Domenica e famiglia : un connubio possibile /52

Ci eravamo lasciati con la citazione del giovane santo del nostro tempo: Carlo Acutis, il quale ha definito l’Eucarestia la sua “autostrada per il Cielo”! Probabilmente questo ragazzo intendeva l’Eucarestia nel suo duplice significato, e cioè come sinonimo della Messa e come il Sacramento nascosto sotto le specie del pane e del vino, poiché faceva di tutto per non mancare alla Messa quotidiana e alla comunione eucaristica.

Questi due significati sono però inscindibili poiché la consacrazione del pane e del vino avviene solo nella celebrazione della S. Messa, ma la ricezione del Corpo e del Sangue del Signore (quella che comunemente chiamiamo comunione) non è strettamente legata alla partecipazione alla Messa. Probabilmente all’inizio dell’esperienza della Chiesa la consumazione delle specie consacrate avveniva esclusivamente durante il Divino Sacrificio, ma ben presto si è capita l’importanza fondamentale di questo Sacramento e quindi sono nate tutte le forme di amore, dedizione, onorificenza e devozione alla Santissima Eucarestia: la S. Comunione agli ammalati (i quali non possono partecipare fisicamente alla Messa), la conservazione delle specie consacrate nei tabernacoli, la genuflessione e le dovute riverenze, le adorazioni eucaristiche, tutte le forme d’arte per dare onore all’Eucarestia, le processioni eucaristiche e le devozioni popolari.

Tutta questa fioritura di arte e devozione la si deve al fatto che i cristiani hanno sempre fatto esperienza di quanto la Santissima Eucarestia sia vitale e faccia la differenza nel cammino della santità, di come essa sia la chiave di volta per entrare nel Mistero della nostra salvezza, se vogliamo assomigliare sempre più al nostro Maestro non possiamo restare digiuni di questo pane del Cielo, di questa nuova e vera manna, di questo divino alimento, di questo cibo di vita eterna… molta cinematografia e letteratura si sono sbizzarrite circa l’elisir di vita eterna, ebbene, i cristiani possono nutrirsi tutti i giorni di questo cibo di eterna vita ma, ahimè, viene spesso sottovalutato o ignorato, declassato alla stregua di un rituale magico.

Ovviamente non si tratta di magia, semmai avviene un prodigio miracoloso o un miracolo prodigioso, che è il mistero della transustanziazione, la quale è inspiegabile dalla scienza ma non dalla ragione né dalla fede, le quali sanno andare ben oltre i risultati scientifici pur tenendone conto, anzi sono proprio questi risultati a confermare ciò che la fede cattolica da sempre crede e che la ragione spinge a ritenere ragionevole credervi. Ci riferiamo ai famosi miracoli eucaristici, i quali non fanno altro che confermare la realtà della transustanziazione oltre ogni limite posto normalmente dalle leggi della natura, per approfondire meglio vi consigliamo la lettura del libro che raccoglie la dettagliata ricerca eseguita proprio da quel giovane Acutis, spinto dall’amore e dalla fede nell’Eucarestia.

Di solito quando si deve affrontare un lungo viaggio in automobile si sceglie sempre la via più veloce, più diretta, di solito essa corrisponde all’autostrada, similmente l’Eucarestia è la via più veloce e più diretta per il Cielo. Ci ha aiutato entrare un pochino di più in questo grande e meraviglioso mistero meditare su uno dei miracoli di Gesù, e precisamente quello dell’emorroissa che non osa avvicinarsi a Gesù ma si accontenta di toccarne il lembo del mantello: le bastò sfiorare non Gesù, ma il lembo del Suo mantello affinché venisse guarita.

Quando riceviamo l’Eucarestia noi abbiamo molto di più dell’emorroissa, poiché non ci accontentiamo del lembo del Suo mantello, non ci accontentiamo nemmeno di toccarGli una mano, ma ce lo abbiamo tutto dentro di noi, dentro il nostro corpo e diventa nostro anche nell’anima. Questa verità diventa vita vissuta, diventa carne tanto più quanto il nostro cuore è aperto all’azione della Grazia; a riguardo c’è la testimonianza di una grande santa “eucaristica”: S. Gemma Galgani, la quale spesso seguiva la Messa dal fondo della Chiesa perché non poteva resistere col corpo all’impeto cardiocircolatorio di stare vicino al tabernacolo, più si avvicinava all’Eucarestia e più sentiva un fuoco ardere dentro nel petto; quando poi riceveva l’Eucarestia ( per intenderci faceva la comunione) la gente intorno sentiva (senza l’ausilio di uno stetoscopio) palpitare con grande foga due cuori che diventava un palpitare all’unisono.

Quella di Gemma è solo una tra le molte testimonianze di santità con particolare sensibilità eucaristica, ci sarebbero da approfondire: la beata Imelda Lambertini morta a 13 anni in estasi durante la prima comunione ed il suo corpo è ovviamente ancora incorrotto dal 12 Maggio 1333; la beata Alexandrina Maria Da Costa che smise di alimentarsi assumendo ogni giorno soltanto l’ostia consacrata per i suoi ultimi 13 anni di vita; S. Tommaso d’Aquino compose praticamente tutti gli inni eucaristici che si pregano e si cantano ancora oggi; S. Alfonso Maria Dè Liguori ha scritto le preghiere per le visite e l’adorazione eucaristica S. Giovanni Paolo II ci ha regalato l’enciclica Ecclesia de Eucharistia, e molti altri che non possiamo citare e più tanti ancora che non conosciamo.

L’Eucarestia è un’autostrada per il Cielo perché se è vero che Gesù lo si può incontrare anche nei fratelli, nei poveri, nei sofferenti, nelle situazioni della vita, nella lettura della Sua Parola, dentro un’amicizia, dentro la relazione coniugale di un amore sponsale suggellato dal sacramento del matrimonio, ecc… è pur vero che questo incontro, quando c’è, rimane un incontro spirituale, una presenza spirituale, mentre con l’Eucarestia la presenza è vera, reale e sostanziale poiché Gesù è veramente, realmente e sostanzialmente presente nelle specie del pane e del vino consacrate, e lo è aldilà della nostra fede… in parole povere Lui è presente sia che noi ci crediamo oppure no, la Sua presenza non dipende dalla nostra fede, altrimenti che Dio sarebbe se fosse limitato dalla nostra povera fede?

L’Eucarestia è comunque infinitamente di più di ciò che le nostre povere parole riescono ad esprimere, è un mistero di cui possiamo fare esperienza reale e concreta, è un mistero in cui immergersi per viverlo realmente e da cui lasciarsi plasmare volta dopo volta. Coraggio famiglie, Gesù ci aspetta e vuole fare di noi un…

…….to be continued, stay tuned.

Giorgio e Valentina.

Fare l’amore da re e da regina (3 parte)

Ed eccoci alla terza ed ultima parte del capitolo del nostro nuovo libro che uscirà in primavera (maggio o giugno) che ho deciso di condividere con tutti i lettori del blog. Per rileggere le parti già pubblicate cliccate qui parte 1 parte 2. Ci eravamo lasciati con una domanda: quali gesti sono buoni durante i preliminari?

A differenza di ciò che si pensa non ci sono molti limiti nei preliminari secondo la morale cattolica. La Chiesa non fa un elenco di cosa si possa o non possa fare. La richiesta è sempre la stessa: il rapporto deve essere unitivo e aperto alla vita. Quindi, detto in parole povere, l’eiaculazione deve avvenire in vagina e non si deve urtare la sensibilità dell’altro (dove sarebbe l’amore altrimenti). Ci riferiamo in particolare al cosiddetto sesso orale (senza raggiungere il piacere! L’eiaculazione solo in vagina). Abbiamo deciso di citarlo perchè è una delle questioni che più spesso ci viene chiesta. Di per sé non c’è nulla di male, si tratta di un bacio d’amore. Se però l’altro non gradisce questa pratica, non è giusto chiederla. Non si possono fare ricatti morali all’altro, rischiate di distruggere tutta la comunione e l’autenticità del gesto. L’altro diventerebbe qualcuno da usare e non un mistero da amare. In alcuni casi, quando questo preliminare è rivolto alla donna può essere un modo per prepararla alla penetrazione. Quindi se gradito non c’è assolutamente nulla di sbagliato. Invece i rapporti anali (altra pratica che sembra essere molto in voga) sono completamente fuori da ogni gesto che possa esprimere amore. Il sedere ha una funzione ben precisa: quella di espellere e non di accogliere.

I preliminari sono necessari alla donna anche per una questione puramente fisica. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai 20 ai 30 minuti. Perchè è così difficile comprenderlo? Quando suggeriamo alle coppie che ci contattano di dedicare il giusto tempo ai preliminari, sembra che sia tutto chiaro e poi, quando li risentiamo, scopriamo che sono arrivati a malapena a 10 minuti. Perchè invece è importante dedicare il giusto tempo? Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 e si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre a ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica. Quindi, ci rivolgiamo a quelle persone che credono che abbandonarsi ai preliminari sia abbandonarsi alla lussuria, i preliminari sono assolutamente necessari in un amplesso autenticamente vissuto. Fare l’amore senza preliminari, a secco, è distruggere tutta la bellezza dell’incontro intimo. Uomo e donna sono differenti anche nel modo di eccitarsi. L’uomo ha bisogno di vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa. La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci. Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro poniamo la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. Non preoccupatevi cari mariti sarete ripagati per questa sensibilità. La vostra sposa vivrà con molto più desiderio e trasporto l’intimità e sarà molto più bella anche per voi. I preliminari non sono quelli che ci presenta la pornografia. Ci siamo accorti che spesso in ambito sessuale tanti problemi nascono proprio dalla differenza uomo-donna. Tanti che ci contattano hanno difficoltà a comprendere come l’altro viva la sessualità. Soprattutto come ami viverla in modo differente da lui o da lei. Anche nei tempi. E non si tratta di un dettaglio. La donna ama i preliminari, ama sentirsi al centro delle attenzioni del proprio uomo. Ama essere accarezzata, baciata, toccata. In tutto il corpo e non solo in alcune parti di esso. Ama sentire parole dolci e cariche di desiderio nei suoi confronti. La donna ama il tempo dei preliminari. L’uomo no. L’uomo ha spesso fretta. L’uomo durante il rapporto vuole andare subito al sodo. Per l’uomo spesso esistono due sole parti del corpo della donna che sono interessanti, anzi tre: sedere, genitali e seno. Per molti uomini durante il sesso non esiste altro. L’uomo spesso desidera la cosiddetta sveltina: pochi minuti e poco impegno. Capite bene che così non va. La donna ha bisogno di altro. Ha bisogno di tempo che le faccia accrescere il desiderio e che le permetta di abbandonarsi al marito. Capite ora come nasce l’insoddisfazione sessuale? Certo è una delle molteplici cause. Importante però. Il tutto è spesso aggravato dalla mancanza di dialogo su questi temi. Per l’uomo se lei non dice nulla va tutto bene. Invece lei si sente sempre più lontana dal marito. Si sente usata. Si sente incompresa. Non si sente appagata da una sessualità di questo tipo. Cosa fare allora? La soluzione è sempre la stessa: se c’è un problema parlatene. E poi donne, abbiate il coraggio di dire a vostro marito cosa vi piace e cosa non vi piace. Voi mariti abbiate la sensibilità di comprendere come la donna abbia bisogno di essere amata e messa al centro anche durante il rapporto sessuale. Cercate di vivere dei preliminari lunghi. cercate di goderne e di abbandonarvi anche voi alla tenerezza. Non c’è bisogno di correre. Il sesso è bello quando è vissuto fino in fondo e per farlo serve il giusto tempo e anche il giusto impegno. Che cosa volete voi? Unirvi a vostra moglie o scaricarvi su di lei? E’ un po’ brutale detto così, ma rende l’idea. Se sarete capaci di mettere l’altro al centro tutto sarà più bello. Tu donna sarai capace di apprezzare la fatica che l’uomo farà per non essere troppo precipitoso, per darti il tempo di cui hai bisogno, e tu uomo non correrai e cercherai di preparare al meglio la tua sposa godendo di tutto il suo corpo e non solo di tre parti di esso. Quello che entrambi ne avrete in cambio sarà un’intesa meravigliosa che vi permetterà di sperimentare un piacere completo dato non solo dalle sensazioni del piacere fisico ma anche dal dono che siete stati capaci di farvi vicendevolmente.

PENETRAZIONE

Quando la donna è finalmente fisicamente ed emotivamente pronta, l’uomo entra dolcemente nella donna e lei lo accoglie in sé per formare insieme un solo corpo: espressione tangibile e concreta della fusione dei cuori, di quell’amore esclusivo, totale e per sempre che rende uno. La pornografia distrugge questa immagine. Non mostra delicatezza, ma ci insegna che più la penetrazione è violenta e profonda e più è piacevole per entrambi. Invece la nostra natura vuole la delicatezza, stiamo entrando in un luogo sacro, il luogo dove nasce la vita e dove la coppia salda e accresce il proprio amore. Luogo sacro della donna e luogo che è solo per lo sposo, che può e deve entrare con tutto il rispetto che quel dono richiede. Stiamo entrando nel santuario del nostro amore, dove stiamo celebrando un sacramento è importante sottolineare che si deve rispettare l’ecologia delle dimensioni corporee. La mentalità pornografica insegna che più il pene è lungo e spesso, più la donna sarà soddisfatta. Tutte scemenze. È evidente, basta osservare come la donna è fatta. La vagina normalmente ha una profondità di 7 cm e quando è eccitata (se avete fatto bene i preliminari) si allunga al massimo fino a 9/10 cm. Cosa significa? Significa che il pene può entrare solo per quella profondità, tutta la parte in eccesso deve restare fuori. Se l’uomo cerca di replicare quanto imparato della pornografia, cioè entra nella vagina con tutto il pene e con violenza, certamente impedisce alla sua sposa ogni piacere (spesso generando in lei anche sensi di colpa e sospetti di frigidità) e spesso le provoca dolore, nei casi peggiori, escoriazioni ed emorragie. E poi attenzione allo sguardo. Guardatevi! Scegliete posizioni che permettano di guardarvi negli occhi. Gli occhi sono sorgente del sentimento e sono la porta per accedere alla profondità della persona, che non può essere esclusa in un gesto tanto totalizzante. Se sottraete al rapporto fisico lo sguardo, vi private di una fetta di comunione grandissima. Non esistono quindi posizioni più o meno moralmente accettabili, ma posizioni che permettono più o meno la comunione tra gli sposi e la partecipazione di tutta la persona. Non si tratta quindi di esercitare il kamasutra per ottenere orgasmi più intensi e duraturi, ma di vivere questo momento con dolcezza e tenerezza per raggiungere un piacere molto più profondo del semplice orgasmo, un piacere generato dalla comunione profonda di anima e corpo e dono meraviglioso del nostro Creatore. Quindi, l’orgasmo non è che una parte superficiale di un benessere molto più completo e di una gioia autentica che investe tutta la persona. Il piacere è qualcosa di bello, un dono, un talento da perfezionare. È molto importante, durante questa fase, ricercare e vivere il piacere sessuale. Non facciamoci influenzare da un falso moralismo che vede in questo qualcosa di sporco. Gustare il piacere è importante, è un’esperienza esaltante di unità. Il piacere sessuale è una cosa bella, non abbassa lo spirito, ma lo rende uno con la carne, unisce cuore e corpo in una gioia completa e totale. E’ auspicabile che il rapporto conduca entrambi all’orgasmo. Non è importante che avvenga in simultanea. Quindi se la donna non dovesse raggiungere il piacere fisico durante la penetrazione non solo è moralmente accettabile ma doveroso che attraverso una stimolazione diretta del clitoride anche lei possa arrivare all’orgasmo. Ci teniamo a specificarlo perché più di una volta abbiamo ricevuto domanda proprio su questo. Non c’è nessun peccato se ciò avviene dopo un rapporto completo.

ASSIMILAZIONE

Una volta raggiunto il culmine del piacere e dell’unione, gli sposi avvertono la necessità di un abbraccio finale. Ci rivolgiamo ai mariti in particolare. Sappiamo benissimo che l’uomo è capace di dedicarsi immediatamente ad altro. Magari è capace di girarsi e dormire o di prendere il cellulare e di guardare i social o di giocare a Candy Crush. Ecco non fatelo. Sarebbe il modo migliore per mortificare e irritare la vostra sposa. Quello è il momento della massima comunione e lei ne sente la necessità. Dopo aver accolto l’uomo dentro di sè avverte il desiderio di essere accolta nell’abbraccio del marito. Un abbraccio che è speciale anche per il marito se si abbandona ad esso. È un momento in cui si assapora e si gusta l’esperienza appena vissuta. Abbracciati e senza parlare, gli sposi assimilano la gioia della comunione profonda. Il piacere e la gioia sperimentati nella carne vengono assimilati dal cuore. Questa assimilazione porta un frutto di pace molto profondo. Una pace, una gioia, un amore e un’effusione di Spirito Santo, che ci daranno forza e sostegno nelle ore e nei giorni a venire. Tutti questi doni aumentano in proporzione all’intensità con cui ci siamo donati l’uno all’altra.

Non resta che mettere in pratica questa bellezza. Avanti tutta cari sposi!

