L’amore che riceve senza dare è sfigurato.

89. Tutto quanto è stato detto non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore. Perché non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare. In effetti, la grazia del sacramento del matrimonio è destinata prima di tutto «a perfezionare l’amore dei coniugi».Anche in questo caso rimane valido che, anche «se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,2-3). La parola “amore”, tuttavia, che è una delle più utilizzate, molte volte appare sfigurata.

Dopo aver approfondito alcuni punti di Amoris Laetitia che sono serviti a caratterizzare il sacramento del matrimonio, Papa Francesco con il quarto capitolo dell’esortazione apostolica entra nel cuore del matrimonio, cercando di spiegare come si deve manifestare l’amore per essere davvero tale. Per farlo, vedremo successivamente, si avvale dell’inno all’amore di San Paolo.

Papa Francesco constata come la parola amore sia spesso una parola sfigurata, l’amore nella nostra società individualista nasconde spesso un concetto di possesso, di utilità, di prevaricazione, di egocentrismo. L’amore è tale perchè provoca sensazioni, perchè mi fa stare bene, perchè mi permette di soddisfare le mie esigenze affettive e sessuali. Sostanzialmente amare nel nostro tempo significa ricevere. Amo finchè mi conviene amare. E’ questo l’amore? E’ questo l’amore che ci insegna Gesù? E’ questo l’amore che ci permette di vivere un sacramento santo nella nostra vita di coppia? Non è questo, e il Papa cercherà di spiegarlo. Questo è il modo più facile per fallire un matrimonio. Quando arrivano le prove, le stanchezze, le sofferenze, le malattie ecco che il matrimonio non ci  dà più nulla, ma al contrario “pretende” (sacrilegio!) che siamo noi a darci, a donarci.Nei momenti difficili, quando non riceviamo che briciole, è proprio in quei momenti che ci viene chiesto di più.  Proposta che ci coglie impreparati e ci risulta incomprensibile. Il matrimonio diventa così una scuola dove impariamo a donarci, a scendere dal piedistallo, a capire che il mondo non gira attorno a noi. Ed è così che la stanchezza del coniuge, i suoi momenti di stress, i momenti di scoraggiamento, fino ad arrivare alle situazioni più gravi e difficili come la malattia, diventano per noi occasione di amare, di farci portatori di speranza, di forza, di misericordia. Il nostro amare senza ricevere fa sentire il nostro sposo o sposa amato/a per ciò che è, non per ciò che fa o che ci dà. E questo è grande. Amati in modo incondizionato, totale, per sempre. Un sacerdote missionario in Brasile ci ha raccontato un aneddoto: “Quando celebro un matrimonio chiedo agli sposi il perchè di quella scelta. Molti di loro mi rispondono per essere felici, considerando tale risposta la più ovvia e vera. Io allora faccio finta di mandarli via indignato, perchè non è la risposta corretta. Poi li richiamo e gli dico che avrebbero dovuto rispondere per rendere felice l’altro.”

Questa è una grande verità. Ci saranno momenti difficili, di crisi, in cui l’altro non sarà in grado di darci amore e di renderci felici, e in quel momento dove sentiremo aridità e lontananza che dovremo darci più di prima, perchè sarà il momento in cui il nostro coniuge avrà più bisogno di noi, del nostro amore, della nostra vicinanza e  attenzione.

Crisi deriva dal greco, è significa scelta. Ecco nella crisi noi abbiamo la possibilità di scegliere se restare accanto al nostro sposo/a oppure scappare verso un’illusione di felicità lontano da lui/lei. Abbiamo la possibilità di scegliere tra l’amore e l’egoismo. Se terremo lo sguardo fisso a quel crocefisso che ci ricorda cosa è l’amore, la scelta non sarà difficile.

Concludo con una testimonianza di vita:

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai.

Antonio e Luisa.

I danni della pornografia

Articolo tratto dal sito http://www.radiospada.org, sito dove si possono trovare letture molto interessanti.

Nella mia esperienza di terapeuta sessuale, ho appurato che qualsiasi persona che si masturba regolarmente con l’ausilio di pornografia rischia di diventare, nel tempo, un tossicodipendente sessuale, condizionando sé stesso ad assumere una devianza sessuale e/o a turbare un rapporto consolidato con il coniuge o con la fidanzata. Un effetto collaterale frequente è che si riduce drasticamente la loro capacità di amare (ad esempio, ne risulta una dissociazione del sesso dall’amicizia, dall’affetto, dalla cura e da altre emozioni sane e caratteristiche che aiutano i rapporti coniugali). Il loro lato sessuale diventa in un certo senso disumanizzato. Molti di loro sviluppano “un ego straniero” (o lato oscuro), il cui nucleo è una lussuria antisociale priva della maggior parte dei valori. Nel frattempo, l’aumento di masturbazione ottenuto mediante il consumo di pornografia diventa più invadente nelle relazioni della vita reale. Il processo di condizionamento masturbatorio è inesorabile e non regredisce spontaneamente. Il decorso di questa malattia può essere lento ed è quasi sempre nascosto alla vista degli altri. Di solito, è una parte segreta della vita dell’uomo, e come un cancro continua a crescere e a diffondersi. Raramente è reversibile, ed è anche molto difficile da trattare e guarire. La negazione da parte del tossicodipendente di sesso maschile e il rifiuto di affrontare il problema sono tipici e prevedibili, e questo quasi sempre porta alla disarmonia di coppia e coniugale, a volte il divorzio e, a volte, allo smembramento di altre relazioni intime

 

Per leggere l’articolo completo: I danni della pornografia

Mano nella mano

Questa è l’immagine di due sposi americani, cento anni lui e novantasei lei. Da lì a pochi minuti lei morirà. Questa immagine mi ha commosso. Dopo settantasette anni che hanno detto il loro sì e sono usciti dalla chiesa mano nella mano, li ritroviamo ancora mano nella mano in quell’ultimo saluto che non vogliono finisca mai. Io non so quale è stata la loro vita, le loro difficoltà, le loro cadute, i loro litigi, le loro divisioni e quanto abbiano dovuto faticare per arrivare a quell’ultimo gesto. Ma quell’immagine mi regala la bellezza di chi c’è riuscito. Sono vecchi, malati, hanno un corpo sfatto, ma il loro amore brilla, è forte come non mai, perché, sono certo, lo hanno nutrito, rinnovandolo tutti i 28.000 giorni che hanno passato assieme e chi li vede, non può che restarne affascinato, perché vede in loro la verità di una vita spesa bene, spesa per crescere nel rapporto con la persona che Dio ha messo loro al fianco, perché certi gesti non nascono dal nulla ma sono frutto di una vita piena e non gettata via. Da lì a poco lei incontrerà lo Sposo, quello con la S maiuscola, Gesù il salvatore di ognuno di noi, e sono sicuro sarà pronta. Non so se sia credente o meno, in cosa creda ma poco importa, sono sicuro che sia pronta, si è preparata per quell’incontro negli ultimi settantasette anni, facendosi dono per il marito e adesso il marito non vuole lasciarla perché lei è parte di lui, è dentro di lui e vederla andare è come perdere una parte di sé, la migliore.

Antonio e Luisa.

La fede nuziale da sola non ha peso

Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale “La bottega dell’orefice”.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).

Quella volta decisi di entrare.

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Antonio e Luisa

Maschio e femmina li creò

Un’altra sfida emerge da varie forme di un’ideologia, genericamente chiamata gender, che «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo».[45] E’ inquietante che alcune ideologie di questo tipo, che pretendono di rispondere a certe aspirazioni a volte comprensibili, cerchino di imporsi come un pensiero unico che determini anche l’educazione dei bambini. Non si deve ignorare che «sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender), si possono distinguere, ma non separare».[46] D’altra parte, «la rivoluzione biotecnologica nel campo della procreazione umana ha introdotto la possibilità di manipolare l’atto generativo, rendendolo indipendente dalla relazione sessuale tra uomo e donna. In questo modo, la vita umana e la genitorialità sono divenute realtà componibili e scomponibili, soggette prevalentemente ai desideri di singoli o di coppie».[47] Una cosa è comprendere la fragilità umana o la complessità della vita, altra cosa è accettare ideologie che pretendono di dividere in due gli aspetti inseparabili della realtà. Non cadiamo nel peccato di pretendere di sostituirci al Creatore. Siamo creature, non siamo onnipotenti. Il creato ci precede e dev’essere ricevuto come dono. Al tempo stesso, siamo chiamati a custodire la nostra umanità, e ciò significa anzitutto accettarla e rispettarla come è stata creata.

Procedendo con la mia personale riflessione su Amoris Laetitia, torno indietro e più precisamente al punto 56. Il Papa ci mette in guardia sulla pericolosità della cosiddetta “Teoria del Gender”. Non voglio entrare nello specifico, perché, se anche mi sono un po’ formato su questa nuova ideologia, dogma del pensiero unico imperante in occidente, non sono abbastanza competente (vi allego però un video da me realizzato abbastanza esplicativo). Voglio però focalizzare l’attenzione su un fatto. Francesco da quando è salito al soglio pontificio ha ricordato più di 40 volte la pericolosità di questa ideologia, indicando in modo netto come per lui sia una questione di massima importanza e fonte di continua preoccupazione. Ecco tre momenti in cui ha condannato questa teoria:

  1. Giornata mondiale della gioventù Cracovia 2016                                                                  “E una di queste – lo dico chiaramente con “nome e cognome” – è il gender! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere.”                                                                                                                                        “Quello che ha detto Papa Benedetto dobbiamo pensarlo: “È l’epoca del peccato contro Dio Creatore!”
  2. Enciclica Laudato si punto 155                                                                                          “Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé.”  “Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di «cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.”
  3. Napoli 21 marzo 2015                                                                                                                        “Poi quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender, che crea tanta confusione.”

Questi sono solo tre esempi, ma come detto ce ne sono più di 40 in appena tre anni e mezzo di pontificato. Io ascolto papa Francesco e per questo ho cercato di informarmi su cosa sia questa dannosissima teoria del gender. Ho riscontrato però una non altrettanta sensibilità in tanti amici della parrocchia e spesso anche nei sacerdoti. Questa teoria è pericolosa non tanto per noi adulti, che abbiamo già una struttura e un’identità sessuale formata e salda, quanto per i nostri figli.

Il governo italiano, giocando sulla confusione del significato di gender (in italiano tradotto “identità di genere”), sta inserendo pesantemente nella nostra scuola, a partire dalla scuola materna, dove i nostri bambini non hanno ancora un’identità formata, insegnamenti molto discutibili, contando sulla disinformazione dei genitori.

Sono d’accordo a contrastare  il bullismo, ad educare i nostri figli a rispettare tutti indifferentemente dal loro orientamento sessuale, ma mi opporrò con forza a quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender, che cerca di cancellare le differenze tra uomo e donna, trasformando l’essere umano in qualcosa di indefinito, privo di identità, e che cerca di presentare il corpo come qualcosa da governare a proprio piacimento, dando l’illusione così di poter trovare la propria realizzazione. La Chiesa ci insegna altro, la Chiesa ci insegna che siamo creati uomo e donna, che siamo anime incarnate in un corpo, che anima e corpo sono così in relazione da essere una cosa sola e che solo se sapremo essere in armonia con il nostro corpo, potremo vivere in pienezza la nostra vita.

Come cattolici abbiamo il dovere di informarci e di proteggere i nostri figli da questa ideologia, non possiamo non ascoltare il nostro pastore Papa Francesco e far finta di nulla. Facciamolo per i nostri figli!

Allego un video che presentai in parrocchia e dove, per aver cercato di combattere questa teoria, come Papa Francesco ci chiede di fare, sono stato attaccato come visionario, come catastrofista, come esagerato, come colui che erige muri e giudica e tante altre cose.

Antonio e Luisa

 

Accompagnati teneramente (2 parte)

 

CERCAVO LA MIA STRADA

Due mesi dopo, incontrai per la prima volta padre Pancrazio che non trattai mai come un indovino – ci tiene a sottolineato Annalisa – ma mi rivolsi a lui con molta delicatezza, gli parlai della mia vita e gli domandai di poter fare un’esperienza con la comunità per capire se il Signore mi stava chiamando alla consacrazione. E così feci. Gli ultimi due giorni, venne anche Domenico. Ero ancora combattuta, perchè da una parte sentivo il desiderio di diventare suora e dall’altro l’amore per il mio ragazzo. Ero molto confusa e solo una persona poteva aiutarmi: padre Pancrazio che mi ha accompagnata lungo il cammino, ma senza interferire nella scelta. Una sera gli domandai di poter rimanere ancora un altro po’ con loro. Lui con tono chiaro ed autorevole:”Annalisa vai a casa…devi tornare a casa per sentire se ti manca la fraternità. Seguii il suo consiglio. Continuai a pregare e a portare avanti i miei impegni. All’epoca lavoravo e studiavo giurisprudenza.Pian piano , a frequentare Casa Betania, ho visto con più chiarezza la mia strada grazie all’incontro con tante famiglie, ai loro cenacoli di preghiera, ai pellegrinaggi che organizzavano. Così è maturato dentro di me il desiderio di sposarmi. Fondamentale è stata la presenza di padre Pancrazio (al secolo Nicola Gaudioso, Ndr.). Ricordo molto bene – racconta Annalisa – quel caldo pomeriggio di maggio, quando gli abbiamo confidato che sentivamo la chiamata al matrimonio. Il suo viso si è illuminato di gioia: “Coraggio, padre Pio diceva sempre ai fidanzati di sposarsi in minimo 6 mesi e massimo due anni” aggiunse: “L’uomo non è stato creato per sposarsi o consacrarsi, ma per conoscere, servire e amare Dio. C’è chi lo fa con la consacrazione chi col matrimonio, voi fatelo da sposati con quest’ordine. Dio, la famiglia e infine il lavoro”. I miei genitori non la presero bene,  avevo ventisei anni e non avevo ancora finito l’università. Anche questa volta padre Pancrazio mi fu di grande aiuto. Sentiva che lo studio in quel momento non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mi ero iscritta alla facoltà di giurisprudenza solo per far contento mio padre ma non desideravo diventare avvocato.L’idea non mi appagava per nulla.Mentre volevo tanto una famiglia, fare la moglie e la mamma.Mi sentivo sovraccaricata, non sapevo più che cosa scegliere”.

“UNA COMPAGNIA PER LA NOSTRA VITA”

E padre Pancrazio si espresse in questi termini: “Mai sacrificare un valore più grande per uno più piccolo. Non puoi fare tutte e tre le cose: studio, lavoro, famiglia. Ora pensa a sposarti e a lavorare, Ho continuato a  per lo studio hai tempo, e potrai farlo meglio quando lo sentirai un bene per te stessa, e non un’imposizione”. Ho lasciato l’università. Ho continuato a lavorare nell’azienda di famiglia e con Domenico abbiamo fissato la data del matrimonio. A un tratto ho sentito che ogni cosa aveva trovato il giusto posto. E ho provato un gran sollievo, il padre ci ha guidato a Gesù come solo lui sapeva fare. Ci ha preparato – prosegue Annalisa – ad affrontare un’avventura, una vocazione così grande come il matrimonio. Ci ha incoraggiato soprattutto nei momenti della prova che non sono mancati. Ma si sa che i progetti di Dio, sono sempre attaccati, e tanti sono gli ostacoli da superare.  Dopo due lunghissimi anni passati a preparare il nostro sì a Dio tra Casa Betania, Medjugorje e il corso prematrimoniale, finalmente la mattina del 2 giugno 2011 nel Santuario di Sant’Antonio a Bari, Domenico ed io ci siamo uniti con Gesù davanti a cinque sacerdoti tra cui non poteva mancare padre Pancrazio. Poco dopo siamo diventati oblati della fraternità francescana di Betania, il 25 marzo giorno dell’Annunciazione, rinnoviamo le promesse. Il Signore ci ha donato due bellissime bambine: Miriam (è stato padre Pancrazio a scegliere il nome) ed Elisabetta Maria, nata tre anni dopo. Entrambe le nostre figlie sono state consacrate da lui a Maria Santissima. E pochi mesi dopo la nascita della nostra ultima figlia, il 3 gennaio 2016, il religioso è nato al cielo. Mi ricordo che nel suo ultimo colloquio mi disse: “Farò più di prima”.Penso sentisse che il momento di lasciarci era vicino. Lui è stato capace di insegnarci l’amore di Dio, il suo cuore si è consumato tutto per amore verso il prossimo e noi sentiamo la responsabilità di rendere fruttuoso quello che ci ha donato. Siamo chiamati a testimoniare che la santità non è un cammino solo per alcuni, ma per ognuno di noi, e consiste nel fare in modo straordinario tutte le piccole cose di ogni giorno. Il suo motto era: “Vivere bene per morire bene”. “Oggi sono una moglie e una mamma felice, vivo la mia vocazione impegnandomi ogni giorno, e cerco di fare il bene nel mio lavoro, in fraternità , in alcuni momenti sbagliando, a volte facendo un passo indietro, ma sempre tenendo lo sguardo su di Lui”.

Qui l’articolo finisce. Voglio aggiungere una mia personale sensazione. Mi riconosco in tanto di quello che Annalisa ha testimoniato. Riconosco gli errori di gioventù, riconosco l’importanza di incontrare la persona giusta con cui progettare una famiglia, e riconosco l’importanza  di trovare una guida saggia che ci ha permesso di mettere ordine e di individuare le priorità. Un padre che ci ha condotti al Padre, e che quando ci ha lasciato per  salire al cielo, ci siamo accorti di non essere più le persone fragili che eravamo quando lo incontrammo, ma avevamo imparato, come ricorda Annalisa, ad avere sempre lo sguardo su di Lui, e quindi, ad essere capaci di affrontare le difficoltà della vita e le fragilità che ognuno di noi nasconde dentro.

Ora sono sicuro che padre Pancrazio (che abbiamo conosciuto anche io e Luisa) e padre Raimondo (colui che ci ha insegnato tutto) sono lì con Gesù e Maria a intercedere per noi e a volerci bene più di prima.

Accompagnati teneramente (1 parte)

Oggi posto la prima parte della testimonianza di Annalisa e Domenico, due sposi di Bari. Ho avuto occasione di scambiare due battute con Annalisa e ho percepito in lei la consapevolezza della bellezza del matrimonio e il desiderio di appartenere sempre più a Gesù attraverso il suo sposo, per avere una vita personale e di coppia sempre più piena e vera.

Questa lunga testimonianza, che inizio oggi a pubblicare, è tratta dalla rivista “La presenza di Maria  a Medjugorje” ed è stata scritta da Simona Amabene. Ringrazio di cuore Annalisa e suo marito Domenico che hanno voluto condividere con tutti noi questa storia meravigliosa di conversione e di amore.

 

Annalisa ricorda ancora l’emozione della sua prima comunione ricevuta nel Santuario di Sant’Antonio a Bari: “Sentivo un trasporto speciale verso Gesù. Ero felicissima!”. Poi cresce. E ormai adolescente, una notte, fa un sogno: “Ero avvolta come in una nuvola di pace. Tutto era così bello, un’infinità di petali di rosa volavano ovunque. All’improvviso vedo ingigantirsi la statua della Madonna di Lourdes che si trovava nel nostro giardino, e stava per cadere giù dal muretto, ma io corro e l’afferro. Poi mi appare un volto illuminato da una luce intensa e con voce dolcissima: “Non farmi cadere ti prego”.E mi sveglio. Rimango turbata. Solo dopo un po’ di tempo, comprenderò il significato di quella visione”. Come accade a tanti ragazzi, Annalisa si lascia trascinare da una compagnia sbagliata. Si innamora di un giovane benestante con il vizio dell’alcool, delle canne, con cui finisce a fare serate in discoteca sino a tardi. “Lui era di Milano, ci vedevamo solo nel fine settimana a Bari, o io salivo a casa sua. Avevo diciotto anni, assaporavo il gusto della prima libertà concessa dai miei genitori e come spesso accade ti fai prendere la mano. Dopo un anno ci siamo lasciati. Mi sentivo sola e triste -ricorda Annalisa- e sfogavo il mio dolore nel fumo e nelle cattive abitudini che avevo imparato dal mio ex ragazzo. La mia vita era il vuoto più assoluto, buia come la notte. E fu così fino a quando, a una serata universitaria, incontro Domenico, anche lui di Bari. I nostri sguardi si sono incrociati, e ho sentito che non potevo andarmene senza conoscerlo. E’ stato un vero e proprio colpo di fulmine. Ci siamo scambiati i numeri di telefono. Dopo due giorni ci siamo rivisti. E’ nata così la nostra storia d’amore! Come un angelo è apparso nella mia vita e mi ha aiutato a smettere di bere e di fumare, mi ha salvato dai vizi e da una vita senza senso. Solo oggi, a distanza di anni, capisco il progetto di Dio”

“UNA LETTURA MI HA PORTATO CONSIGLIO”

Con Domenico, Annalisa vive un periodo spensierato, della sua giovinezza, sono felici! Lui la protegge e la consiglia. E lei è sempre più innamorata. Ma il loro amore doveva perfezionarsi per volare in alto. “Nel 2007 mia madre si reca per la prima volta a Medjugorje. Era settembre. Io la prendevo in giro perchè mi parlava sempre di Radio Maria e padre Livio. Ma io non la ascoltavo proprio. Ma accadde qualcosa di davvero particolare. Mentre lei era in pellegrinaggio, sento l’impulso di leggere il libro di Antonio Socci Mistero Medjugorje che si trovava nella libreria di casa. Lo feci di nascosto dal mio fidanzato , da mio fratello, che sapevano quanto fossi scettica sull’argomento. Che figura avrei fatto! Non riuscivo a interrompere la lettura, me lo sono portato anche al lavoro. In due giorni l’ho finito. L’effetto è stato travolgente. A un tratto ho aperto gli occhi e ho sentito il fortissimo desiderio di andare a Medjugorje. Chiamo mia mamma al telefono, le chiedo di portarmi una corona del rosario da quella terra benedetta. E dissi a Maria: “Se tu vorrai, mi farai venire da te!” Iniziai a pregare ogni giorno il santo Rosario. Era la mia nuova forza! Poi a novembre di quello stesso anno, arriva l’occasione tanto attesa da me e Domenico, di partire in pellegrinaggio con un gruppo. Il signore fa perfette tutte le cose e chiamò a nuova vita anche il mio ragazzo. E’ stata una meraviglia! Abbiamo sperimentato la gioia di essere amati per quello che siamo, pieni di peccati, fragili e umani. Ricordo l’atmosfera, l’allegria, i canti, le preghiere, le adorazioni. E’ iniziato il nostro sì a Gesù. E da allora sono arrivati fiumi di Grazie.

