Il piacere non è un prodotto di fattori ma il frutto di una pianta da curare

Alcuni giorni fa ho avuto il piacere di scambiare alcuni pensieri e riflessioni con Piergiorgio. Piergiorgio è un medico specializzato in sessuologia (non solo in questo). Mi ha riportato una frase del prof. José Noriega. Professore molto importante e conosciuto nell’ambito morale e familiare. Autore di numerose pubblicazioni e ordinario all’Istituto Giovanni Paolo II fino a pochi mesi fa. Cosa dice il professore? Semplicemente che il piacere è un frutto da far maturare e non un prodotto da ottenere. Detta così può non dire molto. In realtà dice tantissimo. Cercherò ora di elencare due riflessioni che possiamo trarre. Credo che siano fondamentali nella relazione di una coppia.

Il vino buono non è il primo ma quello più maturo.

Le nozze di Cana ci insegnano che l’amore più vero è quello che viene dopo. Anche l’amore più fisico ed erotico non fa eccezione. D’altronde cosa è l’amplesso fisico per noi sposi cristiani? E’ il noi che si fa carne. C’è un mondo intero che afferma che il sesso è trasgressione, che l’abitudine uccide la passione e il desiderio. Noi sposi cristiani testimoniamo che non è così. Fare l’amore sempre con la stessa persona, anno dopo anno, non stanca perchè è sempre diverso e sempre più bello. Come il vino delle nozze di Cana. Si perchè è vero che non si cambia partner e magari neanche il modo, ma cambia il nostro cuore che è ciò che più conta. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più saremo uniti e più sarà fonte di gioia e piacere. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. Più cresceremo in intimità ed unione nella nostra vita di coppia e nella nostra relazione sponsale e più la nostra unione fisica sarà ricca di gioia e piacere. Perchè in quell’amplesso non ci metteremo solo il nostro corpo ma tutto di noi, tutti i gesti di tenerezza che ci siamo scambiati, tutto i gesti di servizio che ci siamo donati, tutti gli sguardi e le parole di incoraggiamento. Tutti i perdoni e la misericordia che abbiamo ricevuto l’un l’altra. Capite bene come vivere l’amplesso in questo modo sia tutto un’altra cosa.

Il piacere va nutrito come una pianta. Conta molto il terreno in cui questa pianta è posta.

È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. Corte continua significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Corte continua significa preparare il terreno alla nostra pianta. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Si capiva però benissimo quando c’era in programma, da parte mia, il desiderio di un rapporto intimo. Bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Avere cura di questa dinamica significa trasformare il piacere da semplice orgasmo a culmine di un dialogo d’amore parlato al modo degli sposi: con la tenerezza. Il piacere viene arricchito di comunione di cuore e corpo. Tutta un’altra cosa.

Insomma c’è da far fatica. Il piacere non è il prodotto di tecniche amatorie. Lasciamo dire queste banalità agli altri. Noi sappiamo che non è così. Quelle bastano magari per un piacere solo superficiale e fisico. Il vero piacere è quello arricchito dalla relazione e che arriva fino al cuore. Per quello serve pazienza e una costante cura della nostra pianta, del nostro amore! Vale la pena impegnarsi!

Antonio e Luisa

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Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?

Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:
I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,
e beato colui che non si scandalizza di me».

Questo Vangelo provoca sentimenti contrastanti. Da un lato consola apprendere che anche Giovanni Battista, uno tra i più grandi santi, ha forse dei dubbi. Dall’altro acuisce una domanda che forse abita ancora il nostro cuore. Gesù è davvero il Dio del Cielo e della terra? Gesù è davvero il Dio della mia vita? Neanche Giovanni Battista è sicuro che Gesù sia il Cristo. Non è come se lo aspettava. Ognuno di noi ha un’idea di come debba essere Gesù e, solitamente, non coincide con il vero Gesù. Si lo sappiamo. Gesù è un Re atipico. Un Re messo in croce, un Re venuto per servire e non per essere servito. Lo sappiamo. L’abbiamo imparato in anni di pratica religiosa. La domanda è un’altra. Lo sa il nostro cuore? Non è una domanda banale. Quanto riconosciamo Gesù nella nostra vita? Anche quando c’è sofferenza, quando ci sono difficoltà, quando magari c’è la malattia o il lutto. In questi casi sapere chi è Gesù non serve a nulla se non lo si è accolto nel cuore. Non lo riconosciamo più. Perchè nel nostro intimo continuiamo ad avere un’altra idea di come dovrebbe essere. Non è possibile che Gesù, se è davvero Dio, permetta che nella mia vita accadano certe cose.  Queste dinamiche sono molto comuni e frequenti. Come allora accogliere dentro il cuore Gesù? Ci risponde il Vangelo. Dobbiamo fare esperienza di Lui. Fare esperienza di come davvero Lui ti cambia la vita. I ciechi recuperano la vista. Fare esperienza di come l’amore non sia un concetto astratto ma sia un atteggiamento del cuore che diventa volontà e azione. Fare esperienza di come questo modo di amare, fatto di servizio e di decentramento da sè, permetta di aprire gli occhi alla bellezza di una relazione matrimoniale permeata dalla presenza di Dio. Permette ai nostri occhi di vedere Dio nell’amore del nostro sposo e della nostra sposa e permette al nostro cuore di accogliere Gesù attraverso l’amore che doniamo all’amato/a. Gli storpi camminano. Senza Gesù i nostri passi sono incerti. Non sappiamo dove andare. Non sappiamo perchè camminare. Fare esperienza che un matrimonio, vissuto in una relazione autentica, sia una strada che permette di crescere, di trovare un senso, di avere una meta, beh cambia tutto. Il nostro cuore comincia ad accogliere quel Gesù a volte tanto indigesto. I lebbrosi sono guariti. Ci sentiamo brutti, inadeguati, fragili, incostanti, incapaci di tante cose. Spesso non ci piaciamo. Non ci amiamo. Fare esperienza di un Dio che ti ama incredibilmente per quello che sei. Un Dio che desidera il tuo amore come uno sposo desidera quello della sposa ti guarisce dalla lebbra del cuore e ti aiuta ad affrontare ogni situazione perchè hai la certezza di un amore che non puoi perdere. Un amore che non puoi meritare e per questo indissolubile, fedele e gratuito. I sordi riacquistano l’udito. La Parola di Dio va ascoltata. La Parola è feconda quando dice qualcosa a noi e alla nostra vita. Dice qualcosa al nostro matrimonio. Spesso non l’ascoltiamo o la ascoltiamo come qualcosa che non ci riguarda. Così la Parola non sarà modalità per fare esperienza di Dio ma un’esperienza vuota. Non basta aprire le orecchie! Va aperto il cuore. La Parola va interiorizzata e fatta nostra. Va custodita e meditata. Solo così incontreremo Gesù in quella Parola. I morti risuscitano. Incontrare Gesù ti restituisce la vita. Senza Gesù viviamo una vita che non è vera vita. La vita diventa un peso, una fatica. Smette di essere un dono. Come un matrimonio senza Gesù non è un vero matrimonio.  

Buon proseguimento di Avvento. Gesù è davvero il figlio di Dio. Ne siete convinti?

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è un sì rinnovato ogni giorno

In questo tempo di Avvento capita di fermarsi a pensare sulla Parola che la liturgia ci offre. Stavo riflettendo, qualche giorno fa, sul sì di Maria. Un sì che ha portato Maria ad accogliere dentro di sè (nel suo caso in modo molto concreto) la presenza di Dio. Attraverso quel sì ha dato pieno spazio nella sua vita al progetto di Dio per lei e per l’umanità intera.

Anche noi sposi siamo chiamati a dire il nostro sì. Non solo il giorno delle nozze. La vita di una coppia di sposi si costruisce sui sì. Il rapporto si costruisce sui sì. Sì che molte volte costa fatica dire, altre volte richiedono coraggio, altre serve fiducia. Dei sì che aprono ad una relazione piena e che richiamano la scelta definitiva del giorno delle nozze. Il sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita Poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria. Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì.

Penso alla mia vita senza quei si. Come sarebbe ora? Me la immagino molto più semplice, meno impegnativa, ma anche molto più povera e vuota di senso. Per questo ogni volta che mi sento oppresso dai tanti impegni. Ogni volta che vorrei meno preoccupazioni. Ogni volta che la relazione con la mia sposa e soprattutto con i figli ormai adolescenti diventa complicata e fonte di contrasti. Ogni volta benedico Dio per avermi dato la forza di aver detto di sì e di rinnovarlo ogni giorno perchè in mezzo a tutto questo casino, che è la vita di un marito e di un padre normale come tanti, mi sento parte di uno straordinario amore. Sento che la mia vita ha un senso, che non la sto sprecando. Sento che c’è un Padre che ha preparato per noi qualcosa di meraviglioso e non mi è chiesto nulla per averlo se non dire ogni giorno sì a Lui e alla mia sposa. Sento che come Maria ha donato Gesù al mondo con un semplice, ma non facile si, anche noi con il nostro sì abbiamo fatto spazio a Gesù nella nostra famiglia.

Antonio e Luisa

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Amare è un verbo, non un sostantivo.

Oggi pubblico volentieri questa riflessione tratta dal romanzo di Alessandro D’Avenia Bianca come il latte, rossa come il sangue (2010) che Antonio vuole dedicare alla moglie Giovanna

Dedicato a mia moglie Giovanna, da Antonio

La parte in corsivo è un’ambientazione del brano che ho trascritto letteralmente.

Un ragazzo di 15 anni, Leonardo, si è trovato, nel primo anno di liceo, a vivere un amore, mai provato prima, verso una ragazza di terza liceo: Beatrice. Lei illumina, con il suo vivere, la sua purezza.

Queste doti non si fermano quando, poco dopo l’avvio dell’anno scolastico, a lei viene diagnosticata la leucemia, che, già prima della conclusione di quell’anno, la vedrà passare ad una vita che lei chiama, con serena convinzione, nonostante tutto, Paradiso. Questo evento è un trapasso combattutissimo soprattutto con quel Dio in cui credono sia Beatrice che Silvia, la migliore amica e compagna di classe di Leonardo, anche lei virtuosa e matura per l’età che ha, similmente a Beatrice.

Beatrice sembra ancora morta e basta per Leonardo, che fatica a farsi una ragione che il Dio Amore da lei professato possa aver lasciato che morisse: perchè loro due si amavano e perchè ai suoi occhi soprattutto lei è stata un ideale di virtù che andava ripagata subito da Dio, non abbandonandola alla malattia. Se Dio è amore, deve essere anche riconoscente in modo afferrabile con i sensi, che invece non la percepiscono più.

