Il nostro matrimonio è terreno fertile?

«Ecco, il seminatore uscì a seminare.
E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.
Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo.
Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.
Chi ha orecchi intenda».

Vorrei leggere questa parabola in chiave sponsale, so benissimo che forse è una lettura un po’ forzata, ma è comunque utile per permettere una riflessione su come ci prepariamo al matrimonio.

Il seme è l’amore divino, lo Spirito Santo, la Grazia del sacramento. Il seme è quella presenza di Dio che germoglia e rende la terra feconda e fruttuosa. La terra siamo noi, la nostra relazione e il nostro cuore.

Se ci presentiamo alle nozze senza aver chiare le caratteristiche di un amore sponsale autentico, e non ci sposiamo volendo e desiderando con tutto il cuore di amarci in quel modo, saremo impermeabili al seme, all’amore di Dio. Il matrimonio sacramento si poggia sul matrimonio naturale, che a sua volta poggia su 5 pilastri. Se manca uno solo di questi pilastri, crolla tutto. L’unicità: un solo uomo e una sola donna. La poligamia non è ammessa. L’indissolubilità: non dobbiamo prevedere vie d’uscita, anche nella cattiva sorte. La fedeltà: il nostro corpo e il nostro cuore appartengono a quell’uomo o a quella donna. La socialità: ci sposiamo nella comunità, perchè siamo risorsa per la società e dobbiamo essere tutelati da essa. La fecondità: la relazione deve essere aperta alla vita.

Se ci si sposa escludendo anche una sola di queste caratteristiche, di questi pilastri, la Grazia non può entrare in noi, perchè manca l’amore autentico e totale  per accoglierla.

Celebriamo un sacramento a secco, anzi peggio, celebriamo una bella sceneggiata che non ha nessun valore,  anche se presenziata dal parroco e con la presenza di testimoni e di tante persone. Ricordo che il diritto canonico verifica, tra le altre cose,  la sussistenza di queste caratteristiche per decretare se un matrimonio sacramento sia valido oppure nullo, mai avvenuto.

Veniamo ora al terreno sassoso. Subito germogliò. Il matrimonio è valido. Gli sposi credono nei 5 pilastri e si sono sposati in Cristo. La Grazie è arrivata e ha permesso loro di sperimentare l’unione come presenza di Cristo. Ma cosa succede?

Gli sposi non hanno preparato bene il terreno. Non hanno preparato un terreno profondo, un amore profondo basato sul rispetto, sul sacrificio, sulla castità che sa aspettare e accogliere l’altro. Un amore fatto di apertura al mistero dell’alterità e non di ripiegamento su di sè che usa l’altro per provare sensazioni ed emozioni, e per soddisfare la nostra lussuria e concupiscenza. Non importa se vestiamo tutto con l’abito dell’amore, certi gesti nel fidanzamento sono oggettivamente frutto dell’egoismo ed intrinsecamente sbagliati. Se prepariamo il nostro terreno così non saremo capaci di amare autenticamente, ma solo di vivere di emozioni e di sentimenti che sembrano dare valore e senso a tutto, ma che in realtà sono un’effimera illusione. E’ un amore  destinato, come tutte le emozioni, a picchi e crolli e alla fine a spegnersi se non alimentato da qualcosa di più solido. Ed è questa la fine del germoglio piantato in un terreno così. Poche radici e il sole lo brucia.

Ultimo terreno, di cui voglio parlare, è quello con le spine. Questo è il terreno di chi si sposa in Cristo, e magari si è preparato anche bene, ma poi non comprende che il matrimonio è un sacramento non solo tra i  due sposi, ma dove Cristo ha un ruolo fondamentale. Se non si mette Cristo al centro tutto diventa difficile e in certi casi impossibile da sostenere. Il matrimonio, un rapporto che dura tutta la vita e basato su un abbandono fiducioso, intimo ed esclusivo dell’uno verso l’altra, quando arrivano le prove, quelle dure che ti buttano a terra, rischia di dissolversi in dolore, sofferenza, accuse, sensi di colpa e risentimento. Se non si ha una fede e una relazione concreta con Gesù, la coppia  entra in una spirale che la porta inesorabilmente alla separazione, se non sempre fisica, sicuramente dei cuori.

Noi su che terreno abbiamo accolto il seme? Ad ognuno la risposta. Mi fermo qui. Sul terreno che porta frutto ho già avuto modo di parlare in tanti articoli precedenti.

Antonio e Luisa

Lo sguardo di Cristo

Una delle descrizioni più affascinanti del Vangelo è sicuramente lo sguardo di Gesù. Uno sguardo puro, uno sguardo che penetra ma non giudica, uno sguardo che vede oltre le apparenze, oltre i comportamenti, oltre gli atteggiamenti e va dritto al cuore della persona, nel senso che riesce a vederne la bellezza originaria, riesce e vedere ciò che la costituisce. Gesù riesce a leggere nelle persone la nostalgia per il bene e per il bello, riesce a superare la coltre nera del peccato che avvolge l’interlocutore e vede la bellezza della creatura, del vertice della creazione, di colui che è fatto ad immagine a somiglianza di Dio, dell’Amore. Ci sono tantissimi esempi di questo sguardo nel Vangelo. Il giovane ricco che in apparenza ha tutto, è ricco, ha una famiglia ed è osservante della Legge. Ma non è felice perchè non riesce ad andare oltre e ad incontrare Dio trasformando la Legge in amore, le norme in atteggiamento del cuore. Gesù comprende la nostalgia di questo giovane, guardandolo, e gli offre la via per essere finalmente realizzato. Purtroppo il giovane non trova il coraggio di seguirlo e resta nella sua vita agiata, ma priva di un senso e di un ideale di vita che salva. Non siamo come il giovane ricco anche noi? Lo sguardo di Gesù va oltre le apparenze, come nei confronti della vedova. Gesù era seduto vicino al tesoro del Tempio e osservava i presenti lasciare le loro offerte. C’erano ricchi che cercavano l’approvazione degli uomini e per questo lasciavano grandi ricchezze, ma che non costavano gran sacrificio. Poi vide una insignificante vedova, non indosssava abiti eleganti e non aveva un portamento tronfio. Si avvicinò al tesoro e lasciò la sua misera monetina. Gesù si commosse profondamente perchè vide il cuore generoso di quella donna che donava a Dio ciò che le era necessario. Noi scorgiamo questo in chi ci sta vicino? Come non pensare a Zaccheo che grazie allo sguardo di Gesù  si convertì all’istante. L’adultera, Pietro, Giuda, la Maddalena e tanti altri. Ci sono innumerevoli esempi. Ne ho citati solo alcuni. Noi sposi siamo capaci di avere quello sguardo tra di noi?  Non posso parlare per me, non sarei obiettivo. Posso però parlare della mia esperienza con Luisa. Ho sperimentato quello sguardo. Con il tempo e  con gli anni è diventato sempre più autentico e credibile. Nei momenti in cui sono più antipatico, nervoso, dove ho peccato contro di lei in amore e  tenerezza. I momenti dove sono pigro e asociale. Arriva lei con il suo sguardo in cui mi specchio e vedo oltre ciò che sto facendo e oltre il mio comportamento. Vedo in lei ciò che sono, ciò che l’ha fatta innamorare, e che la porta a dedicarsi totalmente a me. Uno sguardo che mi permette di riprendere il controllo di me, e di smettere di fare l’immaturo e la persona poco seria. Lo sguardo di Gesù penso fosse così, che non giudicava ma ti mostrava ciò che potevi essere e ciò che eri in quel momento.

Antonio e Luisa

Noi siamo pensiero creatore.

Helmuth James von Moltke, figlio di un pronipote del celebre maresciallo, nacque  l’11 marzo 1907 a Kreisau, in Slesia. Giurista e signore di campagna, coltivatore delle sue terre a Kreisau, rappresentò come pochi “l’altra Germania” in opposizione ai nazisti al potere. I rappresentanti più illustri della resistenza, di ogni tendenza, appartenevano al circolo di Kreisau, voluto e animato da von Moltke. Profondamente cristiano, disapprova l’attentato ad Hitler, ma intendeva comunque preparare il rinnovamento della Germania dopo la catastrofe che considerava ormai come inevitabile. Fu incarcerato  nel gennaio 1945, processato, condannato a morte e giustiziato il 23 gennaio a Plotzensee.

Di seguito uno stralcio della sua ultima lettera alla moglie Freya, scritta poche ore prima di essere giustiziato e quando era già consapevole di ciò che lo attendeva da lì a poco.

[…]Ma adesso mia adorata, veniamo a te. Non ti ho ancora nominata, cuore mio, perchè tu occupi un posto assolutamente speciale. Infatti, tu non sei mezzo di cui Dio si serve per fare di me ciò che sono. Tu sei invece, me stesso. Tu sei il mio Capitolo 13° dell’Epistola ai Corinzi. Senza quel capitolo, l’uomo non è uomo. Senza di te, io non sarei diventato un signore dell’amore. Di amore ne ho ricevuto, per esempio, dalla mia mamma, cui penso con riconoscenza, con gioia e pieno di gratitudine, come lo si è verso il sole che ci riscalda. Ma senza di te, cuore mio, io non avrei l’amore. Io non dico affatto: “Ti amo”. Non sarebbe esatto. Tu sei piuttosto quella parte di me stesso che, senza di te, mi mancherebbe. E’ bellissimo che essa non mi manchi. Perchè se io non l’avessi con me, questo che è il più grande di tutti i doni che un essere umano può avere, non avrei potuto reggere la sofferenza che ho dovuto affrontare, e ben altro ancora. Soltanto noi due, tu ed io, formiamo un essere umano. Come già ti ho scritto qualche giorno addietro, noi siamo pensiero creatore. Proprio così, alla lettera. Ed ecco perchè, cuore mio, sono sicuro che tu non mi perderai mai  su questa terra, neppure per un secondo, tu mi perderai. E’ esattamente ciò che abbiamo voluto simboleggiare nella nostra Cena comune, che, per me, sarà stata l’ultima. Ho appena pianto un po’, ma non di tristezza o di dolore, non perchè desideravo tornare: erano lacrime di riconoscenza e di emozione dinnanzi a questa manifestazione di Dio. Non ci è dato di vederlo in volto, Dio, ma è molto emozionante potersi rendere conto all’improvviso che, nel corso di tutta la nostra vita, Egli ci ha preceduti, di giorno sotto la forma di una nuvola, di notte sotto la forma di una colonna di fuoco, e che ora ci consente di realizzare improvvisamente, per intero, la nostra vita. Ora, per davvero, non dobbiamo temere più nulla.  Cuore mio, ho terminato la mia corsa, e posso dire di me stesso: “E’ morto vecchio e sazio”.

[…] Che la grazia di Nostro Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunità dello Spirito Santo siano con tutti voi. E così sia.

Sinceramente questa lettera mi ha commosso, mi ha fatto piangere. L’amore testimoniato non è quello sdolcinato dei sentimenti, ma quello concreto della vita in Cristo. Un amore costitutivo della persona umana che dona forza e pace, che dona la capacità di portare la croce e di essere coerenti fino alla fine. Ho profondamente ammirato ed  “invidiato” questo martire della giustizia e dell’amore.

Lettera tratta da Operazione Walkiria di Luciano Garibaldi.

Antonio e Luisa.

Tischgespräch Merkel Freya

Freya in compagnia del cancelliere tedesco Angela Merkel nel 2007

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Nel Vangelo di oggi Gesù afferma qualcosa che non è per nulla scontato:

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date

Siamo abituati in tutte le nostre relazioni, siano esse economiche, lavorative e anche affettive a dare un valore, un prezzo a ciò che facciamo, al nostro tempo, alle risorse che impieghiamo. Purtroppo questo avviene anche nel matrimonio. Quante volte i matrimoni implodono perchè le persone dichiarano di non sentire più nulla per la persona che hanno sposato?  Cosa significa? Chiaramente è una implicita constatazione che l’impegno e il legame non valgono la fatica che costano. Significa mettere sulla bilancia costi e benefici e, come farebbe qualsiasi imprenditore, decidere di tagliare ciò che è improduttivo, che non ci rende nessun utile e addirittura provoca una perdita. Vi rendete conto di quanto è misero questo modo di concepire la relazione? Significa considerare il coniuge come qualcosa da mantenere, curare e nutrire finchè serve, finchè non diventa un peso per la vita e per il nostro benessere psicofisico. D’altronde la nostra società è una società del profitto che spinge all’individualismo e all’egoismo. Come dice Papa Francesco, è caratterizzata dalla cultura dello scarto e il matrimonio non ne è esente. Nulla di più facile che entrare in questa dinamica e gettare il coniuge senza troppe remore, perchè ciò che conta siamo noi, tutto il mondo gira intorno a noi. Siamo così dentro questa cultura, che quando ci viene offerto qualcosa di gratuito siamo istintivamente portati a diffidare, a cercare di capire dove sia la “fregatura”. Non è forse così? Quando riusciamo ad uscire da questa  maledetta spirale di sofferenza? Quando incontriamo Cristo nella nostra vita. Quel Cristo che ci ama in un modo così autentico e incondizionato, tanto da commuoverci nel profondo. Solo se si fa esperienza di questo perdono saremo liberati dalla cultura dello scarto. Vedremo poco alla volta con gli occhi di Gesù e quando il nostro coniuge sarà in difficoltà, riuscirà a darci poco o magari non sarà in grado di darci nulla e avrà bisogno del nostro sostegno, non tireremo fuori il bilancino per decidere, ma ci doneremo con tutto ciò che abbiamo, perchè Cristo ci ha amato così e ora è il momento di restituire il nostro poco attraverso quell’uomo o quella donna che Dio ci ha messo al fianco e che in quel momento è il bisognoso, il povero, l’afflitto, il malato o il carcerato (schiavo del peccato) che ha bisogno di noi. Questo è l’amore gratuito vissuto, questo è l’amore che promettiamo di vivere durante il rito del matrimonio e questo è l’amore che Dio attraverso la Grazia ci permetterà di realizzare nella nostra vita e nella nostra relazione.  Io l’ho visto incarnato nei miei nonni. Mia nonna che a seguito di una malattia degenerativa ha perso progressivamente la parola, il movimento e la ragione. Gli ultimi tempi non faceva altro che emettere lamenti tutto il giorno. Mio nonno non solo non l’ha avvertita come un peso, ma l’ha curata con una tenerezza e una pazienza che mi hanno toccato profondamente il cuore. Non era da solo, Dio era con lui. Ora è morta ma quegli ultimi tempi resteranno nella mia memoria non solo come un momento di sofferenza e di dolore ma anche riempiti di un amore autentico gratuto e incondizionato. Ho chiesto a Dio di donarmi la forza, nel caso fosse necessario, di essere altrettanto forte, tenero, paziente ed amorevole perchè l’amore se non è così non è amore ma solo un reciproco scambio di interessi.

 

Antonio e Luisa

La Chiesa: mamma che aiuta a crescere.

Questa riflessione è uno sfogo. Vuole essere una richiesta di confronto con voi, perchè io non capisco più come certi uomini di Chiesa ragionano. Vi chiedo di dirmi dove sbaglio.