UN INCONTRO DECISIVO

“Quando siamo tornati a casa, la nostra vita non era più la stessa. Gesù e Maria ci avevano trasformato. Non potevamo tacere un amore così grande. E con entusiasmo abbiamo organizzato gruppi di preghiera coinvolgendo altre persone. Ogni giorno recitavamo tutti insieme il Rosario, la coroncina alla Divina Misericordia e i sette Pater Ave e Gloria. Intanto sentivamo anche il desiderio di amarci come Dio ci insegna per la nostra vera felicità. Abbiamo fatto voto di castità.In attesa di capire cosa volesse da noi il Signore. Sentivo da una parte il desiderio di seguire Dio in maniera totale, ma allo stesso tempo provavo un grande sentimento per Domenico. Durante la Santa Messa, la recita del Rosario, chiedevo al Signore la Grazia di farci capire che cosa voleva fare con  noi. Molto importanti furono le preghiere davanti al crocefisso di San Damiano, a cui rivolgevo la stessa preghiera di San Francesco: “Signore cosa vuoi che io faccia?”Un giorno, nel mio negozio di dolci e caramelle in centro a Bari, conosco per caso sorella Cristina. Mi racconta della loro Fraternità Francescana di Betania composta da fratelli e sorelle consacrati a Dio, della loro spiritualità mariana, del loro carisma di preghiera e accoglienza molto legata a Medjugorje (dove peraltro la veggente Marija ha avuto l’apparizione più lunga in assoluto), e del loro fondatore, padre Pancrazio, figlio spirituale di san Pio da Pietralcina che a Terlizzi (Bari), nella casa madre, riceveva chiunque avesse bisogno di un consiglio. Inoltre, grazie ai doni ricevuti per bontà divina, aiutava tanti a trovare la loro strada. Così a settembre 2008 decisi di andare per la prima volta a conoscere questa realtà religiosa. Era una vera oasi di pace e nel mio cuore sentii una voce che mi diceva, questa è casa tua. E lo era davvero, ma non nel modo che allora immaginavo”.

Continua……..

 

 

Servire la comunità attraverso l’amore sponsale.

 

86. «Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia, “che si potrebbe chiamare Chiesa domestica” (Lumen gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. “È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita”

87. La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana»

88. L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,[103] tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

I punti 86, 87 e 88 di Amoris Laetitia mettono in risalto una realtà poco evidenziata e poco accolta dalla Chiesa o da parte di essa, una realtà che fa fatica ad affrancarsi, ma che è determinante per il futuro della Chiesa. Il Papa riconosce a noi sposi una missione che è diversa da quella dei consacrati ed è diversa da quella dei laici singoli. Noi siamo sposi e come tali dobbiamo operare all’interno della nostra comunità. Spesso i parroci ci domandano di occuparci di mille attività (per es. coro, catechismo, oratorio), ma spesso non hanno la sensibilità e la formazione necessarie a comprendere che noi, per essere davvero utili alla nostra comunità, abbiamo bisogno di crescere come coppia e come famiglia; abbiamo bisogno di uno spazio di confronto dove affrontare le nostre difficoltà su quella che deve essere la nostra prima missione nel mondo, cioè vivere un matrimonio santo; abbiamo bisogno di uno spazio dove non sentirci soli nella nostra scelta di essere sposi in Cristo. La pastorale familiare e l’accompagnamento delle famiglie giovani all’inizio del loro cammino è spesso assente o poco curata.  Va bene quindi aiutare la propria comunità per quello che si può, ma non va più bene quando questi impegni sommati ai tanti altri che riempiono le giornate delle nostre famiglie vanno a soffocare la relazione tra gli sposi. Dobbiamo aver ben presente che la nostra missione più importante che Dio ci ha affidato è quella di mostrare l’amore tra due persone, che diventa specchio di quello di Dio. Con il nostro amore dobbiamo essere speranza e luce per un mondo disperato. Dobbiamo essere piccola Chiesa per i nostri figli e per la nostra comunità. Dobbiamo nutrire il nostro amore con il dialogo e la tenerezza e sappiamo che questo è spesso possibile solo la sera e durante il fine settimana. Per questo  Padre Bardelli, il nostro padre spirituale, ci diceva sempre di prendere impegni serali solo per al massimo due giorni a settimana in modo che i restanti cinque potessimo occuparci dei bambini e di noi come coppia. L’impegno per la comunità e per Dio non deve diventare una compensazione di quell’appagamento che non troviamo in  casa, ma al contrario l’amore che nutriamo e che generiamo all’interno della coppia deve traboccare e diventare servizio per i figli e la comunità. Dobbiamo ricordare che siamo sposi, che il nostro rapporto con Gesù è vero quando non è più un fatto personale, ma diventa vero quando passa attraverso la mediazione del nostro coniuge. Amiamo Gesù in e attraverso nostra moglie e nostro marito.

Antonio e Luisa

La dottrina non è una barriera ma apre a nuovi orizzonti

78. «Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cfr Gv 1,9; Gaudium et spes, 22) ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati. Nella prospettiva della pedagogia divina, la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto: invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. […] Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – ed è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove – può essere vista come un’occasione da accompagnare verso il sacramento del matrimonio, laddove questo sia possibile».

 

Nel punto 78 dell’Amoris Laetitia troviamo un primo accenno alle situazioni imperfette. Il linguaggio della Chiesa è mutato per rendersi più adatto e comprensibile alla società in cui deve operare, ma il significato è lo stesso di sempre. Imperfetto indica qualcosa di perfettibile, qualcosa che non è condannato, ma può tendere al bene. Questa è la misericordia di Papa Francesco. Francesco non vuole, come tanti suoi detrattori dicono, modificare le verità di fede, ma vuole che queste verità non siano ostacoli, non diventino barriere per le persone, ma  al contrario che diventino orizzonte, che aprano nuove prospettive. Non che prima non si volesse questo, ma ora, in questo “ospedale da campo” che è la Chiesa, c’è necessità di ricordarlo con forza. Continua il Santo Padre specificando che non esiste una via giusta e una sbagliata, il bianco e il nero, il Papa vede oltre, vede le persone, le loro storie, la loro voglia di cercare l’amore e la pienezza e cerca di farci fare un passo in più. Scrive che le situazioni imperfette  non sono tutte sbagliate allo stesso modo. Riconosce che anche nelle convivenze, nei matrimoni civili e nelle relazioni tra persone divorziate e risposate (quando nella relazione d’amore tra due persone si riscontra stabilità, affetto profondo, responsabilità nella crescita dei figli e capacità di superare le prove della vita) ci sono dei germi importanti di bene da far maturare e portare a compimento con i tempi che ogni coppia può avere, l’importante è aiutare a camminare, a non stare fermi.

Ma non si ferma qui il Santo Padre, come spesso i giornali ci fanno credere, questi germi di bene devono spronare la Chiesa ad accompagnare queste persone, a far leva su quel bene che si riscontra in loro,  a desiderare il matrimonio, facendo loro capire che è il sacramento del matrimonio che può permettere loro  di sperimentare una gioia piena e un amore divino, irraggiungibili con una relazione non sacramentale ma semplicemente umana come la convivenza o il matrimonio civile, seppur relazioni che possono apparire  belle e appaganti.

Il Papa ha voluto saggiamente ricordare che due persone che vivono una convivenza fedele e bella non sono peccatori da condannare, ma uomini e donne che devono essere condotti dalla madre Chiesa a capire e discernere che nel matrimonio possono essere ancora più ricchi e felici.

Per quanto riguarda i divorziati risposati invece la situazione è molto più complessa e verrà trattata meglio più avanti dal Santo Padre e merita quindi un approfondimento a parte.

Antonio e Luisa

 

Ama e lasciati amare

Qualche giorno fa, siamo andati a Roma, e abbiamo avuto la grazia di poter pregare davanti alla tomba di Chiara Corbella e dei suoi due piccoli angeli Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni. Non ho conosciuto Chiara in vita, ma la sua storia mi è entrata dentro, ha suscitato in me una sana invidia per come lei ed Enrico sono stati capaci di vivere situazioni tanto dolorose, con un abbandono completo a Dio. Nello stesso tempo, la storia di Chiara mi ha donato la speranza che tutti noi possiamo avere quello che lei ha avuto: forza, Grazia, bellezza, speranza. Dio, infatti, ci vuole tutti così, sta a noi dire il nostro sì proprio come hanno fatto Chiara ed Enrico. Non li conosco, ma gli voglio bene e provo tanta gratitudine, perché la loro testimonianza è per tutti e anche per me.

Leggendo il libro sulla storia di Chiara ed Enrico, ho capito quello che penso sia il cuore della loro vita e quello che possono insegnare a tutti noi.

Noi siamo imperfetti, abbiamo limiti e fragilità, la croce ci spaventa, ma è proprio nella nostra fragilità che troviamo la nostra forza e il nostro coraggio.

Noi non vediamo Chiara ed Enrico per quelli che sono (con tanti difetti come ognuno di noi), ma vediamo Chiara ed Enrico trasfigurati da Gesù, due persone che hanno aperto il loro cuore a Gesù e alla sua Grazia e Gesù non ha tradito. Negli anni della gioia del matrimonio, ma anche della croce della morte dei figli e della sua malattia, Chiara non mostrava più soltanto Chiara, ma attraverso di lei si faceva esperienza diretta dell’amore, di Gesù.

E’ bello, a questo proposito, quello che Enrico scrive di lei, che è poi uno dei passaggi che mi hanno colpito molto del libro “Piccoli passi possibili”:

Come la Vergine Maria, non parli mai di te, ma del tuo amore. E’ stata lei a presentarti suo Figlio e tu ora fai lo stesso con noi.

Chiara ci insegna questo, la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù o, come dice lei, ad amare e a lasciarsi amare. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa.

Per capire chi era Chiara vi riporto uno scritto tratto dal suo diario e riportato nel libro “Piccoli passi possibili”. Parla di Davide, il suo secondogenito. Anche lui, come Maria Grazia Letizia (la primogenita), presenta diverse malformazioni tanto da essere destinato a morte certa entro pochi minuti dalla nascita. Chiara esprime in queste poche righe, una libertà, un affidamento a Dio e un amore meravigliosi, tanto da sconfiggere la morte e la malattia e vedere in Davide non solo la meraviglia di una creatura umana, ma anche una via di salvezza per lei e per tutti.

Chi è Davide? Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande, quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi. Abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui. Ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così. Ha abbattuto il nostro diritto a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio.. Ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse  il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore per la morte di Maria Grazia Letizia. Ha abbattuto la fiducia nella statistica, di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano. Ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini. Ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, ma non con le nostre logiche limitate perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri. Ha abbattuto le idee di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù. Davide così piccolo si è scagliato con forza contro i nostri idoli e ha gridato con forza in faccia a chi non voleva vedere; ha costretto tanti a correre ai ripari per non riconoscere di essere stati sconfitti. Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide; ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto.Grazie a Davide nessuno è riuscito a convincermi che quello che ci stava capitando era una disgrazia, che deriva dal fatto che ci eravamo allontanati da Dio, anche inconsciamente. Ringrazio Dio perché il mio Golia è finalmente morto, e i miei occhi sono liberi di guardare oltre e seguire Dio, senza avere paura di essere quella che sono.

Chiara, tu sei riuscita a passare nella porta stretta. Il segreto per riuscire a passare per quella porta non è fare o non fare qualcosa, che diventa spesso moralismo, ma è di più, è seguire Gesù fino a Gerusalemme, fino alla fine e tu Chiara hai saputo farlo.

