Un matrimonio e due funerali!

Prendo spunto da un articolo di Repubblica (qui il link). Un uomo decide di sposarsi con se stesso perché dice che: “amare se stessi è la cosa più bella che possa capitare a un essere umano: solo così si può raggiungere infatti la propria tranquillità interiore”. Se la si pensa come lui si abbia l’onestà di essere coerenti come lui. Non sposatevi. Non che sia sbagliato amare se stessi. l’errore è fare di se stessi il centro del mondo. Ora dirò qualcosa di sconvolgente. Il mio matrimonio è stato un funerale. Tranquilli mia moglie lo sa.  L’ho capito solo dopo alcuni anni. Non solo, vado oltre, affermo che è un matrimonio felice proprio perché è stato un funerale, anzi due funerali. Facendo il verso al famoso film inglese degli anni 90 con Hugh Grant,  potrei chiamare il film della mia relazione: Un matrimonio e due funerali. Come è possibile che la mia gioia nasca da una morte, anzi da due morti? Il matrimonio è una scelta radicale, una di quelle decisioni che non lasciano via di ritorno, nulla sarà più come prima. Pensateci bene. E’ una scelta molto più coraggiosa di quella dei consacrati. I consacrati pongono la loro vita nelle mani di Dio, infinito, perfetto e onnipotente.Gli sposi, invece, anche se c’è la Grazia di Dio, con le promesse matrimoniali donano e affidano  la loro vita ad un’altra persona, una persona che per quanto possa averli fatto innamorare, e possa essere attraente per loro,  è solo un uomo o solo una donna. E’ una persona come noi, finita, imperfetta e piena di fragilità e di limiti. Sposarsi è davvero una scommessa, non solo su di noi ma anche su di lei/lui. Sposarsi è un atto di fede in Dio e nella volontà di quella persona.  Tutto questo implica morire, morire a noi stessi, al nostro egoismo, alle nostre pretese, al nostro modo di pensare e di vivere, alle nostre priorità. Uccidere l’io per scoprire il noi nell’apertura al tu. Amiamo l’altro quando il centro di ciò che conta non siamo noi ma è lui/lei. Quando lui/lei vale per noi, quando vale quello che prova, quello che pensa, quello che vuole. Tanti matrimoni falliscono perché non sono nati da due funerali. Non c’è un esodo verso l’altro. Si sta insieme quando le cose vanno bene e ci lascia quando vanno male ma così non si è mai amato l’altro/a ma solo se stessi stando con l’altro/a e lasciando l’altro/a. Come capire se si è davvero morti a se stessi? Facile, nella mia esperienza ci sono occasioni dove si manifesta o meno il nostro amore. Quando c’è una discussione, se non si è morti a se stessi per far posto all’altro/a, cercheremo sempre di spuntarla, di far passare la nostra volontà, e in caso di compromesso vivremo la conseguente rinuncia parziale come un limite che l’altra persona ci ha imposto. Alla lunga i rancori e le insoddisfazioni rovineranno il rapporto. Quando entrambi i coniugi invece sono morti a loro stessi, saranno capaci di andare oltre l’io, di ascoltare e rispettare il punto di vista dell’altro e insieme saranno capaci di trovare una nuova soluzione che non sarà un compromesso, ma scaturendo, non da una disputa ma da un confronto, sarà qualcosa di diverso e di nuovo che soddisfa entrambi, perché entrambi, nel loro incontro, hanno cambiato prospettiva e priorità.  Ad essere onesti, il giorno del mio matrimonio, c’è stato un solo funerale, quello di mia moglie. I primi tempi del nostro matrimonio tutto era condizionato da ciò che volevo e ciò che pensavo. Ogni qualvolta le cose non andavano come io volevo erano litigi e musi lunghi. Il centro ero sempre e solo io. La mia sposa è stata davvero paziente e brava, mi ha ucciso giorno dopo giorno, con la sua tenera sottomissione e il suo amore paziente. Avrebbe potuto scontrarsi con me per imporre la sua volontà ma così avremmo distrutto tutto. Lei si è sottomessa, ma non come persona debole ma come persona umile perchè forte dell’amore per me e per Dio. Vedeva la mia debolezza, non mi giudicava ma mi amava ancora di più e si faceva piccola per amore. Questo mi ha ucciso, ha finalmente liberato dalla pietra dell’egoismo il mio cuore e mi ha restituito un cuore di carne capace di farsi prossimo e misericordioso. Mi ha ucciso perchè nella Grazia del matrimonio potessi risorgere. La sua pazienza e il suo abbandono alla volontà di Dio mostrato nel matrimonio hanno trasformato la nostra relazione e finalmente si è potuto celebrare anche il mio funerale.Da quel momento tutto è stato più facile e più felice. Il matrimonio è meraviglioso ma solo se si è capaci di morire a se stessi. Vi auguro di celebrare al più presto il vostro funerale se non lo avete ancora fatto. Qualcuno dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Il matrimonio è al contrario la tomba dell’egoismo. la morte dell’io per risorgere nel noi, il matrimonio è un amore risorto e per questo trasfigurato da Dio.

Antonio e Luisa

Il luogo sacro

«Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!»

Mi è tornato alla mente questo versetto dell’Esodo (3,5) alcuni giorni fa e ci ho riflettuto sopra per un po’. Mi è venuto spontaneo rapportarlo alla mia vita di coppia e mi sono chiesto: “Quante volte ti sei tolto i sandali? Quante volte hai tenuto presente che tua moglie è “luogo sacro”, cioè tempio di Dio?

Onestamente non molte volte, soprattutto perché per natura siamo egoisti e pretendiamo di essere amati e guardati solo come noi desideriamo, senza fare lo sforzo di togliersi i sandali, di prendersi del tempo, di stare seduti per riflettere su chi abbiamo davanti, tanto che molte coppie arrivano a domandarsi: “ma chi ho sposato?”  Invece, per grazia di Dio, ho scoperto che è bello soffermarsi anche solo ad osservare il/la nostro/a coniuge, prestare attenzione all’amore che mette nei gesti quotidiani, con quali parole e quali movimenti ama i nostri figli. I linguaggi del mondo maschile e di quello femminile, proprio perché sono due mondi differenti, non combaciano ed è quindi necessario fare questo sforzo per imparare la lingua dell’altro. Piano piano ho imparato che il modo di manifestare i sentimenti di Ilaria non è lo stesso del mio, ci è voluto tempo, litigi e discussioni, ma ora iniziamo a capirci (non sempre eh!), ho compreso che il suo è un altro linguaggio e mi dice le cose che vorrei sentire in un altro modo. E’ uno sforzo, è vero, ma ne vale la pena.

Tornando a Mosè e Dio, la lettura continua raccontandoci che Dio stringe un alleanza con Mosè per liberare il popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto, ecco, da un ascolto attento, da un togliersi i sandali per rispetto alla sacralità del luogo, ne nasce una grande storia, simbolo di ciò che avviene quando due sposi accettano l’alleanza con Dio nel loro matrimonio.

Amore che salva, e se fosse una ciabatta a salvarci?

L’amore che salva, l’esperienza di un incontro

Storiella di una ciabatta incorniciata per avere “la visione e la certezza che è l’amore che salva“.

Si narra di una storiella, della casa di un parroco, alle cui pareti era appeso un quadro con una vecchia e consunta ciabatta ben incorniciata. Eh sì, perché, tempo prima, durante una lunga malattia del parroco, la madre, ogni mattina si recava davanti alla porta della camera per vedere come stesse il figlio. Il primo suono che l’uomo ascoltava era il trascinare della materna premura quotidiana, il rumore delle ciabatte tenacemente presenti! Poi col tempo il sacerdote guarì e, agli altri familiari, chiese di avere soltanto un oggetto della madre: la ciabatta. Così, a chiunque chiedesse il significato di quel quadro con la ciabatta incorniciata, egli rispondeva: «PER AVERE SEMPRE, DINANZI AGLI OCCHI, LA VISIONE E LA CERTEZZA CHE È L’AMORE CHE SALVA!».

Cosa resta di questa meravigliosa storiella? Lo sguardo di ciò che agli occhi può sembrare invisibile; ma che dietro cela l’intero significato e cioè l’esperienza di un incontro!

Incontro e innamoramento

Cosa è accaduto ad esempio quando due fidanzati si sono conosciuti? Un incontro fatto di sguardi, parole, battute per suscitare il massimo interesse, sensi e doppi sensi, dare il meglio di sé, attirare l’altro in tutte le maniere possibili, essersi vestiti nel miglior modo per il primo appuntamento, aver scelto il ristorantino più adeguato, aver speso tutti i complimenti, e altro.

Poi ci si scambiano doni particolarissimi e, quando si va in un luogo significativo, si scattano foto speciali e si acquistano oggetti “ricordativi” e soprattutto si vivono momenti che mai si scorderanno.

amore che salva l'esperienza di un incontro

Poi si va avanti nel percorso dell’innamoramento e si stampano nella memoria situazioni specialissime che solo quelle due persone hanno saputo vivere.

Può essere accaduto che l’anello di fidanzamento sia stato consegnato in ginocchio declamando la più bella poesia. Può darsi che, camminando mano nella mano, siano state pronunciate bellissime parole; e che ricorreva sempre una frase molto speciale che accomunava tantissimo la sintonia dei due.

Matrimonio e famiglia

Poi si è andati avanti nel percorso dell’amore e ci si è sposati. Quanti sorrisi e quanti ricordi quel giorno super specialissimo che mai può dimenticarsi. Saremmo addirittura degli sciocchi a criticare e a detestare ciò che da soli, senza alcuna costrizione, abbiamo deliberatamente scelto, voluto, desiderato, conquistato ed accolto pienamente: l’altro o l’altra! Un sì pronunciato dalla nostra stessa bocca, quella con cui fin dall’inizio ci siamo relazionati.

È vero, spesso tutto accadeva nella fretta, o nella superficialità del tempo che scoccava sempre più velocemente mentre si dovevano acquistare oggetti, arredi, camere, cucine, stoviglie, fedi, biancheria, viaggio di nozze, viaggio di ritorno.

Poi si va avanti e la vita cambia con il lavoro, i bambini; forse non è detto che ci siano bambini. C’è la crescita umana e personale dove ciascuno deve fare i conti con se stesso, con i propri limiti e i limiti dell’altro.

Poi, se ci sono bimbi essi crescono; c’è l’adolescenza, quella dei figli si spera (e degli eterni adolescenti… ahimè…) e poi ci sono i suoceri, i consuoceri, i rapporti familiari e interpersonali.

amore che salva l'esperienza di un incontro

Ciò che davvero ti serve

Tutto intanto corre, come l’attività pastorale del sacerdote della storiella.

Ma il sacerdote a un certo punto si ammala ed è costretto a fermarsi, a vivere un po’ di tempo relegato nella solitudine, nell’intimità di se stesso, obbligato vuoi o non vuoi a quell’immobilità dove tutto quello che prima scorreva, ora si è fermato, almeno fisicamente. Rimane però una cosa che non riesce a fermarsi: l’alterità!

C’è un altro che si muove per te. Un altro che striscia le sue ciabatte per vedere come stai, se hai bisogno di qualcosa, di ciò che DAVVERO TI SERVE. All’inizio non te ne accorgi; anzi, quella ciabatta rumorosa che passa può infastidirti anche parecchio. Tu forse nella tua immobilità hai imbroccato una strada sbagliata o sei proprio fuori strada. Forse stai “rinnegando” ciò che tu avevi scelto, forse sei molto confuso. Si è vero, ora sei ammalato; ma sappi che quelle ciabatte che arrivano a destinazione per guardarti davanti alla porta sono quella certezza: LA CERTEZZA DELL’AMORE CHE SALVA.

E se fosse quella ciabatta a salvarti?

Il sacerdote guarì.

Puoi incorniciarla anche tu se vuoi!

