Una pazienza che diventa azione

93 Segue la parola chresteuetai, che è unica in tutta la Bibbia, derivata da chrestos (persona buona, che mostra la sua bontà nelle azioni). Però, considerata la posizione in cui si trova, in stretto parallelismo con il verbo precedente, ne diventa un complemento. In tal modo Paolo vuole mettere in chiaro che la “pazienza” nominata al primo posto non è un atteggiamento totalmente passivo, bensì è accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri. Indica che l’amore fa del bene agli altri e li promuove. Perciò si traduce come “benevola”.

94. Nell’insieme del testo si vede che Paolo vuole insistere sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma che si deve intendere nel senso che il verbo “amare” ha in ebraico, vale a dire: “fare il bene”. Come diceva sant’Ignazio di Loyola, «l’amore si deve porre più nelle opere che nelle parole».[106] In questo modo può mostrare tutta la sua fecondità, e ci permette di sperimentare la felicità di dare, la nobiltà e la grandezza di donarsi in modo sovrabbondante, senza misurare, senza esigere ricompense, per il solo gusto di dare e di servire.

Il Papa pone l’atteggiamento di benevolenza in stretta attinenza con la pazienza. L’amore è paziente. La pazienza sembra quasi qualcosa di passivo, da sopportare, invece il Papa non si limita ad affermare che l’amore accetta, sopporta e perdona in modo passivo, ma prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene. La benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o con il suo gesto. La benevolenza ci aiuta a continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore. Anzi, Dio è straordinario. Dio ama ancora di più proprio quelle persone che lo rinnegano e si comportano indegnamente verso di lui e verso i fratelli. Li ama di più per riattirarli a sè, esattamente come un magnete. Chi ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio sa quanto è potente e quanto ti “cattura” l’amore di Dio. Così dobbiamo fare noi. Non possiamo obbligare nessuno ad amarci, neanche chi ha promesso solennemente di farlo, ma possiamo amarlo nonostante tutto, amarlo più di prima. Questa è la modalità di Gesù e questa deve diventare la nostra modalità nel sacramento del matrimonio. Voglio fare un esempio dove io sono il “cattivo”, ma va bene comunque. E’ uno dei primi articoli che ho pubblicato su questo blog. Si tratta di un piccolo fatto, nulla di importante, ma esplica benissimo il concetto che ho cercato di proporre leggendo le parole del Papa. Mi ha lasciato senza parole perchè, forse per la prima volta, sono rimasto pieno di stupore e meraviglia, sperimentando come la mia sposa fosse capace di amarmi così autenticamente. Nessuna parola sdolcinata ma paziente e amorevole amore che si fa azione.

BASTA UN CAFFE’

Alzi la mano chi non è pronto a giudicare la moglie o il marito. In tantissime situazioni siamo bravissimi a cogliere una parola di troppo, un qualcosa non fatto o fatto male, a vedere comportamenti che non ci piacciono. Tendiamo a giudicare sempre, perché forse la nostra attenzione è più focalizzata su noi stessi e su come veniamo trattati che sull’altro e come lo trattiamo. Sapete qual’è uno dei gesti d’amore più belli d’amore che mi ricordo fatto da mia moglie a me? Mi fece un caffè. Mi spiego meglio. Erano i primi anni di matrimonio ed io non ero sempre amorevole e tenero con lei (si può imparare ad esserlo). La trattai male su una questione dove avevo anche torto. Litigammo come capita a tante coppie e poi con il muso lungo me ne andai in camera sbattendo la porta. Dieci minuti dopo arrivò lei, con il caffè in una mano mentre con l’altra girava il cucchiaino. Me lo porse con tenerezza e se ne andò. Quel gesto mi lasciò senza parole e mi fece sentire tutto il suo amore immeritato , che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto e mi mostrò tutta la sua bellezza e forza, facendomi sentire piccolo piccolo. Finì subito tutto in un abbraccio e quel gesto me lo porto ancora dentro tra i ricordi più preziosi. Lei è riuscita prima di me e meglio di me a non giudicarmi ma ad amarmi e basta. L’amore è questo ed è bellissimo.

Antonio e Luisa

Il figlio: il nostro amore che diventa carne.

Avete notato cosa succede quando i nostri figli piccoli vedono noi genitori che ci vogliamo bene? E’ qualcosa di facilmente verificabile. I bambini quando vedono mamma e papà che si abbracciano e che si baciano sono felici. Non solo, spesso si avvicinano, perchè vogliono entrare in quell’abbraccio, farne parte e farsi coccolare in quel luogo sacro che è lo spazio contenuto nell’abbraccio, in cui l’amore si manifesta e si rende visibile, in cui l’unione dei cuori di papà e mamma e chiaramente percepibile, ancor di più dallo spirito puro di un bambino. I nostri figli hanno bisogno di vedere il nostro amore reciproco perchè loro sono frutto di quell’amore, e finchè quell’amore c’è ed è buono e da gioia, anche loro si sentono sicuri, sentono di essere desiderati ed amati. I bambini sono l’amore degli sposi che diventa carne. Sono il frutto di quella relazione d’amore e di quel vincolo sponsale. I bambini si nutrono dell’amore di papà e mamma. Questo è il motivo che rende il lettone di papà e mamma tanto ambito ai bambini, non vedono l’ora di entrarci (mi raccomando lasciateli fuori). Perchè quello è il luogo dell’unità dove papà e mamma sono uno e loro lo sanno e vogliono farne parte, si sentono sicuri e protetti. Fateci caso, si mettono sempre al centro, come a volersi abbandonare a quell’amore e a quel calore che percepisce nel bene che papà e mamma si vogliono.

Cosa succede quando la relazione dei genitori si rompe? I bambini si sentono persi e vedono crollare le loro sicurezze e il loro mondo,  perchè l’amore che li ha generati non è più una cosa buona. Di seguito una lettera molto bella dove un figlio scrive ai genitori divorziati. Da meditare.

Cari mamma e papà so che state soffrendo, sto soffrendo anche io.

Mi sento coinvolto nelle vostre attenzioni, paure e shock.

Anche se sono giovane e non riesco a parlare di quello che succede nelle vostre vite, ne risento ugualmente. Il mio cuore si spezza tutte le volte che devo rinunciare a stare con uno di voi. Ho perso la mia sicurezza.

Non date per scontato che io sia forte, non date per scontato che la mia vita sarà esattamente come prima, che continuerò a sentirmi ugualmente amato da entrambi. Sono un essere umano come voi, i miei bisogni sono come i vostri. Ho bisogno di amore, attenzione, cura, stabilità, coerenza, affetto, comprensione, pazienza e soprattutto di sentirmi desiderato.

Quando litigate su di me, o mi mettete al centro delle vostre discussioni, mi comunicate il messaggio che vincere sull’altro sia più importante della mia vita. Imparo da voi che aver ragione è più importante di amare ed essere amato. Imparo da voi che sono venuto da una persona che era poco amabile e sbagliata, e che, in qualche modo, sono sbagliato anche io.

Quando confidate le vostre ferite al mio cuore, avete accumulato un dolore per adulti derubandomi la mia fanciullezza, mi state portando via la mia convinzione che l’amore sia incondizionato e lo sostituite con il messaggio che devo diventare duro, di non amare perchè sarò ferito e non sarò capace di ristabilirmi.

Potreste non essere in grado di capirlo oggi, e io sono così piccolo che non state pensando al mio futuro, ma mi mettete a maggior rischio di divorziare anche io da grande, sempre decida di sposarmi.

A volte metterete a rischio la mia sicurezza per riempire un vuoto nei vostri cuori. La mia sicurezza è compito vostro. Senza di voi e la vostra protezione sono come un mollusco senza guscio nel mondo. Questo si manifesterà in paure irrazionali, perchè resterò in uno stato di lotta e fuga per il resto della mia vita.

Un giorno questo iniziale shock lo avrò dimenticato, ma come sceglierete di attraversare questa crisi come miei genitori non lo dimenticherò mai. Io potrò sentire la vostra assenza egoistica o il vostro sostegno e protezione, oppure avrò una ciccatrice sul cuore con una scritta: “Le cose belle capitano alle brave persone, devo essere cattivo”.

Pensierosamente

Il figlio del divorzio

Antonio e Luisa

L’amore è lento all’ira

Dopo aver riflettuto solo alcuni giorni fa su una delle caratteristiche della carità, la memoria corta sul male ricevuto, ho deciso di dire qualcosa su ognuna delle virtù dell’amore, secondo quanto scritto da San Paolo e ripreso sapientemente in Amoris Laetitia da Papa Francesco.

L’amore è lento all’ira, è paziente e sopporta. Il Papa a questo proposito scrive:

91. La prima espressione utilizzata è macrothymei. La traduzione non è semplicemente “che sopporta ogni cosa”, perché questa idea viene espressa alla fine del v. 7. Il senso si coglie dalla traduzione greca dell’Antico Testamento, dove si afferma che Dio è «lento all’ira» (Es 34,6; Nm 14,18). Si mostra quando la persona non si lascia guidare dagli impulsi e evita di aggredire. È una caratteristica del Dio dell’Alleanza che chiama ad imitarlo anche all’interno della vita familiare. I testi in cui Paolo fa uso di questo termine si devono leggere sullo sfondo del libro della Sapienza (cfr 11,23; 12,2.15-18): nello stesso tempo in cui si loda la moderazione di Dio al fine di dare spazio al pentimento, si insiste sul suo potere che si manifesta quando agisce con misericordia. La pazienza di Dio è esercizio di misericordia verso il peccatore e manifesta l’autentico potere.

92. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Quanto scrive il Papa è già abbastanza chiaro, non c’è bisogno di aggiugere molto altro. Vorrei solo accentuare quanto scritto con un esempio, prendendo spunto da un mio precedente articolo di qualche mese fa.

