Domenica e famiglia: un connubio possibile /50

( Il sacerdote, con le mani giunte, dice sottovoce: ) Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che per volontà del Padre e con l’opera dello Spirito Santo morendo hai dato la vita al mondo, per il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue liberami da ogni colpa e da ogni male, fa’ che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te. ( Oppure: ) La comunione al tuo Corpo e al tuo Sangue, Signore Gesù Cristo, non diventi per me giudizio di condanna, ma per tua misericordia sia rimedio e difesa dell’anima e del corpo. ( Il sacerdote genuflette, prende l’ostia e tenendola un po’ sollevata sulla patena o sul calice, rivolto al popolo, dice ad alta voce: ) Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello. ( E continua, dicendo insieme con il popolo: ) O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.

Siamo giunti ad un momento delicato per tutti, nel quale è bene conservare il massimo silenzio e compostezza nel rispetto della preghiera silenziosa di ciascuno. Abbiamo volutamente aggiunto nella citazione le parole riservate al sacerdote perché ci sono di grande aiuto nella comprensione della solennità del momento nonché per pregare anche noi con lui nel nostro cuore, se non con le stesse parole almeno con lo stesso moto dell’anima che queste parole dovrebbero suscitare.

Nella prima preghiera il sacerdote ricorda a se stesso, per l’ennesima volta, che ciò che sta per mangiare è frutto di un sacrificio di morte, dice infatti: “[…]morendo hai dato la vita al mondo“; qualcuno potrebbe pensare che la Chiesa ritenga che i suoi figli siano dei deficienti ed invece no, siccome conosce la natura fragile dell’uomo, semplicemente vuole rafforzare la nostra fede giorno dopo giorno, e come fa un buona madre ripete le stesse cose 20 volte al giorno ai suoi figli casomai sorgessero dubbi di fede in quel momento solenne, ecco perché il sacerdote (per primo) ripete a se stesso e si trova sulle labbra quelle stesse parole ogni volta affinché la sua fede non vacilli proprio in quegli istanti, ma al contrario ne tragga profitto e confermi nella fede i suoi parrocchiani.

Finite le preci, il sacerdote si rivolge al popolo con le stesse parole appena recitate poco prima nell’Agnus Dei: “[…] Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo[…]” quasi a mo’ di presentazione; come se il popolo prima avesse recitato o cantato l’Agnus Dei senza un riferimento oggettivo e fisico, ma ora, finalmente, eccolo lì Colui che abbiamo invocato poco prima col titolo di Agnello di Dio, il sacerdote ce lo presenta così ad imitazione del Battista quando anch’egli (si racconta nel Vangelo) lo presentò alla sua gente con le stesse parole… per fare un paragone umano un po’ azzardato ma che rende l’idea : una sorte di presentazione ufficiale in pompa magna come quando la celebrità si presenta sul palco dopo l’insistente acclamazione della folla esultante.

A questo punto è bene inginocchiarsi perché si è di fronte all’Agnello di Dio, come quando ci si inginocchia di fronte al Re, anche la forma esteriore ci induce a farlo poiché non c’è molta differenza tra l’esposizione del Santissimo Sacramento e questo momento: nella prima il Santissimo è presentato con l’ostensorio (una teca di vetro decorata) mentre in questo momento è tra le mani del sacerdote ma è sempre Lui, non è meno Santissimo di quando è nell’ostensorio.

La risposta del popolo ricopia quasi alla lettera la frase del centurione nel Vangelo di Matteo (8, 5-11), una frase che denota una grande fede ma anche un’umiltà profonda. Nell’originale latino (che si recita nel rito “vetus ordo“) la frase è molto più eloquente perché se per il centurione il tetto sotto il quale Gesù non sarebbe stato degno di entrare era il semplice tetto fisico della propria abitazione, per noi il tetto è il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo.

E se per il centurione il tetto fisico non era degno di ospitare Gesù, cosa dovremmo dire noi che lo ospitiamo in maniera molto più intima del tetto fisico? Noi lo ospitiamo col nostro corpo, nel nostro cuore, nella nostra anima, come rendere degna dimora all’Agnello di Dio, al Re dei Re, al Figlio di Dio, a Dio in persona?

Le famiglie sanno bene cosa significhi dare un ripulita alla casa quando arriva un ospite importante, ecco perché il nostro lavoro di sposi in Cristo è quello di rendere il nostro corpo ed il nostro cuore sempre più una degna dimora per Gesù.

Nel prossimo articolo ci addentreremo un poco di più in questo grande mistero della comunione.

Giorgio e Valentina.

Sono al mio posto?

Papa Francesco da alcune settimane sta dedicando le sue catechesi del mercoledì ad un tema molto importante ed interessante: il discernimento. Vorrei soffermarmi su una frase pronunciata da lui nell’udienza del 7 dicembre: Un altro elemento importante è la consapevolezza di sentirsi al proprio posto nella vita – quella tranquillità: “Sono al mio posto” -, e sentirsi parte di un disegno più grande.

Questa frase è decisiva per noi sposi. Certo il papa si riferisce ad una dimensione più generale, parla ad ogni persona e per ogni scelta della vita, però io voglio leggere questa sua riflessione specificandola al nostro stato di vita e alla nostra scelta di donarci nel matrimonio. D’altronde la scelta di sposarsi è una di quelle che indirizzano più di altre la storia presente e futura di ognuno di noi. Decidere di donarsi totalmente e per tutta la vita ad una persona significa che poi non si può cambiare idea e tornare al via per ricominciare. Non stiamo giocando a Monopoly. Ci stiamo giocando la nostra vita. Ci stiamo giocando la nostra vita eterna.

Perchè ci tengo a mettere in evidenza questa frase del papa? Perchè nella nostra esperienza è una di quelle tentazioni che maggiormente colpiscono gli sposi. Fortunatamente io, seppur ho attraversato momenti di crisi più o meno pesanti, non ho mai pensato di non essere nel posto giusto. Ho sempre messo in discussione me stesso, a volte alcuni comportamenti di Luisa, ma mai il nostro matrimonio. Non ho mai avuto dubbi sulla bontà di quella scelta. Non è così per tante persone che ci contattano. Una delle recriminazioni che più spesso raccogliamo dalle telefonate e dalle mail è proprio questa: ho sbagliato a sposarmi, non è la persona giusta.

Non entriamo nel discorso nullità matrimoniale. Sono consapevole che molti matrimoni non sono celebrati con la giusta consapevolezza. Non è questo il tema che mi preme affrontare oggi. Premettiamo quindi che il matrimonio sia valido. In questo caso la scelta è diventata alleanza. Una scelta quindi indissolubile. Una scelta che diventa sacramento. Una scelta che ha saldato i due sposi con il fuoco dello Spirito Santo. In questo caso non c’è dubbio quale sia il posto dei due sposi. Se decidete di rimanere nel matrimonio siete nel posto giusto. Non c’è dubbio su questo. Perchè lì, in quell’unione, in quella scelta, in quell’alleanza, in quel sacramento c’è la presenza reale di Cristo. C’è un posto migliore dove stare? C’è qualcosa che può dare più pace e più senso di questo?

Ma lui non mi fa sentire amata! Lui pensa sempre ai fatti suoi! Non mi capisce! Lei è sempre fredda! Non ha voglia di fare l’amore! Io lavoro tutto il giorno e lei sa solo lamentarsi! Lui non è dolce, non mi dà quella tenerezza che vorrei e poi vuole fare l’amore! Lui non mi ascolta! Lei sa solo lamentarsi! Potrei andare avanti ancora molto. Io capisco benissimo tutte queste obiezioni. Sentirsi amati ed apprezzati è bellissimo e va ricercato. Ma tutto ciò non può mettere in discussione il matrimonio. Perchè altrimenti non abbiamo compreso cosa il matrimonio sia. Non è un semplice modo per riempire i nostri bisogni affettivi e sessuali. Il matrimonio è l’occasione che Dio ci dà per decentrare il nostro sguardo, per imparare a donarci, a farci pane spezzato per l’altro. E la cosa scandalosa è che dovremmo imparare a farlo senza chiedere nulla in cambio. Perchè farlo? Perchè nel dono totale di noi incontriamo Cristo e la Sua pace. Una pace che non dipende dal comportamento di qualcuno ma che ci rende liberi.

Questo non significa accettare qualsiasi comportamento da parte dell’altro. Possiamo essere fedeli al matrimonio, essere nel nostro posto in tanti modi. Possiamo decidere in certi casi di allontanarci fisicamente dall’altro. Questo in caso di violenze psicologiche o fisiche. Possiamo decidere di allontanarci anche in caso di gravi mancanze come tradimenti. Allontanarci non significa però smettere di essere dentro il matrimonio e fedeli alla promessa. Semplicemente nella libertà scegliamo il bene per l’altro e per noi, ma sempre lasciando la porta aperta alla Grazia e all’unione. Possiamo essere nel posto giusto, restando nel nostro matrimonio anche nella separazione. Tra gli autori di questo blog c’è Ettore che da sposo separato e fedele racconta il senso della sua scelta mai rinnegata. Ha compreso che il matrimonio è il suo posto. Nella gioia e nel dolore. Perchè lì ha trovato e trova tutt’ora Gesù.

Vorrei concludere con le parole di don Fabio Rosini che trova sempre il modo per essere chiaro e diretto:

Se sei santo amerai lì dove sei. Inventandoti come amarli lì per lì, con le cose che hai a disposizione. I buoni cuochi non sono quelli che hanno i migliori ingredienti e fanno piatti eccezionali. Sono quelli che aprono il frigorifero e con quello che c’è si inventano un piatto. Bisogna valorizzare (il nostro matrimonio). Con quali strumenti? Con quelli che Dio ti dà. In quale comunità (matrimonio)? La tua. Quale storia? La tua storia! Dio non sta sbagliando. Con nessuno di noi! La verità però è che da noi dipende la bellezza delle nostre realtà: se viviamo la vita come una missione di amore verso le persone che abbiamo accanto, allora qualunque posto può diventare un piccolo pezzo di Paradiso.

Smettiamo quindi di piangerci addosso e di guardare fuori, come se la salvezza possa essere trovata fuori dal nostro matrimonio. Vogliamo essere santi? Vogliamo trovare Dio? Cerchiamolo nel nostro matrimonio, impegniamoci a fondo lì, perchè ne vale la pena. Anche se alcune volte non sembra. L’altro forse resterà con quel carattere e con quei peccati. Forse resterà stronzo e si comporterà male ma noi non resteremo gli stessi. Questo è certo!

Antonio e Luisa

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La speranza aiuta ad amare

Non so se condividerete questa mia riflessione. Mi è venuta così, rileggendo un mio vecchio articolo. Uno dei primi scritti su questo blog. Era il 2016, ancora non avevamo affrontato questi anni terribili. Eppure già notavo nelle nostre generazioni una diffusa mancanza di speranza. Questo è terribile perchè non avere speranza ci rende incapaci di amore vero. Ci rende sempre più egoisti. Sempre più soli.

Ci si sposa sempre meno, sempre meno i giovani si decidono per la vita consacrata. C’è sempre più paura perchè non siamo più capaci di scorgere l’opportunità delle scelte definitive. La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa. Perchè abbiamo bisogno di non pensare e di anestetizzarci di piaceri e di emozioni.

Il sacramento del matrimonio, attraverso la Grazia, unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna. La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile. Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato. Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Anche lo stesso amplesso fisico, senza speranza, perderebbe il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento e sarebbe, per forza di cose, abbassato a una semplice esperienza sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio. L’amplesso deve diventare quel momento dove viviamo la terra e il Cielo contemporaneamente. L’intimità deve diventare quella comunione così profonda, così tanto profonda da farci capire cosa potrà essere il paradiso, anche se per pochi istanti.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto. Siamo vicini al Natale. Abbiamo magari allestito il nostro presepe. I magi li abbiamo posti ancora lontano da Betlemme, in cammino. I magi sono re anche di speranza. I magi non si sono persi, perchè hanno avuto lo sguardo fisso sulla stella che li ha guidati lungo il cammino verso l’obiettivo che si erano posti: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio che è Gesù, potremo giungere da lui, insieme, per abbracciarlo eternamente. Senza stella saremmo come profughi in mezzo al mare, in balia delle onde e delle correnti che ci trascinano avanti ma senza una vera meta e un vero significato.

Gli sposi, anzi, noi sposi dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto. Buon proseguo di questo tempo di Avvento, che sia fecondo nel vostro matrimonio. Voglio terminare citando don Renzo Bonetti che riguardo l’amore degli sposi ebbe a dire:

Crescere nel nostro amore diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Antonio e Luisa

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 … A contemplarci in tua beltade andiam…

Nella memoria di san Giovanni della Croce, dottore della Chiesa e cofondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, abbiam provato a “immergerci” in una delle sue opere più belle: il Cantico Spirituale, dove viene descritto un vero e proprio esercizio d’amore tra la “sposa” (che rappresenta l’anima) e lo “sposo” (che rappresenta Gesù Cristo). Consci che non è possibile spiegare tutta l’ampiezza e la ricchezza che lo Spirito fecondo d’amore riversa in ogni dialogo personale con ciascuno di noi (dice infatti san Paolo nella lettera ai Romani 8,26 “è lo Spirito che viene in aiuto alla nostra debolezza e, abitando in noi, intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” riguardo a ciò che non possiamo comprendere bene), come sposi, abbiamo cercato di interiorizzare una delle strofe finali del Cantico. Proveremo a trasmettervi, con parole semplici, alcuni spiragli di luce che sono giunti a noi.


STROFA 35
Orsù, godiam l’un l’altro, Amato,
a contemplarci in tua beltade andiam
sul monte e la collina
dove pura sorgente d’acqua scorre,
dove è più folto dentro penetriam.


Normalmente quando, mediante il Sacramento del Matrimonio, si raggiunge l’unità (l’una caro, una sola carne) è importante esercitarsi in tutto ciò che è proprio dell’amore. È proprio per questo che attraverso le parole di questa strofa possiamo percorrere tre passaggi che fanno del nostro amore non solo un sentimento ma una decisione continua.

Il passaggio iniziale riguarda il godere e l’assaporare la dolcezza dell’amore, come dice il primo verso “Orsù, godiam l’un l’altro, Amato”. In modo specifico, come coniugi, sicuramente siamo tutti consapevoli che senza tenerezza, dolcezza, delicatezza non c’è amore, ma siamo convinti che dentro il cuore di ognuno di noi c’è, anche se piccolo, un cucchiaino di miele che può dar gusto al nostro stare insieme. Quindi, cari sposi, la tenerezza non s’inventa ma la si fa emergere perché abita già in noi, in quanto siamo stati creati a immagine e somiglianza di un Padre che è tenerezza infinita.

Breve momento di coppia. Al termine della giornata sediamoci uno di fronte all’altro e scambiamoci un cucchiaino di miele come segno della consegna reciproca della propria tenerezza. Dopo, averlo assaporato, ci rivolgiamo allo Sposo con questa breve preghiera: Fa, o Dio, che la nostra tenerezza sia riflesso della tua Tenerezza affinchè crei, fondi, santifichi ogni nostra giornata e ogni nostro gesto e rinnovi quotidianamente il nostro amore, rendendolo nobile, generoso, puro, colmo d’incanto nuovo, come una primavera in fiore.


Il passaggio intermedio riguarda il diventare simili all’Amato, come dice il secondo verso “a contemplarci in tua beltade andiam”
Abbiam detto più volte che Gesù è l’Amato perciò dobbiamo mettiamocela tutta affinché, mediante questo esercizio d’amore, possiamo arrivare a contemplarci nella Sua bellezza. Ma questo perché e quando è possibile? Innanzitutto è possibile perché attraverso il Battesimo siamo diventati figli adottivi di Dio, siamo stati inseriti in Cristo e non siamo più noi che viviamo ma è Cristo che vive in noi. Il Matrimonio precisa il senso dell’appartenenza battesimale: noi due battezzati realizziamo la nostra coppia come comunità coniugale proprio perché il Battesimo si compie nel Matrimonio in una modalità propria. Possiamo dunque arrivare a vedere la bellezza dell’Amato nel nostro amore partendo dal Battesimo, che ci ha fatti uomini e donne nuovi in Cristo. In secondo luogo, riusciamo a conformarci a Lui quando saliamo “sul monte e la collina dove pura sorgente d’acqua scorre”. Sappiamo che nella sacra Scrittura il monte è il luogo dell’incontro con Dio, della sua rivelazione e della sua conoscenza. Per noi sposi è proprio il nostro amore quel luogo in cui Dio si manifesta. Nel Cantico dei Cantici l’amore sponsale è soprattutto «una fiamma del Signore» (8,6); ciò significa che per sua natura l’amore tra uomo e donna fa conoscere Dio, viene da Dio e conduce a Dio. Quindi prendersi cura del proprio amore coniugale vuol dire prendersi cura del proprio rapporto con Dio. Ma certamente è vero anche il contrario: curare il proprio rapporto con Dio alimenterà sempre più il nostro amore coniugale. Solo dopo ciò possiamo percorrere la collina, per scoprire l’amore di Dio che brilla anche nelle altre creature e in tutte le sue opere. Questo tentativo di conformazione allo Sposo non lo raggiungiamo mediante i nostri deboli sforzi ma solo grazie alla sapienza di Dio, a quell’ acqua pura, libera di tutto ciò che la nostra mente riesce a immaginare.


Breve momento di coppia. Trascorriamo una giornata in montagna, magari dove è presente anche un luogo di preghiera.
Mentre passeggiamo, immersi nel silenzio della natura, sostiamo di tanto in tanto e rivolgendo il nostro sguardo verso l’alto ripetiamo: Donaci, o Dio, la sapienza del cuore!


Il passaggio finale riguarda il penetrare nelle ricchezze e nei segreti dell’Amato, come dice l’ultimo verso “dove è più folto dentro penetriam” Questo passaggio è il più difficile, ancor più come sposi. Quanto più si ama, tanto più si desidera “addentrarsi” nelle profondità dell’amato proprio per contemplarne tutto il suo splendore e provare una gioia inestimabile che supera ogni sentimento. Ma qual è il mezzo che ci permette di raggiungerci interiormente? potrebbe sembrare un po’ contraddittorio ma è la sofferenza. Anche la minima sofferenza può creare una crepa, sia dentro ognuno di noi, sia nel rapporto coniugale. Ma è proprio da questa crepa che può entrare il balsamo dell’amore e trasformarla in germoglio di vita. Per Gesù, la croce è stata la forma più alta del suo amore per l’umanità quindi, da cristiani e da sposi, siamo convinti che la via della croce è l’unico mezzo che mette alla prova davvero l’esperienza d’amore di ogni coppia. Pensate quanta energia interiore, di forza, di carattere, si sprigiona quando facendo nostro il dolore del coniuge ne facciamo un’occasione per amare. Ogni dolore altrui è dunque una ricchezza che, se accolta, genera risurrezione.


Breve momento di coppia. Nel momento in cui la sofferenza prende il sopravvento nella nostra vita coniugale non disperiamo ma accogliamo il suggerimento che san Giovanni della Croce fece ad una monaca che gli raccontava delle difficoltà che aveva sofferto: “Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio. E dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore


Carissimi sposi, coraggio! Ogni passo in più nell’amore è un passo in più verso Colui che sta per venire!
Daniela & Martino

Il vero risorgimento!

Dal libro del profeta Sofonìa (Sof 3,1-2.9-13) Così dice il Signore: «Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime! Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio». «Allora io darò ai popoli un labbro puro, perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo. Da oltre i fiumi di Etiopia coloro che mi pregano, tutti quelli che ho disperso, mi porteranno offerte. In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perché allora allontanerò da te tutti i superbi gaudenti, e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte. Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero» .Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.

Questa volta la prima lettura non viene tratta da Isaia ma da un altro profeta che vede una situazione disastrosa per il suo popolo, in quanto vive un tempo in cui il popolo prescelto si lascia condizionare dalle religioni dei popoli con cui convive. Sofonia si trova a dover combattere il culto degli astri, idolatrie e apostasie; sente perciò l’ardente desiderio che il Signore torni a regnare nei cuori della sua gente.

Anche in questo libro ci sono ammonimenti e correzioni, ma a volte le voci dei profeti vengono ignorate o taciute, sono voci fastidiose perché ci ricordano le nostre mancanze, le nostre incoerenze, i nostri peccati, sono come la voce della coscienza del popolo. Noi spesso leggiamo pagine di questo tipo con lo stato d’animo di chi la sa lunga, con l’altezzosità di non essere parte del popolo ebraico, con la superbia di chi legge le disgrazie altrui sentendosene immune : niente di più sbagliato!

Il popolo d’Israele è sicuramente un popolo dalla “dura cervice” (come viene definito nel libro dell’Esodo) ma non per questo è tanto lontano dalle bassezze umane e dalle colpe in cui anche noi italiani cadiamo così frequentemente e con troppa facilità. Le miserie e le fragilità umane sono comuni alla natura umana e non appartengono in esclusiva ad un popolo o ad un’etnia, ma accomunano l’esperienza umana di ogni secolo e di ogni società, causando rovinose cadute nei medesimi peccati magari con sfumature diverse per ogni epoca, ma questo non ci esime dal sentirci già a posto in quanto sappiamo già chi sia il Salvatore promesso all’antico Israele.

La Chiesa ci è madre e sa bene che il cuore dell’uomo assomiglia troppo spesso ad una bandieruola esposta al vento, perciò ci mette in guardia affinché possiamo imparare dagli errori del passato, ma sembra che Israele sia un popolo che è stato superato di gran lunga nella dura cervice dal popolo italiano. Non è forse vero che anche tanti italiani si sono lasciati condizionare e inficiare la fede dal paganesimo e dagli idoli del mondo?

Questi articoli non sono la sede ne hanno l’intenzione di fare un elenco della malefatte del nostro popolo tanto per piangersi addosso con un elenco asettico, le analisi sociali/politiche/pastorali le lasciamo ad altri, noi sentiamo l’urgenza di rivolgerci alle coppie di sposi affinché la nuova coscienza del popolo italiano, il nuovo e vero risorgimento italiano (quello della fede), cominci e si instauri a partire dalle famiglie fondate sul Sacramento del Matrimonio.

Il profeta Sofonia annuncia guai per chi si ribella ai comandi del Signore, ma non possiamo pensare che tali parole siano indirizzate sempre agli altri e mai a noi per primi. Inoltre, Sofonia ci insegna che i guai non saranno solo per l’anima nell’aldilà, ma cominciano di qua. La salvezza è reale, è una realtà che ha a che fare innanzitutto con la nostra vita terrena. Ci sono tante coppie che con impegno e fatica, unite all’azione della Grazia, hanno risollevato le sorti del proprio matrimonio facendolo letteralmente rinascere in uno ancora più bello ; e le conseguenze di ciò si sono viste e toccate con mano, sono cambiamenti reali e non immaginari, è cambiata la loro quotidiana vita terrena perché sono tornate ad una vita di fede. Similmente, non possiamo sperare che restare lontano dal Signore e dai Suoi comandi non abbia conseguenze reali a cominciare dalla realtà di questa vita terrena. Le immagini usate da Sofonia rispecchiano la mentalità e gli usi locali di quelle terre, ma descrive azioni reali, come quella di portare offerte oppure quella di pascolare.

Troppe coppie si sono immischiate con la mentalità di questo mondo, il quale le ha ormai convinte che a Natale nasca solo un bambino eccezionale come ne sono nati tanti altri, un grande uomo, un filantropo, uno che ha fatto genericamente del bene, purtroppo anche tante prediche non hanno più il sapore dell’attesa di un Salvatore… sì, nasce il Salvatore, ma non si capisce bene da cosa debba salvarci: dal governo di questo o quello? dalla povertà? dalla tirannia? dalle disuguaglianze sociali? dalle armi atomiche? dalla finanza disumana? dal disastro ecologico? dal dissesto economico? dalle guerre?

Sono situazioni dalle quali vogliamo tutti sicuramente essere salvati, ma sono tutte realtà terrene, poiché sia che viviamo in guerra oppure in pace, sia che viviamo in povertà o in ricchezza, sia che viviamo con un governo X o Y, alla fine dovremo morire e lasciare questo mondo : sia esso bello o brutto, ricco o povero, freddo o caldo, governato bene o male… e allora da cosa ci dovrà salvare questo famoso salvatore ?

Dalla perdizione eterna, dall’Inferno: questa è la realtà dalla quale il Signore ci salva. Tutte le altre realtà sopraelencate sono certamente urgenti nella misura in cui sono subordinate alla Salvezza eterna, altrimenti stiamo aspettando il natale di un messia di stampo politico/sociale/militare.

Le realtà sopraelencate cambieranno nella misura in cui noi ritorneremo ad una vita di fede, la prima e vera rivoluzione urgente e necessaria è la nostra personale conversione. Coraggio cari sposi, l’Avvento è l’ora di prendere le distanze dal paganesimo in cui siamo immersi e riappropriarci della nostra bella e divina fede cattolica. Buon risorgimento!

Giorgio e Valentina.

Sappiamo tutto del sesso ma non sappiamo fare l’amore

Qualche giorno fa stavo parlando con Luisa e lei mi ha detto queste parole: venticinque anni fa non avrei mai pensato che proprio io, così imbranata con i ragazzi, timida e piena di ferite, mi sarei trovata a raccogliere le confidenze di tante donne che mi chiedono consiglio, che mi aprono il cuore e mi raccontano difficoltà e sofferenze nel vivere il loro rapporto di coppia e la loro intimità in particolare. E io posso confermarlo perchè l’amore ti cambia, il matrimonio è l’inizio di un percorso che può aiutare l’uomo e la donna ad aprirsi l’uno all’altra in un dialogo che sia rispettoso della sensibilità di entrambi.

Allora perchè c’è tutta questa sofferenza? Sofferenza che nasce dall’insoddisfazione della donna e che poi tocca anche il marito che non capisce perchè la propria sposa sia insoddisfatta e poco accogliente. I due sposi finiscono spesso per ferirsi a vicenda senza che se ne rendano davvero conto. Succede tutto questo per due motivi a nostro avviso. Ho avuto modo di confrontarmi con Luisa più di una volta proprio su questo. C’è la presunzione di sapere già tutto e manca spesso il dialogo, manca la sincerità e la capacità di esprimere chiaramente quello che piace e quello che non piace. Ci sono troppi non detto.

Sappiamo già tutto. Siamo figli della nostra società occidentale dove è caduto ogni tipo di tabù, sessualmente parlando. Dove non c’è però una vera educazione sessuale. Qui purtroppo la colpa è anche di noi genitori. Quanti genitori sanno parlare di sessualità ai figli? Quanti lo fanno cercando di inserire il rapporto intimo all’interno di un progetto più grande? Quando parlano ai figli di castità? E soprattutto quanti genitori credono nella castità? Quindi lasciamo l’educazione sessuale ai pochi esperti che i nostri figli ascoltano a scuola. Esperti che difficilmente sanno andare oltre una semplice spiegazione che si limita ad una serie di norme mediche ed etiche da seguire. E poi ci sono i media. C’è la televisione e, oggi più che mai, c’è la rete e ci sono i social. Impariamo ciò che c’è da sapere sul sesso da internet. Lo impariamo dalla pornografia che è sempre più accessibile e che diventa la sola maestra delle nuove generazioni. Anche Rocco Siffredi, celebre attore porno ed oggi imprenditore in quel settore che non conosce crisi, ha messo in guardia da questa menzogna. Ci ha tenuto a dire che il porno non può essere esempio per i ragazzi. Il porno è finzione e soprattutto racconta un’idea falsa di sesso. Fare l’amore come si fa nei video porno non dà piacere. Non dà piacere soprattutto alla donna. Solo pochi giorni fa Luisa ha ricevuto la telefonata di una moglie che, dopo anni che ha accettato di fare l’amore con il marito nel modo pornografico, ora si è stancata e vorrebbe modificare la modalità. Anche dopo aver letto i nostri articoli al riguardo. Capite ora perchè scriviamo spesso di sesso? Perchè tanti non si sentano sbagliati e trovino la forza di opporsi a un modo falso e svilente di vivere l’intimità. Trovino la forza di dire che non piace. Torniamo alla telefonata, Il marito di quella donna non la capisce, alla sua richiesta è caduto dalle nuvole: abbiamo sempre fatto così perchè adesso non ti va più bene? Si arriva a queste situazioni che creano sofferenza in entrambi. Sia chiaro che il marito non è cattivo. Semplicemente si è educato alla scuola della pornografia. La vera intimità è differente. La vera intimità è fatta di rispetto, di dialogo, di comunione, di dolcezza, di attenzione, di preliminari graditi e voluti da entrambi. Se manca questo poi si arriva al triste destino di tante coppie: il deserto sessuale.

Quindi cosa fare? Ed eccoci al secondo punto. Dialogate! Siamo nella piena libertà sessuale eppure c’è ancora il “pudore” di esprimere all’altro ciò che piace e soprattutto ciò che non piace. Ci sono due modi di pensare, opposti ma entrambi dannosi. Mi riferisco alla donna in particolare. Perchè? Perchè è la parte più esposta nel rapporto. E’ lei che deve accogliere dentro di sè l’uomo, è lei che spesso prova dolore e non piacere, è lei che spesso si presta ad accettare gesti che non le piacciono. Esiste la donna che non dice nulla perchè crede che nel caso si opponga a determinati gesti e atteggiamenti possa passare per bigotta o per chiusa mentalmente. Una donna che crede che dimostrare amore per il marito significhi sottostare a determinate dinamiche pornografiche. E magari si colpevolizza anche se non trae piacere da quei rapporti. Nulla di più sbagliato. E poi c’è quella che è davvero un po’ troppo chiusa e non parla perchè prova un certo pudore a farlo. Quella che pensa che cercare il piacere anche per lei, sia da donna del mondo e non da donna di fede. Anche in questo caso non c’è verità ma si è fuori strada. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la nostra sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio.

Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo. Quindi trovate i vostri gesti, la vostra modalità e la vostra sensibilità per vivere un gesto che è frutto di una relazione unica ed irripetibile. Se vi aprite al dialogo e cercate di assecondarvi nelle vostre reciproche sensibilità allora inizierete un percorso che vi condurrà verso una unione sempre più profonda e un piacere sempre più autentico e pieno. Lasciate perdere la pornografia e fate l’amore davvero.

Antonio e Luisa

Jesus bleibet meine Freude

Cari sposi,

siamo arrivati a metà Avvento e la liturgia immancabilmente ci sfida su un tema assai ricorrente in Papa Francesco: la gioia. Fateci caso, tra le opere magisteriali di Papa Bergoglio spiccano “Evangelii Gaudium”, “Amoris Laetitia”, “Gaudete et exultate” e da ultimo il libro “Ti voglio felice”. Oggi è la Domenica in Gaudete, dalla prima parola dell’Antifona nella versione latina. Siamo così invitati ad approfondire il senso della nostra gioia, se davvero è in linea con quella evangelica o è piuttosto superficiale e mondana. Papa Francesco in anni precedenti, commentando l’odierna liturgia ha fatto affondi non da poco e che meritano la nostra riflessione:

Non è un’allegria superficiale o puramente emotiva, quella alla quale ci esorta l’Apostolo, e nemmeno quella mondana o quella allegria del consumismo. No, non è questa, ma si tratta di una gioia più autentica, di cui siamo chiamati a riscoprire il sapore. Il sapore della vera gioia. E’ una gioia che tocca l’intimo del nostro essere, mentre attendiamo Gesù che è già venuto a portare la salvezza al mondo, il Messia promesso, nato a Betlemme dalla Vergine Maria” (Angelus, 11 dicembre 2016).

E quale mai sarebbe la causa della gioia cristiana?

La gioia trova la sua ragione nel sapersi accolti e amati da Dio. […] La gioia cristiana, come la speranza, ha il suo fondamento nella fedeltà di Dio, nella certezza che Lui mantiene sempre le sue promesse” (Angelus, 15 dicembre 2013). Bellissimo questo che dice Papa Francesco, di sicuro voi che leggete ne converrete, è il nostro rapporto filiale con Dio Padre che sostiene la nostra autostima, la nostra sicurezza, lo sguardo positivo su tutto ciò che vediamo e viviamo. Una domanda che mi sono fatto sovente: Cristo era gioioso? Era un tipo allegro o serioso? Faceva scherzi, battute? Avrà mai preso in giro Pietro per la sua testardaggine? Oppure a Matteo avrà raccontato qualche barzelletta sui Romani? Una volta, leggendo un libro di Chesterton, mi colpii molto un suo passaggio proprio a questo riguardo:

Il Suo pathos era naturale, quasi casuale. Gli stoici, antichi e moderni, erano orgogliosi di nascondere le proprie lacrime. Egli non ha mai nascosto le Sue lacrime: le mostrava palesemente sul Suo viso aperto ad ogni sguardo sul quotidiano, come quando guardò in lontananza la Sua città nativa. Eppure, Egli ha nascosto qualcosa. Solenni superuomini e diplomatici imperiali sono orgogliosi di saper reprimere la propria collera. Egli non ha mai trattenuto la Sua collera. Ha scagliato i banchi del mercato giù per i gradini del Tempio e ha chiesto agli uomini come potevano pensare di sfuggire alla dannazione dell’Inferno. Eppure, Egli ha trattenuto qualcosa. Lo dico con riverenza: c’era in quella dirompente personalità un lieve tratto che dovremmo quasi chiamare timidezza. C’era qualcosa che Egli teneva nascosto a tutti gli uomini quando saliva su una montagna a pregare. C’era qualcosa che Egli copriva costantemente con un brusco silenzio o con un improvviso isolamento. C’era qualche cosa di troppo grande perché Dio lo mostrasse esteriormente a noi quando venne a camminare sulla nostra terra; ed io qualche volta ho immaginato che fosse la Sua gioia” (Cfr. G. K. Chesterton, Ortodossia, 1908).

Ebbene sì, Cristo possedeva una gioia infinita, per sapersi infinitamente amato dal Padre, nonostante le immani sofferenze che ha patito nella sua vita terrena. E voi sposi, come vivete la gioia nella coppia? Si sa che è un ingrediente che forse, umanamente parlando, tende a diminuire nel tempo se non lo alimentate consapevolmente e vi basate, come detto sopra, sui motivi veri che fanno sorridere alla vita. Il mondo predica che la gioia sarebbe il frutto di un costante divertissement, per dirla alla Pascal, cioè un rincorrere la novità, un continuo svago e trasformismo, anzitutto in amore. Qualcuno disse che il matrimonio è la tomba dell’amore, perché appunto esso toglierebbe gioia, ilarità, freschezza al rapporto. Uno che di sacramento del matrimonio non aveva certo molta dimestichezza, il grande filosofo e critico letterario Benedetto Croce, affermava che sarebbe più giusto dire che “il matrimonio è la tomba dell’amore selvaggio o anche sentimentale”. Difatti, la cultura in cui vivete “a bagno maria” ha preso in orrore la ripetitività, l’ordinarietà, la costanza nel modo di vivere, il che è esattamente ciò che rende salda e durevole una relazione di amore.

Cari sposi, che il Natale di Gesù, il Dio-con-noi, che vive ed abita stabilmente nella vostra coppia, vi conceda un cuore gioioso e possiate sperimentare, come ben scrisse e compose Johann Sebastian Bach, che Jesus bleibet meine Freude, “Gesù rimane la mia gioia”.

ANTONIO E LUISA

Vorrei completare quanto scritto da padre Luca alla luce di quella che è la mia esperienza di sposo cristiano. L’ordinarietà non è un peso ma qualcosa di bello e di desiderabile a condizione che siamo capaci di rinnovare il nostro amore. Rinnovare il nostro amore con tanti piccoli gesti quotidiani ed ordinari. Perchè l’amore non stanca mai. Al contrario desideriamo farne sempre più esperienza. Il matrimonio non ci chiede di fare cose straordinarie, ma di vivere con sempre più amore l’ordinario in modo che l’ordinario sia riempito della presenza di Dio. 

La Santa Casa di Nazareth cambia domicilio

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa della Madonna di Loreto. Non me ne voglia la mia carissima Mamma Celeste ma, a nome della Chiesa stessa, mi vedo in dovere di fare una leggera rettifica al tradizionale titolo di questo giorno. Più che toglierLe qualcosa è aggiungere una verità di fede: il santuario di Loreto non solo custodisce l’effigie lignea raffigurante Maria con suo Figlio ma soprattutto contiene gran parte della Santa Casa di Nazareth che i crociati smontarono pezzo per pezzo per poi imbarcare alla volta dell’Italia, assicurandole un miglior riparo dalla minaccia musulmana. Parlare di Loreto, perciò, è riferirsi alla Sacra Famiglia.

L’archeologia ha messo in luce la compatibilità tra ciò che resta a Nazareth – qualche fondamento – e i muri che sono a Loreto, come si può leggere in una delle migliori pubblicazioni in materia, “Loreto. L’altra metà di Nazaret: la storia, il mistero e l’arte della Santa Casa”, di Giuseppe Santarelli, Edizioni Terra Santa, Milano 2016.

Mi son chiesto che penserebbe Nostro Signore, o Maria, o Giuseppe se potessero vedere come è conciata la loro casa di un tempo? Non so se a qualcuno di voi è mai capitato di rivisitare la dimora natale qualora fosse crollata o in rovina da tempo. C’è sempre un ché di nostalgia, malinconia per quello che ha rappresentato e ha contenuto. Sono comunque sicuro che, ben sapendo il Signore la fine che avrebbero fatto quelle pietre e muri a Lui tanto cari, l’abbia pensata giusta da tantissimo e ha voluto che la Sua Casa, il suo Domicilio non si fissasse a Nazareth ma traslocasse in ogni coppia, in ogni famiglia, particolarmente laddove si rende presente con la Grazia nuziale. Riecheggia qui Amoris Laetitia quando afferma che “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiani” (n° 315). Bello in questo senso ciò che proprio a Loreto Papa Francesco ha detto nella sua ultima visita:

La Casa di Maria è anche la casa della famiglia. Nella delicata situazione del mondo odierno, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna assume un’importanza e una missione essenziali. È necessario riscoprire il disegno tracciato da Dio per la famiglia, per ribadirne la grandezza e l’insostituibilità a servizio della vita e della società. Nella casa di Nazaret, Maria ha vissuto la molteplicità delle relazioni familiari come figlia, fidanzata, sposa e madre. Per questo ogni famiglia, nelle sue diverse componenti, trova qui accoglienza, ispirazione a vivere la propria identità” (Discorso, 25 marzo 2019).

È chiaro come l’essere coppia, il formare una famiglia comporti una vera e propria missione, l’amore coniugale non è fatto per semplicemente “stare assieme”, finendo in una relazione piatta e monotona, ma per camminare verso una medesima direzione, appunto il disegno che il Signore ha pensato per i coniugi. Rileggendo un discorso, ormai a noi lontano nel tempo ma non per questo privo di senso, di San Paolo VI nella sua visita a Nazareth si coglie per l’appunto il dinamismo, il disegno insito in quella Casa che è poi lo stesso che vi appartiene con le nozze. Ecco alcuni stralci di quel discorso epocale:

Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo… In primo luogo, questa casa ci insegna il silenzio… mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto” (Discorso 5 gennaio 1964).

Ben consapevole che nelle vostre case potrebbero forse mancare un po’ questi ingredienti, tuttavia, è sempre bene tendere ad essi, non mollare mai, non arrendersi che ad oggi non sia ancora così. L’Avvento è un momento speciale di grazia per sintonizzarsi precisamente con lo spirito e l’ambiente di Nazareth. Cari sposi, ricordate che come sempre il primo interessato a tutto ciò è lo stesso Gesù e che si è impegnato con la sua vita a darvi le grazie necessarie perché possiate crescere e assimilare la vostra relazione nuziale e la vostra vita famigliare a quella della Sua Santa Famiglia.

Padre Luca Frontali

Lo stupore ci fa restare vivi!

Quest’anno il Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre” (Loreto 10-13 agosto) aveva come titolo: “La via dello stupore per il dono ricevuto: anche se sposi separati, di quale amore siamo resi partecipi?”. Don Renzo Bonetti ci ha guidato su questo tema che ci ha fatto riflettere molto. Il Sacramento del Matrimonio e l’Eucarestia sono dei doni cui non dovremmo mai abituarci, perché non sono un regalo dato una volta per tutte, ma una sorgente di acqua fresca in mezzo al deserto della nostra vita.

Infatti, ripensando anche alla mia esperienza, molti progressi e cambiamenti sono stati raggiunti in seguito allo stupore. Mi ricordo bene la meraviglia che ha accompagnato le nostre figlie fin da piccolissime quando hanno fatto le prime esperienze: dal bagnetto, i giochi che suonavano o s’incastravano, gli spostamenti a quattro zampe, la prima volta sullo scivolo e le prime pappette diverse dal latte. Di sicuro lo stupore ci stimola a non fermarci, ma a crescere, ad approfondire, a continuare su una strada. Anche nella scuola e nel lavoro, noto che l’impegno e la voglia sono molto collegate a questo (non a caso Albert Einstein disse: “Chi non riesce più a stupirsi o a meravigliarsi è come se fosse morto, una candela spenta”). Così, anche nella coppia, l’abitudine e l’appiattimento sono un veleno che lentamente ti consumano: quando non riusciamo più a stupirci dell’altro, ecco che spesso si va a cercare altrove qualcuno o qualcosa che renda più stimolante la nostra vita. Purtroppo tendiamo a catalogare le persone: “quello fa sempre così”, “quell’altra è fatta così” “ha quel carattere, ha quel difetto” e così tagliamo le gambe a possibili evoluzioni diverse dalla nostra percezione o idea. A me piace camminare in montagna, perché, nonostante la fatica, provo una soddisfazione immensa quando raggiungo la vetta e magari, dopo la svolta di un sentiero, mi trovo davanti un panorama bellissimo, fino a quel momento nascosto. Ecco, lo stupore deriva dal non atteso, da quello che non ci aspettiamo: ma quanto è bello quando una persona ti meraviglia: ti aspettavi una reazione e invece ne ha un’altra.

Nella separazione ho abbassato tanto le aspettative con mia moglie, in poche parole mi aspetto poco o niente, ma quanto sono contento quando pensavo che si sarebbe arrabbiata e invece riusciamo a parlare civilmente, oppure quando siamo in completa sintonia sulle scelte da prendere per le nostre figlie! Allora ringrazio Dio e mi meraviglio di quanto Lui continui ad amarci nonostante tutti i nostri difetti e i nostri errori.

In questo periodo di Avvento vediamo Maria che rimane stupita della grandezza, “Com’è possibile?”, avverte l’abisso tra sé stessa e Dio: dalla grandezza si passa a confrontarci con la nostra povertà e, se capisco la distanza, è spontaneo ringraziare e lodare Dio. Voglio provare in questo Natale a rimanere in contemplazione insieme alle figlie, almeno per qualche minuto, davanti al presepe che abbiamo fatto da poco, per cercare di intravedere, tra le luci intermittenti, quella tenerezza del Bambino Gesù che ama singolarmente ognuno di noi! Forse allora sarà un Natale diverso, perché non ci aspettavamo un Regalo così bello……

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

In attesa……. Di futuro.

Maria concepita senza peccato. Il concepimento è un argomento che come tutti ormai sapete mi tocca particolarmente. L’8 dicembre racchiude in sé il senso delle scelte che compiamo nella nostra vita. Maria è stata preservata dal peccato ma poi ha dovuto lei, liberamente, compiere tante scelte durante la sua esistenza terrena. Maria ha scelto, ha pronunciato il suo Eccomi. Si è fidata, ha rischiato pur non sapendo come sarebbe andata a finire. Maria è quella che nonostante fosse incinta “si alzò e andò in fretta” e fece chilometri per andare ad aiutare sua cugina anche lei in attesa. Maria è quella persona a cui ho posto le mie domande più scomode durante la preghiera.

Sapete che sono geneticamente predisposta all’aborto spontaneo, le domande che le facevo sempre erano: tu hai fatto km anche sotto al sole e io devo rispettare delle regole tra cui lo stare a riposo? Tu alla fine il volto di tuo figlio, anche se adagiato in una mangiatoia, l’hai visto. Come fai a non capire le mie preghiere? Il tenore dei mie dialoghi con Maria durante i Rosari erano pressapoco sempre questi.

Questo è stato uno dei nodi che mi ha condotto alla scoperta della preghiera di Maria che scioglie i nodi, di cui vi ho scritto nell’articolo precedente. Ultimamente anche delle canzoni mi hanno fatto pensare a questo nodo, a questa ferita che tante, tantissime donne provano. Sofferenza comune anche a tanti mariti, anche se magari rimangono in silenzio come San Giuseppe. Il domandarsi “chissà che volto avresti avuto. Esistono le notti in cui non dormi e ti poni questa domanda. Ascoltando Buonanotte di Ernia ho trovato un passaggio dedicato proprio a questo dolore. Se siete sensibili non l’ascoltate o semmai fatelo con i fazzoletti a portata di mano perché arriva dritta in pancia. Ti apre a mille domande.

Ognuno di noi ha le sue domande personali con cui avrà sicuramente prosciugato i condotti lacrimali e consumato i grani del Rosario. Io ho compreso che Alfa e Omega (l’inizio e la fine), qualsiasi cosa accada, non sono nelle nostre mani. E’ qualcosa che ho imparato sul campo, in Croce Rossa. Io posso mettere a servizio le mie mani per bloccare una ferita, per rianimare il cuore di una persona, ma tutto il resto è nella volontà di Dio. Maria ci ricorda proprio questo: il nostro corpo è a servizio di Dio. Come Maria si è messa a servizio con il suo Eccomi per noi. Ci ha donato la vita per l’eternità. Ci ha donato la forza per andare avanti e aspettare con gioia di scoprire i nostri doni racchiusi nei nostri talenti. Ci ha donato persone che ci sono accanto per condurci in quelle sere dove il cielo ti prende per mano, proprio come canta Ultimo nella canzone Pianeti che è stata per me la colonna sonora che mi ha aiutato a riscoprire il bello della vita.

E’ la gioia dell’attesa del Natale. Se siete nel dolore vivetelo, attraversatelo, ma con lo sguardo rivolto verso l’alto a caccia della stella cometa. Indubbiamente, noi per primi, contemplando una mangiatoia con una culla vuota in attesa abbiamo realizzato, soprattutto negli ultimi anni, che se non avessimo attraversato quel dolore non avremmo vissuto le cose belle ed inaspettate che sono capitate e che continuano a realizzarsi. È lecita la sosta durante il cammino, ma ripartite perché nel cammino di fede non si butta via niente.

Se vi va di camminare durante l’Avvento con noi su Amazon è disponibile il nostro sussidio e se volete compagnia nel vivere la ricerca di una gravidanza sta per uscire su Amazon il nostro libro. Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Maria l’Immacolata è resa ancora più bella da Giuseppe

Un articolo già pubblicato l’anno scorso ma che voglio riproporre perchè a me piace. E’ bello riscoprire Maria anche nel suo essere sposa di Giuseppe. Domani festeggeremo l’immacolata Concezione. Spero che questa breve riflessione possa aiutare tutti noi sposi a vivere meglio questo tempo di Avvento.

L’Immacolata Concezione di Maria. Non è solo una celebrazione di una solennità liturgica, non è solo ricordare un dogma della nostra fede, è molto di più! E’ una vera e propria festa per noi! Perchè è una festa? Perchè dovrebbe riguardarci così personalmente e da vicino? Cosa cambia nella nostra vita? Questa ricorrenza è posta in pieno tempo di Avvento. Abbiamo da poco vissuto la seconda domenica di Avvento. Un tempo di purificazione e di meditazione. Un tempo dove è importante non solo preparare i regali e il pranzo di Natale, ma dove è importantissimo per noi credenti togliere un po’ di polvere dal nostro cuore malandato e corroso da una vita sempre di corsa, in mezzo a tante luci del mondo che distolgono dall’unica luce che conta, che è quella della cometa che conduce a Gesù Bambino. Ne abbiamo bisogno. Ne abbiamo bisogno per riscoprirci amati e belli. Ne abbiamo bisogno per ricordarci che Dio ha deciso di prendere carne e corpo, per essere come noi e per offrire poi nella Passione e nella morte la Sua vita per noi, solo per me, solo per te.

Maria è lì, ad accompagnarci in questa riscoperta, come una mamma che porta per mano il suo bambino. Spiritualmente dobbiamo cercare di tornare come bambini che hanno bisogno di una guida sicura che li conduca per non prendere strade sbagliate che portano alla morte del cuore. Maria preparata da Dio e per questo preservata dal peccato. Preservata fin dal concepimento e mai toccata dal peccato in tutta la sua vita. Gesù, sulla la croce, ha voluto donarla, attraverso Giovanni, ad ognuno di noi.

Allora fermiamoci lì, sotto il manto di Maria, per trovare protezione e calore. Maria senza peccato non giudica noi peccatori, ma ci vuole bene come solo una mamma sa fare. Soffre per il nostro male perchè ci allontana da Gesù e non ci permette di essere felici. Intercede per noi presso suo Figlio e ci sostiene sempre. Conosce bene come il matrimonio sia qualcosa di grande e meraviglioso e soffre quando ci roviniamo con le nostre mani distruggendo questo dono immenso di una relazione che ci può permettere di amare come Dio. Allora per noi sposi c’è un passaggio ulteriore da compiere.

In questo Avvento cerchiamo di lasciarci abbracciare da Maria e avvolgere dal suo manto. Avvolgere anche spiritualmente cercando di rivestirci della sua purezza e della sua santità. Maria è guida per tutte le spose e per tutte le madri come Giuseppe lo è per noi sposi e papà. Maria e Giuseppe, una coppia straordinaria certamente, ma una coppia che è caratterizzata, come ogni altra coppia di sposi, da una relazione sponsale da vivere giorno per giorno, in un continuo e amorevole dono reciproco di sè all’altro. Esattamente come cerco di fare io con Luisa e come voi che leggete sicuramente vi impegnate a concretizzare nella vostra storia.

Spesso noi siamo educati a considerare Maria e Giuseppe come dei santi da porre su un piedistallo. Santi quasi disincarnati. Persone che amiamo e a cui ci affidiamo, ma che in realtà sono molto distanti da noi. Non è così! E’ importante riscoprire Maria come sposa di Giuseppe, perché può aiutare le spose a non rifuggire dal compito, a volte impegnativo, di aiutare il marito e di farsi aiutare da lui, al di là della difficoltà dei linguaggi diversi e della diversa psicologia del modo di essere femminile e maschile. Scoprire che Maria è quello che è, non solo per tutti i doni ricevuti da Dio, che sono stati lungo duemila anni di storia della Chiesa messi in evidenza, come l’Immacolata Concezione, la pienezza di grazia, la Maternità divina, l’assenza di peccato personale, l’Assunzione al cielo, ecc., ma anche per il dono di Giuseppe suo sposo, scelto da Dio e messo accanto a lei, per proteggerla e custodirla, ma anche per confortarla, integrarla e arricchirla umanamente. Vi rendete conto? Maria, la tutta santa e la piena di Grazia, pò essere resa ancora più bella e ricca attraverso la relazione con Giuseppe. Care spose e cari sposi, vi auguriamo davvero che questa festa vi aiuti a ricordare la bellezza e la ricchezza che avete ricevuto da Dio proprio attraverso quella persona che vi ha posto accanto, come Maria ha saputo fare con Giuseppe. Buona festa dell’Immacolata.

Antonio e Luisa

C’è da lavorare!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 40,1-11) «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». […]

Alcuni capitoli di Isaia sono talmente commoventi per l’amore misericordioso che raccontano, tanto che ci è sembrato un delitto tagliarne buona parte rispetto a quello che la Chiesa ci fa leggere nella Liturgia di oggi, ma per motivi redazionali siamo stati costretti a farlo. Ci lasciamo allora coinvolgere dal capoverso scelto per fare un balzo in avanti nel cammino della vita sponsale. Chi ha vissuto l’esperienza del deserto sa bene che è un luogo dove non ci sono strade con confini ben definiti, dove i punti di riferimento sono ben pochi e dov’è difficile preparare una strada sapendo che forse il giorno dopo al suo posto potremmo vedere una nuova duna.

A Brescia, nel 1998 abbiamo avuto la gioia di avere la presenza di Papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Giuseppe Tovini: naturalmente è stata una grande festa per tutta la città, la quale ha beneficato di questo evento con rifacimenti di mantelli stradali e varie opere di abbellimento civico. E’ questa l’opera a cui si riferisce il profeta Isaia, l’opera di preparare la strada per il passaggio del Signore; così come prepariamo le strade cittadine per un evento importante dobbiamo preparare la strada che è dentro il nostro cuore, dentro la nostra vita, dentro il nostro matrimonio.

Sembrerebbe un controsenso chiedere di preparare una strada nel deserto sapendo quanto è difficile ed inospitale quel luogo, eppure Isaia non ha dubbi. Molte volte il nostro matrimonio sembra quel deserto in cui l’orizzonte non cambia guardandosi attorno per 360 gradi, non c’è una strada, non c’è una direzione, ci si sente persi e sperduti. Eppure Isaia ci invita a preparare una strada al Signore proprio in quella situazione, proprio nel deserto in cui è finito il nostro matrimonio, affinché esso si trasformi in un luogo ospitale. Certo non è un lavoro di facile realizzazione, agli occhi di molti risulta un’idea folle, ma non per Isaia, il Signore non ha paura di passare in mezzo al nostro deserto anche se la strada è solo abbozzata, Lui non sembra uno di quei tipi troppo schizzinosi, basta cominciare e il resto del lavoro lo fa Lui con la Sua Grazia.

Quando la nostra relazione diventa un deserto è il momento di rimboccarsi le maniche e ricominciare a fare la corte al nostro coniuge, piangersi addosso non serve a nulla ed è controproducente. A volte il nostro matrimonio è una steppa da spianare perché le differenze tra noi ci hanno allontanato invece che essere una ricchezza l’uno per l’altra. Altre volte ci sono valli che ci siamo scavati da soli, picconata dopo picconata ci siamo rinchiusi nel nostro buco che pian piano è diventata una valle e forse abbiamo anche picconato il nostro coniuge creando una seconda valle anche nel suo cuore. Alcune coppie hanno permesso alle divergenze ed alle differenti vedute di diventare sempre più ostacoli all’interno della relazione di coppia, fino a che esse sono diventate alte come colli e, in taluni casi, come monti. Molte coppie hanno lasciato entrare nella loro relazione d’amore le fatiche e le ferite del passato sicché la relazione è diventata come un terreno accidentato.

Cari sposi, il cammino dell’Avvento può rivelarsi un tempo per riconquistare la nave del nostro matrimonio e consegnare il timone al migliore timoniere di sempre: il Signore. Ci sarà da impegnarsi per colmare quelle valli con il perdono reciproco ed imparare a riconoscere i pregi dell’altro/a abbandonando il piccone; ci sarà da abbassare i colli ed i monti dedicando del tempo all’ascolto del cuore dell’altro/a; ci sarà da curare le ferite del passato dell’altro/a con la comprensione, con la pazienza, con la tenerezza di chi accoglie senza giudicare. E poi cosa succederà ?

«[…] Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».

Il nostro matrimonio diventerà finalmente la gloria del Signore, come quello sguardo fiero del papà e della mamma verso il proprio figliolo che diventa adulto. Coraggio sposi, è tempo di rimboccarsi le maniche!

Giorgio e Valentina.

Perseveranza e misericordia

La seconda lettura di ieri (Romani 15, 4-9) mette in evidenza due differenti atteggiamenti del cuore. Entrambi importanti nella nostra relazione con i fratelli e naturalmente con nostro marito o nostra moglie. Cosa afferma? Analizziamo un pensiero alla volta.

E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, Ecco questo è la nostra prima “missione” che ci affida Dio attraverso la Sua Parola. Noi saremo riconosciuti come Suoi solo se saremo perseveranti. Se saremo cioè fedeli. Fedeli come lo è stato Cristo. Guardando noi si dovrebbe comprendere qualcosa del modo di amare di Dio. Quindi fedeltà! Noi sappiamo benissimo che la fedeltà è alla base di ogni matrimonio sacramento. Noi promettiamo di amare l’altro nella gioia e nel dolore. Nella gioia non c’è problema. Ma nel dolore? E nel dolore di chi? Perchè se il dolore è dell’altro magari viene anche quasi naturale stare accanto alla persona amata ma se il dolore è il nostro? Se ci tocca fare fatica stare accanto a quella persona? Quella persona che si rivela non essere quella che ci aspettavamo. Cosa facciamo? Dio ci chiede di essere perseveranti perchè la vera gioia non viene da quello che io posso ricevere dall’altro ma viene da come mi dono all’altro. Essere perseveranti significa amare da Dio e amando da Dio significa incontrarLo. E’ da lì che viene la vera gioia e la pace del cuore che è data dalla presenza di Dio e dalla consapevolezza che tutto ha un senso anche se non sempre lo comprendiamo.

Le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome. Ecco il secondo atteggiamento: essere misericordiosi. Avete notato? Il primo, la perseveranza, è rivolto a chi già conosce Dio, mentre questo, la misericordia, è rivolto ai pagani, a chi è lontano da Dio e non lo conosce? Perchè questa differenza? Semplicemente perchè la misericordia è il biglietto da visita di Gesù. Chi non lo conosce resta attratto e affascinato dal suo amore misericordioso. Così è per noi sposi. Noi siamo perfetti non perchè non sbagliamo mai. Quanti errori commettiamo. Quanti difetti abbiamo. Quante fragilità ci contraddistinguono. Eppure possiamo essere perfetti nell’amore. Proprio nella misericordia. Nella capacità di andare oltre gli errori. Nella capacità di perdonarci. Nella capacità di donarci. Nella capacità di ricominciare e di far risorgere la nostra relazione. Quindi se anche litigate, se commettete errori l’uno verso l’altra, ma poi siete capaci di perdonarvi e di ricominciare, siete perfetti in ciò che davvero conta. Ricordate che ogni perdono dato e ricevuto diventa nutrimento per la relazione. Diventa gratitudine e ringraziamento.

Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. Questo versetto in realtà viene prima degli altri ma a me piace metterlo in fondo perchè sintetizza una verità grande. Se nel nostro matrimonio riusciamo ad essere perseveranti e misericordiosi l’uno verso l’altra ecco che saremo l’incarnazione della speranza. Speranza per noi prima di tutto. Per i nostri figli. Perchè ci sentiremo parte di un amore capace di affrontare ogni situazione, di un amore che non muore. E poi saremo speranza per tutti. Perchè non c’è nulla di più bello che credere nell’amore eterno. Amore eterno che è Dio. Ecco perchè ne abbiamo così desiderio e nostalgia. Perchè noi siamo creati ad immagine di quell’amore.

Antonio e Luisa

Cristo, la vostra comfort-zone

Cari sposi,

tanto tempo fa ho trascorso un periodo di 3 anni in Messico, svolgendo un’attività pastorale con i giovani, ancora da seminarista e in preparazione al sacerdozio. In quel periodo non sono mai tornato a casa e mi tenevo spesso in contatto con la famiglia per telefono o mail. Per me sono stati anni lunghissimi, in cui la nostalgia si è fatta sentire parecchio. Finito quel tempo, ricordo con esattezza il viaggio a casa, la smania di prendere l’aereo, il conto alla rovescia per riabbracciare i miei cari. Tanto per dire, conservo ancora il biglietto d’aereo Città del Messico-Roma!

Il Vangelo di oggi è un po’ così, perché inizia con un riferimento a Isaia, un passaggio gravido di significato. Difatti, i capitoli dal 40 al 55 sono un tutt’uno ed hanno un messaggio profetico ben preciso: “stiamo per tornare tutti a casa, a Gerusalemme”. Sta parlando a nome di tutti una singola persona di cui non sappiamo il nome, ma solo che si rifà al modo di profetare di Isaia stesso (alla faccia del Copyright). Il momento storico è il 538, a Babilonia, quasi 70 anni dopo il tragico esilio e di lì a poco, Ciro, re dei Persiani, concesse a tutti gli Ebrei di tornare nella loro patria. Si spiega allora il clima di grande gioia, speranza e consolazione che pervade sia la prima che la seconda lettura: “A casa! Si torna a casa, la prigionia, l’esilio, la lontananza dalla nostra terra è finita!”

Un ebreo non poteva non commuoversi con questi ricordi, sebbene non li avesse vissuti in prima persona, talmente forte era quell’esperienza da formar parte per sempre della memoria collettiva e della mentalità diffusa del popolo. Come mai allora Giovanni è così duro? Perché bastona a destra e a manca? Non è forse il momento di gioie e far festa? Occhio, Giovanni sa che il suo momento è arrivato, che la sua missione sta per finire perché il Figlio di Dio è ormai prossimo a rivelarsi. Da qui, l’ultimo monito, il più forte e dirompente: convertitevi. Non è che si sono sbagliati quelli della CEI a mettere questo brano qui e non in Quaresima? Il fatto è che sia quei signori là, ma anche io, noi, tendiamo a cercare istintivamente la comfort zone, una situazione che ci infonde certezza, sicurezza, agio. Non sto demonizzandola, semplicemente che nella fede questo può portare lontano da Cristo, può trasformarci addirittura in atei verniciati di credenti.

Una coppia cristiana può vivere in apparenza vicina al Signore, ma quanto sa di essere in un legame dipendente da Lui? Quanto cerca un rapporto vivo con Gesù? Lo sappiamo bene, possiamo fare della fede il kit di pronto soccorso non appena un figlio, un genitore o la nostra salute si mettono male… è lì che picchia duro il Battista. Non facciamo di Cristo un satellite che ogni tanto ci gira attorno ma viviamo con Lui ogni giorno, in una relazione vitale di amicizia, fatta di dialogo, di offerta, di supplica, di condivisione… Cari sposi, credo proprio che lo spirito di questa domenica di Avvento si possa riassumere bene in quell’espressione di Amoris Laetitia: “concentrarsi in Cristo” (AL 317). Mettete Cristo al centro del vostro rapporto di amore, fatelo partecipe assieme, di modo che anche quella speranza, letizia e consolazione di cui abbiamo parlato, faccia parte dei vostri cuori. Concludo con un brano celeberrimo di S. Anselmo di Aosta (1033-1109), un bell’esempio di come porsi davanti a Cristo in questo tempo di preparazione al Natale:

Guarda, Signore, esaudiscici, illuminaci, mostrati a noi. Ridònati a noi, perché ne abbiamo bene: senza di te stiamo tanto male. Abbi pietà delle nostre fatiche, dei nostri sforzi verso di te: non valiamo nulla senza te. Insegnami a cercarti e mostrati quando ti cerco: non posso cercarti se tu non mi insegni, né trovarti se non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti” (Proslògion, Cap. 1, 100).

ANTONIO E LUISA

Io me lo chiedo spesso. Che rapporto ho con Gesù? Come è la mia fede? E’ forte o è debole? E’ una casa costruita sulla roccia oppure è una capanna senza fondamenta pronta a sfaldarsi ai primi venti? Io ho paura, lo ammetto. Ho paura di essere tutto fumo e poco arrosto. Per questo guardo ai santi. In particolare Luisa ed io ci affidiamo a Chiara Corbella. Lei, una giovane moglie e mamma, ci ha mostrato la strada. Ci ha fatto vedere che si può affidarsi fino alla fine al Signore. Ci ha mostrato anche come si fa: è necessario nutrire sempre la nostra relazione con Gesù. Sono convinto che lei è riuscita a vivere come ha vissuto perchè si è preparata. Si è preparata crescendo nell’intimità con Gesù. Lei ed il marito Enrico hanno sempre messo Gesù al centro della vita e del matrimonio. Certe scelte, prese nella difficoltà e nella sofferenza, non nascono dal nulla ma vanno preparate prima. Come fai nella difficoltà ad affidarti ad una persona che non conosci e con la quale non hai maturato una vera amicizia e una fiducia incondizionata? Quindi approfittiamo di questo avvento per prepararci sempre meglio ad affrontare ogni cosa bella o brutta con Gesù accanto.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /49

La pace del Signore sia sempre con voi. ( Il popolo risponde: ) E con il tuo spirito. ( Poi, secondo l’opportunità, il diacono, o il sacerdote, aggiunge: ) Scambiatevi il dono della pace. ( E tutti si scambiano vicendevolmente un gesto di pace, di comunione e di carità secondo gli usi locali. Il sacerdote dà la pace al diacono o al ministro. Il sacerdote quindi prende l’ostia, la spezza sopra la patena e ne mette un frammento nel calice, dicendo sottovoce: ) Il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo, uniti in questo calice, siano per noi cibo di vita eterna. ( Intanto si canta o si dice: ) Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. ( Oppure in canto: ) Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis. Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem. ( Se la frazione del pane si prolunga, l’invocazione si può ripetere più volte; l’ultima invocazione si conclude con le parole: dona a noi la pace [dona nobis pacem]. )

La pace invocata nella frase precedente ora viene anche vissuta e scambiata reciprocamente con un gesto simbolico del corpo. Purtroppo anche in questo momento vengono compiuti numerosi abusi liturgici con sacerdoti e fedeli che fanno il giro della chiesa per salutare tutti per non parlare di danze e balli e canti allegri quasi fosse una festa umana, sembra di essere al ristorante di una festa di nozze. Attenzione però che la questione non è smorzare gli entusiasmi, non è essere inflessibili rispetto alle norme, non è fare gli anaffettivi e freddi per non mostrare le proprie emozioni, non è questione di gusti personali, neanche di bon-ton, non è che a noi non piaccia fare festa in compagnia, non siamo degli asociali… la vera questione è che non siamo ad una cena di classe per una bella rimpatriata!

La pace che ci scambiamo ce l’ha guadagnata col suo sacrificio un uomo inchiodato nella sua carne su una croce romana, ed ora Egli è presente sull’altare nascosto sotto le specie del pane e del vino, come un agnello sgozzato, e guarda caso questo uomo è pure Dio! Probabilmente quel famoso Venerdì sotto la Croce non si stava consumando allegramente un aperitivo dell’happy hour con lo spritz e le patatine e le olive, anzi… ci risulta che sotto la croce stavano alcune donne piangenti, tra cui Sua Madre che soffriva di un dolore atroce. La pace che ci scambiamo è quella che viene dal riconoscersi peccatori perdonati, peccatori ai quali è stato risparmiato il supplizio della Croce perché su quella Croce meritavamo di esserci inchiodati noi al posto del Figlio di Dio.

Le famiglie conoscono bene questo moto dell’anima: quello della riconoscenza dei sacrifici che un altro ha fatto per noi. Ci sono tante mamme che decorano la tavola domenicale con la tovaglia ricamata con tanto amore dalla nonna tra i dolori di mani artritiche oppure tanti papà che fanno la manutenzione alla casa costata tanti anni di sacrifici e rinunce al nonno. E guai a chi maltratta quella tovaglia, provate ad usarla come canovaccio per pulire per terra e vedete se riuscite a farla franca… giustamente dovreste fare i conti con la ciabattata ad ore dodici! Oppure provate a prendere a picconate gli stipiti della casa o del garage e vedete se non avvertite del bruciore quando vi arriva da dietro uno scapaccione di quelli sonori! Giustamente la mamma inviterà tutti i commensali a godere della bellezza dei ricami costati tante ore alla nonna mentre invece il papà chiederà il rispetto e la dovuta accortezza nell’uso della casa costata sacrifici al nonno.

Care famiglie, queste esperienze le dobbiamo portare con noi quando siamo a Messa perché lì sull’altare c’è ben più della tovaglia ricamata dalla nonna e molto più della casa costata anni di sacrifici al nonno: c’è la nostra salvezza! Se trattiamo con rispetto e devozione le cose buone di questo mondo costate sacrificio, come la tovaglia e la casa, perché non dovremmo trattare almeno con altrettanto rispetto e devozione le cose buone del Cielo che, al contrario di quelle terrene, sono eterne? Inoltre, le cose buone della terra ce le hanno procurate altre creature mentre le cose buone del Cielo ce le ha procurate il Creatore stesso, per questi motivi la prossima Domenica allo scambio della pace le famiglie sapranno sicuramente comportarsi adeguatamente serbando rispetto e senso del sacro.

Subito dopo lo scambio della pace c’è la recita o il canto dell’ Agnello di Dio durante il quale la Chiesa non si stanca di ripeterci quanto appena ricordato poc’anzi, e cioè il fatto che la pace ci viene da un sacrificio, da Colui che come un agnello sacrificale è stato offerto e si è offerto per noi. Ci permettiamo di fare una piccola menzione riguardo la traduzione in italiano del verbo latino “tollis”, non perché siamo esperti di latino ma perché ci sembra che restando più fedeli al significato originale si possano cogliere sfumature che aiutano il cammino di fede.

In italiano quel “tollis” è diventato “togli” ma in realtà Gesù non ha tolto il peccato, ma lo ha vinto. Se avesse tolto il peccato dal mondo non si spiegherebbe perché noi dopo 2000 anni siamo ancora peccatori. Forse quel “togli” fa riferimento più alla sua azione misericordiosa, nel senso che al peccatore pentito il Signore elargisce il Suo perdono, e al peccatore suona come se il peccato fosse tolto. Se però usiamo una traduzione più corretta la frase suonerebbe circa così : Agnello di Dio che prendi su di te i peccati del mondo, ecc.. ” oppure: “Agnello di Dio che togli i peccati del mondo prendendoli su di te, ecc…” avremmo una frase forse meno cantabile o meno poetica però più corretta.

Nella Passione, Gesù si è caricato come peso su di sé i nostri peccati, li ha presi in carico, se li è addossati su di sé come fa un agnello sacrificale o il capro espiatorio che subisce al posto degli uomini l’ira divina. Con la medesima intenzione Gesù si è lasciato inchiodare su quella croce affinché insieme alle Sue Sante mani e ai Suoi Santi piedi fossero inchiodati anche i nostri peccati. San Paolo ci insegna che ““Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece (oppure lo trattò da) peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5:21)… praticamente ciò che è successo a Gesù sulla croce è successo anche al peccato: come Gesù è stato inchiodato anche il peccato è stato inchiodato; come Gesù è morto sulla croce così anche il peccato è morto sulla croce.

Ma Gesù è risorto poi, mentre il peccato è rimasto sconfitto inchiodato su quella croce, sconfitto dalla risurrezione di Gesù.

Coraggio famiglie, anche se siamo caduti in basso coi peccati da sentirci indegni del perdono del Signore, non temiamo perché Lui è morto sulla Croce proprio per quella colpa, ma noi dobbiamo riconoscerci peccatori e batterci il petto quando cantiamo o recitiamo l’Agnello di Dio. Il perdono di Dio ci dona la forza di perdonarci a vicenda in famiglia.

Giorgio e Valentina.

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa (parte del piacere)?

L’estate andiamo sempre al mare. Due settimane, quando va proprio bene tre. Aspetto quel momento tutto l’anno. Riuscite a immaginarlo? Cinquanta settimane ad aspettare quei quindici giorni di mare. E Natale? Vogliamo parlare di Natale? Adoro Natale. Lo aspetto tutto l’anno. Trecentosessanta quattro giorni di attesa. Trecentosessanta cinque, negli anni bisestili. Eppure, è un’attesa ampiamente ricompensata. E del matrimonio non ne parliamo? Il giorno tanto sognato, magari dopo anni di fidanzamento. E finalmente arriva. Il giorno del coronamento. Quello in cui ci giuriamo amore eterno.

E il sesso? No, col sesso no. Per quello non si può attendere, dice il mondo. Quello va consumato il più presto possibile. Magari già al primo appuntamento. Comunque, entro il terzo. Così recitano le regole non scritte del galateo amoroso, nel mondo moderno. Anche se questo tizio qua tu lo conosci appena. Non hai idea se ci sarà un altro appuntamento. Se avrai voglia di vederlo di nuovo. Perché mica hai ancora deciso se ti piace o no. Ma intanto, già che ci sei, potresti andarci a letto. Che male c’è? E poi, lui un po’ se lo aspetta. Così fan tutte, direbbe Mozart. E tu? Perché vuoi fare quella stramba? Non sarai mica vergine? Cioè, non di segno zodiacale. Proprio vergine-vergine. Vergine che non ha mai… Vergine che non ha ancora… no dai, non è possibile. E invece.

Diciamo subito una cosa: una volta era più semplice. Esisteva un confine netto, quasi invalicabile, fra castità e sessualità. Il confine, il fotofinish della verginità, era il matrimonio. Tagliato quel traguardo, si cominciava a esplorare anche l’intimità fisica. D’altro canto, a quel punto era anche la cosa più naturale del mondo: si era una carne sola. Poi è arrivata la modernità. Sinonimo di rivoluzione sessuale. Sinonimo di proposte indecenti a cui non puoi dire di no. Perché sennò sei bigotta. Sei frigida. Sei un po’ bacata. Aggiungete pure aggettivi spregevoli a piacere.

Credetemi, le donne sessualmente più libere sono le cattoliche. Non è una provocazione. Se la libertà vuol dire poter scegliere, le uniche rimaste a scegliere sono loro. Quelle che non hanno paura di dire di no. La castità è una cosa incomprensibile per i più. E molto fraintesa. Viene dipinta come una innaturale e crudele rinuncia. Una sofferenza inutile. Perché l’istinto è buono per definizione. E va sempre soddisfatto. La nostra è una cultura bulimica, che fa scorpacciate di tutto. Di cibo, di droga, di oggetti. E, naturalmente, di sesso. La gente ne consuma così tanto, così spesso, che ogni tanto ne fa indigestione. Lo chiamano “calo del desiderio”. Metà degli psicologi che conosco ci si paga il mutuo, col calo del desiderio dei suoi pazienti. Non c’è niente di male nel sesso. Questa idea che ai cattolici il sesso non interessi, che addirittura ci faccia un po’ schifo, è una bugia. Una delle tante, inventate dalla propaganda del nemico (l’altra è che siamo gente noiosa, invece ho amici credenti, con cui mi faccio un mare di risate).

I cattolici non condannano il sesso, non ne hanno paura. Sanno, come diceva Fulton Sheen, che il corpo non può donarsi, se l’anima non si dona. Che il sesso, fuori da una relazione di vero e profondo amore, è solo ginnastica. (del suo bellissimo libro sul matrimonio, ho parlato qui: https://annaporchetti.it/2022/11/10/lamore-cose/) La castità non è privazione ma attesa. Come col Natale. E’ consapevolezza che non ogni momento è quello giusto. Che arriva il tempo per ogni cosa. La verità è che, oggi, non vogliamo più attendere. Lo facciamo mal volentieri, vorremmo tutto e subito. Desideriamo soddisfare i nostri desideri, appena si presentano. Ogni lasciata è persa. E se invece l’attesa del piacere, fosse essa stessa (una parte) del piacere? Basterebbe capire che, in fondo, l’attesa delle cose belle non ci ammazza.

Attendiamo con trepidazione il nostro compleanno per essere festeggiati, la finale di Champions per vedere la nostra squadra vincere o il concerto del gruppo preferito, che non abbiamo mai ascoltato dal vero. Tutta la vita è fatta di traguardi, intervallati da lunghe, talvolta lunghissime attese. La castità è l’attesa che precede il piacere, acuisce il desiderio. Lo rende più puro, più consapevole. L’amore frutto di attesa non è solo un istinto da soddisfare, è una scelta, una decisione, un gesto che mette insieme la parte razionale e quella emotiva, il cuore e la testa, l’anima e il corpo. Richiede disciplina ed è per questo che forma la volontà. La castità ci protegge da noi stessi, dall’istinto animale ed egoistico che ci porterebbe a usare l’altro come mezzo per soddisfare i nostri desideri e non come fine per crescere umanamente e spiritualmente. Il sesso coniugale è un frutto dell’amore. Quello vero. Come ogni frutto, va colto al momento opportuno, quando è maturo. Un frutto acerbo ci lascerebbe un sapore aspro. Per questo l’attesa è essenziale, è preparazione a cogliere il meglio. Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel per la letteratura (mica una mezza calza con all’attivo un manualetto e un blog, come me), racconta che Florentino Ariza attese Fermina, la donna che amava, per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni. Per questo il suo romanzo: “l’amore ai tempi del colera” è una grande storia d’amore e non una lettera strappalacrime a una qualunque posta del cuore, scritta da una donna sedotta e abbandonata.

Chi ama davvero, non teme l’attesa del piacere… sa che essa stessa ne è parte!

Il bellissimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez, Nobel per la letteratura, si trova qui: https://amzn.to/3gysHWd

Il mio articolo si trova qui: https://annaporchetti.it/2022/11/25/attesa-piacere/

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Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

E’ passato qualche giorno ma desidero tornare sulla seconda lettura di domenica scorsa, la prima domenica di Avvento. Ci torno perchè si tratta di una lettura di poche righe ma che condensa tantissimo. Possiamo trovare tutto ciò che possiamo fare per prepararci al meglio al Natale. San Paolo scrive ai Romani è afferma:

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

Poche righe ma densissime. Cercherò ora di analizzare punto per punto.

Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. Cosa intendeva dire Paolo? Era convinto che la venuta del Signore fosse ormai imminente e con queste parole voleva spronare i cristiani a comportarsi come tali. Non è una lettura scelta a caso. L’Avvento è l’annuncio della ormai prossima venuta del Signore, della Sua discesa sulla Terra. Accade ogni anno nel Natale. E come ogni anno queste parole di Paolo tornano attuali. L’Avvento è uno dei momenti forti. Dove, dopo settimane di torpore spirituale, ci viene data una bella sveglia! Non è forse così? Io ogni volta che arriva l’Avvento sento il peso della quotidianità che tra tante cose da fare mi allontana dalla mia vita spirituale, mi rende difficile una relazione adeguata con Gesù. Mi sento come quella sposa che trascura lo Sposo. Non ho sbagliato ad usare il femminile. Noi siamo sposa di Cristo essendo parte della Chiesa. Quindi non sprechiamo questo tempo. Prepariamoci al Natale con un cuore aperto a Gesù e con momenti dedicati alla preghiera e alla contemplazione. Bastano pochi minuti al giorno.

La notte è avanzata, il giorno è vicino. Quando la nostra anima è nella notte? Quando è lontana da Dio. Io ricordo bene il tempo in cui facevo fatica ad abbandonarmi a Gesù. Avevo tutto: salute, lavoro e amici ma mi mancava la luce. Mi mancava quell’amore che illumina e scalda il cuore dell’uomo. Facciamo memoria del tempo in cui siamo stati nelle tenebre per scegliere di non tornarci. Alla fine dipende da noi! Sta a noi scegliere tra ciò che offre il mondo e ciò che offre Dio.

Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Questi versetti rivelano ciò che dobbiamo mettere al centro del nostro impegno. Noi sposi in particolare verso il nostro coniuge e la nostra famiglia. E’ l’unico modo per accogliere bene Cristo nella nostra vita. Cerchiamo di essere onesti. Cerchiamo quindi di mantenere le nostre promesse matrimoniali. Cerchiamo di amare l’altro sempre, quando è facile e quando non lo è. Cerchiamo di donarci completamente a nostra moglie o nostro marito cercando il suo bene prima del nostro. Cerchiamo di essere trasparenti l’uno con l’altro. Di non fare cose di cui ci vergogneremmo se rivelate alla persona amata. Attenzione a lussuria e impurità! Cerchiamo quindi di vivere una sessualità santa mettendo al centro del rapporto sessuale la comunione e non il mero piacere fisico. Lasciamo fuori dalla nostra vita la pornografia che distrugge la nostra capacità di scorgere la bellezza integrale della persona che abbiamo accanto. Non ubriachiamoci. L’ubriacatura non è solo quella alcolica. Ci sono le emozioni che ci possono annebbiare la mente. Cerchiamo di controllare la nostra rabbia e i nostri istinti. Cerchiamo di non ferire con le nostre parole e con i nostri atteggiamenti l’altro. Non lasciamoci travolgere dalle emozioni ma manteniamo sempre il controllo di noi stessi.

Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri. Questa frase non significa che dobbiamo imparare a vedere il corpo come qualcosa che vale meno dello Spirito. Nulla di tutto questo. Il significato è molto più profondo. Ci viene chiesto di mettere la volontà e il discernimento al di sopra di quelle che sono le passioni. Solo così il nostro corpo sarà un mezzo per dare concretezza e visibilità all’amore. Solo così saremo capaci di farci dono l’uno per l’altra senza che emozioni e sentimenti ci possano allontanare dal bene. Perchè a volte fare la cosa giusta può costare fatica. Gesù non è stato contento di finire in croce ma lì è rimasto per fare la volontà del Padre che era anche la Sua. Lì è rimasto per amarci con tutto sè stesso.

Antonio e Luisa

I moderni paladini dell’amore

Oggi ho deciso di condividere sul blog una bellissima testimonianza. Non lo faccio per farmi bello o per vantarmi. Anche perchè non ho nessun merito se non quello di aver restituito quanto io ho ricevuto in passato. Lo faccio per promuovere questa esperienza perchè sono convinto che possa fare tanto bene alle coppie di sposi. Vi aspettiamo alla prossima edizione di Come sigillo sul cuore. (qui un breve video di presentazione di una edizione passata). Presto posterò la nuova data e il luogo. Ora lascio la parola a Patti e Lello una bellissima coppia di Salerno.

Lo scorso weekend è stato davvero intenso e ci ha lasciato una forza ed un’energia unica, davvero inspiegabile. Siamo stati ospiti di don Gianni Castorani nel Monastero dello Spirito Santo a Bagno a Ripoli e siamo stati accompagnati da sostenitori e divulgatori del matrimonio cristiano. Luisa Antonio, Daniela Davide e le altre coppie che hanno organizzato questo evento sono, senza dubbio, persone ricche di spiritualità,  frutto di un vero percorso cristiano. Sono donne ed uomini normali con figli e problemi quotidiani, non supereroi o gente che studiato per diventare influencer o motivator, stile Oprah Winfrey,  sono come noi, come  la maggior parte delle coppie che si ritrova a vivere il problema dei figli ribelli,  dell’organizzazione del tempo, della stanchezza del rapporto che a volte tutti possiamo avvertire e che ci lascia senza capacità di risposta.

Ma qual è il loro segreto, cosa li rende così speciali? L’amore!

L’amore verso il Signore, l’amore verso la vera condivisione e la convinta applicazione di alcuni insegnamenti, trasmessi da padre Raimondo Bardelli, li ha motivati ad organizzare incontri periodici attraverso l’istituzione dell’Intercomunione delle Famiglie. Raimondo, come lo chiamano loro, era un frate Cappuccino di origine emiliana che insegnava a fidanzati e sposi come vivere pienamente l’unione coniugale.

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Genesi 2:23-24.

Una carne sola allude con evidenza all’unione fisica degli sposi. Dunque noi come sposi siamo chiamati ad essere uniti e questa unione si sublima nell’incontro sessuale, definito ecologico, lontano da inquinamenti dovuti alla pornografia e suoi derivati. I moderni paladini dell’amore, ci piace definirli così, ci hanno invitato ad usare piccoli stratagemmi per attuare la felicità di coppia, come il semplice atto di guardarsi negli occhi per qualche minuto durante il giorno. Questo gesto così semplice può portare frutti enormi, aiuta a mettersi a nudo davanti al coniuge, ad abbassare tensioni ed ansie accumulate durante il giorno. Abbracciarsi, coccolarsi diventa un rituale, un momento essenziale per sopire i conflitti.

Il matrimonio diventa un’esperienza da conquistare ogni giorno, da vivere in ogni momento con attenzione e purezza d’animo. Il corpo, a partire dagli occhi è il nostro mezzo per comunicare l’amore e soprattutto un modo per riattualizzare e rinnovare il sacramento del matrimonio. Parlare di fare l’amore non come tabù, come spesso ci è stato trasmesso, ma come espressione di una promessa d’amore. Un amore che trionfa e che rende più forti, perché insieme è meglio.

In conclusione abbiamo imparato molto e leggeremo ancora tanto, ma considerando quando è accaduto nel mondo in questi ultimi tre anni COVID, guerra e crisi economica:la famiglia rimane l’unica oasi di vita felice e spetta a tutti noi difenderla e proteggerla.

Patti e Lello Ventre

Tutti all’ombra.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 4,2-6) In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per i superstiti d’Israele. Chi sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo: quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme. Quando il Signore avrà lavato le brutture delle figlie di Sion e avrà pulito Gerusalemme dal sangue che vi è stato versato, con il soffio del giudizio e con il soffio dello sterminio, allora creerà il Signore su ogni punto del monte Sion e su tutti i luoghi delle sue assemblee una nube di fumo durante il giorno e un bagliore di fuoco fiammeggiante durante la notte, perché la gloria del Signore sarà sopra ogni cosa come protezione, come una tenda sarà ombra contro il caldo di giorno e rifugio e riparo contro la bufera e contro la pioggia.

Il tempo dell’Avvento comincia con la lettura di molti brani del profeta Isaia che preannunciano la venuta del Signore Gesù e descrivono la Gerusalemme futura, il Paradiso. Naturalmente le immagini usate da Isaia riflettono la cultura e il tempo in cui scrive, perciò non dobbiamo stupirci se nomina animali o piante a noi sconosciuti o descrive paesaggi a noi ignoti, quello che ci interessa è il fatto che ciò che viene descritto è una situazione quasi surreale (soprattutto nei capitoli seguenti) ma bella, serena e pacifica.

Abbiamo sicuramente già sentito decine di omelie e richiami di tanti sacerdoti che descrivono il tempo forte dell’Avvento esortandoci a viverlo in pienezza; la Chiesa è premurosa verso i suoi figli e, conoscendo la dura cervice di cui siamo portatori, non si stanca di farci rivivere ogni anno questo tempo sperando che le sollecitazioni esterne aiutino i moti dell’anima. In particolare oggi vorremmo soffermarci sulla seconda parte di questo brano, quando Isaia cita la nube di giorno e il fuoco notturno: rifugio e protezione per ogni evenienza. Nei tanti seminari, incontri di approfondimento, corsi e convegni a cui partecipiamo si ascoltano sempre delle testimonianze pubbliche di conversione oppure delle storie in privato di persone che hanno incontrato il Signore in mille modi e nelle più disparate occasioni.

Le vie del Signore non sono le nostre vie” : sobbalza subito alla mente questa verità, ed è proprio questa l’esperienza che facciamo quando sentiamo le tante e diverse testimonianze di fede vissuta e/o trovata/ri-trovata. Se si facesse una ricerca per trovare in quanti modi il Signore viene descritto all’interno della Bibbia si rimarrebbe stupiti della fantasiosa ricchezza di similitudini ed immagini con le quali l’uomo descrive la sua esperienza di Dio. Isaia non si tira indietro in quanto a linguaggio figurativo e fa di questo linguaggio una sua caratteristica, ma ovviamente la nostra non vuole essere una fredda analisi linguistico/letteraria, ma un’introduzione al tema, poiché dobbiamo capire le motivazioni che stanno alla base dell’immagine della nube e del fuoco, immagini che sicuramente nascono dall’esperienza stessa di Isaia. In quella terra il caldo diurno rende difficile la vita umana, e talvolta impossibile, col tempo però l’uomo ha imparato a proteggersi dalla calura che non dà tregua, il sole fa sentire la sua forza specialmente nelle zone desertiche, bisogna esser preparati con la giusta dose d’acqua, con il giusto riparo dai raggi che scottano altrimenti si rischia grosso; sicuramente questi disagi hanno segnato la vita di fede del profeta ed il suo rapporto con Dio.

Ci sono tante coppie di sposi che vivono la stessa esperienza del sole desertico: sempre stressate dalle mille faccende, la vita che conducono (e che spesso subiscono loro malgrado) li costringe a “stare sempre sul pezzo”, sempre all’erta, non si fa in tempo a finire una faccenda che già si è catapultati in quella seguente, in un turbinio che non dà tregua fino a che non si trova requie con la testa sul cuscino (forse). Questo stile di vita impatta anche sulla vita spirituale, sull’anima, la quale si convince che la vita è tutta qui, nello sbrigare le mille faccende, e pian piano, giorno dopo giorno, si perde il contatto con l’eternità, si perde la consapevolezza del nostro destino finale… una vita così non trova requie nemmeno con la testa sul cuscino, perché mentre il corpo cerca tranquillità per riposare, immediatamente la coscienza fa sentire il proprio richiamo, e ci si chiede non tanto se si è riusciti a far tutto, ma ci si chiede quale sia il senso di tutto questo affannarsi.

Isaia ci aiuta e ci indica che il Signore è la nostra protezione contro il caldo martellante come fanno una nube o una tenda con la loro ombra, il Signore è l’unico che ci fa dormire tranquilli perché dà senso al nostro correre, anzi il senso è Lui stesso, il senso ultimo delle nostre giornate e il senso che dona nuovo entusiasmo e nuovo coraggio per affrontare le sfide di ogni giorno. Cari sposi, se vi sentite come chi sta sotto il sole cocente senza tregua, procuratevi dei momenti durante la giornata per ripararvi all’ombra del Signore, è l’unico che può donarvi il refrigerio a cui anelate, le faccende da sbrigare non spariranno come per magia, ma all’ombra del Signore anche la mente si fa più nitida, i pensieri si districano meglio, ritroverete nuova forza per affrontare le sfide che vi attendono.

Purtroppo ci sono anche coppie che vivono come in una bufera, nel freddo o nella pioggia, ed anche per loro il Signore è protezione e rifugio come lo è il fuoco contro il freddo. La vita sponsale è una sfida continua, a volte si affrontano i problemi con la giusta determinazione ma tante altre volte prendono il sopravvento l’abitudine all’altro/a e la stanchezza, mentre la relazione diventa quella bufera dove imperversano freddo e pioggia. Cari sposi, se siete in un momento di intemperie, non scoraggiatevi, ma lasciatevi riscaldare dal Signore; Lui sa riscaldare un cuore infreddolito dal gelo dell’indifferenza, dall’egoismo; Lui sa ridare vita ad un cuore intirizzito da una relazione “antartica”, ma bisogna stare vicino al fuoco per riceverne il calore, altrimenti più vi allontanerete dalla fonte e più sarà il vostro matrimonio a pagarne il caro prezzo.

Care spose, se vivete accanto ad un “orso bianco”, sappiate che sotto la sua morbida pelliccia c’è tanto caldo, ma bisogna avvicinarlo con cautela e tanta tenerezza, basta conoscerne i gusti. Cari sposi, se vivete con la “foca artica”, sappiate che non ha orecchie esterne ma possiede un ottimo udito, soprattutto in materia sentimentale ed affettiva, quindi è meglio che i vostri gesti dicano del vostro amore tenero verso di lei perché il suo udito non la ingannerà.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il tuo volto, Signore, noi cerchiamo!

Cari sposi, avete mai provato a pregare insieme lo Sposo utilizzando le parole dei salmi? I salmi sono stati, e lo sono ancora oggi, la preghiera principale dei nostri fratelli ebrei; anche Gesù (in quanto ebreo) pregava attraversi i salmi e anche per noi cristiani sono diventati la preghiera ufficiale infatti vengono regolarmente utilizzati nella liturgia eucaristica e nella liturgia delle ore. Pregando in coppia il salmo 26 eleviamo al nostro Sposo una fondamentale richiesta poiché “Di te ha detto il nostro cuore: «Cercate il suo volto», il tuo volto, Signore, noi cerchiamo. Non nasconderci il tuo volto…” (v 8-9)

Come sposi cristiani che, mediante il sacramento delle nozze siamo stati immersi nell’ amore di Cristo, ci è stata data la grazia di “vedere”, ogni giorno, il volto di Dio nel volto del coniuge per poi, a nostra volta, mostrarlo agli altri. Soffermiamoci quindi a contemplare il volto dell’Amato mettendoci innanzitutto uno di fronte all’altro per vedere, sentire e parlare con Colui che non si nasconde ma a noi si “mostra”, perché in mezzo a noi è sceso. Guardandoci reciprocamente negli occhi cerchiamo di penetrare nel nostro intimo in quanto, come spesso si sente dire, gli occhi sono lo specchio dell’anima. Un’ espressione che sta ad indicare che spesso sono gli occhi a rivelare veramente chi siamo, come stiamo, cosa c’è dentro di noi. O ancora come leggiamo nel vangelo di Matteo, “La lampada del corpo è il tuo occhio. Quando il tuo occhio è semplice, anche il tuo corpo è luminoso; ma se è cattivo, anche il tuo corpo è tenebroso. Bada dunque che la luce che è in te non sia tenebra”. Lo sguardo che ci scambiamo come sposi deve essere pieno di tenerezza e carità, come quello di Gesù, traboccante di compassione affinché sciolga ogni resistenza, difesa, pregiudizio, separazione, paura…e soprattutto impariamo a guardarci partendo dal cuore. Solo così i nostri occhi, liberi da ciò che potrebbe offuscarli, si possono posare benevoli sui fratelli in modo tale che nessuno, direbbe S. Francesco, «dopo aver visto i nostri occhi, se ne torni via senza il nostro perdono» (FF 235)
Breve momento di coppia:
1) guardandoci negli occhi, ripetiamoci sottovoce il bellissimo passo del Cantico dei Cantici “Quanto sei bella/o, amata mia/o, quanto sei bella/o! I tuoi occhi sono colombe”.
2) contemplando gli occhi di un’icona del Volto di Cristo insieme rivolgiamogli le parole del Salmo 138:
Signore, tu ci scruti e ci conosci…
Ancora informi ci hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i nostri giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno…
Scrutaci, Dio, e conosci il nostro cuore,
provaci e conosci i nostri pensieri…
e guidaci sulla via della vita


Ma il Signore può rivelarsi a noi anche mediante l’ascolto. Quando “apriamo” le orecchie per ascoltarci stiamo dando spazio alla voce del nostro coniuge. Certamente l’ascolto è una delle basi del dialogo: quando un coniuge parla, l’altro sta in silenzio per ascoltare. Ma per noi c’è un ascolto che viene ancor prima: dobbiamo imparare ad “ascoltarci con il terzo orecchio”, quello dell’empatia, immedesimandoci nei sentimenti dell’altro, cercando di “sentire” ogni situazione come il nostro coniuge la sente. Anche se questo non è sempre facile, impariamo ad ascoltare come Gesù che, dopo essersi ritirato nel silenzio per “aprire” l’orecchio alla volontà del Padre, era ed è pronto ad accogliere ogni grido perché per lui ogni persona merita attenzione.
Breve momento di coppia:
1) Avvicinandoci all’orecchio del coniuge, ci sussurriamo sottovoce il bellissimo passo del Cantico dei Cantici:
O mia colomba,
che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave

2) contemplando un’icona del Volto di Cristo ripetiamo nel silenzio del nostro cuore le parole del Salmo 116:
Noi ti amiamo Signore perché hai udito la nostra voce…
Poiché hai teso l’orecchio verso di noi,
noi ti invocheremo per tutta la mia vita


Infine i sentimenti dello Sposo possono giungerci attraverso le parole del nostro coniuge. Per questo è necessario che dalla nostra bocca escano parole che annuncino la bellezza divina di cui, come sposi, siamo portatori. Come dicevamo prima, oltre all’ascolto, l’altra base del dialogo sono le parole: alcune volte però abbiamo sperimentato che le nostre parole sono incapaci di modellarsi sulle sfumature dei nostri pensieri, sui battiti del nostro cuore. Allora ricorriamo alla Parola, ci facciamo guidare dal modo di parlare di Gesù: le sue parole erano e sono parole che creano vita; che orientano, illuminano, tracciano strade, chiamano, seminano, abbattono le chiusure. Insomma sono “parole di vita eterna” che possono donare eternità a tutto ciò che portiamo nel cuore.
Breve momento di coppia:
1)Sfiorandoci con le dita le labbra, l’un l’altro, esprimiamo la bellissima espressione del Cantico dei Cantici:
Come nastro di porpora le tue labbra, la tua bocca è piena di fascino” e scambiandoci un tenero bacio ci ripetiamo “Mi baci con i baci della Sua bocca
2) baciando l’icona del Volto di Cristo insieme cantiamo le parole del Salmo 119:
Lampada per i nostri passi è la tua parola, luce sul nostro cammino. Limpida e pura è la tua promessa e noi tuoi servi l’amiamo


Carissimi sposi, ecco che ora possiamo guardarci con occhi nuovi, con gli occhi di Gesù. Non stanchiamoci mai di contemplare il Suo volto maestoso e dolce nel contempo; non stanchiamoci mai di cercare il Suo sguardo, quello sguardo che vuole trasformarci, vuole farci diventare simili a Lui. È importante scoprire che siamo davvero chiamati a lasciarci trasformare dall’amore di Dio, anche e solo attraverso le piccole cose, gli incontri quotidiani, nonostante i nostri sbagli e le nostre debolezze umane. Ecco che così l’amore di Dio prende carne in noi, diventa testimonianza di vita sponsale e ci porta a continuare a lodarlo, sempre con le parole del Salmo 26: “Siamo certi di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi” (v 13). Buon cammino d’Avvento alla ricerca del Volto di Dio nel piccolo bambino di Nazareth.
Daniela & Martino

Occhi nuovi per scoprirTi in mezzo a noi

Cari sposi,

ci siamo, è arrivato di nuovo l’Avvento. In un batter d’occhio è iniziato il “rush” finale di questo 2022 e sembra quasi udire ancora Lucio Dalla cantare “L’anno che verrà”. La liturgia della Parola di oggi ci mette davanti a due grandi movimenti: uno più dinamico, il mettersi in viaggio verso una mèta e uno più statico, il preparare sé stessi a un incontro.

Nel primo caso, si tratta del pellegrinaggio per eccellenza, gli Shalosh Regalim che ogni pio ebreo, fino ai tempi di Gesù, era invitato a fare 3 volte all’anno a Gerusalemme. Nel secondo caso, siamo noi a dover cambiare noi stessi per essere pronti ad accogliere un Ospite unico e particolarissimo. Due moti che in definitiva convergono nel viaggio interiore, nel “in te ipsum redi” di Sant’Agostino (De vera religione, XXXIX, 72). I percorsi spirituali di guarigione e di trasformazione non sono meno impegnativi di pellegrinaggi e spostamenti chilometrici, ce lo insegnano tanti santi quali appunto Sant’Agostino, Sant’Ignazio, San Charles de Foucauld…

Tutti questi movimenti coincidono appunto in un viaggio che nel fondo è la ricerca del Volto di una Persona. Sia l’andare che l’accogliere cercano proprio di trovare e incontrare Qualcuno. La domanda ora è se vediamo così il Natale, se in esso c’è l’anelito verso l’abbraccio con il Signore o solo una ricorrenza importante da celebrare, che nel fondo non mi cambia la vita. Come sposi, il Natale vi ricorda che è Cristo da cercare assieme. Voi sposi siete invitati a unirvi in questo sforzo di vigilanza reciproca per andare in coppia incontro a Cristo che già viene a cercarvi. Mi piace offrirvi, per la vostra meditazione, questo testo di Papa Francesco:

“Questo è vegliare! Il sonno da cui dobbiamo svegliarci è costituito dall’indifferenza, dalla vanità, dall’incapacità di instaurare rapporti genuinamente umani, dell’incapacità di farsi carico del fratello solo, abbandonato o malato. L’attesa di Gesù che viene si deve tradurre, dunque, in un impegno di vigilanza. Si tratta anzitutto di meravigliarsi davanti all’azione di Dio, alle sue sorprese, e di dare a Lui il primato. Vigilanza significa anche, concretamente, essere attenti al nostro prossimo in difficoltà, lasciarsi interpellare dalle sue necessità, senza aspettare che lui o lei ci chiedano aiuto, ma imparare a prevenire, ad anticipare, come fa sempre Dio con noi” (Angelus, 1° dicembre 2019).

Quanti spunti concreti vi pone tale riflessione! Accogliere Gesù anzitutto nel coniuge, divenire più accoglienti nel rapporto con lui, porre attenzione alle parole, i gesti, venire incontro alle difficoltà. Il Signore vi invita in definitiva a iniziare proprio da lì la vostra preparazione di Avvento. Vi invito quindi ad approfittare di questo tempo forte di grazia, per ottenere da Gesù la grazia di avere occhi nuovi, uno sguardo diverso sul coniuge, tale da saper cogliere in lui e nella vostra coppia la presenza del Risorto, dell’Emmanuele, il “Dio con voi”.

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è quella palestra che non ti permette di fare troppa filosofia nella vita. Il matrimonio non permette di avere una fede astratta ma ti riporta continuamente alla concretezza della carne, la carne della persona che Dio stesso ti ha posto accanto il giorno delle nozze. Ecco in questo Avvento cerchiamo di fare due semplici “esercizi”. Trsformiamo la nostra preghiera in gesti concreti per nostro marito o nostra moglie. Gesti di tenerezza, di servizio, di ascolto. E poi troviamo almeno pochi minuti ogni giorno per guardarci e per riscoprire di nuovo, nella contemplazione reciproca, quanto siamo belli, perchè cari sposi noi siamo tutti una meraviglia, dobbiamo solo riscoprirlo.

Coppia, va’ e ripara la mia Chiesa

Cari sposi,

siamo alle porte dell’Avvento, tempo di attesa e di preparazione per la Solennità della nascita di Gesù. Il Vangelo di domani è tutto proiettato sulla vigilanza dell’arrivo del Figlio dell’uomo e, in definitiva, su come stiamo spendendo questa nostra breve e fugace vita.

Mi piacerebbe soffermarmi un attimo con voi su un aspetto per noi drammaticamente urgente e importante. Chi più e chi meno, vi state rendendo conto di come la nostra fede stia soffrendo un fenomeno di ritirata generale. Ovunque vi giriate, movimenti, associazioni, parrocchie, seminari… ovunque, troverete i segni della decadenza: meno fedeli a Messa, meno vocazioni, meno offerte a cui corrispondono più scandali mediatici contro la Chiesa, più segni di aderenza ad altre religioni, più intolleranze al crocefisso, ecc. Non sono disfattista, tuttavia questi segni si susseguono oramai con un ritmo tambureggiante ed è cieco chi non se ne rende conto.

Tuttavia, voi coppie avete il segreto per donare vita e speranza proprio a questa Chiesa oramai giunta alla terza età. Infatti, coppie come voi, all’inizio dell’era cristiana e spesso in mezzo a persecuzioni, hanno cominciato a vivere la fede in casa, a trasmetterla a vicini, a dare semplice testimonianza… e a poco a poco, come il lievito che fa aumentare l’impasto, hanno cambiato il mondo pagano in una società sempre più cristiana. Voi siete di nuovo la speranza! Non ci saranno congregazioni religiose a salvarci, come in passato (Francescani, Gesuiti…), non saranno la santità dei sacerdoti e delle suore a cambiare radicalmente la rotta, benché questo certamente sia indispensabile! Il peso specifico della Chiesa è dato da voi sposi, che con il dono del matrimonio, avete la grazia di generare figli di Dio e di creare relazioni belle, autentiche, sane tra famiglie. Questo è l’humus da cui germoglia la Chiesa!

Cosa può impedirvi di fare tutto ciò? Forse un senso di inadeguatezza, il sentirvi indegni per sbagli o difetti, la pigrizia di fare qualcosa di nuovo. Nel Vangelo di domani si legge: “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24, 38). Quante coppie credenti mangiano, bevono… cioè, vanno a Messa, pregano, sono fondamentalmente bravi nella loro vita ordinaria… ma non si rendono conto che questo modello di Chiesa sta affondando sotto i colpi di una società secolarizzata e laicista che ha piazzato esplosivi proprio nei suoi punti nevralgici (vita, famiglia, educazione…)!

Care coppie, questo Avvento 2022 è unico e distinto. Non è uguale a quello degli anni passati, nel senso che il Signore ci chiede una nuova vigilanza, una nuova cura e attenzione. Difatti, Gesù sta chiedendo sempre più a voi coppie: “va’ e ripara la mia chiesa”, come lo disse 8 secoli fa a San Francesco. Riparare la Chiesa vuol dire dare vita alla vostra chiesa domestica (Amoris Laetitia 67), cioè vivere consapevolmente con Gesù Risorto che abita nella vostra relazione di amore e che tramite voi vuole donarsi ad altri. Cari sposi, oramai al termine di questo anno chiedetevi: siamo consapevoli siamo di essere Presenza viva del Signore? Quanto contempliamo e lodiamo tanta bellezza che è in noi? Cerchiamo di nutrire la nostra spiritualità nuziale? Ci sforziamo di accogliere altri per donare anche a loro tanta grazia e bellezza?

Andiamo quindi con gioia incontro a Gesù, l’Emmanuele, il Dio-con-noi, che ancora una volta vuole entrare nella nostra casa e diventare nostro commensale per condividerci la sua vita e la sua gloria.

padre Luca Frontali

Tutta colpa di Bridget Jones!

Tutta colpa di Bridget Jones! Lo dico davvero. È lei la nostra peggiore nemica.

Perché, diciamocelo, con le altre, le regole del gioco erano chiare. Metti Ingrid Bergman, protagonista del film Casablanca. O via col vento, con la bellissima Rossella (Vivien Leigh). O, per stare ai tempi d’oggi, Insonnia d’amore (sono una grande fan di Meg Ryan). Lì c’è una donna splendida che si innamora del protagonista e lui è bellissimo, valoroso, sincero. Ha un sacco di qualità. Lui è il principe azzurro, che più azzurro non si può. È chiaro fin dall’inizio che ci sarà un lieto fine. L’uomo di turno, non potrà che perdere la testa per lei. Lei non potrà che innamorarsi follemente di lui. I due non potranno che sposarsi. Di lì in avanti scatterà il “vissero felici e contenti”.

Dai, quei film mica li guardiamo per sapere come andranno a finire. Lo sappiamo benissimo. Come nelle favole, in queste pellicole romantiche, l’amore fra i due protagonisti vince sempre. Non importa quante peripezie i due dovranno affrontare. Quanti equivoci, colpi di scena, coincidenze dovranno superare. Alla fine, lui si inginocchierà e le chiederà di sposarlo. E lei non esiterà nemmeno per un secondo. Né se lo farà ripetere. Perché in verità, non aspettava altro. Capirai, chi si farebbe sfuggire il Mister Giusto che ogni donna sogna di incontrare? È chiaro, queste storie ci piacciono, ma non è che le prendiamo del tutto sul serio. Voglio dire, chi di noi si è mai sentita la Rossella O’Hara della situazione? Chi di noi si è illusa di essere protagonista di una storia in cui tutto è perfetto? Quelle sono favole, mica la vita vera. Questo noi lo sappiamo. Almeno, In linea di principio era così. Poi venne lei. Credetemi, è tutta colpa sua. Colpa di Bridget Jones.

Lei non somiglia nemmeno per sbaglio alla bellissima Ingrid, a Meg, a Vivien. Bridget è una ragazza che non brilla. Ha un lavoro banale, è in perenne lotta con la bilancia, piena di buoni propositi disattesi. Beve troppi cocktail e spende troppo per vestiti che non le donano e indossa mutandoni della nonna. Non ha niente e dico niente che la possa far passare per un’eroina romantica, di quelle designate al trionfo dell’amore. Bridget è una di noi. In qualcosa forse anche un po’ meno di noi. È una sprovveduta che fa tutti gli errori che si possono fare nella sua situazione. Prima va a letto con il suo capo, bellissimo, fascinosissimo e di successo, che per di più è un donnaiolo. Poi va in crisi perché scopre che lui non cambierà. Infine, si innamora di un uomo che non sembra ricambiarla. Uno che sembra un po’ troppo per lei. Anche lui bellissimo, fascinosissimo e di successo. Eppure, Bridget riesce a conquistarlo. E, dulcis in fundo, persino il suo capo donnaiolo scopre di volerla, contro ogni possibile aspettativa.

Bridget, una ragazza ordinaria, fa perdere la testa non a un solo principe azzurro, ma a due. Impresa eccezionale, mai riuscita nemmeno alle migliori eroine romantiche della letteratura e del cinema. Ecco, ditemi se non è un inganno. Nel caso di Cenerentola e delle sue versioni cinematografiche moderne, ci godiamo la storia, ma lo sappiamo benissimo, il principe azzurro non esiste.  Invece, una come Bridget vorrebbe farci credere che esista. Anzi, che, per ciascuna di noi, ce ne sia più d’uno. E che qualunque ragazza possa trovarlo e addirittura scegliere quello che preferisce, in una vasta offerta di uomini tutti egualmente belli, perfetti e innamorati. Sono illusioni pericolose. Perché non c’è alcuna possibilità che le cose vadano davvero così. Se una donna passa la giovinezza ad aspettare che arrivi proprio lui, un uomo perfetto, che non sia neanche un grammo meno di un autentico principe azzurro, rischia di ritrovarsi da sola. Delusa e amareggiata.

Non c’è nulla di più insano che coltivare un’aspettativa irrealizzabile. Passare gli anni migliori a paragonare uomini in carne ed ossa con un ideale irraggiungibile. Nessun uomo, per quanto a posto, serio, lavoratore, di sani principi e magari di gradevole aspetto, reggerà mai il confronto con il prodotto della nostra idealizzazione romantica. Invece ci sono donne che arrivano a pensarlo. Per colpa di Bridget Jones e della sua vicenda ingannevole. Credono che abbia ragione lei, Bridget Jones, che si debba puntare all’ideale. Che lei sia un esempio. In fondo, se ce l’ha fatta lei, ce la possiamo fare tutte. Guai ad accettare un uomo comune. Un Medioman che non si conformi alle nostre elevatissime aspettative. Meglio lasciarlo andare, l’uomo carino e di buon cuore, conosciuto in ufficio, a una festa, presentato da amici galeotti. Tanto possiamo ambire a qualcosa di meglio. Abbiamo l’imbarazzo della scelta. Appena dietro l’angolo, ci saranno quarantaquattro principi azzurri in fila per sei con il resto di due. Tutti lì per noi.

Sarebbe invece più utile, oltre che intellettualmente onesto, riconoscere che al mondo ci sono per lo più uomini normali. E che, udite udite, un uomo normale può rendere la donna che ama (e che lo ama) profondamente felice. Anche se non ha mai posseduto nemmeno un fazzolettino azzurro, né è mai stato una somma di virtù cavalleresche. Eppure, si può incontrare un giovanotto per bene, con cui condividere l’impegno di amarsi e onorarsi, che significa soprattutto rispettare l’altro e adoperarsi per il suo bene. Credetemi, Medioman batte il principe azzurro 10 a zero. Lui, almeno, esiste davvero. Il film è tratto dal libro: Il diario di Bridget Jones che si trova su Amazon: https://amzn.to/3TWXutt

Anna Porchetti

seguimi sul blog: www.AnnaPorchetti.it. L’articolo si trova qui: https://annaporchetti.it/2022/11/22/tutta-colpa-di-bridget-jones/

il mio libro si trova qui: https://amzn.to/3VqM5nu

Vieni nel mio cuore.

Oggi vi racconteremo un incontro di preghiera che abbiamo vissuto insieme alla comunità della Parrocchia di San Tarcisio al Quarto Miglio. Come ci è venuto in mente di andare proprio lì? Semplicemente accogliendo l’invito di una locandina dove era raffigurato un dipinto della Madonna che scioglie i nodi. Un invito esteso a tutti, anche a te che stai leggendo questo articolo,anzi se sei di Roma cogli al volo l’occasione e vai . Fidatevi di noi. Ne vale la pena, ci sarà un incontro una volta al mese. Un impegno gestibilissimo anche nella nostra quotidianità frenetica, traffico compreso.

L’incontro si è svolto nel classico orario serale delle 21, un orario che ricorda molto la gioiosità della vita sociale parrocchiale di un mondo pre-pandemia. Siamo arrivati che io stavo ancora canticchiando, per la felicità di Andrea, la canzone di Ultimo “Vieni nel mio cuore“. Ormai, se ci leggete da un po’, avrete capito che non solo mi piace Ultimo, ma i suoi testi per me sono un mezzo per intercettare e per dialogare con i giovani che il Signore mi permette di accompagnare. Onestamente la canzone di Ultimo mi ha fatto sempre pensare a quell’invito che ci viene fatto per andare in chiesa. Pensateci bene, quante volte ci è stato detto fin da bambini: venite a messa che vi fa bene! Se state leggendo questo blog, probabilmente state cercando anche voi Qualcuno che vi venga a dire le stesse cose!

Vi devo confessare che, entrando in chiesa, siamo riusciti ad assistere alle prove canore delle suore francescane che intonavano la super hit delle canzoni di chiesa “Vieni Spirito“. Una delle nostre preferite tra l’altro. Un invito costante ad un incontro atteso. Scoprire di essere amati .Così come siamo, con tutte le nostre imperfezioni. È stato un incontro vivo, dove i sacerdoti hanno reso viva ogni parola che pronunciavano, non erano semplici parole lette su una fotocopia. È stato l’inizio di un viaggio di formazione spirituale da compiere insieme. Abbiamo imparato a pregare insieme. Quante volte magari ci capita di pregare un pochino come un disco rotto? A memoria, dimenticando il senso delle parole che stiamo pronunciando? O peggio ancora stiamo seduti in chiesa ma con i pensieri altrove? Oppure che ci troviamo seduti in chiesa controvoglia, solo perché rivestiamo un “ruolo” all’interno della parrocchia rimpiangendo di non essere acasa a guardare Netflix? Tali pensieri, mentre ci accostiamo alla preghiera, sono anche dei tentativi di distrazione da parte del Maligno. Si, esiste Noi ci crediamo. E bisogna mantenere alta la guardia e giocare di difesa per schivare l’ avversario più temuto per tutti noi.

Nel nostro viaggio spirituale abbiamo degli alleati fantastici che sono Gesù e Maria. Solo dedicando del tempo per stare insieme a loro potremo farcela. Dio può agire nella nostra vita e sciogliere tanti impedimenti che abbiamo dentro di noi e che neanche ci accorgiamo di avere il più delle volte. Prendete me, ad esempio, vi ricordate che in un articolo passato vi ho raccontato che non pregavo più? Che non entravo più in chiesa perche mi sentivo sbagliata e difettosa? Non sapevo dove collocarmi in una comunità parrocchiale. E uno non è che ci nasce con questi pensieri è che spesso ti ci conduce il mondo esterno che ti fa credere che vai bene solo se sei perfetto. E nella mia testa la perfezione significava avere una famiglia numerosa con figli da accompagnare ai sacramenti. Tali pensieri sono stati da apripista per la depressione. La depressione rende fragile il matrimonio perché il marito soffre nel vederti stare male. Diventa il tutto un gioco a favore del Maligno. Diventa un combattimento vero e proprio, la cui unica arma che mi ha permesso di andare a segno è stato il Rosario. Lasciate stare maghi, letture delle mani,guide astrologiche, servono solo a stare peggio.

Vi dovete ricordare che ogni vostro difetto, vizio, stortura della vita non cancella che la vostra vita è valso il sangue di Cristo. Quando vi sentite persi, depressi, che non sapete dove andare e cosa fare, ponete il vostro sguardo sulla Croce. Prendete un crocifisso in mano. Toccatelo dove ci sono i chiodi. Pensate al martello che batte con forza sui chiodi, ne vale ancora di stare a soffrire da soli? Avete un alleato che ha sofferto per voi è che vi sta dicendo io sono qui. Sto accanto a te.Ti ho donato anche una madre a cui puoi chiedere tutto tramite la preghiera. Vieni nel mio cuore che c’è un posto migliore, proprio come canta Ultimo. Vi lascio con la Preghiera a Maria che scioglie i nodi. Per me è stata importantissima.

Vergine Maria, madre che non hai mai abbandonato un figliolo che grida aiuto, Madre le cui mani lavorano senza sosta per i tuoi figli tanto amati, perché sono spinte dall’amore divino e dall’infinita misericordia che esce dal tuo cuore, volgi verso di me il tuo sguardo di compassione, guarda il cumulo di nodi che soffocano la mia vita. Tu conosci la mia disperazione e il mio dolore. Sai quanto mi paralizzano questi nodi e li ripongo nelle tue mani . Nessuno neanche il demonio può sottrarmi dal tuo aiuto misericordioso. Nelle tue mani non c’è modo che non sia sciolto. Vergine madre con la grazia e il tuo potere di intercessione presso tuo Figlio Gesù, mio Salvatore ricevi oggi questo “nodo” (nominarlo se possibile) per la gloria di Dio ti chiedo di scioglierlo e di scioglierlo per sempre. Spero in te. Sei l’ unica consolatrice che il Padre mi ha dato. Sei la fortezza delle mie deboli forze, la ricchezza delle mie miserie, la liberazione da tutto ciò che mi impedisce di essere con Cristo. Accogli la mia richiesta. Preservami, guidami, proteggimi. Sii il mio rifugio. Maria che scioglie i nodi prega per noi.

Vi aspettiamo come sempre se volete sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara e i nostri canali social WhatsApp e Telegram e per chi è di Roma ci trova presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Le spine del matrimonio

Quando si arriva (purtroppo) a una separazione, sarebbe necessario fermarsi almeno per un po’ di mesi a riflettere su quello che è successo e sulle cause che hanno portato a un epilogo così triste. Non serve a nulla pensare cose del tipo: “Se mia moglie avesse avuto un atteggiamento diverso, anch’io mi sarei comportato diversamente”, perché è solo un tentativo di diminuire il senso di colpa. E’ un’analisi che in alcuni casi dovrebbe coinvolgere altre persone esperte in materia, come consulenti familiari, psicologi e assistenti spirituali, perché non sempre da soli si riescono a comprendere i problemi che non abbiamo mai risolto e le ferite spesso provenienti dalla nostra famiglia di origine. Infatti a volte si creano delle dinamiche che si ripetono continuamente e tendiamo a fare sempre gli stessi errori: poco tempo fa mi sono ritrovato a parlare con una ragazza di 40 anni al terzo divorzio, continuare su questa linea credo sia davvero triste e distruttivo per se’ stessi e per le persone che ci stanno intorno, in particolare per i figli.

Spesso la gente non si prende questo importante tempo di riflessione dopo la separazione, ma comincia a uscire e a frequentare altre persone, rischiando così di fare ulteriori danni. La responsabilità di una separazione quasi mai è al 50%, in genere è sbilanciata da una parte e comunque nessuno dei coniugi può considerarsi esente da colpe (avremmo potuto sicuramente fare meglio, diversamente o con più cura e attenzione). Inoltre la decisione di separarsi viene proposta e portata avanti raramente di comune accordo, ma è uno dei due a prendere l’iniziativa.

A suo tempo, ma continuo a farlo anche oggi, ho riflettuto molto sulla mia storia d’amore e sulle cause che l’hanno portata al fallimento (ricordo che il fallimento è solo umano, con Dio non può fallire!). Sono arrivato alla conclusione che non basta amare, è necessario anche essere amabili, perché ho tanto amato mia moglie, ma non è stato sufficiente. Faccio un esempio: se prendo in mano un fiore, con dei bellissimi colori e profumato, mi viene da pensare: “Ma che bello questo fiore!”. Immaginiamo invece che questo fiore sia pieno di spine e che, appena lo prendo in mano, mi punga: in questo caso mi viene da pensare: ”Accidenti a questo fiore, che brutto!”. Ecco, può succedere, anche involontariamente, che siamo noi il fiore che suscita negli altri una certa reazione.

Così, quante volte non ho ascoltato mia moglie! Quante volte ho svalutato le sue idee, il suo lavoro e il suo modo di pensare! Quante volte sono stato scontroso e addirittura l’ho presa in giro, non immedesimandomi nel suo malessere, nei suoi problemi, nei suoi dubbi, nelle sue difficoltà e nelle sue paure! Potrei continuare a fare altri esempi, ma credo sia chiaro questo: è fondamentale non solo amare il coniuge, ma lavorare su noi stessi, sui nostri difetti e sul nostro carattere in modo da essere amabili, accoglienti e poter così costruire una relazione davvero autentica, sincera e reciproca! 

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per Sempre)

Immolato, ma in piedi!

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo ( Ap 5,1-10 ) Io, Giovanni, vidi nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo […] Uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli». Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. […] Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo : «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra».

Continua la lettura di passi dall’Apocalisse, questa volta abbiamo tagliato molto le parti perché vogliamo focalizzare l’attenzione solo su un particolare che ci aiuterà nella vita di sposi. Innanzitutto vorremo farvi notare come queste visioni siano ricche di figure fantasiose ma che sono molto simboliche poiché Giovanni ama usare questa forma di scrittura. Ma veniamo subito al dunque, la figura su cui vogliamo porre l’attenzione oggi è l’Agnello sgozzato, o immolato a seconda della traduzione, ma è la stessa cosa perché per immolare un agnello (secondo i rituali sacrificali ebraici) bisogna sgozzarlo. E qui non si fa fatica ad attribuire al Cristo questa simbologia dell’agnello, sappiamo benissimo che Gesù è chiamato anche Agnello di Dio fin dai suoi esordi pubblici, quando il Battista lo addita così il giorno dopo del famoso Battesimo, descritto nel Vangelo di Giovanni, lo stesso autore dell’Apocalisse.

Ormai da tanti anni in una parrocchia del Bresciano viene allestito un famoso presepio vivente davvero spettacolare poiché è stato ricostruito un paesino della Palestina, un borgo con case, locande e botteghe artigiane, c’è pure il castello di Erode, i figuranti sono tutti vestiti con abiti tipici, e poi ci sono i pastori con le bestie, da ultimo ovviamente c’è una coppia di sposi con un infante (non la stessa ovviamente, ma diverse a turno) a rappresentare la Sacra Famiglia. Tra i pastori, quello che attira molto l’attenzione è quello che dà l’agnellino in braccio ai bambini, è un’esperienza tutta da ricordare per i piccoli ma anche per mamma e papà che non si lasciano sfuggire l’occasione per una foto ricordo ma soprattutto la parte migliore è quella di accarezzarlo per sentirne la morbidezza. Visitiamo questo bel presepio da 20 anni, ma ciò che ci impressiona ogni volta è la docilità dell’agnellino che si lascia accarezzare senza neanche un belato.