Cristina

Articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi:  www.annalisacolzi.it/amore-che-salva/

In cammino con Gesù

Navigando su facebook e leggendo i post delle pagine e delle persone che mi piacciono, ho trovato questa lettera di Papa Paolo VI. Molto bella. La ripropongo

 

Non ci pare forse che il dubbio dei due discepoli sia stato talvolta anche nostro?
Non ci pare forse che la nostra fede sia stata talvolta troppo scarsa e debole, e materiale, come quella di quegli uomini sfiduciati ?
Quei discepoli di Emmaus siamo noi!
Ma solo che anche noi abbiamo orecchi per ascoltare, e cuore per seguire la Parola di Cristo, ecco che Egli viene con noi, si accompagna a noi, si fa nostro amico, nostro sodale lungo la strada, nostro commensale alla tavola della carità fraterna e alla comunione eucaristica; solo che abbiamo una scintilla d’amore, gli occhi si aprono per riconoscere la sua presenza, e il cuore si accende.
«Questo fuoco – dice S. Ambrogio, commentando le parole dei discepoli di Emmaus – questo fuoco illumina l’intimo recesso del cuore». Fratelli! la fede e l’amore vi facciano riconoscere e seguire Cristo, sempre.
Cristo ci accompagna per la via della vita: ma quale miglior pensiero possiamo lasciare a voi, diletti sposi, quasi come provvista e nutrimento e sostegno nel lungo viaggio, che state per cominciare insieme? A voi, a tutte le giovani coppie,
a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore,
elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell’amore reciproco di Cristo e della Chiesa noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi!
Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all’altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell’amore che è forte come la morte, che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato; vicino a voi per aiutarvi a vincere i pericoli non irreali dell’egoismo, che si annidano nelle pieghe riposte dell’anima per conseguenza della colpa originale, ma che pur sono stati vinti dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo; vicino a voi per farvi sentire la vostra dignità di collaboratori di Dio Creatore, nel trasmettere il dono inestimabile della vita, e di Dio Provvidente, nel rappresentarlo al vivo davanti ai vostri figli nelle tenerezze, nelle cure, nelle sollecitudini che saprete ad essi dedicare con quegli slanci di eroismo che ben conoscono i cuori dei padri e delle madri.
Sì, fratelli, sì; davvero «questo sacramento è grande: lo dico di Cristo e della Chiesa».L’ha ben sottolineato ancora il Concilio Vaticano II: «Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani mediante il sacramento del matrimonio; inoltre rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione . . . e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre». Così, fratelli, così: sia questo il vostro programma, sia questa la vostra ambizione: con Gesù in cammino con voi per le vie faticose e imprevedibili della vita; con Gesù seduto alla tavola del vostro pane quotidiano duramente ma serenamente guadagnato, possiate fare della vostra esistenza a due una luce, una missione, una benedizione.

Paolo VI

Tutto per Amore

Quando vado a caccia di tempeste mi accade sovente di finire la caccia senza averne ripresa neanche una. A volte può anche capitate l’unica occasione giusta per fare la diretta, ma tac… la linea wifi in quel momento non ne vuole sapere. “Siamo in Italia, mica in America!”. Ma nonostante le mille delusioni, ancora oggi continuo ad andare a caccia di tempeste, e non c’è nessuno e nessuna cosa al mondo che potrà convincermi del contrario.

Allo stesso modo nella vita di un cristiano non contano le delusioni, le amarezze, le persecuzioni, perché se veramente abbiamo conosciuto Gesù, lui ci attrarrà al suo cuore ogni volta che ci allontaniamo, ogni volta che cadiamo, ogni volta che ce ne dimentichiamo. Dobbiamo fare tutto per Amore! Le dicerie, le calunnie, le persecuzioni, dobbiamo sopportarle con amore. Se sopportassimo tutto con amore, anche il male che viene fatto verrebbe redento, e da esso potrebbero nascere nuovi frutti di bene.

Se pensiamo alla passione di Cristo e ci soffermiamo sul termine “Passione”, possiamo capire molte cose. Cristo ha subito tutto: dalle persecuzioni alle prese in giro, dai tradimenti ai rinnegamenti, dal flagello alla Croce, ma in tutto ci ha messo “Passione”. Il termine deriva dal greco “Pathos” e significa soffrire, ma con una tale forza emotiva in grado di trasformare quella sofferenza in qualcosa di più. Cristo in tutto quello che faceva ci ha messo passione, perché ci ha messo tutto se stesso, il suo cuore di Padre e di Figlio.

Nella nostra vita quotidiana ci dobbiamo mettere passione, anche nelle cose più piccole e insignificanti. E dobbiamo metterci passione anche quando le cose non vanno per il verso giusto, quando tutto ci sembra crollare, quando tutti ci remano contro, quando ogni cosa che facciamo non riesce. Perché la passione è in grado di trasformare tutto, è in grado di farci vedere il bene nel male, l’amore nell’odio, la gioia nella sofferenza, la luce nel buio, la resurrezione nella morte. Nella nostra “Vita di Coppia”, anche quando il tempo è nero, e all’orizzonte si affacciano nuvoloni di pioggia, mettiamoci ancora più “Pathos”, ancora più vigore.

Non subiamo gli eventi in modo passivo, deprimendoci, chiudendoci in noi stessi, quasi non ci fosse più un domani. Ma guardiamo lo spiraglio di luce che si cela dietro le nubi, raccogliamo la pioggia per poter irrigare il campo del nostro amore nei tempi di siccità, sfruttiamo i venti per gonfiare le nostre vele, per giungere in porto… alla fine di tutto.

Il muro del ricordo

Ho visto di recente un film. Le armi del cuore, film americano del 2015 chiaramente di stampo cristiano evangelico protestante. I protestanti non hanno i sacramenti e questo li ha portati a sviluppare molto meglio di noi il loro rapporto con la preghiera e con lo Spirito Santo che rende presente Dio nella nostra vita ordinaria di ogni giorno. Forse da questo punto di vista abbiamo qualcosa da imparare da loro, noi che spesso releghiamo la nostra religiosità all’interno della Messa e in qualche preghiera imparata a memoria e recitata senza troppa convinzione.  Tutto questo per dire cosa? Dobbiamo fare memoria della Grazia, di tutte le volte che Dio ha benedetto la nostra famiglia, di tutti gli aiuti che ci ha dato nel nostro matrimonio, di tutte le volte che ci ha sostenuto e che ne abbiamo percepito la presenza. E’ facile quando le cose vanno male e ci si ritrova nella prova e nella sofferenza dimenticarsi e sentirsi soli. Sentire tutto il peso del momento e della situazione sulle nostre spalle troppo deboli e fragili, a volte, per sostenerlo. E’ importante allora avere un luogo della casa dove appendere il una lista delle grazie ricevute, fotografie e pensieri che ci ricordano come Dio ci è stato vicino. Il muro del ricordo. Perchè siamo uomini e donne fragili, di poca fede e abbiamo bisogno di fare memoria per non perdere la speranza. Non dite che non avete niente da mettere su quel muro perchè non è vero. Se scavate nella vostra storia personale e matrimoniale non faticherete a trovare momenti in cui la presenza di Dio e il suo aiuto sono stati determinanti per permetterci di superare o affrontare con più coraggio una difficoltà o una sofferenza. Non siamo soli, ci siamo sposati in tre, Dio è sempre con noi ma abbiamo bisogno di fare memoria per non dimenticarlo.

Antonio e Luisa

L’amore sponsale è tabernacolo di Dio

Ne ho già parlato in passato ma è bene riprenderlo. E’ una realtà troppo grande e bella per lasciarsela sfuggire. Nel tempio di Gerusalemme c’era un luogo inaccessibile, in cui solo il sommo sacerdote poteva entrare. Era il Santo dei Santi, il luogo dove era custodita l’Arca dell’Alleanza, il segno tangibile e visibile della presenza di Dio. Quello era luogo sacro, luogo di Dio. Il tabernacolo delle nostre chiese ricalca esattamente quella verità. Nel tabernacolo delle chiese cristiane è custodita la reale presenza di Cristo e quindi di Dio. Non a caso Tabernacolo era in origine la tenda che conteneva le tavole della legge prima che fossero collocate nel Tempio di Salomone. D’altronde. un luogo sacro è comune a tutte le religioni fin dagli albori dell’umanità, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di relazionarsi con Dio e avere un luogo dove trovarlo. Esiste un altro tabernacolo  dove è presente realmente Dio, luogo concreto ma non visibile,  che va custodito, protetto, amato e santificato. Esiste un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà che è una duità che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. L’adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

Antonio e Luisa

L’amore: una perla custodita da Eros e Agape.

Penso di aver compreso che l’amore sponsale non è mai una realtà che si esaurisce in un’unica dimensione. Ha sempre prospettive diverse, angolazioni diverse e orizzonti diversi ma che raccontano sempre dello stesso amore.

L’amore sponsale è Agape ed Eros. L’eros, l’amore che ci spinge ad aprirci, all’incontro con un’altrerità diversa e complementare. L’eros, forza impetuosa che se non è controllata rischia di sfondare gli argini e di esondare oltre il nostro controllo facendoci commettere errori e sopraffazioni. L’agape, amore di donazione, di servizio. Agape, l’amore considerato più nobile perchè più difficile. Agape che significa sacrificio. L’eros fatto di corporeità, di carne e di sensazioni. L’agape fatto di spirito, di volontà e di dedizione. L’eros che infiamma e l’agape che disseta.  L’eros, l’amore a forma di cuore. e l’agape, che invece ha la forma di una croce. L’amore non è nè solo uno nè solo l’altro ma è l’unione di queste due incompletezze. L’eros senza agape diventa egoismo e l’agape senza eros diventa come una fiamma che non scalda, qualcosa di freddo che non trasmette amore. Entrambi sono necessari perchè la nostra unione matrimoniale diventi una dimora accogliente che possa ospitare Gesù. Padre Raniero Cantalamessa usa un’immagine molto bella per spiegare come l’amore sponsale sia contemporaneamente Agape ed Eros:

L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve che sono l’eros e l’agape. Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo. Come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi con ciò della stessa acqua.

Uomo e donna sono diversi anche in questo. L’uomo custode dell’Eros e la donna custode dell’Agape. L’uomo se sarà soddisfatto nel suo desiderio di amore erotico sarà capace di donarsi alla sposa con gesti di servizio, di cura, di dedizione e di tenerezza. La donna, al contrario, solo se sarà fatta centro di gesti di servizio, di cura, di dedizione e di attenziona , sentirà il desiderio di accogliere nell’abbraccio dell’amplesso il suo sposo.

Tutto diventa un intreccio di eros e agape che generano un circolo virtuoso trasformando il matrimonio in qualcosa di meraviglioso da scoprire e perfezionare ogni giorno.

Antonio e Luisa

Guardarsi con gli occhi di Dio

Nel matrimonio cristiano, quando è vissuto nell’autenticità del dono e nella verità del sacramento, accade qualcosa di meraviglioso. E’ un qualcosa che si ottiene a caro prezzo, con un costante impegno, con l’abbandono a Dio, con la consapevolezza che ci saranno cadute e momenti di scoraggiamento, ma anche, con la certezza di poter contare sulla misericordia e sul perdono di Dio e della persona amata. Accade che piano piano, giorno dopo giorno, riesci a vedere il tuo coniuge e la tua relazione con gli occhi di Dio. La Chiesa e il Papa non insistono col dire che la relazione sponsale è immagine di quella trinitaria? Ecco questa ne è la prova e una manifestazione concreta di una verità trascendente. Cosa significa guardare il coniuge con un nuovo sguardo, lo sguardo di Dio? Nella mia esperienza significa essenzialmente due cose. Significa compatire e congioire. Significa sentire le gioie, i successi, le gratificazioni, i momenti importanti che l’amato/a vive e percepisce in lui/lei, come qualcosa che ci appartiene e che sentiamo un po’ anche nostro, perchè il nostro sposo e la nostra sposa abitano il nostro cuore. Significa anche piangere e condividere la sofferenza per le cadute, gli errori, gli insuccessi, i fallimenti e la sofferenza del nostro coniuge. Consorte, nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi, citava una vecchia formula del rito matrimoniale. Nell’amicizia le gioie si moltiplicano e i dolori si dividono e come dice il Papa, l’amore sponsale è una forma di amicizia particolare e più profonda e completa delle altre. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Siamo naturalmente portati a giudicare tutto e tutti, ma non al modo di Dio. Giudichiamo con superbia, super, che si mette sopra. Che fa di sè il centro e si sente in diritto di condannare chi si comporta e fa qualcosa di diverso da quello che ritiene giusto. Dio non fa così, Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Dio vede  ciò che ci fa bene e ciò che ci fa male, e vuole condurci verso il bene, perchè il nostro male e la nostra infelicità lo rattristano e lo toccano profondamente. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce. Dio ci ha messo accanto ad una persona non per trovare in lui/lei la nostra felicità ma per trovare nell’amore verso l’altra persona una via privilegiata per arrivare a Lui che è sorgente e meta della nostra vita e che è il solo che può dare senso e pienezza a tutto.

Antonio e Luisa

Mio Fratello San Tommaso…

Come diceva il mio amico Antonio nel suo articolo precedente, San Tommaso è il nostro gemello, ma perché? Non perché non crede nella risurrezione, testimoniata dalle scritture e dalle opere di Gesù, ma perché non crede che “da un male così grande si possa risorgere”. In questi giorni ho sentito il bisogno di toccare e vedere Gesù Cristo nella storia, allora ho divorato libri e film che raccontano storie vere in cui Gesù si è manifestato con potenza, ho constatato come la mia fede sia fatta di “ciccia”, passatemi il termine, di come io abbia bisogno di toccare e vedere il Dio fatto carne. E credetemi ho visto la presenza viva e salvifica di Cristo nella storia di persone semplici come noi, ma che hanno dato tutto a Lui.

In pochi giorni mi sono letto il romanzo di Alessandro D’Avenia “Ciò che inferno non è” che mi è rimasto dentro per tanti motivi, per la storia di Padre Pino, per l’abilità narrativa dello scrittore che ti trasporta in quella Palermo, ti fa sentire sulla pelle il peso di una città che ingombra il cuore, ti fa sentire le emozioni che provano i personaggi che compaiono nel romanzo, rende perfettamente l’idea del motto che accompagna la statua simbolo della città: “Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri”. Non voglio svelarvi molto del romanzo, ma la figura di Padre Pino esce da questo libro con tutta la sua umanità e il suo essere uno con Cristo, è bellissimo! Anche il film “Alla luce del sole” racconta la sua storia, come tanti altri libri, ma personalmente mi è rimasto dentro il libro.