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (2 parte)

Riprendiamo da dove ci siamo interrotti ieri. Per chi non avesse letto la prima parte lascio il link. L’articolo di ieri si è interrotto al momento di analizzare le fasi del rapporto fisico. Iniziamo quindi con la prima. Secondo la sessuologia moderna la prima fase non è quella dei preliminari. Inizia ancor prima con il desiderio. Quindi inziamo con questa fase.

IL DESIDERIO

Noi pensiamo sempre al desiderio in riferimento alla pulsione sessuale. Qualcosa che è legato solo al nostro corpo. Il desiderio sessuale è in realtà generato da tre diverse dimensioni. C’è sicuramente l’aspetto biologico. Il desiderio è molto innescato dagli ormoni. In particolare dal testosterone. Per questo il desiderio prettamente fisico è nettamente maggiore negli uomini. I maschi hanno dieci volte il testosterone delle donne. Questo, care donne, non significa che voi vi dovete sentire meno capaci di amare e di desiderare un rapporto con vostro marito. Torniamo al discorso iniziale, siamo differenti. Va preso atto di questo. C’è una differenza oltretutto anche nella costanza. Nell’uomo l’impulso ormonale è molto più costante rispetto a quello femminile che è invece molto più fluttuante nel breve e nel lungo preriodo. L’uomo è poi soggetto ad un lento declino negli anni. Il testosterone di un giovane di vent’anni non è lo stesso di un uomo di sessanta. Le donne invece fluttuano per tutto l’arco della loro vita. Il ciclo ne è l’evidenza. Ce lo dice l’umore della donna e tutta una serie di stati d’animo e di sensazioni fisiche. E quando il ciclo finisce e comincia la menopausa? Il desiderio generato dagli ormoni ha letteralmente un crollo. Capite come la differenza vada accolta e compresa? Faccio un esempio concreto che mi è successo proprio durante la scrittura del libro. Mi contatta una moglie che mi apre il cuore e mi racconta della sua difficoltà con il marito. Hanno entrambi una quarantina d’anni e lei lamenta il fatto che non riesce più a mantenere i ritmi richiesti dal marito. Intendo più rapporti a settimana. E’ arrivata a vivere con angoscia il pensiero dell’amplesso con il marito. Per questa coppia è importante il dialogo. Per tutte le coppie è importante il dialogo. E’ importante prendere atto che siamo differenti e che se lei ha delle difficoltà non significa che ami meno il marito, ma che il suo corpo e i suoi ritmi stanno cambiando. E’ importante saperlo per evitare delle sofferenze ad entrambi. Per evitare che lei abbia paura di mortificare il marito con un rifiuto e che il marito si senta meno amato e desiderato. Non c’è nulla di sbagliato nella situazione di questa coppia. Semplicemente siamo fatti così, ma bisogna parlarne per evitare fraintendimenti e rancori nascosti. Io ho vissuto questa situazione prima di altri. Luisa ha otto anni più di me ed è già entrata in menopausa. Io invece ho ancora meno di cinquant’anni e un desiderio ormonale ancora molto alto. Ne abbiamo parlato e nel dialogo rispettoso ed amoroso ci siamo capiti e venuti incontro. Calibrare la frequenza dei rapporti alle varie stagioni della vita è fondamentale per continuare a desiderare l’intimità e per viverla con gioia e abbandono.

Il desiderio biologico non è influenzato solo dagli ormoni ma va inserito in un contesto più completo della salute psicofisica di uomo e donna. Avere una malattia, anche non inerente l’apparato genitale, può comportare un calo del desiderio. C’è poi un aspetto psicologico. Come mi vedo? Quanto mi amo? Se ho parti del mio corpo che non piacciono e mi vedo brutto o brutta, questo naturalmente incide sul desiderio. Nell’intimità sessuale ci doniamo. Se non mi piaccio cosa dono? Come posso aver voglia di donarmi?

La seconda dimensione che genera il desiderio è la relazione di coppia. Se la nostra relazione è caratterizzata da un contesto di amore e di fiducia (abbiamo già scritto della corte continua) il desiderio ne beneficerà moltissimo. Soprattutto per la donna, che ha meno spinta ormonale, più altalenante e meno duratura (con la menopausa crolla), è fondamentale attingere alla relazione di coppia per nutrire il desiderio sessuale. C’è una sessuologa canadese Rosemary Besson che ha fatto degli studi importanti nei primi anni duemila proprio su questo aspetto. Ha dimostrato come, in particolare nelle coppie di lunga durata, il desiderio nella donna sia innescato non tanto da una spinta ormonale e istintiva, ma molto di più dalla motivazione generata nella relazione. Il desiderio di stare con chi ti ha fatto stare bene in tanti piccoli gesti e situazioni. 

Poi, infine c’è una dimensione culturale. Questo riguarda in particolare noi cristiani che viviamo un cammino di fede. Attenzione a dare il giusto valore al corpo. Se consideriamo il rapporto sessuale come un tabù o qualcosa di sporco come possiamo desiderarlo? Cercheremo di spegnere anche il desiderio ormonale. Insomma, poi nella coppia possono accadere disastri. Per questo è importante che il fidanzamento sia casto ma nella continenza e non nell’astinenza. Avere un fidanzamento casto non significa viverlo in modo arido. I gesti di tenerezza e di amore come baci, abbracci e carezze non vanno lesinati. Vivere la castità nel fidanzamento deve costare fatica. Se non ho desiderio di unirmi all’altro, beh, c’è qualcosa che non va. Questa mancanza di desiderio potrebbe essere proprio dovuta a questi blocchi culturali che poi nel matrimonio causano sofferenza e divisioni.

Quindi care donne spesso avete meno desiderio di vostro marito. Meno desiderio pulsionale. Non fatevene una colpa. Siamo differenti. Avete bisogno di essere condotte a desiderare l’intimità fisica attraverso i gesti d’amore di vostro marito. E avete bisogno anche del suo desiderio per abbandonarvi e far nascere il vostro. C’è proprio un nome per questa dinamica: desiderio responsivo. Non sempre avete voglia di fare l’amore, ma l’amore che provate per vostro marito e il suo desiderio per voi vi motiva ad iniziare un rapporto e, durante i preliminari, a far nascere anche in voi il desiderio sessuale.

ECCITAZIONE – PRELIMINARI

Abbiamo desiderio di fare l’amore. Iniziamo il nostro rapporto. Entriamo quindi concretamente nel nostro rapporto fisico con la fase dell’eccitazione. Questa fase contiene tutti i gesti e le parole atti a preparare i due sposi al rapporto. A preparare il corpo ma non solo il corpo. Va preparata tutta la persona. Questi gesti sono comunemente chiamati preliminari. Anche in questo caso dobbiamo prestare attenzione alla differenza che c’è tra l’uomo e la donna. La sessuologia ci insegna che la risposta sessuale maschile è molto rapida mentre quella femminile cresce più lentamente. La donna necessita di molto più tempo per essere pronta alla penetrazione. I preliminari sono necessari. Non possono essere un’opzione. Servono all’uomo e ancor di più alla donna. Perché servono? Sicuramente per entrare in relazione, in comunione. Servono per preparare i cuori dei due sposi al dono reciproco di tutto se stessi attraverso l’amplesso. Il momento della compenetrazione dei corpi dovrebbe essere posto al culmine di un dialogo d’amore tra i due sposi. Un dialogo parlato con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Baci, abbracci, carezze, sguardi, parole possono aiutare i due amanti ad aprirsi sempre di più e a vivere il momento successivo nel modo giusto. Viverlo come due persone che desiderano amarsi e donarsi nella comunione e non come due individualità che si usano per qualche secondo di piacere intenso ma superficiale ed esclusivamente fisico. Quali gesti sono buoni durante i preliminari? Lo vedremo domani con l’ultima parte del capitolo.

Antonio e Luisa

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Fare l’amore da re e da regina (1 parte)

Come abbiamo scritto tempo fa su questo blog e sui nostri social, Luisa ed io, con collaborazione di altri amici, stiamo scrivendo il terzo libro della trilogia riguardante le dimensioni battesimali. Dopo aver scritto Sposi sacerdoti dell’amore e Sposi profeti dell’amore, siamo giunti a questo terzo lavoro intitolato Sposi re nell’amore. Ho deciso di regalare a tutti i lettori un capitolo di questo nuovo testo in anteprima sperando possa essere utile e incuriosire il lettore sull’intero libro che sarà in uscita nella primavera del 2023.

L’intimità sessuale è quel gesto degli sposi dove maggiormente sono visibili in modo tangibile le tre dimensioni. L’intimità è una vera liturgia dove viviamo il nostro sacerdozio. Nell’intimità siamo profeti, siamo immagine di quel Dio che è amore. La Trinità letta come circolo di vita e di amore in un continuo donarsi ed accogliersi. L’intimità sessuale è il punto più alto del nostro amore coniugale. Nell’intimità sessuale noi sposi rendiamo concreta e presenta quell’unità di cuore e di corpo che ci ha resi sacramento. Cari sposi, siamo belli! Il nostro corpo è bello! È creato da Dio. Attraverso il nostro corpo possiamo vivere in modo pieno il nostro sacramento e la nostra intimità può davvero diventare un’esperienza meravigliosa. Lo so l’ho già scritto tante volte, in questo e negli altri libri, ma voglio scriverlo ancora perché non ci crediamo abbastanza. L’intimità è bellissima ma spesso è difficile.

Iniziamo con il ribadire che i nostri organi genitali parlano. Dicono come siamo fatti, raccontano la nostra identità. Soprattutto evidenziano la nostra complementarietà di uomo e di donna. La complementarietà uomo donna è scritta nel nostro corpo. Gli organi genitali maschili sono fatti per penetrare quelli femminili, che sono fatti per accogliere. Attenzione: l’accoglienza non è un atteggiamento passivo ma è un dono anch’essa. La complementarietà è possibile perché siamo differenti. Solo grazie alla nostra differenza noi possiamo realizzare l’unità. Unità che, non dimentichiamolo, contiene la generatività. Se pensiamo alla cellula uovo femminile e allo spermatozoo maschile, comprendiamo come se non fossero differenti non potrebbero incontrarsi e generare.

La differenza è fondamentale. Essere differenti non divide ma unisce. Ce lo dice la stessa etimologia della parola. Differenza viene dal latino fero (portare). Io porto ciò che sono a te. Ti rendo più ricco con la mia differenza. Che bello! Le differenze non sono diversità. La diversità ci allontana. Lo dice la parola, ci diverge. La differenza non va negata ma va amata. La differenza è generativa perché non solo permette di generare i nostri figli, ma anche il nostro amore. La nostra intimità va costruita. L’intimità è un vestito costruito su misura su di noi, su come siamo fatti noi. Per questo, a differenza di ciò che dice il mondo, il matrimonio è un’occasione meravigliosa per conoscerci sempre meglio, anche sessualmente. Vivere il rapporto sessuale sempre con la stessa persona non perde bellezza con il tempo. Al contrario, quando vissuto nel dono, diventa sempre più bello e profondo, perchè è l’amore che trasmette e concretizza ad essere sempre più bello e profondo. Sta a noi fare in modo che questa esperienza non scada nell’abitudine ma diventi un momento di vero amore. Perchè dell’amore non ci si stanca mai. Non esiste solo un modo giusto o sbagliato di vivere la nostra intimità. Esiste il nostro modo e dobbiamo costruirlo attraverso la relazione, il rispetto e il dialogo. Costruire la nostra intimità implica fare fatica. Se facciamo esperienza di questa fatica non significa che stiamo fallendo ma che stiamo uscendo dalle nostre convinzioni e dai nostri pregiudizi per avvicinarci all’altro. La fatica nell’avvicinarsi alla sensibilità l’uno dell’altra non indica che ci sia qualcosa che non va ma che stiamo camminando. Entriamo ora in una dimensione ancora più concreta. Partiamo dalla biologia e da quella che è la risposta sessuale. La risposta sessuale è composta da diverse fasi: desiderio, eccitazione, plateau, orgasmo e risoluzione. Vediamo ora fase per fase. Le vedremo nell’articolo di domani.

Antonio e Luisa

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Quale vantaggio?

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,5-12) […] Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. […]

Le letture liturgiche dei giorni che seguono il periodo natalizio sono un susseguirsi di vari richiami al Mistero dell’Incarnazione, guardandolo da vari punti di vista per sottolinearne ora un aspetto ora un altro, proprio per fissare bene nella mente e nel cuore dei fedeli ciò che è stato appena celebrato nei giorni scorsi… una sorta di flashback in cui si ricostruisce l’evento per carpirne il significato in tutta la sua portata.

Abbiamo preso solo la parte centrale del brano proposto nella Messa odierna perché mette in luce un aspetto che dovremmo tenere sempre presente all’interno della nostra relazione sponsale: Gesù è morto per noi, cioè a nostro vantaggio, il vantaggio è la nostra salvezza eterna. Prima di relegare quest’ultima verità come scontata, con pensieri del tipo: “che scoperta… ma guarda che novità che scrivono questi due… e pensare che la Chiesa è 2000 anni che lo dice… non è che sia una frase originale… lo sapevamo già” ecc… vi consigliamo di continuare la lettura per capire quanto questa verità diventi carne nella relazione sponsale.

Ci sono diversi approcci nel raccontare e spiegare la vita matrimoniale, esistono diverse metodologie per affrontare il tema del sacramento del matrimonio, e lo abbiamo sperimentato collaborando in questi anni a tanti corsi prematrimoniali, parrocchiali e non: c’è quello che punta molto sulle dinamiche psicologiche, quello che non le considera quasi per niente buttando tutto sullo spirituale, quello che non parla di sesso, quello che non osa parlare di castità pre e post-matrimoniale, quello che non parla di fede, quello che non osa dire la parola peccato, quello che reputa il corso inutile in partenza, quello che considera i fidanzati alla stregua di clienti, quello che li considera degli scalda-banchi, quello che li considera praticamente già sposati, quello che non chiede loro la conversione, quello che non parla del sacramento del matrimonio, quello che lo banalizza equiparandolo al matrimonio civile, ecc…

Abbiamo voluto fare un elenco di questi tentativi più o meno riusciti perché spesso l’anello mancante in quasi tutti è l’aspetto evangelizzante, cioè che Gesù è morto a vantaggio nostro. Perché parlare della sua morte proprio nel tempo natalizio? Perché è la missione per cui è nato, anche se ora siamo inondati da sentimenti teneri verso un piccolo, indifeso ed innocente bimbo che nasce in una stalla, non dobbiamo dimenticare il motivo della Sua Incarnazione, e cioè la nostra salvezza. Già, ma come è stata ottenuta la nostra salvezza? Grazie alla Sua Croce, e ce lo ricorda il colore rosso del periodo natalizio che richiama il rosso del sangue versato sulla Croce. Non lo vogliamo ricordare perché siamo dei guastafeste, ma perché è la Chiesa stessa che ce lo ricorda, anche se in toni sommessi ed un po’ velati… ma anche il famoso canto di S. Alfonso Maria de Liguori “Tu scendi dalle stelle” ad un certo punto dice “…ah, quanto ti costò l’avermi amato…” ed infatti Gli costò la vita.

Questo continuo richiamo alla Croce non ci deve intristire, al contrario ci deve riempire il cuore di gratitudine gioiosa, perché abbiamo ricevuto la grazia della vita eterna senza meriti personali; oppure, cambiando prospettiva, possiamo tranquillamente affermare che se avesse voluto aspettare i nostri meriti personali per donarci la grazia divina, non sarebbe mai salito su quella Croce, sarebbe ancora lì ad aspettare. Mentre invece la vita del cristiano è gratitudine continua verso un Amore incondizionato ed immeritato. Ma c’è un particolare che in molti omettono, e cioè che questo amore immeritato l’ha ricevuto anche mia moglie/mio marito.

Se quando penso alla mia vita ringrazio Gesù di essere morto in Croce a mio vantaggio, quante volte lo ringrazio e sono grato/a perché non ha esitato a fare lo stesso per il mio coniuge? Spesso pensiamo al nostro consorte come il/la compagno/a di viaggio nel cammino della vita, nel cammino della santità, nel cammino della saggezza… tutti pensieri bellissimi, ma poi come mi rapporto con lui/lei ?

La nostra relazione sponsale è cambiata radicalmente da quando abbiamo compreso che Gesù è morto per l’altro tanto quanto lo ha fatto per me, è come se il nostro matrimonio avesse una marcia in più. Se bacio lei/lui mosso solo da un sentimento umano è cosa buona, ma se bacio colei/colui che vale il sangue del Figlio di Dio cambia tutto. Il nostro bacio, il nostro perdono reciproco, i nostri abbracci, i nostri servizi domestici, le tenerezze reciproche, le coccole e le carezze… ecc… acquistano un valore eterno perché sto baciando, sto accarezzando, sto perdonando, sto sopportando, sto abbracciando, sto coccolando colei/colui che costa il sangue di Cristo. E se Cristo non ha esitato a dare la Sua vita per il mio coniuge, chi sono io per negargli/le un perdono oppure una carezza?

Cari sposi, in questo tempo natalizio vi invitiamo a guardare al vostro consorte come a colui/colei per il/la quale Cristo ha versato il Suo sangue, non vi sembra degno del vostro amore? pazienza, è degno però della Croce di Gesù! Se è ritenuto degno dell’amore divino proprio da Colui che è l’Amore per essenza, chi sono io per non considerarlo/la degno/a del mio piccolo e povero amore? Coraggio sposi, la santità è di casa: ospitiamola!

