Due vite. Qualcosa ti esplode dentro ma tu devi festeggiare

Sanremo è finito da poche ore. Ha vinto Mengoni con la sua bellissima Due vite. Siamo ancora in pieno clima sanremese e stavo pensando di scrivere un articolo proprio sulla canzone di Mengoni e invece tratterò di altro. Infatti non solo padre Luca Frontali ma anche altre persone che leggono il blog mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sul monologo di Chiara Francini.

Cosa dire? Io vi confesso che ero andata a dormire dopo il medley di Paola e Chiara quindi non l’ho ascoltata in diretta, ma l’ho su su Rai Play oggi, dopo che Andrea a colazione tutto entusiasta, visto che la conosce di persona, mi ha detto: la devi ascoltare ha detto cose magnifiche mi sono sentito compreso. Mi ha specificato che il monologo proposto a Sanremo è solo una parte di un suo spettacolo teatrale. L’abbiamo quindi ascoltata insieme diverse volte. Io ho l’abitudine di fare prima una visione complessiva, immagine e parlato, e poi una seconda volta concentrandomi solo sull’audio. Un po’ come si fa quando si è nel confessionale e si ha la grada davanti. Lì vi è l’ascolto vero e reciproco. Senza pregiudizio.

Mi sono ritrovata molto in questo passaggio; quando qualcuno ti dice che è incinta e tu non lo sei mai stata, qualcosa ti esplode dentro, si apre un buco in mezzo agli organi, ma tu devi festeggiare. Ora sicuramente, come è d’ abitudine, chi sale su quel palco il giorno dopo viene riempito di critiche, giudizi, condanne e, il più delle volte, proprio da chi Sanremo non lo guarda. Perché per alcuni non è da cristiani. Ecco io invece lo guardo perché mi piace ascoltare i testi delle canzoni, voglio conoscere ciò che ascoltano i nostri ragazzi per essere in grado di poter dare non solo un giudizio ma eventualmente una direzione. Chiara se avesse fatto il suo discorso in una classica sala parrocchiale, nei gruppi famiglia nel momento delle condivisioni, le sue parole non sarebbero state fuori luogo.

Secondo me ha risvegliato proprio questo: la mancanza di questo tipo di condivisioni nelle nostre parrocchie. Le parole di Chiara sono anche le mie. Io stessa le ho pensate e pronunciate. Credete che chi è che nel pieno del dolore per una mancata gravidanza, per un aborto spontaneo, o per il rimpianto di averci pensato troppo tardi a un figlio, credete che non le ha mai pensate e pronunciate? Io ogni volta che una amica si presentava trionfante con il suo grembo stravitoso ho sempre pensato: come ha fatto in così poco tempo? Si è sposata due mesi fa. Ebbene sì, sono pensieri che bene o male si provano. E’ umano che sia così. La differenza sta che Chiara li ha detti ad alta voce. È stata vera e schietta. Indubbiamente il suo percorso di vita è diverso da quello di ognuno di noi, è diverso da quello mio e di Andrea.

Andrea si è sentito accolto e capito quando Chiara ha ammesso di aver perso del tempo. Il tempo è stato un fattore chiave della nostra crisi matrimoniale. Andrea è cosciente e consapevole che abbiamo rimandato troppo la ricerca di un figlio biologico e ora si ritrova a vivere la pienezza di una paternità diversa. Ma è stato un percorso scoperto all’interno del matrimonio. Abbiamo attraversato l’amarezza e il dolore. La Perdonanza assisiana di qualche estate fa ci è servita proprio a questo: a rinascere a vita nuova . Ascoltando Chiara mi sono tornate alla mente le mie parole quando, nel bel mezzo del dolore, chiedevo a don Francesco: ma posso non averlo questo istinto materno? Talmente era forte il mio dolore non solo emotivo ma anche fisico, e lui mi rispondeva sempre: no non puoi non averlo. Ho faticato un pochino ma poi ho compreso le sue parole, indubbiamente il servizio in Croce Rossa mie è stato utilissimo per questo. Quando ho scoperto la mia chiamata alla Croce Rossa eravamo in piena pandemia.

Il servizio verso il prossimo è stato per me il mezzo per esercitare la mia maternità, è stato quel filo rosso che mi ha ricondotto in chiesa. Per anni, noi che siamo stati senza figli biologici, siamo stati etichettati ” Adulescenti”. E’ vero che vieni considerato di serie B, come quello che non capisce niente di nulla. Quante volte dei genitori ci hanno detto la frase mitica tu non puoi capire, come se avere figli corrispondesse ad avere vinto un premio. Anzi, come spesso dicevo io anni fa ad Andrea, un figlio cos’è il lasciapassare per le vacanze comunitarie della parrocchia?. Se non hai figli vieni quasi messo in attesa come accade al CUP della ASL perché la priorità sono le famiglie con figli.

Potremmo andare avanti ad oltranza su questo argomento, ma le polemiche a noi non interessano e preferiamo l’ascolto e la condivisione. Anzi semmai vi lascio una richiesta: voi che avete figli vi dovete impegnare a spargere speranza verso le coppie che sono ferme nel loro dolore. Noi per primi cerchiamo di seguire la scia luminosa della speranza. Io ho pochissime probabilità di poter dare alla luce un bambino. La gravidanza mi viene presentata al pari di una malattia invalidante e so benissimo che se, a Dio piacendo, dovessi rimanere incinta dovrei stare a letto ferma immobile per mesi, ma sono pronta e preparata per farlo. Qualsiasi cosa accada sono pronta, anche se durasse pochissimo tempo, perché ora so che Dio è custode della vita dal concepimento alla fine, e non dovrò sentirmi in colpa o tantomeno una fallita, se disgraziatamente dovessi perderlo. La vita è fatta di scelte e sentieri, noi come sempre abbiamo intrapreso il sentiero più difficile e, in alcuni momenti, doloroso, ma in fondo si vive per Cristo con Cristo e in Cristo.

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Coppia cristiana, DOCG

Cari sposi,

            la scorsa estate ho realizzato con alcuni confratelli una bella ed impegnativa passeggiata in alta quota sulle Alpi. Il dislivello tra il punto di partenza e di arrivo è stato di oltre 1500 mt e la cima superava abbondantemente i 3000. Il sentiero era abbastanza serpeggiante e in alcune occasioni faceva giri strani sui costoni della vallata, addirittura a momenti scendeva invece di salire. Comunque, solo quando siamo arrivati ad una certa altezza e ci siamo volti indietro, abbiamo realizzato il motivo del percorso così movimentato: chi ha disegnato il sentiero, conosceva bene la zona e tra le varie cose, lo ha fatto passare proprio laddove la roccia era più solida e resistente alle intemperie.

 La situazione, più o meno, si ripete nel vangelo odierno in cui Gesù reinterpreta tutta la Legge di Mosè. Cosa vuol dire che Lui “non abolisce ma porta a compimento”? Fondamentalmente significa che Gesù conferisce il senso vero e proprio alle Dieci Parole, depurandole da quell’alone di Codice Stradale in cui si stavano tramutando.

Una mente umana non sarebbe riuscita a cogliere i motivi ultimi e più profondi sottesi ad ogni comandamento. Ci voleva lo stesso Autore per donarci il perché, il fine, la spiegazione completa. Solo ponendoci nella mente di Dio possiamo capire il senso della nostra vita e, per voi sposi, del vostro matrimonio, proprio come è stato necessario arrivare molto in alto per cogliere la saggezza di chi ha disegnato quel sentiero. Il mainstream ci martella di continuo: Perché l’amore sponsale è solo tra uomo e donna? Chi ha detto che è chiamato alla fecondità? Come mai è indissolubile? Per quale motivo no al divorzio? Chi si è mai inventato ‘sta storia di non usare i contraccettivi? Più o meno questi i quesiti che pullulano nei media…

In fin dei conti tutti i nostri perché, assolutamente legittimi e ammissibili, non troveranno mai una risposta esauriente se non entriamo nella mente e nel cuore di Dio, che ha stabilito ogni cosa con misura, calcolo e peso (Sap 11, 20). Capite quindi quanto sia urgente che voi sposi facciate esperienza della Sapienza infinita di Dio su di voi, che non sia solo un discorso cerebrale ma una convinzione esperienziale. Siete la prova vivente del Mistero Grande a cui ha accennato estasiato San Paolo in Efesini 5. In voi si specchia l’amore trinitario, sebbene coesista con tutti i difetti e limiti personali e di coppia. Il matrimonio sacramentale è, nella mente di Dio, il dono più grande che Egli abbia mai escogitato per due innamorati. In voi sposi si vede nitidamente il senso della restaurazione che Gesù è venuto a compiere. Se il VI e IX comandamento erano una protezione all’amore coniugale da ogni slancio egoista o utilitarista, con Cristo al matrimonio viene dato il vero impulso e spinta affinché giunga a maturazione e sia veramente un dono totale, sincero e mutuo tra coniugi. Cari sposi, con Cristo sì ce la potete fare a vivere quell’aspirazione e desiderio con cui siete partiti nella vostra avventura di amore pochi o molti anni orsono! Come ha detto molto bene Papa Francesco: È davvero un disegno stupendo quello che è insito nel sacramento del Matrimonio! E si attua nella semplicità e anche nella fragilità della condizione umana. Sappiamo bene quante difficoltà e prove conosce la vita di due sposi… L’importante è mantenere vivo il legame con Dio, che è alla base del legame coniugale. E il vero legame è sempre con il Signore (Udienza, 2 aprile 2014).

ANTONIO E LUISA

In questo caso mi sento di portare semplicemente ciò che ho capito nel mio matrimonio con Luisa. Ho imparato ad amare i comandamenti declinati in quella che è tutto l’insegnamento morale della nostra Chiesa. Il matrimonio mi ha permesso di comprendere la bellezza di abbracciare la legge di Dio, una legge che è fatta per rendere le nostre relazioni sempre più autentiche e sempre più piene, in particolare la relazione matrimoniale che è la più profonda e completa di tutte. Il matrimonio mi ha permesso di capire che la legge di Dio è fatta per la nostra gioia e non per frustrarci. I comandamenti non imprigionano ma ci aiutano ad essere davvero liberi di farci dono l’uno per l’altra.

Domenica e famiglia : un connubio possibile / 54

Stiamo ancora riflettendo sul momento della cosiddetta Comunione.

Diveniamo quindi per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi, cioè facciamo da dimora a Gesù… di solito per far sentire a proprio agio l’ospite si dice: “Fai come se fossi a casa tua”, ma se potessimo rivolgere la stessa frase a Gesù e Lui ci prendesse sul serio che cosa farebbe del nostro corpo e del nostro cuore/anima? Siamo così sicuri che si sentirebbe a suo agio tra le impurità del nostro corpo e del nostro cuore?

Il nostro continuo lavoro di sposi è quello di vivere sempre di più e sempre meglio la virtù della castità, la quale ci aiuta a ripulire la casa dove far soggiornare Gesù Eucarestia e lasciarcelo spiritualmente come ospite fisso una volta che le specie consacrate hanno perso gli accidenti del pane e/o del vino. Per aiutarci a vivere meglio questa virtù può essere d’aiuto il pensare ogni giorno alla preparazione della comunione eucaristica della Domenica ; quando siamo presi d’assalto dai nemici della castità possiamo riflettere se cedere a quel gesto o quel pensiero impuro ci permetta di ospitare degnamente Gesù Eucarestia la Domenica… se sorgono dubbi significa che quello è un peccato ed è assolutamente da evitare, perché la coscienza, anche se non ben formata, ci lascia irrequieti col dubbio irrisolto, e questo è un chiaro segnale da prendere in considerazione.

Dovremmo vivere la relazione col nostro coniuge con i frutti della comunione passata e come anelito e preparazione alla comunione futura… se vissuta così, tutta la settimana ha come obiettivo la Messa domenicale e da essa riparte per viverne un’altra. Non può esserci una separazione tra la vita ordinaria e la fede, perché Gesù si è fatto vero uomo, uomo al 100% tranne il peccato, perciò tutto ciò che riguarda l’uomo ha a che fare con la fede e da essa è illuminato, corroborato e santificato; il mondo tende a fare una separazione, a disgregare l’uomo nella sua stessa natura intima, ma l’uomo allontanato da Dio perde senso, vita, nutrimento… è come una lampadina scollegata dalla corrente elettrica, è come un fiume che pretende di essere tale senza una fonte, è come un giorno senza sole, come un quadro anonimo senza autore. E ciò che vale per l’uomo analogamente vale per la famiglia, vale per il matrimonio, vale per la coppia di sposi, senza Dio che si fa carne, che diventa realtà quotidiana, si barcolla come gli ubriachi mossi dai venti del mondo che ci strattona di qua e di là secondo i propri gusti malsani o le proprie mode.

Non possiamo pretendere di amare con lo stile di Dio se non andiamo mai alla fonte di tale amore, che è Dio stesso presente nella Santissima Eucarestia, essa è il nostro alimento speciale, e se La accogliamo con le dovute disposizioni interne ed esterne essa produce nell’anima effetti diversi per ognuno, è un cibo “personalizzato”: se un’anima ha bisogno di pace Essa infonde pace, se un’altra ha bisogno di uno scossone Essa produce scossone, se una terz’anima necessita di coraggio Essa infonde coraggio, se ha bisogno di forza riceve forza per combattere i vizi, se ha bisogno di perseveranza riceve perseveranza per vivere le virtù, ecc… ogni anima è amata in modo personalizzato da Dio, il Quale dispone liberamente dei Suoi beni e dà a ciascuno ciò che serve per il cammino di santità, per ogni momento di ogni anima Dio prepara delle Grazie che poi elargisce a seconda della disposizioni dell’anima stessa, ecco perché ci siamo azzardati a definire l’Eucarestia un cibo “personalizzato”. Più si avanza nel cammino di santità e più si capisce come il momento della Comunione Eucaristica sia il momento privilegiato per chiedere Grazie e crescere nella fede, ma lasciamo che a spiegarcelo sia Santa Teresa d’Avila :

Fino a quando il calore naturale non ha consumato gli accidenti del pane, il buon Gesù è in noi: avviciniamoci a Lui! Se quando era nel mondo guariva gli infermi col semplice tocco delle vesti, come dubitare che, stando in noi personalmente, non abbia a far miracoli se abbiamo fede? (Cammino di perfezione 34,6-8).  […] ci dette in alimento perpetuo la manna di questa sacratissima Umanità. Noi ora la possiamo trovare quando vogliamo, per cui se moriamo di fame è unicamente per colpa nostra. L’anima troverà sempre nel SS. Sacramento, sotto qualsiasi aspetto lo consideri, grandi consolazioni e delizie, e dopo aver cominciato a gustare il Salvatore, non vi saranno prove, persecuzioni e travagli che non sopporterà facilmente (Cammino di perfezione 34,1-2) Quanto a voi, fategli buona compagnia e non vogliate perdere una così bella occasione per trattare dei vostri interessi, come quella che vi si offre dopo la S. Comunione. […] se voi portate il pensiero ad altre cose, non fate conto di Lui e neppur pensate che vi sta nell’anima, come volete che vi si dia a conoscere? Quel tempo è assai prezioso perché allora il Maestro ci istruisce: facciamo d’ascoltare, baciamogli i piedi, riconoscenti per tanta sua degnazione, e supplichiamolo di star sempre con noi. Appena comunicate, chiudete gli occhi del corpo e aprite quelli dell’anima per fissarli in fondo al vostro cuore, dove il Signore è disceso. Vi dico, vi torno a dire e ve lo vorrei ripetere all’infinito, che se vi abituate a questa pratica ogni qualvolta vi accostate alla Comunione, il Signore non si nasconderà mai così totalmente da non manifestarsi con qualcuno di quei molti espedienti che ho detto, in proporzione del vostro desiderio: lo potreste desiderare con tanto ardore da indurlo a manifestarsi del tutto. Ma se noi non facciamo conto di Lui, e lo abbandoniamo appena ricevuto… che volete che faccia? Deve costringerci a guardarlo per potersi manifestare? Non è già per una grande misericordia se ci assicura che Egli è nel SS. Sacramento e vuole che ci crediamo? Ma quanto a mostrarsi svelatamente, a comunicare le sue grandezze e a diffondere i suoi tesori, è desso un favore che non vuol concedere se non a coloro che ne vede molto desiderosi (Cammino di perfezione 34,10.12-13)

Giorgio e Valentina.

L’ipocrisia (e i danni) di una finta castità

Prendo spunto da un film non molto conosciuto di alcuni anni fa. Si tratta di Mustang. Un film crudo, che racconta la vicenda di cinque sorelle turche. Abitano in un piccolo paese a mille chilometri da Istanbul. Hanno perso i genitori e sono cresciute con lo zio e con la nonna. Una cultura islamica conservatrice impone loro uno stile di vita lontano dai loro desideri. Vivono in una società che impone matrimoni combinati, moderazione nel vestire e obbligo di verginità e castità prima del matrimonio. La donna deve essere pura, pudica e virtuosa. Solo la donna. Per l’uomo non vale. E cosa fanno queste ragazze? C’è una scena emblematica di tutta l’ipocrisia che c’è dietro una morale senza sostanza, fatta di regole non comprese e rispettate solo per paura o per dovere. In questa scena, una di loro si apparta con il fidanzato e pur di non perdere la verginità decide di avere un rapporto anale con lui. E’ questa la castità? Mi chiedo a cosa possa servire una scelta del genere. La castità non è quella che esibisce il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte. La castità non è quella delle visite per confermare la verginità. Queste cose, che accadono ancora in alcune parti della Turchia, erano normali anche in Italia fino a metà del secolo scorso. Ora da noi non lo sono più, però la mentalità è rimasta in alcuni di quei già pochi che si decidono per la castità. La castità come abbiamo cercato di raccontare in tante occasioni non è una realtà soltanto fisica, di facciata, ma abbraccia tutta la persona in anima, corpo e cuore. La castità diventa modalità di relazionarsi per essere sempre più dono per l’altro e sempre meno egoisti verso l’altro.

Oggi forse è meglio di sessant’anni fa. Perchè c’è più consapevolezza quando si sceglie la castità. Almeno dovrebbe esserci. E’ una scelta che comporta delle rinunce immediate e oltretutto è derisa da un mondo che non la capisce e che la vede come una inutile privazione. E invece? Non è sempre c’è una vera consapevolezza. Vi porto ad esempio due situazioni in cui vivere la castità nel fidanzamento male ha poi portato grossi problemi nel matrimonio. Sono situazioni reali. Non mi sto inventando niente. Situazioni in cui Luisa ed io ci siamo imbattuti più di una volta. E quando abbiamo accolto la sofferenza di questi giovani sposi la loro domanda era sempre la stessa: perchè nonostante ci siamo impegnati tanto a vivere la castità ora facciamo tanta fatica e non è tutto perfetto?

La castità non serve a coprire dei problemi.

Questa situazione non è per nulla infrequente. Succede soprattutto in quei gruppi anche cattolici che fanno della castità una medaglia. Che magari la ostentano. Sia chiaro non ho nulla contro questi gruppi e contro queste associazioni in cui i ragazzi possono trovare sostegno a vicenda. Dico solo di fare attenzione. Non fate della vostra debolezza e delle vostre ferite una medaglia. Affrontate le vostre difficoltà e non nascondetevi dietro una parvenza di santità. Perchè è solo tale. Non c’è santità in una castità usata come scudo perchè non si è capaci di donarsi attraverso il corpo. Questo accade per tanti motivi: per mancanza di autostima, perchè non c’è un bel rapporto con il proprio corpo, perchè si sono avute esperienze negative, per delle dinamiche anaffettive vissute nella famiglia di origine, per una idea sbagliata e un po’ bigotta della sessualità. I motivi possono essere molteplici e possono sommarsi tra loro. Cosa comporta questo? Vi racconto un’esperienza di una coppia così che ci ha contattato tempo fa. Una volta sposati non hanno più avuto la castità come scusa per rimandare il momento del rapporto e i due sono entrati in crisi. Basta uno dei due che abbia usato la castità come copertura. Difficilmente ci sono dentro entrambi. Ci ha chiamato lei, disperata e incredula, dicendoci che lui non la sfiorava, non la guardava, non la cercava. Lei provava a provocarlo, a mostrarsi attraente e svestita e lui restava al pc senza mostrare interesse. Quelle poche volte che facevano l’amore, o ci provavano, lui lo faceva quasi meccanicamente, veloce, senza preliminari. Sembrava che stesse svolgendo quasi un compito. E lei? Si sentiva smarrita, non desiderata, ignorata. Si sentiva non amata. Ci ha confidato che avrebbe avuto voglia di scappare, che non pensava che il matrimonio poteva essere così difficile. Si aspettava, dopo tutta quella attesa, un momento di unione meraviglioso e invece? Solo freddezza e lontananza. Capite che quella che hanno vissuto non è stata vera castità. E’ stato solo rimandare un problema a dopo il matrimonio. Dove tutto è più difficile poi. Come comprendere se siete dentro questa ipocrisia? E’ importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso come si costruisce una relazione casta? La risposta non è nè nell’astinenza nè nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino una eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre dal collo in su), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza. Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati, perchè il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. 