La sera della domenica di Pasqua, con gran fatica, ho visto Cristiada, il film che racconta della vicenda dei Cristeros messicani nel 1926, i quali decidono di reagire alla vera e propria persecuzione dei cristiani da parte dell’allora presidente Plutarco Calles. In quella che fu una vera e propria guerra spiccarono delle figure stupende come quella di José Sanchez del Rio, un ragazzino che fu catturato dai militari del presidente e torturato barbaramente, ma lui difronte a queste torture non rinnegò la propria fede e morì proferendo il grido dei Cristeros: “Viva Cristo Re!” Quanto coraggio e quanta fede in un ragazzino di quindici anni!

Un altra storia che voglio farvi conoscere è quella di Francesca Pedrazzini, una ragazza prima, attiva nella vita scolastica con Gioventù studentesca e con CL all’università, una donna, moglie e mamma poi, che nella malattia ha fatto un cammino, partendo dal rifiuto, dalla fatica, dal dolore, fino ad arrivare ad abbracciare la croce e camminare con Cristo, terminando il pellegrinaggio sulla terra con già negli occhi e nel cuore la meta, nonostante fosse consapevole di staccarsi dal marito, dai tre figli e da tanti amici cari. Come non pensare anche alla dolce Chiara Corbella?

Tutto questo per dirvi che è bello guardarsi intorno, è bello nutrirsi di queste storie che sono state scritte per noi, a testimonianza della presenza di Cristo che ancora opera nelle nostre vite solo se noi lo vogliamo. A volte va bene distrarsi con letture o film di altro genere, ma io in questo periodo mi sono arricchito tanto con queste bellissime storie, belle non perché ci fosse il lieto fine, ma belle perché queste persone hanno sparso nel mondo il profumo di Cristo e hanno reso reale la nostra fede.

Il membro della famiglia

Articolo tratto da Il Foglio di  Fabrice Hadjadj. (nel caso di richiesta degli aventi diritto, rimuoveremo subito il post)

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna.

Non c’è solo il sesso, dunque, anche l’ombelico è legato alla sessualità. Il primo segna la differenza sessuale; il secondo la differenza generazionale. Il primo mi rivela come maschio; il secondo come figlio. Ma figlio e figlia ci sono soltanto perché ci sono stati un uomo e una donna. La differenza sessuale genera la differenza generazionale. La differenza dei genitori e dei figli nasce dalla differenza del maschio e della femmina e dalla loro unione. E’ su questa differenza dei sessi che vorrei soffermarmi. Tale differenza costituisce una relazione assolutamente originale e fondatrice. Originale perché originaria (ne deriviamo tutti, come abbiamo appena detto), fondatrice perché fonda l’accoglienza a tutte le altre differenze. Guardando il mio sesso, mi accorgo che sono un uomo, e tuttavia non rappresento tutta l’umanità, perché l’umanità è composta da uomini e da donne. Mi accorgo anche che questo membro, che è al centro di me, sfugge al mio possesso: non solo non lo controllo interamente – non obbedisce alla mia volontà come il mio braccio, per esempio – ma mostra anche che la realizzazione di me stesso non può avvenire se non attraverso e grazie a un altro, l’altro sesso, poi l’altro figlio, il che spezza l’idolo di una concezione egocentrica dell’esistenza. Questa è l’originalità della relazione dei sessi: una relazione in cui l’unione non abolisce la differenza, ma la compie (i muscoli palestrati non bastano: l’uomo non è mai così virile come quando è sposo e padre; e la civetteria nemmeno: la donna non è mai così femminile come quando è madre… e donna). In questa relazione, è attraverso la differenza irriducibile che si diventa se stessi.

Questa originalità è spesso velata sia dal fantasma della potenza fallica, sia dal mito della fusione romantica, sia dalla morale della complementarità. Nel primo caso, il rapporto dei sessi viene affermato in termini di dominio e dunque di contraddizione: l’uno arriva a schiacciare l’altro. Nel secondo caso, viene esaltato in termini di dissoluzione e dunque di confusione: l’uno e l’altro si fondono in un brodo sentimentale. Nel terzo caso, viene rappresentato in termini di complementarità e quindi di totalizzazione: l’uno e l’altro si incastrano senza lasciar più spazio ad alcuna distanza né breccia, e formano un insieme beato e autosufficiente. Tali sono le tre coppie che appaiono proprio quando si riduce la relazione sessuale alla coppia (mentre si presume che il terzo ne scaturisca): macho e casalinga (o Crudelia e Masoch), Tristano e Isotta, incastro tra zipolo e alloggio… O ancora: duello spietato, duo perfetto, affare ben fatto. Ma, come ha ben mostrato Emmanuel Lévinas, la dualità dei sessi non è né contraddizione né fusione né complementarità, è apertura all’altro in quanto altro, in modo tale che la faglia resti aperta, che l’altro non vi sia mai dominato, né assorbito né adattato: “Il carattere patetico dell’amore consiste nella dualità insuperabile degli esseri. E’ una relazione con ciò che si sottrae per sempre. La relazione non neutralizza ipso facto l’alterità, ma la conserva. L’altro in quanto altro non è qui un oggetto che diventa nostro o che finisce per identificarsi con noi; esso, al contrario si ritrae nel suo mistero”.

L’abbraccio ci espone all’incomprensibile. Più io abbraccio l’altro più altro, vale a dire l’altro dell’altro sesso, più viene sottratto – nella sua stessa offerta – alla mia comprensione. Posso penetrare fisicamente una donna, ma la donna nella sua femminilità resta impenetrabile: si ritira in una sorta di “verginità eternamente inviolata”. E si arriva ancora più lontano: l’alterità dell’altro non solo è conservata, magnificata nell’unione sessuale, è anche moltiplicata. Per la sua fecondità naturale, questa unione ne genera un’altra. La differenza sessuale non viene mai superata, se non duplicandosi in qualche modo, compiendosi nell’avvenimento di una seconda differenza abissale: la differenza generazionale. Quella che dà nascita a un figlio.

Al fondamento del mistico

Ecco la conclusione che posso trarre da una semplice meditazione sul mio basso ventre. Per quanto mi guardi l’ombelico o la parti intime, esse, se vi faccio attenzione, mi rimanderanno sempre al di là di me stesso, a prima della mia nascita (perché l’ombelico è la traccia della mia vita intrauterina) e dopo la mia morte (perché queste parti sono genitali e naturalmente volte alla posterità). Il mio ombelico come cicatrice e il mio pene come indice mi manifestano che sono grazie a un altro e per un altro, che posso compiermi solo con l’altro e anche nell’altro – non sviluppandomi ma fruttificando, cioè dando nascita a un altro (figlio) con un’altra (donna).

E’ per questo che finché c’è un uomo solo, non c’è ancora l’uomo. Nel secondo racconto della Creazione, il racconto dell’Eden, Dio dichiara: Non è bene che l’uomo sia solo (Gn 2, 18). Mentre il primo racconto della creazione in sette giorni è scandito da un Dio vide che era cosa buona, qui, Dio dice che non è bene. Adamo sperimenta la sua solitudine, una solitudine, una tristezza che, nel paradiso dell’individuo isolato, è il segno che il paradiso non è nel benessere individuale ma nella comunione con l’altro; una comunione che non è dominio, né fusione, né complementarietà, ma relazione con colui o meglio con colei che resta differente e che moltiplica inesorabilmente la differenza.

Curiosamente, se si passa dall’origine della saggezza biblica all’origine del sapere filosofico, si fa una scoperta analoga. Essa si incontra sia in Platone sia in Aristotele, benché in modi differenti; forse proprio perché Aristotele è fisico e sposato, mentre Platone è dialettico e celibe. D’altronde, si potrebbe rimanere stupiti nel veder citare quest’ultimo, che sembra prendere come punto di partenza amori pederastici, per esempio quello di Socrate e Alcibiade. Se lo si guarda più da vicino, si scopre però che Platone sublima il fondamento sessuale, ma non lo ignora come tale. Il Simposio ne offre la dimostrazione eclatante. Si tratta di una riunione di uomini in cui ciascuno deve fare l’elogio dell’amore, in forma di monologo. Ed ecco che quando viene il turno di Socrate, egli non solo passa al dialogo, ma addirittura al dialogo sessuato, perché riferisce il colloquio che ebbe nella sua giovinezza con Diotima, sacerdotessa di Mantinea. Come se l’accesso alla verità dell’amore e al suo autentico elogio non potesse che ritornare alla differenza sessuale come suo fondamento (questo non vuol dire che esiste solo l’amore tra l’uomo e la donna, esclusivamente – cosa assurda del resto, poiché questa esclusività è in sé stessa naturalmente inclusiva per il figlio che arriva, e – non dimentichiamo l’ombelico! – per i parenti; questo vuol dire soprattutto che quest’amore è il paradigma fisico di ogni amore, anche il più spirituale).

Che cosa insegna Diotima a Socrate? Che l’amore non consiste semplicemente nell’unirsi al bello (come suggerirebbe il pensiero della fusione o della complementarietà), ma nel “partorire nella bellezza”. E, secondo Diotima, dove si trova il modello di quest’amore che si gioca nelle altezze sopracelesti? Nelle nostre mutande. Nella nostra animalità sessuale. “Coloro che sono fecondi nell’anima” hanno  come  modello “coloro  che  sono  fecondi  nel corpo”:

“L’unione dell’uomo e della donna è procreazione; questo è il fatto divino”. Come in Genesi 1, 27 non si tratta solo dell’uomo e della donna, ma del maschio e della femmina. Seguendo l’altezza del Parmenide, Diotima non esita a discendere e a vedere nel grido del cervo in calore, o nel collo gonfio o che tuba del piccione in calore, l’immagine stessa del fervore filosofico o religioso: “Non ti accorgi del tremendo stato di tutti gli animali, terrestri e volatili, quando sentono il desiderio di generare, e come tutti siano presi dal male d’amore, e passionatamente disposti anzitutto a unirsi subito tra loro, e poi a nutrire le loro creature?”. Siamo ben lontani dall’idealismo e dal dualismo attribuiti a Platone nella caverna delle scuole e delle università (troppe cattedre e poca carne, indubbiamente).

Giudaismo e cristianesimo attestano in maniera analoga il fondamento carnale della spiritualità umana e riconoscono nella sessualità, e in ciò che da essa ne consegue, l’immagine di ogni unione mistica: Il mio diletto ha introdotto la mano nella fessura e le mie viscere fremettero per lui. Così canta il Cantico dei Cantici; e quelli che esitano a sapere se si tratti di un poema erotico o di un inno religioso suppongono – con pensiero debole – che le due interpretazioni siano in contrasto. I mistici non possono parlare dell’unione con Dio, o della carità teologale, se non a partire da tre differenze legate alla sessualità: quella dei sessi (uomo / donna), quella delle generazioni (genitori / figli), quella dei fratelli (primogenito / cadetto). Il rapporto con Dio è pertanto nuziale (Esce come uno sposo dalla stanza nuziale – Sal 19, 6), filiale (Padre nostro che sei nei cieli – Mt 6, 9), fraterno (Gesù è primogenito tra molti fratelli – Rm 8, 29). è anche i tre insieme: quel che è al di là della creatura, infatti, non può essere accostato da una sola modalità creata, ma da diverse modalità non compossibili quaggiù (l’amore dell’uomo e della donna evidentemente non è l’amore dei genitori e dei figli, che, a sua volta, non è l’amore dei fratelli tra loro). Queste modalità sono contrastanti in natura, ma presentandosi in maniera successiva, manifestano proprio che c’è di mezzo una modalità soprannaturale.

Beati quelli che credono senza vedere

Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».
Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».
Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.
Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Prendo spunto dall’omelia del mio parroco, molto interessante. Tommaso era detto Didimo, gemello nella nostra lingua. Gemello di chi? Tutti noi siamo gemelli di Tommaso perchè ci comportiamo esattamente come lui. Tommaso non credeva nella resurrezione? No, non è così. Tommaso credeva nella resurrezione, c’erano passi della scrittura che la preannunciavano, c’era una parte del popolo ebraico che la aspettava, aveva visto con i suoi occhi la resurrezione di Lazzaro. Cosa allora gli impedisce di credere. Ha visto il crocifisso. Sa che Gesù è stato picchiato, deriso, offeso, vilipeso, coronato di spine. Sa che ha dovuto salire verso il Calvario, che è stato inchiodato ad una croce e che è morto. Non riesce a credere che da un male così grande si possa risorgere. Tommaso è esattamente come noi. Noi che non riusciamo a credere in Dio perchè nel mondo c’è il male, ci sono le guerre, i terremoti. Ci sono i bambini che si ammalano e muoiono. Noi vediamo tutto questo e non crediamo perchè non è possibile che Dio sia presente dentro la nostra vita. Invece Gesù dice: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Beate quelle donne e quegli uomini che credono anche se non vedono Dio nella loro storia, nel loro matrimonio. Beate quelle donne e quegli uomini che, anche se sono stati abbandonati e vedono la persona che ha promesso loro di amarli per sempre insieme ad un’altra persona, continuano ad abbandonarsi a Dio, perchè sanno che Lui c’è anche se non lo vedono. Beate quelle donne e quegli uomini perchè non hanno bisogno di vedere per credere, hanno dentro una promessa di Dio che custosiscono e che li conduce verso la verità e l’incontro con Gesù  che salva è da senso ad ogni cosa, anche quello che adesso non si può comprendere.