Ora Leonardo, terminato l’anno scolastico, è volentieri in vacanza in montagna, a lungo, solo con i suoi cari genitori. Per riprendersi e porsi domande di senso massime.

Passo una sera a guardare la sua stella, poi la mamma si siede accanto a me nel cuore della notte, con il profumo degli abeti e il chiarore della luna che le illumina il viso riposato.

“Mamma, come si fa ad amare quando non si ama più?” La mamma continua a tenere lo sguardo al cielo, adesso è sdraiata accanto a me che fisso la Nana Bianca Gigante Rossa detta Silvia.

“Leo, amare è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi, a volte, risalgono e sgorgano, fecondando tutto.”

Il cielo sembra una cassa di risonanza di quelle parole dolci, che solo in una serata così non risultano retoriche.

“E allora che devo fare?”

Mamma tace per almeno due minuti, poi le sue parole escono dal silenzio come un fiume che dopo tanta fatica arriva al mare: “Amare lo stesso. Puoi sempre farlo: amare è un’azione.”

“Anche quando si tratta di amare chi ti ha ferito?”

“Ma questo è normale… Due sono le categorie di persone che ci feriscono, Leo, quelli che ci odiano e quelli che ci amano…”

“Non capisco. Perchè chi ci ama dovrebbe ferirci?”

Perchè quando c’è di mezzo l’amore le persone a volte si comportano in modo stupido. Magari sbagliano strada, ma comunque ci stanno provando… Ti devi preoccupare quando chi ti ama non ti ferisce più, perchè vuol dire che ha smesso di provarci o che tu hai smesso di tenerci…”

“E se proprio non riesci ad amare lo stesso?”

“Non ci hai provato abbastanza. Spesso ci inganniamo, Leo. Pensiamo che l’amore sia in crisi, e invece è proprio l’amore che ci chiede di crescere… come la luna: ne vedi solo uno spicchio, ma la luna è sempre lì tutta intera, con i suoi oceani e le sue vette, devi solo aspettare che cresca, che a poco a poco la luce ne illumini tutta la superficie nascosta… e per questo ci vuole tempo.”

“Mamma, perchè hai sposato papà?”

“Secondo te?”

“Perchè ti ha regalato una stella?”

Mamma sorride e la luna illumina la linea perfetta dei denti incorniciati dal viso capace di calmare ogni tempesta.

“Perchè volevo amarlo.”

Mamma mi scompiglia i capelli per liberare i pensieri cupi che ancora ci sono incastrati dentro, come faceva quando ero un bambino pieno di paura e mi nascondevo tra le sue braccia.

Poi c’è stato solo il silenzio di chi guarda la luna e il cielo e parla con chi vuole, lì dietro le stelle.

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E poi volarono i piatti

Questo libro è tante cose. E’ un saggio perché spiega dinamiche psicologiche e relazionali attraverso la competenza della dott.ssa Viola e del dottor Reis. Ma non è solo questo. E’ molto di più è la storia di Claudia e Roberto. Due giovani feriti che si sono sposati e hanno iniziato un cammino verso la consapevolezza dell’amore e dell’amare. Verso lo sguardo di Gesù che li ama teneramente e fedelmente e questo dà loro la forza di non lasciarsi distruggere dalle debolezze e dalle incapacità di amare dell’altro/a ma, attraverso l’amore di Gesù, hanno trovato la forza di amarsi sempre, nonostante loro stessi, nonostante l’altro/a. Ed è così che questo libro si apre. Non come un saggio psicologico, ma con il racconto dei protagonisti che si conoscono, hanno paura di avvicinarsi e baciarsi, si ritrovano insieme e si sposano. E qui sembra finita. Non è vero. E’ solo l’inizio. Il matrimonio non è una magia. Il matrimonio è una relazione da costruire e curare ogni giorno. Nel matrimonio ci si deve mettere in gioco completamente. Le ferite non rimarginate iniziano quindi a fare più male. I blocchi, messi a difesa del loro cuore non permettevano loro di aprirsi completamente l’uno all’altra.

Claudia e Roberto iniziano con il dire qualcosa di sconvolgente: LITIGARE fa bene. Naturalmente se fatto in modo costruttivo. Questo libro serve proprio a questo. Litigare è positivo perché permette di riconoscere l’altro/a come qualcuno/a di diverso da me. Un’alterità con cui confrontarsi per arrivare a fare comunione. Spesso invece l’altro/a e visto come un nemico, che non capisce e che mi ostacola, e questo non va bene. Così la differenza allontana mentre dovrebbe spingere a capire meglio l’altro/a e le sue ragioni.

La coppia è una squadra. Si vince e si perde insieme. Quanti sposi sono davvero consapevoli di questo? Cosa è il litigio se non un modo di comunicare? Certo ce ne sono altri meno conflittuali, ma certe volte il litigio diventa la modalità di arrivare al dialogo prima di allontanarsi troppo Il litigio permette, se vissuto bene, di riscegliersi. Nonostante l’altro/a e i suoi difetti. Molto peggio sarebbe non affrontare i problemi e perdersi pian piano nell’indifferenza. Il litigio è mostrare che teniamo ancora all’altro/a. Ora non sto a dilungarmi oltre. Se ho stuzzicato interesse leggete il libro e scoprite tutto da voi. Vi dico solo che nei capitoli che seguono quanto ho scritto fino ad ora inizia un susseguirsi di spiegazioni psicologiche e storia personale in un intreccio che permette agli autori di affrontare problematiche concrete e ai lettori di immedesimarsi e riconoscersi negli autori stessi e sentire quanto essi raccontano come qualcosa che li accomuna e per questo più autentico e condivisibile.

Antonio e Luisa

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La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero.

Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”. Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “Che hai fatto?”. Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato”. Allora il Signore Dio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.

Questo passo della Genesi, prima lettura della Santa Messa di oggi mi ha subito colpito per un’evidenza in particolare. Adamo ed Eva hanno perso l’armonia, si sono riconosciuti nudi, bisognosi di proteggersi l’uno dall’altra. Non esiste più quella naturale inclinazione a fidarsi vicendevolmente e di Dio stesso. Non sembrano essere neanche più insieme. Quando il Signore li cerca l’uomo sembra essere solo. Parla al singolare. Non è più coppia. Si è nascosto. Accade spesso anche nelle nostre famiglie. Non necessariamente per gravi situazioni, anche nella vita ordinaria di ogni giorno. Basta poco per rompere quell’armonia, per litigare, per ferire l’altro/a e per allontanarsi. Quanti litigi, quanti silenzi, quante ripicche, quanta sofferenza inutile. Il comportamento di Adamo è quello che spesso abbiamo anche noi. La coscienza rimorde, sa che ha sbagliato. Sa di essersi comportato male, di aver commesso un peccato, ma non lo riconosce. Preferisce scaricare la responsabilità su Eva. E’ stata lei che ha iniziato. E’ stata lei che mi ha provocato. Non devo chiedere scusa. Deve farlo lei. Eva a sua volta si discolpa. Non ammette la sua mancanza. Quando c’è incomprensione nella coppia la responsabilità non è mai di uno solo. E’ facile trovare una responsabilità dell’altro/a. E’ facile rilevare le fragilità e le imperfezioni dell’altro/a. Più difficile, molto più difficile, spostare l’occhio critico dall’altro/a a me stesso. Non importa quanto ha sbagliato la mia sposa. Non importa chi ha generato la lite. Io ho alimentato lo scontro. Io devo chiedere scusa per primo. Non importa se mi costa e se è una ferita al mio orgoglio. E’ la cosa giusta da fare per non perdere quel paradiso terrestre che è la mia relazione sponsale quando c’è amore autentico e armonia. Nulla conta più di questo.

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Metodi naturali: scelta morale o moralistica?

C’è una convinzione che caratterizza tante persone, anche credenti. La Chiesa propone l’utilizzo dei metodi naturali, ed esclude invece gli anticoncezionali, solo per una questione moralistica. Non c’è una vera motivazione, ma solo un retaggio bigotto di una Chiesa rigida che non sa stare al passo con i tempi. E’ proprio così? Cercherò di dimostrare che accogliere questa modalità di vivere la sessualità nel matrimonio non è una scelta moralistica bensì morale. Qualcosa che davvero investe la nostra battaglia interiore tra il male e il bene, tra ciò che permette di vivere in pienezza la relazione e ciò che mette invece freni e lacci. Per farlo cercherò di mettere a confronto metodi naturali e anticoncezionali.

I metodi naturali permettono di accogliere la propria sposa o il proprio sposo interamente nella sua fertilità femminile o maschile. Gli anticoncezionali escludono una parte della donna o dell’uomo lasciando spesso una sensazione negativa di incompiutezza e frustrazione. Noi abbiamo fatto esperienza di entrambi. In un periodo di forte difficoltà e fragilità abbiamo scelto di lasciare i metodi naturali per l’uso del preservativo. Sono stati i mesi più aridi della nostra relazione. Escludere artificialmente e volontariamente l’aspetto procreativo ha indebolito di molto l’aspetto unitivo tra di noi. C’era il piacere fisico ma mancava una gran parte dell’unione profonda dei nostri cuori. Mancava l’ingrediente più importante. Quello che fa differenza. La differenza tra chi fa del sesso e chi concretizza, attraverso il corpo, l’unione intima che lega due sposi che vivono il loro matrimonio nel dono e nell’accoglienza autentica, piena e vicendevole.

I metodi naturali richiedono la mia rinuncia in determinati giorni mettendo l’altro/a e la relazione al centro. Con l’uso di anticoncezionali richiedo invece all’altro/a di rinunciare ad una parte di sé per mettere me e il mio piacere al centro. Non serve aggiungere molto. Quando è amore? Quando sono disposto ad aspettare per avere tutta la mia sposa, tutto il mio sposo? Quando voglio donarmi completamente, quando voglio accoglierlo/a completamente? Oppure quando voglio escludere la sua fertilità per soddisfare il mio piacere? A voi la risposta. Siate sinceri con voi stessi.

I metodi naturali richiedono una conoscenza del corpo femminile da parte di entrambi. Si comprende la meraviglia del concepimento e del corpo femminile. Gli anticoncezionali non richiedono nessuna conoscenza particolare. Il rapporto fisico è slegato dalla sua funzione procreativa intaccando di conseguenza anche quella unitiva. Personalmente è stato per me importantissimo condividere con la mia sposa la conoscenza del suo corpo e della sua fertilità. Sono entrato in un mistero meraviglioso. Sono sempre più affascinato da quella creatura bellissima che è la donna.Sempre più affascinato dalla mia sposa. Scoprire con lei la complessità delle dinamiche che permettono alla vita di crearsi e di formarsi nel suo corpo me l’hanno fatta vedere ancora più bella e come davvero un dono da custodire e rispettare fino in fondo. Credo che i metodi naturali siano un antidoto alla violenza sulle donne. Non serve arrivare alla violenza fisica per non rispettarle. Quanti uomini non sono capaci di accogliere la propria sposa come un’alterità misteriosa in cui entrare togliendosi i calzari, come dono ricevuto, ma solo come qualcosa da usare?

I metodi naturali aiutano a vivere la fertilità come dono da governare. Gli anticoncezionali trasformano la fertilità in problema da risolvere. La fertilità è spesso vissuta come un problema. Alla stregua di una malattia. I metodi naturali permettono di ritrovare una prospettiva sana. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Non dimentichiamo che il metodo naturale è spesso utilizzato non solo per evitare una gravidanza ma anche per ricercarla. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, la donna si potrà donare completamente al suo sposo, senza sentirsi usata per questo. Il suo sposo potrà sperimentare un’unione che in nessun altro modo potrà ritrovare. Il metodo naturale aiuta gli sposi (l’uomo in particolare) a mettere il bene dell’altro/a prima del proprio. Li educa al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sé e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere un rapporto quando lo si desidera, piuttosto che avere la forza e l’amore di posticiparlo perché in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fertilità.

Un ultimo appunto, ma credo importante. So già che alcuni obietteranno che la Chiesa si sta interrogando se introdurre l’uso di alcuni anticoncezionali in determinate situazioni. Un discernimento simile a quello consigliato in Amoris Laetitia per i divorziati risposati. Che ci potrebbero essere alcune possibili aperture in vista. E’ vero, c’è questa possibilità. Possibilità che io rispetterò e accoglierò nel caso fosse mai introdotta. E’ vero, ma la Chiesa non dirà mai che l’uso degli anticoncezionali è equivalente all’uso dei metodi naturali. La Chiesa, se mai si aprirà, lo farà solo per evitare un male più grande. Lo farà per la nostra fragilità. Un po’ come Luisa ha fatto con me. Per un periodo ha accettato il preservativo per la mia fragilità e incapacità di aspettare. Poi ho visto la differenza, ci ho sbattuto il muso e ho capito. Ho capito che non sono la stessa cosa e che vale la pena aspettare. Perchè quello che ne ho in cambio è qualcosa di incredibilmente bello.

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Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

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La casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica. No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

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Don Alfonsino, tu che sei vicino alla Mamma Celeste, ascolta questa mamma che ti chiede aiuto per Antonio

L’ESPERIENZA DELL’AMORE DI GESU’ E MARIA PER ME, ANTONIO FRIGIERI, TRA MARZO E APRILE 2004

Trascrivo prima la testimonianza di Giovanna Gazzadi, mia madre, dalla quale ho attinto fin dal grembo, con la felice vicinanza di Carlo, suo marito e mio padre, buona parte dei semi di Fede, Speranza e Carità che ci possono alimentare davvero e in eterno.

Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del Tuo Amore

Il 13 Marzo 2004, ore 9,30, telefona Giovanna Santini, mia cognata, comunicando ad Aldo, l’altro nostro figlio maschio, di un incidente sul lavoro ad Antonio. Occorre raggiungerla presso l’ospedale di Carpi, Modena: è avvenuto un trauma cranico commotivo. Verso le 14 riceviamo la telefonata di Marina nostra figlia, secondogenita. Antonio è elitrasportato d’urgenza a Parma per cercare di operare l’ematoma al cervello, come già rilevato dalle TAC. Si trova in condizioni gravissime.

Ho subito telefonato a don Erio Bertolotti, in parrocchia di San Giorgio martire in Sassuolo, per chiedere la supplica al Santissimo Tronco (crocifisso di pluricentenaria assistenza in casi ‘impossibili’), fissata per le 15,30. Ho poi telefonato al vicino monastero del Carmelo per chiedere preghiere. Con mio fratello Giuseppe e famiglia, alle 15,30, dinanzi al Santissimo Tronco, abbiamo pregato. Assieme a noi c’erano una cinquantina di persone. Lì, ho vissuto la stessa situazione di sei anni prima per mio marito, assieme a don Alfonso Ugolini, passato alla Beatitudine Eterna nel 1999 (per coloro che l’hanno potuto avvicinare è don Alfonsino, ad oggi Servo di Dio).

Tornati a casa, ho preso la fotografia di don Alfonso con le braccia aperte, l’ho posta vicino a quella di Antonio e della moglie nel giorno del loro matrimonio, e ho fatto questa preghiera: “Don Alfonsino, tu che sei vicino alla Mamma Celeste, ascolta questa mamma che ti chiede aiuto per Antonio, il suo figliolo in pericolo di vita. Prega per noi, te lo metto fra le braccia”. Marina verso le 16,30 mi ritelefona: i medici tentano l’intervento per togliere l’ematoma. Riuscirà perfettamente. Avevamo pregato tutto il pomeriggio, io e mio marito, dopo aver telefonato a vari amici che pure credono nella forza della preghiera.

Le condizioni di Antonio restano comunque gravissime: c’è un edema, interno al cervello, prodotto dal contraccolpo, un grande rischio di vita. Si attende l’evoluzione nei giorni successivi, di grande dolore e di Speranza. Una persona cara ci presta una piccola stola con crocifisso e medaglia della Vergine Miracolosa, lasciatale da don Alfonsino. Il giorno successivo la porto con me a Parma e durante i 10 minuti di visita la metto sul cuore di Antonio, pregando con Giovanna, e così per altri 4 giorni. Nel frattempo Antonio ha ricevuto l’Unzione degli Infermi, per sostegno innanzitutto fisico.

I medici decidono di non operare l’edema, che ha troppo elevato la pressione cranica. Decidono di introdurre nel cervello una sonda per togliere gocce di liquido e lasciare spazio all’edema. Non si conosce il possibile risultato. Il fisico di Antonio regge questa operazione, durata alcuni giorni. Le settimane di Passione sono passate e sta arrivando la Pasqua, mai così bella! Riceviamo tanti messaggi di persone vicine e lontane: comunicano di preghiere, veglie, Sante Messe. Quanto aiuto!

Ora, Aprile 2004, Antonio è fuori pericolo e si trova a Correggio, Reggio Emilia, in Riabilitazione Intensiva. I medici dicono di progressi straordinari e con tempi ben più brevi del previsto. Mentalmente ha riacquistato al 100 % e fisicamente potrebbe avvicinarsi allo stesso traguardo (un recupero simile avviene in pochissimi casi su mille)..

Il Signore della Vita, con Maria Santissima, ha aiutato noi e in particolare Antonio! Lode!!!

La mamma ha poi consegnato la sua testimonianza in diocesi, all’apertura del Processo di Beatificazione di don Alfonsino. Secondo Fede e scienza, il vescovo Adriano Caprioli e la commissione diocesana hanno verificato che è avvenuto un fatto prodigioso. Non un miracolo vero e proprio. Alcuni dei medici, a Parma, mi hanno attestato che sono stati necessari ma non sufficienti: le mani dell’intera equipe sono state guidate dalla Vergine per intercessione, tra i Santi invocati, proprio di don Alfonsino. Anche i loro colleghi non credenti hanno detto che il mio caso rimanda a un Mistero che non si può negare.

Ora, il mio percorso nel Centro ospedaliero di Correggio si è rivelato faticoso, e rimane tale per certi versi ancora oggi, al di là delle aspettative ottimistiche dei sanitari. Sono stato dimesso in tempo per una vacanza al mare di Pinarella di Cervia, Ravenna, con tre problemi non risolti: 1) mal di testa; 2) male al collo; 3) braccio sinistro che non ha recuperato molti dei movimenti suoi propri.

Riguardo al terzo problema, arrivato in spiaggia dico a mia moglie che desidero fare una nuotata. Il mondo è degli incoscienti e anche Giovanna lo sa. Mi lancio dopo una preghiera e le braccia si alternano subito a stile libero. E’ stata la ‘molla’ di un’attività per me tanto connaturata a sbloccare il braccio? Al mio cuore piace pensare che il Maestro Gesù abbia, come minimo, suggerito il modo di avvalermi della natura intorno. E crescere un altro po’ anche nella Fede.

Il mal di testa, acquietatosi durante l’estate, riemerge. Io e mia moglie prendiamo contatto con il padre della dr.a Saginario, Manfredi. Entro fine Agosto ci riceve, potendo accertare, con esami qualificati, che ho due focolai epilettogeni. Pur disponendo una terapia resa via via più efficace, nel quotidiano mi devo accontentare di non potere più compiere determinate operazioni fisiche. Una stimmata lasciatami dall’incidente.

Il male al collo, emerso nel 2006, ha trovato spiegazione ancora in un esame ad hoc fatto disporre dal prof. Saginario. Fino ad allora nessuno si era accorto della causa: eppure ero passato tra le mani di medici, tecnici, fisioterapisti, con la rottura di due vertebre cervicali, in più punti ciascuna! Come non si sia rotto il midollo spinale, lo sa solo Dio. Così ci dicevamo con il prof. Saginario, ridendoci su. Bene, dal 2006 al 2009 sono stato sottoposto con successo a trattamento al collo con neurotossina botulinica.

Infine ringrazio gli amici preziosi Antonio e Luisa De Rosa, coniugi.

Antonio e Giovanna Frigieri

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La mia forza viene dal suo sguardo

Come è possibile essere consapevoli della propria debolezza, della propria inadeguatezza, della propria fragilità e nel contempo sentire di essere forte. Abbastanza forte da portare in salvo la tua vita? Alla fine il cristiano è così. In realtà io mi sento debole anche da prima della conversione. C’è però una grande differenza tra prima ed ora. Prima non concludevo nulla. La vita mi spaventava, ogni impegno mi pesava. Passavo il tempo a sentirmi meno degli altri, c’era sempre qualcuno più bello, più bravo, più brillante. Qualcuno che era sempre più di me. Io mi sentivo sempre il mediocre, quello che sta in mezzo e che non viene notato da nessuno. Ero pieno di invidia e di risentimento verso chi era più di me. Gli invidiavo la vita e le qualità che possedeva. Ero in uno stato davvero penoso. Perchè scrivo queste cose? Perchè vedo tanta gente intorno a me che è nello stesso stato. Tanti giovani lo sono. Si può uscirne! Si può! Bisogna avere il coraggio di alzare lo sguardo. Smettere di invidiare le altre persone che sono più di noi. Ce ne saranno sempre. Alzare lo sguardo riconoscendoci miseri. La nostra miseria non deve essere qualcosa che ci blocca e che ci incattivisce. Questo accade quando il nostro sguardo è miope. Quando non arriva fino a Dio. La nostra miseria può essere quella leva che ci aiuta ad alzare lo sguardo, a cercare Dio. A riconoscerci bisognosi di Lui e del Suo amore. Allora tutto cambia. Lui ti guarda con lo sguardo di uno sposo innamorato. Tu che sei una sposa infedele. Come in Osea: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

E’ proprio così. Prendere coscienza delle proprie miserie, dei propri fallimenti, dei propri errori e delle proprie imperfezioni e poi alzare lo sguardo e incontrare quello di un Dio che ti ama nonostante quello che sei in quel momento, nonostante tu stesso non ti ami. Questo cambia tutto. Capisci che Dio ti ama di un amore unico. Capisci che ti ama perchè sei tu e non perchè meriti quell’amore. Capisci che la tua stessa vita è un dono che ti ha fatto Lui. Capisci che è sempre stato con te, ma che per farsi presente ha atteso che tu lo cercassi, per non essere invadente. Davvero ti ama dell’amore di uno sposo fedele e premuroso. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Io ho ritrovato quello sguardo in Luisa. In lei mi sento forte perchè lei mi guarda con lo sguardo di Cristo. Lei mi ama perchè sono io senza che io debba dimostrarle nulla. Luisa mi ha reso più uomo, un uomo migliore, non chiedendomi nulla, semplicemente amandomi.

Come disse Costanza Miriano: L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Ecco è proprio così. Io apparentemente non sono diverso da prima. Le mie fragilità ancora ci sono. Lo sguardo di Dio e lo sguardo della mia sposa mi danno però una forza e una determinazione che non pensavo di avere. Davvero comincio anche io a pensare di essere una meraviglia. Dio lo pensa perchè io non dovrei? E tu? Sai di essere meravigliosa/o?

Antonio e Luisa

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Questi è il re dei Giudei! E il re del nostro matrimonio chi è?

C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.

Cristo è re. Re dell’Universo. Detto così sembra qualcuno di lontano ed irraggiungibile. Tutto assume un altro valore quando lo accogliamo come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Cosa significa concretamente? Significa essere liberi ed essere liberati da un peso che non possiamo sostenere. Ogni persona, proprio per la natura umana che la costituisce, non si basta. Spesso nelle coppie si generano dinamiche pericolosissime. Due dinamiche diverse, ma ugualmente dannose. Credersi il dio dell’altro/a o fare dell’altro il proprio dio. Questo può accadere quando il trono è vacante, quando si è scacciato Gesù dalla nostra vita di coppia.

Nel libro di Christiane Singer Elogio del matrimonio, c’è un passaggio che merita attenzione e una riflessione attenta. Un passaggio che mi interroga e mi provoca sulla mia relazione e su come la intendo.

Se uno dei due sposi non sopporta che l’altro vibri, viva e ami al di fuori della sua presenza, se si mette a sognare di essere la sola fonte della sua felicità, può avere almeno una certezza: quella di diventare molto presto la sola fonte della sua disgrazia.

Parole pesanti come macigni. Pesanti, ma che possono davvero permetterci di fermarci e pensare. Chi voglio che sia il sole per la mia sposa? Qual’è il sole per me? Quale sorgente della luce vogliamo per noi e per l’altro? La tentazione di chiudersi nella coppia dove l’uno è la sorgente per l’altro è molto forte. L’amore che resta chiuso è destinato a stagnare e a diventare palude. Un’acqua malsana per un amore malsano. L’amore è acqua che ha bisogno di scorrere, di entrare e di uscire. Poi la fonte non è mai nella coppia. La fonte è altro, la fonte è in alto. Per tutti la fonte è Dio, la differenza è che noi cristiani lo sappiamo. La coppia è immagine di Dio, dell’amore di Dio. La coppia è immagine anche della forza creatrice di Dio. La coppia è vita ed è amore. Tutto l’amore degli sposi, che non si genera nella coppia (la fonte è Dio), ma che cresce e si perfeziona nella coppia, ha poi bisogno di uscire per irrigare, per fecondare il mondo. Così la mia gelosia per gli interessi e per i successi dell’altro/a non avrebbe senso. Significherebbe non aver capito nulla di cosa sia il matrimonio. Se la mia sposa ha impegni ed interessi al di fuori della coppia, dove riscuote successo e che le danno gratificazione, devo esserne felice. Perché in quelle attività sta portando tutta la sua ricchezza. Ricchezza che è data dalla sua unicità e individualità, impreziosita però, del nostro amore vicendevole e della nostra relazione sponsale. Tutto quello che lei porta nel lavoro, nella comunità, nelle amicizie, nella preghiera, nella Chiesa e in tutto quello che fa, ci sono anche io. Come potrei esserne geloso? Naturalmente questo è possibile quando comprendo e mi libero dal peso e di essere il dio di mia moglie. C’è una frase che ho letto su una maglietta. Una frase divertente ma che nasconde una grande verità: Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati. Ricordiamoci che vale anche per il matrimonio. Ricordiamoci che il Re dell’Universo è Gesù. Re anche del nostro universo.

Antonio e Luisa

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Lezioni d’amore: ego o anima?

Oggi voglio parlarti della scala che c’è tra amore egoico ed amore animico. Si tratta di un aspetto molto importante, e direi assolutamente fondamentale, dell’amore; quindi oggi in conclusione ti parlo di amore, una cosa basilare per la tua vita, spiegandoti un aspetto fondamentale dello stesso…

Il «tono di voce» di questo articolo ti potrà sembrare un po’ strano e diverso dal solito, la cosa è dovuta al fatto che questo articolo è la trascrizione di una breve lezione tenuta nel mio studio ad un gruppo di persone sul tema, quindi non nasce originariamente come testo scritto, ma appunto come lezione orale.

La scala dell’amore egoico-animica si applica all’amore di tutti noi o, detto in altri termini, l’amore di ognuno di noi si colloca sempre in un determinato gradino della scala egoico-animica. Questi discorsi sembrano molto astratti, ma è possibile fare subito due esempi molto chiari che fanno anche capire come si tratti i discorsi in realtà molto concreti e fondamentali nella vita di tutti i giorni.

L’amore egoico è l’amore di colui che desidera letteralmente possedere la persona amata, per soddisfare un proprio bisogno e senza curarsi più di tanto, o addirittura senza curarsi minimamente, del benessere della persona amata. L’amore egoico quindi è quello di colui che prende una persona e ad esempio la chiude in cantina perché la vuole avere, la vuole avere tutta per sé, la vuole avere in qualsiasi momento, al completo soddisfacimento del proprio ego.

L’amore animico si colloca invece all’estremo opposto. Prima di farti l’esempio dell’amore animico devo però farti una precisazione. Sia l’esempio dell’amore egoico che l’esempio dell’amore animico rappresentano due estremi che raramente si trovano in forma pura nell’uomo di tutti i giorni. Sono però due concetti molto importanti che ci fanno capire che cos’è questa scala egoico-animica e come la possiamo utilizzare per misurare il nostro amore, perché l’amore di tutti si colloca in qualche punto di questa scala, tra l’amore egoico, che abbiamo appena visto, e quello animico che vedremo tra poco.

L’amore animico è quello che appunto, come dice il termine stesso, viene dall’anima e non dall’ego della persona. Facciamo subito un esempio. Tu sei sposato con una donna che ami tantissimo. Questa donna un giorno vieni a casa e ti dice che si è innamorata di un altro uomo e che per la prima volta in vita sua è completamente felice. Tu, anziché impazzire ed imbestialirti, sei genuinamente felice per lei e senti la sua stessa gioia e completezza dentro di te… È evidente che l’amore animico è l’amore con cui ci ama Dio, è l’amore con cui hanno amato quegli uomini che si sono riusciti ad elevare al massimo grado della dimensione animica, ad essere delle grandi anime, come ad esempio Ghandi, che appunto era soprannominato grande anima (a proposito sai che ad esempio a Genova una persona che si comporta male viene chiamata anima piccola), oppure Budda oppure Gesù.

Per un uomo, è difficile provare per un’altra persona un amore puramente animico che è totale e incondizionato e prescinde anche dalle proprie esigenze. Ma, se proprio dovessimo dare una definizione di amore, che cosa potremmo dirne, se fossimo davvero sinceri fino in fondo? Come lo potremmo definire se non come mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio? Io non credo che l’amore possa essere definito diversamente da così, l’amore è sempre mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio benessere.

É solo in questi casi che si ama davvero, è questo peraltro l’oggetto della promessa del matrimonio cristiano, che non è affatto una promessa da poco ma è una promessa terribile che ti impegna e ti vincola per sempre, anche perché, come è stato giustamente detto, chi non è disposto ad amare per sempre non ha amato davvero neppure un solo istante.

Ma allora se amare davvero è così difficile, così arduo, così improbabile specialmente in una società e con un inconscio collettivo di proiezione neoliberista che ha eretto l’egoismo a criterio di relazione con gli altri, sulla scorta del concetto, di Hobbes, homo homini lupus, che è esistenzialmente una delle più grandi truffe della storia della filosofia una cosa falsissima e sciagurata, dal momento che l’uomo è esattamente l’opposto è un animale non solo sociale ma socievole e che soffre tremendamente per la mancanza di autenticità propria e di relazioni autentiche con gli altri. Se – dicevo – amare è così difficile, così arduo, così ridicolo persino, dovremmo forse rinunciarci prendendola persa in partenza o, magari, poco dopo la partenza, come fanno in tanti, quasi tutti?

Lo scopo del discorso di oggi non è fare rinunciare nessuno, anzi, tutto al contrario, io ti voglio dare più consapevolezza per renderti in grado di amare meglio, di più e più a lungo. Quando dico che per imparare ad amare bisogna studiare molti anni intendo proprio questo, che non si nasce sapendo già come si può far sentire amata una persona, bisogna studiarlo, bisogna impararlo: bisogna studiare ad esempio i cinque linguaggi dell’amore di Gary Chapman, un grande genio. Bisogna capire nella scala egoico-animica dove si colloca il nostro amore per una determinata persona e bisogna fare delle scelte. L’amore non è per qualsiasi persona: qualunque stupidotto è capace di innamorarsi, per amare davvero invece ci vogliono le palle.

La conclusione del nostro discorso di oggi, comunque, è in una domanda, anzi un paio di domande. L’essenza dell’uomo, come ha molto lucidamente sostenuto Heidegger, ha la forma di un punto interrogativo. E lo stesso counseling, nonostante che il nome possa indurre qualcuno a pensarlo, non è mai fatto di consigli; nel counseling è assolutamente vietato impartire consigli, l’essenza del counseling è fare domande, domande che stimolino dei processi riflessivi e che generino delle nuove idee e dei nuovi punti di vista nella persona che ha fatto ricorso al counselor, che li deve produrre, di fatto, più o meno spontaneamente.

