L’amore non è permaloso

Quanto è importante parlare in una coppia? Penso sia determinante. Può fare la differenza.  Penso che una delle caratteristiche migliori del nostro matrimonio e della nostra relazione sia proprio la cura del dialogo. Ci sono sofferenze e incomprensioni che nascono proprio dalla mancanza o carenza di dialogo.  Io desidero sinceramente il bene per la mia sposa. Desidero con tutto il cuore che i miei gesti, le mie parole e le mie azioni siano per il suo bene e non le procurino dispiacere o sofferenza. Lei mi deve però aiutare.  Da solo non riesco sempre. Io non sono nella sua testa. Ho una sensibilità diversa. Ciò che per lei è importante potrebbe non esserlo per me. Certo, anni di matrimonio insegnano a capire e conoscere l’altro/a, ma non è mai abbastanza. Fortunatamente ci siamo sempre parlati con franchezza e senza sconti. Ci siamo sempre detto tutto. Lei non ha mai preteso che io capissi da solo i miei errori e le mie mancanze nei suoi confronti. Oddio qualche volta si, ma col tempo siamo migliorati anche in questo. Penso sia anche questo un atto di carità. Un gesto d’amore.  Un atto che deve essere da me ricambiato. Come? Accettando che non sono perfetto e che posso anche sbagliare. Difficile accettare le critiche. Siamo tutti più o meno permalosi. La mia prima reazione era quella di difendermi e contrattaccare. Trovare una giustificazione e magari un alibi in un suo comportamento o reazione. L’amore non è questo. L’amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

A-mors: senza morte

Ti amo. Cosa pensiamo quando lo diciamo o scriviamo al nostro sposo o alla nostra sposa? Naturalmente per chi se lo dice ancora. Tanti purtroppo hanno perso, con gli anni, il desiderio di dirselo. Pensano di non averne più bisogno. Concentriamoci però su chi ancora se lo dice. Amore ha una etimologia non certa. Non c’è certezza sulla derivazione di questa parolina tanto importante e potente. C’è una ipotesi fra altre molto intrigante. Non la più accreditata. Sicuramente la più interessante e suggestiva. Secondo me, anche la più autentica. Amore potrebbe derivare dal latino a-mors. Senza morte. Noi, pronunciando quelle semplici due paroline, stiamo dicendo all’altro/a una verità del nostro cuore: VOGLIO CHE TU VIVA PER SEMPRE.

Bellissimo, non trovate? Il ti amo di noi sposi trova significato nel matrimonio che costituisce la nostra unione. Desideriamo, con il nostro amore, che l’altra persona possa non morire mai. Non è forse questo l’amore? Non possiamo nulla contro la morte fisica, ma possiamo molto per le altre morti. Morte fisica che comunque per noi credenti non significa la fine, ma l’incontro con il nostro sposo Gesù Cristo. Possiamo molto per le altri morti che possono abitare la nostra vita. In particolare possiamo molto affinché l’altro/a non muoia mai nel nostro cuore. Ti amo, quindi, nonostante le volte che sei lontana, le volte che non mi capisci o che io non capisco te, nonostante il peccato che sempre rischia di impoverirci e di allontanarci, nonostante la stanchezza e lo stress, nonostante la malattia, il tradimento e la divisione. Ti amo perché tu sei la mia occasione per andare oltre me. Se la mia grande occasione che non posso lasciarmi scappare per sconfiggere il mio egoismo e aprendomi a te mi apro a Lui. In te scopro Lui. per questo desidero per te l’eternità. Voglio l’eternità non solo per la tua vita. Voglio l’eternità per il nostro matrimonio. Voglio amarti per sempre e senza condizioni. Nulla e nessuno potrà uccidere la mia promessa per te. Neanche tu. Neanche il tuo tradimento, la tua indifferenza. Neanche tu, perché la tua salvezza diventa mia salvezza e mia missione.In questa logica tutto trova senso. Trova senso la mia vita, il nostro matrimonio. Trova senso il sacrificio di Gesù e la sua resurrezione. Il Cantico dei Cantici afferma che l’amore è forte come la morte. Verissimo. L’amore può donarci la forza di superare tutte le nostre morti personali. Attraverso l’amore posso sconfiggere l’egoismo, l’egocentrismo, i miei peccati e la mia ingratitudine. Così che io possa essere capace di essere sempre accogliente con te, mia sposa. Affinché io possa continuare a dirti quel ti amo non solo con la voce, ma con tutto il corpo. Con la mia tenerezza e cura e interesse verso di te.

Antonio e Luisa

 

Vuoi amarla davvero? Ama di più Gesù!

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Il Vangelo di oggi è ricchissimo. Ne ho tratto un breve passaggio.

Chi non odia suo padre, sua madre, il suo sposo, la sua sposa non può essere mio discepolo. Che brutta richiesta ci fa Gesù. Bruttissima. Inattesa da parte sua. Davvero devo odiare la mia sposa per essere cristiano e vivere un matrimonio cristiano? Certamente no. C’è un problema di traduzione. La traduzione in italiano può essere fraintesa. In realtà Gesù dice altro. Se non ami me più della tua sposa non puoi essere cristiano. Cambia tutto. La prospettiva è molto diversa e acquista un senso. Si comincia a comprendere ciò che Gesù ci vuole dire. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona. Faccio mia questa Parola. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

Una vita piena è rischiosa.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo Vangelo, appena letto, mi ha provocato subito un pensiero, un proposito da attuare e vivere nella mia quotidianità.  Quand’è che sto davvero amando la mia sposa? Quando sono amorevole, attento, presente con lei sapendo che lei me ne sarà grata e io avrò una gratificazione immediata oppure quando lei non mi ringrazierà, ma forse sarà anche fredda e distante?

Naturale che è bello scambiarsi attenzioni e tenerezza quando entrambi ne siamo capaci e pronti. Non basta! Per un matrimonio che funziona serve imparare ed educarsi a riservare un trattamento di riguardo anche quando la mia sposa è povera. Povera di amore, di desiderio di incontrarmi e di capacità di farsi dono. Quando la mia sposa è zoppa. Quando è stanca e ha bisogno di rifiatare. Incapace di sostenere la relazione e ha bisogno di aggrapparsi a me per poter camminare e procedere nel cammino. Quando la mia sposa è cieca. Non riesce più a vedere ciò che è giusto e ciò che è male. Magari mi provoca anche sofferenza e solitudine.

Difficilissimo da realizzare. Cristo ci chiede questo. L’amore di Cristo non è fatto di cuori e bacetti, ma di croce e di sacrificio. Non significa che siamo dei masochisti e desideriamo la sofferenza. Tutt’altro. Semplicemente l’amore sponsale per essere autentico e pieno ci chiede di dare tutto e sempre, senza condizioni. Questo significa dover mettere in conto anche la croce. Tanti non sono disposti a una scelta tanto radicale e per questo non sperimenteranno mai l’amore pieno, terranno sempre una riserva, una barriera con il coniuge.  Cristo non solo ci ha mostrato come amare, ma ci ha donato tutti gli strumenti naturali e soprannaturali per essere fedeli all’amore e al nostro matrimonio. Lascia però a noi l’ultima parola. Se aderire o tirarci indietro. Aderire ci apre a una vita piena, ma è rischioso, potremmo essere traditi e feriti. Tirarsi indietro è però anche peggio,  è segno di una vita vissuta con il freno tirato, con la paura di amare e di mettersi in gioco, una vita non vissuta pienamente.

Antonio e Luisa.

Due mani per una melodia

Mio figlio sta studiando da alcuni anni pianoforte. Non ne capisco nulla, chiedo scusa se scriverò inesattezze. Seguire il percorso di Pietro mi ha permesso di entrare, anche se solo superficialmente, nelle dinamiche che lo studio di questo strumento comporta. Sarò fissato perchè anche qui ho visto attinenze con il matrimonio. Ci ho visto tanto della coppia e della relazione che caratterizza il matrimonio cristiano. Innanzitutto il pianoforte si suona con due mani. Due mani controllate ognuna da un emisfero del cervello diverso. Emisferi che sono molto distanti e diversi tra loro per caratteristiche e funzioni. Diversi e complementari come lo sono l’uomo e la donna. Due mani che non sono dipendenti l’una dall’altra. C’è il rischio che una mano si adegui al ritmo dell’altra. Non che suoni la sua parte col suo tempo, ma che si conformi all’altra. Che ne diventi una copia, un doppione. Così però andiamo a stravolgere la melodia. Quello che suoniamo non è più lo spartito che ci ha preparato il compositore. Il compositore della nostra vita che è Dio. Dio che ha un progetto per la nostra coppia e ci lascia liberi di seguirlo e di suonare una melodia che sarà balsamo per la nostra anima e quella delle persone che ci ascoltano oppure suonarne un’altra che non sarà mai bella come quella che Dio ha scritto per noi. Così la coppia diventa tanto forte e capace di relazionarsi quanto più gli sposi saranno capaci di non dipendere l’uno dall’altra. Due mani, due pentagrammi diversi, due chiavi diverse, per un’unica e bellissima melodia. Una mano sola potrebbe produrre una musica molto meno ricca e meno piena. Solo dalle note di entrambe le mani viene la pienezza e la bellezza della composizione originale, quella del Maestro. Così è la coppia. Ognuno ha la sua identità, la sua mascolinità o femminilità, la sua storia, il suo ritmo.  La bellezza viene dal mettere tutto questo al servizio di un’esistenza comune. Dove non esiste solo il mio tempo da seguire, ma si deve accordare con il tempo dell’altro per non stravolgere il risultato d’insieme. Così devo tendere l’orecchio, prestare attenzione e volgere lo sguardo ad un’alterità diversa e complementare. Tutto ciò è possibile perchè la nostra vita ha un faro. Un punto di riferimento imprescindibile. La Parola, i sacramenti e l’intimità con Gesù. Nel pianoforte c’è il Do centrale che permette una volta individuato di riconoscere tutti gli altri tasti e note. Ecco, Gesù è il nostro Do centrale, attraverso di Lui tutta la melodia che vogliamo e dobbiamo suonare acquista significato e senso. La nostra vita e il nostro matrimonio può diventare melodia meravigliosa e affascinare per la bellezza. Può essere mezzo per arrivare al Maestro, per arrivare a Gesù.

Antonio e Luisa

Il Papa vuole curare l’idropisia del cuore.

