Ish e Ishàh sono diversi.

Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta».

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne.

Questo è un passo conosciutissimo della Genesi. L’uomo finalmente trova nella donna una compagna che può sanare, almeno in parte, quella solitudine ancestrale che si porta dentro. Nient’altro nella creazione può farlo. Analizzando il testo e cercando di rifletterci sopra mi ha subito interessato un passaggio: la condusse all’uomo.

La relazione uomo e donna è un mistero che coinvolge direttamente Dio. Non è l’uomo a prendere l’iniziativa e neanche la donna ma è Dio stesso che conoscendo il cuore umano con le sue inclinazioni, i suoi vuoti, i suoi desideri conduce l’uno verso l’altra perchè nella relazione sponsale possano riempire quel vuoto di relazione e di amore e fare esperienza di Dio stesso che è origine e meta di ogni uomo.

In un altro passaggio c’è una dinamica che ci può insegnare tanto: La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta.

Letto così non ha molto senso, perchè si deve chiamare donna se deriva dall’uomo? In realtà il dilemma è presto risolto. Nell’originale l’uomo è chiamato אִשׁ, ish e la donna invece אִשָּׁה, ishàh. L’uomo non vede la differenza ma vede nella donna un altro sè.  Infatti dice anche: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa.

In questa esclamazione dell’uomo si manifesta un grande pericolo che riguarda tutti noi. L’uomo non menziona Dio ma si focalizza solo sulla donna. L’attrazione verso di lei e il desiderio che inebria la sua mente e il suo cuore lo rendono incapace di comprendere l’importanza che sia stato Dio a condurla a lui. Pensa di conoscere già tutto e di non aver bisogno di imparare nulla. La donna è un altro sè e lui sa già cosa lei pensa, cosa lei vuole, cosa lei percepisce e come lo percepisce. Non vede in lei un’alterità ma un completamento di sè commettendo così un grande errore, solo riconoscendo la diversità dell’altra si può generare una vera unione, un’alleanza di vita e di amore.

Il rischio grande che ci portiamo dentro è proprio questo, riflettere e trasporre i nostri desideri, il nostro modo di pensare e di agire, le nostre necessita ed attitudini e i nostri interessi e sensibilità sull’altro. Così facendo non lo stiamo rispettando, non lo stiamo incontrando, non lo stiamo accogliendo, ma lo stiamo fagocitando, lo stiamo possedendo.

La soluzione ci viene data dal proseguo. Il narratore, quasi a voler mettere freno all’uomo, prosegue: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 

La spiegazione a questo passaggio la traggo da un libro di Curtaz:

Perciò: non ha alcun senso dal punto di vista grammaticale e logico! Trova senso solo se vuole porre rimedio a quanto scritto sopra.

l’uomo lascerà suo padre e sua madre: per incontrare l’altro si deve essere capaci di abbandonare la propria famiglia, intesa come avere il coraggio di abbandonare la propria idea di famiglia, la proiezione di rapporto uomo/donna ideale. Si deve ammettere di non conoscere l’altro, bisogna sapersi mettere in ascolto e rispettare il mistero racchiuso nell’altro.

e si unirà: verbo che indica l’alleanza, la ricerca, l’alterità e la diversità. Non ha capito tutto dell’altro e deve andare oltre, sempre oltre. L’incontro non è che l’inizio di un percorso che non finirà ma si perfezionerà giorno dopo giorno in una conoscenza sempre più profonda ma mai esauriente ed esaustiva.

e saranno una stessa carne: La carne nella Bibbia indica la parte fragile, riconosceranno quindi la loro fragilità , il proprio limite, ammettendo di non sapere, si apriranno alla disponibilità di generare nuova vita, sia affettivamente (nella relazione) sia geneticamente (un figlio).

L’uomo è portato a prendere possesso della propria sposa (e viceversa), solo se la si saprà accogliere come dono di Dio si potrà aprire la relazione alla meraviglia e al mistero di una alterità che ci completa in una relazione piena e appagante.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

 

Il salto della fede.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore.

Non siete capaci di portarne il peso. Il peso, già il peso del matrimonio. Ricordo ancora come fosse ieri quell’ultima notte prima del mio matrimonio. Un vortice di sentimenti e di pensieri che mi riempivano il cuore e il cervello. Sapevo che era la cosa giusta, amavo la mia, ormai prossima, sposa ma sentivo un peso enorme. Stavo per dire un sì che mi avrebbe impegnato anima, spirito, corpo, tempo, impegno, sudore. Stavo consegnando la mia vita a un’altra persona. Era un salto nel buio. Qualcosa di non comprensibile. Avevo  la paura che comporta una scelta senza ritorno. Nulla sarebbe stato più come prima.

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Lui è arrivato, eccome se è arrivato, come un vento che ha spazzato i miei dubbi e un fuoco che ha incendiato il mio cuore. Non riuscivo a vedere lontano e, come in una mattina di nebbia così comune dalle mie parti, procedevo con cautela, sempre con la paura di sbattere il muso o di cadere in un fosso. Pian piano la nebbia si è diradata e il sole ha illuminato tutto, la paura è passata,  finalmente riuscivo a vedere lontano.

Il sole mi scaldava la pelle e il cuore e la luce illuminava i colori della mia esistenza. Lo Spirito mi aveva mostrato la bellezza del matrimonio non con visioni miracolistiche, ma  semplicemente facendomela sperimentare giorno dopo giorno, nella mia vita ordinaria fatta di normalità, ma per questo non abitata da un amore meno intenso e autentico. Solo quando ho provato a darmi senza riserve alla mia sposa accogliendo la pienezza e la felicità che mi è tornata indietro, ho capito. Non c’è davvero nulla di più bello e appagante che donare tutto di me per la mia sposa. Certo, mi sono dovuto fidare, fare il salto nel buio, dire il mio sì, e l’ho fatto. Ne ho ricevuto in cambio la chiave per comprendere il senso della vita ed entrare nel mistero di Dio, nella logica d’amore di Dio.  Se non avessi avuto il coraggio di buttarmi in questa avventura avrei vissuto una vita a metà, non sarei riuscito a riempire il cuore e la vita, sarei invecchiato nella continua ricerca di qualcosa che non avrei mai trovato, perchè avrei continuato a camminare nella nebbia non riuscendo a vedere nulla oltre me, oltre le mie esigenze, oltre il mio egoismo. C’è un film che esprime benissimo questo concetto. vi lascio il video sotto. Fare il salto per raggiungere il Santo Graal, cioè la capacità di poter aprire il nostro cuore e renderlo luogo dove custodire Cristo.

Antonio e Luisa

 

Un abito ricco di valore.

Per tante donne l’abito nuziale è qualcosa di sacro. Certo non per tutte, ma per tante lo è. Per chi desidera nel cuore un matrimonio con Dio spesso non è solo un abito. L’abito per la sposa, molto più che per lo sposo, ha un significato grande e profondo. Parto da lontano, dalla Bibbia e dalle origini. Adamo ed Eva quando si accorsero di essere nudi? Quando, con il peccato originale, non ebbero più uno sguardo d’amore, ma l’egoismo e la concupiscenza cominciarono a prendere possesso del loro cuore. Non che prima fossero vestiti, ma avevano un altro sguardo,erano rivestiti dello sguardo di Dio l’uno verso l’altra. L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna(e anche dell’uomo). Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te. Il bianco è naturalmente segno di purezza, che un tempo indicava la verginità della sposa. Oggi è certamente sempre più raro riscontrare questo significato, ma indica comunque la grandezza del matrimonio sacramento. Attraverso il sacramento del matrimonio gli sposi, se lo vogliono e in virtù della redenzione di Cristo, possono ricominciare e vivere un amore casto (nel matrimonio la castità non è astinenza!) e una relazione pura e autentica. Il vestito bianco esprime questo desiderio di un amore grande, unico e santo (perfetto). Ma non solo, il bianco indica anche qualcos’altro. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarra un tesoro da custodire e proteggere. Ultimo appunto, ma non meno importante, che voglio fare è la relazione con il battesimo. Il giorno del battesimo ognuno di noi è stato rivestito con una vestina bianca. Vestina che simboleggia la rinascita a vita nuova con Gesù. La vestina bianca simboleggia la nostra nuova dignità regale. Il battesimo ci ha reso figli di re. Il matrimonio è molto simile in questo senso. Il matrimonio è un rinascere nuovamente in una nuova creazione dove lo sposo e la sposa acquisiscono una nuova identità, concretizzata dalla loro unione indissolubile, unica, fedele e feconda. Pur restando due persone da quel giorno diverranno uno e in quell’uno potranno dire al mondo chi è Dio e come Dio si ama e ci ama.

Il vestito bianco non è solo una tradizione, ma racchiude in sè il mistero del matrimonio e di un’unione umana che diventa divina. Ecco perchè tante (purtroppo sempre meno) donne custodiscono gelosamente quell’abito, e dopo tanti anni di matrimonio è ancora lì nell’armadio, nonostante rubi spazio ad altri abiti più utili. Ecco perchè il sogno di tante mamme è quello di poterlo donare alle figlie. Inconsciamente la mamma trasmette alla figlia ciò che ha vissuto, o che ha cercato di vivere, in tutti gli anni di matrimonio. Consegnando quel vestito sta passando un testimone e una testimonianza di vita e di amore.

Antonio e Luisa

La speranza nutre la fede e la carità

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti. Bonetti dice:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserila in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperiazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

muro

Lettera di Dio allo sposo

Ho deciso di pubblicare una lettera che da un po’ di tempo circola sul web. Non so chi sia l’autore, a lui va però il mio ringraziamento. La conoscerete già tutti, ma mi piace ricordarla perché esprime benissimo la verità del matrimonio.

La creatura che hai al tuo fianco, emozionata, è mia.

Io l’ho creata.
Io le ho voluto bene da sempre,

ancor prima di te e ancor più di te.
Per lei non ho esitato a dare la mia vita.
Ho dei grandi progetti per lei. Te la affido.
La prendi dalle mie mani e ne diventi responsabile.

Quando l’hai incontrata l’hai trovata bella e te ne sei innamorato.

Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza;
è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore;

è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità e la sua intelligenza
e tutte le qualità belle che hai trovato in lei.
Devi impegnarti a rispondere ai suoi bisogni, ai suoi desideri.
Ha bisogno di serenità e di gioia, di affetto e di tenerezza,
di piacere e di divertimento, di accoglienza e di dialogo,
di rapporti umani, di soddisfazione nel lavoro e di tante altre cose.

Ma ricorda che ha bisogno soprattutto di Me

e di tutto ciò che aiuta e favorisce questo incontro con Me:
la pace del cuore, la purezza dello spirito, la preghiera, la parola,

il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia Vita.
Sono Io e non tu il principio e il fine di tutta la sua vita.
Facciamo un patto tra noi: la ameremo insieme.
Io la amo da sempre.

Sono Io che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei.

Volevo affidarla a qualcuno che se ne prendesse cura, ma volevo anche
che lei arricchisse con la sua bellezza e la sue qualità la tua vita.

Per questo ho fatto nascere nel tuo cuore l’amore per lei.
Era il modo più bello per dirti “Eccola, te la affido”.
E quando tu le hai detto:
“Prometto di esserti fedele, di amarti e di rispettarti per tutta la vita”,
è stato come se mi rispondessi che sei lieto di accoglierla nella tua vita
e di prenderti cura di lei.
Da quel momento siamo in due ad amarla.

Dobbiamo però metterci d’accordo.

Non è possibile che tu la ami in un modo e io in un altro.
Devi avere per lei un amore simile al mio,

devi desiderare per lei le stesse cose che io desidero.
Non puoi immaginare nulla di più bello e gioioso per lei.
Ti farò capire poco alla volta quale sia il modo di amare,
e ti svelerò quale vita ho sognato e voluto per questa creatura.
Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto.
Pensavi che questa creatura fosse tutta e solo tua,
e ora invece hai l’impressione che Io ti chieda di spartirla con me.
Non è così.
Al contrario, Io sono colui che ti aiuta ad amarla appassionatamente.
Per questo desidero che nel tuo piccolo amore ci sia il mio grande amore.