Antonio e Luisa

Tutto quello che non sapete sulla “pillola dei 5 giorni dopo”

pubblicato su La Croce Quotidiano il 29/3/2017 e sul sito www.montedivenere.org  

scritto da Maria Dolores Agostini (moglie e mamma e insegnante di metodo Billings)

 

Pillola e aborto sono due termini che solitamente vengono separati. Invece io li unisco, li metto vicini vicini.

Avete diritto ad una spiegazione: tendenzialmente la classica pillola estro-progestinica viene considerata un contraccettivo ma, ve la butto là così, la verità nuda e cruda, Di Pietro e Minacori dai loro studi approfonditi hanno dedotto che si verificano 1,55 fecondazioni ogni 200 cicli di assunzione della pillola e questi embrioni vengono, di solito, eliminati senza che la donna ne sappia nulla.

Ma andiamo per ordine, la classica pillolina, quella che ci propinano travestita d’innocenza, assunta quotidianamente, agisce su più livelli: uno, blocca l’ovulazione; due, modifica la motilità tubarica; tre, atrofizza l’endometrio; quattro, modifica le caratteristiche del muco cervicale.

Voglio parlare a tutti, anche a chi è inesperto, così vi dico semplicemente che quando la pillola provoca il blocco dell’ovulazione allora si comporterà da contraccettivo, e così pure quando, modificando il muco, si impedisce la risalita degli spermatozoi all’interno del corpo della donna e la capacitazione degli stessi; sempre di contraccezione si parla se la pillola agisce rallentando la discesa dell’ovulo che quindi non verrà raggiunto dagli spermatozoi ma… se ad esempio il movimento della tuba viene accelerato, allora la fecondazione avviene e l’embrione, che solitamente necessita di circa cinque giorni per raggiungere l’utero dove annidarsi, arriva troppo presto in utero e viene quindi espulso perché l’utero non è recettivo, non è pronto. Piccola parentesi: proprio per questo meccanismo di non recettività dell’utero in anticipo, è quello che rende scadente la fecondazione artificiale, in cui si immette l’embrione in utero dopo 72 ore, altrimenti in vitro crescerebbe troppo e, non tenendo conto dell’implantation window, attecchisce in un 20% dei casi per errore.

Ma torniamo a noi, c’è un ultimo livello da analizzare, il discorso atrofizzazione dell’endometrio: altro meccanismo abortivo della classica pillola: se avviene una fecondazione imprevista visto che il corpo non è una macchina e visto che essendo ognuno diverso dall’altro quello che funziona per te potrebbe essere imperfetto per me, niente paura il piccolo embrione che arriverà in utero al quinto giorno, tempo giusto giusto per attecchire in utero, non lo farà e verrà abortito perché il nutrimento costituito dall’endometrio è, come dire, “secco”, senza che la mamma sappia di essere “mamma”, seppur per poco, circa una settimana. Giudicate dunque voi: l’effetto non è solo contracettivo, bensì intercettivo e abortivo. Procediamo nell’analisi pillola-aborto: la minipillola, solo progestinica, ha un effetto abortivo ancora più marcato.

Quindi la letteratura scientifica sull’azione dei contraccettivi ormonali è incentrata sugli effetti collaterali, sulla valutazione dell’inibizione dell’ovulazione e sull’incidenza di gravidanze, quando sarebbe opportuno la valutare i marcatori precoci della gravidanza.

In altre parole la notizia bomba che annunciavo in apertura è che una donna che utilizza la pillola estroprogestinica, deve aspettarsi di distruggere un embrione ogni 10 anni d’uso!

Veniamo alla così (mal) denominata contraccezione di emergenza, “mal” perché trae in inganno: qui non siamo quasi mai di fronte a meccanismi di natura contraccettiva, quanto preminentemente di tipo abortivo. Guardandoci indietro vediamo questo: prima della legge, si davano 4,5 pillole classiche al giorno, per 4 giorni e si otteneva l’effetto che oggi abbiamo con una pillola del giorno dopo, che si trova in commercio ora: quindi oggi è come prendere 400 pillole di 20 anni fa! Per non parlare del fatto che le giovani poco informate andavano dalla guardia medica il sabato sera a farsela prescrivere e poi magari ci riandavano anche il mercoledì successivo, tanto la guardia medica di turno era un’altra. Così si rovinano le ragazze, a suon di botte ormonali.

La pillola dei cinque giorni dopo che vogliono svenderci come contraccettivo, contiene la stessa molecola della RU486 in diverso dosaggio, compete con il progesterone che invece lotta per portare avanti la gravidanza. La Brache ha fatto un articolo contraddittorio: se si assume in un certo particolare momento del ciclo, può spostare l’ovulazione, rimandare lo scoppio del follicolo e la fuoriuscita dell’ovulo che quindi teoricamente potrà evitare la fecondazione giocando sul tempo di sopravvivenza degli spermatozoi.

Altrimenti ferma lo sviluppo dell’endometrio e siamo da capo a piedi. Gli studi fatti, se si va a leggere tra le righe, senza fermarsi alle belle ridondanti percentuali dell’abstract, sono pochi, pochissimi, solo su 35 donne! Azzeccare il minuto giusto in cui il meccanismo d’azione sarebbe contraccettivo credo che sia così improbabile da rendere meno inopportuno sperare di andare tutti sulla luna per un caffè a capodanno 2018.

Quindi care signore che intendete prendere la pillola dei cinque giorni dopo o vi rassegnate ad abortire seduta stante, o decidete di avere un rapporto completo non protetto proprio mentre siete attaccate alle macchine del monitoraggio per indovinare il momento perfetto per prendere la pillola dei 5 giorni dopo con effetto contraccettivo, o pensate di passare alla RU486 tanto siamo là, ma attente a non farvi infinocchiare: perché insomma qua si “gioca” a mirare chi deve morire, e il clostridium sordelli, se non lo sapete è un batterio che uccide chi la assume, ne sanno qualcosa le donne nei paesi in cui i morti non vengono censiti.

La Perla del nostro tempo? La coppia creata ad immagine di Dio

Scritto per www.cristianitoday.it     

 

«…..trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»

(Mt 13,46)

«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano,

per poterla esaminare.

Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato:

aveva un solo aspetto da tutti i lati.

(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile,

perché essa è tutta luce.

Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido,

che non diventa opaco;

e nella sua purezza,

il simbolo grande del corpo di nostro Signore,

che è puro.

Nella sua indivisibilità, io vidi la verità,

che è indivisibile»

(Efrem il Siro, Inno sulla perla 1,2-3).

 

Pensando alla perla vorrei applicarla all’immagine trinitaria pensata dal Creatore sin dall’inizio: la coppia.

Maschio e femmina creò l’Uomo, ebbene sì, ad immagine e somiglianza Sua, perché, diventando uno, una sola carne, la coppia potesse ricreare quell’essere divino originariamente creato.

Soltanto quando l’uomo riconosce la donna come «…osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne»(Gn 2,23) ecco il rispecchiamento, ecco la reciprocità, ecco la pienezza del gesto creatore di Dio.

Che meraviglia pensare ad una bella ostrica dalla conchiglia tondeggiante come il corpo del mollusco annesso. Non tutte le ostriche producono perle perché esse si formano quando un corpo estraneo, di qualunque genere (sabbia, parassita o pezzetto di conchiglia)  va a conficcarsi nella cavità interna del mollusco stesso.

Soltanto per difesa si producono gli strati madreperlacei che, uniti ad altri strati di calcio e minerali, formano e creano questi meravigliosi e preziosi oggetti.

Questo processo può essere lunghissimo, non sapremo quanto occorrerà perché vi sia una perla ma questo è il risultato, per quella determinata ostrica, ciò accadrà!

Nella coppia ,che qui immaginiamo, la perla è il risultato di loro stessi, il prezioso prodotto del loro amore, della loro limpidezza e soprattutto della loro indivisibilità.

Dalla scelta consapevole del “loro per sempre” inizierà il viaggio creativo che plasmerà le reciproche vite. Molti saranno i detriti, i parassiti e i pezzetti di conchiglia che cercheranno di entrar nel loro guscio e molto dipenderà da come sapranno difendersi.

Potranno insieme livellare gli strati della custodia, della clausura protettiva dei pericoli terreni, del materialismo, dell’idolatria, dei rispettivi egoismi, degli attacchi esterni sulle loro fragilità….sostenendosi a vicenda. E ci sarà la preghiera, l’aiuto dello Spirito, l’unione coniugale che fondandosi sulla roccia del sacramento, saprà farsi dono reciproco e servizio pieno alla vita. Ci sarà l’umiltà del comprendere che da soli non ce la faranno ma che chiederanno sostegno alle preziose e sagge guide preposte al loro cammino.

Potranno altresì scoraggiarsi, farsi prendere dal panico, vorranno contare solo sulla propria forza, sfuggirà di mano quella saggia difesa di costruire strati di bene per difendersi e si troveranno sprovveduti nell’agganciare gli altri materiali, affinché possa formarsi la perla. La coppia sarà sottoposta al mare calmo e a quello in tempesta, come il mollusco ostrica depositario della perla. Ci saranno giorni di pioggia, che gonfieranno le acque, e giorni di sole che porteranno calore. Sara freddo e sarà mite.

Sarà giorno e sarà notte. Sarà luce e sarà tenebra.

Ci saranno gioie e ferite, ma l’ostrica una cosa la sa:

deve difendersi per produrre la perla preziosa!

Il commerciante, trovata la perla, rinuncia a tutto pur di averla con se.

E tu coppia, vuoi farti trovare dal tuo Commerciante d’Amore Onnipotente?

Difenditi, combatti ed entra nel tuo NOI.

Impegnati a far nascere la tua PERLA che nella sua limpidezza e purezza sia la sola tua Verità. Il resto lo farà il tuo Creatore che, sin dall’inizio ti ha scelto perché i due diventassero uno, collaborando al progetto e, coppia, dopo coppia, sara una bellissima collana di PERLE!!!

Cristina Epicoca Righi

“I loro occhi erano impediti a riconoscerlo.”

In questi giorni della settimana di Pasqua, mi colpisce come nei Vangeli ci sia una sorta
di filo rosso che accomuna i discepoli: “…i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.” (Lc 24,16), “…vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù.”(Gv 20, 14) e così via…e mi dico, ma possibile che non lo riconoscete? avete vissuto con Lui! Ma la questione probabilmente è un po’ più profonda… Avete presente quando cercate una cosa? Soprattutto quando noi maschietti, ci aspettiamo di trovare una cosa in un determinato posto, se poco poco è spostata di qualche centimetro scatta la fatidica affermazione: “Non c’è!!!” e l’altrettanta famigerata risposta: “Lo vedo io da qui!”, che ovviamente arriva dalla donna di casa.

Con questo piccolo esempio, voglio riflettere insieme a voi sul fatto che se la nostra mente ha una determinata immagine dell’oggetto che si cerca e si pensa che sia in quel posto e la realtà non corrisponde a questa immagine mentale che ne abbiamo, difficilmente i nostri occhi “funzioneranno” a dovere. In pratica i discepoli e le donne che avevano sepolto Gesù si aspettavano di trovare e vedere il cadavere e non Gesù risorto, è per questo che non riconoscono Gesù subito. I discepoli di Emmaus sono un chiaro esempio di ciò, alcuni esegeti sostengono tra l’altro, che i due siano una coppia di marito e moglie che stanno tornando verso casa, e, finita la loro speranza, si allontanano da Gerusalemme. Proprio nella notte più buia dei due, Gesù si fa loro vicino e con pazienza ricapitola quanto era stato loro annunciato, un po’ come quando una coppia in crisi si rivolge a degli amici, dei fratelli di cammino e quei fratelli li aiutano a ricordare quanto Gesù ha operato nella loro vita, quante cose ha fatto per loro e perché li ha scelti e voluti insieme. Quando Lo riconosco? Allo spezzare del pane… penso
non ci sia messaggio più bello, Don Luigi Epicoco stamattina scriveva: “L’Eucarestia è un collirio che ci sana la vista.”, dove possiamo trovare la forza di ricordare, di fare memoria se non nell’Eucarestia? Dove si può ancorare un matrimonio se non nell’Eucarestia? A quale mensa cibarsi per poter alimentare la propria relazione sponsale? La mensa del Corpo di Cristo e della sua Parola.