La castità portata al limite diventa frustrante

Questa è la castità che il nostro padre spirituale chiamava del cane rabbioso. In questa c’eravamo caduti un po’ anche io e Luisa (per colpa mia naturalmente) e poi i primi anni di matrimonio l’abbiamo pagata. Abbiamo dovuto recuperare l’abbandono reciproco. I due non comprendono la bellezza della castità ma ne subiscono le rinunce. Vedono la richiesta della morale cattolica come una legge assurda ma che per paura o per dovere cercano di rispettare. Vivere la castità così cosa comporta? Che la tentazione è forte, c’è desiderio di avere rapporti completi o incompleti, ma ci si controlla. Si arriva sempre al limite. Il limite si sposta sempre più in là. Arrivando fin quasi al rapporto completo e fin quasi all’orgasmo maschile. Che qualche volta arriva non riuscendo lui a controllarsi. Vivendo la castità in questo modo c’è una continua tensione verso l’appagamento sessuale e nel contempo un continuo controllo e frustrazione di questa pulsione. Più il corpo, con tutti i suoi ormoni, con la sua eccitazione e con le sue pulsioni istintive, ci spinge a raggiungere l’orgasmo e più il cervello cerca di controllare e di bloccare questi istinti naturali che si sono ormai innescati. E’ quello che è successo ad una coppia che ci ha scritto alcuni mesi fa. Arrivati al matrimonio i due sposi si sono poi trovati in grossissime difficoltà. Lui, abituato a controllarsi, non riusciva più a lasciarsi andare e a mantenere l’erezione durante la penetrazione. Capite come giocare con la nostra sessualità poi non è così innocuo? Può creare scompensi che poi è difficile riequilibrare. Ora quella coppia sta cercando faticosamente di venirne fuori. Altre volte ci hanno contattato spose che, abituate a trattenersi e a limitare le effusioni del fidanzato, poi nel matrimonio non erano capaci di abbandonarsi, con conseguente difficoltà a trarre piacere dall’intimità e nei casi più gravi a lasciarsi penetrare con irrigidimento dei muscoli della pelvi, insieme a quelli dell’addome e delle cosce (vaginismo). Il controllo mentale diventa così barriera fisica. Capite i danni che questo tipo di finta castità causa poi all’intimità matrimoniale e di conseguenza a tutto il matrimonio.

Quindi la castità va vissuta bene. Per viverla bene va compresa e va capito che questa scelta è migliore per noi, per l’altro e per la relazione. Va quindi vissuta nella continenza e nella volontà di non entrare mai in quello che Alessandra di 5P2P chiama imbuto. Arrivare a quel livello di effusione dove l’eccitazione è ormai partita e dopo fermarla comporta un forte controllo emotivo e psicologico e lascia comunque un senso di frustrazione e di incompiutezza. Tanta tenerezza, ma senza eccitazione sessuale. Semplice no? No non è semplice per nulla. Riuscirci però permette nel matrimonio di vivere una sessualità fantastica. Intimità che resta un percorso da perfezionare e migliorare nel tempo. Quindi non scoraggiatevi se non la vostra non è perfetta. Avete tutto il matrimonio per diventare sempre più bravi e per crescere in piacere e comunione.

Antonio e Luisa

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C’è del vero (non tutto) nel monologo di Chiara

Ho ascoltato con calma stamattina il monologo di Chiara Ferragni a Sanremo. Non ho guardato il festival. Però dopo aver letto alcuni commenti sono rimasto incuriosito e sono andato a cercarlo sul web. Devo dire che non mi è piaciuto tutto. Però ammetto che ho trovato alcuni passaggi che esprimono, a mio avviso, un sentimento autentico. Chiara ha fatto trasparire le vere paure e preoccupazioni di una mamma. Poco importa che sia privilegiata e con tante possibilità in più rispetto alla media. Ho visto la mamma. E mi è piaciuto. Quei due, i Ferragnez, non riesco ad inquadrarli bene. Nei loro messaggi c’è tanta retorica ed ideologia ma spesso ci leggo anche un genuino amore. Vedo certamente tanta contraddizione ma anche delle luci. Vengo ora a un passaggio che mi è piaciuto particolarmente. Dice Chiara:

Diventerai una madre anche tu e sarai sempre la stessa persona, con gli stessi dubbi e le insicurezze di sempre. Anche i tuoi genitori, che ti sembravano infallibili, hanno la consapevolezza a volte di sbagliare. Sarà semplice fare i genitori? Mai. Sarà il lavoro più duro di tutti e l’unica persona che potrà dare un giudizio finale sono i tuoi figli. Ti sentirai quasi sbagliata ad avere altri sogni al di fuori della famiglia. Se farai sempre del tuo meglio per i tuoi figli, togliti il dubbio, forse sei una brava madre, non perfetta, ma brava abbastanza. Un consiglio: celebra sempre i tuoi successi, non sminuirti mai di fronte a nessuno. 

Mi è piaciuta molto questa ammissione di fragilità e nel contempo di forza e di fierezza. E’ proprio così. Lo dico da uomo che è anche marito e papà. Io sono sposato con una donna che lavora. Quando i bambini sono piccoli hanno bisogno soprattutto della mamma. Io posso e devo esserci, devo impegnarmi a fondo per collaborare e dividere i compiti con lei, come è giusto che sia. Ma non sarà mai un impegno al cinquanta per cento La madre c’è dentro di più. C’è dentro tutta: in pensieri, corpo, emozioni, cuore. Tutto! Io ho sempre amato i miei figli ma non ho mai avuto la stessa visceralità di Luisa. Siamo differenti. Poi ci sono i momenti che sembra mollare, che sbrocca, a volte sembra un po’ matta ed è lì che è importante il mio sguardo. Basta poco. Basta un abbraccio, basta dirle quanto è bella. Basta starle vicino accogliendo la sua fragilità. Ha bisogno di essere sostenuta come ne ho bisogno io. Diciamocelo quanto siamo belli sopratutto quando facciamo fatica a vederla questa bellezza appesantiti da carichi che sembrano schiacciarci. Luisa per anni ha sofferto di questa sua incapacità a fare tutto bene. Ad essere moglie, madre ed insegnante al massimo delle sue potenzialità. A qualcosa si deve rinunciare e qualcosa si deve fare per come si può. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento, come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

Ho capito che la mia sposa è bellissima anche se non è perfetta. Lei è bellissima perchè si dona. Si dona a casa e si dona nel lavoro. E’ bellissima quando alla sera non riesce a stare in piedi perchè distrutta da una giornata di lavoro e ancora riesce a mantenere una dolcezza che mi lascia senza parole. Mi piace guardarla, perchè è davvero bella nonostante la stanchezza che le si legge in volto. Una bellezza che forse posso percepire solo io perchè conosco la fatica che le costa dover fare tutto ciò che fa. La bellezza più assoluta e autentica è questa. La bellezza è essere capaci di non perdere la tenerezza e la compassione anche nella fatica di ogni giorno, anche negli impegni che sono tanti. Questa bellezza non teme il tempo che passa, non teme le rughe o le smagliature. E’ bellissima una persona che si consuma d’amore, è affascinante e irradia qualcosa che non viene solo da lei, una luce particolare nello sguardo e nel viso che è riverbero della luce di Dio.

Un’ultima cosa cari sposi: uno dei complimenti più belli che possiamo fare a nostra moglie è dirle quanto ci sentiamo fortunati e felici ad averla come moglie. Anche con tutti i suoi difetti perchè fanno parte di lei che per noi è una meraviglia. Non smettiamo mai di dirglielo. Ce ne ha bisogno.

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Senza figli non c’è la vita……. Anzi ce n’è anche troppa da investire

Quando ho letto l’articolo di Stefano e Anna Lisa, i Cercatori di bellezza, mi ha colpito una frase: senza figli non c’è la vita. Inizialmente ho pensato che se avessi letto questo articolo anni fa, mentre ero nel pieno del dolore per la mancata gravidanza, conoscendomi avrei preso il primo treno per Milano per andare a parlargli. Ma, con la lucidità mentale e a dolore superato, oggi onestamente vi posso dire che nel cercare un figlio l’ultimo dei miei pensieri era l’Inps e gli assegni familiari.

Ultimamente succede che ci sentiamo con Stefano. Ebbene sì! Dovete sapere che tra noi blogger ci si sente e si creano alchimie e sintonie che ci permettono di aiutare meglio voi che leggete. Se stai leggendo è perché magari sei in cerca di un appiglio, di quella parola consolante che ti fa esultare e dire ad alta voce: oh finalmente qualcuno che mi capisce. Io stessa quando leggo quelli di Stefano e Anna Lisa mi diverto un mondo. Iniziare il lunedì con loro è uno spasso.

Ora torniamo a noi. Io e Andrea, come sapete, siamo solo in due, infatti un figlio non resterebbe nel mio grembo anche se dovessimo usare la Super Attack. Essere in due indubbiamente ha i suoi pregi ma anche i suoi difetti. Noi due ultimamente ci sentiamo dire beati voi che non avete figli. Spesso e volentieri ce lo sentiamo dire da chi li ha. si sa, come ci ricordano gli antichi e saggi proverbi dei nostri nonni, che chi ha il pane non ha i denti. In alcune occasioni effettivamente noi per primi abbiamo pensato che la cicogna avesse sbagliato indirizzo di consegna. Nell’articolo Stefano fa notare che ci sono pochi aiuti economici per le famiglie con figli, se escludiamo le confezioni formato famiglia al supermercato. Noi due, ma non perché siamo dei santini da pianerottolo, abbiamo imparato l’acquisto condiviso. Avete presente i campi famiglia, quelli che si fanno con la parrocchia, dove si è in autogestione e devi provvedere a spesa e cucina per 50 persone minimo? Ecco, organizzando quei campi abbiamo imparato a fare così la spesa con i nostri amici che hanno figli ma anche con quelli che non ne hanno. Ci si riunisce e nulla va sprecato.

Sicuramente ciò che è venuto a mancare negli anni, non è tanto la sovvenzione statale, ma proprio il gioco di squadra tra le persone. Indubbiamente la pandemia ha reso tutti tanti piccoli satelliti, ma ci si è dimenticati che abbiamo tutti una stella comune che è Dio. Pensiamo ad esempio alle vacanze o ai ristoranti. Noi ad esempio al mare abbiamo l’abbonamento in prima fila come se avessimo dei figli, di solito la prima fila è uso e costume di cederla e riservarla alle famiglie con bambini, perché come diciamo noi hanno più spazio per creare piste o castelli di sabbia, che puntualmente il mio pallone da volley gli butta giù. Non lo faccio per cattiveria ma semplicemente perché ultimamente in spiaggia c’è poco spazio tra un ombrellone familiare e un altro. Non si pensa a chi ha più di un figlio. Devono magari affittarne due.

Sul fronte ristorazione, sarà che in famiglia abbiamo dei ristoratori, stiamo notando che molti esercizi hanno poco spazio in sala se si entra con passeggini e carrozzine. Io per prima mi sono chiesta alcune volte come avrebbero fatto se fosse entrato un passeggino gemellare. Cosa devono fare i genitori? Aspettare che il bimbo sia capace di fare i primi passi da solo per godere di una semplice pizza fuori? Per noi due ovviamente questi problemi logistici non ci sono ed è per questo che spesso e volentieri diamo il cambio a quei poveri amici stanchi che rischiano di riuscire a parlarsi solamente tra un cambio di pannolino e un omogenizzato. Chi ha figli va sostenuto anche con questi piccoli gesti. Perché spesso e volentieri c’è il rischio che qualche famiglia diventi bimbocentrica e si dimentica dell’importanza del rapporto di coppia. Prevenire è meglio che curare.

Quando ogni tanto qualcuno ci dice beati voi che dormite mi arrabbio un po’. Eh no, perché anche noi non dormiamo sempre tranquilli, anche noi abbiamo il pensiero dei nostri ragazzi (i ragazzi che seguiamo) che sono più grandi e che magari già guidano o che sono all’estero per l’Erasmus e ti chiedi: starà bene? Avrà freddo? L’ultimo, ad esempio, è tornato dalla Turchia che non è certo la spiaggia di Fregene. Un legame genitoriale lo si ha a prescindere se un figlio abiti con te o meno. Che lo hai portato in grembo o meno. Perché alla fine sempre in affidamento da Dio ci è stato donato. Le nostre parole vogliono essere uno sprint per le coppie ferme nel dolore, ma anche per chi è magari incerto se avere un figlio o meno. Buttatevi e rischiate che ne vale la pena. Il nostro padre spirituale ci ha insegnato che si vive senza se e senza ma. Qualcuno che sta su una Croce ci ha amato senza se e senza ma. Siamo tutti una famiglia di famiglie.

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La creazione abbonda.

Dal libro della Gènesi (Gn 1,20-2,4a) Dio disse: «Le acque brùlichino […] E fu sera e fu mattina: quinto giorno. Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie […] Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». E Dio creò l’uomo a sua immagine ; a immagine di Dio lo creò : maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro : «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra». Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba […]. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno. Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando. Queste sono le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.

In questi giorni la Chiesa ci fa rileggere i primi capitoli della Genesi, quelli famosi della Creazione, e oggi ci viene proposta la seconda parte che termina con la creazione dell’uomo (non inteso in senso maschile ma come creatura). In questi duemila anni di magistero ci sono già innumerevoli considerazioni, approfondimenti, prediche, insegnamenti orali e scritti su questi primi capitoli della Bibbia che non possiamo alzare la mano come i primi della classe e dirvi che abbiamo capito tutto noi, per questo vogliamo solo aiutare a mettere a fuoco un aspetto che emerge da questo racconto: l’abbondanza.

Si può notare come l’uomo, in queste pagine della Genesi, sia come la ciliegina sulla torta, ma attenzione a non pensare che il resto della creazione sia di addobbo; non è che il Padre si sia messo a mirare la creazione pensando che mancasse qualcosa, e come fa il prestigiatore quando tira fuori dal cappello il coniglio così abbia tirato fuori dal suo cappello delle idee la creatura umana… no!

Ha pensato fin dall’inizio l’uomo, il quale però necessitava di un posto dove vivere, ecco che allora prima crea l’universo accogliente per poi collocarci finalmente l’uomo.

Se si affronta con calma la lettura di questo brano si può notare come la descrizione delle creature che ne emerge sia quasi meticolosa e non sia solo un banale elenco, assomiglia invece ad una planata dall’alto sulle creature come quelle alle quali ci hanno abituato da qualche tempo ormai i video eseguiti con i droni volanti i quali ci fanno ammirare paesaggi e particolari prima ignoti. Potrebbe anche sembrare un elenco troppo ridondante, esageratamente abbondante, eppure non descrive che una minima parte del mondo creato. Spesso ci si sofferma con le riflessioni sulla frase “… a nostra immagine e somiglianza…” pensando al desiderio di infinito che abbiamo dentro, o alla spinta a vivere rapporti interpersonali con altri poiché anche Dio in sé è comunione di amore fra tre persone, ma quasi mai si mette l’accento sull’abbondanza della Creazione.

Tutto è stato creato per l’uomo, dalle stelle più lontane all’erba del giardino di casa, se ci si ferma un attimo a pensare ci si accorge di quanta abbondanza il Signore abbia usato per pura gratuità nei nostri confronti. Noi non siamo mai andati sull’Himalaya né ci andremo mai e forse non lo vedremo mai dal vivo coi nostri occhi nemmeno da lontano, eppure Dio l’ha creato anche per noi ed è lì; noi non siamo mai stati e mai andremo alle Hawaii eppure esistono… per noi due che abitiamo a Brescia non cambia niente nella nostra vita quotidiana il fatto che esistano l’Himalaya e le Hawaii! Ma Dio ha voluto essere così abbondante perché la creazione è un piccolo riflesso di se stesso, e siccome Lui è infinitamente abbondante ecco allora che ha impresso anche nella Creazione un indizio che richiamasse alla Suo essere abbondante per natura.

E gli sposi? Essi sono chiamati a loro volta a vivere questa abbondanza e a renderla vita concreta attraverso: l’abbondanza della prole, l’abbondanza di gesti di amore concreto, l’abbondanza nell’amicizia, l’abbondanza di gratuità, l’abbondanza di servizio alle molteplici forme di povertà, l’abbondanza nel tempo dedicato all’ascolto del cuore dell’amato/a, l’abbondanza nel sacrificare se stessi per far felice il nostro coniuge, l’abbondanza nell’investire sull’educazione dei figli, l’abbondanza di elemosina, l’abbondanza nella cura dei parenti malati o vecchi, l’abbondanza di tempo nella preghiera… in sintesi siamo chiamati a vivere un matrimonio abbondante di santità… quando ci si ferma a contare non c’è più la gratuità.

Che c’azzecca la gratuità? L’abbondanza e la gratuità vanno a braccetto, non si può definire una realtà abbondante se non c’è gratuità, se ci pensiamo bene è così anche nelle piccole cose umane: notiamo ad esempio che quando riceviamo beni dalle persone che ci amano, spesso la misura è oltre il fabbisogno, per cui tale misura la chiamiamo abbondanza e non viene misurata dal donatore, per cui essa è gratuita; quando definiamo una realtà abbondante significa che supera la reale necessità, e la misura che abbonda è comunque compresa nella realtà stessa perciò è gratuita… gratis e abbondanza vanno di pari passo.

Se potessimo fare un elenco delle grazie ricevute dal Signore non basterebbero 100 fogli, contando solo quelle che conosciamo, se poi nell’elenco potessimo aggiungere quelle che nemmeno conosciamo né sappiamo di aver ricevuto, chissà quanti fogli occorrerebbero! Citiamo solo un paio di grazie: ogni mattina che ci siamo svegliati e ci siamo resi conto di essere ancora vivi è una grazia gratuita del Padre, ogni respiro che facciamo è voluto dal Signore. Provate a contare solo queste due grazie: questa non vi sembra abbondanza?

Coraggio sposi, il matrimonio deve essere la palestra dove si impara a vivere con abbondanza come il Padre, senza misurare tutto come gli avari, ma donando tutto e anche di più con gratuità, allora diventeremo sempre più a somiglianza di Dio.

Giorgio e Valentina.

45° giornata per la vita! Ama e vivi.

Ieri una domenica bella! Bellissima! Una domenica bella come il Natale, dove non c’era spazio per la tristezza, per il grigiore. Ieri si celebrava la vita!

La giornata per la vita non dev’essere volta solo a celebrare l’aspetto della natalità. Tema importante, centrale, radicale. Ma come il Natale non è solo la nascita di un bambino in una mangiatoia ma molto, molto di più. La giornata per la vita riguarda tutti, perché non solo chi è in gravidanza, chi vive la maternità, chi ha vissuto un dolore neonatale deve sentirsi parte di essa. Anche tu, vivi e hai il dovere di vivere e non vivacchiare! Anche tu puoi donare vita, puoi aiutare la vita, puoi incoraggiare la vita, puoi custodire la vita, puoi accogliere la vita. Pensiamo al ruolo dei nonni quando in casa c’è un bambino piccolo. Pensiamo all’importanza delle coppie di amici affianco nel cammino. Pensiamo ai bambini, come hanno bisogno di giocare tra loro per vivere la vita. Pensiamo ai giovani che cercano la bellezza della vita, che vivono l’amore, che si interrogano sulla loro vocazione, che fanno del bene. Pensiamo ai volontari, agli educatori, …Anche tu hai il dovere di prender parte alla vita!

Ma cos’è la vita? Convenite con noi che è qualcosa di importante, un po’ come il cibo o l’acqua. L’uomo ha bisogno di sfamarsi, ha bisogno di bere, ha bisogno di vita e di vivere. Ma io mangio regolarmente, faccio colazione, pranzo, cena… ma vivo? Genero vita? Se la vita è importante come il cibo, forse di più, cosa faccio per la vita? Cos’è la vita? vediamo etimologicamente cosa vuol dire:

Vita: che è da ricondursi alla radice ariana giv- ed, in particolare, al sanscrito g’ivathas = vita, dove la g’ aspirata è stata sostituita dalla v nel latino arcaico vivita che, a sua volta, si è contratta nel latino vita. Per vita si intende lo “stato di attività della sostanza organizzata”. Si dice che la vita sia l’unica bolla di resistenza contro il caos, l’unico sistema capace di mantenere costante il livello di entropia (caos…) al proprio interno. La vita è ciò che ci permette di essere qui ancora oggi a parlare perché qualcuno l’ha donata a noi, perché noi possiamo donarla ad altri. La vita è ciò che non è morto, finito, esaurito, distrutto; la vita è la speranza di un futuro, è immagine di eternità.

Amore e vita si intrecciano, la vita è incatenata all’amore, è unita ad esso e non ci può essere vita se non c’è amore. Ed è folle l’uomo che pretende di vivere senza amare e di amare senza vivere. Impossibile pensare di non amare, poter dire “io non amo”, io non so cosa sia l’amore. Una persona che vive senza amare non riesce a vivere. Una persona che ama senza vivere è fuori natura perché la natura dell’amore è la vita. Cos’è allora la vita se non Amare! La spiegazione di ciò che è vita è racchiusa nell’amore.

