Si incrociano fra loro, ma non si incontrano

Papa Francesco, durante la sua consueta omelia a Santa Marta, ci ha messo in guardia. Ci ha messo in guardia dalla nostra sempre più frequente incapacità di incontrare il nostro prossimo. Ha detto: “si incrociano fra loro, ma non si incontrano”.

Questo fa riflettere molto anche noi sposi cristiani. Quante volte ci incrociamo con la nostra sposa o il nostro sposo ma non ci incontriamo. Quante volte facciamo altro invece di ascoltare e dialogare col nostro coniuge. E’ vero abbiamo tutti tante cose da fare e a cui pensare. Abbiamo il lavoro, la famiglia, i bambini e tutto il resto. Il mondo in cui viviamo è terribile da questo punto di vista. Non riusciamo a fermarci. E anche quando siamo a casa siamo distolti dall’attenzione dell’ uno verso l’altra. Trovare un momento in cui parlare diventa davvero complicato e spesso, lo dico con sincerità, non ne abbiamo neanche voglia.

Consideriamo quel poco tempo libero nostro, un tesoro da non dividere con nessuno. Questo è molto triste. Dialogare con il nostro sposo/a non dovrebbe mai essere considerato tempo perso, ma al contrario è una grande occasione per amarlo, per far crescere e maturare quell’intimità, quella complicità, quel voler bene che sono ciò che dà sapore al rapporto. Ascoltare la propria moglie o il proprio marito mentre si apre, esprime le proprie paure, gioie, difficoltà, sofferenze, gratitudine e mostrare interesse, compassione (patire con) condivisione è grande. Sono quei momenti che saldano un rapporto più che mai e riempiono il cuore.  E invece noi magari passiamo ore sui social a parlare con persone che neanche si conoscono bene e trascuriamo nostra moglie e nostro marito.

Questo è un peccato gravissimo e le parole del Papa mi hanno toccato il cuore. Grazie Papa Francesco.

Antonio e Luisa

Tra la testa e il cuore.

Ho ricevuto questa luminosa testimonianza da parte di Federica e Alessandro. Grazie cuore e che la vostra unione sia sempre benedetta e protetta da Gesù e Maria.

Siamo Federica e Alessandro.
Io ho 33 anni, sono originaria di Palermo, ma vivo a Firenze da sei anni, dove mi sono trasferita per lavoro. Sono disabile dalla nascita: ho una emiparesi laterale sinistra, che comporta un uso limitato della mano sinistra, ed ho qualche difficoltà nel muovermi, sebbene cammini ed usi i mezzi pubblici per spostarmi.
Alessandro ha 42 anni ed è di Novara, dove vive e lavora nella ditta di famiglia.
Ci siamo conosciuti circa quattro anni fa, su un gruppo Facebook dedicato a Claudio Baglioni, il nostro cantante preferito.
Fui io a chiedergli l’amicizia, ma il nostro “rapporto” non è mai decollato, perché dopo aver parlato con Alessandro (erroneamente, lo ammetto), in modo superficiale, non lo avevo trovato interessante.
Lui però continuava a scrivermi, a chiedermi come stavo, ed io gli rispondevo molto vagamente.
Nel frattempo io ero impegnata in una storia, finita a novembre 2014.
A novembre 2015 acquistai un biglietto riservato ai portatori di handicap del concerto dei Capitani Coraggiosi, Baglioni e Morandi, che mi dava la possibilità di portare con me un accompagnatore. Così scrissi un post su Facebook chiedendo se qualcuno avesse voglia di venire con me ed Alessandro si offrì. All’inizio ero un po’ titubante, e speravo si tirasse indietro, cosa che fece per diversi motivi, ma risolte le questioni mi disse che alla fine poteva venire con me.
Cominciammo a sentirci spesso, a parlare, finché un giorno Alessandro mi disse che si era innamorato di me già da tempo, che mi seguiva da lontano, leggendo i miei post. Non gli interessava della mia disabilità, sentiva che il mio cuore era puro, che avevo bisogno di amore ed ero pronta a darne. In quel momento qualcosa dentro il mio cuore si sciolse: era come se avessi un nodo che quella dichiarazione fece sparire.
Parlando, Alessandro mi disse che grazie ai miei post su Facebook riguardanti la fede cattolica, voleva riavvicinarsi alla Chiesa, riaccostarsi ai sacramenti (cosa che fece il giorno del concerto): aveva smesso di andare in chiesa da parecchio tempo, pur essendo stato chierichetto e animatore in oratorio, senza un vero motivo. Alessandro mi ha chiesto anche di andare a messa tutti i giorni: se siamo insieme riusciamo a farlo, ma se siamo soli è un po’ più difficile, per i diversi impegni. Siamo di stimolo l’uno all’altro, anche se sarebbe ottimale andare sempre a messa. Abbiamo preso comunque la buona abitudine di pregare insieme ogni giorno: alle 15 seguiamo su Tv2000 la Coroncina alla Divina Misericordia, alle 18 seguiamo il S. Rosario da Lourdes e la sera prima di dormire, per telefono.
Un giorno Alessandro mi disse che dopo essere venuto a Firenze, sarebbe andato a Perugia per una breve vacanza, e per visitare Assisi. Gli dissi che sarei andata con lui: volevo portarlo a Collevalenza, al Santuario dell’Amore Misericordioso, per fargli fare l’immersione nelle piscine. Io sono devota della Beata Madre Speranza di Gesù, sono volontaria al Santuario, e sto facendo un percorso per diventare Laica dell’Amore Misericordioso.
Ritenevo fosse un buon modo di rinnovare le promesse battesimali e riprendere il cammino della fede.
Ci andammo il 3 marzo 2016, e facemmo l’immersione, dopo aver pregato sulla tomba di Madre Speranza, dove Alessandro avvertì la presenza della Madre sorridente. In Basilica, davanti una statuetta del Bambino Gesù dalla storia miracolosa, avvertì una voce che gli diceva: “Bentornato!”
Durante l’immersione io chiesi al buon Gesù di farmi capire se Alessandro fosse la persona che Lui aveva scelto per me e per cui avevo pregato tanto.
Alessandro si era sentito molto più sereno e leggero durante l’immersione.
Il giorno dopo andammo ad Assisi e assistemmo alla Santa Messa nella Basilica Inferiore. Durante l’omelia incentrata sul comandamento dell’Amore io mi sentivo il cuore piccolo piccolo, come se qualcuno me lo stringesse, e qualcosa dentro di me che mi diceva: “tu non puoi amarlo! Tu non puoi amarlo!” Mi voltai verso Alessandro, e vidi che aveva gli occhi spalancati e terrorizzati. Alla fine della Messa mi disse che si era sentito il cuore esplodere, e aveva avuto la sensazione di qualcuno che gli dicesse: “Non dovete ascoltare le parole del sacerdote!”. Capimmo che era stato un attacco del Maligno… e se era un attacco del Maligno, allora il Signore voleva che stessimo insieme! Comprammo due Tau, li facemmo benedire e da quel giornoli portiamo sempre al collo.
Abbiamo cominciato la nostra storia e da allora subiamo attacchi continui. Siamo stati attaccati da persone che criticano il nostro rapporto e che cercano di dividerci, e Alessandro a volte ha la sensazione che il Maligno gli dica che dobbiamo lasciarci perché il nostro non è amore. Di contro il Signore ci manda delle persone che ci aiutano a non cedere, o attraverso le omelie dai sacerdoti che sembrano rivolte a noi.
Un esempio. Siamo tornati a Collevalenza, perché io dovevo partecipare all’incontro mensile dell’Associazione Laici dell’Amore Misericordioso, e siccome Alessandro doveva venire a trovarmi siamo andati insieme. Io sarei dovuta andare a Collevalenza la settimana prima, da sola, ma l’incontro era stato rimandato all’ultimo. Vidi nello slittamento dell’incontro il segno che Alessandro doveva venire con me.
Quel fine settimana a Collevalenza accaddero diversi episodi.
Arrivati a Collevalenza andammo subito sulla tomba della Madre, e Alessandro avvertì di nuovo la sua presenza e la sensazione che gli dicesse: “Vi attendevo!”.
Ho spinto Alessandro a svolgere il servizio alle piscine, mentre io svolgevo servizio come guida nella casa della Madre. Alessandro ha capito cos’è il servizio al prossimo.
Abbiamo conosciuto un sacerdote molto in gamba che ci ha fatto capire diverse cose.
Mentre parlavamo, questo sacerdote ha detto una cosa che ci colpì molto. Disse, senza sapere del concerto, che tra me e Alessandro io ero la testa ed Alessandro il cuore… io e Alessandro ci guardammo ed esclamai che era stato lo Spirito Santo a fargli dire quelle parole. Gli parlammo del concerto e della canzone “Capitani Coraggiosi” che simboleggia la nostra storia. Recita così: “tra la testa e il cuore, capitani coraggiosi noi”. L’incontro tra la testa e il cuore che si completano!
Don Giuseppe ci disse anche che vedeva luce tra noi, e che gli attacchi del Maligno sarebbero arrivati soprattutto a me, perché ero stata uno strumento del Signore per far riavvicinare Alessandro, e mi disse che se la mia fede dovesse vacillare crollerebbe tutto, perché crollerebbe anche Alessandro. Ci ha suggerito di farci seguire da un direttore spirituale, che per fortuna abbiamo trovato, e per il quale avevo pregato.
Quel sabato, a Collevalenza era arrivata una nostra carissima amica, che da Roma organizza pellegrinaggi, e volle che raccontassimo ai pellegrini che erano con lei la nostra storia. I pellegrini stavano ad ascoltarci, e capimmo che la nostra missione è testimoniare il Vangelo attraverso il nostro amore.
Abbiamo capito anche che dobbiamo divulgare il carisma dell’Amore Misericordioso e per questo abbiamo creato il gruppo Facebook “L’Amore Misericordioso nella famiglia sulle orme di Madre Speranza”

(https://www.facebook.com/groups/1778368439049320/?fref=ts)

L’amore è forte come la morte

L’amore nasce dalla Signoria,

Signoria di Cristo in noi che incontra la nostra volontà.