Prendete un foglio di carta, uno di quelli A4 da stampante. Un foglio bianco perfettamente liscio. Fatene  una palla, accartocciandolo. Fatto? Ora provate a farlo tornare come prima. Per quanto vi ingegnerete con tutto l’impegno non riuscirete. Avrete sempre un foglio pieno di pieghe, rovinato, certo non liscio. Quel foglio è il cuore della persona che amate. Basta un momento, dove magari siete in preda alla rabbia, al nervosismo o allo stress. Basta un momento per accartocciare il cuore della persona che più amate. Una parola di troppo, che probabilmente neanche pensate, ma che pesa come un macigno su di lui/lei. L’amore implica il fidarsi, mettersi a nudo davanti all’altro/a, implica mostrare tutto di ciò che siamo e proviamo. L’amore implica deporre le armi e mostrarsi disarmati. Ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo verso l’altro/a? Sappiamo tanto di lei/lui a volte troppo. Sappiamo cosa dire e come dirlo per ferire, sappiamo che punti toccare per evidenziare fragilità e difetti. Per una soddisfazione di qualche attimo che presto evapora lasciando spazio al senso di colpa, distruggiamo il cuore dell’amato/a. Poi, quando la mente torna lucida arriva il pentimento, le scuse, ma il danno è fatto. Se abbiamo provocato una ferita non riusciremo a rimarginarla subito. Stiamo attenti, basta poco, si può litigare, si può anche alzare la voce ed essere non sempre disponibili, ma attenzione alle parole. Sappiamo benissimo cosa dire per ferire l’altro/a. Ecco non facciamolo. Se vogliamo siamo capacissimi di trattenerci e se vogliamo bene alla persona che ci sta accanto dobbiamo riuscirci. La nostra lingua sia sempre per consolare, per amare, per perdonare, per incoraggiare e per lodare e quelle volte che si litiga facciamo in modo di non superare mai il limite, perchè ferire l’amato/a è un sacrilegio all’amore, un sacrilegio a quell’amore che ci è stato donato con il sacramento del matrimonio.

Antonio e Luisa

Spirito di Dio scendi su di noi!

Oggi si festeggia la Pentecoste, Lo Spirito Santo che potentemente scende sugli apoatoli e sulla Madonna riuniti nel cenacolo cinquanta giorni dopo la resurrezione di Gesù. Sono uniti, come a ricordarci che lo Spirito scende su tutta la Chiesa, allora come oggi. Scende sulla Chiesa, sposa di Cristo, su ognuno di noi, sulle nostre famiglie piccole chiese e sulle nostre comunità. Lo Spirito Santo scende e ci trova chiusi, impauriti, pieni di domande, nella tenebra perchè aprire le finestre significa farci vedere e non lo vogliamo. Lo Spirito Santo ci trova inermi e incapaci di sostenere il peso della vita e della famiglia. Quante volte ci capita di sentirci incapaci di rispondere alla chiamata di Dio nella nostra vita e nel nostro matrimonio. A me sinceramente capita spesso. Mi capita spesso di sentirmi incapace di amare la mia sposa e di educare i miei figli. Mi capita spesso di sentirmi troppo poco, troppo imperfetto e in difetto, e tutto questo rischia di travolgermi e di farmi mollare. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Ci ricorda che non siamo soli. ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente. La Pentecoste ci ricorda che non siamo soli, che siamo una famiglia abitata da Dio piccola chiesa ma che trae la sua forza dalla grande Chiesa. Solo nella Chiesa di Gesù, con i sacramenti, la Parola, la Verità del magistero  e tutti i fratelli in cammino con noi, possiamo accogliere lo Spirito Santo nei nostri cuori e farci incendiare da esso. Nel cenacolo erano tutti presenti come a ricordare che lo Spirito trova spazio quando c’è unità. Ed è così che lo Spirito di Dio scende nelle nostre famiglie come vento di perdono e fuoco che salda e trasforma il nostro buio in luce, la nostra debolezza in capacità di accogliere, i nostri dubbi in abbandono fiducioso, e ci da la forza di aprire le finestre e affrontare il mondo con la consapevolezza di essere ben poca cosa, ma di aver un compagno  e invincibile che non ci abbandona e che non tradisce mai e che ci sosterrà e ci condurrà alla salvezza. Lo Spirito Santo è dono che ci permette di diventare a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse che non sono comprensibili perchè vengono da vite diverse, perchè sono state corrotte dall’egoismo e dai nostri limiti e peccati personali. Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro. Ognuno chiuso nel suo modo di pensare e di vedere e per questo incapace di comprendere l’altro. Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a. Termino con una strofa di un canto del rinnovamento che secondo me esprime benissimo la Pentecoste:

Spirito di Dio scendi su di noi.
Spirito di Dio scendi su di noi.
Fondici, plasmaci, riempici, usaci.
Spirito di Dio scendi su di noi.

 

Antonio e Luisa

Non annotiamo il male

San Paolo nel suo famosissimo Inno alla carità, presente nella prima lettera ai Corinzi, scrive tra le alte cose che l’amore non tiene conto del male ricevuto e che tutto scusa.

Papa Francesco, nel capitolo quarto di Amoris Letitia, afferma in proposito:

105 Se permettiamo ad un sentimento cattivo di penetrare nelle nostre viscere, diamo spazio a quel rancore che si annida nel cuore. La frase logizetai to kakon significa “tiene conto del male”, “se lo porta annotato”, vale a dire, è rancoroso. Il contrario è il perdono, un perdono fondato su un atteggiamento positivo, che tenta di comprendere la debolezza altrui e prova a cercare delle scuse per l’altra persona, come Gesù che disse: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Invece la tendenza è spesso quella di cercare sempre più colpe, di immaginare sempre più cattiverie, di supporre ogni tipo di cattive intenzioni, e così il rancore va crescendo e si radica. In tal modo, qualsiasi errore o caduta del coniuge può danneggiare il vincolo d’amore e la stabilità familiare. Il problema è che a volte si attribuisce ad ogni cosa la medesima gravità, con il rischio di diventare crudeli per qualsiasi errore dell’altro. La giusta rivendicazione dei propri diritti si trasforma in una persistente e costante sete di vendetta più che in una sana difesa della propria dignità.

Il Papa ha toccato il punto fondamentale comune ad ogni rapporto d’amore. Come reagiamo al male subito? Il nostro perdono è autentico?

E’ un punto fondamentale perchè un perdono non autentico non permette una vera comunione tra gli sposi, e presto o tardi i rancori, le vendette, le ripicche e le rivendicazioni possono distruggere anche quello che c’è di buono nel rapporto della coppia, chiudendo l’uno all’altro, ed erigendo muri di incomprensione, di sfiducia e di diffidenza. Come ha giustamente affermato don Fabio Bartoli, il matrimonio finisce quando la famiglia non è più un luogo d’amore ma diventa luogo di rivendicazioni sindacali. San Paolo nel suo Inno alla carità lo sa bene, e tra le esigenze della carità (amore) individua anche la necessità di saper perdonare non a parole, ma in profondità, con il cuore. Il Papa, per evidenziare ancora meglio il concetto, riporta il testo in greco con una traduzione ancora più efficace. L’amore non porta annotato il male ricevuto. Quando io perdono la mia sposa cancello tutto e ricominciamo con più determinazione di prima perchè il perdono nutre l’amore. Sarei un falso se mi annotassi quel torto ricevuto per usarlo all’occorrenza per giustificare un mio comportamento sbagliato o per colpevolizzare e ricattare la mia sposa. Questa dinamica non è sana e non aiuta a maturare e perfezionare l’amore. L’amore autentico ha la memoria corta per il male e la memoria lunga per il bene. Fare memoria di tutte le volte che la mia sposa si è fatta dono per me e dimenticare le volte che non è riuscita è il segreto per amarla sempre più. Spesso invece siamo bravissimi a ricordare gli errori e dare per scontato le cose belle, come se ci fossero dovute. Nell’amore non c’è nulla di dovuto ma è tutto dono e Grazia.

Ricordiamolo sempre e meravigliamoci di più del bene ricevuto e mostriamo la nostra gratitudine. Impariamo a dire grazie perchè a lamentarci e ad indignarci siamo già bravissimi.

Naturalmente è possibile perdonare in questo modo se abbiamo imparato a controllare il nostro orgoglio, che è il primo nemico del perdono autentico, se abbiamo esercitato una relazione ricca di tenerezza, perchè la tenerezza permette di guardare l’altro con lo sguardo di Dio, e se, soprattutto, ci sentiamo amati e perdonati da Dio. Rimetti a noi i nostri peccati come noi li rimettiamo ai nostri peccatori.

Antonio e Luisa

Una palestra per essere liberi

Il matrimonio mi ha cambiato, ha cambiato la mia relazione d’amore, ha cambiato lo sguardo sulla mia sposa e sulla mia vita. Il matrimonio è una palestra dove il coniuge e i figli sono diventati personal trainer esigenti, mi hanno chiesto esercizi continui per uscire da quello stato imprigionante in cui mi trovavo da sempre. Ho avuto la fortuna e la Grazia di avere un grande personal trainer. Mia moglie non ha mai forzato i carichi, ha sempre aspettato i miei tempi e non mi ha mai chiesto più di quello che comprendeva avrei potuto dare in quel momento. Anche e soprattutto nell’amore sponsale vale la regola di Chiara Corbella, quella dei piccoli passi possibili. A volte mi sentivo forte e ho provato a forzare i carichi, ad andare oltre ciò che potevo sopportar,e e nel giro di breve tempo sono caduto. Non bisogna aver fretta, il matrimonio è un percorso lungo, che dura tutta una vita (di solito!) e con piccoli passi, giorno dopo giorno, si possono raggiungere obiettivi impensabili all’inizio. Questi esercizi continui a cosa servono? Qual’è l’obiettivo che il dirigente della palestra (DIO) ha affidato al suo miglior personal trainer per me (la mia sposa)? L’obiettivo è liberarmi dai miei sentimenti. Don Luigi Epicoco in un intervento che ha fatto in una scuola disse qualcosa che mi colpì molto. Disse che i ragazzi spesso non hanno dei sentimenti ma sono quei sentimenti. Questo è profondamente vero. Anche il parlare comune è condizionato da questo modo di pensare. Sono arrabbiato, sono deluso, sono attratto, sono affamato, sono innamorato.

Cosa significa questo? Significa che le sensazioni, le emozioni e i sentimenti che proviamo in un determinato momento sono così forti da fagocitarci, da identificarci completamente in ciò che sentiamo. Invece il matrimonio ti aiuta ad uscire da questa logica. Il matrimonio ti dice che puoi amare sempre. Puoi provare rabbia, delusione, frustrazione, aridità, ma con la Grazia del sacramento e la tua palestra quotidiana, sarai capace di sopportarne il peso, di non farti schiacciare e di fare sempre la scelta giusta. Riuscirai con sempre meno fatica (piccoli passi possibili) a mantenere sempre fede a quella promessa, perchè noi non siamo i nostri sentimenti, noi siamo uomini e donne capaci di amare come Dio anche se siamo fragili e abbiamo sentimenti che a volte vorrebbero  condurci da tutt’altra parte.

Infine voglio rinraziare il mio grande personal trainer che con tanto amore e fiducia mi sta allenando ormai da quindici anni e se sono migliorato tanto molto del merito è suo.

Antonio e Luisa

Sono uomo e preferisco i metodi naturali

Vi propongo una testimonianza che ho scritto per il blog monte di venere.  Ringrazio Maria Dolores per avermela chiesta e suggerisco di visitare il suo blog e la sua pagina facebook perchè è molto interessante e cerca di presentare una sessualità sana e autentica così.

