesi della mia esperienza personale e di quella quotidiana con tanti separati.

Quando scopri un tradimento fa male, molto molto male, è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cercasse di stritolarti: senti quasi un dolore fisico al cuore e ti manca l’aria, come non ce ne fosse abbastanza intorno a te. È certamente un dolore molto intenso, ma a differenza di un dolore fisico che se non grave, sai che passerà e puoi attenuarlo con farmaci, è difficile da gestire e da sopportare. Inoltre, perdi il sapore delle cose, anche le più belle, tutto diventa faticoso e difficile, la tentazione è quelli di sentirsi trascinati dagli eventi e dalle giornate tutte uguali. Il mondo, la tv e i programmi presentano spesso i tradimenti come “normali”, avventure amorose che creano emozioni e fanno sentire vivi, giustificate anche dal comportamento del coniuge, assente, poco premuroso, litigioso e non più attraente come prima.

No, un tradimento non è mai accettabile, specialmente da chi ha promesso “per sempre” davanti agli uomini e a Dio, anche perché può essere davvero distruttivo per sé stessi e per gli altri; infatti, i risultati macroscopici sono visibili a tutti, ogni giorno sentiamo casi di violenza dovuti a questo motivo, proprio perché si entra in una sfera emotiva così profonda e intima, spesso sconosciuta anche a noi stessi. Una doverosa precisazione. Non voglio giustificare la violenza che non è mai giustificabile. Al dolore si può reagire in tanti modi e sul modo ognuno di noi è personalmente responsabile delle proprie azioni. Aggiungo, in particolare per i giovani, che non si può pensare di svincolare il sesso dalla nostra realtà più profonda, come fosse un semplice divertimento o un’attività fisica.

Il dolore e la sofferenza che si protraggono nel tempo, se non vengono controllati e non viene dato loro un senso, possono portare, in casi estremi, a gesti violenti rivolti verso la persona che li ha causati e non solo (ci sono molti casi infatti di omicidio-suicidio, proprio perché la persona non riesce a gestire una situazione così dolorosa e non si vedono vie d’uscita, è il buio totale). Ripeto, nessuna giustificazione metto solo in evidenza quanto avviene.

Se provo a immaginare un mondo senza tradimenti dove, anche se è necessario separarsi per vari motivi, si rimane fedeli, mi appare una società con tanti problemi in meno, sana, centrata sulla famiglia (senza le cosiddette famiglie allargate) e con i figli che crescono senza eccessive ferite. È un sogno, naturalmente, ma dobbiamo cominciare noi a correggere il tiro, sperando di seminare bene e confidando nelle future generazioni. Tornando al tradimento, chi lo subisce, cosa può fare?

L’istinto sarebbe quello di vendicarsi, ad esempio raccontando a tutti la meschinità e la pochezza di quella persona, ma questo ha poco senso e non diminuirebbe certamente il dolore che si sta provando. Non porta neanche benefici affrontare che ti ha messo le corna, anzi direi che è una situazione potenzialmente rischiosa, se la rabbia dovesse prendere il sopravvento e la scenata dimostrerebbe soltanto quanto siamo stati feriti (se è arrivato/a a tradirti, evidentemente non saranno certo le tue parole a migliorare le cose e a fargli/le capire). Allora, cosa bisogna o si può fare? Subire in silenzio e basta?

No! Innanzitutto è necessario distogliere i pensieri cattivi e di rivalsa, ad esempio stopparli prima possibile con preghiere; poi ognuno di noi ha amici veri che magari ci sono già passati e possono aiutarti, oppure sacerdoti o assistenti spirituali che sanno darti consigli preziosi. Noi sappiamo che Qualcuno prima di noi ha subito tanti tradimenti, basta leggere la passione di Gesù e scoprire che ogni tipo di sofferenza Lui l’ha già vissuta: allora possiamo vivere il tradimento con Gesù, in Gesù e per Gesù. Non è che le cose magicamente si risolvano, si tratta di fidarsi di un lungo cammino che certamente porterà non solo alla “cima del monte”, ma trasformerà quel dolore, come fa un’ostrica con la perla.