E’ questo il mio dono di nozze: un supplemento di amore

che trasforma il tuo amore di creatura
e lo rende capace di produrre le opere di Dio nella persona che ami.

Sono parole per te misteriose, ma le capirai un poco alla volta.
Ti assicuro che non ti lascerò mai solo in questa impresa.
Io sarò sempre con te
e farò di te lo strumento del Mio amore, della mia tenerezza.
Continuerò ad amare la mia creatura attraverso i tuoi gesti
d’amore, di attenzione, di impegno, di perdono, di dedizione.
Se vi amerete in questo modo, la vostra coppia diventerà come una
fortezza che le tempeste della vita non riusciranno mai ad abbattere.
Un amore costruito sulla Mia Parola è come una casa
costruita sulla roccia: nessuna vicenda potrà distruggerla.

Ricordatelo, perché molti si illudono di poter fare a meno di me,

ma se Io non sono con voi nell’edificare la casa della vostra vita
e del vostro amore, vi affaticherete invano.

Se vi amerete in questo modo diverrete forza anche per gli altri.
Oggi si crede poco nell’amore vero, quello che dura per sempre,
e che offre la propria vita all’amato.
Si cercano più emozioni amorose che l’Amore.
Se voi saprete amarvi come Io vi amo,
con una fedeltà che non viene mai meno,
sarete una speranza per tutti,
perché vedranno che l’amore è una cosa possibile!

Il matrimonio è esattamente questo. Consiste nel non dimenticare mai la meraviglia e la bellezza dell’essere dono di Dio l’uno per l’altra. E ancor di più, il matrimonio mi responsabilizza e mi riempie di gratitudine perché Dio mi ha scelto per essere mediatore del Suo amore, mi rende capace di amare come Lui per manifestarsi alla mia sposa attraverso di me con tutta la sua tenerezza, le sue attenzioni, la sua misericordia e il suo amore gratuito e incondizionato. Attraverso il mio amore, la mia sposa deve sentirsi amata in modo unico e personale. Io sposo devo concretizzare nella mia vita e nel dono alla mia sposa il Vangelo. La mia sposa deve poter fare esperienza di Dio e della Sua Parola nella sua storia e nella sua carne attraverso di me che sono mediatore tra lei e Dio; lo sono senza nessun merito particolare, ma perchè consacrato da Dio per questo. Consacrato, reso sacro, reso di Dio, e quindi anche  reso capace da Dio. Certo è facile, ed è capitato anche a me, sentirsi come Davide contro Golia, contro tutti i miei peccati e le mie fragilità, che mi sono sembrate, in alcuni momenti, cime insormontabili. Poi però, ricordo di non essere solo, ma di essere il prescelto di Dio per amare quella creatura. Certo continuerò a sbagliare, ma non ne faccio un dramma, e neanche la mia sposa lo fa. Chiedo scusa a lei e a Dio e ricomincio, perchè amare come Dio è la sola cosa che può renderci felici e realizzati, già da questa terra.

Antonio e Luisa

La carità nel matrimonio

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola, si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio, io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo, è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ci ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la carità per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

La virtù della fede tra gli sposi

Con le prossime tre riflessioni cercherò di dire qualcosa sulle tre virtù teologali declinate nel matrimonio. Come sappiamo lo Spirito Santo, prima nel battesimo e poi nel matrimonio, plasma e perfeziona la nostra umanità con il suo fuoco consacratorio e ci rende capaci, seppur in modo limitato ed imperfetto, di amare come Dio. Le virtù servono proprio a perfezionare la nostra umanità, a renderci più uomini e più donne e capaci di amare in modo autentico. La virtù della fede serve quindi a perfezionare la nostra risposta alla rivelazione di Dio in Cristo. Per questo è la prima, perché tutto parte dalla rivelazione di Dio all’uomo. Carità e speranza sono conseguenza di questa prima virtù. Dio si rivela, e all’uomo è data la grazia di accogliere e di conoscere Dio attraverso Cristo. Questa è la fede cristiana. Giovanni Paolo II definisce la fede non come un semplice fidarsi, ma come un aprire il cuore al dono che Dio ci fa di se stesso, del suo amore. La virtù della fede perfeziona la nostra capacità di accogliere la manifestazione di Dio. La virtù della fede ci permette di innamorarci di Dio. Questa è la fede che lo Spirito Santo ci dona nel battesimo. Ma cosa accade con il sacramento del matrimonio? La fede resta comunque individuale, non ci è tolta ma cambia il fine.La mia fede e quella della mia sposa sono finalizzate a ricercare e perfezionare un unico e comune innamoramento verso Dio, in modo sempre più autentico e perfetto, in modo da poterlo accogliere nella nostra nuova natura, nella nostra relazione sponsale che ci ha reso uno.  Noi sposi apriamo il nostro cuore insieme, perchè non è più la mia storia o la storia di Luisa, ma è una storia comune, una relazione che diviene nuova creazione. La fede nel matrimonio, sintetizzando, perfeziona l’accoglienza dell’uno verso l’altra perchè l’innamoramento verso Dio sia visibile nell’innamoramento verso il proprio sposo o la propria sposa. La virtù della fede ci da la capacità di accoglierci sempre di più, di accettare l’altro nella diversità, di valorizzare l’altro, di vederne i lati positivi  e a sopportarne quelli negativi. Gli sposi non possono avere fede in Dio, se non hanno fiducia verso il proprio coniuge, o meglio, gli sposi non sono accoglienti verso Dio se non accolgono il proprio coniuge. Io sposo non ho fede, se non ho un amore accogliente verso la mia sposa. Dio nel matrimonio ci dice: “Se vuoi accogliere me devi accogliere la donna che ti ho messo accanto”.  Tutte le volte che non sono accogliente verso la mia sposa non faccio un torto solo a lei, ma prima ancora a Dio, perchè non sto rispondendo, non sto accogliendo il suo amore.

Diceva Giovanni:

Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

Declinandolo nel matrimonio, se non riesco ad amare mia moglie che vedo, che tocco, che è carne, come faccio ad amare Dio. Sono un ipocrita che vive nella menzogna.

La mia devozione, la mia Messa quotidiana, il rosario e la preghiera sono gesti autentici se accompagnati da un costante impegno ad essere accogliente verso mia moglie.

Come faccio a entrare in comunione e in intimità con Dio, se non sono capace di una carezza verso mia moglie o di una parola buona?

Io sposo dimostro la mia fede quando saprò ascoltare la mia sposa nelle sue difficoltà, gioie e sofferenze, quando saprò perdonarla, quando saprò essere per lei un amico e un amante tenero, quando potrà trovare in me chi la fa sentire desiderata e curata. Solo se cercherò di essere tutto questo (non è detto che riesca sempre),allora anche  la mia Messa e il mio rosario saranno autentici gesti di amore e di fede verso Dio.

Antonio e Luisa

Due vocazioni che si completano.

La vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata e il matrimonio sacramento sono due risposte all’amore di Dio entrambe importanti, entrambe necessarie e complementari tra loro. L’una completa l’altra. I consacrati cosa dicono al mondo e di conseguenza a noi sposi? Cosa ci mostrano? Ci ricordano che non siamo fatti solo per questa terra, che la nostra vita in questa terra è un cammino verso l’abbraccio con Cristo, verso le nozze eterne con Cristo, e loro ne sono anticipatori e profeti. Noi sposi cosa possiamo insegnare al mondo, e di conseguenza ai consacrati? La nostra è forse, come alcuni credono, una vocazione meno importante, per quelle persone chiamate a una vita ordinaria e meno santa?  Nient’affatto. La nostra è una vocazione necessaria e importante tanto quanto quella sacerdotale. Noi mostriamo ai nostri fratelli consacrati come devono amare Cristo se vogliono essere uniti sponsalmente con Lui già da questa terra. Guardando come noi sposi ci amiamo, possono capire tanto della loro sponsalità.  Loro ci indicano il fine della nostra vita, noi indichiamo loro il modo. Due vocazioni entrambe meravigliose. Il signore ci ha dato doni diversi affinchè ognuno di noi possa rispondere alla sua chiamata all’amore. Entrambe necessarie e forse la Chiesa attraverso i suoi documeti, il Concilio vaticano II e i sinodi, ci sta dicendo che in questi anni la profezia degli sposi è quanto mai necessaria e decisiva. La Chiesa non ci sta chiedendo come compito primario quello di fare tante opere di misericordia o di servizio per la nostra comunità e per i bisognosi che ci sono accanto. Certo è importante offrire il nostro tempo e il nostro impegno per la comunità ma non è la prima cosa. Non è il nostro compito ma una conseguenza del nostro compito più importante. La Chiesa ci chiede di amarci in modo autentico e credibile per poter essere profezia per la nostra comunità e per tutte le persone che incontriamo dell’amore di Dio. Chi vede come ci amiamo dovrebbe capire qualcosa di Dio e del Suo amore. Il nostro compito è quello di essere un Kerigma vivente dell’amore di Dio. Il Kerigma che annuncia che ogni persona è amata in modo unico e tenero da Dio. Noi siamo questo e sarebbe un vero peccato snaturare la nostra vocazione. Fare tanto per la comunità a discapito del nostro rapporto sponsale non è cosa gradita a Dio. Ogni impegno e servizio che vogliamo donare alla nostra comunità deve essere concordato con il nostro sposo o la nostra sposa e non deve compromettere o impoverire la nostra relazione. Ogni gesto di servizio deve scaturire dall’amore che generiamo nella nostra coppia, e non deve diventare modo per cercare altrove la gratificazione e l’amore che non siamo capaci di trovare nella nostra casa.

Antonio e Luisa

Custodi dell’amore

La missione della famiglia qual’è? Abbiamo già affrontato il tema nel precedente articolo. Ora però voglio fare un passo in più. La missione della famiglia è custodire, rivelare e comunicare l’amore. La missione affidata alla famiglia, come ha cercato di insegnarci Giovanni Paolo II in tutto il suo pontificato, è la più bella di tutte, mostrare, vivere e rivelare l’amore. Il Catechismo afferma che la famiglia è una comunione di fede, di carità e di speranza. Le virtù teologali, fede, carità e speranza sono doni battesimali, che sgorgano dalla fonte della Grazia e sono frutto della nostra unione intima con Gesù, ma nel matrimonio sono perfezionate in qualcosa di unico e finalizzate affinchè noi sposi possiamo compiere la nostra missione, siamo consacrati per questo. Il matrimonio ci abilita, ci rende capaci, ad amare come Dio, come Lui ci ama (sempre nella nostra finitezza). Parliamo sempre di amore,è bene quindi rimarcare cosa significa amore. L’amore non è un concetto soggettivo ma è un’esigenza che scaturisce direttamente dal nostro cuore. L’amore autentico, naturale ed ecologico è un donarsi e un accogliersi reciproco di due persone. che determina un’unine profonda coinvolgente la totalità del loro essere (cuore, anima e corpo) in modo diverso a seconda del tipo di amore che si sta vivendo (sponsale, di fidanzamento, di amicizia etc etc). L’amore sponsale, il nostro, a differenza degli altri presuppone la totalità del dono e il per sempre.  Tornando a noi, ripeto che nella celebrazione del sacramento del matrimonio c’è una vera consacrazione dello Spirito Santo, una nuova effusione che, oltre a saldarci l’uno all’altra in modo indissolubile, trasforma e perfeziona i nostri doni battesimali. Passiamo da una condizione di battezzati a una di sposati dove diveniamo dono l’uno per l’altra e dove a donarci è Dio stesso.  Nelle prossime riflessioni andremo a comprendere come si modificano questi doni battesimali nel sacramento del matrimonio. In via generale si può anticipare che il battesimo è la nostra porta per entrare in un cammino che si conclude nella vita eterna. Il paradiso è un amore sponsale dove amiamo Dio come la sposa ama lo sposo, in modo diretto e faccia a faccia. Il paradiso è un abbraccio eterno con Gesù. Cosa accade nel matrimonio? Accade che la nostra meta resta la stessa, la nostra sponsalità è sempre con Cristo, ma ci viene chiesto, e siamo abilitati per farlo, di amare Dio attraverso la persona che Lui ci ha messo accanto. Lo sposo per la sposa e la sposa per lo sposo divengono mediatori dell’amore di Dio e per Dio. Più io sposo  sarò capace di amare la mia sposa come Dio la ama, con la Sua modalità, la Sua tenerezza, la Sua misericordia e la Sua fedeltà, e più sarò pronto per le nozze eterne. Al contrario più disprezzerò e tradirò l’amore per la mia sposa e più sarò impreparato, o addirittura incapace, ad accogliere e a rispondere all’amore infinito di Cristo.