Giorgio e Valentina.

La vocazione si trova nella vita di tutti i giorni

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

Il Vangelo di oggi presenta la chiamata dei primi 4 apostoli. La vocazione di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. E’ utile, secondo me, esaminare punto per punto le parole del Vangelo perchè possono dire tanto anche del nostro rapporto con Gesù.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone. Gesù non stava camminando in un luogo qualsiasi. Certo Pietro e Andrea erano pescatori e lungo la riva del mare era il luogo più probabile dove incontrarli. Credo però che il Vangelo voglia dire anche altro. Almeno alcuni studioso lo fanno intuire. Il mare, nella Bibbia, indica spesso la rappresentazione del male. Il mare è abitato da creature mostruose. L’unico capace di dominare il mare e il male è Dio stesso. Lo stesso Gesù cammina sulle acque e seda la tempesta. Quindi Pietro e Andrea sono in riva al mare. Come ognuno di noi sono insidiati dal male. La nostra vita è un continuo combattimento tra il male e il bene. Entrambe queste forze abitano la nostra persona. Anche Andrea e Pietro sono in questo combattimento. In quel momento arriva Gesù. Arriva la luce che illumina le tenebre. Non so per voi ma ricordo esattamente la prima volta che ho fatto esperienza di Gesù, che ho incontrato il Suo sguardo. Credo di poter comprendere ciò che hanno provato Pietro e Andrea.

Mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Pietro e Andrea incontrano Gesù nella vita di tutti i giorni. Non stavano facendo nulla di straordinario. Noi spesso crediamo di dover fare chissà quale percorso o pellegrinaggio per incontrare Gesù. Non è così! Attenzione! Spesso crediamo che i momenti straordinari, dove l’emozione riempie il cuore, siano i luoghi privilegiati dove incontrare Gesù. Spesso è solo un’illusione. Passata l’euforia del momento passa anche la nostra “conversione”. La vera conversione è quella che resiste alla vita di tutti i giorni. La vera conversione è vivere il nostro matrimonio alla presenza di Gesù. Non succede nulla di grandioso magari, ma sarà il nostro amore che farà la differenza nelle piccole cose e nei piccoli gesti.

Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». Non basta essere chiamati da Gesù. Essere cristiani significa metterci del nostro. Alzarci e seguirLo. Alzarci e metterci al servizio l’uno dell’altra. Alzarci e impegnarci a fondo affinchè il nostro amore sia sempre più aderante al Suo amore. Significa cercare dando tutto quello che abbiamo di amare il nostro coniuge come Dio lo ama. Allora la salvezza entrerà nella nostra vita e nella vita del nostro coniuge.

Arriviamo ora alla seconda coppia di fratelli. Si tratta di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Ecco da loro possiamo trarre un insegnamento proprio dal loro essere figli. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono. Il padre indica la sicurezza della famiglia e dei beni materiali. Una vita tranquilla, fatta di lavoro e di una certa agiatezza economica (Zebedeo non resta da solo ma con i suoi garzoni). Eppure non basta. Giacomo e Giovanni vogliono di più! E’ lampante un parallelismo. Quello con il giovane ricco. Ricordate? Quello che voleva sapere come avere la vita eterna.

Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

Giacomo e Giovanni hanno invece detto sì! Hanno lasciato tutto per Gesù. Hanno intravisto in Lui qualcosa che nessun altro avrebbe potuto dare loro. Noi spesso siamo come il giovane ricco. Non vogliamo lasciare tutto per seguire Gesù nel nostro matrimonio. Almeno per me è stato così. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai “privilegi” della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze. Non volevo rinunciare agli amici, al calcetto, alla tranquillità quando tornavo a casa. Leggevo tutta la mia vita come rinuncia a qualcosa che prima avevo. Ero così proiettato su quello a cui dovevo dire no che non riuscivo ad assaporare tutta il gusto di quella relazione così unica. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me e per me. Che faceva di Cristo il centro di tutto.  Cosa ci può essere di più bello di questo? Lei era il dono più prezioso che Dio mi aveva fatto ed io, non solo non rendevo grazie, ma mi lamentavo per quel poco che mi aveva tolto. Solo quando sono riuscito anche io a fare questo salto, tutto è cambiato. Non ho dovuto, in verità, rinunciare a tutto. Mi è rimasto il tempo per il mio sport e per gli amici. Sono tutte cose, che però, hanno una nuova collocazione. Non sono più una priorità. Hanno preso il loro giusto posto. La priorità è la mia famiglia. Questo racconto del Vangelo io lo leggo in questo modo e in questo modo l’ho concretizzato nella mia vita.

Buon cammino!

Antonio e Luisa

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“Quanto è grande il dono del Battesimo!”

Cari sposi,

            con la festa di oggi concludiamo il periodo natalizio. Sappiamo già che la Liturgia non segue l’ordine cronologico e se fino a due giorni fa Gesù era un neonato di qualche settimana mentre riceve la visita dei Magi, oggi è un trentenne che sta per cominciare la vita pubblica. Gesù vuole ricevere il battesimo da suo cugino Giovanni e tale gesto ha un grande significato, difatti: “Pur chiamandosi battesimo, esso non aveva il valore sacramentale del rito che celebriamo oggi; come ben sapete, è infatti con la sua morte e risurrezione che Gesù istituisce i Sacramenti e fa nascere la Chiesa. Quello amministrato da Giovanni, era un atto penitenziale, un gesto che invitava all’umiltà di fronte a Dio” (Benedetto XVI, Omelia, 9 gennaio 2011).

Ma che ha fatto Gesù in quel semplice gesto di farsi mettere un po’ di acqua sulla testa? Non lo abbiamo forse fatto noi tante volte al mare o in piscina con i nostri fratelli e amici? Che ha di così speciale? È qualcosa di meraviglioso perché “Gesù si mostra solidale con noi, con la nostra fatica di convertirci, di lasciare i nostri egoismi, di staccarci dai nostri peccati, per dirci che se lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza di Dio Padre. E questa solidarietà di Gesù non è, per così dire, un semplice esercizio della mente e della volontà. Gesù si è immerso realmente nella nostra condizione umana, l’ha vissuta fino in fondo, fuorché nel peccato, ed è in grado di comprenderne la debolezza e la fragilità” (Omelia, 13 gennaio 2013).

Ah, ma allora quel gesto è l’inizio, anzi il proseguo, di un vero e proprio sposalizio tra Gesù e ciascuno di noi. Gesù ci ama sul serio al punto da condividere tutto di noi, in particolar modo le nostre colpe che appunto viene a cancellare con il suo sangue sulla Croce. Se capissimo fino in fondo quale valore ha il nostro Battesimo, essere figli nel Figlio, essere con-morti, con-sepolti e con-risorti con Cristo daremmo salti di gioia. Per questo Papa Benedetto disse una volta: Cari amici, quant’è grande il dono del Battesimo! Se ce ne rendessimo pienamente conto, la nostra vita diventerebbe un «grazie» continuo” (Benedetto XVI, Angelus, 11 gennaio 2009).

            È alla luce di questo dono ricevuto e da riscoprire ogni giorno che voi sposi potete ridonarvi a vicenda il Suo amore e condividerlo poi con i vostri figli. Il Battesimo ricorda a voi sposi che l’amore che ha iniziato la vostra storia non è anzitutto un’autoproduzione vostra, non è “farina del vostro sacco” ma in definitiva fa parte di un progetto più grande che vi precede e che, grazie a Dio, ne fa da garante quando le povere forze umane vengono meno. Possiate fare sempre memoria del giorno del vostro Battesimo e lodare il Signore per la grazia immensa che avete ricevuto e che non tramonterà mai.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca lo ha spiegato molto bene. Perchè il matrimonio sacramento è diverso da ogni altra modalità di unione? Perchè la relazione non sarà più solo nostra ma nel matrimonio la doniamo a Dio perchè ne faccia cosa sua. Per questo serve il battesimo. La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Tale padre tale figlio. Ciao Benedetto!

Il 5 gennaio 2023 Andrea ed io abbiamo festeggiamo il traguardo di 6 anni e 6 mesi di matrimonio. Stiamo procedendo spediti verso il settimo anno. Durante la celebrazione del funerale di Papa Ratzinger ci è venuto naturale chiederci quanto gli ultimi tre Papi abbiano influito sulle nostre vite. Tutti e tre sono a nostro avviso collegati, anche se sono molto diversi come uomini e come modalità di esercitare il loro ruolo di papa. Il mondo in maniera ansiogena già si sta chiedendo cosa farà ora papa Francesco. Cosa farà?

Semplicemente sta esistendo, come direbbe Rosini. Indubbiamente ci si sente tutti un pochino traballanti ed inquieti è venuto a mancare l’inquilino che era una delle colonne portanti della Chiesa. Non era più regnante ma la forza derivante dal suo silenzio e dalla sua preghiera si avvertivano. Benedetto è stato colui che ci ha insegnato più di tutti a compiere delle scelte stando in silenzio in adorazione. Da lui ho imparato anche l’arte del “non posso”, specie negli ultimi anni mi ha aiutato ad accettare i miei limiti fisici nell’accogliere una gravidanza. Io e Andrea siamo cresciuti sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Io ho respirato l’aria un po’ più da vicino in quanto mio padre era un membro della sua scorta italiana. Quindi posso dire di aver condiviso mio padre con il Papa anzi con i Papi. Il lascito più bello di Giovanni Paolo II nella mia vita? I Viaggi. Andrea ne è testimone, a casa nostra ho lo zaino sempre pronto per partire. Avverto la stessa esigenza che aveva il Papa di prendere e scappare da Roma per andare a respirare aria buona in montagna. Amo i grandi eventi che solo le sentinelle del mattino sanno apprezzare. Amo anche quel chiasso che ti rimane nel cuore proprio come diceva il papa polacco. Viaggiare ci ha aiutato tanto a risanare il nostro matrimonio quando Andrea ed io eravamo entrati in crisi. Un Papa può seminare nella maniera più inaspettata nella vita delle persone. Sta sempre a noi farci trovare pronti ad accogliere i messaggi e i consigli.

Sotto il pontificato di Benedetto XVI mi sono fidanzata con Andrea e abbiamo iniziato a pensare al matrimonio. Andrea è infatti legato molto anche a Benedetto. Io mi sono avvicinata alla figura di Papa Ratzinger con estrema cautela e lentezza, passare da un Papa mediatico, giovanile e sportivo come Giovanni Paolo a Benedetto, che invece era caratterialmente l’opposto, mi ha un pochino destabilizzata. Dobbiamo anche ricordare che, all’epoca della sua elezione, non tutta la stampa era a suo favore. Se vuoi conoscere veramente una persona nel profondo, devi lottare contro chi cerca di darti un immagine falsa e distorta dalla realtà. Il demonio ha giocato parecchio nel creare confusione e nello sferrare attacchi mediatici e non solo. Ogni papato convive con gli scandali. Il papato dell’era di Ratzinger ha lasciato in me proprio questo insegnamento: rispondere al male con la preghiera. Il suo passo indietro che ancora adesso è fonte di gossip, ha lasciato non solo una sede vacante in quei giorni, ma un grande insegnamento: vivere il ruolo non in modo possessivo ma nel servizio. Quante volte nelle nostre comunità vi è difficoltà a far circolare lo Spirito Santo per via di parrocchiani che vivono il servizio come un possesso? A Roma si dice “la cozza con lo scoglio” oppure “ama ma non t’accolla’”. Noi per primi, durante questo anno in cui è nato il progetto Abramo e Sara, abbiamo coinvolto altre coppie e persone a darci una mano. Sappiamo che non è un nostro progetto ma il progetto è di Dio. Lo stesso Benedetto ci ha tracciato la via da seguire. Quante volte ci arrivano richieste di preghiera e che condividiamo per sostenerci gli uni con gli altri? Non potremmo mai operare Carità senza preghiera. Ecco l’unione spirituale tra Benedetto e papa Francesco. Siamo tutti cresciuti con ognuno di loro e abbiamo tanto da tramandare alle nuove generazioni. Siamo tutti tale padre tale figlio. Un po’ come quando si cresce e si matura insieme alla propria guida spirituale.

Simona e Andrea

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

L’eredità di Benedetto XVI per la famiglia

Cari sposi,

            non so quanto vi abbia toccato la scomparsa di Papa Benedetto ma a me ha causato un senso di commozione e smarrimento. È venuta meno una figura paterna che mi ha dato un grande esempio come persona e come uomo di Dio. Ho potuto salutarlo in alcune brevi occasioni e durante il suo pontificato ho ricevuto l’ordinazione sacerdotale. La sua teologia chiara e lineare rimarrà sempre per me un punto di riferimento di come insegnare e trasmettere le verità di fede alle persone.

            C’è un aspetto che ritengo molto bello da sottolineare per voi sposi. Si tratta del suo insegnamento riguardante l’amore umano, nominato in seguito “teologia dell’amore”, come un naturale proseguo della “teologia del corpo”, del suo predecessore San Giovanni Paolo II. È nella sua prima Enciclica, Deus Caritas est, in cui Joseph Ratzinger chiarisce con il suo stile cristallino cosa significhi l’amore per Dio e di conseguenza per noi:

            “L’amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi. Al riguardo, ci ostacola innanzitutto un problema di linguaggio. Il termine «amore» è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. […] Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus Caritas Est, 2).

            Che meravigliosa definizione di matrimonio! La sede per antonomasia dell’amore, il luogo in cui l’amore tra uomo e donna è chiamato a crescere divenendo così riflesso dell’amore divino e in ultima istanza raggiungendo il suo fine e la sua vera identità! E che bello che lo dica non per aver letto centinaia di libri ma per averne fatto l’esperienza sulla sua pelle. Difatti nel suo testamento spirituale ha affermato subito all’inizio del secondo paragrafo: “Ringrazio i miei genitori, che mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi”.

            Immagino quei due genitori, sposatisi non più così giovani, alle prese con una situazione per nulla facile, in una Germania sul bordo dell’abisso nazista e della Seconda guerra mondiale, che hanno saputo generare sia alla vita che alla fede tre figli, diventando per loro un vero modello di unità e amore. Uno spaccato di quella vita famigliare è rimasto nelle parole del Papa nella sua visita a Milano in occasione del VII incontro mondiale delle famiglie.

            Il lascito spirituale per voi coppie è splendido, perché vi ricorda che potete farcela, potete incarnare il più alto ideale dell’amore nella vostra vita di coppia. Sì, potete essere fedeli per sempre, potete vivere un amore indissolubile, potete perdonarvi anche mali molto grandi. Perché? Perché Chi vi ha creato e vi ha messo in questo cammino ha previsto tutto, anche le “sorprese” del peccato. Proprio Papa Benedetto ha ribadito questo concetto quando scrive: “La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe Salvi, 1).

            La mèta è vivere il vostro amore a pieni polmoni in Cristo, puntando in alto, non conformandovi a un semplice resistere, stare insieme per i figli o sopportarvi. Il nostro grande Papa Emerito, Joseph Ratzinger, sono certo sia d’accordo su questo e dal Cielo è adesso uno dei vostri intercessori perché il cammino di santità matrimoniale sia da voi pienamente vissuto.

padre Luca Frontali

Come magi in cammino

Come consuetudine verso l’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria. Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare. Cerca di discernere e di programmare alla luce della fede in Dio, certo dell’esistenza di un progetto di Dio unico sulla sua vita. La relazione per essere autentica va letta con uno sguardo alla vita eterna e alla salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e a conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora 6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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Onlyfans: l’amore a 10 euro al mese

Alla fine ho ceduto. Non volevo parlarne perchè preferisco raccontare il bello dell’amore e della sessualità piuttosto che le povertà delle nostre relazioni. Alla fine però non posso ignorare quello che ormai è un vero fenomeno sociale. Mi riferisco, per chi ancora non lo ha capito, a Onlyfans. La piattaforma a pagamento dove usufruire di contenuti più o meno erotici e pornografici. Per chi ne ha sentito parlare, ma non lo conosce se non molto superficialmente, viene una domanda spontanea: perchè una persona arriva a spendere da una decina di euro fino a migliaia di euro ogni mese per ottenere foto e video più o meno pornografici quando in rete si può trovare tantissimo materiale dello stesso genere in modo completamente anonimo e gratuito? Io, da conoscitore molto superficiale di questo “servizio”, mi sono fatto questa domanda. Ho deciso di darmi una risposta e di condividerla con voi tutti. Mi sono informato, ho cercato in rete articoli e interviste che mi potessero aiutare a capire meglio. Ora ho un’idea molto più chiara. Desolante ma chiara.

Purtroppo quello che ho trovato ha confermato quelli che erano i miei sospetti. Onlyfans è diverso dalla semplice pornografia. E’, per certi versi, una finzione ancora più dannosa perchè può illudere di vivere una relazione vera. Onlyfans non offre principalmente immagini pornografiche. Non offre attrici e attori più o meno famosi che offrono prestazioni a degli spettatori anonimi. Anzi solitamente le immagini e i video offerti a pagamento dai vari creator (sì, chi pubblica questi contenuti è chiamato creator) sono molto più soft rispetto alla pornografia che si può trovare in rete, dove si può scegliere, a seconda delle preferenze, diverse sezioni. Preferenze che nascondono spesso feticismo e devianze. Onlyfans è tutta un’altra cosa che mette forse ancor più in evidenza tutta la povertà che c’è dietro questo fenomeno che è esploso durante i mesi del lockdown.

