Gesù viene ad abitare il nostro amore

L’Avvento. L’Avvento è tempo di attesa e di preparazione. Si attende l’amore e la vita che viene ad abitare la nostra storia. L’Avvento è tempo per noi di fermarci un attimo a pensare, pensare a quando la nostra vita era in attesa. In attesa di trovare il senso nella vocazione al matrimonio. In attesa di incontrare quella donna o quell’uomo con cui costruire la nostra famiglia e la nostra via verso la pienezza dell’amore nell’abbraccio di Cristo. Un’attesa che non è stata passiva, ma un’attesa che ci ha permesso di prepararci all’incontro con l’altro/a. Incontro che è diventato relazione. Relazione che è diventata sacramento. Sacramento che è culla di Gesù. Percvhé nel matrimonio Gesù prende dimora nel nostro amore e ne diviene custode e garante. L’Avvento è un tempo privilegiato per fermarsi, bisogna trovare il tempo di fermarsi, e per contemplare. Per contemplare le meraviglie che Gesù ha compiuto in noi e nel nostro matrimonio. Gesù che nasce ogni giorno nella nostra relazione, ogni mattina che, appena aperti gli occhi al giorno, ci scegliamo nuovamente. La nostra nostra promessa diventa nuovamente culla come il giorno delle nozze. Non preoccupiamoci se ciò che possiamo offrire non è che miseria e povertà. Gesù è nato in una mangiatoia ma ne ha fatto dimora di Re. Così può essere il nostro matrimonio. Prepariamo la culla al Bambinello con la nostra fedele volontà e lui farà della nostra miseria la sua casa, ne farà qualcosa di prezioso ed unico, ne farà un amore trasparente, attraverso di noi si vedrà Lui.

Antonio e Luisa

La castità 2)L’amore sponsale non si astiene

Gli sposi vivono pienamente e concretamente la castità quando s’impegnano con tutto loro stessi nella crescita del loro amore, realizzando in modo sempre più perfetto la riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), estendendone i frutti alla seduzione continua (corte continua tra gli sposi).

Gli sposati vivono quindi la castità nell’esercizio amoroso delle varie manifestazioni fisiche, compreso il rapporto sessuale. La loro castità non consiste, come molti cristiani pensano, nell’astenersi dal rapporto sessuale. Questa è la castità dei non sposati.

L’astinenza dall’intimità fisica può essere praticata dagli sposi come una rinuncia temporanea per purificare il proprio cuore e crescere nell’amore di Dio, favorendo così in loro una pratica più perfetta della castità. Questa astinenza, infatti, essendo  una particolare preghiera del corpo, loda il Signore ed ottiene dallo Spirito una maggiore disponibilità ad ottenere e vivere gli aiuti divini legati al sacramento del matrimonio.

Occorre però sempre ricordare quanto S. Paolo dice, nel nome del Signore, agli sposi: “Astenetevi tra voi di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perchè satana non vi tenti nei momenti di passione.

L’astinenza è cara al Signore quando gli sposi, pur desiderando ardentemente il rapporto sessuale, vi rinunciano per crescere nella comunione con Lui.. E’ invece semplice pigrizia quando vi rinunciano per una normale stanchezza.

Gli sposi comprendono pienamente e praticamente questa differenza solo scoprendo e vivendo  il valore sacramentale dell’unione fisica. Tante coppie si sentono sempre stressate e quindi rinunciano al rapporto fisico e quelle poche volte che lo fanno  lo vivono con un amore fiacco, perchè non ne hanno assimilato il valore umano e spirituale per la vita di coppia.

Gli sposi se vogliono tendere alla santità, devono, con l’aiuto dello Spirito, recuperare tutta la bellezza del rapporto fisico vissuto come riattualizzazione rinnovazione del sacramento del matrimonio.

Solo così diventeranno evangelizzatori di un sesso sano, ecologico e sacralizzato.

Antonio e Luisa

 

Io sono per te e tu per me

Riflessione tratta da un blog che consiglio di visitare

 

La bellezza dello sposo e la sposa sono un inno alla gioia dell’ amore, alla freschezza dello sguardo e all’ammirazione che abbiamo l’uno per l’altra. L’amore di due sposi pur sempre bello e premuroso può avvolte anche zoppicare, nei vari problemi quotidiani ma è pur sempre amore che diventa segno tangibile e immagine dell’amore di Dio. […]

via Io sono per te e tu per me — La Famiglia, Chiesa domestica

La castità. 1) Castità uguale regalità

Oggi parte un mini ciclo. Ho deciso di fare alcuni riflessioni sulla castità matrimoniale, divise in più puntate, in modo da approfondire al meglio (al mio meglio) questo importante concetto e tradurlo in uno stile di vita e gesti concreti.

Noi siamo re. Gesù con il battesimo ci ha reso uno con Lui e ci ha reso partecipi del suo essere Sacerdote, Profeta e Re. La nostra dimensione regale si esercita anche nel dominare le nostre pulsioni, i nostri desideri e la nostra concupiscenza e indirizzare la nostra vita, le nostra azioni,le nostre parole e i nostri gesti verso il bene nostro e del prossimo. La castità è esattamente questo. Vivere il nostro matrimonio e il nostro amore nella pienezza e nella verità, viverli da re, come Gesù re e servo dell’amore e non da schiavi dei nostri istinti e del nostro egoismo.

La castità coniugale consiste nel vivere con tutto il proprio essere la crescita dell’amore sponsale, impegnandosi in modo pratico e costante ad esprimerlo con atti d’amore corporei moralmente giusti e conformi alla sensibilità dell’amato/a.

E’ un modo di essere esistenziale, che abbraccia la totalità della persona: cuore e corpo, sentimenti ed emozioni, trasformandola in amore sponsale attivo, rispettoso della verità dell’amore, dell’ecologia del corpo, e della sensibilità degli sposi.

La castità coniugale, nel suo costante esercizio, consente agli sposi di maturare nell’amore e di esprimersi amore sempre più intensamente, in modo tale che esso diventi reale profezia dell’amore divino.

Il pontificio consiglio per la famiglia così si esprime:

Ciò comporta che essi (gli sposi n.d.r) siano coscienti che nel loro amore è presente l’amore di Dio, perciò, anche la loro donazione sessuale dovrà essere vissuta nel rispetto di Dio e del suo disegno d’amore, con fedeltà, onore e generosità, verso il coniuge e verso la vita che può sorgere dal loro gesto d’amore…. Perciò il cristiano nel matrimonio è chiamato a vivere tale donazione all’interno della propria relazione personale con Dio, quale espressione della sua fede e del suo amore per Dio e quindi con la fedeltà e la generosa fecondità che contraddistinguono l’amore divino.

La castità è un dono dello Spirito Santo di cui Dio ci ha colmato in abbondanza. La castità è un dono di Dio da perfezionare e migliorare nella nostra relazione per essere sempre più amore l’uno per l’altra. Giovanni Paolo II durante un udienza ebbe a dire:

Così dunque l’ordine interiore della convivenza coniugale, che consente alle manifestazioni affettive di svilupparsi secondo la loro giusta proporzione e significato, è frutto non solo delle virtù in cui i coniugi si esercitano, ma anche dei doni dello Spirito Santo con cui collaborano.

La castità ci è donata nel matrimonio, spetta a noi, rivestirci di essa e mostrarci come Re alla nostra sposa o al nostro sposo.

Antonio e Luisa

Un vestito da indossare.

Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

Questo breve passo della lettera di San Paolo ai Romani faceva parte della liturgia di domenica scorsa. prima di Avvento. Una parola mi è rimasta particolarmente impressa nella mente: Rivestitevi di Gesù. Gesù come abito. Gesù come corazza. Gesù come abitudine. Abitudine è una parola che deriva direttamente da abito. Solo se ci rivestiamo di Cristo, solo se Cristo diventa un modo d’agire, solo se diventa una predisposizione del nostro animo, solo se diventa uno stile di vita, solo se diventa il nostro orizzonte nelle scelte di ogni giorno, solo se diventa appunto abitudine nella nostra vita, allora può essere anche corazza che difende le nostre scelte e la nostra vita nei momenti di difficoltà, di aridità, di buio.

Essere vestiti di Cristo significa servire ed amare. Se ci impegniamo a farlo quando è facile, se diventa un’abitudine, avremo le difese per non perderci quando la vita si fa difficile e le scelte dolorose e impegnative.

Abituiamoci ad amare per saperlo fare anche quando sembra impossibile, Cristo è con noi, Cristo è il nostro abito perchè abita la nostra vita, il nostro corpo e la nostra anima.

Antonio e Luisa

 

Amoris Laetitia: inno alla tenerezza sponsale

Entro questo contesto si pongono le linee di spiritualità della tenerezza che emergono dall’AL.

Mi limito a enumerarne sei:

  • la tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale;
  • la tenerezza nuziale come maturità affettiva;
  • la tenerezza nuziale come relazione intima;
  • la tenerezza nuziale come fecondità amante;
  • la tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore;
  • la tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

  1. La tenerezza nuziale come cammino dinamico-graduale

 

Sposarsi “nel Signore”, significa essere posti nella nuzialità del Cristo-Sposo con la Chiesa-sua-Sposa e accettare di ri-sposarsi ogni giorno, riscegliendosi e ri-innamorandosi a ogni stagione della vita.

Il sacramento delle nozze costituisce un grande viaggio: un viaggio che sgorga da Dio-Trinità-di-Amore, si modella su Dio-Trinità-di-Amore e va verso Dio-Trinità-di-Amore.

Un viaggio da costruire giorno per giorno: non è stasis, ma ex-stasis.

Di qui l’urgenza di presentarlo, come spiega AL,

come un cammino dinamico di crescita e di realizzazione,

e non un peso da sopportare” (AL 37).

Presentare dunque l’ideale del matrimonio in tutta la sua bellezza e grandezza, ma fare tutto questo con grande umanità e con la pazienza di un percorso che esige una sua gradualità.

Proclama magnificamente l’AL:

“Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (n.122).

Una cosa dev’essere chiara, secondo l’AL, l’amore che i due si promettono il giorno delle nozze supera i livelli della sola emozione o dei soli stati d’animo, pur includendoli.

“È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così… si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi” (n.164).

  1. La tenerezza nuziale come maturità affettiva

Si è già entrati, a questo punto, nella questione decisiva: orientare coloro che si sposano a una vera maturità affettiva, in grado di superare la “cultura del provvisorio” imperante oggi, e rendere gli sposi stabili nella loro relazione affettiva.

Mi riferisco alla rapidità con cui le persone passano da una relazione    affettiva a un’altra.

Credono che l’amore, come nelle reti sociali, si possa connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e anche bloccare velocemente.

Si trasferisce alle relazioni affettive quello che accade con gli oggetti e con l’ambiente: tutto è scartabile, ciascuno usa e getta, spreca e rompe, sfrutta e spreme finché serve. E poi addio” (n.39).

Già l’Evangelii Gaudium, aln.66, aveva accennato alla crisi culturale profonda che attraversa i legami sociali; ci si trova, come direbbe Bauman, in una “società liquida”, priva di solidità; il che spiega la fragilità con cui è vissuta la relazione di coppia.

Spiega papa Francesco:

“I Padri sinodali hanno fatto riferimento alle attuali tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività narcisistica, instabile e mutevole che non aiuta sempre i soggetti a raggiungere una maggiore maturità….

Molti sono coloro che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale…” (n.41).

Un analfabetismo affettivo che contrassegna la vita della coppia ed è all’origine di tante crisi di coppia, come spiega la nostra esortazione:

“Le stesse crisi coniugali frequentemente sono affrontate in modo sbrigativo e senza il coraggio della pazienza, della verifica, del perdono reciproco, della riconciliazione e anche del sacrificio.

I fallimenti danno, così, origine a nuove relazioni, nuove coppie, nuove unioni e nuovi matrimoni, creando situazioni famigliari complesse e problematiche per la scelta cristiana” (n.41)

A proposito di crisi coniugali, l’AL introduce una rilettura molto interessante dell’indissolubilità del matrimonio:

L’indissolubilità del matrimonio, non è da intendere anzitutto come un “giogo” imposto agli uomini, ma come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio (n. 62).

Papa Francesco vede l’indissolubilità come un dono fecondo che garantisce la stabilità della coppia, oltre il fluttuare degli alti e bassi, e offre la grazia di poter ricominciare ogni volta.

Il concetto d’indissolubilità non dev’essere ridotto solo all’obbligo di non-separarsi, ma va compreso come un “dono” che rimanda

1°. a un vincolo permanente che viene da Dio, inserisce gli sposi nell’alleanza indistruttibile di Cristo con la Chiesa e garantisce l’esistenza degli sposi, oltre l’alternarsi delle emozioni passeggere;

2°. a un dono di Dio indirizzato a sostenere gli sposi che consente loro di rinnovare il loro amore ogni giorno e a ogni stagione della vita.

Il “tutto” e il “per sempre” delle nozze cristiane non è dunque l’espressione di un giuridismo che uccide, ma un accadimento di grazia che nobilita l‘amore degli sposi e lo rende costantemente nuovo, creativo, in grado di rinascere a ogni svolta della loro esistenza nuziale.

Grazie a questo dono gli sposi possano avere la certezza che ogni situazione – persino l’eventuale tradimento – può essere superato.

Il matrimonio-sacramento infatti si fonda sulla fedeltà di Dio, non sulle nostre deboli forze. E tale è il contenuto positivo dell’indissolubilità del matrimonio.

 

  1. La tenerezza nuziale come intimità gioiosa

 

La tenerezza è descritta dall’ AL come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze.

Viene superata ogni concezione fobica della sessualità coniugale. Un dato di fatto che non è mancato nella storia della tradizione cristiana.[12] Scrive papa Francesco:

“L’unione sessuale, vissuta in modo umano e santificata dal sacramento, è per gli sposi via di crescita nella vita della grazia. È il ‘mistero nuziale’. Il valore dell’unione dei corpi è espresso nelle parole del consenso, dove i coniugi si sono accolti e si sono donati reciprocamente per condividere tutta la vita. Queste parole conferiscono un significato alla sessualità, liberandola da qualsiasi ambiguità” (AL 74).

Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro.

La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico.

Lo spiega perfettamente un autore contemporaneo, E. Fuchs:

“Fra il desiderio e la sessualità si apre una via di umanizzazione nella quale la tenerezza, che è riconoscimento stupito dell’alterità dell’altro, dà significato al desiderio e il desiderio, forza di vita e dono di gioia, diventa sorgente di ogni tenerezza possibile”.[13]

Non è forse questo l’atteggiamento di fondo che emerge dall’insieme del Cantico dei cantici e dai suoi stupendi poemi nuziali?