Maria di Magdala riconosce Gesù risorto solo quando viene chiamata per nome, solitamente chi ci chiama per nome sono i nostri familiari, in particolare mamma, papà o anche il nostro sposo o sposa, cioè le persone a cui siamo più vicini e che più ci amano, l’essere chiamati per nome ci richiama a noi stessi, ci scuote, ci ridona la nostra identità e ci fa sentire amati, è come una carezza.

Gesù è sempre presente
vicino a noi, soprattutto quando ci stiam
o allontanando da Lui, ci parla, ci chiama per nome,  ed è allora che Lo riconosciamo, è allora che diciamo: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc
24, 32), è stando alla Sua presenza che viviamo veramente!

ALLELUIA!

La sguardoterapia

Ogni tanto fate questo esercizio. Abbiamo bisogno di meravigliarci ancora di quella donna o di quell’uomo che anni orsono, tanti o pochi non importa, ci ha rapito il cuore. Prendetevi qualche minuto solo per voi. Non esistono figli, lavoro, telefono, casa e preoccupazioni. Mettetevi l’uno di fronte all’altra, seduti per star comodi, ma vicino che potete toccarvi. Guardatevi, prima il viso poi il corpo, dall’alto al basso e poi tornate indietro. Guardatevi con attenzione, guardate anche i vostri difetti e i segni del tempo, non distogliete lo sguardo dai capelli bianchi, dalle rughe, dalle imperfezioni,dalle rotondità. Non abbiate fretta, prendetevi tutto il tempo che vi serve, saziatevi e riempitevi dell’altro/a, della bellezza dell’altro/a.  Ripetete allora dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici:

Quanto sei bella amica mia, quanto sei bella!

Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!

Guardatevi negli occhi, resistete perchè non è facile, se non si è abituati,  guardarsi per più di qualche secondo senza ridere o rompere l’atmosfera, vedrete che avrete voglia di accarezzare quel volto. Accarezzatelo e senza distogliere lo sguardo dagli occhi dell’altro/a, tastate come un cieco quel volto, guardatelo attraverso il tatto. Accompagnate questa presa di possesso dell’altro/a con le parole del Cantico: Tu sei mio/a, io sono tua/o.

A questo punto, lo dico per esperienza, l’altro/a vi appare in tutta la sua bellezza, una bellezza che commuove e riempie di meraviglia gli occhi e il cuore.

La nostra preghiera guidata finisce qui, ora a guidarvi sarà il desiderio e la meraviglia che vi riempie il cuore.

Questo tipo di “esercizio” non è una mia invenzione ma l’ho preso in prestito da un libro di Roberta Vinerba. Non solo serve a fare memoria della meraviglia dell’altro/a ma quando ci riesce difficile farlo ci dice che forse dobbiamo ritrovare un’intesa perduta e imparare nuovamente a parlare il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo.

Antonio e Luisa

 

 

 

 

Il matrimonio è un equilibrio da trovare ogni giorno

Il matrimonio è un’avventura meravigliosa. La persona con la quale si è deciso di legarsi per la vita non è mai la stessa. C’era un film di qualche anno fa molto interessante. 50 volte il primo bacio. Una commedia brillante di quelle che solo gli americani sanno fare. Il film è carino anche se nulla di eccezionale. La cosa interessante, che mi ha fatto riflettere, è stata l’idea di base del film, che la persona amata vada conquistata ogni giorno. Certo è un’esagerazione, una trovata cinematografica ma nasconde una verità. Noi non siamo mai gli stessi, giorno dopo giorno ciò che siamo e come ci relazioniamo con le altre persone evolve e viene influenzato da tanti fattori. Probabilmente nel breve periodo non ce ne si rende conto ma se oggi mi guardo indietro e osservo chi ero il giorno del matrimonio, non posso che dover constatare di essere una persona molto diversa, e lo stesso vale per la mia sposa. La relazione non è una strada dritta e senza inciampi, dove si può distrarsi e azionare il pilota automatico,  ma è più simile a un filo sul quale camminare con il continuo pericolo di cadere. E’ esattamente come un filo, e noi gli equilibristi che, giorno dopo giorno, passo dopo passo, dobbiamo ritrovare il baricentro con piccoli aggiustamenti ora a destra e ora a sinistra. Col tempo ci si abitua a camminare su un filo, è più facile capire in anticipo eventuali pericoli e folate di vento che possono rendere il cammino più instabile, ma non si deve mai abbassare l’attenzione pensando di possedere l’arte del camminare sulla corda o, senza accorgersene, ci si ritrova senza appoggio e con il sedere a terra. Cosa voglio dire con questa immagine? Che il matrimonio è meraviglioso proprio perché non lo possediamo. La nostra relazione va continuamente aggiustata e riequilibrata perché cambia, esattamente come cambiamo noi. Noi siamo abituati a notare i cambiamenti fisici che con il passare degli anni sono sempre più evidenti, ma anche il nostro modo di relazionarci, di mostrarci amore e tenerezza, di essere sposi cambia con il passare del tempo.  Quello che ci permette di non cadere è la nostra capacità di ritrovarci e di  accettare questa sfida ogni giorno, questo addormentarci alla sera e svegliarci diversi, una diversità impercettibile, ma che col passare dei giorni, se non si è capaci di ritrovare subito il baricentro, potrebbe rivelarsi incontrollabile e non ci permetterebbe più di riconoscere nella nostra sposa colei che abbiamo voluto sposare.

Vi lascio con una citazione da un altro film, Casomai:

E come ve l’immaginate l’amore tra un uomo e una donna?

Sa una cosa? Spesso m’incanto a guardare la televisione quando ci sono le coppie di pattinatori artistici sul ghiaccio… Mi affascinano… Così instabili su quelle lame, su quel terreno così scivoloso… eppure mi danno un’idea di grande stabilità… sono eleganti… danno l’idea di un’intesa perfetta… Capisce cosa intendo?

Antonio e Luisa

Un giardino da coltivare

Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden non è un racconto storico. Non è mai avvenuto, almeno per la maggior parte degli esegeti. E’ un racconto simbolico. Un racconto ispirato da Dio, nel quale gli uomini cercano di dare una spiegazione alla creazione e al male presente nel mondo. Cercano di spiegare perchè questa creazione non è “perfetta” ma è abitata dalla morte e dalla malattia. Adamo ed Eva siamo tutti noi. Ogni coppia umana si può identificare nell’uno o nell’altra. Una cosa mi ha sempre colpito del giardino dell’Eden. L’amore e la relazione tra Adamo ed Eva non era faticosa. Non esisteva la fatica tra di loro. Tutto era naturale e puro. Adamo ed Eva vivevano già nel paradiso che spesso è rappresentato da una luogo incontaminato, ricco di animali e piante di ogni genere. Quella natura così rigogliosa, colorata profumata e ricca di ogni genere di vita era come un giardino. Come un giardino che non necessitava che venisse curato, potato, innaffiato, seminato e coltivato. L’uomo e la donna beneficiavano di tutta quella magnificenza senza dover fare nulla per ottenerla. Il giardino non può anch’esso essere una figura simbolica di altro? Ci viene in aiuto un altro libro della Bibbia anch’esso non un libro storico ma poetico e ricco di simbologia e significati diversi. Sappiamo che il Cantico rappresenta l’amore ma può essere interpretato su piani diversi ma sempre dello stesso amore si canta. L’amore tra un uomo e una donna, l’amore tra Dio e il suo popolo, l’amore di Gesù per la sua Chiesa e c’è anche una intrerpretazione mariana. Mi soffermo sull’amore umano. Nel Cantico, più precisamente al versetto 4,12 si può leggere:

Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Non vi ricorda nulla questa descrizione? A me si. Mi rimanda all’Eden, al giardino del paradiso perduto. Il giardino rappresenta l’amore dell’uomo verso la donna, l’amore erotico e oblativo, la tenerezza dei gesti e la dolcezza delle parole. Ogni frutto, sapore, odore e colore rimanda alla meraviglia, alla gioia e alla pienezza dei sensi e del cuore. Ma come è possibile ciò? Come fa l’uomo del Cantico, che è figlio di Adamo e della sua caduta, nato nel peccato e nella concupiscenza poter fare esperienza di tutto ciò. Si può tornare alle origini, nel paradiso terrestre. Il Cantico che è parola di Dio ci dice che si può. Ma non sarà più come prima. Quel paradiso va conquistato e lavorato con fatica ogni giorno della nostra relazione sposale. Ogni fiore e ogni pianta aromatica e profumata va coltivata con gesti di tenerezza e dolcezza. Ogni animale che rende il giardino vivo e prosperoso va nutrito con le attenzioni recipriche. Non esiste più il giardino che si mantiene e si perfeziona da solo. La nostra relazione è quel giardino e solo se lo coltiveremo giorno doèpo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio.

Antonio e Luisa

IL MAGNIFICAT DEGLI SPOSI

L’anima di noi sposi magnifica il Signore
Perché nel quotidiano è il nostro Salvatore.
Ha guardato, sin dall’inizio, alla nostra povertà
E ha posto nei nostri cuori la reciproca gratuità
Perché diventasse una gratuita reciprocità.
Grandi cose ha fatto e farà per noi
Perché mai dubitassimo del prezioso Tesoro.
Ha abbattuto la superbia per generare concordia
Dispensando ad entrambi la Misericordia.
Non ci sono potenti ma «troni di doni»
Da scambiare vicendevolmente
Per sempre ed eternamente.
Di beni ci ricolma ogni giorno
Perché di noi e per noi conosce il bisogno,
non quello effimero ma il necessario
Per difendere il nostro amore dalle lusinghe
dell’avversario!
Ci soccorre costantemente
Senza perdere mai lo sguardo
Per condurci gioiosi al nostro traguardo
Come aveva promesso il giorno del sì
Ed ora, più che mai, qui
Accompagnati passo per passo
Senza lasciarci un momento.
Gloria al Padre e al Figlio
e allo Spirito Santo
Come era nel principio, e ora e sempre
nei secoli dei secoli. Amen.

Cristina

Scritto per il blog di Annalisa Colzi   http://www.annalisacolzi.it/il-magnificat/

Il ricordo più bello, quello più triste!

In questo Venerdì santo meditavo sulla mia vita, sul mio cammino fino ad ora, e ho ricordato momenti gioiosi e momenti tristi. Ho cercato di scavare per capire dove, come e quante volte ho incontrato Gesù… e incredibilmente mi sono accorto di averlo incontrato, e di averlo sentito più vicino, nella tristezza.

Avete presente il cartone “Inside Out”? Brevemente: “Vi sono dei piccoli personaggi nel cervello degli umani, che manovrano le emozioni, in modo particolare quelle di una bambina. Tra essi ci sono Gioia e Tristezza (i personaggi chiave della Storia). Gioia cerca sempre di portare ricordi, appunto gioiosi; Tristezza quelli più tristi. Tutto il cartone verte sull’importanza della Gioia, ma alla fine ci si accorge che anche i ricordi più gioiosi sono scaturiti proprio da quelli più tristi”

La Tristezza, la sofferenza, la Croce, è da lì che dobbiamo passare se vogliamo gioire di un gioia piena, e con Lui risorgere. E così… mi sono accorto, che il ricordo più bello, è stato quello più triste. Il giorno in cui mi ha lasciato la mia fidanzata, in quelle notti passate in bianco, in quelle giornate trascorse a leggere e pregare… proprio lì ho sentito la presenza di Gesù vicino a me, ho sentito la sua Croce, la sua sofferenza, il suo abbandono al Padre, la sua preghiera verso i nemici e i persecutori.

Non riesco a ricordare episodi gioiosi che possano quantomeno superare la bellezza di questi momenti così intimi con Gesù. Nel pianto strozzato, nei singhiozzi, nelle grida silenziose verso il cielo, ho sperimentato la mano materna di Dio, la sua carezza di Padre, la sua dolcezza di Figlio.

Nulla in quei giorni poteva consolarmi se non Lui, l’amico che mi è rimasto accanto, l’amico che non si è voltato indietro, ma che anzi si è fatto incontro, ed è sceso dalla Croce per prendermi tra le sue braccia.

Faccio fatica a scrivere di quei momenti, perché i ricordi sono annebbiati, annebbiati dalle cose di tutti i giorni, dai tanti impegni del quotidiano. In questa settimana Santa sto cercando di raschiar via dal mio cuore la ruggine che si è formata in questi mesi, e più raschio, più sento che il mio cuore si rischiara, redento da quella sofferenza, purificato da quella passione.

Non scrivevo con questa intensità da un anno, e le parole escono soffocate; il fuoco acceso anni fa, si è affievolito, ho dimenticato la sofferenza, ho dimenticato cosa significa essere accanto a Lui durante la passione.

Non lasciamo che tutto quello che ci circondi soffochi il ricordo del Suo viso, degli occhi che ci guardano con estrema dolcezza e passione. Lasciamo che in questa Pasqua il nostro cuore possa risorgere insieme al nostro Amato, che la ruggine venga lavata dal suo sangue prezioso, che la luce ritorni a splendere nelle nostre tenebre. Gridiamo a voce alta “Signori salvaci! Salvaci dalla nostra frenetica ricerca di successo, di approvazioni, di felicità passeggere. Riportaci sotto la tua croce, smuovi la pietra del nostro sepolcro, ridonaci nuovo fuoco e nuova vita”

Segniamoci del sangue di Cristo.