La Chiesa è madre, è la mamma di tutti noi. Su questo non penso che ci siano possibilità di fraintendimenti. Cosa significa essere madre? La mamma è colei che accoglie dentro di sè la vita nascente, è colei che con tenerezza e dolcezza nutre, coccola e fa sentire amato il bambino. La mamma non si ferma a questo. La mamma insieme al papà deve educare. Educere, dal latino tirare fuori. La mamma insieme al papà aiuta il neonato nei suoi passaggi della vita. Lo aiuta da bambino, da adolescente, nella pubertà, nella giovinezza e infine lo vede diventare uomo o donna prendere la sua strada e camminare da solo verso la vita buona e soprattutto la vita eterna. L’attività della mamma è frutto di un’alleanza con il papà che, nell’unione e nella comunione, sono sicurezza e certezza per il bambino.  Cosa voglio dire con questa immagine? La Chiesa è madre, ma si comporta sempre da madre? Lavora in alleanza con il Padre (Dio)? E’ in comunione con il Padre? E’ anvora capace di dire quei no che aiutano a crescere, a diventare uomini e donne nella pienezza della verità iscritta dentro di loro? Chiedo questo perchè mi sembra che tanti pastori non riescano ad andare oltre la mamma del neonato. Non riescano ad educare, ma solo ad accogliere con tenerezza e dolcezza. Va benissimo, non ci si può limitarsi a quello. Il neonato, il neofita, colui che vuole entrare nella Chiesa e rinascere in essa una seconda volta dopo il battesimo, non può restare un neonato. Ha bisogno di essere accompagnato, di essere ripreso, anche duramente. Ha bisogno di paletti, di sapere cosa è bene e cosa è male. Ha bisogno di fare i suoi errori e di essere perdonato, ma senza sminuire ciò che ha fatto, perchè le ferite non si cancellano con la confessione. Gli omosessuali non hanno bisogno di essere trattati come neonati, magari all’inizio sì, ci sta, ma poi vogliono essere aiutati a crescere come uomini e come donne, capaci di andare oltre la ferita di cui portano i segni, perchè questo significa rispettarli ed amarli. Hanno bisogno di essere accompagnati alla castità perchè lì troveranno la pace e pienezza. Se la Chiesa non è capace di aiutare ogni persona a crescere, ma solo di accudirla come se fosse un neonato, non può poi pretendere nulla da questa persona se non che continuerà a comportarsi come un neonato, capace solo di chiedere e incapace di donarsi nella verità.

Quando io sono entrato nella Chiesa volevo tante cose. Volevo essere giustificato nei rapporti prematrimoniali, volevo essere giustificato nell’uso di anticoncezionali, volevo essere libero di guardare materiale pornografico, volevo essere libero di vivere come volevo, ma con l’avallo di Dio, per silenziare la mia coscienza. Fortunatamente ho trovato in alcuni sacerdoti, soprattutto nel frate cappuccino Padre Raimondo Bardelli, la vera Madre Chiesa, e attraverso di loro, gradatamente anche la libertà da tante mie schiavitù. Mi hanno aiutato a non essere più un neonato della fede ma un uomo di fede, con tanti limiti ancora, ma molto più felice e realizzato. Attraverso l’amore di madre Chiesa ho trovato l’amore anche di Dio Padre.

Antonio e Luisa

Gli sposi sono fuoco evangelizzatore

L’amore sponsale è strano. E’ un’unione così intima, forte, indissolubile e totalizzante che sembra escludere ogni altra persona. C’è un forte rischio di chiusura soprattutto quando il rapporto e gli sposi sono immaturi. In questi casi si rischia di vivere come prigionieri. Si pensa che la nostra soddisfazione personale e il senso della nostra vita dipendano solo dal nostro sposo o dalla nostra sposa e condividerlo/a con qualcuno diventa un rischio di perdere qualcosa. La gelosia ci imprigiona. L’amore muore e diventa possesso perchè non ci siamo sposati per dare amore, ma solo per ricevere qualcosa dal rapporto. In alcuni casi anche i figli sono visti come un pericolo e per questo si decide di non averne. Tutto ruota intorno a noi stessi. Quanti sposi che pensano di amarsi tantissimo perchè hanno un rapporto quasi morboso in realtà non si amano, ma si usano per colmare i loro  vuoti e soddisfare i loro bisogni. Personalmente ho corso questo rischio. Quando mi sono sposato ero ancora molto immaturo come persona e come cristiano. Invece col tempo sono maturato. Sono riuscito, grazie a tante persone che mi/ci hanno aiutato, sacerdoti ed amici a spostare il centro delle mie attenzioni da me a Luisa. Ciò è stato possibile quando ho finalmente incontrato Cristo e non ho avuto più bisogno di cercare in Luisa un senso e un sole assolutizzato e assolutizzante attorno cui girare per scaldarmi e illuminarmi il cuore. Più il nostro rapporto è diventato forte, bello, intimo e più io sento di non aver bisogno di lei, ma di volermi donare a lei. Quando esiste questo tipo di amore tra gli sposi, simile a quello di Dio nella Trinità, con tutte le dovute distanze e differenze dettate dal loro essere creature, avviene qualcosa di inaspettato. Si sente il desiderio di aprirsi all’esterno. L’amore non vuole essere rinchiuso nella nostra relazione, ma esonda al di fuori. Come Dio Trinità ha creato l’universo come un’esplosione d’amore, così noi sposi, se viviamo un amore autentico e basato sul dono, sentiamo il bisogno di aprirci, di non restare come una monade isolata, ma di vivere la nostra piccola chiesa nella grande Chiesa. Aprirsi alla vita, prima di tutto, ai figli, e poi ai fratelli nella comunità, agli amici, ai bisognosi di una parola o di un po’ di cibo. Tutto ciò diventerà non un sacrificio, ma un’esigenza del cuore.

Gli sposi sono fuoco acceso dell’amore di Dio per ogni persona, fuoco acceso dell’amore di Gesù per la Chiesa. Gli sposi lo sono sempre. Non ha senso credere di essere fuoco solo quando si va in parrocchia ad aiutare, al catechismo, nei vari gruppi o in attività di solidarietà e volontariato. La nostra fiamma è accesa sempre, ovunque siamo e qualsiasi cosa stiamo facendo. Chi si avvicina a noi deve sperimentare quella prossimità e compassione (patire con) che abbiamo imparato in famiglia e che dovrebbe essere diventata stile di vita. Così gli sposi possono essere i più grandi evangelizzatori in un mondo che tende a chiudersi. Un mondo che chiude le porte, le frontiere, i cuori ha bisogno impellente di sposi che portano il loro amore e il loro fuoco nella società e nella realtà in cui vivono. Un mondo sempre più fondato sul profitto e sull’interesse personale ha bisogno della gratuità degli sposi. Gli sposi che vivono la loro vocazione all’amore in modo pieno danno volto e consistenza alla Parola, la rendono presente e attuale nella storia e nella geografia. Questi sposi possono essere quella luce di Cristo che affascina e che ha permesso a un falegname di una remota provincia dell’Impero con un seguito di straccioni di attirare a sè miliardi di persone. Ciò è possibile però quando questo amore si nutre della relazione sponsale, della Grazia del Sacramento e dell’Eucarestia. Solo così il nostro impegno e il nostro fare è frutto dell’amore autentico, altrimenti non è vero dono, vera luce, ma diventa palliativo per trovare fuori dalla nostra vocazione ciò che non si sa costruire al suo interno.

Antonio e Luisa

Dio non ti da più di quanto puoi contenere.

Vorrei iniziare con una breve storia di Bruno Ferrero, per trarre alcuni spunti di riflessione.
Festa al Castello
Il villaggio ai piedi del Castello fu svegliato dalla voce dell’araldo del Castellano che leggeva un proclama nella piazza.
“Il nostro Signore beneamato invita tutti i suoi buoni e fedeli sudditi a partecipare alla festa del suo compleanno. Ognuno riceverà una piacevole sorpresa. Domanda a tutti però un piccolo favore: chi partecipa alla festa abbia la gentilezza di portare un po’ d’acqua per riempire la riserva del Castello che è vuota…”
L’araldo ripeté più volte il proclama, poi fece dietro front e scortato dalle guardie ritornò al castello. Nel villaggio scoppiarono i commenti più diversi “Bah! E’ il solito tiranno! Ha abbastanza servitori per farsi riempire il serbatoio… Io porterò un bicchiere d’acqua e sarà abbastanza!”
“Ma no! E’ sempre stato buono! Io ne porterò un barile!”
“Io un ditale”
“Io una botte!”
Il mattino della festa, si vide uno strano corteo salire al castello. Alcuni spingevano con tutte le loro forze dei grossi barili o ansimavano portando grossi secchi colmi d’acqua. Altri, sbeffeggiando i compagni di strada, portavano piccole caraffe o un bicchierino su un vassoio. La processione entrò nel cortile del Castello. Ognuno vuotava il proprio recipiente nella grande vasca, lo posava in un angolo e poi si avviava verso la sala del banchetto. Arrosti e vino, danze e canti si succedettero, finché verso sera il signore del Castello ringraziò tutti con parole gentili e si ritirò nei suoi appartamenti.
“E la sorpresa promessa?”brontolarono alcuni con disappunto e delusione.
Altri dimostravano una gioia soddisfatta:”Il nostro signore ci ha regalato la più magnifica delle feste!”
Ciascuno, prima di ripartire, passò a riprendersi il recipiente. Esplosero delle grida che si intensificarono rapidamente. Esclamazioni di gioia e di rabbia. I recipienti erano stati riempiti fino all’orlo di monete d’oro. “Ah! Se avessi portato più acqua…”
Tratto da”Il canto del grillo” di B. Ferrero Ed. Elle Di Ci
Cosa ci insegna questa storiella? Può essere letta in tanti modi, per spiegare tante circostanze. C’è una lettura, quella che voglio fare, che è perfetta anche per il matrimonio. Il signore del castello è naturalmente Dio. Gli invitati siamo noi, ogni sposo e ogni sposa. Il recipiente è il nostro cuore. Le scelte fatte fino al giorno del matrimonio condizioneranno il tipo di recipiente che porteremo al castello. Chi ha vissuto solo per sè, senza una ricerca della castità, nel peccato, nella lussuria, nei rapporti prematrimoniali, nell’uso degli anticoncezionali porterà un bicchierino perchè il cuore è chiuso, non può contenere e dare di più. Chi invece ha scelto la strada più difficile, quella del sacrificio, del rispetto dell’altra persona aprendosi all’altro nel desiderio di un incontro e non di possederlo ed usarlo. Chi, insomma, ha scelto la castità, si presentera al palazzo del signore con un cuore grande come un barile. Naturalmente il palazzo simboleggia la chiesa e la festa la celebrazione del matrimonio. Il matrimonio è un sacramento. Nei sacramenti c’è un effusione di Spirito Santo, un dono di Grazia. La Grazia non è qualcosa di astratto. La Grazia è un surplus di amore divino che si poggia sull’amore umano degli sposi. Capite che chi si è presentato al matrimonio con un bicchierino non può pretendere un dono di Dio che il suo cuore non possa contenere. Fidanzati, preparate il vostro matrimonio nella verità, rispettandovi e quello che ne otterrete il giorno delle nozze e tutti i giorni seguenti della vostra vita insieme non vi farà rimpiangere i sacrifici che avete dovuto sostenere.
Antonio e Luisa
Allego un breve video che ho preparato per i miei figli per spiegare questi concetti.

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Un dolce giogo!

Il vangelo di oggi termina con questa frase di Gesù:

Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero.

Don Claudio, il mio parroco, ha esordito l’omelia con una considerazione che sinceramente non avevo mai pensato, ma che ho trovato particolarmente illuminante.

Gesù offre un giogo, un giogo che non è qualcosa di bello, ricorda qualcosa che non ci permette di muoverci liberamente e di fare ciò che vogliamo come vogliamo. Perchè dovremmo dire sì alla proposta di Gesù? Perchè il giogo che ci offre è leggero. Non abbiamo la possibilità di scegliere se avere o meno un giogo. Possiamo scegliere se averlo leggero o pesante. Così la proposta di Cristo diviene affascinante, solo se si comprende che senza di Lui non siamo liberi, ma siamo legati a un giogo molto più pesante. La nostra vita è il giogo pesante da portare ogni giorno. La stanchezza, l’ordinarietà, la mancanza di senso, le malattie, la sofferenza, la solitudine e tutto ciò che può caratterizzare la nostra vita, senza di Lui diventano un giogo insopportabile e insostenibile alle nostre forze. Ciò che fa la differenza è la Grazia, lo Spirito Santo che dona fortezza, fede, sopportazione, senso, amore e ancora tante altre cose.

Il sacerdote durante la vestizione segue tutto un rito particolare e quando indossa la casula, la veste propria di chi celebra la Santa Messa, dice sempre la stessa formula: “Domine, qui dixisti: Iugum meum suave est, et onus meum leve: fac, ut istud portare sic valeam, quod consequar tuam gratiam. Amen.” (O Signore, che hai detto: Il mio giogo è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo indumento sacerdotale in modo da conseguire la tua grazia. Amen).

Ho subito pensato al mio matrimonio, al momento in cui la mia sposa mi ha infilato l’anello al dito. Non avrei trovato parole migliori per suggellare quel momento.

Il sacerdote indossando la casula si prepara tra le altre cose a rinnovare il sacrificio di Cristo sul Calvario. Noi non facciamo la stessa cosa? Indossando quell’anello con il nome della mia sposa inciso all’interno ho promesso di donarle tutto di me stesso. Indossando quell’anello mi sono impegnato a farle dono del mio cuore che non è una metafora sdolcinata ma è un atteggiamento concreto; significa impegnarmi ogni giorno a farmi piccolo per farle posto dentro di me. I suoi bisogni diventano i miei bisogni, i suoi desideri i miei, le sue preoccupazioni le mie e la sua gioia diventa la mia gioia. Padre Bardelli riprendeva spesso le parole della lettera di San Paolo ai Galati : «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (GaI. 2,20); ci ripeteva   queste parole dicendo a noi sposi :<<Voi dovetedire: non sono più io che vivo ma il mio sposo o la mia sposa vive in me; questo significa il sacramento del matrimonio, Cristo vive in voi quando voi vivete nella profonda comunione e donazione dell’uno verso l’altra.>>

Il sacerdote la casula, una volta terminata la Messa, la ripone, noi l’anello lo indosseremo sempre fino al giorno della nostra morte e capiterà che il giogo non sarà soave e leggero ma la Grazia di Dio, se noi avremo fede  e invocheremo la Sua presenza con una vita casta e in comunione con Lui, ci permetterà di poter dire in ogni circostanza della vita :<<O Signore, che hai detto: Il mio gioco è soave e il mio carico è leggero: fa’ che io possa portare questo anello segno di amore e fedeltà in modo da conseguire la tua grazia. Amen>>

Non siamo maiali

Oggi vorrei parlare di maiale. Voi direte: cosa c’entra il maiale con il matrimonio? C’entra eccome. Vi siete mai chiesti perchè sia vietato il consumo di maiale per il popolo ebraico (non solo per loro)? Non è una regola inventata senza un senso. Tutto quello che gli ebrei hanno normato è dettato da un senso. Un senso che può essere più o meno condivisibile, ma non è un capriccio. Il maiale, ci ricorda don Iapicca in una sua recente catechesi, è vietato perchè ricorda la prigionia e la schiavitù in Egitto. Gli egiziani si cibavano tantissimo di maiale e di conseguenza anche gli ebrei quando potevano facevano uso di quella carne. Durante la schiavitù sembra che una epidemia abbia colpito la popolazione. Il caldo, la scarsa igiene e la conservazione della carne hanno contribuito al propagarsi di questa misteriosa malattia.  Per questo il maiale ricorda agli ebrei il mal d’Egitto, una disgrazia e una lontananza da Dio.