Nella messa serale, il primo giorno del Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, da poco concluso, abbiamo regalato ad ognuno un sacchetto con dei sassolini e delle perle finte, insieme ad un piccolissimo libro (entrambi preparati con cura da Perlita) con queste parole sulla copertina: “Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla”. Effettivamente, per stare bene, io non vedo altre alternative all’infuori della fede, che non cancella nessuna ferita, ma le cicatrizza: certamente a livello umano un aiuto psicologico può aiutare, ma c’è anche il rischio di rimanere inchiodati e fermi al tradimento, senza fare passi avanti. Come si fa a perdonare di cuore? Proverò a dire qualcosa nella seconda parte, esattamente tra quindici giorni, sempre di mercoledì.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Chiesa Grande chiama chiesa piccola

Cari sposi, nonostante in queste date subentri una certa malinconia per la fine delle ferie e l’imminente ripresa dell’anno sociale, dobbiamo ricordarci che Gesù è sempre a nostro fianco, sia in vacanza che nella vita ordinaria e che Lui è la base di ogni nostra gioia e speranza.

In questa domenica tutta la Parola va proprio in questa direzione e concretamente ci parla del ruolo che Pietro e i suoi successori hanno avuto nella vita della Chiesa: essere roccia, basamento, cemento armato su cui Cristo ha voluto costituire la sua Chiesa come anche essere il punto di unione e convergenza visibile per tutti i cristiani.

Sappiamo che questa scelta non è avvenuta tramite una pesca ai bigliettini ma è stata frutto di assidua preghiera tra Lui e il Padre. E chi ha scelto alla fin fine? Un uomo, come direbbe Paolo Cevoli, un tantino “sborone”, uno che voleva farsi bello e forte davanti a tutti, finendo in seguito per cadere miseramente e rinnegare tre volte il Maestro. Ed ecco a voi il nostro bel fondamento visibile della Chiesa universale! Applausi per favore!

Pur potendo, non ha scelto né Giovanni, il bravo, il fedele, il più coccolato ma nemmeno il focoso Giacomo, così come neppure Natanaele, tanto elogiato per la sua sincerità e schiettezza. Ha proprio voluto quel pescatore testone e spavaldo. E difatti poi, fedele al suo capostipite, la storia dei Papi è davvero una sequela di casi umani tra i più disparati. Ce n’è di ogni: Papi santi e peccatori, intellettuali o asceti, di alta o bassa estrazione, impulsivi o remissivi… Consola tanto constatare come da Pio IX (1846-1878) ad oggi quasi tutti i Vicari di Cristo siano stati Santi o sono sulla via degli altari.

Ma voi sposi dovete ricordare che la Chiesa universale è fondata alla fin fine, certamente su diocesi e parrocchie, ma il tutto poi ha come ultimo piedistallo le piccole chiese, le chiese domestiche, cioè voi come coppia. Ed ecco qui il vostro luogo e il vostro compito nella Chiesa! Ciascuno di voi, nel suo piccolo, non importa se abbiate ricevuto ruoli o compiti dal parroco, se siete catechisti, incaricati della Caritas, se seguite il gruppo giovani o svolgete il ministero straordinario dell’Eucarestia. Fosse anche che questo e altro non ci fosse, per il solo fatto di essere uniti dal sacramento nuziale e quindi essere Presenza viva di Cristo, già coltivare questa amicizia tra voi e Lui e tentare di trasmetterla a chi vi è vicino sarebbe una magnifica missione. Tanto importante che, se mancasse, parrocchie, diocesi e in ultima istanza la Chiesa universale ne risentirebbe pesantemente in negativo.

Pensate a quanti “ecomostri” si trovano in Italia, cioè quegli edifici iniziati ma mai conclusi e che rimangono lì come ruderi a cielo aperto! Non sarà che questo a volte capita alla nostra Chiesa? Il fondamento c’è, lo sappiamo bene dal Vangelo di oggi, ma poi manca il resto, mancano tutte quelle rifiniture (infissi, porte, finestre, arredamenti…) necessari per abitarvi. E voi coppie avete proprio il compito originale di rendere accogliente e confortevole la Chiesa! Che appunto ci si senta amati e attesi, come in casa propria. Non importa se siete più o meno degni, ricordatevi di chi Gesù ci ha messo a capo, ma piuttosto che siate disposti a mettervi in gioco e continuare a provarci.

Cari sposi, per tutto questo che abbiamo visto, è chiaro che la Roccia di Pietro necessita di voi, piccole pietre vive. Gesù ha fiducia in voi e vi chiama ad aderirvi su di essa affinché la Sua Chiesa sia davvero salda in ogni sua parte.

ANTONIO E LUISA

Prendendo spunto dalla riflessione di padre Luca, vorrei aggiungere quanto, per me, Gesù si sia dimostrato un grande pedagogista nello scegliere Pietro. Se Pietro fosse stato perfetto, l’uomo senza difetti, l’uomo che non deve chiedere mai, forse non sarebbe stato un bene. Io sinceramente non avrei potuto identificarmi con la figura di Pietro. Avrei pensato che essere discepoli fosse solo per pochi, non per tutti. È un po’ quello che viene imputato alla Chiesa. La Chiesa? Piena di gente che ne combina di ogni. Eppure questa consapevolezza mi libera dalla mia limitatezza. Io sono povero, limitato, pieno di difetti eppure posso andare bene così. Se Gesù ha affidato la Sua Chiesa a un testone come Pietro, perché non può affidare una piccola chiesa domestica a Luisa e a me? Ed è così che tutte le mie paure e paranoie diventano superabili.

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Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo

Come spesso faccio il lunedì, ho deciso di tornare sul Vangelo della domenica appena trascorsa per una ulteriore riflessione. Cosa ci insegna l’episodio della mamma cananea che chiede la liberazione per la figlia?

Noi sposi crediamo che, in virtù del nostro essere cristiani e di esserci sposati in chiesa, Gesù ci ascolterà sempre. Non è così. Il matrimonio è un sacramento. Nel matrimonio Gesù si impegna in prima persona con noi. Ma c’è un ma. Se non apriamo il nostro cuore, Lui non potrà aiutarci in nessun modo. Se non ci prostriamo davanti a Lui e gli affidiamo la nostra vita e il nostro matrimonio, Lui non potrà fare nulla. Se crediamo di poter vivere il matrimonio contando solo su di noi e sulle nostre forze senza considerazione per le indicazioni morali della Chiesa, Lui non potrà fare nulla.

Il matrimonio non è solo un impegno umano, ma anche un sacramento che coinvolge la presenza e l’azione di Dio nella nostra vita coniugale. Per questo motivo, è importante vivere il nostro matrimonio in una relazione di profonda comunione con Dio, consentendoGli di essere coinvolto in ogni aspetto della nostra vita matrimoniale. La preghiera è uno strumento potente che ci permette di stabilire e mantenere questa relazione. Aprire il nostro cuore a Gesù, permettendogli di entrare nella nostra vita coniugale, ci dà la possibilità di ricevere la sua grazia e il suo sostegno costante. La preghiera ci aiuta anche a discernere la volontà di Dio per il nostro matrimonio e a trovare la forza necessaria per affrontare le sfide che possono presentarsi lungo il percorso.

Gesù è venuto per tutti. Per tutti coloro che, in modo consapevole o inconsapevole, lo cercano in una vita buona. Questo è confermato dai versetti che seguono il racconto della Cananea. Subito dopo, viene infatti raccontata una nuova moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ce ne sono due nel Vangelo di Matteo. La prima, nel capitolo 14, racconta come Gesù, con appena cinque pani e due pesci, sfamò una folla di cinquemila uomini, senza contare donne e bambini. La seconda moltiplicazione dei pani e dei pesci viene riportata nel capitolo 15 di Matteo. Questa volta Gesù sfamò una folla di quattromila uomini, oltre alle donne e ai bambini, con sette pani e alcuni piccoli pesci. La differenza tra le due moltiplicazioni dei pani e dei pesci risiede nel numero di ceste lasciate dopo che tutti furono saziati. Nella prima moltiplicazione furono raccolte dodici ceste, mentre nella seconda moltiplicazione furono raccolte sette ceste.

Questo dettaglio numerico è significativo poiché il numero dodici simboleggia le dodici tribù di Israele, mentre il numero sette simboleggia la completezza e la perfezione. Questo suggerisce che Gesù non è venuto solo per il popolo ebraico rappresentato dalle dodici tribù, ma per tutti gli uomini di ogni razza, nazionalità e cultura sulla Terra. La sua provvidenza e il suo amore si estendono a tutte le persone che desiderano cercarlo, accoglierlo e seguirlo.

Gesù è venuto per portare la Sua salvezza a tutti. Noi abbiamo il vantaggio non indifferente di conoscerLo e di esserci sposati sacramentalmente. Non gettiamo al vento questo tesoro incredibile che ci è stato donato immeritatamente. Apriamo il nostro cuore allo Spirito Santo. Prostriamoci davanti al Re della nostra vita! Lui farà miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa

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“Ricordati chi sei, ricordati da dove vieni, ricorda il tuo passato senza subirlo mai”

Cari sposi, sarà anche una canzone di Max Pezzali, ma soprattutto il concetto proviene dalla Sacra Scrittura. Difatti, al popolo eletto, una volta giunto nella Terra Promessa Dio, tramite Mosè, disse: “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente” (Deuteronomio 5, 15). Dopo un favore così grande, il rischio di considerare “normale e dovuto” è molto grande. Al resto poi ci pensa l’onnipresente routine e lo stress e così il gioco è fatto: ci sentiamo i padroni della nostra vita.

La premessa era dovuta perché oggi vediamo un Gesù burbero e caustico. Avrà forse digerito male la cena? Magari il materasso era duro? Pietro ne ha sparata un’altra delle sue? Niente di tutto ciò. Gesù non perde mai il filo del discorso ed è sempre sul pezzo. Ma allora cosa avrà voluto trasmettere a questa mamma disperata e in definitiva a ciascuno di noi anche con tal contegno?

Difficile accettare il messaggio per la nostra (mi ci includo) mentalità buonista e pacioccona incapace ogni tanto di dir di “no”! Come sempre è il contesto che ci schiude il significato. Gesù si è rivolto anzitutto al suo popolo, alla sua stirpe e sarà successivamente lo Spirito che, tramite Paolo, aprirà la Chiesa anche ai non ebrei. Ma quello che è imprescindibile, per gli uni e per gli altri, rimane il fatto che Gesù ci porta un dono che non meritiamo. Lo si può chiedere, lo si può sperare ma non è mai un automatismo.

Gesù ci insegna che la salvezza, la redenzione, il Cielo, la vita eterna, la Grazia… è sempre un regalo da implorare umilmente. Eh lo so che è duro, abituati come siamo ad avere oramai tutto a portata di un “clic”: dalla banca, alla spesa, al lavoro, alla scuola, agli acquisti. Se da un lato “volere è potere”, quando siamo davanti a Dio non funziona più così e subentra la dolce legge della Grazia.

In definitiva il Vangelo di oggi ha un sapore battesimale. Ci ricorda che nella nostra vita c’è stato un prima e un dopo il Battesimo, l’incontro con Cristo, anche se nella maggioranza dei casi l’abbiamo ricevuto da infanti. In definitiva, il Vangelo ci ricorda l’immensa realtà del Battesimo con il quale siamo entrati fisicamente in contatto con Cristo e ne sia divenuti fratelli, figli nel Figlio. Ricevere la grazia della guarigione per la sua bambina, supponeva per questa donna entrare in un rapporto di fede con Gesù, voleva dire quindi cambiare vita, mollare i propri idoli, svuotarsi dell’amor proprio. Ecco perché Gesù si rivela esigente, un tale cambiamento presuppone una volontà decisa e risoluta e Lui non vuole essere trattato come un McDrive ma richiede una conversione continua affinché la Sua Grazia divenga davvero efficace e fruttuosa. Però, quando la sirofenicia dà il minimo segno di umiltà e apertura del cuore, Gesù non si risparmia e le dona ben di più di quanto Gli ha domandato, difatti non solo riceve la guarigione della figlia ma anche la fede stessa. Sei grande Signore!

E voi sposi? Dove vi situate qui? Direi che è giusto che meditiate sulla grandezza del Battesimo ricevuto. Sebbene la stragrande maggioranza di noi sia divenuta cristiana da infanti, ciò non toglie che siamo stati liberati dal male, dalle insidie del maligno, da idoli nefasti. Nel Battesimo, sia dei bambini che degli adulti, è contenuto un esorcismo, anzi per questi ultimi è ancora più forte:

Carissimi candidati, poiché per la vocazione e la grazia di Dio siete decisi ad onorare e adorare lui solo e il suo Cristo e a lui solo volete servire, è questo il momento di rinunziare pubblicamente a quelle potenze che sono avverse a Dio e ai culti con i quali non si onora il vero Dio. Mai, dunque, vi accada di abbandonare Dio e il suo Cristo e di servire ad altre potenze” (Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, 80).