Volontà che si fa dono nell’incontro con un’alterità

 diversa da noi, ma a noi complementare.

L’amore fa di noi poveri mendicanti e schiavi, dei Re e delle Regine.

L’amore è un Re che non domina ma si fa servo.

L’amore è come un animale che non si lascia addomesticare da noi

ma vuole la nostra resa per lasciarsi prendere.

L’amore nasce nel cuore ma cresce e matura nella mente dell’uomo.

L’amore non prende forma nella morbidezza di un cuore

ma nell’asprezza di una croce.

L’amore è incontro e scontro insieme.

L’amore è fiducia in qualcosa che non si comprende ma che sai che ti salverà.

L’amore è retrocedere da solo per andare avanti insieme.

L’amore è aspettare senza forzare.

L’amore è farsi parte di un tutto.

L’amore non esiste se non nella concretezza della carne.

L’amore è la tenerezza di un abbraccio ad occhi chiusi

perché a parlare sia solo l’incontro dei corpi

assaggio dell’abbraccio eterno con Cristo.

L’amore è un albero che va nutrito e curato

per dare frutto e non seccare.

L’amore è forte come è più della morte

 perché davanti a lui la morte arretra ed è sconfitta.

Grazie perché, attraverso le mie e le tue fragilità,

impariamo ad amare ogni giorno della nostra vita insieme.

 

 

 

Scegliere la vita!

Oggi condivido un post che ho letto su facebook. Mi ha molto colpito. Ringrazio Valentina (l’autrice) che mi ha permesso di pubblicarlo.

Ci ho messo 8 mesi per decidermi a scrivere questo post. A dire il vero non so nemmeno da dove cominciare…. ah, forse si!
Il 14 giugno del 2015 alle 6 di mattina scopro di essere in dolce attesa, e da quel giorno la mia vita è cambiata per sempre! Una gravidanza meravigliosa, niente nausee, niente complicazioni. Il 5 ottobre 2015 prendo appuntamento in una nota clinica romana per fare la morfologica. Mentre mi visitano per esattamente 6 volte in una mattinata, mi dicono di tornare il 12, perché le misure della bambina sono state prese tutte ma quella dietro al cervelletto non si riesce a prendere perché la bambina non è in posizione. Torno il 12 e di nuovo la stessa storia. La bambina non è in posizione e mi visitano 5 volte finché non mi richiamano per farmi visitare dal padrone della struttura, il top del top. In un nano secondo mette l’ecografo sulla mia pancia e mi dice “signora c’è un problemino”. Da li a sentirmi morire è stato un secondo. Ci fanno mettere seduti e ci spiegano che la mia bambina è affetta da Dandy Walker Variant. Una malformazione (un caso su 100.000), che fa vivere il bambino si e no fino al sesto anno di età. Poi aggiungono di esserne assolutamente certi e di non proseguire con gli accertamenti perché essendo al sesto mese avevo solo una settimana di tempo per decidere di interrompere la gravidanza e il massimo che potevamo fare era un’amniocentesi li da loro (che costa solamente più di 2000 euro). Ci mandano a parlare con il genetista che con molta delicatezza dice “se decidete di interrompere, diteci in che struttura perché se fate un’eventuale autopsia noi ci studiamo”. Usciamo da li che non capiamo più nulla. Chiamo la mia dottoressa e mi dice che sono bravi si, ma non invincibili. E scopro che l’amniocentesi non vede quel tipo di malformazione. E da li a 2 giorni mi ritrovo a prendere appuntamento in una clinica privata per fare una risonanza magnetica fetale con la dottoressa che ci ha ridato la vita. Mia figlia non aveva quello che avevano detto. Aveva solamente il verme cerebellare ruotato ma, non era detto che in quelle settimane non sarebbe tornato apposto. E dopo 4 morfologiche, e 2 risonanze magnetiche fetali, il 24 febbraio del 2016, con un parto meraviglioso è nata la mia gioia. Subito è stata fatta un’ecografia al cervelletto e la mia Greta è sana, bella e cresce meravigliosamente.
Vi chiedete il perché ho voluto raccontare l’esperienza più brutta della mia vita? Per dare una speranza a quelle mamme che credono in una struttura perché rinomata e decidono di interrompere una gravidanza. Solo perché a questo mondo interessano solo i soldi e non la vita di una creatura. Lo so, è dura, ma affidatevi a Dio… non smettete di credere e andate fino in fondo. Se io non avessi avuto mio marito accanto, le nostre famiglie, la mia santa dottoressa e soprattutto la mia fede, ora forse sarei stata una donna distrutta dal dolore. Ma sono qui, ricca come nessun altro, a guardare mia figlia mentre dorme!

Se volete potete condividere la mia storia, affinché arrivi a qualche donna che purtroppo sta vivendo quello che ho vissuto io.
Forza Mamme!

Valentina.

Spero vi abbia toccato come ha toccato me. Scegliere la vita è sempre la scelta giusta.

Antonio e Luisa

L’amore che riceve senza dare è sfigurato.

89. Tutto quanto è stato detto non è sufficiente ad esprimere il vangelo del matrimonio e della famiglia se non ci soffermiamo in modo specifico a parlare dell’amore. Perché non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare. In effetti, la grazia del sacramento del matrimonio è destinata prima di tutto «a perfezionare l’amore dei coniugi».Anche in questo caso rimane valido che, anche «se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe» (1 Cor 13,2-3). La parola “amore”, tuttavia, che è una delle più utilizzate, molte volte appare sfigurata.

Dopo aver approfondito alcuni punti di Amoris Laetitia che sono serviti a caratterizzare il sacramento del matrimonio, Papa Francesco con il quarto capitolo dell’esortazione apostolica entra nel cuore del matrimonio, cercando di spiegare come si deve manifestare l’amore per essere davvero tale. Per farlo, vedremo successivamente, si avvale dell’inno all’amore di San Paolo.

Papa Francesco constata come la parola amore sia spesso una parola sfigurata, l’amore nella nostra società individualista nasconde spesso un concetto di possesso, di utilità, di prevaricazione, di egocentrismo. L’amore è tale perchè provoca sensazioni, perchè mi fa stare bene, perchè mi permette di soddisfare le mie esigenze affettive e sessuali. Sostanzialmente amare nel nostro tempo significa ricevere. Amo finchè mi conviene amare. E’ questo l’amore? E’ questo l’amore che ci insegna Gesù? E’ questo l’amore che ci permette di vivere un sacramento santo nella nostra vita di coppia? Non è questo, e il Papa cercherà di spiegarlo. Questo è il modo più facile per fallire un matrimonio. Quando arrivano le prove, le stanchezze, le sofferenze, le malattie ecco che il matrimonio non ci  dà più nulla, ma al contrario “pretende” (sacrilegio!) che siamo noi a darci, a donarci.Nei momenti difficili, quando non riceviamo che briciole, è proprio in quei momenti che ci viene chiesto di più.  Proposta che ci coglie impreparati e ci risulta incomprensibile. Il matrimonio diventa così una scuola dove impariamo a donarci, a scendere dal piedistallo, a capire che il mondo non gira attorno a noi. Ed è così che la stanchezza del coniuge, i suoi momenti di stress, i momenti di scoraggiamento, fino ad arrivare alle situazioni più gravi e difficili come la malattia, diventano per noi occasione di amare, di farci portatori di speranza, di forza, di misericordia. Il nostro amare senza ricevere fa sentire il nostro sposo o sposa amato/a per ciò che è, non per ciò che fa o che ci dà. E questo è grande. Amati in modo incondizionato, totale, per sempre. Un sacerdote missionario in Brasile ci ha raccontato un aneddoto: “Quando celebro un matrimonio chiedo agli sposi il perchè di quella scelta. Molti di loro mi rispondono per essere felici, considerando tale risposta la più ovvia e vera. Io allora faccio finta di mandarli via indignato, perchè non è la risposta corretta. Poi li richiamo e gli dico che avrebbero dovuto rispondere per rendere felice l’altro.”

Questa è una grande verità. Ci saranno momenti difficili, di crisi, in cui l’altro non sarà in grado di darci amore e di renderci felici, e in quel momento dove sentiremo aridità e lontananza che dovremo darci più di prima, perchè sarà il momento in cui il nostro coniuge avrà più bisogno di noi, del nostro amore, della nostra vicinanza e  attenzione.

Crisi deriva dal greco, è significa scelta. Ecco nella crisi noi abbiamo la possibilità di scegliere se restare accanto al nostro sposo/a oppure scappare verso un’illusione di felicità lontano da lui/lei. Abbiamo la possibilità di scegliere tra l’amore e l’egoismo. Se terremo lo sguardo fisso a quel crocefisso che ci ricorda cosa è l’amore, la scelta non sarà difficile.

Concludo con una testimonianza di vita:

Turia Pitt, ex modella e sportiva australiana, oggi simbolo ed esempio per tutte le donne del mondo. Tre anni fa l’ex modella è incappata in un vasto incendio nei boschi del Sudafrica, perdendo quasi la vita. Le conseguenze sul suo corpo sono state devastanti e rimarranno tali per tutto il resto della sua esistenza: ustioni gravi che l’hanno ricoperta per il 65%, 100 interventi chirurgici e 800 giorni in ospedale.

Con il passare del tempo, Turia ha saputo rialzarsi, riprendersi e addirittura diventare una motivatrice per tante donne. Nel frattempo ha lasciato le passerelle e lo sport, facendo della sua esperienza un punto da cui ripartire e un esempio per aiutare gli altri. Gli ostacoli e il cambiamento fisico non hanno compromesso nemmeno la storia d’amore con Michael Hoskin. Un uomo che si è dimostrato forte e nello stesso tempo dall’animo profondo.

Michael, intervistato qualche giorno fa dalla CNN, ha raccontato di avere recentemente lasciato il suo lavoro per stare accanto la compagna. “È come se avessi sposato la sua anima, lei è l’unica donna che continua a realizzare i miei sogni“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente televisiva statunitense. Parole che hanno commosso tutti i presenti e che sono la prova di come un legame possa andare al di là dell’esteriorità.

Il viso di Turia è sfigurato dalle fiamme, ma non è sfigurato il suo amore e quello di Michael che bruciano di un fuoco che non consuma e non riduce in cenere ma che brilla più che mai.

Antonio e Luisa.

Mano nella mano

Questa è l’immagine di due sposi americani, cento anni lui e novantasei lei. Da lì a pochi minuti lei morirà. Questa immagine mi ha commosso. Dopo settantasette anni che hanno detto il loro sì e sono usciti dalla chiesa mano nella mano, li ritroviamo ancora mano nella mano in quell’ultimo saluto che non vogliono finisca mai. Io non so quale è stata la loro vita, le loro difficoltà, le loro cadute, i loro litigi, le loro divisioni e quanto abbiano dovuto faticare per arrivare a quell’ultimo gesto. Ma quell’immagine mi regala la bellezza di chi c’è riuscito. Sono vecchi, malati, hanno un corpo sfatto, ma il loro amore brilla, è forte come non mai, perché, sono certo, lo hanno nutrito, rinnovandolo tutti i 28.000 giorni che hanno passato assieme e chi li vede, non può che restarne affascinato, perché vede in loro la verità di una vita spesa bene, spesa per crescere nel rapporto con la persona che Dio ha messo loro al fianco, perché certi gesti non nascono dal nulla ma sono frutto di una vita piena e non gettata via. Da lì a poco lei incontrerà lo Sposo, quello con la S maiuscola, Gesù il salvatore di ognuno di noi, e sono sicuro sarà pronta. Non so se sia credente o meno, in cosa creda ma poco importa, sono sicuro che sia pronta, si è preparata per quell’incontro negli ultimi settantasette anni, facendosi dono per il marito e adesso il marito non vuole lasciarla perché lei è parte di lui, è dentro di lui e vederla andare è come perdere una parte di sé, la migliore.

Antonio e Luisa.

La fede nuziale da sola non ha peso

Nel 1960 Andrzej Jawien, un autore polacco, pubblica sul mensile cattolico Znak  un dramma teatrale “La bottega dell’orefice”.Dietro quel nome per tutti sconosciuto si celava il futuro papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla. Una bellissima opera che ruota intorno a una bottega di un orefice e racconta poeticamente tre storie per permetterci di meditare sul sacramento del matrimonio. L’orefice è la voce della Divina Provvidenza che interviene a svelare le coscienze dei protagonisti, ad indirizzare la loro strada, a ricordare loro il destino buono che sta già iniziando a svelarsi attraverso la scelta matrimoniale. Un’opera piena di brevi dialoghi, piccole pietre preziose che Karol ci regala. Emerge tutta la sua attenzione verso gli sposi che poi sarà uno dei tratti distintivi del suo pontificato.

Di seguito vi riporto il dialogo tra Anna e l’orefice, Anna ormai delusa e stanca del suo matrimonio:

Una volta, tornando dal lavoro, e passando vicino all’orefice, mi sono detta – si potrebbe vendere, perchè no, la mia fede (Stefano non se ne accorgerebbe, non esistevo quasi più per lui. Forse mi tradiva – non so, perchè anche io non mi occupavo più della sua vita. Mi era diventato indifferente. Forse, dopo il lavoro, andava a giocare a carte, dalle bevute tornava molto tardi, senza una parola, e se ne gettava là una rispondevo col silenzio).

Quella volta decisi di entrare.

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Ripresi con vergogna l’anello e senza una parola fuggii dal negozio.

Antonio e Luisa

Accompagnati teneramente (1 parte)

Oggi posto la prima parte della testimonianza di Annalisa e Domenico, due sposi di Bari. Ho avuto occasione di scambiare due battute con Annalisa e ho percepito in lei la consapevolezza della bellezza del matrimonio e il desiderio di appartenere sempre più a Gesù attraverso il suo sposo, per avere una vita personale e di coppia sempre più piena e vera.

Questa lunga testimonianza, che inizio oggi a pubblicare, è tratta dalla rivista “La presenza di Maria  a Medjugorje” ed è stata scritta da Simona Amabene. Ringrazio di cuore Annalisa e suo marito Domenico che hanno voluto condividere con tutti noi questa storia meravigliosa di conversione e di amore.

 

Annalisa ricorda ancora l’emozione della sua prima comunione ricevuta nel Santuario di Sant’Antonio a Bari: “Sentivo un trasporto speciale verso Gesù. Ero felicissima!”. Poi cresce. E ormai adolescente, una notte, fa un sogno: “Ero avvolta come in una nuvola di pace. Tutto era così bello, un’infinità di petali di rosa volavano ovunque. All’improvviso vedo ingigantirsi la statua della Madonna di Lourdes che si trovava nel nostro giardino, e stava per cadere giù dal muretto, ma io corro e l’afferro. Poi mi appare un volto illuminato da una luce intensa e con voce dolcissima: “Non farmi cadere ti prego”.E mi sveglio. Rimango turbata. Solo dopo un po’ di tempo, comprenderò il significato di quella visione”. Come accade a tanti ragazzi, Annalisa si lascia trascinare da una compagnia sbagliata. Si innamora di un giovane benestante con il vizio dell’alcool, delle canne, con cui finisce a fare serate in discoteca sino a tardi. “Lui era di Milano, ci vedevamo solo nel fine settimana a Bari, o io salivo a casa sua. Avevo diciotto anni, assaporavo il gusto della prima libertà concessa dai miei genitori e come spesso accade ti fai prendere la mano. Dopo un anno ci siamo lasciati. Mi sentivo sola e triste -ricorda Annalisa- e sfogavo il mio dolore nel fumo e nelle cattive abitudini che avevo imparato dal mio ex ragazzo. La mia vita era il vuoto più assoluto, buia come la notte. E fu così fino a quando, a una serata universitaria, incontro Domenico, anche lui di Bari. I nostri sguardi si sono incrociati, e ho sentito che non potevo andarmene senza conoscerlo. E’ stato un vero e proprio colpo di fulmine. Ci siamo scambiati i numeri di telefono. Dopo due giorni ci siamo rivisti. E’ nata così la nostra storia d’amore! Come un angelo è apparso nella mia vita e mi ha aiutato a smettere di bere e di fumare, mi ha salvato dai vizi e da una vita senza senso. Solo oggi, a distanza di anni, capisco il progetto di Dio”

“UNA LETTURA MI HA PORTATO CONSIGLIO”

Con Domenico, Annalisa vive un periodo spensierato, della sua giovinezza, sono felici! Lui la protegge e la consiglia. E lei è sempre più innamorata. Ma il loro amore doveva perfezionarsi per volare in alto. “Nel 2007 mia madre si reca per la prima volta a Medjugorje. Era settembre. Io la prendevo in giro perchè mi parlava sempre di Radio Maria e padre Livio. Ma io non la ascoltavo proprio. Ma accadde qualcosa di davvero particolare. Mentre lei era in pellegrinaggio, sento l’impulso di leggere il libro di Antonio Socci Mistero Medjugorje che si trovava nella libreria di casa. Lo feci di nascosto dal mio fidanzato , da mio fratello, che sapevano quanto fossi scettica sull’argomento. Che figura avrei fatto! Non riuscivo a interrompere la lettura, me lo sono portato anche al lavoro. In due giorni l’ho finito. L’effetto è stato travolgente. A un tratto ho aperto gli occhi e ho sentito il fortissimo desiderio di andare a Medjugorje. Chiamo mia mamma al telefono, le chiedo di portarmi una corona del rosario da quella terra benedetta. E dissi a Maria: “Se tu vorrai, mi farai venire da te!” Iniziai a pregare ogni giorno il santo Rosario. Era la mia nuova forza! Poi a novembre di quello stesso anno, arriva l’occasione tanto attesa da me e Domenico, di partire in pellegrinaggio con un gruppo. Il signore fa perfette tutte le cose e chiamò a nuova vita anche il mio ragazzo. E’ stata una meraviglia! Abbiamo sperimentato la gioia di essere amati per quello che siamo, pieni di peccati, fragili e umani. Ricordo l’atmosfera, l’allegria, i canti, le preghiere, le adorazioni. E’ iniziato il nostro sì a Gesù. E da allora sono arrivati fiumi di Grazie.

UN INCONTRO DECISIVO

“Quando siamo tornati a casa, la nostra vita non era più la stessa. Gesù e Maria ci avevano trasformato. Non potevamo tacere un amore così grande. E con entusiasmo abbiamo organizzato gruppi di preghiera coinvolgendo altre persone. Ogni giorno recitavamo tutti insieme il Rosario, la coroncina alla Divina Misericordia e i sette Pater Ave e Gloria. Intanto sentivamo anche il desiderio di amarci come Dio ci insegna per la nostra vera felicità. Abbiamo fatto voto di castità.In attesa di capire cosa volesse da noi il Signore. Sentivo da una parte il desiderio di seguire Dio in maniera totale, ma allo stesso tempo provavo un grande sentimento per Domenico. Durante la Santa Messa, la recita del Rosario, chiedevo al Signore la Grazia di farci capire che cosa voleva fare con  noi. Molto importanti furono le preghiere davanti al crocefisso di San Damiano, a cui rivolgevo la stessa preghiera di San Francesco: “Signore cosa vuoi che io faccia?”Un giorno, nel mio negozio di dolci e caramelle in centro a Bari, conosco per caso sorella Cristina. Mi racconta della loro Fraternità Francescana di Betania composta da fratelli e sorelle consacrati a Dio, della loro spiritualità mariana, del loro carisma di preghiera e accoglienza molto legata a Medjugorje (dove peraltro la veggente Marija ha avuto l’apparizione più lunga in assoluto), e del loro fondatore, padre Pancrazio, figlio spirituale di san Pio da Pietralcina che a Terlizzi (Bari), nella casa madre, riceveva chiunque avesse bisogno di un consiglio. Inoltre, grazie ai doni ricevuti per bontà divina, aiutava tanti a trovare la loro strada. Così a settembre 2008 decisi di andare per la prima volta a conoscere questa realtà religiosa. Era una vera oasi di pace e nel mio cuore sentii una voce che mi diceva, questa è casa tua. E lo era davvero, ma non nel modo che allora immaginavo”.

Continua……..

 

 

Servire la comunità attraverso l’amore sponsale.

 

86. «Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che restano fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse, infatti, è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia, “che si potrebbe chiamare Chiesa domestica” (Lumen gentium, 11), matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero della Santa Trinità. “È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita”

87. La Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto, «in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana»

88. L’amore vissuto nelle famiglie è una forza permanente per la vita della Chiesa. «Il fine unitivo del matrimonio è un costante richiamo al crescere e all’approfondirsi di questo amore. Nella loro unione di amore gli sposi sperimentano la bellezza della paternità e della maternità; condividono i progetti e le fatiche, i desideri e le preoccupazioni; imparano la cura reciproca e il perdono vicendevole. In questo amore celebrano i loro momenti felici e si sostengono nei passaggi difficili della loro storia di vita […] La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia»,[103] tanto per la Chiesa quanto per l’intera società.

I punti 86, 87 e 88 di Amoris Laetitia mettono in risalto una realtà poco evidenziata e poco accolta dalla Chiesa o da parte di essa, una realtà che fa fatica ad affrancarsi, ma che è determinante per il futuro della Chiesa. Il Papa riconosce a noi sposi una missione che è diversa da quella dei consacrati ed è diversa da quella dei laici singoli. Noi siamo sposi e come tali dobbiamo operare all’interno della nostra comunità. Spesso i parroci ci domandano di occuparci di mille attività (per es. coro, catechismo, oratorio), ma spesso non hanno la sensibilità e la formazione necessarie a comprendere che noi, per essere davvero utili alla nostra comunità, abbiamo bisogno di crescere come coppia e come famiglia; abbiamo bisogno di uno spazio di confronto dove affrontare le nostre difficoltà su quella che deve essere la nostra prima missione nel mondo, cioè vivere un matrimonio santo; abbiamo bisogno di uno spazio dove non sentirci soli nella nostra scelta di essere sposi in Cristo. La pastorale familiare e l’accompagnamento delle famiglie giovani all’inizio del loro cammino è spesso assente o poco curata.  Va bene quindi aiutare la propria comunità per quello che si può, ma non va più bene quando questi impegni sommati ai tanti altri che riempiono le giornate delle nostre famiglie vanno a soffocare la relazione tra gli sposi. Dobbiamo aver ben presente che la nostra missione più importante che Dio ci ha affidato è quella di mostrare l’amore tra due persone, che diventa specchio di quello di Dio. Con il nostro amore dobbiamo essere speranza e luce per un mondo disperato. Dobbiamo essere piccola Chiesa per i nostri figli e per la nostra comunità. Dobbiamo nutrire il nostro amore con il dialogo e la tenerezza e sappiamo che questo è spesso possibile solo la sera e durante il fine settimana. Per questo  Padre Bardelli, il nostro padre spirituale, ci diceva sempre di prendere impegni serali solo per al massimo due giorni a settimana in modo che i restanti cinque potessimo occuparci dei bambini e di noi come coppia. L’impegno per la comunità e per Dio non deve diventare una compensazione di quell’appagamento che non troviamo in  casa, ma al contrario l’amore che nutriamo e che generiamo all’interno della coppia deve traboccare e diventare servizio per i figli e la comunità. Dobbiamo ricordare che siamo sposi, che il nostro rapporto con Gesù è vero quando non è più un fatto personale, ma diventa vero quando passa attraverso la mediazione del nostro coniuge. Amiamo Gesù in e attraverso nostra moglie e nostro marito.

Antonio e Luisa

Sposi: sacerdoti nel dono di sé.

I ministri del matrimonio sono lo sposo e la sposa. Il sacerdote, pur se presente, non è ministro del sacramento delle nozze. Questo puntualizza il punto 75 di Amoris Laetitia.

Come è possibile che due laici possano celebrare un sacramento, reale presenza di Cristo?

Possono in virtù del loro battesimo. Nel battesimo Gesù, che è il primo e unico sacerdote, (tutti i sacerdoti ordinati sono abilitati in virtù di Cristo) ci ha donato tutto di sé. Lo Spirito Santo, con il suo fuoco d’amore, ci ha reso tralci della vite che è Gesù. Gesù, che è Re sacerdote e profeta, ci ha reso Re profeti e sacerdoti. In virtù di questo, tutti noi battezzati abbiamo il sacerdozio comune (da non confondere con il sacerdozio ordinato). La dimensione sacerdotale riguarda l’offerta. Il sacerdote è colui che offre a Dio. Gesù vive la più alta espressione della propria dimensione sacerdotale nella sua passione  e morte, donando tutto se stesso per noi. Nell’ultima cena Gesù si è infatti donato al Padre in sacrificio per noi, sacrificio che sarebbe stato consumato sul calvario, e reso glorioso dalla resurrezione.

In virtù di tutto questo, Dio ci abilita al sacerdozio comune e a farci offerta totale di noi stessi nel matrimonio esattamente come Cristo sulla croce.

Vi può sembrare un paragone dissacrante del sacrificio di Gesù, ma non lo è.

Chiedetelo alle tante spose e ai tanti sposi che hanno sofferto la malattia, l’abbandono, la divisione, la menzogna, il tradimento e, nonostante ciò, sono rimaste/i fedeli alla promessa del dono di sé fatta il giorno delle nozze, non sono scese/i dalla croce e si sono immolate/i anche e soprattutto per la persona che ha fatto loro del male, sono “morte/i” per lei. Se quella persona, nonostante il dolore che ha provocato, si salverà, sarà anche grazie al sacrificio compiuto dalla/o sposa/a rimasto fedele a Cristo e alla sua promessa.

Padre Maurizio Botta, sacerdote che segue tantissime coppie di fidanzati afferma in un’intervista di qualche anno fa:

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

Antonio e Luisa

L’amplesso genera sempre vita.

Ultimo dono della riattualizzazione del sacramento del matrimonio è la generazione di vita nuova. L’amplesso fisico, come già precisato in precedenza, è la più alta espressione dell’amore umano tra gli sposi e riattualizza il sacramento che li ha uniti, ed in quanto tale è sorgente di una nuova vita-amore in tutto simile a quella divina, seppur limitata dal nostro essere creatura. Ogni gesto sessuale tra gli sposi, infatti, ecologicamente svolto, è sempre aperto alla vita-amore, anche quando non genera un nuovo bambino.

L’amore infatti è vita, è la vita di Dio e la vera vita per l’uomo.

Questo è il vero senso dell’apertura alla vita, voluta da Dio, e interpretata dal magistero della Chiesa, nostra madre e nostra guida.

Il concepimento del bambino è il dono del creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo genera vita-amore ed è indispensabile per crescere nell’amore e per preparare o mantenere vivo quell’amore che serve a nutrire i figli che Dio darà alla coppia.

Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Esso è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò è Cristo che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura.

L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e, come tale, gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità.

Antonio e Luisa

 

I frutti di un’unione casta ed ecologica 2

Il secondo frutto della riattualizzazione del sacramento del matrimonio è l’aumento della Grazia santificante. Se gli sposi sono in amicizia con Dio, cioè sono in “grazia di Dio”, quando riattualizzano il matrimonio, possiedono un certo grado di grazia santificante. Questa, durante l’unione fisica, è aumentata in base al desiderio ardente d’immergersi in Dio presente nei loro cuori e all’intensità d’amore con cui vivono la celebrazione.

L’aumento della grazia santificante comporta una partecipazione più intima alla vita divina.

Questa grazia, che è un aumento soprannaturale dell’amore degli sposi, divinizza la creatura, rendendola più intensamente simile a Dio, in cui la vita è amore.

L’aumento della grazia operato nell’amplesso non va inteso unicamente come crescita dell’amore divino in noi, ma anche come aumento della comprensione delle ricchezze e gioie racchiuse in tale amore. Gli sposi comprendono meglio la dimensione profetica del loro amore (sono segno dell’amore di Dio in sé stesso e verso gli uomini) e al tempo stesso lo sperimentano nella vita, mostrandola più intensamente agli uomini.

L’aumento di questa Grazia non è necessariamente uguale per entrambi gli sposi, ma dipende dall’apertura del cuore di ognuno di loro.

L’amore divino effuso in noi con la Grazia santificante, è una sola cosa con il nostro amore naturale, che viene però perfezionato ed elevato.

Così la Grazia santificante, che scaturisce dall’unione fisica degli sposi, stabilisce un intreccio meraviglioso tra l’umano e il divino, tra l’impegno dell’essere umano e la gratuità di Dio: è un canto d’amore che unisce cielo e terra.

Antonio e Luisa

I doni di Dio sono preziosi e abbondanti.

In questa seconda riflessione relativa al punto 73 dell’Amoris Laetitia, volevo approfondire i doni di nozze che Dio elargisce a tutti gli sposi con il sacramento.