Continua

Antonio e Luisa

Amarsi per mostrare Dio

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».

Il vangelo di lunedì dovremmo fissarlo nella nostra testa come mappa, bussola e orizzonte per la nostra vita insieme, per il nostro amore sponsale. In quattro righe c’è tutta la nostra vocazione all’amore, la nostra via per la felicità e la pienezza in questo mondo, nonchè,  la via per incontrare Cristo nella vita eterna.

«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama». Gesù non è una persona che si vendica o che fa ripicche e dispetti come i bambini, e come tante volte facciamo anche noi adulti. Gesù non è questo genere di persona. Cosa significa quella frase allora? Semplicemente che i comandamenti di Dio sono un libretto d’istruzioni per imparare ad amarLo, e imparare quindi, ad amare il  fratello che ci è accanto. Solo se amerò mia moglie, mio marito, i miei figli più di quanto ami me stesso sarò capace di aprirmi all’amore di Dio. Il nostro amare Dio è infatti rispondere a un amore gratuito, incondizionato e che ha già trovato compimento nella passione, morte e resurrezione di Gesù. Non solo, Giuda (quello buono) pone una domanda decisiva a Gesù. Chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 

Gesù è incredibile nella sua risposta. Afferma che ha bisogno di noi per manifestarsi al mondo. Si è mostrato a noi, ci ha fatto assaporare il  balsamo del suo amore e del suo perdono, attraverso le persone che abbiamo incontrato, perchè a nostra volta potessimo diventare suo strumento di Grazia, di amore e di perdono. Il circolo dell’amore. Che bello quando le famiglie con tutte le loro difficoltà, miserie, urla, nervosismi, stress, cose da fare e impegni da mantenere riescono ad essere strumento nelle mani di Dio. Noi che nella nostra famiglia a volte, anzi spesso, ci sentiamo in debito di ossigeno e di misericordia e ci sembra di essere pazzi che conducono una vita da pazzi, anche noi, a volte probabilmente siamo quello strumento nelle mani di Dio,  e la prova ce l’ha data la nostra bambina. Ha fatto un disegno dove doveva rappresentare il paradiso e ha disegnato una famiglia che si teneva per mano. Si perchè, ci ha poi detto, il paradiso è come una famiglia unita che si vuole bene e dove ci si aiuta gli uni con gli altri. Non serve tanta teologia per spiegare il paradiso, a volte, basta il disegno di un bimbo.

Antonio e Luisa

Consacrati per costruire ponti.

Renzo Bonetti è un sacerdote che si sta spendendo tantissimo per la famiglia e la missione della famiglia cristiana nel mondo e per il mondo. Su una cosa punta in particolare, essendo in questo profeta; insiste sulla missione degli sposi cristiani, in quanto sposi, in quanto consacrati con il sacramento del matrimonio. Gli sposi sono una figura del tutto particolare nella composizione della Chiesa di Cristo. Gli sposi sono consacrati con il sacramento del matrimonio e sono un’espressione unica dello Spirito creatore di Dio. Sono consacrati nella loro relazione d’amore come lo sono i sacerdoti nelle loro mani. Sono inseriti nella Chiesa per portare insieme, come coppia un segno efficace dell’amore di Dio, profezia e epifania della sua presenza amorevole verso ognuno di noi. Non è così importante che facciano qualcosa quanto che mostrino qualcosa di Dio in ciò che fanno. La loro peculiarità è nella relazione che li unisce e di come traspare questa alleanza amorosa che c’è tra di loro, segno efficace dell’Alleanza d’amore sancita con il sacrificio dell’Agnello. Gli sposi sono segno efficace dell’amore misericordioso, fecondo e fedele di Dio per ognuno di noi.  Nella Chiesa della misericordia di Papa Francesco il compito di noi sposi cristiani diviene di un’importanza decisiva per un rinnovamento vero e concreto della Chiesa. Non a caso l’anno della misericordia è stato preceduto da due sinodi sulla famiglia. La famiglia si deve riappropriare del suo ruolo, mai come ora fondamentale. La famiglia è piccola chiesa. Già san Paolo nella lettera ai romani faceva riferimento allo kat’oikon ekklesía, la “Chiesa domestica” ove si radunavano i cristiani a celebrare l’Eucaristia. Lo spazio vitale di una famiglia si trasformava in un piccolo tempio ove Cristo è assiso alla stessa mensa.

Concetto ripreso e fatto proprio dal Concilio vaticano II nella “Lumen gentium” . Ripreso poi anche dai due grandi documenti dedicati alla famiglia: Familiaris Consortio e Amoris Laetitia. Giovanni Paolo II afferma nel primo:

La famiglia cristiana è poi chiamata a fare l’esperienza di una nuova e originale comunione, che conferma e perfeziona quella naturale e umana. In realtà, la grazia di Gesù Cristo, «il Primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), è per sua natura e interiore dinamismo una «grazia di fraternità», come la chiama san Tommaso d’Aquino («Summa Theologiae», II· II··, 14, 2, ad 4). Lo Spirito Santo, effuso nella celebrazione dei sacramenti, è la radice viva e l’alimento inesauribile della soprannaturale comunione che raccoglie e vincola i credenti con Cristo e tra loro nell’unità della Chiesa di Dio. Una rivelazione e attuazione specifica della comunione ecclesiale è costituita dalla famiglia cristiana, che anche per questo può e deve dirsi «Chiesa domestica»

Concetto molto simile a quello espresso poi da papa Francesco al punto 88 di Amoris Laetitia:

L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

Lo Spirito Santo sta suscitando questo nel cuore della Chiesa, c’è bisogno che gli sposi cristiani siano testimoni e portatori di un messaggio, anzi di più, di una presenza, accanto ai sacerdoti, ma con modalità del tutto particolari e proprie.

Gli sposi con la loro apertura, il loro donarsi, il loro dialogare, il loro incontrarsi nelle differenze, il loro arricchirsi dalla diversità dell’altro, il loro essere fecondi nella diversità, il loro sapersi fare prossimi, il loro essere compassionevoli l’uno verso l’altra, gli sposi, con tutto questo loro modo di volersi bene e sapersi accogliere, diventano non solo esempio, ma seme fecondo per una Chiesa e una comunità più cristiane, cioè aderenti alla persona di Gesù. Solo se si imparerà a  costruire ponti in famiglia si potrà fare lo stesso nella società in cui viviamo. La famiglia diventa palestra per potersi educare al modo di amare di Gesù. Non sono solo parole, io l’ho sperimentato nella mia vita. In famiglia ho imparato a prendermi cura, a preoccuparmi degli altro, a cercare di capire l’altro e tutto questo poi ha oltrepassato le mura di casa ed è diventato mio stile con tutti.

Vi lascio con le parole che San Giovanni Paolo II ha donato alle famiglie neocatecumenali (grande esempio)  in partenza per le missioni nel 1988. Non sono neocatecumenale e nel 1988 avevo 14 anni, ma quelle parole sono attualissime e valgono per tutte le famiglie cristiane:

Sappiamo bene che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, dalla sua ricchezza. Crescere dal Battesimo vuol dire crescere dal mistero pasquale di Cristo. Attraverso il sacramento dell’acqua e dello Spirito Santo, siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica . . . Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia.

Ho voluto concludere con questo bellissimo incoraggiamento di San Giovanni Paolo perchè diventi un nostro impegno costante, in ogni situazione e momento della vita per poterci realizzare nella nostra chiamata e risposta all’amore e per poter essere luce in un mondo sempre più nell’ombra e nel caos.

Antonio e Luisa

Riconsegnarli al Padre

Domenica scorsa ho vissuto la cresima di mio figlio Tommaso e domani vivrò la comunione di mio figlio Francesco. Mi rendo conto del significato di questi due sacramenti? Mi rendo conto della Grazia che entrerà nel cuore dei miei ragazzi? E’ importante fermarsi e pensare ogni tanto all’importanza di tutto questo. Pensare a quanto io sia capace di riconoscere la presenza di Dio nella mia famiglia, e quanto invece, senta il carico e il peso di tutto sulle mie spalle. Questi momenti sono speciali anche per noi genitori. E’ un momento in cui riconsegnamo i figli al Padre. Riconosciamo che l’origine non siamo noi, la loro felicità non dipende da quanto sapremo dargli , dalla formazione scolastica, dalla cultura sportiva e tutte le belle cose che cerchiamo di insegnare ai nostri figli. Tutte cose bellissime e importanti ma che acquistano il loro reale valore  quando lette alla luce della vita eterna e dell’amore di Dio. Solo se riusciremo a trasmettere loro l’amore di Dio e favorire la loro crescita in una fede consapevole potremo dire di essere riusciti a dare loro gli strumenti per vivere una vita piena e realizzata. Certo non dipende solo da noi, entra in gioco la loro libertà e possono anche rifiutare il nostro Dio, anzi è bene che lo rifiutini perchè possano trovare il loro Dio, fare il loro incontro personale con la misericordia del Padre e l’abbraccio tenero di Gesù e della sua dolce mamma Maria. La comunione e la cresima dei nostri figli sono momenti bellissimi in cui riconoscendo che non siamo noi l’origine (pur non facendo mancare il nostro impegno), li affidiamo a Lui che tutto può e tutto sa.  Possiamo così mettere ai piedi della croce tutte le insicurezze, le paure, il peso di un futuro che ci appare incerto e difficile. Possiamo mettere anche tutte le nostre inadeguatezze, fragilità ed errori che commettiamo nei confronti dei nostri ragazzi. Solo riconsegnandoli a lui, sono convinto che, qualsiasi cosa accada, la loro non sarà una vita buttata ma vissuta alla luce di qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, sarà una vita che guarda a un orizzonte eterno e a un amore infinito.

Antonio e Luisa

Perchè il Gaver?

Oggi voglio condividere una piccola testimonianza che le sorelle della Tenda di Dio ci hanno chiesto per i corsi che organizzano presso il Villaggio Paolo VI al Gaver, località montana collocata a 1500 metri di altezza tra le provincie di Bergamo e Brescia.  Post originale su www.evangelizzazione.org

Vi allego in fondo il link per scaricare le locandine e per trovare tutte le informazioni necessarie ad iscriversi.

Perché il Gaver? Perché passare una settimana intera di meritato riposo dopo un anno di lavoro in montagna per un ritiro di famiglie dove ci fanno lavorare ancora, mettendoci in discussione?

Per chi non c’è mai stato trovare le motivazioni non è semplice. Proveremo a raccontare in breve perché noi andiamo e non pensiamo che sia tempo sprecato.