Non è la sola ragione, ce n’è una ancora più importante. Riporto ora la spiegazione di un autorevole rabbino statunitense per introdurla:

Il cibo che mangiamo diventa parte di noi e dato che tutte le creature hanno una propria sorgente vitale o anima spirituale (nefesh), ogni volta che mangiamo una creatura assumiamo anche la sua spiritualità, nel bene o nel male. Il maiale ha certe caratteristiche spirituali che innescano l’egoismo, il comportamento lascivo, la caparbietà e la crudeltà, compromettendo quindi la capacità di un ebreo, e di chi si identifica con il popolo ebraico, di svolgere il suo dovere spirituale in questo mondo.

Sentite ora qual è la regola precisa che norma il consumo della carne:

sono lecite le carni di quei quadrupedi che hanno l’unghia fessa e che ruminino 

Sembra una presa in giro, una richiesta senza senso. Non è così, c’è una motivazione molto profonda invece. L’unghia fessa significa che lo zoccolo non è un tutt’uno ma composto da due parti divise da una fessura. Ciò simboleggia l’ordine di Dio: la notte e il giorno, l’uomo e la donna, i mari e la terraferma. Simboleggia l’ordine della creazione. Non lo sapevate, vero? I maiali hanno questa caratteristica, hanno effettivamente l’unghia fessa. Non hanno però la seconda discriminante. Non ruminano, ma al contrario sono voraci e inghiottono tutto ciò che trovano. Questo simboleggia chi non riflette ed è schiavo delle sue pulsioni, dei suoi desideri, emozioni,sensazioni e passioni. Chi non riesce a contenersi e trattenersi. Si lascia condurre, si abbuffa di ogni cosa per provare piacere senza pensare alle conseguenze. Schiavi della gola e del sesso. Mangiare il maiale per il popolo ebraico significava alimentare queste passioni malefiche che ci rendono incapaci di controllare il nostro corpo, come animali per l’appunto.

Gesù ha eliminato queste regole con una semplice frase:

Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna?  Invece ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende immondo l’uomo.

Gesù ha cancellato la regola, è vero,  ma non il significato della regola stessa. Se vivremo la nostra vita, i nostri rapporti, la nostra sessualità e il nostro matrimonio come maiali, senza ruminare, senza riflettere e senza controllo, saremo destinati a una vita da maiali, nel fango, nella continua ricerca di un piacere che non soddisfa mai se non in superficie. Sensazioni fisiche che non riempiono l’anima, ma al contrario la svuotano, rendendoci ancora più affamati. Rovineremo la nostra esistenza e quella di chi ci sta vicino e trasformeremo il nostro corpo tempio dello Spirito Santo, dimora regale, in un porcilaio sporco e maleodorante del tanfo dei nostri peccati e del nostro egoismo.

Gesù ha cancellato la regola anche perchè spesso veniva usata con ipocrisia. Un rituale formale giustificava un cuore chiuso all’amore. Bastava rispettare il precetto per essere nel giusto. Gesù non accetta questo. Gesù ci chiede di impegnarci a fondo per purificare il nostro cuore e svuotarlo di tutti i pesi del peccato e dell’egoismo per consentirgli di riempirlo di Spirito Santo attraverso i sacramenti e il matrimonio sacramento in particolare. Solo così la nostra relazione non sarà un porcilaio, ma una reggia bella e luminosa. A noi la scelta.

Antonio e Luisa

Il matrimonio non è una passeggiata.

Oggi voglio condividere un pensiero di Sara, una moglie e mamma veneta. E’ riuscita, a mio parere, a presentare ciò che è il matrimonio in modo molto concreto attraverso un immagine molto semplice: la montagna. Sara scrive:

Il matrimonio non è una passeggiata. È una camminata in montagna, di quelle che parti la mattina presto quando ancora è quasi buio… non sai bene dove vai. Non l’hai mai fatta, quella strada. Sai che sarà lunga ma sei pieno di voglia, di energie, sai che ne vale la pena. Sei curioso! Bisogna partire attrezzati bene, scarponi, zaino pronto, cibo, acqua, poncio se piove, cerotti bende acqua ossigenata, un pile se fa freddo… non sai bene dove vai. A volte sembra insulso, a volte non ce la fai più. Ti fermi respiri, riposi, hai bisogno di pregare.
Poi arrivi in un punto panoramico, ti giri, guardi indietro… ecco, la meraviglia! Oh, ecco perché ne valeva la pena! Quanta bellezza, quanto amore! Gioia piena!
E vedi qualcuno a cui vuoi bene iniziare la salita, laggiù… e ti riempi di gioia, lo chiami “Vieni, è dura la salita ma qui è bellissimo!!!”
Perché, quando guardi una donna vestita da sposa sempre il cuore palpita di gratitudine

Il matrimonio non è una passeggiata dove non c’è fatica, dove il sentimento ti trascina come una bici in discesa. Si parte con il buio,  senza sapere cosa t’aspetta solo con la fiducia nel tuo compagno/a e in Dio. Il matrimonio è una salita, che costa fatica, a volte sembrerà facile altre invece la pendenza sarà proibitiva e dovremo aiutarci a vicenda, salire in cordata se necessario. Ci saranno momenti in cui la fatica sarà avvertita più da uno, altri in cui sarà l’altro a boccheggiare e a sentire le gambe pesanti, ma se si resta uniti non ci sarà il rischio di mollare e di voler tornare indietro. Sara parla poi dell’attrezzatura. Quanta verità. Se non partiamo attrezzati bene faremo tanta fatica, e forse troppa fatica, potremmo anche non riuscire ad arrivare in cima. Oggi le coppie si preoccupano soprattutto delle sicurezze materiali, del lavoro, della casa e di tutto ciò che può rendere la vita “facile”. Non sono queste le cose più necessarie di cui dotarsi. Non che non siano importanti, sia chiaro, ma c’è qualcosa che è più determinante per la riuscita di un matrimonio. Preparare il cuore al dono di sè. Bisogna educarsi al sacrificio, all’apertura all’altro, al perdono, alla misericordia e a occuparsi e a prendersi cura dell”altro. In una parola educarsi alla castità. Certo anche chi parte senza zaino e senza acqua può arrivare in cima, ma certamente con molta più difficoltà e sofferenza.  Sara ci ricorda di pregare. Sara ci ricorda che ci sposiamo in tre e che il socio di maggioranza, quello che ci mette più ricchezza, non siamo noi ma Gesù. Pregare significa chiedere a Gesù un aumento di capitale per la nostra società, un surplus di Grazia perchè con le nostre misere risorse non riusciamo a continuare.

Infine arrivi in cima, o meglio la cima non la raggiungi mai, ma arrivi in alto. Tanto in alto che puoi voltarti e restare senza fiato. Puoi ammirare un panorama mozzafiato e puoi condividere ciò che vedi con la tua sposa o con il tuo sposo. Vedi in basso il punto da cui sei partito.  Ti meravigli di come tu, così fragile, ferito e inadeguato abbia potuto fare tanta strada ed arrivare tanto in alto, tanto da poter godere di una bellezza che ti commuove. Una passeggiata non ti sarebbe costata tanto impegno e tanto sudore, ma non ti avrebbe consentito di ammirare una bellezza tanto grande.

Antonio e Luisa

Un lavoro di squadra

Ascoltavo una catechesi di padre Serafino Tognetti sul matrimonio. Padre Serafino riesce a unire una verve da cabaret a una saggezza profonda e pienamente cristiana. E’ uno spasso ascoltarlo. Su youtube potete facilmente trovate tante sue catechesi, se non lo conoscete e volete ascoltarlo. Bando alle presentazioni, torniamo alla riflessione che avevo in mente di fare.  Padre Serafino ha spiegato in maniera egregia le dinamiche che la coppia attiva quando c’è da prendere una decisione. Ci sono spunti di riflessioni per la donna e per l’uomo. Spesso sbagliamo, litighiamo e perdiamo tante energie e tanto tempo, perchè non siamo capaci di lavorare in squadra, dove ognuno ha il suo compito. Prima di proseguire una premessa: non voglio dire che quanto scriverò sia sempre vero e ogni coppia è unica e deve trovare i propri equilibri però questa riflessione può essere uno spunto per tutti. Ora donne non saltatemi alla gola quando leggerete i consigli per voi. Tutto trae origine da ciò che siamo uomo o donna, diversi e complementari.

Tu donna, moglie, lascia a tuo marito l’ultima parola, fai decidere lui, fai che sia lui a prendere la decisione definitiva. Lui ha bisogno di questo da parte tua. Ha bisogno del tuo abbandono fiducioso alla sua guida. Solo così si sentirà virile e uomo, sentirà la stima e l’accoglienza della sua sposa. Solo quando sarà legittimato a capo della famiglia, a guida a cui affidarsi, si sentirà apprezzato, realizzato ed amato. Siamo fatti così, per accontentarci basta davvero poco perchè se leggete il proseguo vi renderete conto di come alla fine siete voi donne a condurci verso la scelta giusta.

Tu uomo e marito, invece, guarda tua moglie come merita. Lei ha il carisma dell’intuizione. Capisce prima e meglio le situazioni e la via migliore da seguire. L’utero della donna è dove nasce la vita e dove cresce la vita. L’utero accoglie e pazientemente cura, nutre e aiuta la creatura che lo abita a crescere e perfezionarsi. La donna è colei che sa accogliere meglio di te la volontà di Dio, è colei che sa meglio discernere e decantare, colei che è più ricettiva e più disponibile nella sua docile sottomissione all’amore e quindi a Dio. Quando prendi una decisione non avere fretta, medita quanto la tua sposa ti suggerisce e se capisci (e di solito è così) che è meglio fare come lei dice non inorgoglirti e cambia idea, ne guadagnerete tutti perchè in una famiglia come in una squadra si vince e si perde insieme. Un po’ come tra Maria e Giuseppe. Lei è quella che custodiva nel cuore e intuiva molto più del “povero” Giuseppe. Lui è quello che, però, prese tutte le decisioni, compresa quella molto difficile di fuggire immediatamente in Egitto per scampare ad Erode.

Alla fine, come dice padre Serafino, spesso finirà che la sposa intuirà e suggerirà la soluzione, l’idea, il modo di fare e lo sposo battendo il pugno sul tavolo esclamerà: Ok si fa così.

Vi chiederete se non sarebbe più veloce e pratico lasciare subito la decisione alla donna. No, perchè l’uomo ha bisogno di sentire che lei lo seguirebbe anche se lui decidesse per fare altro. Naturalmente, perchè il matrimonio funzioni, occorre che nessuno dei due abbia un atteggiamento di prevaricazione e di controllo sull’altro.

Tutti contenti la sposa che è riuscita a sostenere il marito nella scelta e indirizzarlo verso il meglio e lo sposo che ha avuto l’ultima parola. Non è così? Forse è un po’ troppo semplificato, quasi caricaturale, ma la dinamica è giusta, almeno tra me e Luisa spesso finisce così. Certamente, serve tanto amore, tanta fiducia e tanto rispetto dell’uno verso l’altra.

Ah, adesso sono pronto a ricevere tutte le critiche e i commenti che volete, sentivo, però, che era importante dire queste cose che nessuno dice, ma che sono fondamentali per la riuscita di un matrimonio.

Antonio e Luisa

Cosa vuoi che io faccia? chiediamolo per conoscere la volontà di Dio

Conoscere la volontà di Dio

Tutti noi vogliamo conoscere la volontà di Dio, chiediamo allora; cosa vuoi che io faccia? Quando mi metto in meditazione e guardo Gesù Eucaristia, spesso mi viene da pormi questa domanda e la rivolgo al Signore: COSA VUOI CHE IO FACCIA?

Stranamente subito dopo mi sento inquietata da un’altra parola che dice:

«Voi chi dite che io sia?» Mt 16,15

Da questo capisco un aspetto importante.

È più importante il fare o l’essere?

E poi, se sbagliassi a comprendere chi è veramente Gesù?

Potrebbe essere determinante anche il mio fare.

Ma io realmente chi sono?

Questo è il dilemma anche quando si vive una normale relazione, potendo passare anche anni e non aver capito chi siamo pretendendo di conoscere invece gli altri, giudicandoli severamente.

Abbiamo presente come siamo soliti dire….«Lo conosco benissimo, non farebbe mai una cosa del genere».

Purtroppo, quando quella cosa invece la farà ne rimarremo del tutto delusi e sconcertati perché, chi credevamo di conoscere, è altresì un perfetto sconosciuto. O meglio, l’altro è capace di fare cose che non ci saremmo mai aspettati.

È molto importante l’essere, piuttosto che il fare ed è molto importante che ciascuno sia aiutato a crescere formando il proprio essere.

C’e un saggio sacerdote di nostra conoscenza che spesso ci raccomanda di non dire mai ai nostri figli «tu sei uno sciocco, tu sei un incapace, tu sei un pigro e via dicendo ». Dire invece, tu sei un ragazzo intelligente ma il tuo comportamento è così o così. Cioè non giudicare mai la persona, dando così un bollino che lo marchierà, ma guardare al suo comportamento, quello si, anche perché il comportamento si può e si deve correggere.

Ecco il motivo per cui abbiamo formato generazioni di persone fragili, in quanto giudicate sulla stima e mal incanalate invece in una strada di verità e di aiuto nella buona crescita.

Ecco perché è spesso difficile riuscire a capire chi siamo e ci buttiamo sul ciò che facciamo, pretendendo di essere sempre elogiati con occupazioni che hanno bisogno di essere estremamente gratificate.

Infatti, sovente, la prima frase che sentiamo dire quando una relazione naufraga è «dopo tutto quello che ho fatto; ho fatto il possibile ma non è servito a nulla; mi sono sacrificato una vita; ho fatto, ho fatto, ho fatto e nessuno si è mai accorto».

Se anche noi rivolgessimo la stessa domanda di Gesù agli altri:

CHI DITE CHE IO SIA?

Cioè, mi conosci davvero tu che mi sei accanto o difronte?

Cosa porto dentro? Quali maschere sono costretto ad indossare a causa di questo o quel tormento? Chi sono veramente tanto da trovarmi a tradire la fiducia del mio coniuge buttandomi tra le braccia di un’altra persona? Chi sono quando fingo un sorriso in parrocchia mentre sono inquieto con gli altri proprio a causa del “fare” servizi? Chi sono

veramente quando vorrei aprire un dialogo con una persona e quando me la trovo davanti non ho il coraggio di tirar fuori le parole giuste? Perché ho paura di tutto?

Sbrigati a scoprire chi sei davvero!

Quando fu Gesù a fare quella domanda le persone tirarono un po’ ad indovinare in base alle categorie che conoscevano.

