Che progetto ha Dio per noi e per la nostra famiglia?

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe è un giusto! Chi sono i giusti nel Vangelo e nella Bibbia tutta? Sono coloro che fanno spazio a Dio. Sono coloro che aderiscono al progetto di Dio. Il progetto di Dio su di noi e sulla nostra famiglia non è quasi mai quello che noi pensiamo. Ciò che noi progettiamo difficilmente è quello che Dio ha pensato per noi. Giuseppe ne è l’esempio più eclatante. Probabilmente Giuseppe aveva tutta un’altra idea in testa. Era stata a lui promessa Maria, una giovane bella e buona di Nazareth. Giuseppe aveva il suo lavoro e una vita ordinaria come quella di tutti. Niente grilli per la testa. Come diremmo oggi, una vita casa lavoro e Chiesa. Probabilmente Giuseppe aveva già capito qualcosa. Aveva già compreso che Maria non era una sposa normale. Alcuni studiosi pensano che entrambi sentissero una vocazione speciale, che avessero capito che Dio li chiamasse a consacrarsi direttamente a Lui e, quindi, che si fossero accordati per vivere un matrimonio bianco, nella verginità. Sicuramente lo sapeva Maria. Lo si comprende dalla risposta data all’angelo: Come è possibile? Non conosco uomo. Era già promessa a Giuseppe e l’unica spiegazione possibile alla reazione della Madonna è proprio la volontà di restare vergine. Difficile credere che una scelta del genere potesse essere presa senza coinvolgere il suo sposo. Il Magistero della Chiesa e i teologi spiegano questo fermo proposito come frutto di una specialissima ispirazione dello Spirito Santo, che stava preparando Colei che sarebbe stata la Madre di Dio. Certo è che Giuseppe si è trovato a vivere un matrimonio unico e straordinario. Dio lo ha scelto per sostenere e accompagnare Maria in un compito unico nella storia dell’umanità: crescere ed educare Gesù, vero uomo e vero Dio. Giuseppe pensava che non sarebbe diventato padre e, invece, la sua santità si manifesterà soprattutto nella paternità. Immaginate il suo dolore e il suo sconcerto, quando ha scoperto la gravidanza di Maria. Un uomo giusto, un uomo che ha sempre rispettato quella ragazza pura a lui promessa. Un uomo che amava quella ragazza speciale. Immagino come possa essersi sentito tradito. Dio gli ha parlato e lui ha capito. Lui ha messo l’amore e la volontà di Dio prima di ogni altra cosa. Prima del suo orgoglio, prima delle malelingue che sicuramente avrebbero dileggiato e offeso lui e la sua sposa Maria, rimasta incinta prima della coabitazione. Ha messo l’amore prima di tutto. Questo gli ha permesso di fare spazio a Dio e di poter quindi ascoltare la Sua volontà. Guardate che anche noi siamo chiamati a questo. Non certo a crescere il figlio di Dio, ma ad ascoltare Dio e a realizzare il sogno che ha sulla nostra famiglia. Per farlo però dobbiamo metterci in gioco, dobbiamo essere capaci di fare spazio. Ed è così che la nostra famiglia prenderà strade diverse da quelle che credevamo di dover percorrere. Magari affidandoci compiti che non pensavamo di essere capaci di realizzare. Dio vede sempre oltre le nostre fragilità. Mi vengono in mente Chiara Corbella e suo marito Enrico Petrillo. Enrico, molto sinceramente, ha affermato che avrebbe voluto e desiderato una vita normale con Chiara. Invecchiare con Chiara, avere dei figli poi dei nipoti. Insomma una vita come quella di tanti altri. Invece Dio li ha spiazzati. Credete che loro non si siano posti domande? Quello che è successo loro sembra davvero un accanimento di Dio. Lutto su lutto, dolore su dolore. Loro hanno saputo mettersi in ascolto, hanno fatto spazio e hanno accolto il progetto di Dio. Certo la fatica e il dolore non sono stati tolti loro. Hanno avuto però la pace e la gioia di chi sa abbandonarsi all’amore e alla volontà di Dio. Questa loro adesione ha permesso di portare grandi frutti nella Chiesa di Roma e in tutto il mondo. Mi vengono in mente Claudia e Roberto, Cristina e Giorgio, Alessandra e Francesco e tante tante altre coppie di sposi. Tutte coppie che hanno stravolto la loro vita e la loro famiglia prendendo strade diverse da ciò che credevano e volevano. Hanno saputo mettersi in ascolto e Dio non li ha delusi. Ha dato loro molto più di ciò che avevano e credevano di poter avere e ha trasformato le loro vite. Vite che sono ora a servizio dei fratelli. Testimoni veraci e credibili del Suo amore. Tutti noi possiamo esserlo, tutti in modo diverso, come Dio ci vuole. Tutti però per la nostra gioia e per la Sua gloria.

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Avvento: una corona in famiglia

Ogni sacramento ha come dono comune lo Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni di Dio a noi sposi per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona.

Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere:

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo.
San Giovanni Paolo II descrive questo dono al n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restano due persone con la propria individualità. Prendo a prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite. Mi viene in mente Anna, una giovane donna siciliana. Lei ha scelto la fedeltà con il marito che, invece, vive con un’altra donna. Anna mi scrisse in un messaggio: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Cosa è questo dono concretamente? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita nel matrimonio che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?

Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete:
I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella,
e beato colui che non si scandalizza di me».

Questo Vangelo provoca sentimenti contrastanti. Da un lato consola apprendere che anche Giovanni Battista, uno tra i più grandi santi, ha forse dei dubbi. Dall’altro acuisce una domanda che forse abita ancora il nostro cuore. Gesù è davvero il Dio del Cielo e della terra? Gesù è davvero il Dio della mia vita? Neanche Giovanni Battista è sicuro che Gesù sia il Cristo. Non è come se lo aspettava. Ognuno di noi ha un’idea di come debba essere Gesù e, solitamente, non coincide con il vero Gesù. Si lo sappiamo. Gesù è un Re atipico. Un Re messo in croce, un Re venuto per servire e non per essere servito. Lo sappiamo. L’abbiamo imparato in anni di pratica religiosa. La domanda è un’altra. Lo sa il nostro cuore? Non è una domanda banale. Quanto riconosciamo Gesù nella nostra vita? Anche quando c’è sofferenza, quando ci sono difficoltà, quando magari c’è la malattia o il lutto. In questi casi sapere chi è Gesù non serve a nulla se non lo si è accolto nel cuore. Non lo riconosciamo più. Perchè nel nostro intimo continuiamo ad avere un’altra idea di come dovrebbe essere. Non è possibile che Gesù, se è davvero Dio, permetta che nella mia vita accadano certe cose.  Queste dinamiche sono molto comuni e frequenti. Come allora accogliere dentro il cuore Gesù? Ci risponde il Vangelo. Dobbiamo fare esperienza di Lui. Fare esperienza di come davvero Lui ti cambia la vita. I ciechi recuperano la vista. Fare esperienza di come l’amore non sia un concetto astratto ma sia un atteggiamento del cuore che diventa volontà e azione. Fare esperienza di come questo modo di amare, fatto di servizio e di decentramento da sè, permetta di aprire gli occhi alla bellezza di una relazione matrimoniale permeata dalla presenza di Dio. Permette ai nostri occhi di vedere Dio nell’amore del nostro sposo e della nostra sposa e permette al nostro cuore di accogliere Gesù attraverso l’amore che doniamo all’amato/a. Gli storpi camminano. Senza Gesù i nostri passi sono incerti. Non sappiamo dove andare. Non sappiamo perchè camminare. Fare esperienza che un matrimonio, vissuto in una relazione autentica, sia una strada che permette di crescere, di trovare un senso, di avere una meta, beh cambia tutto. Il nostro cuore comincia ad accogliere quel Gesù a volte tanto indigesto. I lebbrosi sono guariti. Ci sentiamo brutti, inadeguati, fragili, incostanti, incapaci di tante cose. Spesso non ci piaciamo. Non ci amiamo. Fare esperienza di un Dio che ti ama incredibilmente per quello che sei. Un Dio che desidera il tuo amore come uno sposo desidera quello della sposa ti guarisce dalla lebbra del cuore e ti aiuta ad affrontare ogni situazione perchè hai la certezza di un amore che non puoi perdere. Un amore che non puoi meritare e per questo indissolubile, fedele e gratuito. I sordi riacquistano l’udito. La Parola di Dio va ascoltata. La Parola è feconda quando dice qualcosa a noi e alla nostra vita. Dice qualcosa al nostro matrimonio. Spesso non l’ascoltiamo o la ascoltiamo come qualcosa che non ci riguarda. Così la Parola non sarà modalità per fare esperienza di Dio ma un’esperienza vuota. Non basta aprire le orecchie! Va aperto il cuore. La Parola va interiorizzata e fatta nostra. Va custodita e meditata. Solo così incontreremo Gesù in quella Parola. I morti risuscitano. Incontrare Gesù ti restituisce la vita. Senza Gesù viviamo una vita che non è vera vita. La vita diventa un peso, una fatica. Smette di essere un dono. Come un matrimonio senza Gesù non è un vero matrimonio.  

Buon proseguimento di Avvento. Gesù è davvero il figlio di Dio. Ne siete convinti?

Antonio e Luisa

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Il cammino di un matrimonio

Percorrendo una sorta di viaggio nel Cantico dei Cantici possiamo immergerci nel senso profondo della vita di coppia e di famiglia. Entriamo in punta di piedi nel terzo poema di questa meravigliosa opera ispirata che si può definire il Cantico del movimento. È giunto il momento in cui occorre muoversi, partire ma… per andare dove? Sarà un meraviglioso cammino nel profondo dell’intimità, dunque parleremo di unione coniugale ma, prima, occorre mettersi in guardia da almeno due “volpi”. «Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne perché le nostre vigne sono in fiore» (Ct 2,15). Le volpi piccoline rappresentano i nemici, i disturbatori. La prima volpe vuole disattendere che questa parola è per me, per me donna, moglie e per me uomo, marito. Non è per l’altro nel senso che “così finalmente comprendi come ti devi comportare”, ma è per me: non devo perderla questa parola, è una buona occasione per trasformare ciò che ho adesso.
La seconda volpe è la presa di coscienza che io non sono più avanti o più indietro di te, non sono spiritualmente più o meno bravo, non servo il Signore a 3000 Km e su 1000 altari ma, soprattutto, ti prendo la mano e cammino con te. Mi muoverò con te perché io ti ho scelto e parto da me per entrare pienamente nel NOI. Se vado più veloce ti aspetto perché, anche se ti precedo, voglio ascoltare il tuo passo e, se entriamo in questo, ogni matrimonio diventerà il matrimonio dei matrimoni, il Cantico dei Cantici, il cantico per eccellenza. Questo poema rappresenta una strada, come dicevamo, un movimento, che parte “da” e continua “verso”.

CHE COS’E’ CHE SALE DAL DESERTO

Il deserto è la solitudine da cui parto e salgo verso Gerusalemme, luogo di incontro e di gioia (verso l’apice della festa che è l’intimità, il monte della mirra). Il mio coniuge rompe definitivamente la mia solitudine. Sono sempre disposto ad accettare che non sono più solo? Ci sono coppie che ancora, dopo tanti anni di matrimonio pensano che “era meglio prima, quando ero solo”: un dramma! E nel paradosso della vita si compie l’altalena della nostra interiorità: cercare disperatamente l’anima gemella, per colmare la nostalgia della solitudine nel proprio amore innamorato e poi, detestare la non solitudine, che stringe la libertà e rifiutare il proprio amore rivelato. Ma il Re raggiungerà la sua Regina e piano piano cambierà il loro linguaggio: Non diranno più “facciamo l’amore” perché l’amore non si fa, piuttosto “si è”. Sapranno di essere l’amore, di essere quella cosa sola! Noi siamo l’amore. Nel movimento del Cantico parto con un padiglione nuziale, fatto di materiali pregiatissimi (legno del Libano) e di profumi incantevoli (cura della persona) e il viaggio non lo farò da sprovveduto ma con un valoroso esercito, con sessanta prodi con spade ed esperti nella guerra, contro i pericoli della notte (Ct 3,8). Il nostro matrimonio va protetto perché i pericoli sono tanti. La notte è notte, e quando è troppo buio davvero posso essere indifeso. Ci saranno molte volte in cui sarà messa a dura prova la relazione a due, ci saranno molte “notti” nei nostri matrimoni e dovremo essere pronti a contrastare ciò che può riportarci lontano, in quell’antica solitudine. Il fidanzamento è il cammino dei cuori ma il matrimonio è il cammino dei cuori e dei corpi, delle menti e delle volontà. Come mai ciò non sempre accade?Perché le coppie perdono la desiderata armonia?

