Va’ e anche tu fa’ così

Oggi parto da una riflessione di don Antonello (che sta in Giappone ma riesco ad ascoltare ogni giorno, è meraviglioso).

Chi è il mio prossimo? Per noi sposi, il nostro prossimo è nostra moglie e nostro marito.

La domanda che Gesù ci pone è stringente: siamo capaci di farci prossimo oppure la nostra capacità e sempre condizionata da ciò che l’altro/a fa o dice?

Don Antonello nella sua omelia ha evidenziato come per gli israeliti fosse prossimo solo chi faceva parte del loro popolo, chi rispettava la legge, gli altri non valevano nulla.

Siamo anche noi così? Disposti ad essere prossimo solo se l’altro si comporta secondo la legge, se merita il nostro amore e la nostra considerazione?

Gesù con questa parabola parla ad ognuno di noi e ci dice proprio il contrario. Farsi prossimo significa amare e curare sempre anche quando l’altro/a è lontano da noi e da Dio. Proprio in quel momento dobbiamo chinarci sulle sue ferite e curarle con amorevole dedizione. Il sacramento del matrimonio è questo. Prendersi cura l’uno dell’altra soprattutto quando uno dei due ne ha più bisogno, è ferito e moribondo spiritualmente e per questo anche meno amabile da parte nostra.

Questo non è possibile però se prima non abbiamo fatto esperienza di Gesù che è stato il nostro samaritano, colui che si è chinato sulle nostre ferite e ci ha guarito con l’olio e il vino dello Spirito Santo e dei sacramenti.

Il matrimonio è rispondere a questo atto di amore di Gesù, è rispondere all’invito di Gesù che dice ad ognuno di noi, che Lui ha toccato con il Suo amore e la Sua Grazia: «Va’ e anche tu fa’ così»

Antonio e Luisa

Il mondo dice che……

Il mondo dice che l’amore è un sentimento.

Dio dice che l’amore è sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se consensuale e protetto.

Dio dice che il sesso è l’espressione corporea di un’unione sacra e solo nel matrimonio è benedetto.

Il mondo dice che  basta l’amore e non serve sposarsi.

Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste.

Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti schiavizza e ti impedisce di essere felice.

Dio ti dice che solo rispettando la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che tu sei il centro e se tu sarai felice lo saranno anche gli altri intorno a te.

Dio ti dice che devi fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai essere felice anche tu.

Noi siamo stati del mondo per tanti anni, abbiamo vissuto come il mondo ci faceva credere fosse giusto per noi e non abbiamo trovato altro che solitudine e infelicità. Solo quando ci siamo arresi a Dio, abbiamo compreso che da soli non ce la facevamo, abbiamo cercato di amarlo con tutto noi stessi, rispettando le Sue leggi, e abbiamo trovato la gioia e la pace.

Dopotutto anche il mondo ha le sue leggi che tutti seguono sentendosi originali e trasgressivi ma lasciatemelo dire quelli originali e trasgressivi siamo noi. Siamo noi che abbiamo messo in discussione tutto, siamo noi che ci siamo fidati di una persona che è morta massacrata e inchiodata su una croce, siamo noi che sentiamo di essere di più di quello che il mondo vuole farci credere, siamo noi cristiani i veri rivoluzionari in questo mondo grigio e triste.

 

Ogni comandamento di Dio sembra togliere un po’ della nostra libertà, sembra che ci renda difficile realizzarci, ma lui è un Padre che ci ama e ogni sua parola è detta per noi, per aiutarci ad essere persone libere e profondamente capaci di amare come solo Gesù ci ha insegnato a fare. Gesù nel Vangelo dice: Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.

Gesù, crediamo profondamente che solo in Te possiamo essere sposi veri e capaci di amare. Aiutaci a vivere la tua Legge con la tua Grazia e la redenzione che hai portato in noi e nel nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Imparare a perdere è la scelta vincente.

Il matrimonio ti insegna a perdere. Dirò di più, insegna a perdere e ad essere contenti di perdere. Perdere significa rinunciare a imporre la propria volontà, significa spostare il centro da noi all’altro, significa morire a se stesso per qualcosa di più grande e importante. Perdere non significa subire un compromesso con frustrazione, ma amare e capire l’altro. Nella coppia dobbiamo imparare a perdere. Quante incomprensioni e quante sofferenze perché ci chiudiamo sulle nostre posizioni e perché pensiamo di avere ragione. Due egoismi che si scontrano. Musi, ripicche e silenzi carichi di tensione: per cosa? Perchè la vogliamo vinta. Perchè ciò che è importante per noi non è la relazione ma avere soddisfazione, che l’altro si abbassi a noi e alla nostra volontà. Dobbiamo imparare a perdere, a perdere quell’io di troppo che non permette al noi di respirare. Vi assicuro che sono stato molto più felice quando ho perso ma ho visto la mia sposa felice che quando mi sono imposto ma ho visto la rassegnazione nella mia sposa. Bisogna imparare a perdere e quando la coppia fa a gara per capirsi e venirsi incontro perdere sarà una vittoria, perché la relazione (ciò che conta di più) si rafforzerà. Amarsi è così, è sempre un controsenso, è un farsi piccolo per crescere.

Don Fabio Bartoli, in una sua catechesi, ebbe a dire:

Quando tu sposo sei nella logica della famiglia, che il suo bene è il mio bene, capisci che la cosa più sana nelle discussioni è perdere.

Cosa importa aver ragione se rompi il rapporto?

Che bella una discussione dove ci si preoccupa di più di dar ragione all’altro che di aver ragione.

Anche vivere in questo modo è un cammino. I contrasti ci sono. Ma se si persevera ci si accorge che si cambia, che si diventa sempre più attenti alle ragioni dell’altro, che i musi durano sempre meno fino a scomparire e che l’unica cosa che si desidera è ricostruire immediatamente quell’armonia che abbiamo rotto. Naturalmente non c’è nulla di meglio che pregare insieme per ritrovare immediatamente l’armonia perduta.

Antonio e Luisa

Nella gioia e nel dolore

Parliamo delle promesse matrimoniali. Ripassiamo quello che uno sposo e una sposa si promettono il giorno delle nozze:

Io N., accolgo te, N., come mia/o sposa/o.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Abbiamo mai approfondito queste 7 righe che ci hanno cambiato la vita per sempre?

Io accolgo. Accogliere è un verbo bellissimo, esprime due libertà, donazione reciproca, l’amante che si dona in totale volontà e libertà e con tutto se stesso e l’amato che accoglie il dono e lo ricambia. Ti accolgo come mia sposa e come mio sposo. Queste parole le abbiamo pronunciate con una grande inconsapevolezza del loro reale significato. Come mio sposo e come mia sposa, non significa semplicemente un generico volersi bene ma significa amare alla maniera di Dio. Vuol dire dare la vita per l’altro/a. Proprio per questo, c’è subito la seconda riga che ci viene in aiuto. La Chiesa nella sua millenaria saggezza  conosce benissimo la miseria umana e quindi sa che amare nel modo richiesto dal matrimonio cristiano ci è impossibile. Diventa appunto possibile con la grazia di Cristo che nel nostro matrimonio non dobbiamo mai smettere di chiedere.

Amare nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, amare e onorare sempre ogni giorno della vita, non sono altro che l’esplicazione delle righe precedenti.

Oggigiorno si assiste a una curiosa prassi. Quando ci si sposa in Chiesa tanti sposi ripetono queste poche parole ma probabilmente non le capiscono o le comprendono solo in parte.

Si pensa che la promessa di matrimonio sia valida solo finchè le cose funzionano, finchè sono appagati e felici della propria unione ma in questo caso basta il sentimento non servirebbe una solenne promessa. La promessa, che in pratica esplica la volontà di amare sempre, diventa decisiva proprio quando le cose vanno male, quando il sentimento è assente o non lo percepiamo. Ecco perchè il matrimonio è un sacramento che non finisce mai, perchè ci impegnamo a rinnovare il nostro sì ogni giorno e dove pensiamo di non poter arrivare noi, c’è la Grazia di Dio: non abbiamo scuse.

Antonio e Luisa

 

Marte e venere

Oggi riprendo un altro bel libro: “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere”.

Questo libro non mi ha convinto fino in fondo, perché a volte è troppo stereotipato, le differenze non sono sempre così evidenti e nette come il libro vuole far credere.

Un esempio in particolare, è però sintomatico di come ci roviniamo la vita da soli, partiamo con tutte le nostre migliori intenzioni, ma finiamo per litigare o comunque per sentirci incompresi.

Scena tipica: vostra moglie arriva a casa, e vuole raccontare quello che le è capitato sul lavoro o qualsiasi altra cosa le abbia procurato pensieri, dubbi e incertezze.

Noi da bravi mariti, anche se non abbiamo sempre voglia perché stiamo facendo altro, ci mettiamo devotamente in ascolto, intenzionati a concentrarci e a trovare la soluzione che possa sollevarla e farle tornare il sorriso.

Dopo che pensiamo di aver capito il problema, diamo trionfanti la nostra soluzione, convinti di aver contribuito a sistemare le cose e a tranquillizzarla. Siamo pronti a ricevere il nostro meritato ringraziamento, invece, con enorme stupore, lei non solo non è contenta, ma si arrabbia dicendo che non abbiamo voglia di ascoltarla e vogliamo liquidarla in fretta. Noi, inebetiti, la guardiamo con un misto tra sconcerto e stupore e non sappiamo cosa dire.

Con l’andare del tempo, ogniqualvolta diamo una soluzione alla nostra mogliettina e vediamo che non viene accolta positivamente, iniziamo a disinteressarci di quello che ci dice. Rispondiamo a mugugni e intanto facciamo o pensiamo ad altro. Tutto questo provoca insoddisfazione in entrambi i coniugi ed è spesso motivo di litigi e incomprensioni.

Ma perché succede questo? Chi sbaglia?

Sbagliamo entrambi perchè siamo convinti che un uomo e una donna ragionino allo stesso modo. La nostra cara mogliettina sarà soddisfatta, non quando le daremo la risposta vincente, ma solo quando staremo in silenzio ad acoltarla attentamente, intervenendo non per darle soluzioni ma per farle capire che siamo partecipi. La donna racconta problemi per trovare conforto e partecipazione, mentre l’uomo più praticamente per trovare una soluzione.

Nella nostra personale esperienza è capitato proprio questo. Con il tempo e la formazione lo abbiamo capito e ora io sono più rilassato, perché so che non devo trovare necessariamente la soluzione, e la mia dolce metà si sente accolta, ascoltata e capita, anche se non sempre si fida visto che mi chiede a tradimento l’ultima cosa che ha detto, ma questo penso faccia parte dell’essere donna, bisogna saperlo e non farsi trovare impreparati.

Antonio e Luisa

Una sinfonia d’amore

Oggi, traggo spunto da un altro bellissimo libretto, molto breve ma non per questo povero, anzi, molto ricco di spunti. Il libro è: “E vissero felici e contenti” di Roberto Marchesini.

Mi ha incuriosito un passaggio dove riprende le catechesi di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo. Il santo Papa polacco azzarda un paragone molto impegnativo per noi sposi.

Il sacramento del matrimonio, come è noto, si realizza in due momenti: il primo momento è rappresentato dagli sposi che si dichiarano vicendevolmente le promesse matrimoniali , mentre il secondo è rappresentato dalla consumazione del matrimonio, cioè dal primo rapporto intimo tra gli sposi. Questi due momenti ricalcano il matrimonio redentore di Cristo con la Sua Chiesa, sua sposa. Gesù si offerto alla Sua sposa nell’ultima cena e questa offertasi è consumata  sul Calvario, quando Cristo è morto in croce per ognuno di noi.

Il sacramento del matrimonio si vive con due linguaggi, entrambi importanti ed entrambi necessari per vivere nella verità l’unione matrimoniale. C’è un linguaggio verbale, con il quale si comunica il nostro amore alla persona amata, si usano parole di incoraggiamento, di lode, parole tenere e dolci. Poi, c’è un linguaggio del corpo che deve essere in sintonia con ciò che diciamo e non solo fungere da supporto ma instaurare un vero e proprio dialogo d’amore anche indipendentemente dal linguaggio verbale. I nostri silenzi, il modo di avvicinarci, lo sguardo, le carezze, tutto ciò che il nostro corpo trasmette deve essere una sinfonia. Devono essere più strumenti, tra cui la voce, e, suonando insieme, devono riempire d’amore il cuore della persona amata.

Si accorsero di essere nudi

si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gn 3,7)

Finalmente, dopo aver approfondito il Cantico dei Cantici e aver letto alcune riflessioni sull’argomento, ho capito il senso di queste parole. Perchè prima i nostri progenitori erano in pace e la nudità non era motivo di disagio, mentre dopo il peccato originale sentirono il bisogno di coprirsi? Cosa è cambiato in loro?

E’ cambiato lo sguardo, la concupiscenza ha trasformato il nostro sguardo, capace di vedere e desiderare l’interezza della persona che ci troviamo di fronte, in qualcosa che trasforma l’altro in oggetto sessuale.

Prima del peccato originale tutto era basato sul dono di sè, sul desiderio di donarsi e appartenere totalmente all’altro, sul desiderio destato dalla meraviglia e dalla bellezza che venivano trasmesse dall’altro considerato nella sua interezza.

Il peccato ci ha reso egoisti, ci ha fatto rinchiudere in noi stessi, ci ha reso incapaci di vedere la bellezza dell’altro, ci ha fatto vedere nell’altro solo ciò che soddisfa la nostra concupiscenza e il nostro piacere sessuale.

Questo nuovo sguardo su di noi, impoverito dal peccato, non è più bello, ci fa sentire usati, violati e offesi. Per questo abbiamo bisogno di difenderci, di coprire le nostre parti più intime e sacre perché capaci di dare la vita.

Il pudore non è un tabù di cui disfarsi, ma è una sana difesa e protezione della nostra intimità.

Solo nel matrimonio la nudità potrà tornare ad essere bella e meravigliosa, ma solo se sapremo purificare il nostro sguardo, affidandoci alla Grazia delle nozze e a Gesù che con il suo sacrificio ha sconfitto il peccato originale e redento anche il nostro amore.

 

La Chiesa sacralizza l’unione degli sposi

Una certa idea filosofica e culturale ci ha sempre fregato. Abbiamo imparato a pensare all’anima come qualcosa di puro, di vicino a Dio, che ci innalza, e al corpo come qualcosa di terreno, dove risiedono gli istinti più gretti. Siamo abbastanza convinti che l’anima ci renda uomini e il corpo animali. Qualcosa di questa idea ce l’abbiamo tutti, senza false ipocrisie, chi più chi meno siamo tutti dentro questo modo di pensare.

Ma questo è quello che insegna la morale cristiana?

Naturalmente no. Questo è moralismo, cioè un qualcosa che dirstorce il reale messaggio e ne fa qualcosa di diverso e per certi versi diametralmete opposto.

La morale cristiana, l’insegnamento morale cristiano ci hanno sempre detto tutt’altro, ma pochi lo sanno.

L’amore fisico tra gli sposi viene spesso visto come qualcosa di tollerato e necessario per la procreazione umana, in realtà è un gesto sacro e liturgico per gli sposi. Un gesto bellissimo, casto e puro che per questo non deve essere sporcato e dissacrato da noi sposi.

Vi rendete conto della differenza enorme che c’è tra il dire che è un gesto intrinsecamente sporco dal dire che possiamo sporcarlo noi, con il nostro modo di intenderlo e viverlo?

Se comprendiamo il significato altissimo del gesto nella sua più profonda verità, diventa comprensibile anche tutto il resto. Diventa comprensibile perché astenersi prima del matrimonio, perché evitare di sporcarlo con l’uso degli anticoncezionali, perché impegnarsi a fondo a purificare sguardo e cuore per non portare schifezze all’interno del talamo nuziale, nostro altare e luogo sacro di manifestazione divina.

Don Rocchetta, nel suo ultimo testo “Teologia del talamo nuziale”, che straconsiglio, descrive il talamo nuziale come vero e proprio luogo teologico con valenza sacramentale. Quando due sposi si uniscono intimamente, rinnovano un sacramento. Vi rendete conto?

La Chiesa, sempre additata al ruolo di sessuofoba e castrante, è l’istituzione che maggiormente valorizza il rapporto sessuale, dando a questo gesto una dignità enorme, lontana anni luce dalla banalizzazione della nostra attuale società.

Voglio finire con una chicca. Pochi sanno, anche io ammetto di averlo scoperto solo attraverso il libro di Rocchetta, che il talamo nuziale fino a pochi decenni fa veniva benedetto dall’autorità ecclesiale. Poi, senza motivazioni apparenti, è stata cancellata nel 1984.

Ah, dimenticavo. L’immagine non è scelta a caso: il Talamo nuziale è luogo sacro, dove l’accesso è consentito solo a chi celebra il sacramento. Animali e figli fuori.

 

La grazia di vivere la Grazia

Sentiamo sempre dire che il nostro amore è profezia dell’amore di Dio. E’ immagine dell’amore di Dio Trinità in se stesso e dell’amore di Gesù sposo per la Chiesa sua sposa.

Eppure qualcosa non ci torna. Come è possibile che delle creature finite, fragili e imperfette come ci sentiamo di essere possano esprimere un amore così grande?

E’ il mistero di questo sacramento che la Chiesa chiama sacramentum magnum , dove uno più uno non fa due ma tre.

Gesù viene ad abitare la nostra unione come persona viva e presente in ogni istante della nostra vita, tanto da far inginocchiare un vescovo davanti a due sposi. Si, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi quando guidava la diocesi di Brescia si è inginocchiato davanti a due sposi come si fa davanti all’Eucarestia.

Il matrimonio è come il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Noi arriviamo e doniamo ciò che abbiamo, i nostri pochi pani e pesci, la nostra limitata capacità di farci dono e amore e Lui moltiplica tutto, due, tre , cinque, dieci, cento volte rendendoci capaci di amare come Lui.

Così ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, passo dopo passo, di essere capaci di sopportare situazioni che prima non avremmo mai sopportato, di spenderci come non avremmo mai pensato di riuscire a fare.

Mi torna in mente una riflessione di Chiara Corbella, che si può leggere sul suo libro. Chiara già malata, incontrando una sua cara amica, le confessa che sta facendo fatica. Non cerca più di capire perchè c’è da impazzire ma si fida con fede. Poi, concludendo, dice che quello che sopporta in quel momento non sarebbe riuscita a farlo 10 giorni prima e conclude che la Grazia di Dio cambia tutto. Bisogna chiedere a Dio la grazia di vivere la Grazia.

La Grazia cambia i nostri cuori, la nostra unione e la nostra vita.

 

 

 

La fragilità non è un limite ma un’opportunità

Quattordici anni che siamo sposati, che Dio ha benedetto la nostra unione, che lo Spirito Santo ci ha legato così stretti da essere uno ai nostri occhi e agli occhi di Dio. Il matrimonio è assurdo, sposarsi è cosa da matti. Perché dovremmo legarci per la vita a una persona. Una persona che poi si scopre non essere perfetta ma al contrario limitata e fragile.

Sposarsi è soprattutto un atto di fiducia. Sta a noi scegliere in chi riporre questa fiducia. Possiamo riporre la nostra fiducia nella persona amata che diventa il nostro tutto oppure in Gesù Cristo che entrando nel nostro amore limitato e fragile lo trasforma e lo trasfigura.

Ho capito che riporre la fiducia in una persona, per quanto possa essere ben motivata, è perdente in partenza. Quella persona non sarà mai all’altezza di riempire il mio vuoto, il mio bisogno d’amore più profondo.

Riporre la fiducia in Cristo cambia prospettiva. Gesù ci consentirà di amare la nostra sposa e il nostro sposo, non nonostante i suoi difetti, la sua fragilità, la sua malattia, il suo abbandono, ma  nella sua fragilità, malattia, abbandono, perché la forza verrà da Lui.

La fragilità dell’altro non sarà più un limite all’amore ma sarà un’opportunità di amare e di perfezionare la nostra relazione.

Questa verità non si impara nei corsi o nei libri ma è una realtà che si vive ogni giorno di matrimonio. Questa è la via giusta, questa è l’unica via.