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Questo Vangelo è una provocazione troppo bella per non accoglierla. Ho subito pensato a Papa Francesco. Papa Francesco tanto attaccato e poco compreso da tante persone. Ammetto che ho fatto fatica anche io. Non comprendevo dove volesse arrivare. Poi mi sono informato, ho ascoltato diverse opinioni, alcune a  favore altre contrarie. Ho combattuto contro me stesso. Le mie convinzioni e pregiudizi. Ho raggiunto una nuova consapevolezza. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Certo ci sono tante spinte, soprattutto interne alla curia romana, che premono e pressano. Il Papa non cede. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Amoris Laetitia, perchè è sul matrimonio che mi sono concentrato, è un documento meraviglioso. Approfondisce e prosegue la via di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II. Il matrimonio non ne esce ridimensionato. Tutt’altro. Vi assicuro che ho letto il libro del card. Kasper sul matrimonio.  Il Papa non ha preso quasi nulla di quel libro (fortunatamente) che effettivamente riduceva di molto il significato sacramentale delle nozze cristiane. Kasper, indicato come il vero vincitore del Sinodo. Non è vero. Porto solo un esempio della grandezza di Amoris Laetitia. Papa Francesco finora è il primo e unico pontefice che ha scritto nero su bianco, su un documento ufficiale, una verità fino ad ora solo ipotizzata. Un documento che è la sintesi di due sinodi. Ha scritto che il rapporto fisico degli sposi è parte integrante del sacramento. Dopo sessant’anni dal Concilio ci siamo arrivati. Neanche san Giovanni Paolo II l’aveva detto così chiaramente. L’aveva fatto intendere, ma non detto o scritto. Il rapporto fisico non è solo qualcosa di necessario per rendere valido ed efficace il matrimonio, ma è parte di un sacramento. Vi rendete conte della dignità e importanza riconosciuta a questo gesto, spesso tollerato e sottovalutato?

Tornando al Vangelo ho voluto fare una verifica. Che malattia sia l’idropisia. Ecco cosa ho trovato:

L’idropisia consiste nell’accumulo di liquidi nei tessuti interni. Non è una vera e propria malattia, ma un sintomo che accompagna altri problemi di salute, come le malattie dell’apparato circolatorio e dell’apparato digerente o difficoltà nel funzionamento dei reni.

Le parole nel Vangelo non sono mai scritte a caso. C’è solo il necessario, niente di superfluo. Riportare il nome della malattia curata da Gesù è quindi importante. E’ troppo significativo. L’acqua segno dell’amore, della vita e della Grazia che resta all’interno e non riesce ad uscire, a liberarsi, a scaturire dalla persona. Il desiderio di amore che resta inespresso per incapacità di aprirci all’altro/a, ma solo di usarlo. Questo provoca problemi soprattutto ad alcuni organi tra cui i reni. Reni che filtrano il sangue e lo purificano. Gesù guarisce dall’incapacità di amare. Gesù guarisce da chi non riesce a purificare le proprie relazioni, il proprio sguardo, la propria propensione che lo porta all’incontro, al dono e all’accoglienza dell’altro. Lo fa di sabato. Andando apparentemente contro la dottrina, la legge.

Papa Francesco opera così. Va da quelle coppie e quelle persone che soffrono di idropisia. Che non sono capaci di amare e di donarsi. Che hanno matrimoni feriti, sofferenza alle spalle. Gente incapace di amare e per questo infelice e alla ricerca della pienezza. Persone che si stanno uccidendo nello spirito. Le periferie esistenziali. Le povertà del nostro opulento mondo occidentale. E si abbassa. Sembra dimenticare la legge. Non è così. Il Papa conosce la legge e la ama. Comprende però che quello non è il momento di proporla, perchè bisogna rispettare la persona che non è in grado di accoglierla in quel momento. Bisogna prima guarire il cuore. Allora l’accompagna con l’obiettivo di prepararla, educarla amorevolmente ad accogliere il progetto di Dio su di lei. Accogliere la Verità e la vita piena. Il Papa ha ragione. C’è un unico grande pericolo. Servono sacerdoti santi. Sacerdoti che mettano in pratica questa modalità suggerita dal Papa e che non diventino semplici dispensatori di sacramenti a chiunque li chieda.

Proprio in questi giorni sono arrivate le parole del Card. Muller che mi confermano nella mia nuova consapevolezza.

Una analisi accurata mostra che il Papa in Amoris laetitia non ha proposto nessuna dottrina da credere in modo vincolante che stia in contraddizione aperta o implicita alla chiara dottrina della Sacra Scrittura e ai dogmi definiti dalla Chiesa sui sacramenti del matrimonio, della penitenza e della eucarestia.Viene confermata, al contrario, la dottrina della fede sulla indissolubilità interna ed esterna del matrimonio sacramentale rispetto a tutte le altre forme che lo «contraddicono radicalmente» (AL 292) e tale dottrina viene messa a fondamento delle questioni che riguardano l’atteggiamento pastorale da tenere con persone in relazioni simili a quella matrimoniale. Cliccate qui per leggere tutto l’articolo

Il Papa ha bisogno del sostegno della Chiesa, di tutti noi.

Antonio e Luisa

Chi sono i beati?

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Riflettevo sul Vangelo di mercoledì scorso, solennità dei Santi. Il Vangelo proclamava le beatitudini.  Il mio parroco ha dato una lettura molto bella e interessante che ho rielaborato. Cos’è la beatitudine che ogni persona continua a cercare e desidera con tutto il cuore.  Cosa significa beatitudine per la maggior parte delle persone?  Significa non avere preoccupazioni, non avere problemi. Avere salute, affetti e mezzi economici. Chi ha tutte queste cose è, però,  davvero beato?

Per quanto mi riguarda non è così. Anche se avessi tutte queste cose  non sarei comunque beato. Avrei paura di perderle. Quando le possiedi hai paura di perderle, quando non le hai le desideri ardentemente. Mentre chi non le ha si illude di trovare la felicità trovandole, chi le ha già rischia di disperarsi perchè ha tutto e non è felice. Quanti personaggi famosi si sono suicidati perchè avevano tutto, ma non erano comunque felici. In realtà non possediamo nulla. Neanche la nostra vita che possiamo perdere in ogni momento, figuriamoci il resto. La beatitudine è un’utopia nella nostra vita tutta immanente e per nulla trascendente. Possiamo avere dei momenti di pace, di serenità e anche di gioia, ma senza qualcos’altro si bruciano come paglia secca,  e dopo la gioia arriva sempre la caduta. Si può anestetizzare la nostra vita per non pensarci, ma prima o poi dovremo fare i conti con tutto questo. Si rischia davvero la disperazione. E alcuni la sperimentano. Poi accade un miracolo. Non è il solo, ma questo ha davvero toccato tanti cuori.  Chiara, una ragazza di meno di 30 anni, in quelli che dovrebbero essere gli anni più belli, affronta la morte di due bambini che non vivono che pochi minuti dopo la nascita. La stessa donna scopre poi di essere nuovamente incinta, il bambino sta bene, ma è lei che scopre di non stare bene. Un brutto male la sta pian piano uccidendo. Soffre, non capisce, sa che presto morirà e non potrà crescere suo figlio, ma è beata. Sente di essere beata e vive tutto questo con beatitudine. Attenzione, con sofferenza e dolore, ma è beata. Come è possibile? E’ una matta? Per tante persone non può che essere matta, perchè non c’è un motivo ragionevole (per la nostra società) per avere gioia e pace nel cuore in una situazione del genere. Così beata che riesce a trasmettere la stessa beatitudine a chi le sta vicino. Dal marito Enrico, passando per i genitori fino agli amici che le fanno visita e non vorrebbero lasciare quel monte di beatitudine. Noi sappiamo che una ragione c’è. Abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita e Gesù allarga l’orizzonte. Distrugge le barriere della morte e mostra un senso per ogni cosa. Tutto ciò che ci accade non si conclude nella nostra vita terrena. Ci sono tante situazioni che non hanno un senso e una spiegazione nella nostra vita se non si va oltre la nostra vita stessa. Malattie, lutti, sofferenze e anche divorzi e separazioni sono tutte prove inaccettabili se il nostro sguardo si ferma a ciò che possiamo comprendere e vedere. La fede ci dona un nuovo sguardo e una nuova consapevolezza. Quel divorzio e quella sofferenza  avranno un senso quando incontrerò Cristo alla fine della mia vita e immergerò tutto il mio dolore nel suo amore. Quel lutto avrà un’altra luce quando lo valuterò con la cifra della vita eterna e con Gesù che mi abbraccia. Ed ecco che quando mi scopro povero senza nulla che davvero mi appartiene allora Gesù può rendermi beato, già su questa terra, anche nelle prove. Solo allora noi saremo capaci di vedere Gesù nella nostra vita, di essere consolati, di essere saziati dall’amore di Gesù, di accogliere il suo perdono. Chiara Corbella sembrava stesse perdendo tutto ciò che era per lei importante. Stava perdendo la salute, il marito, i figli e infine la sua stessa vita. In realtà non stava perdendo nulla, stava solo lasciando qualcosa e qualcuno che non le era mai appartenuto per avere tutto.

Sentite Chiara cosa scrisse riguardo la morte dei due bambini nati prima di Francesco:

Grazie a Maria e Davide noi ci siamo innamorati di più della vita eterna, ed abbiamo smesso di avere paura della morte. Dunque Dio ci ha tolto ma per donarci un cuore più grande ed aperto per accogliere già l’eternità in questa vita

Questa è la beatitudine. Quella vera.

Non perdeva niente per guadagnare tutto. Questa consapevolezza rende beati, non ciò che ci illudiamo di aver costruito nella nostra vita. Noi a differenza sua pensiamo di perdere tutto e di non guadagnare nulla. La nostra pena è tutta in questo errore, in questa mancanza di fede e di incapacità di credere, di fidarci e di affidarci.

Antonio e Luisa

La Messa nutre il nostro matrimonio.

Desidero mettere la parola fine alla tante polemiche che sono scaturite a seguito degli articoli che ho scritto negli ultimi giorni. In particolare una frase è risultata indigesta ad alcuni: saremo giudicati non per le Messe a cui abbiamo partecipato, ma per per come avremo amato il prossimo e in particolare il nostro più prossimo di tutti, la nostra sposa o il nostro sposo.