Siamo Antonio e Luisa sposati da 15 anni, abitiamo a Bergamo e Dio ci ha donato 4 meravigliosi ragazzi. Abbiamo una vita piena e felice. Come tutte le famiglie, in particolare quelle numerose, la nostra ordinarietà è caratterizzata da corse frenetiche e stress quotidiano per riuscire a fare tutto. Tutto questo rischia, però, di farci perdere di vista l’essenza del nostro amore che non è semplicemente fare, fare e fare, ma essere dono per l’altro/a attraverso quel fare. Altrimenti tutto rischia di essere troppo pesante e ciò che doveva liberarci, l’amore sponsale, ci imprigiona. Come fare? Naturalmente cerchiamo di nutrire la nostra relazione d’amore con un’attenzione tenera dell’uno verso l’altra, ma non basta. Una volta all’anno abbiamo bisogno di fermarci e salire sul nostro monte Tabor per contemplare Gesù trasfigurato presente nella nostra unione matrimoniale.

Il Gaver è un luogo benedetto. Lì riusciamo, attraverso delle persone straordinarie, a metterci in ascolto, uno di fronte all’altra e, attraverso la riflessione guidata e il silenzio, riusciamo a vedere di nuovo, con chiarezza, ciò che si era un poco perso, cioè che la nostra vita insieme è qualcosa di meraviglioso, che l’amore vicendevole e verso Gesù riempie il cuore e che attraverso la nostra vita frenetica passano fiumi di Grazia. Una settimana di Grazia in cui riflettiamo sul nostro amore e sul nostro matrimonio, che è molto più di quello che io e Luisa, nella nostra povertà, avremmo costruito da soli. L’architetto è soltanto Lui, Gesù. Come nella trasfigurazione, al Gaver facciamo esperienza di Gesù che si mostra con Elia e Mosè. Elia, la profezia, e Mosè, la legge. Perché non potremmo mai comprendere la grandezza di Gesù e la sua bellezza divina presente nella nostra relazione, senza la forza della profezia delle famiglie che vivono il loro sacramento come reale presenza di Cristo nel mondo, e senza la legge, che ci indica la strada per non perderci e restare sempre uniti a Gesù, che è nostra forza e nostra sorgente di vita e di amore.

Antonio e Luisa

Depliant

Informazioni 

Una “menorah” delle nozze

Il sacramento del matrimonio Una “menorah” delle nozze (Chieti, Fidanzati, 14 Gennaio 2011) + Bruno Forte Arcivescovo di Chieti-Vasto

Fonte testo originale: www.ufficiofamiglia-diocesichieti.it/assets/il-sacramento-del-matrimonio—una-menorah-delle-nozze—mons.-bruno-forte.pdf

Sette luci, come sul candelabro che arde nel santuario di Dio, secondo la tradizione ebraica. Sette luci perché l’amore arda sempre nei cuori degli sposi cristiani e illumini le possibili notti del tempo e del cuore, aprendole alla bellezza di Dio. 1. Nessun uomo è un’isola (Thomas Merton). Nel disegno di Dio l’uomo e la donna rivelano una unità originaria, che è la radice incancellabile della loro pari dignità di persone umane e della loro costitutiva vocazione alla reciprocità: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). «Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne» (Gen 2,24). Siamo fatti per amare e la nostra vita non si realizzerà che amando. Essere è amare! Il vincolo nuziale realizza la reciprocità fra l’uomo e la donna in una forma così alta e profonda, da essere spesso richiamato dall’Antico Testamento come simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. Os 1-3; Ger 2 e 3; Ez 16 e 23; Is 54 e 62; e il Cantico dei Cantici). “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (Os 2,21s). Gesù a sua volta parla dell’alleanza matrimoniale come di un dono e di un impegno definitivo, come lo è la fedeltà dell’Eterno che in esso si esprime: «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?” Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”» (Mt 19,3-6). Gesù crede nell’amore eterno e scommette su questa possibilità altissima del cuore umano. E noi? 2. Alleanza salvifica e alleanza nuziale. La Bibbia è la storia dell’alleanza d’amore fra Dio e il Suo popolo. Alleanza (“berit” in ebraico) significa un patto indissolubile, che nasce dal reciproco destinarsi e donarsi dei sue. La Chiesa origini ha visto nel vincolo nuziale il segno vivo dell’alleanza d’amore nuziale Dio e il Suo popolo, fra Cristo e la Chiesa: «L’uomo lascerà suo padre e sua e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è 2 grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (Ef 5,31s). Perciò la reciprocità dei coniugi è chiamata a riflettere l’amore fedele e totale con cui il Signore ama la Chiesa (cf. Ef 5,21-33; Col 3,18s) e deve tendere alla crescita comune nella fede e nell’alleanza con Dio (cf. 1 Pt 3,1-7). Il matrimonio cristiano è alleanza sacramentale: in esso Dio Trinità si fa presente col Suo amore eterno e fedele, e i due diventano icona viva e irradiante del Signore e del Suo amore per gli uomini. Questa visione altissima ed esigente del matrimonio non impedisce alla Chiesa nascente di affermare il valore grande della verginità vissuta come segno del Regno, capace di profonde e vaste relazioni di reciprocità nella comunione con Dio e con gli altri (cf. 1 Cor 7). Nel matrimonio e nella verginità consacrata si esprimono due vocazioni che vengono dall’Eterno e conducono a celebrarne la gloria con tutta la vita. Su queste basi la fede della Chiesa ha riconosciuto nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i due coniugi un’alleanza sacramentale, di cui gli stessi sposi sono ministri, e che comunica ai due la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Sua Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio, non solo nell’atto della celebrazione, ma anche in ogni istante della vita coniugale. Gli sposi uniti nel vincolo sacramentale sono segno vivo e presenza del Dio amore, la Trinità divina. 3. Consacrati a Dio nell’unità dei due. Il sacramento del matrimonio pone gli sposi in una relazione nuova e vivificante con ciascuna delle Persone divine. In rapporto al Padre il matrimonio si presenta come l’atto col quale gli sposi si consacrano insieme a Dio e vengono accolti da Lui, che li ha chiamati alla donazione reciproca. Ciascuno dei due realizza nel matrimonio la vocazione universale alla santità: essere di Dio e per Dio! Risplende in questo segno sacramentale la dignità della creatura, chiamata a rispondere liberamente alla gratuita vocazione dell’Eterno. Nel reciproco sì degli sposi risuona il sì che essi dicono a Dio Padre nella fede e nell’amore. La reciprocità in cui l’alleanza nuziale si esprime è, dunque, segno efficace della reciprocità che Dio chiede e dona alle creature. Nel vincolo dei due, donato al tempo stesso ed accolto dal Padre, viene a riflettersi lo stesso vincolo che egli ha voluto col suo popolo. L’amore dei due è segno e testimonianza dell’amore divino! La fedeltà di Dio alle sue promesse e all’alleanza stretta con l’uomo è garanzia della fedeltà eterna, chiesta e donata ai due. Sulla base di questa certezza di fede gli sposi nello scegliersi reciprocamente possono promettersi la fedeltà per sempre «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», con l’impegno senza ritorno «di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita». Dio è la fonte e il garante di un amore fedele per sempre. 4. Alleati in Cristo, con e per la Chiesa Se in relazione al Padre il matrimonio è segno sacramentale dell’unità degli sposi con Dio nel tempo e per 3 l’eternità, in rapporto al Figlio il vincolo nuziale è segno dell’alleanza indissolubile fra Cristo e la Chiesa ed è dono efficace di grazia in ordine all’unità piena dei due. Ecco perché gli sposi vivono in pieno la loro relazione d’amore se la vivono imitando Cristo nel dono totale di sé l’uno all’altra, insieme ai figli e a tutta la Chiesa. Il matrimonio è un vero ministero, cioè un servizio necessario e prezioso all’utilità comune del popolo di Dio. In questa luce si comprende anche perché la comunione coniugale sia fine proprio del sacramento: essa rende visibile l’unione di Cristo con la Chiesa e ne è nutrita e vivificata. «I coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, per il quale essi sono il segno del mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa e vi partecipano (cf. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole, e hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 11). Due sposi che si amano fedelmente sono un dono meraviglioso a tutta la famiglia dei figli di Dio! Si comprende allora perché, accanto alla comunione dei due, l’apertura alla procreazione sia così essenziale al matrimonio: in essa si esprime la volontà di donazione e di offerta di sé, che gli sposi vivono nell’aprirsi al dono dei figli. La destinazione reciproca di sé dell’uno all’altra, totale e senza riserve, necessaria per edificare nella storia l’unità piena dei due, che è fondamento della famiglia, si unisce al dono d’amore che si attua nel generare e crescere i figli, oltre che nell’impegno a servire insieme la comunità e soprattutto i più poveri nella carità, che imita e rende presente la carità di Cristo. Sotto questo tre aspetti, il cammino della fedeltà fra i due è impegno dovuto a tutti, testimonianza preziosa per la crescita e la santificazione della comunità intera. Perciò ai due è chiesto di non far mai intristire l’amore nell’assenza del dialogo e della generosità reciproca, e di prendere sempre di nuovo l’iniziativa di andare verso l’altro, anche quando l’altro non facesse altrettanto, appunto come Cristo ha amato la Chiesa e ama ciascuno di noi. 5. Un amore che è compagnia e profezia del Regno di Dio Infine, in rapporto allo Spirito Santo l’evento sacramentale del matrimonio si pone come segno e strumento del regno di Dio, presente in mistero e promesso nella pienezza della gloria. Lo Spirito è colui che nel mistero trinitario è vincolo dell’eterno amore e apertura del dono ad altri: analogamente, la sua azione sugli sposi fa sì che essi approfondiscano il patto del consenso umano con la grazia che radica nella stessa unità divina il loro amore ed al tempo stesso arricchisce e potenzia la naturale tendenza dell’amore coniugale alla diffusione di sé nella procreazione. Nell’incontro coniugale, aperto alla fecondità in maniera responsabile, gli sposi sono l’uno per l’altra veicolo del dono dello Spirito Santo, sacramento vivo dell’incontro con Cristo, costruzione del Regno nascosto nella storia e anticipazione della patria dove Dio sarà tutto in tutti. «Dal matrimonio procede 4 famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo sono elevati col battesimo allo stato di figli di Dio, per perpetuare attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede e favorire la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale» (Lumen Gentium 11). Inoltre, l’azione dello spirito nel cuore degli sposi li aiuta e vivere la loro unità nella libertà e nella pace, aperti al generoso dono di sé ad altri, senza che la carità verso chi ha bisogno comprometta l’unità dei due. Libertà e unità stanno insieme, frutto del dono dello spirito. Perciò la Chiesa invoca sugli sposi la benedizione di Dio, perché «nel vincolo da Lui consacrato condividano i doni del Suo amore, diventino l’uno per l’altra segno della Sua presenza, siano un cuor solo e un’anima sola, con l’affetto e con le opere edifichino la loro casa e alla scuola del Vangelo preparino i loro figli a diventare membri della Chiesa». Nel rapporto coniugale si costruisce il presente e il domani della Chiesa e del Regno futuro. 6. Pregare per gli sposi – Gli sposi in preghiera Il legame con la Trinità, suggellato nel sacramento del matrimonio, fa degli sposi un’immagine viva dell’eterno amore e nutre in essi e attraverso di essi nella comunità ecclesiale lo spirito del dialogo e della solidarietà. Consapevole della grandezza di questo dono e di questa missione e insieme esperta delle resistenze dell’egoismo e della paura di amare, che ne rendono a volte faticosa la realizzazione fedele, la Chiesa si impegna ad aiutare gli sposi nel loro cammino, invocando per essi incessantemente la ricchezza delle benedizioni divine: «Ti lodino, Signore, nella gioia; ti cerchino nella sofferenza; godano della tua amicizia nella fatica e del tuo conforto nella necessità; ti preghino nella santa assemblea, siano testimoni del tuo Vangelo». La più alta espressione della reciprocità degli umani – la reciproca donazione degli sposi nella profondità del cuore e nella unione sessuale, che la manifesta e la realizza come evento di grazia – esige però che siano anche gli stessi sposi a chiedere a Dio di essere fedeli alla loro vocazione. La preghiera nella vita di coppia (ad esempio all’inizio e alla fine della giornata e prima dei pasti), la fedeltà all’eucaristia domenicale vissuta possibilmente insieme e in pienezza, è via per far risplendere nella vita della coppia e nel cuore dei due l’intensità e la bellezza con cui la Trinità abita i giorni dell’uomo e fa di essi anticipo e promessa della Gloria futura. 7. Preghiamo allora perché i fidanzati si preparino con piena consapevolezza al matrimonio sacramento e gli sposi lo vivano in tutta la sua ricchezza: Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso fra noi del dialogo e del dono senza fine, unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai 5 loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato la vita, grazie perché hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te… Aiuta gli sposi a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, e che è rispetto, attenzione, solidarietà e giustizia verso ogni persona umana. Benedici nel Tuo Spirito l’amore degli sposi uniti in Te: mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre antica e sempre nuova, arricchiscilo col dono dei figli, segno del Tuo e del loro amore, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Amen.