Serve fare un passo indietro per capire di cosa stiamo parlando. Cosa è Onlyfans e come nasce? Onlyfans è una piattaforma relativamente molto recente. Nata nel 2016 per condividere qualsiasi contenuto a pagamento dietro il versamento di un abbonamento mensile che va dai 5 dollari ai 49 dollari. Nel tempo c’è stata però una “naturale” inclinazione verso contenuti hard. Molti non lo sanno ma Onlyfans non nasce come piattaforma pornografica, come Youporn per intenderci, ma si possono trovare anche corsi di Yoga a pagamento o personal trainer che offrono contenuti personalizzati per gli abbonati. E tanto altro. Poi, come già scritto, il lockdown e la possibilità di postare contenuti di nudo espliciti, invece vietati su altri social (Instagram Facebook TikTok), hanno indirizzato Onlyfans verso il porno. Pensate che oggi ci sono ben un milione e mezzo di creator (per la maggior parte ragazze) e più di 150 milioni di utenti. Onlyfans ha dichiarato di aver pagato ad oggi ai creator ben 5 miliardi di dollari. Cifre astronomiche. Ma ora torniamo ad esaminare i motivi di questo successo e proverò a rispondere alla domanda iniziale.

La differenza con il porno tradizionale è principalmente una: con Onlyfans il fruitore ha un rapporto diretto con l’oggetto del suo desiderio. Non ho usato le parole oggetto e fruitore a caso. L’uomo che si approccia a questa piattaforma sente il bisogno di una relazione con una donna. Non è però capace nè di amare nè di relazionarsi con una donna in modo paritario e sano. Di solito ha paura ed è frustrato. Pensa di valere poco e di non essere amabile per una donna carina. Per questo paga e pagando sa che quella donna sarà ben disposta e accogliente verso di lui e verso quelle che saranno le sue richieste sessuali. Non rischia un rifiuto che lo distruggerebbe nella sua autostima ancor di più. Insomma l’utente medio di Onlyfans non cerca del sesso. Si cerca anche quello ma non gli basta. Cerca considerazione, cerca una donna che si accorga di lui. Cerca un rapporto umano. Un rapporto umano con una donna che magari sia anche bella, giovane e disponibile. Onlyfans offre un legame umano a tutta quegli uomini soli, che sono tantissimi, se pensate che il 30% dei ragazzi sotto i 30 anni non ha una vita affettiva, illudendoli di superare così le difficoltà di avvicinare l’altro sesso, di corteggiare una ragazza, di intessere amicizie e di condurre una relazione affettiva. Non sono capaci, hanno paura delle donne e di un possibile rifiuto e hanno aspettative altissime. Tutte situazioni dovute alla cultura occidentale che rende il sesso sempre più facile e banale, ma l’amore sempre più difficile e complicato. Allora si risolve pagando. Ma è una soluzione finta che non riempie il cuore e non è una soluzione per quella nostalgia che abbiamo tutti dentro di un amore totale.
Le ragazze, dal canto loro, credono di aver trovato un modo facile per fare soldi. Le ragazze si tengono stretti i propri abbonati. Se li coccolano, li fanno sentire importanti. Quasi amati. Poi, se il follower non si accontenta dei messaggini e dei contenuti postati per tutti gli abbonati, non c’è problema. Ogni abbonato può contattare la donna dei suoi sogni e chiederle foto e video fatti solo per lui. Certo possono costare centinaia se non migliaia di dollari, ma essere al centro dei pensieri della propria beniamina mentre prepara quei contenuti solo per lui non ha prezzo. Capite la povertà di tutto questo. La pornografia mercifica il sesso e il corpo. Che è già qualcosa di molto desolante. Onlyfans mercifica tutto. “L’amore” a 10 dollari al mese.

Per concludere posso affermare che Onlyfans è una piattaforma che permette a due povertà di incontrarsi. Da una parte ci sono le creator che pensano di arricchirsi facilmente ma stanno solo svendendo il mistero di ciò che sono e danno un prezzo al proprio corpo. Illudendosi che vendere il corpo e fare prestazioni umilianti non abbia conseguenze poi nella loro vita. Noi siamo spiriti incarnati e ciò che avviene nel corpo non può non toccare anche il resto della persona, cuore e anima compresi. Dall’altra uomini che spesso stanno anche bene economicamente, ma che sono sostanzialmente soli e con una nostalgia atavica di essere amati come persone uniche e irripetibili. Voglio concludere con una riflessione di Elisa Esposito. Non la conoscete? Allora vi do un aiutino. E’ la “professoressa” di tiktok che ha inventato il modo di parlare in corsivo. Sicuramente è più conosciuta così. Elisa è una bella ragazza che è anche una creator di Onlyfans. Sentite cosa ha affermato ad una recente intervista rilasciata a Radio 105: ormai ho OnlyFans da quasi un anno e vi giuro che psicologicamente vi distrugge. È un lavoro di m…, se così si può definire. Vi porta soldi o cose, ma vi distruggerà tutto il resto. La scelta è vostra: o i soldi o la vera felicità. 

Per questo la risposta che noi cristiani possiamo portare a tutta questa solitudine e banalità è sempre la stessa. Possiamo testimoniare come il solo che ti può amare davvero e che ti può fare sentire amato e desiderato non ti chiede nessun abbonamento. Lo trovi entrando in chiesa e mettendoti in ginocchio davanti al tabernacolo. E voi creator ricordate che siete preziose, che il vostro corpo non vale l’abbonamento mensile di un mendicante in cerca d’amore. Il vostro corpo merita molto di più. Merita la promessa del per sempre, merita un uomo che sia disposto a donarsi completamente a voi. Allora sarete davvero ricche anche con una casa minuscola in periferia e con pochi soldi sul conto.

Antonio e Luisa

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Non ci rendiamo conto!

Il 22 dicembre, nel tardo pomeriggio, mi sono recato nel più grande Ipermercato della mia città: non mi piace andarci, ma dovevo comprare delle cose particolari per il pranzo di Natale e lì ero sicuro di trovarle. Con il mio carrello mi metto in coda e una cassiera bionda, di mezza età, mi fa il conto; finisco di imbustare, la guardo e le dico: “Buona serata e le auguro Buon Natale”. Lei rimane un attimo perplessa, poi risponde: “Siamo così stanchi che non ci rendiamo conto”.

Quella signora, che vedevo per la prima volta, non lo sa, ma le sue ultime 4 parole, “non ci rendiamo conto” mi hanno accompagnato in queste feste e mi hanno fatto riflettere, più di tutte le omelie che ho sentito. Innanzitutto mi sono calato nei panni di questa signora: è noto che nei supermercati e in tutti gli esercizi pubblici, durante le festività, i turni sono più massacranti del solito, e inoltre se non aprono tutti i giorni, domenica e festivi compresi, sembra che rischiamo di morire di fame! È vero che a volte ci stanchiamo e ci preoccupiamo per fare i regali a tutti, per preparare il presepe, gli addobbi, il mangiare, il bere, per l’organizzazione e rischiamo di tralasciare il festeggiato, Gesù. Chissà in quella giornata quante persone sono passate davanti a quella signora e in quante l’hanno guardata per quello che è, una sorella, amata da Dio, certamente non meno di me o di te che stai leggendo: infatti una delle missioni degli sposi è rendere visibile che Gesù sta amando.

Ho ripensato a tutte le volte in cui non mi sono reso conto, in passato: non mi sono reso conto di cosa fosse davvero il Sacramento del Matrimonio fino a quando non mi sono trovato solo, non mi sono reso conto che mia moglie aveva già deciso di lasciarmi mesi prima della separazione, non mi sono reso conto del suo malessere, non mi sono reso conto che l’obiettivo non era fare la mia famiglia, ma quella dei figli di Dio.

E oggi non mi rendo conto che dovrebbe ampiamente bastare la presenza di Gesù per rendermi felice, non mi rendo conto di questi giorni natalizi di Grazia, non mi rendo conto di quanto sono amato, altrimenti griderei continuamente l’amore, anche nella separazione. Don Renzo Bonetti qualche giorno fa, per gli auguri di Natale, ci ha detto: ”Ciascuno di voi (separati fedeli) ha una presenza di Gesù che supera tutti i presepi di questo mondo, messi insieme. Vorrei poter mettere un bue e un asinello accanto a voi per farvi capire che c’è una presenza stabile di Gesù, che per il Sacramento del Matrimonio il presepio siete voi”. Ha proprio ragione, faccio fatica a rendermi conto che il presepe è immagine di una realtà infintamente più grande che vive dentro di noi e in tutti gli sposi! Allora all’inizio di quest’anno, l’augurio che faccio a me e a tutte le coppie è di renderci conto di questa Presenza in tutte le cose ordinarie che facciamo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Una nuova culla!

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 2,29-3,6) Figlioli, se sapete che Dio è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui. Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

Oggi la Chiesa ci fa contemplare, attraverso letture e preghiere della Liturgia odierna, il Santissimo nome di Gesù, il nome al di sopra di ogni altro nome, il soavissimo nome nel quale siamo salvati, il nome che dice l’essenza e la missione di Colui che porta tale nome : Dio salva / Dio è salvezza. Sembra una ovvietà, ma in tempi di confusione come quelli che stiamo vivendo c’è bisogno più che mai di ribadire alcune verità che stanno alla base della nostra fede e quindi anche alla base della nostra vita con le scelte che essa comporta. Uno dei “soprannomi” di Gesù è proprio quello che riguarda la missione contenuta nel Suo nome: Salvatore; ed è talmente penetrato nella vita del nostro popolo che è abbastanza diffuso, specialmente nel sud Italia, sia come nome che come cognome.

Con la frase: Gesù è Il Salvatore si intendono due realtà che formano un’unica verità di fede: Gesù è vero Dio e vero uomo, 100% Dio e 100% uomo (tranne il peccato), in Lui coesistono le due nature divina e umana, il mistero dell’Incarnazione che stiamo celebrando e contemplando in questo periodo ci ricorda proprio questa verità. Se la Chiesa dicesse di professare la sua fede in Dio che salva sarebbe troppo generico, invece dire che Il Salvatore è Gesù cambia tutto e va al nocciolo della questione. Il mondo preferisce festeggiare la nascita di un grande uomo, di una brava persona che ha fatto tanto bene nella sua vita, un grande leader di popolo, il fondatore di una nuova religione, un grande profeta, un martire sociale/politico, un bambino che è diventato un grande maestro di vita, tutti modi di vedere Gesù sotto il solo profilo della natura umana.

La natura umana di Gesù non va rinnegata ma va definita e precisata bene, in Lui non c’è confusione tra le due nature ma distinzione, infatti sulla Croce non c’era solo un martire sociale/politico ma c’era il Redentore, il Figlio di Dio generato dal Padre. E qui entra in gioco la Sua natura divina, perché se diciamo che in Croce c’era il Figlio di Dio (generato dal Padre e quindi della stessa sostanza), stiamo dicendo che quell’uomo appeso sulla Croce non è solo un uomo e nello stesso tempo stiamo dicendo che Dio salva attraverso un vero uomo appeso ad una vera Croce di vero legno con chiodi veri. Questo mistero è ben sintetizzato in una strofa di un antico inno all’Eucarestia di S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devòte: […] sulla Croce solo la divinità era nascosta, qui (nell’Ostia consacrata) anche l’umanità del Verbo è celata (testo originale in latino: In cruce latébat sola Déitas, at hic latet simul et humànitas).

Cari sposi, quando sentiamo dire che Dio salva, dobbiamo sempre specificare il modo con cui Dio salva, perché il modo dice tutto, dobbiamo quindi sempre specificare che Dio salva attraverso la Croce di Gesù. Non v’è altra salvezza, non esiste un altro salvatore, non c’è un’altra porta per accedere alla salvezza, solo Gesù è salvezza di Dio.

Cari sposi, sentite il bisogno di salvare il vostro matrimonio? La salvezza è Gesù.

Sentite la necessità di salvare il vostro rapporto? La salvezza è Gesù.

Volete salvare la vostra coppia e la vostra famiglia? La salvezza è Gesù.

Dire che è Gesù significa riconoscere che quel bambino nel presepio è il Figlio di Dio che si è fatto carne circa 2000 anni fa. E riconoscere che si è fatto carne significa riconoscere che la fede cristiana non è astratta, ma è carne vissuta, e la Sua Grazia passa necessariamente dalla Sua sposa, la Chiesa. Il matrimonio è quella scuola di vita dove si impara come la carne può diventare presepio del Dio fatto uomo. Coraggio sposi, la nostra carne matrimoniale è quella nuova culla in cui deporre il Divin Bambinello.

Giorgio e Valentina.

Come sta il vostro matrimonio?

Inizia un nuovo anno. Per noi sposi non riguarda soltanto noi stessi, la nostra personale vita, ma c’è un altro anno di matrimonio che è passato. E’ bello fermarsi, almeno un attimo, e leggere l’anno passato alla luce del nostro matrimonio. Il nostro matrimonio è la cartina al tornasole di tutto ciò che siamo, della nostra fede e della nostra vita spirituale. Come è stata la nostra relazione? Poi il matrimonio è strano perchè è indubbiamente una relazione a due (anzi a tre per chi come noi crede) ma poi ne possiamo valutare i frutti non solo esaminando la relazione ma forse ancor di più cercando di capire cosa ha cambiato in noi stessi. Cosa ci dice un anno che finisce ed uno che comincia?

Il nostro corpo è più vecchio di un anno. Lo scorrere del tempo, è inutile negarlo, cambia il nostro corpo. Non cambia in meglio. Siamo soggetti ad un lento deperimento e all’invecchiamento. Con il tempo appaiono le rughette, i capelli bianchi e perdiamo tono, forza ed elasticità nei muscoli. Luisa ed io non abbiamo più il corpo di vent’anni fa quando ci siamo sposati. Ora ho 48 anni. Eppure ricordate che se avete vissuto bene il vostro matrimonio i vostri occhi saranno capaci di vedere nell’altro una bellezza ancora più grande. Come è possibile? E’ il miracolo dell’amore. Papa Francesco in un documento ha scritto di sguardo photoshoppato. Io vedo il corpo di Luisa invecchiato e lei sicuramente vede il mio. Eppure la desidero tantissimo. Mi pare la più bella di tutte. C’è una spiegazione anche molto semplice. Il segreto è nell’amore vissuto. Per un altro anno abbiamo vissuto insieme la nostra quotidianità, donandoci reciprocamente attenzioni, cura, tenerezza, dialogo, intimità. Questo fa tutta la differenza del mondo. Perchè ciò permette di conoscere la vostra sposa o il vostro sposo in modo così profondo da rendere quella bellezza visibile nel corpo. Il corpo è capace di trasfigurarsi con la bellezza di tutta la persona che abbiamo accanto. Naturalmente una bellezza che posso scorgere così bene solo io con Luisa e lei con me. Padre Raimondo Bardelli la chiamava bellezza soggettiva. Quindi la domanda da porsi è: come vedo mia moglie? Come vedo mio marito? E il proposito per il nuovo anno deve essere: cercherò di donarmi ancora di più per vederlo/la sempre più bello/a.

Siamo più amabili? Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Devo impegnarmi, è l’amore che me lo chiede, a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo o per la mia sposa. Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io diventi sempre più bella/o per lui o per lei. Badate bene non significa farci manipolare o condizionare dall’altra persona. Non c’è violenza o costrizione. Tutt’altro. Significa arrenderci all’amore. Scegliere per amore di cambiare noi stessi. Non è la stessa cosa. Io sono libero ed è proprio l’amore che ho per Luisa, che mi sta accanto da 18 anni, che mi induce a cambiare. L’amore per lei, la gratitudine e la meraviglia che sento per il dono di se stessa che ogni giorno mi offre senza chiedermi nulla mi danno quella determinazione e quel desiderio profondo di cambiare quelle parti buie di me che ancora possono provocarle sofferenza o che non mi permettono di accoglierla pienamente. Lei mi amerebbe comunque, mi ha dimostrato più volte di amarmi per quello che sono. Questa è la forza salvifica dell’amore che ti porta a dare il meglio. Non è lei che mi fa suo, ma sono io che mi faccio suo, liberamente e nella verità. Molto diverso. La domanda che mi devo porre è quindi: quanto sono stato amabile? Ho cercato di amare l’altro secondo la sua sensibilità e non la mia? Il proposito per il nuovo anno deve essere proprio questo. Essere amabile sempre di più per coltivare la mia bellezza integrale.

Abbiamo cercato di darvi due piccoli suggerimenti per il nuovo anno ma che possono fare la differenza nel vostro matrimonio. Tocca a voi ora. Buon 2023 che sia fecondo per voi e attraverso di voi per il mondo intero.

Antonio e Luisa

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Un nuovo anno uniti a Te

Cari sposi,

            oggi iniziamo il 2023 nel migliore dei modi! Celebrando la nostra Mamma del Cielo, Colei che ogni giorno ci porta nel cuore e ci presenta a Gesù suo Figlio incessantemente. La festa odierna risale al 431 quando a Efeso, nell’attuale Turchia, i vescovi di tutta la Chiesa La proclamarono “Madre di Dio”, per questo motivo Maria è “l’Onnipotenza supplice”. Non è meraviglioso poter mettere fin da oggi ogni singolo momento nelle Sue mani ed affidarci filialmente a Lei?