Non è quindi importante andare a Messa? Non ho mai pensato questo. Andare a Messa la domenica è un obbligo per noi cristiani. Un precetto da seguire e rispettare. Sappiamo che i precetti della Chiesa non sono mai un capriccio, ma indicano la strada per non perdersi. Io stesso non ho sempre lo stesso desiderio di accostarmi alla Messa e all’Eucarestia, a volte starei a casa, salvo rendermi conto di quanto ne avessi invece bisogno una volta andato. L’obbligo è quindi necessario per educare la persona. L’obbligo della Messa ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo. Il nostro spirito è affamato di eterno, di Dio e abbiamo bisogno di nutrire il nostro cuore e la nostra anima tanto quanto nutriamo il corpo. Abbiamo bisogno della Parola e abbiamo bisogno di mangiare Gesù nella Santa Eucarestia per essere uno con Lui e uno con i fratelli. Legati come la vite con il tralcio. Vale anche per il rapporto con la mia sposa.  Rischiamo di perdere di vista l’essenziale senza Messa. Tutto diventa immanente. Anche il nostro matrimonio perde la trascendenza. Perde di vista ciò che è nell’essenza, che lo costituisce nella sua ragione di esistere più importante. Il matrimonio sacramento  non è solo una relazione tra due persone, per quanto pur bella possa essere. Una tra le tante possibili scelte, come vogliono farci credere. Il matrimonio non si riduce a questo. Il matrimonio trascende questo. Attraverso il matrimonio la mia sposa si fa mediatrice tra me e Dio. Amando lei sto amando Dio. Riuscire a sperimentare questa dinamica non è semplice. Spesso il matrimonio, anche cristiano, si riduce a un rapporto a due, escludendo di fatto Dio o relegandolo in un angolo. Relegando Gesù in qualche rito, qualche preghiera recitata senza convinzione e forse appeso alla parete.

Andare a Messa serve, è quindi indispensabile, per non dimenticarsi di questo. Andando a Messa non dimentico che ogni mio gesto d’amore, di servizio, di tenerezza per la mia sposa è offerta a Dio. Attraverso quel gesto sto amando Dio nella mia sposa. La mia sposa non è quindi il fine della mia vita, ma la porta di accesso a Dio, vero fine e vero senso di ogni cosa. La mia sposa non è il mio idolo, il mio fine, la mia ragione, ma è creatura che apre al Creatore. La mia sposa non deve rendermi felice, ma mostrarmi chi mi può rendere pienamente felice. Attraverso di lei imparo ad amare Dio e mi preparo alle nozze eterne con Cristo sposo.  Eucarestia e matrimonio due sacramenti diversi che richiamano ad unica verità. Vivere alla presenza viva e reale di Gesù Cristo, presente in entrambe le realtà. Due sacramenti che si completano l’uno con l’altro. Il Gesù che scopro e incontro nell’Eucarestia mi richiama a trovarlo anche nel mio matrimonio. Esiste infatti un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà, che è una duità, che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno ad ospitare il Re, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. Adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

La Messa diventa quindi modalità per non dimenticarsi di tutte queste realtà così grandi e così belle. La Messa ci consente di conservare la consapevolezza di essere immagine dell’amore di Dio. Ci provoca ad andare sempre più in profondità nell’amarci vicendevolmente, anche nell’intimità fisica che grazie a questa consapevolezza diviene riattualizzazione del matrimonio ed effusione di Spirito Santo. Dall’altare della chiesa al talamo, altare della nostra piccola chiesa. Ci ricorda che non siamo soli con le nostre fragilità e peccati, ma c’è Lui che ci sostiene. La Messa ci ricorda come dobbiamo amarci, guardando quel crocefisso e quell’ostia. Un Dio che si è fatto uomo e per amore ci ha perdonato. Si è fatto mangiare e uccidere da noi e per noi, nonostante il nostro tradimento e rifiuto. Solo con la Messa possiamo rendere il nostro matrimonio qualcosa che richiama ad altro, qualcosa che richiama a Dio e al suo amore.  La Messa è nutrimento, forza e sostegno.

Fra Eucaristia e Matrimonio si stabilisce così un’intima reciprocità: come insegna il Concilio, da una parte “l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”, dall’altra esso “è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e della Chiesa” (GS 48); o ancora, da un lato “il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza”, dall’altro “il Signore rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati” (FC 13); o infine, con le belle parole di Benedetto XVI nella sua enciclica sull’amore: “il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo; viceversa, il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DC 11).

Infine ringrazio Pasquale che con le sue critiche mi ha suscitato questa ulteriore precisazione. Rileggendola mi sono commosso per la grandezza del dono di Dio che riceviamo nel matrimonio e nell’Eucarestia, due sacramenti che si richiamano e si perfezionano l’uno con l’altro, facendo miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa.

Uccidere l’uomo vecchio

Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne;
poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”.

Questo passaggio è tratto dalle letture di oggi. Sembra che ci sia un contrasto tra la carne, il corpo e lo Spirito (inteso come Spirito Santo). Ma è davvero così? Una lettura della Parola che mette sotto accusa il corpo è giusta? Certamente no. La Bibbia è un libro spirituale, certamente, ma c’è tantissima carne. Gesù, Dio fatto uomo, presente nella storia e nella nostra vita terrena ha manifestato l’amore attraverso il corpo. Gesù ci ha amato completamente attraverso il corpo, tanto da arrivare a far mangiare il suo corpo e a far bere il suo sangue per essere uno con lui, per la nuova alleanza. Perchè allora questa apparente presa di distanza? La carne, in questo caso, si riferisce all’uomo vecchio. Ad Adamo. Adamo ed Eva che volevano essere come Dio. Decidere ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. Adamo che ha fatto se stesso dio. Adamo che ha si è concentrato sui suoi desideri, sulle sue pulsioni, sulla spinta a dominare. Tanto da non potersi più fidare degli altri. Adamo ed Eva di coprirono perchè lo sguardo dell’uno violava l’altra e il desiderio di incontro e di relazione si era trasformato in ricerca di dominio e di controllo sull’altro. Quando io sono il mio dio, tutto ruoterà intorno a me e alla mia volontà e il fratello sarà solo qualcuno da piegare ed usare. Spesso accade tra marito e moglie. Quando non si è più soddisfatti dell’altro  se ne trova qualcuno che soddisfa di più e meglio, si cambia. Alla fine si muore. Non si è più capaci di farsi dono, solo di prendere e non si riesce a dare senso ai nostri giorni. Siamo fatti per amare e solo quando riusciamo a dare tutto possiamo avvertire quella pienezza che ci fa stare bene. Siamo condannati ad un’esistenza in continua ricerca di felicità che non troveremo mai. Quando invece, grazie a Dio, alla sua Grazia, al sacramento del matrimonio si riesce ad uccidere la carne si trova la pienezza e il senso. Ci sentiamo di realizzare ciò che siamo e che ci costituisce, siamo immagine di Dio.  Quando riusciamo ad uccidere l’uomo vecchio nasce un uomo nuovo, quello capace di andare oltre le pulsioni, oltre la passione, oltre i momenti difficili e le sofferenze causate dall’incomprensione e dalle nostre fragilità. Un uomo capace di attingere allo Spirito e perseverare nella volontà. Così si può essere felici, sempre con la stessa persona per tutta la vita. Non va più di moda, è vero, ma è ancora ciò che in fondo al cuore ogni persona desidera.

Antonio e Luisa

La preghiera mezzo e non fine.

Visto il polverone suscitato dall’articolo di ieri sul servizio come preghiera, oggi voglio riequilibrare la mia posizione. Sono contento che l’articolo abbia incontrato interesse, sostegno, critiche e tante risposte. Significa che è qualcosa su cui non ci sono idee chiare, quindi parlarne è sempre edificante e costruttivo. Mi spiacerebbe però, passasse l’idea che sottovaluto la preghiera, la mia relazione con Gesù. Non è affatto così. Non vorrei passasse l’idea che è più importante essere Marta e non Maria. E’ una conclusione completamente avulsa dalle mie intenzioni. Cerco di spiegarmi meglio. La preghiera è importantissima nella mia vita. Gesù è il faro della mia vita, colui che dà senso a tutto. Finchè non lo incontrai ero un ragazzo disperato. Un giovane uomo che aveva una casa, un lavoro e degli amici, ma che non aveva un motivo per stare al mondo. Poi l’ho incontrato e il calore del suo amore così bello mi ha conquistato. E’ stato ancor più meraviglioso perché amava me, che non pensavo di essere amabile. Da quel momento non l’ho lasciato più. Pregare non è mai stato facile per me. Non sono un mistico, ma ho sempre mantenuto una relazione con lui attraverso la Messa, la preghiera e i sacramenti, e ne ho gustati i frutti. Pian piano ho iniziato un percorso di risalita e di guarigione. Poi è arrivata Luisa. Gesù mi ha donato Luisa come il suo regalo più grande dopo l’incontro con Lui. Ho sentito forte la consapevolezza che mi era stata affidata: –Questa è Luisa, mia figlia prediletta. Voglio affidarla a te perchè tu possa essere le mie mani, il mio sguardo, le mie carezze, la mia voce per lei. Perchè tu possa farla sentire amata da me. Questo è la tua missione se deciderai di sposarla, di unirti per la vita con lei-.

Dal momento che è diventata mia moglie Gesù è venuto ad abitare nella nostra relazione e la mia missione è iniziata. Ho capito il mio posto nel mondo: aiutare la mia sposa a diventare santa, a prepararsi all’incontro con lui. Da quel momento tutto ciò che faccio, lo leggo alla luce della mia missione. Sbaglio tanto e tante volte chiedo perdono, ma ciò che devo fare l’ho ben chiaro nella mia mente. Ed è così che la preghiera diventa mezzo per attingere forza e sostegno. La preghiera è necessaria per compiere la mia missione, ma non è la mia missione. Ecco perchè se devo scegliere se recarmi a pregare o restare a casa perchè c’è bisogno di me scelgo di restare. Trovo altri modi per relazionarmi con Gesù o rimando l’incontro. Sono certo che se andassi a pregare sentirei dentro di me la voce di Dio che mi domanderebbe: “Cosa ci fai qui?” Io sono a casa tua che aspetto di essere amato in colei che ti ho donato. Fai ciò che devi e poi torna che ti riempirò di me”. Questo per dire che a volte la Messa, la preghiera e le nostre attività in parrocchia sono scuse. Scuse per non ammettere che non si è capaci di vivere quell’amore a cui siamo chiamati in famiglia. Tutte queste belle attività diventano modo per cercare quella gratificazione e quella pienezza che non troviamo in casa. E’ una fuga nello spiritualismo quando la nostra vita è fatta di carne, di relazione e di un noi.  Così diventa solo ipocrisia e non è preghiera gradita a Dio. Se la preghiera diventa giustificazione per le mie mancanze, la mia incapacità di comprendere i bisogni, le necessità e i desideri della mia sposa, sto tradendo la mia missione. Mi viene in mente la parabola del buon samaritano. Uno di quelli che non si fermò ad aiutare era un sacerdote. Non si fermò perchè stava andando al Tempio a pregare. La sua sarà stata una preghiera gradita a Dio? Rispondete voi.