Siamo nati per essere amati ed amare in modo totale e per sempre, solo così possiamo essere realizzati nella nostra vita. Amore che si può realizzare nella vocazione alla vita consacrata oppure al matrimonio. Amore che riempie il cuore di chi lo dona e di chi lo riceve, ma che non è semplice da vivere per persone limitate, fragili e corrotte dalla concupiscenza del peccato originale, che ci rende spesso egoisti e dominati dal desiderio di possedere e non di donarci.

Dio lo sa bene! Gesù, quando è venuto nel mondo, ha sconfitto la morte e ci ha redento dal peccato. Gesù ha redento anche il matrimonio. Questo significa che nella Grazia del matrimonio e nell’abbandono a Gesù possiamo tornare alle origini, amare in modo casto e vero il nostro sposo o la nostra sposa, per prepararci alle nozze eterne con Gesù sposo.

Parliamo sempre di Grazia, ma la Grazia non è qualcosa di vago bensì è molto concreta.

Con il matrimonio Dio ci dona:

  • La grazia sacramentale
  • La grazia santificante
  • Il legame coniugale cristiano

Cercherò in breve di caratterizzare ogni dono con poche parole.

La Grazia sacramentale è un diritto che Dio ci dona. Il diritto di avere da Dio tutti gli aiuti necessari per perseverare e perfezionare il nostro amore sponsale.

Questa Grazia ci permette di affrontare, sopportare e vincere ogni situazione che può mettere in crisi il nostro matrimonio.

La Grazia santificante è un altro dono di nozze magnifico ma che pochi conoscono. La Grazia santificante è un amore creato del tutto simile a quello di Dio, che lo Spirito Santo effonde nei cuori degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo.

Dio aumenta e infiamma il nostro amore umano e naturale con la Sua Grazia.

Con il legame coniugale cristiano, il fuoco dello Spirito, infiamma d’amore i cuori degli sposi, saldandoli in modo indissolubile. Gli sposi da questo momento amano Dio con un cuore solo.

Attraverso questo dono gli sposi sono resi sacramento e Gesù entra nel loro amore per abitarlo perennemente: non più lo sposo da solo, non più la sposa da sola, ma nel loro amore, nella loro unione.

Essi vanno a Dio come due mani giunte, fuse e unite tra di loro, in modo indelebile, dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo.

Grazie a questo dono, gli sposi diventano immagine della Trinità e profezia dell’amore di Dio in sé e per la sua Chiesa.

Una domanda sorge spontanea. Perché tanti matrimoni, nonostante questa ricchezza incredibile, falliscono? Molti matrimoni sono nulli in partenza, come ha giustamente detto Papa Francesco, parlando alla Sacra Rota e quindi privati fin dall’inizio di questo tesoro. Per i matrimoni validi che godono di questi preziosi doni, dipende da altro. Questi doni vanno chiesti e non solo, il nostro cuore va preparato ad accoglierli, come per qualsiasi altro sacramento. Solo una vita vissuta nella castità e nella lotta al peccato può aprirci la strada a questa ricchezza. Pornografia, adulterio, anticoncezionali, aborto, egoismo (per citare i peccati principali presenti nella vita di coppia) ci impediscono di accedere alla Grazia e di trasformare il nostro matrimonio in una vita piena, anche nelle difficoltà.

Antonio e Luisa

“Per sempre” è un dono, non un giogo.

Entriamo nel cuore dell’esortazione Amoris Laetitia. Dopo esserci soffermati sul quadro generale tracciato dal Papa che ha disegnato con fedeltà e accuratezza la situazione delle famiglie nel mondo, entriamo nella parte del documento che tratta il matrimonio nel suo significato naturale e cristiano.

Ecco cosa scrive il Santo Padre al punto 62.

I Padri sinodali hanno ricordato che Gesù, «riferendosi al disegno primigenio sulla coppia umana, riafferma l’unione indissolubile tra l’uomo e la donna, pur dicendo che “per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così” (Mt 19,8). L’indissolubilità del matrimonio (“Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”: Mt19,6), non è innanzitutto da intendere come “giogo” imposto agli uomini, bensì come un “dono” fatto alle persone unite in matrimonio. […] La condiscendenza divina accompagna sempre il cammino umano, guarisce e trasforma il cuore indurito con la sua grazia, orientandolo verso il suo principio, attraverso la via della croce. Dai Vangeli emerge chiaramente l’esempio di Gesù, che […] annunciò il messaggio concernente il significato del matrimonio come pienezza della rivelazione che recupera il progetto originario di Dio (cfr Mt 19,3)»

Il Papa e i padri sinodali ribaltano la questione, non con un gioco di prestigio, ma facendo leva sul buon senso e sulle esigenze più profonde del nostro cuore.

Noi, se siamo onesti fino in fondo, dobbiamo ammettere che desideriamo essere amati in pienezza e fedeltà. Essere amati senza condizioni, tempo, limite. Desideriamo essere amati così, ogni altro tipo di amore ci appare insufficiente e in qualche modo falso. Dio ci ha creati così come Lui, capaci di amare come Lui e desiderosi nel profondo di essere amati come Lui ama e, se a parole possiamo raccontare che la precarietà della convivenza o il rischio del divorzio sono ancore di salvezza per scappare da situazioni soffocanti e frustranti, il nostro cuore non mente. Il nostro cuore anela a un amore che ci lega per sempre e fondato sulla forza della volontà e della Grazia e non sulla voluttà dei sentimenti e del solo eros.

Il divorzio e l’avanzare delle convivenze ci hanno condannato a questo. Ci hanno condannato a scappare, ci hanno condannato a soccombere alla paura di affrontare la croce, ci hanno condannato a non abbandonarci all’amore, ci hanno condannato all’incapacità di amare fino in fondo.

In una mentalità non decisa per il “per sempre” anche il rapporto fisico diventa menzogna e falsità, un gesto che dovrebbe essere segno dell’unione dei cuori nella geografia del corpo, diventa un segno vuoto e privo di significato. Ecco quello che ha detto in merito San Giovanni Paolo II:

«La donazione fisica sarebbe menzogna se non fosse frutto e segno della donazione personale totale, nella quale tutta la persona è presente, se la persona si riservasse qualcosa o la possibilità di decidere altrimenti per il futuro, già per questo essa non si donerebbe totalmente.»

 

Antonio e Luisa

Da una procreazione amorosa a un amore fecondo.

Al punto 36 dell’Amoris Laetitia, il Papa constata con realismo come la Chiesa abbia per lungo tempo, forse troppo tempo, insistito sul fine procreativo del matrimonio. Cito testualmente quanto il Papa scrive:

…spesso abbiamo presentato il matrimonio in modo tale che il suo fine unitivo, l’invito a crescere nell’amore e l’ideale di aiuto reciproco sono rimasti in ombra per un accento quasi esclusivo posto sul dovere di procreazione….

Prosegue al numero 37:

Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie….

Il Papa mette il dito nella piaga. La Chiesa stenta a proseguire sul cammino iniziato o meglio consolidato con il Concilio Vaticano II e poi ancora di più approfondito da Giovanni Paolo II con tutte le sue catechesi sull’amore umano raccolte nella Teologia del corpo. Una strada proseguita con continuità da Benedetto XVI e ora anche da Papa Francesco. Una strada che vuole smarcare il matrimonio da una mentalità che non è sicuramente secondo lo Spirito e la verità, ma molto limitante e frustrante. Il matrimonio è molto più che generare vita. La Chiesa ha attuato una vera rivoluzione. Si è passati da considerare i figli come fine del matrimonio a frutto del matrimonio. Il fine del matrimonio è quindi l’amore che è vita e che è Dio. Da un matrimonio basato sulla fertilità si è passati a un matrimonio basato sulla fecondità. Fecondità che è molto più ricca della fertilità, che ne rappresenta solo un aspetto. Ed ecco che finalmente il matrimonio non viene più presentato come una serie di doveri e precetti. Una volta, inoltre, il rapporto fisico veniva spesso visto e vissuto come qualcosa di necessario e il piacere che ne scaturiva era spesso vissuto con senso di colpa e avvilimento. Il piacere nel rapporto fisico è dono di Dio e la Chiesa oggi ti dice non che devi vergognartene, ma al contrario che devi viverlo appieno, per crescere nell’amore anche carnale con il tuo sposo o la tua sposa. Finalmente la Chiesa non ti pone divieti, ma al contrario indica la via per vivere in pienezza il rapporto sessuale, perché ti insegna che solo in un’unione fedele si può vivere il rapporto in profondità come dono e accoglienza e non solo come un appagamento di pulsioni e desiderio di possesso. Solo nel matrimonio si può raggiungere quell’estasi della carne e dei cuori che al confronto qualsiasi altro rapporto non è che una pallida immagine. Solo nel matrimonio il rapporto fisico diventa preghiera e offerta a Dio. Solo nel matrimonio il rapporto fisico è così importante da essere cosa sacra, cioè cosa di Dio. La Chiesa ha questa grande nuova missione di evangelizzazione: mostrare la grandezza e la bellezza del matrimonio cristiano, che è capace di regalarti e riempirti di amore e verità come nessun’altra relazione e dove anche il rapporto fisico è vissuto in maniera piena, appagante, totalizzante e profonda. Il Papa parla, scrive e si impegna, ma se noi sposi cristiani non siamo profezia di quell’amore, cioè non riusciamo a mostrarlo al mondo, il Papa si prodiga invano. Sta a noi prendere in mano la nostra vita e il nostro matrimonio e con la Grazia di Dio diventare luce, forse una piccola luce, ma insieme possiamo illuminare questo mondo buio e arido.

Antonio e Luisa

Eva era sola!

Ascoltando una delle bellissime catechesi giornaliere di don Antonello Iapicca, ho scoperto qualcosa di molto interessante.

Don Antonello ha fatto notare che nel libro della Genesi, quando Eva commette quel grandissimo errore che è il peccato originale, lei era da sola.