Le carezze dell’anima

Abbiamo seguito il Cantico dei Cantici nel suo terzo poema, un poema centrale non solo come posizione nell’indice ma anche come temi trattati. Il terzo poema è il momento che ci piace di più, il momento dell’incontro con la sposa, fatto di sguardi, di carezze, di baci e di abbracci fino ad arrivare all’amplesso fisico. Questo stile di vivere l’unione è vincente, perché soddisfa i nostri bisogni più profondi di essere amati e accolti da un’altra persona diversa e complementare. Per noi cristiani, solitamente, la tenerezza porta a condividere anche il momento della preghiera di lode a Dio. Siamo sposati in tre e nella nostra unione vogliamo rendere partecipe e vivo anche Gesù il cui amore, lo Spirito Santo, si intreccia con il nostro di uomini e lo perfeziona.

Diventa così un momento di profonda unione anche la preghiera. Che bello, la sera, quando i bambini sono a letto, ritrovarsi marito e moglie, non da soli, ma alla presenza del Signore e iniziare un dialogo a tre. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le cose belle e chiedere la forza di affrontare quelle difficili e dolorose. Ringraziare Dio per il nostro sposo e la nostra sposa, chiedere perdono per le mancanze che abbiamo avuto durante la giornata. La preghiera così diventa un momento molto intimo e unitivo per la coppia e nel contempo la apre all’infinito di Gesù. La preghiera diventa momento di familiarità con Gesù che non è un ospite in famiglia, ma ne è parte integrante. Anche prima di ogni unione fisica è bellissimo mettersi davanti al Signore e chiedergli di benedire con la Sua Grazia quel momento di profondo amore .

La preghiera diventa così carezza e abbraccio, non per il corpo, ma per la nostra anima.

Don Rocchetta dice che il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altra.

Voglio concludere con la preghiera che Tobia e Sara proclamano a Dio prima di unirsi durante la prima notte di nozze:

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza». Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: «Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Dègnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!».

Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.

Ecco, alla fine ci siamo, siamo al momento più intenso, che gli sposi del Cantico, come tutti gli sposi della Terra, desiderano fin dall’inizio: l’abbraccio più intenso, l’abbraccio più completo, l’amplesso d’amore tra l’uomo e la donna, i quali per qualche minuto non sono solo un unico cuore ma anche un’unica carne, perché non c’è confine tra lui e lei, ma si è un noi anche nella geografia del corpo. Ma che  differenza di qualità e d’amore ci può essere in uno stesso gesto! L’amplesso può essere il segno tangibile più evidente della comunione tra gli sposi oppure il gesto più egoista e falso che possiamo vivere e far vivere alla persona che diciamo di amare. Se l’amplesso è il gesto culmine di un’esistenza fatta di baci, carezze, tenerezze, abbracci, allora, tutto acquista un senso. Per l’uomo i preliminari diverranno un proseguire quell’insieme di attenzioni per l’amata e non una scocciatura da fare per ottenere ciò che vuole. E per la donna non sarà più così difficile abbandonarsi alle attenzioni dello sposo. Dopo essere stata al centro delle attenzioni e dell’amore del marito, per lei sarà naturale donarsi fino in fondo. Vi rendete conto della differenza che c’è tra viivere la tenerezza e non viverla? Costanza Miriano, in una famosa intervista, asserisce che la maggior parte dei matrimoni arrivano dopo pochi anni al “deserto sessuale”. I rapporti diventano quasi nulli. Le statistiche sono impietose e le danno ragione. Cosa succede? Gli sposi non si amano più? E’ tutto molto più semplice. Non si è curata adeguatamente la relazione e la tenerezza che diventa bellezza nell’unione anche fisica. Gli sposi hanno vissuto i rapporti in maniera distonica: uomini dolci solo quando vogliono ottenere qualcosa e donne sempre meno disponibili a concederla, perchè non si sentono amate e rispettate, e quella dolcezza a singhiozzo del marito appare falsa e ipocrita.

Voglio concludere con un’immagine molto significativa. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere tenero con la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.

TENEREZZA

Quanto sono soavi le tue carezze, sorella mia, sposa, quanto più deliziose del vino le tue carezze.

Le carezze. Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Le carezze non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze sono segno di voler cercare il contatto fisico con il/la nostro/a amato/a, ma senza prevaricazione, senza prepotenza, solo perchè così, nella reiproca libertà, si può essere teneri e aperti al dialogo amoroso. La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’amato/a, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato/a diventa concreta, diventa carne. Don Rocchetta cita un bel passo di un’opera di J.P. Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perchè allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Le carezze sono parte integrante del modo di esprimere tenerezza e la carezza più piena e più coinvolgente è sicuramente l’abbraccio. L’abbraccio permette di percepire completamente la corporeità dell’amato/a e di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione, apertura, dedizione in modo molto diretto e sensibile.La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi porta grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono susseguenti a mancanza di tenerezza tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per noi che lo abbiamo sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla stretta a sè, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, ci riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perchè il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo, l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale?

Per concludere cito un altro breve spunto, tratto dal libro di Rocchetta, di una terapista americana Virgini Satir:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente

 

Mi baci con i baci della sua bocca

Il bacio. Il bacio non ha un significato solo. Dipende dal contesto e dalla cultura. Di sicuro il bacio è un gesto impegnativo e coinvolgente. Esiste il bacio di amicizia, il bacio della mamma e del papà, il bacio del tradimento e il bacio in un contesto di amore sponsale.

Solitamente non si scambiano baci con sconosciuti, ma questo gesto presuppone un minimo di conoscenza e intimità.

Il bacio degli sposi è qualcosa di diverso da tutti gli altri. C’è un simbolismo bellissimo. Gli sposi con questo gesto mostrano di desiderare l’unione delle proprie anime, vogliono scambiarsi lo Spirito, entrare nell’altro e farne parte. Lo Spirito non è rappresentato anche nella Bibbia dal soffio di Dio nella bocca dell’uomo? Dio ci ha donato l’anima attraverso un bacio d’amore. Questo gli sposi, consapevolmente o inconsapevolmente, vogliono fare. Vogliono donare tutto se stessi al/la proprio/a amato/a e il bacio diventa espressione del dono dell’anima. Ricordo quando alcuni anni fa visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani e vedemmo un dipinto molto bello. Rappresentava gli sposi in piedi nell’atto di unirsi nell’amplesso e contestualmente nell’atto di baciarsi. Quel dipinto rappresenta l’unione intima degli sposi in anima e corpo. In quel momento gli sposi sono un’anima e un corpo solo e non desiderano altro che rimanere in quell’abbraccio che li rende uno e li avvicina a Dio.

La nostra società ci sorprende anche in questo. Il bacio dei fidanzati, che ancora non sono uniti in un solo cuore, spesso esprime questo desiderio di unione profonda; mentre quello degli sposi, che sono quell’unione, perde di forza e passione e spesso si riduce a uno sfiorarsi le labbra. Gli sposi che non si baciano così come quelli che non si uniscono intimamente hanno perso il senso della propria unione e, quando non si separano, restano legati non dalla forza dell’essere uno nell’altro e dal desiderio forte di vivere questo, ma da un’abitudine che li riduce a persone che si accompagnano fino alla morte.