Detto questo voglio aggiungere una sola cosa. Cerchiamo di vivere la preghiera di coppia. Siamo diventati un noi consacrato a Dio, Dio ci vede come un sol cuore e una sola carne. E’ bellissimo per noi pregare Dio insieme, come coppia. La preghiera personale è importante,ma non basta. Non esiste più solo un mio rapporto personale con Cristo ma ne esiste un altro, forse ancora più importante e bello, che è quello di coppia. Non c’è nulla di più bello che lodare il Signore insieme e ringraziarlo per le meraviglie che ha compiuto in noi e con noi.  Purtroppo conosco tante coppie che non la praticano. Per pudore, vergogna o perchè uno dei due non è credente. Si perde tanto. Pregare insieme lega tantissimo e aiuta ad essere sempre più uno con l’altro/a e con Dio. Il mio rapporto con Dio non è più cosa mia, ma riguarda anche la mia sposa e condividerlo con lei è meraviglioso. Significa poter condividere il dono più grande che io abbia ricevuto.

Antonio e Luisa

Pulire casa è preghiera.

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo di domenica. Oggi ho voluto lanciare una provocazione sui social. Nella mia parrocchia sono in corso le quaranta ore di adorazione. Stamattina avevo due possibilità. Una scelta. Recarmi in chiesa per adorare il Santissimo Sacramento oppure restare a casa e occuparmi di metterla in ordine, di lavare, riordinare, spolverare. Renderla dignitosa. Abbiamo avuto una settimana molto impegnativa e non c’è stato tempo per occuparci della casa. Era un porcile. Sapevo che Luisa sarebbe tornata da scuola verso le 13.30 e vedere la casa in quelle condizioni l’avrebbe scoraggiata e impegnata per gran parte del pomeriggio. Ho deciso di dedicarmi alla casa e l’ho scritto sui social che sarebbe stata la scelta che Gesù avrebbe apprezzato di più. Ho avuto per questo alcune critiche. Da queste critiche voglio partire per riflettere su una realtà non sempre riconosciuta. Noi, non siamo sacerdoti. Abbiamo un’altra vocazione. La nostra vocazione è il matrimonio. Dio si fa trovare primariamente nella nostra sposa e nel nostro sposo. Vuole essere amato così, con la mediazione di una creatura. Non fraintendetemi. Adorazione, Messa, preghiera sono tutte attività importantissime per la vita di un cristiano che sia consacrato o meno. Danno forza, sostegno, intimità e relazione con Gesù. Questi sono però tutti mezzi, strumenti che Dio ci dona per realizzare la nostra vita. La nostra vita si realizza nel matrimonio, mettiamocelo in testa. Il fine della nostra vita è realizzarci nel nostro matrimonio, rispondendo così all’amore di Dio. Detto in altre parole, alla fine saremo giudicati sull’amore, su quanto avremo amato i nostri fratelli e in particolare il nostro coniuge. Non saremo giudicati su quante Messe abbiamo seguito o su quante ore abbiamo passato davanti al Santissimo, ma su quanto abbiamo amato nostro marito, nostra moglie.

Quindi stamattina ho scelto di amare mia moglie nel servizio amorevole verso di lei. Ho spazzato, lavato, spolverato per lei. E’ una stupidata, ma è l’amore quotidiano dei coniugi. Nulla di eccezionale, ma la quotidianità vissuta per l’altro e per l’Altro.

Andrò all’adorazione, ne ho bisogno per ricaricarmi ed essere capace di continuare a donarmi, ma oggi penso di aver amato Gesù nel modo migliore, nel servizio alla mia sposa. Tanto noi sposi sappiamo che Gesù è presente nella nostra relazione in modo reale come nell’Eucarestia. In un certo senso donarsi nel matrimonio equivale a fare adorazione. In modo diverso ma sempre gradito al Signore.

San Giovanni nella prima lettera, non a caso, diceva:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

Voglio concludere con un breve passaggio del libro “Siamo nati e non moriremo mai più”, dove viene raccontata la vicenda di Chiara Corbella, giovane sposa e mamma santa (lo diventerà presto):

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Antonio e Luisa

Una relazione che appassisce

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale. Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere. Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa.  Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual’è? Che dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa

Il perdono è una medicina per il cuore!

Ho trattato altre volte della necessità del perdono nel rapporto di coppia. Del perdono come modalità di amare in modo gratuito. Oggi voglio scriverne con una prospettiva diversa. Il perdono come terapia di guarigione. Abbiamo tante ferite e, consapevolmente o no, ne diamo la colpa a qualcuno. Qualcuno che può essere un’altra persona o anche noi stessi. Qualche giorno fa sono andato a trovare Silvia, una mia cara amica, cardiologa, che ha lasciato il lavoro sicuro in ospedale per intraprendere la libera professione. A lei è sempre stato stretto il modo di operare della sanità italiana. I medici che si occupano solo del loro piccolo ambito di competenza senza poter avere una visione d’insieme. Non solo del corpo, ma anche del cuore (divertente detto da una cardiologa) e dello spirito. Ed ecco che ora che è libera può esercitare nel modo che predilige. In questa ottica ha frequentato un corso riconosciuto. Il corso per imparare la terapia del perdono. Non ne avevo mai sentito parlare e incuriosito l’ho incalzata con qualche domanda. Il suo tutor era un frate cappuccino. Chi meglio di loro si intende di perdono? Il corso si basa sulla convinzione che il rancore e il mancato perdono per le ferite più laceranti che conserviamo nel profondo del nostro essere sono causa di sofferenza psicosomatica che si manifesta nel corpo e nella sua fisiologia. Malattie che spesso sono causate da questa incapacità di perdonare. Mi riportava due casi in particolare che voglio condividere. Il primo una signora rumena. Questa signora in gioventù restò incinta. Il padre del bimbo era un ragazzo che si disinteressò completamente del “problema”. Lei portò a termine la gravidanza e lasciò il bambino in ospedale. Successivamente si trasferì in Italia, si sposò, ma non riuscì più ad avere altri figli. Non c’era nessun impedimento organico. Era sana e potenzialmente fertile. Non si era però perdonata. Non riusciva ad accettare di aver potuto abbandonare il suo bambino. Questa ferita era un mattone pesantissimo che le impediva di lasciarsi andare e di aprirsi a una nuova vita. Non credeva di meritare la gioia di un’altro figlio e non se lo concedeva. Durante il corso fece un bellissimo lavoro su di sè. Riuscì finalmente a riconoscere la ferita e quindi seguendo la terapia a perdonarsi. Si era finalmente liberata di quel macigno. Dio era ad attenderla. Ha aspettato che fosse pronta e le ha fatto un regalo bellissimo. Un vero miracolo. Alcune settimane dopo il consolato ha contattato la signora avvisandola che suo figlio la stava cercando per conoscerla. Non può essere solo un caso. Non siete d’accordo?

La seconda testimonianza è ancora più grande. Meravigliosa. Carla (nome di fantasia) ha intrapreso il corso spinta dalla curiosità di conoscere questa nuova terapia. Sembrava che fosse solo curiosità. In realtà era un desiderio inconscio che proveniva dal profondo del suo essere. Molti anni prima era stata abbandonata dal marito che si era sistemato con un’altra donna. Lei non ne ha voluto più sapere nulla. Voleva dimenticare tutto di lui e della sua esperienza piena di ferite e sofferenze. Durante le lezioni, quando ci fu da esercitarsi con la tecnica, lei pensò a tante altre persone, ma non al marito. Più cercava di scrivere il nome di altri e più era bloccata. Riuscì a sbloccarsi solo quando capì che doveva eseguire la terapia sulle ferite causate dal marito. Doveva iniziare un percorso di guarigione su questa sofferenza in particolare. La più distruttiva che aveva dentro. Fece tutto il percorso e finì tutto lì. Almeno sembrava! Poco tempo dopo un cliente del suo negozio scoprì di essere il medico che aveva operato il marito per un brutto tumore. Marito che lei non vedeva da anni. Avevano preso altre strade. La donna conobbe così da quel medico che il marito era rimasto solo e non gli rimanevano che pochi mesi, se non settimane, di vita. Lei decise che era ora di rivederlo, Si presentò all’hospice e quindi con imprevista (non se l’aspettava) naturalezza entrò nella sua camera. Lui ripresosi dallo stupore volle come prima cosa chiederle scusa per tutto il male che le aveva fatto. Lui ormai prossimo alla fine sognava da tempo di poterlo fare. Sembra impossibile, ma lei, tra le lacrime, confidò a Silvia che quegli ultimi due mesi che trascorsero insieme furono i più belli e pieni d’amore della loro vita matrimoniale. Il perdono aveva ricostruito una relazione, Si erano ritrovati, meglio e più di prima.

Perdonare è importante. E’ importante soprattutto per noi stessi, per poter guardare le persone con occhi liberi e il futuro con speranza e leggerezza.

Perdonare fa bene al cuore e al corpo. E’ una medicina formidabile e non ha controindicazioni. Fatene largo uso.

Antonio e Luisa

Mettersi nei suoi panni!

Spesso, negli articoli pubblicati in questo blog, ho scritto di quanto sia importante riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a comprendere le difficoltà e le motivazioni che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento. Mi sono accorto che non basta. Anzi può anche consolidare un giudizio negativo sull’altro. Perchè questo esercizio, che dovrebbe essere di pura misericordia, spesso cela il nostro egoismo e il nostro egocentrismo. Sembra un controsenso, ma è così. A volte mettersi nei panni dell’altro ci serve per poterci confermare nella certezza che noi non avremmo fatto in quel modo o non avremmo tenuto quell’atteggiamento. Mettersi nei panni dell’altro per innalzare di nuovo se stessi. Vedete quale ipocrisia si può nascondere dietro un’apparenza di bene e di amore. La capacità autentica di comprendere l’altro è definita empatia. L’empatia è una dote importantissima per creare rapporti solidi e duraturi. L’empatia cresce con la conoscenza reciproca, con gli anni di matrimonio. Non si finisce mai di imparare. E’ sempre in agguato quella brutta bestia che è il nostro egoismo. Lo dico come autocritica. Giusto stamattina mi è capitato di comportarmi esattamente così con la mia sposa. La chiamo per sapere se il tecnico dell’impianto di riscaldamento avesse fatto tutto secondo quanto disposto e mi sono accorto che lei aveva fatto confusione. Mi sono sentito davvero arrabbiato con lei. Già abbiamo tante cose da fare, impegni imprevisti ed previsti, e per una sua mancanza ne abbiamo aggiunti altri. Ho pensato come io, invece, avrei risolto tutto in breve tempo e senza problemi. L’ho ripresa con malcelato fastidio e  ho messo giù frettolosamente la cornetta sbuffando. Mi sono davvero messo nei suoi panni? Certamente no. Ho valutato la situazione con le mie conoscenze, le mie esperienze pregresse. Non con le sue. Lei ci ha messo tutto l’impegno e io non l’ho preso in considerazione. Le ho già chiesto scusa. E’ una piccola cosa, ma è indicativo di come sia facile ferire le persone, soprattutto le più care. Certo capita anche il contrario. Quando cerco di sollevarla da alcune incombenze domestiche spesso non apprezza il mio impegno, ma evidenzia come avrei potuto lavorare in modo diverso e migliore.  Quando però c’è intimità, dialogo. sensibilità verso l’altro e ci si vuole bene queste sono solo occasioni per perdonarsi, accogliersi e ricominciare più uniti di prima.