Protendere e non pretendere.

Papa Francesco in una famosa udienza evidenziò come le tre parole per andare d’accordo in famiglia fossero: permesso, grazie e scusa. Aveva pienamente ragione. Vorrei fermarmi sulla seconda, sul grazie. Ecco cosa disse:

diciamo “grazie” per l’amore, quante volte al giorno dici grazie a tua moglie e tu a tuo marito, quanti giorni passano senza dire grazie; 

L’amore, la gratitudine, l’affetto non sono un qualcosa che deve restare dentro di noi. Non serve a nulla essere grati, riconoscenti, innamorati l’uno dell’altra se non ce lo lo mostriamo. Sempre pronti a rimarcare gli errori e gli sbagli dell’altro, i difetti e i vizi, ma spesso diamo per scontati i gesti belli di servizio e di dono che riceviamo ogni giorno dal nostro sposo o dalla nostra sposa. Non è scontato, noi non possiamo pretendere nulla dall’altro/a, e anche se ha promesso di amarci sempre, è comunque una sua libera scelta che va rinnovata ogni giorno. Non possiamo pretendere nulla e ogni volta che lei/lui si spende per noi, per la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri figli, non lo sta facendo perchè noi abbiamo dei diritti su di lui/lei ma perchè in libertà vuole donarsi e farsi nostra. Non è qualcuno che ci appartiene e che possiamo afferrare, ma un’alterità libera che si protende verso di noi e che noi possiamo accogliere con meraviglia e gratitudine. Non è quindi un nostro pretendere ma un suo protendere. La radice è la stessa ma cambia il prefisso. Pretendere ha come prefisso pre, indica qualcosa che viene prima e sopra l’altro/a. Viene da noi e resta in noi, anche se rivolto all’altro. Con la pretesa non c’è rispetto e apertura ma solo egoismo. L’amore non può essere pretesa perchè non sarebbe più libero. Anche Dio non pretende il nostro amore ma è tutto proteso verso di noi per attirarci a Lui. Ecco anche noi sposi dobbiamo fare così. Quando invece si è protesi verso l’altro/a c’è il prefisso pro, che indica a essere a favore dell’altro/a, andare verso l’altro/a, sporgersi, uscire dal proprio io e spostare il baricentro verso l’altro/a. Tutto cambia, lo capite? Notiamole queste cose e ringraziamo nostra moglie o nostro marito per quello che liberamente fa per noi. Diciamo  grazie per come ci accoglie, per come ci serve, per come si dona, per come ci sorride e ci abbraccia, per come ci perdona. Abbracciamolo/a e diciamo il nostro grazie. Farlo serve a noi per non smettere di meravigliarci che una persona ci offra tutto di sè, anima, corpo, tempo ed energia, e servirà a lui/lei che si sentirà accolto/a e apprezzato/a dalla persona che più conta. Alla fine della giornata, quando si è finalmente soli nel talamo nuziale, altare della coppia, sarebbe bello chiedere scusa per le proprie mancanze e ringraziare per tutto ciò che l’altro/a ha fatto per noi durante la giornata. Sembra poco ma è importantissimo per nutrire il nostro rapporto sponsale, è importantissimo per il nostro ben-essere e per nutrire sentimenti positivi l’uno verso l’altra.

Antonio e Luisa

Un matrimonio e due funerali!

Prendo spunto da un articolo di Repubblica (qui il link). Un uomo decide di sposarsi con se stesso perché dice che: “amare se stessi è la cosa più bella che possa capitare a un essere umano: solo così si può raggiungere infatti la propria tranquillità interiore”. Se la si pensa come lui si abbia l’onestà di essere coerenti come lui. Non sposatevi. Non che sia sbagliato amare se stessi. l’errore è fare di se stessi il centro del mondo. Ora dirò qualcosa di sconvolgente. Il mio matrimonio è stato un funerale. Tranquilli mia moglie lo sa.  L’ho capito solo dopo alcuni anni. Non solo, vado oltre, affermo che è un matrimonio felice proprio perché è stato un funerale, anzi due funerali. Facendo il verso al famoso film inglese degli anni 90 con Hugh Grant,  potrei chiamare il film della mia relazione: Un matrimonio e due funerali. Come è possibile che la mia gioia nasca da una morte, anzi da due morti? Il matrimonio è una scelta radicale, una di quelle decisioni che non lasciano via di ritorno, nulla sarà più come prima. Pensateci bene. E’ una scelta molto più coraggiosa di quella dei consacrati. I consacrati pongono la loro vita nelle mani di Dio, infinito, perfetto e onnipotente.Gli sposi, invece, anche se c’è la Grazia di Dio, con le promesse matrimoniali donano e affidano  la loro vita ad un’altra persona, una persona che per quanto possa averli fatto innamorare, e possa essere attraente per loro,  è solo un uomo o solo una donna. E’ una persona come noi, finita, imperfetta e piena di fragilità e di limiti. Sposarsi è davvero una scommessa, non solo su di noi ma anche su di lei/lui. Sposarsi è un atto di fede in Dio e nella volontà di quella persona.  Tutto questo implica morire, morire a noi stessi, al nostro egoismo, alle nostre pretese, al nostro modo di pensare e di vivere, alle nostre priorità. Uccidere l’io per scoprire il noi nell’apertura al tu. Amiamo l’altro quando il centro di ciò che conta non siamo noi ma è lui/lei. Quando lui/lei vale per noi, quando vale quello che prova, quello che pensa, quello che vuole. Tanti matrimoni falliscono perché non sono nati da due funerali. Non c’è un esodo verso l’altro. Si sta insieme quando le cose vanno bene e ci lascia quando vanno male ma così non si è mai amato l’altro/a ma solo se stessi stando con l’altro/a e lasciando l’altro/a. Come capire se si è davvero morti a se stessi? Facile, nella mia esperienza ci sono occasioni dove si manifesta o meno il nostro amore. Quando c’è una discussione, se non si è morti a se stessi per far posto all’altro/a, cercheremo sempre di spuntarla, di far passare la nostra volontà, e in caso di compromesso vivremo la conseguente rinuncia parziale come un limite che l’altra persona ci ha imposto. Alla lunga i rancori e le insoddisfazioni rovineranno il rapporto. Quando entrambi i coniugi invece sono morti a loro stessi, saranno capaci di andare oltre l’io, di ascoltare e rispettare il punto di vista dell’altro e insieme saranno capaci di trovare una nuova soluzione che non sarà un compromesso, ma scaturendo, non da una disputa ma da un confronto, sarà qualcosa di diverso e di nuovo che soddisfa entrambi, perché entrambi, nel loro incontro, hanno cambiato prospettiva e priorità.  Ad essere onesti, il giorno del mio matrimonio, c’è stato un solo funerale, quello di mia moglie. I primi tempi del nostro matrimonio tutto era condizionato da ciò che volevo e ciò che pensavo. Ogni qualvolta le cose non andavano come io volevo erano litigi e musi lunghi. Il centro ero sempre e solo io. La mia sposa è stata davvero paziente e brava, mi ha ucciso giorno dopo giorno, con la sua tenera sottomissione e il suo amore paziente. Avrebbe potuto scontrarsi con me per imporre la sua volontà ma così avremmo distrutto tutto. Lei si è sottomessa, ma non come persona debole ma come persona umile perchè forte dell’amore per me e per Dio. Vedeva la mia debolezza, non mi giudicava ma mi amava ancora di più e si faceva piccola per amore. Questo mi ha ucciso, ha finalmente liberato dalla pietra dell’egoismo il mio cuore e mi ha restituito un cuore di carne capace di farsi prossimo e misericordioso. Mi ha ucciso perchè nella Grazia del matrimonio potessi risorgere. La sua pazienza e il suo abbandono alla volontà di Dio mostrato nel matrimonio hanno trasformato la nostra relazione e finalmente si è potuto celebrare anche il mio funerale.Da quel momento tutto è stato più facile e più felice. Il matrimonio è meraviglioso ma solo se si è capaci di morire a se stessi. Vi auguro di celebrare al più presto il vostro funerale se non lo avete ancora fatto. Qualcuno dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Il matrimonio è al contrario la tomba dell’egoismo. la morte dell’io per risorgere nel noi, il matrimonio è un amore risorto e per questo trasfigurato da Dio.

Antonio e Luisa

In cammino con Gesù

Navigando su facebook e leggendo i post delle pagine e delle persone che mi piacciono, ho trovato questa lettera di Papa Paolo VI. Molto bella. La ripropongo

 

Non ci pare forse che il dubbio dei due discepoli sia stato talvolta anche nostro?
Non ci pare forse che la nostra fede sia stata talvolta troppo scarsa e debole, e materiale, come quella di quegli uomini sfiduciati ?
Quei discepoli di Emmaus siamo noi!
Ma solo che anche noi abbiamo orecchi per ascoltare, e cuore per seguire la Parola di Cristo, ecco che Egli viene con noi, si accompagna a noi, si fa nostro amico, nostro sodale lungo la strada, nostro commensale alla tavola della carità fraterna e alla comunione eucaristica; solo che abbiamo una scintilla d’amore, gli occhi si aprono per riconoscere la sua presenza, e il cuore si accende.
«Questo fuoco – dice S. Ambrogio, commentando le parole dei discepoli di Emmaus – questo fuoco illumina l’intimo recesso del cuore». Fratelli! la fede e l’amore vi facciano riconoscere e seguire Cristo, sempre.
Cristo ci accompagna per la via della vita: ma quale miglior pensiero possiamo lasciare a voi, diletti sposi, quasi come provvista e nutrimento e sostegno nel lungo viaggio, che state per cominciare insieme? A voi, a tutte le giovani coppie,
a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore,
elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell’amore reciproco di Cristo e della Chiesa noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi!
Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all’altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell’amore che è forte come la morte, che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato; vicino a voi per aiutarvi a vincere i pericoli non irreali dell’egoismo, che si annidano nelle pieghe riposte dell’anima per conseguenza della colpa originale, ma che pur sono stati vinti dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo; vicino a voi per farvi sentire la vostra dignità di collaboratori di Dio Creatore, nel trasmettere il dono inestimabile della vita, e di Dio Provvidente, nel rappresentarlo al vivo davanti ai vostri figli nelle tenerezze, nelle cure, nelle sollecitudini che saprete ad essi dedicare con quegli slanci di eroismo che ben conoscono i cuori dei padri e delle madri.
Sì, fratelli, sì; davvero «questo sacramento è grande: lo dico di Cristo e della Chiesa».L’ha ben sottolineato ancora il Concilio Vaticano II: «Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani mediante il sacramento del matrimonio; inoltre rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione . . . e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre». Così, fratelli, così: sia questo il vostro programma, sia questa la vostra ambizione: con Gesù in cammino con voi per le vie faticose e imprevedibili della vita; con Gesù seduto alla tavola del vostro pane quotidiano duramente ma serenamente guadagnato, possiate fare della vostra esistenza a due una luce, una missione, una benedizione.