 

Sono sempre alla ricerca di uomini che vogliano raccontare cosa ne pensano dei metodi naturali, soprattutto di quelli che ne hanno fatto esperienza diretta, perchè credo che offrano un punto di vista meno conosciuto e straordinariamente interessante. Ho incontrato Antonio, che è sposato da 15 anni, e lo ringrazio di cuore.

Quando gli ho chiesto se preferisse uno pseudonimo mi ha risposto così:

Io ne parlo liberamente perché non c’è nulla di male. L’amore carnale ed erotico è qualcosa di bello, non qualcosa di cui vergognarsi.

Poi ci ha regalato un bel racconto.

Cercherò con questa breve testimonianza di raccontare qualcosa della mia esperienza relativa all’uso dei metodi naturali per la regolazione della fertilità (sintotermico). Spesso si pensa che la rilevazione dei dati e la gestione della situazione ricada completamente sulla donna. Non è completamente vero, infatti la donna ha bisogno dell’appoggio, del sostegno, o meglio della complicità del marito. La scelta condivisa e accettata da entrambi è condizione necessaria per non fallire e per non generare tensioni e divisioni all’interno della coppia. Non voglio essere ipocrita, all’inizio questi metodi li ho profondamente odiati. Abbiamo fatto l’errore di scegliere questa modalità di vivere la nostra intimità solo quando eravamo già sposati. Un consiglio che mi sento di dare alle donne è di impararli prima, eviterete tante paure e litigate con vostro marito. Luisa li ha imparati dopo che abbiamo avuto il nostro primo figlio. Ne sono arrivati in successione altri 3 nel giro di pochi anni. Allattamento e nuove gravidanze hanno reso la comprensione dei segnali da parte di Luisa molto difficile. Eravamo seguiti da un’insegnante molto brava e paziente. Quando eravamo da lei tutto sembrava facile, poi a casa non si capiva niente. I giorni verdi, quelli sicuri per evitare la gravidanza, erano sempre troppo pochi e la cosa che più mi distruggeva era l’incertezza. Fino all’ultimo avevo paura che Luisa mi chiamasse dal bagno e mi mostrasse il muco trasparente e filante: era la fine dei miei progetti per quella sera. Ciò mi rendeva nervoso e rancoroso verso di lei, colpevole, a mio avviso, di essere incapace e troppo ansiosa e rigida nell’applicazione dei metodi. Sono iniziati mesi duri, di tensione forte tra di noi, fino a che la nostra guida spirituale ci ha consigliato di usare il preservativo, per non compromettere il nostro rapporto. Finalmente liberi. Non avevo più l’assillo e la preoccupazione dell’incertezza e Luisa non aveva più il peso di dover scegliere tra rischiare una gravidanza o litigare con me. Quindi tutto bene? No, per nulla. Abbiamo vissuto la peggior aridità della nostra relazione. La nostra intimità, liberata e svuotata della sua fecondità non era più capace di unirci. Fecondità ed unità non sono scindibili ma dall’una dipende anche l’altra. Ce ne siamo resi conto e ce lo siamo detti, perché fortunatamente il dialogo tra noi non è mai mancato. Non era più un gesto che esprimeva la nostra profonda unione dei cuori ma sempre più spesso era usare Luisa per il mio piacere che dal gesto scaturiva. Come se con l’abbandono dei metodi naturali io avessi abbandonato anche l’apertura verso lei e mi fossi ripiegato su di me e sul mio appagamento. È frustrante poi per un uomo riprendersi il suo sacchettino e buttarlo via. Non c’è una vera accoglienza . Non ci si sente davvero in comunione ma c’è quel sottile strato di lattice che divide e la tua sposa non accoglie né te né il tuo seme. Può sembrare nulla, ma psicologicamente se un uomo ci pensa non è indifferente e poi forse ancora più dannoso il dopo: il momento dell’assimilazione del piacere in cui ci si abbandona nell’abbraccio con la propria sposa e si vive quell’Unione dei cuori oltre che della carne .

Unione mistica, per dirla con le parole dell’ Amoris Laetitia…

Questo momento è rovinato perché devi state sull’attenti. Forse queste differenze si notano solo quando non si è concentrati solo su di sé ma si cerca una comunione, un’incontro con la propria sposa, ma ti assicuro che tutto cambia. È molto più pieno e tutta la persona è appagata in profondità senza mezzi anticoncezionali, quando è vissuto in modo ecologico.

Decidemmo allora di tornare ai metodi naturali, ma questa volta con una convinzione e determinazione ben diversa, consapevoli che solo attraverso quel modo di vivere la nostra intimità avremmo potuto progredire anche nel nostro amore aprendoci sempre più all’altro/a. Quello che un tempo era motivo di insoddisfazione e frustrazione per me, cioè l’impossibilità di avere un rapporto con la mia sposa ogni momento che io lo desiderassi, divenne occasione per educarmi a una tenerezza non per forza condizionata ad avere un amplesso. Iniziai a parlare maggiormente il linguaggio d’amore degli sposi, fatto di dolcezza, ascolto, tenerezza e attenzione. Luisa si è sentita profondamente amata e accolta, e anche lei ha acquisito da questo mio nuovo atteggiamento forza e sicurezza nel comprendere i segni del suo corpo, rendendomi sempre partecipe della scelta finale. Tutto è diventato meraviglioso, abbiamo cercato ed avuto un altro bambino che ora ha otto anni, e nonostante il passare degli anni, il desiderio reciproco non è mai venuto meno, anzi è sempre fortissimo, sicuramente anche grazie alla scelta che abbiamo fatto. I metodi naturali ti obbligano a cambiare. Siamo abituati a credere che il rapporto fisico sia qualcosa di spontaneo, la naturale conseguenza del trasporto emotivo ed erotico dei nostri sentimenti: questa modalità può essere vera nei primi tempi del matrimonio dove non ci sono figli e gli impegni lasciano comunque tanto tempo alla coppia. Dopo non funziona più. I tanti impegni, i figli, la casa e il lavoro ti svuotano e quando finalmente si è soli, di solito ad ore assurde della notte, l’unico desiderio che avvertiamo non è verso l’altro/a  ma verso il cuscino. I metodi naturali non sono semplici metodi per avere o non avere figli, come possono essere gli anticoncezionali, ma ti conducono verso l’altro/a. Ti educano a sviluppare una serie di gesti affettuosi e teneri che non si concludono per forza con un rapporto fisico. Tutta la vita insieme può diventare una corte continua e quando finalmente il semaforo è verde non è mai un gesto che è vissuto in modo isolato,  ma come culmine di un dialogo amoroso che dura tutto il giorno e tutti i giorni. Ho profondamente odiato i metodi naturali, ma oggi devo ammettere che scegliere di usarli ha contribuito in modo importante alla felicità e alla riuscita del mio matrimonio.

Elogio dell’imperfezione.

Vorreste essere perfetti? Vorreste che i vostri difetti, le vostre pesantezze, i vostri limiti e imperfezioni non esistessero? Vorreste essere la donna perfetta o l’uomo perfetto? Scommetto che vorreste, perchè pensate che così, anche  la vostra vita sarebbe perfetta. E invece? Vi rendete conto di non essere affatto quella perfezione, ma al contrario più passano gli anni di matrimonio e più siete capaci di elencare ciò che vi infastidisce l’uno dell’altra. Più passano gli anni e più si allunga la lista degli errori, dei litigi delle baruffe. Sapete cosa vi dico, anzi vi scrivo? Ringraziate Dio che sia così. Una persona perfetta non ha bisogno di aprirsi all’altro/a , semplicemente si basta. Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre.. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi .confida, ma donandole tutta la mia attenzione.

Se non fosse così, piena di tutti questi piccoli o grandi segni che contraddistinguono la sua umanità e il suo essere donna, io non potrei amarla perchè non ci sarebbe occasione di farlo.

E’ bellissima la sua imperfezione, e spero (ma sono sicuro) che lo sia anche per lei la mia, perchè attraverso queste nostre due umanità ferite, incerottate e raffazzonate  la Grazia di Dio può aiutarci a costruire una relazione meravigliosa che non sarà perfetta, ma è sicuramente fonte di una vita piena e bellissima. Grazie Dio di averci fatto così imperfetti, perchè è perfetto così.

Antonio e Luisa

Il superfluo che dona senso al necessario.

Ho iniziato a leggere un altro libro. Non so quanti ne ho cominciati ma sono fatto così. Leggo e poi inizio a riflettere a mettere insieme i pezzi di un puzzle composto dalle provocazioni del libro lette alla luce della Parola e della mia vita. Questo è un libro particolare. E’ scritto da due sposi che guidano esercizi spirituali per altri sposi. Non li conoscevo ma il loro modo di proporre lo spunto per una riflessione di coppia e personale è molto interessante ed originale. Visto anche le loro competenze artistiche partono da un’opera d’arte, di solito molto conosciuta.  In fondo vi lascio il riferimento del testo. Il libro mi ha attratto in particolare per Chagal e per quel suo modo onirico e mistico di trasmettere il suo mondo interiore e spirituale. Oggi voglio proporre un quadro famosissimo. Si tratta di Campo di Marte di Chagal. Cosa ci dice questo quadro? A perte la bellezza dell’opera e dei colori che possono piacere o meno non è di facile lettura. Proviamo, seguendo il libro, a capire qualcosa in più e vedremo come a noi profani si possa aprire un mondo di simboli  e significati. Quali sono le immagini principali che saltano all’occhio? Sicuramente le due figure umane, il sole, dei fiori, una città e un uccello scuro. La coppia, perchè di un uomo e una donna si tratta è posta al centro al di sopra della città e sotto il sole. Le case indicano il quotidiano, la vita ordinaria fatta di impegni e cose da fare. Loro sono dentro, ne fanno parte ma sono posti in alto rispetto al paesaggio, come a dire che non ne sono schiacciati ma riescono ad avere uno sguardo con un orizzonte più ampio. Riescono a distinguerlo e distinguersi da esso. Non si identificano con l’ordinario. L’ordinario investe ciò che fanno non ciò che sono. Hanno una visione privilegiata e non limitante.  Il loro sguardo non ha i confini del momento o di quella sistuazione particolare, quella sofferenza o quel guaio ma è capace di fare memoria del passato e di avere fiducia nel futuro.

Guardiamo ora la coppia in primo piano, è unita ed è diversa, la diversità completa e arricchisce. Uomo e donna si completano. I volti sono come contornati da un’unica carezza, ma distinti nel colore; ognuno dei due porta le sue caratteristiche e il suo modo d’essere. Il bianco della donna è la purezza il verde dell’uomo la vita. Curioso come i due guardino un orizzonte diverso ma sono capaci, nonostante questo di mantenere l’unità.

In alto c’è il sole che simboleggia Dio. Gli uomini pur essendo distinti da esso, sono protesi verso il corpo celeste.

L’uccello nero rappresenta chi è capace di vigilare nella notte perchè il buio non lo sorprenda e lo vinca. Così è la coppia rappresentata. Quest’uomo e questa donna, che sanno tenersi al di sopra delle loro cose per sentirsi più vicini a Dio (il sole), alla presenza di Dio. Solo se sapremo, come loro, innalzarci potremo odorare il profumo dei fiori e ammirare il loro colore.  Solo chi è capace di non farsi schiacciare dall’ordinario e chi sa tenere lo sguardo a Dio può sentire il profumo e la bellezza della sua esistenza, può meravigliarsi della bellezza di essere l’uno accanto all’altra in una figura plurale.

Il superfluo, la preghiera e la spiritualità, realtà che sembrano ormai superate e inutili, sono in realtà quel superfluo che riempie di significato il necessario e l’urgente.

Antonio e Luisa

I colori della carne di Maria Grazia Prandino e Umberto Bovani edito da Ancora

Myriam di Qaraqoush

Questa è un’intervista che risale a più di due anni fa. Siamo in Iraq e i cristiani del luogo, in questo caso della cittadina di Qaraqoush, sono dovuti fuggire, hanno dovuto abbandonare le loro terre dove erano presenti da millenni, perchè l’ISIS era ormai giunta alle porte della loro città, e rimanere avrebbe significato quasi sicuramente la scelta tra morte o conversione.  Perchè riporto ora questa intervista? Cosa può dire a noi occidentali una bambina?  Perchè in due giorni sono capitati due drammatici attentati, uno in Inghilterra e uno in Egitto. Tanti morti ma due modi completamente diversi di reagire. Da una parte incredulità e paura, dall’altra completo abbandono a Dio nonostante la sofferenza e il dolore. Questa bambina è eccezionale. Nonostante la situazione in cui si trova il suo viso esprime una pace e una speranza incredibili basate su solide certezze. Dalle sue parole e dal suo volto traspare una fiducia incrollabile in Dio,  che Dio c’è ed è lì con loro, anche se tutto ciò che le è successo porterebbe a pensare il contrario.

Io genitore mi sento profondamente interrogato e provocato da questa bambina. Io sono riuscito a trasmettere ai miei figli la stessa fede incrollabile? Ci sto almeno provando? Perchè non ci riesco? Sinceramente io mi pongo tutte queste domande. Purtroppo le risposte che mi do non sono confortanti. No, non sono capace di essere altrettanto educatore nei confronti dei miei figli, perchè io stesso non ho quella fede incrollabile. Non solo, il mondo, la nostra vita, mi porta a ritenere più urgenti e importanti altre cose: la scuola,sviluppare  i talenti sportivi, artistici e musicali, e  perchè la nostra società è altamente competitiva ed è normale avere il timore di non attrezzare a suffucienza i nostri ragazzi. Salvo poi, quando arrivano le prove, non per forza un attentato, ma anche una malattia, un lutto, una crisi economica, rendersi conto di non aver fornito loro l’unica cosa che in questi casi può dare forza, tenacia e speranza: la fede in Dio, uno sguardo che permette di andare oltre il momento specifico e di perdersi in un orizzonte di amore eterno. Questa è la differenza che noto tra i nostri giovani, che hanno tutto il superfluo ma non hanno il necessario, e i ragazzi dell’Iraq, della Siria, dell’Egitto e di tanti altri luoghi dove non hanno nulla di superfluo ma hanno Dio con loro. Questa è la differenza tra una fede tiepida e stanca come la nostra, che non costa nulla, e una fede messa alla prova fino all’estremo, che può arrivare a richiedere la vita e il martirio. Guardo Myriam con meraviglia e stupore, perchè è di una bellezza quasi sconosciuta nel nostro occidente, e chiedo a Dio di darmi la forza di poter trasmettere ai miei figli quella stesso modo di guardare alla vita e a Dio, almeno in piccola parte, perchè so di essere indegno e fragile, ma confido nel sacramento del matrimonio che mi ha consacrato a prendermi cura dei miei figli per portarli al vero Padre.

Antonio e Luisa

Se non avete mai ascoltato l’intervista non potete perderla.

Ish e Ishàh sono diversi.

Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

Questo è un passo conosciutissimo della Genesi. L’uomo finalmente trova nella donna una compagna che può sanare, almeno in parte, quella solitudine ancestrale che si porta dentro. Nient’altro nella creazione può farlo. Analizzando il testo e cercando di rifletterci sopra mi ha subito interessato un passaggio: la condusse all’uomo.

La relazione uomo e donna è un mistero che coinvolge direttamente Dio. Non è l’uomo a prendere l’iniziativa e neanche la donna ma è Dio stesso che conoscendo il cuore umano con le sue inclinazioni, i suoi vuoti, i suoi desideri conduce l’uno verso l’altra perchè nella relazione sponsale possano riempire quel vuoto di relazione e di amore e fare esperienza di Dio stesso che è origine e meta di ogni uomo.

In un altro passaggio c’è una dinamica che ci può insegnare tanto: La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Letto così non ha molto senso, perchè si deve chiamare donna se deriva dall’uomo? In realtà il dilemma è presto risolto. Nell’originale l’uomo è chiamato אִשׁ, ish e la donna invece אִשָּׁה, ishàh. L’uomo non vede la differenza ma vede nella donna un altro sè.  Infatti dice anche: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

In questa esclamazione dell’uomo si manifesta un grande pericolo che riguarda tutti noi. L’uomo non menziona Dio ma si focalizza solo sulla donna. L’attrazione verso di lei e il desiderio che inebria la sua mente e il suo cuore lo rendono incapace di comprendere l’importanza che sia stato Dio a condurla a lui. Pensa di conoscere già tutto e di non aver bisogno di imparare nulla. La donna è un altro sè e lui sa già cosa lei pensa, cosa lei vuole, cosa lei percepisce e come lo percepisce. Non vede in lei un’alterità ma un completamento di sè commettendo così un grande errore, solo riconoscendo la diversità dell’altra si può generare una vera unione, un’alleanza di vita e di amore.

Il rischio grande che ci portiamo dentro è proprio questo, riflettere e trasporre i nostri desideri, il nostro modo di pensare e di agire, le nostre necessita ed attitudini e i nostri interessi e sensibilità sull’altro. Così facendo non lo stiamo rispettando, non lo stiamo incontrando, non lo stiamo accogliendo, ma lo stiamo fagocitando, lo stiamo possedendo.

La soluzione ci viene data dal proseguo. Il narratore, quasi a voler mettere freno all’uomo, prosegue: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 

La spiegazione a questo passaggio la traggo da un libro di Curtaz:

Perciò: non ha alcun senso dal punto di vista grammaticale e logico! Trova senso solo se vuole porre rimedio a quanto scritto sopra.

l’uomo lascerà suo padre e sua madre: per incontrare l’altro si deve essere capaci di abbandonare la propria famiglia, intesa come avere il coraggio di abbandonare la propria idea di famiglia, la proiezione di rapporto uomo/donna ideale. Si deve ammettere di non conoscere l’altro, bisogna sapersi mettere in ascolto e rispettare il mistero racchiuso nell’altro.

e si unirà: verbo che indica l’alleanza, la ricerca, l’alterità e la diversità. Non ha capito tutto dell’altro e deve andare oltre, sempre oltre. L’incontro non è che l’inizio di un percorso che non finirà ma si perfezionerà giorno dopo giorno in una conoscenza sempre più profonda ma mai esauriente ed esaustiva.

e saranno una stessa carne: La carne nella Bibbia indica la parte fragile, riconosceranno quindi la loro fragilità , il proprio limite, ammettendo di non sapere, si apriranno alla disponibilità di generare nuova vita, sia affettivamente (nella relazione) sia geneticamente (un figlio).

L’uomo è portato a prendere possesso della propria sposa (e viceversa), solo se la si saprà accogliere come dono di Dio si potrà aprire la relazione alla meraviglia e al mistero di una alterità che ci completa in una relazione piena e appagante.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

 

Il salto della fede.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore.

Non siete capaci di portarne il peso. Il peso, già il peso del matrimonio. Ricordo ancora come fosse ieri quell’ultima notte prima del mio matrimonio. Un vortice di sentimenti e di pensieri che mi riempivano il cuore e il cervello. Sapevo che era la cosa giusta, amavo la mia, ormai prossima, sposa ma sentivo un peso enorme. Stavo per dire un sì che mi avrebbe impegnato anima, spirito, corpo, tempo, impegno, sudore. Stavo consegnando la mia vita a un’altra persona. Era un salto nel buio. Qualcosa di non comprensibile. Avevo  la paura che comporta una scelta senza ritorno. Nulla sarebbe stato più come prima.

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Lui è arrivato, eccome se è arrivato, come un vento che ha spazzato i miei dubbi e un fuoco che ha incendiato il mio cuore. Non riuscivo a vedere lontano e, come in una mattina di nebbia così comune dalle mie parti, procedevo con cautela, sempre con la paura di sbattere il muso o di cadere in un fosso. Pian piano la nebbia si è diradata e il sole ha illuminato tutto, la paura è passata,  finalmente riuscivo a vedere lontano.

Il sole mi scaldava la pelle e il cuore e la luce illuminava i colori della mia esistenza. Lo Spirito mi aveva mostrato la bellezza del matrimonio non con visioni miracolistiche, ma  semplicemente facendomela sperimentare giorno dopo giorno, nella mia vita ordinaria fatta di normalità, ma per questo non abitata da un amore meno intenso e autentico. Solo quando ho provato a darmi senza riserve alla mia sposa accogliendo la pienezza e la felicità che mi è tornata indietro, ho capito. Non c’è davvero nulla di più bello e appagante che donare tutto di me per la mia sposa. Certo, mi sono dovuto fidare, fare il salto nel buio, dire il mio sì, e l’ho fatto. Ne ho ricevuto in cambio la chiave per comprendere il senso della vita ed entrare nel mistero di Dio, nella logica d’amore di Dio.  Se non avessi avuto il coraggio di buttarmi in questa avventura avrei vissuto una vita a metà, non sarei riuscito a riempire il cuore e la vita, sarei invecchiato nella continua ricerca di qualcosa che non avrei mai trovato, perchè avrei continuato a camminare nella nebbia non riuscendo a vedere nulla oltre me, oltre le mie esigenze, oltre il mio egoismo. C’è un film che esprime benissimo questo concetto. vi lascio il video sotto. Fare il salto per raggiungere il Santo Graal, cioè la capacità di poter aprire il nostro cuore e renderlo luogo dove custodire Cristo.

Antonio e Luisa

 

Un abito ricco di valore.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te. Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

La speranza nutre la fede e la carità

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

muro

Lettera di Dio allo sposo

Ho deciso di pubblicare una lettera che da un po’ di tempo circola sul web. Non so chi sia l’autore, a lui va però il mio ringraziamento. La conoscerete già tutti, ma mi piace ricordarla perché esprime benissimo la verità del matrimonio.