Mi sono sempre concentrato sull’agire di Eva senza mai soffermarmi sulle condizioni in cui si trovava quando peccò.

Non è un dettaglio irrilevante, al contrario, è molto utile anche a noi e alla nostra vita matrimoniale.

Eva pecca perché è da sola, non ha la presenza rassicurante e appagante del compagno, dello sposo.

L’assenza non è solo quella fisica, ma è anche quella del cuore.

Tutte le volte che la nostra sposa o il nostro sposo non sentono la vicinanza, l’amore, la cura, la stima, l’accoglienza, la tenerezza, il sostegno che noi dobbiamo dare, perché amare è questo, diventa vulnerabile. E’ proprio in quel momento che la tentazione ci colpisce proprio lì dove siamo più deboli ed esce la nostra rabbia, frustrazione, concupiscenza, egoismo o qualsiasi altra pulsione ci perseguita.

E’ vero che la nostra forza deve poggiare non sulla nostra sposa o il nostro sposo, ma è altrettanto vero che è spesso difficile, è un obiettivo che si raggiunge dopo un cammino di liberazione e guarigione.

Durante il cammino abbiamo bisogno del sostegno di chi ci ama per non crollare, non per nulla ci ha messo al fianco una persona per aiutarci a vicenda ad arrivare a Lui.

Antonio e Luisa

Rompiamo il vaso. L’amore vero è spreco.

Gesù era a Betania, in casa di Simone il lebbroso; mentre egli era a tavola entrò una donna che aveva un vaso di alabastro pieno d’olio profumato, di nardo puro, di gran valore; rotto l’alabastro, gli versò l’olio sul capo. 4 Alcuni, indignatisi, dicevano tra di loro: «Perché si è fatto questo spreco d’olio? 5 Si poteva vendere quest’olio per più di trecento denari, e darli ai poveri». Ed erano irritati contro di lei. 6 Ma Gesù disse: «Lasciatela stare! Perché le date noia? Ha fatto un’azione buona verso di me. 7 Poiché i poveri li avete sempre con voi; quando volete, potete far loro del bene; ma me non mi avete per sempre. 8 Lei ha fatto ciò che poteva; ha anticipato l’unzione del mio corpo per la sepoltura. 9 In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei».

Questo passo del Vangelo racconta di quando Maria, la sorella di Lazzaro e di Marta, unge il capo di Gesù con l’olio di nardo. Il nardo era un’essenza molto preziosa e costosa. Sarebbe stato meglio, forse, come volevano alcuni presenti, vendere tutto e usare il ricavato per i poveri? O forse, usare una piccola quantità per Gesù, visto il profumo molto intenso del nardo, e vendere il resto?

Gesù non lo pensa, anzi, parla di lei con un’ammirazione e una grandezza che non ha usato per nessun altro. Dice:  In verità vi dico che in tutto il mondo, dovunque sarà predicato il vangelo, anche quello che costei ha fatto sarà raccontato, in memoria di lei.

Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto.

Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così.

Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce?

Spesso mostriamo solo una piccola parte del nostro amore. Questo è il vero spreco.

Antonio e Luisa

 

 

Il bacio: alterità celebrata

Sto preparando il terzo poema del Cantico dei Cantici e tra le tante fonti a cui ho attinto c’è anche Enzo Bianchi. Non condivido  tante sue riflessioni ma sul Cantico devo dire, mi è piaciuto molto.

Ecco di seguito una sua riflessione sul bacio, molto bella, molto erotica ma mai volgare:

C’è un poeta ebreo russo che dice: “Mia colomba, tu sai come ci baciamo noi ebrei? (e anche noi cristiani, eh?) quando il cuore non si distingue più dal cuore dell’altro, quando petto contro seni nessuno dei due sa chi dei due respira, quando materiale e immateriale spariscono, non resta che un solo soffio, quando non restano più parole ma solo il parlare degli occhi: quello è il bacio!” Questo è il bacio umano ed è per questo che l’amata/amante lo invoca. Il bacio è innanzitutto il volto contro volto. Volto contro volto, perché l’amore terreno nel suo vertice è il mantenimento, è il desiderio del volto. Non ci si perde con i baci in un caos. Non c’è da percorrere un sentiero che porti alla fusione, sogno impossibile. Ci deve essere nel bacio l’ebbrezza del faccia a faccia, cioè dell’alterità celebrata, io e tu, uno di fronte all’altro, nel bacio in cui si parlano le pupille degli occhi, ci si osserva e si vedono le pupille dilatarsi, palpitare quasi! Quello è il bacio umano! Neanche l’amplesso, guardate, ha valore senza il bacio. L’amore non è senza volto, altrimenti se l’amore  avvenisse senza la visione del volto, la ricerca del volto, è un amore cosificato, è l’amore colto in modo disorganico, come un insieme di strumenti di piacere. Non è un caso che nella prassi della prostituzione difficilmente c’è posto per il bacio. Non è un caso che le riviste pornografiche mettano sempre un’ostensione del sesso, lo rappresentano, sono martellanti affermazioni di meccanica dell’amore. Ma non sanno quasi dare il senso della totalità dell’amplesso di cui però il volto contro volto è la chiave necessaria per capirlo, per esperirlo. Il bacio è l’inizio dell’amore ma è anche l’inizio dell’ebbrezza del desiderio. Ma, come emerge il desiderio, è subito raffigurazione, è subito scena. Noi uomini siamo fatti così. E dopo che questa donna ha detto: “Mi baci con i baci della sua bocca” il desiderio gli scatena l’immaginario, l’immaginario accende e nutre il desiderio. “Le tue carezze inebriano più del vino” ecco l’ebbrezza che inizia dal bacio. Poi c’è il profumo, c’è l’odore. E qui, guardate, siamo incapaci di capire. Questa ragazza non solo immagina i baci, esperienza degli occhi. Ma nel suo immaginario vuole fare un’esperienza totalizzante dei cinque sensi.

Antonio e Luisa

Il circo della farfalla

Oggi vi presento un cortometraggio rielaborato da parte di due cari amici e sposi: Mirko e Sandra.

Il corto è ambientato negli Stati Uniti durante gli anni delle depressione dopo la crisi del 29.

E’ la storia di Will, interpretato da Nick Vujicic, l’uomo senza arti, rifiutato da tutti e finito in una fiera come fenomeno da baraccone. Deriso, sopravvive senza trovare un posto e un senso nella propria vita. Fino a quando Mendez, il direttore di un circo molto particolare, non entra in quella fiera e i loro sguardi si incontrano. Mendez è Dio, e quando ti guarda con quello sguardo carico di amore e di bellezza la tua vita cambia.

Il corto è stato riscritto in chiave di vita di coppia. E’ bellissimo e come dice Mendez (Dio): più ardua è la battaglia  più glorioso il trionfo. Dio è fiero di quelle coppie che riescono a vincere le difficoltà e le sofferenze della vita e a mostrare, attraverso la loro vita, Lui. Ed è così che potremo avvicinare questo mondo arido: non a forza di moralismi, ma con la leggerezza di una farfalla. Attraverso qualcosa di bello, anche attraverso la tua famiglia, Dio vuole dire al mondo qualcosa che solo voi potete mostrare in quel modo e in quella prospettiva, perché ogni famiglia è diversa. Fidati di lui, lui si fida già di te.

Buona visione…

Antonio e Luisa

L’abbraccio del perdono

Due coniugi sentono il desiderio di abbracciarsi solitamente quando sono in armonia e in pace tra di loro. Don Rocchetta dice che questo non vale per i cristiani. I cristiani devono trovare la forza nella Grazia del sacramento di abbracciare lo/a sposo/a anche quando vedono nell’altro un nemico, quando le cose non vanno bene, hanno litigato e sono in disarmonia. Non è scontato riuscire in questo, ma noi sposi cristiani abbiamo la Grazia, non dimentichiamolo. Siamo razionali, a volte troppo razionali e non riusciamo a perdonare quando veniamo feriti o litighiamo e pensiamo di aver ragione. Rocchetta ci ricorda che risentimento provoca risentimento in un cerchio che non si interrompe fino a quando uno dei due non lo rompe con un gesto di perdono. Il perdono ha tre benefici principali: uno affettivo che ci permette di ricostruire una relazione con il coniuge, uno cognitivo che ci permette di superare la concezione dell’altro/a come avversario/a e uno comportamentale che permette di passare da un atteggiamento di chiusura a uno nuovo di collaborazione e di ricerca del bene.  Cito testualmente quanto Rocchetta scrive nel suo bellissimo testo “Abbracciami”:

Il perdono non banalizza l’amore; al contrario, lo rinnova e purifica la tendenza di ognuno di noi a buttare sull’altro la responsabilità di quanto ci accade.

Concedere il perdono non è un segno di debolezza, ma di forza: la forza di <una fiamma tenace come la morte>, che <le grandi acque non possono spegnere> e che valgono più di qualunque ricchezza (Ct. 8, 6-7)

E’ quindi importante perdonare subito senza aspettare che sia l’altro/a a farlo per primo, fregandocene di chi ha ragione, l’abbraccio di perdono è un gesto di vita mentre il non abbraccio è un gesto di morte.

Un abbraccio è capace di cancellare ogni risentimento, di ridare nuova forza e linfa al rapporto di coppia.

Perché per perdonare il gesto più adatto e significativo è l’abbraccio?

Perdono, ci ricorda don Carlo , è un dono perfetto, infatti, il suffisso “per” in latino implica la pienezza e il compimento.

Non c’è nulla di meglio di un abbraccio, perché con tutto il corpo comunichiamo il desiderio di ricostruire il rapporto che si è rotto e comunichiamo la disponibilità a ricominciare con più forza e voglia di prima.