Dopo aver vissuto questa esperienza abbiamo finalmente capito cosa intendesse Giovanni quando scrive di Gesù come l’Agnello di Dio ; infatti Gesù si è lasciato immolare con la docilità con cui quell’agnellino sta in braccio ai bambini e si lascia toccare e accarezzare da essi senza neanche un belato, e così fece Gesù: non aprì bocca come agnello condotto al macello (Is 53,7). Nonostante l’agnellino passi da un bambino all’altro e venga un po’strapazzato dalla manine ansiose di toccarlo, non si arrabbia mai. Avete mai visto un agnello arrabbiarsi? Neanche Gesù si arrabbiò durante la Passione, nonostante le torture subite, è stato grazie a questa esperienza che abbiamo capito un pochino di più la Passione del Signore.

In questo brano, Gesù viene descritto “Agnello in piedi, come immolato (sgozzato)“. Avete mai visto un agnello sgozzato in piedi? Se prendiamo l’agnellino dalle manine dei bambini e lo portiamo a sgozzare, nel giro di pochissimo cadrà stecchito al suolo e non si rialzerà mai più. Gesù invece è sì un agnello sgozzato, ma ritto in piedi: è un linguaggio simbolico che dice che Gesù è risorto (ritto in piedi) ma porta sul Suo corpo glorificato i segni della Passione (sgozzato). Ed è proprio questo Agnello sgozzato che è degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, grazie alla Sua Passione. Gesù viene descritto poche righe prima come “il leone della tribù di Giuda” che ha vinto, però non è il leone ad aprire i sigilli, ma è l’agnello. Perché Gesù affronta la Passione con la forza del leone e risorge con tale forza, ma vince con la forza del perdono dalla Croce, vince con la passione vicaria, vince con la dolcezza del Suo Amore. Cari sposi, è questa l’immagine a cui noi siamo chiamati ad assomigliare: l’agnello immolato ma ritto in piedi.

Quando vogliamo far risorgere la nostra relazione sponsale dobbiamo necessariamente essere “sgozzati”, epurati cioè dai nostri peccati, dai nostri egoismi, con la docilità ed il silenzio dell’agnello che soffre per amare, soffre per poter risorgere, e quando risorgerà (per Grazia di Dio) sarà ritto in piedi ma con i segni della sofferenza poiché essa è un passaggio obbligato, se lo è stato per il Signore che era purissimo, perché dovremmo esserne esenti noi che non siamo proprio un esempio di purezza?

Coraggio sposi, ci aspetta un bel cammino di Avvento per ritrovare la docilità dell’agnello e la forza del leone per affrontare la sofferenza.

Giorgio e Valentina.

La nostra imperfezione è immagine della perfezione di Dio

Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. (Genesi 3,8)

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio.  I limiti diventano occasione. E’ capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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“O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore”

Cari sposi,

il vangelo di oggi ci riporta sul Golgota e ci pone ancora una volta ai piedi della croce sulla quale Gesù sta donando la vita per ciascuno di noi. A nostro fianco ci sono Maria, Sua Madre, la Maddalena e Giovanni. Assistiamo sgomenti, esterrefatti, paralizzati da tanto dolore e sofferenza proprio in Colui che ci ha amati dall’eternità ed è lì non è per sé stesso ma per noi. Vorrei focalizzarmi su una semplice frase del Vangelo che contiene un senso immenso per ogni credente ma in modo particolare per voi sposi ed è: “Se tu sei il Re dei Giudei, salva te stesso!”. Gesù stavolta non risponde non tanto perché non potesse – e sappiamo la sofferenza indicibile di un crocefisso di trovare il fiato anche solo per dire una parola – quanto perché non c’era bisogno: il Suo restare lì era già la risposta più esauriente. Proprio perché Gesù rimane sulla Croce dimostra che è il Figlio di Dio. Come mai sto dicendo questo? Se c’è uno che poteva evitare o almeno alleviare il dolore era proprio Gesù, il Dio fatto uomo, contava infatti su tutta la sua Onnipotenza per farlo, eppure non ha voluto. In effetti, l’amore di Cristo è stato talmente grande da restare, da rimanere in Croce per tre ore e infine da morire su di essa, consapevolmente e liberamente.

Questo rivela che solo chi sa possedersi, chi è padrone di sé, chi sa cosa vuole fare della sua vita, può amare davvero, può donarsi agli altri, può decidere come esprimere questo amore. Qui stiamo balbettando qualcosa sulla regalità di Cristo, una condizione che Lui ha regalato a ciascuno di noi a partire dal Battesimo e in voi sposi è stata rafforzata nel Matrimonio. Mi è molto piaciuta la sottolineatura che i nostri fratelli orientali fanno del matrimonio. Al di là del fatto che è un’unione legale tra uomo e donna, esso significa il riconoscimento da parte della Chiesa dell’unione che Dio ha già operato nelle vite degli sposi. Vale a dire che è la loro partecipazione misteriosa, alla dimensione divina del Regno di Dio, in cui Cristo è unito per sempre alla Chiesa.

È proprio per questa partecipazione, come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, che voi sposi appunto siete coinvolti in tale unione (Cfr. Lumen Gentium 11) e grazie ad essa Cristo vi dona un modo nuovo di essere re, sacerdoti e profeti. In particolar modo nelle nozze questo viene evidenziato dal rito dell’incoronazione quando il celebrante ponendo sui capi dei nubendi dice: “O Signore nostro Dio, incoronali di gloria e di onore”. La corona che idealmente ricevete nel matrimonio è segno di gloria e onore, due parole gravide di un senso cristiano estremamente profondo. La gloria e l’onore sono parole sinonime nel mondo biblico. Per Gesù non significano il successo di aver fatto tutto bene, di aver lavorato in modo efficace e redditizio, non consistono nell’aver aggiunto plusvalenza alla propria impresa o essersi fatto un nome in ambito lavorativo. La gloria e l’onore sono la fecondità spirituale derivante dal dono della propria vita e Gesù ambisce ad esse e ne fa dono a voi sposi grazie al sacramento. Quanto onore e gloria ha ricevuto Gesù da quell’infamante morte in croce! Parimenti, quanto onore e gloria vi donate vicendevolmente ogni volta che decidete di amarvi con un amore oblativo come quello di Gesù!

L’onore e la gloria di Gesù derivano dall’appartenere al Padre, dalla sua dignità assoluta di Figlio amato ed Egli non vede l’ora che anche voi sposi ne siate pienamente consapevoli. Siete re, cari sposi, quando vi trattate come figli amati del Padre, quando i vostri gesti sono il riflesso della certezza di essere un riflesso per l’altro di un Amore superiore. Così, da quel momento voi avete una capacità di amare che attinge direttamente dal Cuore stesso di Gesù sulla Croce, in grado di diventare un dono reciproco per l’altro, anche quando la sensibilità è totalmente contraria e avversa. Perciò il dono regale nel matrimonio si manifesta nell’autocontrollo e nella vittoria sul peccato per dominare voi stessi e diventare dono a vicenda e per i vostri figli. Re e regine allo stile di Gesù nel donarvi intenzionalmente e deliberatamente lo stesso onore e la stessa gloria che ardeva nel Suo Cuore.

Per concludere, vi condivido che mi ha colpito il fatto che l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio di san Giovanni Paolo II è stata firmata proprio il giorno di Cristo Re del lontano 1981. Lo interpreto come un segno che il suo insegnamento si possa considerare come un grande approfondimento dei tre doni battesimali (re, sacerdote e profeta) che in voi sposi sono vissuti e interpretati in modo originale. Per questo vorrei finire questa mia riflessione con l’ultimo paragrafo:

Cristo Signore, Re dell’universo, Re delle famiglie, sia presente, come a Cana, in ogni focolare cristiano a donare luce, gioia, serenità, fortezza. A Lui, nel giorno solenne dedicato alla sua Regalità, chiedo che ogni famiglia sappia generosamente portare il suo originale contributo all’avvento nel mondo del suo Regno, «Regno di verità e di vita, di santità e di pace, verso il quale è in cammino la storia” (Familiaris Consortio, 86).

ANTONIO E LUISA

Non voglio aggiungere molto alle parole di padre Luca che sono già così belle ed intense. Vorrei solo testimoniare cosa significa per me essere re nel matrimonio. E’ qualcosa che non ho compreso subito ma mi è servita tanto la relazione con Luisa. Essere re non ha nulla a che fare con il possedere Luisa, con assoggettarla ai miei desideri e al mio modo di pensare. Nulla di tutto questo. E badate che non è scontato capirlo. Tanti matrimoni falliscono proprio perchè l’altro non è come vorremmo che fosse. Attenzione. Io ho scoperto il mio essere re nel momento in cui ho deciso di abbandonarmi all’amore. Quando ho combattuto il mio egoismo e mi sono messo al servizio dell’amore, al servizio quindi di Luisa. Certo sbagliando ancora tantissime volte ma adesso so quello che voglio. Essere re significa avere lo sguardo di Gesù che è lì sulla croce e non pensa a sè stesso ma alle persone che ha accanto. Pensa a Maria e Giovanni affidandoli uno all’altra e pensa al buon ladrone. E’ quello sguardo che manifesta la sua regalità. E noi? Siamo capaci di quello sguardo?

Domenica e famiglia : un connubio possibile /48

(Solo il sacerdote, con le braccia allargate, continua:) Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo. (Congiunge le mani.)

Questa preghiera continua, sviluppa ed allarga l’ultima domanda del Padre Nostro esplicitandone meglio i contenuti, nella versione originale è più ricca facendo menzione della Madonna e dei Santi nonché specificando che i mali sono quelli passati, presenti e futuri ; nella nuova traduzione sopra riportata è stata fatta la scelta di abbreviare e sintetizzare molte preci. Nella prima parte di questa preghiera si parla di turbamento, traduzione italiana dell’originale “perturbatione“. Non chiede di liberarci dalle paure come qualche sacerdote azzarda inserendo abusivamente parole personali qua e là secondo il proprio gusto (cosa peraltro vietata esplicitamente dalle regole liturgiche ). L’originale latino può avere diverse accezioni come “disturbo, confusione e disordine” ma non “paura”. Il Signore ha voluto provare sulla propria pelle la paura nella Passione, perché mai il Padre dovrebbe toglierla a noi se nemmeno è stata risparmiata al Figlio di Dio?

I turbamenti a cui si riferisce sono quelli causati dal Maligno. Naturalmente il Battesimo ci ha ridato la vita di Grazia, ma ci ha lasciato le conseguenze del peccato originale, per cui non siamo immuni dalle concupiscenze, dalle tentazioni e dagli influssi diabolici… a quale sicurezza si riferisce la preghiera quando dice “sicuri da ogni turbamento”? La sicurezza di appartenere al Signore se si resta in Grazia di Dio, di stare nella “squadra del Vincitore”, per cui possiamo resistere agli assalti del nemico infernale non senza fatica e sudore e volontà, ma certi che contro di noi nulla può il tentatore se siamo in Grazia di Dio… è una dura lotta, è una battaglia che non ci abbandonerà fino alla morte, quando finalmente potremo riposare (non a caso lo chiamiamo eterno riposo) se vinceremo l’ultima e decisiva battaglia finale restando forti nella fede nel Figlio di Dio e sicuri nell’intervento della Sua Misericordia.

(Il popolo conclude la preghiera con l’acclamazione:) Tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli.

Questa acclamazione acquista una forza ed un fascino tutto particolare se si canta con vigore soprattutto nelle Messe solenni, ancora una volta è tutto il popolo che unisce la propria voce alla perenne lode delle schiere beate del Paradiso.

(Il sacerdote, con le braccia allargate, dice ad alta voce:) Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace», non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà. ( Congiunge le mani. ) Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. (Il popolo risponde:) Amen.

Fino a questo momento tutte le preghiere della Messa erano rivolte al Padre tranne questa che si rivolge direttamente al Figlio per invocare la pace; e si rivolge proprio a Colui che è La Pace, chiamato anche il Principe della Pace, Colui che riappacifica con il Suo sangue gli esseri della terra e quelli del cielo, ma la pace che porta Gesù NON è la pace che dà il mondo. Spesso il mondo intende la pace come la semplice assenza di guerre, ed in parte la comprende, ma la pace che dà Gesù è tutt’altra, è la riconciliazione dell’uomo con Dio. Quando l’uomo è riconciliato con Dio il suo cuore vive nella pace perché è stato perdonato, gli è stata usata misericordia, e se rimane in Grazia di Dio non esiste nulla che possa portar via dal cuore la pace di Cristo. Quando le famiglie hanno Cristo, hanno già tutto.

Care famiglie, concludiamo lasciandovi un breve scritto di S. Teresa d’Avila, diventato anche un canto famoso, che dice di questa pace del cuore:

In spagnolo : Nada te turbe, nada te spante, quien a Dios tiene nada le falta. Nada te turbe, nada te spante, solo Dios basta.

In italiano : Niente ti turbi, nulla ti spaventi, a chi ha Dio nulla manca. Niente ti turbi, nulla ti spaventi, solo Dio basta.

Cantatela in famiglia quando tutto sembra andare storto, oppure recitatela spesso perché Gesù è la nostra pace.

Giorgio e Valentina.

Non voglio fare certe cose. Sono bigotta?

Ciao Antonio e Luisa. Vorrei restare anonima. Una domanda molto personale. Mio marito mi chiede, durante il sesso, di fare cose che non mi piacciono e non penso siano sane. Il sesso anale è una di queste. Lui dice che io sono bigotta e che tutti fanno queste cose. Cosa posso fare?

Carissima c’è sicuramente un problema. Se tuo marito nell’intimità non trae soddisfazione dall’unirsi a te, ma da pratiche sempre più spregiudicate e, consentimi, deviate, c’è un problema. Non sei bigotta. Neanche io voglio fare il bigotto, quello che giudica i comportamenti sessuali delle persone, solo perchè si discostano da quello che prescrivono i manuali di morale. Non credo neanche che i manuali in questione trattino così nello specifico questi argomenti. Almeno io non ne sono a conoscenza. C’è però una domanda fondamentale che ogni coppia si deve porre. Lo deve fare per la propria felicità e realizzazione.

Abbiamo desiderio di unirci all’altro, di vivere un’esperienza meravigliosa attraverso il corpo che ci faccia sperimentare fusione e comunione , oppure cerchiamo altro?

Cerchiamo di mettere in pratica delle fantasie che abbiamo nella nostra testa, fantasie generate e nutrite da tutta la “cultura” pornografica che ci circonda e che spesso cambia e influenza in modo radicale la nostra idea di sessualità e di sesso? Detto in altre parole: l’unione intima con l’altro è il fine oppure un mezzo attraverso cui possiamo dare concretezza a quanto abbiamo visto fare da altri? Detto ancora in modo più chiaro: 

vogliamo amare o usare l’altro?

Dopo tutta questa premessa permettimi di arrivare ad una ovvia conclusione. Chi cerca di usare l’altro per ricercare il solo piacere nell’atto sessuale, non ne sarà mai pienamente soddisfatto e cercherà di andare sempre un po’ più oltre per sperimentare nuove modalità. Anche nei matrimoni, lo so per certo, è sempre più presente il sesso anale, perfino, in certi casi, lo scambio di coppia, oppure altro ancora. Non trovando una soddisfazione che può venire solo da un rapporto vissuto per unirsi in una comunione profonda all’altro, si cercherà di andare sempre un po’ oltre, illudendosi di avvicinarsi a un piacere da cui ci si sta invece allontanando. Non di rado questo modo di vivere la sessualità porterà la coppia nel tempo all’astinenza e al deserto sessuale. Spesso a lasciarsi. Perchè si rimane delusi e, solitamente, ci si accusa a vicenda.

Faccio un esempio. La nostra amica Luisa è ginecologa. Molto spesso ci rivolgiamo a lei per chiedere consigli ed aiuto quando non sappiamo bene cosa rispondere a certe domande. Lei ci ha confidato che sono sempre di più le donne che durante le visite si lamentano del marito o del compagno. Una lamentava l’insistenza del marito ad avere un rapporto anale con lei. Siate sinceri/e: secondo voi lui voleva unirsi a lei oppure usarla per mettere in pratica fantasie pornografiche? Io non credo ci siano dubbi.

Quindi tornando alla tua domanda ti rispondo chiaramente. Abbi la forza e il coraggio di dire no. Lo devi fare per te, per lui e per la vostra relazione. Parla con lui, iniziate un vero percorso insieme di recupero, che vi porti a vivere il rapporto per quello che è: la modalità più bella e più concreta che abbiamo noi sposi per esprimere attraverso il corpo l’unità dei nostri cuori. Riappropriatevi di una sessualità sana dove il piacere non viene da pratiche sempre più spregiudicate (piacere effimero, che dura molto poco e che non soddisfa mai fino in fondo, se e quando c’è) ma dal vostro amore che viene nutrito in una relazione fatta di tenerezza, cura e dono reciproco. Non c’è nulla di più bello che vivere un rapporto intimo che si consuma (si porta a compimento) nell’abbraccio dei corpi e nello sguardo reciproco che arriva dritto al cuore dell’altro. Questo è il vero piacere, molto più grande di un orgasmo provocato da una fantasia, che non unisce ma che rende sempre più soli e distanti.

Antonio e Luisa

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