La creatura che hai al tuo fianco, emozionata, è mia.

Io l’ho creata.
Io le ho voluto bene da sempre,

ancor prima di te e ancor più di te.
Per lei non ho esitato a dare la mia vita.
Ho dei grandi progetti per lei. Te la affido.
La prendi dalle mie mani e ne diventi responsabile.

Quando l’hai incontrata l’hai trovata bella e te ne sei innamorato.

Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza;
è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore;

è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità e la sua intelligenza
e tutte le qualità belle che hai trovato in lei.
Devi impegnarti a rispondere ai suoi bisogni, ai suoi desideri.
Ha bisogno di serenità e di gioia, di affetto e di tenerezza,
di piacere e di divertimento, di accoglienza e di dialogo,
di rapporti umani, di soddisfazione nel lavoro e di tante altre cose.

Ma ricorda che ha bisogno soprattutto di Me

e di tutto ciò che aiuta e favorisce questo incontro con Me:
la pace del cuore, la purezza dello spirito, la preghiera, la parola,

il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia Vita.
Sono Io e non tu il principio e il fine di tutta la sua vita.
Facciamo un patto tra noi: la ameremo insieme.
Io la amo da sempre.

Sono Io che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei.

Volevo affidarla a qualcuno che se ne prendesse cura, ma volevo anche
che lei arricchisse con la sua bellezza e la sue qualità la tua vita.

Per questo ho fatto nascere nel tuo cuore l’amore per lei.
Era il modo più bello per dirti “Eccola, te la affido”.
E quando tu le hai detto:
“Prometto di esserti fedele, di amarti e di rispettarti per tutta la vita”,
è stato come se mi rispondessi che sei lieto di accoglierla nella tua vita
e di prenderti cura di lei.
Da quel momento siamo in due ad amarla.

Dobbiamo però metterci d’accordo.

Non è possibile che tu la ami in un modo e io in un altro.
Devi avere per lei un amore simile al mio,

devi desiderare per lei le stesse cose che io desidero.
Non puoi immaginare nulla di più bello e gioioso per lei.
Ti farò capire poco alla volta quale sia il modo di amare,
e ti svelerò quale vita ho sognato e voluto per questa creatura.
Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto.
Pensavi che questa creatura fosse tutta e solo tua,
e ora invece hai l’impressione che Io ti chieda di spartirla con me.
Non è così.
Al contrario, Io sono colui che ti aiuta ad amarla appassionatamente.
Per questo desidero che nel tuo piccolo amore ci sia il mio grande amore.

E’ questo il mio dono di nozze: un supplemento di amore

che trasforma il tuo amore di creatura
e lo rende capace di produrre le opere di Dio nella persona che ami.

Sono parole per te misteriose, ma le capirai un poco alla volta.
Ti assicuro che non ti lascerò mai solo in questa impresa.
Io sarò sempre con te
e farò di te lo strumento del Mio amore, della mia tenerezza.
Continuerò ad amare la mia creatura attraverso i tuoi gesti
d’amore, di attenzione, di impegno, di perdono, di dedizione.
Se vi amerete in questo modo, la vostra coppia diventerà come una
fortezza che le tempeste della vita non riusciranno mai ad abbattere.
Un amore costruito sulla Mia Parola è come una casa
costruita sulla roccia: nessuna vicenda potrà distruggerla.

Ricordatelo, perché molti si illudono di poter fare a meno di me,

ma se Io non sono con voi nell’edificare la casa della vostra vita
e del vostro amore, vi affaticherete invano.

Se vi amerete in questo modo diverrete forza anche per gli altri.
Oggi si crede poco nell’amore vero, quello che dura per sempre,
e che offre la propria vita all’amato.
Si cercano più emozioni amorose che l’Amore.
Se voi saprete amarvi come Io vi amo,
con una fedeltà che non viene mai meno,
sarete una speranza per tutti,
perché vedranno che l’amore è una cosa possibile!

Il matrimonio è esattamente questo. Consiste nel non dimenticare mai la meraviglia e la bellezza dell’essere dono di Dio l’uno per l’altra. E ancor di più, il matrimonio mi responsabilizza e mi riempie di gratitudine perché Dio mi ha scelto per essere mediatore del Suo amore, mi rende capace di amare come Lui per manifestarsi alla mia sposa attraverso di me con tutta la sua tenerezza, le sue attenzioni, la sua misericordia e il suo amore gratuito e incondizionato. Attraverso il mio amore, la mia sposa deve sentirsi amata in modo unico e personale. Io sposo devo concretizzare nella mia vita e nel dono alla mia sposa il Vangelo. La mia sposa deve poter fare esperienza di Dio e della Sua Parola nella sua storia e nella sua carne attraverso di me che sono mediatore tra lei e Dio; lo sono senza nessun merito particolare, ma perchè consacrato da Dio per questo. Consacrato, reso sacro, reso di Dio, e quindi anche  reso capace da Dio. Certo è facile, ed è capitato anche a me, sentirsi come Davide contro Golia, contro tutti i miei peccati e le mie fragilità, che mi sono sembrate, in alcuni momenti, cime insormontabili. Poi però, ricordo di non essere solo, ma di essere il prescelto di Dio per amare quella creatura. Certo continuerò a sbagliare, ma non ne faccio un dramma, e neanche la mia sposa lo fa. Chiedo scusa a lei e a Dio e ricomincio, perchè amare come Dio è la sola cosa che può renderci felici e realizzati, già da questa terra.

Antonio e Luisa

La carità nel matrimonio

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

La virtù della fede tra gli sposi

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

Due vocazioni che si completano.

La vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documeti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico e tenero da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Antonio e Luisa

Custodi dell’amore

La missione della famiglia qual’è? Abbiamo già affrontato il tema nel precedente articolo. Ora però voglio fare un passo in più. La missione della famiglia è custodire, rivelare e comunicare l’amore. La missione affidata alla famiglia, come ha cercato di insegnarci Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato, è la più bella di tutte, mostrare, vivere e rivelare l’amore. Il Catechismo afferma che la famiglia è una comunione di fede, di carità e di speranza. Le virtù teologali, fede, carità e speranza sono doni battesimali, che sgorgano dalla fonte della Grazia e sono frutto della nostra unione intima con Gesù, ma nel matrimonio sono perfezionate in qualcosa di unico e finalizzate affinchè noi sposi possiamo compiere la nostra missione, siamo consacrati per questo. Il matrimonio ci abilita, ci rende capaci, ad amare come Dio, come Lui ci ama (sempre nella nostra finitezza). Parliamo sempre di amore,è bene quindi rimarcare cosa significa amore. L’amore non è un concetto soggettivo ma è un’esigenza che scaturisce direttamente dal nostro cuore. L’amore autentico, naturale ed ecologico è un donarsi e un accogliersi reciproco di due persone. che determina un’unine profonda coinvolgente la totalità del loro essere (cuore, anima e corpo) in modo diverso a seconda del tipo di amore che si sta vivendo (sponsale, di fidanzamento, di amicizia etc etc). L’amore sponsale, il nostro, a differenza degli altri presuppone la totalità del dono e il per sempre.  Tornando a noi, ripeto che nella celebrazione del sacramento del matrimonio c’è una vera consacrazione dello Spirito Santo, una nuova effusione che, oltre a saldarci l’uno all’altra in modo indissolubile, trasforma e perfeziona i nostri doni battesimali. Passiamo da una condizione di battezzati a una di sposati dove diveniamo dono l’uno per l’altra e dove a donarci è Dio stesso.  Nelle prossime riflessioni andremo a comprendere come si modificano questi doni battesimali nel sacramento del matrimonio. In via generale si può anticipare che il battesimo è la nostra porta per entrare in un cammino che si conclude nella vita eterna. Il paradiso è un amore sponsale dove amiamo Dio come la sposa ama lo sposo, in modo diretto e faccia a faccia. Il paradiso è un abbraccio eterno con Gesù. Cosa accade nel matrimonio? Accade che la nostra meta resta la stessa, la nostra sponsalità è sempre con Cristo, ma ci viene chiesto, e siamo abilitati per farlo, di amare Dio attraverso la persona che Lui ci ha messo accanto. Lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo divengono mediatori dell’amore di Dio e per Dio. Più io sposo  sarò capace di amare la mia sposa come Dio la ama, con la Sua modalità, la Sua tenerezza, la Sua misericordia e la Sua fedeltà, e più sarò pronto per le nozze eterne. Al contrario più disprezzerò e tradirò l’amore per la mia sposa e più sarò impreparato, o addirittura incapace, ad accogliere e a rispondere all’amore infinito di Cristo.

Continua

Antonio e Luisa

Amarsi per mostrare Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».

Il vangelo di lunedì dovremmo fissarlo nella nostra testa come mappa, bussola e orizzonte per la nostra vita insieme, per il nostro amore sponsale. In quattro righe c’è tutta la nostra vocazione all’amore, la nostra via per la felicità e la pienezza in questo mondo, nonchè,  la via per incontrare Cristo nella vita eterna.

«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non è una persona che si vendica o che fa ripicche e dispetti come i bambini, e come tante volte facciamo anche noi adulti. Gesù non è questo genere di persona. Cosa significa quella frase allora? Semplicemente che i comandamenti di Dio sono un libretto d’istruzioni per imparare ad amarLo, e imparare quindi, ad amare il  fratello che ci è accanto. Solo se amerò mia moglie, mio marito, i miei figli più di quanto ami me stesso sarò capace di aprirmi all’amore di Dio. Il nostro amare Dio è infatti rispondere a un amore gratuito, incondizionato e che ha già trovato compimento nella passione, morte e resurrezione di Gesù. Non solo, Giuda (quello buono) pone una domanda decisiva a Gesù. Chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 

Gesù è incredibile nella sua risposta. Afferma che ha bisogno di noi per manifestarsi al mondo. Si è mostrato a noi, ci ha fatto assaporare il  balsamo del suo amore e del suo perdono, attraverso le persone che abbiamo incontrato, perchè a nostra volta potessimo diventare suo strumento di Grazia, di amore e di perdono. Il circolo dell’amore. Che bello quando le famiglie con tutte le loro difficoltà, miserie, urla, nervosismi, stress, cose da fare e impegni da mantenere riescono ad essere strumento nelle mani di Dio. Noi che nella nostra famiglia a volte, anzi spesso, ci sentiamo in debito di ossigeno e di misericordia e ci sembra di essere pazzi che conducono una vita da pazzi, anche noi, a volte probabilmente siamo quello strumento nelle mani di Dio,  e la prova ce l’ha data la nostra bambina. Ha fatto un disegno dove doveva rappresentare il paradiso e ha disegnato una famiglia che si teneva per mano. Si perchè, ci ha poi detto, il paradiso è come una famiglia unita che si vuole bene e dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Non serve tanta teologia per spiegare il paradiso, a volte, basta il disegno di un bimbo.

