La favola dei tre porcellini e il Vangelo di Matteo

Mentre noi non abbiamo fatto nulla per lasciare le radici cristiane alla base della Costituzione Italiana è curioso altresì scorgere come, quasi tutto, nella nostra vita, trovi ispirazione nella sacra scrittura.

Persino le favole sono ispirate dalla parola di Dio e una di queste, a mio avviso, è la favola dei tre porcellini a tutti perfettamente nota.

(MT 7,24-27) Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

La fiaba è di origine europea, non si conosce esattamente l’autore (forse inglese) e parla di tre porcellini che vennero mandati dalla madre, nel mondo, a costruirsi una casa, ovvero a farsi una vita!

Soltanto uno dei tre personaggi fu talmente “saggio” da costruire una casa di mattoni e riuscì a difendersi dal lupo facendolo morire nella pentola d’acqua bollente.

Esattamente aderente al Vangelo di Matteo:la casa non cadde perché fondata sopra la roccia!

Cosa ha a che fare tutto questo nelle nostre vite, soprattutto in quelle matrimoniali?

Tutto parte da una casa che appartiene addirittura alla casa di noi stessi.

Noi siamo una dimora e quando l’uomo incontra la sua anima gemella trattasi di un’altra dimora ove andare ad abitare. Noi siamo personalmente la casa l’uno dell’altra.

Questo ha fondamento in un’altra importantissima parola della scrittura che è:

(Gen 2,22-24) Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: 

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta». 

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Due perfetti estranei, che non erano neppure parenti, improvvisamente, sposandosi, diventano una sola cosa, una sola carne, cioè i parenti più intimi, i più stretti.

Da questo si costruisce la casa che sarà il luogo del rifugio, della protezione, della vita condivisa e di un mondo interno sconosciuto a chi ne rimane fuori.

La casa è anche il luogo ove si tolgono le maschere indossate all’esterno e, seppure tra familiari si dovrebbe essere trasparenti, spesso accade che si mantengano personali segreti.

Spesso si diventa addirittura estranei dentro la propria casa. Un coniuge rinchiuso in una stanza, separato dall’altro. I figli nel loro mondo di crescita adolescenziale si arrotolano a gomitolo nelle loro camerette. E tu, vorresti dialogare e trovi un muro e tu, vorresti gioire e trovi la tristezza.

Come hai costruito questa casa?

Sei il porcellino della paglia? Oppure quello della legna?

Ricordati che il soffio del lupo cercherà di non mancare ed è proprio questo ciò da cui devi difenderti per tenere salda la tua casa, la tua vita.

Non basta esistere, occorre edificare bene l’esistenza.

Forse devo guarire le ferite della mia vita; forse devo fare un cammino di perdono; forse devo sentirmi bisognoso di aiuto.

Come posso diventare coniuge se non riesco ad abbandonare i legami con la famiglia d’origine?

Come posso diventare una sola carne se le mie schiavitù sono rimaste così “appese” da non permettere che viva una relazione vera ma una egoistica soddisfazione?. Pensa a quante volte sei caduto nell’uso della pornografia quando invece eri chiamato a donarti totalmente alla tua sposa( e viceversa ovvio). Diventare una sola carne è abitare nella casa dell’altro, reciprocamente, non soddisfare un egoistico bisogno che attiene alla fase adolescenziale di una sessualità immatura.Tu non sei chiamato ad amare te stesso ma l’alterità.

Ecco dove la casa non è costruita sulla roccia.

È su questa fragilità della vita e occorre pensare bene a come gettare le fondamenta affinchè tutto non crolli!

Non basterà neppure una casa di mattoni perché, il lupo, cioè il nemico del progetto del tuo Santo matrimonio, tenterà di entrare in tutti i modi per divorarti e soffierà, soffierà fortissimo. Infatti, il porcellino saggio, ha saputo difendere ciò che era suo. Sapeva quale poteva essere il pericolo e ha sconfitto il nemico con la difesa giusta.

Sai qual è la tua unica difesa uomo e donna che non puoi cavartela solo con le forze umane?

È Colui che hai messo al centro del tuo progetto, è Cristo, vera Roccia della tua casa.

Non crollerai se saprai difenderti, usando le armi che il tuo battesimo ti ha consegnato:

La Paternità di Dio

I sacramenti

La preghiera

La tua volontà

Ricorda che i porcellini erano tre ma uno solo ha scampato il pericolo e la vita non è una favola ma un Santo combattimento dove il male lo vince soltanto l’Unico Vero Bene!

Cristina Epicoco Righi

Medici non giudici!

Tesoro mi dispiace ma 1) frequenti piazza Verdi (che è diventato il buco del cu*o di Bologna, e a tal proposito Merola sempre sia lodato!) 2) Ti ubriachi da far schifo! Ma perché? Se hai la subcultura dello sballo sono solo ca..i tuoi

Questo è uno stralcio di un post su facebook che potete trovare in quasi tutti i giornali di qualche giorno fa. Una ragazza è stata violentata a Bologna da un magrebino e un sacerdote ha avuto la bella idea di scrivere queste parole (in realtà molte altre) sulla vicenda. La ragazza sembra che avesse bevuto molto prima di seguire l’uomo extracomunitario e subire quindi la presunta violenza. Se l’è cercata. E’ questo il succo della riflessione del prete. Mi fanno male queste parole. Il sacerdote dovrebbe avere lo sguardo di Cristo. Mi immagino quel sacerdote interrogato dai dottori della legge davanti all’adultera. Sarebbe stato il primo a scagliare la pietra. Se l’è cercata. Ha commesso un gesto da condannare. Senza avere la misericordia e l’amore di cercare di comprendere perchè quella ragazza era fuori in piazza di notte ad ubriacarsi. Lei come tanti suoi coetanei. Bere diventa anestetico per una vita senza un reale valore e un futuro senza speranza. Tanti giovani che non trovano di meglio che sballarsi perchè non hanno compreso, nessuno gli ha saputo spiegare, che lo sballo vero è una vita vissuta nell’amore autentico, nel dono di sè. Mi tocca profondamente questa storia perchè mi riporta alla mia giovinezza. Al mio cercare di fuggire la realtà con il bere, la discoteca, l’erba. Ma la disperazione era sempre lì ad attendermi, Ogni volta che mi ritrovavo da solo senza qualcosa che mi distraesse il nulla mi distruggeva l’anima. Una sofferenza profonda finchè non ho incontrato la mia sposa. Con lei ho iniziato un percorso di guarigione. Che pazienza ha avuto. Abbiamo trovato un sacerdote. Uno di quelli con lo sguardo di Gesù. Mi ha guardato, mi sono sentito amato. Si è abbassato nei miei vuoti, nelle mie sofferenze e non mi ha giudicato. Mi ha preso per mano e mi ha sostenuto e aiutato a rialzarmi. Se avessi incontrato un altro sacerdote, magari come quello di Bologna, probabilmente non sarei quello di oggi. Ho incontrato Cristo in uno sguardo e non l’ho scordato mai. Tanti giovani, sopravvivono tra la ricerca del senso che si trova solo in una vita di dono e il desiderio di prendere e avere tutto. Si trovano in una continua ricerca che non dà frutto. Non  giudichiamo quella ragazza. è malata d’amore. La Chiesa, come profeticamente ha detto Papa Francesco, è un ospedale da campo. Quella ragazza non ha bisogno di giudici, ma di medici che sappiano guarirla e ricondurla all’amore. