Donare la gioia sia il segreto della tua felicità

«Donare la gioia: sia questo il segreto della tua felicità anche se nascostamente nelle cose più ordinarie» (Courtois)
Oggi mi è chiesto di donare la gioia. Voglio farlo soprattutto alle coppie che vivono il sacramento del matrimonio; ma anche a coloro che questa gioia non ce l’hanno perché anzi, spesso, ciò che si prova è la tristezza, l’inquietudine, l’amarezza, la delusione, il vittimismo, la depressione…

 ma cos’è la gioia?

È un sostantivo femminile che indica “lo stato o motivo di viva, completa, incontenibile soddisfazione”.
Si è soliti dire: una gioia piena, lacrime di gioia, sei la mia gioia.
Con essa si indica la felicità, il diletto, il gaudio, la letizia.
La gioia viene definita anche come l’aspetto festoso della natura e, infine come un gioiello.
Un prezioso lavoro di oreficeria, curato nei minimi particolari affinché ne risulti un’opera frutto del talento di un artigiano: il gioiello più bello!

Ebbene, se la gioia è quanto detto chiunque dovrebbe desiderare di possederla; e altrettanto agevolmente dovrebbe contenerla dato che, ciascuno, almeno egoisticamente, aspira sempre alle cose più belle!

come mai questa gioia tarda ad arrivare?

Perché molti uomini e donne sono tristi essendo invece creati per la gioia?
Andiamo per gradi…

LA GIOIA NELLA COPPIA

La coppia spesso si scontra nel paradosso della solitudine.
Si parte insieme perché non si è nati per stare da soli, ci si cerca, ci si vuole e poi, ci si lamenta perché, da soli, saremmo stati più liberi.
Allora ci si lascia, si abbandona colui che oltrepassa il proprio confine ma, essendo creati per la relazione, ci si re-incontra; magari in una seconda opzione dove, permanendo la naturale diversità, risorge il conflitto solitudine/non solitudine che scoppia nella tristezza, amarezza, infelicità, lontananza, nascondimento.

dove sarebbe potuta nascere la gioia?

La gioia non è l’allegria: la prima è profonda e risiede nel cuore, nell’intimo. Non è l’istinto di una risata, ma è qualcosa che dura nel tempo; deve durare perché è inscritta, è a immagine e somiglianza di Colui a cui noi somigliamo. È dentro al DNA. La gioia non è passeggera.
La coppia esiste perché Dio ha sublimato la creazione con l’aiuto che fosse simile.
Maschio e femmina Dio lo creò, perché i due saranno Uno!
Crescete e moltiplicatevi (Gen 1,28).

Prima siate fecondi nel NOI e poi collaborate al progetto di generare figli.
Saranno figli nella carne, forse lo saranno solo nello Spirito o potranno esserlo perché adottabili; insomma c’è posto per tutti, perché tutti abbiano la gioia!

la sessualità è una meravigliosa invenzione di Dio

Per la coppia è proprio Dio che si è “inventato” la sessualità, perché ha fatto sì che l’uomo e la donna si completassero totalmente, nel diventare quella “cosa sola” proprio nell’unione dell’uno con l’altra.
Se tutti comprendessero che la sessualità a cui è connesso il piacere è una meravigliosa invenzione di Dio Padre, ogni matrimonio ne avrebbe sempre ricevuto beneficio, perché esso è la fonte della gioia.

Ebbene sì, la coppia, unita sacramentalmente, cioè quella al centro della quale vi è Gesù Cristo, sperimenta la gioia nel sacrario dell’unione. E’ un continuo donare la gioia l’un l’altro.
Quando i due diventano uno, la sessualità fa sì che quell’essere maschio/femmina creato da Dio torni a ricreare quell’unità divina fatta ad immagine e somiglianza del Creatore.
Dio ha pensato ad una cosa piacevole (che altrimenti non avremmo “esercitato”) per completare coloro che ha elevato a co-creatori al suo posto. Nel generare figli collaboriamo alla creazione perché “creiamo” al posto e per conto di Dio.

continua…….

(Cristina Epicoco)

L’amore è paziente

92. Essere pazienti non significa lasciare che ci maltrattino continuamente, o tollerare aggressioni fisiche, o permettere che ci trattino come oggetti. Il problema si pone quando pretendiamo che le relazioni siano idilliache o che le persone siano perfette, o quando ci collochiamo al centro e aspettiamo unicamente che si faccia la nostra volontà. Allora tutto ci spazientisce, tutto ci porta a reagire con aggressività. Se non coltiviamo la pazienza, avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi, e la famiglia si trasformerà in un campo di battaglia. Per questo la Parola di Dio ci esorta: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità» (Ef 4,31). Questa pazienza si rafforza quando riconosco che anche l’altro possiede il diritto a vivere su questa terra insieme a me, così com’è. Non importa se è un fastidio per me, se altera i miei piani, se mi molesta con il suo modo di essere o con le sue idee, se non è in tutto come mi aspettavo. L’amore comporta sempre un senso di profonda compassione, che porta ad accettare l’altro come parte di questo mondo, anche quando agisce in un modo diverso da quello che io avrei desiderato.

Proseguendo con la  lettura di Amoris Laetitia (dopo qualche mese di pausa), il punto 92 ha attratto la mia attenzione . Il Papa per approfondire l’amore umano si avvale dell’Inno all’amore di San Paolo. San Paolo che ci dice che l’amore è paziente.

Il Papa smaschera una realtà che caratterizza tanti rapporti matrimoniali. Il nostro sposo e la nostra sposa diventano sovente strumenti a nostra disposizione per soddisfare voglie, pulsioni, esigenze affettive e sessuali. Diventano nostri e devono comportarsi e agire come piace a noi. Se questo non avviene ci sentiamo defraudati di qualcosa di nostro, che ci è dovuto e riversiamo sul nostro coniuge il nostro malessere, la nostra rabbia e frustrazione. Ma è davvero questo un rapporto sano oppure è l’inizio di un rapporto malato che non può crescere e maturare. Il nostro coniuge è qualcosa di diverso da noi che non ci appartiene. La differenza diventa opportunità di amare. Opportunità di farsi dono, di servire e ci costringe a spostare l’attenzione da noi stessi all’altro. L’amore sponsale è una scuola severa difficile ma efficace. Se ci impegnamo ad amare così il nostro rapporto spicca il volo e noi stessi diventiamo persone migliori. Le differenze, i difetti, le fragilità del nostro sposo o sposa rischiano di diventare qualcosa che divide, che genera rancore e frustrazione. Invece se teniamo fede alla nostra promessa matrimoniale e teniamo lo sguardo fisso al crocefisso, tutte i difetti e fragilità del nostro coniuge non ci irritano più ma ci commuovono, proviamo compassione, perchè patire col nostro coniuge è via maestra per amare e unirsi a lui sempre più. Amare il nostro coniuge quando tutto va bene e ci soddisfa in tutto è seguire un sentimento, una pulsione, sentiamo che ci fa star bene, tutto è facile. Differente il discorso, quando l’incontro diventa scontro e allora amare diventa difficile, significa esercitare la nostra volontà e mettere a tacere il nostro orgoglio e il nostro egoismo. Io ho sentito fortemente l’amore di mia moglie proprio quando ero meno amabile ma nonostante ciò mi sentivo amato incondizionatamente. E’ una sensazione bellissima che riempie di gratitudine verso Dio e verso la persona amata.

Antonio e Luisa

Come Maria

Maria sposa. Maria sposa dello Spirito Santo. Ma ancora meglio, Maria sposa di Cristo.

Maria madre e sposa di Cristo. Così afferma don Bruno Forte, vescovo e teologo molto apprezzato. Maria sposa di Cristo perchè Maria è la Chiesa. Maria incarna tutto ciò che è Chiesa. Maria che non chiede nulla. Maria umile. Maria che non chiede ma si mette completamente a disposizione di Dio. Maria che attende e ascolta. Maria creatura perfetta non toccata dal peccato dei progenitori. Maria odiata da Satana. Satana che sa di essere meno di Dio ma non può invece accettare che una donna, una creatura non abbia mai ceduto alle sue tentazioni e alle sue insidie. Maria che non si domanda perchè proprio lei, ma chiede come poter essere serva del suo amato Dio. Maria indica la strada ad ogni moglie e ad ogni mamma. Maria che crede in ogni moglie e in ogni mamma. E ogni moglie e mamma che si affida come Maria al suo Signore compie meraviglie, rende di nuovo presente l’amore di Maria concretamente nel mondo, porta luce, amore e vita.

Come non pensare a Chiara Corbella. Chiara che come Maria ha accettato ogni figlio come dono di Dio per sè, per il suo sposo, per tutto il mondo. Chiara che non si è chiesta perchè i suoi due bambini avessero quelle malformazioni che rendevano loro la vita impossibile. Chiara ha visto in ognuno di loro un dono bellissimo, perfetto così, e quella mezzora in cui gli ha stretti tra le braccia prima di riconsegnarli al Padre, è stato per lei un momento di Grazia e di bellezza infinita. Alcune donne non vogliono figli. Dicono che questo mondo è troppo brutto, c’è troppa violenza per generare dei bambini. Queste donne si sono arrese, arrese alla paura, arrese allo scoraggiamento, arrese alla morte. Ogni bambino, come Gesù, è un dono. Un dono di Dio a tutto il mondo. Ogni figlio è vita, amore, speranza e luce.

Maria vera donna, vera moglie e vera madre diventi stella polare per ogni sposa. Non guardiamo a lei come ad una donna impossibile da imitare perchè troppo perfetta e bella.

Guardiamo a lei come colei che si è offerta completamente a Dio, si è abbandonata alla Sua volontà e che ha fatto dell’umiltà la propria veste. Ogni donna che riesce a mettere in pratica questo, come ha fatto Chiara, diviene come Maria e illumina la propria famiglia e il mondo intero con la luce di Dio.

Antonio e Luisa

I colori dell’amore

Perché è giusto e bello sposarsi in Chiesa?

Come prepararsi a un passo così importante?

Come farne tesoro per tutta la vita?

Proviamo a capirlo insieme.

Non si tratta di una semplice convenzione sociale,

ma del momento decisivo in cui sull’amore dei due

viene impresso il sigillo dell’amore eterno.

È il dono che potrà renderli capaci di amarsi fedelmente,

camminando uniti nella buona e nella cattiva sorte,

per costruire una nuova famiglia di figli di Dio.

È la sfida e la promessa di un amore

che sia ogni giorno nuovo

e che non abbia fine…

 

1. I colori dell’amore. Erano centinaia le coppie venute a celebrare col Vescovo la festa annuale dei fidanzati. A ognuna gli organizzatori avevano dato un fazzoletto colorato. Con i sei colori dovevano formarsi altrettanti gruppi, incaricati di formulare ciascuno una domanda. Fu così che gli interrogativi dei fidanzati mi raggiunsero come “suoni colorati”: il rosso mi domandò come l’amore potesse essere sempre vivo. Il colore del sangue e del fuoco – risposi -, colore della vita che scorre e del calore che riscalda, ci aiuta a capire come la bellezza e la durata dell’amore siano legate alla vita che vi si investe, all’ardore con cui lo si vive e al prezzo che si è pronti a pagare per esso. Il bianco mi chiese chi potesse dare a una coppia, formata da creature fragili e limitate, la forza di un simile amore: mi venne naturale dire che come il bianco è il colore della luce, che tutto abbraccia facendo risaltare la forma di ogni cosa, così l’amore che ci avvolge e dà a ciascuno la consistenza dei propri doni e delle proprie capacità è l’amore di Dio. Presente Lui nel rapporto di coppia, invocata e accolta la Sua luce, non mancherà la forza di amare. Il giallo mi domandò se l’amore potesse essere eterno: il colore dell’oro, risposi, rimanda allo splendore di Dio, che solo può garantire l’eternità del dono reciproco fra i due. Più la coppia è unita a Lui, docile al Suo Spirito di santità, più l’amore è anticipo di eternità. L’azzurro mi chiese come può esprimersi al meglio l’amore nella vita di coppia: colore del cielo, continuamente cangiante, ma sempre abissalmente profondo, l’azzurro fa pensare a un rapporto sempre nuovo, che sa passare dalle nuvole al sole dorato, dai colori roventi dell’aurora e del tramonto a quelli del meriggio o della notte, senza perdere mai la profondità, cui attingere e da cui far scaturire la linfa del dono reciproco, radicato nell’amore eterno. Il verde mi domandò come si potesse guardare avanti con fiducia nella vita insieme: colore della speranza, dissi, contiene in sé la risposta. Un amore che non spera non è neanche amore: la speranza è l’amore proiettato in avanti, è la dilatazione del dono reciproco al tempo che verrà, ed è tanto più affidabile, quanto più è radicata nelle sorgenti eterne, che ci danno il coraggio e la forza di amare. Infine, il rosa mi chiese come vanno vissute le relazioni di coppia per crescere e perseverare nell’amore: colore della mitezza – risposi – indica da sé la risposta, che punta sul rispetto reciproco, sulla capacità di rapportarsi l’uno all’altro con la disponibilità ad ascoltarsi e comprendersi. Ai fidanzati piacque questa tavolozza dell’amore, tanto che chiesi ad ognuno di scegliere ed indicare all’altro il colore in cui più si ritrovava: ne venne fuori un arcobaleno, che mi fece pensare a quanto sia vario e ricco il mondo delle relazioni di coppia, ma anche a come – per essere autentico – esso debba muoversi su alcune note di fondo, la profondità, la fedeltà, il ricorso ad un amore più grande, che non ci abbandonerà mai. Il settimo colore era la somma di tutti, il loro canto fermo, la loro armonia, più forte di ogni lacerazione: il colore della luce, quello di una vita unificata in tutti i suoi rapporti dall’amore…