Poi, dal vostro essere rinati in Cristo, dal Battesimo, è sgorgato da un Matrimonio Unico e Irripetibile, l’unione ipostatica tra Cristo e la Chiesa, tra la sua carne e quella di ciascuno di noi, come ha scritto molto bene un grande teologo antico: “Negli ultimi tempi Cristo prese da Maria l’anima e la carne. […] Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché Cristo e la Chiesa, secondo quel grande mistero, fossero due in una sola carne. Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall’alto discende lo Spirito del Signore” (S. Paciano, Discorso sul Battesimo).

Dal Battesimo infine sgorga un’altra grazia che è il matrimonio sacramentale. Possiate quindi sempre ricordare da dove venite, il vostro retroterra, le vostre catene spezzate, il vostro fango. Non è un invito alla depressione ma un canto di lode alla Misericordia di Dio. Poiché Gesù ha usato tutto questo, non l’ha scartato, l’ha solo lavato con il suo sangue per fare di voi una meraviglia, un prodigio, cioè dare vita, generare e rigenerare continuamente vita attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Quanto ha ragione padre Luca. La nostra fragilità, i nostri errori, la nostra consapevolezza di come eravamo messi quando ci siamo incontrati, non sono stati un freno a sposarci ma al contrario ci hanno aiutato ad avere fede e fiducia. Eravamo due persone cariche di ferite e di idee sbagliate eppure ci siamo sentiti amati da Dio. Ecco! Fare esperienza dell’amore di Dio per te, quando ti senti di non aver nulla da dare se non la tua miseria, cambia la vita. Se ci siamo sposati con fiducia, se ci siamo aperti alla vita con generosità (potevamo averne anche di più) è perchè non contavamo solo sulle nostre forze ma eravamo sicuri della presenza di Dio nel nostro matrimonio.

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Le vere gioie sono dello Spirito

Cari sposi, vi scrivo mentre sto concludendo i miei esercizi spirituali ignaziani che ogni anno ho la grazia di vivere con la mia comunità di sacerdoti. Pensando a cosa scrivervi di attinente alla vostra vita nuziale non mi è venuto altro se non raccontarvi la mia esperienza di questi giorni di vera grazia!

Per me gli esercizi sono un punto di inizio e di arrivo di tutto un anno pastorale. Cerco di farli appunto ad agosto quando in genere gli impegni diminuiscono, la gente è in vacanza, per vivere con Gesù un tempo di incontro più profondo e personale. Venivo carico di preoccupazioni di vario tipo, pure con la “ciliegina sulla torta” dell’alluvione di maggio scorso…  In casi come questi viene spontaneo chiederti: “Signore, dove sei? So che Ti trovi lì ma non ti vedo bene…”.

Parte della metodologia degli esercizi ignaziani prevede saggiamente di riportare alla mente le grazie ricevute. Spesso, in momenti difficili queste ultime diventano come impercettibili e ci concentriamo solo su quello che affetta la nostra sensibilità, ovviamente in senso negativo. Ma quanto è saggio fare verità sui doni che il Signore ci regala! Se apriamo gli occhi e ci lasciamo guidare dallo Spirito iniziamo a valorizzare anche “piccolezze” che in realtà sono doni immensi: la vita, le persone care, l’eventuale salute, la natura… smettendo di darli per dovuti e gonfiando il nostro amor proprio.

Mentre riempivo il foglio di grazie e doni concreti, mi sono accorto che stava mancando qualcosa di molto grosso. Ho chiesto nuovamente luce allo Spirito e subito ho esclamato: “ma che distratto son stato!”. Ben più di cose concrete, il Signore mi dona di continuo beni ancora più grandi e preziosi: il dono dello Spirito, il dono della Sua Risurrezione, il dono dell’Eucarestia, il dono di sua Madre, il dono del sacerdozio e soprattutto l’essere figlio di Dio grazie al Battesimo.

I primi doni sono belli e importanti, giusto farne sempre memoria ed essere riconoscenti. Tuttavia, è pur vero che ci possono essere tolti secondo i misteriosi e sapienti disegni di Dio. Ma i veri beni dello Spirito profumano di eternità e niente e nessuno ce li potrà mai togliere! Sono essi a darci le vere gioie, quelle che solo lo Spirito può effondere.