Paolo VI

Il muro del ricordo

Ho visto di recente un film. Le armi del cuore, film americano del 2015 chiaramente di stampo cristiano evangelico protestante. I protestanti non hanno i sacramenti e questo li ha portati a sviluppare molto meglio di noi il loro rapporto con la preghiera e con lo Spirito Santo che rende presente Dio nella nostra vita ordinaria di ogni giorno. Forse da questo punto di vista abbiamo qualcosa da imparare da loro, noi che spesso releghiamo la nostra religiosità all’interno della Messa e in qualche preghiera imparata a memoria e recitata senza troppa convinzione.  Tutto questo per dire cosa? Dobbiamo fare memoria della Grazia, di tutte le volte che Dio ha benedetto la nostra famiglia, di tutti gli aiuti che ci ha dato nel nostro matrimonio, di tutte le volte che ci ha sostenuto e che ne abbiamo percepito la presenza. E’ facile quando le cose vanno male e ci si ritrova nella prova e nella sofferenza dimenticarsi e sentirsi soli. Sentire tutto il peso del momento e della situazione sulle nostre spalle troppo deboli e fragili, a volte, per sostenerlo. E’ importante allora avere un luogo della casa dove appendere il una lista delle grazie ricevute, fotografie e pensieri che ci ricordano come Dio ci è stato vicino. Il muro del ricordo. Perchè siamo uomini e donne fragili, di poca fede e abbiamo bisogno di fare memoria per non perdere la speranza. Non dite che non avete niente da mettere su quel muro perchè non è vero. Se scavate nella vostra storia personale e matrimoniale non faticherete a trovare momenti in cui la presenza di Dio e il suo aiuto sono stati determinanti per permetterci di superare o affrontare con più coraggio una difficoltà o una sofferenza. Non siamo soli, ci siamo sposati in tre, Dio è sempre con noi ma abbiamo bisogno di fare memoria per non dimenticarlo.

Antonio e Luisa

L’amore sponsale è tabernacolo di Dio

Ne ho già parlato in passato ma è bene riprenderlo. E’ una realtà troppo grande e bella per lasciarsela sfuggire. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde. un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo. Esiste un altro tabernacolo  dove è presente realmente Dio, luogo concreto ma non visibile,  che va custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà che è una duità che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Antonio e Luisa

L’amore: una perla custodita da Eros e Agape.

Penso di aver compreso che l’amore sponsale non è mai una realtà che si esaurisce in un’unica dimensione. Ha sempre prospettive diverse, angolazioni diverse e orizzonti diversi ma che raccontano sempre dello stesso amore.

L’amore sponsale è Agape ed Eros. L’eros, l’amore che ci spinge ad aprirci, all’incontro con un’altrerità diversa e complementare. L’eros, forza impetuosa che se non è controllata rischia di sfondare gli argini e di esondare oltre il nostro controllo facendoci commettere errori e sopraffazioni. L’agape, amore di donazione, di servizio. Agape, l’amore considerato più nobile perchè più difficile. Agape che significa sacrificio. L’eros fatto di corporeità, di carne e di sensazioni. L’agape fatto di spirito, di volontà e di dedizione. L’eros che infiamma e l’agape che disseta.  L’eros, l’amore a forma di cuore. e l’agape, che invece ha la forma di una croce. L’amore non è nè solo uno nè solo l’altro ma è l’unione di queste due incompletezze. L’eros senza agape diventa egoismo e l’agape senza eros diventa come una fiamma che non scalda, qualcosa di freddo che non trasmette amore. Entrambi sono necessari perchè la nostra unione matrimoniale diventi una dimora accogliente che possa ospitare Gesù. Padre Raniero Cantalamessa usa un’immagine molto bella per spiegare come l’amore sponsale sia contemporaneamente Agape ed Eros:

L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Uomo e donna sono diversi anche in questo. L’uomo custode dell’Eros e la donna custode dell’Agape. L’uomo se sarà soddisfatto nel suo desiderio di amore erotico sarà capace di donarsi alla sposa con gesti di servizio, di cura, di dedizione e di tenerezza. La donna, al contrario, solo se sarà fatta centro di gesti di servizio, di cura, di dedizione e di attenziona , sentirà il desiderio di accogliere nell’abbraccio dell’amplesso il suo sposo.

Tutto diventa un intreccio di eros e agape che generano un circolo virtuoso trasformando il matrimonio in qualcosa di meraviglioso da scoprire e perfezionare ogni giorno.

Antonio e Luisa

Guardarsi con gli occhi di Dio

Nel matrimonio cristiano, quando è vissuto nell’autenticità del dono e nella verità del sacramento, accade qualcosa di meraviglioso. E’ un qualcosa che si ottiene a caro prezzo, con un costante impegno, con l’abbandono a Dio, con la consapevolezza che ci saranno cadute e momenti di scoraggiamento, ma anche, con la certezza di poter contare sulla misericordia e sul perdono di Dio e della persona amata. Accade che piano piano, giorno dopo giorno, riesci a vedere il tuo coniuge e la tua relazione con gli occhi di Dio. La Chiesa e il Papa non insistono col dire che la relazione sponsale è immagine di quella trinitaria? Ecco questa ne è la prova e una manifestazione concreta di una verità trascendente. Cosa significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio? Nella mia esperienza significa essenzialmente due cose. Significa compatire e congioire. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, citava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Siamo naturalmente portati a giudicare tutto e tutti, ma non al modo di Dio. Giudichiamo con superbia, super, che si mette sopra. Che fa di sè il centro e si sente in diritto di condannare chi si comporta e fa qualcosa di diverso da quello che ritiene giusto. Dio non fa così, Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto.

Antonio e Luisa

Il membro della famiglia

Articolo tratto da Il Foglio di  Fabrice Hadjadj. (nel caso di richiesta degli aventi diritto, rimuoveremo subito il post)

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna.

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna. La differenza sessuale genera la differenza generazionale. La differenza dei genitori e dei figli nasce dalla differenza del maschio e della femmina e dalla loro unione. E’ su questa differenza dei sessi che vorrei soffermarmi. Tale differenza costituisce una relazione assolutamente originale e fondatrice. Originale perché originaria (ne deriviamo tutti, come abbiamo appena detto), fondatrice perché fonda l’accoglienza a tutte le altre differenze. Guardando il mio sesso, mi accorgo che sono un uomo, e tuttavia non rappresento tutta l’umanità, perché l’umanità è composta da uomini e da donne. Mi accorgo anche che questo membro, che è al centro di me, sfugge al mio possesso: non solo non lo controllo interamente – non obbedisce alla mia volontà come il mio braccio, per esempio – ma mostra anche che la realizzazione di me stesso non può avvenire se non attraverso e grazie a un altro, l’altro sesso, poi l’altro figlio, il che spezza l’idolo di una concezione egocentrica dell’esistenza. Questa è l’originalità della relazione dei sessi: una relazione in cui l’unione non abolisce la differenza, ma la compie (i muscoli palestrati non bastano: l’uomo non è mai così virile come quando è sposo e padre; e la civetteria nemmeno: la donna non è mai così femminile come quando è madre… e donna). In questa relazione, è attraverso la differenza irriducibile che si diventa se stessi.

Questa originalità è spesso velata sia dal fantasma della potenza fallica, sia dal mito della fusione romantica, sia dalla morale della complementarità. Nel primo caso, il rapporto dei sessi viene affermato in termini di dominio e dunque di contraddizione: l’uno arriva a schiacciare l’altro. Nel secondo caso, viene esaltato in termini di dissoluzione e dunque di confusione: l’uno e l’altro si fondono in un brodo sentimentale. Nel terzo caso, viene rappresentato in termini di complementarità e quindi di totalizzazione: l’uno e l’altro si incastrano senza lasciar più spazio ad alcuna distanza né breccia, e formano un insieme beato e autosufficiente. Tali sono le tre coppie che appaiono proprio quando si riduce la relazione sessuale alla coppia (mentre si presume che il terzo ne scaturisca): macho e casalinga (o Crudelia e Masoch), Tristano e Isotta, incastro tra zipolo e alloggio… O ancora: duello spietato, duo perfetto, affare ben fatto. Ma, come ha ben mostrato Emmanuel Lévinas, la dualità dei sessi non è né contraddizione né fusione né complementarità, è apertura all’altro in quanto altro, in modo tale che la faglia resti aperta, che l’altro non vi sia mai dominato, né assorbito né adattato: “Il carattere patetico dell’amore consiste nella dualità insuperabile degli esseri. E’ una relazione con ciò che si sottrae per sempre. La relazione non neutralizza ipso facto l’alterità, ma la conserva. L’altro in quanto altro non è qui un oggetto che diventa nostro o che finisce per identificarsi con noi; esso, al contrario si ritrae nel suo mistero”.

L’abbraccio ci espone all’incomprensibile. Più io abbraccio l’altro più altro, vale a dire l’altro dell’altro sesso, più viene sottratto – nella sua stessa offerta – alla mia comprensione. Posso penetrare fisicamente una donna, ma la donna nella sua femminilità resta impenetrabile: si ritira in una sorta di “verginità eternamente inviolata”. E si arriva ancora più lontano: l’alterità dell’altro non solo è conservata, magnificata nell’unione sessuale, è anche moltiplicata. Per la sua fecondità naturale, questa unione ne genera un’altra. La differenza sessuale non viene mai superata, se non duplicandosi in qualche modo, compiendosi nell’avvenimento di una seconda differenza abissale: la differenza generazionale. Quella che dà nascita a un figlio.

Al fondamento del mistico

Ecco la conclusione che posso trarre da una semplice meditazione sul mio basso ventre. Per quanto mi guardi l’ombelico o la parti intime, esse, se vi faccio attenzione, mi rimanderanno sempre al di là di me stesso, a prima della mia nascita (perché l’ombelico è la traccia della mia vita intrauterina) e dopo la mia morte (perché queste parti sono genitali e naturalmente volte alla posterità). Il mio ombelico come cicatrice e il mio pene come indice mi manifestano che sono grazie a un altro e per un altro, che posso compiermi solo con l’altro e anche nell’altro – non sviluppandomi ma fruttificando, cioè dando nascita a un altro (figlio) con un’altra (donna).

E’ per questo che finché c’è un uomo solo, non c’è ancora l’uomo. Nel secondo racconto della Creazione, il racconto dell’Eden, Dio dichiara: Non è bene che l’uomo sia solo (Gn 2, 18). Mentre il primo racconto della creazione in sette giorni è scandito da un Dio vide che era cosa buona, qui, Dio dice che non è bene. Adamo sperimenta la sua solitudine, una solitudine, una tristezza che, nel paradiso dell’individuo isolato, è il segno che il paradiso non è nel benessere individuale ma nella comunione con l’altro; una comunione che non è dominio, né fusione, né complementarietà, ma relazione con colui o meglio con colei che resta differente e che moltiplica inesorabilmente la differenza.

Curiosamente, se si passa dall’origine della saggezza biblica all’origine del sapere filosofico, si fa una scoperta analoga. Essa si incontra sia in Platone sia in Aristotele, benché in modi differenti; forse proprio perché Aristotele è fisico e sposato, mentre Platone è dialettico e celibe. D’altronde, si potrebbe rimanere stupiti nel veder citare quest’ultimo, che sembra prendere come punto di partenza amori pederastici, per esempio quello di Socrate e Alcibiade. Se lo si guarda più da vicino, si scopre però che Platone sublima il fondamento sessuale, ma non lo ignora come tale. Il Simposio ne offre la dimostrazione eclatante. Si tratta di una riunione di uomini in cui ciascuno deve fare l’elogio dell’amore, in forma di monologo. Ed ecco che quando viene il turno di Socrate, egli non solo passa al dialogo, ma addirittura al dialogo sessuato, perché riferisce il colloquio che ebbe nella sua giovinezza con Diotima, sacerdotessa di Mantinea. Come se l’accesso alla verità dell’amore e al suo autentico elogio non potesse che ritornare alla differenza sessuale come suo fondamento (questo non vuol dire che esiste solo l’amore tra l’uomo e la donna, esclusivamente – cosa assurda del resto, poiché questa esclusività è in sé stessa naturalmente inclusiva per il figlio che arriva, e – non dimentichiamo l’ombelico! – per i parenti; questo vuol dire soprattutto che quest’amore è il paradigma fisico di ogni amore, anche il più spirituale).