Antonio e Luisa

Il mio matrimonio raffigura Cesare o Dio?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno.
Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi provoca. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione su di lui/lei. Non siamo noi peggio degli altri. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa

Non cali la notte sull’ira degli sposi

Papa Francesco ha più volte ricordato alle coppie come sia importante riappacificarsi dopo aver litigato prima della fine del giorno. Non cali la notte sull’ira degli sposi. Naturalmente ha ragione. Non è grave la litigata, ma diventa pericoloso lasciare che la ferita procurata alla relazione  si infetti con il passar del tempo. Saturarla subito con un gesto di amore e di pace. Secondo me dovremmo andare più a fondo. Questo è il minimo sindacale per far funzionare una coppia. Il Papa conoscendo la situazione del matrimonio e delle coppie del nostro tempo chiede giustamente il minimo. Noi che cerchiamo di vivere in pienezza il nostro matrimonio non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo andare più a fondo. Ogni sera, ma anche ogni tanto basterebbe, fare un piccolo esame di coscienza della nostra risposta all’amore.

Siamo fragili e sbagliamo parecchio. Almeno per me è così. Questi miei errori e quelli della mia sposa possono diventare occasioni per nutrire l’amore.

Dobbiamo essere capaci di riconoscere e chiedere perdono delle nostre mancanze, dei nostri peccati all’amore sponsale.

Riconoscere quei momenti in cui siamo stati insensibili, non abbiamo compreso una fatica, una difficoltà dell’altro. Riconoscere le volte in cui avremmo potuto dare un abbraccio, una parola di conforto, uno sguardo e non l’abbiamo fatto. Riconoscere le volte che non abbiamo aiutato. Le volte che non abbiamo compreso.  Riconoscerci, insomma, imperfetti e pieni ancora di lacune e limiti. Questo è bellissimo. Come? E’ bellissimo essere piccoli e imperfetti? Si, perchè ci permette di sperimentare l’amore gratuito dell’altro, ci permette di sperimentare il perdono e la Grazia che entra nella nostra relazione. Ci permette di sentire l’abbraccio misericordioso dell’altro come vita che entra in noi e ci rigenera. Vita e amore non a caso sono parole spesso affiancate.

Dobbiamo avere carità verso l’altro e non pretendere che capisca tutte le volte che ci ha fatto un torto e generato sofferenza. Spesso ne è inconsapevole. Soprattutto all’inizio di un matrimonio. In questo caso la carità tra gli sposi esige sincerità. Devo avere la carità di esprimere al mio sposo o alla mia sposa ciò che nei suoi comportamenti o atteggiamenti mi ha fatto male e ferito. Solo così la nostra fragilità può diventare occasione per crescere e non motivo di divisioni e sofferenze.

Allora cosa aspettate? Anzi cosa aspettiamo? La sera, dopo aver sistemato a letto i bimbi, nell’intimità del talamo nuziale. Talamo segno del noi generato nel matrimonio. Talamo segno dell’unione profonda dei corpi diventa con il perdono reciproco luogo di unione o riunione profonda anche dei cuori. Un sol corpo e un solo spirito.

Antonio e Luisa

Il corpo non si può svendere

Stavo leggendo in questi giorni della denuncia di Asia Argento. Delle molestie subite da un famoso e potente produttore del cinema americano. Ho voluto ascoltare tutta l’intervista perché mi incuriosiva molto. Non voglio giudicare né la vicenda né le persone coinvolte. Voglio esprimere ciò che mi hanno trasmesso le parole dell’attrice.

Mi ha suscitato una profonda tristezza. E’ uscita tutta la vergogna, anche dopo vent’anni. Il pudore violato, il corpo violato e svenduto. Corpo tempio dello Spirito. Corpo che noi non possediamo. Non è qualcosa che ci appartiene e di cui possiamo disporre. Noi non abbiamo un corpo, ma siamo anche il nostro corpo. Attraverso il corpo, possiamo esprimere ciò che siamo, la nostra profondità e la nostra anima. Attraverso il corpo, attraverso la tenerezza, la dolcezza trasmessa e ricevuta,  nutriamo il nostro spirito. Attraverso il corpo possiamo incontrare, comunicare, mostrare, riconoscere e amare. Il corpo è direttamente collegato al cuore. Anima e corpo due realtà della stessa persona. Spiriti incarnati. Dio ci ha voluto e creati così. Non solo spirito come gli angeli, ma anche carne. Come è ingenuo pensare che possiamo usare il corpo, trattarlo male e svenderlo senza conseguenze sul cuore. Sono direttamente collegati. Una carezza, un abbraccio che si genera nel mio cuore e avvolge, attraverso il mio corpo,  il corpo della mia sposa, arriva direttamente al suo cuore. Ogni mio sguardo di meraviglia, di amore, di riconoscenza che nasce nel mio cuore, attraverso i miei occhi arriva direttamente al suo, nutrendo tutta la sua persona. Purtroppo vale anche il contrario. Nel mio cuore può nascere un sentimento di possesso, di violenza, di prepotenza che cosifica l’altra. La rende una cosa. Le fa perdere la dignità e il mistero della figlia di Dio e la rende mia, alla mia mercé. Questo può distruggere una persona. Ciò che avviene nel corpo può distruggere il cuore e lo spirito di una persona. Tanto che Asia con la sua denuncia postuma sta lanciando un grido di aiuto. Sta ancora soffrendo terribilmente per quella violenza. Il fatto che non si sia opposta non rende le conseguenze meno gravi anzi le acuisce perché le grava di senso di colpa. Dio ci ha fatto suoi figli, ci ha regalato una dignità di re e regine. Perdere questa dignità genera in noi una sofferenza estrema. Ci fa sentire usati, violati e disumanizzati.

Antonio e Luisa

Padroni del nostro corpo.

Oggi mi soffermo sul punto al punto 222 di Amoris Laetitia. La sto rileggendo e rileggendo e quando qualche punto mi colpisce lo scrivo.

222. L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’EnciclicaHumanae vitae (cfr 10-14) e l’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cfr 14; 28-35) devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente».[248] Rimane valido quanto affermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II: «I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi».[249] D’altra parte, «il ricorso ai metodi fondati sui “ritmi naturali di fecondità” (Humanae vitae, 11) andrà incoraggiato. Si metterà in luce che “questi metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano la tenerezza fra di loro e favoriscono l’educazione di una libertà autentica” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2370). Va evidenziato sempre che i figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori e per la Chiesa. Attraverso di essi il Signore rinnova il mondo».[250]

Uno dei punti fermi che siamo sicuri possa aiutare a costruire una relazione bella, casta, piena e appagante tra gli sposi è rinunciare ai mezzi contraccettivi. Rinunciare a qualcosa per ottenere molto di più. Sappiamo tutte le opposizioni ai metodi naturali: non sarebbero sicuri, castrerebbero l’amore, obbligherebbero a pianificare il rapporto sessuale che invece dovrebbe essere libero di seguire il desiderio e così via.

Non è vero niente!!!

I metodi naturali non sono facili e immediati, non permettono di assecondare sempre il desiderio, costringono  a giorni di astinenza.

I metodi naturali non sono facili e immediati, perché, a differenza della pillola o del preservativo, obbligano ad interessarsi di come la donna funziona, obbligano a conoscere il proprio corpo, ad essere consapevoli del gesto che si sta per compiere e fanno comprendere la bellezza e la sacralità del corpo femminile. Ciò non avviene con gli anticoncezionali, che vogliono invece coprire tutta quella ricchezza per fare del corpo solo un mezzo di piacere, rendendo gli sposi irresponsabili.

Si dice che i metodi naturali non permettono di assecondare il desiderio, come se noi fossimo canne al vento, incapaci di dominare il nostro desiderio; si dice inoltre che, per essere felici, bisogna assecondarlo e appagarlo. Non è così, noi siamo uomini, non bestie. Il desiderio, frutto dell’istinto e delle pulsioni, ci rende schiavi del nostro corpo. Quando non siamo padroni del nostro corpo, non siamo capaci di donarci, non siamo capaci di amare, ma vogliamo solo dare sfogo a quel desiderio. Quando siamo padroni del nostro corpo, siamo capaci di donare, perché doniamo qualcosa che ci appartiene. I metodi naturali servono anche a questo, a diventare padroni del nostro corpo; a diventare re che sanno aspettare e che non basano la propria felicità sull’appagamento immediato; a diventare persone capaci di trasformare i giorni d’attesa in tenerezza (nutrimento dell’amore) e capaci di infiammare e far crescere quel desiderio. La donna si sentirà immensamente amata, perché un uomo capace di aspettare, di rispettare i suoi tempi, la sua fertilità (che non è una malattia da curare, ma una bellissima e sacra realtà che appartiene alla donna) dimostra di amarla molto più di quello che la vuole sempre disponibile a soddisfare il proprio egoismo mascherato da amore.

Con i metodi naturali, il desiderio diventa frutto dei nostri gesti e della nostra vita tenera e dolce e non una variante che ci imprigiona e da cui dipende anche il nostro matrimonio. Tanti sposi dopo alcuni anni di matrimonio perdono il desiderio, proprio perché non sono padroni di sé stessi e non nutrono il loro amore, come insegna invece a fare l’uso dei metodi naturali.

I metodi naturali, ovviamente se applicati in modo corretto, sono sicuri quanto quelli anticoncezionali, se non di più. Hanno una percentuale di successo potenziale che va dal 98,7 al 99,5%, e la percentuale di successo globale è del 83-97%. Il metodo è efficace quanto gli anticoncezionali ormonali – la spirale spirale IUD, la pillola, ecc. – ed è migliore dei metodi anticoncezionali di barriera – come i profilattici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute i metodi naturali hanno un’efficacia del 95-99%.