COME SEI BELLA AMICA MIA, COME SEI BELLA

Il corpo femminile è un canto: Lo sguardo, la purezza degli occhi, il desiderio, l’attesa, la conoscenza, la sessualità. La sessualità è il linguaggio dell’amore o, meglio, dell’amare. Così come le parole che pronunciamo realizzano un discorso che prende un senso, piuttosto che un altro, allo stesso modo l’esprimere i gesti sessuali traduce il nostro modo
di amare. Per linguaggio sessuale certamente non intendiamo soltanto l’aspetto fisico, unitivo, ma tutto il modo di essere perché io sono tutto sessuato. Sono donna dalla punta dei capelli in poi. Sono uomo in tutto il mio essere. Perciò io parlo sessualmente da come
muovo le mani, da come ti guardo, da cosa ti dico, il tono della voce, la calma o la violenza con cui faccio tutte queste cose, la posizione che assumo, i miei vizi coscienti e incoscienti, il dito puntato, il silenzio ostinato… Ma come lo imparo questo linguaggio?
Sicuramente dalla nascita e questo è il senso del corpo nel tempo: neonato, bambino, adolescenza, giovinezza, età adulta, età matura. Impariamo da bambini e ci saranno situazioni più o meno gravi che condizioneranno il nostro linguaggio corporeo. Pensiamo a scuola con i coetanei, la trasmissione di notizie, che di volta in volta provengono dalle proprie realtà familiari. Ci sono figli che rimangono traumatizzati per aver visto quel film pornografico, nascosto magari tra i libri del mobile di casa, che poi li ha resi “fissati” con il sesso. Ci sono figli che non sono stati adeguatamente custoditi, ci sono quelli che, invece, iper protetti, aspettano il momento opportuno per rompere le riga e scatenare ribellioni mai conosciute. Ci sono anche figli sereni, cresciuti con il loro preciso senso di adeguatezza. Questa è comunque la realtà con cui dobbiamo fare i conti perché, alla sessualità, ci arriviamo da soli, con la nostra autoeducazione, con quella marea di errori che forse nessuno ci corregge, nascondendoci, nel prosieguo della vita, anche agli occhi di chi, guarda caso, è la persona con cui condividiamo l’incontro delle anime. Lo sposo e la sposa sono nudi l’uno difronte all’altro eppure, spesso, non si riesce a diventare trasparenti, nonostante ci presentiamo nella povertà più assoluta, la nudità da ogni rivestimento. Non riusciamo ad affidarci così tanto da ritenere l’altro lo scrigno della mia interiorità. Quanti problemi su questo, quanta fatica ad accettare il proprio corpo. Un conto è il pudore un conto è la vergogna. Così puoi arrivare a 20, 30, 40, 50 anni, essere magari un professionista affermato ed essere incapace di affettività e ciò condizionerà anche la vita relazionale, compresa quella lavorativa. Allora, tornando a quel linguaggio, come saremo in grado di far parlare il nostro amore? La chiamata della tua vita deve funzionare per poter avere buone relazioni con tutti. Abbiamo presente quel luogo comune, forse non tanto comune, di quei titolari di uffici che al lavoro sono dei comandanti incredibili ma che a casa “scodinzolano” obbedendo frustratamente agli ordini impartiti? Ci sono queste situazioni e non si vive nella pace! Qui e ora devo prendere coscienza delle mie difficoltà perché soltanto così potrò muovermi e finalmente sentirmi libero e me stesso. Spesso nella sessualità c’è un’inconsapevole violenza, nei modi e nei gesti e spesso il disagio provato non viene neppure reso manifesto, preferendo altresì astenersi dall’Unione coniugale sponsale sacra. S. Ambrogio, quando era Vescovo di Milano, parlava in modo fermo ai mariti che non trattavano con il dovuto riguardo la tenerezza offerta dalle mogli: “Tu marito metti da parte l’orgoglio e la rudezza dei modi quando tua moglie si avvicina con premura. Scaccia ogni irritazione quando lei, piena di tenerezza ti invita all’amore. Non sei un padrone ma uno sposo, non hai una serva ma una moglie. L’unione con tua moglie esige che dal tuo cuore esca ogni durezza”.

IL GIARDINO DEL CANTICO

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata (Ct 4,12). Magari, dopo pochi o tanti anni del tuo matrimonio, scopri qualcosa del tuo coniuge che mai avresti immaginato e tu impazzisci, ti cade tutto perché il tuo cuore vorrebbe perdonare, ma, puoi confidare totalmente nella fragilità di una persona? “Levati aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino, si effondano i suoi aromi” (Ct 4,16). Come farò a farti entrare nel giardino? Come riuscirci fratello mio, sposo? Come posso darti o ridarti le chiavi per aprirlo? Cos’ha il mio Diletto di diverso da me? Nulla se non la medesima povertà e allora ti darò le chiavi perché tu sei il mio diletto e, specchiandoti in me riconoscerai te stesso e mi farai conoscere in te come un’unica carne, un solo Spirito, una sola anima perché ad immagine di Dio. Ricostruisci con me la Trinità: questa
è la chiave. Per ogni cosa mi do e ti do il perdono. Non lo faremo da soli, cercheremo aiuto, ascolteremo una parola, anzi, la Parola. Dio viene a parlarti, così come sei e dovunque tu sei. Entra in dialogo e troverai la tua storia e proprio lá rinascerai. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi frutti squisiti (Ct 4,16). Il viaggio del Cantico, cioè del matrimonio, non si conclude mai, perché, mano nella mano si cammina, fianco a fianco ci si sostiene e, come diceva San Francesco di Sales, “come si impara a camminare camminando così si impara ad amare amando”! Buon viaggio a chi desidera davvero che il proprio matrimonio possa diventare il Cantico per eccellenza.

Cristina Righi

Articolo pubblicato sul periodico L’amore misericordioso del mese di Novembre

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Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.

Questa domenica, la prima di Avvento, mi ha colpito particolarmente questo passaggio della seconda lettura. Siamo nella seconda lettera di San Paolo ai Romani. Questa lettera è caratterizzata da un filo conduttore. Paolo vuole spiegare a chi lo ascolta, alla comunità dei cristiani di Roma, che la salvezza non è qualcosa che possiamo meritarci con le opere, rispettando una legge, ma la salvezza è dono di Dio, che noi possiamo e dobbiamo accogliere. Null’altro! Cosa significa questo? Che posso vivere nel peccato, senza una legge, ed essere comunque salvo? Certo che no! Senza la legge di Dio viviamo l’inferno già da questa terra. C’è però un cambio di prospettiva fondamentale. La salvezza non viene dal mio rispettare la legge. Il mio rispetto della legge viene dall’aver accolto Gesù e la Sua salvezza nel mio cuore. Capite la differenza? Io non rispetto la mia relazione, il mio matrimonio, la mia promessa, la mia sposa perchè devo rispettare una legge. Lo faccio perchè Gesù mi ha amato. Io ho la grazia di avere una sposa che mi ama incondizionatamente e quindi lo faccio anche perchè la mia sposa mi ha amato. Io non sono castrato da una legge. Io non sono limitato dal mio matrimonio. Io non sono obbligato dalla mia sposa. Io ho accolto un dono grandissimo, un dono immeritato, un dono che cambia la vita: l’amore di Gesù e l’amore della mia sposa. Per questo la legge diventa non qualcosa che opprime, ma l’opportunità di essere capace di riamare. Non per obbligo ma per riconoscenza. Non per forza, ma per il desiderio di amare Gesù e la mia sposa fino in fondo. Questa consapevolezza mi dà la forza di respingere tante tentazioni. Quando desidero qualcosa mi faccio alcune domande. Sto amando Gesù se mi comporto così? Per capirlo mi faccio un’altra domanda: mi vergogno di questo gesto? Mi vergogno di raccontarlo alla mia sposa? Le procuro dolore e sofferenza? Sembra una stupidata, ma questo amore, questo modo di accogliere la legge mi hanno aiutato anni fa ad allontanarmi dalla pornografia. La motivazione non l’ho trovata in me, l’ho trovata nel desiderio di non far soffrire chi tanto mi amava e mi ama: Gesù e Luisa. Quindi Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. Buon periodo di Avvento. Che sia tempo fecondo per crescere in unità e amore.

Antonio e Luisa

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La chiave più importante della nostra casa porta l’immagine di Madre Speranza.

Ti accorgi sempre successivamente dell’importanza delle cose e quando scegli non sempre sei consapevole della profondità di ciò che accadrà. Scrivo questo guardando alla
chiave del cancellino della cappellina A.Mar.Lui, nella nostra chiesa domestica.
Quando iniziò il progetto di questa meravigliosa opera, cioè una cappella all’interno della nostra casa, pensai, quasi sovrappensiero, di mettere come portachiavi quello con l’immagine della Beata Madre Speranza, mentre, nel tabernacolo, ove è custodito il Santissimo Sacramento, vi è una piccola chiave con un bel mappo color oro. La nostra storia di coppia è una meravigliosa rinascita che ha rivisto Luce dopo un lungo periodo di tenebra e divisione e ora, grazie all’invito di un nostro amico professore, scrittore e bravissimo teologo, ma soprattutto marito e padre di tre bei maschietti, la si può trovare, la nostra storia, scritta nel neonato libro “NOI, STORIA DI UNA CHIESA DOMESTICA” edito da Tau editrice. Lui è Robert Cheaib a cui va ancora il nostro immenso grazie per essersi fatto strumento di un progetto grandissimo. Questo libro, che consideriamo un’opera di Dio, tesa a raggiungere più storie di vita possibili, vuole essere solo una testimonianza e una “narrazione teologica”, come l’ha definita don Carlo Rocchetta nella prefazione, di un vero miracolo laddove ci saremmo di sicuro lasciati e separati con grave riflesso anche verso i nostri splendidi quattro figli. Dio non ha permesso questa “rottura” e il nemico non ha prevalso e così, con le nostre due voci di coniugi, abbiamo dato corpo ad una storia “risorta” che sta viaggiando dal nord al sud, anche attraverso la nostra presenza laddove il Signore ci chiama a parlare in diretta! Questo è il motivo per cui facciamo accompagnamento alle coppie, per consegnare le armi spirituali a difesa di un nemico che vuole distruggere le famiglie progetto di Dio. Nel libro raccontiamo tutto, qui invece vogliamo parlarvi del cammino con le tante famiglie che il Signore ci mette a fianco e con cui, a braccetto con Gesù, procediamo! La cappellina di cui ho parlato all’inizio è dedicata alla prima coppia di sposi che la Chiesa ha beatificato e cioè i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, e ci è stata autorizzata dal nostro Vescovo, il Cardinale Gualtiero Bassetti, a causa soprattutto della nostra missione di accoglienza e accompagnamento di tutte le coppie di sposi. Dalle giovani coppie ma soprattutto a quelle in difficoltà nella vita relazionale di coniugi e familiare. Come responsabili a Perugia dell’Associazione A.Mar.Lui (che opera a livello nazionale dal 2010) lo Spirito Santo non ha mancato il bersaglio e ci ha “soffiato” alle orecchie ciò che avremmo potuto fare. Partire innanzitutto dalla preghiera con tutti coloro che ci sarebbero stati inviati a casa e poi portare avanti un percorso di fede per accompagnarci di anno in anno. E così è nato, a casa nostra, dinanzi al Santissimo Sacramento e alla presenza dei sacerdoti che ci seguono nel cammino, un meraviglioso CENACOLO, chiamato DEI SANTI CONIUGI a cui convengono così tante coppie che spesso siamo anche 80 persone, comodamente sedute e abbandonate ad una preghiera guidata in particolare per la coppia. Il cenacolo è ogni 15 giorni dalle 21 alle 22. Al termine della preghiera le coppie ricevono sempre un segno particolare per riflettere e stimolare la ricezione della grazia. Ogni volta ci si ispira a dei Santi dei quali, tra l’altro, possediamo Reliquie di primo grado per grazia di Dio. Abbiamo con noi San G.Paolo II, i Santi Martin, i Beati Beltrame Quattrocchi (ovviamente), Santa Gianna Beretta Molla, Santa Gemma Galgani, la Beata Madre Speranza, la Beata Mattia di Matelica. Inoltre, una domenica al mese, secondo un tema stabilito all’inizio dell’anno, viviamo il cammino che si snoda attraverso la catechesi, la condivisione comune e l’accompagnamento personale curato anche dal sacerdote, nostro assistente spirituale che è don Mauro Angelini. Alla fine dell’anno si vive una giornata di ritiro spirituale ed eccoci al punto in questione. Non vi è stato alcun dubbio che quest’anno il ritiro dovessimo farlo al Santuario dell’Amore Misericordioso della Beata Madre Speranza a Collevalenza. Ci è balzato subito in mente e nel pensare ad una meta è arrivata questa, diritta nel cuore di tutti! Dobbiamo dire, anzi ,che una delle catechesi mensili del cammino è stata dedicata alla Madre anche perché, il nostro don Mauro, sta preparando una bellissima opera letteraria  proprio su di lei e gli è stato affidato questo incarico. Ciò è stato per noi un altro filo conduttore di questa testimonianza. La Madre è con noi, dall’inizio… nel portachiavi della porta più importante della cappellina, quella che protegge, e cioè, il cancello in ferro battuto! Per comodità decidiamo che il ritiro si farà nella giornata del 16 giugno 2018, ed, essendo un sabato, ciascuno avrebbe potuto immergersi nelle vasche del santuari. (Continua….)

Cristina Righi

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La mia forza viene dal suo sguardo

Come è possibile essere consapevoli della propria debolezza, della propria inadeguatezza, della propria fragilità e nel contempo sentire di essere forte. Abbastanza forte da portare in salvo la tua vita? Alla fine il cristiano è così. In realtà io mi sento debole anche da prima della conversione. C’è però una grande differenza tra prima ed ora. Prima non concludevo nulla. La vita mi spaventava, ogni impegno mi pesava. Passavo il tempo a sentirmi meno degli altri, c’era sempre qualcuno più bello, più bravo, più brillante. Qualcuno che era sempre più di me. Io mi sentivo sempre il mediocre, quello che sta in mezzo e che non viene notato da nessuno. Ero pieno di invidia e di risentimento verso chi era più di me. Gli invidiavo la vita e le qualità che possedeva. Ero in uno stato davvero penoso. Perchè scrivo queste cose? Perchè vedo tanta gente intorno a me che è nello stesso stato. Tanti giovani lo sono. Si può uscirne! Si può! Bisogna avere il coraggio di alzare lo sguardo. Smettere di invidiare le altre persone che sono più di noi. Ce ne saranno sempre. Alzare lo sguardo riconoscendoci miseri. La nostra miseria non deve essere qualcosa che ci blocca e che ci incattivisce. Questo accade quando il nostro sguardo è miope. Quando non arriva fino a Dio. La nostra miseria può essere quella leva che ci aiuta ad alzare lo sguardo, a cercare Dio. A riconoscerci bisognosi di Lui e del Suo amore. Allora tutto cambia. Lui ti guarda con lo sguardo di uno sposo innamorato. Tu che sei una sposa infedele. Come in Osea: Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore.

E’ proprio così. Prendere coscienza delle proprie miserie, dei propri fallimenti, dei propri errori e delle proprie imperfezioni e poi alzare lo sguardo e incontrare quello di un Dio che ti ama nonostante quello che sei in quel momento, nonostante tu stesso non ti ami. Questo cambia tutto. Capisci che Dio ti ama di un amore unico. Capisci che ti ama perchè sei tu e non perchè meriti quell’amore. Capisci che la tua stessa vita è un dono che ti ha fatto Lui. Capisci che è sempre stato con te, ma che per farsi presente ha atteso che tu lo cercassi, per non essere invadente. Davvero ti ama dell’amore di uno sposo fedele e premuroso. Per questo gli sposi sono immagine dell’amore di Dio. Io ho ritrovato quello sguardo in Luisa. In lei mi sento forte perchè lei mi guarda con lo sguardo di Cristo. Lei mi ama perchè sono io senza che io debba dimostrarle nulla. Luisa mi ha reso più uomo, un uomo migliore, non chiedendomi nulla, semplicemente amandomi.

Come disse Costanza Miriano: L’uomo si innamora quando ha al suo fianco una donna profondamente bella, che non si lamenta e che non cerca di cambiarlo: una donna spiritualmente profonda, che lo faccia innamorare nella più completa libertà, una donna capace di accoglierlo in tutto, che si fida della sua virilità nell’affrontare il mondo. Quello che arriva in cambio è straordinario: dedizione totale e disponibilità al sacrificio da parte dell’uomo.

Ecco è proprio così. Io apparentemente non sono diverso da prima. Le mie fragilità ancora ci sono. Lo sguardo di Dio e lo sguardo della mia sposa mi danno però una forza e una determinazione che non pensavo di avere. Davvero comincio anche io a pensare di essere una meraviglia. Dio lo pensa perchè io non dovrei? E tu? Sai di essere meravigliosa/o?

Antonio e Luisa

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Lezioni d’amore: ego o anima?

Oggi voglio parlarti della scala che c’è tra amore egoico ed amore animico. Si tratta di un aspetto molto importante, e direi assolutamente fondamentale, dell’amore; quindi oggi in conclusione ti parlo di amore, una cosa basilare per la tua vita, spiegandoti un aspetto fondamentale dello stesso…

Il «tono di voce» di questo articolo ti potrà sembrare un po’ strano e diverso dal solito, la cosa è dovuta al fatto che questo articolo è la trascrizione di una breve lezione tenuta nel mio studio ad un gruppo di persone sul tema, quindi non nasce originariamente come testo scritto, ma appunto come lezione orale.

La scala dell’amore egoico-animica si applica all’amore di tutti noi o, detto in altri termini, l’amore di ognuno di noi si colloca sempre in un determinato gradino della scala egoico-animica. Questi discorsi sembrano molto astratti, ma è possibile fare subito due esempi molto chiari che fanno anche capire come si tratti i discorsi in realtà molto concreti e fondamentali nella vita di tutti i giorni.

L’amore egoico è l’amore di colui che desidera letteralmente possedere la persona amata, per soddisfare un proprio bisogno e senza curarsi più di tanto, o addirittura senza curarsi minimamente, del benessere della persona amata. L’amore egoico quindi è quello di colui che prende una persona e ad esempio la chiude in cantina perché la vuole avere, la vuole avere tutta per sé, la vuole avere in qualsiasi momento, al completo soddisfacimento del proprio ego.

L’amore animico si colloca invece all’estremo opposto. Prima di farti l’esempio dell’amore animico devo però farti una precisazione. Sia l’esempio dell’amore egoico che l’esempio dell’amore animico rappresentano due estremi che raramente si trovano in forma pura nell’uomo di tutti i giorni. Sono però due concetti molto importanti che ci fanno capire che cos’è questa scala egoico-animica e come la possiamo utilizzare per misurare il nostro amore, perché l’amore di tutti si colloca in qualche punto di questa scala, tra l’amore egoico, che abbiamo appena visto, e quello animico che vedremo tra poco.

L’amore animico è quello che appunto, come dice il termine stesso, viene dall’anima e non dall’ego della persona. Facciamo subito un esempio. Tu sei sposato con una donna che ami tantissimo. Questa donna un giorno vieni a casa e ti dice che si è innamorata di un altro uomo e che per la prima volta in vita sua è completamente felice. Tu, anziché impazzire ed imbestialirti, sei genuinamente felice per lei e senti la sua stessa gioia e completezza dentro di te… È evidente che l’amore animico è l’amore con cui ci ama Dio, è l’amore con cui hanno amato quegli uomini che si sono riusciti ad elevare al massimo grado della dimensione animica, ad essere delle grandi anime, come ad esempio Ghandi, che appunto era soprannominato grande anima (a proposito sai che ad esempio a Genova una persona che si comporta male viene chiamata anima piccola), oppure Budda oppure Gesù.

Per un uomo, è difficile provare per un’altra persona un amore puramente animico che è totale e incondizionato e prescinde anche dalle proprie esigenze. Ma, se proprio dovessimo dare una definizione di amore, che cosa potremmo dirne, se fossimo davvero sinceri fino in fondo? Come lo potremmo definire se non come mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio? Io non credo che l’amore possa essere definito diversamente da così, l’amore è sempre mettere il benessere di un’altra persona sopra al proprio benessere.

É solo in questi casi che si ama davvero, è questo peraltro l’oggetto della promessa del matrimonio cristiano, che non è affatto una promessa da poco ma è una promessa terribile che ti impegna e ti vincola per sempre, anche perché, come è stato giustamente detto, chi non è disposto ad amare per sempre non ha amato davvero neppure un solo istante.

Ma allora se amare davvero è così difficile, così arduo, così improbabile specialmente in una società e con un inconscio collettivo di proiezione neoliberista che ha eretto l’egoismo a criterio di relazione con gli altri, sulla scorta del concetto, di Hobbes, homo homini lupus, che è esistenzialmente una delle più grandi truffe della storia della filosofia una cosa falsissima e sciagurata, dal momento che l’uomo è esattamente l’opposto è un animale non solo sociale ma socievole e che soffre tremendamente per la mancanza di autenticità propria e di relazioni autentiche con gli altri. Se – dicevo – amare è così difficile, così arduo, così ridicolo persino, dovremmo forse rinunciarci prendendola persa in partenza o, magari, poco dopo la partenza, come fanno in tanti, quasi tutti?

Lo scopo del discorso di oggi non è fare rinunciare nessuno, anzi, tutto al contrario, io ti voglio dare più consapevolezza per renderti in grado di amare meglio, di più e più a lungo. Quando dico che per imparare ad amare bisogna studiare molti anni intendo proprio questo, che non si nasce sapendo già come si può far sentire amata una persona, bisogna studiarlo, bisogna impararlo: bisogna studiare ad esempio i cinque linguaggi dell’amore di Gary Chapman, un grande genio. Bisogna capire nella scala egoico-animica dove si colloca il nostro amore per una determinata persona e bisogna fare delle scelte. L’amore non è per qualsiasi persona: qualunque stupidotto è capace di innamorarsi, per amare davvero invece ci vogliono le palle.

La conclusione del nostro discorso di oggi, comunque, è in una domanda, anzi un paio di domande. L’essenza dell’uomo, come ha molto lucidamente sostenuto Heidegger, ha la forma di un punto interrogativo. E lo stesso counseling, nonostante che il nome possa indurre qualcuno a pensarlo, non è mai fatto di consigli; nel counseling è assolutamente vietato impartire consigli, l’essenza del counseling è fare domande, domande che stimolino dei processi riflessivi e che generino delle nuove idee e dei nuovi punti di vista nella persona che ha fatto ricorso al counselor, che li deve produrre, di fatto, più o meno spontaneamente.

La domanda di oggi è allora questa: «dove si colloca l’amore che provi per la persona che c’è nel tuo cuore, tra un estremo e l’altro della scala egoico-animica?» Si colloca più vicina al tizio che prende una donna e la chiude in prigione per tenerla tutta per sè, anche a costo di farla morire, o si colloca più vicina a quell’altro tizio che gode sinceramente del fatto che finalmente la moglie ha trovato l’uomo della sua vita? Sì, lo so: entrambi questi tizi ti sembrano dei pazzi, dei folli, delle persone completamente fuori di testa e può anche essere che sia vero, ma dentro di te ti assicuro che questi due tizi ci sono entrambi.

Ed ecco adesso la domanda finale di oggi e del resto della tua vita: «a quale di questi due tizi dentro di te vuoi dare da mangiare da oggi in poi

Tiziano Solignani (Avvocato e Counselor)

Qui il link all’articolo originale

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Abramo e certe suocere!