Antonio e Luisa

I 5 linguaggi dell’amore

I cinque linguaggi dell’amore. Scommetto che per il 90% di chi legge viene subito in mente il famoso libro di Gary Chapman. Famoso non a torto, libro molto utile e pratico per capire alcune dinamiche della coppia ed aiuta ad evitare sofferenze, incomprensioni e litigi. Il dott. Chapman evidenzia che non è sufficiente voler bene a qualcuno, ma bisogna riuscire a trasmettergli il nostro amore. Tutti abbiamo un serbatoio dell’amore che dobbiamo cercare di riempire per stare bene e sentirci appagati del nostro rapporto di coppia. Esistono modalità (linguaggi) per dimostrare e trasmettere amore e ognuno di noi, pur apprezzando tutti e 5 i linguaggi, ne parla uno in particolare. E’ importante conoscere quello del coniuge per fargli sentire tutto il nostro amore.

I 5 linguaggi sono:

  1. contatto fisico (carezze, abbracci, ecc.)
  2. parole di incoraggiamento (dire all’amato/a che è importante, bello/a, bravo/a, ecc.)
  3. gesti di servizio (pulire casa, fare la spesa, riparare una porta, ecc.)
  4. momenti speciali (appuntamenti, concerti, cene, ecc.)
  5. regali (non per forza costosi)

Chapman scrive che ognuno di noi tende a parlare con l’altro soprattutto il proprio linguaggio, sicuro che se piace a se stesso debba piacere anche agli altri. Se i coniugi usano entrambi la stessa modalità, non sorgono problemi. I problemi ci sono quando gli sposi parlano lingue diverse e non si capiscono.

Ad esempio se il marito apprezza i gesti di servizio e la moglie le parole d’incoraggiamento iniziano le scintille. Il marito si metterà completamente al servizio della moglie, che però non si sentirà amata per questo e resterà insoddisfatta aspettando una buona parola da parte del marito, che non arriverà perché lo sposo non ne comprende l’importanza. Anzi, il marito in un momento di scoraggiamento potrebbe anche dire qualcosa di poco carino, svuotando così il serbatoio dell’amore della moglie.

Vi rendete conto quanti danni si possono fare per incomprensioni che non si chiariscono?

Si arriva a separazioni per queste situazioni irrisolte. Chapman si occupa proprio di rimettere insieme coppie che non si capiscono, che non parlano la stessa lingua.

Antonio e Luisa

 

L’adulterio è riprenderci il cuore

L’adulterio. Quando pensiamo a questa parola, immaginiamo subito il tradimento carnale, avere rapporti sessuali con altre persone che non siano nostra moglie o nostro marito. Ed è vero, ma è una spiegazione molto superficiale e limitata, la punta dell’iceberg. L’adulterio è molto di più e comincia molto prima di arrivare a tanto. L’adulterio è una falsificazione. Adulterare  significa esattamente variare in modo illecito. Che sia uno sguardo, un pensiero o un atto vero e proprio. Con il matrimonio il nostro cuore appartiene alla nostra sposa, perché noi gliel’abbiamo donato. L’adulterio è cacciarla fuori e riprenderci qualcosa che non ci appartiene più, con l’adulterio torniamo noi al centro del nostro cuore. L’adulterio non è sostituire la nostra sposa con un’altra donna, ma rimettere noi al centro, perché l’altra donna non diventa altro che un oggetto per soddisfarci. Basta uno sguardo a una donna incontrata per strada, magari poco vestita, per farne un oggetto delle nostre fantasie. Una donna poco vestita non è mai, e ripeto mai (non fatevi illusioni), ammirata per la sua bellezza, ma vista sempre come oggetto. Non lo dico perché sono maschilista, ma semplicemente perché l’uomo è fatto così, vista e fantasia sono due chiavi fondamentali della sessualità maschile a differenza di quella femminile, che è basata più sull’affettività e tenerezza. Senza contare poi che la pornografia è diffusissima tra ragazzi e anche uomini adulti, e questo non fa altro che accentuare la mentalità che oggettivizza la donna e la trasforma non più in persona ma in corpo se non addirittura in parti di un corpo.

Esiste poi l’adulterio del cuore, ancora più sottile e pericoloso. Sì, perché avviene tra i coniugi stessi. Tutte le volte che ci si accosta alla propria moglie per soddisfare una propria voglia e un proprio istinto, trattandola come oggetto di piacere, stiamo commettendo adulterio, perché non ci stiamo unendo a nostra moglie, ma a un pezzo di carne, a un oggetto al nostro servizio. State sicuri che le donne non sono stupide, lo capiscono benissimo e questo porta sempre sofferenza e divisione tra i coniugi.

Non commettere adulterio non è semplicemente non fare qualcosa, ma al contrario è darsi da fare. Significa purificare il proprio sguardo, il proprio cuore e la propria mente e imparare il dominio di sé, che è indispensabile per potersi donare a una persona.

Antonio e Luisa

Va’ e anche tu fa’ così

Oggi parto da una riflessione di don Antonello (che sta in Giappone ma riesco ad ascoltare ogni giorno, è meraviglioso).

Chi è il mio prossimo? Per noi sposi, il nostro prossimo è nostra moglie e nostro marito.

La domanda che Gesù ci pone è stringente: siamo capaci di farci prossimo oppure la nostra capacità e sempre condizionata da ciò che l’altro/a fa o dice?

Don Antonello nella sua omelia ha evidenziato come per gli israeliti fosse prossimo solo chi faceva parte del loro popolo, chi rispettava la legge, gli altri non valevano nulla.

Siamo anche noi così? Disposti ad essere prossimo solo se l’altro si comporta secondo la legge, se merita il nostro amore e la nostra considerazione?

Gesù con questa parabola parla ad ognuno di noi e ci dice proprio il contrario. Farsi prossimo significa amare e curare sempre anche quando l’altro/a è lontano da noi e da Dio. Proprio in quel momento dobbiamo chinarci sulle sue ferite e curarle con amorevole dedizione. Il sacramento del matrimonio è questo. Prendersi cura l’uno dell’altra soprattutto quando uno dei due ne ha più bisogno, è ferito e moribondo spiritualmente e per questo anche meno amabile da parte nostra.

Questo non è possibile però se prima non abbiamo fatto esperienza di Gesù che è stato il nostro samaritano, colui che si è chinato sulle nostre ferite e ci ha guarito con l’olio e il vino dello Spirito Santo e dei sacramenti.

Il matrimonio è rispondere a questo atto di amore di Gesù, è rispondere all’invito di Gesù che dice ad ognuno di noi, che Lui ha toccato con il Suo amore e la Sua Grazia: «Va’ e anche tu fa’ così»

Antonio e Luisa

Il mondo dice che……

Il mondo dice che l’amore è un sentimento.

Dio dice che l’amore è sacrificio.

Il mondo dice che il sesso è sempre positivo se consensuale e protetto.

Dio dice che il sesso è l’espressione corporea di un’unione sacra e solo nel matrimonio è benedetto.

Il mondo dice che  basta l’amore e non serve sposarsi.

Dio ti dice che solo nel matrimonio troverai la forza per amare sempre.

Il mondo dice che il peccato non esiste.

Dio ti dice che se vivi nel peccato sei già morto anche nel matrimonio.

Il mondo ti dice che la legge di Dio ti schiavizza e ti impedisce di essere felice.

Dio ti dice che solo rispettando la Sua legge potrai essere libero anche d’amare.

Il mondo ti dice che tu sei il centro e se tu sarai felice lo saranno anche gli altri intorno a te.

Dio ti dice che devi fare dell’altro il centro del tuo amore e solo se ti spenderai per gli altri potrai essere felice anche tu.

Noi siamo stati del mondo per tanti anni, abbiamo vissuto come il mondo ci faceva credere fosse giusto per noi e non abbiamo trovato altro che solitudine e infelicità. Solo quando ci siamo arresi a Dio, abbiamo compreso che da soli non ce la facevamo, abbiamo cercato di amarlo con tutto noi stessi, rispettando le Sue leggi, e abbiamo trovato la gioia e la pace.

Dopotutto anche il mondo ha le sue leggi che tutti seguono sentendosi originali e trasgressivi ma lasciatemelo dire quelli originali e trasgressivi siamo noi. Siamo noi che abbiamo messo in discussione tutto, siamo noi che ci siamo fidati di una persona che è morta massacrata e inchiodata su una croce, siamo noi che sentiamo di essere di più di quello che il mondo vuole farci credere, siamo noi cristiani i veri rivoluzionari in questo mondo grigio e triste.

 

Ogni comandamento di Dio sembra togliere un po’ della nostra libertà, sembra che ci renda difficile realizzarci, ma lui è un Padre che ci ama e ogni sua parola è detta per noi, per aiutarci ad essere persone libere e profondamente capaci di amare come solo Gesù ci ha insegnato a fare. Gesù nel Vangelo dice: Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento.

Gesù, crediamo profondamente che solo in Te possiamo essere sposi veri e capaci di amare. Aiutaci a vivere la tua Legge con la tua Grazia e la redenzione che hai portato in noi e nel nostro matrimonio.

Antonio e Luisa

Imparare a perdere è la scelta vincente.

Il matrimonio ti insegna a perdere. Dirò di più, insegna a perdere e ad essere contenti di perdere. Perdere significa rinunciare a imporre la propria volontà, significa spostare il centro da noi all’altro, significa morire a se stesso per qualcosa di più grande e importante. Perdere non significa subire un compromesso con frustrazione, ma amare e capire l’altro. Nella coppia dobbiamo imparare a perdere. Quante incomprensioni e quante sofferenze perché ci chiudiamo sulle nostre posizioni e perché pensiamo di avere ragione. Due egoismi che si scontrano. Musi, ripicche e silenzi carichi di tensione: per cosa? Perchè la vogliamo vinta. Perchè ciò che è importante per noi non è la relazione ma avere soddisfazione, che l’altro si abbassi a noi e alla nostra volontà. Dobbiamo imparare a perdere, a perdere quell’io di troppo che non permette al noi di respirare. Vi assicuro che sono stato molto più felice quando ho perso ma ho visto la mia sposa felice che quando mi sono imposto ma ho visto la rassegnazione nella mia sposa. Bisogna imparare a perdere e quando la coppia fa a gara per capirsi e venirsi incontro perdere sarà una vittoria, perché la relazione (ciò che conta di più) si rafforzerà. Amarsi è così, è sempre un controsenso, è un farsi piccolo per crescere.