2. I colori di Dio: il bianco della luce, il rosso della passione e l’oro dell’eternità. I primi tre colori potrebbero essere riferiti a Dio, Trinità d’amore: se il bianco rinvia alla luce del Padre, che tutto avvolge ed in cui tutto vive, il rosso evoca la vicenda del Figlio, venuto nella carne per versare il suo sangue sulla Croce e risorgere alla vita per noi, mentre il giallo-oro richiama la presenza dello Spirito Santo, vincolo che unisce il Padre e il Figlio e irradia nel tempo lo splendore dell’eternità. Nella realtà misteriosa significata da questi colori si può trovare la risposta alla domanda che ci riguarda tutti: chi ci renderà capaci di amare? Kahlil Gibran nel suo libro Il Profeta risponde in modo semplice e denso: “Quando ami non dire: ‘Ho Dio nel cuore’; dì piuttosto: ‘Sono nel cuore di Dio’”. Si diventa capaci di amare quando ci si scopre amati da Dio, lasciandoci condurre da Lui verso il futuro, che Egli vuole costruire con noi. Fare questa esperienza vuol dire credere nel Dio Trinità, che si è rivelato nella Croce e Risurrezione del Signore Gesù. È lì che la fede riconosce anzitutto la presenza del Padre, eterna sorgente dell’Amore, gratuità pura e assoluta, che amando dà inizio a ogni cosa e non smette di amare neanche di fronte al peccato degli uomini, fino a non risparmiare Suo Figlio e a consegnarlo per tutti noi. Accanto all’eterno Amante, la fede contempla sulla Croce il Figlio abbandonato per amore nostro, l’eterno Amato, che ci insegna come divino non sia soltanto il dare, ma anche il ricevere, e con la Sua vita fra noi ci fa riconoscere e accogliere l’iniziativa della carità di Dio. Con l’Amante e con l’Amato la fede si apre infine all’opera dello Spirito Santo, che unisce l’uno all’altro nel vincolo dell’amore eterno ed insieme li apre al dono di questo stesso amore: estasi di Dio, lo Spirito viene a liberare l’amore, a renderlo sempre nuovo e irradiante. Nell’unità del reciproco darsi ed accogliersi dei Tre, il Dio cristiano si offre come l’evento irradiante dell’amore eterno: “In verità, vedi la Trinità, se vedi l’amore”. “Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore” (Sant’Agostino). Sposarsi nel nome della Trinità vuol dire entrare nell’esperienza viva e profonda di questo amore: perciò, non solo è giusto e necessario per chi crede, ma è bello, della bellezza a cui solo la partecipazione all’amore infinito può aprirci.

3. Immersi nei colori del Dio amore. Attraverso la missione del Figlio e dello Spirito Santo la Trinità si rivela come l’origine, il grembo e la patria dell’amore. Tutto ha origine in essa e ne porta l’impronta: l’essere è, nel più profondo, amore e l’uomo è fatto per amare. Tutto è immerso nei colori dell’amore eterno e vive in essi: e quando il nostro cuore si apre nella fede a questo amore, proclamato e donato nella Parola di Dio e nei Sacramenti, ecco che diventa possibile anche alla nostra fragilità la gratuità di un amore sempre nuovo. È il miracolo della carità, che nel rapporto di coppia è tanto necessaria per non rinunciare mai a prendere l’iniziativa del dono e del perdono verso l’altro e per camminare uniti nelle piccole e grandi scelte della vita. Solo quando si riconosce amata dal suo Dio, la creatura diviene capace di amare l’altro al di là di ogni misura di stanchezza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15,12). “Siano in noi una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te” (17,21). Sentendosi avvolto dall’amore dei Tre, che sono uno, chi crede scopre di poter costruire storie d’amore vere e definitive. Chi fa esperienza di questo amore, impara a credere nella possibilità di un amore eterno. La fede non cesserà allora di sostenere la fatica di amare con il racconto dell’amore, che ci è stato rivelato nella Croce e Risurrezione di Gesù e continua a raggiungerci nella preghiera e nei sacramenti. Quanti hanno incontrato il Dio di Gesù Cristo, hanno creduto all’amore che non delude. Immersi nei colori della Trinità, essi sanno di poter giocare la propria vita in un vincolo definitivo, che richiede il dono completo di sé. Un vincolo che, affidato a Dio e benedetto nel Suo santo nome, può fondare famiglie, che siano dimore affidabili dell’amore che non delude. Anche per questo motivo è giusto ed è bello sposarsi in Chiesa!

4. L’alleanza nuziale e il colore del cielo. Il sacramento del matrimonio è l’alleanza definitiva fra un uomo e una donna, benedetta nel nome della Trinità, davanti alla Chiesa. Esso si fonda sul disegno divino per il quale l’uomo e la donna sono costituiti in un’unità originaria, radice della loro pari dignità e della loro vocazione alla reciprocità: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò” (Genesi 1,27). “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (2,24). Quest’unione è simbolo del rapporto d’amore fra Dio e il suo popolo (cf. nel profeta Osea i capitoli 1-3 o il Cantico dei Cantici), definitiva come lo è la fedeltà dell’Eterno: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Matteo 19,6). Nell’amore dei due, incondizionato e totale, è l’amore di Cristo per la Chiesa che viene a comunicarsi ed esprimersi: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Efesini 5,31s). Perciò, la fede riconosce nel patto d’eterna e indissolubile alleanza fra i coniugi un vincolo sacro, di cui essi stessi sono ministri. Segno efficace dell’opera di Dio, il sacramento del matrimonio comunica agli sposi la grazia dell’incontro con Cristo, Sposo della Chiesa, la presenza santificante dello Spirito e la promessa della fedeltà di Dio Padre per tutta la vita. Questa profonda unità, radicata in Dio e capace di sostenere i due nella varietà delle opere e dei giorni, può essere significata dal colore del cielo, sempre profondo nella pur continua varietà dei toni e delle forme, che vanno dall’azzurro assolato al profondo blu delle notti, dalle tinte infuocate dei tramonti al rosa dell’aurora apportatrice di luce. Come la profondità del cielo e la varietà dei suoi colori non si contraddicono, così la fedeltà e la novità nella vita di coppia fanno parte l’una dell’altra: gli sposi, consacrati a Dio, vengono accolti e custoditi da Lui, sempre nuovo nella fedeltà. Confidando in questo aiuto, essi si promettono fedeltà eterna, con l’impegno “di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita”, di rinnovare cioè ogni giorno il sì della reciproca accoglienza, nella buona e nella cattiva sorte, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Senza questo continuo, reciproco accogliersi, nutrito alle sorgenti eterne dell’amore, non ci potrà essere vera gioia fra i due: “Il fiore del primo amore appassisce, se non supera la prova della fedeltà” (Søren Kierkegaard).

5. Lo stile dell’amore: il verde della speranza e il rosa della tenerezza. Due colori possono evocare lo stile di comportamento più adatto al rapporto di coppia: il verde della speranza e il rosa della mitezza e del rispetto. Colore delle piante semprevive, sul quale il trascorrere delle stagioni non incide, il verde evoca la virtù forse più necessaria alla scelta di sposarsi e di aprirsi al dono dei figli: la speranza, fondata sull’amore di Dio e sull’impegno di reciproca fedeltà dei due. Chi non spera non ama, perché non riesce ad accettare il rischio che ogni amore comporta, in quanto è il prezzo dell’incontro delle due libertà che scelgono di donarsi l’una all’altra. Senza speranza la fatica arresta il cammino. L’amore vive di speranza, dovendo ogni giorno aprirsi alle sorprese del futuro, che chiamano i due a mettersi in gioco sempre di nuovo: se non è l’impegno di ogni giorno, l’amore è il rimpianto di tutta la vita! La forza della speranza rende capaci di cominciare ogni giorno da capo: essa fa giovane l’amore, anche quando il peso degli anni e le prove della vita lo espongono ai rischi della stanchezza e delle disillusioni. Lo testimonia la Sposa del Cantico dei Cantici, meraviglioso inno all’amore: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore” (8,6). Con la speranza, lo stile dell’amore esige la tenerezza, nutrita di attenzione e di rispetto e capace di dare gioia al cuore dell’altro: il rosa della mitezza tenera ed accogliente è non meno necessario degli altri colori dell’amore. Gli sposi sono chiamati a custodire ciascuno la libertà e la dignità dell’altro e a vivere la generosità del reciproco darsi. Perciò, una parola mite, un gesto di tenerezza sono capaci di sanare tante ferite e di far crescere i due nella pace. La stessa unione dei corpi, aperta alla fecondità in maniera responsabile e vissuta con generosità, tenerezza e rispetto, fa degli sposi veicolo dello Spirito Santo l’uno per l’altra. L’esperienza della vita condivisa mostra peraltro come l’elogio della tenerezza non escluda nessuna delle età dell’amore! Non è forse vero che la tenerezza che si dimostrano due sposi avanti negli anni, il loro guardarsi con un amore che li riconosce belli l’uno per l’altra nonostante il tempo passato, tocca il cuore e fa sperare che l’amore sia sempre possibile, e che perciò la vita può essere sempre bella?

6. La tavolozza dell’amore e gli altri colori. Qualcuno dei fidanzati mi chiese di aggiungere ai colori citati almeno qualche altro: ad esempio, il grigio, per significare la monotonia in cui a volte può cadere il rapporto di coppia, o il viola, che simboleggia i tempi della prova o quelli dell’attesa, e rimanda a situazioni in cui tutti possono trovarsi di fronte alle sfide della vita, quali le ore del dolore e della malinconia o i momenti in cui l’impatto con una prova inaspettata o una delusione impensabile rischia di mettere in crisi il rapporto. L’osservazione mi sembrò giusta, al punto che sarei stato tentato di aggiungere all’elenco l’indaco delle notti oscure o il turchese delle fasi di transizione. Avrei voluto perfino aggiungere il nero del lutto e delle lacrime, ma una coppia mi fece notare che questo colore non appartiene all’amore, perché l’amore non perdona la morte: “Amare qualcuno significa dirgli: Tu non morirai!” (Gabriel Marcel). Tutti questi colori evocano, comunque, le debolezzee le fatiche possibili nella vita di coppia: la fragilità psicologica e affettiva delle relazioni fra i due e in famiglia; l’impoverimento della qualità dei rapporti che può convivere con “ménages” all’apparenza stabili e normali; lo stress originato dalle abitudini e dai ritmi imposti dall’organizzazione sociale, dai tempi di lavoro, dalle esigenze della mobilità; la cultura di massa veicolata dai media che influenza e corrode le relazioni familiari, invadendo in maniera indiscreta la vita della famiglia con messaggi che banalizzano il rapporto coniugale. Gli stessi colori “di transizione”, tuttavia, in quanto tesi verso la luce, possono richiamare i punti di forza della scelta di fare famiglia: la sua corrispondenza alla natura intima e profonda della persona umana fatta per amare; il suo essere non a caso la prima e la più originaria delle comunità naturali; la sua capacità di resistere alle sfide dei cambiamenti, attingendo di volta in volta alle risorse morali e affettive delle quali è custode. Agli occhi della fede, poi, appare qualcosa di ancora più grande: la famiglia ha un legame profondo con la Trinità. Tutti i colori di Dio vengono a riflettersi in essa. Lo aveva intuito una bambina, che la catechista aveva invitato a riflettere così: “Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio. Come spiegheresti questo?” La piccola, fattasi tutta seria, rispose dopo qualche istante: “Dio sarà il nome di famiglia”. La teologa in erba aveva percepito qualcosa di grande: la comunione dei Tre che sono Uno si riflette e vive nella comunità familiare. Certo, anche la differenza è grande: le tre Persone in Dio sono Uno, mentre nella famiglia il legame d’amore non renderà mai perfettamente uno chi la compone. Tuttavia, si è famiglia quando si tende con tutte le forze ad essere uno nell’amore, non nonostante, ma proprio grazie alle diversità, analogamente a come avviene nell’amore eterno.

7. La somma di tutti i colori. È la luce a comprendere tutti colori, a renderli visibili. Per chi crede la luce vera, venuta in questo mondo, arriva dall’alto, non a distruggere, ma a plasmare, costruire ed esaltare le forme della vita, come nei meravigliosi quadri di Caravaggio. È la luce della grazia divina che illumina, salva, perdona, risana. Essa non annulla le difficoltà, ma ci rende capaci di superarle: col suo aiuto possiamo dire veramente che “non è il cammino che è difficile, è il difficile che è cammino!” (Pavel Evdokimov). L’ultima parola sull’amore non potrà essere perciò che l’invocazione di questa luce, vissuta nel silenzio dell’ascolto e dell’adorazione di Dio, dove ci si lascia semplicemente amare da Lui, e nella supplica, che chiede umilmente alla Trinità di renderci partecipi della Sua vita divina: è l’inno del grazie, della lode, dell’intercessione, che vorrei innalzare per tutti gli sposi, presenti e futuri, ed insieme con loro. Ti ringraziamo, Padre, per tutti gli sposi, che hai chiamato ad amarsi in Te, segno reciproco della Tua tenerezza e della Tua fedeltà. Il loro amore, tante volte faticoso ed esigente, è riflesso del dialogo e del dono senza fine, che unisce Te al Figlio Amato nello Spirito dell’eterno amore. Grazie per quanto hai loro dato, grazie per quanti li hanno amati, grazie per quanti essi hanno amato, grazie per quelli ai quali attraverso il loro amore hai dato o donerai la vita, grazie perché li hai donati l’uno all’altra e, insieme, a Te. Aiutali a vivere il loro amore come Cristo ha amato la Chiesa, nel dono di sé fino alla fine. Rendili capaci di una continua e sempre nuova accoglienza reciproca. Fa’ che siano sempre uno, e contagino a quanti incontreranno l’amore che viene da Te, che è rispetto, attenzione, cura e giustizia verso ogni persona. Benedici il loro amore, mantienilo vivo nella freschezza di una fedeltà sempre nuova, rendilo irradiante ed operoso nel seno del Tuo popolo e custodisci nella gioia il loro dono reciproco, perché sia segno per tutti della vocazione all’amore che hai posto nel cuore di ciascuno, come immagine fedele di Te. Te lo chiediamo per Cristo, Sposo della Chiesa, nello Spirito dell’eterna alleanza nuziale, confidando nell’intercessione di Maria, la Sposa delle nozze eterne. Amen.

8. Decalogo dell’Amore coniugale e familiare. Questo decalogo, che ho scritto anni fa insieme ad alcune coppie e che ha aiutato tante di esse a verificarsi sull’amore e a viverne i colori, meravigliosi e talvolta difficili, potrà servire anche a Te / a Voi due come semplice guida a fare un esame di coscienza, che spero sia opportuno e proficuo. Te / Ve lo offro come un mio piccolo dono d’amore:

1. Rispetta la persona dell’altro come mistero

2. Sforzati di capire le ragioni dell’altro

3. Prendi sempre l’iniziativa di perdonare e di donare

4. Sii trasparente con l’altro e ringraziala/o della sua trasparenza con te

5. Ascolta sempre l’altro, senza trovare alibi per chiuderTi o evadere da lui/lei

6. Rispetta i figli come persone libere

7. Dà ai tuoi figli ragioni di vita e di speranza, insieme al tuo sposo/alla tua sposa

8. Lasciati mettere in discussione dalle attese dei figli e sappi discuterne con loro

9. Chiedi ogni giorno a Dio un amore più grande

10. Sforzati di essere per l’altro e per i figli dono e testimonianza di Lui.

(don Btuno Forte)

Ci si sposa per amore, ma ci salva la misericordia

Solo “la misericordia di Dio per gli uomini e degli uomini tra di loro può salvare la cosa più preziosa e più fragile che c’è, in questo momento, nel mondo, il matrimonio e la famiglia”. Ne è convinto padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, che nella parte finale della predica della celebrazione della Passione del Signore, presieduta dal Papa nella basilica vaticana, ha spiegato che “avviene nel matrimonio qualcosa di simile a quello che è avvenuto nei rapporti tra Dio e l’umanità, che la Bibbia descrive, appunto, con l’immagine di uno sposalizio”, e cioè che “all’inizio di tutto c’è l’amore, non la misericordia. Questa interviene soltanto in seguito al peccato dell’uomo”. “Anche nel matrimonio, all’inizio non c’è la misericordia, ma l’amore”, l’analogia di Cantalamessa: “Non ci si sposa per misericordia, ma per amore. Ma dopo anni, o mesi, di vita insieme, emergono i limiti reciproci, i problemi di salute, di finanze, dei figli; interviene la routine che spegne ogni gioia”. “Quello che può salvare un matrimonio dallo scivolare in una china senza risalita – ha assicurato il religioso – è la misericordia, intesa nel senso pregnante della Bibbia, e cioè non solo come perdono reciproco, ma come un rivestirsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di magnanimità”. “La misericordia fa sì che all’eros si aggiunga l’agape, all’amore di ricerca quello di donazione e di con-passione”, ha affermato Cantalamessa, che si è chiesto: “Dio si impietosisce dell’uomo: non dovrebbero marito e moglie impietosirsi l’uno dell’altro? E non dovremmo, noi che viviamo in comunità, impietosirci gli uni degli altri, anziché giudicarci?”.

(Raniero Cantalamessa)

La fiamma dell’amore di Dio

Cosa è un sacramento? Cosa significa che due sposi sono immagine dell’amore di Dio. Immagine presente nella loro relazione d’amore sponsale. Vi porto un esempio di due cari amici. Giancarlo e Maria (che se leggono saluto caramente). Un sacramento è segno di una realtà altra che però è presente, reale concreta ed efficace.

Prendiamo il sole e prendiamo una candela accesa. La fiamma della candela è segno del sole. Attraverso la fiamma della candela possiamo vedere e capire, anche se molto limitatamente, qualcosa del sole. E’ un segno efficace, perché ne percepiamo la luce e se ci avviciniamo ne sentiamo il calore fino a scottarci.

Il sole è Dio naturalmente e noi sposi siamo la candela accesa. Dio è presente nel nostro amore.  Siamo la fiamma del Signore e chi si avvicina a noi dovrebbe sentire il calore di Dio. Papa Francesco ha espresso questa verità con la sua consueta semplicità ed acutezza:

..gli sposi, in forza del sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa.

Siamo consapevoli di essere quella candela?

Antonio e Luisa

 

Gesù viene ad abitare il nostro amore

L’Avvento. L’Avvento è tempo di attesa e di preparazione. Si attende l’amore e la vita che viene ad abitare la nostra storia. L’Avvento è tempo per noi di fermarci un attimo a pensare, pensare a quando la nostra vita era in attesa. In attesa di trovare il senso nella vocazione al matrimonio. In attesa di incontrare quella donna o quell’uomo con cui costruire la nostra famiglia e la nostra via verso la pienezza dell’amore nell’abbraccio di Cristo. Un’attesa che non è stata passiva, ma un’attesa che ci ha permesso di prepararci all’incontro con l’altro/a. Incontro che è diventato relazione. Relazione che è diventata sacramento. Sacramento che è culla di Gesù. Percvhé nel matrimonio Gesù prende dimora nel nostro amore e ne diviene custode e garante. L’Avvento è un tempo privilegiato per fermarsi, bisogna trovare il tempo di fermarsi, e per contemplare. Per contemplare le meraviglie che Gesù ha compiuto in noi e nel nostro matrimonio. Gesù che nasce ogni giorno nella nostra relazione, ogni mattina che, appena aperti gli occhi al giorno, ci scegliamo nuovamente. La nostra nostra promessa diventa nuovamente culla come il giorno delle nozze. Non preoccupiamoci se ciò che possiamo offrire non è che miseria e povertà. Gesù è nato in una mangiatoia ma ne ha fatto dimora di Re. Così può essere il nostro matrimonio. Prepariamo la culla al Bambinello con la nostra fedele volontà e lui farà della nostra miseria la sua casa, ne farà qualcosa di prezioso ed unico, ne farà un amore trasparente, attraverso di noi si vedrà Lui.

Antonio e Luisa

La castità 2)L’amore sponsale non si astiene

Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

 

Io sono per te e tu per me

Riflessione tratta da un blog che consiglio di visitare

 

La bellezza dello sposo e la sposa sono un inno alla gioia dell’ amore, alla freschezza dello sguardo e all’ammirazione che abbiamo l’uno per l’altra. L’amore di due sposi pur sempre bello e premuroso può avvolte anche zoppicare, nei vari problemi quotidiani ma è pur sempre amore che diventa segno tangibile e immagine dell’amore di Dio. […]

via Io sono per te e tu per me — La Famiglia, Chiesa domestica

La castità. 1) Castità uguale regalità

Oggi parte un mini ciclo. Ho deciso di fare alcuni riflessioni sulla castità matrimoniale, divise in più puntate, in modo da approfondire al meglio (al mio meglio) questo importante concetto e tradurlo in uno stile di vita e gesti concreti.

Noi siamo re. Gesù con il battesimo ci ha reso uno con Lui e ci ha reso partecipi del suo essere Sacerdote, Profeta e Re. La nostra dimensione regale si esercita anche nel dominare le nostre pulsioni, i nostri desideri e la nostra concupiscenza e indirizzare la nostra vita, le nostra azioni,le nostre parole e i nostri gesti verso il bene nostro e del prossimo. La castità è esattamente questo. Vivere il nostro matrimonio e il nostro amore nella pienezza e nella verità, viverli da re, come Gesù re e servo dell’amore e non da schiavi dei nostri istinti e del nostro egoismo.

La castità coniugale consiste nel vivere con tutto il proprio essere la crescita dell’amore sponsale, impegnandosi in modo pratico e costante ad esprimerlo con atti d’amore corporei moralmente giusti e conformi alla sensibilità dell’amato/a.

E’ un modo di essere esistenziale, che abbraccia la totalità della persona: cuore e corpo, sentimenti ed emozioni, trasformandola in amore sponsale attivo, rispettoso della verità dell’amore, dell’ecologia del corpo, e della sensibilità degli sposi.

La castità coniugale, nel suo costante esercizio, consente agli sposi di maturare nell’amore e di esprimersi amore sempre più intensamente, in modo tale che esso diventi reale profezia dell’amore divino.

Il pontificio consiglio per la famiglia così si esprime:

Ciò comporta che essi (gli sposi n.d.r) siano coscienti che nel loro amore è presente l’amore di Dio, perciò, anche la loro donazione sessuale dovrà essere vissuta nel rispetto di Dio e del suo disegno d’amore, con fedeltà, onore e generosità, verso il coniuge e verso la vita che può sorgere dal loro gesto d’amore…. Perciò il cristiano nel matrimonio è chiamato a vivere tale donazione all’interno della propria relazione personale con Dio, quale espressione della sua fede e del suo amore per Dio e quindi con la fedeltà e la generosa fecondità che contraddistinguono l’amore divino.

La castità è un dono dello Spirito Santo di cui Dio ci ha colmato in abbondanza. La castità è un dono di Dio da perfezionare e migliorare nella nostra relazione per essere sempre più amore l’uno per l’altra. Giovanni Paolo II durante un udienza ebbe a dire:

Così dunque l’ordine interiore della convivenza coniugale, che consente alle manifestazioni affettive di svilupparsi secondo la loro giusta proporzione e significato, è frutto non solo delle virtù in cui i coniugi si esercitano, ma anche dei doni dello Spirito Santo con cui collaborano.

La castità ci è donata nel matrimonio, spetta a noi, rivestirci di essa e mostrarci come Re alla nostra sposa o al nostro sposo.

Antonio e Luisa

Un vestito da indossare.

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

Questo breve passo della lettera di San Paolo ai Romani faceva parte della liturgia di domenica scorsa. prima di Avvento. Una parola mi è rimasta particolarmente impressa nella mente: Rivestitevi di Gesù. Gesù come abito. Gesù come corazza. Gesù come abitudine. Abitudine è una parola che deriva direttamente da abito. Solo se ci rivestiamo di Cristo, solo se Cristo diventa un modo d’agire, solo se diventa una predisposizione del nostro animo, solo se diventa uno stile di vita, solo se diventa il nostro orizzonte nelle scelte di ogni giorno, solo se diventa appunto abitudine nella nostra vita, allora può essere anche corazza che difende le nostre scelte e la nostra vita nei momenti di difficoltà, di aridità, di buio.

Essere vestiti di Cristo significa servire ed amare. Se ci impegniamo a farlo quando è facile, se diventa un’abitudine, avremo le difese per non perderci quando la vita si fa difficile e le scelte dolorose e impegnative.

Abituiamoci ad amare per saperlo fare anche quando sembra impossibile, Cristo è con noi, Cristo è il nostro abito perchè abita la nostra vita, il nostro corpo e la nostra anima.

Antonio e Luisa

 

Amoris Laetitia: inno alla tenerezza sponsale

Entro questo contesto si pongono le linee di spiritualità della tenerezza che emergono dall’AL.

Mi limito a enumerarne sei:

  • la tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale;
  • la tenerezza nuziale come maturità affettiva;
  • la tenerezza nuziale come relazione intima;
  • la tenerezza nuziale come fecondità amante;
  • la tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore;
  • la tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

  1. La tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale

 

Sposarsi “nel Signore”, significa essere posti nella nuzialità del Cristo-Sposo con la Chiesa-sua-Sposa e accettare di ri-sposarsi ogni giorno, riscegliendosi e ri-innamorandosi a ogni stagione della vita.

Il sacramento delle nozze costituisce un grande viaggio: un viaggio che sgorga da Dio-Trinità-di-Amore, si modella su Dio-Trinità-di-Amore e va verso Dio-Trinità-di-Amore.

Un viaggio da costruire giorno per giorno: non è stasis, ma ex-stasis.

Di qui l’urgenza di presentarlo, come spiega AL,

come un cammino dinamico di crescita e di realizzazione,

e non un peso da sopportare” (AL 37).