La domanda di oggi è allora questa: «dove si colloca l’amore che provi per la persona che c’è nel tuo cuore, tra un estremo e l’altro della scala egoico-animica?» Si colloca più vicina al tizio che prende una donna e la chiude in prigione per tenerla tutta per sè, anche a costo di farla morire, o si colloca più vicina a quell’altro tizio che gode sinceramente del fatto che finalmente la moglie ha trovato l’uomo della sua vita? Sì, lo so: entrambi questi tizi ti sembrano dei pazzi, dei folli, delle persone completamente fuori di testa e può anche essere che sia vero, ma dentro di te ti assicuro che questi due tizi ci sono entrambi.

Ed ecco adesso la domanda finale di oggi e del resto della tua vita: «a quale di questi due tizi dentro di te vuoi dare da mangiare da oggi in poi

Tiziano Solignani (Avvocato e Counselor)

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Abramo e certe suocere!

Don Fabio Rosini non è mai banale. Oggi mi avvalgo di una sua riflessione riguardo la storia di Abramo. Parto da ciò che lui ha detto per sviluppare la mia lettura declinandola verso l’amore sponsale. Abramo è il padre di una discendenza sterminata di persone. La storia di Abramo, di un vecchio coniugato con una donna sterile, diventa l’avventura più feconda della storia dell’uomo. Don Fabio dice tante cose. A me interessa soffermarmi su un passaggio. Siamo all’inizio del capitolo 12 di Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.

Questo passaggio è interessante per noi sposi perchè indica anche a noi la strada per essere una coppia felice e feconda. Esistono tre diverse realtà che ci caratterizzano che dobbiamo abbandonare quando ci sposiamo. Quando formiamo una nuova famiglia.

  1. Abbandonare il paese. Abbandonare ciò che possediamo. Spesso siamo così attaccati alle nostre cose che ne siamo incatenati. Le nostre cose non sono solo i beni materiali. In questo caso sono tutte le nostre sicurezze, il nostro voler avere il controllo della situazione, voler aver in mano la nostra vita. Capite bene che quando ci si sposa le cose cambiano repentinamente e profondamente. Non possiamo più pretendere di aver tutto sotto controllo. C’è un’altra persona, un’alterità, un mistero che non possiamo pretendere di governare, ma solo di accogliere. Non solo. Anche la nostra vita non sarà più solo nostra. Ricordiamo che nel matrimonio la doniamo all’altro/a.
  2. Abbandonare la patria. Uscire dalla nostra cultura. Se il paese è ciò che possediamo, la patria è ciò che pensiamo. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro/a significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.
  3. Abbandonare la casa del padre. Bisogna comprendere che il nostro mondo affettivo cambia. Dio, attraverso il matrimonio, ci vuole dire che non sarà più come prima. Ci dice che la nostra famiglia non è più quella di prima. Continuiamo ad essere figli dei nostri genitori. Questo non cambierà mai. La nostra famiglia però non è più con loro. Attraverso il matrimonio Dio ci conduce verso una nuova terra, una nuova famiglia, quella che abbiamo formato con nostro marito o con nostra moglie. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante avere delle priorità. Capire che nostra moglie o nostro marito viene prima dei genitori. Penso ai tanti sposi ancora dipendenti dalla famiglia di origine. Penso a certe madri che non mollano la presa e fanno di tutto per mettersi in competizione con la nuora. Queste situazioni vanno evitate. Bisogna essere chiari. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Se un genitore non capisce e rischia di distruggere la nostra relazione sponsale con il suo comportamento dobbiamo avere la forza anche di allontanarlo da noi se necessario. Ciò non significa disinteressarci dei nostri genitori, soprattutto quando diventeranno anziani. E’ importante prendersi cura di loro. Sempre però con la consapevolezza che ora la nostra famiglia è un’altra, che è importante coinvolgere nelle decisioni sempre il nostro coniuge e che la nostra relazione matrimoniale viene prima di ogni altra relazione.

Solo così saremo capaci, come Abramo, di rendere il nostro matrimonio qualcosa di meraviglioso e di molto fecondo.

Antonio e Luisa

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¡Somos pobres en nuestra riqueza!

San Francisco fue un revolucionario. Por eso me gusta. Era en el sentido más verdadero de la palabra. No el hijo de flores de un maldito como cierta cultura de los 68 años, pero un verdadero revolucionario del Evangelio, quiere presentarlo. Un profeta que mostró quiénes somos, qué queremos y a dónde vamos. El que tomó a la Iglesia sobre sus hombros en un momento muy difícil y la puso a salvo. Un verdadero instrumento de Dios. Lo hermoso es que no quería nada más que vivir el Evangelio en su vida, no pensó en convertirse en un icono planetario, aún fructífero y maravilloso. Estaba distraídamente siguiendo una transmisión en Rai Story cuando entrevistaron a un fraile franciscano que dijo una frase sobre Francisco que me golpeó directamente en el corazón: Francisco era rico en su pobreza. Es una frase que parece estar construida sobre una contradicción. ¿Cómo te enriqueces en la pobreza? San Francisco estaba. No fue porque la pobreza pueda hacerte rico, sino porque la pobreza hace espacio para aquellos que pueden hacerte rico. La pobreza exterior, la pobreza en la vestimenta, la alimentación, la pobreza de los que no tenían nada era sólo una parte de la pobreza de Francisco. No tienes que ser pobre si haces vibrar a los ricos. No tiene sentido ser miserable si eso te hace sentir miserable. Francisco pudo tener un corazón pobre. Eso es lo que más importa. Un corazón vacío, o más bien que se haya vaciado de sí mismo, que se pueda llenar de Dios, de amor que no pasa y que todo sano y que todo lo explica. No somos así. No podemos vaciar nuestros corazones para hacer sitio. Para hacer espacio para Dios y para hacer espacio para nuestro novio o nuestra novia. Es fácil ver que es así. Siempre estamos dispuestos a reclamar los errores sufridos, verdaderos o presuntamente. Siempre estamos dispuestos a destacar lo que el otro debe o no debe hacer. Siempre dispuesto a anteponer nuestras necesidades al otro. Eso no funciona. Así que construimos relaciones débiles, basadas no en el amor, sino en la necesidad que tenemos de los demás de sentirse bien, de satisfacer nuestras necesidades y deseos. Siempre estamos en el centro del informe. El otro se convierte en un medio para y no el receptor de nuestro amor. El otro se convierte en algo en nuestra posesión como el último modelo de IPhone. Por supuesto que no es así, pero ese es el punto. Necesito esa cosa para sentirme bien, para mejorar. Esta es nuestra pobreza. Somos pobres porque somos ricos, nuestros corazones están llenos de nosotros y no hay lugar para Dios, para el otro y, en consecuencia, para el amor. San Francisco era rico en su pobreza, a menudo somos pobres en nuestra riqueza. Aprendamos de Francis. Hacemos sitio y nuestras vidas y matrimonios se convertirán en nuestra mayor riqueza.

Antonio y Luisa

We are poor in our wealth!

St. Francis was a revolutionary. That’s why I like it. It was in the truest sense of the word. Not a frickin’s son of flowers as a certain culture of the 68-year-old, but a true revolutionary of the Gospel, wants to present him. A prophet who showed who we are, what we want, and where we go. One who took the Church on his shoulders at a very difficult time and brought it to safety. A true instrument of God. The beautiful thing is that he wanted nothing more than to live the Gospel in his life, he did not think of becoming a planetary icon, still fruitful and wonderful. I was distractedly following a broadcast on Rai Story when they interviewed a Franciscan friar who said a phrase about Francis that struck me straight to the heart: Francis was rich in his poverty. It’s a phrase that seems to be built on a contradiction. How do you get rich in poverty? St. Francis was. It was not because poverty can make you rich, but because poverty makes room for those who can make you rich. Outward poverty, poverty in dress, eating, the poverty of those who had nothing was only part of Francis’ poverty. You don’t have to be poor if you vidive the rich. There’s no point in being miserable if that makes you miserable. Francis was able to have a poor heart. That’s what matters most. An empty heart, or rather that he has emptied of himself, that can be filled with God, of love that does not pass and that everything healthy and that everything explains. We’re not like that. We are not able to empty our hearts to make room. To make room for God and to make room for our groom or our bride. It’s easy to see that it’s like that. We are always ready to claim wrongs suffered, true or presumed. We are always ready to highlight what the other should or should not do. Always ready to put our needs before the other. That doesn’t work. So we build weak relationships, based not on love but on the need we have of others to feel good, to satisfy our needs and desires. We are always at the centre of the report. The other becomes a means for and not the recipient of our love. The other becomes something in our possession as the latest model of IPhone. Of course it’s not really like that, but that’s the point. I need that thing to feel good, to get better. This is our poverty. We are poor because we are rich, our hearts are full of us and there is no place for God, for the other and, consequently, for love. St. Francis was rich in his poverty, we are often poor in our wealth. Let’s learn from Francis. We make room and our lives and marriages will become our greatest wealth.

Antonio and Luisa

Siamo poveri della nostra ricchezza!

(English Español)

San Francesco era un rivoluzionario. Per questo mi piace. Lo era nel vero senso della parola. Non un fricchettone figlio dei fiori come vuole presentarlo una certa cultura figlia del sessantotto, ma un vero rivoluzionario del Vangelo. Un profeta che ha mostrato chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo. Uno che si è preso sulle spalle la Chiesa in un momento molto difficile e l’ha portata in salvo. Un vero strumento di Dio. La cosa bella è che lui non voleva fare altro che vivere il Vangelo nella sua vita, non pensava certo di diventare un’icona planetaria, tutt’ora feconda e meravigliosa. Stavo seguendo distrattamente una trasmissione su Rai Storia quando hanno intervistato un frate francescano che riguardo a Francesco ha detto una frase che mi ha colpito dritto al cuore: Francesco era ricco della sua povertà. E’ una frase che sembra costruita su una contraddizione. Come si fa ad essere ricchi della povertà? San Francesco lo era. Lo era non perchè la povertà può renderti ricco, ma perchè la povertà fa spazio a chi ti può rendere ricco. La povertà esteriore, la povertà nel vestire, nel mangiare, la povertà di chi non possedeva nulla era solo una parte della povertà di Francesco. Non serve essere povero se poi invidi chi è ricco. Non serve essere misero se questo ti rende miserabile. Francesco è stato capace di avere un cuore povero. Questo è ciò che più conta. Un cuore vuoto, o meglio che lui ha svuotato di se stesso, che può essere riempito di Dio, dell’amore che non passa e che tutto sana e che tutto spiega. Invece noi non siamo così. Noi non siamo capaci di svuotare il nostro cuore per fare posto. Per fare posto a Dio e per fare posto al nostro sposo o alla nostra sposa. E’ facile capire che è così. Siamo sempre pronti a rivendicare torti subiti, veri o presunti. Siamo sempre pronti a mettere in evidenza ciò che l’altro dovrebbe fare o non dovrebbe fare. Sempre pronti a mettere le nostre esigenze davanti all’altro/a. Tanti litigi sono frutto di due persone che non hanno fatto posto, ma hanno ancora il cuore pieno di se stesse. Così non funziona. Così costruiamo relazioni deboli, fondate non sull’amore ma sul bisogno che abbiamo dell’altro/a per stare bene, per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Siamo sempre noi al centro della relazione. L’altro diventa mezzo per e non destinatario del nostro amore. L’altro/a diventa una cosa in nostro possesso come l’ultimo modello di Iphone. Certo non è proprio così ma il senso è quello. Quella cosa mi serve per stare bene, per stare meglio. Questa è la nostra povertà. Siamo poveri perchè siamo ricchi, il nostro cuore è pieno di noi e non c’è posto per Dio, per l’altro/a e, di conseguenza, per l’amore. San Francesco era ricco della sua povertà, noi, spesso, siamo poveri della nostra ricchezza. Impariamo da Francesco. Facciamo posto e la nostra vita e il nostro matrimonio diventeranno la nostra ricchezza più grande.