Don Fabio Bartoli, in una sua catechesi, ebbe a dire:

Quando tu sposo sei nella logica della famiglia, che il suo bene è il mio bene, capisci che la cosa più sana nelle discussioni è perdere.

Cosa importa aver ragione se rompi il rapporto?

Che bella una discussione dove ci si preoccupa di più di dar ragione all’altro che di aver ragione.

Anche vivere in questo modo è un cammino. I contrasti ci sono. Ma se si persevera ci si accorge che si cambia, che si diventa sempre più attenti alle ragioni dell’altro, che i musi durano sempre meno fino a scomparire e che l’unica cosa che si desidera è ricostruire immediatamente quell’armonia che abbiamo rotto. Naturalmente non c’è nulla di meglio che pregare insieme per ritrovare immediatamente l’armonia perduta.

Antonio e Luisa

Nella gioia e nel dolore

Parliamo delle promesse matrimoniali. Ripassiamo quello che uno sposo e una sposa si promettono il giorno delle nozze:

Io N., accolgo te, N., come mia/o sposa/o.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.

Abbiamo mai approfondito queste 7 righe che ci hanno cambiato la vita per sempre?

Io accolgo. Accogliere è un verbo bellissimo, esprime due libertà, donazione reciproca, l’amante che si dona in totale volontà e libertà e con tutto se stesso e l’amato che accoglie il dono e lo ricambia. Ti accolgo come mia sposa e come mio sposo. Queste parole le abbiamo pronunciate con una grande inconsapevolezza del loro reale significato. Come mio sposo e come mia sposa, non significa semplicemente un generico volersi bene ma significa amare alla maniera di Dio. Vuol dire dare la vita per l’altro/a. Proprio per questo, c’è subito la seconda riga che ci viene in aiuto. La Chiesa nella sua millenaria saggezza  conosce benissimo la miseria umana e quindi sa che amare nel modo richiesto dal matrimonio cristiano ci è impossibile. Diventa appunto possibile con la grazia di Cristo che nel nostro matrimonio non dobbiamo mai smettere di chiedere.

Amare nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, amare e onorare sempre ogni giorno della vita, non sono altro che l’esplicazione delle righe precedenti.

Oggigiorno si assiste a una curiosa prassi. Quando ci si sposa in Chiesa tanti sposi ripetono queste poche parole ma probabilmente non le capiscono o le comprendono solo in parte.

Si pensa che la promessa di matrimonio sia valida solo finchè le cose funzionano, finchè sono appagati e felici della propria unione ma in questo caso basta il sentimento non servirebbe una solenne promessa. La promessa, che in pratica esplica la volontà di amare sempre, diventa decisiva proprio quando le cose vanno male, quando il sentimento è assente o non lo percepiamo. Ecco perchè il matrimonio è un sacramento che non finisce mai, perchè ci impegnamo a rinnovare il nostro sì ogni giorno e dove pensiamo di non poter arrivare noi, c’è la Grazia di Dio: non abbiamo scuse.

Antonio e Luisa

 

Una sinfonia d’amore

Oggi, traggo spunto da un altro bellissimo libretto, molto breve ma non per questo povero, anzi, molto ricco di spunti. Il libro è: “E vissero felici e contenti” di Roberto Marchesini.

Mi ha incuriosito un passaggio dove riprende le catechesi di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo. Il santo Papa polacco azzarda un paragone molto impegnativo per noi sposi.

Il sacramento del matrimonio, come è noto, si realizza in due momenti: il primo momento è rappresentato dagli sposi che si dichiarano vicendevolmente le promesse matrimoniali , mentre il secondo è rappresentato dalla consumazione del matrimonio, cioè dal primo rapporto intimo tra gli sposi. Questi due momenti ricalcano il matrimonio redentore di Cristo con la Sua Chiesa, sua sposa. Gesù si offerto alla Sua sposa nell’ultima cena e questa offertasi è consumata  sul Calvario, quando Cristo è morto in croce per ognuno di noi.

Il sacramento del matrimonio si vive con due linguaggi, entrambi importanti ed entrambi necessari per vivere nella verità l’unione matrimoniale. C’è un linguaggio verbale, con il quale si comunica il nostro amore alla persona amata, si usano parole di incoraggiamento, di lode, parole tenere e dolci. Poi, c’è un linguaggio del corpo che deve essere in sintonia con ciò che diciamo e non solo fungere da supporto ma instaurare un vero e proprio dialogo d’amore anche indipendentemente dal linguaggio verbale. I nostri silenzi, il modo di avvicinarci, lo sguardo, le carezze, tutto ciò che il nostro corpo trasmette deve essere una sinfonia. Devono essere più strumenti, tra cui la voce, e, suonando insieme, devono riempire d’amore il cuore della persona amata.

Si accorsero di essere nudi

si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture (Gn 3,7)

Finalmente, dopo aver approfondito il Cantico dei Cantici e aver letto alcune riflessioni sull’argomento, ho capito il senso di queste parole. Perchè prima i nostri progenitori erano in pace e la nudità non era motivo di disagio, mentre dopo il peccato originale sentirono il bisogno di coprirsi? Cosa è cambiato in loro?

E’ cambiato lo sguardo, la concupiscenza ha trasformato il nostro sguardo, capace di vedere e desiderare l’interezza della persona che ci troviamo di fronte, in qualcosa che trasforma l’altro in oggetto sessuale.

Prima del peccato originale tutto era basato sul dono di sè, sul desiderio di donarsi e appartenere totalmente all’altro, sul desiderio destato dalla meraviglia e dalla bellezza che venivano trasmesse dall’altro considerato nella sua interezza.

Il peccato ci ha reso egoisti, ci ha fatto rinchiudere in noi stessi, ci ha reso incapaci di vedere la bellezza dell’altro, ci ha fatto vedere nell’altro solo ciò che soddisfa la nostra concupiscenza e il nostro piacere sessuale.

Questo nuovo sguardo su di noi, impoverito dal peccato, non è più bello, ci fa sentire usati, violati e offesi. Per questo abbiamo bisogno di difenderci, di coprire le nostre parti più intime e sacre perché capaci di dare la vita.

Il pudore non è un tabù di cui disfarsi, ma è una sana difesa e protezione della nostra intimità.

Solo nel matrimonio la nudità potrà tornare ad essere bella e meravigliosa, ma solo se sapremo purificare il nostro sguardo, affidandoci alla Grazia delle nozze e a Gesù che con il suo sacrificio ha sconfitto il peccato originale e redento anche il nostro amore.

 

La Chiesa sacralizza l’unione degli sposi

Una certa idea filosofica e culturale ci ha sempre fregato. Abbiamo imparato a pensare all’anima come qualcosa di puro, di vicino a Dio, che ci innalza, e al corpo come qualcosa di terreno, dove risiedono gli istinti più gretti. Siamo abbastanza convinti che l’anima ci renda uomini e il corpo animali. Qualcosa di questa idea ce l’abbiamo tutti, senza false ipocrisie, chi più chi meno siamo tutti dentro questo modo di pensare.

Ma questo è quello che insegna la morale cristiana?

Naturalmente no. Questo è moralismo, cioè un qualcosa che dirstorce il reale messaggio e ne fa qualcosa di diverso e per certi versi diametralmete opposto.

La morale cristiana, l’insegnamento morale cristiano ci hanno sempre detto tutt’altro, ma pochi lo sanno.

L’amore fisico tra gli sposi viene spesso visto come qualcosa di tollerato e necessario per la procreazione umana, in realtà è un gesto sacro e liturgico per gli sposi. Un gesto bellissimo, casto e puro che per questo non deve essere sporcato e dissacrato da noi sposi.

Vi rendete conto della differenza enorme che c’è tra il dire che è un gesto intrinsecamente sporco dal dire che possiamo sporcarlo noi, con il nostro modo di intenderlo e viverlo?

Se comprendiamo il significato altissimo del gesto nella sua più profonda verità, diventa comprensibile anche tutto il resto. Diventa comprensibile perché astenersi prima del matrimonio, perché evitare di sporcarlo con l’uso degli anticoncezionali, perché impegnarsi a fondo a purificare sguardo e cuore per non portare schifezze all’interno del talamo nuziale, nostro altare e luogo sacro di manifestazione divina.

Don Rocchetta, nel suo ultimo testo “Teologia del talamo nuziale”, che straconsiglio, descrive il talamo nuziale come vero e proprio luogo teologico con valenza sacramentale. Quando due sposi si uniscono intimamente, rinnovano un sacramento. Vi rendete conto?

La Chiesa, sempre additata al ruolo di sessuofoba e castrante, è l’istituzione che maggiormente valorizza il rapporto sessuale, dando a questo gesto una dignità enorme, lontana anni luce dalla banalizzazione della nostra attuale società.

Voglio finire con una chicca. Pochi sanno, anche io ammetto di averlo scoperto solo attraverso il libro di Rocchetta, che il talamo nuziale fino a pochi decenni fa veniva benedetto dall’autorità ecclesiale. Poi, senza motivazioni apparenti, è stata cancellata nel 1984.

Ah, dimenticavo. L’immagine non è scelta a caso: il Talamo nuziale è luogo sacro, dove l’accesso è consentito solo a chi celebra il sacramento. Animali e figli fuori.