Antonio e Luisa

Consacrati per costruire ponti.

Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Su una cosa punta in particolare, essendo in questo profeta; insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani. Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello. Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di Papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Concetto ripreso e fatto proprio dal Concilio vaticano II nella “Lumen gentium” . Ripreso poi anche dai due grandi documenti dedicati alla famiglia: Familiaris Consortio e Amoris Laetitia. Giovanni Paolo II afferma nel primo:

La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d’Aquino («Summa Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l’alimento inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra loro nell’unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica»

Concetto molto simile a quello espresso poi da papa Francesco al punto 88 di Amoris Laetitia:

L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Vi lascio con le parole che San Giovanni Paolo II ha donato alle famiglie neocatecumenali (grande esempio)  in partenza per le missioni nel 1988. Non sono neocatecumenale e nel 1988 avevo 14 anni, ma quelle parole sono attualissime e valgono per tutte le famiglie cristiane:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.

Ho voluto concludere con questo bellissimo incoraggiamento di San Giovanni Paolo perchè diventi un nostro impegno costante, in ogni situazione e momento della vita per poterci realizzare nella nostra chiamata e risposta all’amore e per poter essere luce in un mondo sempre più nell’ombra e nel caos.

Antonio e Luisa

Riconsegnarli al Padre

Domenica scorsa ho vissuto la cresima di mio figlio Tommaso e domani vivrò la comunione di mio figlio Francesco. Mi rendo conto del significato di questi due sacramenti? Mi rendo conto della Grazia che entrerà nel cuore dei miei ragazzi? E’ importante fermarsi e pensare ogni tanto all’importanza di tutto questo. Pensare a quanto io sia capace di riconoscere la presenza di Dio nella mia famiglia, e quanto invece, senta il carico e il peso di tutto sulle mie spalle. Questi momenti sono speciali anche per noi genitori. E’ un momento in cui riconsegnamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine non siamo noi, la loro felicità non dipende da quanto sapremo dargli , dalla formazione scolastica, dalla cultura sportiva e tutte le belle cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli. Tutte cose bellissime e importanti ma che acquistano il loro reale valore  quando lette alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro l’amore di Dio e favorire la loro crescita in una fede consapevole potremo dire di essere riusciti a dare loro gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutini perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. La comunione e la cresima dei nostri figli sono momenti bellissimi in cui riconoscendo che non siamo noi l’origine (pur non facendo mancare il nostro impegno), li affidiamo a Lui che tutto può e tutto sa.  Possiamo così mettere ai piedi della croce tutte le insicurezze, le paure, il peso di un futuro che ci appare incerto e difficile. Possiamo mettere anche tutte le nostre inadeguatezze, fragilità ed errori che commettiamo nei confronti dei nostri ragazzi. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda a un orizzonte eterno e a un amore infinito.

Antonio e Luisa

Perchè il Gaver?

Oggi voglio condividere una piccola testimonianza che le sorelle della Tenda di Dio ci hanno chiesto per i corsi che organizzano presso il Villaggio Paolo VI al Gaver, località montana collocata a 1500 metri di altezza tra le provincie di Bergamo e Brescia.  Post originale su www.evangelizzazione.org

Vi allego in fondo il link per scaricare le locandine e per trovare tutte le informazioni necessarie ad iscriversi.

Perché il Gaver? Perché passare una settimana intera di meritato riposo dopo un anno di lavoro in montagna per un ritiro di famiglie dove ci fanno lavorare ancora, mettendoci in discussione?

Per chi non c’è mai stato trovare le motivazioni non è semplice. Proveremo a raccontare in breve perché noi andiamo e non pensiamo che sia tempo sprecato.

Siamo Antonio e Luisa sposati da 15 anni, abitiamo a Bergamo e Dio ci ha donato 4 meravigliosi ragazzi. Abbiamo una vita piena e felice. Come tutte le famiglie, in particolare quelle numerose, la nostra ordinarietà è caratterizzata da corse frenetiche e stress quotidiano per riuscire a fare tutto. Tutto questo rischia, però, di farci perdere di vista l’essenza del nostro amore che non è semplicemente fare, fare e fare, ma essere dono per l’altro/a attraverso quel fare. Altrimenti tutto rischia di essere troppo pesante e ciò che doveva liberarci, l’amore sponsale, ci imprigiona. Come fare? Naturalmente cerchiamo di nutrire la nostra relazione d’amore con un’attenzione tenera dell’uno verso l’altra, ma non basta. Una volta all’anno abbiamo bisogno di fermarci e salire sul nostro monte Tabor per contemplare Gesù trasfigurato presente nella nostra unione matrimoniale.

Il Gaver è un luogo benedetto. Lì riusciamo, attraverso delle persone straordinarie, a metterci in ascolto, uno di fronte all’altra e, attraverso la riflessione guidata e il silenzio, riusciamo a vedere di nuovo, con chiarezza, ciò che si era un poco perso, cioè che la nostra vita insieme è qualcosa di meraviglioso, che l’amore vicendevole e verso Gesù riempie il cuore e che attraverso la nostra vita frenetica passano fiumi di Grazia. Una settimana di Grazia in cui riflettiamo sul nostro amore e sul nostro matrimonio, che è molto più di quello che io e Luisa, nella nostra povertà, avremmo costruito da soli. L’architetto è soltanto Lui, Gesù. Come nella trasfigurazione, al Gaver facciamo esperienza di Gesù che si mostra con Elia e Mosè. Elia, la profezia, e Mosè, la legge. Perché non potremmo mai comprendere la grandezza di Gesù e la sua bellezza divina presente nella nostra relazione, senza la forza della profezia delle famiglie che vivono il loro sacramento come reale presenza di Cristo nel mondo, e senza la legge, che ci indica la strada per non perderci e restare sempre uniti a Gesù, che è nostra forza e nostra sorgente di vita e di amore.

Antonio e Luisa

Depliant

Informazioni 

Una “menorah” delle nozze

Il sacramento del matrimonio Una “menorah” delle nozze (Chieti, Fidanzati, 14 Gennaio 2011) + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto

Fonte testo originale: www.ufficiofamiglia-diocesichieti.it/assets/il-sacramento-del-matrimonio—una-menorah-delle-nozze—mons.-bruno-forte.pdf