Antonio e Luisa

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Take away with Jesus

Today’s Gospel (Luca 19, 1-10) proposes the famous meeting of Zacchaeus with Jesus. This episode is very rich in ideas for reflection and we will have the opportunity to study them soon, God willing. But today we would like to bring to your attention a particular, that is some words that Jesus uses in addressing Zaccheus: << … today I have to stop … >>

Have you ever wondered why Jesus often uses the adverb today? Can we deduce that Jesus had a certain urgency because it was lunchtime, and after many hours of walking he began to feel a certain hunger? Maybe. Or can we deduce that he had an appointment later and therefore had to hurry up with Zacchaeus? Likely. In any case, the Gospel is written like this and we have to start from there. But why is Jesus fixed with today? But can’t he postpone it until later, tomorrow? What a hurry this Jesus!

Yes, exactly so, Jesus is in a hurry. A hurry that is not the frenetic one we know. No, for Jesus it is a holy hurry. It is a hurry to save those who were lost before they are lost forever. How strange, it is God, and as such, it might not give much pain to temporal things, since He is outside human temporal boundaries. But …… this time does not go unnoticed in the eyes of God. Yes, because today is the favorable moment, today you are given another chance, tomorrow you don’t know if it comes for you.

And to us too Jesus addresses the same phrase with our own name. Even today, Jesus wants to stop with us, in our hearts, but also in our home, in our domestic today, in our marriage. Today, because tomorrow, who knows. So let’s not waste a minute today to be able to tell our loved one how much Jesus loves her, but we have to say it and do it with the language that belongs to us: a language made of well ironed shirts and placed in the closet, a flower to our beloved , a slip of paper with words of love slipped under the cup of morning coffee, a welcome to our beloved tonight when he comes home tired from work, etc …

Then Jesus uses the verb “I must”. Why ? Do you have a timetable to follow? Do you have a client who pays you to do it? The doubt that he went to Jericho for Zacchaeus arises. Jesus is indeed a different type from all the others: he invites himself to the people’s home with the verb “I must”. But what drives him to respect this duty? The answer comes from Jesus himself at the end of the passage: << The Son of man in fact came to seek and to save what was lost. >>. And since salvation is urgent, Jesus must. As it happens, it is simply implementing the reality contained in its name. We cannot expect a different Jesus from the Savior. We cannot delude ourselves that Jesus is accommodating in our lives. He must save us, it is his mission. But to do it, he needs us. Even if our marriage is going through a period of tired, dry, of misunderstanding, of coldness, or it seems all over or almost …… we give Jesus an opportunity to fulfill his HAVE TO and make it his own TODAY. Everything seemed lost even to Zacchaeus, and instead salvation, change, conversion came.

Finally, Jesus uses the verb “stop me”. But certainly, Jesus does not like to make a “hit and run”, a “hit and run”. To our mentality now polluted by this world it seems strange that something lasts for so long. By now we also treat Jesus like take away, I take from him what I like, when I like it and then away immediately. A take away faith does not include a permanence of Jesus in the heart. And instead Jesus wants to stop in our heart, in our life, in our home, in our marriage. Give him time, space, head, heart, strength, will, and nothing will be taken away from us, but on the contrary the hundredfold already down here, already today, will be returned to us. So, starting today, let’s take time to pray with our spouse. And when we are far from each other for work, we pray for our spouse.

Courage spouses, that Jesus today must stop in our marriage.

Giorgio and Valentina.

The beautiful death

In recent days my family has experienced an important and intense moment, the death of his grandfather. Important and intense, in fact, not ugly. I can’t say that it was a bad moment, in fact, I can say that it was a good time. And I say this with all due respect for the pain that each of us has experienced.

Yes, dying can be beautiful, not because one does not suffer, but because beyond suffering one can grasp precious gifts, death is never the last word on man, and in this family experience we have touched it with our hands.

We already knew this, for example the story of Chiara Corbella Petrillo had taught us, but to see that even the death of an 89-year-old man, who for some might seem obvious, has something to teach, it really makes me say that “the Kingdom of God is in our midst “, in the ordinariness of life lived with faith.

His grandfather lived his life exactly like that, an honest man in his job as bank manager, a loving husband and father, wise, of few words, but always just and wise, a gentle man who lived to the fullest his life, and that he lived his old age in peace and trust.

With this same peace he faced the last days, where he did not stop smiling in the moments in which he was conscious and met the face of someone next to him, and to thank him. His last words, in the last hours of agony, where he struggled to breathe, was no longer able to eat or drink, without dentures, with a great effort of breath and the whole body were: “Thank you very much “To his sister, who was moistening his lips for a little comfort. How true it is that if we learn to thank, we will do so even in the moment of the most difficult trial, death.

In those hours, fortunately few, I really thought that he was united to Christ in the suffering of the Cross. The last thing he “ate” was in fact a crumb of consecrated host, less than 24 hours before his death: united in suffering for a short distance, to then be united in eternal bliss.

Since the health of the grandfather plummeted within a few days, the sensation was precisely that of having lived a small Easter triduum in the intimacy of our family, from Friday to Sunday, the day on which the grandfather ascended to Father.

Another detail that struck me was that, at one point, we were in five women around him, in his elegant bedroom, and I thought it wasn’t a case. His wife, his daughter, his sister, two grandchildren: the women of the family guarded the situation, consoled, cared for, watched, caressed, sang, prayed. And I’m not saying that family men didn’t do anything, but it was clear to me that the female ministry is really different from the male one. Being near life and near death is feminine, a woman’s caress is different from a man’s caress, a woman’s tenderness is different from the tenderness of which a man is capable. In the Gospel, too, it is women who stop suffering and try to preserve dignity, like Veronica with her gesture left to history, it is women who stand by the cross, it is women who then worry about the body. of Jesus, the next morning.

And as on Sunday morning Maddalena is announced the Resurrection, so also in the Sunday liturgy in which the grandfather ascended to Heaven, the theme was the resurrection. And if the Word speaks to us in concrete life in the here and now, it is impossible not to read it as the certainty that the grandfather was welcomed in the arms of God, in which he always believed.

On the day of the funeral, what a joy it was to discover that the liturgy of the day spoke of the grandfather: in the first reading from the book of Wisdom The souls of the just, instead, are in the hands of God, no torment will touch them. In the eyes of the foolish they seemed to die, their end was considered a disaster, their departure from us a ruin, but they are in peace.

And in the Gospel: So you too, when you have done all that you have been ordered to do, say: “We are useless servants. We did everything we needed to do.

That’s how grandfather died, in the peace of having done everything he “had” to do, in the consolation of having accomplished his mission on this earth, in the joy of having his beloved family next to him.

And the gift of his existence has not ceased with death, because he has left us his spiritual testament, where he thanks for the gifts he has received in life, blesses everyone and recommends “the only important thing in this life and in the future , faith”.

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Chi non vuol lavorare neppure mangi.

Fratelli, sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi,
né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.
Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare.
E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi.
Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione.
A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

Questa domenica non mi soffermo sul Vangelo. Mi ha colpito la seconda lettura. Vengono riprese alcune righe della seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. San Paolo scrive ai Tessalonicesi mentre si trova a Corinto circa nel 50 d.C. Questa epistola, la seconda, tratta in particolare un tema decisivo per noi cristiani. Essere forti nella tribolazione con la speranza che presto verrà la Parusia, cioè la nuova venuta di Cristo. Un discorso escatologico molto complicato e astratto. Vediamo di renderlo concreto nella nostra vita di uomini e donne del nostro tempo, nella nostra storia di sposi cristiani. Per farlo credo sia importante soffermarci su un punto esatto di questa Parola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sembra quasi una minaccia, una punizione. Per certi versi lo è ma non è qualcosa che ci è inflitto ma che ci auto infliggiamo. Cosa voglio dire? La nostra relazione, il nostro matrimonio, la nostra famiglia sono come un campo molto fertile che ci viene affidato. Ci viene affidato da Gesù stesso. Non mancheremo di nulla. Gesù ci promette che ci darà tutto il necessario per coltivare quel campo e fargli dare frutti abbondanti. Unica richiesta che Dio fa a noi sposi è di metterci il nostro lavoro, la nostra fatica, la nostra volontà, la nostra determinazione e il nostro sudore. Spendere tutte le energie che abbiamo per rendere quel campo il più rigoglioso possibile. Per rendere quel campo un’esplosione di colori e di profumi. Per rendere quel campo ricco di ogni frutto per nutrire il nostro cuore e magari darne anche a chi non ne ha. Il matrimonio è questo. Il matrimonio è un sacramento che è in grado di restituire agli sposi l’ordine e la bellezza delle origini (grazie alla redenzione di Cristo) ma non sarà più come prima. Il giardino dell’Eden prima ci era dato ora va costruito giorno dopo giorno con la Grazia di Dio e con tutta la nostra volontà e la nostra dedizione.

Antonio e Luisa

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Children are us who become flesh!