Don Fabio Rosini non è mai banale. Oggi mi avvalgo di una sua riflessione riguardo la storia di Abramo. Parto da ciò che lui ha detto per sviluppare la mia lettura declinandola verso l’amore sponsale. Abramo è il padre di una discendenza sterminata di persone. La storia di Abramo, di un vecchio coniugato con una donna sterile, diventa l’avventura più feconda della storia dell’uomo. Don Fabio dice tante cose. A me interessa soffermarmi su un passaggio. Siamo all’inizio del capitolo 12 di Genesi: Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò.

Questo passaggio è interessante per noi sposi perchè indica anche a noi la strada per essere una coppia felice e feconda. Esistono tre diverse realtà che ci caratterizzano che dobbiamo abbandonare quando ci sposiamo. Quando formiamo una nuova famiglia.

  1. Abbandonare il paese. Abbandonare ciò che possediamo. Spesso siamo così attaccati alle nostre cose che ne siamo incatenati. Le nostre cose non sono solo i beni materiali. In questo caso sono tutte le nostre sicurezze, il nostro voler avere il controllo della situazione, voler aver in mano la nostra vita. Capite bene che quando ci si sposa le cose cambiano repentinamente e profondamente. Non possiamo più pretendere di aver tutto sotto controllo. C’è un’altra persona, un’alterità, un mistero che non possiamo pretendere di governare, ma solo di accogliere. Non solo. Anche la nostra vita non sarà più solo nostra. Ricordiamo che nel matrimonio la doniamo all’altro/a.
  2. Abbandonare la patria. Uscire dalla nostra cultura. Se il paese è ciò che possediamo, la patria è ciò che pensiamo. Cultura intesa come modo di pensare, come mentalità. Non significa cancellare tutto ciò che siamo stati fino a quel momento. Nel matrimonio ci portiamo la nostra storia. Se siamo fatti così, se pensiamo in un determinato modo, ciò è frutto del contesto e della famiglia nei quali siamo cresciuti. Non rinnegare il passato quindi, ma neanche farne un assoluto. L’incontro con l’altro/a significa mettere in gioco il nostro modo di pensare con il suo per farne una nuova stirpe, come dice Dio ad Abramo. Per farne uno nuovo che non è il mio e non è il suo ma è il nostro, una nuova via frutto di una nuova unione. Un modo di pensare arricchito della storia di entrambi.
  3. Abbandonare la casa del padre. Bisogna comprendere che il nostro mondo affettivo cambia. Dio, attraverso il matrimonio, ci vuole dire che non sarà più come prima. Ci dice che la nostra famiglia non è più quella di prima. Continuiamo ad essere figli dei nostri genitori. Questo non cambierà mai. La nostra famiglia però non è più con loro. Attraverso il matrimonio Dio ci conduce verso una nuova terra, una nuova famiglia, quella che abbiamo formato con nostro marito o con nostra moglie. E’ importante avere chiaro questa nuova situazione. E’ importante avere delle priorità. Capire che nostra moglie o nostro marito viene prima dei genitori. Penso ai tanti sposi ancora dipendenti dalla famiglia di origine. Penso a certe madri che non mollano la presa e fanno di tutto per mettersi in competizione con la nuora. Queste situazioni vanno evitate. Bisogna essere chiari. Non significa mancare di rispetto a chi ci ha generato, ma significa prendere in mano la nostra vita e far sì che dia frutto. Per farlo dobbiamo abbandonare la famiglia di origine. Abbandonare quelle dipendenze che impediscono di rendere il nostro matrimonio un’altra cosa da ciò che eravamo. Se un genitore non capisce e rischia di distruggere la nostra relazione sponsale con il suo comportamento dobbiamo avere la forza anche di allontanarlo da noi se necessario. Ciò non significa disinteressarci dei nostri genitori, soprattutto quando diventeranno anziani. E’ importante prendersi cura di loro. Sempre però con la consapevolezza che ora la nostra famiglia è un’altra, che è importante coinvolgere nelle decisioni sempre il nostro coniuge e che la nostra relazione matrimoniale viene prima di ogni altra relazione.

Solo così saremo capaci, come Abramo, di rendere il nostro matrimonio qualcosa di meraviglioso e di molto fecondo.

Antonio e Luisa

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Siamo poveri della nostra ricchezza!

(English Español)

San Francesco era un rivoluzionario. Per questo mi piace. Lo era nel vero senso della parola. Non un fricchettone figlio dei fiori come vuole presentarlo una certa cultura figlia del sessantotto, ma un vero rivoluzionario del Vangelo. Un profeta che ha mostrato chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo. Uno che si è preso sulle spalle la Chiesa in un momento molto difficile e l’ha portata in salvo. Un vero strumento di Dio. La cosa bella è che lui non voleva fare altro che vivere il Vangelo nella sua vita, non pensava certo di diventare un’icona planetaria, tutt’ora feconda e meravigliosa. Stavo seguendo distrattamente una trasmissione su Rai Storia quando hanno intervistato un frate francescano che riguardo a Francesco ha detto una frase che mi ha colpito dritto al cuore: Francesco era ricco della sua povertà. E’ una frase che sembra costruita su una contraddizione. Come si fa ad essere ricchi della povertà? San Francesco lo era. Lo era non perchè la povertà può renderti ricco, ma perchè la povertà fa spazio a chi ti può rendere ricco. La povertà esteriore, la povertà nel vestire, nel mangiare, la povertà di chi non possedeva nulla era solo una parte della povertà di Francesco. Non serve essere povero se poi invidi chi è ricco. Non serve essere misero se questo ti rende miserabile. Francesco è stato capace di avere un cuore povero. Questo è ciò che più conta. Un cuore vuoto, o meglio che lui ha svuotato di se stesso, che può essere riempito di Dio, dell’amore che non passa e che tutto sana e che tutto spiega. Invece noi non siamo così. Noi non siamo capaci di svuotare il nostro cuore per fare posto. Per fare posto a Dio e per fare posto al nostro sposo o alla nostra sposa. E’ facile capire che è così. Siamo sempre pronti a rivendicare torti subiti, veri o presunti. Siamo sempre pronti a mettere in evidenza ciò che l’altro dovrebbe fare o non dovrebbe fare. Sempre pronti a mettere le nostre esigenze davanti all’altro/a. Tanti litigi sono frutto di due persone che non hanno fatto posto, ma hanno ancora il cuore pieno di se stesse. Così non funziona. Così costruiamo relazioni deboli, fondate non sull’amore ma sul bisogno che abbiamo dell’altro/a per stare bene, per soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri. Siamo sempre noi al centro della relazione. L’altro diventa mezzo per e non destinatario del nostro amore. L’altro/a diventa una cosa in nostro possesso come l’ultimo modello di Iphone. Certo non è proprio così ma il senso è quello. Quella cosa mi serve per stare bene, per stare meglio. Questa è la nostra povertà. Siamo poveri perchè siamo ricchi, il nostro cuore è pieno di noi e non c’è posto per Dio, per l’altro/a e, di conseguenza, per l’amore. San Francesco era ricco della sua povertà, noi, spesso, siamo poveri della nostra ricchezza. Impariamo da Francesco. Facciamo posto e la nostra vita e il nostro matrimonio diventeranno la nostra ricchezza più grande.

Antonio e Luisa

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Chi non vuol lavorare neppure mangi.

Fratelli, sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi,
né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.
Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare.
E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi.
Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione.
A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

Questa domenica non mi soffermo sul Vangelo. Mi ha colpito la seconda lettura. Vengono riprese alcune righe della seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. San Paolo scrive ai Tessalonicesi mentre si trova a Corinto circa nel 50 d.C. Questa epistola, la seconda, tratta in particolare un tema decisivo per noi cristiani. Essere forti nella tribolazione con la speranza che presto verrà la Parusia, cioè la nuova venuta di Cristo. Un discorso escatologico molto complicato e astratto. Vediamo di renderlo concreto nella nostra vita di uomini e donne del nostro tempo, nella nostra storia di sposi cristiani. Per farlo credo sia importante soffermarci su un punto esatto di questa Parola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sembra quasi una minaccia, una punizione. Per certi versi lo è ma non è qualcosa che ci è inflitto ma che ci auto infliggiamo. Cosa voglio dire? La nostra relazione, il nostro matrimonio, la nostra famiglia sono come un campo molto fertile che ci viene affidato. Ci viene affidato da Gesù stesso. Non mancheremo di nulla. Gesù ci promette che ci darà tutto il necessario per coltivare quel campo e fargli dare frutti abbondanti. Unica richiesta che Dio fa a noi sposi è di metterci il nostro lavoro, la nostra fatica, la nostra volontà, la nostra determinazione e il nostro sudore. Spendere tutte le energie che abbiamo per rendere quel campo il più rigoglioso possibile. Per rendere quel campo un’esplosione di colori e di profumi. Per rendere quel campo ricco di ogni frutto per nutrire il nostro cuore e magari darne anche a chi non ne ha. Il matrimonio è questo. Il matrimonio è un sacramento che è in grado di restituire agli sposi l’ordine e la bellezza delle origini (grazie alla redenzione di Cristo) ma non sarà più come prima. Il giardino dell’Eden prima ci era dato ora va costruito giorno dopo giorno con la Grazia di Dio e con tutta la nostra volontà e la nostra dedizione.

Antonio e Luisa

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I figli sono un noi che si fa carne!

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E’ appena stato pubblicato uno studio americano. Uno studio importante e significativo del Centers for Disease and Control Prevention, un ufficio statunitense che si occupa di prevenzione e malattie a livello federale. Ne è scaturito un quadro chiaro riguardo un aspetto in particolare. I bambini figli di divorziati hanno maggior possibilità di contrarre patologie più o meno gravi. Vengono equiparati, in questa categoria di maggior pericolo, a chi ha subito abusi fisici, emotivi o sessuali, chi ha vissuto la violenza domestica, a chi ha avuto un familiare che ha tentato il suicidio, tossicodipendente o incarcerato. Isomma, questo studio ha evidenziato quello che già sapevamo: il divorzio è un trauma molto grave paragonabile ai peggiori disastri che un/una figlio/a possono affrontare. Perchè il divorzio è così devastante? I nostri figli sono nati da quel sì che io e Luisa ci siamo promessi il giorno del matrimonio. Loro sono costituiti dall’amore che io e Luisa abbiamo concretizzato quel giorno. Loro sono fatti biologicamente di quel noi. Metà patrimonio genetico è mio e l’altra metà è di Luisa. Loro sanno di non essere solo un prodotto biologico. Loro sono frutto di un amore. Loro sono frutto di un’unione. Loro sono frutto di una promessa che diventa vita. Loro sanno di essere tutto questo. Non lo sanno esprimere e non ne sono consapevoli, ma nel loro profondo lo sanno benissimo. Ecco perchè fino a quando sono stati piccoli hanno consumato il filmino del nostro matrimonio a forza di guardarlo. Guardando quel film ne restavano affascinati. Vedevano gioia e amore. Vedevano i loro genitori che si volevano e si vogliono bene. Vedevano qualcosa di meraviglioso. E pensavano. Pensavano e pensano tutt’ora che se è meraviglioso quello da cui sono nati sono meravigliosi anche loro. Se papà e mamma si vogliono bene allora significa che sono belli, che sono desiderati, che sono amati. Che sono preziosi! Capite il male che provoca il divorzio nella profondità dei nostri figli? I genitori separati possono comunque amare singolarmente i figli. Possono dare loro anche più attenzioni e cura di prima, ma non possono evitare ai loro figli una sofferenza profonda causata dalla distruzione di quel noi. Una ferita che segna. Dividendosi e separandosi lanciano un messaggio chiaro: Voi siete il frutto di qualcosa che non è bello, che non mi piace più. Questo è devastante. Ecco cosa scrive un bambino ai propri genitori in una lettera che potete trovare sul web:

Mi state insegnando che sono nato da una persona che non è amabile e che ha torto, e che in qualche modo sono sbagliato anch’io

I nostri figli si nutrono del nostro amore. Non solo dell’amore che io posso dare loro come papà, ma ancor di più dell’amore che manifesto alla loro mamma. Godono nel vedere le mie attenzioni verso la loro mamma. Sono felici di un mio abbraccio e di una mia carezza alla loro mamma. Sto dicendo loro che sono preziosi perchè è preziosa la relazione da cui sono nati.