Afferma papa Francesco:

Il rifiuto delle distorsioni della sessualità e dell’erotismo non dovrebbe mai condurci a disprezzarli o a trascurarli…

Ricordiamo che un vero amore sa anche ricevere dall’altro, è capace di accettarsi come vulnerabile e bisognoso, non rinuncia ad accogliere con sincera e felice gratitudine le espressioni corporali dell’amore nella carezza, nell’abbraccio, nel bacio e nell’unione sessuale(n.157)

 

Il testo lascia intravedere l’ABC della tenerezza: abbracci, baci, carezze.

Il contrario: TCC: televisione, computer, cellulare.

 

Sotto ogni profilo, dunque, l’AL presenta un visione estremamente positiva della sessualità.

Dio stesso ha creato la sessualità come un regalo meraviglioso per le sue  

creature” (n.150).

“Pertanto, in nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi” (n.152).

 

  1. La tenerezza nuziale come fecondità amante

 

Non meno interessante è il temadella fecondità.

“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale ‘non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre’” (n.165, citando FC 96).

L’ALapre a una comprensione della fecondità nuziale più ampia rispetto alla sola fertilità. Secondo l’AL, la fecondità nuziale è:

  • generare la presenza di Dio nel coniuge;
  • generare il coniuge come persona amata;
  • generare i figli come dono concesso da Dio in affido ai genitori;
  • generare la famiglia come comunità in missione (“in uscita”).

 

4.1.         Generare la presenza di Dio nel coniuge.

 

La prima forma di fecondità nuziale è data dal generare la presenza di Dio nel partner e quindi nella relazione di coppia.

E tale è la vera fecondità , da ricercare, oltre la sola fertilità: far abitare Dio nel nel cuore della tenerezza di coppia, amandosi in Lui e rinnovandosi ogni giorno nel suo amore.

Fin dal momento in cui i due si sposano non sono soli; sono già in tre: è Dio che li ha condotti a incontrarsi e li consegna l’uno all’altra, come è avvenuto fin dall’origine.

Il sacramento delle nozze si fonda su questa consapevolezza: “Amandosi nel Signore gli sposi si donano Dio stesso; ed egli scende tra loro. La sua presenza inabita la co/presenza degli sposi”.[14]

Ecco dunque la prima fecondità: quando ognuno fa risplendere Dio nel volto del coniuge e, insieme, i due sposi vivono alla sua presenza, lo riconoscono e lo lodano con tutta la loro vita.

Quello che non riuscì a Adamo e Eva, è stato reso possibile da Cristo nella Chiesa. E tale è il “mistero grande” delle nozze (Ef 5,32).

4.2.         Generare il coniuge come persona amata.

 

Generare Dio nel vissuto nuziale è al tempo stesso un generarsi a vicenda: una generarsi come persone che si sentono reciprocamente amate e apprezzate.

La prima grande fecondità non è data dalla nascita dei figli, ma dalla nascita di quel “noi” in cui ognuna è unica per l’altra.

E tale è il primo neonato, quando ognuno si sente accolto dall’altro, si dona all’altro e insieme condividono il divenire “una sola carne”.

Lo Spirito Santo è effuso sugli sposi perché siano in grado di realizzare questa comunione di cuori, dove ognuno si percepisca al tempo stesso come amato-amante-amore per l’altro/a, analogamente a quanto avviene nel grembo di Dio-Trinità-di-Amore.

4.3.         Generare i figli come figli in affido.

 

Questa forma di generazione vale, in diverso modo, per i figli: relazionandosi con i genitori e i genitori con loro, tutti con/nascono insieme, in una relazione di reciprocità che fonda il loro diventare un “noi”, una “comunione di persone” a immagine di Dio-Trinità.

Alla sorgente della generazione di un figlio sta Dio: è Lui il Creatore e il Donatore che suscitata la vita nel grembo della madre in forza dell’atto di amore degli sposi.

I genitori sono “cooperatori con Dio in ordine al dono della vita a una nuova persona”, sono suoi “collaboratori” e “interpreti del suo amore”, ma i figli sono anzitutto figli di Dio (GS 50), come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica. “I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio” (CCC 2222).

I genitori non “fanno” i figli, come si usare dire, ma li ricevono da Dio-Trinità, come un miracolo di amore e un dono senzafine.

E dal momento che li ricevono, i genitori non sono padroni dei figli; ne sono i custodi, li accolgono come in affido, con il compito di proteggerli, difenderli, aiutarli a crescere, contribuire a far discernere la vocazione cui sono chiamati, ma non essi non possono pretendere un’autorità assoluta sulla loro vita.

Ogni figlio che nasce è una parola di Dio incarnata e un’icona vivente della sua eterna tenerezza.

Ciò dice, tra l’altro, l’assurdità dell’aborto:uccidere una vita è colpire il cuore stesso di Dio e presume di mettersi al di sopra di Lui.

4.4.         Generare la famiglia come comunità in missione.

 

La comunità familiare che nasce dalle prime tre forme di fecondità è una comunità in missione, chiamata a proclamare a tutti il dono di essere sposi nel Signore e il significato della vita.

Ogni vera fecondità deve condurre a generare Dio nei figli e a farli crescere secondo il suo cuore.

La Familiaris Consortio arriva a dire che solo per questa via i genitori “diventano pienamente genitori”:

“Pregando con i figli, dedicandosi alla lettura della parola di Dio e inserendoli nell’intimo del corpo eucaristico ed ecclesiale di Cristo con l’iniziazione cristiana, i genitori diventano pienamente genitori, generatori cioè anche di quella vita che scaturisce dalla pasqua di Cristo” (FC 39).

Ed è allora che la comunità familiare attua la sua ultima dimensione di fecondità nuziale: “generare” la civiltà della vita e dell’amore (LF 13), facendosi testimonianza vivente dell’amore trinitario sulle strade del mondo.

“La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che arriva come dono di Dio. Ogni nuova vita ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci” (AL 166).

Ora, se la fecondità è accoglienza della vita, anche quando la procreazionefisica (fertilità) non si realizzasse, per ragioni indipendenti dalla volontà dei coniugi, non per questo la vocazione alla fecondità perderebbe il suo significato.

Il Concilio Vaticano II e la Familiaris consortio, a titolo esemplificativo, indicano le direzioni verso cui può essere orientata una tale forma di fecondità, oltre la sola fertilità.

“Adottare come figli i bambini abbandonati, accogliere con benevolenza i forestieri, dare il proprio contributo nella direzione delle scuole, assistere gli adolescenti con il consiglio e con mezzi economici, aiutare i fidanzati, sostenere i coniugi e le famiglie materialmente e moralmente in pericolo, provvedere ai vecchi“(AA 11; FC 14).

La testimonianza vissuta di tante coppie sterili attesta a quali cime possa arrivare questo tipo di fecondità nuziale, anche quando non sia accompagnata dal dono di figli propri.

  1. La tenerezza nuziale come estetica spirituale dell’amore

Un’ulteriore coordinata dell’AL è l’ottica della bellezza: la tenerezza intesa come estetica spirituale dell’amore. “Tenerezza” e “bellezza” infatti sono inseparabili. Ha ragione Agostino quando scrive che: “Noi non possiamo amare nient’altro che ciò che è bello”[15]. E aggiunge: “Unicamente il bello può essere amato”[16].

La via della bellezza (via pulchritudinis) è la via propria, imprescindibile e strutturale, per l’esperienza della tenerezza.

L’esortazione di papa Francesco lo rileva sotto avari aspetti.

Al n. 127 rileva come

La bellezza – “l’alto valore” dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla…

La tenerezza è una manifestazione di un amore che libera dal desiderio egoistico di possesso… L’amore per l’altro implica il gusto di contemplare e apprezzare ciò che è bello e sacro del suo essere personale, e che ella esiste al di là dei miei bisogni”.

Al n.128 rilava il valore dello sguardo:

“L’esperienza estetica dell’amore si esprime in quello sguardo che contempla l’altro come un fine in se stesso, quand’anche sia malato, vecchio o privo di attrattive sensibili…

Molte ferite e crisi hanno la loro origine nel momento in cui smettiamo di contemplarci. Questo è ciò che esprimono alcune lamentele che si sentono nelle famiglie. “Mio marito non mi guarda, sembra che per lui io sia invisibile”. “Per favore, guardami quando ti parlo”. “Mia moglie non mi guarda più, ora ha occhi solo per i figli”. “A casa mia non interesso a nessuno e neppure mi vedono, come se non esistessi”. L’amore apre gli occhi e permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale ogni essere umano”.

 

  1. La tenerezza nuziale come evento di carità teologale.

 

Il capitolo IV dell’AL è interamente dedicato all’amore nel matrimonio,

  • mostra come la grazia del sacramento del matrimonio sia indirizzata “a perfezionare l’amore dei coniugi” (n. 89)
  • e dice come la grazia trasfiguri gli sposi a immagine dell’amore divi, testimoniato da Paolo nel celebre inno alla carità (n. 90).

La carità è paziente,
benevola è la carità;
non è invidiosa,
non si vanta,
non si gonfia d’orgoglio,
non manca di rispetto,
non cerca il proprio interesse,
non si adira,
non tiene conto del male ricevuto,
non gode dell’ingiustizia
ma si rallegra della verità.
Tutto scusa,
tutto crede,
tutto spera,
tutto sopporta»
(1 Cor 13,4-7).

L’inno paolino è un programma che “si vive e si coltiva nella vita che condividono tutti i giorni gli sposi, tra di loro e con i loro figli. Perciò è prezioso soffermarsi a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per tentarne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia(AL 90).

Il documento di papa Francesco approfondisce il riferimento di ognuno di queste attitudini in relazione alla coppia/famiglia, dando vita a uno splendido capitolo di teologia spirituale della coniugalità.

Pazienza

Benevolenza

Guarendo l’invidia

Senza vantarsi o gonfiarsi

Amabilità

Distacco generoso

Senza violenza interiore

Perdono

Rallegrarsi con gli altri

Tutto scusa

Ha fiducia

Spera

Tutto sopporta.

Un vero trattato di spiritualità nuziale.

“L’inno di san Paolo, che abbiamo percorso, ci permette di passare alla carità coniugale. Essa è l’amore che unisce gli sposi, santificato, arricchito e illuminato dalla grazia del sacramento del matrimonio. È un’unione affettiva, spirituale e oblativa, che raccoglie in sé la tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”(n.120).

“La tenerezza dell’amicizia e la passione erotica”: due dimensioni che caratterizzano in profondità l’amore nuziale secondo l’AL:.

1°. Amicizia tra gli sposi.

“L’amore coniugale è la ‘più grande amicizia’. E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una vera amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità… che si va costruendo con la vita condivisa.

2°. Passione erotica.

Naturalmente “il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza” (n. 123).

Nasce da questa dinamica (della tenerezza dell’amicizia e della passionalità) la comunità della famiglia come Chiesa domestica e segno profetico nel mondo:

“Il matrimonio cristiano, riflesso dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa, si realizza pienamente nell’unione tra un uomo e una donna, che si donano reciprocamente in un amore esclusivo e nella libera fedeltà, si appartengono fino alla morte e si aprono alla trasmissione della vita, consacrati dal sacramento che conferisce loro la grazia per costituirsi come Chiesa domestica e fermento di vita nuova per la società” (n. 292).

Conclusione

Sotto ogni profilo la famiglia appare, nell’Amoris Laetitia, come una comunità della tenerezza di Dio, chiamata a farsi il luogo primario di tenerezza verso ogni essere che viene a questo mondo.

         Parlare di “parabola di tenerezza” significa riferirsi a tutto questo e dice la famiglia come un progetto di tenerezza da costruire giorno per giorno, posto tra il “già” il “non ancora”: un progetto già dato per grazia,ma da costruire con impegno giorno dopo giorno.

“Famiglia diventa ciò che sei” (FC 17)

Concludo facendo mie le parole del libro delle “Odi di Salomone”, risalente al terzo secolo, rivolte specialmente agli sposi:

“Amatevi con tenerezza voi che vi amate”.

L’autore non si limita a dire “amatevi”, ma ”amatevi con tenerezza”. La tenerezza costituisce il cuore di Dio-Trinità-di-Amore ed è il cuore di ogni famiglia. Una comunità familiare senza tenerezza sarebbe come un corpo senza anima.Faccio e parole dell’anonimo autore del terzo secolo e le rivolgo a tutti voi: “Amatevi con tenerezza voi che vi amate”. [17]

don Carlo Rocchetta

LA TENEREZZA COME ORIZZONTE BIBLICO-TEOLOGICO DELL’AMORE CONIUGALE.

 

La sezione biblico-teologica dellì’esortazione muove da un’affermazione tanto semplice quanto essenziale e densa di contenuto.

“Nell’orizzonte dell’amore, essenziale nell’esperienza cristiana del matrimonio e della famiglia, risalta un’altra virtù, piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali: LA TENEREZZA” (Amoris Laetitia 28).

L’affermazione è decisiva ed è paradigmatica per la lettura dell’intero documento di papa Francesco.

1.1.         “Tenerezza”, non “tenerume”

L’esortazione AL auspica che si riscopra la tenerezza come attitudine decisiva per la buona riuscita della relazione nuziale; “una virtù – dice AL – piuttosto ignorata in questi tempi di relazioni frenetiche e superficiali”.

Un testo che richiama da vicino quanto diceva Giovanni Paolo II: ”Il nostro tempo è tanto carico di tensione quanto avaro di tenerezza”.

Da notare che si parla di “tenerezza”, non di “tenerume”.

I dizionari definiscono

  • la “tenerezza” come un sentimento di “soave commozione”, di “affetto dolce e delicato”, di “attenzione amorevole”;
  • per contro, qualificano il “tenerume” come un “atteggiamento svenevole”, un “eccesso di sentimentalismo”, di “smancerie” o di “falsa tenerezza”.

La differenza balza agli occhi ed è essenziale per quanto ci interessa; è sufficiente uno specchietto comparativo.[1]

TENEREZZA                                              TENERUME                

Sul piano dell’essere                                  Sul piano dell’avere

                 Verso il tu                                                    Verso se stessi

                   Fortezza                                                            Debolezza

                 Creatività                                                          Passività

               Responsabilità                                                 Superficialità

 

La tenerezza appartiene all’esperienza dell’essere e si realizza come apertura al tu, in una dimensione di scambio oblativo, di accoglienza, di dono, di condivisione amabile.

Il tenerume dice, al contrario, ripiegamento sull’io, ed è prevalentemente egocentrico, captativo, con una ricerca dell’altro più per il proprio tornaconto che per lui stesso.

La tenerezza si coniuga con la fortezza ed è creativa; il tenerume è sinonimo di passività. Nel primo caso, domina l’etica della responsabilità; nel secondo, la superficialità, il livello delle sole emozioni, “giocando” con i sentimenti, non rispettando l’altro o addirittura strumentalizzandolo.

Questo dunque il primo dato da tener presente: l’Amoris Laetitia parla di “tenerezza”, non di “tenerume”:

  • tenerezza è un “sentimento forte”, che tocca le corde profonde della persona e la coinvolge nella totalità del suo essere e del porsi “in relazione
  • la tenerezza non è un sentimento debole”, non è un sentimentalismo vuoto, orientato a creare dipendenze o dominio, e non relazioni libere e liberanti.

Papa Francesco stesso, nel discorso inaugurale del 19 marzo del 2013, ebbe a proclamare:

“Non dobbiamo avere paura della tenerezza! (…). Nei vangeli, san Giuseppe

appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi al contrario denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!”.[2]

 

1.2.         La tenerezza dell’abbraccio di Dio

 

Entro questo recupero della categoria di “tenerezza”, tipico del pontificato di Francesco, l’Amoris Laetitia introduce la parte biblica con la bellissima espressione: la tenerezza dell’abbraccio di Dio, facendo riferimento ai testi scritturistici che più da vicino lo evocano (nn. 27-30).

Il primo testo che viene indicato è il Salmo 103:

“Com’è tenero un padre verso i figli, così è tenero il Signore verso coloro che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 103,13-14).

La tenerezza di Dio è un amore paterno e materno, e non viene meno e non si stanca mai di noi.

La condizione d’Israele è come quelladi un bimbo svezzato in braccio a sua madre” (Sal 131,2).

L’immagine del “padre” si coniuga infatti, nel linguaggio biblico, con quella della “madre”.

L’Amoris Laetitia rimanda alSal 27,10:

“Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto”.

Isaia 66,12b-13, come nota il documento di papa Francesco, fa esplicita allusione al seno, alle ginocchia e alle carezze della madre per indicare la tenera vicinanza del Signore al suo popolo:

“Voi sarete allattati e portati in braccio; sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò”.

L’esortazione ricorda la delicata intimità descritta da Osea:

“Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato…

A Èfraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano…
Io li traevo con legami di bontà con vincoli d’amore,

ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui per dargli da mangiare”
(Os 11,1.3-4).

Il testo unisce, in mirabile sintesi, la metafora di Dio-Padre con quella di Dio-Madre, Lo stesso tema proclama Isaia:

“Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua tenerezza? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre… Tu, Signore, sei nostro padre; da sempre ti chiami nostro redentore” (Is 63,15-16).

L’espressione “fremito delle viscere” rappresenta un’espressione idiomatica che indica la sede delle emozioni più forti e serve a unire i tratti della maternità con quelli della paternità.

Un paradosso, se vogliamo, ma tale è il mistero di Dio: un connubio, il più alto che possa esistere tra la forza del padre e la dolcezza della madre.

“Sion ha detto:‘ Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non intenerirsi per il figlio delle sue viscere? Anche se alcune di loro si dimenticassero, io non ti dimenticherò mai. Ecco sulle palme delle mie mani ti ho disegnato, le tue mura sono sempre davanti ame” (Is 49,14-16).

I testi potrebbero essere moltiplicati.[3]

Un dato appare chiaro in ogni caso: la tenerezza di Dio nella Bibbia rimanda al suo grembo; un grembo amante che ci porta in sé come una mamma porta il figlio in sé. La stessa terminologia ebraica lo evoca:

  • rḥm, rimanda alle viscere materne;
  • raḥªmîm, un plurale d’intensità, indica un forte sentire interiore, un amore viscerale;
  • reḥem corrisponde all’utero della madre.[4]

Dunque, “tenerezza”, nella Bibbia, evoca il sentirsi nel grembo di Dio come un figlio nel grembo di sua madre.

Una percezione biblica del volto paterno-materno di Dio, splendidamente riassunta da Clemente Alessandrino:

Per la sua misteriosa divinità Dio è Padre; ma la tenerezza che ha per noi lo fa diventare Madre. Amando, il Padre diventa femminile”.[5]

1.3.         La croce come il grande abbraccio divino

 

Il n.29 dell’AL passa dal Primo Testamento al Nuovo, evocando come la tenerezza di Dio raggiunga il suo massimo vertice nell’evento della croce.

Anche se questa prospettiva non risulta particolarmente sviluppata, è certo che risiede in essa la novità assoluta della figura di Cristo.

Il Crocifisso, disteso sulla croce, con le braccia spalancate e le palme aperte, in un’autodedizione totale di sé al Padre e di perdono/accoglienza rivolto a tutti, compresi i carnefici, dice a tutti che la tenerezza è un abbraccio di Dio-Trinità.

Spiega con notevole afflato spirituale Anselm Grün:

Le braccia spalancate di Gesù sulla croce dicono a ognuno di noi:‘Sei stato amato in modo completo e assoluto. Ti vengo incontro anche quando ti allontani da me. Sono al tuo fianco quando sei tu a portare la croce. Tengo le braccia aperte per abbracciarti. Ti aspetto finché ti getterai nelle mie braccia. Sei libero. Non pretendo nulla da te; ma puoi contare su di me. Il mio cuore è aperto per te. Ti ci puoi rifugiare con tutto te stesso”.[6]

1.4.         La coppia e la famiglia: immagine di Dio Trinità-di-Amore

 

Alla prospettiva della croce, l’AL collega la rivelazione del mistero di Dio-Trinità-di-Amore. In effetti la croce è questa rivelazione:

–         il Padre dona il suo Figlio per amore,

–         il Figlio si dona per amore al Padre in sostituzione vicaria per tutti,

–         lo Spirito Santo è donato dal Padre e dal Figlio alla Chiesa e al mondo.

Dalla croce nasce la Chiesa, comunità riunita nel Padre, nel Figlio e nello Spirito (LG 9), e sgorga la famiglia, comunione trinitaria di persone.

Spiega l’AL:

“La Parola di Dio affida la famiglia nelle mani dell’uomo, della donna e dei figli, perché formino una comunione di persone a immagine dell’unione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (n.29).

E aggiunge:

“È nella famiglia, Chiesa domestica, che matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità! (AL 71;121)

Una prospettiva, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento.

Il Dio in cui crediamo non è un Io-Solo, un Solitario, ma una Comunione di Tre-che-sono-Uno.

Il monoteismo cristiano, da questo punto di vista, è radicalmente diverso dal monoteismo ebraico o da quello islamico. L’unico Dio in cui crediamo

  • non è un Io-Solo,
  • ma un Io-Noi, un Dio-comunione, dall’eternità e per l’eternità.

Tre persone, un unico e medesimo Dio-Amore (1Gv 4,8.16).

I due, uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza dell’Uni-Trinità di Dio.

È un grande merito di Giovanni Paolo II aver posto in evidenza questa trinitaria. L’AL lo cita esplicitamente:

“Alla luce del Nuovo Testamento è possibile intravedere come il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il ‘Noi’ divino costituisce il modello eterno del ‘noi‘ umano; di quel ‘noi’ che è formato anzitutto dall’uomo e dalla donna, creati a immagine e somiglianza divina” (LF 6).

Un “noi” umano, uomo e donna, che sono chiamati ad aprirsi al terzo da loro, e. in quanto tali, rappresentano la manifestazione più perfetta – nella nostra condizione storica – della comunione trinitaria.

Come affermava M. Blondel: “Quando i due diventano uno, sono tre”.[7]

Già a livello creaturale, la comunità coniugale rappresenta il massimo riflesso dell’eterna comunione trinitaria:

–         scaturisce, come da sorgente, da Dio-Trinità-di-Amore,

–         si plasma su Dio-Trinità-di-Amore,

–         e va verso la beatitudine di Dio Trinità-di-Amore.

Sta in questo dato l’assoluta grandezza di ogni comunità familiare, come osservava ancora Giovanni Paolo

“Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in Lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina.

Il sacramento delle nozze non fa che portare a pienezza questa imago Dei,

–         rendendo gli sposi partecipi dell’essere stesso di Dio-Trinità-di amore,

–         con una partecipazione nuova, specifica, che compie e perfeziona l’immagine trinitaria già impressa in loro a livello naturale,

–         e conferisce alla comunione degli sposi una nuova effusione di grazia, rendendola dimora di Dio-Trinità, dove i genitori sono i primi maestri della fede per i loro figli.

In forza del sacramento delle nozze, infatti, la famiglia cristiana non è soltanto un’icona esterna della Trinità, ma la Trinità stessa inabita in essa in una forma reale e misteriosa che solo la fede permette di cogliere. Il modello trinitario non rimane esteriore alla sua immagine, ma diviene interiormente presente in essa.[9]

         Ed ecco che la famiglia, icona di Dio-Trinità, diventa dimora di Dio-Trinità.

Lo Spirito Santo è donato agli sposi perché essi siano capaci, insieme ai figli, di edificarsi in rapporto all’ esemplarità trinitaria (FC 13).

Lo Spirito, infatti, è l’Amore-comunione che, nello scambio eterno tra il Padre e il Figlio, chiude il circolo dell’unità trinitaria:

  • il Padre è l’eterno-Amante,
  • il Figlio è l’eterno-Amato,
  • lo Spirito è l’eterno-Amore comune del Padre e del Figlio.[10]

Lo Spirito Santo – spiega lo stesso Agostino – ci fa pensare all’Amore comune con cui si amano vicendevolmente il Padre e il Figlio”.[11]

“Amore comune”, lo Spirito Santo è l’Amore-comunione che attua la pienezza dell’Uni-Noi trinitario nella famiglia.

Il “soffio dello Spirito”, che vivifica in permanenza la Chiesa, è in grado di orientare la famiglia in questa direzione, ma si richiede che i coniugi si aprano alla sua azione e lo lascino operare nel loro cuore.

“Il matrimonio è un segno prezioso, perché quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore.

Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione: le tre Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo vivono da sempre e per sempre in unità perfetta. Ed è proprio questo il mistero del matrimonio: Dio fa dei due sposi una sola esistenza” (n.121).

 

Questo dunque l’orizzonte bilico-teologico dell’AL che fonda la comunità familiare come parabola vivente di Dio-Tenerezza.

Don Carlo Rocchetta

Offerta e offerenti.

Spesso non si approfondisce la grandezza del matrimonio. Ci si sposa con un’idea molto vaga su quello che si va a celebrare. Matrimonio ed Eucarestia come abbiamo visto già in diverse occasioni sono spesso messi in relazione. Una relazione basata sull’offerta. Un’offerta totale, per sempre, fedele e gratuita. Gesù ha offerto tutto,  tutto di sè per amore di ognuno di noi. Gesù si è fatto pane e vino per farsi mangiare da noi tanto era grande il suo desiderio che noi diventassimo uno con Lui. Gesù, unico e vero sacerdote offre se stesso a Dio per la nostra salvezza e per il grande amore che nutre per noi. Gesù che si offre per la sua sposa, la Chiesa, di cui noi battezzati siamo parte. Il matrimonio è, per certi versi, la stessa cosa. Noi uomini, con tutte le nostre povertà e debolezze, per mezzo del battesimo non solo entriamo a far parte della Chiesa, ma diveniamo uno con Cristo e veniamo abilitati ad essere offerta con Lui, durante ogni Messa, che sappiamo rinnova la passione, morte e resurrezione di Gesù. Nel matrimonio Gesù, attraverso i doni battesimali, ci abilita ad essere offerenti e offerta l’uno per l’altro, tutti i giorni della nostra vita. Ogni volta che ci doniamo al nostro coniuge stiamo facendo offerta a Dio, stiamo esercitando la nostra dimensione sacerdotale nel matrimonio. Attraverso la nostra reciproca offerta nasce una nuova piccola chiesa, la nostra Chiesa domestica, esattamente come dall’offerta di Cristo sulla croce è nata la Chiesa universale. Capite ora che significato immenso ha il nostro matrimonio, come davvero sia immagine dell’amore di Dio. Immagine che può essere nascosta o evidente, ma che c’è in ogni coppia di sposi, anche quella più disgraziata e divisa. Sta a noi, con il nostro impegno e con il nostro abbandono a Lui, renderlo sempre più visibile e la nostra unione epifania del suo amore.

Antonio e Luisa

La castità è meravigliosa

Cosa mi ha dato la scelta della castità? Mi ha dato tanto, molto più di ciò che credevo quando presi questa decisione. Non è stata una scelta facile. Le tentazioni ci sono state  e hanno picchiato forte. E’ difficile, soprattutto nell’età giovanile, riuscire a fermarsi e non andare oltre.  Le sensazioni e le emozioni sono fortissime e serve davvero una grande forza di volontà e una motivazione profonda. Ho avuto la fortuna di aver incrociato nel mio cammino un frate cappuccino, quando ero ancora molto giovane, che mi ha condotto per mano e mi ha fatto comprendere l’importanza dell’attesa, l’importanza di legare quel gesto a una persona sola, quella a cui avrei promesso un amore per sempre. Mi ha fatto comprendere la profondità del gesto sessuale e il suo significato più vero. Cuore e corpo, anima e carne, due parti dello stesso amore, indivisibili l’una dall’altra, così unite che per poterci amare concretamente Dio stesso si è dovuto fare carne.  Anche nella Bibbia l’amore carnale tra uomo e donna è celebrato e reso degno :dell’amore di Dio. Eccone un breve estratto dal terzo Canto:

Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi.
[11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata.
[13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo,
[14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.
[15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.

Questi versi poetici sono sublimi, sono di un impatto sensoriale incredibile e spiegano benissimo, secondo me, la bellezza dell’incontro d’amore tra due innamorati che hanno saputo aspettare. C’è un universo di colori e profumi. Colori, profumi, sensazioni, emozioni che ubriacano e inebriano tanto sono meravigliosi. Meravigliosi. totalizzanti e coinvolgenti. Latte e miele, che nel linguaggio biblico indicano la pienezza dell’amore carnale.  Il nardo è l’essenza che Maria versa sui piedi di Gesù, provocando lo sdegno di Giuda. Il nardo è profumo da re. Perché nel nostro amore diveniamo re e regina, l’uno per l’altra. La nostra regina che è un giardino chiuso per tutti, ma non per il suo re. Giardino pieno di tutte le meraviglie. Chiuso per tutti ma non per il suo re.  Re che cerca solo quel giardino, quello della sua regina, perchè solo in quel giardino troverà ciò che più è bello, ciò che è per lui e solo per lui. Alla fine la castità non è altro che custodire gelosamente quel giardino, custodirlo e curarlo. Questa è la castità e ringrazio Dio di aver permesso a me e alla mia sposa di essere riusciti a proteggere tutto questo e di essere stati capaci di accoglierci come re e regina, come il solo re e la sola regina.

Antonio e Luisa

Dobbiamo dare tutto.

In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro.
Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli
e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti.
Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere».

Il vangelo di oggi mi interroga e mi mette molto in crisi. Cosa ci vuole dire Gesù? Gesù ci dice che nella nostra vita e nel nostro matrimonio, dobbiamo essere come quella vedova.

Dare il superfluo non cambia la vita e la nostra relazione. Nella nostra famiglia dobbiamo dare tutto ciò che abbiamo a Dio. Andare a Messa e partecipare alla vita della comunità non basta. Gesù ci chiede di più. Gesù ci chiede di donare a Lui le scelte importanti della nostra famiglia, i dolori, le gioie, i nostri figli. Ci chiede di trasformare la nostra vita in una liturgia continua e la nostra famiglia in una piccola chiesa domestica. Gesù ci chiede di metterlo al centro. Dare il superfluo non ci aiuta a crescere e a cambiare la nostra vita. Solo dando tutto ciò che abbiamo, ci accorgeremo che non restiamo vuoti ma nascosto da tutte le nostre preoccupazioni, idee, egoismi e peccati c’è la presenza di Dio, che è la sola cosa che riesce a dare pienezza e a far apprezzare tutto il resto. Gesù, attraverso quella povera vedova, ci chiede di aver fede e di abbandonarci a Lui, non importa se tutto ciò che abbiamo nella nostra vita sono pochi spiccioli. Non importa se il nostro matrimonio è fragile, imperfetto, abitato dal peccato, dai contrasti, dai litigi. A lui non importa. Se diamo tutto ciò che abbiamo a lui basterà e da quel poco che siamo riusciti a dare. trarrà grandi frutti per noi, per i nostri figli e per tutte le persone che incontreremo.

Antonio e Luisa.

L’amore è come un oceano

L’amore cosa è? Quante bugie su questa parola. L’amore confuso con l’innamoramento. L’amore confuso con la passione. L’amore confuso con le farfalle allo stomaco. L’amore che ci rende marionette incapaci di scegliere le nostre azioni e decidere della nostra vita.

L’amore non è nulla di tutto questo o, meglio, tutte questi sensazioni e sentimenti possono essere la superficie dell’amore, ma non lo rappresentano nel profondo. L’amore non è una forza che ci travolge e ci sconvolge. L’amore è un’azione, un camminare, un fare. L’amore è sacrificio, bisogna dirlo ai nostri ragazzi. L’amore non è qualcosa che capita, ma è qualcosa che scegliamo ogni giorno. L’amore non rende gli uomini e le donne smidollati, eterni ragazzi schiavi delle proprie emozioni e sensazioni. L’amore è radicale. L’amore è fedeltà. L’amore è perdere tutto per trovare il senso delle cose e della vita.  L’amore è rispondere a una chiamata che abbiamo dentro. L’amore significa a volte andare contro i sentimenti e contro i nostri desideri e pulsioni. L’amore, per essere vero, tende alla verità e al bene. L’amore è rispettoso del proprio corpo e di quello altrui. L’amore è più forte di pulsioni, desideri ed emozioni. L’amore è mezzo e fine per tutti. L’amore è vero solo quando è casto. Casto, puro, sincero, autentico, pieno, sono tutti modi di esprimere la stessa realtà. L’amore omosessuale diventa casto, quando non cerca il dono nel corpo, non cerca la genitorialità, ma si spende per gli altri nell’amicizia e nella prossimità. L’uomo sposato che lascia la famiglia per un’altra donna, non sta seguendo l’amore. I fidanzati che hanno rapporti, non si stanno amando. Non chiamiamo amore ciò che non lo è. Non facciamoci ingannare.

Nel cinema l’amore è rappresentato spesso, soprattutto nel cinema italiano, come qualcosa di fluido e gli amanti come persone impotenti a questa forza che le spinge spesso verso la rovina. Una delle rappresentazioni più vere dell’amore che mi viene in mente è invece interpretata da Sylvester Stallone in Rocky. Adriana e Rocky sono una coppia vera e la loro storia d’amore fa da sfondo a tutta la storia sportiva di Rocky. Un amore forte, che passa attraverso tutte le stagioni dell’amore, attraverso la povertà e la ricchezza, attraverso l’incomprensione, il dolore e la gioia, ma non viene mai messo in discussione, anzi, è sempre una roccia alla quale aggrapparsi, una fonte inesauribile di forza e determinazione.

L’amore è come un oceano. In superficie può essere anche tempestoso e impetuoso, con onde che sommergono e distruggono. Queste sono i sentimenti, le passioni e le pulsioni. Poi nelle sue profondità è molto diverso. Il tutto è regolato dalle correnti, quelle correnti sono la nostra volontà. Solo se non ci lasceremo travolgere dalle onde in superficie e riusciremo a scendere in profondità, quelle correnti ci porteranno a destinazione, a trovare il senso e la pienezza della vita.

Antonio e Luisa.

 

Il Matrimonio Perfetto, il Sacrificio Perfetto.

Qualcuno potrebbe pensare che la formula esatta per un matrimonio perfetto è che i due coniugi siano perfetti..no..non è così. Il matrimonio perfetto è fatto da due creature imperfette che si uniscono a Dio per raggiungere la Perfezione. Ma cos’è una vita coniugale perfetta? È per caso una vita fatta esclusivamente di gioie, divertimenti e soddisfacimento di piaceri personali? No! Raggiungere la Perfezione nel matrimonio vuol dire acquisire la capacità di donarsi pienamente e senza riserve all’altro, negando totalmente la propria persona e i propri desideri, sopportando con pazienza e in silenzio le delusioni che quotidianamente si ricevono! Viene da pensare che solo attraverso il dono della Santità si possa fare ciò. Certo, da soli, esclusivamente con le nostre forze, non lo possiamo fare, ed ecco che Dio, quel Dio che il giorno del nostro matrimonio non era né un ospite né un testimone bensì il protagonista insieme a noi sposi, ci viene in aiuto. E come? Come si può avere e dare amore senza attingere alla fonte di Amore per eccellenza? Sì, il cibo di vita eterna è anche l’elisir di un Matrimonio Eterno! E meditando il Sacrificio Perfetto pensi che sei fatto a Sua immagine e somiglianza e come Lui si è donato per i suoi figli tu puoi donarti per la famiglia che Lui ti ha donato. Sì, perché quel giorno, dinanzi ad un suo apostolo, ti ha affidato una missione, ti ha reso strumento di vita. Allora mi chiedo, perché mandare tutto in aria, chi siamo noi per stravolgere i disegni di Dio e sottrarci alla sua Volontà? Se non demordiamo, se ci affidiamo a Lui, se ogni giorno facciamo in modo che sia presente nelle nostre vite, accogliendo prima di ogni cosa i suoi progetti d’Amore, i figli che Dio vorrà donarci che a volte se superano il numero prestabilito vengono classificati come errori, se lasciamo, quindi, che Dio diriga la nostra vita matrimoniale, allora gli ostacoli diventeranno grazie, le sofferenze dolci sacrifici da offrire e le sue Benedizioni saranno infinite! Come Gesù, insieme a Maria Ss., percorreremo la strada del nostro Matrimonio come Lui ha percorso la strada del Calvario, e con Lui cadremo e ci rialzeremo..l’ultimo traguardo sarà quindi la vita eterna, la santità nel Matrimonio, il Matrimonio Perfetto

Sara.

Geremia, cosa vedi?

“Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo” (Geremia 1,11)
In ebraico il mandorlo è chiamato ‘colui che veglia’, il primo risvegliato dall’inverno, colui che ha gli occhi attenti, che fiorisce anche quando ancora punge il gelo. Quello che vede Geremia non è un fiore del ramo nella bella stagione, ma nel momento più duro dell’anno, quello delle gelate improvvise. In questa stagione difficile dobbiamo avere occhi attenti ai segni che sono già dentro l’inverno, saper cogliere ciò che nasce dal passaggio verso la primavera.
Papa Giovanni aprì il Concilio dicendo di non dare ascolto ai “profeti di sventura”, ma di prestare orecchio ai “segni dei tempi”, di non intralciare il loro divenire come la terra accompagna i germogli a primavera. Dobbiamo scorgere i segni che posseggono la trasparenza dell’alba originale, la luminosità di una tenerezza soprannaturale.
In tempi di crisi ci è chiesto di vivere i gesti di Geremia che, in anni di esilio e di deportazione, invitava a piantare vigne, a costruire case. Vivere non è solo una crescita continua, ma anche la capacità di aderire alla vita nonostante ciò che la contraddice, le sue paure, le sue crisi, i suoi momenti di apparente sterilità.
Ci sono attimi che rendono nuovo il mondo non tanto perché aggiungono qualcosa di nuovo, ma perché sprofondano fino all’origine, lì dove la diversità è armonia.
Il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se l’uomo si fa nuova creatura, si imbarbarisce se scateni il peggio in te.
Oggi la nostra vita è un continuo migrare verso un mondo perduto e disorientato di frammenti che non sappiamo più utilizzare. Dio, invece, è sempre molto attento ai frammenti: agli occhi, ai gesti, a come si fanno e si dicono le cose, al granello di senape, alla pecora perduta, allo spicciolo della vedova.
In ogni momento di crisi Dio ci chiede di partire dai frammenti e dai dettagli per riprendere il cammino e la nostra dignità. Ci chiede una vera partecipazione al mistero della vita. Germi di novità sono nell’aria, ma scendono soltanto dove trovano una terra fertile. I germi di novità sono la bellezza e la tenerezza, il perdono e la fedeltà ad ogni giorno: fragili gesti che hanno la forza di rimettere in piedi la nostra vita.
Fedeltà ad ogni giorno vuol dire esserci, stare dentro la concretezza della vita. Occorrono oggi testimoni fedeli che vadano oltre la superficialità e sappiano stare dentro la vita. Testimoni che non imprigionano Dio nel loro concetto di onnipotenza, che non lo sfigurano erigendolo a giustiziere implacabile, ma che coltivano pazienza e vigilanza.
Bella la fedeltà al cammino dell’uomo di Gesù risorto che si avvicina ai discepoli di Emmaus, si fa compagno di viaggio, si interessa della loro vita, li lascia liberi di scegliere fingendo di andare oltre, e solo alla fine spezza il pane con loro.
Bella la fedeltà di Ruth verso Noemi quando dice: “Non insistere perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch’io”.(Rut 1,16)
La fedeltà a sé e all’altro è la capacità di “serbare e custodire”, è amore che ha bisogno di tempo per crescere, di promesse reciproche da mantenere, di scelte che hanno il loro prezzo.
Anche quando le cose sembrano non cambiare, anche se tutto sembra continuare come prima, chi è fedele scruta l’orizzonte, fiuta l’aria, getta il seme affidandolo alla terra e il sogno di futuro è tutto dentro questa minuscola occasione che può fare del lampo una chiarezza, della scintilla una luce.

(da ” Il domani avrà i tuoi occhi” di Luigi Verdi)

La libertà di essere donna

Sogni, ambizioni, grandi progetti…hanno sempre fatto parte della mia vita. Fin da piccola sognavo il principe azzurro e una famiglia felice con tanti bambini. Ma con il trascorrere degli anni cominciai a credere che la cosa più importante fosse quella di affermarmi nel mondo del lavoro diventando una persona di successo. Così iniziai il mio percorso universitario buttandomi a capofitto nello studio. Continuavo a fare un esame dopo l’altro protesa verso il raggiungimento di un unico obiettivo, conseguire la laurea e dedicarmi alla mia professione. Ma, ben presto, il Signore iniziò a stravolgere tutti i miei progetti e fu proprio da quel momento in poi che la vita cominciò a sorprendermi davvero. Il cammino di fede che ormai da anni condividevo insieme al mio ragazzo cominciò ad illuminare le nostre scelte di vita alla luce del vangelo. Era giunto il momento di dare compimento al nostro lungo fidanzamento, così ci sposammo e in brevissimo tempo arrivarono tre splendidi bambini. Come in tutte le famiglie, però, non tardarono a presentarsi le prime difficoltà, le incomprensioni, i momenti di stanchezza e di ribellione. Inoltre, l’impossibilità di conciliare le proposte lavorative con la vita da mamma crearono in me uno stato di profonda frustrazione.

Quale era, allora, il senso delle rinunce, dei sacrifici, delle notti trascorse a studiare pur di superare un esame…per poi fare la casalinga? Mi ritrovai, quindi, ad essere mamma e moglie a tempo pieno quasi costretta da un destino beffardo che mi aveva portata su strade completamente diverse: lavare, cucinare, stirare e poi ancora soccombere ai bisogni e alle necessità di tutti i membri della famiglia, a cominciare dal più piccolo che piangeva almeno ogni due ore, reclamando la poppata e il cambio del pannolino, per finire al più grande (ovvero al marito) che, visti i miei numerosi impegni si sentiva sempre più trascurato. Questa vita mi stava veramente stretta, soprattutto quando mi confrontavo con le mie amiche di sempre che continuavano a vivere senza progetti impegnativi, tutte prese dalla propria realizzazione personale. Non riuscivo ad accettare la perdita della libertà, il mio desiderio di indipendenza e di autorealizzazione diventava sempre più forte, sentivo monotone e senza valore le mie giornate. Dio, a cui spesso mi rivolgevo, non poteva avermi ingannata…e così un giorno entrando in chiesa ascoltai la parola di S. Paolo (Efesini 5, 21-33) che mi mise profondamente in crisi. Rimasi scandalizzata perché parlava di sottomissione…stavo per andare via quando ascoltai il seguito: “…sì, è vero, la donna è chiamata a stare sottomessa al marito nel senso che è lei che regge la famiglia così come le fondamenta reggono una costruzione. La sua maternità la porta ad amare gratuitamente, a donarsi, a sostenere…se viene meno ciò che è alla base tutto crolla! Quando la donna, che per natura è chiamata all’accoglienza e al dono di sé, rinuncia a questa vocazione la famiglia è in pericolo, tutta la società è in pericolo! Perciò voi mariti onorate e amate le vostre mogli    come Cristo ha amato la Chiesa!”. Queste parole mi riempirono il cuore di gioia e soprattutto mi aiutarono a dare un senso a tutte le piccole cose che scandivano la mia giornata. Il pranzo da preparare, i panni da stendere, i piatti da lavare non furono più gesti vuoti ma piccoli mattoncini di amore domestico che, passo dopo passo, ci aiutarono a rinforzare le fondamenta della nostra famiglia. E mi accorsi che perdendo di vista, anche per un attimo, quella luce che solo la Parola di Dio poteva dare alla nostra piccola chiesa domestica, il sogno di un matrimonio felice poteva trasformarsi in un vero e proprio incubo.

Le minacce sono sempre tante e spesso si insinuano in modo subdolo nei rapporti familiari ma noi spose cristiane siamo chiamate ad essere le custodi dell’amore coniugale. Quando una donna scopre il valore della sua maternità, comprende di aver scelto la parte migliore e si rende conto di essere veramente libera: libera nella vocazione di dare, accogliere, custodire la vita…e per una donna non può esistere gioia più grande!

Mary

Servi inutili

In quel tempo, Gesù disse: «Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?
Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?
Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Il vangelo di martedì scorso è molto significativo per noi sposi. Servi inutili. Siamo nati per servire e solo nel servizio troviamo la nostra gioia. Un servizio che costa fatica, stanchezza, stress. Un servizio che ci fa correre tutto il giorno. Un servizio che ci chiede di sacrificare tanto tempo, a volte tutto il tempo. Tempo che dobbiamo sottrarre a noi stessi. Gesù ribalta la questione. Gesù ci dice: non lamentarti di tutto quello che devi fare, della fatica e della stanchezza, perchè attraverso questa strada troverai la gioia e la pienezza. Gesù è più chiaro ancora. Non solo ci chiede di essere servi, ma servi inutili. Don Antonello Iapicca ha dato una spiegazione dell’aggettivo inutile che mi è piaciuta molto e mi sembra più calzante. Inutile, senza utile, gratuito. Tutto ciò che facciamo deve essere gesto d’amore gratuito senza pretendere nulla in cambio. Solo così quel servizio sarà donato e appagante per noi. Fare per dovere o per forza costa molta più fatica, perchè non ci riempie il cuore e non è vissuto come dono, ma come obbligo. Il dono nutre il rapporto d’amore e la relazione con lo/a sposa/o o i figli. L’obbligo, invece, distrugge il rapporto. Il dono è bello di per sé, l’obbligo, invece, alimenta pretese e confronti. Solo se ci riconosciamo servi inutili, saremo capaci di essere dono e servizio per la nostra famiglia.

Sintetizza benissimo questo concetto Jovanotti nella canzone A te. Jovanotti scrive:

A te che hai reso la mia vita
Bella da morire

Che riesci a render la fatica
Un immenso piacere

Auguriamoci che anche per noi sia così, significa che la strada che stiamo percorrendo è quella giusta.

Antonio e Luisa

Uno sguardo che libera.

Io vi dico: ogni volta che entro in un carcere mi domando: “Perché loro e non io?”. Tutti abbiamo la possibilità di sbagliare: tutti. In una maniera o nell’altra abbiamo sbagliato. E l’ipocrisia fa sì che non si pensi alla possibilità di cambiare vita: c’è poca fiducia nella riabilitazione, nel reinserimento nella società. Ma in questo modo si dimentica che tutti siamo peccatori e, spesso, siamo anche prigionieri senza rendercene conto. Quando si rimane chiusi nei propri pregiudizi, o si è schiavi degli idoli di un falso benessere, quando ci si muove dentro schemi ideologici o si assolutizzano leggi di mercato che schiacciano le persone, in realtà non si fa altro che stare tra le strette pareti della cella dell’individualismo e dell’autosufficienza, privati della verità che genera la libertà. E puntare il dito contro qualcuno che ha sbagliato non può diventare un alibi per nascondere le proprie contraddizioni.

Ho riportato un breve passaggio delle parole che il Papa ha rivolto ieri ai carcerati per la giornata del giubileo a loro rivolta. Sono parole che ti colpiscono dritte al cuore. Quanto sono vere. Anche io mi sono sentito carcerato, incatenato alle mie idee sbagliate, ai miei pregiudizi, ai miei errori, ai miei peccati. Sì, sono stato carcerato per anni. Non nel corpo ma nell’anima. L’individualismo e l’egoismo sono un macigno che si stringe intorno al cuore e  trasformano la carne in pietra.  Per lungo tempo ho rimpianto tutti quegli anni buttati. Un’adolescenza e una giovinezza passate in una falsa e vuota allegria. Una vita fatta di nulla. Buttata. No non è così. In realtà più cadevo in basso e più mi avvicinavo a Dio. Dio ti aspetta, e quando lo trovi, disperato, pentito, consapevole della miseria in cui ti trovi, sperimenti il vero amore. Il suo sguardo pieno di misericordia ti commuove. Come è possibile, che proprio tu, che hai fatto tanti errori e sei pieno di così tanti difetti, possa essere così desiderato e voluto da quel Dio, che non hai mai cercato veramente. Quegli anni non sono stati vani. Quello sguardo, che Gesù ha posto su di te, vale tutta una vita. Aver sperimentato il fallimento e il perdono misericordioso di Dio sono stati decisivi nella mia vita e molto utili poi nel matrimonio. C’è la consapevolezza che Gesù ti ha amato e perdonato per primo, senza aspettarsi nulla in cambio . Questa è una forza incredibile da portare e usare nella relazione con il proprio sposo o la propria sposa. Tutte le volte che ci sentiamo offesi da lei/lui, che ci fa del male, ricordiamoci di quello sguardo di Gesù verso di noi. Quello sguardo che libera e riempie il cuore. Ricordiamoci che il nostro coniuge è fragile e imperfetto e ha bisogno di quello sguardo misericordioso di Dio come l’abbiamo noi. Prestiamo i nostri occhi a Gesù perchè faccia sentire amato e perdonato il nostro coniuge. Vinciamo quella lotta che si combatte dentro di noi, dove il nostro orgoglio ferito pretende vendetta e riparazione. Solo facendo memoria di quello sguardo che ci ha liberato, potremo ricordarci di essere liberi, liberi di scegliere l’amore comunque e sempre.

Antonio e Luisa

Togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro.

Dio disse: «Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro».

Questa frase dell’esodo mi ha sempre impressionato. Non ho mai capito bene il perchè. Sentivo pur senza comprendere che insegnava qualcosa di grande. Poi mi sono sposato è ho capito. Nella relazione con la tua sposa ti devi togliere i calzari. Lei è un’alterità diversa da me.  In lei c’è un mistero, in lei c’è la presenza di Dio, il suo corpo è tempio dello Spirito Santo. E’ una figlia prediletta di Dio e sposa di Cristo in virtù del Battesimo.  Merita rispetto. Non so tutto di lei, non capirò mai tutto di lei. Merita che io mi accosti a lei con delicatezza. Quante volte ho cercato di imporre la mia idea. Pensare che lei debba essere come io voglio, o comportarsi come io credo, è una delle tentazioni più pericolose, almeno all’inizio del matrimonio. Quante volte non mi sono tolto i calzari, ma al contrario sono entrato come padrone nella vita della mia sposa. Quante pressioni, quante prepotenze e quanti ricatti. Musi lunghi e assenza di dialogo. Ma l’amore non è questo, non è prendere possesso dell’altro per farne cosa nostra. Questo è l’egoismo che distrugge l’amore. Questo è l’amore malato che nei casi più gravi porta alla violenza.  L’amore è un incontro, l’amore è un accogliere una persona e darsi a quella persona.

Questo si capisce col tempo, con l’esperienza di vita insieme, con i successi e i fallimenti. Si capisce soprattutto restando uniti a Gesù. Gesù che su quella croce ha rivelato la vera essenza dell’amore. L’amore iniziale, almeno il mio, nascondeva tanto egoismo. Come dice Fabrice Hadjadj per amare davvero dobbiamo prima morire, poi immergerci nel sepolcro e infine risorgere. Posso testimoniare che è proprio così. Ho dovuto morire a me stesso, al mio egoismo, al mio infantilismo e al mio egocentrismo. Ho dovuto capire che lei mi apparteneva non per farne ciò che volevo ma per camminare verso Cristo, per imparare a servire, e per spostare il centro delle mie attenzioni verso il prossimo. Lei era un’opportunità che Dio mi donava. Sono dovuto scendere nel sepolcro. Ho dovuto capire, mettere in discussione, faticare e infine guarire. Solo dopo aver vissuto la morte e il buio della crisi, solo allora si può risorgere ed amare veramente. Certo con tanti limiti e ricadute. Ora però conosco la strada. Ora riesco ad entrare in punta di piedi nella vita della mia sposa e meravigliarmi del mistero che c’è in lei. Mistero che è sempre una nuova opportunità di crescere ed amare. Un mistero che apre all’eterno e all’infinito di Dio.

Antonio e Luisa

La televisione insegna un falso amore

In questo periodo la Rai sta trasmettendo una fiction storica sulla saga della famiglia dei Medici. La storia mi affascina molto e quando ci sono produzioni di questo tipo le seguo con interesse. Perchè dico questo in un blog sul matrimonio? Perchè voglio approfondire una scena in particolare. Cosimo de Medici torna a casa dopo un lungo esilio a Venezia e incontra la moglie. La moglie è al corrente che lui l’ha tradita e i rapporti tra i due sono tesi. Litigano, poi all’improvviso la rabbia si trasforma in passione, lui la prende, le alza la gonna e la penetra, il tutto con violenza . Il tutto dura pochi secondi, poi lui se ne va, senza guardarla. Lei, incredibilmente, è felice e soddisfatta del rapporto appena consumato. Un momento di una povertà incredibile.Quella scena mi ha trasmesso tanta tristezza e desolazione.  Queste sono le bugie che i media ci trasmettono continuamente. In particolare un elemento è profondamente falso e frutto di una mentalità pornografica con cui i media ci plagiano. La donna è altamente improbabile provi qualche piacere da un atto vissuto in quel modo. E’ molto più probabile provi dolore e si senta usata più che amata. La fisiologia della donna ci insegna che i preliminari sono necessari e necessitano di almeno venti minuti.  Venti minuti nei quali l’organo femminile si modifica (c’è un allungamento e posizionamento) per accogliere quello maschile e si lubrifica per rendere più agevole la penetrazione. I preliminari sono indispensabili e hanno come centro la donna e non l’uomo, che al contrario è pronto in pochi secondi. Non parliamo poi della violenza della penetrazione, come se la forza e la violenza nella spinta possano migliorare il piacere . Può essere vero per l’uomo (anche se non lo credo), ma sicuramente non per la donna. L’organo femminile ha una profondità normalmente di 9-10 centimetri che possono arrivare a 12-13 durante l’eccitazione. Un uomo che entra con violenza superando queste misure genera spesso dolore e sicuramente cancella ogni piacere alla donna. La violenza dei movimenti, delle parole, degli atteggiamenti impoverisce tantissimo questo momento d’amore bellissimo tra i coniugi. La donna ha bisogno di tenerezza durante tutto il rapporto. Tenerezza nei gesti, nelle parole, nella voce, negli abbracci. Tante donne faticano a provare piacere durante i rapporti. Ci possono essere tantissime cause, ma spesso basta conoscere semplicemente come si è fatti/e  per superare molte sofferenze e molti problemi, e vivere con gioia questo momento bellissimo. L’amore sponsale scaturisce dal cuore, ma si vive nel corpo. Se si è incapaci di esprimerlo correttamente nel corpo, anche ciò che è nel nostro cuore ne resterà profondamente impoverito. La fiction della Rai è stata molto “educativa”, in quanto ha mostrato esattamente il contrario di quello che è un rapporto appagante per la donna, e di conseguenza anche per l’uomo. Questa fiction è deleteria oltre che per noi anche per i nostri figli. Se malaguratamente,  i nostri figli adolescenti assistono a queste menzogne, cerchiamo di approfittare della situazione  per insegnare loro qualcosa che sarà di fondamentale importanza. Non dobbiamo avere vergogna, anche questo fa parte del nostro compito di educatori.

Antonio e Luisa.

Permesso, grazie, scusa.

Papa Francesco lo ha ricordato in diverse occasioni. Esistono tre parole, che se usate abitualmente, permettono alla coppia di vivere unita e di superare le difficoltà: permesso grazie  e scusa. Sembra che il Papa stia semplificando troppo quello che è il rapporto d’amore tra due sposi. Non è così. Dietro quelle tre parole si nasconde un significato decisivo nel matrimonio. L’altro non è cosa nostra. L’altro è un dono, l’altro è un incontro, un’opportunità, a volte anche uno scontro. Dicendo permesso, riconosciamo l’altro come qualcuno diverso da noi, come un mistero che richiede tutto il nostro rispetto quando ci avviciniamo. L’altro ha una storia, un corpo, un cuore, un’anima che attraverso il matrimonio ci vuole donare. Noi dobbiamo toglierci i calzari quando entriamo nella sua vita, nella sua anima e nel suo corpo, perchè è terreno sacro. Rispettare l’alterità per incontrare e non rubare, per abbracciare e non soffocare, per amare e non possedere. Grazie è la parola del dono ricevuto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro come prezioso e unico. Scusa è la parola di chi vuole ricominciare. La parola di chi si riconosce fragile e limitato, ma che non smette di avere fiducia nel perdono di Dio e dell’altro. Scusa è il primo passo per ricominciare. Scusa è la parola che permette di mettere l’altro prima di te. Scusa è la parola di chi ha nostalgia della bellezza perduta col suo agire. Il Papa con tre semplici parole ha riassunto sapientemente il matrimonio nella sua essenza relazionale. Da queste tre parole, con la Grazia di Dio, si può partire per costruire qualcosa di meraviglioso.

 

Antonio e Luisa

Io sono Zaccheo.

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergognamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita, però, qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: sbrigati! Devo venire a casa tua. La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, la tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te ma lo fa attraverso il tuo sposo, la tua sposa che ti ha messo al fianco.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè ero attratto da Gesù anche se non lo conoscevo e Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza.

Antonio e Luisa

Il talamo nuziale è benedetto

Ho da poco finito di leggere l’ultima opera di don Carlo Rocchetta. Il titolo è già molto interessante: Teologia del talamo nuziale. Don Carlo è uno dei pochi sacerdoti, almeno che io sappia, che ha avuto il merito di approfondire il matrimonio come sacramento sessuato, che si vive attraverso e nel corpo e che si esercita attraverso le doti del corpo.Il corpo è fondamentale nel matrimonio, tanto è vero che il sacramento non si realizza finchè non c’è il primo rapporto fisico tra gli sposi. Don Carlo ha il merito di ricordarci che non si può costruire la nostra casa sulla roccia senza delle fondamenta bel salde. Non si può vivere un matrimonio spiritualmente elevato e autentico senza sviluppare tutte le doti corporee atte a trasmettere amore. Non si può essere sposi felici senza sviluppare la tenerezza. Non si può essere sposi cristiani, quindi al modo di Cristo, senza sviluppare tutti i gesti espressivi dell’amore: parole, carezze, abbracci, baci e l’amplesso fisico. Il matrimonio non si costruisce quindi solo con la fede e la Grazia, e neanche solo a tavola, quindi con  la comunione e la convivialità ma necessita anche del talamo, quindi della manifestazione nel corpo dell’unione intima dei cuori e della dolcezza e tenerezza, doti corporee dell’amore. La Chiesa non ha sottovalutato questo aspetto tanto che fino a qualche anno fa era prevista la benedizione da parte del sacerdote del talamo nuziale. Questo gesto aveva un significato molto bello e importante. Il presbitero benedendo la camera nuziale riconoscendo quel luogo come sacer (luogo che appartiene a Dio), quindi sacro. Quello è il luogo dove marito e moglie unendo i lori cuori e i loro corpi rinnovano il sacramento delle nozze e, aprendosi così alla vita e all’amore, riattualizzano la presenza di Cristo nella loro unione.

Antonio e Luisa

Non avere paura il tuo talento nascosto mi salverà.

Una bellissima riflessione dell’incredibile Cristina Righi Epicoco.

 

Chissà quante volte ci saremo imbattuti nella parabola dei talenti riportata sia in Matteo 25,14 che in Luca 19,12.
Un nobile Signore, che deve partire per un viaggio, chiama i suoi servi per affidare loro delle monete d’oro.
Matteo ricorda che ai servi sono stati consegnati talenti in numero diverso mentre Luca riferisce di 10 servi a cui sono affidati 10 talenti ciascuno.
Il talento era una moneta di 6000 denari equivalente a 6000 giorni di lavoro.
Il risultato per entrambi è il medesimo:
Quanto avranno fruttato quei talenti?

E ancora, al versetto 15 del capitolo 25, l’evangelista Matteo sottolinea:
«secondo le capacità di ciascuno».
Ecco… SECONDO LE CAPACITÀ DI CIASCUNO!

ho avuto paura

Come applicare questo nel matrimonio?
Per diversi anni io stessa, nella chiamata alla consacrazione sacramentale del Noi Coniugale, sono stata quel servo malvagio e pigro che ha nascosto il talento affidatogli.
Entrambe le parabole parlano di paura (…) «ho avuto paura e sono andato a nascondere» (Mt 25,25).

paura di cosa?

La paura nasce prima, viene dalla storia precedente che ciascuno porta nello zainetto del vissuto personale.

Quella disistima originata da ogni mancanza d’amore; quel giudizio che ha condizionato e veicolato tutte le personali modalità di essere. Quelle cose viste o udite che non si riesce né a cancellare né a guarire facilmente.

Quella mente bambina violata dalle impacciate capacità degli adulti. E la mente bambina, seppure crescendo, rimane latente per rispuntare fuori al momento opportuno.

La “paura del lupo cattivo” o del “dottore che fa la puntura”.

La paura del “che dirà la gente”, il terrore che potresti essere umiliato.

nascondi i tuoi talenti e non riconosci i talenti degli altri

Esisti tu, piccolo, incatenato in questi angusti spazi, e c’è il mondo con tanti “padroni” da ritenere “duri”, che mietono dove non hai seminato e raccolgono dove non hai sparso (Mt 25,24).

Tu cresci in questo percorso, il talento nascosto in quella buca rimane infruttuoso. Ti difendi come puoi, costruendo il tuo castello interiore e il tuo baluardo esteriore dove la paura, il disagio, sarà la scala per raggiungere i piani superiori e inferiori della tua vita relazionale.

 

Allora diventi quel servo pigro e malvagio che tiene nascosti i talenti ma, cosa ancora più grave, non riconosci il talento degli altri. Anche quello degli altri diventa infatti un talento nascosto.

La tua storia coniugale comincia così.

non sei più solo

La solitudine dell’uomo cerca disperatamente di essere colmata e cerchi la tua bella, il tuo bello, la cosiddetta anima gemella e, quando la incontrerai è gaudio per la tua vita: non sei più solo!

Comincia il cammino, ora siamo insieme per colmare le due solitudini, per diventare una misura colma anche con i limiti dei propri confini.

Passo passo, siccome nella relazione ciò che desidero è essere amato, se ciò non accade riaffiorerà quella mente bambina bisognosa di amore.

Qualcosa però sembra oscurarsi.

arriva la solitudine

Un marito, ad esempio, può avere diverse mancanze perché è freddo, distante, distratto. Troppo legato al lavoro, poco affettuoso, troppo legato alla madre. Magari non si accorge di alcun cambiamento, è stanco, noioso, scontroso, a volte iroso e, se ciò rende l’altro inesistente, arriva la solitudine.

Una moglie, ad esempio, diventa aggressiva, punta il dito, alza mura, accusa di ogni difetto senza accorgersi più di alcun pregio e da qui nasce il conflitto.

Dove è finito il talento?

Quello o quelli che il nobile Signore aveva affidato ai suoi servi?

Dove li abbiamo nascosti, noi servi della regalità coniugale?

Perché ci ostiniamo a tenere il nostro talento nascosto?

ho il potere di scovare i talenti dell’altro

Qui può accadere un miracolo perché nel matrimonio, paradossalmente, accade il contrario.
Io ho il potere di “scovare” i talenti dell’altro.
Cercando il suo talento nascosto, che lui è incapace di esprimere perché non è stato mai facilitato, posso navigare nelle sue paure, insicurezze, ferite, drammi. Conoscendo tutta la sua storia, potrò essere capace di estrarre da quella miniera il brillante migliore, il vero tesoro, il talento!

ecco i tuoi talenti, li ho trovati io

Chi sei davvero tu, servo che cammini nella mia stessa strada?

Ecco i tuoi talenti, li ho trovati io e se ora non sei capace di farli fruttare io potrò essere quell’aiuto.

Se la freddezza, la distrazione, l’infedeltà, un grave peccato, una schiavitù, un momento in cui decidi di separarti, l’aggressività, la violenza, la sessualità che non va e ancora, ancora, ancora (ognuno si inserisca qui dentro), se tutto ciò è il risultato della negazione e oppressione dei doni ricevuti, occorre trovare il talento nascosto.

Io andrò a cercarlo perché trovandolo possa “dissotterrare” e metterlo a frutto.

non avere paura perchè il tuo talento salverà me

Quei tuoi silenzi che talento nascosto hanno per diventare dialogo?
Quella violenza che talento ha sotterrato per poter divenire tenerezza?
Quel tradimento che talento avrebbe avuto per tramutarsi in amore dono totale?
Quell’idolatria del lavoro che talento nasconde per ristabilire le giuste priorità della vita?

Io voglio trovare i tuoi talenti perché io desidero ed esigo il meglio per te.
Tu puoi trovare i miei talenti perché possa trasformarmi anche io nel servo buono e fedele.

Non avere paura perché il tuo talento salverà me!

Cristina Righi Epicoco

Un cuore e un’anima sola

Il matrimonio per noi è più bello ora, dopo 14 anni che abbiamo detto il nostro si. Non sono tanti, lo sappiamo, ma sono già abbastanza per poter confrontare l’amore che ci unisce oggi e quello che ci univa all’inizio del nostro matrimonio. Quando si comincia una relazione come quella matrimoniale, così importante e impegnativa, non si è mai sicuri fino in fondo. Basiamo la nostra sicurezza sulla conoscenza dell’altro/a che non è mai sufficiente e sulla speranza che saremo capaci, con l’aiuto di Dio, di vivere un amore e un matrimonio belli. Abbiamo la speranza che non falliremo. Partiamo con tanti buoni propositi, tanto entusiasmo e tanta buona volontà. Ciò che ci lega è l’amore che dobbiamo ancora vivere e che abbiamo sperimentato in modo imperfetto nel fidanzamento. Dopo più di dieci anni di matrimonio ciò che ci lega  è qualcosa di molto più solido. E’ il bene che abbiamo sperimentato nell’altro e per l’altro, è il perdono che ci siamo regalati vicendevolmente, è il desiderio dell’unione dei corpi che abbiamo avvertito sempre più come necessità dettata da due cuori che già sono uniti e non dalla passione della carne. Sono gli abbracci, le carezze, i momenti difficili, gli errori, le parole e i silenzi. E’ la certezza sempre più forte che l’altro c’è sempre e che non ci abbandona. E’ la meraviglia di scoprire di essere amato di più quando meno te lo meriti. Sono le sorprese, i momenti speciali. Sono anche le delusioni ma che aprono sempre a nuove opportunità. Sono le attese, gli sguardi. E’ la meraviglia di incontrarsi. E’ lo stupore di ritrovarsi. Sono tanti piccoli momenti che hanno contribuito a dare contenuto e consistenza a quell’amore speranzoso dell’inizio. Padre Raimondo Bardelli ci ricordava sempre come l’amore fosse abitare nell’altro/a. Non sono più io che vivo ma tu che vivi in me. E’ proprio così. Il matrimonio è proprio questo. Giorno dopo giorno il tuo cuore è sempre più pieno dell’altro. Un cuore e un’anima sola. Come la trinità. Uniti e distinti. Ecco perchè gli sposi possono divenire profezia dell’amore di Dio. Ma per farlo bisogna entrare sempre più in questa realtà di vita.

Antonio e Luisa

Le beatitudini degli sposi

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Antonio e Luisa

 

La lebbra che distrugge l’amore

Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi i quali, fermatisi a distanza,
alzarono la voce, dicendo: «Gesù maestro, abbi pietà di noi!».
Appena li vide, Gesù disse: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono sanati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce;
e si gettò ai piedi di Gesù per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?
Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse:
«Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!».

Il vangelo di ieri mi ha colpito molto. Parla di lebbrosi. Esattamente come mi sentivo io quando ero lontano. Mi fermavo a distanza da Dio, ero attratto da Lui ma avevo la mia lebbra che mi induceva a non avvicinarmi. La mia lebbra non era nel corpo ma nel cuore. Ognuno ha la sua di lebbra. Anche nel rapporto di coppia. Può essere la lussuria e la pornografia che distruggono l’amore, il lavoro che prende il posto di Dio, l’accidia che ci fa lamentare sempre di tutto e cancella i colori della vita, la superbia che ci rende incapaci di sentirci figli del Padre. Ognuno ha la sua lebbra. Dio vorrebbe avvicinarsi, ma noi lo teniamo a distanza, non ci sentiamo degni nel profondo di noi. Poi lui ti guarda,  poggia su di te quello sguardo colmo di compassione. Allora ti  abbandoni e implori di essere guarito, ti riconosci finalmente bisognoso della misericordia di Dio. La tua vita è malata, il tuo corpo e il tuo cuore sono malati. E allora succede il miracolo. Nella siituazione difficile che stai vivendo, nel tuo matrimonio, nella tua debolezza, nella tua miseria  entra Cristo che sana e cura. Ti chiede di avere fede in lui e di metterti in cammino, confidando nella Sua Grazia che sana e guarisce. Non siamo, però,  ancora salvi. Siamo sanati, ma non salvi.  Per essere salvi dobbiamo voltarci e tornare indietro per ringraziare e lodare Dio. Solo desiderando Dio nella nostra vita e ringraziando di tutto ciò che ci dona ci riconosceremo figli di un Padre. Solo quando ci ricorderemo di Gesù non solo nel momento delle difficoltà, ma anche per lodarlo e rendergli gloria, il nostro amore per Lui sarà autentico e non solo finalizzato ai nostri bisogni e desideri.

Rendiamo gloria ogni giorno a Dio per tutto ciò che ci dona e vedremo ancora il suo sguardo d’amore che si posa su di noi, lo vedremo attraverso lo sguardo del nostro sposo o della nostra sposa. Così ogni mattina ci sentiremo sanati e salvati nonostante tutte le difficoltà della vita.

Antonio e Luisa

Non lascerà fallire il matrimonio Dio lo ha desiderato per te.

 

Ci sono giorni in cui ci si sveglia al mattino e tutto sembra impossibile ad essere felicemente affrontato.
Appare che ogni cosa vada a rotoli nella storia a cui si è chiamati, soprattutto e sovente quando questo è un matrimonio.

due persone così diverse tra loro

Certo perché, la cosa più ardua da vivere è la relazione tra due persone così diverse tra loro, così libere di manifestare la propria verità ma che costantemente si imbattono nel doversi o volersi amare.
Una cosa è il dovere e l’altra è il volere.
In questa differenza del nostro essere gioca tutta un’esistenza e, da questa, tantissime scelte, nel bene e nel male.

il piano verticale

Esistono due piani dove orientare la chiave di volta della soddisfazione di una buona relazione.
C’è un piano verticale, che volge verso l’alto, che ci fa guardare oltre il nostro IO e ci conduce verso DIO.
L’autore di un libro meraviglioso, G.Courtois, che si intitola «Quando il maestro parla al cuore» scrive (pag.119 del citato testo):
“Più comprenderai che sono Io ad agire negli altri, attraverso ciò che ti ispiro di dire loro, più la tua influenza su di essi si intensificherà e tu vedrai diminuire l’opinione che hai di te stesso. Penserai…non è il frutto del mio sforzo personale, Gesù era in me. Il merito e la gloria tornano a Lui”.

matrimonio

il piano orizzontale

Ma chi veramente crede e mette in pratica questo quando il piano della vita concreta non funziona bene?
Abbiamo detto che c’è un piano verticale, quello che guarda in alto e che consente di vedere quell’Uno, cioè Dio. Poi c’è un piano orizzontale , quello delle relazioni umane che ci fa vedere i tanti, cioè tutti i figli di Dio, i nostri fratelli.

Il disegno che esce dai due piani è una splendida croce.
Ciò che implica gioie e sofferenze è proprio quell’incontro dell’ IO col TU.
Io e te siamo i protagonisti, in questa terra, della dimensione orizzontale ed è qui che si gioca tutto il nostro essere.

sono stanco, non ce la faccio più

Da tempo mi é dato di «accompagnare» le coppie e le persone in difficoltà di vita, soprattutto nel matrimonio.
In genere ciò che prevale quando le cose non funzionano bene é questa affermazione:
“Sono stanco, non ce la faccio più” spesso accompagnata anche da “le ho provate tutte, l’ho detto 5000 volte ma ora basta!”
Così, nel tempo, smarrendo la strada del piano orizzontale non si riesce più neppure a guardare verso l’alto, in verticale.
Questo ci porta a perdere il posto privilegiato della croce perché ….”chi vuol venire dietro a me prenda la sua croce e mi segua…”, dice il Signore.