Mt 16,13-16«Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Soltanto Pietro riuscì a dire Tu sei il Cristo, tanto che lo stesso Gesù spiego che ciò avvenne in base alla rivelazione dello Spirito e non certo dal pensiero razionale, cioè dalla sua umanità.

Tornando allora un po’ all’inizio di questa riflessione è possibile fare piccole grandi cose.

La prima è guardare a Gesù: Chi sei per me Signore?

La seconda è specchiarsi in Lui: Chi sono io realmente?

La terza, dopo aver sprofondato lo sguardo nel profondo della meraviglia che siamo e dei prodigi che il Padre ha creato, ci lanceremo a chiedere:

SIGNORE COSA VUOI CHE IO FACCIA? Il Santo d’Assisi ce l’ha insegnato.
Signore, che vuoi che io faccia?”
“Francesco, va e ripara la mia Chiesa
che, come vedi, è tutta in rovina!”
Come potremo salvare la casa di Dio se prima non SIAMO come Lui vuol condurci?

Eccomi Signore manda me e scruta la profondità del mio ESSERE! Solo così capiremo come conoscere la volontà di Dio.

Cristina Righi
articolo scritto per il blog di Annalisa Colzi http://www.annalisacolzi.it/conoscere-la-volonta-di-dio/

Charlie è Dio che ci tende la mano

Non so se il piccolo Charlie e i suoi genitori riusciranno a vincere la loro battaglia legale. In ogni caso hanno vinto. Un bambino inerme, malato e fragile è riuscito a resuscitare l’umanità sopita di tante persone. La cosa che più mi ha colpito è che autorità religiose e politiche sono scese in campo quasi costrette da una sollevazione di popolo, partita dal basso. Charlie è riuscito a far risplendere una legge morale scritta dentro ognuno di noi, spesso sepolta e inquinata da una cultura dominante di morte e finalizzata al solo profitto. Ci hanno provato a cancellarla, per anni. Probabilmente pensavano di esserci riusciti. Poi è arrivato Charlie che con la sua perfetta “inutilità” ha stravolto tutto, ha distrutto anni di colonizzazioni ideologiche. Charlie ha fatto più di quanto io, sano, riuscirò a fare in una vita. Come fate a chiamarlo inutile? Una persona, un piccolo uomo, un figlio di Dio, perfetto nella sua unicità. Trovo di un’ipocrisia insopportabile l’Europa quando celebra le diversità, propone leggi per rendere le città ad uso dei disabili ed esalta le para olimpiadi, ma poi, fa di tutto per far si che quegli stessi disabili non nascano, o se nascono, per eliminarli prima possibile con l’eutanasia, la dolce morte, la morte dignitosa. Io non penso di essere ipocrita. Ho conosciuto nella vita e nel web tante famiglie con figli disabili. Il primo pensiero che mi viene è ringraziare Dio per avere avuto figli “normali”. Poi però quando conosci meglio quelle famiglie, vedi le difficoltà e le sofferenze che devono sopportare, ma nella loro casa c’è un amore diverso, c’è qualcosa in più che io non ho. Quei bambini “diversi” sono l’amore. L’amore è donarsi totalmente per l’altro. Quando questi bambini arrivano in una famiglia ti obbligano a una scelta radicale. Amore o egoismo, vita o morte. Quando i genitori scelgono l’amore, e si donano totalmente a quel bambino speciale ottengono in cambio un amore puro e totale. Queste famiglie sono un segno per tutto il mondo. Un mondo che dice che vali solo quando sei produttivo, che sei bello solo se hai certe misure, un mondo che o sei perfetto o non vali nulla. Un mondo che non ti ama perchè ti accetta solo se rispetti determinati canoni. Poi incontri queste famiglie e vedi la bellezza. La bellezza cruda, fatta anche di pianti e di dolore, ma bellezza vera, quella bellezza che solo una vita di autentico amore ti può dare.

Voglio terminare con una testimonianza di una malata di SMA. Si chiama Anita-gaga Pallara e risponde a Selvaggia Lucarelli che, in un suo post facebook (con migliaia di like), aveva scritto in sintesi che, un bambino che a 10 mesi non gattona, non mangia e non parla, è meglio che muoia perchè ha una vita che non merità di essere vissuta, una vita di dolore e basta.

Cara Selvaggia, ti ho letta ieri in aereo mentre tornavo da Milano abbastanza stanca ma soddisfatta, ai miei piedi c’era il il mio aspiratore e il mio respiratore, vengono con me dovunque vada, non sono i tipici “gadget” da ragazza di 28 anni vero?! Mentre leggevo il tuo post,  con foto del piccolo Charlie in primo piano come rafforzativo alla tua posizione, pensavo a quanta assolutezza avessi usato su un tema così delicato, tanta 
assolutezza può derivare solo da tanta superficialità cara Selvaggia, lasciatelo dire. “A sette mesi sopravviveva in terapia intensiva, intubato, senza poter fare più nulla che avesse a che fare con la vita di un bambino di sette mesi. A sette mesi i bambini cominciano a sorridere, mangiano le prime pappine, gattonano, hanno il loro giochino preferito” in poche righe hai decretato che la vita di un bambino di sette mesi o è quella delle pubblicità della Mellin o non è vita, beh ti sorprenderò ma ci sono tanti 
di quei bambini che a 7 mesi fanno una vita diversa, fanno le stesse cose 
che hai elencato tu solo in maniera diversa, magari con un tubo in gola per 
respirare, uno nella pancia per la “pappa” , non gattonano ma
magari fanno la prima passeggiata fuori casa con mamma e papà, sorridono Selvaggia, 
anche se la tua vita non è come quella delle pubblicità puoi sorridere lo 
stesso, anche se quella “natura ingiusta che punta il dito a
caso” ,come dici tu in maniera netta, tagliente, convinta e soprattutto superficiale, 
dicendo così ti senti al sicuro dai “mostri” vero?! Decide che sia proprio tu a dover vivere quella vita, nelle malattie che colpiscono i bambini le sfumature sono centomila, eppure nessuno le vede, ci si ferma a quella foto di Charlie intubato, senza tenere conto che quel tubo è suo “amico”. Sai  Selvaggia anche ai miei genitori i medici 27 anni fa hanno detto che non avrei superato i 2 anni, malattia ad esito infausto, e tante volte quella 
previsione col passare degli anni poteva avverarsi, tante volte l’aria  ha fatto fatica a passare nei miei polmoni, tante volte i miei genitori mi hanno vista soffrire come mai un bambino dovrebbe, tante volte la mia vita non è stata come quella dei bambini della mia età, tutt’ora è diversa per alcune cose dai miei coetanei, io sono fortunata lo so Selvaggia non serve che me lo dici, sono fortunata perché vivo una vita piena, lavoro, amici, 
uscite ecc, eppure la malattia ad esito infausto c’è sempre e vista dalla tua ottica la mia vita non è vita, non volevi dire questo? Eppure l’hai detto cara Selvaggia, tu maestra delle parole hai lanciato la tua verità su cos’è vita e cosa no per un bambino di 7 mesi, hai avuto coraggio eh. Tu non lo sai Selvaggia ma il sorriso più bello che abbia mai visto in vita mia l’ho visto su un volto di una creatura di 7 mesi, talmente immobile
da poter sembrare una bambola, in un letto di ospedale enorme, rispetto a quel 
corpicino così fragile, quel sorriso adesso illumina il cielo. Tu non lo 
sai Selvaggia ma la forza di volontà più grande che abbia mai visto
l’ho vista in una bambina di pochi anni dagli occhi enormi e belli, le labbra 
rosse come Biancaneve, quella bambina ha continuato a respirare Selvaggia. 
Tu non lo sai Selvaggia ma l’amore che si respira in una casa dove
c’è una principessa che dorme, e non c’è principe azzurro che possa svegliarla,
è indescrivibile, in quella stessa casa che c’è un appassionato di pompieri, 
un eroe quotidiano, gli ho visto muovere i primi “passi” , sono  stata dietro la porta ad aspettare un “va tutto bene” , ho trattenuto il fiato per lui. Tu non sai tante cose Selvaggia, ed è giusto così, forse però se non conosci davvero tutte le sfumature dovresti evitare di scegliere un colore. Charlie io prego laicamente per te, sono convinta anzi certa che te ne andrai tra le lacrime dei tuoi genitori mischiate al tuo sorriso, e 
ahimè alle nostre parole. Io non sono Charlie, nessuno di noi lo è, io vorrei essere la voce di Charlie.”

Chiara Corbella diceva che il contrario della paura è la fede. Non dobbiamo avere paura di questi bambini speciali, ma accoglierli come opportunità di crescere nell’amore, come ci insegnano tante famiglie che ogni giorno lo fanno nel silenzio. La nostra Europa ha paura, mostriamo che noi non l’abbiamo, continuiamo a vedere Charlie non come malato, ma come figlio prediletto di quel Dio che lo ama immensamente e ha dato la sua vita per lui. Charlie è un dono di Dio per tutti noi, un angelo che nella sua fragilità ha una forza dirompente, quella forza che abbatte tutte le nostre costruzioni ideologiche e ci riporta all’origine, a Dio. Attraverso Charlie Dio vuole riportarci a lui, all’amore. Sta a noi scegliere se aprire il cuore o restare nella nostra insoddisfatta vita di “perfetti” che devono sempre dimostrare di valere qualcosa per meritare la vita.

Antonio e Luisa

Dio roccia nella tempesta.

Noi due così diversi eppure insieme da quasi 40 anni

Di questi, 10 anni di fidanzamento, dai banchi di scuola, nella stessa classe, l’adolescenza e la maggiore età, i primi impieghi lavorativi. Il tempo trascorso per arrivare alle nozze, fortemente desiderate e Dio fra noi o meglio come roccia su cui poggiare saldamente i nostri piedi consapevoli che quando sarebbero arrivate le tempeste potevamo aggrapparci alla solida roccia e non annegare.

Già, le tempeste.

Arrivarono ben presto e non ce le aspettavamo cosi travolgenti.

I primi figli, due femminucce una dopo l’altra. Il tempo che scorreva veloce e pienamente impiegato tra lavoro e famiglia, la nostra e quelle di origine

Gli impegni lavorativi incalzanti e con il timore sempre presente ed a volte asfissiante, di non farcela ad arrivare a fine mese o di perdere il lavoro stesso.

Per noi due, intanto, troppo poco tempo e in quel poco tanti scontri anche per futili motivi.

La roccia che avevamo individuato fin da prima di unirci in matrimonio ormai l’avevamo persa di vista. Eravamo andati troppo a largo nel mare della vita.

Ci siamo fermati raramente e spesso solo per interrogarci del perché stare ancora insieme noi due così diversi e per questo così distanti

Ognuno voleva affermare se stesso e indurre l’altro ad accettare le proprie pretese

Fra battaglie in veri campi minati e momenti di felicità ed affetto proprio come in campi fioriti, abbiamo voluto resistere ed avere pazienza, attendere che il tempo desse una risposta ai nostri perché. Non abbiamo voluto cadere nella tentazione della separazione, si lontani, distratti ma mai sconfitti

Abbiamo creduto nel nostro amore

Quando poi le nostre figlie, giovani frequentatrici del gruppo giovani della Comunità Missionaria di Villareggia ci hanno invitato ad un incontro con Dio, lo abbiamo ritrovato e capito che Egli non ci aveva mai abbandonato,

Si proprio così, finalmente la risposta ai nostri perché.

Il filmato della nostra vita di sposi era finalmente ben definito. L’avevamo invitato alle nostre Nozze come l’oste che deve portare il buon vino alla festa più importante e non farlo mancare mai. Noi avevamo, negli anni, finito il vino rischiando di bere solo acqua, di perdere la felicità dello stare insieme, di non fare più festa negli attimi in cui ci ritrovavamo, ma Dio è rimasto fedelmente al nostro fianco trasformando sistematicamente l’acqua in vino e la festa ricominciava

Oggi le battaglie continuano e nemmeno l’età ultra matura ha placato le nostre forze nel lottare contro. Sembrerebbe che nulla è cambiato e invece è cambiato tanto.

Abbiamo la certezza che se Dio è presente nella nostra vita di coppia, attraverso la Sua Parola, attraverso l’Eucarestia, grazie anche ad un percorso di formazione di coppie dove costantemente ci confrontiamo e ci sosteniamo a vicenda con le esperienze di ciascuno e con la Preghiera Comunitaria, nulla e’ impossibile, nulla può  fermare il nostro amore, ripartiamo ogni volta che si affievolisce il nostro affetto ed allora si rinnova il miracolo dell’essere più uniti proprio nella nostra enorme diversità.

Già il miracolo. Spesso restiamo meravigliati ed increduli nel sentire parlare di prodigiosi miracoli ma il nostro e quelle di tante coppie che nonostante tutto rinnovano ogni giorno il Si delle loro Nozze per restare uniti per sempre, e’ sotto i nostri occhi e merita davvero di essere gridato ai quattro venti. Ecco allora che il nostro sguardo resta rivolto al cielo per ringraziare Dio del grande dono che rappresenta lei per lui, lui per lei, interpreti del vero Paradiso terrestre.

Marco e Amelia.

Una meraviglia che non finisce!

Per uno sposo non c’è nulla di più bello e meraviglioso della sua sposa. Non parlo di mistica ma di ciccia, di carne. Parlo naturalmente di ciò che posso vedere e toccare. Non c’è nulla che ci riempia maggiormente lo sguardo del corpo della mia sposa, trasfigurato dall’amore che ci unisce e che traspare dal suo sguardo. Un corpo di una bellezza che solo io posso percepire in modo così profondo e pieno. Gli anni passano, la bellezza dovrebbe sfiorire, ed è così, oggettivamente è così. I capelli iniziano a imbiancarsi, le rughette sul viso si vedono, cinque gravidanze hanno lasciato qualche segno sul corpo. Eppure è sempre più bella. Non me lo spiego, ma è così. La mia sposa mi appare ogni giorno più bella. Una meravigliosa amalgama di femminilità, dolcezza, tenerezza e accoglienza. Padre Raimondo ce l’aveva detto: “Ricordate ragazzi che esistono due tipi di bellezza, quella oggettiva che vedeno tutti e quella soggettiva che è solo vostra e dipenderà da come vi siete amati, da come avete perfezionato il vostro rapporto e dalla tenerezza e cura che vi siete riservati l’uno per l’altra.”

Non ci credevo fino in fondo, ma mi sono fidato. Ora posso dire che è proprio così. Sono quindici anni che siamo sposati e ogni volta che torno a casa dopo una giornata fuori e  trovo Luisa, vivo sempre la stessa sensazione di meraviglia. Quella bellezza soggetttiva che riempie i miei occhi è fatta di tante cose, è fatta di ricordi, di fedeltà, di attenzioni, di perdono, di momenti speciali, di carezze, di abbracci, di baci, di amplessi, di momenti difficili, di gioia, di unità, di pianti, di dialogo, di ascolto, di unione e intimità. Quando guardo la mia sposa vedo tutto questo in lei, una bellezza trasfigurata dall’amore fedele ed esclusivo di tanti anni di matrimonio e di vita comune.