Chiara intercedi per tutti noi, aiutaci ad amare e a lasciarci amare come hai saputo fare tu e fa’ che possiamo trasformare la nostra vita e il nostro matrimonio in qualcosa di meraviglioso, perché, anche se noi siamo imperfetti, il nostro amore in virtù della Grazia può essere perfetto.

Antonio e Luisa

 

Amici e non servi.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.

Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”.

L’altro ieri si è festeggiato  Sant’Alessandro, patrono di Bergamo, santo e martire, soldato romano decollato per il suo amore per Cristo. Per questo motivo è stato declamato il vangelo sopra riportato.

Non è la prima volta che ascolto questo Vangelo, ma il Vangelo è così, ogni volta è diverso, perché noi che ascoltiamo siamo diversi e questa volta mi ha suscitato un interesse particolare.

Non sentirsi servi ma amici: questa è la questione decisiva.

Se non sappiamo che cos’è il sacramento del matrimonio, allora gli insegnamenti, le regole, le leggi e il magistero ci sembrano imposizione ingiuste, che non ci permettono di essere felici, di vivere la sessualità e il rapporto fisico seguendo il nostro istinto e i nostri desideri, che ci appaiono buoni perché guidati dall’amore. Dio ci appare così come un padrone cattivo e lontano che non ci vuole felici e noi ci sembriamo servi che non amano il proprio padrone ma ubbidiscono per paura o senso del dovere.

Gesù non vuole questo! Gesù vuole essere amato da noi, vuole essere accolto come un amico, qualcuno che ci mostra qualcosa di meraviglioso.

Come fare? Sta a noi vivere secondo i suoi insegnamenti, ma non solo, dobbiamo cercare di leggere e imparare il perché di certe regole, che ci sembrano desuete e vetuste. Solo comprendendo (almeno intuendo, perché comprendere Dio non è possibile) le realtà del matrimonio, la ricchezza che ci dona un’unione casta e naturale, la Grazia che può riempire il nostro cuore (se viviamo combattendo il peccato e non assecondandolo), allora la legge di Dio sarà dolce e sarà amata da noi, perché ci toglie poco e ci dona tantissimo, e allora Gesù non sarà più un padrone, venuto a sottometterci a leggi assurde, ma un amico venuto a mostrarci la via per la gioia e la pienezza.

Antonio e Luisa

Amare significa saper aspettare

Salto al punto al punto 222 di Amoris Laetitia. La sto rileggendo e rileggendo e quando qualche punto mi colpisce lo scrivo. Per questo non vado in ordine. Perchè un punto non mi dice nulla, dopo qualche giorno invece diventa illuminante.

222. L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’EnciclicaHumanae vitae (cfr 10-14) e l’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cfr 14; 28-35) devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente».[248] Rimane valido quanto affermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II: «I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi».[249] D’altra parte, «il ricorso ai metodi fondati sui “ritmi naturali di fecondità” (Humanae vitae, 11) andrà incoraggiato. Si metterà in luce che “questi metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano la tenerezza fra di loro e favoriscono l’educazione di una libertà autentica” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2370). Va evidenziato sempre che i figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori e per la Chiesa. Attraverso di essi il Signore rinnova il mondo».[250]

Uno dei punti fermi che siamo sicuri possa aiutare a costruire una relazione bella, casta, piena e appagante tra gli sposi è rinunciare ai mezzi contraccettivi. Rinunciare a qualcosa per ottenere molto di più. Sappiamo tutte le opposizioni ai metodi naturali: non sarebbero sicuri, castrerebbero l’amore, obbligherebbero a pianificare il rapporto sessuale che invece dovrebbe essere libero di seguire il desiderio e così via.

Non è vero niente!!!

I metodi naturali non sono facili e immediati, non permettono di assecondare sempre il desiderio, costringono  a giorni di astinenza.

I metodi naturali non sono facili e immediati, perché, a differenza della pillola o del preservativo, obbligano ad interessarsi di come la donna funziona, obbligano a conoscere il proprio corpo, ad essere consapevoli del gesto che si sta per compiere e fanno comprendere la bellezza e la sacralità del corpo femminile. Ciò non avviene con gli anticoncezionali, che vogliono invece coprire tutta quella ricchezza per fare del corpo solo un mezzo di piacere, rendendo gli sposi irresponsabili.

Si dice che i metodi naturali non permettono di assecondare il desiderio, come se noi fossimo canne al vento, incapaci di dominare il nostro desiderio; si dice inoltre che, per essere felici, bisogna assecondarlo e appagarlo. Non è così, noi siamo uomini, non bestie. Il desiderio, frutto dell’istinto e delle pulsioni, ci rende schiavi del nostro corpo. Quando non siamo padroni del nostro corpo, non siamo capaci di donarci, non siamo capaci di amare, ma vogliamo solo dare sfogo a quel desiderio. Quando siamo padroni del nostro corpo, siamo capaci di donare, perché doniamo qualcosa che ci appartiene. I metodi naturali servono anche a questo, a diventare padroni del nostro corpo; a diventare re che sanno aspettare e che non basano la propria felicità sull’appagamento immediato; a diventare persone capaci di trasformare i giorni d’attesa in tenerezza (nutrimento dell’amore) e capaci di infiammare e far crescere quel desiderio. La donna si sentirà immensamente amata, perché un uomo capace di aspettare, di rispettare i suoi tempi, la sua fertilità (che non è una malattia da curare, ma una bellissima e sacra realtà che appartiene alla donna) dimostra di amarla molto più di quello che la vuole sempre disponibile a soddisfare il proprio egoismo mascherato da amore.

Con i metodi naturali, il desiderio diventa frutto dei nostri gesti e della nostra vita tenera e dolce e non una variante che ci imprigiona e da cui dipende anche il nostro matrimonio. Tanti sposi dopo alcuni anni di matrimonio perdono il desiderio, proprio perché non sono padroni di sé stessi e non nutrono il loro amore, come insegna invece a fare l’uso dei metodi naturali.

I metodi naturali, ovviamente se applicati in modo corretto, sono sicuri quanto quelli anticoncezionali, se non di più. Hanno una percentuale di successo potenziale che va dal 98,7 al 99,5%, e la percentuale di successo globale è del 83-97%. Il metodo è efficace quanto gli anticoncezionali ormonali – la spirale spirale IUD, la pillola, ecc. – ed è migliore dei metodi anticoncezionali di barriera – come i profilattici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute i metodi naturali hanno un’efficacia del 95-99%.

I metodi naturali sono: gioia, sicurezza, consapevolezza, castità. fedeltà, dono di sé.

I metodi naturali sono la via per un matrimonio felice.

Ci sono tante insegnanti accreditate che gratuitamente si prestano a seguire quanti vogliono imparare questi metodi. Maggiori informazioni su confederazionemetodinaturali

Antonio e Luisa

La castità degli sposi non è astinenza!!!!

Mi arrivano spesso commenti e critiche relative al significato che, secondo quanto scrivo, la Chiesa darebbe al rapporto sessuale e al concetto di castità.

Per fugare qualsiasi dubbio riporto un documento della Chiesa, del Pontificio Consiglio per la famiglia, che nel 1995 ha pubblicato una riflessione molto puntuale e precisa su questi temi. Documento pubblicato in pieno pontificato di San Giovanni Paolo II, che ha dedicato alla famiglia e all’amore umano delle bellissime catechesi e riflessioni, la meravigliosa teologia del corpo. Il documento come già scritto è del 1995 è ha come titolo:  “SESSUALITA’ UMANA: VERITA’ E SIGNIFICATO”. 

Non riporto tutto il documento che potete leggere integralmente a questo link (cliccare), ma solo la parte che più mi permette di supportare quanto scrivo nelle mie riflessioni.

II

AMORE VERO E CASTITÀ

16. Sia l’amore verginale sia quello coniugale, che sono, come diremo più avanti, le due forme in cui si realizza la vocazione della persona all’amore, richiedono per il loro sviluppo l’impegno a vivere la castità, per ciascuno conformemente al proprio stato. La sessualità — come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica — « diventa personale e veramente umana allorché è integrata nella relazione da persona a persona, nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell’uomo e della donna ».1 E ovvio che la crescita nell’amore, in quanto implica il dono sincero di sé, è aiutata da quella disciplina dei sentimenti, delle passioni e degli affetti che ci fa accedere all’autodominio. Nessuno può dare quello che non possiede: se la persona non è padrona di sé — ad opera delle virtù e, concretamente, della castità — manca di quell’autopossesso che la rende capace di donarsi. La castità è l’energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività. Nella stessa misura in cui nell’uomo si indebolisce la castità, il suo amore diventa progressivamente egoistico, cioè soddisfazione di un desiderio di piacere e non più dono di sé.

La castità come dono di sé

17. La castità è l’affermazione gioiosa di chi sa vivere il dono di sé, libero da ogni schiavitù egoistica. Ciò suppone che la persona abbia imparato ad accorgersi degli altri, a rapportarsi a loro rispettando la loro dignità nella diversità. La persona casta non è centrata in se stessa, né in rapporti egoistici con le altre persone. La castità rende armonica la personalità, la fa maturare e la riempie di pace interiore. Questa purezza di mente e di corpo aiuta a sviluppare il vero rispetto di se stessi e al contempo rende capaci di rispettare gli altri, perché fa vedere in essi persone da venerare in quanto create a immagine di Dio e per la grazia figli di Dio, ricreate da Cristo che « vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce ammirabile » (1 Pt 2,9).

Il dominio di sé

18. « La castità richiede l’acquisizione del dominio di sé, che è pedagogia per la libertà umana. L’alternativa è evidente: o l’uomo comanda alle sue passioni e consegue la pace, oppure si lascia asservire da esse e diventa infelice ».2 Ogni persona sa, anche per esperienza, che la castità richiede di rifiutare certi pensieri, parole e azioni peccaminosi, come San Paolo si è ben curato di chiarire e ricordare (cf Rm 1,18; 6,12-14; 1 Cor 6,9-11; 2 Cor 7,1; Gal5,16-23; Ef 4,17-24; 5,3-13; Col 3,5-8; 1 Ts 4,1-18; 1 Tm 1,8-11; 4,12). Per questo si richiede una capacità eun’attitudine al dominio di sé che sono segno di libertà interiore, di responsabilità verso se stessi e gli altri e, nello stesso tempo, testimoniano una coscienza di fede; questo dominio di sé comporta sia di evitare le occasioni di provocazione e di incentivo al peccato sia di saper superare gli impulsi istintivi della propria natura.

19. Quando la famiglia svolge un’opera di valido sostegno educativo e incoraggia l’esercizio di tutte le virtù, l’educazione alla castità risulta facilitata e priva di conflitti interiori, anche se in certi momenti i giovani possono avvertire situazioni di particolare delicatezza.

Per alcuni, che si trovano in ambienti dove si offende e si scredita la castità, vivere in modo casto può esigere una lotta dura, talora eroica. Ad ogni modo, con la grazia di Cristo, che sgorga dal suo amore sponsale per la Chiesa, tutti possono vivere castamente anche se si trovano in circostanze poco favorevoli.

Il fatto stesso che tutti siano chiamati alla santità, come ricorda il Concilio Vaticano II, rende più facile da capire che, tanto nel celibato quanto nel matrimonio, possono esserci — anzi, di fatto capitano a tutti, in un modo o nell’altro, per periodi di più breve o di più lunga durata —, delle situazioni in cui siano indispensabili atti eroici di virtù.3 Anche la vita di matrimonio implica, pertanto, un cammino gioioso ed esigente di santità.