Vorrei concludere con questa poesia di Erich Fried:

Quando ti bacio
non è solo la tua bocca
non è solo il tuo ombelico
non è solo il tuo grembo
che bacio
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso
(Erich Fried)

Fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave

La voce. Cosa diciamo al/la nostro/a amato/a e come glielo diciamo? Anche questa componente nel linguaggio della tenerezza riveste una grande importanza. Dobbiamo, se vogliamo trasmettere amore e sicurezza al nostro coniuge, imparare a comunicare sempre di più tutte le sensazioni belle che ci regala. Spesso siamo avari di parole dolci e d’amore (soprattutto noi uomini), dando per scontato tante cose. La nostra sposa ha bisogno di sentirsi dire che è bella per noi, che è desiderata da noi, che ha tutto il nostro amore. Amare una persona e non comunicarlo è un errore gravissimo che tanti sposi commettono. E’ importante non solo quello che si dice, ma anche come lo si dice. La tenerezza deve pervadere anche il tono di voce, che deve essere rassicurante, dolce, trasmettere fiducia e accoglienza. Fare un complimento con freddezza non scalda e non riempie il cuore dell’amata. Durante la giornata siamo tanto bravi a far notare i difetti e le situazioni che non funzionano, impariamo ad essere altrettanto attenti a tutte le attenzioni e le premure che il nostro coniuge ci dona.

La parola diventa così dono, un dono prezioso che riempie il cuore di chi l’ascolta d’amore e di sicurezza, diventa una carezza che aiuta a creare un contesto di vita che sia vero amore e accoglienza e prepara gli sposi nel miglior modo per accogliersi nell’abbraccio dell’amplesso come ci narra sapientemente il Cantico dei Cantici.

Per concludere allego questo link a un video di youtube. Una mamma canta una canzone dolce al suo bambino il quale pur non comprendendo il significato non riesce a trattenere le lacrime per la forza dell’amore che la madre gli trasmette.. Per il bimbo la voce si trasforma in una dolcissima carezza.

Mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo

Lo sguardo è decisivo. Spesso non c’è bisogno di parlare. Basta scambiarsi uno sguardo e già si capisce tutto. Si capisce la tristezza, la gioia, la stanchezza, il desiderio, l’attrazione.

Lo sguardo è immediato arriva prima di ogni altro gesto perchè è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire la persona amata non desiderata. Lo sguardo è la prima parte di noi che interagisce con l’altro e instaura un dialogo. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto.  Lo sguardo non si improvvisa e non mente. Se voglio mantenere uno sguardo su mia moglie limpido e sincero, che trasmette a lei tutto il mio desiderio e le permette di specchiarsi dentro i miei occhi e di vedersi bellissima, devo educarlo, devo rinunciare ad inquinarlo con immagini che trasformano le donne in oggetti. Se mi nutrirò di pornografia e di immagini degradanti, la mia sposa vedrà nel mio sguardo non la sua bellezza ma la mia voglia di farne il mio oggetto di piacere, rovinando tutto e facendola sentire svalutata e violentata. Uno sguardo, che viene dal profondo di noi stessi e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, ci permetterà di far sentire la nostra sposa bellissima sempre e a noi di vedere in lei una creatura che ci meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio.

Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:

Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altro di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona.

E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perchè credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.

Aprirsi all’altro nella tenerezza

Riprendendo gli articoli dei giorni precedenti, si può quindi dire che la tenerezza diventa uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso e di farci dono.

La tenerezza è un vero e proprio linguaggio attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro ed instaurare un dialogo perpetuo d’amore.

Il nostro corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non abbiamo un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riusciremo a esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è sicuramente educarci a vedere il nostro corpo come qualcosa non di estraneo all’anima ma qualcosa che ne è strettamente legato. Dice Rocchetta che ogni persona  ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con la persona amata desidereremmo essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Ci portiamo dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso ci rendono molto difficile aprirci totalmente al/la nostro/a sposo/a. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altro e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarci ad essere finalmente capaci di accogliere l’altro/a in noi e di darci all’altro/a in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Per me e la mia sposa è stato esattamente così. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità.

Ecco perché la castità è fondamentale. La castità prima del matrimonio (astinenza) e dopo il matrimonio (perfezionamento del rapporto fisico) permette di mantenere sempre un’aderenza tra anima e corpo e permette così di crescere nella tenerezza. Fortunati quei ragazzi che vivono un fidanzamento vero nella castità, impareranno a parlare il linguaggio della tenerezza, che nel matrimonio sarà fondamentale e farà la differenza nella qualità dell’unione. La nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio e si può quindi dire che la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.

Antonio e Luisa

Eros e tenerezza

Al termine della lettura del terzo poema del Cantico dei Cantici, possiamo trarre alcune conclusioni. Dio ci insegna ad amare e ci insegna che l’eros non è meno importante dell’agape. L’eros non è il fratello povero dell’agape, ma noi uomini, essendo fatti di carne oltre che di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore vero. Naturalmente Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere amore e non concupiscenza e desiderio di possesso, deve arricchirsi di tenerezza, la tenerezza diventa via maestra per farci dono anche nella carne. La tenerezza è fatta di gesti e atteggiamenti. La tenerezza è costituita di sguardi (tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo), di baci (Mi baci con i baci della tua bocca), di abbracci (La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.), di dolcezza, di tono della voce e di parole dette (fammi sentire la tua voce), di carezze (Quanto sono soavi le tue carezze,sorella mia, sposa,quanto più deliziose del vino le tue carezze) fino ad arrivare all’abbraccio totale degli sposi che è l’amplesso (Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.). La tenerezza diventa un linguaggio vero e proprio che permette agli sposi di amarsi e di comunicare amore.  La parola, dice Rocchetta, diventa corpo e il corpo diventa parola.

Il linguaggio dell’amore è bellezza e pienezza, mi viene in mente leggendo questo poema il giardino dell’Eden. I due sono come proiettati in una nuova dimensione dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato, a perdersi in quell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in contatto tra loro e con Dio.  Il cielo è sceso sulla terra. La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova e che non basta mai.

Questo è quello a cui ognuno di noi deve tendere, questo è ciò che Dio ci ha promesso nel matrimonio. Gesù ha redento il peccato e ci ha donato nel matrimonio l’un l’altra, perché noi potessimo tornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarci reciprocamente e, nel contempo, donare esperienza di Dio al nostro amato o alla nostra amata.

La chiave è la castità

[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

La sposa

[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.

Lo sposo

[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.

 

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente il momento dell’incontro con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che si sono scambiati e comunicati attraverso lo sguardo, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio dell’amplesso.

E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, giardino chiuso perchè sarà aperto solo da chi ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con l’amore e la promessa del per sempre. Solo in quel momento lo sposo otterrà la chiave per accedere al giardino, un giardino dove potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico Quel giardino è chiuso e solo lo sposo, il Re, ha potuto accedervi e questo lo rende pazzo di una gioia incontenibile. Non è perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione d’amore.

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro. Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come Re| Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa.

Antonio e Luisa

Vieni con me dal Libano

[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi.
[9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana!
[10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’uomo che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria amata regina e desiderata. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo d’amore oltre la semplice fisicità della donna che, pur bella che sia, non può riempire gli occhi dell’uomo a cui non basta la concretezza del corpo. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza che ricomprenda anche lo spirito e il cuore. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico, perchè ripresi da una nota canzone, usata spesso anche durante le celebrazioni del rito nuziale. Questi versetti indicano tutta la bellezza e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata  che non si riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso, la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo di donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.

Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione cha abbiamo voluto dare, potrebbe vedere in questo amore così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella propria sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi.

Antonio e Luisa

Lo sguardo esalta e non viola

[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad.
[2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna.
[3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo.
[4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi.
[5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli.
[6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso.
[7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.

 

Proseguiamo con il terzo poema del Cantico. Dopo aver visto nel precedente articolo il corteo nuziale, arriviamo all’incontro. Entrano nella casa nuziale e finalmente lo sposo, il re, può disvelare, togliere il velo alla sua amata. Quello che racconta il canto del poema è proprio lo sguardo di meraviglia dello sposo che pone lo sguardo sulla sposa. Il suo non è uno sguardo di concupiscenza, non è uno sguardo  che si sofferma sulla donna per dare soddisfazione alla propria cupidigia, trasformando la sposa in oggetto. Lo sguardo del Re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con lo sposo. Il cantico non nasconde con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.

L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza e stupore.

Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.

Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che il Cantico indica non solo possibile ma da ricercare.

Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il Re che la fa sentire bella e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?

Santi o falliti.

Il matrimonio è un punto di partenza. Questo deve essere chiaro nella nostra vita oppure non capiremo mai il senso di ciò che stiamo facendo. Don Benzi diceva, da persona straordinaria qual era, che dobbiamo sposarci per diventare santi, non si può scappare da questo e soprattutto non si può pensare di essersi “sistemati”. Il matrimonio presuppone una conversione continua ogni giorno della nostra vita, presuppone che decidiamo coscientemente di mettere il nostro amato/a al centro del nostro cuore e delle nostre azioni. A volte riusciremo e a volte falliremo, ma l’obiettivo deve essere chiaro e la volontà di raggiungerlo determinata. Vivere senza questa forte determinazione ad essere santi nel proprio matrimonio, porta a sistemarsi, porta a distruggere quella dinamica di dono e accoglienza che è alla base di un’unione sana e benedetta da Dio.

Il contrario della santità non è il peccato, ma il fallimento. Il nostro matrimonio o procederà più o meno spedito verso la santità o sarà un matrimonio fallimentare, un matrimonio destinato alla separazione o, nel migliore dei casi, un matrimonio tra due persone che non vivono la propria vocazione all’amore, ma si accompagnano fino alla morte, come ha detto tristemente  (Santa) Chiara Corbella. Più entreremo nella dinamica del dono verso la santità e più saremo felici nel nostro matrimonio e il nostro cuore sarà nella pace di chi è nella verità; più invece non riusciremo a farlo e più saremo incapaci di trovare pace e senso nella nostra vita e nel nostro matrimonio.

Santi o falliti. Non esistono vie di mezzo.

Antonio e Luisa

Lo guardò e l’amò

Come capire se desiderate ancora vostra moglie o vostro marito? Badate dico desiderate e non amate perchè l’amore è un atto di volontà mentre il desiderio è una apertura all’altro, uno sguardo di meraviglia che non è solo atto di volontà ma un qualcosa che si nutre oppure muore.

Lo sguardo non inganna. Le coppie che hanno perso l’intimità e la complicità non riescono a guardarsi negli occhi. Suor Vinerba ha fatto un libro su questo. Durante la sua attività con gli sposi in crisi ha notato che avevano perso la capacità di guardarsi negli occhi. Racconta di reazioni diverse da quelli che distolgono lo sguardo, che guardano per aria o per terra oppure che scoppiano a ridere. Tutti modi per esprimere un disagio.

Anche Gesù usa lo sguardo. Mi sovviene il passo del vangelo che cità : Gesù lo guardò e lo amò.

Lo sguardo va nutrito, che bello fermarsi quando i bambini sono a dormire finalmente soli abbracciarsi e guardarsi. A volte basta quello per perdersi nell’altro, nella bellezza, nella consapevolezza di uno sguardo d’amore e accogliente che ti dice tu sei importante per me.

Sembrano dettagli, atteggiamenti da ragazzini ma non è così. Nella mia esperienza ho notato che noi cambiamo e piano piano invecchiamo ma lo sguardo diventa sempre più bello e pieno.

Se nel matrimonio non mancheranno dialogo, dolcezza e tenerezza, non perderemo mai la capacità di perderci nello sguardo dell’altro e potremo dire ogni giorno come Gesù lo/la guardo e lo/la amo.

Se volete approfondire consiglio il libro di Roberta Vinerba “Alla luce dei tuoi occhi”.

Antonio e Luisa

 

Senza corpo non possiamo amare

Il corpo non vale meno dell’anima. Gesù quando è sceso su questa terra non si è manifestato puro spirito, ma ha scelto di incarnarsi in un bambino nato da Maria e costituito come ogni uomo di anima e corpo. Gesù per questo è vero Dio ma anche vero uomo. Anima e corpo non sono due entità disgiunte, sono invece unite e danno così origine all’uomo. L’uomo non è un’anima che ha un corpo ma è un’anima e un corpo. Noi siamo il nostro corpo. Solo se capiamo questa realtà che ci contraddistingue, possiamo comprendere tutta la bellezza del linguaggio del corpo nella relazione con l’altro e in particolare con il nostro sposo/a. Molti tendono a considerare la tenerezza e la dolcezza come doti dell’anima. Niente di più sbagliato. L’anima senza un corpo sarebbe incapace di esprimere qualsiasi sentimento e messaggio d’amore. Lo sguardo, l’abbraccio, il bacio, la carezza e ogni gesto e atteggiamento fino ad arrivare all’amplesso fisico sono espressioni corporee, che danno voce alla nostra anima che così riesce a relazionarsi con l’anima della persona amata.

Non disprezziamo il nostro corpo, per Dio è sacro, è tempio dello Spirito Santo e, se riusciremo a renderlo espressione di un’anima casta, potrà esprimere un amore meraviglioso e trasmettere tanta dolcezza e tenerezza alla persona amata che ne resterà affascinata e innamorata.

Antonio e Luisa.