Maria, dunque, ha generato Gesù secondo la carne ma lo ha anche educato come credente in Jahvé. La maternità di Maria è stata sia biologica che spirituale e non si è fermata a solo a Gesù ma si è riversata su ciascuno di noi, dal momento del Calvario fino al Cenacolo nella Pentecoste. Se è vero che Maria è Madre di Dio lo è anche di ciascuno di noi e veramente la dobbiamo considerare la nostra Mamma celeste.

Quanto è grande la sua fecondità! Da quel “sé” iniziale a Nazareth è scaturita una fecondità che arriva ai giorni nostri: Maria tuttora ci sta portando a Gesù, sta collaborando con Lui perché noi viviamo in Cristo e con Cristo ogni giorno. Ecco la fecondità che voi sposi siete chiamati a rivivere con Maria: generare Cristo nella vostra relazione di amore. Come disse Papa Francesco: “A tal punto, che possiamo dire che è più discepola che Madre. Quella segnalazione, alle nozze di Cana: Maria dice “Fate quello che Lui vi dirà”. Sempre segnala Cristo; ne è la prima discepola” (Udienza, 24 marzo 2021).

Alla luce di questo, anche voi siete chiamati a segnalare Cristo. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna nella Genesi e li ha uniti in matrimonio disse: “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1, 28). La prima fecondità, quindi, è generare Cristo nel coniuge, cioè essere strumento dell’amore di Dio per lui o per lei. Questo implica essere persone profondamente unite a Gesù, allo Sposo, in modo da testimoniare il suo Amore, la sua Misericordia, il suo Perdono con la vita. Così facendo voi coniugi sarete il mezzo di cui il Signore ha bisogno perché vi possiate donare un amore colmo di Dio.

Da qui si genera la fecondità nei figli, nello stesso modo i vostri figli potranno toccare una Presenza che vive in voi e riceveranno un annuncio di fede tramite i vostri gesti concreti e semplici di ogni giorno. E da qui ancora l’amore di Cristo in voi diventa fecondo per chi vi incontra, generando figli e figlie spirituali, oltre i legami famigliari e di sangue.

Cari sposi, vi auguro ogni benedizione per il nuovo anno in modo da essere ancora più fecondi di quanto non lo siate stati nel 2022. Vorrei tanto che nei vostri cuori arda il desiderio di esserlo, cioè di portare Cristo nel vostro cuore e dal vostro cuore attorno a voi. Non esiste cosa più bella che generare vita secondo Dio, è la vera fecondità che il tempo non può cancellare ma che dura per sempre.

ANTONIO E LUISA

Vorrei soffermarmi su una frase di padre Luca: da qui si genera la fecondità nei figli, nello stesso modo i vostri figli potranno toccare una Presenza che vive in voi e riceveranno un annuncio di fede tramite i vostri gesti concreti e semplici di ogni giorno. I nostri figli non hanno bisogno solo di un papà e di una mamma che vogliono loro bene, ma hanno bisogno di vedere che papà e mamma si vogliono bene. Dio è presente nella coppia di sposi e i nostri figli possono vederlo. Come? In tutti i gesti di tenerezza e di cura che noi sposi ci doniamo reciprocamente e che doniamo a loro.

Il Te deum per gli sposi.

SIMONA E ANDREA

Oggi a Roma splende il sole non sembra neanche di essere in inverno, anche quest’anno sono a casa con l’influenza. Lo stare sola, perché Andrea lavora, non mi pesa troppo anzi mi è di ispirazione per entrare nel deserto che conduce al Te deum. Abito di fronte al Vaticano tanto vicino che dalle finestre godo della stessa visuale del nostro Papa emerito Benedetto XVI. Il caro Papa emerito, mi chiedo come stia, chissà come si sente in questi giorni in cui i fedeli di tutto il mondo sono preoccupati per le sue condizioni (è arrivata in fase di pubblicazione la triste notizia della sua nascita al cielo). La parte più bella dello stare male, almeno per me, è questa, il godere delle ore che passano lente, senza fretta, un tempo che mi aiutano a ripercorrere l’anno che sta per terminare.

Di solito non ho l’abitudine di dividere le cose belle dalle cose brutte, perché ho imparato che anche le cose brutte hanno dentro di sé qualcosa di fecondo e di particolare. A livello matrimoniale questo indubbiamente è stato il secondo Natale vissuto in pace, senza stress, un Natale di armonia e sintonia, di vera unione. Durante i nostri sei anni di matrimonio arrivare a questa pace domestica non è stato per nulla semplice. E’ stata una grande impresa, una semina continua, anche quando il terreno era pieno di erbacce ed era arido, sembrava non dare frutto. Già solo per questo c’è da rendere grazie a Dio. Ho ripensato alle cose belle che ci sono capitate, agli incontri fatti durante l’anno, a tutte le persone, alle famiglie e ai giovani che con la nostra associazione Abramo e Sara stiamo accompagnando e aiutando. Sono cose che ti dimostrano ancora di più che di nostro c’è veramente poco, c’è stata solo la nostra adesione a questa chiamata di Dio, a questo progetto pensato appositamente per noi. Per alcuni siamo matti, siamo dei pazzi, non ci capiscono, ma a noi poco importa. In fondo Gesù stesso era il primo ad essere deriso mentre evangelizzava. Per alcuni siamo diventati scomodi perché diciamo le cose senza tanti giri di parole. Cerchiamo di andare dritti alla meta, ma in fondo non faceva così anche il Maestro nell’annunciare la Verità? Era semplice e diretto.

È stato un anno dove come moglie e marito ci siamo uniti ancora di più. L’unione nel matrimonio ci ha reso più forti nel superare le varie tempeste, alluvioni e catastrofi varie. È stato l’anno che ci ha visto compiere delle scelte sempre insieme a Dio, cercando di comprendere la Sua volontà. Ad esempio la scelta di mettere radici in una comunità parrocchiale, così come lo scegliere di dedicarci ad Abramo e Sara, all’Oratorio che è già una Casa Famiglia a cielo aperto, rinunciando al volontariato in Casa Famiglia. L’arte del discernimento lo si impara stando in adorazione, chiedendo sempre tramite la preghiera: cosa vuoi che io faccia per aiutarti? È stato l’anno più bello in assoluto perché siamo ritornati a godere della messa in presenza insieme. Spesso capitava che per lavoro Andrea non riusciva a seguire la messa con me. Invece fortunatamente siamo tornati in coppia alla messa delle 10:30 che è anche la messa dei bambini che seguo come catechista. La messa insieme è un appuntamento importante, ricordatevelo sempre, può prevenire molti litigi. È stato un anno dove abbiamo visto come il nostro dolore sia sbocciato in un bellissimo ramo di una pianta di rose, proprio come le rose di Santa Rita da Cascia. Nulla è impossibile a Dio. Non so cosa ci riserverà il prossimo anno, ma siamo pronti ad accoglierlo con l’aiuto di Dio. Che è un esperto nel portare la Croce.

Vi lasciamo con una nostra preghiera: Grazie per tenderci la mano nei sentieri bui e nei tratti di strada dove ci sono pietre che sono difficili da scavalcare, grazie per le giornate in cui sembra che non ci sei accanto ma è nell’ostinazione nel seguirti che è il bello del cammino, grazie per gli amici che ci hai donato e grazie anche per le persone che fanno fatica a capirci ma è proprio grazie alla loro presenza che si prosegue ancora di più nel cammino da te segnato, grazie per la famiglia che ci hai donato, grazie perché anche nei dubbi hai sempre lasciato dei segni nel sentiero per seguirti, grazie per aver creduto in noi sposi quando ancora noi stessi non credevamo nella bellezza del matrimonio, grazie perché ti comporti da padre amandoci in libertà, quella libertà che ci rende figli di Dio e ci aiuta a tirare fuori il meglio di noi, grazie per il dono della vita. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp.

ANTONIO E LUISA

Approfitto dell’invito di Simona che mi ha chiesto di condividere con lei questo articolo. Il mio personale grazie lo rivolgo a Dio non solo per le tante cose belle. Per mia moglie, per i miei figli, per gli amici, per il mio lavoro. Per tutti questo ringrazio ogni giorno. Oggi voglio dire un grazie per qualcosa che di solito faccio più fatica a ringraziare. Grazie Dio per le mie difficoltà e fragilità. E’ importante fare fatica, è importante scontrarsi con situazioni dalle quali si esce perdenti. La vita è fatta anche di fallimenti. Ogni fallimento è stato un’occasione per fare esperienza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Ogni fallimento mi ha avvicinato a Dio forse più dei successi e delle attestazioni di stima. Grazie Dio perchè hai scelto di starmi accanto anche quest’anno.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /51

(Il sacerdote, rivolto all’altare, dice sottovoce:) Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna. (E con riverenza si comunica al Corpo di Cristo. Poi prende il calice e dice sottovoce:) Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna. (E con riverenza si comunica al Sangue di Cristo. Mentre il sacerdote si comunica al Corpo di Cristo, si inizia il Canto di comunione o si proclama l’antifona. Il sacerdote prende poi la patena o la pisside e si reca verso i comunicandi. Nel presentare a ognuno l’ostia, la tiene alquanto sollevata e dice:) Il Corpo di Cristo. (Il comunicando risponde:) Amen. (E riceve la comunione. Nello stesso modo si comporta il diacono quando distribuisce la comunione. Quando si distribuisce la comunione sotto le due specie, si osservi il rito indicato nell’Ordinamento Generale del Messale Romano, nn. 28ı-287. Terminata la distribuzione della comunione, il sacerdote, o il diacono, o l’accolito, alla credenza o a lato dell’altare, purifica la patena sul calice e quindi il calice. Mentre purifica la patena e il calice, il sacerdote dice sottovoce:) Il sacramento ricevuto con la bocca sia accolto con purezza nel nostro spirito, o Signore, e il dono a noi fatto nel tempo ci sia rimedio per la vita eterna. (Poi il sacerdote può tornare alla sede. Secondo l’opportunità, si può osservare il sacro silenzio per un tempo conveniente, oppure cantare un salmo o un altro canto di lode o un inno. Poi, stando alla sede o all’altare, il sacerdote, rivolto al popolo, dice a mani giunte:) Preghiamo. (E tutti, insieme con il sacerdote, pregano per qualche momento in silenzio, a meno che sia già stato osservato subito dopo la comunione. Poi il sacerdote, con le braccia allargate, dice l’Orazione dopo la comunione. L’Orazione dopo la comunione termina con la conclusione breve: – se è rivolta al Padre:) Per Cristo nostro Signore. (– se è rivolta al Padre, ma alla fine di essa si fa menzione del Figlio:) Egli vive e regna nei secoli dei secoli. (– se è rivolta al Figlio:) Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. (Il popolo acclama:) Amen.

Mentre ci addentriamo ancora un poco nel mistero della comunione abbiamo voluto continuare comunque la lettura del Messale che si riferisce proprio a questo momento delicato e meraviglioso; quelle del Messale sono indicazioni che non hanno bisogno di commenti ma indicano come vivere questa realtà grande, poiché la forma è sostanza nonostante questa verità venga continuamente disattesa o, peggio, ignorata, oltraggiata e vilipesa. Nell’articolo precedente abbiamo messo in luce come ricevere il Signore col nostro corpo e poi nel nostro cuore/spirito/anima sia un mistero che assomiglia un poco a quando le famiglie ripuliscono casa per un illustre ospite, ma essendo un mistero è una realtà che ci supera perciò le nostre poche righe sono poca cosa così come lo è una scintilla rispetto al fuoco da cui proviene la scintilla stessa.

Per concludere il discorso già iniziato nel precedente articolo dobbiamo doverosamente ribadire (come spiegato nel Catechismo) che NON SI PUO’ ricevere l’eucarestia in stato di peccato mortale o, se volete volgerla al positivo, si PUO’ ricevere l’eucarestia SOLO in stato di grazia, altrimenti si mangia e si beve la propria condanna (cfr 1Cor 11,27-29). Dobbiamo altresì ribadire che lo scopo della Messa non è la comunione, i fini della Messa sono quelli del sacrificio di Gesù sulla Croce, e sono 4 : adorazione (fine latreutico dal greco latrìa = adorazione), azione di grazie ( dal greco eucharistía = ringraziamento), propiziazione (o riparazione o espiazione) ed infine impetrazione (o supplica o richiesta). Questi 4 fini sono quelli che ci insegna il Magistero e come potete notare la comunione non è contemplata, infatti la partecipazione devota alla Messa è sufficiente per assolvere il grave dovere del precetto domenicale da parte dei fedeli, ed in essa la comunione non è un dovere, perché allora è così importante?

Per capirlo dobbiamo fare un piccolo passo indietro per ribadire che la Messa è principalmente azione di Cristo e poi della Chiesa come Sua continuazione nel tempo, ma l’Agnello di Dio è sempre Lui, chi compie le 4 azioni di adorazione, ringraziamento, propiziazione e impetrazione presso il Padre è sempre Lui, perciò la nostra presenza a Messa non aggiunge nulla al Suo sacrificio, ma è un dolce dovere parteciparvi devotamente per ringraziare di tanta misericordia, per adorare il mistero della nostra Redenzione, per impetrare nuove grazie ed espiare le nostre colpe. Assomiglia un po’ a quando in famiglia si guardano e riguardano le vecchie fotografie dei bei tempi passati: non ci si stanca mai ed è sempre bello ricordare affetti, sentimenti, momenti intensi, il nostro passato, la nostra infanzia, i nostri nonni, le persone care… similmente ad ogni Messa è come rivivere l’evento della nostra salvezza, cioè la Croce di Cristo, e dovremmo avere lo stesso atteggiamento di quando si guardano le vecchie fotografie.

La comunione col Suo Corpo ed il Suo Sangue ha lo scopo di renderci partecipi di queste Sue 4 azioni per assumere la Sua forma nella nostra carne, per migliorare la nostra sempre più perfetta adesione al mistero che celebriamo, per divenire sempre più somiglianti a Lui, per essere sempre più “alter Christi”, cioè “altri Cristi” nel mondo, come il metallo fuso che assume la forma della cavità nella quale viene versato, e questa forma per noi è lo stesso Gesù. Se vogliamo perfezionare sempre più la nostra imitazione di Cristo abbiamo bisogno di nutrirci di Lui attraverso le sacre specie consacrate a Messa, e se ne avverte sempre più la necessità man mano che si avanza nel cammino di fede; normalmente nell’esperienza umana avviene che il cibo che noi mangiamo si trasforma in un qualche modo in noi, con l’Eucarestia avviene l’esatto contrario: è questo cibo divino che trasforma noi in Lui, a patto che ci lasciamo trasformare giorno dopo giorno, volta dopo volta.

Il giovane Carlo Acutis ha sapientemente descritto così la sua esperienza della comunione eucaristica: l’Eucarestia è la mia autostrada per il Cielo! Imitiamo questo santo contemporaneo e non sprechiamo le grazie che il Signore ha già pronte per noi nella santa comunione. Continueremo nel prossimo articolo ad approfondire alcuni particolari della Comunione eucaristica.

Giorgio e Valentina.

Testimoni dell’amore che vince il male

Oggi vorrei tornare sull’Angelus di lunedì scorso. Il giorno di Santo Stefano, il giorno dopo Natale. Papa Francesco dice tante cose ma vorrei soffermarmi solo su una parte della sua riflessione, quella che mi ha colpito di più. Il Papa ha affermato:

Perché il Natale non è la fiaba della nascita di un re, ma è la venuta del Salvatore, che ci libera dal male prendendo su di sé il nostro male: l’egoismo, il peccato, la morte. Questo è il nostro male: l’egoismo che portiamo dentro, il peccato, perché siamo tutti peccatori, e la morte. E i martiri sono i più simili a Gesù. Infatti, la parola martire significa testimone: i martiri sono testimoni, cioè fratelli e sorelle i quali, attraverso le loro vite, ci mostrano Gesù, che ha vinto il male con la misericordia. E anche ai nostri giorni i martiri sono numerosi, più che nei primi tempi. Oggi preghiamo per questi fratelli e sorelle martiri perseguitati, che testimoniano Cristo. Ma ci farà bene domandarci: io testimonio Cristo? E come possiamo migliorare in questo, nel testimoniare meglio Cristo? Ci può aiutare proprio la figura di Santo Stefano.