La castità coniugale

20. « Le persone sposate sono chiamate a vivere la castità coniugale; le altre praticano la castità nella continenza ».4 I genitori sono consapevoli che il presupposto più valido per educare i figli all’amore casto e alla santità di vita consiste nel vivere essi stessi la castità coniugale. Ciò comporta che essi siano coscienti che nel loro amore è presente l’amore di Dio e, perciò, anche la loro donazione sessuale dovrà essere vissuta nel rispetto di Dio e del Suo disegno di amore, con fedeltà, onore e generosità verso il coniuge e verso la vita che può sorgere dal loro gesto di amore.

Solo in tal modo può diventare espressione di carità;5 perciò, il cristiano nel matrimonio è chiamato a vivere tale donazione all’interno della propria relazione personale con Dio, quale espressione della sua fede e del suo amore per Dio e quindi con la fedeltà e la generosa fecondità che contraddistinguono l’amore divino.6

Soltanto così egli risponde all’amore di Dio e compie la sua volontà, che i Comandamenti ci aiutano a conoscere. Non c’è un legittimo amore che non sia, al suo più alto livello, anche amore di Dio. Amare il Signore implica di rispondere positivamente ai suoi comandamenti: « Se mi amate osserverete i miei comandamenti » (Gv 14,15).7

21. Per vivere la castità l’uomo e la donna hanno bisogno della continua illuminazione dello Spirito Santo. « Al centro della spiritualità coniugale sta… la castità, non solo come virtù morale (formata dall’amore), ma parimenti come virtù connessa con i doni dello Spirito Santo — anzitutto con il dono del rispetto di ciò che viene da Dio (donum pietatis)… Così dunque l’ordine interiore della convivenza coniugale, che consente alle “manifestazioni affettive” di svilupparsi secondo la loro giusta proporzione e significato, è frutto non solo della virtù in cui i coniugi si esercitano, ma anche dei doni dello Spirito Santo con cui collaborano ».8

D’altra parte, i genitori, persuasi che la propria vita di castità e lo sforzo di testimoniare nel quotidiano la santità costituiscono il presupposto e la condizione per la loro opera educativa, devono anche considerare ogni attacco alla virtù e alla castità dei loro figli come un’offesa alla propria vita di fede e una minaccia di impoverimento per la propria comunione di vita e di grazia (cf Ef 6,12).

L’educazione alla castità

22. L’educazione dei figli alla castità mira a raggiungere tre obiettivi: a) conservare nella famiglia un clima positivo di amore, di virtù e di rispetto dei doni di Dio, in particolare del dono della vita;9 b) aiutare gradatamente i figli a comprendere il valore della sessualità e della castità sostenendo con l’illuminazione, l’esempio e la preghiera la loro crescita; c) aiutarli a comprendere e a scoprire la propria vocazione al matrimonio o alla verginità consacrata per il Regno dei cieli in armonia e nel rispetto delle loro attitudini, inclinazioni e doni dello Spirito.

23. Questo compito può essere coadiuvato da altri educatori, ma non può essere sostituito se non per gravi ragioni di incapacità fisica o morale. Su questo punto il Magistero della Chiesa si è chiaramente espresso,10 in relazione a tutto il processo educativo dei figli: « Questa loro funzione educativa (dei genitori) è tanto importante che, se manca, può a stento essere supplita. Tocca infatti ai genitori creare in seno alla famiglia quell’atmosfera vivificata dall’amore e dalla pietà verso Dio e verso gli uomini, che favorisce l’educazione completa dei figli in senso personale e sociale. La famiglia è dunque la prima scuola delle virtù sociali, di cui appunto han bisogno tutte le società ».11 L’educazione infatti spetta ai genitori in quanto l’opera educatrice è continuazione della generazione ed è elargizione della loro umanità12 per la quale si sono impegnati solennemente nel momento stesso della celebrazione del loro matrimonio. « I genitori sono i primi e principali educatori dei propri figli ed hanno anche in questo campo una fondamentale competenza: sono educatori perché genitori.

Essi condividono la loro missione educativa con altre persone e istituzioni, come la Chiesa e lo Stato; ciò tuttavia deve sempre avvenire nella corretta applicazione del principio di sussidiarietà. Questo implica la legittimità ed anzi la doverosità di un aiuto offerto ai genitori, ma trova nel loro diritto prevalente e nelle loro effettive possibilità il suo intrinseco e invalicabile limite. Il principio di sussidiarietà si pone, pertanto, al servizio dell’amore dei genitori, venendo incontro al bene del nucleo familiare. I genitori, infatti, non sono in grado di soddisfare da soli ad ogni esigenza dell’intero processo educativo, specialmente per quanto concerne l’istruzione e l’ampio settore della socializzazione. La sussidiarietà completa così l’amore paterno e materno, confermandone il carattere fondamentale, perché ogni altro partecipante al processo educativo non può che operare a nome dei genitori, con il loro consenso e, in una certa misura, persino su loro incarico ».13

24. In particolare, la proposta educativa in tema di sessualità e di amore vero, aperto al dono di sé, deve confrontarsi oggi con una cultura che è orientata al positivismo, come ricorda il Santo Padre nella Lettera alle famiglie: « Lo sviluppo della civiltà contemporanea è legato ad un progresso scientifico-tecnologico che si attua in modo spesso unilaterale, presentando di conseguenza caratteristiche puramente positivistiche. Il positivismo, come si sa, ha come suoi frutti l’agnosticismo in campo teorico e l’utilitarismo in campo pratico ed etico… L’utilitarismo è una civiltà del prodotto e del godimento, una civiltà delle “cose” e non delle “persone”; una civiltà in cui le persone si usano come si usano le cose… Per convincersene, basta esaminare — precisa ancora il Santo Padre — certi programmi di educazione sessuale, introdotti nelle scuole, spesso nonostante il parere contrario e le stesse proteste di molti genitori ».14

In tale contesto è necessario che i genitori, rifacendosi all’insegnamento della Chiesa, e con il suo sostegno, rivendichino a sé il proprio compito e, associandosi ove risulti necessario o conveniente, svolgano un’azione educatrice improntata ai veri valori della persona e dell’amore cristiano prendendo una chiara posizione che superi l’utilitarismo etico. Affinché l’educazione corrisponda alle oggettive esigenze del vero amore, i genitori devono esercitarla nella loro autonoma responsabilità.

25. Anche in relazione alla preparazione al matrimonio l’insegnamento della Chiesa ricorda che la famiglia deve rimanere la protagonista principale in tale opera educativa.15

Certamente « i mutamenti sopravvenuti in seno a quasi tutte le società moderne esigono che non solo la famiglia, ma anche la società e la Chiesa siano impegnate nello sforzo di preparare adeguatamente i giovani alle responsabilità del loro domani ».16 Proprio per questo, allora, acquista ancor più rilievo il compito educativo della famiglia fin dai primi anni: « La preparazione remota ha inizio fin dall’infanzia, in quella saggia pedagogia familiare, orientata a condurre i fanciulli a scoprire se stessi come esseri dotati di una ricca e complessa psicologia e di una personalità particolare con le proprie forze e debolezze ».17

Antonio e Luisa.

Sposi: sacerdoti nel dono di sé.

I ministri del matrimonio sono lo sposo e la sposa. Il sacerdote, pur se presente, non è ministro del sacramento delle nozze. Questo puntualizza il punto 75 di Amoris Laetitia.

Come è possibile che due laici possano celebrare un sacramento, reale presenza di Cristo?

Possono in virtù del loro battesimo. Nel battesimo Gesù, che è il primo e unico sacerdote, (tutti i sacerdoti ordinati sono abilitati in virtù di Cristo) ci ha donato tutto di sé. Lo Spirito Santo, con il suo fuoco d’amore, ci ha reso tralci della vite che è Gesù. Gesù, che è Re sacerdote e profeta, ci ha reso Re profeti e sacerdoti. In virtù di questo, tutti noi battezzati abbiamo il sacerdozio comune (da non confondere con il sacerdozio ordinato). La dimensione sacerdotale riguarda l’offerta. Il sacerdote è colui che offre a Dio. Gesù vive la più alta espressione della propria dimensione sacerdotale nella sua passione  e morte, donando tutto se stesso per noi. Nell’ultima cena Gesù si è infatti donato al Padre in sacrificio per noi, sacrificio che sarebbe stato consumato sul calvario, e reso glorioso dalla resurrezione.

In virtù di tutto questo, Dio ci abilita al sacerdozio comune e a farci offerta totale di noi stessi nel matrimonio esattamente come Cristo sulla croce.

Vi può sembrare un paragone dissacrante del sacrificio di Gesù, ma non lo è.

Chiedetelo alle tante spose e ai tanti sposi che hanno sofferto la malattia, l’abbandono, la divisione, la menzogna, il tradimento e, nonostante ciò, sono rimaste/i fedeli alla promessa del dono di sé fatta il giorno delle nozze, non sono scese/i dalla croce e si sono immolate/i anche e soprattutto per la persona che ha fatto loro del male, sono “morte/i” per lei. Se quella persona, nonostante il dolore che ha provocato, si salverà, sarà anche grazie al sacrificio compiuto dalla/o sposa/a rimasto fedele a Cristo e alla sua promessa.

Padre Maurizio Botta, sacerdote che segue tantissime coppie di fidanzati afferma in un’intervista di qualche anno fa:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa

L’amplesso genera sempre vita.

Ultimo dono della riattualizzazione del sacramento del matrimonio è la generazione di vita nuova. L’amplesso fisico, come già precisato in precedenza, è la più alta espressione dell’amore umano tra gli sposi e riattualizza il sacramento che li ha uniti, ed in quanto tale è sorgente di una nuova vita-amore in tutto simile a quella divina, seppur limitata dal nostro essere creatura. Ogni gesto sessuale tra gli sposi, infatti, ecologicamente svolto, è sempre aperto alla vita-amore, anche quando non genera un nuovo bambino.

L’amore infatti è vita, è la vita di Dio e la vera vita per l’uomo.

Questo è il vero senso dell’apertura alla vita, voluta da Dio, e interpretata dal magistero della Chiesa, nostra madre e nostra guida.

Il concepimento del bambino è il dono del creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo genera vita-amore ed è indispensabile per crescere nell’amore e per preparare o mantenere vivo quell’amore che serve a nutrire i figli che Dio darà alla coppia.

Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Esso è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò è Cristo che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura.

L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e, come tale, gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità.

Antonio e Luisa

 

I frutti di un’unione casta ed ecologica 3

Il terzo dono è l’aumento dell’amore naturale. L’amplesso fisico non è solo la riattualizzazione di un sacramento, ma è anche, allo stesso tempo, la più alta espressione naturale e sensibile dell’amore tra gli sposi, ed in quanto tale accresce naturalmente il loro amore. Il corpo, infatti, esprimendo l’amore lo accresce, rivestendolo del fascino delle doti espressive dell’amore.

Il rapporto fisico diventa quindi sorgente di crescita dell’amore umano.

Attenzione però! Questa crescita è proporzionata all’autentico amore incarnato nel rapporto. E’ quindi di decisiva importanza che gli sposi purifichino il loro cuore dagli influssi negativi e deleteri del concetto di amore promosso dalla strada e da tutti i mezzi di comunicazione, dove non esiste la cultura del dono ma solo quella del piacere fine a se stesso o comunque influenzata fortemente da egoismo e individualismo.