Per spiegarmi meglio mi faccio aiutare dal Cantico dei Cantici, poema profondissimo della Bibbia dove si canta l’amore concreto, erotico degli sposi.

8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione cha abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Antonio e Luisa

Perché Charlie ha parlato al mio cuore

Il tema della sofferenza, del dolore, spaventa tutti. Ci inventiamo ogni tipo di scusa pur di non affrontare la realtà della vita. Come se evitare di parlare del dolore, relegandolo nel più angusto spazio del nostro cervello, possa in qualche modo esorcizzare le sue infauste conseguenze. L’eutanasia, la così detta dolce morte, è l’ultima delle soluzioni a questo gravoso problema. L’eutanasia è l’ultimo mattone, di un muro più grande, quasi insormontabile, che abbiamo posto tra noi e la sofferenza.

Temiamo la sofferenza perché non la possiamo gestire. Siamo abituati al controllo totale della nostra vita e delle vite degli altri, e non concepiamo nessuna cosa che possa in qualche modo sconvolgere la nostra “tranquilla” esistenza. La sofferenza sconvolge, la sofferenza ci smuove, la sofferenza scuote le nostre coscienze, ci fa porre domande, ci destabilizza, ci fa perdere le nostre sicurezze, siano esse fondate sul mondo o sulla fede.

Charlie ha parlato al mio cuore – Il suo dolore, la sua condanna hanno parlato al mio cuore. Mi ha posto la domanda: “Ma tu Daniele quanto saresti disposto a sacrificare della tua vita? Quanto saresti disposto a perdere? Quanto a soffrire?”

Charlie ha parlato al mio cuore – Perché anche la sua morte non sarà vana nell’infinita sapienza di Dio. Gesù non è sceso dalla Croce eppure era Dio, lui poteva se voleva, ma lui si è offerto LIBERAMENTE per la salvezza di noi figli. Liberamente, nessuno l’ha costretto a salirci, lui poteva scegliere di salvarsi. La sofferenza è il mistero stesso dell’Amore. La gioia, la felicità scaturiscono dalla sofferenza. La resurrezione dalla morte. La luce del sole, dalle tenebre dello spazio. L’arcobaleno, dalla tempesta. La Vita, dal pianto del bambino e dal dolore della mamma.

Charlie ha parlato al mio cuore – Mi ha fatto ricordare la sofferenza provata quando la mia fidanzata mi ha lasciato, scrivendomi ti odio e mi hai distrutto la vita, quel giorno il mio cuore si è spaccato, e ha pianto di dolore. Quel dolore era sconvolgente, non si poteva commensurare, così come non si può commensurare la morte di un caro, il dolore di un malato terminale, il dolore di due genitori che si vedono strappare il figlio, che tanto hanno amato. Eppure, Dio, è proprio lì, che mi ha preso sulla sua Croce e me ne ha fatto assaporare il sapore dolce e leggero, che solamente con Lui si riesce a provare.

Charlie ha parlato al mio cuore – Mi ha detto: “Non temere la sofferenza, nulla di questa vita può strapparci dall’Amore di Cristo, né la persecuzione, né la tribolazione. Non scappare da essa, ma accoglila come l’ultimo e il più grande dei doni che Gesù ci ha fatto, per unirci a lui, per renderci carne della sua carne, quella carne martoriata ma traboccante di amore per noi”

Ricordo da bambino quando la maestra delle elementari ci lesse un passo di Elie Wiesel “La notte”, che racconta di un bambino impiccato nel campo di concentramento. Il bambino viene impiccato e uno dei prigionieri esclama: “Dov’è il Buon Dio? Dov’e?” Mentre gli altri due condannati adulti muoiono subito, il bambino rimane a combattere tra la vita e la morte, per mezz’ora, agitandosi e sbattendo i piedi. Ancora il prigioniero esclama: “Dov’è dunque Dio?” E Wiesel, nel suo cuore, sente la risposta: “Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…”

Sì, Gesù è in quel bambino, e Gesù ancora oggi ritorna in tutti gli ultimi, negli emarginati, negli orfani, nelle vedove, nei condannati da questa società, che ha cancellato la sofferenza, e con essa l’Amore…

Charlie non ha perso, ma ha vinto, e con lui Cristo! Questa è la nostra Speranza!

Un amore oltre la morte.

Come seconda parte dell’articolo relativo al matrimonio naturale (qui la prima parte) vi propongo una serie di epitaffi, sarcofagi e tombe relativi a coppie unite da una relazione d’amore (di molti non sappiamo se si tratta di sposi). Iniziamo con un bellissimo epitaffio di Panthia una donna greca del II secolo d.c. E’ stato scritto dal marito:

Panthia, tuo marito ti dice addio. Da quando te ne sei andata, non cesso di soffrire della tua morte crudele. Hera, dea del matrimonio, non ha mai visto sposa pari a te, bellezza, saggezza, castita’ pari alle tue. Mi hai dato figli a mia immagine. Ti sei presa cura dei figli e del marito. Hai retto il timone della vita nella nostra casa, e hai levato alta la nostra fama in campo medico: anche se eri una donna, le tue abilita’ in medicina non erano inferiori alle mie. In riconoscimento di questo, il tuo sposo Glicone ti ha eretto questa tomba. Ho seppellito qui anche il corpo di mio padre, l’ immortale Filadelfo, e anch’io giacero’ qui quando saro’ morto. Come solo con te ho diviso il mio letto, cosi’ possa coprirmi la stessa terra che copre anche te.

Anche i romani non furono da meno nel raccontare l’amore profondo:

Alla moglie Antonia: Per amor mio, hai attraversato mari e terre e cieli inclementi; attraverso i nemici trovasti arditamente la via; hai sopportato incredibili rigori del cielo, o dolce sposa, diletta all’anima mia. Simile a un fiore nel nome, felice  del nostro legame, casta e pudica, non avevi ancora saziato il fuoco del mio amore, poiché sciasti  prima del tempo il talamo consacrato

La sola cosa che io posso fare, sventurato, è stringermi a te, cara, nella tomba, fino a che mi resta da vivere. Credo che ciò ti sia gradito, se qualche notizia di noi giunge al Tartaro

Passiamo ora alle sepolture e ai ritrovamenti archeologici più antichi risalenti fino a 8000 anni fa.

Amanti turchi di 8000 anni. Nel 2007 in Turchia fu scoperta una coppia semi mummificata avvinta in un tenero abbraccio amoroso che risaliva al 6100 a.C. Lui aveva circa trent’anni al momento della morte, lei venti. Si tratta della più antica coppia di innamorati mai scoperta sinora. La tomba appartiene ad un complesso di 22 tombe preistoriche disotterrate in Anatolia, presso la città di Diyarbakir.

Gli amanti di Valdaro abbracciati per l’eternità. Nel 2007 a Valdaro, in provincia di Mantova, vengono rinvenuti gli scheletri di un uomo e una donna sepolti di fianco, faccia a faccia, abracciati sia con gli arti superiori sia con gli arti inferiori. L’uomo e la donna, risalenti al Neolitico, sono stati ritrovati nell’ambito degli scavi di una villa romana.

I resti dei due amanti furono asportati con il terreno circostante e gli scavi furono terminati presso un laboratorio a Como, in collaborazione con il Museo Archeologico della città. Dalle analisi degli antropologi risulta che prima è stata deposta la donna e poi l’uomo, che i corpi erano stati avvolti in un lenzuolo separatamente e che gli amanti erano piuttosto giovani, infatti avevano circa vent’anni (un’età considerata adulta nel neolitico).

Si tratta di un ritrovamento eccezionale non soltanto per la qualità della conservazione dei corpi, ma anche per la romantica posizione in cui gli amanti sono stati ritrovati. Le fotografie scattate fecero il giro del mondo e, complice anche l’avvento di San Valentino, la coppia divenne molto popolare..

 

Gli amanti di Modena, mano nella mano. Risalgono invece al tardo romanico gli scheletri rinvenuti nel 2009 in viale Ciro Menotti a Modena, sepolti mano nella mano e guardandosi reciprocamente per 1500 anni.

L’uomo porta al dito un anello di bronzo che lo contraddistingue come cives romanus. ha il palmo della mano rivolto verso l’alto che sorregge quello femminile, rivolto verso il basso. E’ evidente che l’intento della coppia sia stato quello di traslare oltre la morte uno stretto rapporto sentimentale con un gesto intimo e quotidiano e che i corpi sono stati sepolti contemporaneamente.

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Antichi amanti rumeni. In una tomba medioevale della Romania sono stati rinvenuti nel 2013 gli scheletri di un uomo e di una donna che si tengono per mano. I resti si trovavano in un cimitero in Romania, nei pressi di Cluj. Lui è morto in seguito ad una ferita allo sterno, mentre della morte di lei non si sa nulla.

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Nel 1972, a Teppe Hasanlu, in Iran, è stata fatta scoperta archeologica sbalorditiva.

È stata rinvenuta una tomba con due scheletri. Ma la cosa sorprendente è che la coppia è rimasta sepolta per oltre 2800 anni. Secondo il sito web Rarehistoricalphotos, gli archeologi ipotizzano che i due fossero in fuga durante una guerra.

Quando il villaggio è stato bruciato, la coppia ha trovato rifugio nel bunker in cui sono stati ritrovati. Purtroppo però sono morti per asfissia.

Ma perchè questa scoperta archeologica ha suscitato così tanto clamore? Gli scheletri sono stati ritrovati nella stessa posizione in cui sono morti. I due si sono scambiati un bacio prima di morire, un bacio lungo 2800 anni.

iran

 

Come non citare poi il famoso sarcofago degli sposi etrusco? In realtà ne esistono diversi. Uno è conservato anche al Louvre di Parigi. Questa meraviglia è come un fermo immagine, sembra voler cristallizzare la vita degli sposi in quel momento di unità e serenità,  sembra voler rendere il loro amore eterno,  che supera i limiti della morte.

sarcofago sposi

L’Egitto e la sua famosissima arte funeraria non potevano mancare. Anche in questo caso esistono vari reperti che evidenziano come alcune coppie fossero legate da una relazione forte ed esclusiva. Guardate questa statuetta funeraria. L’immagine esprime un’unione profonda (almeno è quello che trasmette a me). Gli sposi sembrano sostenersi a vicenda mentre si incamminano verso il mistero della morte. Questa statuetta dell’Alto Regno è custodita al Museo del Cairo.

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Potrei continuare per ore, ma mi fermo. Concludo con una bellissima storia d’amore, quella che spiega la costruzione del Taj Mahal. Il Taj Mahal  sorge sulle rive del fiume Yamuna , nelle campagne limitrofe ad Agra ; città nel cuore dell’India settentrionale . L’imponente struttura fu fatta erigere nel 1632 dall’imperatore Shan Jahan , come residenza funebre per commemorare la figura della sua amata moglie Mumtaz-i-Mahal , che , in lingua persiana, significa “luce del Palazzo”.

La donna morì di parto dopo aver dato alla luce il loro quattordicesimo figlio .

La leggenda narra che l’Imperatore , distrutto dal dolore, decise di far costruire questo imponente monumento , a testimonianza del suo amore eterno verso la donna.

La leggenda dice anche che, a causa dell’infinito dolore,  l’imperatore invecchiò nel giro di pochi mesi e che i suoi capelli corvini divennero, improvvisamente, bianchi come la neve.

Si narra ancora che quando Mumtaz-i-Mahal era ancora in vita , aveva ottenuto dal marito quattro promesse ; la prima era quella di costruire un tempio, la seconda quella che si sarebbe  sposato ancora, la terza quella di essere sempre gentile e comprensivo con tutti i suoi figli, ed infine, l’ultima quella di visitare la sua tomba ogni anno, in occasione della ricorrenza della sua morte.

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Come potete intuire la storia è costellata di queste testimonianze di amore autentico, perchè il nostro cuore anela ad un amore così bello, esclusivo, totalizzante e senza fine. Tutto questo desiderio a volte si realizza, e ciò accade in ogni tempo e in ogni popolo, anche quando le strutture sociali e giuridiche hanno costruito altri modelli di matrimonio. Noi cristiani siamo privilegiati perchè Gesù, attraverso il sacramento e la Grazia, ci ha donato tutto per poter vivere un amore così, pieno ed autentico.

Antonio e Luisa

 

Parte dell’articolo è presa dal sito https://centauraumanista.wordpress.com/2014/09/19/abbracciati-per-leternita-romantici-ritrovamenti-archeologici/

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Il matrimonio naturale

Sto preparando una piccola esposizione da portare ad una settimana famiglie dove Luisa ed io presenteremo il matrimonio naturale, come introduzione poi al sacramento. Cosa intendo per naturale? Il matrimonio è primariamente una risposta alle esigenze del cuore di ogni uomo. Ogni uomo, maschio o femmina che sia, desidera essere amato in modo esclusivo (fedele ed unico), per sempre (indissolubile) e totale (anima corpo e cuore) Desidera che quell’amore sia riconosciuto dalla sua comunità e la sua società ha il dovere di tutelarlo. Desidera infine, attraverso quell’amore, generare nuova vita (amore fecondo). Ricapitolando le caratteristiche sono:

  1. UNICITA’ . Scaturisce dal dono totale reciproco e dalla pari dignità dell’uomo e della donna. La poligamia è contraria a questa pari dignità…
  2. INDISSOLUBILTA’. Il dono totale non può essere che per sempre
    La mentalità divorzista nega questa dimensione (se poi va male ci lasciamo…)
  3. FEDELTA’. Un sì autentico a farsi dono totale all’altro ed amarlo ed onorarlo ogni giorno della vita (nella buona e nella cattiva sorte) esclude la possibilità di altre avventure…
    La mentalità della “scappatella” è contraria a questa caratteristica
  4. FECONDITA’. L’atto sessuale naturalmente svolto implica il coinvolgimento di tutta la corporeità, anche nella sua apertura alla vita (capacità riproduttiva). Negarla, come scelta di partenza, impedisce il dono totale reciproco e dunque la nascita del matrimonio stesso
  5. SOCIALITA’. Nel dono totale è implicata anche la dimensione sociale degli sposi.
    Sposarsi di nascosto, fuori dal rito pubblico stabilito dallo stato, significa comprometterla.

e’ lampante che il matrimonio, o comunque una relazione stabile e feconda tra individui di sesso opposto e complementare,  precede Gesù e di conseguenza anche il sacramento del matrimonio che scaturisce dal sacrificio salvifico e redentivo di Cristo. La Chiesa non ha quindi inventato nulla, ha semplicemente elevato l’amore umano autentico  a sacramento, l’amore naturale a soprannaturale con la Grazia di Dio.

Il matrimonio come unione naturale esiste da quando esiste l’uomo. Ha assunto, certamente, modalità, riti, significati e realizzazioni differenti, sempre condizionati dagli usi, dalle tradizioni e dalla cultura dei popoli che hanno abitato il nostro pianeta e la nostra storia, ma per noi credenti resta un solo modo di realizzare il matrimonio in pienezza, ed è quello cristiano che soddisfa  tutte le esigenze del cuore, come detto in precedenza.