Un Salvatore che ci libera dal male e dalla morte. L’abbiamo sentito dire tante volte; eppure, è bene soffermarsi su questa verità di fede. E’ fondamentale nella nostra vita ma lo è anche nel nostro matrimonio. Il nostro matrimonio è salvato da Gesù. Non per nulla è un sacramento. Certo se lo vogliamo. Gesù non fa mai le cose da solo, aspetta la nostra aderenza. Non ci forza a volerci bene davvero. Io ne sono molto consapevole di questo. Credo che molto del bene, che riesco a portare nella mia relazione con Luisa, dipenda proprio dal fatto che sono ben consapevole che da solo porterei ben poco bene e tanto egoismo e tanto male. Perchè il peccato originale viene sì cancellato con il battesimo ma resta dentro di noi la concupiscenza. La nostra è una continua lotta tra il nostro egoismo e il desiderio di voler bene alla persona che abbiamo accanto. Per questo è importante essere capace di mettersi a nudo con Gesù e anche con la moglie o il marito. E’ importante accedere ai sacramenti per essere più forti, è importante conoscere cosa è male e cosa è bene e quindi conoscere la morale cattolica ed affidarsi ad un buon direttore spirituale. La morale non è una serie di regole astratte senza senso e ormai sorpassate. La morale ci insegna ad essere pienamente uomo e donna nel dono totale reciproco. E poi è importante saper chiedere scusa all’altro e perdonare l’altro per ricominciare e non lasciare che il male possa distruggere tutto il bene che in tutti i matrimoni validamente celebrati c’è.

I martiri amano come Gesù. Anche questa seconda riflessione del Papa è decisiva. I martiri non sono solo quelli come Santo Stefano che affrontano la morte pur di testimoniare Gesù. Ci sono tantissimi martiri anche nei nostri matrimoni. Lo sono quegli sposi che scelgono di restare fedeli alla promessa anche quando l’altro decide di rifarsi una vita con qualcun’altro. Non è forse quello un amore che vince il male con la misericordia? Sono martiri quegli sposi che sono capaci di accompagnare il coniuge nella malattia e nella disabilità dando tutto e magari non avendo in cambio nulla perchè l’altro nulla può dare. Non è forse quello un amore che vince il male con la misericordia? Sono martiri quegli sposi che non riescono ad avere figli e si sentono defraudati di un loro desiderio. Non per questo rinunciano ad essere fecondi in altro modo riuscendo comunque a testimoniare amore e misericordia. Potrei andare avanti ma mi fermo qui.

Vi lascio con la domanda che lo stesso pontefice ci rilancia: Io testimonio Cristo? E come possiamo migliorare in questo, nel testimoniare meglio Cristo?

Antonio e Luisa

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Jack e Rose del Titanic? Si chiamavano Sebastiano e Argene.

Di recente ci siamo imbattuti in un articolo molto interessante nel quale si raccontava del ritrovamento di ciò che resta dei corpi delle persone morte durante il naufragio del Titanic, avvenuto il 14 aprile 1912. Centodieci anni fa. Questa notizia ha fatto scalpore e causato alcune polemiche. Molti, a nostro parere giustamente, sostengono che il relitto della nave sia ormai un cimitero e che i morti che riposano in quel relitto sommerso non vadano disturbati. Non vogliamo però occuparci di questo ma di una storia riguardante una famiglia italiana che è stata colpita direttamente dal naufragio. Ci siamo imbattuti in un’intervista fatta alla Signora Salvata Del Carlo, al momento dell’intervista era l’ultima superstite italiana al naufragio del Titanic (la signora è morta nel 2008 a 96 anni). All’epoca dei fatti era solo una bimba nella pancia della mamma. Lei quindi era su quella nave ma non poteva certo ricordare nulla. Ha raccontato quanto a lei stessa i suoi parenti le hanno riportato, cioè la stupenda storia d’amore della sua mamma Argene e del suo papà Sebastiano.

I due si erano conosciuti durante una festa di paese, erano entrambi originari della provincia di Lucca e abitavano in due paesini vicini. Secondo il racconto di Salvata, papà Sebastiano aveva subito sentito nel cuore che Argene era la donna giusta per lui. Si sposano il 20 gennaio 1912 proprio il giorno di San Sebastiano. Lui aveva 29 anni e lei 26. Una coppia come tante, e come tante persone del tempo Sebastiano emigrò negli Stati Uniti dove trovò subito lavoro. Sembrava tutto andare per il verso giusto. Sebastiano non vedeva l’ora di riunirsi con la famiglia, quindi, non appena potette, tornò a casa per portare con sé la sua dolce metà che era già in dolce attesa. Lei rimase infatti incinta subito dopo le nozze prima della partenza del marito.

Avrebbero dovuto partire da Genova, il porto a loro più vicino, ma la nave era piena. Sebastiano non si perse d’animo, decise così di fare un regalo a sua moglie. Comprò dei biglietti di seconda classe del Titanic, si proprio la famosa nave, la nave più avanzata tecnicamente e lussuosa di quei tempi, per quello che sarebbe stato il viaggio inaugurale dello stesso transatlantico. Sebastiano non badò a spese per la sua Argene. Pensate che un biglietto di seconda classe costava circa 1000 euro di oggi. Non poco per un emigrante. I due erano sposati da soli quattro mesi e la traversata sul Titanic sarebbe stato il loro viaggio di nozze. Sebastiano pensa inoltre che in seconda classe la sua sposa avrebbe potuto riposare meglio, presa dai malesseri del primo trimestre di gravidanza.

La fatidica notte del 14 aprile 1912, Argene non riusciva a dormire, sentì quindi il forte impatto con l’iceberg che avvenne alle ventitré e quaranta. Spaventatissima, chiese al marito di correre sul ponte superiore per capire cosa fosse successo. Sebastiano in pochi minuti tornò da lei spiegandole, cercando di mantenere la calma, che non c’era un minuto da perdere. Fece indossare ad Argene il giubbetto di salvataggio e riuscì con tutta la sua determinazione a farla salire su una scialuppa con sole donne e bambini. Prima di lasciarla fece in tempo solo a darle un bacio e a rassicurarla. Le disse di non temere e che si sarebbero ritrovati una volta tratti in salvo. Non si videro più. Lui annegò nelle gelate acque dell’oceano. Quel bacio e quell’amore sono però passati alla storia. Perché l’amore di Sebastiano per la propria sposa è affascinante, è davvero un amore più forte della morte di cui narra il Cantico dei Cantici; Argene, una volta che fece ritorno in Italia, dette alla luce quella bambina sopravvissuta al naufragio, che già nel grembo della mamma era stata riempita di amore e cure da quel papà tanto innamorato della sua mamma. La bambina fu chiamata Salvata e scoprirà la sua storia solo all’età di circa venti anni, quando al cinema diedero il primo film sul Titanic. Il figlio di Salvata prenderà poi il nome di Sebastiano, in onore del nonno e per tre generazioni questo nome verrà tramandato ai figli maschi.

Questa vicenda ci ha fatto giungere la riflessione che non abbiamo bisogno di immergerci in nuove ricerche scientifiche analizzando ciò che resta del Titanic sul fondo dell’oceano, perché il messaggio più grande quelle persone c’è lo hanno già lasciato. Non possono dirci nulla di più che non sia la grandezza e la potenza dell’amore sponsale, un amore capace di ispirare addirittura un film per la sua magnificenza! L’amore e la vita di quella bambina in grembo che si è salvata sono l’ultima parola. Sebastiano non esitò un attimo, si sacrificò per salvare la vita di Argene con sua figlia in grembo; non era facile arrivare alle scialuppe, chi ha visto il film con Di Caprio può immaginare la confusione che si generò sui ponti superiori, ma Sebastiano riuscì a farsi spazio fra la folla per mettere in sicurezza non sé stesso, ma la persona che il Padre gli aveva affidato. Probabilmente sapeva anche che non si sarebbero più rivisti, ma fece di tutto affinché sua moglie non si dovesse preoccupare per lui in quelle condizioni estreme. Ricorda davvero Gesù sulla croce. Gesù che non pensa a sé stesso ma pensa a Maria e Giovanni. Ecco l’amore sponsale autentico è come quello di Gesù. Per questo è tanto affascinante.

Quante volte noi sposi abbiamo la tendenza a pensare a tutto quello che abbiamo fatto e facciamo per l’altro, soprattutto quando non ci sentiamo ricompensati, nel caso di questa coppia l’amore non è stato pesato, ma solo vissuto alla luce di Cristo che per primo si è sacrificato per il nostro bene più grande.

Alessandra e Riccardo

Il matrimonio non è una fiaba ma è la nostra vita

I magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto,
dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio.

Il Vangelo della liturgia di oggi ci offre il racconto della fuga in Egitto della Santa Famiglia. Giuseppe prende con sé Maria e il piccolo Gesù, raccoglie pochi oggetti che possono essere loro utili, e parte verso l’Egitto, attraversa il deserto, compiendo a ritroso il cammino attraverso cui Mosè condusse gli Ebrei verso la Terra Promessa. Comprendete quanti spunti interessanti per noi sposi cristiani ci siano in questo breve racconto? Cercherò di mettere in evidenza i più evidenti.

Il matrimonio come Terra Promessa. Primo grande fraintendimento. Tanti giovani si sposano perchè credono che con il matrimonio tutto andrà bene. Che problemi e sofferenze saranno cancellati da Gesù che diventa parte integrante della relazione sponsale. Altrimenti cosa mi sposo a fare? Il matrimonio è la conclusione di una bella fiaba: è vissero felici e contenti. Non è esattamente così. Giuseppe ci riporta alla dura realtà. Il matrimonio non cancella imprevisti, ingiustizie, male, difficoltà, sofferenza. Non lo ha fatto neanche per Giuseppe e Maria che erano santissimi e avevano in mezzo a loro quel Dio bambino che si era fatto carne. Lo potevano toccare, abbracciare, baciare e averlo sempre tra loro. Eppure non hanno avuto una vita matrimoniale facile. Fin da subito hanno dovuto affrontare le incertezze della vita e la cattiveria di alcune persone. Siamo pronti anche noi ad accogliere tutto nel nostro matrimonio? D’altronde la promessa matrimoniale è chiara. La Chiesa non ci prende in giro: io Antonio, accolgo te, Luisa, come mia sposa. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita. Non sono cancellati dolore e malattia ma con la grazia di Cristo ci viene promesso che potremo affrontare ogni situazione. Noi promettiamo e Gesù lo fa con noi. Il matrimonio diventa così esso stesso un viaggio verso la Terra Promessa. Come? Lo spiego nel secondo punto.

Il deserto come occasione di crescita. Giuseppe, come abbiamo letto, deve fare i bagagli, prendere moglie e figlio, e scappare in tutta fretta verso l’Egitto. Deve quindi attraversare il deserto verso un Paese straniero. Il deserto è necessario per tutti. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza.  Nel deserto facciamo i conti con le nostre ferite e con i nostri peccati. E’ quindi l’occasione per crescere nella fede e nel nostro matrimonio. L’occasione per passare da un matrimonio concepito come relazione dove prendere e appagare ad una vera comunione d’amore dove donarsi completamente accogliendo la nostra povertà e quella dell’altro. Il matrimonio ci insegna la sola cosa che davvero dobbiamo imparare in questa vita: io sono felice quando riesco a rendere felice l’altro, quando mi dono all’altro, quando sono capace di sacrificio per l’altro. La promessa matrimoniale, che è una promessa nostra di donarci completamente, diventa così promessa di Dio di farci trovare la felicità. Che non è la gioia ebete e superficiale di certe caricature di cristiani, ma è la pace che viene dalla pienezza di vita e di senso che si riesce a sperimentare. La felicità dei santi. La perfetta letizia di san Francesco che riesce ad essere lieto in ogni situazione, anche la più difficile.

Antonio e Luisa

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Ristrutturiamo ?

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 1,1-4) Figlioli miei, quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi -, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

Oggi la Chiesa celebra la festa di San Giovanni Apostolo, ecco perché ci fa leggere i suoi scritti che sono sempre molto densi ed impegnativi, ma d’altronde stiamo parlando del “discepolo amato”, colui che forse più di tutti riusciva ad entrare in intimità col Maestro, tanto che Pietro durante l’Ultima Cena fa un cenno a lui affinché intenerisca Gesù circa la questione del traditore; anche Leonardo da Vinci ritrae Pietro che domanda a Giovanni di fare da tramite presso Gesù nel suo famosissimo quadro dell’Ultima Cena.

Sembrerebbero dei particolari di poco conto per leggere la Parola di Dio, ed invece sono di grande aiuto proprio nella comprensione non tanto del testo quanto della sostanza di ciò che ci vuole dire Giovanni. E’ pur vero che la Parola di Dio rimane tale e non perde di importanza, ma se a raccontarci alcune verità è proprio colui che osò appoggiarsi al petto di Gesù in quell’Ultima Cena, allora va da sé che la testimonianza conferma (se casomai ci fosse bisogno) la veridicità dei Vangeli e come significato nascosto ci fa intuire che queste parole vanno a toccare l’intimità di Gesù, poiché le scrive chi ha conosciuto un po’ più da vicino quei pensieri che albergavano il cuore e la mente del Maestro.

La Chiesa di fronte al Natale ci fa contemplare la duplice natura di Gesù Cristo attraverso preghiere, rituali, letture dall’Antico e dal Nuovo Testamento; essa non vuole che dimentichiamo mai che siamo di fronte al grande Mistero dell’Incarnazione del Verbo eterno del Padre, e quindi ci dona letture e preghiere che parlano della natura umana di Gesù e altrettante che parlano della Sua natura divina. Ribadiamo che la nostra fede crede che Gesù non sia un semidio oppure un super-uomo con attributi divini, quasi fosse una specie di Ercole, ma in Lui sussistono le due nature: quella umana e quella divina, cioè Gesù è 100% uomo (tranne il peccato) e 100% Dio. La lettura di oggi è un tipico esempio dove non ci si stanca di raccontare l’esperienza di Gesù con attributi carnali esplicitati nei 5 sensi umani, ma al contempo si dichiara apertamente che Egli è il Figlio di Dio. Per la nostra vita matrimoniale ci sembra più opportuno concentrarsi di più sugli aspetti carnali senza dimenticare che stiamo parlando del Verbo del Padre.

Spesso la vita dei cristiani devoti viene vista come una fede che non ha molto a che fare con la vita concreta… niente di più sbagliato. Al contrario, la vita cristiana, è talmente carnale che anche Dio ha scelto di farsi carne in un preciso momento storico in un preciso popolo che abitava un preciso territorio… nulla lasciato al caso ma tutto pensato nei minimi dettagli. Parlando di questi giorni natalizi con un giovane, ci ha chiesto se fossimo andati a Messa il giorno di Natale perché lui non ce l’ha fatta, ed ha aggiunto che sarebbe andato uno di questi giorni poiché, a suo dire, non è molto importante andare proprio in quel giorno ma l’importante è presentarsi al cospetto di Dio all’interno del periodo natalizio senza dare troppa importanza ad un giorno piuttosto che ad un altro.

Purtroppo questa mentalità ha preso piede in ampia parte del popolo italiano riducendo il cristianesimo a qualche formuletta da recitare alla bell’e meglio quando ce la si sente. Siccome è duro accettare che il cristianesimo è carne vissuta, e che richiede tanto sforzo, abnegazione di sé, rinuncia, sacrificio e rigore (non rigorismo fine a se stesso)… allora lo si snobba relegandolo a smielato sentimento religioso sperando così di prenderne le distanze ed affrancarsi dal duro lavoro della santità. Cari sposi, anche San Giovanni ci testimonia che il rapporto con Gesù ha a che fare con la carne : “abbiamo veduto, … sentito, … visto…toccato con mani ” e se c’è una vocazione che ce la si gioca proprio con la carne, essa è sicuramente il matrimonio. Gli sposi hanno la possibilità di sperimentare con i propri sensi l’incontro con Gesù, e di essere l’uno per l’altra le mani di Gesù, gli occhi di Gesù, l’abbraccio di Gesù, il perdono di Gesù…ecc… ma perché tutto ciò diventi realtà c’è bisogno del lavoro quotidiano su se stessi, c’è bisogno della nostra personale e quotidiana conversione, affinché il Verbo si faccia carne anche dentro la carne del nostro matrimonio.

Coraggio sposi, non è mai troppo tardi per mettere mano alla ristrutturazione del nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

Buon Natale di salvezza

E’ mattina. E’ il 25 dicembre del 2022. Anche quest’anno è arrivato il Natale. Il Natale arriva tutti gli anni. Sempre uguale. Il Natale è sempre lo stesso ma io no. Io accolgo questo giorno sempre in modo diverso. E’ mattina. Sono le sette. Fa freddo, per le strade non c’è in giro nessuno. Io sono già fuori perchè devo portare a passeggio il cane di casa. La mattina tocca a me. Eppure questo silenzio, questo freddo mi fa sentire tutta la solitudine della nostra vita.

Sono giorni che sto vivendo come in attesa. Non la solita attesa del Natale ma qualcosa di più profondo. Ho tutto. Ho una moglie fantastica che amo ogni giorno di più, ho dei figli che mi sembrano essere sereni seppur nelle difficoltà della loro adolescenza, ho un lavoro che mi permette di vivere senza lussi ma anche senza preoccupazioni economiche. Eppure ho un’inquietudine che non mi lascia la pace nel cuore.

Ripenso all’omelia del nostro parroco ieri notte, durante la Messa, e do un nome a quel malessere che mi rode dentro. Il mio cuore ha bisogno di salvezza. Ho bisogno di dare salvezza alla mia vita ma in modo molto concreto. Ho bisogno di dare un senso a tutto, in particolare alla mia quotidianità. Altrimenti rischio di perdere tutto. Perchè alla fine stare in famiglia, stare con mia moglie e con i miei figli diventa qualcosa di anche bello, che sul momento scalda il cuore e mi fa sentire vivo, ma poi non lascia nulla se non un bel ricordo. Allora arriva quel bimbo tanto piccolo e sembra inutile. Ma è quello che fa tutta la differenza del mondo.