Gli sposi devono cercare di migliorare sempre più il rapporto fisico con gesti e parole rispettosi della sensibilità personale del proprio sposo e della propria sposa in un clima di conoscenza, intimità, rispetto, cura sempre maggiori. Viene da sè che è un cammino di crescita anche la qualità del rapporto fisico, perchè più ci si conosce in un dialogo d’amore franco e fedele e più saremo capaci di vivere l’intimità secondo la sensibilità del nostro coniuge, rendendolo per lui/lei e per noi un gesto sempre più bello e appagante.

L’intimità sessuale diventa così per gli sposi un mezzo privilegiato per realizzare la santità, che va rivalutato, liberandolo dei pregiudizi e delle incrostazioni del passato e anche del presente. Ciò comporta da parte della coppia una meditazione, profonda e ricorrente del Cantico dei Cantici, per immergere il loro cuore e la loro mente sempre più intensamente nell’educazione sessuale elargita a loro da Dio stesso.

Questa riflessione è tratta dal libro “Amore Sponsale” di padre Raimondo Bardelli con integrazioni e aggiunte personali.

Antonio e Luisa

 

I frutti di un’unione casta ed ecologica 2

Il secondo frutto della riattualizzazione del sacramento del matrimonio è l’aumento della Grazia santificante. Se gli sposi sono in amicizia con Dio, cioè sono in “grazia di Dio”, quando riattualizzano il matrimonio, possiedono un certo grado di grazia santificante. Questa, durante l’unione fisica, è aumentata in base al desiderio ardente d’immergersi in Dio presente nei loro cuori e all’intensità d’amore con cui vivono la celebrazione.

L’aumento della grazia santificante comporta una partecipazione più intima alla vita divina.

Questa grazia, che è un aumento soprannaturale dell’amore degli sposi, divinizza la creatura, rendendola più intensamente simile a Dio, in cui la vita è amore.

L’aumento della grazia operato nell’amplesso non va inteso unicamente come crescita dell’amore divino in noi, ma anche come aumento della comprensione delle ricchezze e gioie racchiuse in tale amore. Gli sposi comprendono meglio la dimensione profetica del loro amore (sono segno dell’amore di Dio in sé stesso e verso gli uomini) e al tempo stesso lo sperimentano nella vita, mostrandola più intensamente agli uomini.

L’aumento di questa Grazia non è necessariamente uguale per entrambi gli sposi, ma dipende dall’apertura del cuore di ognuno di loro.

L’amore divino effuso in noi con la Grazia santificante, è una sola cosa con il nostro amore naturale, che viene però perfezionato ed elevato.

Così la Grazia santificante, che scaturisce dall’unione fisica degli sposi, stabilisce un intreccio meraviglioso tra l’umano e il divino, tra l’impegno dell’essere umano e la gratuità di Dio: è un canto d’amore che unisce cielo e terra.

Antonio e Luisa

I frutti di un’unione casta ed ecologica 1

Abbiamo letto nel punto 74 dell’Amoris Laetitia come il rapporto fisico sia via di Grazia per gli sposi. Ma cosa ci regala ogni rapporto fisico? Quali sono gli effetti sugli sposi?

I frutti di ogni rapporto ecologico e casto sono:

  • Effusione dello Spirito Santo
  • Aumento della Grazia Santificante
  • Aumento dell’amore naturale
  • Generazione di vita nuova.

Il primo frutto è quindi l’effusione dello Spirito Santo.

L’effusione avviene quando la persona è in amicizia con Dio. Qualora il cuore degli sposi fosse in peccato mortale, occorrono la contrizione del peccato e la riconciliazione con Dio, perché lo Spirito torni a prenderne possesso. In questo caso non vi è una nuova venuta dello Spirito, ma un incremento della Sua presenza con nuove caratteristiche e nuovi doni (perché il nostro cuore si è maggiormente aperto ed è maggiormente capiente per contenerlo).

L’amplesso fisico, vissuto infatti nella sua pienezza ecologica e soprannaturale, matura più profondamente tutto l’essere degli sposi nell’amare, abilitandoli in modo più perfetto ad irradiare il kerigma fondamentale della salvezza: Dio ama teneramente ogni uomo.

Questa intensificazione della presenza dello Spirito trasforma l’esercizio dell’intimità coniugale in una Pentecoste continua.

Lo Spirito Santo, attraverso questa discesa rinnovata in ogni amplesso, progressivamente penetra, purifica, trasforma l’umanità degli sposi, assimilandola sempre più a quella di Cristo e per essa la unisce maggiormente alla sorgente di ogni amore: la Trinità!

Certo sembra un’utopia vivere l’amplesso in questo modo, come mezzo di crescita della Grazia e di incontro, unione e dono con il proprio sposo o sposa. In noi è sempre presente la corruzione della carne e la lussuria, inculcata in noi dal peccato originale ma ancor più dai peccati personali e dalla cultura dominante. Però, più cresciamo in questo e più lo Spirito ci dona il frutto del “dominio di sé”.

Sant’Ireneo evidenzia come l’effusione costante dello Spirito porta alla graduale trasformazione della persona da uomo carnale a uomo spirituale.

Questo per noi sposi significa saper dominare i propri istinti, pulsioni ed egoismi per potersi unire in profondità con la nostra sposa o il nostro sposo, in vista delle nozze eterne con Cristo Sposo.

Continua con il secondo frutto……

Antonio e Luisa

L’amplesso fonte di Grazia

L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è a sua volta per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il «mistero nuziale». Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità. Tuttavia, in realtà, tutta la vita in comune degli sposi, tutta la rete delle relazioni che tesseranno tra loro, con i loro figli e con il mondo, sarà impregnata e irrobustita dalla grazia del sacramento che sgorga dal mistero dell’Incarnazione e della Pasqua, in cui Dio ha espresso tutto il suo amore per l’umanità e si è unito intimamente ad essa. Non saranno mai soli con le loro forze ad affrontare le sfide che si presentano. Essi sono chiamati a rispondere al dono di Dio con il loro impegno, la loro creatività, la loro resistenza e lotta quotidiana, ma potranno sempre invocare lo Spirito Santo che ha consacrato la loro unione, perché la grazia ricevuta si manifesti nuovamente in ogni nuova situazione.

Il 74 è un altro punto fondamentale. Papa Francesco ribadisce quello che ormai è un concetto acquisito per la Chiesa. Il rapporto fisico tra gli sposi non è qualcosa che abbassa ma innalza, non è qualcosa di tollerato per permettere la procreazione ma è qualcosa di sacro, non è qualcosa di cui vergognarsi ma è qualcosa di bello, di intimo e bello, sia per gli sposi che lo vivono sia per Dio che ci ha creato sessuati, maschio e femmina, perché potessimo unire i nostri corpi in un abbraccio d’amore e di vita, replicando così in modo imperfetto l’amore trinitario.

Il Papa non si limita a scrivere che è qualcosa di bello, dice molto di più, scrive testualmente che è una via di crescita nella Grazia.

Padre Raimondo Bardelli che ci ha insegnato tanto, anzi tutto, chiamava l’amplesso fisico tra gli sposi riattualizzazione del sacramento del matrimonio, perché con questo gesto, se vissuto in modo casto e aperto alla vita, c’è sempre una crescita dell’amore, c’è una nuova effusione dello Spirito con l’aumento della Grazia sacramentale e della Grazia santificante. Il rapporto fisico è una via di santificazione per gli sposi, perché genera amore e vita, anche quando non si concepisce un figlio.

San Giovanni Paolo II, durante un discorso alle famiglie, ebbe a dire:

L’unione dei corpi, voluta da Dio stesso come espressione della comunione più profonda ancora del loro spirito e del loro cuore, compiuta con tanto rispetto e tanta tenerezza, rinnova il dinamismo e la giovinezza del loro impegno solenne, del loro primo “sì”.

Il mondo di oggi banalizza il sesso e la sessualità e li defrauda del loro vero significato, della loro profonda verità. Il sesso è vissuto come mero mezzo di sfogo e di ricerca di piacere fine a sé stesso. L’insegnamento della Chiesa e in particolare di Papa Francesco, a differenza della convinzione comune, è la sola che restituisce all’incontro sessuale la dignità e l’importanza reale, un gesto così grande da essere fonte di vita, d’amore e di Grazia. Gli sposi che vivono il rapporto così, nutrendolo con una vita di attenzione e di tenerezza, non si stancheranno mai, perché la loro gioia non sarà determinata dalla voluttà dei sensi, ma dalla bellezza di un incontro d’amore che abbraccia tutto l’essere umano, cuore corpo e spirito.

Antonio e Luisa

I doni di Dio sono preziosi e abbondanti.

In questa seconda riflessione relativa al punto 73 dell’Amoris Laetitia, volevo approfondire i doni di nozze che Dio elargisce a tutti gli sposi con il sacramento.

Siamo nati per essere amati ed amare in modo totale e per sempre, solo così possiamo essere realizzati nella nostra vita. Amore che si può realizzare nella vocazione alla vita consacrata oppure al matrimonio. Amore che riempie il cuore di chi lo dona e di chi lo riceve, ma che non è semplice da vivere per persone limitate, fragili e corrotte dalla concupiscenza del peccato originale, che ci rende spesso egoisti e dominati dal desiderio di possedere e non di donarci.

Dio lo sa bene! Gesù, quando è venuto nel mondo, ha sconfitto la morte e ci ha redento dal peccato. Gesù ha redento anche il matrimonio. Questo significa che nella Grazia del matrimonio e nell’abbandono a Gesù possiamo tornare alle origini, amare in modo casto e vero il nostro sposo o la nostra sposa, per prepararci alle nozze eterne con Gesù sposo.

Parliamo sempre di Grazia, ma la Grazia non è qualcosa di vago bensì è molto concreta.

Con il matrimonio Dio ci dona:

  • La grazia sacramentale
  • La grazia santificante
  • Il legame coniugale cristiano

Cercherò in breve di caratterizzare ogni dono con poche parole.

La Grazia sacramentale è un diritto che Dio ci dona. Il diritto di avere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il nostro amore sponsale.

Questa Grazia ci permette di affrontare, sopportare e vincere ogni situazione che può mettere in crisi il nostro matrimonio.

La Grazia santificante è un altro dono di nozze magnifico ma che pochi conoscono. La Grazia santificante è un amore creato del tutto simile a quello di Dio, che lo Spirito Santo effonde nei cuori degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo.

Dio aumenta e infiamma il nostro amore umano e naturale con la Sua Grazia.

Con il legame coniugale cristiano, il fuoco dello Spirito, infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Gli sposi da questo momento amano Dio con un cuore solo.

Attraverso questo dono gli sposi sono resi sacramento e Gesù entra nel loro amore per abitarlo perennemente: non più lo sposo da solo, non più la sposa da sola, ma nel loro amore, nella loro unione.

Essi vanno a Dio come due mani giunte, fuse e unite tra di loro, in modo indelebile, dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo.

Grazie a questo dono, gli sposi diventano immagine della Trinità e profezia dell’amore di Dio in sé e per la sua Chiesa.