Vivi tu? Ami tu? Chi vive ama! E chi ama vive! E crea vita! Proviamo a dircelo in un altro modo:

Vita, parola che illumina, come se fosse lo spazio bianco attorno a tutte queste lettere nere di inchiostro, messo a dura prova nel mondo attuale dalle variabili di un mondo che ci sta togliendo la bellezza dell’amore e del sesso, sue parti vitali. Dove sta la bellezza dell’amare se ho paura di far nascere nuova vita? Come un contadino che ara e lavora la terra ma non vuol vedere nascere il frutto del suo lavoro.

Amore vuol dire etimologicamente SENZA MORTE e quindi VITA. Amore è Vita. La vita è amare e riconoscerci amati, sentirsi amati, e comprendere che la vocazione inscritta nel cuore di ognuno di noi è l’amore, siamo fatti per amare. “L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non l’esperimenta e lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Giovanni Paolo II Redemptor hominis n. 10.)

È meraviglioso amare ed essere amati, ma tale fascino non cresce spontaneamente, richiede un impegno di tutte le energie. Bisogna imparare ad amare con il cuore e con il corpo. Non ami se sei posseduto dal sesso, che brucia in te la vera capacità di amare. Il corpo è mezzo espressivo dell’amore. Non hai amore se sei abbandonato e guidato dai tuoi istinti, intrisi d’egoismo. Non sei libero nel vortice dei sensi, ma posseduto. Solo nella libertà si ama veramente. Dominare l’egoismo e le passioni ad esso legate dovrebbe essere la tua gioia, per far emergere l’autenticità della tua umanità, che è fatta per l’amore.

Solo impegnandoci a comprendere cos’è l’amore diventiamo gaudi, felici, vivi perché l’amore è vita e solo l’amore rende attraente la vita. Possa la giornata di ieri farci riconoscere che è importante celebrare la vita. Possa incoraggiarci ad amare per far crescere la vita intorno a noi. Possa risvegliarci dal nostro sonno in cui viviamo anestetizzati in una vita che non vive. In una vita che vivacchia. In una vita dove i piedi sono in due scarpe. Dove camminiamo ma in una rotatoria dove il bello e il brutto si ripetono ma non si prende mai una direzione. Vivi! Possa risvegliarci dal vivere appoggiati come parassiti ad un altro, o ad un idolo che non ci fa vivere ma ci toglie vita. Vivi! Un santo Papa disse una frase semplice un giorno, ma che forse tutti ricordiamo: Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro!! Abbiamo solo questa vita per vivere! Fanne un capolavoro. Non vivendo esperienze estreme, egoistiche, che nascono dal tuo io. Ma vivendo l’amore!! Abbiamo solo una vita per amare! Il capolavoro lo dipingi se pitturi un quadro -per gli altri!

Ci hai già provato? E sei caduto? Hai fallito? Rialzati subito! Non hai un’altra occasione. Riparti!! Non ti abbiamo detto che era facile fare un capolavoro. Anzi te lo diciamo: è faticoso! Ma per questo sarà stupendo…Concludiamo citando un altro gigante bianco: Fa sì che l’amore unificante sia la tua misura, l’amore durevole la tua sfida, l’amore che si dona la tua missione (Papa Benedetto XVI). Alla prossima: restare vivi!!

Anna e Ste – @Cercatori di bellezza

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Perché il mondo assapori e veda la Comunione

Cari sposi,

nel mio percorso di sacerdote ho ricevuto la bellissima testimonianza di conversione di una donna in carriera, tanti soldi e successo professionale, finché il Signore portò a tutt’altra vita, al servizio dei poveri ed emarginati. Una frase della sua vicenda mi colpì in modo particolare: Quando non conoscevo Gesù, tutto quello che sperimentavo nella mia vita mi sembrava insipido, come non avessi olfatto e gusto. Dopo invece, le stesse cose avevano tutt’altro sapore!

Pensate ai tramonti o albe più impressionanti che ricordate. Quelle tonalità mozzafiato di luce rosea, rossastra, arancione, violacea… in pochi secondi si tramutano in grigiore e oscurità, senza alcuna attrattiva…ed è esattamente lo stesso cielo. Oggi Gesù ci provoca nuovamente. Palando ai destinatari delle beatitudini, il Vangelo della domenica scorsa, Gesù oggi rivolge nuove parole, il punto è la identità di discepoli, chiamati ad essere sale della terra e luce del mondo e sollecita due sensi molto usati: gusto e vista.

Faccio alcune premesse per capire le immagini usate da Gesù. Anzitutto il sale, un elemento assai prezioso nell’antichità, quando non esistevano conservanti né frigoriferi. Era infatti l’unico modo per mantenere i cibi intatti e per questo così ricercato tanto da diventare moneta di scambio, da cui il termine “salario”, ossia lo stipendio nell’antica Roma per i soldati. Ma nella Sacra Scrittura il sale ha anche un valore simbolico, era infatti un elemento di comunione tra alleati, e aggiungere sale all’offerta per i sacrifici significava ribadire il patto di alleanza con Dio come anche la comunione con Lui. Lo si vede chiaramente in due passaggi, Numeri 18,19 e il secondo libro delle Cronache 13,5 in cui si riferisce di una “alleanza di sale”, un patto inviolabile, stipulato davanti al Signore.

Inoltre, riguardo alla luce, essa, la luce simboleggia sia Dio, salvatore del suo popolo (Sal 27,1: 2 Il Signore è mia luce e mia salvezza), come la sua Legge (cf. Sal 119,105: Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino) e in modo particolare il Servo di Jahvé, chiamato proprio “luce del mondo” (cf. Is 42,6: Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni). Per tutti questi significati, Gesù oggi viene a dirci il sale e la luce si devono trovare soprattutto nella vita di chi crede in Lui. Significano la verità, il senso nuovo all’esistenza che i cristiani sono chiamati a donare a chi proprio non vi riesce a trovarlo. E come si applica questo alla vita di coppia?

Sia la luce che il sale sono beni “relazionali” perché sono mezzi e non fini. Noi non vediamo la luce ma tramite la luce e non mangiamo il sale ma lo dosiamo con cura per insaporire le pietanze. Allo stesso modo il matrimonio è un mezzo per raggiungere la comunione con Dio. In questo blog non siamo ossessionati dalle nozze ma abbiamo compreso dal Signore e dalla Chiesa che il sacramento degli sposi è una grazia immensa perché le famiglie, le società, il mondo viva l’unità di cui Gesù è venuto a darci il sommo esempio: perché tutti siano una cosa sola (Gv 17, 21).

Il matrimonio famigliarizza il mondo, cioè è chiamato a dare un tocco di casa, di fraternità, di comunione: “Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere «domestico» il mondo” (Amoris Laetitia, 183)! Ecco il vostro essere sale e luce. Voi stessi ve ne accorgete: l’apporto e il contributo di un matrimonio unito e che ama i propri figli e irradia una vera testimonianza di amore ha un effetto reale e duraturo, anche a distanza di tanti anni.

ANTONIO E LUISA

Padre Bardelli, la nostra guida spirituale per tanti anni, diceva sempre durante i suoi corsi che una coppia di sposi era meglio non si impegnasse nella pastorale familiare senza aver almeno dieci anni di matrimonio. Il senso delle sue parole era chiaro. Noi sposi non evangelizziamo con quello che diciamo se non in minima parte. Certo è importante prepararsi, è importante essere consapevoli di cosa sia il nostro sacramento, ma quello che passa è soprattutto chi siamo. Noi sposi possiamo evangelizzare anche senza dire tante parole. Siamo chiamati a testimoniare ciò che siamo. Siamo una comunione di persone che cercano di amarsi e di perdonarsi ogni giorno. Ho in mente tante coppie della mia parrocchia, dell’associazione di cui facciamo parte e anche tante coppie amiche che sono potentemente evangelizzatrici. Lo fanno vivendo. C’è Ettore, uno sposo che resta fedele al sacramento seppur abbandonato, ci sono Simona e Andrea che sono usciti dalla sofferenza di non poter avere figli ed ora sono fecondi in mille modi, ci sono Giovanni e Caterina che si sono aperti alla vita con sette figli, ci sono Riccardo e Barbara che si donano completamente ai poveri e agli ultimi nella missione. Queste sono coppie che anche senza parlare possono portare luce e sale su questa terra. Fortunatamente ce ne sono tante altre. Coraggio cari sposi, mettiamo un po’ di sale in questo mondo con la nostra vita.

Santa dopo un matrimonio nullo

Vorrei dedicare questo breve articolo a raccontare i tratti della vita di una santa che sicuramente non è mai entrata nel vostro raggio di azione ma la cui storia cela una grande verità e rivela un luminoso esempio per la vostra vocazione nuziale. Oggi la Chiesa venera Santa Giovanna di Valois (1464-1505), prima regina di Francia in quanto moglie di Luigi XII, ritenuto il “padre del popolo francese”. Sebbene di famiglia nobile non ebbe affatto una vita facile, anzi, tutt’altro, la sua esistenza fu costellata di grandi sofferenze che seppe affrontare con grande fede e virtù.

Com’era abitudine all’epoca, fu data in moglie giovanissima, per scelta del padre, a Luigi di Orléans, il futuro re Luigi XII, ed il matrimonio avvenne nel 1476, quando lei contava solo 12 anni. Non ci fu una vera convivenza con il marito, il quale era tutto dedito alla carriera militare e politica. Anzi, ne venne proprio trascurata, complice anche, al dire dei cronisti dell’epoca, i suoi difetti fisici, probabilmente gobba e zoppicante di una gamba.

Quando Luigi di Orléans divenne re con il nome di Luigi XII nel 1498, egli volle ripudiare la moglie Giovanna e scelse la via canonica della nullità. Facendo leva su tutto il suo peso politico, influì sull’esito finale e poté risposarsi con la vedova del suo predecessore, Anna di Bretagna. Per Giovanna a quel punto inizia un nuovo capitolo. Da sempre contraria alla decisione del marito, continuò a dedicarsi in corpo e anima ai poveri e bisognosi, fino a fondare una congregazione religiosa di ispirazione mariana, l’Ordine dell’Annunziata di Bourges.

La santità di Giovanna consistette di un un ardente fede e amore che seppe dirigere anzitutto al marito, nonostante i rifiuti e le umiliazioni ricevute. Diede prova di carità eroica e perdono in occasione della prigionia di Luigi, caduto in disgrazia dinanzi a Carlo VIII. Fu proprio lei a chiedere e ad ottenere dal re di risparmiargli la vita, senza tuttavia che tale gesto, in seguito, abbia mutato l’atteggiamento di Luigi nei suoi confronti.

Il nocciolo di tutta la sua vicenda sta nel fatto che Giovanna ha posto il fondamento della sua vita e della sua fede in Cristo. Sappiamo che è il Battesimo il momento della nostra vera rinascita, in cui la nostra vita si innesta in quella di Dio stesso (cfr. Rm 6, 3, 11). È dal lì che noi riceviamo la forza, l’amore, direi anche l’autostima e il coraggio di vivere con gioia e serenità in ogni situazione di vita. È la prima verità su cui si cementa la nostra vita e sappiamo che Dio è una roccia inamovibile (Sal 17, 3).

Solo su questa verità se ne può costruire un’altra, appunto il matrimonio. Esso è un’alleanza di amore tra due persone che sanno di essere amate da Dio e ne vogliono fare un dono reciproco, per sé e per altri. Il matrimonio deve essere quindi vissuto nella verità, cioè in una retta intenzione ed essendone adatti. La Chiesa nella sua bimillenaria esperienza ha fissato ciò che in cambio rende nullo il sacramento, sebbene sussista una relazione di tipo affettivo-psicologico tra i nubendi. Vi sono infatti 12 impedimenti (cann. 1083-1094), 9 vizi del consenso (cann. 1095-1103) e i difetti di forma (cann. 11041109).

Se viene meno la verità nella relazione sponsale, ci insegna Santa Giovanna, non per questo la vita cristiana perde di senso e valore. Il suo esempio, sebbene ci paia così lontano da noi, al contrario rivela l’importanza di mettere al centro Cristo nella coppia e di vivere nella verità, sempre e comunque, a qualsiasi costo. Cari sposi, la bellezza del matrimonio è anche la sua continua necessità di essere rinnovato liberamente, come recita quella bella preghiera: “Signore, lasciami libero, perché ogni giorno possa di nuovo scegliere Te”. E vale sia per Cristo che per il coniuge.

Padre Luca Frontali

La castità o vale per tutti o non vale per nessuno

Le ultime affermazioni del Papa hanno destato scalpore. Ne approfitto per provocare una riflessione secondo me importante per il futuro cammino della nostra Chiesa. Il Papa ha affermato, durante una recente intervista rilasciata all’Associated Press, che l’omosessualità non è un crimine ma va intesa come peccato. E fino qui mi chiedo dove sia la novità. Specificherei solo che l’omosessualità non è neanche peccato finché non viene esercitata con atti concreti. Eppure il Papa ha dovuto produrre un chiarimento. La necessità di dover chiarire è già assurda. Ma leggiamo il chiarimento di papa Francesco: È un peccato, come qualsiasi atto sessuale al di fuori del matrimonio. Aggiungendo poi che, come altro peccato oggettivo, ogni atto va letto alla luce della storia personale di ognuno di noi. Scrive infatti il Santo Padre: bisogna considerare anche le circostanze, che diminuiscono o annullano la colpa”, perché “sappiamo bene che la morale cattolica, oltre alla materia, valuta la libertà, l’intenzione; e questo, per ogni tipo di peccato. Sintetizzando il Papa ci ricorda la piena avvertenza e il deliberato consenso che debbono accompagnare un peccato affinché questo sia davvero grave.

Mi sembra non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Anzi qualcosa c’è. Il Papa ha messo in evidenza qualcosa di fondamentale. Qualcosa che la Chiesa ultimamente ha colpevolmente lasciato un po’ da parte: la morale sessuale. Non ha senso scandalizzarci per gli atti omosessuali se non riusciamo ad inserirli dentro un contesto più ampio. Il problema non è che due uomini o due donne si diano piacere erotico. Il problema è a monte. Dobbiamo avere il coraggio di inserire questi atti all’interno di tutte le relazioni affettive e sessuali. Siamo davvero convinti che due omosessuali che hanno una relazione stabile e manifestano questo loro affetto attraverso gesti corporei siano più in errore di una coppia etero che dopo una conoscenza superficiale e limitata finisce subito sotto le coperte? Io non ne sono così sicuro. Ed è per questo che le associazioni LGBT cattoliche rivendicano una certa discriminazione. E’ vero. Da questo punto di vista hanno ragione. Infatti il papa non condanna gli atti omosessuali ma perchè fuori dal matrimonio. Matrimonio che non ci può essere tra persone dello stesso sesso ma questo è ovvio.

La Chiesa non può smettere di parlare di castità limitandosi a chiederla solo agli omosessuali. Non funziona neanche puntare sulla paura dell’inferno e del peccato mortale. Il peccato lo si paga già su questa terra. Alla fine peccare non è altro che sbagliare bersaglio, non fare centro nella vita. Accontentarsi di una vita vissuta non fino in fondo. Non riuscire a liberare l’amore che desideriamo dare e ricevere da tutto l’egoismo che abbiamo. Liberarlo dalle ferite che ci condizionano. Alla fine è tutto qui. E’ qui che ci giochiamo una buona fetta della nostra realizzazione e della nostra santità. Qualsiasi sia la nostra condizione: etero o omosessuali, fidanzati o sposati, laici o consacrati. Vale davvero per tutti.

Diciamocelo: tanti pastori non sono più capaci di proporre la castità ad un mondo che non la comprende più. Non vedo una condanna seria contro l’adulterio, contro i rapporti prematrimoniali, contro la masturbazione, contro la contraccezione. Sia chiaro: non contro chi li commette. Condannare certi gesti può piuttosto aiutare ad uscirne chi li commette. Per tanti sacerdoti il sesto comandamento è di fatto cancellato. Non se ne parla quasi. Anche in confessionale tanti sacerdoti tendono a sminuire e considerare meno importanti questi peccati, quasi fossero la normalità e nulla di veramente grave. Nei corsi prematrimoniali è quasi un tabù parlare di castità prematrimoniale ad una platea composta per la maggior parte da coppie conviventi e molte con figli. Un sacerdote a cui voglio bene ebbe a dire un giorno quando sollevai il discorso: se questi fossero peccati gravi l’inferno sarebbe pieno, sei troppo rigido oppure un’altra volta sui rapporti prematrimoniali: i fidanzati che si vogliono bene si fanno le coccole.

Non la penso così. Penso al contrario che questo decadimento sul sesto comandamento abbia ripercussioni negative su tutti gli altri. Il sesto comandamento non a caso è posto tra il quinto e il settimo. Chi commette atti impuri uccide qualcosa dell’altro o ruba qualcosa che non gli appartiene, per egoismo e per interesse personale, non certo per amore. L’adultero non uccide forse il coniuge? Non dà una coltellata nella schiena a chi ha dedicato all’adultero parte della vita? Non uccide forse la persona che l’adultero aveva invece promesso di curare, di rispettare e alla quale avrebbe dovuto donarsi tutti i giorni della vita? Ne conosco tante che sono morte e che ora stanno faticosamente cercando di rinascere grazie a Cristo, ma il loro dolore e la loro sofferenza è ancora un grido che si alza al cielo. Nei rapporti prematrimoniali non si ruba qualcosa di cui ancora non si ha diritto? Si prende il dono totale del corpo dell’amato senza donarsi totalmente nel matrimonio. Si usa l’altro. Si ruba qualcosa che non era per noi, ma per il marito o la moglie che ancora deve venire. E lo si fa solo per il piacere personale trattando l’altro come oggetto, che ci sia la consapevolezza o meno. Nella masturbazione non si ruba forse un piacere destinato a far parte di un piacere ancora più grande e profondo scaturente dall’unione dei corpi degli sposi, dove il piacere sessuale si fonde con un piacere che coinvolge anche spirito e psiche? Il piacere sessuale è un dono di Dio riservato all’unione intima degli sposi. Rubarlo in un gesto carico di egoismo e di ripiegamento non fa che renderci ancora più egoisti e chiusi, incapaci di un vero incontro con l’altro

Quindi, tornando alle considerazioni di papa Francesco, non resta che una constatazione. Se i nostri pastori abbassano le richieste su rapporti prematrimoniali, adulterio e masturbazione lanciano un messaggio chiaro: la sessualità quando è vissuta in un contesto di sentimento, affetto e consensualità va sempre bene. Ora, spiegatemi come si fa a dire di no a una coppia omosessuale che si desidera e crede di amarsi? Non si può, si deve cedere anche con loro. Ed è quello che sta accadendo, purtroppo. La Chiesa è davanti ad un bivio: tornare alla proposta della castità per tutti o cancellare di fatto il sesto comandamento. Sembra che la strada scelta sia la seconda. La conseguenza di questa eventuale scelta? Più sofferenza e meno capacità di amare nella verità e nella pienezza l’altro. Sono d’accordo nel dire che tanti giovani non vogliono accettare la proposta cristiana sulla sessualità umana. Quello che non mi piace è che tanti pastori hanno smesso di far conoscere questa proposta, non danno spazio a coppie di sposi che ne possano parlare e testimoniare la bellezza. Non è possibile che Luisa ed io andiamo a testimoniare la nostra scelta dei metodi naturali (in una delle poche parrocchie che ne parla) e tanti cristiani non sanno neanche cosa siano. Come fanno a sceglierli? Dobbiamo darci tutti una sana svegliata!

Antonio e Luisa

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Apertura alla vita: dono totale!

Oggi vi proponiamo il testo della testimonianza che abbiamo proposto ieri sera ad un corso fidanzati di una parrocchia della nostra diocesi.

Purtroppo, conosciamo le numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo, in cui è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita» (Papa Francesco)

Cosa significa essere aperti alla vita? La Chiesa se lo sta chiedendo da tanto tempo e sono in corso anche adesso tanti confronti e discussioni tra i teologi. L’enciclica Humanae vitae ci ha dato delle coordinate importanti che sono tutt’ora valide. Ecco non siamo qui per fare i teologi o per rubare il mestiere al vostro don. No vi diciamo semplicemente la nostra esperienza, un percorso che ci ha permesso di arrivare a 20 anni di matrimonio ad avere 4 figli e a desiderarci più che all’inizio. Non abbiamo molto tempo e saltiamo tutta la nostra storia fino al matrimonio. Ci siamo sposati nel 2002 vi diciamo solo che abbiamo avuto la grazia, noi la reputiamo tale, di arrivare all’inizio del nostro percorso matrimoniale casti (seppur con alcune cadute) e con la consapevolezza che l’incontro intimo non è solo un gesto fisico che permette di stare bene e di provare un certo piacere ma è soprattutto un gesto sacro con il quale riattualizziamo il nostro matrimonio. Abbiamo compreso poi nel tempo come l’amplesso sia un’opportunità grande attraverso cui possiamo davvero fare un’esperienza di Dio, con le debite proporzioni possiamo fare un’esperienza di comunione talmente forte che è immagine di quella della Trinità. Noi parliamo nei nostri libri di vera liturgia, è la nostra Messa. Il rapporto fisico non è disprezzato dalla chiesa ma al contrario ci chiede di viverlo al meglio per non banalizzarlo e non sprecare questa occasione bellissima di incontrare Dio. Farlo quindi bene e in pienezza. Ci sono tante cose che potremmo dire su come abbiamo lavorato su questo aspetto. So però che avete già avuto modo di ascoltare Emanuele e Luisa in un precedente incontro e quindi ci soffermeremo solo su due punti.

Il primo sono i metodi naturali.

Il primo punto è aprirsi alla vita attraverso la maternità e paternità responsabile, con i metodi naturali. Non siamo insegnanti di questi metodi per cui non entreremo nei dettagli. Vi consigliamo solo di avere una sana curiosità. Di informarvi davvero da chi li insegna, perché, se imparati seriamente, funzionano. Perché, nella nostra esperienza, l’anticoncezionale non ci ha permesso un’apertura alla vita autentica e completa, mentre i metodi naturali sì. Ci siamo chiesti perché la Chiesa ammetta questi metodi mentre gli anticoncezionali no (almeno in linea generale). Alla fine servono alla stessa cosa. Quindi farsi la domanda è lecito. Anzi doveroso. Non siamo più nel tempo in cui si accetta e si obbedisce a una regola solo perché lo dice la Chiesa.  Oggi fortunatamente o malauguratamente, decidete voi, dobbiamo capirne i motivi.  Io e Luisa ci siamo fatti queste domande e abbiamo cercato una risposta. L’abbiamo cercata nei libri, nelle guide spirituali, nel catechismo. Non abbiamo mai trovato una risposta soddisfacente. Abbiamo trovato la risposta facendone esperienza. Quale è questa differenza che nella nostra vita ha fatto tutta la differenza del mondo? La totalità!!!!! Io voglio fare l’amore con Luisa quando so di poterla accogliere completamente in me e lei può accogliermi completamente in lei, con anima corpo cuore. Tutto!!! Vivere bene il rapporto sessuale e migliorarlo significa accogliere il marito o la moglie nella sua totalità. Sapete che si dice consumare il matrimonio. Vi siete mai chiesti perché si usa questo modo di dire. Consumare sembra brutto. In realtà viene dal latino e significa portare a compimento. Diverso dall’altro significato di consumare che è logorare. Portare a compimento il dono totale di noi stessi attraverso il corpo. Questo è possibile attraverso ai metodi naturali La fertilità viene spesso vista come un problema, sia quando non funziona sia quando funziona. In realtà è un dono prezioso, un talento. Escludere questo dono prezioso dal rapporto sessuale, usando metodi contraccettivi, significa che marito e moglie si donano e si accolgono, ma non completamente, non integralmente. E questo si sente! Noi lo sappiamo per esperienza diretta. Quindi è giusto fare 200 figli, figliare come conigli usando un termine di papa Francesco? No, significa che sono pronto ad aspettare per avere tutta Luisa. Lei è sentita amata e si è abbandonata nell’amore a me quando ha compreso che io ero pronto ad aspettare pur di averla tutta. Abbiamo attraversato anche il nostro deserto. Quando è nato il nostro quarto figlio, il primo aveva cinque anni e mezzo e frequentava l’ultimo anno dell’asilo. Non era il momento di avere un quinto figlio, io non sono mai stata tanto brava leggere i segni della fertilità e Antonio soffriva un po’ per la mia eccessiva prudenza.

Diciamo pure che i metodi naturali mi sono sempre costati tanto. Anche prima. Però poi dopo Francesco il nostro quarto la situazione è peggiorata molto. Luisa non è mai stata molto sicura nel capire i messaggi che il suo corpo le inviava. Sapeva usare i metodi, ma non era sicura. Aveva paura. Come lo è in tante altre cose della vita. Talmente insicura che prima del picco, dell’ovulazione era quasi impossibile avere rapporti. Questa situazione mi ha fatto innervosire e ho iniziato ad accusarla e ad essere anche un po’ rancoroso verso di lei. Lei ne soffriva. In realtà avrei dovuto supportarla e invece la accusavo come fosse un problema suo e non nostro. Non l’avevo mai amata davvero. Sembra brutto da dirsi ma era così. L’amavo perché da lei avevo qualcosa. Lei riempiva i miei bisogni affettivi e sessuali. Il mio non era un amore gratuito e incondizionato ma altroché se era condizionato. Condizionato a ciò che potevo avere da lei. Amare così non è amore. Non è quello che promettiamo davanti a Dio almeno. Noi non promettiamo di amare fino a quando l’altro fa qualcosa e ci fa stare bene. No. Nessuna condizione. Pensateci bene. Lei non avrebbe mai voluto usare il preservativo ma ha accettato per me. Mi vedeva troppo arrabbiato. E io ci ho dovuto sbattere il muso. Ho sperimentato come davvero fosse arido il rapporto, come io non la rendessi felice. Sono cose che si percepiscono. Qui ci sarebbe da aprire tutto un capitolo sul dialogo ma non c’è tempo. Parlate di tutto, se qualcosa vi da fastidio tiratelo fuori sempre. Tenersi dentro un disagio, che poi diventa rancore, fa solo male. Possiamo forse fare finta ma sappiamo bene quando il rapporto è stato una vera unione (essere uno) e comunione, un incontro di anima e corpo. Li non c’era tutto questo, Il piacere c’era ma mancava molto del resto. Così anche io ho capito. Ho capito come lei si sentisse usata de non amata. Tutto il nostro percorso ci ha portato pian piano, un passo dopo l’altro verso una scelta sempre più consapevole e aderente alla verità dell’amore.

Abbiamo capito che il metodo naturale è completamente diverso da un anticoncezionale. Ho capito e abbracciato questa scelta perché mi ha fatto bene e non per una imposizione della Chiesa. Imparare un metodo naturale significa innanzitutto crescita personale per la donna che, conoscendo il proprio corpo, è in grado di governarlo. Dio ci ha reso amministratori del creato. Anche del nostro corpo. Ci chiede di governarlo rispettando la sua natura. Per farlo si deve, però, conoscere. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Non dimentichiamo che il metodo naturale è spesso utilizzato non solo per evitare una gravidanza ma anche per ricercarla. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, sono riuscita ad abbandonarmi nella piena fiducia ad Antonio, senza sentirmi usata per questo ma amata. Ed io, Antonio, ho sperimentare un’unione che in nessun altro modo avrei potuto provare. Il metodo naturale aiuta gli sposi (l’uomo in particolare) a mettere il bene dell’altro/a prima del proprio. Mi ha educato al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sé e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere un rapporto quando lo si desidera, piuttosto che avere la forza e l’amore di posticiparlo perché in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fecondità. Una situazione che sembra frustrante a volte. È vero. Per imparare ad amare e per smettere di usare l’altra persona. Ma il gioco vale la candela. Se io mi sono convertito ai metodi naturali non è per paura dell’inferno. L’ho fatto solo perché ho sperimentato come sia molto più bello un dono totale. Gli anticoncezionali dividono mentre i metodi naturali uniscono. La qualità differente di un amore così si percepisce con il tempo. Oggi, dopo diversi anni di matrimonio, l’amplesso tra me e la mia sposa è vero dono e vera accoglienza. Questo non sarebbe mai stato possibile, ne sono sicuro, se avessimo scelto un’altra modalità di vivere questo momento. E qui entriamo nel secondo punto. Difficile accettare i metodi naturali all’inizio, ma poi anche questi momenti di astinenza diventano occasioni per amare in modo gratuito.

IL secondo punto è la corte continua.

Molti di voi già convivono e credo abbiano anche rapporti visto che alcune coppie hanno figli. Quindi potete capire. Lasciamo perdere il momento del fidanzamento in cui c’è tanto tempo, siamo più giovani e abbiamo sempre voglia di fare l’amore (ricor. Nel matrimonio ma anche nella convivenza tutto questo non è più così facile. Non a caso si dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Non è solo colpa del pigiamone di flanella di Luisa. Lei ne ha uno da coniglio che è un anticoncezionale già quello. No, il matrimonio è responsabilità ed impegno. Tante cose a cui pensare: lavoro, casa, figli, conti da far quadrare, preoccupazioni,tasse ecc ecc.  Non abbiamo più la mente così libera e il cervello è il vero organo sessuale che tutti abbiamo. In realtà non partiamo proprio alla pari. Gli uomini hanno la biologia a favore. Noi pensiamo sempre al desiderio in riferimento alla pulsione sessuale. Qualcosa che è legato solo al nostro corpo. Il desiderio sessuale è in realtà generato da tre diverse dimensioni. C’è sicuramente l’aspetto biologico. Il desiderio è molto innescato dagli ormoni. In particolare dal testosterone. Per questo il desiderio prettamente fisico è nettamente maggiore negli uomini. I maschi hanno dieci volte il testosterone delle donne. Questo, care donne, non significa che voi vi dovete sentire meno capaci di amare e di desiderare un rapporto con vostro marito. Siamo differenti. La seconda è culturale ma non mi fermerei su questa. È la terza quella importante, quella che per noi ha fatto la differenza. La relazione di coppia.  È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. E’ li che si gioca la partita della vostra intimità. I preliminari non si limitano ai minuti precedenti il rapporto ma durano sempre. E’ li che vi giocate la partita tra la gioia o il deserto sessuale.  Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata.

La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo, quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non per giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la moglie. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Non è tenerezza ma tenerume. Qualcosa che sa di finto. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.  La corte continua è anche il nostro impegno nel renderci amabili. Cosa significa. Cercare di rendere all’altro facile amarci. Se determinati atteggiamenti le danno fastidio non li devo fare. Se riprenderlo sempre sugli stessi errori lo mortifica non devo farlo. Ciò non significa farci manipolare dall’altro ma scegliere di cambiare delle parti di noi per amore. Non esiste dire io sono fatto così. Serve pazienza e misericordia per i difetti dell’altro ma impegno e costanza per mitigare i nostri. Ora una precisazione fondamentale. I nostri gesti d’amore non debbono per forza essere spontanei. Possono anche costare fatica e magari ci dobbiamo impegnare per ricordarci di fare un complimento o un abbraccio. Ad esempio, a me personalmente dei complimenti non interessa nulla. Per Luisa sono importanti. Io non le dimostrerei mai il mio amore con i complimenti, non mi viene spontaneo. Però quando lei cucina il risotto mi impongo di dirle che è buono. Non perché sia cattivo ma perché istintivamente non ritengo sia importante dirlo. Sono falso? No! Mi sto impegnando, è diverso. Fa parte dei nostri doveri di sposi.

Faccio quello che mi sento, come massima espressione di libertà, è uno dei grandi inganni del nostro tempo. Può avere all’inizio un significato buono, ma poi questo concetto stressato diventa paradossale. È un paradosso perché noi non facciamo tutto quello che ci pare nella nostra vita. Se una persona ci sta antipatica non andiamo a dirglielo o se ci viene voglia di dare un pugno non lo facciamo. Almeno in una convivenza civile dovrebbe essere così. Grazie a Dio non facciamo tutto quello che vogliamo. Siamo capaci di mettere in atto una serie di filtri e di controlli alle nostre azioni e ai nostri comportamenti. Questo in negativo. Vale anche in positivo. Mettiamo in atto delle azioni perché sappiamo che sono giuste e sono coerenti con la vita che abbiamo scelto. Ci capita di parlare con coppie in crisi e quando si arriva a questo punto magari ti rispondono: eh ma se non me la sento? Ok non sentirsela, non ti verrà sempre spontaneo, ma certo che un complimento, una parola dolce, un gesto non fanno male a nessuno. Crediamo che su questo ci si debba comportare un po’ da adulti. La comparazione che a nostro avviso è più calzante si può fare con il lavoro. Noi non abbiamo sempre voglia di andare al lavoro, non lavoriamo sempre spontaneamente. Anche nel lavoro serve a volte sforzo e impegno. Anche nel lavoro capita la mattina che non abbiamo voglia di alzarci. Ci alziamo comunque e facciamo un sorriso ai nostri utenti, colleghi o clienti. Ciò non significa che siamo falsi, ma proprio il fatto di riuscire a farlo sempre determina la nostra qualità professionale. Se io voglio laurearmi non è che posso studiare solo quando ne ho voglia. Non sappiamo perché per questi ambiti siamo tutti d’accordo che sia così mentre per quanto riguarda l’amore no. Per l’amore è la stessa cosa: tu hai fatto una scelta. Se vuoi mantenere questa scelta devi mettere in atto delle azioni sia quando sono spontanee (grazie a Dio quando lo sono), ma le fai anche quando ti costano fatica. Ricordiamolo sempre, su questa cosa ci arrabbiamo anche un po’, che fare il bene fa sempre bene, anche a chi lo fa. Essere gentili addolcisce l’animo, fa bene anche alla circolazione. Anche quando non ce la sentiamo, se facciamo una cosa buona, facendola non perché ci sentiamo degli sfigati ma perché abbiamo scelto un cammino e cerchiamo di essere coerenti, questo ci farà sicuramente bene.

Antonio e Luisa

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Vado a convivere? Significa che non mi fido fino in fondo di Dio

Mi capita spesso di incontrare coppie cristiane che convivono e che poi, forse, dopo anni, decidono anche di sposarsi in chiesa: il problema è che, se non si capisce davvero cosa è il Sacramento del Matrimonio, le cose non cambieranno.

“In fondo, cosa cambia? Meglio provare prima cosa vuol dire vivere sotto lo stesso tetto e vedere come va, se andiamo d’accordo oppure no, poi decideremo…..il lavoro non è sicuro, ci sono tanti problemi, tante incertezze, perché rischiare di commettere errori? Perché impegnarsi in una qualcosa così vincolante, voglio essere libero di poter andarmene quando voglio”.

Il discorso non fa una piega (umanamente) e a dire il vero anch’io un po’ la pensavo così, anche se non sono mai andato a convivere. Ovviamente la scelta di sposarsi deve essere maturata, meditata, pregata nel tempo e spero che i corsi per fidanzati preparino le coppie sempre meglio: la vera libertà è solo quando si fa una scelta definitiva, se rimani davanti a un bivio, vivrai sempre nell’incertezza e non nella pienezza.

Inoltre, lasciando perdere l’aspetto sessuale (e quindi la bellezza di unirsi fisicamente solo il giorno del matrimonio, dopo un fidanzamento casto e vero), credo che la motivazione di fondo dei pensieri riportati sopra, sia la mancanza di fede. Non mi fido di Dio, non credo che qualsiasi cosa succeda, Lui mi aiuterà, mi fido solo delle mie forze e di quello che riesco a fare. Eppure ogni giorno abbiamo fede, ci fidiamo di molte cose: mi fido che la mattina mi sveglierò in salute, mi fido di ritrovare l’auto dove l’ho parcheggiata, mi fido di ricevere lo stipendio questo mese, mi fido dei miei amici, mi fido del mio conto in banca.

Infine c’è una cosa che ho compreso vivendola: non serve a niente fare una “prova” di affinità andando a convivere, perché siamo persone, non oggetti che non cambiano e immutabili nel tempo. Io non sono la persona di ieri e domani non sarò la persona di oggi: ogni giorno facciamo esperienze, incontriamo persone, modifichiamo le nostre idee e convinzioni (anche il nostro corpo muta); non solo, avvenimenti importanti come la nascita di un figlio (o il cambio di un lavoro), alterano completamente gli equilibri e le dinamiche create. Andare a convivere non ha senso, ti dà solo un’istantanea del momento e non ti prepara invece alla sfida di una vita insieme, che si può superare solo crescendo nell’amore reciproco e contemporaneamente verso Dio: più gli sposi si avvicinano a Dio e più si avvicinano tra di sè. E’ necessario un cambio di prospettiva radicale dall’ ”Io” a “Dio”, mettendo da parte anche egoismi e paure: se do la precedenza a Lui, tutte le altre cose acquistano il giusto posto, come un numero formato da tanti “zero” acquista valore solo ci metto il numero “uno” davanti.

In fondo la mia vita non sta nelle mie mani, per quanto mi sforzi non posso controllare gli eventi, non prevedo il futuro e questo lo dico non con rassegnazione o senso d’impotenza, ma con abbandono, fiducia e speranza, come un bambino che si sente al sicuro tra le braccia dei suoi genitori e quando ha paura li stringe ancora più forte. Allora non spaventeranno più le difficoltà, le prove, i periodi bui e anche le separazioni, perché con Dio, comunque vada, sarà un successo!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Galline o aquile ?

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 12,1-4) Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.

Siamo ancora a riflettere su un brano della lettera agli Ebrei, e questa volta lo sguardo di S. Paolo si concentra sulla famosa simbologia della buona battaglia, che è un’immagine eloquente, e ne coglie un aspetto usando un’altra immagine: la corsa. Quando si fa una corsa di solito è preferibile essere leggeri, bisogna essere pieni di energie senza avere lo stomaco ingolfato da una vorace abbuffata, non si corre bene con un sassolino nelle scarpe, bisogna sapere che la corsa avrà un termine, bisogna allenare il corpo e la mente con costanza e perseveranza per resistere alle fatiche e superare gli ostacoli di varia natura, deve essere ben chiaro il punto di arrivo e la meta sicché la corsa acquisti più dignità e senso nel sopportare la fatica.

Portiamo tutte queste realtà nella vita spirituale e capiremo cosa intende l’Apostolo, soprattutto pensiamo al peso da deporre, cioè al peccato. Quale atleta si metterebbe a correre i 100m con un’altra persona aggrappata sulla schiena tipo koala? Nessuno, perché nella più rosea delle previsioni camminerà lentamente, oppure la corsa si limiterà a pochi passi eseguiti con enorme fatica. Analogamente, il cammino spirituale di molti sposi cristiani è frenato dal peccato che è come quel peso caricato sulle spalle.

E la maggior parte di queste persone sono i più vicini alla tonaca del parroco: sono quelli che partecipano a 50 corsi di formazione e di evangelizzazione, partecipano alle catechesi, ai ritiri spirituali, alle veglie di preghiera, pregano tutte le novene, insomma pare che nulla possa impedire loro di essere santi subito, ed invece sentiamo molte testimonianze di come queste persone avvertano di non fare progressi nella vita spirituale e non ne capiscano le cause. La causa è il peso del peccato che frena così tanto il cammino/la corsa fino ad arrestarla. Per correre bene bisogna essere agili e snelli altrimenti è come se il campione dei 100m corresse con uno zaino di 35 chili sulle spalle, va da sé che il podio lo veda solo in fotografia o col cannocchiale.

Molti sposi cristiani pensano che sia sufficiente riempirsi di pratiche religiose per essere ben visti dal Signore, similmente all’atleta che corre con lo stomaco ingolfato da un’abbuffata. Molti altri credono che nella vita sia sufficiente “essere della brave persone“, similmente a chi corre senza una meta, senza un obiettivo ben definito, senza puntare al podio. Ma la Chiesa non si stanca di ripeterci che la nostra prima vocazione è alla santità, ognuno nel proprio stato di vita, la vocazione è la santità e non “essere delle brave persone “, la vocazione è la santità e non un generico ed insignificante “fare del bene agli altri“, la vocazione è la santità e non “riempirsi di pratiche religiose” asettiche che non partono da un cuore amante il Signore, la vocazione è la santità e non un “volersi bene” all’acqua di rose.

Capite? La santità è di più, è molto di più, santità è allenarsi e correre per il podio, non inteso genericamente, ma per il primo posto nel podio, dobbiamo correre per l’oro, non dobbiamo accontentarci del podio semplicemente, dobbiamo volere il massimo, ma è lo stesso che vuole il Signore da noi, ce lo ha ripetuto più volte quando ci ha detto che noi siamo il sale e la luce del mondo, altrimenti avrebbe detto che siamo dei banali insaporitori e non sale, ci avrebbe detto che siamo una lucignolino e non luce. Ci sono molti sposi che non vogliono essere tutti del Signore, ma concedono al Signore questo o quell’aspetto della propria vita, che di solito è il 10% del proprio matrimonio (siamo ottimisti), il resto se lo tengono per sé ritenendosi anche fin troppo generosi nei confronti del Signore. Ma il Signore ci dona tutto e noi come lo ricambiamo?

Il Signore ha pensato per noi proprio quel coniuge fin dall’eternità e ce ne fa dono dimostrando di avere fiducia nelle nostre capacità poiché ci chiede di amarlo noi per Lui, ci chiede di essere Suoi ambasciatori per l’amato/a. Lui ci ha donato l’unico Figlio che aveva, continua a riempirci di grazie che nemmeno conosciamo, e noi lo ricambiamo con così poco? Gli sposi che vogliono correre per l’oro della santità devono abbandonare almeno il peccato mortale, consegnare al Signore il 100% della propria vita, cominciare a vivere una vita virtuosa. La consacrazione matrimoniale chiede tutto ma dona di più.