Il parroco ha usato un paragone che spiega molto bene quello che voglio dire. Gesù è come il comando salva sul nostro PC. Quel comando che ci permette di salvare i file che racchiudono il nostro lavoro. Quel comando che ci permette di non perdere tutto quello che abbiamo fatto fino ad ora. Guardate il caso. Quel comanda si chiama salva. Esattamente come Gesù che salva. Ecco! La spiegazione alla mia pesantezza di questi giorni è racchiusa in questo significato. Ho bisogno di salvezza. Ho bisogno di Gesù che mi permette di non perdere tutto quello che ho fatto fino ad ora, che mi permetta di dare un senso alle cose belle e brutte della vita. Ho bisogno di salvezza che mi permette di non aver paura di perdere le persone che ho accanto perchè Gesù è quello che salva loro e me e permette di non perderci per l’eternità.

Sono convinto che non importa come stiamo, cosa abbiamo. se siamo ricchi o poveri, nella gioia o nel dolore, nella salute o nella malattia. Qualsiasi sia la nostra situaziozione tutti, senza alcuna eccezione, abbiamo bisogno di salvezza. Prima ce ne rendiamo conto e prima troveremo quel senso che non sempre siamo capaci di dare. Concludo con una frase che mi è piaciuta molto di don Manuel Belli, conosciuto sui social attraverso il suo canale Scherzi da prete. Don Manuel dice: il Natale non ci rende tutti più buoni ma ci rende tutti più salvi. E’ esattamente così. Buon Natale di salvezza a tutti. Perchè il Natale se non serve a prendere coscienza che abbiamo bisogno di essere salvati non serve assolutamente a nulla.

Antonio e Luisa

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Voglio vivere con te

Cari sposi,

circa un secolo fa, uno sperduto paese dell’Alaska, Nome, fu lo scenario di un impresa passata alla storia come la “corsa del siero”. In pieno inverno artico, con temperature attorno ai -40 gradi e venti tempestosi, quel piccolo centro fu colpito da un’epidemia di difterite, soprattutto nei bambini. Una malattia spaventosa, per noi grazie a Dio oramai debellata ma che all’epoca causava ancora tante morti. Il medico del paese aveva esaurito le antitossine in grado di curare l’infezione e dinanzi all’aumento dei casi, l’unica soluzione fu un disperato radiotelegramma alle principali città dello stato, chiedendo immediatamente l’invio di medicinali.

Tra le diverse opzioni di recapito, la più “veloce” fu una staffetta di slitte trainate da cani ma la distanza tra l’ospedale più rifornito e Nome era di quasi 1100 km, in pratica quasi la lunghezza dell’Italia. Gli staffettisti sfidarono temperature ai limiti della resistenza umana, sferzati da venti di oltre 100 km/h, attraversarono quasi sempre al buio fiumi e mare ghiacciati, passarono per foreste piene di lupi e orsi, valicarono passi di montagna e ripide scoscese, il tutto per salvare le vite di tanti bambini gravemente malati, in un’estenuante corsa contro il tempo. Leggendario poi fu contributo dell’ultima staffetta, Gunnar Kaasen con il suo cane guida Balto, i quali superarono abilmente le peggiori condizioni climatiche di quei giorni e riuscirono comunque a consegnare il pacco con i medicinali dopo percorrendo quella distanza enorme in sole 127 ore. Il bilancio dell’impresa fu da bollettino di guerra: parti del corpo congelate, ferite e fratture da caduta, cani morti per sfinimento… ma era valso per una nobilissima causa.

Per quanto bello e commovente, una storia così impallidisce davanti al Natale. Quanto accaduto quella notte in una grotta di Betlemme ha un valore infinitamente superiore: il Figlio di Dio ha varcato una distanza infinita, nientemeno che la “distanza” tra Dio e una creatura, pur di essere con noi. Cari sposi, vi auguro, in questo Natale e nei giorni che seguiranno fino all’Epifania, di guardare con questo sguardo a Gesù nella culla. “Quanta strada hai fatto pur di raggiungermi, quanto hai faticato per essere qui davanti a me, quanto ti è costato incarnarti e diventare uno come me!”. Non tanto uno sguardo sentimentale ma di saper cogliere il suo profondo significato. Sono pensieri semplici ma nel fondo veri, esprimono il senso dell’Incarnazione che è quello di “venire ad abitare in mezzo a noi” (cfr. Gv 1, 14). Per questo Gesù vuole dirci con il Natale: “Voglio vivere sempre con te, voglio restare nella tua vita, sono qui con te per rimanerci sempre”.

E pensare che voi siete così vicini a Lui! Perché voi “significate e partecipate il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa” (cfr. Lumen Gentium 11), cioè voi il vostro amore e la vostra storia attingono e si innestano in quell’amore che ha spinto Gesù a venire tra noi. Quindi, che il Suo Cuore ardente di desiderio di essere dono per ciascuno di noi, sia anche il vostro! Che il vostro amore nuziale diventi pane spezzato, un regalo per tante persone che ancora non conoscono Gesù.

ANTONIO E LUISA

Tutto è iniziato con il sì di Maria. Così anche il nostro matrimonio è cominciato con il nostro sì. Padre Luca ci ha ricordato che il Natale ci dice che Gesù abita non solo la nostra vita ma anche il nostro matrimonio. Per accoglierlo c’è bisogno del nostro sì. Il  sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita, poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria.  Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì. Solo così il Natale avrà davvero un significato per noi.

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Le nozze del Figlio di Dio sono la sua Incarnazione

Cari sposi,

siamo arrivati alla Vigilia di Natale. Mi auguro che abbiate vissuto o vi siate sforzati di vivere un buon Avvento. Come ci siamo detti fin dal suo inizio, è stato un periodo difficile per concentrarsi, per vivere il silenzio e la meditazione tra tutti i preparativi vari. Ma l’importante adesso è che siamo qua davanti al presepe. Siccome sarete ancora tanto indaffarati oggi e domani ho pensato a un breve articolo in cui vorrei mostrarvi ancora una volta il profondo senso nuziale del Natale. A prima vista sembrerebbe di no ma il titolo di questo articolo non è farina del mio sacco bensì parte della Tradizione della Chiesa. Ecco una parola autorevole di un grande papa e padre della Chiesa:

Le nozze del Figlio di Dio sono la sua incarnazione… Dio Padre dispose queste nozze per il Figlio quando volle che questi si unisse alla natura umana nel grembo della Vergine e che, Dio prima dei secoli, si facesse uomo alla fine dei secoli… Possiamo dunque dire apertamente e con sicurezza che il Padre dispose le nozze per il Figlio Re quando unì a lui la Santa Chiesa nel mistero dell’Incarnazione” (Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli, II, XXXVIII, 3).

Vale a dire: Gesù è lo Sposo che prende in moglie la nostra umanità, cioè ciascuno di noi, la Chiesa tutta intera. Il Natale non è che l’inizio perché il termine ultimo sarà quando tu, io, ciascuno di noi, potremo “consumare il matrimonio” in quell’unione totale che sarà la vita eterna, in cui Dio sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28).

È un mistero che ci sorpassa ma solo si può contemplare con la stessa ammirazione e solennità dei Magi a Betlemme! Un mistero davanti al quale inchinarsi interiormente e con tutta l’anima. Questo vuol dire che voi sposi portate nel vostro amore e nella vostra relazione questo rapporto nuziale; che siete l’estensione e il prolungamento, ovunque vi troviate, di quelle Nozze Eterne! Come vorrei che poteste sorprendervi di un dono così grande che il Signore vi ha fatto! E magari Gesù vi conceda il dono delle lacrime dinanzi a una così grande bellezza e grandezza che si è “incarnata” nel vostro matrimonio.

Possa lo stupore degli astanti alla Grotta di Betlemme essere anche il vostro nel contemplare il dono di Amore che Lui ha posto nelle vostre mani.

Padre Luca Frontali

Vocazione o autorealizzazione?

Qualche tempo fa, leggendo un libro, non ricordo ora il titolo, mi ha colpito una riflessione dell’autrice. Non era un testo specifico sul matrimonio, ma c’erano diversi spunti interessanti. Non ci avevo mai pensato, ma vocazione e autorealizzazione possono sembrare solo in apparenza due parole che indicano la stessa cosa. In realtà possono essere molto diverse e fare tutta la differenza del mondo poi nel nostro matrimonio.

Noi ci sposiamo per vocazione o per autorealizzarci? Dove sta la differenza? La vocazione implica un noi, una relazione, uno scambio, un mettere al centro la relazione stessa e non me stesso. L’autorealizzazione mette al centro me stesso e non la relazione, non l’altro. La relazione, e di conseguenza l’altro, diventa funzionale alla mia autorealizzazione. Capite bene che così non funziona. Che così siamo completamente fuori da ogni verità sull’amore. Ciò che salva, che mi salva, non è la mia autorealizzazione, ma la mia capacità di comprendere e di entrare fino in fondo nella mia vocazione.

La vocazione ti spinge a fare posto dentro di te, ti spinge a donarti, ti spinge all’empatia, ti spinge a condividere gioie e dolori della persona che hai accanto, ti aiuta a combattere l’egoismo. L’autorealizzazione nulla di tutto questo. L’autorealizzazione ti spinge solo ad usare chi hai accanto. Ti porta a buttare quella persona quando non sarà più capace di darti quello che vuoi. Nell’autorealizzazione non c’è nulla di amore ma c’è solo uno sguardo ripiegato su di sè.

Metterò ora in evidenza alcuni diversi atteggiamenti del cuore di chi vuole autorealizzarsi e di chi invece cerca di amare in una vocazione sincera.

La promessa del per sempre. Questa è una grande prima diversità. Chi si vuole autorealizzare nel matrimonio dovrebbe essere coerente e non sposarsi in chiesa. Sono troppo cattivo? No per nulla, solo realista. Chi si vuole autorealizzare non può promettere il per sempre. La relazione sarà costantemente messa sotto esame. Se stare con quella persona non mi dà quello che cerco oppure se trovo qualcuno che mi fa stare meglio devo avere tutto il diritto di cambiare. E’ stato bello ma tanti saluti e buona vita. E i figli? I figli desiderano dei genitori felici e realizzati e capiranno! Capite il centro sono sempre e solo io. In questa modalità non c’è amore. Non c’è la capacità di farsi pane spezzato per l’altro. Questa modalità di amare non mi cambia e non mi fa crescere e maturare. Chi vuole invece realizzare la propria vocazione, sa che in quella promessa può trovare senso e pace. Perchè amare dando tutto di te, senza chiedere nulla, è il modo di amare di Cristo e nel dono puoi trovare chi sei davvero e fare esperienza di Gesù nella tua vita. Restare fedele alla promessa nella gioia e nel dolore permette a te di crescere e alla persona che hai accanto di sperimentare l’amore gratuito di Gesù.

Passione o amore? Altra differenza fondamentale. Chi si vuole autorealizzare mette al centro, di tutto il matrimonio, la passione e il sentimento. Cosa c’è di male? Non c’è nulla di male a desiderare che nel matrimonio si possa mantenere passione e sentimento. Ciò che non va affatto bene è farci influenzare da questa parte più emotiva. Perchè poi diventa un cane che si morde la coda. Quando il vino verrà a mancare cosa si fa? Si smette di curare la relazione? Ci si ignora oppure ci si rivolge all’altro solo per la lista della spesa? Comprendete la menzogna che c’è dietro questo significato che possiamo dare all’amore? Quando c’è passione facciamo fuoco e fiamme. Fuoco di paglia però! Un fuoco che si può spegnere facilmente e poi? Chi vive il matrimonio come vocazione è capace di andare oltre. Sa che i momenti in cui la passione latita sono quelli in cui deve donarsi ancora di più all’altro. Perchè l’amore va curato e nutrito come una piccola pianta. Se non bagno spesso la piantina in casa poi questa muore. Stessa cosa vale per il matrimonio. Mi devo donare che ne abbia voglia o meno. Questa modalità è quella vincente perchè l’altro si sente amato per quello che è e non per quello che fa (quindi sarà riconoscente) e la passione sarà stimolata dall’intimità che non faremo mai cessare.

Un’ultima puntualizzazione. Non si nasce imparati. Io mi sono sposato probabilmente con un’idea più vicina all’autorealizzazione che alla vocazione. Poi, però, con il tempo, se non ti tiri indietro e ci provi a dare tutto, il matrimonio ti cambia, poco alla volta, ma radicalmente. Se ora ho capito qual è la mia vocazione devo solo dire grazie a Dio e a Luisa che mi ha sostenuto e sopportato in questi anni.

Antonio e Luisa

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L’ anima mia magnifica il Signore.

SIMONA E ANDREA

Nel preparare l’ articolo in questi giorni mi sono chiesta quante volte nella mia vita ho cantato così di gioia come Maria per il Signore? Voi ve lo siete mai chiesti? Il tempo di Avvento porta sempre dentro di sé delle domande per aiutarci a compiere dei passi avanti nel cammino di fede, e il vangelo di oggi ne è un esempio.

Chiudiamo gli occhi per un attimo e immaginiamo la scena: Maria è in dialogo con sua cugina e dal cuore di Maria sgorgano parole di amore verso il Signore. Nel Magnificat è racchiusa anche la nostra storia. Racchiude le promesse di amore di Dio per il Suo popolo, verso di noi. C’è un legame, una relazione, un tu ed un io. Un legame cresciuto anche con la preghiera. Ripensando a questo ultimo anno della mia vita mi sono resa conto che indubbiamente Dio ci è sempre stato accanto anche nel nostro matrimonio. Lo si vede e lo si avverte. Più si avanza nella preghiera e più ci si rende conto del legame che diviene ogni volta più forte.

Nel leggere alcune frasi del Magnificat ho ripensato ad alcuni periodi bui e difficili del nostro matrimonio, come ad esempio quando eravamo nella sofferenza per non avere avuto un figlio. Ho pensato al versetto ha ricolmato di beni gli affamati. Ho sentito proprio come se parlasse a noi. Non siamo genitori biologici ma siamo “ricchi” di figli non nostri, che ci riempiono ugualmente la vita. Ognuno di noi credo, leggendo quel versetto possa sentirsi coinvolto. Volutamente lasciamo l’ articolo aperto alle vostre meditazioni, scrutatevi dentro. Vi diamo un suggerimento: approfittate di questi pochi giorni che ci separano dal Natale per pensare al Magnificat nel vostro matrimonio e confessatevi. La confessione è un grande supporto nell’interpretare il Magnificat della nostra vita. A presto. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp.

ANTONIO E LUISA

Sono stato colpito dallo stesso versetto che ha toccato Simona. Stavo scrivendo anche io un articolo quando Simona mi ha contattato. Abbiamo così deciso di proporre un articolo condiviso. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Dio quindi è vendicativo? Disprezza i ricchi e non dà nulla a quella gente? Non li riconosce più come figli? Nulla di tutto questo. Dio ama ogni persona che sia essa ricca o povera. Vorrebbe dare tutto a tutti. Tanto che Gesù è morto per ognuno di noi. Questi versetti dicono altro. I ricchi se ne vanno a mani vuote perchè sono loro a volerlo. Prendo l’esempio di Simona. Se lei ed Andrea si fossero posti davanti a Dio con la loro idea, con le loro pretese, sarebbero tornati a mani vuote. Non avrebbero ottenuto quel figlio che chiedevano e quindi si sarebbero sentiti poveri e abbandonati da Dio. Invece si sono presentati poveri, con l’intenzione di affidare a Dio la loro sofferenza ma senza alcuna pretesa. Si sono messi lì in ascolto e hanno compreso la volontà del Padre. Dio non gli ha dato comunque quel figlio ma li ha resi fecondi in un modo bellissimo che li ha fatti sentire ricchi. Esattamente come Maria hanno saputo dire il loro sì e tutto si è trasformato in una meravigliosa avventura che li condurrà dove Dio vorrà e dove loro si lasceranno condurre.

La bellezza di Dio nella differenza

Un argomento che ritorna spesso nei social e nelle discussioni con le figlie è quello riguardante il maschile e femminile. Un po’ li capisco questi giovani, vivono in un mondo davvero strano, a volte mi sembra di essere in una società distopica dove anche le cose più normali e naturali vengono alterate. Questa è anche la conseguenza della famosa finestra di Overton: un’idea sbagliata viene alla fine accettata senza problemi, se fatta “digerire un po’ alla volta”. Quindi non destano più scalpore ad esempio due donne che si baciano su una panchina di un parco giochi, oppure due uomini che partecipano come coppia ad un quiz televisivo. Se poi provi a dire qualcosa, subito arriva la replica: Se si vogliono bene, che male c’è? Vivi ancora nel Medioevo. A parte il fatto che il Medioevo è uno dei miei periodi storici preferiti (con Dante e Giotto patrimonio dell’umanità, costruivano cattedrali che sono ancora in piedi e non capannoni industriali come oggi), per capire se una cosa è male o bene, è indispensabile guardare cosa ne pensa Dio.

Dio ha creato maschi e femmine, diversi e complementari a Sua immagine e somiglianza, cioè Dio ha scelto fin dall’inizio con che volto vuole farsi conoscere: in altre parole l’uomo e la donna, sposo e sposa rivelano le realtà intime di Dio (solo in seguito viene mostrato completamente il volto di Dio con Gesù). Con il Sacramento del matrimonio i due diventano una carne sola e assomigliano ancora di più a Dio, massima espressione sia del femminile, che del maschile.