Una domanda sorge spontanea. Perché tanti matrimoni, nonostante questa ricchezza incredibile, falliscono? Molti matrimoni sono nulli in partenza, come ha giustamente detto Papa Francesco, parlando alla Sacra Rota e quindi privati fin dall’inizio di questo tesoro. Per i matrimoni validi che godono di questi preziosi doni, dipende da altro. Questi doni vanno chiesti e non solo, il nostro cuore va preparato ad accoglierli, come per qualsiasi altro sacramento. Solo una vita vissuta nella castità e nella lotta al peccato può aprirci la strada a questa ricchezza. Pornografia, adulterio, anticoncezionali, aborto, egoismo (per citare i peccati principali presenti nella vita di coppia) ci impediscono di accedere alla Grazia e di trasformare il nostro matrimonio in una vita piena, anche nelle difficoltà.

Antonio e Luisa

Ci si sposa in tre

Proseguendo con la lettura dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, incontriamo il punto 73.

Il punto 73 mi ha colpito profondamente perché racchiude tutta la realtà e la grandezza del matrimonio sacramento, che non è paragonabile a nessun altro tipo di unione.

Ecco cosa scrive il Papa:

«Il dono reciproco costitutivo del matrimonio sacramentale è radicato nella grazia del battesimo che stabilisce l’alleanza fondamentale di ogni persona con Cristo nella Chiesa. Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa. Ora, nella fede è possibile assumere i beni del matrimonio come impegni meglio sostenibili mediante l’aiuto della grazia del sacramento. […] Pertanto, lo sguardo della Chiesa si volge agli sposi come al cuore della famiglia intera che volge anch’essa lo sguardo verso Gesù». Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri». Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi. Unendosi in una sola carne rappresentano lo sposalizio del Figlio di Dio con la natura umana. Per questo «nelle gioie del loro amore e della loro vita familiare egli concede loro, fin da quaggiù, una pregustazione del banchetto delle nozze dell’Agnello». Benché «l’analogia tra la coppia marito-moglie e quella Cristo-Chiesa» sia una «analogia imperfetta», essa invita ad invocare il Signore perché riversi il suo amore dentro i limiti delle relazioni coniugali.

Vorrei soffermarmi su due aspetti in particolare:

  1. sacramento non è una forza, ma è Gesù che abita la nostra unione;
  2. la magnificenza dei doni di nozze che Dio regala ad ogni coppia nel momento in cui lo Spirito Santo discende sugli sposi.

Il matrimonio non è un sacramento come gli altri, ma è particolare come lo è l’Eucarestia.

Negli altri sacramenti Gesù è presente nel momento in cui c’è il rito sacramentale, quindi, nella confessione durante l’imposizione delle mani da parte del sacerdote, poi permangono gli effetti del sacramento e dell’effusione di Spirito Santo. Il matrimonio è diverso, è come l’Eucarestia, sono sacramenti perenni. Come nell’Eucarestia Gesù è realmente presente nel pane e nel vino fino a quando questi elementi non sono consumati, così nel matrimonio Gesù è realmente presente nell’unione degli sposi fino alla morte di uno dei due. Questo non è indifferente, ma ha un significato immensamente grande: non ci si sposa in due ma in tre. Nel nostro amore dimora perennemente Cristo che non ci abbandona, ma è lì pronto a sostenerci e ad aiutarci in ogni momento della nostra vita. Non solo, ogni qualvolta che viviamo il nostro amore con gesti, parole, atteggiamenti di tenerezza, cura, attenzione (ricordo che il rapporto fisico è il culmine di questi gesti) rinnoviamo e riattualizziamo il nostro sacramento. Come Gesù è morto e risorto una sola volta 2000 anni fa per ognuno di noi e con la Messa rinnoviamo quel sacrificio e Gesù torna presente nell’oggi, così nel matrimonio ci sposiamo una volta sola, ma ogni gesto d’amore e l’amplesso in particolare rinnova e riattualizza il nostro matrimonio.

Continua…..

Antonio e Luisa

“Per sempre” è un dono, non un giogo.

Entriamo nel cuore dell’esortazione Amoris Laetitia. Dopo esserci soffermati sul quadro generale tracciato dal Papa che ha disegnato con fedeltà e accuratezza la situazione delle famiglie nel mondo, entriamo nella parte del documento che tratta il matrimonio nel suo significato naturale e cristiano.

Ecco cosa scrive il Santo Padre al punto 62.

I Padri sinodali hanno ricordato che Gesù, «riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, pur dicendo che “per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio (“Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio. […] La condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»

Il Papa e i padri sinodali ribaltano la questione, non con un gioco di prestigio, ma facendo leva sul buon senso e sulle esigenze più profonde del nostro cuore.

Noi, se siamo onesti fino in fondo, dobbiamo ammettere che desideriamo essere amati in pienezza e fedeltà. Essere amati senza condizioni, tempo, limite. Desideriamo essere amati così, ogni altro tipo di amore ci appare insufficiente e in qualche modo falso. Dio ci ha creati così come Lui, capaci di amare come Lui e desiderosi nel profondo di essere amati come Lui ama e, se a parole possiamo raccontare che la precarietà della convivenza o il rischio del divorzio sono ancore di salvezza per scappare da situazioni soffocanti e frustranti, il nostro cuore non mente. Il nostro cuore anela a un amore che ci lega per sempre e fondato sulla forza della volontà e della Grazia e non sulla voluttà dei sentimenti e del solo eros.

Il divorzio e l’avanzare delle convivenze ci hanno condannato a questo. Ci hanno condannato a scappare, ci hanno condannato a soccombere alla paura di affrontare la croce, ci hanno condannato a non abbandonarci all’amore, ci hanno condannato all’incapacità di amare fino in fondo.

In una mentalità non decisa per il “per sempre” anche il rapporto fisico diventa menzogna e falsità, un gesto che dovrebbe essere segno dell’unione dei cuori nella geografia del corpo, diventa un segno vuoto e privo di significato. Ecco quello che ha detto in merito San Giovanni Paolo II:

«La donazione fisica sarebbe menzogna se non fosse frutto e segno della donazione personale totale, nella quale tutta la persona è presente, se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.»

 

Antonio e Luisa

Crisi di speranza

Proseguendo la lettura di Amoris Laetitia, arriviamo al punto 43. Siamo ancora nella prima parte dell’esortazione, dove Papa Francesco cerca di rappresentare un quadro della realtà attuale, prendendo spunto da quanto emerso durante il Sinodo.

Saltiamo dai punti 36 e 37 al punto 43 che ha attirato la mia curiosità ed interesse:

«L’indebolimento della fede e della pratica religiosa ha effetti sulle famiglie e le lascia più sole con le loro difficoltà (..) una delle più grandi povertà della cultura attuale è la solitudine, frutto dell’assenza di Dio nella vita delle persone e della fragilità delle relazioni.»

Il Papa evidenzia come, prima che una crisi economica, c’è una crisi religiosa e sociale. Denatalità, difficoltà educative, difficoltà nell’accogliere la vita nascente fino ad arrivare a sentire gli anziani come un peso sono tutte conseguenze della crisi in cui versa il nostro occidente.

Riassumendo tutto in un concetto, ci manca la virtù della speranza come singoli e come coppia. Mi soffermo sulla speranza degli sposi.

Il sacramento del matrimonio, perfezionando la fede e la carità battesimali, abilita gli sposi a realizzare uniti il cammino verso le nozze eterne. L’azione consacratoria dello Spirito Santo unisce le loro virtù, aprendoli uniti alla vita eterna.

La speranza permette agli sposi di amarsi nel tempo, per congiungersi con Dio eternamente. Essi infatti, stimolati e sorretti dalla certezza contenuta nella speranza, si immergono gioiosamente in Cristo sposo, così tutto diventa per loro possibile.

L’esistenza degli sposi, senza questa speranza, non ha più senso. Si comprende allora la voglia di cogliere e sfruttare l’attimo, in tutta la sua valenza di possesso, piacere e divertimento.

La crisi dei matrimoni attuale è soprattutto una crisi di speranza. Il matrimonio senza speranza è come due occhi presbiti e miopi allo stesso tempo; è privo di respiro e di orizzonti, che vanno oltre l’attimo presente, perciò, non ha senso vivere insieme quando l’amore coniugale è diminuito o è reso difficile da situazioni esistenziali cariche di sofferenze e di rinuncia.

Solo la buona sorte rende uniti, la cattiva sorte divide.

Le difficoltà del matrimonio esigono dagli sposi tanta speranza, cioè, uno sguardo verso la meta finale della vita, unito a una fiducia illimitata di poterla raggiungere con Cristo, che sempre vive in loro e nel loro amore, per sostenerli in tutte le difficoltà e renderli pronti all’abbraccio eterno con Dio.

Gli sposi cristiani che vivono la speranza saranno portatori e donatori gioiosi del vero significato della vita al mondo, che in gran parte lo ha perduto.

Antonio e Luisa

 

Da una procreazione amorosa a un amore fecondo.

Al punto 36 dell’Amoris Laetitia, il Papa constata con realismo come la Chiesa abbia per lungo tempo, forse troppo tempo, insistito sul fine procreativo del matrimonio. Cito testualmente quanto il Papa scrive:

…spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere di procreazione….

Prosegue al numero 37:

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie….

Il Papa mette il dito nella piaga. La Chiesa stenta a proseguire sul cammino iniziato o meglio consolidato con il Concilio Vaticano II e poi ancora di più approfondito da Giovanni Paolo II con tutte le sue catechesi sull’amore umano raccolte nella Teologia del corpo. Una strada proseguita con continuità da Benedetto XVI e ora anche da Papa Francesco. Una strada che vuole smarcare il matrimonio da una mentalità che non è sicuramente secondo lo Spirito e la verità, ma molto limitante e frustrante. Il matrimonio è molto più che generare vita. La Chiesa ha attuato una vera rivoluzione. Si è passati da considerare i figli come fine del matrimonio a frutto del matrimonio. Il fine del matrimonio è quindi l’amore che è vita e che è Dio. Da un matrimonio basato sulla fertilità si è passati a un matrimonio basato sulla fecondità. Fecondità che è molto più ricca della fertilità, che ne rappresenta solo un aspetto. Ed ecco che finalmente il matrimonio non viene più presentato come una serie di doveri e precetti. Una volta, inoltre, il rapporto fisico veniva spesso visto e vissuto come qualcosa di necessario e il piacere che ne scaturiva era spesso vissuto con senso di colpa e avvilimento. Il piacere nel rapporto fisico è dono di Dio e la Chiesa oggi ti dice non che devi vergognartene, ma al contrario che devi viverlo appieno, per crescere nell’amore anche carnale con il tuo sposo o la tua sposa. Finalmente la Chiesa non ti pone divieti, ma al contrario indica la via per vivere in pienezza il rapporto sessuale, perché ti insegna che solo in un’unione fedele si può vivere il rapporto in profondità come dono e accoglienza e non solo come un appagamento di pulsioni e desiderio di possesso. Solo nel matrimonio si può raggiungere quell’estasi della carne e dei cuori che al confronto qualsiasi altro rapporto non è che una pallida immagine. Solo nel matrimonio il rapporto fisico diventa preghiera e offerta a Dio. Solo nel matrimonio il rapporto fisico è così importante da essere cosa sacra, cioè cosa di Dio. La Chiesa ha questa grande nuova missione di evangelizzazione: mostrare la grandezza e la bellezza del matrimonio cristiano, che è capace di regalarti e riempirti di amore e verità come nessun’altra relazione e dove anche il rapporto fisico è vissuto in maniera piena, appagante, totalizzante e profonda. Il Papa parla, scrive e si impegna, ma se noi sposi cristiani non siamo profezia di quell’amore, cioè non riusciamo a mostrarlo al mondo, il Papa si prodiga invano. Sta a noi prendere in mano la nostra vita e il nostro matrimonio e con la Grazia di Dio diventare luce, forse una piccola luce, ma insieme possiamo illuminare questo mondo buio e arido.