I metodi naturali sono: gioia, sicurezza, consapevolezza, castità. fedeltà, dono di sé.

I metodi naturali sono la via per un matrimonio felice.

Ci sono tante insegnanti accreditate che gratuitamente si prestano a seguire quanti vogliono imparare questi metodi. Maggiori informazioni su confederazionemetodinaturali

Antonio e Luisa

Fireproof. Un film molto istruttivo

Fireproof. La prova del fuoco. Si perché a volte il matrimonio diventa un incendio dove, se non si è pronti ad intervenire, se non si fa squadra con il compagno, c’è il rischio concreto di mandare tutto in fumo. Di bruciare la nostra relazione, la nostra unione, la nostra vocazione, la nostra famiglia. In una parola: la nostra vita.

Torniamo al film. Per chi non lo conosce, è un film americano del 2008. Un film cristiano, non cattolico. Il protagonista è un pastore battista. La trama si snoda intorno alla vita matrimoniale dei due protagonisti. Caleb, comandante dei vigili del fuoco. Catherine, cura le pubbliche relazioni dell’ospedale della città. Presi dai rispettivi lavori si perdono. Non hanno più quella intimità, quella complicità, quello sguardo, quella tenerezza che rende vivo e bello un matrimonio. Ognuno è incentrato sulla propria vita e vede nell’altro solo le mancanze. La loro vita insieme diventa un inferno di recriminazioni e litigi e un deserto sentimentale e sessuale. Lui è scivolato nella pornografia on line. La pornografia succhia energie, tempo e interesse alla coppia. Non è qualcosa di innocuo, distrugge la coppia per tante ragioni che in un altro articolo prenderemo in considerazione. La frase più brutale detta da lei su questo vizio del marito esprime tutta la sofferenza, l’umiliazine, lo scoraggiamento che colpisce una donna quando scopre che il marito fruisce di contenuti pornografici. Catherine dice: “Da quando non gli sono bastata più io?”. E’ una frase terribile detta da una moglie. Sembra tutto perso. Tanto che anche lei trova nelle attenzioni di un medico dell’ospedale dove lavora quello che non riceveva più dal marito e desiderava nel cuore. Prima del tracollo interviene il padre di Caleb che chiede al figlio un ultimo tentativo prima di arrendersi alla separazione. Attraverso un diario Caleb deve mettere in atto ogni giorno un’azione verso la moglie. Naturalmente la moglie non crede a questi gesti e tratta il marito con indifferenza e freddezza. Lui non molla e alla fine riesce a riconquistare l’amore perduto. Vediamo ora quali sono i verbi che hanno permesso a Caleb di ricostruire un matrimonio che sembrava ormai morto.

SPOSTARE

Caleb riesce, con impegno e determinazione, a spostare il centro del suo sguardo, del suo interesse. Capisce che la priorità non sono i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue aspirazioni. Il centro deve essere volere la felicità del coniuge e fare di tutto per ottenerla. Anche rinunciare a qualcosa per sè. Rinunciare all’orgoglio è la cosa più difficile.

NUTRIRE

Si sono persi perchè non hanno nutrito il loro rapporto di tenerezza e cura reciproca. La loro relazione come una pianta senza acqua è seccata. Caleb, con tanta difficoltà, riesce a ricostruire questa modalità di essere coppia. Riescono ancora a guardarsi con gli occhi di chi ama ed è amato. Il cuore di pietra grazie alla tenerezza, linguaggio d’amore imprescindibile torna a battere e ad essere di carne.

FARE SQUADRA

Tutto il film ruota attorno al lavoro di Caleb. Un lavoro dove il gioco di squadra è determinate e può fare la differenza tra la vita e la morte. Così è per il matrimonio. Bisogna saper condividere gioie, sofferenze e dolori. In una scena del film un amico di Caleb dice: “Ci si sposa promettendo fedeltà e amore nella buona e cattiva sorte, ma in realtà si intende solo nella buona”. Se non c’è la volontà di entrambi di superare la crisi non c’è possibilità che la relazione sopravviva.

TAGLIARE

Tagliare con i nostri vizi è fondamentale. Caleb per riconquistare Catherine lotta con determinazione per uscire dalla dipendenza della pornografia. La tentazione è lacerante. Arriva a distruggere il PC con una mazza da baseball.

PERDONARE

Questo verbo l’ho indicato per ultimo, ma è forse il più importante. Se non ci perdoniamo non si può ricominciare. Il perdono trasforma una crisi in un’occasione che fortifica e accresce l’amore.

Antonio e Luisa

 

 

 

Chiuso per amore

Oggi scrivo che non scrivo. Ieri abbiamo avuto una giornata pesante, siamo stati fuori tutto il giorno. Oggi Luisa ha un’altra giornata pesante. Tornerà a casa tardi con tanti pensieri. Io sono a casa, lavoro da casa oggi. Cosa faccio? Scrivo, che è quello che mi piace fare perdendo un’ora o di più, oppure amo? Amo la mia sposa e faccio ciò che so le farà piacere. Metto in ordine, passo la scopa elettrica, pulisco in modo che quando tornerà e troverà una casa pulita si sentirà più sollevata e leggera? Naturalmente se voglio essere coerente con quello che scrivo di continuo su questo blog oggi vi lascio solo con queste poche righe. Amare è fare. Non sarei credibile se non provassi almeno a mettere in pratica ciò che scrivo.

A domani.

Antonio e Luisa

Antonio e Luisa.

Rifiutare l’abito!

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,
gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì.
Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiedono a Cristo, il nostro Re di poter far parte della sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e come sposo fedele e generoso si prenda cura della nostra famiglia. Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione migliore l’ho trovata da Enzo Bianchi. Lo studioso dice: “All’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.”

Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno. Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadremo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

Antonio e Luisa

Non basta un sms!

Su questo blog parlo spesso della corte continua. Parlo dell’importanza di dedicarsi tempo, attenzioni e tenerezza. A proposito di questo voglio ricordare un’abitudine che in passato era molto comune. Scrivere lettere d’amore. Scrivere è considerata un’arte. L’arte cosa è? E’ saper concretizzare la bellezza che abbiamo nel nostro cuore, nelle profondità della nostra anima. L’arte è espressa attraverso il corpo, la mano che dipinge, suona, modella, scolpisce o appunto scrive, ma trae sorgente dal nostro intimo più profondo. Ci stiamo perdendo una consuetudine bella e secondo me anche importante. Abbiamo perso la bella abitudine di imprimere sulla carta i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri desideri, le nostre sofferenze, i nostri ringraziamenti e i nostri perdoni. Siamo nella società degli sms, dei twitter, dei post-it. Siamo abituati a comunicare per abbreviazioni. Ti amo diventa TVB, sicuramente più leggero e meno impegnativo. TVB esprime benissimo la carica emotiva sulla quale si basano spesso i sentimenti. Qualcosa di estemporaneo che sembra fortissimo, ma capace di evaporare in un attimo, lo stesso che serve per digitare tvb. Sigle per fare presto che esprimono al contempo una incapacità di aprire il cuore per paura di trovarsi indifesi e una superficialità di sentimenti di fondo. Io non mi tiro fuori, Sono di un’altra generazione, ho 40 anni, ma utilizzo anche io, a volte, questa modalità. Eppure sento che mi manca questa capacità di scrivere la mia anima su carta, alla mia donna. Dirle quanto sia importante per me, quanto la trovi bella e meravigliosa. L’ho fatto alcune volte e per lei è sempre stato qualcosa che le ha toccato il cuore e le ha scaldato il cuore. Perchè un conto è saperlo e un altro avere tra le mani quel pezzo di carta e poterlo leggere quando ne senti il bisogno. E’ come se quelle parole prendessero vita in sè e fossero capaci di donare amore e pace. Anche io conservo gelosamente le sue lettere perchè sono balsamo e forza per me. Sapere di appartenerle così profondamente mi dà forza e convinzione. Ecco perchè dobbiamo riappropriarci di questa capacità, che non vuol dire rinnegare la modalità odierna dei messaggini veloci. Significa saper usare la modalità giusta in ogni occasione. Così se devo dare la lista della spesa va benissimo un SMS o un whatapp terminando anche con un semplice tvb, ma se voglio rinnovare il mio amore non può bastare un tvb. Devo aprirmi un po’ di più, permettere a lei, attraverso le mie parole di entrare in me e di mostrarle il posto che detiene nel mio cuore e nella mia vita. Scrivere serve anche a me. Rileggendo, a volte, capisco ancora meglio, quanto bello sia il nostro rapporto e quanto sia fortunato ad avere una donna così eccezionale che ha deciso di regalarsi a me senza riserve e senza condizioni.

Prendiamoci questo impegno. Scriviamo alla persona che amiamo i nostri sentimenti. All’inizio, se non siamo abituati, ci sarà un po’ d’imbarazzo, ma è certo che lui/lei apprezzerà moltissimo e terrà quella lettera come una delle cose più preziose.

Vi lascio con uno stralcio di una delle lettere scritte da Santa Gianna Beretta Molla al fututo marito Pietro. Traspaiono una bellezza e una profondità che toccano anche noi lettori. Potete immaginare quale gioia possa aver provato Pietro. Coraggio potete fare altrettanto nella vostra coppia.

…Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! ma non sono capace – supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene – tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: “sarò io degna di lui?” Sì, di te, Pietro, perchè mi sento così un nulla, così capace di niente, che pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: “Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri”. Va bene così, Pietro?

Con tanto tanto affetto ti saluto          Tua Gianna.”

Antonio e Luisa

Non abbiamo che acqua o aceto.

Volevo riflettere oggi su una piccola verità nascosta che si può comprendere dalla Parola. Parlo del primo e dell’ultimo miracolo di Gesù nella sua vita terrena, nella sua presenza nella storia. Due miracoli compiuti durante un matrimonio. In entrambi i casi noi uomini non abbiamo saputo dargli che miseria. Nelle nozze di Cana gli sposi avevano finito il vino. La festa rischiava di finire. La gioia sarebbe evaporata. Gesù non ha chiesto che acqua. Da quell’acqua ha generato del vino delizioso. Un vino che dona una gioia che va oltre quella umana. Un vino molto più buono di quello che era appena finito.  Gesù non ha chiesto che acqua. Anzi ha chiesto qualcosa in più: che le giare fossero riempite. Questo cosa significa? Offrire la nostra natura umana, la nostra capacità di amare naturale, la nostra acqua, e fare la fatica di donargliela con il nostro impegno di ogni giorno. Il resto lo farà Lui. Trasformerà il nostro matrimonio in qualcosa di meraviglioso.