Perciò, con commozione ho rivalorizzato tutti quei Beni che sono ben superiori ai primi annotati. Aveva proprio ragione san Paolo! Se prima, il suo vanto era di appartenere al popolo eletto, professarsi un fariseo integerrimo, ecc., nel momento in cui incontra Cristo cambia tutto e gioisce di poter: “conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3, 10).

Cari sposi, vi auguro di immergervi anche voi totalmente nella grazia degli esercizi spirituali in coppia. Quante menzogne cadono, quante nebbie si dissipano, quanta verità emerge nella nostra vita! Dio volendo, con il Progetto Mistero Grande, stiamo progettandoli per l’anno venturo. Sono certo che il Signore anela di donarvi un cumulo immenso di regali per la crescita della vostra vocazione nuziale!

Padre Luca Frontali

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Rise up. Conta le stelle

Ce l’abbiamo fatta la settimana più attesa dell’anno è appena trascorsa. Una settimana in cui un cristiano praticante era come non mai piacevolmente circondato di eventi per ogni fascia di età. Siamo passati dalla gioiosità della GMG alla Marcia Francescana culminata nel perdono assisano.

Noi quest’anno la Gmg ce la siamo goduta alla grande, grazie anche ai ragazzi dell’oratorio che ci inviavano live le foto e, grazie ad Instagram, abbiamo instaurato dei legami in più anche con dei giovani di altre diocesi. Ma è stato bello anche commentare con le altre mamme: Sono arrivati? Hanno mangiato? Ce la farà a camminare tutte quelle ore sotto al sole per arrivare al campo della veglia?

Ognuno di loro, così come noi da casa, alla fine è sempre in attesa di quella Parola che dà il via alle nostre decisioni, che rischiara i dubbi e le incertezze. Percorrere le strade di Lisbona, passando per Santiago, Lourdes, Fatima, il Sermig di Torino. Abbiamo cercato di far loro compagnia, pensate c’erano anche ragazzi che avevano percorso un viaggio con più di 40 ore di pullman. Quella stessa Parola che ha aiutato anche noi al passo decisivo, che ci ha condotto ancora di più nel nostro sentiero di Abramo e Sara.

All’inizio, come ricorderete, il nostro progetto era nato per curare il dolore delle coppie che un figlio non lo hanno o lo hanno perso. Il progetto è rimasto sempre lo stesso, ma negli ultimi mesi ha preso delle strade inaspettate come con il gemellaggio con le realtà dei gruppi giovanili. Giusto in questi giorni siamo stati insieme ai giovani del “Due o tre” di Marianna Boccolini progetto nato in ricordo di Marianna e portato avanti dalla sua mamma Maria Letizia Tomassoni in sinergia con Padre Massimo Reschiglian.

Non ci stancheremo mai di ripetere alle coppie che dal sepolcro del dolore se ne esce. La risurrezione passa da un incontro. Passa attraverso un touch, passa attraverso una voce che pronuncia il tuo nome “Maria”. I giovani hanno fame di relazioni autentiche, di educatori, che osino rischiare di uscire fuori dallo stantio del si è sempre fatto così per andargli incontro. Chi meglio di una coppia senza figli ha tempo da donare a dei giovani? Di condividere con loro le proprie esperienze di vita. Alcuni giovani hanno dichiarato che in questa settimana si sono sentiti ascoltati.

Provate, osate, andate incontro ai giovani per ascoltarli, potreste aiutarli a lenire le loro ferite. Volutamente non prolunghiamo l’articolo, ma ci teniamo a lasciarvi con queste piccole domande per riflettere in questo periodo estivo: Come ero da adolescente? Cosa mi faceva soffrire ? Avevo chi nel momento in cui mi sentivo un fallito mi tendeva la mano per alzarmi? C’ era chi mi educava con quei No che aiutano a crescere? Basta pensare ad esempio a David Buggi e al No che si è sentito pronunciare dal suo padre spirituale. Solo chi ci ama veramente ha il coraggio di pronunciare quei No che al momento non comprendiamo che ci fanno soffrire indubbiamente ma sono necessari per farci camminare sulla Via della Verità.