Ho cercato delle prove per sostenere quanto affermo. Nella storia ci sono decine di esempi di società e popoli con matrimoni poligami, anche nella stessa Bibbia, ma anche in questi casi si può notare come la nostra profondità di uomini, la nostra natura umana, ci spinga ad un solo tipo di amore sponsale: l’amore delle origini, del giardino dell’Eden, di Adamo ed Eva. L’uomo come per tutte le cose ha inquinato questa verità originaria, assumendo spesso valori diversi che però non permettono un amore autentico e pieno. Per quanto riguarda il popolo d’Israele è bene ricordare, sono gli stessi rabbini a dirlo, che alle origini la poligamia non era permessa, Noè non era poligamo. Poi per varie motivazioni, prima fra tutte la discendenza è stata legittimata. Abramo, Giacobbe, Davide e Salomone e molti altri avevano tutti più mogli, ma in principio non era così.

Ho fatto una ricerca interessante. Spesso per capire qualcosa dei popoli del passato si guardano le tombe. Esistono tantissimi casi di tombe in cui hanno rinvenuto scheletri di coppie abbracciate. Esistono tantissimi casi di sarcofagi di coppia. Questo per dire che la società poteva anche permettere matrimoni poligami, ma nel cuore dell’uomo di qualsiasi luogo e tempo emergeva il desiderio di un amore unico, eterno, fedele e totale, e quelle tombe sono lì a memoria di questo. Anche nei matrimonio poligami, a dirla tutta,  esiste sempre una preferita, le altre di solito rivestono il ruolo di concubine. Padre Muraro, teologo molto conosciuto scrive su Famiglia Cristiana riguardo la poligamia:

Ognuna si sente una delle tante, o addirittura in second’ordine dopo la favorita. L’amore richiede per sua natura libertà, totalità ed esclusività. L’uomo deve poter dire alla donna amata: sono tuo, solo tuo, tutto tuo, per sempre, e la donna deve poter dire la stessa cosa al suo uomo. Allora e solo allora è amore. Per questo la Chiesa non ha mai accettato e continua a non accettare la poligamia.

La donna, anche se accetta volontariamente il matrimonio poligamico, non è realmente libera nella scelta e vivrà sempre una condizione interiore di sofferenza e di gelosia perchè rinnega, o cerca di farlo, ciò che è invece fondante di un amore autentico: la totalità,l’unicità e la fedeltà. Ecco la testimonianza di una donna fuggita dalla chiesa mormone e dal suo matrimonio poligamico che mette in luce benissimo la sofferenza a cui queste donne sonno portate:

Perché nella poligamia, le dinamiche che si sviluppano in una casa sono basate sul fatto che gli uomini sono dio e le donne, costrette a dividersi lo stesso uomo, diventano brutali.

In ogni caso le tombe non mentono. Ci parlano di amore tanto forte da voler oltrepassare la morte, dove gli sposi vogliono restare uniti anche nella morte. Come afferma il Cantico dei Cantici: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore.

Fine prima parte. Con il prossimo articolo farò una carrellata delle tombe più interessanti e famose.

Antonio e Luisa

“…perché l’amore con cui mi hai amato, sia in essi e Io in loro.”

La preghiera di Gesù, contenuta nel capitolo 17 del Vangelo di Giovanni, mi è sempre piaciuta molto e in particolare questo versetto risuona spesso in me. Alcuni giorni fa ho letto un articolo di Costanza Miriano, che si rivolgeva ad un’amica in occasione del matrimonio di quest’ultima. E’ una lettera molto bella, che dice tanto dell’amicizia che ci può essere tra famiglie cristiane. Vi lascio il link così potete leggerla https://costanzamiriano.com/2017/06/24/cara-benedetta/

Mentre scorrevo queste parole di benedizione subito le ho collegate al versetto 26 del capitolo 17 e si formavano nella mia mente tanti volti familiari e sorridenti, i volti dei miei fratelli, di quelle coppie che con gioia, con la loro testimonianza ci stanno vicino ogni giorno, sono amicizie fraterne importanti perché ci dicono incessantemente di questo amore del Padre che Gesù ha voluto restasse in noi. Io credo che questo sia uno dei modi più diretti, dopo l’Eucarestia, di vivere questo sentimento profondo che Gesù ci ha testimoniato con la sua vita. Nei momenti di difficoltà essi sono stati un “muro di bronzo” difronte al nemico, porto sicuro e fresco ristoro per l’anima. Lo stesso, la gioia ha un sapore indescrivibile quando viene condivisa con loro.

Ogni famiglia – una coppia aperta alla vita è già una famiglia – dovrebbe adottarne un’altra, perché è importante avere come famiglia altre famiglie intorno che ti dicono voi – non tu e Federico, ma proprio voi due, una carne sola – siete importanti per noi, ed è importante che siate sostenuti nella fatica, quando arriverà, e nella gioia, perché sia resa a sua volta feconda per altri.

Questo è un passaggio bellissimo, dove io ci vedo tanto Costanza e il suo modo di essere sorella ai tanti che le stanno intorno, vi invito a seguire questo suo consiglio e vi posso dire della bellezza e della profonda gratitudine nell’essere scelti come coppia che accompagna, noi con tanti nostri limiti e il nostro essere imperfetti, siamo una piccola luce per alcuni amici, portando la nostra fatica quotidiana, ma cercando di viverla in Cristo ed essendo consapevoli che nel giorno del nostro matrimonio abbiamo promesso “con la grazia di Cristo…”.

Se mi sposo in Chiesa che mai potrà succedermi?!

Articolo scritto per il blog Amati per amare www.amatiperamare.it E’ deciso ci sposiamo l’8 dicembre del 2005, ad Assisi dopo 2 anni di fidanzamento casto. Ci sposiamo in Chiesa e celebrano tre frati. La Chiesa è il nostro porto sicuro. Apposta ci sposiamo in Chiesa, per avere certezze e le benedizioni giuste! Del resto siamo cristiani, abbiamo fatto un lungo cammino, corso per fidanzati, corso prematrimoniale, ritiri vari, padri spirituali, che mai ci potrà succedere?! Non avevamo capito assolutamente niente del passo che stavamo facendo e della consacrazione che stavamo abbracciando.

Una convinzione che spesso ci portiamo dietro dal fidanzamento al matrimonio, è che noi cristiani siamo intoccabili dalla separazione o dal divorzio. Siamo intoccabili dalle crisi pesanti. Il corso di preparazione al matrimonio lo abbiamo fatto con don Fabio Rosini. Durata circa 4 mesi con ritiro finale. Non ha fatto altro che cercare di dissuaderci dallo sposarci. Strano. Di solito un prete cerca di convincerti. Lui no. Lui, urlava che il 67% delle coppie laziali si separano. Che anche se sei cristiano e fai un cammino non hai idea di cosa combinerà tuo marito fra vent’anni, di come diventerà tua moglie fra dieci. Tradimenti, perversioni, violenze. Uno strazio di prospettiva. Una prospettiva con cui tutti dobbiamo fare i conti perché il matrimonio cristiano è indissolubile. Allora che significa che se ti sposi in Chiesa devi prenderti botte o tradimenti? Assolutamente no. I problemi vanno affrontati umanamente e spiritualmente in percorsi opportuni. Quello a cui voglio rendere testimonianza oggi è cosa ho vissuto nel mio matrimonio e come ho attraversato momenti in cui ho creduto che il Signore mi avesse mentito e fregato. Momenti in cui la crisi personale e di coppia sembrava avere la meglio su tutto. Don Fabio ci diceva che se non avessimo curato il nostro matrimonio come qualcosa di fondamentale più del lavoro, della realizzazione personale, della stabilità economica, più dei figli, degli hobbies, degli amici, non eravamo immuni dalla crisi o dalla separazione. Io invece ho cominciato il mio matrimonio prendendomi cura di me. Perché prima di allora forse non lo avevo mai fatto e questo mi ha portato a concentrarmi unicamente e completamente su di me perdendomi l’altro. In tutto questo ero anche agevolato da una moglie disponibile a farmi prendermi questa libertà. Nella Bibbia Dio ci dice che è nostro scudo, nostra difesa e nostro aiuto ma questo non vuol dire che siamo esenti da dolori, sofferenze e prove. Soprattutto le prove, quelle in cui sei chiamato a scegliere, e a prenderti la responsabilità del tuo peccato o del tuo amore. NEMMENO DIO TI PUO’ TOGLIERE LA RESPONSABILITA’ CHE HAI DI CUSTODIRE IL TUO MATRIMONIO!!! E tutti quei cristiani ferventi che si sono sposati in chiesa e si sono separati?! Che è successo Dio li ha abbandonati?! Un Frate mi diceva che Dio senza di te non ti salva! Questa storia della libertà e della responsabilità all’inizio del mio cammino non la capivo. Ero ancora immaturo e preferivo pensare a Dio come uno che fa al posto mio: io sono la nave e Lui sta al timone, fa tutto Lui, guida lui e io mi rilassi. Quando mi sono sposato non passa neanche un mese e si scatena l’inferno. Il nostro matrimonio comincia ad andare a picco: litigate feroci, incomprensioni estenuanti. Sembrava che parlassimo due lingue diverse non riuscivamo a comunicare e a capirci. Ci stavamo facendo veramente male. Non c’era quasi più nulla di quella fighissima coppia sposata ad Assisi nel coro degli angeli, fra frati e suore. E Dio dove sta? S’è preso una vacanza da noi?! Mio rifugio… mia salvezza… parole che non mi dicevano più nulla. Dio è rimasto li a guardare come un sadico e non interviene per cambiare le cose. Mi sento abbandonato ma soprattutto incompreso. Soffrivo profondamente ma non lo davo a vedere (come la maggior parte dei maschi che non devono chiedere mai!). Vivevo un dolore e una sofferenza incredibili e pensavo che fosse mia moglie la causa! Sarei voluto fuggire. E forse certe volte lo facevo. Fuggivo da lei, dalla relazione, dal dialogo, perché esisteva solo il mio disagio, le mie esigenze e ciò che sentivo. E se fosse una grazia?! Dice don Fabio Rosini. E se in quello che ti sta capitando non c’è nulla di sbagliato ma è Dio che sta cercando di parlarti e farti diventare uomo? Oggi vedo questa parola come un dono ma lì e allora, quello che mi stava capitando era una tortura. Non si è trattato di mesi ma di anni. Ci sono voluti anni prima di realizzare quel desiderio che avevo condiviso durante il nostro matrimonio in una pubblica testimonianza. DIVENTARE UN VERO UOMO. Ma per fare un vero uomo ci vuole una VERA DONNA. Così grazie alla caparbietà di mia moglie che ha saputo affrontare la nostra crisi senza arrendersi mai, andando oltre il suo e il mio dolore, oltre le feroci litigate, oltre le ragioni, abbiamo recuperato il nostro matrimonio. Ci siamo fatti aiutare spiritualmente e umanamente prendendo in mano la nostra vita e ho dovuto con molto dolore vedere come i miei Peccati e le mie difficoltà affettive pesavano su Claudia. Gradualmente ho cominciato a scorgere la presenza di Dio che è l’Emanuele Dio-con –noi, che non stava affatto a guardare, ma mi stava aspettando, e mi stava dando il tempo di capire che cosa significasse realizzare quel mio desiderio: diventare un vero uomo, uno che sta al timone della propria famiglia prendendo responsabilità di sé e dell’altro. Mi mostrava le mie ferite, e la mia incapacità di tenere il peso di mia moglie proprio quando lei ne aveva più bisogno. Io l’amavo ma non sapevo dimostrarlo, non scorgevo le parole, i gesti giusti che potessero farla sentire amata. Perché ero troppo preso da me stesso e dalle mie ferite. Tutto preso dal mio desiderio di riscatto, non avevo capito che sposarsi è consacrarsi a Dio nell’amore a quella donna e a quell’uomo, per tutta la vita. Farla sentire amata ogni giorno. Ma per fare questo passaggio avevo bisogno di sentirmi amato e voluto bene in quel buco nero affettivo che la mia storia aveva creato. Un vuoto che ne Claudia ne nessun altro può colmare. Solo Dio. A volte le nostre ferite ci portano ad arrogarci il diritto di essere amati e questo ci fa perdere lo scambio e la reciprocità. Si chiama ferita narcisistica. Ci chiude in noi stessi e si esclude l’altro dall’amore, mentre per noi pretendiamo tutto. Lavorando con una psicoterapeuta su quelle ferite ho trovato me stesso, mi sono rinnamorato di Dio in modo adulto, non come un bambino che frignava, ma un uomo che desidera una relazione. Ho cominciato a guardare mia moglie scoprendo che IL MATRIMONIO E’ UNA MIA RESPONSABILITA’. La mia responsabilità è stato scegliere di curare le mie ferite piuttosto che scaricarle nella relazione con mia moglie o di lasciarla per dare libero sfogo alle mie rivalse. E la tua responsabilità qual’è?! Pensaci. Scegli BENE. La Grazia di Cristo mi ha accompagnato facendomi incontrare le persone giuste e i percorsi adatti a me. Si un matrimonio cristiano può finire! Nessuno è esente a questo rischio. Perchè siamo liberi, LIBERI DI SCEGLIERE che il male, il peccato e il dolore abbiano l’ultima parola. Se non curiamo il nostro rapporto con Dio, con noi stessi e con nostra moglie o marito, se non ci rinnamoriamo di Dio vivendo da FIGLI AMATI non sapremo mai di cosa abbiamo veramente bisogno per vivere una vita piena e nella gioia. IL MIO MATRIMONIO PUO’ DURARE TUTTA LA VITA se riverso tutto l’amore di cui sono capace su Claudia, se la metto al primo posto, se mi prendo cura di me per prendermi cura di lei. Non c’è bisogno di essere forti, ma di essere alleati con IL FORTE (cit. D. F. Rosini) e avere il coraggio di scegliere affrontando i problemi, perché la VITA e l’AMORE abbiano l’ultima parola.

Claudia e Roberto.

Tutto il matrimonio in un quadro

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Questa opera è intitolata: Ritratto dei coniugi Arnolfini. E’ stata dipinta da Jan Van Eyck nel quindicesimo secolo nelle Fiandre. Rappresenta un matrimonio celebrato secondo gli usi dell’epoca. I due coniugi si scambiano le promesse nella loro abitazione e davanti ai testimoni (che si vedono riflessi nello specchio) e poi andranno in chiesa a ricevere la benedizione del sacerdote.Sacerdote cattolico, siamo ancora prima della riforma. Diciamola tutta. Questo quadro non  spicca, non lascia senza parole come altri di quel tempo. Eppure nasconde un tesoro ai profani come me. Racchiude in un’immagine tutte le caratteristiche del matrimonio naturale e di conseguenza anche del sacramento. L’amore sponsale per essere autentico necessita di soddisfare quelle che sono le esigenze del cuore di ogni uomo. Cosa possiamo intuire da questo quadro? Prima di tutto osservate le mani che si tengono e che con le braccia formano un’unica forma geometrica, una parabola composta dal maschile e femminile che si completano in una diversità complementare e armoniosa. Ci ricordano l’indissolubilità e l’unità. Un amore che non ha termine e condizione. Da quel momento siamo legati per sempre a quell’uomo e a quella donna. Chi non si sposa con questo desiderio del cuore: che non finisca mai?