Io credo che in questo periodo storico di grande confusione sia quanto mai urgente la missione di noi sposi riguardo all’essere veri maschi e vere femmine: senza esibizionismo, i coniugi dovrebbero gareggiare nell’esaltazione della bellezza del maschile e del femminile, nel farsi belli l’uno per l’altra, cercando di avvicinarsi a quella bellezza che Dio ha visto in noi, prima di creare il cielo e le stelle. Anche noi separati fedeli, se/quando non curiamo il nostro aspetto, cosa che verrebbe naturale, visto che non abbiamo una persona accanto, perdiamo occasioni di testimoniare e di rimandare a Colui che è Il Bello e che ha creato un mondo bellissimo per noi.

Come uomo penso che le donne siano davvero affascinanti! Oltre all’aspetto esteriore, quello che mi attrae è il modo di ragionare, di pensare, i punti di vista diversi, le capacità a me sconosciute: tuttavia, quando mi sono separato, ho passato un periodo in cui avevo un giudizio negativo sul genere femminile, perché ero rimasto tanto deluso e amareggiato. Per fortuna, grazie ad alcune sante donne della Fraternità (Sposi per Sempre), ho curato le mie ferite e ho compreso che non potevo portare la mia esperienza negativa come metro di giudizio per tutte le altre e che, in entrambi i sessi, ci sono persone sante e peccatrici.

E’ spesso il nostro “sentire” che è sbagliato e che dovrebbe essere guarito e non assecondato, come per chi prova attrazione verso persone dello stesso sesso. Io, da solo, come maschio, rappresento solo metà del volto di Dio ed è per questo che quando vengo chiamato a fare una testimonianza, oppure quando devo organizzare degli incontri, chiedo sempre di essere accompagnato da una donna: infatti è solo insieme, uomo e donna che esprimono la pienezza, sotto tutti gli aspetti, dalle parole, alla sensibilità, alle idee e alle emozioni. Così in questa società in cui si cercano le pari opportunità (se uno fa una cosa, allora lo deve fare anche l’altro per non essere inferiore), si è travisato il motivo per cui Dio ci ha fatti diversi: per collaborare insieme e creare così un mondo in cui tutti, dai bambini agli anziani possano vivere felici nell’aiuto reciproco.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Vobis signum

Dal libro del profeta Isaìa (Is 7,10-14) In quei giorni, il Signore parlò ad Àcaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Siamo ormai alle porte del Natale 2022 e l’annuncio dell’Emmanuele da parte della Chiesa si fa sempre più pressante; potrebbe sembrare un invito quasi ossessivo o compulsivo ma non dobbiamo mai dimenticare la fragilità della condizione umana dopo il peccato originale… ci bastano 5 minuti senza Dio per combinare disastri di ogni tipo, ordine e grado, la Chiesa che ci è madre non si stanca di indicarci Colui che è il Salvatore anche di quei 5 minuti disastrosi.

Siamo tornati alla lettura del profeta Isaia, il quale in questo brano sembra dare una risposta un po’ scontrosa ad Acaz, ma in realtà profetizza la venuta del Messia. Sembra una cosa scontata e banale ma questo segno, così viene chiamata l’Incarnazione, non è un segno mandato su richiesta di un uomo, ma è iniziativa di Dio: a voi un segno = vobis signum. Questa è proprio la sostanziale differenza tra il cristianesimo e le altri religioni: le varie religioni sono iniziative umane ma il cristianesimo è iniziativa di Dio.

Il termine “religione” ha a che fare con il verbo religere, cioè intessere rapporti più o meno vincolanti con qualcuno, è infatti un’esigenza della natura umana quella di socializzare, di creare rapporti interpersonali, ma perché? Molte risposte ci vengono dalla scienza che studia la psiche ed il comportamento umano, ma questa scienza ci potrà rispondere forse riguardo al come ma non saprà mai spiegarci il perché, dov’è l’origine, di questo moto interiore dell’uomo.

Ebbene, la risposta la troviamo solo nell’antropologia cristiana, e principalmente sta nel fatto che Dio è unità di amore indissolubile fra tre Persone, il Dio rivelato da Gesù Cristo è eterna comunione di amore, una continua relazione interpersonale; siccome la Bibbia ci ha rivelato che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, ecco che si spiega come l’uomo tenda ad avere continue relazioni interpersonali di amore e non viva senza di esse, senza questa comunione/socialità l’uomo muore. La prima relazione che l’uomo cerca è quella con il proprio Creatore o con un essere/entità che avverte come superiore a se stesso e che dia senso anche alla propria esistenza umana; e tutto questo è ciò che sta alla base della varie religioni: il desiderio di entrare in contatto, di avere un rapporto interpersonale, di intessere relazioni, di religere rapporti con questo sconosciuto essere superiore.

Quindi le religioni sono tentativi più o meno riusciti di religere un rapporto con un dio. Al contrario, il cristianesimo, è un’iniziativa di Dio e NON umana. L’iniziativa è quella che ci viene descritta in questo brano da Isaia: […]la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele… che significa Dio-con-noi.

Quello che ci stiamo preparando a celebrare non è il semplice ricordo di una iniziativa di carattere umano tantomeno la banale nascita di un bambino come tutti gli altri; ci stiamo preparando a celebrare ancora una volta la grande ed unica e rivoluzionaria iniziativa da parte del Padre: l’Incarnazione di Suo Figlio.

Da quando Gesù si è fatto carne, tutto ciò che riguarda l’uomo è degno di grande onore e di grande stima (eccetto il peccato) da parte nostra, se Dio si è fatto carne, allora tutto cambia e tutto può cambiare. Non è una idea strampalata di qualche uomo di buoni desideri, è una iniziativa di Dio in persona. Non celebriamo un’idea, una filosofia di vita, una filantropia, uno stile di vita… al contrario celebriamo Dio fatto carne.

Cari sposi, se Dio si è umiliato ed abbassato a tal punto da assumere la nostra carne, tutto ciò che riguarda la nostra carne deve assumere una realtà divina. Quindi il nostro matrimonio non può essere relegato ad un insieme di equilibri psicologici, non può essere sminuito ad essere un banale “volersi-bene”, nemmeno ad un superficiale “stiamo insieme per farci compagnia” o alcunché di simile. Ma vi pare che il Figlio di Dio abbia fatto tutta quella fatica e si sia umiliato a tal punto da assumere una carne mortale solo per un banale “volersi bene”? Colui che nemmeno i cieli dei cieli riescono a contenere si è umiliato da restare nascosto dentro una carne umana solo per “farci stare bene psicologicamente”? Colui che è Onnipotente ed illimitato ha scelto di “imprigionarsi” in una carne mortale con tutti i limiti che ciò comporta solo perché noi potessimo “farci compagnia”?

Coraggio sposi, che se Dio è con noi (Emmanuele) non possiamo temere nulla. Dio è davvero con noi ed è presente nel nostro matrimonio sacramento. Dio è in mezzo a noi è l’equivalente di dire che la Salvezza è in mezzo a noi poiché Colui che sta nel nostro matrimonio è il Salvatore. Il nostro matrimonio è abitato dal Salvatore! Ma è necessario che la casa dove Lui vuole abitare sia curata nei minimi dettagli e resti sempre pulita e pura. Nessuna religione si è mai sognata di pensare nemmeno per un momento che il proprio dio sia in mezzo (anche nella carne) agli uomini, è una rivelazione del cristianesimo che, abbiamo imparato oggi, non è equiparabile ad una religione, ma è l’incontro vivo con Cristo Gesù, anzi il cristianesimo è Gesù Cristo che sta in mezzo a noi e quindi salva.

Coraggio sposi, anche il matrimonio più scombinato ha una chance con Gesù, ma solo con Lui!

Santo Natale a tutti voi.

Giorgio e Valentina.

Dio parla attraverso i sogni.

Ieri, la liturgia della quarta domenica di Avvento, ci ha offerto il sogno di Giuseppe. Un angelo, messaggero di Dio, è apparso in sogno a Giuseppe e gli ha fatto conoscere la volontà di Dio. I sogni sono spesso usati da Dio per far conoscere la Sua volontà. Mi viene in mente un personaggio del presepe. Un personaggio di quelli minori, ma che non può assolutamente mancare. Si tratta del pastore Benino. Voglio raccontarvi di lui e lo faccio attraverso le parole di un sacerdote di Napoli che ho avuto la grazia di ascoltare. Si, perchè questo personaggio nasce nell’affascinante e centenaria tradizione del presepe napoletano. Benino è il pastore addormentato. Quello sdraiato a terra che sembra disinteressarsi di tutto quello che sta accadendo. Non come gli altri pastori che, avvisati dall’angelo, si incamminano verso la grotta per adorare il Re. Benino è perso nei suoi sogni. Eppure ricopre un ruolo fondamentale. Benino è una delle DUE porte attraverso cui si può entrare nel mondo del presepe. Una è la Parola di Dio e l’altra è proprio il sogno di Benino. Secondo la tradizione napoletana infatti se Benino si svegliasse tutto il preseppe scomparirebbe come accade anche ai nostri sogni quando ci si svegliamo dal sonno. In tutto questo c’è un simbolismo molto profondo. Voglio riprendere solo due aspetti per non appesantire ed allungare troppo questa mia riflessione.

Dio parla attraverso i sogni. Benino dorme attorniato, sempre secondo la tradizione napoletana, da 12 pecore, che rappresentano le 12 tribù di Israele. Dorme e Dio parla ad Israele e ad ognuno di noi. Parla nel sogno di Benino e mostra la Sua volontà. La volontà di farsi come noi per essere accanto a noi, nella nostra storia fatta di carne e di umanità. Fatta di difficoltà, di problemi, di famiglia, di relazione, di gioia e di morte. Attraverso questo sogno diventato realtà Dio ha portato la Sua salvezza nel nostro mondo.

Benino dorme come dormiva Adamo. Il sonno nella Bibbia non simboleggia la sterilità e l’inoperatività. Un po’ come nel nostro proverbio chi dorme non piglia pesci. In realtà nella Bibbia il sonno è spesso un tempo molto fecondo. Dio per creare la donna ha addormentato l’uomo. Questo perchè nella tradizione ebraica assistere a come Dio opera, significa carpire i segreti di ciò che ha fatto. Significa farne cosa nostra. In realtà nella Genesi l’uomo viene addormentato proprio per sottolineare che la donna è diversa da lui, seppur simile. Diversa e misteriosa. Non potrà mai farne cosa sua. Sarà sempre un mistero davanti al quale mostrare rispetto e stupore. Quando l’uomo cerca di impossessarsi della donna e di farne cosa sua, tutto diventa più brutto e più povero. Non c’è più la ricchezza dell’amore. Questo vale anche per il presepe. Quando pensiamo di aver compreso la nascità di Gesù e la Sua incarnazione, riduciamo il tutto alle nostre convinzioni e alle nostre interpretazioni. Ne facciamo cosa nostra. Non è più Dio che parla al nostro cuore, ma ci facciamo un bel soliloquio. Tutto perde bellezza. Dio ci chiede, in questi giorni che precedono il Natale, di sostare davanti al presepe e di contemplare con meraviglia un avvenimento che ha cambiato la storia, che ha cambiato soprattutto la nostra storia personale. Ci chiede di fermarci e di leggere tutta la nostra vita e il nostro matrimonio alla luce di quel bambino che viene custodito da un papà e da una mamma, da una coppia di sposi che si vogliono bene. Pensate che quel bimbo non nasce soltanto a Natale, ma è nato il giorno delle nostre nozze. E’ nato nella nostra relazione sponsale e il nostro noi è diventato Sua dimora. Non fa nulla se non siamo una reggia dove tutto è bello e comodo. Non fa nulla se sentiamo il nostro matrimonio povero e puzzolente come in una stalla. Dio ci abita e ci chiede di custodirlo così, inerme come un bambino, con il nostro amore fatto di impegno e di dono reciproco. Con tutte le nostre povertà. Ci chiede di dare ciò che siamo. Il resto lo farà Lui.

Antonio e Luisa

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Solo nella fede

Cari sposi,

finalmente oggi lasciamo ampio spazio a San Giuseppe, un gigante nella fede da cui tutti dobbiamo imparare sempre come comportarci ed essere autentici cristiani. È estremamente importante tutto ciò perché oggi capiamo che l’Incarnazione del Verbo, la venuta di Gesù al mondo è stata frutto di un vero e proprio consenso matrimoniale, condiviso tra Maria e il suo Sposo.

Ma come? Che dici? Gesù non è il figlio di Maria? Certo, verissimo. Gesù è solo figlio di Maria ma in un certo modo non sarebbe potuto nascere senza il concorso di Giuseppe, il suo padre putativo che ne ha curato l’educazione e di cui si è preso cura per tanti anni. Ora vi spiego perché è davvero così e quanto questo dica la bellezza del matrimonio cristiano, di cui la Sacra Famiglia, nonostante la sua peculiarità, è esempio e modello.

Abbiamo letto nel Vangelo che, durante una visione notturna, Giuseppe viene rassicurato che quel Bambino è frutto dello Spirito Santo. A tale riguardo è bene fare una piccola premessa: nel mondo ebraico di venti secoli fa, il concetto di Spirito Santo era alquanto diverso dal nostro odierno. È vero che letteralmente esiste l’espressione “Spirito Santo”, difatti è presente nella Tanakh il Ruach haQodesh. Tuttavia, secondo una massima rabbinica “la rúach haqódesh ha dieci sinonimi: il proverbio, la metafora, l’enigma, la parola, il detto, la gloria, il comando, l’invettiva profetica, la profezia e la visione” (Avòth da Rabb Nathàn (ed. Schechter, p. 102 vers. A).

Io mio chiedo: ma il povero Giuseppe cosa avrà capito quando l’angelo gli ha detto di essere incinta dello Spirito Santo? A quale delle 10 accezioni si stava riferendo…? Un po’ imbarazzante, non trovate? Di conseguenza, quale smarrimento non avrà sentito per giorni e giorni? Quanti sentimenti contrastanti non avrà provato in cuor suo: disistima, tristezza, sospetto, ira, gelosia…? Quanto ci è vicino Giuseppe in tale circostanza, quanto ci ritroviamo pure noi in situazioni che ci sconcertano, ci avviliscono, ci tolgono la speranza e la serenità nel domani! Ecco perché è patrono della Chiesa, perché ci può ben capire nei nostri tanti problemi e difficoltà per averli vissuti in prima persona.

Tuttavia, Lui è andato oltre. In che senso? Lui è non è rimasto impantanato in uno stato mentale ed emotivo avverso e negativo. È andato oltre perché si è fidato di Dio e anche lui, come Maria, ha detto “sì”, si è lanciato nelle braccia amorevoli del Padre e ha espresso il suo consenso a sua moglie, forse tra le lacrime e ancora con qualche titubanza. La bellezza del suo esempio è stato che quel “sì” di Giuseppe ha fatto da contraltare al “fiat” di Maria nell’Annunciazione e i due “sì” hanno dato vita, nella fede, a Gesù. Mi piace riportare un commento su questo vangelo del Servo di Dio, don Oreste Benzi:

È la fedeltà radicale a Cristo che ci porta anche alle azioni più grandi, alle più clamorose; è il sì che abbiamo detto al Signore che produce la sua incarnazione!” (cfr. Pane Quotidiano, novembre-dicembre 2016, Edizioni Sempre).

Solo in questa fede si può comprendere la vera natura del matrimonio cristiano: è una vera e propria una ri-attualizzazione del Mistero dell’Incarnazione, come ben spiega San Giovanni Paolo II:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza” (Familiaris Consortio, 13).

È qui che si coglie il profondo legame che sussiste tra il Natale e il sacramento del matrimonio. Questo significa che solo nella fede voi sposi vi renderete conto davvero di chi siete, cosa avete celebrato dinanzi all’altare e soprattutto quale realtà umano-divina condividete ogni giorno nella vostra vita ordinaria. I vostri piccoli o grandi gesti di fede, con cui condite la quotidianità, possono rendere presente l’amore di Cristo, la sua dolce Presenza tra di voi e attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Comprendere quanto ci ha così sapientemente scritto padre Luca nel suo commento è fondamentale nel matrimonio. Almeno per me e Luisa lo è stato. Spesso rischiamo di sentirci in un vortice dove abbiamo mille impegni da assolvere ogni giorno. Attenzione che si fa presto a trasformare la famiglia in doveri da assolvere e di conseguenza a sentirla come un peso. Se vogliamo assaporare la bellezza della famiglia anche nella fatica di ogni giorno è importante non solo fare ma fare per amore. Rendere cioè quel servizio o quella attività come modalità per amare le persone amate. Faccio un esempio stupido. Il sabato sera sono sempre stanco morto e non avrei voglia che di sdraiarmi in poltrona o sul letto. Invece è la serata in cui cucino sempre io e non mi pesa. Sapete perchè? Perchè godo nel vedere Luisa che anche lei dopo una settimana pesante si può fermare e guardarsi un film con mia figlia Maria. E’ il loro momento e io sono felice di servirle. Non per forza ma per amore. Il segreto è tutto qui: non per forza ma per amore.

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