Cari sposi, la santità è l’obiettivo, la meta è aiutarsi vicendevolmente a diventare santi, primo posto sul podio, non accontentatevi. Certi sposi assomigliano a quell’aquila che viveva come una gallina perché nessuno le aveva detto che lei fosse un’aquila. Coraggio sposi, libriamoci in volo !

Giorgio e Valentina.

Annunciate con gioia la bellezza dell’essere famiglia

È questo il titolo che la nostra diocesi di Milano ha dato alla festa della famiglia 2023. Che c’entra a gennaio la festa della famiglia? Ma la festa della famiglia non è la prima domenica dopo Natale? Di cosa parliamo? Noi siamo della diocesi di Milano, la grande e grossa e particolare diocesi del nord Italia con rito ambrosiano che differisce in alcune collocazioni di date, rispetto alla Chiesa di rito romano. Nulla di esagerato, abbiamo due domeniche in più di avvento e altri piccoli cambiamenti, tra i quali il festeggiare la festa della famiglia l’ultima domenica di gennaio.

Bello il titolo di quest’anno: ci chiama a dire la nostra quali “cercatori di bellezza”. Dove sta la bellezza dell’essere famiglia? È bello sposarsi e avere una famiglia? Dei figli? A guardare le statistiche, i numeri, sembrerebbe di no. Se poi intervistiamo dei giovani, ci accorgiamo che si la scelta della convivenza vince sul matrimonio che oramai è passato di moda. Per costi legati al rinfresco e alla cerimonia? Per paura o per la perdita del significato di indissolubilità, della promessa eterna? Perchè il matrimonio è un laccio indistruttibile, rispetto alla convivenza che invece non imprigiona?
Circa il tema dei figli, ci sono sicuramente le difficoltà economiche, il poco o mancato sostegno politico, economico e sociale. Ma davvero basta tutto questo per decidere di non mettere al mondo la vita? Una vita? Forse c’è qualcosa di più profondo. C’è il nostro non voler morire a noi stessi, il voler conservare molto dei nostri idoli, che non ci fanno vivere il matrimonio come dono d’amore e con esso anche l’avere un figlio, come esperienza bella. Dove sta la bellezza dell’essere famiglia?

La società attorno a noi ha ormai compreso che la famiglia non fa più business, lo fanno invece gli interessi personali. Non è più la famiglia a far girare l’economia della società, molto meglio un single o una coppia senza figli magari carrierista. Hanno più risorse. Possono spendere di più. La società attorno a noi, NON ha compreso che senza famiglia non c’è futuro. Senza figli manca la vita, il domani. Senza famiglia manca la culla dell’amore. Ma che se ne fa un economista che deve trarre il proprio guadagno oggi? Ci è stata un po’ tolta la bellezza dell’essere famiglia. L’attenzione è stata rubata da altro. Non va più di moda. Dove sta la bellezza dell’essere famiglia?

Ci guardiamo allo specchio, io e te, che magari abbiamo scelto di essere famiglia, di sposarci, di fare dei figli. E oggi nel 2023, con una guerra che ci tocca più da vicino rispetto alle altre tante, non meno importanti, guerre sparse qua e là. Con un’inflazione che ha fatto salire il costo di tutto: cibo, benzina, bollette e ogni cosa che c’è da pagare. Non lo stipendio che ricevi. Ci guardiamo allo specchio, la sera in cui litighi con tua moglie, con tuo marito, la sera che i tuoi figli non ti ascoltano, figli piccoli o magari adolescenti con cui non riesci a comunicare, la sera in cui fatichi ad essere sposa, ad essere marito, ad essere padre o madre. Forse te lo domandi anche tu: dov’è la bellezza dell’essere famiglia? È una fatica grossa, grande, essere famiglia. Tante famiglie sono sole, senza nonni o familiari vicini, si son dovuti magari spostare per ragioni lavorative. Tante sono le notti in bianco, nel contratto bimbo che nasce. Tanti sono i sacrifici, le rinunce. I costi sono più alti in ogni ambito. In alcuni hotel o ristoranti, iniziano ad esserci restrizioni ai bambini. Poi ci sono gli impegni dei figli. I gruppi scolastici o parrocchiali, con relativi gruppi whatsapp che attentano al tuo stress. Dov’è la bellezza dell’essere famiglia? Dov’è?

Proviamo a rispondere. Per noi è racchiusa in una parola: Amore! Amore! Questa è la prima grande risposta, enorme. Sembra dire poco, ma in realtà dice tutto. La bellezza dell’essere famiglia sta nell’amore che scorre tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli. È vero, non è sempre così. Ma dobbiamo provare a viverlo. Si fa fatica?! Certo! Amare, è la cosa più difficile di tutte! Possiamo studiare e arrivare ad andare sulla luna ma l’amore è qualcosa di più grande! L’amore è qualcosa di più bello! Faticoso ma allo stesso tempo unico e bellissimo!

Amare è bello! Chi non vive l’amore? Chi non si è mai innamorato? Chi non ricerca la relazione, l’altro per poter donare o ricevere amore? Ripensa a quando da fidanzato/a ti piaceva quel ragazzo/a. Ripensa a quando hai dato il primo bacio, te lo ricordi ancora? Ripensa a quella coppia che hai visto che si amava. A quegli anziani che camminavano mano nella mano. Ripensa al giorno del matrimonio: lui elegante, lei bellissima, bianca, tutta luminosa. Anche i fotografi son venuti per l’occasione, le donne del paese, le curiose. I fiori a decorar la chiesa, la macchina d’epoca o di lusso. Quanta bellezza quel giorno! Questi son simboli certo! Abbellimenti che fanno salire il contatore. Il cuore della bellezza stava là sull’altare, poche parole che per i più sensibili fanno scendere le lacrime anche quando il Matrimonio non è il loro.

Io ….(Stefano) accolgo te …. (Anna Lisa), come mia sposa, con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia via.
(Rileggila piano, metti i vostri nomi..)

Eccola la bellezza! Non ci sono parole più belle… Promessa di amore ed eternità! Se sei in crisi e ti stai a tirare i piatti, fermati e ripetile. Falle entrare nel tuo cuore.. pensa a quel giorno. Non vedi ancora la bellezza? Non riesci ad amarlo/a? La forza di questa frase, come nel nostro amore, è in quell’Altro che ci permette di amarci. “Io ti accolgo, io accolgo te”  .. non basta, non siamo tu ed io, io e te ma “con la grazia di Cristo”. È Lui che non ci lascia soli nei nostri litigi o nelle nostre gioie, nelle nostre fatiche e nelle nostre risate. Grazie a Lui, con la sua grazia, la sua forza, la sua presenza possiamo prometterci un amore per sempre! Non vedi ancora la bellezza? Fai entrare la luce, togliti quegli occhiali da sole, spalanca le persiane e compi un gesto di bene. Donati e lasciati amare, solo così sperimenterai che proprio tra le mura domestiche si incarna l’amore, l’inginocchiarsi e il lavare i piedi, il sedersi e farseli lavare.

Torniamo alla famiglia, dove sta la tua bellezza? Riassumiamolo…
La famiglia è guardare alla gioia del primo appuntamento moltiplicata per 1.000
La famiglia è guardare finire tutte le favole delle Disney dove il bene trionfa sul male e si assapora l’eternità.
Chi altro ci parla di futuro certo, chi altro ci promette una gioia infinita?
La famiglia è il viaggio più bello della vita, la vacanza infinita (con le fatiche) ma abitata di amore, di relazione, di sacrificio.

La bellezza della famiglia sta nell’amore! Nell’amore! Amore che vuol dire vita, che vuol dire dono, speranza, gioia, forza.La fatica sta nel riuscire oggi giorno ad imparare ad amare, ad imparare a farsi dono, a lasciarsi amare, ad accogliere, con l’aiuto di un altro! La fatica sta nel comprendere cosa vuol dire essere famiglia! Ricerchiamolo… con Santa inquietudine! Grazie allora a tutti quelli che si spendono per aiutarci ad essere oggi famiglia. Ai testimoni belli, ai sacerdoti e religiosi, ai genitori e alle coppie di amici avanti a noi sul cammino della vita. A questo blog e ad altri amici social e al progetto Mistero Grande che ci plasma e modella alla santità nuziale.

C’è un’altra cosa che voglio dirvi, forse la più importante: vi incoraggio a prendervi cura del vostro matrimonio e dei vostri figli…Prendervi cura, non trascurare: giocare con i bambini, con i figli…Il Matrimonio è come una pianta…non è come un armadio, che si mette lì, nella stanza, e basta spolverarlo ogni tanto…Una pianta è viva, va curata ogni giorno: vedere come sta, mettere l’acqua, e così via…Il Matrimonio è una realtà viva: la vita di coppia non va mai data per scontata, in nessuna fase del percorso di una famiglia… Ricordiamoci che il dono più prezioso per i figli non sono le cose, ma l’amore dei genitori…E non intendo solo l’amore dei genitori verso i figli, ma proprio l’amore dei genitori tra loro, cioè la relazione coniugale…Questo fa tanto bene a voi e anche ai vostri figli!Non trascurate la famiglia!

(Papa Francesco)

Anna Lisa e Stefano

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Poveri sposi!

Cari sposi,

non voglio raccontare nessuna vicenda triste di qualche coppia, presa dalla cronaca nera, ma solo far presente che la povertà è al centro della prima lettura, del salmo, della seconda ed è l’incipit del Vangelo. Mi sa che il Signore voglia dirci qualcosa in questo modo…

Come vorrei una chiesa povera! esclamò una volta Papa Francesco (Discorso ai rappresentanti dei media, 13 marzo 2013). Cioè dovremmo tutti vivere in baraccopoli, vestire abiti usurati e vecchi, con lavori precari e miseri…? Evidentemente no. La povertà evangelica è forse una delle virtù più difficili da incarnare, non per nulla è la prima della beatitudini del Vangelo odierno e per lo stesso motivo il portale di ogni forma di vita religiosa. Come definire la povertà di cui ci parla Gesù oggi? Non trovo migliore spiegazione che l’esclamazione di San Tommaso quando vide finalmente il Signore Risorto: Mio Signore e mio Dio (Gv 20, 28), parole poi riecheggiate sulla bocca di San Francesco di Assisi come mio Dio e mio tutto! (Bartolomeo da Pisa, De conformitate vitae B. Francisci ad vitam Domini Iesu, 1399). San Francesco, modello supremo della virtù e beatitudine della povertà, ce ne svela così il vero senso con la sua vita stessa.

 Per lui, come per tutti i santi, Cristo è diventato la pienezza di vita e infatti il nostro cuore non troverà altrove una Persona che possa donarci di più di Lui. Alla luce di questo si comprende come anche la vita matrimoniale ha radicalmente bisogno di sperimentare questa verità. Sì certo, ma in che modo? Non è forse povertà quella che voi sposi avvertite quando, a un certo punto del cammino sponsale, la “benzina” della spinta iniziale va in riserva e appare sempre più chiaramente – se si è onesti con sé stessi – che la ragion d’essere dello stare insieme non è più solo la bellezza fisica, l’attrazione sessuale, certe qualità del carattere o addirittura i figli. Sono tutte cose belle e sante, ma in fondo al cuore c’è uno spazio che nulla di tutto quanto ho menzionato può completare.

Una coppia di cari amici mi condividevano un vissuto personale: a un certo punto della vita ci siamo resi conto che non riusciamo ad amarci come vorremmo ed arriviamo a toccare questo limite. Sono veramente grato a loro di una così schietta sincerità che, lungi dal prostrarli, li spinge a cercare in Dio quella pienezza di amore in cui vogliono vivere. Ecco allora che le nostre povertà e incapacità, possono, anzi, devono diventare l’umile confessione che Solo Dio basta (Santa Teresa D’Avila, Poesia, 30) e che Cristo è il Vostro Tutto.

Non temete, cari sposi, la vostra povertà, il Signore sa di quale pasta ci ha fatti e non teme il limite e nemmeno il peccato. Siamo noi che dobbiamo fare “tesoro” di quello che siamo, della nostra storia con le sue ferite o cadute, per riconoscerci debitori e assetati di mettere al centro della nostra esistenza la Persona di Cristo, lo Sposo della vostra coppia.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca mi offre un assist che non posso non cogliere. Ne ho parlato tante volte. Mia moglie non può essere il mio tutto. Ho rischiato di cadere in questa logica. Ho rischiato di riporre in lei ogni mia aspettativa di pienezza. Ho rischiato di mettere sulle sue spalle il peso di dover soddisfare quella fame d’amore, di essere amato, che io avevo e anche adesso ho. Ho passato tutto il matrimonio, che dura da vent’anni, a cercare di staccarmi da lei. Staccarmi da lei non significa non amarla, ma significa amarla nel modo giusto. Perchè solo se sarò capace di nutrire la mia relazione con Gesù, sarò capace di amarla senza condizioni. Sarò capace di amarla per primo e sempre. Quindi cari sposi vi faccio lo stesso augurio che faccio a me stesso: sentitevi poveri per poter attingere all’unica fonte che non si esaurisce mai, l’amore di Dio. Se cercate quella fonte l’uno nell’altra non farete altro che rubarvi quel poco amore che custodite nel cuore, per riempire voi svuoterete l’altro. Solo Dio è una fonte che non si esaurisce mai. Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. (Gv 4, 13-14)

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Domenica e famiglia : un connubio possibile /53

continuing … L’Eucarestia è comunque infinitamente di più di ciò che le nostre povere parole riescono ad esprimere, è un mistero di cui possiamo fare esperienza reale e concreta, è un mistero in cui immergersi per viverlo realmente e da cui lasciarsi plasmare volta dopo volta. Coraggio famiglie, Gesù ci aspetta e vuole fare di noi un tabernacolo vivente. Oggi rifletteremo proprio su questo termine latino tabernaculum che è stato usato nella Bibbia per tradurre la parola ebraica  מִשְׁכָּן mishkàn, che significa dimora. Quindi la parola tabernacolo nella Bibbia è usata per intendere il luogo della casa di Dio presso gli uomini, la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo.

Nell’Antico Testamento, quando Israele era ancora nomade, la tenda che conteneva l’Arca dell’Alleanza era trattata e considerata con il massimo del rispetto e dell’onore poiché essa era la dimora di Dio in mezzo al Suo popolo… un po’ come se adesso potessimo portarci in giro la nostra chiesa parrocchiale. Se uno voleva stare vicino a Dio doveva entrare nella tenda che conteneva l’Arca, questa tenda era la dimora di Dio presso il Suo popolo, significava la presenza di Dio, era quindi un tabernacolo. Certamente era una prefigura del vero tabernacolo che troviamo nelle chiese cattoliche oggi, poiché nel tabernacolo antico la presenza del Signore era spirituale grazie alla presenza delle Tavole della Legge consegnate a Mosè e scritte da Dio, ma nei nostri tabernacoli è tutta un’altra cosa poiché la presenza non è solo spirituale, la presenza di Gesù nelle ostie consacrate è reale, vera e sostanziale.

Naturalmente vengono conservate solo le ostie per motivi pratici/logistici, ciò non intacca in alcun modo il fatto che anche nella più piccola e singola briciola di ogni ostia consacrata ci sia lo stesso Gesù intero (corpo, sangue, anima e divinità) tanto quanto c’è nell’ostia intera e tanto quanto in ogni singola goccia di vino consacrato, anche se, ribadiamo, vengono conservate solo le ostie per motivi di praticità; infatti risulta più semplice trasportare e stoccare delle ostie di pane piuttosto che del vino, il quale necessiterebbe di contenitori ermetici per evitare eventuali dispersioni della sostanza ed anche il trasporto risulterebbe più laborioso e di non facile soluzione.

Ma tornando alla nostra riflessione, dobbiamo quindi considerare che in un ostia consacrata c’è la presenza vera, reale e sostanziale di Gesù Cristo il Figlio del Padre celeste, lo stesso che camminava per la Palestina 2000 anni fa, e la Sua presenza resta in tale ostia fino a che gli accidenti del pane sussistono. La scienza ci dice che un boccone di pane resta pane nel nostro organismo per circa 10/15 minuti prima che venga preso d’assalto e disgregato dai succhi gastrici, ciò significa che il pane resta tale per questi minuti, ne concludiamo che noi ci teniamo dentro Gesù per circa un quarto d’ora.

Se quindi noi mangiamo quell’ostia consacrata e poi torniamo al nostro posto, è come se il tabernacolo della chiesa si fosse replicato in noi e venisse con noi nel nostro banco. Praticamente, con la Santa comunione, noi diventiamo oggettivamente dei tabernacoli che camminano poiché abbiamo in bocca la stessa sostanza che è conservata nel tabernacolo.

Ora facciamo qualche piccolo ragionamento: spesso il momento della Santa Comunione viene “risolto” il più velocemente possibile dai preti, dei quali non capiamo i motivi della fretta che dimostrano, sicché ne consegue che la Messa finisce da lì a 5 minuti scarsi, se appena finita la Messa c’è il fuggi fuggi generale manco ci fosse una bomba ad orologeria in chiesa, che ne è di quel Gesù dentro a tutte quelle persone? Più di una volta ci è successo di ricevere l’Eucarestia per ultimi, tornare al nostro posto, inginocchiarci, non fare in tempo nemmeno a recitare un Padre Nostro che sul più bello arriva la preghiera finale con benedizione incorporata. Meglio una doccia gelata! Vi lasciamo spiegare meglio dalle parole di un santo cosa accade e cosa bisognerebbe fare:

Un episodio racconta di una nobildonna che andava spesso alla Messa celebrata da San Filippo Neri. Dopo aver preso la Comunione, ella se ne andava mancando di fare un adeguato ringraziamento. La cosa si verificava spesso. Un giorno, prima di iniziare la celebrazione della Messa, san Filippo disse a due chierichetti: “Ad un mio cenno seguite con le candele accese una donna che io vi indicherò”. Iniziò la Messa, dopo la Comunione, la solita nobildonna, ricevuta l’ostia, lasciò la Chiesa. San Filippo fece cenno ai due chierichetti e questi obbedirono all’istante. I due fanciulli, con due grosse candele accese, seguivano la donna. Questa ovviamente si girò e chiese loro il perché. I fanciulli dissero la verità e la donna, visibilmente innervosita, tornò in chiesa per chiedere spiegazioni al sacerdote. “Come vi siete permesso?” disse a san Filippo, ma questi di rimando: “Signora, mi sono permesso perché stava portando la Santissima Eucaristia in processione per le strade di Roma. Lo sa o non lo sa che ogni qualvolta riceviamo Gesù Sacramentato diventiamo per un po’ di tempo dei tabernacoli viventi?”. La nobildonna capì tutto e non osò replicare.

Giorgio e Valentina.

24000 baci!

La figlia più piccola, Dio la benedica, è quella che fa più domande, a volte facili a volte difficili come ogni figlia, ma più di ogni figlia si aspetta che le risposte siano affidabili, precise e circostanziate. Ragion per cui quando l’altro giorno mi ha chiesto: Babbo! Ma tu e mamma esattamente quanti baci vi siete dati da quando vi conoscete? Sapevo che non sarebbe stata soddisfatta di una risposta generica e mi sono messo per quanto possibile a fare due calcoli.

Detto così sembra anche stupido, è così infatti che mi sono sentito sul momento, chi mai si mette a calcolare quanti baci si è scambiato con la moglie? Mica è un bilancio aziendale, né tanto meno una gara con chissà chi. Però dovevo dare una risposta e, al di là del metodo di calcolo a dir poco discutibile (aspetto taciuto alla figlia) e anche della cifra che mi ha ricordato molto quella del titolo di questo post, la cosa ha stimolato una riflessione su quanto i baci che ci siamo dati io mia moglie siano stati preziosi, tutti quanti.

Prima della filiale domanda ero convinto che ci fossero baci con più valore degli altri, secondo una specie di scala di importanza, dove il bacio appassionato scambiato nei momenti più intimi della coppia valesse più di tutti gli altri, quello romantico da film (ma con i vestiti addosso) un po’ meno ma comunque tanto e così via fino ad arrivare al bacetto al volo che ci si scambia prima di andare a lavoro. Non è una logica sbagliata, dopotutto la profondità e il coinvolgimento sono diversi, il primo ad esempio incarna anche molto bene l’unione fisica, segno del dono totale e reciproco degli sposi, insieme al resto del corpo naturalmente.

Pensando però alla nostra vita quotidiana mi sono accorto di quanto siano sempre stati importanti anche i “bacetti” per noi. Io e Valeria sappiamo, anche perché ci è stato insegnato e raccomandato, quanto sia importante mantenere un corteggiamento continuo tra gli sposi, con impegno e costanza in modo reciproco. Abbiamo imparato sulla nostra pelle quanto questa raccomandazione fosse veramente importante, nei momenti in cui è mancato il corteggiamento il nostro amore si è affievolito, si è inaridito, anche quando i motivi non erano gravi e magari ci si sentiva giustificati se eravamo meno romantici perché ad esempio c’erano difficoltà sul lavoro, preoccupazioni economiche o per l’educazione dei figli.