Ancora più incredibile è il secondo miracolo. Miracolo che avviene durante le nozze tra Cristo e la sua Chiesa. Miracolo che avviene sulla croce. Lì non solo non abbiamo saputo dargli neanche l’acqua. Gli abbiamo dato dell’aceto. Aceto che è vino avariato. Abbiamo dato lui il nostro amore inquinato e guastato dall’egoismo e dal peccato. Lui non solo se lo è preso, ma ne ha fatto sorgente di salvezza e di vita. L’acqua sorgente dello Spirito Santo e il sangue segno della vita. Sangue e acqua sgorgati dal suo costato trafitto.

Questa riflessione cosa ci dice? Che il matrimonio ha bisogno di Cristo. Che noi non abbiamo che acqua, quando ci vogliamo bene. Acqua che diventa aceto quando abbiamo una relazione segnata dalla sofferenza, dall’incomprensione e dall’egoismo. Gesù si prende tutto e lo trasfigura con la sua Grazia e il suo amore. Così anche una relazione vissuta nell’amore vicendevole con Gesù diventa ancora più colma di gioia e di pienezza. Così anche una relazione malata e distrutta con lui può divenire via di salvezza e di pace.  Importante sottolineare come in entrambi i casi fosse presente Maria. Maria nostra madre, Maria che intercede per ognuno di noi e per il nostro matrimonio. Affidiamo a lei la nostra relazione, sicuri che lei ci condurrà alla pienezza di suo figlio, che lei sarà una madre che custodirà la nostra vita e il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Fare va bene, ma custodendo l’amore.

Oggi la liturgia propone il Vangelo con Maria e Marta. Marta che fa e Maria che ama.

A prima vista Maria sta antipatica. Come quella poveretta di Marta si sbatte di qua e di la. Lei non solo non fa nulla, ma si prende anche le lodi del Signore. Inconcepibile.

Vorrei dare una lettura moderna in chiave sponsale. Così si può comprendere meglio cosa intenda lodare Gesù in Maria e quale sia invece il grosso pericolo in cui può incorrere Marta.

Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible. Si può chiedere aiuto agli amici, ma è sempre e comunque un delirio. Servirebbe un master in pianificazione attività familiare.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita. Luisa certe sere appoggia la testa sul cuscino e già russa.

Noi abbiamo 4 figli, lavoriamo tutti e due ma cerchiamo sempre di non sottovalutare l’importanza di curare la nostra relazione e quella con Dio.

Ed ecco che ogni momento diventa buono. Cerco di trovare piccoli spazi durante la pausa pranzo per incontrare la mia sposa, solo io e lei come due amanti che però non tradiscono l’amore ma lo custodiscono. Giorni di ferie per ritrovarci io e lei a passeggiare come due fidanzatini. Quando posso l’accompagno al lavoro per trasformare quel tragitto in auto in momenti di dialogo d’amore o di preghiera di coppia. Ogni coppia poi trova la sua strada ma vi scongiuro non sottovalutate questo aspetto. Anche Gesù nel passo del Vangelo dove va ha trovare Maria e Marta riprende Marta. Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si da da fare ma intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare.

Antonio e Luisa

Amare è non smettere di guardarsi.

Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”:

Due sposi, due fidanzati, prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Suor Vinerba nel proseguo mette in evidenza la differenza tra i verbi guardare e vedere. Non hanno lo stesso significato. Perdersi di vista non è qualcosa che accade in pochi giorni. Perdersi di vista, non vedersi più è qualcosa che accade nei mesi, negli anni. Un matrimonio che diventa arido e vuoto. Vedere significa percepire con lo sguardo. Lei o lui sono così dati per scontati che non si vedono più. La Vinerba dice che non ci si accorge più della presenza ma della assenza tanto fanno parte della nostra vita ordinaria. Sono qualcuno cui non dedichiamo tempo e attenzioni. Questo con il tempo porta a un passo successivo ovvio e scontato. Non ti vedo più e quindi non ti guardo più. Guardare inteso come cercare e fissare con lo sguardo. Un atto di volontà. Non ti guardo perchè sei così scontato/a che non mi interessi più. Il nostro rapporto è troppo impegnativo, non ne vale la pena. Meglio dedicarsi ad altro. Qualcosa di interessante, che mi prende. Tu non mi prendi più. Si un tempo mi facevi battere il cuore, ma ora non è rimasto nulla se non impegni e rotture di scatole e le tue lamentele che mi danno i nervi.  Ma quanto rompi. Meglio stare fuori. Quante famiglie si distruggono dopo anni di matrimonio perchè non sanno e non vogliono più guardarsi. Quante coppie buttano via una vita per cercare quelle emozioni che possono ritrovare tranquillamente tra di loro, iniziando un  percorso di guarigione che porta a guardarsi ancora. Questo male è come un veleno che ti entra e ti avvelena il cuore. Diventi duro, incapace di guardare l’altro e di farti guardare. C’è solo un modo che ti permette di non perdere mai la capacità di guardare l’altro: la tenerezza. Finchè esisterà la tenerezza tra gli sposi. essi non saranno toccati da questa aridità. La tenerezza fatta di gesti, parole e attenzioni vicendevoli.

Che bello rientrare a casa la sera e cercare il suo sguardo, e quando lo trovi sentirti pazzamente innamorato ed amato da quella donna che con un solo sguardo sa scaldarti e rigenerarti.

Antonio e Luisa

Uno sguardo per dare e non per prendere

Ho finito il precedente articolo sulla fedeltà introducendo lo sguardo. Lo sguardo di una persona fedele è lo sguardo di Cristo sulla croce. Non ci avevo mai riflettuto in questi termini. Mi ha aiutato un sacerdote paolino che, venuto nella nostra parrocchia alcuni giorni fa, ha fatto una lectio divina proprio su questo tema. Lo sguardo di Gesù. Cosa possiamo capire? Partiamo da un passo del Vangelo di Giovanni.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. [26]Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». [27]Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Gesù vede la madre e il discepolo amato. Ma vi rendete conto? Gesù sta soffrendo come un cane, prova un dolore insopportabile. Il dolore del cuore è ancora più grande di quello del corpo. Sta morendo. E cosa fa? Guarda le persone che ha vicino. In un momento tanto difficile e drammatico ha ancora la forza per pensare agli altri, per decentrare l’attenzione da sè alle persone che ama. Noi sposi siamo chiamati ad amare così. Ne siamo consapevoli? Dobbiamo riuscire poco alla volta a decentrare il nostro sguardo. Solo così la stanchezza, l’ordinarietà della vita, gli impegni, lo stress e tutte queste “belle” cose che ci avvelenano la vita saranno disinnescate. Saremo felici di essere stanchi e di non reggerci in piedi dal sonno perchè vedremo che il nostro impegno serve a sollevare la fatica della nostra sposa e del nostro sposo. Vedremo che il nostro sonno mancato sarà ristoro per lei/lui. Mi commuovo a volte a guardare la mia sposa che cerca di fare mille cose. La scuola e la casa le risucchiano tutto. Lei ci tiene a presentare un pasto dignitoso ogni sera perchè pensa a noi prima che alla sua stanchezza. Anche io cerco, quando riesco, di accompagnarla a scuola o di andarla a prendere. Poco importa se poi resto immobilizzato nel traffico e devo recuperare il lavoro. Mi rende felice averle reso la vita più facile ed essere stato con lei da solo qualche minuto in più. Piccole cose, certo. Da queste piccole cose si costruisce però una meraviglia. Si costruisce una relazione che se affidata a Dio diventa luce.

Spesso, tante coppie, non hanno questo sguardo di Gesù. Tanti hanno lo sguardo di Adamo ed Eva.

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». [2]Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, [3]ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». [4]Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! [5]Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». [6]Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. [7]Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Che diversità!! Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile.

Qui lo sguardo è incentrato su di sè. Lo sguardo serve per prendere. Lo sguardo serve per dar sfogo alle proprie pulsioni, desideri ed egoismi. Questo è lo sguardo che porta alla disarmonia. Questo sguardo porta ad accorgersi di essere nudi e vulnerabili. Per questo dobbiamo coprirci. Non per vergogna, ma perchè ormai il rapporto è diventato un dominio sull’altro e non un dono di sè. Tutto è distrutto e tutto è perduto. Sembra così. Gesù è morto su quella croce per darci l’opportunità di cambiare le cose. Attraverso la sua redenzione e il sacramento del matrimonio possiamo imparare a guardare come Gesù. Possiamo trasformare il nostro sguardo che prende nel suo sguardo che dà. Costa fatica, lavoro, cadute, ma se riusciamo il matrimonio diventerà una realtà meravigliosa e grande, esattamente quello che Dio vuole per noi.

Antonio e Luisa

La fedeltà nuziale in Cristo

Ho lanciato su facebook un post dove chiedevo: “Cosa significa essere fedeli nel matrimonio cristiano? C’è differenza tra il semplice non commettere adulterio e la fedeltà cristiana?”

Mi sono divertito e devo dire che è stato anche interessante leggere tante risposte (alla fine ho riportato le più significative). Molte le condivido altre risultano, secondo me, incomplete. Ora vi do la mia.

Partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o sposo.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.

Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.

Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele  significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.

Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.

Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perchè sono costitutive di quella persona.

Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.

Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.

Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato e dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in chiesa, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. Ripeto come ho già scritto in un altro articolo. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.

La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.

e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.

Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.

La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.

Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perchè è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.

Detto in uno slogan: “Per essere fedeli bisogna avere lo sguardo di chi dà e non di prende. ” Con il prossimo articolo spiegherò meglio cosa voglio dire.

Voglio concludere questa prima parte con le risposte al post più significative:

Costanza: Forse fedeltà Cristiana significa neanche con il pensiero

Francesca: La fedeltà cristiana è guidata dall’amore, dal rispetto e anche dalla consapevolezza della consacrazione a Dio che gli sposi hanno fatto il giorno del matrimonio… c’è una preziosità che non va infranta perché sacra.

Elina: Essere fedeli può anche significare che se sbagli devi saper risollevarti e rimetterti al tuo posto in cammino con l’aiuto e la comprensione di una sposa che capisce.siamo umano e gli sbagli si devono mettete in conto . Non esiste la perfezione esiste piuttosto la volontà di continuare a credere nel tuo matrimonio.allora si che il tuo matrimonio ha ancora un valore

Antonella: La fedeltà è una prerogativa di Dio nei nostri confronti. Il giorno del matrimonio promettiamo di essere fedeli sempre con la grazia che ci viene dal Sacramento o grazia di stato , con la consapevolezza di essere tutti degli infedeli . Se il matrimonio è a tre , sposi e Gesù Cristo c’è la speranza di vivere nella fedeltà astenendosi da rapporti con altri / altre ( scusate se mi permetto, ma un grande aiuto viene da un fidanzamento casto ) e il sapersi perdonare sempre da infedeltà con sguardi , parole , atteggiamenti…

Giuliana: La chiamata al matrimonio è prima di tutto chiamata alla fedeltà, indipendentemente dal credo. La fedeltà esige la castità; quindi ogni atteggiamento non casto nei confronti anche della stessa sposa comporta infedeltà.