L’amore è solo nella speranza

La crisi matrimoniale e sociale dei nostri tempi è anche una crisi di speranza. Se non abbiamo la speranza di una vita eterna e dell’abbraccio d’amore con il Dio Creatore nostro Padre, allora tutto perde senso. Diventa inevitabile arrendersi al carpe diem, al godere del momento presente e cercare il piacere e l’appagamento dei sensi prima di ogni altra cosa.

Il sacramento del matrimonio attraverso la Grazia unisce le virtù della speranza degli sposi, aprendoli uniti alla vita eterna.

La speranza si inserisce come fine nell’amore sponsale, ne diventa una parte inscindibile.

Gli sposi si amano nel tempo, ma Dio, attraverso la speranza, apre loro gli orizzonti, non limita tutto a pochi anni ma regala l’eternità, l’eternità alla quale la nostra umanità anela, perchè la nostra umanità è stata creata per non morire mai ed è stata scandalizzata dalla morte introdotta dal peccato.

Dio, con la sua misericordia infinita, ci dona la certezza di giungere alle nozze eterne con Lui. Senza questa speranza, nulla ha più senso. La vita matrimoniale senza speranza è come un cielo senza sole e occhi senza vista, come Padre Bardelli spesso diceva.

Anche lo stesso amplesso fisico perde il suo senso più profondo di riattualizzazione di un sacramento ed è, per forza di cose, abbassato a una comunione sensibile incentrata sul piacere più o meno fine a se stesso. Senza speranza spogliamo il rapporto fisico dell’esperienza di Dio. Nell’estasi della carne, il rapporto fisico dovrebbe far sperimentare, seppur in modo limitato dalla nostra natura, il per sempre di Dio, l’abbraccio divino dell’oggi di Dio.

Solo se il nostro sguardo sarà rivolto a Dio e alle nozze eterne con Lui, riusciremo a dare significato al presente e a tutto quello che incontreremo nella nostra vita di coppia di bello e di brutto.

I magi non si sono persi, perchè hanno avuto lo sguardo fisso sulla stella che li ha guidati lungo il cammino verso l’obiettivo che si erano posti: incontrare il Re. Noi sposi siamo come i magi. Solo guardando la stella del nostro matrimonio che è Gesù, potremo giungere da lui, insieme, per abbracciarlo eternamente. Senza stella saremmo come profughi in mezzo al mare, in balia delle onde e delle correnti che ci trascinano avanti ma senza una vera meta e un vero significato.

Gli sposi, anzi, noi sposi dobbiamo recuperare il senso della speranza cristiana, solo così saremo portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

Voglio amarlo come lo ami Tu

Gesù è incredibile. Non somiglia a nessuno. Non può che essere Dio. Gesù non ti presenta una serie di regole e una morale da seguire ma ti ama senza limiti in modo gratuito e incondizionato. Quando decidi di unirti in matrimonio non ti impone una serie di vincoli, di regole, di atteggiamenti e azioni da fare o non fare. Lui viene ad abitare in quell’unione e trasforma lo sposo e la sposa non dall’interno di ognuno di essi ma dall’amore che si scambiano vicendevolmente. Gesù abita quell’amore. Il matrimonio è Gesù che si offre e si dona per abilitarci ad amare come Lui ama. Diventa un circolo d’amore che non finisce mai. L’amore dello sposo per la sposa e per Gesù, l’amore della sposa per lo sposo e per Gesù e l’amore di Gesù per lo sposo e la sposa. E’ un triangolo d’amore ma senza gelosia perché amare sempre più Gesù comporta l’amare sempre più l’altro. Gesù non impone regole ma ci chiede di abbandonarci al suo amore, allo Spirito Santo, perché il nostro modo di amare sia il suo. Ed ecco che quando gli sposi si abbandonano alla Grazia decideranno volontariamente di rinunciare a Satana e a tutte le sue proposte. Gli sposi se riusciranno a sperimentare la pienezza di questo amore divino trinitario calato nella loro misera dimora, troveranno la forza e le motivazioni per combattere le insidie e le tentazioni che romperebbero questa armonia meravigliosa. A volta si potrà cadere ma Gesù è paziente e così lo saremo anche noi con il nostro sposo o la nostra sposa sicuri che il perdono sia l’unica strada vincente per entrambi.

Vi lascio con le parole di padre Maurizio Botta che esprimono perfettamente l’amore nel matrimonio:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa

Dio è l’amore che ci unisce

In questo periodo sto leggendo tanto. Sto rileggendo i libri di Raimondo Bardelli, di don Carlo Rocchetta e sto riscoprendo con più consapevolezza alcuni documenti magisteriali di Giovanni Paolo II. Finalmente mi è chiara una realtà che sperimento ogni giorno nella mia vita matrimoniale. Non sono sposato con la mia sposa o meglio non solo con lei. Il nostro amore esiste, e ci mancherebbe, ma non basta. Con il matrimonio lo Spirito Santo è entrato nella nostra relazione e ne ha fatto molto di più. Ogni volta che io mi apro alla mia sposa, mi apro anche a Dio, che non si fa più trovare nel mio cuore, ma in quello della mia sposa; mentre ogni volta che mi chiudo, che metto al centro l’io invece del noi, perdo tutto, non solo la sintonia con la mia sposa, ma anche l’intimità con Dio. Tante persone si sforzano di fare esperienza di Dio con la preghiera personale, le devozioni, i pellegrinaggi, i gruppi di spiritualità, ma non curano la propria relazione matrimoniale. In questo c’è una dicotomia e schizzofrenia di fondo. Invece che cercare di correggere ciò che non va in famiglia, si cerca di trovare la  pace fuori dalla famiglia, fuori da quella realtà dove Dio ha messo la Sua tenda e dove è venuto ad abitare per sempre. Dio dobbiamo e possiamo trovarlo solo in nostra moglie e nostro marito e solo quando faremo esperienza di Lui in questo modo potremo vivere nel modo giusto anche tutta la nostra relazione personale con Dio. Per me questa consapevolezza è forte e, da quando cerco di vivere quanto scritto, ho migliorato notevolmente anche la mia intimità personale con Dio, dal momento che non sono mai solo con Lui ma la mia sposa è parte fondamentale di quella relazione. In Dio sono io per lei, io con lei e io in lei. Badate bene, però, di non confondere vostra moglie e vostro marito con il vostro dio, con la vostra felicità e la vostra realizzazione. Loro sono il mezzo, sono il prossimo più prossimo che Dio vi ha messo al fianco per amare. Dio non è vostra moglie e vostro marito, ma è l’amore stesso che suscita la relazione con vostro marito e vostra moglie. Così, le persone che vivono la separazione e il divorzio, se non smetteranno di amare, Dio sarà sempre con loro e non perderanno mai il senso della propria vita, ma lo scopriranno ancora più profondamente seppur nella sofferenza.