Presentare dunque l’ideale del matrimonio in tutta la sua bellezza e grandezza, ma fare tutto questo con grande umanità e con la pazienza di un percorso che esige una sua gradualità.

Proclama magnificamente l’AL:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (n.122).

Una cosa dev’essere chiara, secondo l’AL, l’amore che i due si promettono il giorno delle nozze supera i livelli della sola emozione o dei soli stati d’animo, pur includendoli.

“È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così… si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi” (n.164).

  1. La tenerezza nuziale come maturità affettiva

Si è già entrati, a questo punto, nella questione decisiva: orientare coloro che si sposano a una vera maturità affettiva, in grado di superare la “cultura del provvisorio” imperante oggi, e rendere gli sposi stabili nella loro relazione affettiva.

Mi riferisco alla rapidità con cui le persone passano da una relazione    affettiva a un’altra.

Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente.

Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (n.39).

Già l’Evangelii Gaudium, aln.66, aveva accennato alla crisi culturale profonda che attraversa i legami sociali; ci si trova, come direbbe Bauman, in una “società liquida”, priva di solidità; il che spiega la fragilità con cui è vissuta la relazione di coppia.

Spiega papa Francesco:

“I Padri sinodali hanno fatto riferimento alle attuali tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità….

Molti sono coloro che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale…” (n.41).

Un analfabetismo affettivo che contrassegna la vita della coppia ed è all’origine di tante crisi di coppia, come spiega la nostra esortazione:

“Le stesse crisi coniugali frequentemente sono affrontate in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio.

I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana” (n.41)

A proposito di crisi coniugali, l’AL introduce una rilettura molto interessante dell’indissolubilità del matrimonio:

L’indissolubilità del matrimonio, non è da intendere anzitutto come un “giogo” imposto agli uomini, ma come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio (n. 62).

Papa Francesco vede l’indissolubilità come un dono fecondo che garantisce la stabilità della coppia, oltre il fluttuare degli alti e bassi, e offre la grazia di poter ricominciare ogni volta.

Il concetto d’indissolubilità non dev’essere ridotto solo all’obbligo di non-separarsi, ma va compreso come un “dono” che rimanda

1°. a un vincolo permanente che viene da Dio, inserisce gli sposi nell’alleanza indistruttibile di Cristo con la Chiesa e garantisce l’esistenza degli sposi, oltre l’alternarsi delle emozioni passeggere;

2°. a un dono di Dio indirizzato a sostenere gli sposi che consente loro di rinnovare il loro amore ogni giorno e a ogni stagione della vita.

Il “tutto” e il “per sempre” delle nozze cristiane non è dunque l’espressione di un giuridismo che uccide, ma un accadimento di grazia che nobilita l‘amore degli sposi e lo rende costantemente nuovo, creativo, in grado di rinascere a ogni svolta della loro esistenza nuziale.

Grazie a questo dono gli sposi possano avere la certezza che ogni situazione – persino l’eventuale tradimento – può essere superato.

Il matrimonio-sacramento infatti si fonda sulla fedeltà di Dio, non sulle nostre deboli forze. E tale è il contenuto positivo dell’indissolubilità del matrimonio.

 

  1. La tenerezza nuziale come intimità gioiosa

 

La tenerezza è descritta dall’ AL come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze.

Viene superata ogni concezione fobica della sessualità coniugale. Un dato di fatto che non è mancato nella storia della tradizione cristiana.[12] Scrive papa Francesco:

“L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il ‘mistero nuziale’. Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità” (AL 74).

Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro.

La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico.

Lo spiega perfettamente un autore contemporaneo, E. Fuchs:

“Fra il desiderio e la sessualità si apre una via di umanizzazione nella quale la tenerezza, che è riconoscimento stupito dell’alterità dell’altro, dà significato al desiderio e il desiderio, forza di vita e dono di gioia, diventa sorgente di ogni tenerezza possibile”.[13]

Non è forse questo l’atteggiamento di fondo che emerge dall’insieme del Cantico dei cantici e dai suoi stupendi poemi nuziali?

Afferma papa Francesco:

Il rifiuto delle distorsioni della sessualità e dell’erotismo non dovrebbe mai condurci a disprezzarli o a trascurarli…

Ricordiamo che un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale(n.157)

 

Il testo lascia intravedere l’ABC della tenerezza: abbracci, baci, carezze.

Il contrario: TCC: televisione, computer, cellulare.

 

Sotto ogni profilo, dunque, l’AL presenta un visione estremamente positiva della sessualità.

Dio stesso ha creato la sessualità come un regalo meraviglioso per le sue  

creature” (n.150).

“Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (n.152).

 

  1. La tenerezza nuziale come fecondità amante

 

Non meno interessante è il temadella fecondità.

“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale ‘non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre’” (n.165, citando FC 96).

L’ALapre a una comprensione della fecondità nuziale più ampia rispetto alla sola fertilità. Secondo l’AL, la fecondità nuziale è:

  • generare la presenza di Dio nel coniuge;
  • generare il coniuge come persona amata;
  • generare i figli come dono concesso da Dio in affido ai genitori;
  • generare la famiglia come comunità in missione (“in uscita”).

 

4.1.         Generare la presenza di Dio nel coniuge.

 

La prima forma di fecondità nuziale è data dal generare la presenza di Dio nel partner e quindi nella relazione di coppia.

E tale è la vera fecondità , da ricercare, oltre la sola fertilità: far abitare Dio nel nel cuore della tenerezza di coppia, amandosi in Lui e rinnovandosi ogni giorno nel suo amore.

Fin dal momento in cui i due si sposano non sono soli; sono già in tre: è Dio che li ha condotti a incontrarsi e li consegna l’uno all’altra, come è avvenuto fin dall’origine.

Il sacramento delle nozze si fonda su questa consapevolezza: “Amandosi nel Signore gli sposi si donano Dio stesso; ed egli scende tra loro. La sua presenza inabita la co/presenza degli sposi”.[14]

Ecco dunque la prima fecondità: quando ognuno fa risplendere Dio nel volto del coniuge e, insieme, i due sposi vivono alla sua presenza, lo riconoscono e lo lodano con tutta la loro vita.

Quello che non riuscì a Adamo e Eva, è stato reso possibile da Cristo nella Chiesa. E tale è il “mistero grande” delle nozze (Ef 5,32).

4.2.         Generare il coniuge come persona amata.

 

Generare Dio nel vissuto nuziale è al tempo stesso un generarsi a vicenda: una generarsi come persone che si sentono reciprocamente amate e apprezzate.

La prima grande fecondità non è data dalla nascita dei figli, ma dalla nascita di quel “noi” in cui ognuna è unica per l’altra.

E tale è il primo neonato, quando ognuno si sente accolto dall’altro, si dona all’altro e insieme condividono il divenire “una sola carne”.

Lo Spirito Santo è effuso sugli sposi perché siano in grado di realizzare questa comunione di cuori, dove ognuno si percepisca al tempo stesso come amato-amante-amore per l’altro/a, analogamente a quanto avviene nel grembo di Dio-Trinità-di-Amore.

4.3.         Generare i figli come figli in affido.

 

Questa forma di generazione vale, in diverso modo, per i figli: relazionandosi con i genitori e i genitori con loro, tutti con/nascono insieme, in una relazione di reciprocità che fonda il loro diventare un “noi”, una “comunione di persone” a immagine di Dio-Trinità.

Alla sorgente della generazione di un figlio sta Dio: è Lui il Creatore e il Donatore che suscitata la vita nel grembo della madre in forza dell’atto di amore degli sposi.

I genitori sono “cooperatori con Dio in ordine al dono della vita a una nuova persona”, sono suoi “collaboratori” e “interpreti del suo amore”, ma i figli sono anzitutto figli di Dio (GS 50), come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica. “I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio” (CCC 2222).

I genitori non “fanno” i figli, come si usare dire, ma li ricevono da Dio-Trinità, come un miracolo di amore e un dono senzafine.

E dal momento che li ricevono, i genitori non sono padroni dei figli; ne sono i custodi, li accolgono come in affido, con il compito di proteggerli, difenderli, aiutarli a crescere, contribuire a far discernere la vocazione cui sono chiamati, ma non essi non possono pretendere un’autorità assoluta sulla loro vita.

Ogni figlio che nasce è una parola di Dio incarnata e un’icona vivente della sua eterna tenerezza.

Ciò dice, tra l’altro, l’assurdità dell’aborto:uccidere una vita è colpire il cuore stesso di Dio e presume di mettersi al di sopra di Lui.

4.4.         Generare la famiglia come comunità in missione.

 

La comunità familiare che nasce dalle prime tre forme di fecondità è una comunità in missione, chiamata a proclamare a tutti il dono di essere sposi nel Signore e il significato della vita.

Ogni vera fecondità deve condurre a generare Dio nei figli e a farli crescere secondo il suo cuore.

La Familiaris Consortio arriva a dire che solo per questa via i genitori “diventano pienamente genitori”:

“Pregando con i figli, dedicandosi alla lettura della parola di Dio e inserendoli nell’intimo del corpo eucaristico ed ecclesiale di Cristo con l’iniziazione cristiana, i genitori diventano pienamente genitori, generatori cioè anche di quella vita che scaturisce dalla pasqua di Cristo” (FC 39).

Ed è allora che la comunità familiare attua la sua ultima dimensione di fecondità nuziale: “generare” la civiltà della vita e dell’amore (LF 13), facendosi testimonianza vivente dell’amore trinitario sulle strade del mondo.

“La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che arriva come dono di Dio. Ogni nuova vita ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci” (AL 166).

Ora, se la fecondità è accoglienza della vita, anche quando la procreazionefisica (fertilità) non si realizzasse, per ragioni indipendenti dalla volontà dei coniugi, non per questo la vocazione alla fecondità perderebbe il suo significato.

Il Concilio Vaticano II e la Familiaris consortio, a titolo esemplificativo, indicano le direzioni verso cui può essere orientata una tale forma di fecondità, oltre la sola fertilità.

“Adottare come figli i bambini abbandonati, accogliere con benevolenza i forestieri, dare il proprio contributo nella direzione delle scuole, assistere gli adolescenti con il consiglio e con mezzi economici, aiutare i fidanzati, sostenere i coniugi e le famiglie materialmente e moralmente in pericolo, provvedere ai vecchi“(AA 11; FC 14).

La testimonianza vissuta di tante coppie sterili attesta a quali cime possa arrivare questo tipo di fecondità nuziale, anche quando non sia accompagnata dal dono di figli propri.

  1. La tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore

Un’ulteriore coordinata dell’AL è l’ottica della bellezza: la tenerezza intesa come estetica spirituale dell’amore. “Tenerezza” e “bellezza” infatti sono inseparabili. Ha ragione Agostino quando scrive che: “Noi non possiamo amare nient’altro che ciò che è bello”[15]. E aggiunge: “Unicamente il bello può essere amato”[16].

La via della bellezza (via pulchritudinis) è la via propria, imprescindibile e strutturale, per l’esperienza della tenerezza.

L’esortazione di papa Francesco lo rileva sotto avari aspetti.

Al n. 127 rileva come

La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla…

La tenerezza è una manifestazione di un amore che libera dal desiderio egoistico di possesso… L’amore per l’altro implica il gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, e che ella esiste al di là dei miei bisogni”.

Al n.128 rilava il valore dello sguardo:

“L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in se stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili…

Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale ogni essere umano”.

 

  1. La tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

Il capitolo IV dell’AL è interamente dedicato all’amore nel matrimonio,

  • mostra come la grazia del sacramento del matrimonio sia indirizzata “a perfezionare l’amore dei coniugi” (n. 89)
  • e dice come la grazia trasfiguri gli sposi a immagine dell’amore divi, testimoniato da Paolo nel celebre inno alla carità (n. 90).

La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta»
(1 Cor 13,4-7).

L’inno paolino è un programma che “si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia(AL 90).

Il documento di papa Francesco approfondisce il riferimento di ognuno di queste attitudini in relazione alla coppia/famiglia, dando vita a uno splendido capitolo di teologia spirituale della coniugalità.

Pazienza

Benevolenza

Guarendo l’invidia

Senza vantarsi o gonfiarsi

Amabilità

Distacco generoso

Senza violenza interiore

Perdono

Rallegrarsi con gli altri

Tutto scusa

Ha fiducia

Spera

Tutto sopporta.

Un vero trattato di spiritualità nuziale.

“L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa, che raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”(n.120).

“La tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”: due dimensioni che caratterizzano in profondità l’amore nuziale secondo l’AL:.

1°. Amicizia tra gli sposi.

“L’amore coniugale è la ‘più grande amicizia’. E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una vera amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità… che si va costruendo con la vita condivisa.

2°. Passione erotica.

Naturalmente “il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza” (n. 123).

Nasce da questa dinamica (della tenerezza dell’amicizia e della passionalità) la comunità della famiglia come Chiesa domestica e segno profetico nel mondo:

“Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società” (n. 292).

Conclusione

Sotto ogni profilo la famiglia appare, nell’Amoris Laetitia, come una comunità della tenerezza di Dio, chiamata a farsi il luogo primario di tenerezza verso ogni essere che viene a questo mondo.