Stamattina mi sono alzato presto. Ho accompagnato mio figlio in chiesa verso le 7. Il parroco ha organizzato una veglia in questa notte drammatica in cui si consuma la prima parte della passione di Gesù. La chiesa è nella semioscurità, ci sono alcuni ragazzi e qualche genitore. C’è l’atmosfera giusta per immergersi in Gesù, per fare un salto nel tempo e trovarsi nella Gerusalemme di duemila anni fa. Il don fa partire un video e sul telo bianco scorrono le immagini della passione di Gibson. Immagini tagliate e montate ad arte e accompagnate dalla musica giusta. Non mi capita spesso, ma sentivo le lacrime agli occhi, che per pudore ho trattenuto. Le parole di Gesù, l’odio della sua gente, il sangue che ricopriva il suo corpo martoriato dalla fustigazione. Ma ancor di più la sua solitudine, l’abbandono da parte di tutti o quasi. Solo la madre, poche donne e il discepolo amato sotto la sua croce. Quel sangue versato per noi, per tutti noi, per dirci che ci ama e ci desidera come nessun altro. Ho pensato a tante cose e mi sono sentito profondamente indegno del suo sacrificio. Il suo sacrificio capace di salvarci dalla morte e di rendere nuova ogni cosa. Capace di andare oltre le nostre miserie, fallimenti, fragilità ed errori. Capace di prendere sulle spalle, insieme alla croce anche il peso della nostra incapacità di amare e trasformare il nostro matrimonio. Gesù che quel giovedì stava ricordando con i suoi apostoli la pasqua ebraica (Pèsach) . Stava ricordando la liberazione del suo popolo dall’Egitto oppressore. Il nostro matrimonio, se noi lo desideriamo, attraverso quel sangue versato, può risorgere dalla morte del peccato. Il nostro matrimonio è come la porta delle dimore di quegli ebrei schiavi in Egitto. Dio ci chiede di segnare la porta del nostro cuore e  della nostra relazione con il sangue dell’agnello sacrificato. Solo cosi la morte del peccato non ci toccherà e passerà oltre. Non basta però il sacrificio di Gesù per noi, ma è necessario il nostro riconoscerci bisognosi e desiderosi di segnarci del suo sangue, serve che ci professiamo cristiani non solo con le parole ma portando il segno del suo sacrificio aderendo ai suoi insegnamenti e aprendo il nostro cuore alla sua Grazia che salva.

Come in modo significativo predicava un vescovo del IV secolo:

Per ogni uomo, il principio della vita è quello, a partire dal quale Cristo è stato immolato per lui. Ma Cristo è immolato per lui nel momento in cui egli riconosce la grazia e diventa cosciente della vita procuratagli da quell’immolazione

Antonio e Luisa

Inginocchiarsi per ricominciare!

Gesù che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa.

Gesù, uomo e Dio, che si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli, gente dalla testa dura, egoista, paurosa, incoerente, litigiosa e incredula. Gente esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro/a attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi, per il nostro sposo, per la nostra sposa, siamo, o dovremmo essere, quel Gesù che si inginocchia davanti a lui/lei, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrostava e li insudiciava. Questo è l’amore sponsale autentico. Tutti sono capaci, davanti alle fragilità e agli errori del coniuge, di ergersi a giudice. Tutti sono capaci di condannare e di far scontare gli sbagli negando amore e attenzione. Solo chi è discepolo di Gesù, dinnanzi ai peccati, alle fragilità, alle incoerenze dell’amato/a è capace di inginocchiarsi, di farsi piccolo,  in modo che quelle fragilità, che potevano allontanare e dividere,  possano trasformarsi in via di riconciliazione e di salvezza. Sembra difficile ma non lo è. Noi che abbiamo sperimentato l’amore misericordioso di Dio nella nostra vita, che siamo innamorati di Gesù per come ha saputo amarci, e siamo quindi pieni di riconoscenza per Lui, possiamo restituirgli parte del molto che ci ha donato amando nostra moglie e nostro marito sempre, anche quando non è facile e ci ha ferito. Esattamente come un’altra figura del vangelo, la peccatrice, che bagnati i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugò con i capelli .Ho sperimentato tante volte questa realtà con mia moglie, e in lei che si inginocchiava davanti alla mia miseria ho riconosciuto la grandezza di Gesù e del suo amore.

Antonio e Luisa

Sexy-consiglio: baciarsi, ma bene

Pubblichiamo con piacere un articolo di Thérèse Hargot, sessuologa belga che, secondo me, ha tanto da insegnare a una società che ha banalizzato il sesso, e anche a una parte di Chiesa che vive la sessualità in modo angelico e non carnale come Dio ha pensato per noi dotandoci di un corpo.

Questo blog, come ho evidenziato fin dal titolo, si ispira agli insegnamenti cristiani della Chiesa cattolica, ciò non toglie, come ha insegnato mirabilmente San Giovanni Paolo II, e come mi auguro abbiate potuto sperimentare nel vostro matrimonio, che tutto inizia dall’amore umano perfezionato dalla Grazia del sacramento. Per questo è indispensabile nutrire e rivitalizzare il nostro amore erotico, da cui non si può prescindere. Diffido sempre di chi, nel matrimonio, si cura solo delle altezze dello spirito senza porre le basi essenziali dell’amore carnale.

Ringrazio di cuore il blog montedivenere, in particolare Maria Dolores Agostini, per avermi accordato il permesso di pubblicare l’articolo seguente.

Le prostitute non baciano, si dice. Perché, invece le spose lo fanno? Niente di meno ovvio. Ecco trovato un bel punto in comune, almeno in questo caso.

Sarà anche trash, d’accordo. Ma è vero.

No, davvero, a quando risale il vostro ultimo bacio? Non quello algido in punta di labbra a culo di gallina! Vi parlo di un vero bacio, quello che vi ha fato vibrare totalmente. Quand’era? Com’era? Con chi?

« Ma a me, non è che mi piaccia tanto in effetti » si sente dire tanto spesso quanto il pretestuoso:« Non abbiamo mica bisogno di baciarci sulla bocca per manifestare il nostro amore ». E poi c’è l’igienista: « Sinceramente, lo trovo un po’ schifoso » e l’imbarazzante: « Non mi piace molto il modo in cui bacia ». Ops.

Ah sì? « E con il vostro amante o la vostra amante, come lo trovereste? » mi viene voglia di rispondere.

Naturalmente è tutto diverso. Perché il bacio è fatto per gli esseri che si desiderano intensamente. E per gli adolescenti pre-puberi, vero anche questo.

Che felicità suprema (ri)scoprire la potenza erotica di un bacio. Esprime il desiderio, risveglia il desiderio. Ci si sente uniti, ci si abbandona all’altro, il piacere e l’eccitazione sono al massimo.

Quanto è importante allora baciarsi, per una coppia legata da un amore fedele e duraturo! Baciarsi per rimanere amanti anche quando si diventa sposo-sposa, o genitori. Baciarsi per sentire il desiderio, quello che la routine tende a spegnere anche se non vorremmo.

Ah, dimenticavo soprattutto… Quant’è importante, dunque, provare attraverso il bacio questa alchimia tutta particolare tra due esseri, prima di legarsi in matrimonio! Se non vi piace baciare la persona con la quale vi sposerete, allarme rosso: fermate subito tutto! Lasciate perdere, rimanete buoni amici.

Baciate, dunque. Ma bene. A lungo. A modo vostro, senza modello preconcetto. Trovate e rinnovate il vostro modo di esprimere e di risvegliare il desiderio che vi ha uniti.

Bando alle ciance, un bacio vale mille parole. Guardate piuttosto questo video della mia canzone preferita del momento. Che intensità! La adoro, assolutamente.

A presto, e tanti baci,

T.

Thérèse Hargot

tradotto per Monte di Venere da Maria Chiara Bonino

Pensate che non sia per voi, pensate che non sia così importante, non avete voglia e non ne sentite il desiderio? E’ un campanello d’allarme. E’ il momento di farlo, proprio perchè non ne avete voglia. Il vostro matrimonio non dipende solo dalla Grazia, dall’Eucarestia e dalle preghiere ma anche da come saprete rendere sempre nuovo la vostra relazione e come riuscirete a mantenere acceso il fuoco del desiderio. Non sono io a dirlo, non è neanche Thérèse, ma è Dio stesso, che attraverso il Cantico dei Cantici ci ha lasciato le istruzioni per amare come Lui vuole, come veri uomini e vere donne realizzati in pienezza. Vi lascio il link a un mio precedente articolo Mi baci con i baci della sua bocca

Antonio e Luisa

“Neanche io ti condanno. Va e d’ora in poi non peccare più.”

imageMi commuove questa pagina del Vangelo perché immagino quello che può aver sentito la donna nel suo cuore. Il perdono l’ha salvata da una morte certa, l’intervento di Gesù l’ha tolta da quella situazione complicata in cui si era cacciata e la Scrittura ci dice che “il salario del peccato è la morte” (Rm 6,23), ma Gesù era lì pronto a difenderla e porgerle la mano, per tirarla fuori dalla buca in cui venivano poste le persone per poter poi essere lapidate (andate a leggere il seguito del versetto sopra citato). Mi piace anche soffermarmi sul fatto che all’inizio viene presentata come l’adultera, ma da Gesù viene chiamata semplicemente donna: il perdono ci ridà dignità, ci restituisce a noi stessi, Gesù Cristo ci dice di nuovo chi siamo e perché ci ama. Il suo perdono ci rimette in contatto con noi stessi, libera il cuore per fare posto a Lui.
Quante volte ho sperimentato questo perdono, un perdono che ti rimette in piedi e ci distoglie dalla tentazione di identificare noi stessi con il nostro peccato. Inoltre penso alle volte che ho ricevuto il perdono da mia moglie, come ad esempio quello che ha raddrizzato una giornata che per colpa mia, del mio peccato d’ira, stava andando per la peggio. La giornata è andata avanti con più gioia di prima, mi ha ridato la serenità perduta e mi ha permesso di essere il marito e il padre che voglio essere.
Nella nostra storia ci sono stati anche momenti più difficili in cui il perdono ci ha rimesso in piedi, certo un perdono faticoso, costato lacrime e sangue, ma che ora ci restituisce la dignità e la bellezza del nostro matrimonio.
Grazie Ilaria.

Mano nella mano e sguardo al Cielo.

Oggi voglio raccontare un episodio che mi ha colpito profondamente e commosso. Ero a Messa con la mia famiglia. Non la solita Messa della domenica mattina, ma quella del sabato sera, visto gli impegni che avremmo avuto il giorno dopo. Non mi piace la Messa del sabato perchè ho sempre pensato che il giorno da dedicare al Signore sia la domenica. Questa volta, però, sono stato felice della scelta. Il sacerdote aveva appena iniziato la recita del Padre Nostro con tutta l’assemblea, quando ho scorto una signora anziana, seduta poche panche davanti a me, alzarzi con fatica, e con la sua  andatura incerta e instabile, superare lentamente gli ostacoli delle persone che aveva accanto, e raggingere un uomo anch’esso anziano posto poco lontano da lei. Non capivo cosa stesse facendo, ma incurioto, l’ho seguita con lo sguardo. Quando ho visto prendere la mano dell’uomo, ho capito tutto. Quello era un momento sacro per loro, il momento in cui recitando il Padre Nostro insieme, tenendosi per mano, si mostravano a Dio per come Lui li vedeva, come una nuova ed unica creazione, fatta di lei e di lui. Due persone diverse ma  un solo cuore che si percepiva chiaramente in me che li osservavo. Guardarli mi ha fatto pensare al bellissimo significato di quel modo di recitare la pregiera che Gesù ci ha insegnato. Erano lì davanti al Signore, insieme, a dire ancora dopo tanti anni, domenica dopo domenica, il loro ci siamo. Erano lì, insieme, a riconsegnare il loro amore a Gesù, con tutte le loro fragilità e debolezze. Fragilità e debolezze rese ancor più visibili dalla loro vecchiaia, ma che in realtà tutti abbiamo anche se possiamo mostrare un corpo sano ed in salute. Erano lì, ancora una volta, a dire a Gesù che avevano bisogno di Lui, che il loro matrimonio, la loro relazione sponsale, non riguardava soltanto loro ma era una relazione che guardava a Lui. Il loro sguardo non era l’uno verso l’altra, ma verso il cielo, verso Gesù, verso quell’abbraccio e quella gioia che è la meta del loro viaggio insieme.

Ci sono tanti liturgisti che non ritengono giusto tenersi per mano durante la recita del Padre Nostro, io non lo so se sia giusto o meno, rispetto il pensiero di chi è più preparato di me su queste cose. Quando però, a prendersi per mano sono marito e moglie, siamo io e Luisa, sono sicuro nel dire che sia la cosa più gradita a Dio, perchè è un rendere grazie a Dio per le meraviglie che ha compiuto in noi e nella nostra vita. Significa tornare a Lui e dire non solo con le parole ma con il linguaggio dell’amore, siamo uno per te, con te e in te.