La seconda esigenza del cuore è la fedeltà. Nel dipinto a ricordarcelo c’è il cagnolino ai piedi dei due. La fedeltà si lega all’indissolubilità. Con il matrimonio abbiamo fatto dono di noi ad una persona. Dobbiamo essere capaci di esserci sempre anche nella cattiva sorte. E’ quello che l’altro/a si aspetta da noi accogliendo la nostra promessa ed è ciò di cui ha bisogno per sentirsi amato e non usato.

Terza caratteristica è l’unicità.  Un solo uomo e una sola donna. Nel dipinto si vedono solo i due sposi.

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I testimoni sono presenti ma sono visibili solo riflessi nello specchio, come a renderli presenti ma non facenti parte di quell’unione così intima e così forte. I testimoni sono però necessari.

Quarta caratteristica è infatti la socialità. Il nostro matrimonio, la nostra unione non è solo un fatto privato ma è una realtà che investe tutta la comunità e la società civile. Per questo lo stato deve tutelare con le sue leggi il matrimonio.

Ultima caratteristica, non certo per importanza, è la fecondità. La rotondità del ventre della sposa è un augurio di fertilità, una nuova vita imminente. Il rapporto sessuale è l’assenso del corpo al dono totale e al tempo stesso esperienza sensibile della fusione degli sposi.

Simbolo molto interessante si può notare dietro le mani dei due coniugi che si stringono per testimoniare la loro unione. Spunta l’estremità di una sedia che raffigura un personaggio diabolico. Quello è Asmodeo, il demone che vuole  dividere e separare gli sposi, uniti sacramentalmente da un vincolo sacro.

Cos’altro ci dice di interessante il quadro? Gli sposi sono scalzi, gli zoccoli di lui e le scarpe di lei sono posati sul pavimento. Si sono tolti le calzature come quando si calpesta un luogo sacro, in questo caso la loro casa, luogo della loro intimità, luogo dove vivranno la loro relazione e dove porranno il talamo nuziale. Sopra di loro c’è un candelabro con una sola candela accesa. Questo era un segno tradizionale fiammingo. Una candela sola accesa il giorno del matrimonio e le altre da accendere durante il percorso della loro vita comune, in una relazione da rinnovare giorno per giorno.

Antonio e Luisa

Il love finder è la Chiesa

Qualche tempo fa stavo sistemando la parabola sul terrazzo di casa. Per chi non è pratico deve sapere che è’ un’impresa quasi impossibile cercare di puntarla nel modo giusto perchè riesca a captare i segnali del satellite. Ci sono tantissime variabili, longitudine latitudine, angolo di elevazione e azimut. A complicare tutto si aggiunga che il segnale per essere visibile deve essere perfetto e quindi anche un centimetro di scostamento rende inutilizzabile l’antenna. E’ necessario quindi avere un piccolo aggeggio, il sat finder, che permette con facilità di trovare il giusto puntamento senza possibilità di fraintendimenti od errori. Anche noi nella nostra coppia abbiamo bisogno del sat finder per sintonizzare la nostra relazione e il nostro amore, e aderire  a Gesù e al suo modo di amare. Il nostro sat finder, o meglio love finder, è la Chiesa, la sposa di Cristo. Sono andato avanti per anni con in mano la mia bussola cercando di sintonizzare il mio io personale (corpo anima e cuore) con la volontà di Dio. Ho provato per anni affannandomi e non concludendo nulla perchè cercavo nel posto sbagliato, con le modalità sbagliate, le cose sbagliate. Cercavo qualcosa che mi soddisfacesse, quindi puntavo la parabola, le mie attenzioni, verso me stesso. Non trovavo nulla se non delusioni perchè nessuno avrebbe potuto mai riempire il mio desiderio d’infinito. Ero come quei costruttori del salmo 26: Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori.

Poi ho capito che da solo non ce l’avrei mai fatta e ho chiesto aiuto, ho preso coscienza di essere parte del corpo mistico di Cristo, della Sua Chiesa. Il mio sat finder è la Chiesa. Il nostro sat finder è la Chiesa. Siamo una famiglia, piccola chiesa nella grande Chiesa. La Parola, il magistero, i pastori, i fratelli e soprattutto i sacramenti e la Grazia mi hanno permesso di spostare la parabola e puntarla verso la mia sposa. E’ li che Dio si fa trovare, è li che nell’aprirmi e nel donarmi a quella creatura non trovo in lei un amore infinito che possa riempirmi, ma lo trovo con lei e attraverso di Lei. Trovo quella sorgente che disseta e da senso a tutto. Più riesco a vivere un amore fedele, gratuito e misericordioso  e più il segnale è forte e l’immagine di Dio è luminosa.

Antonio e Luisa

 

I Santi, testimoni e compagni di Speranza

Oggi riporto per intero l’udienza del Papa di mercoledì 21 giugno. E’ un capolavoro. Da leggere e meditare. Non mi permetto di aggiungere nulla.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel giorno del nostro Battesimo è risuonata per noi l’invocazione dei santi. Molti di noi in quel momento erano bambini, portati in braccio dai genitori. Poco prima di compiere l’unzione con l’Olio dei catecumeni, simbolo della forza di Dio nella lotta contro il male, il sacerdote ha invitato l’intera assemblea a pregare per coloro che stavano per ricevere il Battesimo, invocando l’intercessione dei santi. Quella era la prima volta in cui, nel corso della nostra vita, ci veniva regalata questa compagnia di fratelli e sorelle “maggiori” – i santi – che sono passati per la nostra stessa strada, che hanno conosciuto le nostre stesse fatiche e vivono per sempre nell’abbraccio di Dio. La Lettera agli Ebrei definisce questa compagnia che ci circonda con l’espressione «moltitudine dei testimoni» (12,1). Così sono i santi: una moltitudine di testimoni.

I cristiani, nel combattimento contro il male, non disperano. Il cristianesimo coltiva una inguaribile fiducia: non crede che le forze negative e disgreganti possano prevalere. L’ultima parola sulla storia dell’uomo non è l’odio, non è la morte, non è la guerra. In ogni momento della vita ci assiste la mano di Dio, e anche la discreta presenza di tutti i credenti che «ci hanno preceduto con il segno della fede» (Canone Romano). La loro esistenza ci dice anzitutto che la vita cristiana non è un ideale irraggiungibile. E insieme ci conforta: non siamo soli, la Chiesa è fatta di innumerevoli fratelli, spesso anonimi, che ci hanno preceduto e che per l’azione dello Spirito Santo sono coinvolti nelle vicende di chi ancora vive quaggiù.

Quella del Battesimo non è l’unica invocazione dei santi che segna il cammino della vita cristiana. Quando due fidanzati consacrano il loro amore nel sacramento del Matrimonio, viene invocata di nuovo per loro – questa volta come coppia – l’intercessione dei santi. E questa invocazione è fonte di fiducia per i due giovani che partono per il “viaggio” della vita coniugale. Chi ama veramente ha il desiderio e il coraggio di dire “per sempre” – “per sempre” – ma sa di avere bisogno della grazia di Cristo e dell’aiuto dei santi per poter vivere la vita matrimoniale per sempre. Non come alcuni dicono: “finché dura l’amore”. No: per sempre! Altrimenti è meglio che non ti sposi. O per sempre o niente. Per questo nella liturgia nuziale si invoca la presenza dei santi. E nei momenti difficili bisogna avere il coraggio di alzare gli occhi al cielo, pensando a tanti cristiani che sono passati attraverso la tribolazione e hanno custodito bianche le loro vesti battesimali, lavandole nel sangue dell’Agnello (cfr Ap 7,14): così dice il Libro dell’Apocalisse. Dio non ci abbandona mai: ogni volta che ne avremo bisogno verrà un suo angelo a risollevarci e a infonderci consolazione. “Angeli” qualche volta con un volto e un cuore umano, perché i santi di Dio sono sempre qui, nascosti in mezzo a noi. Questo è difficile da capire e anche da immaginare, ma i santi sono presenti nella nostra vita. E quando qualcuno invoca un santo o una santa, è proprio perché è vicino a noi.

Anche i sacerdoti custodiscono il ricordo di una invocazione dei santi pronunciata su di loro. È uno dei momenti più toccanti della liturgia dell’ordinazione. I candidati si mettono distesi per terra, con la faccia verso il pavimento. E tutta l’assemblea, guidata dal Vescovo, invoca l’intercessione dei santi. Un uomo rimarrebbe schiacciato sotto il peso della missione che gli viene affidata, ma sentendo che tutto il paradiso è alle sue spalle, che la grazia di Dio non mancherà perché Gesù rimane sempre fedele, allora si può partire sereni e rinfrancati. Non siamo soli.

E cosa siamo noi? Siamo polvere che aspira al cielo. Deboli le nostre forze, ma potente il mistero della grazia che è presente nella vita dei cristiani. Siamo fedeli a questa terra, che Gesù ha amato in ogni istante della sua vita, ma sappiamo e vogliamo sperare nella trasfigurazione del mondo, nel suo compimento definitivo dove finalmente non ci saranno più le lacrime, la cattiveria e la sofferenza.

Che il Signore doni a tutti noi la speranza di essere santi. Ma qualcuno di voi potrà domandarmi: “Padre, si può essere santo nella vita di tutti i giorni?” Sì, si può. “Ma questo significa che dobbiamo pregare tutta la giornata?” No, significa che tu devi fare il tuo dovere tutta la giornata: pregare, andare al lavoro, custodire i figli. Ma occorre fare tutto con il cuore aperto verso Dio, in modo che il lavoro, anche nella malattia e nella sofferenza, anche nelle difficoltà, sia aperto a Dio. E così si può diventare santi. Che il Signore ci dia la speranza di essere santi. Non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che santi! No. Si può essere santi perché ci aiuta il Signore; è Lui che ci aiuta.

È il grande regalo che ciascuno di noi può rendere al mondo. Che il Signore ci dia la grazia di credere così profondamente in Lui da diventare immagine di Cristo per questo mondo. La nostra storia ha bisogno di “mistici”: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza. Per questo auguro a voi – e auguro anche a me – che il Signore ci doni la speranza di essere santi.

Grazie!

Il Padre Nostro della coppia

Padre nostro che sei nei cieli

Sei nostro padre, a te possiamo alzare lo sguardo quando non vediamo soluzioni, quando non ci bastiamo, quando ci sentiamo piccoli e deboli e la vita ci mette di fronte a muri che sembrano invalicabili. Noi non siamo soli a batterci per il nostro amore e la nostra famiglia, tu sei con noi e ogni giorno, se solo facessimo più attenzione, potremmo scorgere la tua mano e il tuo sostegno nella nostra vita.

Sia santificato il tuo nome.

Tu hai scommesso su di noi, ci hai consacrato ad essere tuoi strumenti, attraverso noi hai voluto mostrare al mondo il tuo amore. Rendeci capaci e degni di questo compito arduo ma meraviglioso. Non farci mai mancare la tua Grazia e usaci per i tuoi disegni.

Venga il tuo regno.

Aiutaci ad essere tuoi figli, vogliamo essere tuoi, appartenere al tuo regno, al regno dell’amore. Aiutaci a liberarci dal giogo dell’egoismo e farci pane spezzato l’uno per l’altra.

Sia fatta la tua volontà.

Aiutacvi a comprendere che siamo piccoli e non riusciamo a vedere oltre il nostro orizzonte che spesso è molto limitato. Aiutaci ad accettare ciò che la vita ci preserva e a farne occasione per unirci ed amarci ancora di più. Aiutaci ad abbandonarci a te, nelle tue braccia, soprattutto quando il mare in cui navighiamo è tempestoso e rischiamo di affondare.

Come in cielo così in terra

Si perchè se riusciamo a vivere questa perfetta letizia del docile abbandono a te, saremo in grado di vivere nella pace e nell’amore indipendentemente da tutto e da tutti.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano

Dacci il nostro pane, frutto del nostro lavoro e aiutaci a trovare un lavoro se non l’abbiamo. Ma questo non basta. Abbiamo bisogno del pane per lo Spirito. Ascolta questi umili sposi e colmaci della tua Grazia, del tuo amore che salva e che rimargina le nostre ferite.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Grazie Signore. Se siamo capaci di perdonarci e superare il male che ci facciamo, i peccati che vogliono dividerci, le fragilità che non ci permettono di donarci in pienezza e perchè tu ci hai perdonato per primo, tu ci hai guardato con quello sguardo di meraviglia e di desiderio come nessuno ci ha mai guardato e questo è nutrimento per il cuore, è balsamo che cura. Grazie a quello sguardo siamo capaci di vedere nell’altro/a ciò che tu vedi.

Non ci indurre in tentazioni ma liberaci dal male.

Le tentazioni sono tante, abbiamo tante povertà, tanti punti deboli. Lussuria e invidia nello sguardo, avarizia nella tenerezza, superbia nel giudizio, gola nei piaceri, ira nei sentimenti e accidia nell’atteggiamento. Ognuno ha il suo, ma tutti abbiamo bisogno del Tuo sostegno per combattere le nostre debolezze che possono distruggere come le piccole volpi del Cantico dei Cantici il nostro matrimonio.

Amen

 

 

Una misericordia che fa male!

La parola misericordia credo sia la più abusata dopo la parola amore. Papa Francesco, secondo il mio avviso, sta portando avanti una rivoluzione nella Chiesa. Ha compreso che non si può più proporre dogmi, leggi e magistero così, calandoli dall’alto o, come dice lui, mettendo pesi insostenibili sulle spalle dei fedeli che non riescono a portare, perchè non ne capiscono il senso. Papa Francesco, nel suo ospedale da campo, nella sua Chiesa della misericordia, vuole partire da ogni persona, dalla sua storia, dai suoi problemi, dalle sue ferite e i suoi errori, per accompagnarla e portarla alla pienezza. Fare in modo che l’accoglienza sia solo l’inizio di un cammino che conduce alla pienezza della vita. Un cammino difficile e di discernimento dove la Chiesa non impone nulla, ma aiuta ogni persona a scegliere la cosa giusta, la via stretta. Purtroppo accanto al Papa non vedo sempre un clero e una pastorale preparati alla sfida che il pontefice ha lanciato ai suoi preti. Vedo la misericordia che si ferma alla semplice accoglienza. Il sesto comandamento, quello più dimenticato e quasi irriso è stato nella pratica abolito. Ed ecco che rapporti prematrimoniali, uso di anticoncezionali, adulterio, seconde nozze, rapporti omosessuali vengono sempre più accolti nella Chiesa come se fossero espressioni d’amore e non di peccato. Come se nella Chiesa dovesse essere accolto il peccato oltre che il peccatore. E’ come se la Chiesa dicesse a quelle persone, ad ognuno di noi, tu sei il tuo peccato, per accogliere te devo accettare anche ciò che di sbagliato stai commettendo. Alcuni giorni fa in un’omelia un sacerdote, a cui voglio bene, ha affermato che la Chiesa non può lasciare indietro nessuno. E’ come se lui, durante una gita in montagna, non si fermasse con quelli che non riescono ad arrivare alla vetta. Avrei voluto dirgli che non basta fermarsi con quelle persone, accoglierle nel loro limite, nel loro peccato, nella loro fragilità e con tutte le loro ferite. Questo va bene, ma non basta. La misericordia è altro, la misericordia è dire a quella persona che Dio gli ha dato tutto per arrivare alla pienezza, ai duemila metri, alla vetta, e che non è meno degli altri. Misericordia vuol dire iniziare un cammino insieme a quella persona perchè possa ritrovare la forza e vivere nella realizzazione la propria vita. Ecco perchè si deve dire all’omosessuale che Dio lo ama, ma solo nella castità sarà felice. Così ai fidanzati si deve avere il coraggio di dire che il rapporto sessuale è un gesto falso se vissuto fuori dal matrimonio dove non c’è un’unione indissolubile. Avere il coraggio di accogliere i divorziati risposati, ma senza ipocrisia, senza cancellare la verità del male e il dolore che è stato seminato negli anni. Una misericordia che accoglie senza chiedere nulla trasmette due messaggi. Tu sei il tuo peccato e non puoi essere meglio di così. Sinceramente io di un’accoglienza così, che sa di elemosina, non saprei cosa farne. Fortunatamente nella mia vita ho incontrato pastori che mi hanno accompagnato e mi hanno aiutato a capire che non ero stato creato per vivere in quella miseria ma Dio mi voleva figlio di Re.