Papa Francesco nel 2015 affermò questa verità con parole molto chiare e nette. Come se desse voce a tutti i figli vittime del divorzio:

Marito e moglie sono una sola carne. Ma le loro creature sono carne della loro carne. Se pensiamo alla durezza con cui Gesù ammonisce gli adulti a non scandalizzare i piccoli – abbiamo sentito il passo del Vangelo – (cfr Mt 18,6), possiamo comprendere meglio anche la sua parola sulla grave responsabilità di custodire il legame coniugale che dà inizio alla famiglia umana (cfr Mt 19,6-9). Quando l’uomo e la donna sono diventati una sola carne, tutte le ferite e tutti gli abbandoni del papà e della mamma incidono nella carne viva dei figli.

Antonio e Luisa

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Amatevi come compagni di viaggio!

To read in English

E’ significativo il fatto che alcune delle parole più belle sul matrimonio siano state pronunciate da un religioso, Fra Cristoforo, che nel capitolo XXXVI de I promessi sposi pronuncia il discorso d’addio ai protagonisti:

“ – Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d’una volta, seguì a dirle il cappuccino: – chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto.

Righe meravigliose. Queste parole di Fra Cristoforo sono una gemma incastonata in quel capolavoro che è l’opera più importante di Alessandro Manzoni. Siamo verso la fine del romanzo. La peste sta allentando la sua cupa morsa sulla città di Milano. Renzo e Lucia sono sopravvissuti all’epidemia che ha mietuto tantissime vittime. Tutto sembra procedere per il meglio. I due giovani si ritrovano al lazzaretto. C’è qualcosa che ancora impedisce la loro unione. Non è più don Rodrigo. E’ morto. C’è un impedimento forse ancor più difficile da superare. Lucia, nella drammatica notte passata al castello dell’Innominato, ha promesso alla Madonna di donarsi completamente a Lei nella verginità, in cambio della liberazione. Renzo è disperato. Non riesce a capacitarsi. Fra Cristoforo interviene e libera Lucia da quel voto. Dopo averla liberata la riconsegna a Renzo con questo bellissimo discorso. Ricorda, almeno a me, per certi tratti, la vicenda biblica di Tobia e Sara.

Analizziamo pensiero per pensiero questo piccolo tesoro teologico.

  1. Chiedete di nuovo al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le concederà più abbondanti, dopo tanti guai. La santità è un dono di Dio. Certamente. E’ anche un atto di volontà personale e un’inclinazione del cuore. Questo è altrettanto vero. Le difficoltà della vita non sono solo una disgrazia. Possono essere un momento di crisi che ci mette di fronte ad una scelta. Decidere per il bene e continuare a confidare in Dio con speranza, nonostante tutto, oppure arrendersi al male e alla disperazione. Quanto accaduto a Lucia l’ha condotta verso la santità perchè lei, con la Grazia di Dio, ha scelto sempre il bene.
  2. E tu, – disse, voltandosi a Renzo, – ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura d’alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt’e due sulla strada della consolazione che non avrà fine. Questa raccomandazione ci ricorda che il nostro coniuge non ci è posto accanto per farci felici, affinché debba riempire quel vuoto e quei bisogni affettivi e sessuali che avvertiamo. Solo in Dio possiamo trovare ciò che ci manca e solo sentendoci amati da Lui possiamo corrispondere a quell’amore. Nel matrimonio rispondiamo all’amore di Dio amando una sua creatura che diventa mediatrice tra noi e Lui. Ecco che la gioia non sarà più necessariamente dipendente e scaturente solo da ciò che riceviamo. Anche il dono che faremo di noi all’altro/a sarà sorgente di vita nuova, di amore e di senso. Tutto cambia. Il matrimonio cambia con questa prospettiva. Il matrimonio diventa così scuola per imparare ad amare. Ci prepara all’incontro d’amore con lo sposo, con Gesù.
  3. Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Non dobbiamo guardarci negli occhi, come se il nostro orizzonte, il nostro tutto, fosse limitato all’altro/a. Tenendoci per mano dobbiamo guardare all’orizzonte eterno che ci sta davanti. Camminando insieme, sostenendoci l’un l’altra dobbiamo percorrere quella strada tracciata verso la santità e la gioia eterna in Gesù.
  4. Ringraziate il Cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla. Questo passaggio si ricollega al primo punto. Il matrimonio si puntella sulla roccia nella fede, certamente, ma anche nella forza che si genera nell’affrontare le difficoltà insieme. Ciò che ci permette di sperimentare l’amore incondizionato e autentico dell’altro/a non si trova nella tranquillità dei periodi sereni, ma nelle acque burrascose dei momenti difficili. Quando amare diventa una scelta difficile ecco che la fedeltà alla promessa, il sostegno reciproco, la misericordia donata l’uno all’altra e lo sguardo che non smette mai di scorgere la bellezza della nostra unione, diventano cemento per la relazione.
  5. Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d’allevarli per Lui, d’istillar loro l’amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li guiderete bene in tutto il resto. Bellissimo anche questo passaggio. Se il vostro amore prende carne, si concretizza in una nuova creazione, in una una nuova vita, ricordatevi sempre chi vi ha creato e chi vi ha ri-creato in un noi, in un’anima e un cuore solo. Riconducete quella creatura alla sorgente di tutto, alla sorgente del vostro amore, alla sorgente dell’Amore. Questo è il matrimonio. Questa è la nostra strada verso la santità

Alessandro Manzoni ci ha regalato un momento di pura teologia. Lo ha fatto a suo modo. Con la bellezza che riesce a trasmettere con la sua scrittura. Lo ha fatto per mezzo delle parole di un frate cappuccino. Un consacrato a Dio che mostra agli sposi, consacrati anch’essi in modo diverso, il fine della loro vocazione: prepararsi alle nozze eterne con lo Sposo che non delude mai.

Antonio e Luisa

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Cosa siamo disposti a sacrificare (rendere sacro)?

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Quanto ci costa la nostra fede? Cosa e quanto siamo disposti a sacrificare per Dio? Sacrificare nel vera accezione del termine. Cosa siamo disposti a rendere sacro? E’ vero, ci sono cristiani che arrivano a dare la vita in tante parti del mondo, ma non noi in occidente (almeno per ora). Ci sono musulmani che accettano tanti precetti e divieti. Che non mangiano determinati cibi, che non bevono alcolici, che digiunano durante il mese di Ramadan. Noi non siamo spesso capaci neanche di rispettare il digiuno quaresimale. Luisa racconta come sia rimasta edificata da una sua alunna marocchina che in estate, durante l’esame di terza media, non ha bevuto e mangiato e non si è mai lamentata di nulla. Noi non ne siamo più capaci. Neanche di queste piccole rinunce. Ci siamo rammolliti. Certo c’è sempre il rischio che una religiosità fatta di regole e precetti si trasformi in qualcosa di solo esteriore, qualcosa da fare per sentirsi a posto senza cambiare il cuore. Resta la domanda che ho fatto all’inizio: noi che fatica siamo disposti a fare per Dio? Siamo capaci di “pagare” qualcosa o vogliamo una fede a costo zero? Una fede a costo zero probabilmente vale ciò che costa, cioè nulla. Anche la nostra fede in realtà, se ci pensiamo bene, ci “impone” delle rinunce. Non le ricordiamo perchè non le vogliamo ricordare, ma ci sono. Me ne vengono in mente due in particolare. Due rinunce che toccano due ambiti molto simili. Una, l’ho già accennata, è il il digiuno quaresimale. L’altra riguarda il sesso. La castità! Aiuto che parola fuori moda! Castità prima del matrimonio (astinenza) e castità dopo il matrimonio (vivere l’amplesso nella verità dell’amore). Vivere cioè una sessualità che sia espressione di amore autentico e non di una semplice pulsione da soddisfare, che magari imbellettiamo di amore. Due rinunce, il cibo e il sesso, che non sono fini a se stesse. Attraverso queste richieste Dio Padre e Madre Chiesa vogliono educare i suoi figli, ognuno di noi. Educarci per farci persone consapevoli, pienamente umane e capaci di essere re e regine della nostra vita e delle nostre pulsioni. Come possiamo donarci se non ci possediamo? Come possiamo donare la nostra sessualità e il nostro corpo, se noi stessi non li governiamo ma li subiamo? Dio non ci chiede di rinunciare a qualcosa per Lui, ma di sacrificare qualcosa, cioè di renderla sua. La nostra sessualità sacrificata diventa qualcosa di davvero meraviglioso, perchè vissuta alla luce dell’amore pieno e vero. Così la castità non sarà qualcosa di castrante ma diventerà educante. Facendo fatica possiamo davvero imparare a mettere al centro l’altro/a e il suo bene e non il nostro ego e le nostre voglie. Allora l’astinenza dai rapporti prima del matrimonio diventerà canale per esprimere tutto il nostro desiderio e l’attrazione verso l’altro/a in gesti di tenerezza disinteressati e gratuiti, che diventeranno poi importantissimi durante il matrimonio. L’uomo (riguarda più l’uomo questo pericolo) che non si abitua ad esercitare la tenerezza fuori dal contesto sessuale poi nel matrimonio farà altrettanto, facendo presto sentire la sua sposa usata. Il deserto sessuale fa presto ad arrivare (come accade per tante coppie sposate). La castità prematrimoniale è la vera prova d’amore. Tanti giovani chiedono la prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, facciamo l’amore. La mia sposa mi ha chiesto un’altra prova d’amore: se mi ami davvero dimostramelo, aspettiamo il matrimonio. Vi assicuro che mi è costato tantissimo, ma non me ne sono mai pentito. Chi pratica la castità è disposto a rinunciare al suo desiderio fortissimo di unirsi sessualmente all’altro/a per qualcosa di più grande. Sta dicendo all’altro io ti voglio tutto/a, non voglio solo il tuo corpo. O tutto o niente. L’amore è così. Almeno quello vero. Quando saremo uno nel cuore, quando ti avrò dato tutta la mia vita nel per sempre del matrimonio allora vorrò anche il tuo corpo perchè solo allora sarò degno di un dono tanto prezioso. Solo allora entrerò nel mio giardino come un re, come una regina e non come un ladro che prende qualcosa che non gli appartiene. Dio non ci chiede una fatica sterile, se lui chiede per sè qualche cosa di nostro è per restituircela ancora più grande e più bella. Così è la castità. Prende la nostra sessualità e la rende un modo per sentirci persone piene, per sentirci completamente amati e per fare esperienza di paradiso. Molti fanno sesso, pochi fanno l’amore, gli sposi cristiani riattualizzano un sacramento. Non è la stessa cosa. Fidatevi.

Antonio e Luisa

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Un amore eterno. Ma in paradiso?

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In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo
e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.
Da ultimo anche la donna morì.
Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;
e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». (Luca 20,27-38.)

Cerchiamo di contestualizzare questo Vangelo. Chi erano i sadducei? I sadducei erano l’elitè della società ebraico-palestinese del tempo di Gesù. Da loro proveniva quella classe dirigente e sacerdotale che spesso rappresentava gli ebrei di fronte ai romani. Erano pochi ma molto influenti. Non credevano, ed è quello che più ci interessa, nella vita eterna e nella resurrezione dai morti. Gesù, attraverso questa parola, ha voluto mettere in evidenza come su questo punto i sadducei sbagliano e conferma che siamo invece fatti per vivere in eterno. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Questo blog aiuta a riflettere sulla nostra chiamata all’amore sponsale e questo Vangelo pone una questione importante. Come sarà la nostra vita nell’eterno di Dio? Come sarà la relazione tra gli sposi?

Non lo sappiamo come non sappiamo quasi nulla della vita eterna. E’ qualcosa che non ci appartiene ancora e che non possiamo comprendere. Ci sono però alcune riflessioni che possiamo fare assumendo alcune realtà e verità che conosciamo.

Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro/a diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro/a possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Noi possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. In paradiso potremo amare Dio direttamente senza più nessuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora.

Quindi non ci sarà più matrimonio, lo conferma anche Gesù, ma davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perchè vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

Antonio e Luisa

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Uno sguardo sempre per ricostruire, non per distruggere di più

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Oggi parliamo di sensi di colpa. Mi ha scritto una sposa chiedendomi di aiutarla a capire come affrontare il senso di colpa. Lei sposata si è lasciata corteggiare da un altro uomo. Non solo si è sentita gratificata e a provato piacere nelle attenzioni del collega. Lei si è resa conto del pericolo e ha troncato tutto. Ha voluto anche parlarne con il marito per metterlo al corrente e per scusarsi con lui.

E’ giusto che lei provi un senso di colpa? Direi di si. C’è già un piccolo tradimento nel suo atteggiamento. Ha spostato l’attenzione dalla relazione matrimoniale ad un’altra relazione. Il suo senso di colpa deve essere però costruttivo e non distruttivo. Cosa voglio dire? Il senso di colpa è una cosa buona quando suona come un campanello d’allarme. Lei si resa conto che stava ricercando l’attenzione e la cura che desiderava non più nel marito, ma in una persona terza. Questo l’ha convinta a cambiare rotta e ridirigere il suo sguardo verso lo sposo. Non basta però. Ora deve, anzi devono insieme lei e il marito, riflettere e meditare sul perché lei sia incorsa in questo pericolo, tentazione, debolezza, chiamatela come volete. Molti tradimenti e poi separazioni nascono così. Devono riflettere bene; questo pericolo scampato è un segno che qualcosa nel loro rapporto è da mettere a posto. Spesso accade che la vita ordinaria di una famiglia porti a darsi per scontati. Pian piano ci si perde di vista e si scivola nell’assenza di dialogo amoroso. Dialogo fatto di gesti di tenerezza e cura vicendevoli. Ecco, questa situazione può essere un’occasione per mettere apposto le dinamiche di coppia, per ricominciare a guardarsi con gli occhi della persona che ama e che ci tiene all’altro/a. Quello che poteva essere un pericolo mortale per la coppia può trasformarsi in un inizio di rinascita e rinnovamento. Sta alla coppia approfittarne.

Quando invece il senso di colpa non va bene? Quando è distruttivo. Quando, il rischio c’è, ci si identifica con quel comportamento che abbiamo avuto. Questa sposa si sente sbagliata perché ha assecondato un comportamento sbagliato. Nulla di più dannoso. Noi commettiamo errori, cadiamo in piccole e grandi tentazioni, ma non siamo quegli errori. Possiamo con le nostre scelte porre rimedio, o quando non è possibile almeno cambiare atteggiamento è imparare da quegli errori. La sposa che mi ha scritto sentendosi cattiva per il suo comportamento dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla sua reazione positiva che ha evitato che quel piccolo tradimento potesse diventare qualcosa di più grave e forse irreparabile. Quella sposa dovrebbe concentrarsi ora non sul suo comportamento sbagliato, ma sulla causa che lo ha provocato. Questo è il modo per affrontare in modo vincente un senso di colpa, questo è il modo per ripartire più forte e con più convinzione rispetto a prima.

Antonio e Luisa

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Come due pattinatori

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Il matrimonio è un’avventura meravigliosa. La persona con la quale si è deciso di legarsi per la vita non è mai la stessa. C’era un film di qualche anno fa molto interessante. 50 volte il primo bacio. Una commedia brillante di quelle che solo gli americani sanno fare. Il film è carino anche se nulla di eccezionale. La cosa interessante, che mi ha fatto riflettere, è stata l’idea di base del film, che la persona amata vada conquistata ogni giorno. Certo è un’esagerazione, una trovata cinematografica ma nasconde una verità. Noi non siamo mai gli stessi, giorno dopo giorno chi siamo e come ci relazioniamo con le altre persone evolve e viene influenzato da tanti fattori. Probabilmente nel breve periodo non ce ne si rende conto, ma se oggi mi guardo indietro e osservo chi ero il giorno del matrimonio, non posso che constatare di essere una persona molto diversa, e lo stesso vale per la mia sposa. La relazione non è una strada dritta e senza inciampi, dove si può distrarsi e azionare il pilota automatico,  ma è più simile a un filo sul quale camminare con il continuo pericolo di cadere. E’ esattamente come un filo, e noi gli equilibristi che, giorno dopo giorno, passo dopo passo, dobbiamo ritrovare il baricentro con piccoli aggiustamenti ora a destra e ora a sinistra. Col tempo ci si abitua a camminare su un filo, è più facile capire in anticipo eventuali pericoli e folate di vento che possono rendere il cammino più instabile, ma non si deve mai abbassare l’attenzione pensando di possedere l’arte del camminare sulla corda o, senza accorgersene, ci si ritrova senza appoggio e con il sedere a terra. Cosa voglio dire con questa immagine? Che il matrimonio è meraviglioso proprio perché non lo possediamo. La nostra relazione va continuamente aggiustata e riequilibrata perché cambia, esattamente come cambiamo noi. Noi siamo abituati a notare i cambiamenti fisici che con il passare degli anni sono sempre più evidenti, ma anche il nostro modo di relazionarci, di mostrarci amore e tenerezza, di essere sposi cambia con il passare del tempo.  Quello che ci permette di non cadere è la nostra capacità di ritrovarci e di  accettare questa sfida ogni giorno, questo addormentarci alla sera e svegliarci diversi, una diversità impercettibile, ma che col passare dei giorni, se non si è capaci di ritrovare subito il baricentro, potrebbe rivelarsi incontrollabile e non ci permetterebbe più di riconoscere nella nostra sposa colei che abbiamo voluto sposare.

Vi lascio con una citazione da un altro film, Casomai:

E come ve l’immaginate l’amore tra un uomo e una donna?

Sa una cosa? Spesso m’incanto a guardare la televisione quando ci sono le coppie di pattinatori artistici sul ghiaccio… Mi affascinano… Così instabili su quelle lame, su quel terreno così scivoloso… eppure mi danno un’idea di grande stabilità… sono eleganti… danno l’idea di un’intesa perfetta… Capisce cosa intendo?

Antonio e Luisa

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Lei non sa più chi sono io, ma io so bene chi è lei

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Quella che vi racconto oggi è la storia di un amore grande. Tanto grande che sembra irreale, impossibile, un amore di quelli raccontati nei film. In effetti ricorda molto la trama di un film che Luisa ed io abbiamo guardato insieme: Le pagine della nostra vita. Un film che ci era piaciuto molto perchè faceva leva proprio sulla nostra nostalgia di vivere quel tipo di amore. Eravamo sposati da pochi anni e stavamo assaporando e scoprendo pian piano la meraviglia dell’unione sponsale fatta di totalità e gratuità. In quel film c’è una frase che mi aveva colpito in modo particolare. Lei, anziana e malata di Alzheimer, lui che le restava accanto giorno dopo giorno e le raccontava, attraverso le pagine di un diario, la loro storia d’amore. Ai figli che gli chiedevano il perchè di quella sua insistenza nello stare accanto alla moglie che non lo riconosceva lui rispondeva con l’affermazione più bella e più vera che potesse dare: Lei non sa più chi sono io, ma io so bene chi è lei. Un film bello, che ha avuto molto successo e che probabilmente avete visto anche voi. Navigando in rete, stavo cercavo informazioni per un incontro che devo preparare con Luisa, ho trovato la storia vera di Jack e Phyllis Potter. Una coppia di anziani sposi inglesi. Jack incontrò Phyllis durante la seconda guerra mondiale, nel 1941. Jack aveva l’abitudine di tenere un diario e ha sempre annotato un pensiero ogni giorno. Quella sera del 1941, quando incontrò Phyllis, scrisse sul suo diario: È stato un pomeriggio fantastico. Ho ballato con una ragazza meravigliosa. Spero di rivederti. Non solo si rividero ma si sposarono e la loro vita insieme, il loro amore, le loro gioie, i loro dolori, trovarono posto nelle pagine del diario di Jack. Negli ultimi anni Phyllis ha cominciato a perdere la memoria, a non riconoscere più l’uomo che le è stato accanto per più di settant’anni. Jack non si è però perso d’animo. Ha preso il suo diario e ha scelto di continuare ad amare la sua sposa, anche se lei non può restituirgli nulla se non una presenza spesso assente. Jack Potter ogni giorno legge quelle pagine alla moglie, che spesso non riesce neanche a riconoscerlo, per mantenere vivi i loro ricordi, lottando contro la malattia.
Un amore senza tempo e senza confini. Che continua a vivere nelle parole di quest’uomo innamorato, che conferma quotidianamente il suo amore per la donna della sua vita. Proprio come succede nei film d’amore. Proprio come nel film Jack non smette di donarsi alla sua Phyllis perchè, anche se lei non lo riconosce più,  lui sa benissimo chi è lei. Lei è colei a cui ha promesso amore per sempre, amore incondizionato e gratuito. Questo è l’amore sponsale: difficile ma meraviglioso.

Antonio e Luisa

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L’amore illumina le tenebre della guerra

Oggi è il 4 novembre. Una data importante. Poco più di cento anni fa finiva l’inutile strage, come ebbe a definirla il pontefice del tempo Benedetto XV. Terminava la Grande Guerra. Una guerra combattuta da tanti giovani provenienti da tutta l’Italia. Parlo di ragazzi di circa venti anni. Gente semplice. Molti erano contadini. Ragazzi che non sapevano nulla di geopolitica e dei giochi di potere messi in atto dai governanti del tempo. Voglio ricordarla a modo mio. Questo è un blog che si occupa di amore e di matrimonio. Ecco, parlerò esattamente di questo. Lascerò la parola ad uno di quei giovani. Un ragazzo con la maturità dell’uomo. Uno che già sapeva cosa significa amare. Non ha avuto bisogno di corsi prematrimoniali. Un marito capace di un amore vero, autentico. Un amore che per lui è motivo per andare avanti. Un amore che diventa forza e speranza. Un amore che diventa più forte della morte, delle trincee. delle cannonate e della paura prima di una carica all’esercito nemico. Un amore che, come scrive il nostro giovane soldato, per poter essere più forte di quell’orrore in cui si trova, deve essere vero e grande. Deve essere fedele, costante, indissolubile. Quanti oggi saprebbero scrivere oggi le stesse parole? Quanti oggi le saprebbero solo pensare e credere?

Dervio, 4 marzo 1917

Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.

E’ incredibile davvero come in mezzo alle tenebre il cuore dell’uomo retto non smetta di cercare il bello e il buono della vita. Non smetta di cercare l’amore perchè l’amore, alla fine, è l’unica cosa che conta.

Concludo con una recente canzone interpretata da Elisa che racconta esattamente questo grande amore. L’amore durante la Grande Guerra.

Antonio e Luisa

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Oggi la salvezza è entrata in questa casa

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(Luca 19, 1-10)

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergogniamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita, però, qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, nella tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te ma lo fa attraverso colui/colei che ti ha messo al fianco.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè ero attratto da Gesù anche se non lo conoscevo e Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza.

Antonio e Luisa

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Il beato sa riempirsi di Dio.

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

(Matteo 5, 1-12)

La liturgia di oggi ci offre questo passo del Vangelo. Beati, viene ripetuta più volte questa Parola. Chi sono i beati per Gesù e per gli ebrei in genere? Beato era colui che si lasciava guidare dalla sapienza di Jahvé espressa nella Torah, senza cedere alle seduzioni del male; colui che amava la Legge trovando in essa la propria soddisfazione. Il Beato era colui che sapeva e riusciva a mettere Dio e la sua legge prima di ogni altra cosa, prima della propria condizione e prima, anche, della propria vita. Gesù parla di beatitudine e di consolazione, in altre versioni tradotta con ricompensa. Ri-compensa. Compensare ancora. Cosa significa? Significa riempire di nuovo. Significa che c’è un vuoto che Dio riempie di nuovo con la Sua Grazia e il Suo amore. Significa che quando ci sono incomprensioni, litigi, divisioni, sofferenze, rancori e tutte quelle “belle” bestioline che albergano nella nostra relazione, possiamo reagire in due modi. Possiamo riempire quel vuoto che queste situazioni generano in noi con noi stessi, cioè con la nostra povertà. Possiamo, quindi, riempirlo con le nostre urla, parole di ghiaccio, rivendicazioni, con la nostra freddezza, con la nostra vendetta. Possiamo riempirlo con tutto ciò che siamo capaci di dare in quel momento, che non è nulla di buono e di costruttivo. Oppure possiamo fermarci un attimo. Possiamo affidare tutto a Dio nella preghiera e chiedergli di perdonare il nostro coniuge che in quel momento ci sta facendo male con il suo comportamento, con le sue parole e con i suoi atteggiamenti. Possiamo dare tutto a Dio e chiedergli di aiutarci con la Sua Grazia e di riempire Lui quel vuoto, quel dolore, quella divisione. Così accade il miracolo. Così potremo essere un miracolo per nostro marito e nostra moglie. Riusciremo così a riempire quella relazione ferita con la ricchezza del perdono e dell’amore che si fa dono gratuito e misericordioso. Un amore che non viene dalla nostra povertà, ma dalla Grazia infinita si Dio. Quante volte lo ha fatto la mia sposa per me. Ben più volte di quanto è stato richiesto a me nei suoi confronti. Beati quei mariti e quelle mogli che riescono a vivere tutto questo perchè avranno la presenza di Dio nella loro casa. Dio non chiede altro che di piantare la sua tenda e di donarci tutto ciò che ci serve per portare a termine questo suo grande progetto per noi e per il mondo: il nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

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Dio è grande ma sa farsi piccolo.

Qual è la grandezza di Dio?  Dio è grande in tutto, ma lo è soprattutto quando si fa piccolo. La Sua grandezza verso noi uomini si concretizza soprattutto nel Suo farsi piccolo. Quando Dio crea, dice un detto ebraico poco conosciuto, si ritrae, si contrae per poter dare la vita, per non essere tutto solo Lui. Dalla sua contrazione nasce l’Universo, nasce il Mondo e nasciamo anche noi, nasce l’uomo, che del Creato è il vertice. La grandezza di Dio, quindi, non consiste nel travolgerci con la sua grandezza, ma nella Sua capacità di non farlo, di farsi piccolo per essere accolto da noi. Dio si è autolimitato per permettere una relazione possibile tra noi e Lui. Perchè la desidera. Perchè Lui è amore e vive di questa relazione tra le tre Persone Divine. Ci ama così tanto da essersi fatto uomo, come noi, per poterci abbracciare, sorridere, guardare attraverso il Suo corpo e alla fine donare tutto di sè, sempre attraverso il Suo corpo. Il nostro Dio è vero perchè nessun uomo avrebbe potuto inventarsi un Dio così, nessuno avrebbe potuto avere l’ardire di immaginarsi un Dio così. Per questo non può che essere vero. Arriviamo a noi. Al nostro matrimonio. Cosa ci insegna questa introduzione? La nostra relazione è sacra perchè è immagine della relazione divina. E’ immagine di Dio. Semplicemente quindi dobbiamo cercare di acquisire lo stile di Gesù nell’amare il nostro sposo o la nostra sposa. Dobbiamo essere  capaci di farci piccoli per far emergere l’altro/a, per aiutare l’altro a sviluppare tutta la sua umanità, il suo essere uomo o il suo essere donna. Come disse sapientemente Papa Francesco nel 2017:

Il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità. Questo si chiama crescere insieme. Ma questo non viene dall’aria, viene dalle vostre mani, dai vostri atteggiamenti, fate in modo che l’altro cresca, lavorate per questo. 

Spesso siamo portati a fagocitare l’altro/a, a farlo/a a nostra immagine, plasmarlo/a come piace a noi. Vogliamo decidere non solo per la famiglia ma anche per lui/lei. Così facendo ci sembra di prenderci cura e di amare. Non è così. Non è questo il modo di fare di Dio. Dio non ci vuole forzare a nulla. E’ importante comprendere questo per capire finalmente che la nostra sposa è bellissima e merita di avere accanto uno sposo che riconosce in lei una bellezza diversa dalla sua. E’ importante che uno sposo abbia accanto una sposa che desideri amarlo per quello che è senza castrare la sua diversità e la sua virilità. Ciò non significa che tutto vada bene, ognuno di noi ha difetti e atteggiamenti da cambiare. Significa non forzare l’altro ad essere come noi vogliamo, ma provocare in lui/lei il desiderio di cambiare per restituirci l’amore gratuito che noi offriamo senza pretendere nulla da lui/lei. Non per forza ma per amore. L’amore non è fare nostro ma fare posto in noi. Questo è il modo di Dio e questo è ciò che dobbiamo cercare di replicare nella nostra vita. Da soli è quasi impossibile, con la Grazia di Dio possiamo e dobbiamo farcela. Ne va della nostra gioia e della nostra vocazione.

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Il talamo nuziale è un recinto sacro

Il talamo nuziale è sacro. L’ho già scritto altre volte, tante altre volte, ma lo ripeto perchè è una realtà poco conosciuta e poco evidenziata. Cercherò di affrontare questo argomento da un’altra prospettiva. C’era, e in parte ancora c’è, una tradizione nel nostro Paese. Una tradizione diffusa soprattutto nel centro sud. Quella di preparare il letto dove i novelli sposi avrebbero passato la prima notte di nozze. Ora si è trasformato tutto in qualcosa di goliardico e spesso anche di cattivo gusto. E’ diventato tutto uno scherzo ma è importante risalire alla fonte per comprendere come in principio c’era qualcosa di tutt’altro che goliardico e stupido. C’era una liturgia, un cerimoniale anche per questa consuetudine. Dovevano essere preposte due giovani donne vergini. A controllare e dirigere il tutto c’erano le donne sposate. In testa le due madri dei futuri sposi. Era importante anche la scelta delle lenzuola. Era d’obbligo fossero bianche e anch’esse vergini, mai utilizzate prima. Come a voler evidenziare come fosse importante che quel gesto così importante fosse riservato solo per una persona: per il marito o per la moglie. Lenzuola bianche per simboleggiare l’importanza di custodire il proprio corpo e la propria intimità solo per quell’uomo o solo per quella donna. Una volta fatto il letto una bambina saliva sul letto e saltava. Un gesto per augurare alla coppia fecondità. Il compito delle donne finiva lì. Completavano l’opera gli uomini (fino a quel momento era loro proibito entrare in camera) che lasciavano sul talamo liquori, soldi, riso e altri prodotti. Il tutto per augurare prosperità e ricchezza. Diventava davvero un rito comunitario. Non mancava infine la benedizione del talamo da parte del sacerdote.  La Chiesa non ha mai sottovalutato questo aspetto, tanto che fino a qualche anno fa era prevista la benedizione da parte del sacerdote del talamo nuziale. Questo gesto aveva un significato molto bello e importante. Il presbitero benedicendo la camera nuziale riconosceva quel luogo come sacer (luogo che appartiene a Dio), quindi sacro. Quello è il luogo dove si completa il rito del matrimonio. Rito che comincia in chiesa con lo scambio delle promesse e si conclude sull’altare del talamo nuziale dove quelle promesse si concretizzano nel dono totale di sè all’altro/a nell’amplesso fisico. Quello è il luogo dove marito e moglie unendo i lori cuori e i loro corpi rinnovano il sacramento delle nozze e, aprendosi così alla vita e all’amore, riattualizzano la presenza di Cristo nella loro unione. Tutta questa attenzione era per il talamo nuziale. Per i nostri avi era naturale pensare al talamo nuziale come luogo sacro. Senza tante catechesi. Il talamo nuziale è il nostro sacer. Sacer deriva dal verbo secare che non significava altro che segare, tagliare.  Sacrato significava ritagliato. Sacer era un quadrato di terra sulla cima di un monte riservato all’uso di Dio. I nostri antenati pensavano che Dio (o gli dei)  abitasse in Cielo. Un po’ come diciamo anche noi. Il cielo era il luogo dove Dio abitava e la montagna, di conseguenza, il luogo più vicino a Dio. Una delle coniugazioni latine  di sacer è sacrum. Da sacrum giungiamo facilmente al nostro termine sacro. Sacro era qualcosa, quindi, di riservato a Dio. Questo significato è stato assunto anche nel cristianesimo ed ora fa parte della  nostra religiosità. Anche per noi cristiani è sacro ciò che è riservato a Dio, è per Dio, appartiene a Dio. Il talamo nuziale è sacro. E’ il nostro sacer. Il nostro recinto dove l’amore donato attraverso il corpo nell’incontro intimo diventa di Dio. Facciamo esperienza di Dio. Diventa vero e proprio sacramento. Sono esagerato? Non credo. Le nostre tradizioni ci dicono che è proprio così. Forse dovremmo riscoprirle.

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Un matrimonio riuscito non grazie a noi ma nonostante noi.

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il vangelo di oggi è uno dei miei preferiti. E’ un vangelo che mi colpisce dritto al cuore. Quante volte mi sono sentito meglio di altri. Quante volte mi è venuta la tentazione di giudicare la vita di altre persone, che magari hanno gettato alle ortiche un matrimonio. Quante volte mi sono considerato bravo. Cosa c’è di male in questo? La mia famiglia è bella, ci vogliamo bene e cerchiamo di crescere nella vita buona i nostri figli. Non c’è nulla di male in queste cose ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, non dobbiamo dimenticare che tutto ciò avviene non grazie a noi ma nonostante le nostre miserie. Dimenticare questo significa pensare di non avere bisogno di Dio. Significa pensare di bastare a se stessi, e che grazie alla nostra bravura stiamo costruendo la nostra casa e la nostra famiglia. Questo è un peccato gravissimo che ci porta a disprezzare il prossimo e a considerare inutile l’amore di Dio. Pensiamo che Dio ci ami perchè siamo bravi e non perchè siamo miseri figli bisognosi di lui. Significa pensare di non avere bisogno della misericordia di Dio, della salvezza di Dio. Significa pensare che ci salviamo da soli. Mi è capitato di entrare in questa logica e inesorabilmente sono caduto. Alla prima difficoltà mi sono sciolto come neve al sole. Questa logica ti indurisce il cuore e ti porta a pretendere. Ti porta a pretendere l’amore di Dio, a pretendere la perfezione da parte del tuo coniuge e dei tuoi figli, ti porta ad essere spietato nel giudizio. Giusto pochi giorni fa ho avuto una giornata difficile. Mi sono speso fino allo stremo per lavoro, famiglia e impegni. Mi sono sentito bravo. Cosa ho fatto? Ho ringraziato Dio per avermi aiutato? No, nulla di tutto questo. Sono tornato a casa e ho mortificato la mia sposa perchè non era ancora pronto in tavola. L’ho detto con la pretesa di chi si meritava di essere servito dopo una giornata così. Come se lei non avesse fatto nulla tutto il giorno. C’è rimasta male e io non ho potuto che abbassare la cresta e chiedere scusa perchè quel gesto ha vanificato tutto il resto. Dobbiamo riconoscerci come il pubblicano che si comporta male, ha miserie e fragilità ma davanti a Dio si batte il petto e ringrazia perchè nonostante le sue miserie è amato come un figlio. Solo così potremo essere mariti e padri non perfetti ma giusti.

Antonio e Luisa

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L’adultero offre un amore contraffatto.