         Parlare di “parabola di tenerezza” significa riferirsi a tutto questo e dice la famiglia come un progetto di tenerezza da costruire giorno per giorno, posto tra il “già” il “non ancora”: un progetto già dato per grazia,ma da costruire con impegno giorno dopo giorno.

“Famiglia diventa ciò che sei” (FC 17)

Concludo facendo mie le parole del libro delle “Odi di Salomone”, risalente al terzo secolo, rivolte specialmente agli sposi:

“Amatevi con tenerezza voi che vi amate”.

L’autore non si limita a dire “amatevi”, ma ”amatevi con tenerezza”. La tenerezza costituisce il cuore di Dio-Trinità-di-Amore ed è il cuore di ogni famiglia. Una comunità familiare senza tenerezza sarebbe come un corpo senza anima.Faccio e parole dell’anonimo autore del terzo secolo e le rivolgo a tutti voi: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”. [17]

don Carlo Rocchetta

LA TENEREZZA COME ORIZZONTE BIBLICO-TEOLOGICO DELL’AMORE CONIUGALE.

 

La sezione biblico-teologica dellì’esortazione muove da un’affermazione tanto semplice quanto essenziale e densa di contenuto.

“Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: LA TENEREZZA” (Amoris Laetitia 28).

L’affermazione è decisiva ed è paradigmatica per la lettura dell’intero documento di papa Francesco.

1.1.         “Tenerezza”, non “tenerume”

L’esortazione AL auspica che si riscopra la tenerezza come attitudine decisiva per la buona riuscita della relazione nuziale; “una virtù – dice AL – piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali”.

Un testo che richiama da vicino quanto diceva Giovanni Paolo II: ”Il nostro tempo è tanto carico di tensione quanto avaro di tenerezza”.

Da notare che si parla di “tenerezza”, non di “tenerume”.

I dizionari definiscono

  • la “tenerezza” come un sentimento di “soave commozione”, di “affetto dolce e delicato”, di “attenzione amorevole”;
  • per contro, qualificano il “tenerume” come un “atteggiamento svenevole”, un “eccesso di sentimentalismo”, di “smancerie” o di “falsa tenerezza”.

La differenza balza agli occhi ed è essenziale per quanto ci interessa; è sufficiente uno specchietto comparativo.[1]

TENEREZZA                                              TENERUME                

Sul piano dell’essere                                  Sul piano dell’avere

                 Verso il tu                                                    Verso se stessi

                   Fortezza                                                            Debolezza

                 Creatività                                                          Passività

               Responsabilità                                                 Superficialità

 

La tenerezza appartiene all’esperienza dell’essere e si realizza come apertura al tu, in una dimensione di scambio oblativo, di accoglienza, di dono, di condivisione amabile.

Il tenerume dice, al contrario, ripiegamento sull’io, ed è prevalentemente egocentrico, captativo, con una ricerca dell’altro più per il proprio tornaconto che per lui stesso.

La tenerezza si coniuga con la fortezza ed è creativa; il tenerume è sinonimo di passività. Nel primo caso, domina l’etica della responsabilità; nel secondo, la superficialità, il livello delle sole emozioni, “giocando” con i sentimenti, non rispettando l’altro o addirittura strumentalizzandolo.

Questo dunque il primo dato da tener presente: l’Amoris Laetitia parla di “tenerezza”, non di “tenerume”:

  • tenerezza è un “sentimento forte”, che tocca le corde profonde della persona e la coinvolge nella totalità del suo essere e del porsi “in relazione
  • la tenerezza non è un sentimento debole”, non è un sentimentalismo vuoto, orientato a creare dipendenze o dominio, e non relazioni libere e liberanti.

Papa Francesco stesso, nel discorso inaugurale del 19 marzo del 2013, ebbe a proclamare:

“Non dobbiamo avere paura della tenerezza! (…). Nei vangeli, san Giuseppe

appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi al contrario denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!”.[2]

 

1.2.         La tenerezza dell’abbraccio di Dio

 

Entro questo recupero della categoria di “tenerezza”, tipico del pontificato di Francesco, l’Amoris Laetitia introduce la parte biblica con la bellissima espressione: la tenerezza dell’abbraccio di Dio, facendo riferimento ai testi scritturistici che più da vicino lo evocano (nn. 27-30).

Il primo testo che viene indicato è il Salmo 103:

“Com’è tenero un padre verso i figli, così è tenero il Signore verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 103,13-14).

La tenerezza di Dio è un amore paterno e materno, e non viene meno e non si stanca mai di noi.

La condizione d’Israele è come quelladi un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

L’immagine del “padre” si coniuga infatti, nel linguaggio biblico, con quella della “madre”.

L’Amoris Laetitia rimanda alSal 27,10:

“Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.

Isaia 66,12b-13, come nota il documento di papa Francesco, fa esplicita allusione al seno, alle ginocchia e alle carezze della madre per indicare la tenera vicinanza del Signore al suo popolo:

“Voi sarete allattati e portati in braccio; sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”.

L’esortazione ricorda la delicata intimità descritta da Osea:

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato…

A Èfraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano…
Io li traevo con legami di bontà con vincoli d’amore,

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”
(Os 11,1.3-4).

Il testo unisce, in mirabile sintesi, la metafora di Dio-Padre con quella di Dio-Madre, Lo stesso tema proclama Isaia:

“Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua tenerezza? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre… Tu, Signore, sei nostro padre; da sempre ti chiami nostro redentore” (Is 63,15-16).

L’espressione “fremito delle viscere” rappresenta un’espressione idiomatica che indica la sede delle emozioni più forti e serve a unire i tratti della maternità con quelli della paternità.

Un paradosso, se vogliamo, ma tale è il mistero di Dio: un connubio, il più alto che possa esistere tra la forza del padre e la dolcezza della madre.

“Sion ha detto:‘ Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non intenerirsi per il figlio delle sue viscere? Anche se alcune di loro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti ame” (Is 49,14-16).

I testi potrebbero essere moltiplicati.[3]

Un dato appare chiaro in ogni caso: la tenerezza di Dio nella Bibbia rimanda al suo grembo; un grembo amante che ci porta in sé come una mamma porta il figlio in sé. La stessa terminologia ebraica lo evoca:

  • rḥm, rimanda alle viscere materne;
  • raḥªmîm, un plurale d’intensità, indica un forte sentire interiore, un amore viscerale;
  • reḥem corrisponde all’utero della madre.[4]

Dunque, “tenerezza”, nella Bibbia, evoca il sentirsi nel grembo di Dio come un figlio nel grembo di sua madre.

Una percezione biblica del volto paterno-materno di Dio, splendidamente riassunta da Clemente Alessandrino:

Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre; ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile”.[5]

1.3.         La croce come il grande abbraccio divino

 

Il n.29 dell’AL passa dal Primo Testamento al Nuovo, evocando come la tenerezza di Dio raggiunga il suo massimo vertice nell’evento della croce.

Anche se questa prospettiva non risulta particolarmente sviluppata, è certo che risiede in essa la novità assoluta della figura di Cristo.

Il Crocifisso, disteso sulla croce, con le braccia spalancate e le palme aperte, in un’autodedizione totale di sé al Padre e di perdono/accoglienza rivolto a tutti, compresi i carnefici, dice a tutti che la tenerezza è un abbraccio di Dio-Trinità.

Spiega con notevole afflato spirituale Anselm Grün:

Le braccia spalancate di Gesù sulla croce dicono a ognuno di noi:‘Sei stato amato in modo completo e assoluto. Ti vengo incontro anche quando ti allontani da me. Sono al tuo fianco quando sei tu a portare la croce. Tengo le braccia aperte per abbracciarti. Ti aspetto finché ti getterai nelle mie braccia. Sei libero. Non pretendo nulla da te; ma puoi contare su di me. Il mio cuore è aperto per te. Ti ci puoi rifugiare con tutto te stesso”.[6]

1.4.         La coppia e la famiglia: immagine di Dio Trinità-di-Amore

 

Alla prospettiva della croce, l’AL collega la rivelazione del mistero di Dio-Trinità-di-Amore. In effetti la croce è questa rivelazione:

–         il Padre dona il suo Figlio per amore,

–         il Figlio si dona per amore al Padre in sostituzione vicaria per tutti,

–         lo Spirito Santo è donato dal Padre e dal Figlio alla Chiesa e al mondo.

Dalla croce nasce la Chiesa, comunità riunita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito (LG 9), e sgorga la famiglia, comunione trinitaria di persone.

Spiega l’AL:

“La Parola di Dio affida la famiglia nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli, perché formino una comunione di persone a immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (n.29).

E aggiunge:

“È nella famiglia, Chiesa domestica, che matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità! (AL 71;121)

Una prospettiva, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento.

Il Dio in cui crediamo non è un Io-Solo, un Solitario, ma una Comunione di Tre-che-sono-Uno.

Il monoteismo cristiano, da questo punto di vista, è radicalmente diverso dal monoteismo ebraico o da quello islamico. L’unico Dio in cui crediamo

  • non è un Io-Solo,
  • ma un Io-Noi, un Dio-comunione, dall’eternità e per l’eternità.

Tre persone, un unico e medesimo Dio-Amore (1Gv 4,8.16).

I due, uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza dell’Uni-Trinità di Dio.

È un grande merito di Giovanni Paolo II aver posto in evidenza questa trinitaria. L’AL lo cita esplicitamente:

“Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi‘ umano; di quel ‘noi’ che è formato anzitutto dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina” (LF 6).

Un “noi” umano, uomo e donna, che sono chiamati ad aprirsi al terzo da loro, e. in quanto tali, rappresentano la manifestazione più perfetta – nella nostra condizione storica – della comunione trinitaria.

Come affermava M. Blondel: “Quando i due diventano uno, sono tre”.[7]

Già a livello creaturale, la comunità coniugale rappresenta il massimo riflesso dell’eterna comunione trinitaria:

–         scaturisce, come da sorgente, da Dio-Trinità-di-Amore,

–         si plasma su Dio-Trinità-di-Amore,

–         e va verso la beatitudine di Dio Trinità-di-Amore.

Sta in questo dato l’assoluta grandezza di ogni comunità familiare, come osservava ancora Giovanni Paolo

“Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in Lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina.

Il sacramento delle nozze non fa che portare a pienezza questa imago Dei,

–         rendendo gli sposi partecipi dell’essere stesso di Dio-Trinità-di amore,

–         con una partecipazione nuova, specifica, che compie e perfeziona l’immagine trinitaria già impressa in loro a livello naturale,

–         e conferisce alla comunione degli sposi una nuova effusione di grazia, rendendola dimora di Dio-Trinità, dove i genitori sono i primi maestri della fede per i loro figli.

In forza del sacramento delle nozze, infatti, la famiglia cristiana non è soltanto un’icona esterna della Trinità, ma la Trinità stessa inabita in essa in una forma reale e misteriosa che solo la fede permette di cogliere. Il modello trinitario non rimane esteriore alla sua immagine, ma diviene interiormente presente in essa.[9]

         Ed ecco che la famiglia, icona di Dio-Trinità, diventa dimora di Dio-Trinità.

Lo Spirito Santo è donato agli sposi perché essi siano capaci, insieme ai figli, di edificarsi in rapporto all’ esemplarità trinitaria (FC 13).

Lo Spirito, infatti, è l’Amore-comunione che, nello scambio eterno tra il Padre e il Figlio, chiude il circolo dell’unità trinitaria:

  • il Padre è l’eterno-Amante,
  • il Figlio è l’eterno-Amato,
  • lo Spirito è l’eterno-Amore comune del Padre e del Figlio.[10]

Lo Spirito Santo – spiega lo stesso Agostino – ci fa pensare all’Amore comune con cui si amano vicendevolmente il Padre e il Figlio”.[11]

“Amore comune”, lo Spirito Santo è l’Amore-comunione che attua la pienezza dell’Uni-Noi trinitario nella famiglia.

Il “soffio dello Spirito”, che vivifica in permanenza la Chiesa, è in grado di orientare la famiglia in questa direzione, ma si richiede che i coniugi si aprano alla sua azione e lo lascino operare nel loro cuore.

“Il matrimonio è un segno prezioso, perché quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore.

Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (n.121).

 

Questo dunque l’orizzonte bilico-teologico dell’AL che fonda la comunità familiare come parabola vivente di Dio-Tenerezza.

Don Carlo Rocchetta

Amare con il tuo amore.