Antonio e Luisa

Il pudore è da Re e Regine.

Il ​pudore è spesso visto come qualcosa da buttare, qualcosa di cui liberarci per essere felici. Il pudore è spesso confuso con complessi e tabù che ci impediscono di vivere naturalmente le nostre relazioni con le altre persone. Ma è davvero così?

Il pudore in realtà ci dice altro. Avere pudore ci dice che siamo consapevoli dell’importanza del nostro corpo. Avere pudore ci dice che siamo persone gelose del proprio mistero. Il pudore è protezione della nostra ricchezza, della nostra intimità che non è qualcosa da svendere e rendere disponibile per tutti, ma qualcosa da preservare e custodire solo per una persona disposta a legarsi a noi per la vita.

Chi non ha pudore spesso è un mendicante, un mendicante d’amore, persone disposte a mettersi a nudo di fronte a tutti pur di ricevere attenzione e consenso. Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre. Custodire la nostra ricchezza e regalità di figli di Dio significa anche proteggere il nostro corpo e la nostra intimità da ladri che vogliono prendere qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che fin dall’eternità è per nostro marito e nostra moglie anche se ancora non li conosciamo.

Il pudore e la purezza vengono esaltati anche dalla Bibbia in vari passaggi, in particolare voglio riprendere il Cantico dei Cantici.

La sposa del Cantico, che sale dal deserto accompagnata dal corteo nuziale, non è visibile a tutti, ma è custodita in un baldacchino velato. Un baldacchino regale protetto da sessanta prodi armati di tutto punto.

Il significato è chiaro. L’amore (Dio in noi) e il corpo che è tempio di quell’amore e quindi tempio di Dio vanno protetti e custoditi da ogni insidia. Il baldacchino rimanda al talamo nuziale, lì dove l’amore e il dono totale di sé trascende nel divino, e rimanda al tabernacolo dove Dio diventa dono totale per noi, facendosi mangiare: due misteri incredibili che sono legati profondamente.

Se avete pudore è perché conoscete l’importanza del vostro corpo, non vergognatevene.

Non mendicanti, ma Re e Regine. Ecco cosa indica di noi il pudore.

Antonio e Luisa

Uno sguardo puro

Il Cantico dei Cantici ci presenta il desiderio d’amore, che poggia sulla contemplazione della propria amata e del proprio amato. Il Cantico non racconta una storia lineare dove c’è un inizio e una fine, ma è un continuo ripetersi, un ciclo che ricomincia innumerevoli volte. L’attesa, il desiderio, l’incontro, lo scambio di tenerezze, carezze, profumi, la contemplazione l’uno dell’altra e, infine, l’appagamento totalizzante dell’amplesso fisico. Sembra tutto giunto al culmine, invece nel Cantico non c’è un lieto fine assoluto, ma dopo ogni incontro d’amore c’è la perdita dell’amore e la sua ricerca, perché l’assenza ci rende tristi, incompleti e non realizzati. Questo ciclo si ripete all’infinito, questa è la storia di ognuno di noi, qualcosa che possiamo avere e vivere nella nostra vita se solo riusciamo a incarnare un amore puro e casto (che nel matrimonio non significa astinenza).

Come evitare di perdere di vista il nostro amato o la nostra amata? Come evitare di non meravigliarci più della bellezza della nostra sposa e del nostro sposo? Come essere capaci di chiamare incantevole colei che Dio ci ha donato, anche dopo anni di matrimonio e un corpo che non è più nel fiore della giovinezza?

Dobbiamo seguire la strada del Cantico. Dobbiamo lavorare su un duplice aspetto. Renderci amorevoli verso il nostro coniuge e mantenere uno sguardo puro. Questo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo evitare la pornografia diretta e indiretta. L’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di accessi a siti web porno. Ma non basta, anche siti di informazioni seri come Repubblica e Corriere, per citare i più famosi, sono pieni di gallerie fotografiche di modelle quasi totalmente scoperte. Corpi perfetti, giovani e spesso ritoccati con il mouse o con il bisturi. Nutrirci quotidianamente di immagini così,  conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio.

Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà  ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare  e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona. Le parole magiche sono sguardo puro e rendersi amabili e la grazia di Dio farà il resto.

Antonio e Luisa

Eva era sola!

Ascoltando una delle bellissime catechesi giornaliere di don Antonello Iapicca, ho scoperto qualcosa di molto interessante.

Don Antonello ha fatto notare che nel libro della Genesi, quando Eva commette quel grandissimo errore che è il peccato originale, lei era da sola.

Mi sono sempre concentrato sull’agire di Eva senza mai soffermarmi sulle condizioni in cui si trovava quando peccò.

Non è un dettaglio irrilevante, al contrario, è molto utile anche a noi e alla nostra vita matrimoniale.

Eva pecca perché è da sola, non ha la presenza rassicurante e appagante del compagno, dello sposo.

L’assenza non è solo quella fisica, ma è anche quella del cuore.

Tutte le volte che la nostra sposa o il nostro sposo non sentono la vicinanza, l’amore, la cura, la stima, l’accoglienza, la tenerezza, il sostegno che noi dobbiamo dare, perché amare è questo, diventa vulnerabile. E’ proprio in quel momento che la tentazione ci colpisce proprio lì dove siamo più deboli ed esce la nostra rabbia, frustrazione, concupiscenza, egoismo o qualsiasi altra pulsione ci perseguita.

E’ vero che la nostra forza deve poggiare non sulla nostra sposa o il nostro sposo, ma è altrettanto vero che è spesso difficile, è un obiettivo che si raggiunge dopo un cammino di liberazione e guarigione.

Durante il cammino abbiamo bisogno del sostegno di chi ci ama per non crollare, non per nulla ci ha messo al fianco una persona per aiutarci a vicenda ad arrivare a Lui.

Antonio e Luisa

Tocca a noi!

Siamo rientrati sabato dalla settimana di approfondimento per gli sposi che abbiamo seguito al Gaver. Siamo ancora pieni di tutta la bellezza che abbiamo visto e sperimentato, siamo colmi di quell’esperienza di Dio che veramente riempie in profondità il nostro cuore e ci dona forza e rinnovata fiducia nell’altro/a e nel nostro matrimonio.

Come potete vedere nella foto che ho scelto per questo articolo in cattedra ci sono tre coppie di sposi. Padre Francesco che ci ha accompagnato tutta la settimana, anche se è una delle persone più sapienti e sagge che io conosca, dopo una breve introduzione, si è seduto tra le famiglie e si è messo ad ascoltare e prendere appunti. Non parlavamo, infatti, della sua vita e della sua vocazione, ma della nostra vita e della nostra vocazione. E chi più di una coppia di sposi può parlare del Cantico dei Cantici? Chi più di una coppia di sposi può parlare della meraviglia della contemplazione del corpo della propria moglie e del proprio marito ogni volta che si riattualizza il sacramento del matrimonio con l’amplesso fisico? Chi più di una coppia di sposi può parlare dell’importanza della tenerezza e dolcezza nella vita di ogni giorno? Chi più di una coppia di sposi può raccontare della sofferenza della distanza che si può creare tra i due, della difficoltà nel recuperare quel desiderio e quella voglia di donarsi quando le cose non vanno bene? Chi meglio di una coppia di sposi può testimoniare i miracoli che lo Spirito Santo ha compiuto in loro?

Ci sono alcuni sacerdoti che si sono presi cura delle famiglie e delle tante ferite che si portano dentro, ma per quanto io  sia grato per quanto mi hanno insegnato e fatto capire, non possono incarnare quello di cui parlano. Noi sposi abbiamo questo grande compito che Dio ha affidato ad ognuno di noi. Rendere conto, con la nostra vita e le nostre parole, della bellezza del matrimonio, della bellezza della vita piena di un’unione sponsale in Dio.

Ed ecco che durante questa settimana che è appena terminata c’erano tre famiglie in cattedra ma solo perchè la cattedra non poteva contenere tutte le coppie.

Questa settimana è stato un momento importante di condivisione e di confronto, nel quale, specchiandoci nella bellezza di tutte le coppie presenti, abbiamo potuto contemplare anche la nostra bellezza. Siamo saliti pieni di concetti da portare e siamo scesi pieni di esperienza di Dio, con il cuore aperto e pieni di meraviglia per la bellezza del nostro sposo e della nostra sposa. Siamo scesi lodando Dio per la ricchezza che ci ha dato, donandoci l’uno all’altra. Siamo scesi con la consapevolezza che il Cantico dei Cantici non è solo un libro della Bibbia, ma può diventare la nostra storia d’amore. Il Gaver è così, ti dà sempre più di quello che t’aspetti e realtà che pensavi di conoscere ti si svelano trasfigurate in una bellezza da lasciare senza fiato. Ci porteremo nel cuore ogni coppia, perché ognuna di loro ci ha insegnato qualcosa. Lode e gloria a Dio!

Antonio e Luisa

 

Rompiamo il vaso. L’amore vero è spreco.

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo. 4 Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d’olio? 5 Si poteva vendere quest’olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. 6 Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un’azione buona verso di me. 7 Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. 8 Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei».

Questo passo del Vangelo racconta di quando Maria, la sorella di Lazzaro e di Marta, unge il capo di Gesù con l’olio di nardo. Il nardo era un’essenza molto preziosa e costosa. Sarebbe stato meglio, forse, come volevano alcuni presenti, vendere tutto e usare il ricavato per i poveri? O forse, usare una piccola quantità per Gesù, visto il profumo molto intenso del nardo, e vendere il resto?

Gesù non lo pensa, anzi, parla di lei con un’ammirazione e una grandezza che non ha usato per nessun altro. Dice:  In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei.

Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto.

Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così.

Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce?

Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Antonio e Luisa

 

 

Sacrificio o sacrilegio

Consacrare, vi siete mai chiesti cosa significhi questa parola? Deriva dal latino secare, tagliare, meglio ancora, ritagliare.

Ogni oggetto, persona, realtà donata a Dio, all’uso di Dio è consacrata.

Noi sposi, siamo consacrati in virtù del sacramento del matrimonio, perché la nostra unione d’amore non ci appartiene più, ma viene da noi donata a Dio. Il nostro amore diviene di Dio, per Dio, strumento di Dio, via di salvezza di Dio per noi e per il mondo intero.

Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza verso il nostro coniuge, stiamo facendo un sacrificio.

E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso allo/a sposo/a, cambiare un pannolino, e tantissimi altri gesti che compiamo ogni giorno, diventano gesti sacri, gesti per Dio e di Dio.

Ogni qualvolta invece,  non siamo accoglienti, non ci mettiamo al servizio, non abbiamo cura, non dimostriamo il nostro amore, o peggio, tradiamo l’amore per lo/a sposo/a, stiamo commettendo un sacrilegio.

Sacrilegio è infatti  rubare qualcosa a Dio e la nostra unione quando non è resa sacra dal nostro modo di viverla viene rubata a Dio, viene dissacrata, compiamo un vero e proprio sacrilegio.

Quanti sacrilegi compiamo ogni giorno?

Ringraziamo Padre Francesco per averci fatto comprendere questa verità, sta a noi cercare di essere con la nostra vita sacrificio e non sacrilegio.

Antonio e Luisa