Antonio e Luisa

Liberi con Dio o schiavi con l’io

Sento spesso dire che tra due sposi e due conviventi non c’è alcuna differenza.  Sento dire che i matrimoni non durano e che è meglio convivere, perché la convivenza basa la sua esistenza sull’amore e non su un obbligo contrattuale come quello matrimoniale. Ma quale amore? L’amore insegnato e vissuto da Gesù oppure l’amore da soap opera dei nostri tempi dove tutto si riduce a sentimento e passione erotica? Tutto nella nostra società sta diventando fluido. Addirittura ciò che siamo è fluido. Vogliono insegnarci che non siamo uomo e donna, ma siamo ciò che ci percepiamo e, quindi, nell’arco dell’esistenza possiamo cambiare più volte il nostro genere, scegliendo tra decine di possibilità. Il sentire è il padrone della nostra vita. Abbiamo cancellato Dio e lo abbiamo sostituito con l’io. L’io più bieco ed egoista che mette al centro della propria vita i desideri, i sentimenti e le pulsioni, e l’altro/a viene preso e lasciato in funzione di questa dinamica perversa.

Diventiamo schiavi e infelici. Non ne paghiamo le conseguenze solo noi, condannandoci a una vita schiava di noi stessi, che non si apre, che non diventa dono e che quindi non ci realizza. Condanniamo i nostri figli a pagare il tributo più alto, perché la nostra felicità viene prima di tutto, anche se con questo feriamo profondamente le persone che più ci amano. La psicologia moderna questo insegna: se noi saremo felici, saremo capaci di rendere felici anche chi ci circonda. Quante bugie che ci raccontiamo e ci raccontano.

Solo rimettendo Dio al centro, tutto cambierà e saremo capaci di non vedere il nostro rapporto di coppia come una realtà che ruota attorno ai nostri bisogni e che è in nostro possesso e che possiamo disfarcene quando non è più utile, ma come una realtà che ci libera da noi stessi, che ci permette di aprirci all’altro e ai suoi bisogni, che non è in nostro possesso, ma, al contrario, che ci permette di donarci totalmente e liberamente alla nostra sposa e al nostro sposo.

Antonio e Luisa

Amare è più che fare.

Il mondo di oggi è strano. Non c’è più tempo per curare le relazioni ma si deve fare, fare sempre e correre, correre tanto per arrivare alla sera stremati e comunque senza aver fatto tutto perchè servirebbero giorni di 36 ore. Noi alla sera prima di coricarci facciamo il breafing per il giorno dopo, cerchiamo di incastrare gli impegni e fare in modo di fare tutto ma non è sempre facile e possibile. Abitiamo in una piccola città e fortunatamente ogni luogo è facilmente raggiungibile, immagino che per chi abita nelle grandi città sia ancora più una mission impossible.

Veramente questo mondo porta gli sposi ad essere soci d’impresa. Non c’è più tempo di parlare di argomenti che non siano direttamente funzionali all’organizzazione familiare, non c’è più tempo di guardarsi negli occhi e di ritrovarsi nell’altro, di aprire il cuore, di condividere le gioie, le paure, le difficoltà della giornata e di trovare pace nell’altro. Dopo anni di matrimonio tante coppie non si trovano più. Una volta che i figli sono grandi e che si resta soli in casa, molti sposi scoprono tristemente di non conoscersi più, di non aver più quell’intimità e affiatamento così indispensabile perchè l’amore non diventi un peso ma sia vita.

Noi abbiamo 4 figli, lavoriamo tutti e due ma cerchiamo sempre di non sottovalutare l’importanza di curare la nostra relazione e quella con Dio.

Ed ecco che ogni momento diventa buono. Cerco di trovare piccoli spazi durante la pausa pranzo per incontrare la mia sposa, solo io e lei come due amanti che però non tradiscono l’amore ma lo custodiscono. Giorni di ferie per ritrovarci io e lei a passeggiare come due fidanzatini. Quando posso l’accompagno al lavoro per trasformare quel tragitto in auto in momenti di dialogo d’amore o di preghiera di coppia. Ogni coppia poi trova la sua strada ma vi scongiuro non sottovalutate questo aspetto. Anche Gesù nel passo del Vangelo dove va ha trovare Maria e Marta riprende Marta. Può sembrare ingiusto sgridare Marta che tanto si da da fare ma intende proprio evidenziare che la relazione d’amore è più importante di ogni cosa che facciamo. Avere la casa in disordine, saltare qualche impegno sono situazioni da evitare ma molto più grave sarebbe perdere per strada quell’amore per cui ci stiamo dando tanto da fare.

Antonio e Luisa

L’amore è fatto di piccoli gesti

Don Antonello oggi, durante il consueto commento al Vangelo, ha detto una parola che mi è entrata in testa: voi mariti, se avete dei diritti su vostra moglie, è perché li avete comprati a caro prezzo, avete donato tutta la vostra vita per lei come Gesù ha fatto per voi. Siamo davvero pronti a morire per lei, a sacrificare il nostro tempo, la nostra gratificazione personale, i nostri piaceri, tutta la nostra vita?!?

No, probabilmente no, almeno all’inizio, anche questo richiede un’educazione, una relazione basata sul rispetto, sul dialogo e sul perdono.

Ricordo bene quel periodo della mia vita, circa 10 anni fa quando è nato il nostro secondogenito Tommaso. Avevo poco più di 30 anni e mi sono sentito legato, ingabbiato, chiuso in una relazione soffocante dove avrei dovuto prendermi cura di 2 bambini mentre i miei amici pensavano ancora ai viaggi, alle discoteche e allo sport. Sono andato in crisi, in una profonda crisi, perché in realtà fino a quel momento non mi ero mai donato fino in fondo, non c’era stata la necessità visto che la mia sposa gestiva egregiamente il tutto.

Ho cominciato a fuggire la mia casa, a trovare sempre nuovi impegni fuori da casa, ed ecco che non solo ho ripreso a giocare a calcio a 5 ma l’ho fatto in 2 squadre, ho aggiunto corsa, ciclismo e tennis. Per un motivo o per l’altro ero sempre fuori e nei momenti che stavo a casa tendevo ad isolarmi. La mia sposa non mi ha mai trattato male per questo, mi ha sempre detto tutto quello che doveva dirmi ma sempre con dolcezza e amore. Mi ha amato sempre nonostante io fossi poco amabile e mi ha aspettato. Questo ha fatto il miracolo, ha fatto si che io riuscissi a superare quella crisi, riuscendo finalmente a darmi senza riserve perché ho capito che non potevo tradire l’amore di quella donna così grande e incondizionato.

L’amore dei piccoli gesti, delle piccole cose dato sempre e non solo se meritato fa miracoli e cambia le persone. Diceva  don Antonello che, come nella particola consacrata bisogna stare attenti a non disperdere neanche una briciola perché contiene Cristo, così Gesù non butta nulla di noi neanche il più piccolo gesto fatto con amore e lo trasforma in Grazia per il mondo.

Antonio e Luisa.