Signore Dio e mio Gesù .. – Mi sento come presa a schiaffi da Te o mio Signore, nella bocca, sulla lingua e in faccia e perfino nel cervello. Mi aiuti a distruggere tutto il mio ideale. Mi alleni nella prova per accettare io i tuoi precetti. E cioè che tutto quanto mi viene donato è degno dell’ amore perché da Te viene, Te, che Sei l’ Amore. Perché io accolga l’Amore con amore, quello “limite” che viene da me, nella sua forma umana con tutta la sua miseria , la mia, la mia povertà, i limiti. Perché Tu Ami, Tu sei Amore. Tu insegni ad amare così tanto bene che vedo la Grandezza e l’ immensità del Tuo “amore”. Tu nell’ infinito, Tu che accogli tutti. Tutte le creature da Te sono create e tutte in Te sussistono. – Siamo così tanto piccoli e nonostante le nostre miserie Tu ci guardi con infinito amore. Siamo esseri infinitesimamente piccoli e Tu ci ami così come siamo. Così imperfetti, pieni di errori, pieni di giudizio umano e razionale, pieni di gente che deve aprirsi alla Tua Presenza Grandezza Potenza Sapienza. IO QUESTO OGGI LO VEDO MOLTO CHIARO. Noi possiamo imparare. Ma solo Tu sei il nostro più grande maestro dell’Amore. A Te dobbiamo volgere il nostro sguardo. Te dobbiamo conoscere per contemplare ed amare come Tu solo fai. Per accrescere la nostra competenza nel donarci all’ Amore, e cioè di accogliere come Tu fai mettendoci tutti nella terra, quanto Tu stesso ci doni, affinché noi possiamo amarlo come fai Te. Per donarci quindi all’Amore con amore. – Attingendo alla grandezza del Tuo Amore possiamo accrescere il nostro stesso amore per essere sempre più simili a Te nell’ Amare. – Tu mi sbricioli l’involucro che ciascuno di noi ci mettiamo per convivere socialmente, per creare relazioni, per accettare il prossimo “a modo mio”, per chiudere i battenti laddove fermiamo il flusso dell’ amore. Questa scelta che ci dai in libertà è quella che definisce la nostra appartenenza a Te. O con Te o non con Te. Uniti a Te che ci unisci al Padre Nostro, Che Ti ha mandato, affinché noi lo conosciamo. – E davanti a sí tanta piccolezza ecco, emerge la Tua immensa Bontà Misericordiosa e ci ridoni a Te nella nuova possibilità di Amare come Te. – Mi accontenti e mi esaudisci con la Tua Bellezza e mi insegni ad amarla tutta anche laddove non è più bellezza agli occhi miei. – Mi sento invitata ad amare come Te tutto quello che ho. AMARE CON IL TUO AMORE. Che è quello senza limiti. Sento che mi vuoi istruire all’ Amore, per perfezionarlo, per non personalizzarlo, per non sceglierlo esclusivamente a modo mio. Ma per accoglierLo ed AmarLo. Per essere pronta a saperlo fare. L’ Amore. Te. Te che sei in ogni cosa. Te che mi vuoi portare a Te, al Bello del più bello che ci possa essere sulla Terra e oltre la Terra. Guardarlo e accettarlo in tutte le sue forme e le sue manifestazioni. Perché Tu mi vuoi Grande nell’ Amore. Perché Tu mi Ami più di ogni altra cosa o persona qui sulla Terra. Tu mi Ami e vuoi tutto il Bene per me. Ti lodo Signore e Ti ringrazio. Onore e Gloria nei secoli dei secoli.

Amen.

Isabella

Offerta e offerenti.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia come abbiamo visto già in diverse occasioni sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

La castità è meravigliosa

Cosa mi ha dato la scelta della castità? Mi ha dato tanto, molto più di ciò che credevo quando presi questa decisione. Non è stata una scelta facile. Le tentazioni ci sono state  e hanno picchiato forte. E’ difficile, soprattutto nell’età giovanile, riuscire a fermarsi e non andare oltre.  Le sensazioni e le emozioni sono fortissime e serve davvero una grande forza di volontà e una motivazione profonda. Ho avuto la fortuna di aver incrociato nel mio cammino un frate cappuccino, quando ero ancora molto giovane, che mi ha condotto per mano e mi ha fatto comprendere l’importanza dell’attesa, l’importanza di legare quel gesto a una persona sola, quella a cui avrei promesso un amore per sempre. Mi ha fatto comprendere la profondità del gesto sessuale e il suo significato più vero. Cuore e corpo, anima e carne, due parti dello stesso amore, indivisibili l’una dall’altra, così unite che per poterci amare concretamente Dio stesso si è dovuto fare carne.  Anche nella Bibbia l’amore carnale tra uomo e donna è celebrato e reso degno :dell’amore di Dio. Eccone un breve estratto dal terzo Canto:

Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Questi versi poetici sono sublimi, sono di un impatto sensoriale incredibile e spiegano benissimo, secondo me, la bellezza dell’incontro d’amore tra due innamorati che hanno saputo aspettare. C’è un universo di colori e profumi. Colori, profumi, sensazioni, emozioni che ubriacano e inebriano tanto sono meravigliosi. Meravigliosi. totalizzanti e coinvolgenti. Latte e miele, che nel linguaggio biblico indicano la pienezza dell’amore carnale.  Il nardo è l’essenza che Maria versa sui piedi di Gesù, provocando lo sdegno di Giuda. Il nardo è profumo da re. Perché nel nostro amore diveniamo re e regina, l’uno per l’altra. La nostra regina che è un giardino chiuso per tutti, ma non per il suo re. Giardino pieno di tutte le meraviglie. Chiuso per tutti ma non per il suo re.  Re che cerca solo quel giardino, quello della sua regina, perchè solo in quel giardino troverà ciò che più è bello, ciò che è per lui e solo per lui. Alla fine la castità non è altro che custodire gelosamente quel giardino, custodirlo e curarlo. Questa è la castità e ringrazio Dio di aver permesso a me e alla mia sposa di essere riusciti a proteggere tutto questo e di essere stati capaci di accoglierci come re e regina, come il solo re e la sola regina.

Antonio e Luisa

Due Papi, due lettere, lo stesso Spirito.

Sento spesso contrapporre il magistero di Papa Francesco a quello di Benedetto XVI e ancor più marcatamente con quello di San Giovanni Paolo II. Basta! Non è giusto, La Chiesa non è riducibile a un uomo per quanto santo possa essere. Il cammino della Chiesa in questo nostro mondo è guidato dallo Spirito Santo che riesce nonostante le nostre tante miserie a sostenerla. Chiesa sposa di Cristo. Ho sentito ultimamente Mons Paglia affermare che Amoris Laetitia sostituisce Familiaris Consortio. Nulla di più sbagliato. Amoris Laetitia integra Familiaris Consortio, la arricchisce e la rende attuale. Non si può capire Amoris Laetitia se non la si legge alla luce di Familiaris Consortio e se non si è compreso quanto Giovanni Paolo II ci ha sapientemente insegnato con la sua lettera apostolica del 1981. San Giovanni Paolo II non ha soltanto spiegato la dottrina della Chiesa in modo chiaro e netto ma ha approfondito le verità più profonde dell’essere umano, della sessualità e del matrimonio.

Quanto scritto da Giovanni Paolo non può passare come dice Paglia, semplicemente perchè la verità non passa mai, la verità è vera sempre, l’uomo è sempre lo stesso, cambiano le società, le relazioni, le abitudini e gli usi ma l’uomo anela sempre a una relazione unica indissolubile e feconda. Questo ci insegna Giovanni Paolo II in tutto il suo magistero. Papa Francesco non è venuto a cambiare una virgola di quanto ha detto e scritto il suo santo predecessore ma ha aggiunto il suo carisma, quello della misericordia. Non che il nostro amato Karol non ne avesse ma Francesco ha intuito che il momento storico è tale che la misericordia, il balsamo del perdono e dell’accoglienza devono essere anteposti alla verità. Non perchè la verità sia meno importante ma perchè nel nostro mondo non è comprensibile se non dopo un accompagnamento misericordioso. La verità detta senza misericordia non è verità. La misericordia è la porta per arrivare alla verità. Papa Francesco non vuole arrendersi al mondo ma vuole parlare al mondo, e il linguaggio della misericordia  è il solo che può fare breccia in tanti cuori induriti dal peccato. Solo dopo, quando la persona avrà un cuore aperto dalla misericordia compassionevole della Chiesa e dal perdono sarà pronta a riempirlo di verità. Papa Francesco non cancella San Giovanni Paolo II ma al contrario offre a tutti, la possibilità  di conoscere la ricchezza della verità del cuore, del corpo, della sessualità e del matrimonio. Papa Francesco e San Giovanni Paolo II, due persone completamente diverse, due modi completamente diversi di essere Papa ma lo stesso Spirito di Dio che li riempie, li usa, li plasma e li guida.

Antonio e Luisa

Dobbiamo dare tutto.

In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro.
Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli
e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti.
Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Il vangelo di oggi mi interroga e mi mette molto in crisi. Cosa ci vuole dire Gesù? Gesù ci dice che nella nostra vita e nel nostro matrimonio, dobbiamo essere come quella vedova.

Dare il superfluo non cambia la vita e la nostra relazione. Nella nostra famiglia dobbiamo dare tutto ciò che abbiamo a Dio. Andare a Messa e partecipare alla vita della comunità non basta. Gesù ci chiede di più. Gesù ci chiede di donare a Lui le scelte importanti della nostra famiglia, i dolori, le gioie, i nostri figli. Ci chiede di trasformare la nostra vita in una liturgia continua e la nostra famiglia in una piccola chiesa domestica. Gesù ci chiede di metterlo al centro. Dare il superfluo non ci aiuta a crescere e a cambiare la nostra vita. Solo dando tutto ciò che abbiamo, ci accorgeremo che non restiamo vuoti ma nascosto da tutte le nostre preoccupazioni, idee, egoismi e peccati c’è la presenza di Dio, che è la sola cosa che riesce a dare pienezza e a far apprezzare tutto il resto. Gesù, attraverso quella povera vedova, ci chiede di aver fede e di abbandonarci a Lui, non importa se tutto ciò che abbiamo nella nostra vita sono pochi spiccioli. Non importa se il nostro matrimonio è fragile, imperfetto, abitato dal peccato, dai contrasti, dai litigi. A lui non importa. Se diamo tutto ciò che abbiamo a lui basterà e da quel poco che siamo riusciti a dare. trarrà grandi frutti per noi, per i nostri figli e per tutte le persone che incontreremo.

Antonio e Luisa.

L’amore è come un oceano

L’amore cosa è? Quante bugie su questa parola. L’amore confuso con l’innamoramento. L’amore confuso con la passione. L’amore confuso con le farfalle allo stomaco. L’amore che ci rende marionette incapaci di scegliere le nostre azioni e decidere della nostra vita.

L’amore non è nulla di tutto questo o, meglio, tutte questi sensazioni e sentimenti possono essere la superficie dell’amore, ma non lo rappresentano nel profondo. L’amore non è una forza che ci travolge e ci sconvolge. L’amore è un’azione, un camminare, un fare. L’amore è sacrificio, bisogna dirlo ai nostri ragazzi. L’amore non è qualcosa che capita, ma è qualcosa che scegliamo ogni giorno. L’amore non rende gli uomini e le donne smidollati, eterni ragazzi schiavi delle proprie emozioni e sensazioni. L’amore è radicale. L’amore è fedeltà. L’amore è perdere tutto per trovare il senso delle cose e della vita.  L’amore è rispondere a una chiamata che abbiamo dentro. L’amore significa a volte andare contro i sentimenti e contro i nostri desideri e pulsioni. L’amore, per essere vero, tende alla verità e al bene. L’amore è rispettoso del proprio corpo e di quello altrui. L’amore è più forte di pulsioni, desideri ed emozioni. L’amore è mezzo e fine per tutti. L’amore è vero solo quando è casto. Casto, puro, sincero, autentico, pieno, sono tutti modi di esprimere la stessa realtà. L’amore omosessuale diventa casto, quando non cerca il dono nel corpo, non cerca la genitorialità, ma si spende per gli altri nell’amicizia e nella prossimità. L’uomo sposato che lascia la famiglia per un’altra donna, non sta seguendo l’amore. I fidanzati che hanno rapporti, non si stanno amando. Non chiamiamo amore ciò che non lo è. Non facciamoci ingannare.

Nel cinema l’amore è rappresentato spesso, soprattutto nel cinema italiano, come qualcosa di fluido e gli amanti come persone impotenti a questa forza che le spinge spesso verso la rovina. Una delle rappresentazioni più vere dell’amore che mi viene in mente è invece interpretata da Sylvester Stallone in Rocky. Adriana e Rocky sono una coppia vera e la loro storia d’amore fa da sfondo a tutta la storia sportiva di Rocky. Un amore forte, che passa attraverso tutte le stagioni dell’amore, attraverso la povertà e la ricchezza, attraverso l’incomprensione, il dolore e la gioia, ma non viene mai messo in discussione, anzi, è sempre una roccia alla quale aggrapparsi, una fonte inesauribile di forza e determinazione.

L’amore è come un oceano. In superficie può essere anche tempestoso e impetuoso, con onde che sommergono e distruggono. Queste sono i sentimenti, le passioni e le pulsioni. Poi nelle sue profondità è molto diverso. Il tutto è regolato dalle correnti, quelle correnti sono la nostra volontà. Solo se non ci lasceremo travolgere dalle onde in superficie e riusciremo a scendere in profondità, quelle correnti ci porteranno a destinazione, a trovare il senso e la pienezza della vita.

Antonio e Luisa.

 

Il Matrimonio Perfetto, il Sacrificio Perfetto.