Prendere la croce è essere dentro quel disegno: guardo verso Dio, sento Dio in me, guardo te con gli occhi di Dio.

l’eucarestia, il cuore a cuore con l’amico speciale

Come faccio a sentire Dio in me?
Non posso conoscere qualcuno se non lo frequento.

Gesù , che è persona, mi aspetta tutti i giorni per nutrirmi, riempirmi mente e cuore di Lui e più lo frequento e più lo conosco e più lo conosco più voglio frequentarlo.
Sto parlando dell’eucaristia, il cuore a cuore con l’amico speciale.

A Lui posso chiedere e ottenere ciò che è davvero utile per me: la morale dipende dal sacramento che si vive.
Se nella mia vita scelgo la schiavitù (soldi,pornografia,menzogna e chi più ne ha più ne metta) la mia sarà una morale da schiavo. Se invece scelgo la verità (ordine, sessualità come dono, soldi come strumento, beni da condividere e chi più ne ha metta pure) la mia sarà una morale da libero.

cancellare dal vocabolario “sono stanco”

Quando il mio sguardo è sul piano verticale e va verso l’alto non baderò più al risultato da ottenere perché i miei bisogni diventano mediati invece che immediati.
Bisogna aspettare ma occorre darsi da fare!

Allora dovrò cancellare dal mio vocabolario il “sono stanco”.
Non si tratta certamente della stanchezza fisica, quella c’è, ma si tratta altresì dello scoraggiamento, del “non ce la posso fare”, del non riuscire ad arrivare sino in fondo, dell’impedimento che una situazione da combattere sia lasciata alla bandiera bianca dell’arresa e, spesso, preferire la fuga.

fallire il matrimonio

Tu non sei stanco, tu puoi lottare, tu puoi essere un guerriero perché Dio sta al tuo fianco “come un prode valoroso“, come dice il profeta Ezechiele: lasciati sedurre, dal tuo Signore.

Dio non permetterà che tu possa lasciare incompiuta l’impresa più gioiosa che Lui stesso lo ha desiderato per te: non lascerà fallire il matrimonio!

Lui ti sosterrà sino alla fine se lotterai con le giuste armi, quelle non convenzionali, quelle che guariscono il tuo cuore e ti permettono di benedire il tuo nemico che spesso, guarda caso, è chi ti sta difronte… il tuo stesso coniuge, i tuoi figli, i tuoi genitori… per non parlare degli altri esseri umani.

tu puoi condonare quel debito

Ricorda che se tu subisci un torto, chi lo commette contro di te pecca contro il Signore perché è Lui il padrone della tua vita, dunque chi viene colpito è innanzitutto Dio e qui hai due possibilità. La prima è portare risentimento appropriandoti della tua vita e negando l’esistenza all’altro. La seconda é capire che la tua vita appartiene al tuo Creatore e così, in nome e per conto di Dio tu puoi condonare quel debito, cioè perdonare, perché così ti sarai riguadagnato un fratello e sarai nella pace totale.

Ecco i due piani, ecco perché puoi portare la croce attraverso cui, guardando in alto, potrai guardare accanto a te con gli occhi di Dio. Ricorda, Dio stesso lo ha desiderato e non lascerà fallire il matrimonio!

Credi tu?

Caro fratello tu non sei stanco perché mentre combatti sei tenuto in braccio e il più delle volte cammini senza neppure poggiare i piedi sulla terra, e neanche te ne accorgi.

Così, se questa mattina ti sei svegliato scoraggiato, questa notte potrai essere più fiducioso e il giorno di domani sarà nuovo e tu saprai affrontarlo, impedendo di far fallire il matrimonio.
Credi tu?
Possiamo farcela insieme!

Cristina Righi Epicoco

Sorgente: Non lascerà fallire il matrimonio Dio lo ha desiderato per te – Annalisa Colzi

Matrimonio ed Eucarestia

Abbiamo visto come gli sposi siano sacerdoti (clicca qui per leggere il  precedente articolo) e abbiamo approfondito come il sacerdozio si viva nel dono di sè. Ora approfondiamo meglio cosa questo significa. Noi esplichiamo la nostra dimensione sacerdotale nella riattualizzazione del sacramento del matrimonio (amplesso fisico), dove nuovamente ci facciamo offerta l’uno all’altra in maniera totale, nell’anima, nel cuore e nel corpo Perchè l’amplesso fisico tra gli sposi è una riattualizzazione del sacramento, che richiama la celebrazione dell’Eucarestia? Cristo si è offerto una sola volta sulla croce. Una sola volta e per sempre. Cosa succede quando il sacerdote ordinato celebra l’Eucarestia? Gesù viene messo di nuovo in croce? No, perchè Gesù quel sacrificio l’ha fatto una volta per sempre, ma quei doni, che Cristo ci ha ottenuto sulla croce una volta per sempre, si rendono attuali adesso, di nuovo. Attengono all’unico sacrificio, ma di nuovo vengono resi presenti, riattualizzati.  Nel momento in cui noi accogliamo il corpo di Cristo, rispondiamo a questo amore di Gesù, che è lo sposo, che ci dice: amami con tutto te stesso, io mi offro tutto a te, mi faccio mangiare da te. Quando noi celebriamo l’Eucarestia con questo desiderio nel cuore, di rispondere ardentemente a questo amore infinito, facciamo contento lo sposo che finalmente si sente ricambiato. Gesù anela ad essere nostro sposo adesso e per l’eternità. Cosa fanno gli sposi quando celebrano il sacramento del matrimonio? Danno il loro consenso, si uniscono in intimità fisica, e in quel momento scatta il sacramento del matrimonio. Il sacramento da quel momento c’è e ci sarà sempre. Tutte le volte che noi torniamo ad unirci con tutto il nostro essere, e il gesto più alto è l’intimità sessuale, rendiamo di nuovo presente quella realtà che ha reso possibile l’insorgere del nostro sacramento. Ci doniamo totalmente di nuovo l’uno all’altra e quindi cosa succede? Come nell’Eucarestia, lo Spirito Santo rende di nuovo presente, rinnova quei doni che ci sono stati fatti una volta per sempre durante la celebrazione delle nozze e vengono così rigenerati. Con questo gesto aumentiamo l’apertura del cuore, per accogliere la Grazia sacramentale e santificante. Capite ora che gesto grande e profondo è l’unione fisica degli sposi? Di come sia importante curarla, prepararla e perfezionarla? Di quale sacrilegio sia cercare questo gesto con persone diverse dal proprio sposo o sposa? Di come sia importante purificarla da pornografia, egoismo e peccato? Solo così diventa davvero un gesto sacro, che permette di assaporare un assaggio di vita eterna e non limitare i frutti di quel gesto a un piacere sessuale di pochi secondi.

Antonio e Luisa

Con Gesù tutto è possibile

Oggi condivido con voi la testimonianza di Rosella, che racconta tutto il dolore del tradimento e la forza della fede. Una testimonianza luminosa.

A un’amante

Mai, come dopo aver saputo il tuo nome, mi sono resa conto di quante persone, bambine, donne, lo portassero. Ogni volta che sentivo pronunciare il tuo nome mi venivano i brividi. Ancor di più, era come se un coltello si rigirasse nella mia carne.

Scoprii che molte persone che mi circondavano e che mi capitava di incontrare portavano quel nome: la mia vicina di casa, la nipotina di un’altra vicina, colleghe d’ufficio. Il top lo raggiunsi quando il suo nome, in una coppia con cui avemmo dei colloqui, scoprii essere lo stesso tuo.

Non potei fare a meno di andare con la mente, senza volermi in niente paragonare alla grandezza e santità di S. Pietro, ai due episodi del Vangelo di Giovanni: Il primo quello in cui Gesù disse a Pietro:” prima che il gallo canti mi avrai rinnegato tre volte..” e l’altro la domanda posta da Gesù a Pietro sempre tre volte:” Mi ami tu più di costoro?” . Come Gesù aveva voluto guarire il dolore di Pietro per il suo rinnegamento così Gesù, voleva riconciliarmi con un nome che non aveva niente a che fare con la persona che lo portava.  Lui sa sempre come guarire le ferite.

Perché questo nome, o tu che lo portavi, doveva  suscitare in me  brividi? Perché tu eri “l’altra”. Forse l’altra me.

Onestamente posso dire di non averlo capito, di non saperlo. Forse avrei dovuto giacché nell’ufficio, dove tutti e tre lavoravamo, era di dominio pubblico. Chissà forse reso di dominio pubblico proprio da te nella perfida speranza che lo venissi a sapere, come poi è stato.

Non capii, anche se mi urtai, neanche quando in occasione di un’elezione interna all’ufficio, vi vidi seduti allo stesso tavolo e percepii tra voi un’intimità “anomala”, il tuo ginocchio sotto la scrivania che si strusciava al suo o, quando ci capitava di incontrarci in ufficio, evitavi il mio sguardo e il saluto…

Non permisi al pensiero, che potesse esserci qualcosa di più tra voi, di farsi strada nella mia mente e nel mio cuore. Non mio marito, non io. Non Noi.

Poi arrivò quella mattina terribile in cui lui mi disse che mi voleva bene, tanto ma che non mi amava più. Sono quasi morta quel giorno, ma lui, “buono”, è rimasto. Mi diceva che non c’era nessun’altra e che comunque il problema non sarebbe stato quello.

Ma tu c’eri già e stavi tessendo la tua tela. Se il problema non era quello, “quello” diveniva il problema più grande.

Io credevo, (e credevo che anche per lui fosse stato lo stesso vista la sua passata esperienza e visto tutte le cose che mi aveva raccontato), che noi avessimo costruito sulla roccia un rapporto saldo, ci ho creduto davvero. Eppure, a poco a poco, tra di noi non c’era più il dialogo di una volta, le giornate trascorrevano nella routine più totale tra lavoro e impegni vari, schiacciati dai tanti problemi di famiglia, dei figli, gestione della casa, il lavoro, forse perché avevamo dato per scontato il nostro amore. Le nostre lunghe chiacchierate erano un lontano ricordo. La cosa che ci riuniva e ci dava una sferzata di energia era il programmare i viaggi con il camper che lui aveva così fortemente voluto e che io avevo imparato ad amare.

Sai, avevo cercato di farmi comprendere da mio marito, provato a chiedergli aiuto per capire con lui quali erano le difficoltà che percepivo. Ma lui, irritato, mi rispondeva che ero un’ingrata e insoddisfatta perché avevo tutto e anche di più. Ed io mi sentivo in colpa per essere “ingrata” e “insoddisfatta”. E i muri del silenzio e dell’incomprensione si alzavano separando il dialogo da noi. Per poi scoprire che, sì, avevamo anche di più: un’altra donna tra di noi. Tu.

Una donna che ascoltava le sue lamentele, che non creava problemi, che consolava, che amava, che si faceva consolare a sua volta. Quella con cui trascorrere ore “serene” senza problemi ………. Quella che, pur essendo moglie e madre, anziché dirgli che per una donna è facile e rientra nella normalità essere presa dalle incombenze dei figli, della casa, della vita quotidiana e non per questo un marito diveniva meno importante, ha invece approfittato della nostra crisi per affondare ancora di più la mia figura, il mio ruolo.

Mi ha ferito a morte e lui, che aveva promesso di difendermi, non ha fatto nulla anzi, quasi coscientemente ti ha procurato “l’arma”: la conoscenza di me (a suo modo).

Non ti sei fatta nessuno scrupolo, tu donna, moglie e madre.

Cosa ti passava per la testa, cosa ti passa per la testa oggi, quando hai voluto dare, un piccolo aiutino perché le cose precipitassero secondo i tuoi disegni? Che cosa provavi? Hai mai provato sensi di colpa?

Telefonate di notte, chiaramente silenziose. Telefonate non appena lui usciva da casa, sempre silenziose. Passeggiare sotto la nostra casa con tua figlia per “mimetizzare” la tua presenza. Venire a controllare se la sua auto era sotto casa senza preoccuparti se io ti potessi vedere.

Certo anche lui avrà raccontato cose terribili su di me! Me lo chiedo sempre: “Cosa ti ha raccontato di me, della nostra vita, della nostra famiglia, insomma del nostro quotidiano?” Mi piacerebbe saperlo. Sapere veramente quanto mi conoscevi  e quanto conoscevi della nostra vita? Avrai visto le foto della nostra vita? Ti siamo sembrati una famiglia infelice? Non credo che tu lo possa dire.

Abbiamo continuato a vivere lui era diventato un’altra persona. Cattiva, irritabile, si spazientiva anche con i bimbi che adorava. Per non dire con me. Ma tu sapevi, a te raccontava il suo “inferno”, ma non ti raccontava il nostro.

Quando poi ho saputo della vostra “pubblica” relazione, ho capito il perché era così distante, perché quando tornava a casa, era sempre stanco e irritato, perché trovava da ridire su tutto ciò che fino a poco prima era perfetto per lui, perché non volesse più che andassimo insieme al lavoro e neanche tornare insieme: lo accompagnavi tu, anzi gli facevi guidare la tua macchina. Io volevo stargli vicino, ma non me lo permetteva: aveva te vicino.

Ed io non sapevo. Non sapevo chi era il mio più grande nemico, quello vero.

E’ stata una “guerra” molto disonesta da parte di lui e tu da “parassita” ne hai tratto vantaggio.

Volevate che perdessi.

Tu, continuavi a tessere la tela: predisponevi la tua separazione e incitavi, più o meno velatamente, lui a fare altrettanto anche con bigliettini del tipo “Per me sei stato come una bottiglia di champagne…” o “ sperando in un tuo repentino risveglio….”. Che io trovavo.

Certo trovavo perché cercavo, ma ogni donna e anche ogni uomo farebbero lo stesso e lo sai, anche tu lo avresti fatto. Chissà se lo fai ora? Per sicurezza “s’intende”.

Quando facevi questo, pensavi all’effetto devastante e travolgente che avresti procurato sulla vita di varie persone: la mia, quella di mio marito, quella dei miei figli, quella dei nostri genitori e familiari e dei nostri amici (quelli veri gli altri te li ho regalati volentieri)?

Ancora oggi per me è strano pensare che quell’uomo che ho amato così tanto, e che amo ancora oggi così tanto, ebbene si, e che conoscevo così intimamente aveva un’altra donna senza che io sapessi nulla.

Quell’anno a capodanno andammo a sciare con degli amici, e tu ti risentisti. Così tanto che avesti l’ardire di chiamare a casa chiedendo di lui e chiedendo anzi, ordinando, di farti richiamare. Ancora non sapevo.