Che cosa insegna Diotima a Socrate? Che l’amore non consiste semplicemente nell’unirsi al bello (come suggerirebbe il pensiero della fusione o della complementarietà), ma nel “partorire nella bellezza”. E, secondo Diotima, dove si trova il modello di quest’amore che si gioca nelle altezze sopracelesti? Nelle nostre mutande. Nella nostra animalità sessuale. “Coloro che sono fecondi nell’anima” hanno  come  modello “coloro  che  sono  fecondi  nel corpo”:

“L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino”. Come in Genesi 1, 27 non si tratta solo dell’uomo e della donna, ma del maschio e della femmina. Seguendo l’altezza del Parmenide, Diotima non esita a discendere e a vedere nel grido del cervo in calore, o nel collo gonfio o che tuba del piccione in calore, l’immagine stessa del fervore filosofico o religioso: “Non ti accorgi del tremendo stato di tutti gli animali, terrestri e volatili, quando sentono il desiderio di generare, e come tutti siano presi dal male d’amore, e passionatamente disposti anzitutto a unirsi subito tra loro, e poi a nutrire le loro creature?”. Siamo ben lontani dall’idealismo e dal dualismo attribuiti a Platone nella caverna delle scuole e delle università (troppe cattedre e poca carne, indubbiamente).

Giudaismo e cristianesimo attestano in maniera analoga il fondamento carnale della spiritualità umana e riconoscono nella sessualità, e in ciò che da essa ne consegue, l’immagine di ogni unione mistica: Il mio diletto ha introdotto la mano nella fessura e le mie viscere fremettero per lui. Così canta il Cantico dei Cantici; e quelli che esitano a sapere se si tratti di un poema erotico o di un inno religioso suppongono – con pensiero debole – che le due interpretazioni siano in contrasto. I mistici non possono parlare dell’unione con Dio, o della carità teologale, se non a partire da tre differenze legate alla sessualità: quella dei sessi (uomo / donna), quella delle generazioni (genitori / figli), quella dei fratelli (primogenito / cadetto). Il rapporto con Dio è pertanto nuziale (Esce come uno sposo dalla stanza nuziale – Sal 19, 6), filiale (Padre nostro che sei nei cieli – Mt 6, 9), fraterno (Gesù è primogenito tra molti fratelli – Rm 8, 29). è anche i tre insieme: quel che è al di là della creatura, infatti, non può essere accostato da una sola modalità creata, ma da diverse modalità non compossibili quaggiù (l’amore dell’uomo e della donna evidentemente non è l’amore dei genitori e dei figli, che, a sua volta, non è l’amore dei fratelli tra loro). Queste modalità sono contrastanti in natura, ma presentandosi in maniera successiva, manifestano proprio che c’è di mezzo una modalità soprannaturale.

Beati quelli che credono senza vedere

Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».
Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Prendo spunto dall’omelia del mio parroco, molto interessante. Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere. Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che ha dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Beate quelle donne e quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custosiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù  che salva è da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Antonio e Luisa

Tutto quello che non sapete sulla “pillola dei 5 giorni dopo”

pubblicato su La Croce Quotidiano il 29/3/2017 e sul sito www.montedivenere.org  

scritto da Maria Dolores Agostini (moglie e mamma e insegnante di metodo Billings)

 

Pillola e aborto sono due termini che solitamente vengono separati. Invece io li unisco, li metto vicini vicini.

Avete diritto ad una spiegazione: tendenzialmente la classica pillola estro-progestinica viene considerata un contraccettivo ma, ve la butto là così, la verità nuda e cruda, Di Pietro e Minacori dai loro studi approfonditi hanno dedotto che si verificano 1,55 fecondazioni ogni 200 cicli di assunzione della pillola e questi embrioni vengono, di solito, eliminati senza che la donna ne sappia nulla.

Ma andiamo per ordine, la classica pillolina, quella che ci propinano travestita d’innocenza, assunta quotidianamente, agisce su più livelli: uno, blocca l’ovulazione; due, modifica la motilità tubarica; tre, atrofizza l’endometrio; quattro, modifica le caratteristiche del muco cervicale.

Voglio parlare a tutti, anche a chi è inesperto, così vi dico semplicemente che quando la pillola provoca il blocco dell’ovulazione allora si comporterà da contraccettivo, e così pure quando, modificando il muco, si impedisce la risalita degli spermatozoi all’interno del corpo della donna e la capacitazione degli stessi; sempre di contraccezione si parla se la pillola agisce rallentando la discesa dell’ovulo che quindi non verrà raggiunto dagli spermatozoi ma… se ad esempio il movimento della tuba viene accelerato, allora la fecondazione avviene e l’embrione, che solitamente necessita di circa cinque giorni per raggiungere l’utero dove annidarsi, arriva troppo presto in utero e viene quindi espulso perché l’utero non è recettivo, non è pronto. Piccola parentesi: proprio per questo meccanismo di non recettività dell’utero in anticipo, è quello che rende scadente la fecondazione artificiale, in cui si immette l’embrione in utero dopo 72 ore, altrimenti in vitro crescerebbe troppo e, non tenendo conto dell’implantation window, attecchisce in un 20% dei casi per errore.

Ma torniamo a noi, c’è un ultimo livello da analizzare, il discorso atrofizzazione dell’endometrio: altro meccanismo abortivo della classica pillola: se avviene una fecondazione imprevista visto che il corpo non è una macchina e visto che essendo ognuno diverso dall’altro quello che funziona per te potrebbe essere imperfetto per me, niente paura il piccolo embrione che arriverà in utero al quinto giorno, tempo giusto giusto per attecchire in utero, non lo farà e verrà abortito perché il nutrimento costituito dall’endometrio è, come dire, “secco”, senza che la mamma sappia di essere “mamma”, seppur per poco, circa una settimana. Giudicate dunque voi: l’effetto non è solo contracettivo, bensì intercettivo e abortivo. Procediamo nell’analisi pillola-aborto: la minipillola, solo progestinica, ha un effetto abortivo ancora più marcato.

Quindi la letteratura scientifica sull’azione dei contraccettivi ormonali è incentrata sugli effetti collaterali, sulla valutazione dell’inibizione dell’ovulazione e sull’incidenza di gravidanze, quando sarebbe opportuno la valutare i marcatori precoci della gravidanza.

In altre parole la notizia bomba che annunciavo in apertura è che una donna che utilizza la pillola estroprogestinica, deve aspettarsi di distruggere un embrione ogni 10 anni d’uso!

Veniamo alla così (mal) denominata contraccezione di emergenza, “mal” perché trae in inganno: qui non siamo quasi mai di fronte a meccanismi di natura contraccettiva, quanto preminentemente di tipo abortivo. Guardandoci indietro vediamo questo: prima della legge, si davano 4,5 pillole classiche al giorno, per 4 giorni e si otteneva l’effetto che oggi abbiamo con una pillola del giorno dopo, che si trova in commercio ora: quindi oggi è come prendere 400 pillole di 20 anni fa! Per non parlare del fatto che le giovani poco informate andavano dalla guardia medica il sabato sera a farsela prescrivere e poi magari ci riandavano anche il mercoledì successivo, tanto la guardia medica di turno era un’altra. Così si rovinano le ragazze, a suon di botte ormonali.

La pillola dei cinque giorni dopo che vogliono svenderci come contraccettivo, contiene la stessa molecola della RU486 in diverso dosaggio, compete con il progesterone che invece lotta per portare avanti la gravidanza. La Brache ha fatto un articolo contraddittorio: se si assume in un certo particolare momento del ciclo, può spostare l’ovulazione, rimandare lo scoppio del follicolo e la fuoriuscita dell’ovulo che quindi teoricamente potrà evitare la fecondazione giocando sul tempo di sopravvivenza degli spermatozoi.

Altrimenti ferma lo sviluppo dell’endometrio e siamo da capo a piedi. Gli studi fatti, se si va a leggere tra le righe, senza fermarsi alle belle ridondanti percentuali dell’abstract, sono pochi, pochissimi, solo su 35 donne! Azzeccare il minuto giusto in cui il meccanismo d’azione sarebbe contraccettivo credo che sia così improbabile da rendere meno inopportuno sperare di andare tutti sulla luna per un caffè a capodanno 2018.

Quindi care signore che intendete prendere la pillola dei cinque giorni dopo o vi rassegnate ad abortire seduta stante, o decidete di avere un rapporto completo non protetto proprio mentre siete attaccate alle macchine del monitoraggio per indovinare il momento perfetto per prendere la pillola dei 5 giorni dopo con effetto contraccettivo, o pensate di passare alla RU486 tanto siamo là, ma attente a non farvi infinocchiare: perché insomma qua si “gioca” a mirare chi deve morire, e il clostridium sordelli, se non lo sapete è un batterio che uccide chi la assume, ne sanno qualcosa le donne nei paesi in cui i morti non vengono censiti.

La sguardoterapia

Ogni tanto fate questo esercizio. Abbiamo bisogno di meravigliarci ancora di quella donna o di quell’uomo che anni orsono, tanti o pochi non importa, ci ha rapito il cuore. Prendetevi qualche minuto solo per voi. Non esistono figli, lavoro, telefono, casa e preoccupazioni. Mettetevi l’uno di fronte all’altra, seduti per star comodi, ma vicino che potete toccarvi. Guardatevi, prima il viso poi il corpo, dall’alto al basso e poi tornate indietro. Guardatevi con attenzione, guardate anche i vostri difetti e i segni del tempo, non distogliete lo sguardo dai capelli bianchi, dalle rughe, dalle imperfezioni,dalle rotondità. Non abbiate fretta, prendetevi tutto il tempo che vi serve, saziatevi e riempitevi dell’altro/a, della bellezza dell’altro/a.  Ripetete allora dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici:

Quanto sei bella amica mia, quanto sei bella!

Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!

Guardatevi negli occhi, resistete perchè non è facile, se non si è abituati,  guardarsi per più di qualche secondo senza ridere o rompere l’atmosfera, vedrete che avrete voglia di accarezzare quel volto. Accarezzatelo e senza distogliere lo sguardo dagli occhi dell’altro/a, tastate come un cieco quel volto, guardatelo attraverso il tatto. Accompagnate questa presa di possesso dell’altro/a con le parole del Cantico: Tu sei mio/a, io sono tua/o.

A questo punto, lo dico per esperienza, l’altro/a vi appare in tutta la sua bellezza, una bellezza che commuove e riempie di meraviglia gli occhi e il cuore.

La nostra preghiera guidata finisce qui, ora a guidarvi sarà il desiderio e la meraviglia che vi riempie il cuore.