Accorgersi di quanto è importante corteggiarsi e cercare volontariamente di porvi rimedio è stata per noi una grazia e tra i rimedi ci sono i nostri “bacetti”, diventati poco a poco rituali, almeno quelli prima di andare a lavoro e la sera prima di addormentarsi. Questi hanno un significato, sono un modo per dirsi col cuore “ci sono, sono con te, mi piaci e ti amo”. Si potrebbe pensare che farne un rituale possa sminuirne il significato, che se questo gesto diventa un’abitudine possa perdere poco a poco bellezza ma non è così, un bacio, anche se piccolo non è mai scontato perché è un gesto che ti mette sempre un po’ a nudo, è davvero difficile mentire baciando e se lo fai tanto per fare l’altro se ne accorge subito.

Questo gesto tra noi è diventato un piccolo momento speciale, lo aspettiamo e ci rimaniamo male se non avviene, ad esempio un paio di settimane fa è capitato che nella fretta Valeria uscisse di casa al volo con la testa già piena di problemi, era giustificatissima ma francamente mi aspettavo un bacetto al volo e la mia mattinata, solo per questo motivo, è iniziata un po’ peggio del solito. Dopo un paio d’ore lei mi ha chiamato per un motivo che non ricordo e scherzando le ho detto che era stata crudele per avermi lasciato a secco. Ci siamo fatti una risata ed è stato bellissimo, soprattutto perché anche quello è stato un modo per dirsi ti amo, da quel momento la mattinata è migliorata moltissimo.

Ogni gesto che costruisce un vissuto di corteggiamento continuo è linfa vitale per l’amore tra gli sposi, ricevere questi gesti è certezza che si è amati dal proprio coniuge, farli è un piccolo dono che permette alla persona amata di sentire che tu l’ami davvero. A volte fare un gesto d’amore anche piccolo può essere difficile, è quindi una grazia avere dei piccoli rituali, dei momenti che si possono quasi pretendere con dolcezza e continuare a tener vivo l’amore.

Ranieri Gracci

I fuorischema di Dio (Seconda parte)

Riprendiamo con la seconda parte della testimonianza di Paola. Per leggere la prima parte cliccate qui.

Deserto fatto da una vita da single, nonostante mi sia data da fare in ‘situazione pozzo cristiani‘ come ama dire padre Giovanni Marini. Padre Giovanni definisce in questo modo chi fa una vita buona. Io infatti in quel periodo frequentavo Nuovi Orizzonti e partecipavo agli incontri del Cantico dei Cantici (percorso per single cattolici). Nonostante questo non riuscivo a trovare nessuno. Solo qualche amica e qualche amico di fede, ma nient’altro. Gli amici fortunatamente non sono mai mancati. Sono sempre stata comunque feconda nell’evangelizzazione di strada e nel contribuire a formare due famiglie di amici. 

In quei sette anni ho anche  litigato e pianto con Dio, perché non capivo il senso di tutto quel deserto, quella desolazione e quel vuoto che sentivo. Non L’ho mai però mollato né mai L’ho tradito. Non mi sono svenduta,  anzi  mi sono aggrappata ancora di più alla Sua Parola ogni giorno. Ho letto tutta la Bibbia in un anno, attraverso lo schema suggerito da mons. Pizzaballa. Molte frasi bibliche mi hanno sostenuta e aiutata in quel tempo difficile. Frasi come: Tutto posso in Colui che mi da forza (Fil 4,13); Quando sono debole e’ allora che sono forte (2 Cor 12,10); Non io ma la Grazia di Dio che e’ in me (1 Cor 15,10); Nulla e’ impossibile a Dio (Luca 1,37).

Quei sette anni sono stati fecondi, come lo sono stati i fidanzamenti precedenti. Tutto mi ha preparato. Ogni volta che finiva una relazione cercavo di metabolizzare i motivi, prendendo spunto dai famosi nuclei di morti imparati da padre Giovanni Marini. Quando finisce una relazione, che sia di amicizia o di amore, non è mai colpa di una sola persona ma sempre di entrambi. Per questo bisogna accettare ed elaborare il lutto, l’abbandono, la fine. Bisogna starci e passarci in mezzo. Imparare dagli errori che diventano lezioni di vita, vedere cosa non è andato e cosa sì, cosa è mancato e poi lasciare andare e non voltarsi indietro, altrimenti non si va piu avanti con la vita, con il presente e futuro. Ho avuto anche sette anni senza relazioni affettive. I sette anni da single sono stati lunghi e duri, grazie al Cielo avevo amiche di fede nella mia stessa condizione e quindi ci facevamo forza/unione/condivisione/preghiera, facevamo anche le vacanze e le gite insieme. 

Finché, dopo sette anni, ho incontrato finalmente una persona cristiana. Sembrava perfetta e invece, dopo meno di un anno, si è rivelata essere un abbaglio pazzesco. E’ stato l’anno più brutto della mia vita; tante belle parole ma niente di concreto!  Progettavamo anche di sposarci, ma grazie a Dio ci siamo fermati prima; che inferno, che incubo sarebbe stato! C’erano tutti i segnali che non andava, ma avendo già messo la data delle nozze e avendola già comunicata a tutti, pensavo e speravo che le cose sarebbero migliorate nel tempo. Invece niente da fare.  Non ho mai perso tempo in relazione senza futuro. Ho avuto solo relazioni a scopo di matrimonio. Non mi interessava stare insieme tanto per starci. Ho cercato di vivere sempre un fidanzamento casto quindi senza sesso ma con baci, abbracci, coccole e tenerezza. Ho elaborato anche questo terzo fallimento e dopo essermi ripresa bene, mi son detta: Ok Gesù sto da sola a vita oppure fammi incontrare la persona giusta, ma non tra dieci anni. Comunque, o tutto o niente, non voglio mezze misure nè briciole! Altrimenti sto da sola con questa spina nel cuore. Con il desiderio di una famiglia cristiana. Perchè dopo tre fidanzamenti avevo avuto la conferma che la mia strada era il matrimonio cristiano, mi sentivo a casa lì, il mio posto era quello, a Dio piacendo.

Inoltre avevo chiesto a Dio di farmi incontrare una persona che poteva capire, se non tutto almeno parte, la mia ultima relazione finita a pochi passi dal matrimonio. E così ho ricominciato a muovermi per fare nuove amicizie in serenità e pace. Così, nel giro di qualche mese, ho conosciuto quello che è’ mio marito, anche se allora non ci pensavo minimamente. Invece nel giro di breve ci siamo conosciuti bene, raccontandoci, donandoci e accogliendo i nostri rispettivi passati. Anche lui ha avuto qualche relazione come me. Ci siamo piaciuti e ci siamo fidanzati. Nel 2019 abbiamo fatto il weekend di Incontro Matrimoniale per fidanzati e il corso Agape ad Assisi sempre per fidanzati. Abbiamo conosciuto le nostre rispettive famiglie e i rispettivi amici e fatto un po’ di vacanze insieme. Quando ci è successo di litigare, abbiamo imparato subito a chiarirci e fare pace, senza mai andare a letto arrabbiati, abbiamo imparato ad affrontare subito i problemi e a non rimandarli, abbiamo pregato sin da subito  insieme, abbiamo affrontato da subito i temi importanti della vita di coppia e di una possibile futura famiglia. Temi come avere un padre spirituale di coppia, fare corsi per famiglie,  farsi aiutare se si è  in difficoltà, accogliere figli naturali anche se disabili, e anche come vivere l’impossibilità di avere figli nel caso non arrivassero vista la mia età, etc.

E nel 2020 abbiamo deciso di sposarci, anche se c’era il covid. Anzi, quel momento difficile ci ha uniti ancora di più e ci ha spinto ancora di più a sposarci, perché nulla va anteposto all’amore, come dice padre Giovanni Marini. E così è stato! Ed è stato bellissimoooo! Dio è stato fedele alla Sua promessa, alla Sua Parola per me di Isaia 62: nessuno ti chiamerà più abbandonata, né la tua terra sarà più detta devastata, ma tu sarai chiamata mio compiacimento, e la tua terra sposata, perché di te si compiacerà il Signore e la tua terra avrà uno sposo!

Ma che giri per arrivarci. Come ha detto don Fabio Rosini in una sua catechesi: dal Mar di Galilea al Mar Morto il tratto di terra è corto, ma il fiume Giordano è lunghissimo perché fa molte curve ma ci arriva! Ed è come la vita di ciascuno di noi quando qualcosa non va; Dio ricalcola il percorso e arriva a destinazione comunque dove Lui vuole! E ciò dà serenità fiducia e pace. Anche perché Gesù dice di investire i talenti che ci dà, e sa che uno ne frutta 100, uno 80, uno 50. Perché ognuno è unico, con la propria storia, per come è, con il proprio passato, con le sue ferite, ma con Lui comunque non ci si annoia mai e la vita è piena, ricca e bella! L’importante è collaborare con Lui, mai fermarsi, mai aspettare la perfezione prima di fare qualcosa; perchè la perfezione è solo Lui. Grazie Abbà’ Padre, Grazie Signore Grazie, Gloria, Alleluja!!!

Paola

I fuorischema di Dio (Prima parte)

Ciao a tutti, siamo Paola e G., sposati da 2 anni e mezzo dopo 2 anni di fidanzamento cristiano; il tutto sui 40 anni. Perche’ questo titolo? Perche’ Dio ha cambiato le nostre vite! Ma la Sua Parola ci da forza e gioia in quanto dice e fa: tutto concorre al bene per coloro che amano Dio! (Rm 8,28). I Miei pensieri non sono i vs pensieri, le Mie vie non sono le vostre. (Isaia 55,8-9). E così è!

Io pensavo di uscire di casa per sposarmi e invece sono uscita single, pensavo di cambiare città per amore e invece l’ho cambiata per lavoro, più tardi ho pensato che ormai sarei rimasta sola e invece mi sono sposata. Infine speravo di avere figli e invece??? Cerco di spiegarmi meglio. Pensavo di sposarmi nel 2000 e invece nel 2000 ho fatto la Gmg a Roma, pensavo di avere figli qualche anno dopo e invece nel 2002 ho incontrato Cristo, che mi ha Salvato e cambiato la vita radicalmente. Grazie a Dio! Quindi ho vissuto sia i desideri dei ventenni, con le relative spinte emotive molto forti, sia le attese, le delusioni, le aspettative, le paure, dei giovani-adulti. Non è stato semplice trovarmi ad essere ancora single fin verso i quarantanni. Non è facile cercare la persona giusta con la quale sposarsi sacramentalmente e cercare con essa una famiglia cristiana, soprattutto quando si è ormai adulti e strutturati.

Prima della mia Conversione, il 15 agosto 2002 ad Assisi, mi sono diplomata e lavoravo e vivevo in casa con i miei genitori, andavo a messa la domenica per tradizione e al venerdi sera o al sabato sera andavo in discoteca con le mie amiche, tutto molto tranquillo lineare. Dopo la conversione, apriti Cielo! Basta discoteca, non mi interessava più! Ho invece iniziato il mio cammino di fede, che fino ad allora non sapevo cosa fosse. Avevo finito il percorso del catechismo con la cresima e poi non avevo fatto altro, niente campi estivi, niente acr, niente scout, anche perché vivevo in un piccolo paese di collina. In sei giorni di corso vocazionale ad Assisi, con padre Giovanni Marini, e’ cambiata la mia vita! Dopo il corso mi sono chiesta come fosse possibile e ho intuito che  avevo incontrato Qualcuno, ciò che vivevo e provavo non era possibile solo umanamente! Finalmente, per la prima volta nella mia vita, mi sono sentita amata, così com’ero senza dover fare niente e dimostrare nulla! E davanti a questo Amore, mi sono messa in cammino dietro a Lui. Mai mi sarei aspettata di diventare quella che sono e di essere dove sono ora! Oltre a farmi sentirmi amata, Dio ha risvegliato in me i sogni e desideri di famiglia che avevo sin da piccola, ma che la realtà della mia famiglia e la realtà del mondo mi avevano spento o ridimensionato molto. Vedevo separazioni, divorzi, fidanzamenti usa e getta, e invece lì, per la prima volta in vita mia, ho sentito parlare della bellezza dell’amore umano come Dio comanda. Mi sono detta: Wow! Voglio anche io questo. Così mi sono messa in cammino verso questa meta!

Prima della conversione il mio esempio sono sempre stati i miei genitori ed io mi sentivo perfetta. Sono andata ad Assisi solo perché era un periodo in cui mi sentivo sola. La mia migliore amica si era trovata il moroso ed io sentivo il bisogno di una carica spirituale. Mai avrei pensato che lì c’era l’appuntamento con la mia storia! Infatti, tramite il corso vocazionale, Dio mi ha aperto tutti i cinque sensi, sono rinata dall’alto, è stata la mia Pasqua, è stato il passaggio del mio Mar Rosso. Gli anni dopo la conversione sono i più belli della mia vita. A conferma della Sua Parola: chi confida in Dio non resta deluso (Sir 32,24), perché tutto in Lui e con Lui e per Lui ha senso, anche le croci!

Ho iniziato quindi il cammino, sentendomi chiamata come Abramo: vattene dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre verso il paese che Io ti indicherò (Gen 1,1). E così a gennaio 2003 ho iniziato il mio cammino di fede con un frate francescano di Assisi, che è nel tempo diventato il mio padre spirituale. Subito mi ha fatto fare un percorso per recuperare la mia autostima e uno di riconciliazione con mio padre naturale. Ha capito che i miei problemi erano lì. Problemi con me stessa, con mio papà e con gli uomini. E’ bastato che scrivessi una lettera a mio papà e che, soprattutto, uscissi da sola con lui aprendo il cuore in un confronto autentico. Sono bastati quei due gesti e, con l’aiuto di Dio, in mezza giornata è crollato il muro tra noi fatto di 24 anni di incomprensioni, musi e silenzi. Dopodichè non ho più avuto paura di mio padre-‘padrone’. Avevo un nuovo Padre, Dio, al quale obbedire e da seguire, con l’aiuto delle indicazioni del mio padre spirituale e della Parola di Dio. Avevo quindi realizzato la famosa, vitale e salvifica desatelizzazione dai genitori d’origine, per realizzare il progetto che Dio aveva nella mia vita. Potevo finalmente dedicarmi alla mia vocazione. Vocazione che io, attraverso il discernimento fatto con il mio padre spirituale e la Parola di Dio, avevo capito essere il matrimonio cristiano.

La mia vita si è finalmente sbloccata e ha preso il volo, il largo e in pochi anni sono arrivate le vere, belle e buone amicizie, fatte di fede, di presenza e di reciprocità. Sono arrivati due fidanzamenti cristiani,  che mi hanno fatto crescere nell’amore, nel rispetto reciproco, nel dialogo, nella preghiera, nella condivisione. C’è stato tempo anche per il percorso dei 10 comandamenti, c’è stata l’evangelizzazione di strada. Ho lasciato la casa dei miei, ho cambiato città per lavoro, tutto sempre con la guida del mio padre spirituale, che mi dava letture, libri, testimonianze, compiti da fare e mi faceva meditare la Parola di Dio. Parola che guidava i miei passi; perche la Bibbia e’ la nostra bussola per la vita, ci legge e ci guida. Poi ci sono stati 7 anni di deserto…. (prosegue con la seconda parte)

Paola

Un corpo mi hai dato…

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 10,1-10) Fratelli, la Legge, poiché possiede soltanto un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici – sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno – coloro che si accostano a Dio. Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Continua la proposta della Chiesa, in questo tempo post-natalizio, di farci leggere la lettera di S. Paolo agli Ebrei, ed anche in questo estratto viene specificato come i sacrifici dell’antica legge siano solo una pallida figura dell’unico, nuovo e definitivo sacrificio di Cristo, viene inoltre specificato come quest’ultimo sacrificio non sia compiuto col corpo di animali, ma il nuovo agnello da sacrificare fosse proprio il corpo stesso di Gesù: …un corpo invece mi hai preparato… Inoltre specifica che questo sacrificio viene compiuto da Gesù come atto di obbedienza alla volontà del Padre, e noi …mediante quella volontà siamo stati santificati…

Dobbiamo stare sempre attenti a non cadere nel tranello di pensare che approfondire le verità della nostra fede sia tempo perso e che in fondo non c’entri niente con la vita matrimoniale di tutti i giorni; oggi stiamo affrontando la verità di Gesù sacerdote e vittima per la nostra salvezza, ma non è una verità astratta, al contrario, è una verità che deve diventare vita reale. Ricordiamoci sempre che il matrimonio sacramento deve essere una relazione ad immagine della Trinità, il modo di amarci deve essere figura del modo che Cristo ha di amare. E qual è questo stile? Oggi ne vediamo una sola caratteristica descritta proprio dal brano oggi proposto: Cristo ha amato sacrificando il suo corpo come vittima di sacrificio.

Cari sposi, ma noi che rapporto abbiamo col nostro corpo? E con il corpo dell’amato/a?

Ci sarebbe tanto da scrivere sul tema del corpo che racchiudere tutto in un solo articolo è impensabile, ed in effetti tutti gli articoli di questo blog hanno come sfondo il corpo come mezzo espressivo dell’amore, oggi ne vedremo solo un aspetto: l’aspetto sacrificale del corpo. Del sacrificio non se ne parla così spesso, e ancor meno si trovano testimoni gioiosi e credibili del sacrificio. Incontriamo per esempio tanti sposi che raccontano le proprie fatiche di genitori, magari comuni a quelle di tanti altri, ma c’è uno sfondo di insoddisfazione dentro questi racconti, c’è uno sfondo di non-senso, non si intravede un barlume di eternità.

Ci sono invece tanti coniugi che affrontano le fatiche dell’essere genitori, padri che sostentano da soli una famiglia numerosa e per questo sopportano turni estenuanti di lavoro, madri che ascoltano le confidenze di tutti e a tutti sanno dare una parola di conforto senza che nessuno si accorga che anche lei ne avrebbe bisogno, ecc… MA dietro a questi sacrifici non c’è mai un lamento per la situazione di difficoltà. Perché ? Perché c’è il senso del vivere, c’è lo sguardo verso l’eternità, e quindi questa vita con tutte le sue numerose difficoltà acquista un valore eterno e nello stesso tempo se ne coglie la caducità.

Cari sposi, dobbiamo recuperare questo senso dentro le fatiche di ogni giorno, ma non dobbiamo limitarci alle fatiche ed ai sacrifici che il normale corso della vita richiede a tutti, dobbiamo saper andare oltre imparando da Gesù ad offrire i nostri corpi come ha fatto Lui: fino all’ultima goccia di sangue. E gratuitamente, senza pretendere di vedere i frutti dei nostri sacrifici e senza pretendere un ringraziamento.

La maggior parte dei frutti dei sacrifici dei nostri nonni hanno preso vita in noi nipoti, ma essi non li hanno nemmeno visti eppure si sono sacrificati lo stesso, e così accade spesso anche con i nostri genitori. Il matrimonio con le sole forze umane non va avanti tanto, diremmo che “tira a campare”, ecco perché serve la Grazia del sacramento. Tutte le volte che sopporto lei/lui con pazienza e senza rinfacciare, senza vendetta, porto un pezzo di Paradiso nella relazione sponsale. Tutte le volte che faccio un sacrificio unendo il mio sforzo corporale al sacrificio di Gesù porto un pezzo di Paradiso nel matrimonio.

Ogni fatica ed ogni sacrificio, se vissuto in unione col cuore a Gesù, acquista un senso d’eternità, e noi sposi siamo chiamati a vivere così il matrimonio; le fatiche non spariranno come per magia, ma avranno dentro un senso, il senso del donare tutto fino in fondo e gratuitamente ad imitazione del sacrificio del corpo di Gesù. Coraggio sposi, portiamo un pezzo di Paradiso nelle nostre case.

Giorgio e Valentina.

Quando si sbaglia la scelta, cosa fare del matrimonio?

Oggi cercherò di rispondere ad una domanda che ho ricevuto ultimamente. Non è la prima volta che ricevo quesiti di questo genere. Cercherò quindi di prendere spunto e di dare alcuni miei personali consigli. Quando si sbaglia la scelta, cosa fare del matrimonio? Cercherò di esaminare il quesito per punti in modo che ciò che a mio avviso è davvero importante sia facilmente individuabile.

IL FIDANZAMENTO. E’ ormai tardi per chi è già sposato ma per chi non lo è credo che sia un punto fondamentale. Il fidanzamento non è un matrimonio più leggero e senza impegno. Il fidanzamento è tutta un’altra cosa. Ricordo Chiara Corbella, che tutti conoscete come una giovane donna santa che ha dovuto affrontare la morte di due figli e una gravissima malattia che l’ha condotta poi alla morte, ha parlato del fidanzamento con Enrico come del periodo più difficile da lei affrontato, più duro anche della malattia. Capite? Il fidanzamento è un periodo di conoscenza e per questo non definitivo. Interrompere la relazione spesso è la scelta migliore che possiamo fare. Per fare però una scelta consapevole e un discernimento profondo servono due cose. Serve lasciare fuori il sesso dalla relazione e serve mettersi in gioco fino in fondo. Aprirsi nel dialogo per confrontarsi su aspettative, fede, valori, apertura alla vita, scelte lavorative. Tutto. Nulla deve restare fuori. Solo il sesso. E non lo dico da bacchettone moralista ma lo dico da marito e da uomo che ha ascoltato tanta sofferenza in coniugi che hanno sottovalutato questo aspetto. Fare l’amore è totalizzante e spesso mette in secondo piano gli atteggiamenti che possono rovinare il matrimonio. I divorzi sono pieni di sposi che credevano che l’altro potesse migliorare nel matrimonio o si illudevano di poterlo cambiare. Il matrimonio, proprio per la sua indissolubilità, accentua i difetti dell’altro e se non li abbiamo valutati bene poi sono cavoli nostri.