Circa un anno fa Papa Francesco, durante le catechesi del mercoledì, ha affrontato il sesto comandamento. Lo ha affrontato come solo lui sa fare. Senza moralismo ma partendo dal cuore dell’uomo. Chi è il lussurioso e chi è l’adultero? Colui che vive il sesso in modo disordinato? E’ solo questo? Il Papa non lo crede (neanche io). Ecco cosa scrive:

Ricordiamoci che il cammino della maturazione umana è il percorso stesso dell’amore che va dal ricevere cura alla capacità di offrire cura, dal ricevere la vita alla capacità di dare la vita. Diventare uomini e donne adulti vuol dire arrivare a vivere l’attitudine sponsale e genitoriale, che si manifesta nelle varie situazioni della vita come la capacità di prendere su di sé il peso di qualcun altro e amarlo senza ambiguità. È quindi un’attitudine globale della persona che sa assumere la realtà e sa entrare in una relazione profonda con gli altri.  Chi è dunque l’adultero, il lussurioso, l’infedele? È una persona immatura, che tiene per sé la propria vita e interpreta le situazioni in base al proprio benessere e al proprio appagamento. Quindi, per sposarsi, non basta celebrare il matrimonio! Occorre fare un cammino dall’io al noi, da pensare da solo a pensare in due, da vivere da solo a vivere in dure: è un bel cammino, è un cammino bello. Quando arriviamo a decentrarci, allora ogni atto è sponsale: lavoriamo, parliamo, decidiamo, incontriamo gli altri con atteggiamento accogliente e oblativo. (Udienza generale 31 ottobre 2018)

Il Papa, parlando del sesto comandamento, dice molto di più rispetto ad una semplice regola morale e sessuale. Il lussurioso e l’adultero, nel matrimonio, è colui/colei che non è capace di decentrare lo sguardo dal sè al noi. Non è capace di farsi dono. Non si sposa per donarsi ma per prendere. Sia chiaro che farsi dono è un cammino che si impara nel tempo, ma il desiderio e la volontà di percorre questa strada ci devono essere. Tutto il resto viene di conseguenza. Anche i peccati sessuali. L’amore della persona lussuriosa e adultera non è amore. E’ solo egoismo che viene mascherato d’amore. Adultero è colui/colei che adultera. Sinonimi di adulterare sono contraffare e falsificare. L’adultero è come uno di quei venditori che offrono merce di grandi marche ma a basso costo, perchè in realtà è merce contraffatta e di scarsa qualità. Così è il suo amore. Il suo amore, in apparenza, sembra di grande valore, in realtà vale molto poco. Il contrario di amore è commercio. L’adultero è un commerciante d’amore. Dà un valore al suo amare. Tutti noi rischiamo di essere adulteri. Ci chiediamo Ne vale la pena? Ci riempiamo vicendevolmente il vuoto del nostro cuore. Il vuoto affettivo e il vuoto sessuale. Siamo noi al centro. Sono io al centro. Cristo ci salva anche da questo. Noi sposi siamo come due serbatoi vuoti o pieni a metà. Cerchiamo l’uno nell’altra quella sorgente per riempirci. Così facendo però ci riempiamo di nulla se i nostri serbatoi sono vuoti, oppure prosciughiamo l’altro per riempire il nostro se pieni a metà. Capite che così le cose non funzionano. Nel rito del matrimonio non esiste la parola se. Ognuno dei due sposi fa una promessa solenne: prometto di amarti e onorarti, di esserti fedele sempre. Sempre e non fino a quando tu farai altrettanto. Questo è l’amore incondizionato, questo è l’amore di Cristo, questo è l’amore che salva e che illumina. Per questo nel rito è aggiunta la frase: con la Grazia di Dio. Michel Quoist (importante presbitero e scrittore) scriveva: Amare, non è prendere un altro per completarsi, bensì offrirsi ad un altro per completarlo. L’adultero non lo ha capito e non lo fa mentre chi ama davvero è capace di questo. Come dice il Papa, adulterio e lussuria sono, prima di tutto, un atteggiamento del cuore che si manifesta nel corpo. L’adulterio sessuale non è che la punta dell’iceberg di una povertà estrema di un cuore che non è capace di donarsi. Non è capace perchè è troppo povero per farlo e allora cerca di prendere e rubare dagli altri.

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La preghiera è dire ti amo allo Sposo

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare. Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore. Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via. Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale. Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo. Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie. La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Custode della coppia

Angelo di Dio, custode della coppia

Ti invoco ora e sempre per il coniuge che è dono.

Concedi al cuore mio di essere accanto al suo.

Donami di vedere la ricchezza che mi sta a fianco

e dona agli occhi suoi di vederla altrettanto.

Presenza di Cristo sono gli sposi uniti

dal Santo Sacramento il giorno di quel SI.

ILLUMINA i loro occhi, Angelo che gli stai innanzi

CUSTODISCI l’ascolto reciproco con parole edificanti

REGGI le loro vite, nella missione a cui sono chiamati

GOVERNA la loro casa e dalle insidie del male difendili.

Sposo che mi fosti affidato dalla PIETÀ CELESTE

Prego per te il tuo Angelo Santo

Dimenticando me stessa fino alla profondità

Pregando e supplicando la via della Santità

Unica meta, percorrendo la strada

Del nostro umile viaggio di sposi

Verso la Vita Eterna

Amen

Cristina Righi

(Preghiera ispirata pregando Santa Gemma Galgani)

Cristina ne ha “combinata” un’altra. La sua creatività ispirata ha prodotto questa preghiera che è diventata un canto grazie a Vittorio Gabassi (già autore dell’inno di Medjugorje) e del gruppo musicale Kraljica Mira. Credo che Cristina abbia nuovamente centrato l’obiettivo. La sua preghiera, musicata e cantata, esprime benissimo ciò che è il matrimonio. Lo esprime benissimo da un punto di vista teologico e lo esprime benissimo dal nostro punto di vista, di sposi cristiani che ne facciamo esperienza ogni giorno. Tutto parte da una preghiera rivolta all’angelo custode. La tradizione cristiana  ci tramanda che c’è una figura angelica che accompagna ogni uomo per tutta la vita, dal concepimento fino alla morte. Non esiste una verità dogmatica, ma è un qualcosa di molto radicato nella nostra fede. Perchè non pensare allora ad un angelo che si prenda cura di questa nuova creatura: la coppia di sposi? Partendo da questo ragionamento Cristina ci dona una preghiera che non solo affida la coppia a Dio e al sostegno dell’angelo, ma ripercorre ciò che sono le caratteristiche fondanti di un matrimonio sacramento. Ha arricchito poi il tutto con una musica ben costruita e con delle voci molto belle ed intonate.  C’è davvero da fermarsi con gli occhi chiusi per assaporare non solo le parole della preghiera, ma anche il nostro matrimonio che prende vita e si concretizza in tutto il canto. Un’esperienza che può essere davvero molto bella. Cosa mi ha colpito in particolare? Riconoscere il dono e la ricchezza che abbiamo ricevuto attraverso l’altro/a. Dono l’uno per l’altra che diventa tesoro della nostra vita. Diventa quindi fondamentale chiedere a Dio di avere il Suo sguardo per guardare il nostro coniuge con la meraviglia di Dio. Dio ci chiede semplicemente di amarci come riusciamo, il resto lo fa Lui.  Ogni giorno vissuto con la mia sposa è prezioso. Ogni giorno è un’occasione per amare e per servire e quando non si riesce, è comunque occasione di sperimentare il perdono e la voglia di ricominciare. Il matrimonio è anche questo. Il matrimonio è così grande che va oltre il tempo che passa. Amo tutto di lei, anche le piccole rughe, le smagliature, le sue forme non perfette. Il matrimonio permette di vedere lei, la mia sposa, con gli occhi di Dio, Dio che non può non commuoversi e stupirsi della meraviglia di ogni sua creatura. E allora il corpo si trasfigura della bellezza che viene dall’amore sponsale che è dono totale e indissolubile, sacramento perenne, amore umano che diviene profezia di quello divino. Ogni gesto d’amore, di perdono, di unione e di intimità la rende più bella. Ed è così che il tempo che passa non sciupa e appassisce il suo corpo, ma lo rende florido al mio sguardo.  L’amore non è qualcosa di astratto che si può sperimentare ma non vedere. L’amore si vede, l’amore si irradia nello sguardo e nel corpo. L’amore che si concretizza nella carne diventa tenerezza, l’amore che si concentra nello sguardo diventa dolcezza.
Quindi Angelo di Dio aiutaci a guardarci come Dio ci guarda e tutto il resto verrà di conseguenza.
Antonio e Luisa

 

Il cuore si scalda con un amore tenero.

Il re Davide era vecchio e avanzato negli anni e, sebbene lo coprissero, non riusciva a riscaldarsi. I suoi ministri gli suggerirono: «Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta, che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il re nostro signore si riscalderà». Si cercò in tutto il territorio d’Israele una giovane bella e si trovò Abisag da Sunem e la condussero al re. La giovane era molto bella; essa curava il re e lo serviva, ma il re non si unì a lei. (RE 1 1,1-4)

Re Davide ha avuto tante donne. Regine, concubine e semplici fanciulle hanno riempito il suo harem. Hanno generato per lui tantissimi figli. Re Davide non si è curato del suo rapporto affettivo, delle sue relazioni. Lui era il re, era forte, potente, l’unto di Dio. Aveva sconfitto i Filistei, ottenuto moltissime vittorie e tanta gloria. Eppure arriva un momento in cui Davide si sente solo. Ha freddo, si sente debole, le sue forze iniziano a lasciarlo. Sente che gli manca qualcosa. Non è un freddo dovuto alla temperatura troppo rigida. Hanno provato a coprirlo con coperte pesanti. Il freddo resta. E’ un freddo dovuto alla mancanza di una relazione. Ora che non è più l’uomo forte e temuto di un tempo sente il peso di tutta la sua solitudine, nonostante abbia tanti servitori e dignitari che animano il palazzo. Manca una relazione esclusiva. Manca una persona che mostri il suo amore e la sua dedizione in modo incondizionato, semplicemente perchè è lui. Una sposa che si prenda cura, che lo faccia sentire il più importante. Lui che si sente debole e fragile. Arriva quindi Abisag. Abisag è la bellezza assoluta. Una bellezza autentica, non solo nei lineamenti. Abisag è bella perchè ama. Ama nel dono di sè, nell’accoglienza, nell’amabilità e nel servizio. Viene da Sunem, è una Sunnamita. Alcuni vedono in lei la Sullamita del Cantico dei Cantici. Sicuramente lo è per come incarna l’amore esclusivo per il suo sposo. Non so voi. Senza bisogno di arrivare ad essere anziani. Anche io che sono nella maturità della vita, che ho 44 anni e le forze non mi mancano, ogni tanto, quando mi sento sopraffatto dal peso degli impegni e delle preoccupazioni che la vita mi riserva, sento l’amorevole cura della mia sposa come un calore che rigenera e un balsamo che lenisce. Basta poco, basta la sua voce, le sue carezze, la sua dolcezza e il freddo passa. Credo che tutti possiamo riconoscerci in Davide. Forse non quando è il re forte e invincibile, certamente quando mostra le sue debolezze e le sue fragilità. Ecco in quei casi l’amore tenero e sincero che noi sposi ci scambiamo l’un l’altra diventa uno dei doni più belli e più cari con il quale facciamo davvero esperienza di Dio e non possiamo che esserne grati e meravigliati.

Antonio e Luisa

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Siamo deboli ma non siamo soli!

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi:
«C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno.
In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno,
poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi».
E il Signore soggiunse: «Avete udito ciò che dice il giudice disonesto.
E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare?
Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Il Vangelo di oggi è un po’ più difficile del solito da declinare in chiave sponsale. Diventa più semplice ed intuibile se lo si legge alla luce della prima lettura della liturgia di oggi:

Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere, era più forte Amalek.
Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.
Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo.

Cosa ci possono dire queste due Parole lette una alla luce dell’altra? A me sono arrivate forti e chiare due riflessioni.

  1. Chi si reca dal giudice è una vedova. Questo ha un significato simbolico molto chiaro. La vedova, al tempo di Gesù, era debole. Era tra le più deboli. Senza un marito non aveva riconoscimento sociale. Spesso non aveva diritto neanche ad ereditare i beni del marito defunto. Era destinata ad una vita ai margini. Una vita povera e misera. Ecco, spesso per essere capaci di pregare, di pregare davvero, ci si deve sentire come la vedova. Deboli e consapevoli della nostra inadeguatezza. Solo allora saremo capaci di aprire il cuore a Dio. Solo allora faremo spazio a Dio togliendo almeno un po’ del nostro io.
  2. Non dobbiamo dimenticare che non siamo da soli. Spesso tutto ci sembra così difficile che anche la preghiera diventa un grande peso. Non ci crediamo, siamo sconsolati e afflitti. Non riusciamo più a mantenere le braccia al cielo. Avremmo voglia di lasciarci andare. Non dimentichiamo che siamo parte di una grande famiglia che è la Chiesa dove ci si sostiene gli uni gli altri. Siamo parte anche di una chiesa più piccola, la nostra piccola chiesa domestica: la nostra famiglia. Quando non ce la facciamo possiamo contare non solo sull’aiuto materiale, psicologico ed emotivo dei nostri cari. Possiamo contare sulla loro preghiera di intercessione. Preghiera che diventa ancora più forte quando lo sposo prega per la sposa e viceversa. Gli sposi sono uniti in un cuore solo, la preghiera dell’una/o diventa forza potente per l’altro/a. Quando vediamo il nostro coniuge sofferente per qualche situazione cerchiamo di aiutarlo in tutti i modi possibili. Non dimentichiamo di pregare per lui/lei. Abbiamo questa grande opportunità. Crediamoci e usiamola.

Antonio e Luisa

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