Questo tipo di “esercizio” non è una mia invenzione ma l’ho preso in prestito da un libro di Roberta Vinerba. Non solo serve a fare memoria della meraviglia dell’altro/a ma quando ci riesce difficile farlo ci dice che forse dobbiamo ritrovare un’intesa perduta e imparare nuovamente a parlare il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

Il matrimonio è un equilibrio da trovare ogni giorno

Il matrimonio è un’avventura meravigliosa. La persona con la quale si è deciso di legarsi per la vita non è mai la stessa. C’era un film di qualche anno fa molto interessante. 50 volte il primo bacio. Una commedia brillante di quelle che solo gli americani sanno fare. Il film è carino anche se nulla di eccezionale. La cosa interessante, che mi ha fatto riflettere, è stata l’idea di base del film, che la persona amata vada conquistata ogni giorno. Certo è un’esagerazione, una trovata cinematografica ma nasconde una verità. Noi non siamo mai gli stessi, giorno dopo giorno ciò che siamo e come ci relazioniamo con le altre persone evolve e viene influenzato da tanti fattori. Probabilmente nel breve periodo non ce ne si rende conto ma se oggi mi guardo indietro e osservo chi ero il giorno del matrimonio, non posso che dover constatare di essere una persona molto diversa, e lo stesso vale per la mia sposa. La relazione non è una strada dritta e senza inciampi, dove si può distrarsi e azionare il pilota automatico,  ma è più simile a un filo sul quale camminare con il continuo pericolo di cadere. E’ esattamente come un filo, e noi gli equilibristi che, giorno dopo giorno, passo dopo passo, dobbiamo ritrovare il baricentro con piccoli aggiustamenti ora a destra e ora a sinistra. Col tempo ci si abitua a camminare su un filo, è più facile capire in anticipo eventuali pericoli e folate di vento che possono rendere il cammino più instabile, ma non si deve mai abbassare l’attenzione pensando di possedere l’arte del camminare sulla corda o, senza accorgersene, ci si ritrova senza appoggio e con il sedere a terra. Cosa voglio dire con questa immagine? Che il matrimonio è meraviglioso proprio perché non lo possediamo. La nostra relazione va continuamente aggiustata e riequilibrata perché cambia, esattamente come cambiamo noi. Noi siamo abituati a notare i cambiamenti fisici che con il passare degli anni sono sempre più evidenti, ma anche il nostro modo di relazionarci, di mostrarci amore e tenerezza, di essere sposi cambia con il passare del tempo.  Quello che ci permette di non cadere è la nostra capacità di ritrovarci e di  accettare questa sfida ogni giorno, questo addormentarci alla sera e svegliarci diversi, una diversità impercettibile, ma che col passare dei giorni, se non si è capaci di ritrovare subito il baricentro, potrebbe rivelarsi incontrollabile e non ci permetterebbe più di riconoscere nella nostra sposa colei che abbiamo voluto sposare.

Vi lascio con una citazione da un altro film, Casomai:

E come ve l’immaginate l’amore tra un uomo e una donna?

Sa una cosa? Spesso m’incanto a guardare la televisione quando ci sono le coppie di pattinatori artistici sul ghiaccio… Mi affascinano… Così instabili su quelle lame, su quel terreno così scivoloso… eppure mi danno un’idea di grande stabilità… sono eleganti… danno l’idea di un’intesa perfetta… Capisce cosa intendo?

Antonio e Luisa

Un giardino da coltivare

Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden non è un racconto storico. Non è mai avvenuto, almeno per la maggior parte degli esegeti. E’ un racconto simbolico. Un racconto ispirato da Dio, nel quale gli uomini cercano di dare una spiegazione alla creazione e al male presente nel mondo. Cercano di spiegare perchè questa creazione non è “perfetta” ma è abitata dalla morte e dalla malattia. Adamo ed Eva siamo tutti noi. Ogni coppia umana si può identificare nell’uno o nell’altra. Una cosa mi ha sempre colpito del giardino dell’Eden. L’amore e la relazione tra Adamo ed Eva non era faticosa. Non esisteva la fatica tra di loro. Tutto era naturale e puro. Adamo ed Eva vivevano già nel paradiso che spesso è rappresentato da una luogo incontaminato, ricco di animali e piante di ogni genere. Quella natura così rigogliosa, colorata profumata e ricca di ogni genere di vita era come un giardino. Come un giardino che non necessitava che venisse curato, potato, innaffiato, seminato e coltivato. L’uomo e la donna beneficiavano di tutta quella magnificenza senza dover fare nulla per ottenerla. Il giardino non può anch’esso essere una figura simbolica di altro? Ci viene in aiuto un altro libro della Bibbia anch’esso non un libro storico ma poetico e ricco di simbologia e significati diversi. Sappiamo che il Cantico rappresenta l’amore ma può essere interpretato su piani diversi ma sempre dello stesso amore si canta. L’amore tra un uomo e una donna, l’amore tra Dio e il suo popolo, l’amore di Gesù per la sua Chiesa e c’è anche una intrerpretazione mariana. Mi soffermo sull’amore umano. Nel Cantico, più precisamente al versetto 4,12 si può leggere:

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Non vi ricorda nulla questa descrizione? A me si. Mi rimanda all’Eden, al giardino del paradiso perduto. Il giardino rappresenta l’amore dell’uomo verso la donna, l’amore erotico e oblativo, la tenerezza dei gesti e la dolcezza delle parole. Ogni frutto, sapore, odore e colore rimanda alla meraviglia, alla gioia e alla pienezza dei sensi e del cuore. Ma come è possibile ciò? Come fa l’uomo del Cantico, che è figlio di Adamo e della sua caduta, nato nel peccato e nella concupiscenza poter fare esperienza di tutto ciò. Si può tornare alle origini, nel paradiso terrestre. Il Cantico che è parola di Dio ci dice che si può. Ma non sarà più come prima. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni recipriche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno doèpo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

Segniamoci del sangue di Cristo.

Stamattina mi sono alzato presto. Ho accompagnato mio figlio in chiesa verso le 7. Il parroco ha organizzato una veglia in questa notte drammatica in cui si consuma la prima parte della passione di Gesù. La chiesa è nella semioscurità, ci sono alcuni ragazzi e qualche genitore. C’è l’atmosfera giusta per immergersi in Gesù, per fare un salto nel tempo e trovarsi nella Gerusalemme di duemila anni fa. Il don fa partire un video e sul telo bianco scorrono le immagini della passione di Gibson. Immagini tagliate e montate ad arte e accompagnate dalla musica giusta. Non mi capita spesso, ma sentivo le lacrime agli occhi, che per pudore ho trattenuto. Le parole di Gesù, l’odio della sua gente, il sangue che ricopriva il suo corpo martoriato dalla fustigazione. Ma ancor di più la sua solitudine, l’abbandono da parte di tutti o quasi. Solo la madre, poche donne e il discepolo amato sotto la sua croce. Quel sangue versato per noi, per tutti noi, per dirci che ci ama e ci desidera come nessun altro. Ho pensato a tante cose e mi sono sentito profondamente indegno del suo sacrificio. Il suo sacrificio capace di salvarci dalla morte e di rendere nuova ogni cosa. Capace di andare oltre le nostre miserie, fallimenti, fragilità ed errori. Capace di prendere sulle spalle, insieme alla croce anche il peso della nostra incapacità di amare e trasformare il nostro matrimonio. Gesù che quel giovedì stava ricordando con i suoi apostoli la pasqua ebraica (Pèsach) . Stava ricordando la liberazione del suo popolo dall’Egitto oppressore. Il nostro matrimonio, se noi lo desideriamo, attraverso quel sangue versato, può risorgere dalla morte del peccato. Il nostro matrimonio è come la porta delle dimore di quegli ebrei schiavi in Egitto. Dio ci chiede di segnare la porta del nostro cuore e  della nostra relazione con il sangue dell’agnello sacrificato. Solo cosi la morte del peccato non ci toccherà e passerà oltre. Non basta però il sacrificio di Gesù per noi, ma è necessario il nostro riconoscerci bisognosi e desiderosi di segnarci del suo sangue, serve che ci professiamo cristiani non solo con le parole ma portando il segno del suo sacrificio aderendo ai suoi insegnamenti e aprendo il nostro cuore alla sua Grazia che salva.

Come in modo significativo predicava un vescovo del IV secolo:

Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione

Antonio e Luisa

Inginocchiarsi per ricominciare!

Gesù che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo,  in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere,  possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

Sexy-consiglio: baciarsi, ma bene

Pubblichiamo con piacere un articolo di Thérèse Hargot, sessuologa belga che, secondo me, ha tanto da insegnare a una società che ha banalizzato il sesso, e anche a una parte di Chiesa che vive la sessualità in modo angelico e non carnale come Dio ha pensato per noi dotandoci di un corpo.

Questo blog, come ho evidenziato fin dal titolo, si ispira agli insegnamenti cristiani della Chiesa cattolica, ciò non toglie, come ha insegnato mirabilmente San Giovanni Paolo II, e come mi auguro abbiate potuto sperimentare nel vostro matrimonio, che tutto inizia dall’amore umano perfezionato dalla Grazia del sacramento. Per questo è indispensabile nutrire e rivitalizzare il nostro amore erotico, da cui non si può prescindere. Diffido sempre di chi, nel matrimonio, si cura solo delle altezze dello spirito senza porre le basi essenziali dell’amore carnale.

Ringrazio di cuore il blog montedivenere, in particolare Maria Dolores Agostini, per avermi accordato il permesso di pubblicare l’articolo seguente.

Le prostitute non baciano, si dice. Perché, invece le spose lo fanno? Niente di meno ovvio. Ecco trovato un bel punto in comune, almeno in questo caso.

Sarà anche trash, d’accordo. Ma è vero.

No, davvero, a quando risale il vostro ultimo bacio? Non quello algido in punta di labbra a culo di gallina! Vi parlo di un vero bacio, quello che vi ha fato vibrare totalmente. Quand’era? Com’era? Con chi?

« Ma a me, non è che mi piaccia tanto in effetti » si sente dire tanto spesso quanto il pretestuoso:« Non abbiamo mica bisogno di baciarci sulla bocca per manifestare il nostro amore ». E poi c’è l’igienista: « Sinceramente, lo trovo un po’ schifoso » e l’imbarazzante: « Non mi piace molto il modo in cui bacia ». Ops.

Ah sì? « E con il vostro amante o la vostra amante, come lo trovereste? » mi viene voglia di rispondere.

Naturalmente è tutto diverso. Perché il bacio è fatto per gli esseri che si desiderano intensamente. E per gli adolescenti pre-puberi, vero anche questo.

Che felicità suprema (ri)scoprire la potenza erotica di un bacio. Esprime il desiderio, risveglia il desiderio. Ci si sente uniti, ci si abbandona all’altro, il piacere e l’eccitazione sono al massimo.

Quanto è importante allora baciarsi, per una coppia legata da un amore fedele e duraturo! Baciarsi per rimanere amanti anche quando si diventa sposo-sposa, o genitori. Baciarsi per sentire il desiderio, quello che la routine tende a spegnere anche se non vorremmo.

Ah, dimenticavo soprattutto… Quant’è importante, dunque, provare attraverso il bacio questa alchimia tutta particolare tra due esseri, prima di legarsi in matrimonio! Se non vi piace baciare la persona con la quale vi sposerete, allarme rosso: fermate subito tutto! Lasciate perdere, rimanete buoni amici.

Baciate, dunque. Ma bene. A lungo. A modo vostro, senza modello preconcetto. Trovate e rinnovate il vostro modo di esprimere e di risvegliare il desiderio che vi ha uniti.

Bando alle ciance, un bacio vale mille parole. Guardate piuttosto questo video della mia canzone preferita del momento. Che intensità! La adoro, assolutamente.

A presto, e tanti baci,

T.

Thérèse Hargot

tradotto per Monte di Venere da Maria Chiara Bonino

Pensate che non sia per voi, pensate che non sia così importante, non avete voglia e non ne sentite il desiderio? E’ un campanello d’allarme. E’ il momento di farlo, proprio perchè non ne avete voglia. Il vostro matrimonio non dipende solo dalla Grazia, dall’Eucarestia e dalle preghiere ma anche da come saprete rendere sempre nuovo la vostra relazione e come riuscirete a mantenere acceso il fuoco del desiderio. Non sono io a dirlo, non è neanche Thérèse, ma è Dio stesso, che attraverso il Cantico dei Cantici ci ha lasciato le istruzioni per amare come Lui vuole, come veri uomini e vere donne realizzati in pienezza. Vi lascio il link a un mio precedente articolo Mi baci con i baci della sua bocca

Antonio e Luisa