LA NULLITA’. Secondo punto fondamentale. Esiste la nullità matrimoniale. E’ bene però spiegare di cosa si tratta. La nullità non annulla il matrimonio. Non serve a resettare tutto se dopo un po’ di tempo mi rendo conto che il matrimonio non mi piace. Non è un divorzio benedetto da Dio. Se il matrimonio è validamente celebrato nessuno in terra o in cielo può rompere quell’unione. La nullità è un procedimento giudiziario che serve a verificare che al momento della promessa i due fossero consapevoli di ciò che stavano per promettere. Quindi serve a verificare che entrambi fossero consapevoli della scelta della fedeltà, dell’indissolubilità e dell’apertura alla vita. A verificare che non ci fossero delle situazioni gravi tenute nascoste all’altro coniuge come per esempio malattie. Insomma il procedimento di nullità viene svolto da un tribunale ecclesiastico per verificare che i due fossero consapevoli e liberi nella scelta al momento del consenso. Quindi cari sposi il mio consiglio è quello, in caso di separazioni e gravi crisi, di verificare la validità del vostro sacramento. Non ha senso fare i martiri per qualcosa che non esiste. Voglio però anche dire che se il matrimonio è invece valido non si può usare la nullità per azzerare un vincolo che invece c’è e resta nella buona e nella cattiva sorte.

PERCHE’ HO SCELTO QUELLA PERSONA? Anche questo è un punto fondamentale. Io scelgo la persona con cui iniziare una relazione e che magari sposo non solo per l’aspetto fisico. Sembra strano dirlo ma ognuno di noi cerca una persona che permetta di replicare nella relazione di coppia determinate dinamiche che ha già vissuto nella sua famiglia di origine, nella sua infanzia e adolescenza. Dinamiche che possono essere anche dolorose e non sane. Sono le nostre ferite che ci parlano e ci guidano verso un certo tipo di relazione. Quindi se le cose non funzionano non è solo colpa dell’altro ma ci metto tanto di mio per entrare in quella ferita che ancora mi fa tanto male. Ecco il matrimonio è l’occasione che Dio ci dà per guarire. Non perchè l’altro sia perfetto ma proprio perchè è il momento di affrontare la situazione in modo maturo e chiudere quella ferita. Su questo argomento sono fantastici i nostri amici Claudia e Roberto di Amati per Amare. Claudia in un suo articolo pubblicato anche su questo blog lo scrive benissimo: il Paradiso nel mio matrimonio si è realizzato quando il centro della mia vita è stata la mia relazione col Signore nelle cose e non più i difetti o le mancanze di Roberto. Il frutto di questa relazione e dell’incontro con Dio è un pieno d’amore esagerato per me stessa in cui io esisto, sono preziosa e sono l’amata. Questa dotazione d’amore è un olio inestinguibile che mi terrà sempre pronta in ogni cosa della mia storia con Roberto e con i miei figli, con l’unico fine di incontrare la Salvezza di Dio per me e le persone che mi circondano.

SONO SICURO CHE ABBIA SBAGLIATO A SPOSARMI? Sembra una domanda provocatoria ma spesso invece è davvero importante. Forse non ho sbagliato a sposarmi ma ho posto delle aspettative sbagliate sul matrimonio. Semplicemente questo. Ma lui non mi fa sentire amata! Lui pensa sempre ai fatti suoi! Non mi capisce! Lei è sempre fredda! Non ha voglia di fare l’amore! Io lavoro tutto il giorno e lei sa solo lamentarsi! Lui non è dolce, non mi dà quella tenerezza che vorrei e poi vuole fare l’amore! Lui non mi ascolta! Lei sa solo lamentarsi! Potrei andare avanti ancora molto. Io capisco benissimo tutte queste obiezioni. Sentirsi amati ed apprezzati è bellissimo e va ricercato. Ma tutto ciò non può mettere in discussione il matrimonio. Perchè altrimenti non abbiamo compreso cosa il matrimonio sia. Non è un semplice modo per riempire i nostri bisogni affettivi e sessuali. Don Fabio Rosini durante una catechesi disse: Il peggior nemico del vostro matrimonio è la vostra idea di come dovrebbe essere il vostro matrimonio. Un continuo confronto tra come è e come dovrebbe essere la nostra vita. Così si rovina tutto! La bellezza del matrimonio è data dalla radicalità della scelta. Tante persone avrebbero voglia di certezze, appunto di ordine, di poter controllare tutto. Il matrimonio non è così. Nel matrimonio ti viene chiesto di darti completamente e non hai certezze che tutto vada come tu vuoi. L’unica certezza sei tu e la tua volontà di darti completamente se lo vuoi naturalmente. Per alcuni questa è una fregatura. Perchè correre il rischio di sposarsi allora? Perchè il matrimonio non è un qualcosa che ci viene dato per soddisfarci, l’altro non può e non deve essere lo strumento con cui raggiungere la felicità. L’altro non è qualcuno che ci appartiene e che deve riempirci di ciò che noi desideriamo (cura, attenzioni, sesso, ascolto, ecc) ma è lo strumento che Dio ci ha messo accanto per costruire una relazione dove restituire l’amore che riceviamo nella nostra vita di fede, nel nostro sentirci figli amati! Che non significa che non è desiderabile e bello che l’altro si prenda cura di noi. Quando Luisa mi abbraccia, mi prepara quel piatto che mi piace o cerca l’intimità con me mi fa stare bene e mi riempie il cuore. Quello che voglio dire è che nulla è dovuto e scontato e la mia gioia la posso e devo cercare prima di tutto in Dio, il solo capace di un amore infinito, fedele e gratuito. Solo così non sarò dipendente dalle attenzioni di Luisa, saprò donarmi senza aspettare che sia lei a farlo per prima e accoglierò quanto lei saprà offrirmi come un dono e non pretenderò nulla da lei.

Antonio e Luisa

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Convertirsi in coppia

Cari sposi,

            siamo entrati a pieno ritmo nel Tempo Ordinario, seppur breve dal momento che non è così lontana la Quaresima. Oggi Gesù, dopo il suo Battesimo al Giordano, inizia ufficialmente la vita pubblica, il suo ministero ossia servizio attivo a ciascuno di noi, con una vita itinerante, fatta di preghiera, digiuno, predicazione e miracoli. È interessante che la prima parola di Gesù sia: “convertitevi”. Mi soffermo subito qui perché contiene una grande ricchezza e non da ultimo perché è rivolta al plurale, ovviamente alle folle, ma la possiamo anche applicare alla coppia.

            Esiste una conversione di coppia? Certamente! Anzi è assai desiderabile e da chiedere nella preghiera. Ma, non è anche vero che ognuno dei due ha il suo ritmo, il suo percorso, i suoi tempi e quindi bisogna andarci piano con le cose fatte assieme? Pure vero ma il Signore quando consacra l’amore nuziale di una coppia, oltre a due figli di Dio, vede anche una sola carne, una relazione che ha un suo percorso di vita e una sua vita spirituale. Ecco allora che colgo l’occasione per farmi eco di Gesù e stimolarvi a chiedere la grazia di una conversione di coppia. “Ma che? Siamo per caso miscredenti?” La conversione non è riservata per chi non conosce Cristo ma è un dono per tutti, una grazia che il Signore vorrebbe toccasse ogni cuore.

            Papa Francesco ci dice: “La famiglia è chiamata a condividere la preghiera quotidiana, la lettura della Parola di Dio e la comunione eucaristica per far crescere l’amore e convertirsi sempre più in tempio dove abita lo Spirito” (Amoris Laetitia 29). In fondo la conversione di coppia cos’è? “L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc, 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15, 4 ss; cfr. 15)” (X. Leon-Dufour, Dizionario Biblico).

            Quindi la conversione è un dono che il Signore fa ma è anche frutto di un’incessante preghiera perché il cuore di voi sposi sia sempre più docile e malleabile alla Sua Volontà. Mettiamoci anche noi a questa scuola e lasciamoci coinvolgere da questo appello accorato ed affettuoso di Cristo.

ANTONIO E LUISA

Sapete qual è una delle cose belle del matrimonio? Che è specchio della nostra relazione con il Signore. L’amore per Dio è forza e sostegno. Tutte quelle volte che faccio fatica a stare con Luisa, che sono nervoso, che avrei voglia di rispondere male, che mi irrita il comportamento di Luisa ricorro alla mia relazione con Dio. Ho imparato a non reagire d’impulso. Ho imparato a mettere tutto nelle mani del Signore, a scaricare rabbia e tensione nel modo giusto nello sport, e solo poi a cercare un confronto con Luisa. Il Signore è davvero un argine alla mia fragilità. D’altro canto la mia relazione con Luisa mi permette di dare un corpo, una voce, dei gesti concreti, alla mia relazione con Dio. Dio non lo vedo ma so che mi ama attraverso Luisa. Ed ogni gesto d’amore da parte di Luisa so che è una manifestazione concreta dell’amore di Dio che si rende visibile. Quindi la mia fede per Gesù mi aiuta ad amare sempre meglio Luisa e l’amore di Luisa per me rende la mia relazione con Gesù qualcosa di concreto e di visibile. Questo è ciò che è stata per noi la conversione di coppia.

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Aumentano i santi sposi!

Cari sposi,

            stavolta vi do proprio una bella notizia: i santi sposi sono in aumento. A dirlo è nientemeno che Padre François Marie Léthel, carmelitano scalzo, che da tanti anni lavora presso la Congregazione delle Cause dei Santi e si è specializzato proprio nella teologia della santità. Gli ultimi anni, specie a partire dalla beatificazione dei coniugi Beltrame-Quattrocchi (21 ottobre 2001), l’attenzione della Santa Sede è rivolta non solo più alle singole persone ma anche alle coppie che assieme arrivano in Cielo. Segno di una maggior presa di coscienza di quanto il matrimonio sia chiamato alla santità, come ha espresso più volte il Magistero della Chiesa (il Cap. V della Lumen Gentium dedicato al tema della santità fino alla recente enciclica Gaudete et Exultate in cui Papa Francesco ribadisce la vocazione ad essere santi nel mondo contemporaneo).

            I Beltrame-Quattrocchi hanno per così dire aperto una nuova via affinché altri sposi giungessero agli Altari del Cielo. Difatti, poco dopo fu il turno di S. Luigi e S. Zelia Martin, genitori di santa Teresa di Lisieux beatificati da Benedetto XVI (2008) e canonizzati da Papa Francesco (2015). In questi anni sono sotto la lente di ingrandimento della Congregazione delle Cause dei Santi altre coppie di sposi. Per esempio, papa Francesco ha già riconosciuto le virtù eroiche di due coppie, la prima sono in coniugi Carlo Tancredi (1782-1838) e Giulia Colbert (1785-1864), marchesi di Barolo e la seconda, i modenesi Sergio e Domenica Bernardini. Trattandosi di una coppia, bisogna certamente valutare con attenzione la vita di ciascuno degli sposi, perché la santità dell’uno potrebbe non corrispondere all’altro (vedasi santa Monica, mamma di S. Agostino, moglie di Patrizio, un pagano fino a ricevere il battesimo solo in punto di morte).

Sono già beati invece Jozef e Wiktoria Ulma con i loro 7 figli martiri, con il settimo ancora in grembo materno, primo caso in tutta la storia documentata della santità! Subito dopo è il turno dei Servi di Dio Cyprien et Daphrose Rugamba anch’essi in cammino con i loro figli Martiri, vittime innoncenti del genocidio del Ruanda (1994). In tutto ciò non si vede casualità, piuttosto un percorso condiviso di vita cristiana, in cui i coniugi arrivano alla santità attraverso una relazione vera, vissuta, in cui l’uno aiuta l’altro, mantenendo ciascuno i propri ritmi e le proprie peculiarità.

Cari sposi, è bello, stupendo venire a sapere queste cose, per me è stato motivo di grande gioia, in un mondo in cui l’infedeltà, la rottura del patto coniugale e la mediocrità di vita sembra essere per forza il modus vivendi. Questo è segno della perenne vitalità e azione dello Spirito Santo che se la ingegna per innalzare ed elevare il nostro stile di vita, di suo tendente al ribasso. È un consolante incoraggiamento ad assecondare il Dolce Ospite dell’anima perché anche nella vostra vita compia altrettante meraviglie.

padre Luca Frontali

Il cuore altrove. Un piccolo training per chi desidera pregare.

Gennaio 2023 siamo nella quotidianità del tempo ordinario, un po’ come ci indica il tempo liturgico. Abbiamo messo via la mangiatoia con dentro Gesù oppure Gesù c’è ancora, ben saldo nel nostro cuore? Qualche articolo fa’ scrissi: vieni nel mio cuore. Fu un pensiero frutto di una catechesi che ascoltammo Andrea ed io nella parrocchia di San Tarcisio qui a Roma. Una catechesi su Maria che scioglie i nodi. Dopo aver scritto l’articolo ho ripensato ad un libro che mi ha fatto compagnia nel 2020 che si lega molto a quella catechesi. Il libro di cui vi parlerò è di Don Rocco Malatacca edito dalla San Paolo e si intitola per l’appunto Il cuore altrove.

Spesso, quando mi contattate in forma privata, mi chiedete come ho fatto a superare il dolore di non aver potuto essere madre biologica. Come ho fatto? È stata determinante una frase di don Rocco, ricordo che un giorno mi disse: tu questa cosa la superi. Mi ha aiutato tantissimo ascoltare la voce di chi aveva la certezza che io ce l’avrei fatta. Nel buio più totale della mia vita, perché sapere che non puoi più avere un figlio ti spacca il cuore, ti senti soffocare dal dolore, in quella mia mancanza di aria c’era chi mi ha rianimato con forza donandomi l’ossigeno della speranza. Ho sperimentato come spesso nelle nostre ferite non sia opportuno utilizzare sempre e solo miele, ma è essenziale anche il sale. Il sale brucia è vero ma cicatrizza anche più velocemente. È essenziale avere accanto qualcuno che ti conforta sì, ma che nello stesso tempo ti rialza per tirare fuori il meglio di te che tieni nascosto per dolore.

Il libro di don Rocco è stato un aiuto fondamentale per riavvicinarmi alla preghiera, anche perché don Rocco è legato da un’amicizia forte in puro stile Tale padre tale figlio con il mio padre spirituale, quindi mi sentivo doppiamente accompagnata. Vi trascrivo un passo del libro:

Ti voglio prendere per mano e qui ti chiedo, per introdurci in questo accompagnamento, di avere un’attenzione che ti accompagni per tutto il libro: non vedere cose che ti suggerisco ma vedi me che ti accompagno con queste parole. Nonostante tu abbia un libro tra le mani, in realtà hai la mia mano che vuole fare con te un po’ di strada in tua compagnia. Non ho altro modo per starti accanto, e stare accanto ad altri, che scrivere. Le parole sono dita, le frasi sono mano, le pagine sono passi……..

Appena ho iniziato a leggere il libro, che ve lo dico a fare, ho iniziato a piangere a dirotto. Mi ha commosso anche solo la frase che avevo qualcuno che mi dava la mano. Non che non avessi accanto il mio padre spirituale, anzi, ma nel momento cruciale di dolore io mi vergognavo nel farmi vedere che piangevo da lui. Considerate che io mi commuovo anche quando leggo le letture a Messa. Man mano che avanzavo nella lettura, mi resi conto che non era scritto come uno dei tanti libri che si trovano negli scaffali delle librerie religiose, quei manuali pesanti e complicati che sembra che non arrivano mai all’essenziale, ma bensì era un libro che permetteva una relazione, dove l’autore instaurava davvero una relazione con me. Se ci pensate bene chi scrive libri ci dona la sua vita, e in quel momento avevo un compagno di viaggio nel cammino della fede. Avevo qualcuno che mi ha accompagnato all’incontro con Gesù. Mi ha accompagnato nel reset della mia vita, un po’ come si fa come con il PC o il cellulare quando si riavvia il sistema.

C’è un passo fondamentale ed emozionante nel libro, quando ti chiede di essere discepolo, lo fa attraverso il passo del Vangelo di Gv 1,38-39. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?».  Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.E in quel momento inizia lo step. La tua scelta. Che per me ha significato lo spostare la pietra che era davanti al mio sepolcro rappresentato dal dolore. Ecco perché io e Andrea ci impegniamo a fondo per il riportare le coppie che si sono allontanate dalla Chiesa per dolore, per le sofferenze e i lutti della vita. Il tabernacolo è in chiesa, non altrove. Ce ne sono molti altri di passaggi nel libro, spero di avervi incuriosito e magari spronato a rileggere questo passo di Vangelo con occhi nuovi. Ne approfitto dell’articolo per ringraziarvi perché acquistando il nostro libro ci state aiutando moltissimo, non solo a dare voce ad un argomento di cui si parla poco, ma con il ricavato stiamo aiutando molte realtà che seguiamo con la nostra associazione Abramo e Sara.

Simona e Andrea

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Ho sposato il mio nemico!

Gesù ha detto chiaramente di amare i nostri nemici, perché amare chi ti ama viene spontaneo e non è nulla di straordinario (anche i pagani lo fanno). La parola nemico mi ha sempre ricordato le guerre del passato in cui si scontravano interi eserciti o città per il predominio su un territorio (quello che avviene anche oggi, purtroppo in molte parti del mondo). Comunque ho sempre pensato che difficilmente avrei incontrato nella mia vita nemici veri: certamente persone ostili, come può essere un vicino di casa, un collega di lavoro che tenta di farti fare brutta figura o in generale qualcuno che cerca di truffarti o prevaricarti. Invece la bellezza della vita è anche questa, può succedere di tutto e io certamente non mi aspettavo che la persona che più ho amato nella mia vita (ad esclusione dei genitori), ad un certo punto, sarebbe diventata mia nemica.