Antonio e Luisa.

 

Mi presento: sono un padre, un marito e un figlio!

(Articolo pubblicato sulla rivista mensile di Notizie ProVita N°51 – Aprile 2017)

«Se mi chiedessero che cosa fai nella vita io direi il padre, poi il marito, poi il figlio e infine l’uomo.» Tendenzialmente la figura paterna è ideologizzata come disinteressata e inetta, ma il secolare eroe per eccellenza serba dentro sé molte voci senza le quali non si vedrebbe la bellezza complessiva della donna e della famiglia. Moreno, un giovane neo-papà e devoto marito, espone la sua esperienza personale per dirci quanto può essere valorizzante vedere con occhi diversi, precisamente quelli maschili.

 

Moreno, prima di conoscere la tua sposa, quante visioni puoi dire di aver avuto della donna nella tua vita?

 

Posso dire di averne avuta solo una di esatta: quella alla quale mi ha condotto mia moglie. Tutti attraversiamo periodi nei quali cerchiamo di ammortizzare la solitudine con presenze immediate e questo, la maggior parte delle volte, corrisponde a deboli storielle occasionali imbevute dell’aroma di una relazione stabile e duratura, che per assurdo rimane sempre sullo sfondo e poco nitida. Questa sensazione sbiadita di volere qualcuno senza termine mi portava molto spesso a dire di no a ipotesi affettive. So che è inusuale da sentire, ma oggi le cose sono diverse: l’immagine stereotipata che al maschio piaccia l’avventura banale senza responsabilità, insieme a una sessualità femminile sdoganata da ogni stigma, hanno tolto freni inibitori alla donna e li hanno passati all’uomo. È dura da decifrare ma il pensiero bugiardo, tendenzioso, che a noi piacciano le svendite ci porta a declinare gli inviti proprio perché commercializzati. I rapporti che hanno preceduto mia moglie mi facevano sentire vuoto, più che arricchito privato di qualcosa: ci usavamo a vicenda, tutto era insipido e il fatto che per entrambi vi fosse un contatto privatizzato a noi come due persone separate dava a me maschio, un concetto di donna estraneo alla dignità che invece, pudore e tenerezza, appresi con mia moglie, hanno conferito a lei e a tutte le donne. E ciò partendo dall’indisponibilità di sfruttarci-usarci a vicenda per il piacere e cosciente del fatto che la corporeità è espressione dell’interiorità della persona. La donna non è il suo corpo e l’uomo non è il suo corpo, entrambi sono anche i loro corpi!

 

Da cosa era data l’attrattiva?

 

Un generico “star bene” senza complicazioni e una sessualità egoistica, fatta per me stesso. Quella che con mia moglie è divenuta pura intimità sponsale reciproca, prima era un aggregato di attimi assemblati da sensazioni a pelle, che scottano le passioni, ma diffidano da periodi di convivenza troppo lunghi. Cercavo di compiacere e compiacermi per rendere quelle esperienze corrispondenti al mio ideale di donna e di coppia.. o almeno a quello che credevo lo fosse! Il passaggio radicale è stato sentire nei confronti di mia moglie un sentimento di timore, non nel senso di rischio per la mia incolumità, piuttosto il timore di danneggiarla o farla soffrire. Con lei la grandezza della donna si dispiegò nella visione della mia fragilità: non ci volle molto tempo per capirlo e questo diede frutto come profonda comunione che mise al bando la solitudine mai abbandonata. Vedere l’altro o l’altra come un passatempo (anche al di là della tua intenzionalità, ma in seguito alle modalità con le quali viene impostata la relazione) a lungo andare nausea per la sterilità di quel rapporto infecondo.

 

Hai detto di essere prima di tutto un padre… croce o delizia per un uomo?

 

Prima che ti accada, così come la cultura moderna vuole, sei portato verso la croce associandola rapidamente a tutte le privazioni che comporta. Per me non è stato così, ho sempre sentito un forte richiamo alla paternità: sottovalutavo l’idea, probabilmente perché come uomo giovane e dinamico vedevo altro nella mia realizzazione personale, ma il desiderio latente di essere padre è quello che mi ha fatto cercare mia moglie. L’immagine che mi vedeva disteso sul divano a stringere mio figlio che dorme su di me è stato il faro per abbandonare una visione distorta degli affetti, quindi senza esitazione sostengo che un uomo non capisce la sua natura e quella della donna finché non abbraccia l’identità del padre senza riserve, come un ruolo non opzionale e imprescindibile.

 

La gravidanza come ha inciso in questo?

 

A mio avviso tutto ciò che capita con la gestazione lo si può riassumere in una parola sola: istinto! Quando vivi la sessualità senza il terrore di un accidente (figlio) cambia completamente il fine e capisci perché tu uomo sei fatto così come sei e la donna è fatta così com’è; il piacere è secondario, non determina l’istinto che invece è dato da un richiamo naturale. La donna incinta, la madre, doppiamente vive: ha un potere straordinario che non è un qualcosa né tuo né suo, ma un’altra persona palesemente lì. Le donne hanno questo potere unico di avere una doppia anima negli occhi! Non c’è rotondità amplificata o menomazione alcuna del loro corpo in grado di renderle meno femminili agli occhi di un uomo, io trovo quei nove mesi la spiegazione migliore della bellezza. Sbagliamo a credere che il bello sia un artefatto per il quale la donna deve lottare costantemente o soffrire, ed è il messaggio che una donna in gravidanza manda a noi uomini: il fascino nasce di riflesso dalla conformità al programma naturale, a ciò che il loro corpo è in grado di compiere. Il momento in cui appare la pancetta dei primi mesi in te uomo vive solo l’idea, non vedi nulla, non senti nulla ma percepisci che hai qualcuno da proteggere. Qui è l’istinto di difesa, protezione, salvaguardia. È il primo momento in cui l’idea di padre diviene chiara e precisa: nessuno infatti te l’ha mai detto, il primo che si chiama così sei tu e senti di dover agire. L’attesa della nascita fa maturare l’istinto di responsabilizzarti poiché da quel momento ogni azione è rigettata all’esterno, tutto è decentrato da me al piccolo. Per un uomo la crescita del pancione è un secondo step dall’idea astratta-intangibile del padre alla rotondità che si interpone fra te e lei, e non siete più coppia: un semplice abbraccio diventa a tre. Durante la gravidanza la donna è 2/3 di te..è l’unico caso in cui uno più uno fa tre!

 

Oggi, ahimè, sovente si parla dell’utero e del parto nei termini di giogo biologico o schiavitù, sei d’accordo?

 

La prima cosa che ho detto ai familiari dopo il parto è stata “ho rivalutato totalmente la donna!” Un uomo davanti alla grandezza della nascita trova frammentata e spiazzata la sua virilità all’interno di un paradosso: egli è lì, inerme, sta bene, eppure non può essere di alcun aiuto, al di fuori di qualche massaggio alla schiena, costretto a lasciare che la donna sia padrona del momento in modo particolare nella fase finale dove non esiste niente di più forte e intenso di una madre che lotta perché suo figlio venga al mondo. La cosa sbalorditiva è che nessuno le ha insegnato davvero cosa fare, non lo ha mai sperimentato e non si è allenata all’imprevedibile, lei segue l’istinto e fa quello che sente di dover fare perché è predisposta a farlo. La forza di una partoriente lascerà qualsiasi maschio attonito perché noi non saremmo mai capaci di tutto questo, siamo diversi e biologicamente inferiori (se così si può dire!). Come esperienza il parto è la fonte di un rispetto collaterale che si dirama dall’uomo alla sua dimensione di figlio oltre che di padre: ritorni inevitabilmente al pensiero di tua madre, donna che per te ha accettato la sfida della nascita e provi gratitudine, ammirazione. Chi decide di non vedere questa bellezza rinnega la natura della donna, per la quale la gravidanza è un concetto primitivo, senza escluderne le difficoltà: mia moglie per poter allattare ha rinunciato a terapie farmacologiche, ha messo da parte la sua salute accettando di farsi carico della sofferenza fisica e psicologica per il bene di suo figlio e io padre ero con lei, è stato oggetto di prova che mi ha permesso di dimostrare a me stesso e a loro due, alla mia famiglia, il mio essere uomo nei fatti. Ecco perché il figlio non è un affare privato della donna perché noi maschi siamo messi a nudo dinanzi alla portata di questo evento.

 

Potresti dire che tuo figlio a seguito della nascita è diventato ontologicamente qualcuno che prima non era?

 

Quando guardo mio figlio vedo che non è né me né mia moglie, ma una persona diversa, unica, che non abbiamo mai posseduto, ma accolto. Il nostro primo incontro fuori dalla pancia materna è avvenuto quando l’ho chiamato per nome cercando di tranquillizzarlo e lui, sommerso dalle lacrime, si è calmato, mi ha riconosciuto come suo padre girandosi laddove aveva sentito il suono della mia voce che per nove mesi aveva comunicato con lui. Mi ha insegnato che l’aborto è illogico per chiunque sappia cosa s’intende con gravidanza. Non esiste un diritto a discapito di questa meraviglia e tutto quello che posso dire è che per me la data di nascita è sicuramente il parto, ma il compleanno dovrebbe essere al concepimento non alla nascita, perché tu sei nato lì!

Giulia Bovassi

https://kairosbg.wordpress.com/2017/04/07/mi-presento-sono-un-padre-un-marito-e-un-figlio/

La fedeltà ti fa re.

Parto con una breve storia che ho letto in un libro di Christiane Singer. La riporto col le mie parole, con quello che mi ricordo. Mi piacciono le favole. Avendo quattro ragazzi ne ho lette a centinaia.

Un tempo lontano e in un regno lontano il re chiamò i suoi tre figli, e disse loro che avrebbero dovuto trovarsi una sposa, poichè un re senza regina è ben poca cosa. Dopo brevissimo tempo il principe più grande tornò a casa. Si presentò con la sua principessa, figlia del re del regno vicino, seguito da un corteo di servitori e animali carichi di ogni ricchezza terrena. Il secondogenito, ancora in viaggio, venne a conoscenza del successo del primo, e si impegnò ancor di più a cercare la sposa più adatta per il regno che ambiva a governare. Trovò una poetessa, molto giovane, bella e colta. La portò a casa convinto che le ricchezze dello spirito della sua futura sposa avrebbero colpito il padre più della ricchezza della principessa del fratello. Rimase l’ultimo principe che ancora era alla ricerca, quando, dopo aver attraversato boschi, fiumi e montagne, si trovò in un regno sconosciuto, Un regno molto strano abitato da creature simili a scimmie ma con abilità da uomini. Venne preso prigioniero da queste creature brutte e sgraziate. Nel buio della prigione sentì una voce dolcissima di donna che lo affascinò e lo fece innamorare che gli chiedeva di sposarlo. Lui innamorato promise solennemente di farlo e in quel momento sentì come se un sigillo di fuoco si imprimesse sul cuore. Il giorno dopo arrivarono le guardie che lo presero, lo lavarono, lo rivestirono e lo portarono in chiesa dove il prete e la sua sposa lo stavano aspettando. Frastornato alzò il velo della donna e con sua terribile sorpresa si trovò di fronte il volto peloso massicio di una scimmia. Aveva tanta voglia di scappare, era terrorizzato e si sentiva in trappola. Non si tirò però indietro e pronunciò le parole che lo legarono alla donna. Immediatamente le fattezze della donna cambiarono. Il giovane si trovò di fronte una creatura così bella che nulla in natura era paragonabile a lei. Lei abbracciandolo disse che tutto il suo popolo era prigioniero di una maledizione dovuta all’incoerenza e all’incostanza delle loro azioni. Solo la fedeltà di un uomo avrebbe potuto liberarli. Il principe tornò a casa e raccontò la storia al sovrano suo padre il quale lo proclamò suosuccessore, perchè nulla su questa terra, non le ricchezzee non le conoscenze possono brillare come la fedeltà e la lealtà. Il trono spetta di diritto a chi  nella prova ha tenuto fede al suo giuramento.