Qualcuno potrebbe pensare che la formula esatta per un matrimonio perfetto è che i due coniugi siano perfetti..no..non è così. Il matrimonio perfetto è fatto da due creature imperfette che si uniscono a Dio per raggiungere la Perfezione. Ma cos’è una vita coniugale perfetta? È per caso una vita fatta esclusivamente di gioie, divertimenti e soddisfacimento di piaceri personali? No! Raggiungere la Perfezione nel matrimonio vuol dire acquisire la capacità di donarsi pienamente e senza riserve all’altro, negando totalmente la propria persona e i propri desideri, sopportando con pazienza e in silenzio le delusioni che quotidianamente si ricevono! Viene da pensare che solo attraverso il dono della Santità si possa fare ciò. Certo, da soli, esclusivamente con le nostre forze, non lo possiamo fare, ed ecco che Dio, quel Dio che il giorno del nostro matrimonio non era né un ospite né un testimone bensì il protagonista insieme a noi sposi, ci viene in aiuto. E come? Come si può avere e dare amore senza attingere alla fonte di Amore per eccellenza? Sì, il cibo di vita eterna è anche l’elisir di un Matrimonio Eterno! E meditando il Sacrificio Perfetto pensi che sei fatto a Sua immagine e somiglianza e come Lui si è donato per i suoi figli tu puoi donarti per la famiglia che Lui ti ha donato. Sì, perché quel giorno, dinanzi ad un suo apostolo, ti ha affidato una missione, ti ha reso strumento di vita. Allora mi chiedo, perché mandare tutto in aria, chi siamo noi per stravolgere i disegni di Dio e sottrarci alla sua Volontà? Se non demordiamo, se ci affidiamo a Lui, se ogni giorno facciamo in modo che sia presente nelle nostre vite, accogliendo prima di ogni cosa i suoi progetti d’Amore, i figli che Dio vorrà donarci che a volte se superano il numero prestabilito vengono classificati come errori, se lasciamo, quindi, che Dio diriga la nostra vita matrimoniale, allora gli ostacoli diventeranno grazie, le sofferenze dolci sacrifici da offrire e le sue Benedizioni saranno infinite! Come Gesù, insieme a Maria Ss., percorreremo la strada del nostro Matrimonio come Lui ha percorso la strada del Calvario, e con Lui cadremo e ci rialzeremo..l’ultimo traguardo sarà quindi la vita eterna, la santità nel Matrimonio, il Matrimonio Perfetto

Sara.

Geremia, cosa vedi?

“Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo” (Geremia 1,11)
In ebraico il mandorlo è chiamato ‘colui che veglia’, il primo risvegliato dall’inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell’anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l’inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera.
Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai “profeti di sventura”, ma di prestare orecchio ai “segni dei tempi”, di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza dell’alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale.
In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità.
Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all’origine, lì dove la diversità è armonia.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se l’uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce se scateni il peggio in te.
Oggi la nostra vita è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare. Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova.
In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita. Germi di novità sono nell’aria, ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita.
Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza.
Bella la fedeltà al cammino dell’uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro.
Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: “Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io”.(Rut 1,16)
La fedeltà a sé e all’altro è la capacità di “serbare e custodire”, è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo.
Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l’orizzonte, fiuta l’aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.

(da ” Il domani avrà i tuoi occhi” di Luigi Verdi)

L’amore, granello che diventa albero.

Ringrazio Simone che mi ha inviato questa sua breve riflessione:

Attraverso il Sacramento del Matrimonio,ogni comunità domestica si medesima nell’immagine del chicco di senape.E’ lo Sposo celeste che costantemente se ne prende cura dando la sua acqua di grazia,la sua luce di felicità in tutte le stagioni cristiane.Il chicco altro deve,che diventare un albero dalle forte radici,produrre sempre frutti della santità,mentre i rami che sono figli si estendono e danno cosi vita alla genealogia dell’amore infinito.

Simone, secondo me, ha sintetizzato in poche righe quello che può essere il nostro matrimonio, se fondiamo la nostra unione sulla Grazia di Dio. Anche noi, quando ci siamo sposati, sentivamo di essere piccoli, come un seme di senape. Seme di senape che è molto piccolo. Mi sentivo piccolo, inadeguato, impreparato per promettere davanti al Signore un amore così radicale e grande. Sapevo benissimo però, che non ero solo, che la mia piccolezza, fragilità, limitatezza erano nelle mani di Dio. Sapevo che, affidandomi a Lui e non scoraggiandomi, Lui avrebbe reso capace e adeguato anche me. Ed ecco che ho visto il mio amore, la mia capacità di donarmi alla mia sposa e di accoglierla in me, diventare qualcosa di bello e vivo. Ho visto il mio amore crescere e diventare forte e saldo come l’albero di senape. Ogni tanto mi sorprendo e resto senza parole. Io, così fragile e pieno di difetti e peccati, sono stato capace fino ad ora di formare una famiglia dove ci si vuole bene e i bambini sono sereni? Si, ma devo ricordare ogni giorno, che tutto ciò è stato reso possibile da Gesù che la abita. Se mai dovessi montare in superbia e credere di poter fare a meno di Lui e della sua Grazia, so già che cadrei pesantemente e dolorosamente. Siamo come l’albero di senape, forte e rigoglioso, ma abbiamo bisogno del nutrimento per non seccare. Quel nutrimento è la Grazia di Dio. Non dimentichiamolo mai.

 

Nella prova voglio parlare al tuo cuore

Può accadere che all’improvviso arrivi la prova.
Il cuore però non è pronto, o meglio, era pronto nella gioia e mai avrebbe immaginato nella difficoltà.
Accade però, accade un momento in cui qualcosa ti accende una “lucina rossa” di un pericolo in agguato, una specie di corto circuito.
Oh mio Dio cosa succederà adesso?

La mente vola al futuro con una velocità impressionante.
Nel giro di un vortice ti passa dentro lo sgomento e lo sconforto.
Cosa fare mentre ti senti vacillare?
Hai lodato tante volte il tuo Gesù ma, in quel momento, non riesci…

Il tuo cuore è perso, si è quasi come staccato dal resto del corpo e ti colpisce un senso di freddo e piangi, piangi, piangi tutte le tue lacrime.
Piangere è quasi bello e vuoi farlo da solo, da sola, perché nessuno, davvero nessuno può capirti nella prova.
Quella prova è solo tua, anzi, può essere simile a quella di un altro tuo fratello ma ciò che è diverso è il destinatario della sofferenza.
Ognuno ha il suo cuore e per ciascuno è dato ciò che appartiene solo a Lui.

È come se la prova si identificasse col proprio nome; troppo personale perché si possa comprendere da altri; neppure il diretto interessato ne intende il senso.

Al tuo cuore pulsante.
Al tuo cuore di carne.
Al tuo cuore di pietra.
Al tuo cuore pensante.
Al tuo cuore che canta.
Al tuo cuore che crede.
Al tuo cuore che sanguina.
Ed ecco che arriva una proposta:
Il Maestro è qui e ti chiama”, dice Giovanni al capitolo 11, versetto 28.

E se non avessi te in questa mia vita Signore?
Cosa è realmente una prova?
È un tentativo per verificare?
Cosa ho da controllare?
Io in effetti mi basterei così come sono.
Anche quando mi lamentavo per molto meno mi andava certamente meglio che essere sottoposto alla verifica, cioè essere provato, essere saggiato.
…ma quando il Figlio dell’Uomo ritornerà troverà ancora la fede sulla terra?”(La 8,18)

Beh, Signore pensavo e desideravo che non ci fosse stato bisogno che fossi messo dinanzi alla ricerca della mia fede attraverso una prova.
Ero tanto contento così….
All’udire questo Gesù disse:
Questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio, perché per essa, il figlio di Dio venga glorificato”(Gv 11,4).

Ho avuto nella mia vita il dono di accompagnare un fratello malato sino alla fine del cammino terreno. Questo mi ha consegnato un percorso di fede profonda perché abbiamo voluto lottare continuamente e giustamente (perché noi dobbiamo chiedere) perché ci fosse lasciato.
Non era per niente facile capire che, quella malattia, quella prova, sarebbe stata per la gloria di Dio. Tutti noi, io per prima, desideravamo la vita concreta. E chi aveva intenzione di lasciare andare questo fratello? Proprio nessuno!
Per superarla, questa prova, ci siamo sperticati in ogni PREGHIERA e SUPPLICA, in digiuni, in volontariato, in generosità, in cordate d’amore reciproco.
Abbiamo sperimentato di piangere con chi piange e ridere con chi ride e, soprattutto di starci: stare ai piedi della croce!

In un’omelia pasquale e con espressione poetica, Ippolito di Roma, un teologo del 200 d.C. asserisce: «La croce è l’albero della mia salvezza eterna: di esso mi nutro, di esso mi diletto. Nelle sue radici cresco, nei suoi rami mi distendo, la sua rugiada mi rallegra e lo Spirito come carezza di brezza mi feconda».
Ahimè, quanto è duro equiparare la prova alla salvezza, addirittura il luogo dove mi distendo e mi diletto!
Come posso essere saggiato in tal modo mio Signore?

Voglio parlare al tuo cuore figlio mio, figlia mia, miei amati.
Il male è entrato nel mondo e ha confuso le menti.
Molti non ce la fanno fino a disperare ma ho ancor più cura della loro anima.
Tu però puoi scegliere di salire sulla mia scialuppa, dice il Signore e, se anche dovesse arrivare la tempesta più travolgente sarò con te e ti invierò tutti i salvagenti e tutto il necessario.

Hai visto quella coppia che ha dovuto consegnare il coniuge a seguito del male?
Ecco io non ho lasciato mai solo il superstite per il tempo dell’attesa all’incontro definitivo: sono con lui, parlo al suo cuore e procede il suo cammino..

C’e anche l’altra coppia dove uno dei due vive la prova dell’abbandono, dell’adulterio.
Non lascio solo nessuno, mi rendo presente ad ogni richiesta.

Hai visto quei genitori che hanno dovuto lasciare il proprio figlio per un banale incidente?
Non li ho abbandonati nell’attesa dell’abbraccio.
Sono con loro e riempio il loro cuore di un amore così grande senza il quale non riuscirebbero a vivere!

Hai visto i martiri per la fede?
I loro fratelli, gli amici i parenti soffrono, ma… Io sono con loro e parlo al loro cuore perché, a causa del mio nome, sono già beati.

Nella prova io voglio parlare al tuo cuore perché nella fragilità tu mi puoi ascoltare, Io ti ho creato, Io ti conosco.

Tu cercherai conforto dai tuoi fratelli e lo troverai perché manderò gli angeli giusti per la tua sofferenza!
Spesso non sarai neppure contento perché le persone a cui condividerai il tuo dolore non daranno il peso che vorresti alla tua prova.
Ci sarà persino qualche sacerdote che generalizzerà la tua sofferenza, che potrà rispondere frettolosamente e tu, forse ti inquieterai di più con la chiesa e, soprattutto, con Dio.
In realtà è come si diceva all’inizio.

Buttati a braccia aperte in quelle del tuo Creatore

Nessuno ti comprende nella prova, perché essa è esterna al tuo interlocutore e tu non puoi trasferire il tuo cuore nelle sue capacità mentali.
Quindi abbi misericordia per chi non ti comprende nella croce e buttati a braccia aperte in quelle del tuo Creatore che aspetta di coccolarti, di raccogliere le tue lacrime e consolarti, carezzarti e rendere dolce la tua amarezza.

La porterò nel deserto…le parlerò al suo cuore…Là canterà…come quando uscì dal Paese d’Egitto…
Ti farò mia sposa per sempre,
sposa nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell’amore…
tu conoscerai il Signore“(Os 2,16)

È vero, la prova è un deserto, ma se lo cerchi troverai il fiore più bello e solo nel deserto conoscerai il tuo Salvatore!!

Cristina Righi Epicoco

 

La libertà di essere donna

Sogni, ambizioni, grandi progetti…hanno sempre fatto parte della mia vita. Fin da piccola sognavo il principe azzurro e una famiglia felice con tanti bambini. Ma con il trascorrere degli anni cominciai a credere che la cosa più importante fosse quella di affermarmi nel mondo del lavoro diventando una persona di successo. Così iniziai il mio percorso universitario buttandomi a capofitto nello studio. Continuavo a fare un esame dopo l’altro protesa verso il raggiungimento di un unico obiettivo, conseguire la laurea e dedicarmi alla mia professione. Ma, ben presto, il Signore iniziò a stravolgere tutti i miei progetti e fu proprio da quel momento in poi che la vita cominciò a sorprendermi davvero. Il cammino di fede che ormai da anni condividevo insieme al mio ragazzo cominciò ad illuminare le nostre scelte di vita alla luce del vangelo. Era giunto il momento di dare compimento al nostro lungo fidanzamento, così ci sposammo e in brevissimo tempo arrivarono tre splendidi bambini. Come in tutte le famiglie, però, non tardarono a presentarsi le prime difficoltà, le incomprensioni, i momenti di stanchezza e di ribellione. Inoltre, l’impossibilità di conciliare le proposte lavorative con la vita da mamma crearono in me uno stato di profonda frustrazione.