Per chi vorrà ci può raggiungere online sul nostro profilo Instagram e ci potrà ascoltare ogni primo lunedì del mese nel nostro programma radiofonico in onda su Radio Maria e per chi è di Roma ci trova presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto!

Simona e Andrea.

Questo è il mio Amore

Domenica scorsa è terminato il X Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, a Loreto, presso l’Istituto Salesiano, con il titolo “Dall’Eucarestia la luce e la forza per capire e vivere da separato fedele”. Per quello che ho visto e sentito dai partecipanti, è stato forse il miglior convegno che abbiamo fatto e le motivazioni sono tante, forse perché non ci sono stati contrattempi, forse perché eravamo in tanti (55 persone), forse perché c’erano diverse persone nuove e tutte squisite che si sono sentite accolte, forse perché la struttura ci ha fatto mangiare bene e coccolato, forse perché eravamo vicinissimi alla Basilica di Loreto (centro della famiglia con le mura della casa di Nazareth), forse per le belle meditazioni di don Renzo, forse perché ci siamo anche divertiti molto. Infatti siamo riusciti a mettere insieme le catechesi e i lavori in piccoli gruppi con momenti più leggeri, come un bagno al mare, la visita alla casa con biblioteca del Leopardi e la serata ricreativa elegante, in cui abbiamo giocato e ballato; non sono mancate situazioni emozionanti, come la cerimonia d’ingresso di quattro nuovi giovani soci e il rinnovo della promesse matrimoniali, tutti vestiti di bianco, l’ultimo giorno.

Dovrò riascoltare con calma i contenuti delle meditazioni, ragionarci sopra, assimilarle, anche perché la mia mente era impegnata in parte nell’organizzazione e nel serrato programma della giornata, dopo cena compreso. Provo a balbettare qualche spunto di riflessione su quello che mi ha particolarmente colpito: se vogliamo far funzionare un matrimonio, dobbiamo capire/riscoprire il significato dell’Eucarestia.

Gli sposi hanno la coscienza e la consapevolezza che Gesù è vivo? Sanno di essere Sacramento di Gesù vivo e che sono chiamati a vivere una relazione con Lui e non solo una religione fatta di riti, devozioni e preghiere? I separati hanno capito che certamente manca il coniuge, ma non manca (se lo vogliono) la “Parte” più importante, che è quella che alla fine conta? La realtà, infatti, può essere guardata sotto tanti punti di vista e quello che spesso scarseggia è la percezione della distanza infinita tra la realtà e il dono dell’Eucarestia, cioè lo stupore: un Dio che mi ama singolarmente, che mi dona tutto Se stesso e mi dice “Prendimi e mangiami!”.

Mentre ascoltavo una meditazione su questo tema, mi è venuto in mente un ricordo bellissimo e indelebile, di quando 17 anni fa è nata nostra figlia primogenita Diletta; specialmente i primi giorni, passavo le ore a guardarla nella culla mentre dormiva, con le manine chiuse appoggiate in alto, ai lati della testa: stavo in silenzio a contemplare la bellezza di un dono, non solo così bello, ma anche immeritato (cioè senza miei particolari meriti); stessa cosa succede agli innamorati, quando si guardano senza parlare. Mi dispiace di non riuscire ancora a raggiungere questa contemplazione con un dono infintamente più grande com’è l’Eucarestia, però la mia povertà può essere lo spazio alla presenza di Dio.

L’uomo può non accettare il dono e farsi bastare sè stesso, siamo liberi di farlo, ma se capiamo il dono, il matrimonio non sarà mai fallito perché Lui è presente e può trasformare un povero separato fedele in un amore divino da diffondere agli altri. Come il sacerdote in nome di Cristo dice “Questo è il mio corpo”, così Gesù, mediante gli sposi, vuole dire “Questo è il mio Amore”. Infatti il Sacramento ha specificato una missione, che è quella di tessere legami (come creare una ragnatela), unire le persone in Cristo, amare infinitamente e creare comunione (io sono Eucarestia da distribuire). Non è facile e risulta abbastanza semplice farlo con persone di fede che hanno fatto la tua stessa scelta (come durante il Convegno), mentre è decisamente impegnativo con tutti gli altri; tuttavia la nostra strada è questa e non avrebbe senso non percorrerla fino in fondo e non cercare di amare ogni giorno al massimo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Ne vale ancora la pena?