Questa storia ha un significato metaforico molto importante. Il Re non può essere che Dio, nostro padre e nostro Re. Noi che siamo figli di Re, siamo principi ma non ci bastiamo. Nostro padre non può lasciarci il suo regno se non impariamo ad amare e possiamo farlo solo nell’incontro con una alterità complementare a noi. Certo questo vale per chi ha nel cuore la vocazione al matrimonio e non alla vita consacrata. Ci mettiamo in cammino, c’è chi si ferma subito pensando che le ricchezze siano la soluzione, pensando che ogni problema possa essere risolto comprando qualcosa o qualcuno. Naturalmente si illude e il Padre non può dargli il suo regno perchè ha imparato a soddisfare istinti e piaceri ma non ad amare e una volta finite le ricchezze tutto si distruggerà. Il secondo figlio rappresenta chi cerca sinceramente di amare ma pensa di bastarsi, di riuscire a costruire tutto da solo. Che la coppia sia vincente grazia alle qualità che possiede. Si crede forte e non pensa di avere bisogno del Padre. Anche a lui il Re non può lasciare il suo regno perchè sarebbe destinato a fallire alla prima vera prova. Il terzo figlio è quello meno sicuro di sè, l’ultimo dei tre fratelli, l’ultimo anche a trovare la sposa. Consapevole però della sua miseria e fragilità e per questo con valori forti che diventano fondamenta e forza per lui. Si innamora. Per innamorarsi basta poco, basta un modo di camminare, di parlare o una caratteristica fisica e si è così presi e coinvolti che si può arrivare a  promettere amore eterno a quella donna. Senza l’innamoramento probabilmente nessuno avrebbe la forza e il coraggio di promettere tanto. Ma poi bisogna essere capaci di non venire meno alla promessa. Quella promessa così vera tanto da imprimersi a fuoco nel cuore. Quel principe siamo noi. Quando nella vita quotidiana l’innamoramento è messo alla prova da tante situazioni e atteggiamenti e quella donna che abbiamo sposato ci sembra non più così bella, vediamo le sue fragilità, imperfezioni, la sua parte brutta che ci urta  ma ci facciamo forza con quella promessa e chiedendo aiuto a Dio, e continuiamo ad amarla, se non con i sentimenti, almeno con la volontà e l’agire. Ed ecco che accade il miracolo, quelle fragilità ed imperfezioni che ci potevano allontanare da lei sono diventate occasione per vederla in tutta la sua magnificenza, nella sua fragilità, vederla con gli occhi di Dio. Solo allora il Padre ti fa re di quel regno, di quella piccola chiesa domestica che è la tua famiglia. Solo allora che hai imparato ad amare facendoti servo e libero, libero di dare senza chiedere.

Antonio e Luisa

 

La fragilità non è un limite ma un’opportunità

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Quattordici anni che siamo sposati, che Dio ha benedetto la nostra unione, che lo Spirito Santo ci ha legato così stretti da essere uno ai nostri occhi e agli occhi di Dio. Il matrimonio è assurdo, sposarsi è cosa da matti. Perché dovremmo legarci per la vita a una persona. Una persona che poi si scopre non essere perfetta ma al contrario limitata e fragile.

Sposarsi è soprattutto un atto di fiducia. Sta a noi scegliere in chi riporre questa fiducia. Possiamo riporre la nostra fiducia nella persona amata che diventa il nostro tutto oppure in Gesù Cristo che entrando nel nostro amore limitato e fragile lo trasforma e lo trasfigura.

Ho capito che riporre la fiducia in una persona, per quanto possa essere ben motivata, è perdente in partenza. Quella persona non sarà mai all’altezza di riempire il mio vuoto, il mio bisogno d’amore più profondo.

Riporre la fiducia in Cristo cambia…

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Bulimici di piacere.

Siamo una società di bulimici. Bulimici con il cibo, bulimici con le emozioni, bulimici di piacere e di senso. Ingurgitiamo tutto sperando così di riempire quella voragine di senso, quel desiderio di infinito che abbiamo dentro, che Dio ci ha messo dentro perchè siamo creati a sua immagine, lui che è infinito amore e quella nostalgia l’abbiamo come sigillo della sua figliolanza. Alla fine il significato di peccato è proprio questo. Sbagliare il bersaglio. Cercare di riempire il nostro bisogno d’amore con il piacere. La nostra società che ha eliminato Dio da ciò che conta, additandolo a ostacolo per una vita felice e una convivenza pacifica, cerca di sfamare questa bulimia schizofrenica assecondando ogni desiderio. Siamo la società del desiderio, del desiderio che diventa bisogno e il bisogno che diventa diritto. Tutto segue questa logica tranne ciò che si pensa possa nuocere alla salute. Siamo una società estremamente salutista. Si cerca di curare il corpo illudendosi di curare così anche lo spirito. Non funziona così, curare il corpo va bene ma non basta. Ed è così che i governi illuminati della civilissima Europa sensibilizzano sul consumo  corretto di cibo. L’obesità e le malattie provocate dal consumo non equilibrato di cibo porta spesso grandi costi per il servizio sanitario del nostro paese ed è anche per questo che il governo, attraverso la scuola e altre agenzie, cerca di fare educazione e prevenzione. Sono problematiche presenti a livello globale, tanto che lo stato italiano segue le direttive di Europa e ONU. Ed ecco la frutta distribuita a scuola, i programmi di scienze che si arricchiscono dell’educazione alimentare, campagne pubblicitarie, iniziative culturali e tante altre modalità per cercare di modificare le abitudini dannose della popolazione. Il salutismo alimentare sta divenendo pian piano un obbligo della nostra nuova società etica, spodestata di Dio, ma che si basa su propri dogmi come una vera religione. Non che ci sia qualcosa di male nell’impegnarsi per una giusta alimentazione, sia chiaro. Forse è una delle attività più apprezzabili del governo. Il problema è un altro. Non siamo bulimici solo con il cibo, lo siamo anche con il sesso e con tutto ciò che possa darci piacere. Solo che con questo tipo di bulimia non sembra ci siano problemi. Anzi sembra quasi positiva. Peccato che l’impatto sulla società e sui costi statali sia elevatissimo. Aborto, contraccezione, violenza sulle donne, divorzi sono causati anche dalla bulimia sessuale. Viviamo in una società molto erotizzata. Il sesso è presente non solo nella pornografia, che è diventata fruibile attraverso internet in modo facile,  gratuito e anonimo. Il giro d’affari di miliardi di dollari rende il settore del porno tra i più floridi. Tutta la società odierna è permeata di sesso. La televisione, la pubblicità, i video musicali, tutto ammicca al sesso. Tutta questa esposizione ha reso le persone assuefatte. C’è un desiderio fortissimo di piacere sessuale da una parte e una incapacità di viverlo dall’altra. Come dire che le lasagne sono buone, ma mangiarle tutti i giorni stufa, tanto da renderle non più piacevoli al palato. Ed ecco che fioriscono siti di scambisti, sadomasochismo, orge, prostituzione e quant’altro la perversione delle mente umana possa immaginare. Una continua escalation di perversione per ricercare quel piacere che tanto si desidera, ma non si riesce a trovare. Certo non tutti arrivano a tanto, ma anche chi non arriva a questo non è comunque capace molto spesso di controllare il proprio desiderio sessuale e non è educato al pudore. Il pudore che non è una brutta parola, qualcosa che richiama un tabù che va rimosso. Il pudore è riconoscere in noi un mistero. Il pudore è riconoscerci preziosi, riconoscere che c’è una parte di noi, del nostro corpo che non è per tutti, ma solo per chi avrà il nostro dono totale e a sua volta sarà disposto a spendersi totalmente e indissolubilmente nella relazione con noi. Solo riscoprendo la castità, la tenerezza, l’attesa, il saper aspettare, il saper preparare l’incontro sessuale nel gioco della seduzione reciproca, nelle attenzioni e nel servizio reciproco si potrà ritrovare il vero piacere. Solo così, quando l’incontro intimo viene vissuto come un culmine fisico di una relazione vissuta nell’arco di tutta la giornata, e solo quando quel gesto non si limiterà  a un godimento di qualche secondo, ma rappresenterà un significato profondo e costitutivo dell’amore sponsale degli sposi, allora sarà appagante e pienamente soddisfacente. Solo se sarà così, riusciremo a non cadere nel disamore e nella noia. Perché quel piatto di lasagne avrà per noi un gusto sempre diverso, perché sarà arricchito da ogni momento della nostra vita insieme e del nostro amore fatto di gesti concreti che cresce giorno dopo giorno rendendo quel piatto di lasagne sempre più gustoso. Termino con un brano tratta dal libro di don Fabio Bartoli “Prendimi con te, corriamo”:

Il piacere è innanzitutto uno stato d’animo, un atteggiamento interiore(…). Fuggite l’egoismo, non il piacere! Fuggite l’avarizia, il possesso, la lussuria, che del piacere sono misere contraffazioni, perchè il piacere ci rimanda sempre al primo piacere fontale, all’atto creativo, alla nostra prima vocazione: quel “vivi!” detto su di noi che ci ha chiamato all’esistenza. E infine , offrire il corpo in sacrificio a Dio è metterlo a servizio dell’amore.

Questo è il vero piacere, questo è ciò che oggi manca e che rende le persone mendicanti d’amore e incapaci di provare il piacere quello pieno, quello autentico. Quando il governo si attiverà per aiutare le famiglie a educare le nuove generazioni a curare quella bulimia e a un uso corretto e autentico della sessualità, come già avviene per il cibo, allora significa che, finalmente, si sarà fatto un passo avanti decisivo per la guarigione della nostra civiltà malata.

Antonio e Luisa

Il profumo di Cristo e il cibo che non perisce

L’olfatto: davanti a Dio siamo il profumo di Cristo

“Siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo” (2 Cor 2,15).

“La mia preghiera sia incenso che sale fino a te” (Sl 141,2)

Il Cantico dei Cantici è tutto un insieme di profumi e di effluvi. La ragazza innamorata dice: “Io sono un narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli” (Ct 2,1) e poi: “Ora che il mio re è qui nel suo giardino, il mio profumo di nardo si spande tutt’intorno. Amore mio, sei come un sacchetto di mirra, di notte riposi fra i miei seni. Amore mio, sei come un mazzo di fiori cresciuti nelle vigne di Engaddi” (Ct 1,12-14).

L’olfatto è un senso particolarissimo perché va oltre gli altri sensi. Non tocca, ma è toccato; non sente e non gusta, ma avverte e fa proprio, non vede ma riconosce perfettamente inspirandone tutta l’essenza. L’olfatto si inserisce pienamente nella relazione tra individui. Sappiamo distinguere benissimo il profumo di chi ci sta accanto, non per la marca dell’acqua di colonia, ma per quella conoscenza nel tempo. Fa parte del respiro della vita e, come avvertiamo il profumo sappiamo conoscere anche la puzza. C’è una bella differenza tra il nardo e lo zolfo. Ecco perché è bene avere cura di se stessi, compresa l’anima ovviamente!

il profumo di cristo e il cibo che non perisce

Il profumo fa scendere nell’intimità perché ciò che di per sé è impersonale diventa personalissimo, persino nel modo di pregare oltre che di amare l’altro. È così che ci distingueremo, dal profumo che emaniamo. E se dovessimo scorgere anche “l’afrore” di noi stessi, non rinunciamo mai a cercare un profumo migliore, quello che sale e che ci trasforma. Lo zolfo dei nostri peccati possiamo, se vogliamo, trasformarlo nel profumo più inebriante che ci sia!

Il gusto: il cibo che dura per la vita eterna

“Gustate e vedete come è buono il Signore” (Sl 34,9)

Come ogni senso, tra i cinque, c’è uso e uso e, quando Eva “vide che l’albero era buono come cibo” (Gn 3,6) agì in nome di una “disubbidienza”. Pietro però incoraggia: “Sbarazzandovi di ogni cattiveria, di ogni frode, dell’ipocrisia, delle invidie e di ogni maldicenza, come bambini appena nati, desiderate il puro latte spirituale, perché con esso cresciate per la salvezza, se davvero avete gustato che il Signore è buono” (1Pt 2,1-3).

Il gusto è un senso importantissimo, soprattutto nel matrimonio, perché il nutrimento ė necessario affinché una coppia possa sopravvivere.

Così come il cibo materiale sostiene il corpo, sarà necessario un altro cibo per sostenere le due volontà maschile e femminile, così diverse ma così profondamente necessarie per l’unità!

il profumo di cristo e il cibo che non perisce

Ci vuole il cibo giusto per affinare il gusto e la grandezza del matrimonio sacramento consisterà in un cibo «che non perisce, ma… che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6,27). Il cibo eucaristico! Il cibo che non perisce è Gesù stesso; e anche la sua Parola che è un tutt’uno con Gesù.

Quanti bocconi amari la vita ci presenterà, anche come coppia, nelle delusioni, nella povertà personale che sa amare solo fino a un certo punto.

Il gusto ci permetterà di rendere dolce ciò che è amaro perché quel cibo ha uno specialissimo sapore: la salvezza!

Alla ricerca del Vero Bene

Ecco cara coppia, queste sono le cinque strade del tuo matrimonio sacramento.

Scegli quella più adatta per cominciare a risorgere, se hai bisogno di rinascere o per continuare il tuo meraviglioso cammino.

Noi, proprio quando la nostra storia stava naufragando, ricominciammo dalla strada di un senso, quello del gusto, dell’Eucaristia; e da lì ripartimmo perché, più ne mangiavamo e più i cuori si riempivano di ascolto, sguardi, carezze e profumo che si spandeva tra di noi e verso quelli che avevamo intorno. Un senso tira l’altro nell’armonia del bene, del Vero Bene.

Amare è decisione.

E tu, da quale senso vuoi ricominciare?

Cristina

Articoli precedenti

Il tocco di Dio e l’arte di ascoltare

La vista nel matrimonio cristiano

 

Questo articolo è stato scritto per il blog di Annalisa Colzi http://www.annalisacolzi.it/il-profumo-di-cristo/