Quale era, allora, il senso delle rinunce, dei sacrifici, delle notti trascorse a studiare pur di superare un esame…per poi fare la casalinga? Mi ritrovai, quindi, ad essere mamma e moglie a tempo pieno quasi costretta da un destino beffardo che mi aveva portata su strade completamente diverse: lavare, cucinare, stirare e poi ancora soccombere ai bisogni e alle necessità di tutti i membri della famiglia, a cominciare dal più piccolo che piangeva almeno ogni due ore, reclamando la poppata e il cambio del pannolino, per finire al più grande (ovvero al marito) che, visti i miei numerosi impegni si sentiva sempre più trascurato. Questa vita mi stava veramente stretta, soprattutto quando mi confrontavo con le mie amiche di sempre che continuavano a vivere senza progetti impegnativi, tutte prese dalla propria realizzazione personale. Non riuscivo ad accettare la perdita della libertà, il mio desiderio di indipendenza e di autorealizzazione diventava sempre più forte, sentivo monotone e senza valore le mie giornate. Dio, a cui spesso mi rivolgevo, non poteva avermi ingannata…e così un giorno entrando in chiesa ascoltai la parola di S. Paolo (Efesini 5, 21-33) che mi mise profondamente in crisi. Rimasi scandalizzata perché parlava di sottomissione…stavo per andare via quando ascoltai il seguito: “…sì, è vero, la donna è chiamata a stare sottomessa al marito nel senso che è lei che regge la famiglia così come le fondamenta reggono una costruzione. La sua maternità la porta ad amare gratuitamente, a donarsi, a sostenere…se viene meno ciò che è alla base tutto crolla! Quando la donna, che per natura è chiamata all’accoglienza e al dono di sé, rinuncia a questa vocazione la famiglia è in pericolo, tutta la società è in pericolo! Perciò voi mariti onorate e amate le vostre mogli    come Cristo ha amato la Chiesa!”. Queste parole mi riempirono il cuore di gioia e soprattutto mi aiutarono a dare un senso a tutte le piccole cose che scandivano la mia giornata. Il pranzo da preparare, i panni da stendere, i piatti da lavare non furono più gesti vuoti ma piccoli mattoncini di amore domestico che, passo dopo passo, ci aiutarono a rinforzare le fondamenta della nostra famiglia. E mi accorsi che perdendo di vista, anche per un attimo, quella luce che solo la Parola di Dio poteva dare alla nostra piccola chiesa domestica, il sogno di un matrimonio felice poteva trasformarsi in un vero e proprio incubo.

Le minacce sono sempre tante e spesso si insinuano in modo subdolo nei rapporti familiari ma noi spose cristiane siamo chiamate ad essere le custodi dell’amore coniugale. Quando una donna scopre il valore della sua maternità, comprende di aver scelto la parte migliore e si rende conto di essere veramente libera: libera nella vocazione di dare, accogliere, custodire la vita…e per una donna non può esistere gioia più grande!

Mary

Amare è dirsi tutto.

Quanto è importante parlare in una coppia. Penso che una delle caratteristiche migliori del nostro matrimonio e della nostra relazione sia proprio la cura del dialogo. Ci sono sofferenze e incomprensioni che nascono proprio dalla mancanza o carenza di dialogo. Io desidero sinceramente il bene per la mia sposa. Desidero con tutto il cuore che i miei gesti, le mie parole e le mie azioni siano per il suo bene e non le procurino dispiacere o sofferenza. Lei mi deve però aiutare.  Da solo non riesco sempre. Io non sono nella sua testa. Ho una sensibilità diversa. Ciò che per lei è importante potrebbe non esserlo per me.  Certo, anni di matrimonio insegnano a capire e conoscere l’altro/a, ma non è mai abbastanza. Fortunatamente ci siamo sempre parlati con franchezza e senza sconti. Ci siamo sempre detto tutto. Lei non ha mai preteso che io capissi da solo i miei errori e le mie mancanze nei suoi confronti. Penso sia anche questo un atto di carità. Un gesto d’amore.  Un atto che deve essere da me ricambiato. Come? Accettando che non sono perfetto e che posso anche sbagliare. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso.

Antonio e Luisa

Servi inutili

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Il vangelo di martedì scorso è molto significativo per noi sposi. Servi inutili. Siamo nati per servire e solo nel servizio troviamo la nostra gioia. Un servizio che costa fatica, stanchezza, stress. Un servizio che ci fa correre tutto il giorno. Un servizio che ci chiede di sacrificare tanto tempo, a volte tutto il tempo. Tempo che dobbiamo sottrarre a noi stessi. Gesù ribalta la questione. Gesù ci dice: non lamentarti di tutto quello che devi fare, della fatica e della stanchezza, perchè attraverso questa strada troverai la gioia e la pienezza. Gesù è più chiaro ancora. Non solo ci chiede di essere servi, ma servi inutili. Don Antonello Iapicca ha dato una spiegazione dell’aggettivo inutile che mi è piaciuta molto e mi sembra più calzante. Inutile, senza utile, gratuito. Tutto ciò che facciamo deve essere gesto d’amore gratuito senza pretendere nulla in cambio. Solo così quel servizio sarà donato e appagante per noi. Fare per dovere o per forza costa molta più fatica, perchè non ci riempie il cuore e non è vissuto come dono, ma come obbligo. Il dono nutre il rapporto d’amore e la relazione con lo/a sposa/o o i figli. L’obbligo, invece, distrugge il rapporto. Il dono è bello di per sé, l’obbligo, invece, alimenta pretese e confronti. Solo se ci riconosciamo servi inutili, saremo capaci di essere dono e servizio per la nostra famiglia.

Sintetizza benissimo questo concetto Jovanotti nella canzone A te. Jovanotti scrive:

A te che hai reso la mia vita
Bella da morire

Che riesci a render la fatica
Un immenso piacere

Auguriamoci che anche per noi sia così, significa che la strada che stiamo percorrendo è quella giusta.

Antonio e Luisa

Uno sguardo che libera.

Io vi dico: ogni volta che entro in un carcere mi domando: “Perché loro e non io?”. Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti. In una maniera o nell’altra abbiamo sbagliato. E l’ipocrisia fa sì che non si pensi alla possibilità di cambiare vita: c’è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto. Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della verità che genera la libertà. E puntare il dito contro qualcuno che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le proprie contraddizioni.

Ho riportato un breve passaggio delle parole che il Papa ha rivolto ieri ai carcerati per la giornata del giubileo a loro rivolta. Sono parole che ti colpiscono dritte al cuore. Quanto sono vere. Anche io mi sono sentito carcerato, incatenato alle mie idee sbagliate, ai miei pregiudizi, ai miei errori, ai miei peccati. Sì, sono stato carcerato per anni. Non nel corpo ma nell’anima. L’individualismo e l’egoismo sono un macigno che si stringe intorno al cuore e  trasformano la carne in pietra.  Per lungo tempo ho rimpianto tutti quegli anni buttati. Un’adolescenza e una giovinezza passate in una falsa e vuota allegria. Una vita fatta di nulla. Buttata. No non è così. In realtà più cadevo in basso e più mi avvicinavo a Dio. Dio ti aspetta, e quando lo trovi, disperato, pentito, consapevole della miseria in cui ti trovi, sperimenti il vero amore. Il suo sguardo pieno di misericordia ti commuove. Come è possibile, che proprio tu, che hai fatto tanti errori e sei pieno di così tanti difetti, possa essere così desiderato e voluto da quel Dio, che non hai mai cercato veramente. Quegli anni non sono stati vani. Quello sguardo, che Gesù ha posto su di te, vale tutta una vita. Aver sperimentato il fallimento e il perdono misericordioso di Dio sono stati decisivi nella mia vita e molto utili poi nel matrimonio. C’è la consapevolezza che Gesù ti ha amato e perdonato per primo, senza aspettarsi nulla in cambio . Questa è una forza incredibile da portare e usare nella relazione con il proprio sposo o la propria sposa. Tutte le volte che ci sentiamo offesi da lei/lui, che ci fa del male, ricordiamoci di quello sguardo di Gesù verso di noi. Quello sguardo che libera e riempie il cuore. Ricordiamoci che il nostro coniuge è fragile e imperfetto e ha bisogno di quello sguardo misericordioso di Dio come l’abbiamo noi. Prestiamo i nostri occhi a Gesù perchè faccia sentire amato e perdonato il nostro coniuge. Vinciamo quella lotta che si combatte dentro di noi, dove il nostro orgoglio ferito pretende vendetta e riparazione. Solo facendo memoria di quello sguardo che ci ha liberato, potremo ricordarci di essere liberi, liberi di scegliere l’amore comunque e sempre.

Antonio e Luisa

Il Dio della vita.

Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».

Questa è la frase posta alla fine del Vangelo di oggi. Dio non è per i morti ma per i vivi.

Cosa ci vuole dire? Cosa vuole dire alla nostra vita?

Rispondo prendendo spunto dall’omelia del mio parroco. Vuol dirci che se vogliamo essere vivi Dio deve far parte della nostra vita. Deve esserci nel nostro lavoro e soprattutto nella nostra famiglia.

Quante persone vanno a Messa solo per i funerali di amici e conoscenti. Quello è il dio dei morti. Il dio di chi non ha posto per lui nella propria vita ma solo nella morte. Quel dio non serve a nulla, quello non è il mio dio. Il mio, è il Dio della vita. E’ un Dio che voglio faccia parte della mia vita, un Dio dove riposare nella stanchezza, dove trovare consolazione nel dolore, dove trovare speranza nel buio. Un Dio da ringraziare nella gioia. Un Dio che c’è sempre e non ti lascia mai. Un Dio presente nella mia vita e nelle mie scelte. Solo questo è il vero Dio, il Dio che da senso e luce alla vita. L’altro dio lo lascio ai morti. Nella mia famiglia voglio il Dio della vita.

Antonio e Luisa

Togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro.

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro».

Questa frase dell’esodo mi ha sempre impressionato. Non ho mai capito bene il perchè. Sentivo pur senza comprendere che insegnava qualcosa di grande. Poi mi sono sposato è ho capito. Nella relazione con la tua sposa ti devi togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre la mia idea. Pensare che lei debba essere come io voglio, o comportarsi come io credo, è una delle tentazioni più pericolose, almeno all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. Questo è l’amore malato che nei casi più gravi porta alla violenza.  L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva non per farne ciò che volevo ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

Antonio e Luisa

La televisione insegna un falso amore

In questo periodo la Rai sta trasmettendo una fiction storica sulla saga della famiglia dei Medici. La storia mi affascina molto e quando ci sono produzioni di questo tipo le seguo con interesse. Perchè dico questo in un blog sul matrimonio? Perchè voglio approfondire una scena in particolare. Cosimo de Medici torna a casa dopo un lungo esilio a Venezia e incontra la moglie. La moglie è al corrente che lui l’ha tradita e i rapporti tra i due sono tesi. Litigano, poi all’improvviso la rabbia si trasforma in passione, lui la prende, le alza la gonna e la penetra, il tutto con violenza . Il tutto dura pochi secondi, poi lui se ne va, senza guardarla. Lei, incredibilmente, è felice e soddisfatta del rapporto appena consumato. Un momento di una povertà incredibile.Quella scena mi ha trasmesso tanta tristezza e desolazione.  Queste sono le bugie che i media ci trasmettono continuamente. In particolare un elemento è profondamente falso e frutto di una mentalità pornografica con cui i media ci plagiano. La donna è altamente improbabile provi qualche piacere da un atto vissuto in quel modo. E’ molto più probabile provi dolore e si senta usata più che amata. La fisiologia della donna ci insegna che i preliminari sono necessari e necessitano di almeno venti minuti.  Venti minuti nei quali l’organo femminile si modifica (c’è un allungamento e posizionamento) per accogliere quello maschile e si lubrifica per rendere più agevole la penetrazione. I preliminari sono indispensabili e hanno come centro la donna e non l’uomo, che al contrario è pronto in pochi secondi. Non parliamo poi della violenza della penetrazione, come se la forza e la violenza nella spinta possano migliorare il piacere . Può essere vero per l’uomo (anche se non lo credo), ma sicuramente non per la donna. L’organo femminile ha una profondità normalmente di 9-10 centimetri che possono arrivare a 12-13 durante l’eccitazione. Un uomo che entra con violenza superando queste misure genera spesso dolore e sicuramente cancella ogni piacere alla donna. La violenza dei movimenti, delle parole, degli atteggiamenti impoverisce tantissimo questo momento d’amore bellissimo tra i coniugi. La donna ha bisogno di tenerezza durante tutto il rapporto. Tenerezza nei gesti, nelle parole, nella voce, negli abbracci. Tante donne faticano a provare piacere durante i rapporti. Ci possono essere tantissime cause, ma spesso basta conoscere semplicemente come si è fatti/e  per superare molte sofferenze e molti problemi, e vivere con gioia questo momento bellissimo. L’amore sponsale scaturisce dal cuore, ma si vive nel corpo. Se si è incapaci di esprimerlo correttamente nel corpo, anche ciò che è nel nostro cuore ne resterà profondamente impoverito. La fiction della Rai è stata molto “educativa”, in quanto ha mostrato esattamente il contrario di quello che è un rapporto appagante per la donna, e di conseguenza anche per l’uomo. Questa fiction è deleteria oltre che per noi anche per i nostri figli. Se malaguratamente,  i nostri figli adolescenti assistono a queste menzogne, cerchiamo di approfittare della situazione  per insegnare loro qualcosa che sarà di fondamentale importanza. Non dobbiamo avere vergogna, anche questo fa parte del nostro compito di educatori.

Antonio e Luisa.