La Chiesa deve avere lo sguardo di Gesù, uno sguardo che ha colpito profondamente l’adultera, Uno sguardo che parlava e trasmetteva tutto il suo amore a quella donna. Uno sguardo che diceva: Non vedi come sei bella, come ti desidero. Tu sei molto di più di quello che stai facendo, tu sei una meraviglia. Sono pronto a dare la mia vita per te perchè tu possa ritrovare la tua umanità e vivere nella pienezza per cui sei stata creata.

Antonio e Luisa

Ritrovate il centro!

Secondo le statistiche sono in forte aumento i divorzi tardivi, quelli che avvengono dopo oltre 20 anni di matrimonio. Perchè questo fenomeno? Secondo la mia esperienza non è difficile comprenderne i motivi. Ci si è persi di vista, non ci si riconosce più, si vive accanto ad un estraneo/a. D’altronde si è vissuto il matrimonio come una piccola biglia che rotola su un piano inclinato. Inclinato in modo impercettibile, ma abbastanza per farla rotolare, senza nessuna spinta se non la gravità. Ed è così che in tanti matrimoni si perde di vista ciò che costituisce l’unione, il fondamento. Si hanno figli e i figli diventano il centro del matrimonio. Ogni attenzione è per loro. Non esiste più la coppia, esistono mamma e papà. Le attenzioni sono tutte per i pargoli e presto anche le soddisfazioni saranno ricercate solo nel ruolo genitoriale. Si vive in casa, insieme, ma non più come coppia, ognuno con il suo ruolo ben definito e costruito intorno ai figli. Abbracci, baci, tenerezze saranno tutte per i figli e non ci sarà più tempo e voglia per dedicarle anche al coniuge. Sempre più distanti e anche sessualmente diventerà un disastro. Non ci si cercherà più e quando uno dei due proverà un approccio otterrà una risposta fredda e distaccata. Di solito colui che soffre maggiormente questo deserto affettivo sessuale è l’uomo che cercherà in altro modo di soddisfarsi sessualmente. Le prostitute possono confermare che la maggior parte dei loro clienti sono uomini sposati con figli. Una tristezza e una povertà incredibili. La donna più facilmente troverà compensazione affettiva nel rapporto materno. Come in un piano inclinato il tempo passa e la biglia continua a scendere sempre più veloce. I pargoli crescono, diventano grandi e se ne vanno di casa. Ed è in quel momento che scoppierà la crisi, che ci si renderà conto di essere rimasti soli, che la persona che abiterà la nostra casa non la conosceremo più e non la vorremo perchè il nostro cuore sarà diventato impermeabile a lui/lei. Non resterà che dividersi e prendere ognuno strade diverse. Ormai senza che ce ne potessimo accorgere la biglia sarà scesa troppo in basso e non ci sarà più possibilità di recupero. Eppure sarebbe bastato poco per interrompere subito quella discesa. Sarebbe bastato mantenere la bussola della propria vita, il centro della propria vita verso l’altro/a, verso colui/colei che Dio ci ha donato per poter imparare ad amare e farci dono. Perchè mantenere la bussola fissa verso il proprio coniuge significa mantenerla indirizzata verso Dio che si è voluto far trovare nella relazione sponsale con quella persona. Attenzioni, tenerezze, baci, abbracci devono essere primariamente per lo sposo e per la sposa e solo dopo, da quell’amore che ne scaturisce, attingere per riempirne anche i nostri figli. I figli sono il frutto del nostro amore non il centro e desiderano essere amati da quell’amore che è relazione dei due sposi e non sostituirsi ad uno di loro.

Antonio e Luisa

 

Attraversare il deserto

Vorrei riprendere la prima lettura di domenica scorsa.

Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile;
che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima;
che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Il mio matrimonio è esattamente questo. Una ricerca di senso, la ricerca dell’amore, ma dell’amore pieno ed autentico, non di surrogati che ne sono solo una pallida immagine. L’amore quello che nutre, che disseta, che una volta sperimentato non puoi farne a meno,  perchè non c’è nulla che sia altrettanto bello e grande, non c’è nulla di altrettanto autenticamente umano e divino.  Sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità a sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore e questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire. Ho abbandonato le mie convinzioni, il mio comodo nulla, la mia vita fatta di certezze di carta. Ho abbandonato il mio Egitto che era vita sicura ma vita di schiavitù con le catene che stringevano le caviglie e non permettevano di essere legggeri e aperti a Dio e all’altro. Le schiavitù dell’egoismo e della falsa morale, dove amore era una parola a forma di cuore, che nascondeva però  una falsità e una meschinità nelle sue pieghe e che non voleva abbracciare la croce, mai. Ho lasciato tutto per non disperarmi, mi sono incamminato nel deserto e ho incontrato serpenti e scorpioni. Ho incontrato il veleno della sofferenza e i morsi del peccato, ma non mi sono arreso. Mi sono umiliato, ho riconosciuto la mia debolezza e la mia inadeguatezza. Ho riconosciuto di aver bisogno del Padre ed è in quel momento che mi sono aperto all’amore, alla misericordia, alla tenerezza e alla fedeltà di Dio, che non ha mai smesso di accompagnarmi, discretamente, ma facendo sempre il tifo per me, e sostenendomi se appena gliene davo la possibilità di farlo. Questo mi ha permesso di uscire dal deserto e trovare la fonte dell’acqua e il nutrimento per il mio corpo e il mio Spirito, mi ha permesso di riamare e accogliere l’amore di un’altra creatura imperfetta e frsgile come me. Il matrimonio ha molto in comune co l’Eucarestia, il corpo di Cristo che si fa cibo. Sono entrambi sacramenti dove Gesù si lascia mangiare da noi. Nell’Eucarestia direttamente prendendo la forma del pane e del vino, mentre nel matrimonio si lascia mangiare e trovare attraverso la mia sposa e nel suo’abbandono fedele e incondizionato quasi a lasciarsi mangiare da me.

Antonio e Luisa

Pregare è anche fare con amore!

La preghiera non è solo quella trascendente, quella davanti all’Eucarestia, quella in cui ci ferma con le mani giunte e chiudendo gli occhi ci si mette in relazione con il profondo di sè per trovare Dio. Esiste un’altra preghiera non meno importante. Cercare di fare con amore le piccole cose di ogni giorno. Quando si hanno bambini piccoli, noi ne sappiamo qualcosa avendone avuti 4, si fa fatica a trovare il tempo per la preghiera personale e di coppia. Ci si riduce a pochi momenti quando cala la palpebra per il sonno e si blatera qualcosa. Mi sono divertito per anni a cercare di decifrare quello che pronunciava Luisa durante il rosario della sera. Al terzo mistero cominciava ad scandire  parole senza significato fino a che non crollava addormentata. Non importa. Quello che importa è pregare durante il giorno in quello che facciamo. Cambiare il pannolino al bambino, preparare la pappetta, aiutare con i compiti, riordinare la casa, lavorare, accompagnare e tutte le ulteriori centinaia di impegni che caratterizzano la nostra giornata di genitori lavoratori possono essere preghiera quando sono offerti a Dio. Non dobbiamo pensare che hanno valore solo le grandi imprese ma la santità di noi sposi è fatta di piccoli gesti quotidiani resi grandi dall’amore che ci mettiamo nel farli. Luisa che torna a casa dal lavoro e si mette a cucinare e mi accoglie con il sorriso quando torno non è qualcosa di ordinario e di scontato ma è qualcosa di grande, che se ci rifletto un attimo c’è veramente da commuoversi e ringraziare Dio per il dono di questa donna che è entrata nella mia vita per aiutarmi ad arrivare alla meta, a Lui. Ci sono tanti esempi che penso ognuno di noi possa trovare nella propria storia e nel proprio matrimonio. Tante preghiere elevate a Dio non con la voce o con il raccoglimento ma con un tenero abbandono a Lui e alla fatica, perchè l’amore è fatica e impegno, ma non una fatica che distrugge ma che rende tutto più bello e pieno.

Antonio e Luisa

Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio.

Oggi termino la riflessione sulla Parola di qualche giorno fa. Dopo aver declinato alcune mie esperienze e convinzioni sullo sguardo e sul desiderio, ora prendo in considerazione un altro passaggio, secondo me, molto interessante. Gesù dice:

Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio;
ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Me lo sono sempre chiesto. Perchè c’è un prima e un dopo Gesù? Perchè la legge permetteva di ripudiare la propria moglie? Non era sbagliato prima di Gesù? Perchè Gesù ha cambiato una legge radicata nella società e nella cultura del suo popolo?

E’ sempre stato sbagliato ripudiare la propria moglie, ma Dio non chiede mai più di quello che il suo popolo possa sopportare e comprendere, almeno in parte. Conduce alla verità con pazienza e attende che i tempi siano maturi. L’atto di ripudio è una pratica che serviva alla donna, la parte più debole, che non contava nulla, che non aveva nessun tipo di considerazione nella società del tempo. Una donna cacciata di casa era destinata a una vita di miseria, di disprezzo e isolamento sociale. Era condannata a una vita da mendicante se non da prostituta. L’atto di ripudio era una pratica formale e un atto legale che liberava la donna, le permetteva di presentarsi in società come donna libera. Grazie all’atto di ripudio poteva sperare di trovare un nuovo marito, e rifarsi così una vita dignitosa. Quello che sembrava essere un arrendersi da parte di Dio alla meschinità e cattiveria dell’uomo era in realtà un modo per educare per condurre l’uomo alla pienezza delle origini. Un po’ come la legge del taglione. Dio non considerava buona la vendetta ma comprendeva che il suo popolo non avrebbe capito il perdono. Per questo chiese almeno che la vendetta fosse proporzionale all’offesa. Non fare all’altro più di quanto subito. Solo con Gesù si è raggiunta la pienezza, il perdono misericordioso. Pienezza delle origini che viene ripresa da Gesù anche per il matrimonio. Gesù, vero uomo e vero Dio, che attraverso il suo esempio, la sua testimonianza, il suo amore e soprattutto la sua forza redentiva che viene dalla sua passione, morte e resurrezione, ci dice: ora non avete più scuse. Non solo ci ha mostrato come si fa, ma ci ha dato anche  la forza per farlo. Non si accontenta più dell’atto di ripudio, del divorzio diremmo oggi, ma è morto in croce perchè noi possiamo fare altrettanto, se necessario. Ci ha mostrato la via, che è stretta e a volte dolorosa e ingiusta, ma è la sola via per vivere in modo autentico e pieno, senza accontentarsi di una via di mezzo che è tiepidezza e non sa di nulla. Come Gesù stesso dice, non è venuto ad abolire la legge ma a portara a compimento. La crisi delle relazioni e dei matrimoni è figlia di una crisi ancora più grande: non riconosciamo più Gesù come Signore della nostra vita.

Antonio e Luisa

Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;
ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore.
Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna.
E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna.
Fu pure detto: Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio;
ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio».

Volevo soffermarmi su due punti fondamentali della Parola di ieri. Uno spunto troppo interessante ed intrigante per non dire nulla e non provocare una riflessione personale.

“Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha gia commesso adulterio con lei nel suo cuore”.

Desiderare è forse peccato? Il desiderio non è forse una forza positiva e quindi che viene da Dio? Il desiderio è buono ma solo quando anche lo sguardo è buono. Se io ho nel cuore il desiderio di possedere quella donna, di farne cosa mia, sottomessa al mio interesse e alla mia volontà, sto commettendo peccato. Non ho lo sguardo d’amore verso quella persona, ma lo sguardo che oggettivizza. Non sono capace di scorgere in quella persona il mistero che si cela in lei ma ne vedo solo la convenienza e l’utilità del momento per appagare un mio bisogno o pulsione. Lo sguardo puro non è innato. Siamo inquinati dal peccato originale e da una cultura molto individualista e erotizzata. Siamo portati negli anni a sporcare il nostro cuore e il nostro sguardo sempre più e non siamo più capaci di guardare con amore ma solo con gli occhi del rapace che vuole rubare e usare. Spesso guardiamo una donna, io l’ho fatto per anni, non nella sua integrità di cuore, spirito, corpo, dolcezza, delicatezza, sensibilità, femminilità e tutte le doti dello spirito e del corpo che la caratterizzano, ma solo come corpo, o peggio a volte come parte anatomica del corpo. Trasformiamo la persona, figlia di Dio e mistero di grandezza, in un pezzo di carne. Questo è un peccato gravissimo che il nostro tempo ha derubricato, ma che ci impedisce di vivere in pienezza e profondità l’amore. Un sacerdote, a noi molto caro, ha sdoganato i rapporti prematrimoniali a coccole tra fidanzati. Povero illuso, forse ha un cuore troppo puro e troppa poca esperienza diretta, per capire che quelle “coccole” sono la concretizzazione di quello sguardo fatto di egoismo e concupiscenza che non fa certo bene alla relazione dei fidanzati. Solo una continua educazione del cuore e dello sguardo unita alla Grazia di Dio, può permetterci di recuperare uno sguardo puro e di conseguenza un desiderio buono, gradito a Dio, che ci indirizza alla vita vera e all’amore autentico.

Vorrei terminare con un dialogo tratto dal film “God’s not dead” Siamo al ristorante e due giovani di successo si ritrovano a cena. Hanno una relazione affettiva sembra soddisfacente e bella. Lei ha appena scoperto di avere un tumore in fase avanzata, lo comunica a lui cercando sostegno e solidarietà.

Di seguito  il dialogo che, secondo me, esprime benissimo questo sguardo “malato” di cui parla il Vangelo:

Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.

Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.

Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.

Lui: Cosa credevi che fosse?

Lei: Io credevo che fosse amore.

Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.

Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?

Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere

Lei: Lo capisci che potrei anche morire?

Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.

Non è un dialogo di una tristezza infinita? Purtroppo è quello che accade in tante famiglia. Si sta insieme finchè l’altro serve, fino a quando non diventa inutile a soddisfarci o non si trova qualcuno che ci piace di più. Questo è un peccato grande.

Per la seconda riflessione su questo Vangelo vi rimando al prossimo articolo. Intanto vi lascio con la bellissima colonna sonora del film.

Antonio e Luisa