An American study has just been published. An important and significant study by the Centers for Disease and Control Prevention, a US office that deals with prevention and disease at the federal level. A clear picture emerged regarding one aspect in particular. The children of divorced children have a greater chance of contracting more or less serious pathologies. In this category of greatest danger, those who have suffered physical, emotional or sexual abuse, those who have experienced domestic violence, those who have had a family member who has attempted suicide, drug addict or imprisoned are equated . Isomma, this study has highlighted what we already knew: divorce is a very serious trauma comparable to the worst disasters that a child can face. Why is divorce so devastating? Our children were born from that yes that Luisa and I promised ourselves on the wedding day. They are constituted by the love that Luisa and I have concretized that day. They are made biologically of that we. Half of my genetic heritage is mine and the other half is from Luisa. They know they are not just an organic product. They are the fruit of a love. They are the fruit of a union. They are the result of a promise that becomes life. They know they are all this. They do not know how to express it and they are not aware of it, but in their depth they know it very well. That’s why until they were little, they consumed the film of our marriage by watching it. Watching that movie, they were fascinated. They saw joy and love. They saw their parents wanted and loved each other. They saw something wonderful. And they thought. They thought and still think that if it is wonderful, the one from which they were born are also wonderful. If father and mother love each other then it means that they are beautiful, that they are desired, that they are loved. Which are precious! Do you understand the evil that causes divorce in the depths of our children? Separate parents can still love their children individually. They can give them even more attention and care than before, but they cannot avoid their children a deep suffering caused by the destruction of that we. A wound that marks. Dividing and separating they send a clear message: You are the fruit of something that is not beautiful, that I don’t like anymore. This is devastating. Here’s what a child writes to their parents in a letter that you can find on the web:

You are teaching me that I was born of a person who is unlovable and who is wrong, and who I am wrong somehow too

Our children feed on our love. Not only of the love that I can give them as a father, but even more of the love I manifest to their mother. They enjoy seeing my attentions to their mother. They are happy with my embrace and with my caress to their mother. I am telling them that they are precious because the relationship from which they were born is precious.

Pope Francis in 2015 affirmed this truth with very clear and clear words. As if giving a voice to all the children who are victims of divorce:

Husband and wife are one flesh. But their creatures are flesh of their flesh. If we think of the harshness with which Jesus warns adults not to scandalize the little ones – we heard the passage of the Gospel – (see Matthew 18: 6 ), we can better understand his word on the grave responsibility to guard the conjugal bond that starts the human family (see Mt 19.6-9). When the man and the woman have become one flesh, all the wounds and all the abandonments of the father and the mother affect the living flesh of the children.

Antonio and Luisa

I figli sono un noi che si fa carne!

Tool per traduzioni di pagine web
By free-website-translation.comhttp://free-website-translation.com/scripts/fwt.js

E’ appena stato pubblicato uno studio americano. Uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, tossicodipendente o incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un/una figlio/a possono affrontare. Perchè il divorzio è così devastante? I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano e pensano tutt’ora che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web:

Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Antonio e Luisa

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Faith in Christ and the Holy Rheumatism

We share with you a small reflection written on November 1st… as you will read in this text….it rains… and rheumatism can become holy

Have a good read!!!

+++

It will be that it is a month that is raining and it will be that today is the 1st of November… but to me, in addition to being hungry (but this is another story) came wanting to write.

As we said: it’s raining. It rained a lot and these days we were sometimes forced to stay locked in the house.

How nice to be locked in the house.

How beautiful the tepore of the 4 walls that wrap you, the sofa that encloses you like a sandwich does with mortadella (or with tofu if you are vegan)… how nice to stay at home while it’s raining outside and you’re in your little house that was built on the solid Rock.

Yes, your relatives did not expect that in the end you would decide to marry, and no one would bet a penny on the fact that you would even start a conversion journey before you got married.

Well, yes. You did. You did the right thing… you’ve chosen the best part… you chose Jesus… you have chosen to build your wedding on the Rock which is Christ himself.

Good.

And you’re there looking in the mirror and complimenting yourself on how much you’re becoming a Catholic. You’ve even been wearing a sweater on your shirt lately. Mammamy that Catholic you’ve become.

Good.

You chose the best part… Very good, but you’ve left out some tiny details.

You are on the Rock, you are on Christ telling you to follow Him (ehmmmm….a Rock that walks and asks you to be followed should have warned you already…..you are a little dumb, let’s face it).

You fell in love with Jesus when the Blessings made you feel understood… especially you thought that at least every time someone teased you because you have waving ears did not do it in vain, but it served to help you be blessed because they haunt you.

But you forgot that in addition to cuddles (few) and stability (even less… especially the mental one) that Jesus gives you… The Walking Rock also asks you to walk on the water…

(pause riflessiva….ci you were sick eh?)

And you ask yourself: How about the waters? I built on the solid Rock and now I find myself having to walk on the water? It’s like I bought a house in the Dolomites and found myself living in Laguna in Venice??? (They told me I was dumb.)

What’s this story? I want to be reimbursed!!!

I wanted stability: Sun/Heart/Love and now with the flood coming down I have to pander to my daughter who wants to go for a walk and forces me to wet my feet that I’m happier when they are so dry!!!?

It’s raining and I have to go shopping with my wife to that supermarket that as soon as I get in I feel affected by NOIAlgite mortal!!!

The downpour comes down and I must: 1 – Advise the doubters 2 – Teach the ignorant 3 – Admonish the sinners 4 – Consoling the afflicted 5 – Forgive the offenses 6 – Patiently endure the harassing people 7 – Praying God for the living and for the dead (and these things I can do them even comfortably from my couch… but then I also have to: 1 – Feed the hungry 2 – Give to drink to the thirsty 3 – Dress the unsuspecting 4 – Housing pilgrims 5 – Visiting the sick 6 – Visiting prisoners 7 – Burying the dead…

But i mean… in a word: comfort farewell!!!

Then I look at the calendar… Today is November 1st… party of all the saints and I think quickly of some of them and I realize that they are strange people… with his heart on the Rock and his feet in the water… people who went through deluge and thunderstorms with their feet, yet they were stable and their hearts warm… people who came to him with osteoarthritis to the fury of “Stareammmollo” in the events of the world and yet at the time of greeting life they did so with joy and peace.

I think of St. Francis, who died on the damp earth of October at St. Mary of the Angels and I imagine instead his heart sitting permanently next to the throne of God.

How strange… perhaps my marriage – since I married in the Church and received a Sacrament – requires me this: to live by making me the holy rheumatism,typical side effect of a stable love on that Rock called Jesus.

Typical of those who follow the Lord everywhere, even in the storm surges of life.

Love yourself like travel companions!

“”Come back, with confidence and peace, to the thoughts of yesali, followed to tell her the cappuccino: “Ask again to the Lord the graces you asked him, for being a holy wife; and trust that he will give you more abundant, after so much trouble. And you, he said, turning to Renzo, “remember, son, that if the Church makes you this companion, she does not do so to provide you with a temporal and worldly consolation, which, even if it could be whole, and without any mixture of any displeasure, should end up in great pain, at the moment of leaving you; but it does so to start you both on the road of consolation that will not end. Love each other as traveling companions, with this thought of having to leave you, and with the hope of finding yourself forever. Thank the heaven that led you to this state, not by the turbulent cheerfulness and strolling, but with travails and miseries, to arrange yourself for a cheerful harvest and quiet. If God grants you children, aim to raise them for Him, to instill the love of him and all men to them; and then you’ll guide them well in everything else. 

Wonderful lines. These words of Fra Cristoforo are a gem embedded in that masterpiece that is the most important work of Alessandro Manzoni. We’re towards the end of the novel. The plague is loosening its gloomy grip on the city of Milan. Renzo and Lucia survived the epidemic that claimed so many lives. Everything seems to be going well. The two young men find themselves at the lazzaretto. There is something that still prevents their union. He’s not Don Rodrigo anymore. He’s dead. There is perhaps an even more difficult impediment to overcome. Lucia, in the dramatic night spent at the castle of the Unnamed, promised Our Lady to give herself completely to her in virginity, in exchange for liberation. Renzo is desperate. He can’t do it. Fra Cristoforo intervenes and frees Lucia from that vote. After freeing her, she returns her to Renzo with this beautiful speech. Remember, at least to me, by some traits, the biblical story of Tobia and Sara.

Let’s look at this little theological treasure by thought.

  1. Ask the Lord again for the graces you asked him for, for being a holy wife; and trust that he will grant you more abundant, after so much trouble. Holiness is a gift from God. Certainly. It is also an act of personal will and an inclination of the heart. This is equally true. Life’s difficulties are not just a misfortune. They can be a moment of crisis that puts us in front of a choice. Deciding for good and continuing to trust in God with hope, in spite of everything, or surrendering to evil and despair. What happened to Lucia led her towards holiness because she, with the Grace of God, always chose good.
  2. And you, he said, turning to Renzo, “remember, son, that if the Church makes you this companion, she does not do it to provide you with a temporal and worldly consolation, which, even if it could be whole, and without any mixture of any sorrow, should end in great pain, at the moment of leaving you; but it does so to start you both on the road of consolation that will not end. This recommendation reminds us that our spouse is not placed next to us to make us happy, so that he may have to fill that void and those emotional and sexual needs that we feel. Only in God can we find what we lack, and only by feeling loved by Him can we correspond to that love. In marriage we respond to God’s love by loving a creature of his that becomes a mediator between us and Him. Here joy will no longer necessarily be dependent and arise only from what we receive. The gift we will give to the other will also be a source of new life, love and meaning. Everything changes. Marriage changes with this perspective. Marriage thus becomes a school to learn to love. It prepares us for the encounter of love with the groom, with Jesus.
  3. Love each other as traveling companions, with this thought of having to leave you, and with the hope of finding yourself forever. We must not look into our eyes, as if our horizon, our everything, is limited to the other. As we walk together, supporting each other, we must follow that path traced toward eternal holiness and joy in Jesus.
  4. Thank Heaven who led you to this state, not through the turbulent cheerfulness and strolling, but with travails and miseries, to arrange you for a cheerful harvest and quiet. This step reconnects to the first point. Marriage rests on the rock in faith, of course, but also in the strength that is generated in facing difficulties together. What allows us to experience the unconditional and authentic love of the other is not found in the tranquility of serene periods, but in the stormy waters of difficult times. When loving becomes a difficult choice, fidelity to promise, mutual support, mercy given to one another and the gaze that never ceases to see the beauty of our union, become cement for the relationship.
  5. If God grants you children, aim to raise them for Him, to instill the love of him and all men to them; and then you will guide them well in everything else. This passage is also beautiful. If your love takes flesh, it is realized in a new creation, in a new life, always remember who created you and those who re-created you in a us, in a soul and a single heart. Bring that creature back to the source of everything, to the source of your love, to the source of Love. This is marriage. This is our way to holiness

Alessandro Manzoni gave us a moment of pure theology. He did it his way. With the beauty he manages to convey with his writing. He did it through the words of a cappuccino friar. A consecrated to God who shows the bride and groom, who are also consecrated in a different way, the purpose of their vocation: to prepare for the eternal wedding with the Bride who never disappoints.

Antonio and Luisa

Amatevi come compagni di viaggio!

To read in English

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de I promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, fosse limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il Cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

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What are we willing to sacrifice (make sacred)?