Sette luci, come sul candelabro che arde nel santuario di Dio, secondo la tradizione ebraica. Sette luci perché l’amore arda sempre nei cuori degli sposi cristiani e illumini le possibili notti del tempo e del cuore, aprendole alla bellezza di Dio. 1. Nessun uomo è un’isola (Thomas Merton). Nel disegno di Dio l’uomo e la donna rivelano una unità originaria, che è la radice incancellabile della loro pari dignità di persone umane e della loro costitutiva vocazione alla reciprocità: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Siamo fatti per amare e la nostra vita non si realizzerà che amando. Essere è amare! Il vincolo nuziale realizza la reciprocità fra l’uomo e la donna in una forma così alta e profonda, da essere spesso richiamato dall’Antico Testamento come simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. Os 1-3; Ger 2 e 3; Ez 16 e 23; Is 54 e 62; e il Cantico dei Cantici). “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21s). Gesù a sua volta parla dell’alleanza matrimoniale come di un dono e di un impegno definitivo, come lo è la fedeltà dell’Eterno che in esso si esprime: «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”» (Mt 19,3-6). Gesù crede nell’amore eterno e scommette su questa possibilità altissima del cuore umano. E noi? 2. Alleanza salvifica e alleanza nuziale. La Bibbia è la storia dell’alleanza d’amore fra Dio e il Suo popolo. Alleanza (“berit” in ebraico) significa un patto indissolubile, che nasce dal reciproco destinarsi e donarsi dei sue. La Chiesa origini ha visto nel vincolo nuziale il segno vivo dell’alleanza d’amore nuziale Dio e il Suo popolo, fra Cristo e la Chiesa: «L’uomo lascerà suo padre e sua e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è 2 grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,31s). Perciò la reciprocità dei coniugi è chiamata a riflettere l’amore fedele e totale con cui il Signore ama la Chiesa (cf. Ef 5,21-33; Col 3,18s) e deve tendere alla crescita comune nella fede e nell’alleanza con Dio (cf. 1 Pt 3,1-7). Il matrimonio cristiano è alleanza sacramentale: in esso Dio Trinità si fa presente col Suo amore eterno e fedele, e i due diventano icona viva e irradiante del Signore e del Suo amore per gli uomini. Questa visione altissima ed esigente del matrimonio non impedisce alla Chiesa nascente di affermare il valore grande della verginità vissuta come segno del Regno, capace di profonde e vaste relazioni di reciprocità nella comunione con Dio e con gli altri (cf. 1 Cor 7). Nel matrimonio e nella verginità consacrata si esprimono due vocazioni che vengono dall’Eterno e conducono a celebrarne la gloria con tutta la vita. Su queste basi la fede della Chiesa ha riconosciuto nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i due coniugi un’alleanza sacramentale, di cui gli stessi sposi sono ministri, e che comunica ai due la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Sua Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio, non solo nell’atto della celebrazione, ma anche in ogni istante della vita coniugale. Gli sposi uniti nel vincolo sacramentale sono segno vivo e presenza del Dio amore, la Trinità divina. 3. Consacrati a Dio nell’unità dei due. Il sacramento del matrimonio pone gli sposi in una relazione nuova e vivificante con ciascuna delle Persone divine. In rapporto al Padre il matrimonio si presenta come l’atto col quale gli sposi si consacrano insieme a Dio e vengono accolti da Lui, che li ha chiamati alla donazione reciproca. Ciascuno dei due realizza nel matrimonio la vocazione universale alla santità: essere di Dio e per Dio! Risplende in questo segno sacramentale la dignità della creatura, chiamata a rispondere liberamente alla gratuita vocazione dell’Eterno. Nel reciproco sì degli sposi risuona il sì che essi dicono a Dio Padre nella fede e nell’amore. La reciprocità in cui l’alleanza nuziale si esprime è, dunque, segno efficace della reciprocità che Dio chiede e dona alle creature. Nel vincolo dei due, donato al tempo stesso ed accolto dal Padre, viene a riflettersi lo stesso vincolo che egli ha voluto col suo popolo. L’amore dei due è segno e testimonianza dell’amore divino! La fedeltà di Dio alle sue promesse e all’alleanza stretta con l’uomo è garanzia della fedeltà eterna, chiesta e donata ai due. Sulla base di questa certezza di fede gli sposi nello scegliersi reciprocamente possono promettersi la fedeltà per sempre «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», con l’impegno senza ritorno «di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita». Dio è la fonte e il garante di un amore fedele per sempre. 4. Alleati in Cristo, con e per la Chiesa Se in relazione al Padre il matrimonio è segno sacramentale dell’unità degli sposi con Dio nel tempo e per 3 l’eternità, in rapporto al Figlio il vincolo nuziale è segno dell’alleanza indissolubile fra Cristo e la Chiesa ed è dono efficace di grazia in ordine all’unità piena dei due. Ecco perché gli sposi vivono in pieno la loro relazione d’amore se la vivono imitando Cristo nel dono totale di sé l’uno all’altra, insieme ai figli e a tutta la Chiesa. Il matrimonio è un vero ministero, cioè un servizio necessario e prezioso all’utilità comune del popolo di Dio. In questa luce si comprende anche perché la comunione coniugale sia fine proprio del sacramento: essa rende visibile l’unione di Cristo con la Chiesa e ne è nutrita e vivificata. «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, per il quale essi sono il segno del mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa e vi partecipano (cf. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole, e hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 11). Due sposi che si amano fedelmente sono un dono meraviglioso a tutta la famiglia dei figli di Dio! Si comprende allora perché, accanto alla comunione dei due, l’apertura alla procreazione sia così essenziale al matrimonio: in essa si esprime la volontà di donazione e di offerta di sé, che gli sposi vivono nell’aprirsi al dono dei figli. La destinazione reciproca di sé dell’uno all’altra, totale e senza riserve, necessaria per edificare nella storia l’unità piena dei due, che è fondamento della famiglia, si unisce al dono d’amore che si attua nel generare e crescere i figli, oltre che nell’impegno a servire insieme la comunità e soprattutto i più poveri nella carità, che imita e rende presente la carità di Cristo. Sotto questo tre aspetti, il cammino della fedeltà fra i due è impegno dovuto a tutti, testimonianza preziosa per la crescita e la santificazione della comunità intera. Perciò ai due è chiesto di non far mai intristire l’amore nell’assenza del dialogo e della generosità reciproca, e di prendere sempre di nuovo l’iniziativa di andare verso l’altro, anche quando l’altro non facesse altrettanto, appunto come Cristo ha amato la Chiesa e ama ciascuno di noi. 5. Un amore che è compagnia e profezia del Regno di Dio Infine, in rapporto allo Spirito Santo l’evento sacramentale del matrimonio si pone come segno e strumento del regno di Dio, presente in mistero e promesso nella pienezza della gloria. Lo Spirito è colui che nel mistero trinitario è vincolo dell’eterno amore e apertura del dono ad altri: analogamente, la sua azione sugli sposi fa sì che essi approfondiscano il patto del consenso umano con la grazia che radica nella stessa unità divina il loro amore ed al tempo stesso arricchisce e potenzia la naturale tendenza dell’amore coniugale alla diffusione di sé nella procreazione. Nell’incontro coniugale, aperto alla fecondità in maniera responsabile, gli sposi sono l’uno per l’altra veicolo del dono dello Spirito Santo, sacramento vivo dell’incontro con Cristo, costruzione del Regno nascosto nella storia e anticipazione della patria dove Dio sarà tutto in tutti. «Dal matrimonio procede 4 famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo sono elevati col battesimo allo stato di figli di Dio, per perpetuare attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede e favorire la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale» (Lumen Gentium 11). Inoltre, l’azione dello spirito nel cuore degli sposi li aiuta e vivere la loro unità nella libertà e nella pace, aperti al generoso dono di sé ad altri, senza che la carità verso chi ha bisogno comprometta l’unità dei due. Libertà e unità stanno insieme, frutto del dono dello spirito. Perciò la Chiesa invoca sugli sposi la benedizione di Dio, perché «nel vincolo da Lui consacrato condividano i doni del Suo amore, diventino l’uno per l’altra segno della Sua presenza, siano un cuor solo e un’anima sola, con l’affetto e con le opere edifichino la loro casa e alla scuola del Vangelo preparino i loro figli a diventare membri della Chiesa». Nel rapporto coniugale si costruisce il presente e il domani della Chiesa e del Regno futuro. 6. Pregare per gli sposi – Gli sposi in preghiera Il legame con la Trinità, suggellato nel sacramento del matrimonio, fa degli sposi un’immagine viva dell’eterno amore e nutre in essi e attraverso di essi nella comunità ecclesiale lo spirito del dialogo e della solidarietà. Consapevole della grandezza di questo dono e di questa missione e insieme esperta delle resistenze dell’egoismo e della paura di amare, che ne rendono a volte faticosa la realizzazione fedele, la Chiesa si impegna ad aiutare gli sposi nel loro cammino, invocando per essi incessantemente la ricchezza delle benedizioni divine: «Ti lodino, Signore, nella gioia; ti cerchino nella sofferenza; godano della tua amicizia nella fatica e del tuo conforto nella necessità; ti preghino nella santa assemblea, siano testimoni del tuo Vangelo». La più alta espressione della reciprocità degli umani – la reciproca donazione degli sposi nella profondità del cuore e nella unione sessuale, che la manifesta e la realizza come evento di grazia – esige però che siano anche gli stessi sposi a chiedere a Dio di essere fedeli alla loro vocazione. La preghiera nella vita di coppia (ad esempio all’inizio e alla fine della giornata e prima dei pasti), la fedeltà all’eucaristia domenicale vissuta possibilmente insieme e in pienezza, è via per far risplendere nella vita della coppia e nel cuore dei due l’intensità e la bellezza con cui la Trinità abita i giorni dell’uomo e fa di essi anticipo e promessa della Gloria futura. 7. Preghiamo allora perché i fidanzati si preparino con piena consapevolezza al matrimonio sacramento e gli sposi lo vivano in tutta la sua ricchezza: Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso fra noi del dialogo e del dono senza fine, unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai 5 loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato la vita, grazie perché hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te… Aiuta gli sposi a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, e che è rispetto, attenzione, solidarietà e giustizia verso ogni persona umana. Benedici nel Tuo Spirito l’amore degli sposi uniti in Te: mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre antica e sempre nuova, arricchiscilo col dono dei figli, segno del Tuo e del loro amore, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Amen.

Protendere e non pretendere.

Papa Francesco in una famosa udienza evidenziò come le tre parole per andare d’accordo in famiglia fossero: permesso, grazie e scusa. Aveva pienamente ragione. Vorrei fermarmi sulla seconda, sul grazie. Ecco cosa disse:

diciamo “grazie” per l’amore, quante volte al giorno dici grazie a tua moglie e tu a tuo marito, quanti giorni passano senza dire grazie; 

L’amore, la gratitudine, l’affetto non sono un qualcosa che deve restare dentro di noi. Non serve a nulla essere grati, riconoscenti, innamorati l’uno dell’altra se non ce lo lo mostriamo. Sempre pronti a rimarcare gli errori e gli sbagli dell’altro, i difetti e i vizi, ma spesso diamo per scontati i gesti belli di servizio e di dono che riceviamo ogni giorno dal nostro sposo o dalla nostra sposa. Non è scontato, noi non possiamo pretendere nulla dall’altro/a, e anche se ha promesso di amarci sempre, è comunque una sua libera scelta che va rinnovata ogni giorno. Non possiamo pretendere nulla e ogni volta che lei/lui si spende per noi, per la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri figli, non lo sta facendo perchè noi abbiamo dei diritti su di lui/lei ma perchè in libertà vuole donarsi e farsi nostra. Non è qualcuno che ci appartiene e che possiamo afferrare, ma un’alterità libera che si protende verso di noi e che noi possiamo accogliere con meraviglia e gratitudine. Non è quindi un nostro pretendere ma un suo protendere. La radice è la stessa ma cambia il prefisso. Pretendere ha come prefisso pre, indica qualcosa che viene prima e sopra l’altro/a. Viene da noi e resta in noi, anche se rivolto all’altro. Con la pretesa non c’è rispetto e apertura ma solo egoismo. L’amore non può essere pretesa perchè non sarebbe più libero. Anche Dio non pretende il nostro amore ma è tutto proteso verso di noi per attirarci a Lui. Ecco anche noi sposi dobbiamo fare così. Quando invece si è protesi verso l’altro/a c’è il prefisso pro, che indica a essere a favore dell’altro/a, andare verso l’altro/a, sporgersi, uscire dal proprio io e spostare il baricentro verso l’altro/a. Tutto cambia, lo capite? Notiamole queste cose e ringraziamo nostra moglie o nostro marito per quello che liberamente fa per noi. Diciamo  grazie per come ci accoglie, per come ci serve, per come si dona, per come ci sorride e ci abbraccia, per come ci perdona. Abbracciamolo/a e diciamo il nostro grazie. Farlo serve a noi per non smettere di meravigliarci che una persona ci offra tutto di sè, anima, corpo, tempo ed energia, e servirà a lui/lei che si sentirà accolto/a e apprezzato/a dalla persona che più conta. Alla fine della giornata, quando si è finalmente soli nel talamo nuziale, altare della coppia, sarebbe bello chiedere scusa per le proprie mancanze e ringraziare per tutto ciò che l’altro/a ha fatto per noi durante la giornata. Sembra poco ma è importantissimo per nutrire il nostro rapporto sponsale, è importantissimo per il nostro ben-essere e per nutrire sentimenti positivi l’uno verso l’altra.

Antonio e Luisa

Un matrimonio e due funerali!