Dal libro del Deuteronomio cap 10,12-22 Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi. Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervìce; perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori, il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito. Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto. Temi il Signore, tuo Dio, servilo, restagli fedele e giura nel suo nome. Egli è la tua lode, egli è il tuo Dio, che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto. I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; ora il Signore, tuo Dio, ti ha reso numeroso come le stelle del cielo».

Questo discorso di Mosè è assai commovente, se pensiamo che sono parole che dovremmo sentire dai pulpiti delle nostre chiese, i nostri pastori sono i nostri odierni Mosè e forse basterebbe una predica infuocata con tali parole per smuovere tanti cuori ormai soffocati come da un calcare spirituale.

Provate per un attimo ad immaginare l’inizio del discorso sostituendo “Mosè” col nome del vostro parroco, e poi sostituite “Israele” col nome della vostra parrocchia, del vostro paese, della vostra realtà comunitaria (meglio ancora con i vostri nomi) e scoprirete quanto abbiamo bisogno di sacerdoti e vescovi che ci scuotano dal tiepidume spirituale da cui molti cattolici sono colpiti, vivono la fede come dei cacciatori bloccati dentro le sabbie mobili non sapendo di perdersi le ambite prede.

Cari sposi, quante volte anche il nostro matrimonio assomiglia al cuore ostinato e alla dura cervice degli Israeliti, quando nonostante abbiamo visto le meraviglie del Signore siamo tornati alla vecchia vita come degli ingrati.

Molte coppie partecipano a settimane di spiritualità, ritiri per sposi, convegni, corsi di spiritualità coniugale, e vivendo queste esperienze ravvivano la propria relazione, si sentono inondate da una sorta di ebbrezza inspiegabile: non è semplicemente l’effetto dello “stare insieme come comunità“, ma sono segnali divini, come piccole freccette che lo Spirito Santo lancia al nostro cuore, sono come piccoli punti di ristoro in mezzo ad una piana desertica, sono delle consolazioni che il Signore ci concede nella Sua Infinita Misericordia.

Lo Spirito Santo a volte usa questa “tattica” per attirarci a sé come fa un innamorato quando corteggia la sua bella e la seduce con ogni dolcezza, così anche il Signore ci fa assaporare la Sua dolcezza usando anche i nostri sensi.

Perché allora queste coppie, dopo aver assaporato le delizie dell’amore di Dio Onnipotente, una volta tornate alla loro vita ordinaria sembrano dimenticarsi ben presto dell’esperienza appena vissuta?

Il problema non sta nella tattica del Signore, ma nella risposta che diamo noi a questi dolci Suoi inviti; a volte ci comportiamo come la bella che prima di decidere se accettare le avances del pretendente gli fa la “radiografia totale” e, nonostante lui abbia dimostrato di essere degno di fiducia, lei ha già deciso in cuor suo di non aver bisogno del suo amore.

E’ così che queste coppie continuano a partecipare a ritiri su ritiri, accumulano corsi su corsi, hanno un curriculum di tutto rispetto quanto a partecipazione ad eventi di spiritualità matrimoniale, MA la loro relazione non fa mai progressi, il loro matrimonio non ingrana mai la marcia giusta, non spingono mai sull’acceleratore perché nel profondo del proprio cuore hanno già deciso di non aver bisogno dell’amore di Dio, si comportano come gli israeliti dal cuore ostinato e dalla dura cervice, nonostante abbiano sperimentato come il Signore sia Colui “che ha fatto per te quelle cose grandi e tremende che i tuoi occhi hanno visto.” provate allora a rileggere l’esortazione di Mosè come rivolta a voi stessi.

Coraggio sposi, abbandoniamo le nostre certezze per tuffarci a occhi chiusi nella Sue certezze. Non è più il tempo per tentennare, per capire da che parte stare, non mettiamo alla prova il nostro Dio Onnipotente. Il nostro modello? La Madonna, di cui oggi festeggiamo la Sua Assunzione in Cielo in anima e corpo, non si è fidata delle poche certezze umane ma ha confidato pienamente ed interamente nel Signore. E la Sua Assunzione ci testimonia che ne è valsa la pena!

Regína in cáelum assúmpta, ora pro nobis.

Giorgio e Valentina.