How much does our faith cost us? What and how much are we willing to sacrifice for God? Sacrifice in the true sense of the term. What are we willing to make sacred? It is true, there are Christians who come to give their lives in so many parts of the world, but not us in the West (at least for now). There are Muslims who accept so many precepts and prohibitions. That they do not eat certain foods, that do not drink alcohol, that fast during the month of Ramadan. We are often not even able to respect Lent fasting. Luisa recounts how she was raised by a Moroccan pupil who in the summer, during the eighth grade exam, did not drink and eat and never complained about anything. We can’t do that anymore. Not even these little waivers. We’ve softened. Of course there is always the risk that a religiosity made of rules and precepts will turn into something only external, something to do to feel good without changing the heart. The question I asked at the beginning remains: what hard are we willing to do for God? Are we able to “pay” something or do we want a zero-cost faith? A zero-cost faith is probably worth what it costs, that is, nothing. Even our faith actually, if we think about it, “imposes” on us of relinches. We don’t remember them because we don’t want to remember them, but they are there. I can think of two in particular. Two waivers that touch on two very similar areas. One, I have already mentioned, is Lent fasting. The other is about sex. Chastity! Help that word out of fashion! Chastity before marriage (abstinence) and chastity after marriage (living the ampleino in the truth of love). Living a sexuality that is an expression of authentic love and not of a simple drive to satisfy, that perhaps we embellish with love. Two waivers, food and sex, which are not ends in themselves. Through these demands God the Father and Mother Church want to educate her children, each of us. Educate us to be people who are aware, fully human and capable of being kings and queens of our lives and impulses. How can we give ourselves if we don’t own each other? How can we give our sexuality and our bodies if we ourselves do not govern them but suffer them? God does not ask us to give up something for Him, but to sacrifice something, that is, to make it his own. Our sacrificed sexuality becomes something really wonderful, because lived in the light of full and true love. So chastity will not be something castatal but will become educating. By struggling we can really learn to put the other and his good at the center and not our ego and our cravings. Then abstinence from relationships before marriage will become a channel to express all our desire and attraction to the other in selfless and free gestures of tenderness, which will then become very important during the marriage. The man (more regards the man this danger) who does not get used to exercising tenderness out of the sexual context then in marriage will do the same, making soon feel his bride used. The sexual desert soon makes it to arrive (as it happens for many married couples). Premarital chastity is the true test of love. Many young people ask for proof of love: if you really love me, let us make love. My bride asked me for another proof of love: if you really love me, let’s wait for the wedding. I assure you it cost me a lot, but I never regretted it. Those who practice chastity are willing to give up their strong desire to sexually join each other for something greater. He’s telling the other one I want you everything, I don’t just want your body. All or nothing. Love is like that. At least the real one. When we are one in my heart, when I have given you my whole life in the forever of the marriage then I will also want your body because only then will I be worthy of such a precious gift. Only then will I enter my garden as a king, as a queen and not as a thief who takes something that does not belong to him. God does not ask us for a sterile effort, if he asks for himself something of ours is to give it back even greater and more beautiful. So is chastity. It takes our sexuality and makes it a way to feel like people are full, to feel completely loved and to experience paradise. Many have sex, few make love, Christian spouses re-actualize a sacrament. It’s not the same thing. Trust.

Antonio and Luisa

Cosa siamo disposti a sacrificare (rendere sacro)?

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Quanto ci costa la nostra fede? Cosa e quanto siamo disposti a sacrificare per Dio? Sacrificare nel vera accezione del termine. Cosa siamo disposti a rendere sacro? E’ vero, ci sono cristiani che arrivano a dare la vita in tante parti del mondo, ma non noi in occidente (almeno per ora). Ci sono musulmani che accettano tanti precetti e divieti. Che non mangiano determinati cibi, che non bevono alcolici, che digiunano durante il mese di Ramadan. Noi non siamo spesso capaci neanche di rispettare il digiuno quaresimale. Luisa racconta come sia rimasta edificata da una sua alunna marocchina che in estate, durante l’esame di terza media, non ha bevuto e mangiato e non si è mai lamentata di nulla. Noi non ne siamo più capaci. Neanche di queste piccole rinunce. Ci siamo rammolliti. Certo c’è sempre il rischio che una religiosità fatta di regole e precetti si trasformi in qualcosa di solo esteriore, qualcosa da fare per sentirsi a posto senza cambiare il cuore. Resta la domanda che ho fatto all’inizio: noi che fatica siamo disposti a fare per Dio? Siamo capaci di “pagare” qualcosa o vogliamo una fede a costo zero? Una fede a costo zero probabilmente vale ciò che costa, cioè nulla. Anche la nostra fede in realtà, se ci pensiamo bene, ci “impone” delle rinunce. Non le ricordiamo perchè non le vogliamo ricordare, ma ci sono. Me ne vengono in mente due in particolare. Due rinunce che toccano due ambiti molto simili. Una, l’ho già accennata, è il il digiuno quaresimale. L’altra riguarda il sesso. La castità! Aiuto che parola fuori moda! Castità prima del matrimonio (astinenza) e castità dopo il matrimonio (vivere l’amplesso nella verità dell’amore). Vivere cioè una sessualità che sia espressione di amore autentico e non di una semplice pulsione da soddisfare, che magari imbellettiamo di amore. Due rinunce, il cibo e il sesso, che non sono fini a se stesse. Attraverso queste richieste Dio Padre e Madre Chiesa vogliono educare i suoi figli, ognuno di noi. Educarci per farci persone consapevoli, pienamente umane e capaci di essere re e regine della nostra vita e delle nostre pulsioni. Come possiamo donarci se non ci possediamo? Come possiamo donare la nostra sessualità e il nostro corpo, se noi stessi non li governiamo ma li subiamo? Dio non ci chiede di rinunciare a qualcosa per Lui, ma di sacrificare qualcosa, cioè di renderla sua. La nostra sessualità sacrificata diventa qualcosa di davvero meraviglioso, perchè vissuta alla luce dell’amore pieno e vero. Così la castità non sarà qualcosa di castrante ma diventerà educante. Facendo fatica possiamo davvero imparare a mettere al centro l’altro/a e il suo bene e non il nostro ego e le nostre voglie. Allora l’astinenza dai rapporti prima del matrimonio diventerà canale per esprimere tutto il nostro desiderio e l’attrazione verso l’altro/a in gesti di tenerezza disinteressati e gratuiti, che diventeranno poi importantissimi durante il matrimonio. L’uomo (riguarda più l’uomo questo pericolo) che non si abitua ad esercitare la tenerezza fuori dal contesto sessuale poi nel matrimonio farà altrettanto, facendo presto sentire la sua sposa usata. Il deserto sessuale fa presto ad arrivare (come accade per tante coppie sposate). La castità prematrimoniale è la vera prova d’amore. Tanti giovani chiedono la prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, facciamo l’amore. La mia sposa mi ha chiesto un’altra prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, aspettiamo il matrimonio. Vi assicuro che mi è costato tantissimo, ma non me ne sono mai pentito. Chi pratica la castità è disposto a rinunciare al suo desiderio fortissimo di unirsi sessualmente all’altro/a per qualcosa di più grande. Sta dicendo all’altro io ti voglio tutto/a, non voglio solo il tuo corpo. O tutto o niente. L’amore è così. Almeno quello vero. Quando saremo uno nel cuore, quando ti avrò dato tutta la mia vita nel per sempre del matrimonio allora vorrò anche il tuo corpo perchè solo allora sarò degno di un dono tanto prezioso. Solo allora entrerò nel mio giardino come un re, come una regina e non come un ladro che prende qualcosa che non gli appartiene. Dio non ci chiede una fatica sterile, se lui chiede per sè qualche cosa di nostro è per restituircela ancora più grande e più bella. Così è la castità. Prende la nostra sessualità e la rende un modo per sentirci persone piene, per sentirci completamente amati e per fare esperienza di paradiso. Molti fanno sesso, pochi fanno l’amore, gli sposi cristiani riattualizzano un sacramento. Non è la stessa cosa. Fidatevi.

Antonio e Luisa

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The right detergent

The recent solemnity of All saints that we celebrated on November 1st gave us a lot of ideas for reflection; this time we want to focus on a detail described in the book Apocalypse (7,14) : They are the ones who come from the great tribulation and who have washed their garments, making them white in the blood of the Lamb. 

Doing a research on The Junior Woodchucks Sun i found that one of the most difficult spots to remove from clothes is blood. Now, either the author of the Apocalypse did not have a copy of the Manual of the Junior Woodchucks (quite likely); or he didn’t have a degree in chemistry and therefore didn’t know the formula of bleach; or, perhaps, I would not like to be the usual one who searches for the mysteries hidden behind the words, he meant without saying. Well, you may have already guessed that the correct answer to this dilemma is the last one: and so we are going to open envelope C.

What did you want to tell us without saying it openly? I don’t think he wanted to tell us to get him a copy of the famous Handbook above. But how strange: the blood of that Lamb instead of leaving indelible stains on the garments, on the contrary, makes them white. Every time we reflect on this Lamb amazes us, it is precisely a Lamb of God, similar but with different characteristics from the usual lambs, we will deepen it soon. So many times we also feel like those who have gone through the great tribulation: work, housing, taxes, mortgages, colleagues, the head of office, our health or our loved ones, the car that is always by the mechanic, the appliances that do not work at duty; with all this stress we already feel ready for Paradise because the situations of this life we consider them a purgatory. Of course, there is no shortage of laments of all this.

But those described in the Apocalypse come from the great tribulation, and it does not look much like the aforementioned list. It can be considered in three stages (equally described in the same book) but essentially it is in the great spiritual battle against the demonic forces of the Antichrist, against the ferocious beast, against Satan and his followers. And as in all battles you can come out winners not without a few scratches, at least a little stains, precisely, on the clothes. In any case, to wash stains from the garments you need the appropriate detergent. And, by chance, the right detergent is the (innocent) blood of that Lamb. That’s it? Yes, but not, too.

Without going into detail, we can infer that, in the spiritual battle, our white robes (symbolically delivered on the day of our Baptism) can be stained. Other articles on this blog have already delved into the risks and dangers of staining our marriage clothes. We just wanted to highlight: no matter what kind of stain you have on your robe; no matter how old the stain is; it doesn’t matter if we hurt each other as newlyweds and thus staining each other; there are no indelible stains for the stainless power of that blood, as long as you agree to go to the right laundry and He will know how to use the proper washing machine with the only powerful bleaching, the divine detergent, which Jesus (an exceptional chemist) has made on the cross, their own precious blood.

Let us do the exercise to remember this the next time we load the dishwasher or washing machine, and this gesture will also become prayer: Lord, help us recognize that our spiritual stains can only wipe you with your divine detergent.

George and Valentina