In effetti amore e odio sono vicini tra di loro, tanto che un grande odio può diventare un grande amore (mi viene in mente l’Innominato dei Promessi Sposi) e viceversa, come nel mio caso.  Questo è successo quando è arrivata la richiesta di separazione da parte di mia moglie e, visto che io non ero d’accordo, né a separarmi, né sulle condizioni (tempi con le figlie, soldi…), è cominciata una vera e propria guerra, alquanto squallida, sia tra di noi, che tra i rispettivi avvocati. L’aspetto che mi ha più ferito è stato quello riguardante la fiducia e la nostra intimità: io non tenevo nascosto niente a lei, sapeva tutto di me, cose che non avevo mai confidato a nessuno, perché se non ti apri/confidi completamente con il coniuge, con chi lo fai?  E’ stato davvero brutto leggere alcune cose mie private su una lettera di un avvocato, mi sono sentito tradito nel profondo e ho visto sgretolarsi quello che avevamo costruito insieme, noi che per tanti anni abbiamo unito i nostri corpi e condiviso momenti importantissimi. Per fortuna a un certo punto abbiamo trovato un accordo che andava bene a entrambi, non aveva senso continuare a combattere, a guadagnarci erano solo gli avvocati (e le figlie non vivevano certamente un clima sereno). Questo accadeva diversi anni fa, ora i nostri rapporti sono civili e rispettosi, anche se limitati alla gestione delle figlie. Comunque ho imparato sulla mia pelle cosa vuol dire cercare di amare un nemico (addirittura all’interno della famiglia), cosa davvero difficile, ma è stato un buon allenamento per mettere in pratica la mia esperienza con tutte le persone che incontrerò nel mio cammino: le azioni da seguire sono essenzialmente tre:

  1. Sopportare il peso: è normale desiderare che accada qualcosa, un miracolo che risolva la situazione come voglio io, ma difficilmente succede. Quello che posso fare è prendere atto della realtà, senza cercarne i perché (è solo una perdita di tempo e di energie) e portare la croce (Gesù non si è tirato indietro e ci ha mostrato come farlo). Solo quando smetto di arrabbiarmi con Dio e accetto la situazione, posso cominciare a sfruttarla per qualcosa di positivo per me e per gli altri, con la consapevolezza che tutto accade per il mio bene, anche se non lo capisco (non perché sono stupido, ma perché è il limite stesso della mia condizione di creatura).
  2. Esseri gentili, cortesi e disponibili anche se dall’altra parte avviene il contrario: il sorriso, la gentilezza, la disponibilità alle richieste e l’ascolto, sono azioni che richiedono impegno e non sono sempre attuabili, ma dimostrano la mia apertura e benevolenza verso l’altro e lo spiazzano. Quindi se mia moglie mi chiede qualcosa che posso fare (ad esempio accompagnare le figlie o gestirle perché ha un impegno), oppure se ha una necessità (ad esempio andare a comprarle le medicine se sta male), io ci sono e non le dico: “Arrangiati!”.
  3. Pregare per il nemico: la preghiera deve essere anche di richiesta, perché Dio intervenga e converta, ma soprattutto perché cambi il mio cuore, mi faccia accettare la situazione, m’ispiri le azioni giuste da fare, mi conforti, mi dia pace e serenità. Confesso che non avevo mai capito bene quel brano “Prendete su di voi il mio giogo, e imparate da me, perché sono dolce e umile di cuore; e troverete la pace per le anime vostre; perché il mio giogo è soave e il mio peso leggero”: infatti, come può un peso essere leggero? Certo, mi posso allenare, ma la verità è che il peso diminuisce, perché non sono solo a portarlo, c’è Gesù affianco a me (a noi, come coppia) e garantisco che Lui non permetterà che rimanga schiacciato, anzi mi dà conforto, sollievo e una pace vera che solo Lui può dare!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Contemplando l’unità della famiglia

Dal 18 al 25 gennaio, nel nostro emisfero nord, si celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Tale data è stata proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo, assumendo quindi un significato simbolico. Invece nell’emisfero sud, in cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di preghiera in altre date, per esempio nel tempo di Pentecoste, periodo altrettanto simbolico per l’unità della Chiesa.
Dunque in questa settimana (ma non solo) ogni cristiano è chiamato ha pregare insieme per il raggiungimento della piena unità, che è il volere di Cristo stesso “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa (Ut unum sint); come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21). Come sposi cristiani, anche noi siamo chiamati ha pregare per l’unità della nostra Grande Famiglia che è la Chiesa, ma contemporaneamente ci sentiamo ancor più chiamati a pregare per l’Unità della Famiglia, definita appunto Piccola Chiesa Domestica. Per questo, partendo dal passo del profeta Isaia 1,17 “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” scelto dal Gruppo di lavoro locale nominato dal Consiglio delle chiese del Minnesota come testo di riferimento per la Settimana di quest’anno, condividiamo il percorso di preghiera che come sposi seguiremo durante gli otto giorni (tracciato sulla base dell’Esortazione Apostolica di papa Francesco Amoris Laetitia) per contemplare l’unità insieme ad ogni famiglia.
INTRODUZIONE
Interiorizzando il versetto di Isaia, comprendiamo che Dio chiede rettitudine e giustizia da tutti, in ogni momento e in tutte le sfere della vita. Il mondo di oggi “ripropone”, anche all’interno delle famiglie, le sfide della divisione che Isaia fronteggiò nella sua predicazione. La giustizia, la rettitudine e l’unità hanno origine dal profondo amore di Dio per ognuno di noi e rispecchiano chi è Dio e come Dio si aspetta che ci comportiamo gli uni con gli altri, partendo innanzitutto dal nostro piccolo ambiente in cui viviamo quotidianamente. “IMPARATE A FARE IL BENE” in famiglia Siamo consapevoli che non è facile fare il bene: dobbiamo impararlo, sempre. Fortunatamente c’è il Signore che c’è lo insegna. Perciò dobbiamo farci bambini e imparare. Ciò significa che nel cammino della vita, della vita familiare, si impara tutti i giorni. Ci si deve impegnare tutti i giorni a fare qualcosa di buono per ogni membro della famiglia, per essere così migliori del giorno prima. Ma prima di tutto fare il bene richiede la decisione di impegnarsi in un esame di coscienza quotidiano che, non solo singolarmente, ma anche come coppia dovremmo intraprendere. Vi suggeriamo allora, al termine di ogni giorno di questa settimana, di riflettere su due quesiti:
1) Oggi, che cosa Dio mi ha insegnato? Quale virtù mi ha aiutato a coltivare mediante la presenza
e/o le parole del mio coniuge e dei miei figli?
2) Come famiglia in che modo “esportiamo” il bene “accumulato” all’esterno del nostro nido
familiare ed essere così portatori di unità?
“CERCARE LA GIUSTIZIA” in famiglia. La giustizia è un tesoro che va cercato, desiderato, è la meta del nostro agire. Isaia ci suggerisce che praticare la giustizia è un modo concreto di fare il bene. È saper cogliere la volontà di Dio, che è il nostro bene, anche nella vita familiare. Nessuno è giusto, ne il marito, ne la moglie, ne i figli ma, come leggiamo nei Proverbi (24,16) “Se il giusto cade sette volte, egli si rialza”, ogni famiglia può risollevarsi ogni qualvolta cade sotto il peso di una prova, di una tribolazione (anche la più piccola). Vi suggeriamo allora, all’inizio di ogni giorno di questa settimana, di recitare insieme l’ Antifona al Benedictus che alcune volte si prega nelle Lodi: “In santità e giustizia tutti i nostri giorni serviamo il Signore (nella nostra famiglia)”


SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DELLA FAMIGLIA


18 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA DISABILITÀ (Amoris Laetitia n 47)
“Le persone con disabilità costituiscono per la famiglia un dono e un’opportunità per crescere nell’amore, nel reciproco aiuto e nell’unità. […] La famiglia che accetta con lo sguardo della fede la presenza di persone con disabilità potrà riconoscere e garantire la qualità e il valore di ogni vita, con i suoi bisogni, i suoi diritti e le sue opportunità”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che vivono l’esperienza della malattia
19 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA FEDELTÀ (Amoris Laetitia n 77)
“Risulta particolarmente opportuno comprendere in chiave cristocentrica le proprietà naturali del matrimonio, che costituiscono il bene dei coniugi (bonum coniugum)», che comprende l’unità, l’apertura alla vita, la fedeltà e l’indissolubilità, e all’interno del matrimonio cristiano anche l’aiuto reciproco nel cammino verso una più piena amicizia con il Signore”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza dell’infedeltà
20 GENNAIO: RIMANERE UNITI PERDONANDO (Amoris Laetitia n 88)
“L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che non vivono il quotidiano alla “scuola del perdono”
21 GENNAIO: RIMANERE UNITI IN DIO E CON DIO (Amoris Laetitia n 121)
“Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del Matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza”. Oggi preghiamo affinché si possa ricostituire l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza della separazione
22 GENNAIO: RIMANERE UNITI NEL SACRAMENTO (Amoris Laetitia n 134)
“L’amore che non cresce inizia a correre rischi, e possiamo crescere soltanto corrispondendo alla grazia divina mediante più atti di amore, con atti di affetto più frequenti, più intensi, più generosi, più teneri, più allegri. Il marito e la moglie «sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono»”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che non sono consapevoli della grazia ricevuta con il Sacramento del Matrimonio
23 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA DIVERSITÀ (Amoris Laetitia n 139)
“L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti le famiglie che sono chiuse in se stesse e non accolgono le diversità sia al loro interno che all’esterno
24 GENNAIO: RIMANERE UNITI PER UNA FECONDITÀ GRANDE (Amoris Laetitia n 165)
“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale « non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre »”. Oggi preghiamo per l’unità di tutti gli sposi che vivono l’esperienza dell’infertilità
25 GENNAIO: RIMANERE UNITI NELLA PREGHIERA (Amoris Laetitia n 227)
“Non bisogna dimenticare di invitare a creare spazi settimanali di preghiera familiare, perché «la famiglia che prega unita resta unita»”. Oggi preghiamo per l’unità di tutte le famiglie che non credono o sono lontane da Dio.

Carissimi sposi pregare per l’UNITÀ DELLA FAMIGLIA fa parte della nostra missione affinché si conservi la bellezza del Sacramento nuziale nonostante tutti i “venti contrari” che oggi “soffiano” su di esso. Unitevi a noi con questa Preghiera quotidiana: Dio, Padre Onnipotente, che hai creato l’uomo e la donna affinché formassero una sola carne, custodisci, con la tua paterna bontà, la famiglia umana nel vincolo dell’unità e dell’amore, affinché possa testimoniare al mondo la tua paternità, la tua pazienza, la tua eterna misericordia. Signore Gesù, che a Cana di Galilea sei venuto incontro alle prime difficoltà degli sposi cambiando l’acqua in vino, trasforma il cuore di tutte le coppie affinché possano donarsi l’un l’altro con sacrificio perenne e oblazione totale. Spirito Santo Paraclito, conserva nella fedeltà coniugale tutte le famiglie del mondo affinché formino un cuor solo e un’anima sola. Maria, Madre della Chiesa, difendi ogni famiglia dalle insidie del Maligno, aiuta i genitori nelle prove della vita e intercedi per coloro che ricorrono a te. O Trinità Santissima, modello del Vero Amore, custodisci e rafforza la fede, la speranza e la carità delle nostre famiglie, affinché siano nel mondo sacramento del Tuo Amore. Amen!
Buona settimana, Daniela & Martino

Quanto è difficile l’obbedienza!

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,1-10) Fratelli, ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per il bene degli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo : «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek». Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo l’ordine di Melchìsedek.

Continuano le letture che ci raccontano Gesù, un po’ come quando prima facciamo un regalo e poi ne spieghiamo i pregi affinché chi lo riceve possa goderne appieno… similmente la Chiesa, subito dopo il Natale, continua a spiegarci chi è Gesù mettendone in rilievo ora un particolare ora un altro. Di sicuro il tema centrale della Lettera agli Ebrei è quello di Gesù sommo sacerdote, ma in questo brano scorgiamo alcuni particolari. All’inizio del brano S. Paolo ricorda agli Ebrei, che già conoscevano molto bene la figura del sommo sacerdote, come quest’ultimo sia in grado di sentire giusta compassione in quanto anch’egli uomo… ebbene se ne è capace il sommo sacerdote figuriamoci se non ne è capace il vero ed eterno sommo sacerdote.

Cari sposi, quando ci rapportiamo con Gesù non dobbiamo pensare che siccome Lui è Dio ci debba esaudire punto e basta. Tante volte, per la verità quasi tutte, quando raccontiamo le nostre tribolazioni ad una persona amica non ci aspettiamo innanzitutto che essa ci dia una soluzione ai nostri problemi, ci basta che ci ascolti, poi magari potrà capitare che ci aiuti nello sbrigare tanti nodi aggrovigliati, ma come situazione primaria chiediamo almeno l’accoglienza dell’ascolto… e spesso ci congediamo dall’altro più leggeri, rincuorati e incoraggiati, spronati nell’affrontare le varie vicissitudini sicuri della comprensione dell’amico.

Ecco con quale spirito dobbiamo innanzitutto accostarci a Gesù, come faremmo con quella persona amica, sicuri che in Lui troviamo qualcuno che ci ascolti nel profondo, qualcuno che sappia usare compassione e comprenda la nostra fatica perché anche Lui ha la nostra stessa natura, se ne intende di dolori e fatiche, S. Paolo stesso ci ricorda che patì. Cari sposi, il momento migliore per parlarGli è quello della Santa Comunione eucaristica, e dobbiamo avere questo colloquio intimo singolarmente, ma nulla vieta che poi i due sposi si ritrovino in un altro momento per parlare cuore a cuore con Gesù.

Un altro particolare che intendiamo evidenziare è la parte finale del brano : Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, […] . In questa frase è riassunta bene la verità che in Gesù coesistono le due nature, quella umana e quella divina, ognuna piena al 100%. Infatti scrive Figlio con la maiuscola e anche nel resto del brano è esplicitato che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, ma qui aggiunge che pur essendo Figlio, cioè Dio per natura, tuttavia aveva qualcosa da imparare come uomo. Ed ha imparato l’obbedienza, una virtù oggi più che mai disattesa e sottovalutata anche in casa cristiana. Quante volte abbiamo disubbidito come sposi ai comandi del Signore? Quante volte abbiamo disubbidito come genitori? E come fidanzati com’è andata? Ognuno ha le proprie risposte, quello che è certo è che dietro ad ogni obbedienza c’è una fatica più o meno grande a seconda di quanto ci è stato chiesto, è duro ammettere che stiamo sbagliando, è duro piegare le nostre inclinazioni, le nostre tendenze, la nostra volontà alla volontà di un Altro… ma dietro ad ogni fatica c’è una ricompensa, e la nostra ricompensa è la salvezza. Dio non ci chiede mai nulla che non sia per il nostro bene.

Finché siamo convinti che la vita sia tutta qui non metteremo mai mano alla nostra conversione per imparare ad obbedire, perché la vita eterna resterà in secondo piano, alla stregua di una pia illusione. Quanto più cominciamo a capire che questa vita è una prova, anche di obbedienza, allora la prenderemo sul serio e cominceremo ad obbedire, all’inizio solo per essere salvati; ma è man mano che si progredisce nella virtù dell’obbedienza che si capisce come la salvezza sia già presente dentro l’opera e dentro i frutti della obbedienza stessa perché l’obbedienza conduce sempre al bene.

Coraggio sposi, anche Gesù è stato esaudito, ma ha dovuto sudarselo, Lui che era perfetto, non vedo perché noi dovremmo avere la vita eterna a basso prezzo.

Giorgio e Valentina.

La pesantezza dell’ordinario

E’ finito il tempo del Natale. Ci avete fatto caso? Nella messa di ieri il sacerdote indossava la casula verde, quella del tempo ordinario. Anche la Chiesa è caratterizzata da tempi diversi durante l’anno liturgico. Ci sono i momenti forti. C’è la Pasqua e c’è il Natale. E poi c’è il tempo ordinario. Non so voi, per quanto mi riguarda trovo molto più bello e coinvolgente partecipare alla messa di Natale o di Pasqua piuttosto che a quella di una domenica di metà luglio. Credo sia normale. Nei tempi forti è tutto amplificato. La liturgia è più solenne, c’è il coro, ci sono le chiese piene. C’è un’atmosfera che si sente e che fa mi fa provare delle emozioni. E’ bello andare a messa. Invece che tristezza certe messe estive! Gente annoiata, magari che entra in chiesa con pantaloncini ed infradito. Certe volte non avverto sensazioni positive ma quasi desolazione.

Il tempo ordinario può essere così. Può essere difficile scorgere la bellezza di certe liturgie. Eppure anche in quelle celebrazioni c’è la presenza di Cristo, esattamente come a Natale. Così è la nostra vita personale e di coppia. Anche noi abbiamo gran parte della nostra vita caratterizzata dalla casula verde. Tante volte si fatica a riconoscere che la nostra storia è abitata da Dio. Il tempo ordinario è un tempo che spesso ci pesa. Un tempo che spesso viviamo come triste e pesante. Non troviamo il senso e la motivazione per viverlo. Tutto uguale, tutto si ripete in una routine che ci distrugge. Un tempo che non ci piace. Un tempo che diventa di attesa, dove non viviamo assaporando il presente, ma sopravviviamo in attesa che arrivi la vita, perché quella non è vita. Nel tempo ordinario siamo come morti, non viviamo, ma tiriamo avanti con fatica in attesa di quella botta di vita che ci riempia il vuoto o che almeno ci permetta di distrarci dalla miseria. 

Questo stato emotivo ha un nome: accidia. L’accidia è uno dei vizi capitali perché impedisce di vivere in pienezza. Perché è come una palla di cemento che ci impedisce di donarci e di nutrire gioia e speranza. C’è una canzone che esprime benissimo questa sensazione. Si chiama weekend degli 883. Una canzone vecchia, degli anni novanta, quando la ascoltavo da ragazzo e mi ci riconoscevo molto. E’ una vita da disperati, da gente che non vive se non in pochi attimi in cui si illude di bastarsi e di avere tutto. Così anche la vita familiare diventa una serie di impegni: la scuola, il lavoro, le faccende di casa. Tutta una serie di impegni che ci distruggono nell’attesa che accada qualcosa o che arrivi quella vacanza o quel viaggio dove potremo finalmente evadere da una vita che ci sta stretta e che non ci piace, è quasi una prigione.

Chi ci salva dall’ordinarietà? Naturalmente Gesù. Gesù ci apre al suo mistero. Gesù ci mostra che proprio nel quotidiano possiamo trovarlo e trovare il senso. Ed è così che l’ordinario diventa occasione per amare, tempo che riempie e dove fare esperienza di Dio e incontro dell’altro. Gesù ci chiama ad essere suoi apostoli proprio nel matrimonio, nel sacramento che maggiormente si vive nell’ordinario. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. Così non avremo bisogno di evadere, di cercare emozioni e sensazioni nello straordinario, magari in qualche relazione extraconiugale, ma avremo tutto nella nostra vita ordinaria, perché Dio ci ha chiamato a realizzarci nell’ordinario, perché lo straordinario può regalare emozioni, ma queste sono destinate ad esaurirsi e lasciare spazio alla disperazione se non abbiamo dato un senso e un valore alla nostra vita di ogni giorno. Un ultimo consiglio. Anche la vita ordinaria può nascondere dei momenti di bellezza straordinaria. Prendetevi del tempo per contemplarvi, per nutrirvi l’uno dell’altro. Basta davvero poco. A volte basta anche uscire e fare una colazione al bar guardandosi negli occhi. Basta poco ma tante volte non facciamo neanche quel poco e poi tutto è più pesante e difficile.

Antonio e Luisa

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Battezzati nello Spirito

Cari sposi,

la scena del Vangelo odierno è una prosecuzione di quello della domenica scorsa. Siamo sempre al Giordano, quando Gesù volle essere battezzato da suo cugino. Ora però a parlare non è il Padre ma proprio lui, il Battista, e vorrei soffermarmi su una sua frase: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1, 33).

In effetti, Gesù ci porta lo Spirito Santo, che è l’Amore che intercorre tra Lui e suo Padre. Lo Spirito impregna tutto il suo cuore, il suo respiro, la sua “anima” e per questo può donarcelo realmente, può “battezzarci nello Spirito Santo”. Ma che significa questa espressione? Se battezzare vuol dire immergere, tuttavia lo Spirito è spirito, non liquido. In realtà, per traslazione, Gesù intende dirci che ci fa dono, e lo fa in abbondanza, dello Spirito Santo. Ossia Gesù non ci dona solo un “tocchetto” ma immergendoci in Lui, ci regala la sua pienezza infinita di Vita, di Amore e di Gioia divina. Gesù è estremamente generoso e ci vuole inondare di tutti questi beni.

Tuttavia, attenzione! Sempre Giovanni Battista ha fatto notare, in un altro passaggio, che Gesù battezza “in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16) e lo stesso Gesù fa tale accostamento riferendosi alla sua passione (cfr. Gv 12, 49-50). Questo per farci capire che il Battesimo dello Spirito agisce come il fuoco, ossia, Egli non distrugge ma trasforma, cioè dà una nuova forma a ciò che tocca, come avviene su un pezzo di legno o una barra di ferro o un lingotto d’oro. Parimenti, Gesù brama di consegnarci il fuoco divino dello Spirito affinché “trasformi” profondamente le nostre vite e le renda piene di amore.

Ora veniamo a voi, cari sposi. Su di voi è stato effuso più volte lo Spirito Santo. È avvenuto singolarmente nel Battesimo e nella Cresima sigillando la vostra anima. Tale effusione si rinnova ad ogni vostra Comunione e Confessione. Ma c’è anche un’effusione sulla vostra coppia, che è avvenuta durante il rito del matrimonio e permane in modo stabile. Ma Essa si rinnova ad ogni incontro intimo, vissuto nella sua completezza. Ad esso si riferisce in modo discreto e rispettoso Papa Francesco quando scrive: “L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia” (Amoris Laetitia, 74). Detto in modo più chiaro da Antonio e Luisa: “Come nell’Eucarestia lo Spirito Santo entra in noi, così nell’amplesso fisico degli sposi c’è una nuova effusione dello Spirito che rinnova e perfeziona i doni di Grazia che abbiamo ricevuto il giorno del nostro Matrimonio” (Sposi, profeti dell’amore, Tau Editrice, p. 75).

Perciò, con tutta questa abbondanza e ricchezza di doni, non lasciamo, non lasciate che lo Spirito resti inerte in voi. Lui viene, scende, soffia ma non violenta mai la nostra libertà, non ci prende per il collo. Sta solo a noi essere docili alla Sua voce, al contrario, succederebbe come dice san Paolo in Efesini 4, 30 che lo “rattristeremmo”, cioè renderemmo inutile ogni suo sforzo per colmarci di Amore. Ecco allora che appare chiaro come il Battesimo che Cristo fa su di voi sposi sia certamente a partire dallo Spirito ma poi si vuole incarnare e inserire nei vostri corpi perché tutta la vostra vita, mente, cuore, spirito e corpo sia trasformato dal Suo amore.

ANTONIO E LUISA

Ringraziamo padre Luca per la citazione. Vogliamo completare questa bellissima riflessione di padre Luca non con un’altra riflessione, ma con la nostra testimonianza. Cari sposi investite sulla vostra intimità. Preparatela in una vita caratterizzata dall’impegno costante dell’uno verso l’altra. Liberatela dalla lussuria, dalla pornografia e da tutte quelle fantasie che spingono ad usare l’altro. Purificate il vostro cuore con la confessione. E donatevi nella gioia e nell’abbandono reciproco. Quello che ne avrete in cambio sarà un’esperienza meravigliosa di comunione e un’effusione di Spirito Santo che vi darà forza e sostegno per i giorni a venire.

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