Una collega in seguito ci offrì di trascorrere una settimana in un posto meraviglioso, che a mio marito piaceva moltissimo, e tu ti sei sentita in dovere di dire in giro che “le cose tra noi erano rotte e pertanto non si sarebbero riaggiustate”. Quanto eri certa di questo? Quanto avevi timore del contrario visto che avevi già avviato il processo della tua separazione?

Sapevi cosa aveva bisogno di sentirsi dire una donna perché il suo matrimonio arrivasse al capolinea, ancor più sapevi cosa aveva bisogno di sentirsi dire mio marito perché scendesse dal “tram” del nostro matrimonio per salire su quello di una relazione “illegale”, adultera.  Ed è quello che hai fatto colpo dopo colpo, senza ripensamenti, senza rimorsi.

Sono quasi impazzita dal dolore, tu lo sai bene. Ma hai saputo anche qui dirgli le cose giuste e fargli vedere che con il mio comportamento lo stavo “incatenando”.   Le cicatrici che sono rimaste nel mio cuore e in quello dei miei figli e delle persone a noi vicine, rimarranno per sempre.

Uscita dal pozzo di dolore in cui mi avevate gettato, ho cominciato anche io a cercare di ricostruire. Lui era disponibile a intraprendere un percorso di riavvicinamento, ma tu gli stavi con il fiato sul collo, non lo mollavi continuavi a dirgli cose che non lo distraessero da te e dal tuo fine ultimo. (Questo tuo comportamento come lo definiresti?  Incastrarlo?)

Infatti, veniva, qualche volta sincero, qualche volta si capiva chiaramente che ti aveva appena vista.

Abbiamo trascorso anche vacanze insieme ma, si capiva, quando tu eri assente-presente: lui diventava di nuovo cattivo e scostante; quando eri lontana per un periodo più lungo, tornava a essere la persona che avevo conosciuto. In quei periodi voleva sinceramente che le cose andassero bene con la moglie e i figli.

Ma per queste cose ci vuole tempo e pazienza, tu non gli hai dato ne l’uno ne l’altro.

In questi periodi  tu avresti potuto scegliere: lasciarlo andare avanti perché il suo matrimonio riuscisse o togliergli tutto, si perché questo tu hai fatto, . Hai scelto la seconda opzione. D’altronde non potevi fare altrimenti, fredda e calcolatrice, tu ti eri separata anzi, avevi anche divorziato.

A volte penso a quanto tutto questo sia stato un suo tentativo di trovare in te quello che aveva perso in me, (data, allora, anche la nostra somiglianza fisica, almeno da lontano); quando c’eravamo conosciuti io, ero magra, mora, capelli semicorti, calze nere sexy, trucco accurato, smalto… Nel tempo certo avevo perso qualcosa nella linea, nella cura dell’aspetto della persona perché protesa a dare tutto per i figli, i nostri figli. Avrebbe dovuto amarmi  totalmente anche in questa versione, perché è proprio in questa versione che si entra nella realtà del matrimonio, quando è finita la freschezza della passione. La passione. Anche qui ce ne sarebbe da dire. L’ha fatto, mi ha amato ma ha preferito amare più se stesso e cercare quella ragazza che non ero più io in quel momento, in un’altra persona.
Tutto quello che tu hai dovuto fare, è stato ascoltarlo, dargli quello che diceva di non avere, e poi era tuo.

Ti capisco, anche con me ha usato le stesse dinamiche e mi sono innamorata di lui. Di un amore che non è finito con le difficoltà e con i tradimenti.

Non contenta hai cercato, e ancora stai cercando, di dividere ciò che resta di importante e prezioso della nostra famiglia: i nostri figli. Tre. Si tre.

Ti permetti, e ti è permesso da mio marito e padre dei miei figli, di parlare male di me a loro. Di quello che io ho fatto a te. Io, donna tradita, umiliata, ferita, ho fatto a te.

Ci sarebbe da ridere se non fosse completa mancanza di senso del pudore da parte tua.

Potrei aver sbagliato in alcune reazioni, ma le mie sono state tutte alla luce del sole, tu , come i figli delle tenebre, hai, e stai, manovrando nelle tenebre.

Tu non sei la vittima. Mi spiace per te se volevi anche questa parte in questa tragedia.

Hai avuto l’ardire di dire che mio marito e il padre dei miei figli, è il grande amore della tua vita. Ti ripeto la risposta che ti è stata data: “Peccato che era anche il grande amore della vita di …..….”, ed io aggiungo, il grande amore dei suoi figli a cui hai tolto la parte migliore del loro papà.

Oggi hai tolto anche la parte migliore di un nonno, ai suoi nipotini.

Non m’interessa incolpare qualcuno e non penso di essere capace di odiare. Non è importante di chi sia stata la colpa.

Voglio dirti una cosa però, io ancora oggi amo mio marito, il mio sposo e non lo  amo perché è un mio “possesso”, o perché mi sono incaponita, non è più, e da tempo, l’età per queste schermaglie. Io ho imparato ad amare essendo amata da Colui che è l’Amore e che ha avuto per me un amore e una misericordia che ancora oggi si manifestano nella mia fragilità.

Avendo io provato questo Amore non posso che riamare allo stesso modo: senza confine, pregiudizi o giudizi. Usando la stessa misericordia che mi è stata e mi è usata, per la persona che amo. Lo amo in Cristo.

E’ difficile, infatti, senza il Suo aiuto e il suo amore non avrei potuto. E’ facile perché con il suo aiuto gli anni passavano sembrandomi giorni, perché con Lui tutto è possibile.

Rosella.

Sposi sacerdoti in Cristo.

Tutti noi battezzati siamo sacerdoti (vedere il precedente articolo Sposi sacerdoti nel dono di sè). Abbiamo il sacerdozio comune di Cristo (da non confondere con il sacerdozio ordinato). Come vivere il sacerdozio nel nostro matrimonio?

L’unico vero, unico e sommo sacerdote è Gesù che fa da mediatore tra gli uomini e Dio. Lo fa donando tutto se stesso sulla croce. Nel sacrificio della croce Gesù è offerente e offerta. Gesù dà tutta la sua vita per la nostra salvezza. Quella di Gesù non è però, un’offerta solo di riparazione di tutto il peccato dell’umanità, ma è prima di ogni altra cosa un gesto d’amore. Sulla croce ci sta amando.  Non c’è gesto più grande compiuto da Dio per noi di questo.  Non c’è un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici, è quanto troviamo scritto anche nel Vangelo. Quali sono le caratteristiche di questo amore? E’un amore totale. Meglio, è  un amore sponsale. Gesù in quel momento manifesta il suo desiderio di unirsi sponsalmente (in maniera totale, definitiva e indissolubile) all’umanità, a ciascuno di noi. Stabilisce la nuova alleanza, patto d’amore indistruttibile e per sempre.  Gesù offre la sua vita, versa il suo sangue e dona il suo corpo per portarci a Lui e quando rispondiamo accogliendo questo suo dono ecco che nasce la Chiesa. Chiesa sposa di Cristo.  Capite ora, come questa realtà sia strettamente collegata al sacramento del matrimonio. San Paolo in Efesini ci mostra questa stretta connessione. Il mistero del matrimonio, della relazione tra un uomo e una donna sono immagine del rapporto tra Dio e la sua Chiesa. Voi mariti (ma vale anche per le mogli) dovete amare le vostre mogli come Dio ha amato la sua Chiesa. Come l’ha amata? Dando la sua vita.   Quando riflettiamo sul matrimonio riflettiamo sul sacrificio di Gesù sulla croce. Quando riflettiamo sul sacrificio di Gesù sulla croce, stiamo riflettendo anche sul matrimonio sacramento. L’uno richiama l’altro. Capite che mistero grande? Io no faccio una grande fatica, è una realtà troppo immensa e bella per la piccolezza di ciò che sono. Ma così è, e non posso che lodare Dio per questo.

Facciamo un passo avanti. In virtù del battesimo, come già detto,  diventiamo sacerdoti, o meglio siamo abilitati ad essere sacerdoti. Come esercitare il nostro sacerdozio? Nel dono. Tutti i gesti che compiamo nella nostra vita, se offerti come gesti d’amore a Gesù, sono gesti sacerdotali. Le nostre fatiche, le opere, le parole e i gesti offerti a Gesù sono tutti gesti sacerdotali. In quel momento siamo mediatori, mostriamo Dio a chi ci è vicino. Nel sacramento del matrimonio lo Spirito Santo agisce sui nostri doni battesimali e quindi, anche sul nostro sacerdozio comune.  Il sacerdozio sarà vissuto d’ora in poi con modalità e finalità nuove, proprie del matrimonio. Il matrimonio è  questo, vivere la nostra dimensione sacerdotale, donandoci totalmente al nostro sposo o la nostra sposa. Ecco sono tuo. Mi offro per te. Dono la mia vita a te. Con quale modalità sono chiamato a farlo? Alla maniera di Gesù. La mia santità matrimoniale e vocazione matrimoniale si gioca esattamente su questo aspetto. La capacità di amare la nostra sposa o il nostro sposo come Cristo. Il mio dono deve essere sempre più perfetto. Tanto più viviamo questo, tanto più diventiamo santi, perché rispondiamo alla nostra chiamata. Vivendo questo amore, diveniamo una luce meravigliosa per noi, per i nostri figli e per tutti. Tutti hanno nostalgia di questo nel cuore. Una coppia che rifulge di luce e d’amore suscita in chi la incontra meraviglia, stupore, incanto e nostalgia di poterla vivere a sua volta. La dimensione sacerdotale del nostro matrimonio ci porta a vivere sempre di più questo amore totale, indissolubile e unico. Papa Francesco al numero 75 di Amoris Laetitia scrive:

Secondo la tradizione latina della Chiesa, nel sacramento del matrimonio i ministri sono l’uomo e la donna che si sposano,[70] i quali, manifestando il loro mutuo consenso ed esprimendolo nel reciproco dono corporale, ricevono un grande dono. Il loro consenso e l’unione dei corpi sono gli strumenti dell’azione divina che li rende una sola carne.

Gli sposi possono essere ministri solo in virtù del battesimo, che gli abilita a donarsi l’uno all’altro in un sacramento.  Senza dono totale di sé, espresso con le parole e il corpo nell’amplesso fisico non ci può essere sacramento del matrimonio. Questi sono i famosi casi di nullità del sacramento. Il matrimonio è nullo se c’è vizio nel consenso o nell’intimità coniugale. Se manca uno o l’altro manca il dono totale. Ora si capisce come certe regole non siano invenzioni della Chiesa, ma rientrano tutte nella logica del battesimo. Cristo prende dimora stabile in noi, nel nostro amore. Si forma una nuova Chiesa. Piccola Chiesa domestica. La Chiesa infatti cosa è? E’ Cristo insieme alle sue membra. Lui è il capo e noi le membra. Gesù si offre e noi accettiamo la sua offerta. Cosa accade nel matrimonio? Lo sposo in cui abita Cristo si offre alla sua sposa e viceversa.  Sorge una nuova Chiesa. Cristo in quel momento si sta donando alla sposa nel corpo e nelle parole dello sposo. Cristo si sta donando allo sposo nei gesti e nelle parole della sposa. Da quel momento gli sposi divengono sacramento perenne. Diventano offerenti e offerta. Il sacramento sappiamo essere un insieme di gesti e parole che rendono presente Dio e manifestano la presenza di Dio. Gli sposi amandosi rendono presente Dio in ogni gesto d’amore dell’uno verso l’altro. Capite ora cosa intende il Papa quando ammonisce sul divorzio. Capite ora come il divorzio sporca l’immagine di Dio? Intuite che realtà grande è il vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

Il divorzio sporca l’immagine di Dio.

Il matrimonio è la cosa più bella che Dio ha creato. La Bibbia ci dice che Dio ha creato l’uomo e la donna, li ha creati a sua immagine (cfr Gen 1,27). Cioè, l’uomo e la donna che diventano una sola carne sono immagine di Dio. Io ho capito, Irina, quando tu spiegavi le difficoltà che tante volte vengono nel matrimonio: le incomprensioni, le tentazioni… “Mah, risolviamo la cosa per la strada del divorzio, e così io mi cerco un altro, lui si cerca un’altra, e incominciamo di nuovo”. Irina, tu sai chi paga le spese del divorzio? Due persone, pagano. Chi paga?

Tutti e due? Di più! Paga Dio, perché quando si divide “una sola carne”, si sporca l’immagine di Dio.

Il Papa, nel suo discorso a Tbilisi del 1 ottobre, ha usato proprio queste parole. Perchè il divorzio sporca l’immagine di Dio? Cosa fanno di tanto grave due persone che si separano e rinnegano la promessa sigillata il giorno del matrimonio? Il Papa non ha usato queste parole a caso. Quando ci sposiamo davanti al Signore, lo facciamo partecipe e artefice della nostra relazione. Entriamo in Chiesa in due e ne usciamo in tre. Dio da quel momento (in realtà dal primo rapporto fisico) abita la nostra relazione. Ce ne ricordiamo durante la nostra relazione che non siamo due ma siamo tre? Ci comportiamo in casa tra di noi nello stesso modo in cui ci comporteremmo davanti al Santissimo Sacramento? Santifichiamo nostra moglie e nostro marito, rendendo grazie che attraverso lui o lei possiamo fare esperienza di Dio? Ricorriamo alla preghiera e al perdono quando le cose tra noi non funzionano bene? Tutte le volte che non lo facciamo sporchiamo l’immagine di Dio e il divorzio, separazione pubblica e definitiva, ne è la manifestazione più brutta. L’alleanza tra Dio e il suo popolo è un’alleanza sponsale. L’alleanza tra Gesù è la Chiesa è sponsale. Solo con il matrimonio possiamo spiegare la relazione tra Gesù e la Sua Chiesa, cioè ognuno di noi battezzati. Io sono sposa di Cristo (anche da maschio, il gender non centra). Tutte le volte che facciamo a meno di Dio e permettiamo che l’egoismo e il peccato guidino le nostre azioni e la nostra relazione matrimoniale, stiamo sporcando quell’immagine di Dio, che solo noi sposi possiamo donare al mondo. Ogni divorzio rende il mondo un po’ meno luminoso, uccide un po’ di speranza e l’immagine di Dio sarà un po’ meno comprensibile. Grazie a Dio, sono tante le coppie che si vogliono bene nonostante tutto e ci sono addirittura persone che restano fedeli al matrimonio nonostante l’abbandono. Il divorzio sporca l’immagine di Dio ma queste persone la lucidano e la rendono splendente.

potete leggere il bellissimo discorso del Papa qui

Antonio e Luisa