Prendo spunto da un articolo di Repubblica (qui il link). Un uomo decide di sposarsi con se stesso perché dice che: “amare se stessi è la cosa più bella che possa capitare a un essere umano: solo così si può raggiungere infatti la propria tranquillità interiore”. Se la si pensa come lui si abbia l’onestà di essere coerenti come lui. Non sposatevi. Non che sia sbagliato amare se stessi. l’errore è fare di se stessi il centro del mondo. Ora dirò qualcosa di sconvolgente. Il mio matrimonio è stato un funerale. Tranquilli mia moglie lo sa.  L’ho capito solo dopo alcuni anni. Non solo, vado oltre, affermo che è un matrimonio felice proprio perché è stato un funerale, anzi due funerali. Facendo il verso al famoso film inglese degli anni 90 con Hugh Grant,  potrei chiamare il film della mia relazione: Un matrimonio e due funerali. Come è possibile che la mia gioia nasca da una morte, anzi da due morti? Il matrimonio è una scelta radicale, una di quelle decisioni che non lasciano via di ritorno, nulla sarà più come prima. Pensateci bene. E’ una scelta molto più coraggiosa di quella dei consacrati. I consacrati pongono la loro vita nelle mani di Dio, infinito, perfetto e onnipotente.Gli sposi, invece, anche se c’è la Grazia di Dio, con le promesse matrimoniali donano e affidano  la loro vita ad un’altra persona, una persona che per quanto possa averli fatto innamorare, e possa essere attraente per loro,  è solo un uomo o solo una donna. E’ una persona come noi, finita, imperfetta e piena di fragilità e di limiti. Sposarsi è davvero una scommessa, non solo su di noi ma anche su di lei/lui. Sposarsi è un atto di fede in Dio e nella volontà di quella persona.  Tutto questo implica morire, morire a noi stessi, al nostro egoismo, alle nostre pretese, al nostro modo di pensare e di vivere, alle nostre priorità. Uccidere l’io per scoprire il noi nell’apertura al tu. Amiamo l’altro quando il centro di ciò che conta non siamo noi ma è lui/lei. Quando lui/lei vale per noi, quando vale quello che prova, quello che pensa, quello che vuole. Tanti matrimoni falliscono perché non sono nati da due funerali. Non c’è un esodo verso l’altro. Si sta insieme quando le cose vanno bene e ci lascia quando vanno male ma così non si è mai amato l’altro/a ma solo se stessi stando con l’altro/a e lasciando l’altro/a. Come capire se si è davvero morti a se stessi? Facile, nella mia esperienza ci sono occasioni dove si manifesta o meno il nostro amore. Quando c’è una discussione, se non si è morti a se stessi per far posto all’altro/a, cercheremo sempre di spuntarla, di far passare la nostra volontà, e in caso di compromesso vivremo la conseguente rinuncia parziale come un limite che l’altra persona ci ha imposto. Alla lunga i rancori e le insoddisfazioni rovineranno il rapporto. Quando entrambi i coniugi invece sono morti a loro stessi, saranno capaci di andare oltre l’io, di ascoltare e rispettare il punto di vista dell’altro e insieme saranno capaci di trovare una nuova soluzione che non sarà un compromesso, ma scaturendo, non da una disputa ma da un confronto, sarà qualcosa di diverso e di nuovo che soddisfa entrambi, perché entrambi, nel loro incontro, hanno cambiato prospettiva e priorità.  Ad essere onesti, il giorno del mio matrimonio, c’è stato un solo funerale, quello di mia moglie. I primi tempi del nostro matrimonio tutto era condizionato da ciò che volevo e ciò che pensavo. Ogni qualvolta le cose non andavano come io volevo erano litigi e musi lunghi. Il centro ero sempre e solo io. La mia sposa è stata davvero paziente e brava, mi ha ucciso giorno dopo giorno, con la sua tenera sottomissione e il suo amore paziente. Avrebbe potuto scontrarsi con me per imporre la sua volontà ma così avremmo distrutto tutto. Lei si è sottomessa, ma non come persona debole ma come persona umile perchè forte dell’amore per me e per Dio. Vedeva la mia debolezza, non mi giudicava ma mi amava ancora di più e si faceva piccola per amore. Questo mi ha ucciso, ha finalmente liberato dalla pietra dell’egoismo il mio cuore e mi ha restituito un cuore di carne capace di farsi prossimo e misericordioso. Mi ha ucciso perchè nella Grazia del matrimonio potessi risorgere. La sua pazienza e il suo abbandono alla volontà di Dio mostrato nel matrimonio hanno trasformato la nostra relazione e finalmente si è potuto celebrare anche il mio funerale.Da quel momento tutto è stato più facile e più felice. Il matrimonio è meraviglioso ma solo se si è capaci di morire a se stessi. Vi auguro di celebrare al più presto il vostro funerale se non lo avete ancora fatto. Qualcuno dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Il matrimonio è al contrario la tomba dell’egoismo. la morte dell’io per risorgere nel noi, il matrimonio è un amore risorto e per questo trasfigurato da Dio.

Antonio e Luisa

In cammino con Gesù

Navigando su facebook e leggendo i post delle pagine e delle persone che mi piacciono, ho trovato questa lettera di Papa Paolo VI. Molto bella. La ripropongo

 

Non ci pare forse che il dubbio dei due discepoli sia stato talvolta anche nostro?
Non ci pare forse che la nostra fede sia stata talvolta troppo scarsa e debole, e materiale, come quella di quegli uomini sfiduciati ?
Quei discepoli di Emmaus siamo noi!
Ma solo che anche noi abbiamo orecchi per ascoltare, e cuore per seguire la Parola di Cristo, ecco che Egli viene con noi, si accompagna a noi, si fa nostro amico, nostro sodale lungo la strada, nostro commensale alla tavola della carità fraterna e alla comunione eucaristica; solo che abbiamo una scintilla d’amore, gli occhi si aprono per riconoscere la sua presenza, e il cuore si accende.
«Questo fuoco – dice S. Ambrogio, commentando le parole dei discepoli di Emmaus – questo fuoco illumina l’intimo recesso del cuore». Fratelli! la fede e l’amore vi facciano riconoscere e seguire Cristo, sempre.
Cristo ci accompagna per la via della vita: ma quale miglior pensiero possiamo lasciare a voi, diletti sposi, quasi come provvista e nutrimento e sostegno nel lungo viaggio, che state per cominciare insieme? A voi, a tutte le giovani coppie,
a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore,
elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell’amore reciproco di Cristo e della Chiesa noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi!
Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all’altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell’amore che è forte come la morte, che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato; vicino a voi per aiutarvi a vincere i pericoli non irreali dell’egoismo, che si annidano nelle pieghe riposte dell’anima per conseguenza della colpa originale, ma che pur sono stati vinti dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo; vicino a voi per farvi sentire la vostra dignità di collaboratori di Dio Creatore, nel trasmettere il dono inestimabile della vita, e di Dio Provvidente, nel rappresentarlo al vivo davanti ai vostri figli nelle tenerezze, nelle cure, nelle sollecitudini che saprete ad essi dedicare con quegli slanci di eroismo che ben conoscono i cuori dei padri e delle madri.
Sì, fratelli, sì; davvero «questo sacramento è grande: lo dico di Cristo e della Chiesa».L’ha ben sottolineato ancora il Concilio Vaticano II: «Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani mediante il sacramento del matrimonio; inoltre rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione . . . e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre». Così, fratelli, così: sia questo il vostro programma, sia questa la vostra ambizione: con Gesù in cammino con voi per le vie faticose e imprevedibili della vita; con Gesù seduto alla tavola del vostro pane quotidiano duramente ma serenamente guadagnato, possiate fare della vostra esistenza a due una luce, una missione, una benedizione.

Paolo VI

Il muro del ricordo

Ho visto di recente un film. Le armi del cuore, film americano del 2015 chiaramente di stampo cristiano evangelico protestante. I protestanti non hanno i sacramenti e questo li ha portati a sviluppare molto meglio di noi il loro rapporto con la preghiera e con lo Spirito Santo che rende presente Dio nella nostra vita ordinaria di ogni giorno. Forse da questo punto di vista abbiamo qualcosa da imparare da loro, noi che spesso releghiamo la nostra religiosità all’interno della Messa e in qualche preghiera imparata a memoria e recitata senza troppa convinzione.  Tutto questo per dire cosa? Dobbiamo fare memoria della Grazia, di tutte le volte che Dio ha benedetto la nostra famiglia, di tutti gli aiuti che ci ha dato nel nostro matrimonio, di tutte le volte che ci ha sostenuto e che ne abbiamo percepito la presenza. E’ facile quando le cose vanno male e ci si ritrova nella prova e nella sofferenza dimenticarsi e sentirsi soli. Sentire tutto il peso del momento e della situazione sulle nostre spalle troppo deboli e fragili, a volte, per sostenerlo. E’ importante allora avere un luogo della casa dove appendere il una lista delle grazie ricevute, fotografie e pensieri che ci ricordano come Dio ci è stato vicino. Il muro del ricordo. Perchè siamo uomini e donne fragili, di poca fede e abbiamo bisogno di fare memoria per non perdere la speranza. Non dite che non avete niente da mettere su quel muro perchè non è vero. Se scavate nella vostra storia personale e matrimoniale non faticherete a trovare momenti in cui la presenza di Dio e il suo aiuto sono stati determinanti per permetterci di superare o affrontare con più coraggio una difficoltà o una sofferenza. Non siamo soli, ci siamo sposati in tre, Dio è sempre con noi ma abbiamo bisogno di fare memoria per non dimenticarlo.

Antonio e Luisa

L’amore sponsale è tabernacolo di Dio

Ne ho già parlato in passato ma è bene riprenderlo. E’ una realtà troppo grande e bella per lasciarsela sfuggire. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde. un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo. Esiste un altro tabernacolo  dove è presente realmente Dio, luogo concreto ma non visibile,  che va custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà che è una duità che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Antonio e Luisa

L’amore: una perla custodita da Eros e Agape.

Penso di aver compreso che l’amore sponsale non è mai una realtà che si esaurisce in un’unica dimensione. Ha sempre prospettive diverse, angolazioni diverse e orizzonti diversi ma che raccontano sempre dello stesso amore.

L’amore sponsale è Agape ed Eros. L’eros, l’amore che ci spinge ad aprirci, all’incontro con un’altrerità diversa e complementare. L’eros, forza impetuosa che se non è controllata rischia di sfondare gli argini e di esondare oltre il nostro controllo facendoci commettere errori e sopraffazioni. L’agape, amore di donazione, di servizio. Agape, l’amore considerato più nobile perchè più difficile. Agape che significa sacrificio. L’eros fatto di corporeità, di carne e di sensazioni. L’agape fatto di spirito, di volontà e di dedizione. L’eros che infiamma e l’agape che disseta.  L’eros, l’amore a forma di cuore. e l’agape, che invece ha la forma di una croce. L’amore non è nè solo uno nè solo l’altro ma è l’unione di queste due incompletezze. L’eros senza agape diventa egoismo e l’agape senza eros diventa come una fiamma che non scalda, qualcosa di freddo che non trasmette amore. Entrambi sono necessari perchè la nostra unione matrimoniale diventi una dimora accogliente che possa ospitare Gesù. Padre Raniero Cantalamessa usa un’immagine molto bella per spiegare come l’amore sponsale sia contemporaneamente Agape ed Eros:

L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Uomo e donna sono diversi anche in questo. L’uomo custode dell’Eros e la donna custode dell’Agape. L’uomo se sarà soddisfatto nel suo desiderio di amore erotico sarà capace di donarsi alla sposa con gesti di servizio, di cura, di dedizione e di tenerezza. La donna, al contrario, solo se sarà fatta centro di gesti di servizio, di cura, di dedizione e di attenziona , sentirà il desiderio di accogliere nell’abbraccio dell’amplesso il suo sposo.

Tutto diventa un intreccio di eros e agape che generano un circolo virtuoso trasformando il matrimonio in qualcosa di meraviglioso da scoprire e perfezionare ogni giorno.

Antonio e Luisa