Concetta: È non tradire la promessa fatta a Dio ovvero che prometti a Dio di esser fedele nel bene e nel male prima perchè ti ha affidato sua figlia, suo figlio e ora te ne prenderai cura per sempre.

Damiana: Beh, per definizione, la fedeltà è tale sempre, tanto per i cristiani quanto per i laici…. o almeno dovrebbe esserlo! Dico “dovrebbe” perché purtroppo oggi c’è uno scontro netto tra la morale cristiana (l’unica, a mio avviso, ancora salda e validamente autorevole) e il pensiero libertino del mondo, che coinvolge tutta la sfera valoriale.. fedeltà compresa! E quindi da un lato vediamo un’amministrazione meramente giuridica delle relazioni (se mi tradisci ti sbatto direttamente fuori di casa per amor proprio, dignità e onore personale..), dall’altro invece c’è la proposta di uno sguardo che sappia andare oltre, misericordioso e compassionevole, veramente adulto e maturo, che sappia riconoscere la povertà propria e dell’altro, accettarla, e in maniera responsabile e consapevole, sappia tornare a sperare, costruire e puntare ancora una volta su quell’unione, con e per Amore! Fedeltà (cristiana) è saper aspettare, rinascere e ripartire; è quel dono che ci chiama a restare invece di scappare, e ci aiuta a fare verità dentro di noi e nelle nostre relazioni…..

Federica: Una volta ho letto questa frase:” la fedeltà e il nome dell’amore nel tempo” solo con la grazia di Cristo si può essere fedeli, nella gioia ( dove è più facile) , nel dolore e nella malattia dove è estremamente difficile. Il tempo cambia le cose e anche le persone. Il tempo ci forma e ci “sforma” . La fedeltà in Cristo ti dona ogni giorno gli occhi dell’amore accogliente, tutto nonostante.

Antonietta: Io accolgo te e prometto di esserti fedele
con la Grazia di Cristo( Con il Suo aiuto che è la Grazia del Sacramento. Ci si sposa in tre) nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia (sia quando le cose vanno bene, sia quando vanno male, sia quando non ti comporti come io mi aspetto sia quando il nostro rapporto
va a gonfie vele.)…diciamo il giorno del matrimonio.
Fedeltà significa prima di tutto fidarsi dell’altro, ma soprattutto dell’Altro,metterlo al primo posto e come una madre fa con il proprio bambino partorirlo, (il primo parto a cui Dio ci chiama è il coniuge.Vedi Adamo ed Eva.)
Si tradisce il coniuge in tanti modi: figlio, carriera, denaro, famiglia d’origine, internet, amici e via dicendo) Dio quando vide Adamo triste nel paradiso terrestre disse: ” Non è bene che l’uomo sia solo
gli voglio fare uno che gli corrisponda ( che risponda di lui, che gli stia di fronte e lo definisca, che gli risponda, se vogliamo entrare nel significato della parola originaria).
Per capire in fondo cosa significa essere fedeli basta guardare Gesù che ci ha scelti per amarci non ci ama perché siamo buoni, bravi, fedeli.
La fedeltà è scegliere di amare a braccia inchiodate, aperte, scoprendo il cuore, per continuare a dire “Io mi fido di te”

Damiana: Sì, a questo proposito vorrei aggiungere un’osservazione fatta da una biblista (della quale ora mi sfugge il nome..) in un incontro da lei tenuto nella mia parrocchia qualche anno fa: il vero verbo dell’amore non è “accogliere” (“io accolgo te…”) ma “consegnarsi” come Cristo in croce, cioè lasciarci amare dall’altro con i suoi mezzi, modi e limiti, nella vera libertà, accettando di essere feriti….. (ovviamente tutto nell’amore… non nel masochismo o fragilità che potrebbero portare a certi fatti di cronaca, purtroppo molto diffusi ultimamente) Solo a pensarci mi vengono i brividi per quanto è bella, alta e vera questa prospettiva!!! Af-fidarsi all’amore dell’altro e dell’Altro!!!

Federica: Fedele alle promesse fatte sull’altare a Dio e al mio sposo. Fedele al progetto di famiglia secondo Cristo. Fedele nei pensieri e nelle azioni. Lontana da ogni tentazione, non solo legata all’erotismo. Per esempio fedele nel non trascurare per lavoro o altro le esigenze del mio sposo e della mia famiglia. Non cedere all’egoismo e alla cura esasperata di se stessi…

Antonio e Luisa.

L’anello nuziale: dolce giogo

La Parola di oggi afferma:

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare».
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Per riflettere su queste bellissime parole ripropongo un mio articolo di alcuni mesi fa.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovete dire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Antonio e Luisa

Abbandonarsi come un bambino

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
Parola del Signore. 

Essere come bambini. Cosa significa? L’ho scoperto attraverso il nostro Francesco, il più piccolo dei nostri figli. E’ successo tutto nell’estate di due anni fa. Francesco aveva 6 anni. Eravamo al mare e si è fatto male. Fortunatamente nulla di grave. Abbiamo chiamato la croce rossa perchè non sapevamo dove portarlo e temevamo avesse qualcosa di rotto. Per farla breve è stato portato in un vicino pronto soccorso, non lontano da dove soggiornavamo. E’ stato curato e dimesso. Era sera tardi, in quel luogo periferico non c’erano persone, io ero a casa con gli altri figli e Luisa si è trovata sperduta, senza riuscire ad orientarsi per tornare a casa. Io cercavo, attraverso il telefono, di aiutarla a trovare un punto conosciuto, ma niente, non riusciva. Era abbastanza nel panico. Poi finalmente ha trovato la strada ed è arrivata a casa. Prima di dormire, mi ha guardato, e mi ha detto piangendo: “Ho capito cosa significa tornare come bambini”. Quello che caratterizza i bambini non è l’innocenza, la cosa più importante è l’abbandono. Francesco è sempre stato tranquillissimo. Io ero nel panico, lui no. A lui bastava tenere stretta la mia mano e si sentiva sicuro e protetto. Non temeva nulla perché si fidava di me. Era completamente abbandonato a me. Questo ci chiede Gesù. Ci chiede di fidarci come Francesco ha saputo fare con la sua mamma. Ben più sicura e forte è la sua mano. Anche quando siamo nella confusione e nella nebbia se continuiamo a stringere con forza la sua mano e ci abbandoniamo a lui non ci perderemo mai, ci saprà condurre a casa, alla sua casa dove c’è un Padre ad attenderci per un abbraccio eterno.

Antonio e Luisa

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Pietre vive.

Una curiosità. Leggevo qualche giorno fa un articolo di don Fabio Bartoli. Spiegava la differenza tra essere mattone o pietra in prospettiva teologica. Voglio riprendere quella riflessione e farla mia in chiave sponsale. Il tempio di Dio, il tempio di Salomone non è stato costruito con mattoni, ma con pietre vive, dagli spigoli non smussati, pietre scelte in modo molto accurato, scelte in modo che possano sostenere la costruzione. Non mattoni. Perchè questo? Non lo so. Sicuramente i mattoni erano largamente conosciuti ed usati. Ricordo che molto tempo prima gli stessi ebrei erano schiavi che in Egitto erano usati anche per produrre mattoni. C’è un grande significato nascosto, un insegnamento di Dio in questa decisione di usare pietre vive. I mattoni sono tutti uguali, non c’è differenza. Sono pressoché interscambiabili l’uno con l’altro e non riconoscibili. Dio non costruisce così la sua casa. Dio ama le differenze, perché le differenze sono sfida e modo per crescere e perfezionarsi. Nella differenza ci completiamo, nella differenza ci meravigliamo, nella differenza ci scontriamo, nella differenza impariamo, nella differenza ci riconosciamo unici. Nella differenza riconosciamo l’altro come un mistero attraente e da rispettare. Nella differenza scopriamo la grandezza di Dio capace di mostrarsi in una moltitudine di storie e di espressioni. Un’esplosione di colori e di luce. Noi siamo quelle pietre vive. Dio non vuole smussare quegli angoli che ci rendono diversi perchè perderemmo la nostra unicità. Dio vuole costruire con ciò che siamo la sua casa. Il nostro matrimonio è la sua casa. Che bello che proprio perchè sono fatto così, con quegli angoli e quelle asprezze sono perfettamente aderente alla mia sposa, anche lei pietra viva e unica. Una bellezza indicibile che viene dalla differenza. Siamo maschio e femmina, diversi nel corpo, nella sensibilità, nel pensare, nell’atteggiamento e in tutto perchè il nostro essere sessuati investe tutto il nostro essere persone, spiriti incarnati. L’importanza della differenza, di essere pietre vive l’abbiamo scritta nel corpo. Dio ha voluto che solo due diversità potessero essere feconde. Dio non ama i mattoni. Dio ci vuole pietre vive e Gesù diventa pietra d’angolo, la pietra più importante per sostenere tutto. La pietra d’angolo è quella che salda due pareti diverse. Ecco noi siamo questo. Due diverse prospettive che sono saldate dallo Spirito Santo. Mentre scrivo queste cose mi commuovo. Penso alla mia sposa, alla bellezza inscritta nella sua femminilità. Nel suo essere donna riconosco una meraviglia, una ricchezza che riempie il mio sguardo e il mio cuore. Riconosco in lei un mondo che non mi appartiene, un mondo di una bellezza incredibile, affascinante e attraente. Attraverso il suo essere donna mi riconosco uomo e solo così il nostro incontro può essere fecondo di vita e di amore.

Voglio finire con un commento sui fatti di questi ultimi giorni. Riguardo agli attacchi veri o presunti al Santo Padre. Guardiamo agli sposi pietre vive. Così deve essere la Chiesa di Gesù. Non deve essere costruita con mattoni tutti uguali. Non deve essere fatta di persone che pensano e agiscono tutte allo stesso modo. Ci sono sensibilità, pensieri, modalità e pastoralità diverse, anche opposte. E’ giusto così. la Chiesa di Gesù deve essere fatta di pietre vive. Guardiamo alla coppia di sposi a stiamo tranquilli. Da quella diversità può nascere una nuova e meravigliosa creazione di Dio, che nasce dalla volontà degli uomini e dalla Grazia di Dio.

Antonio e Luisa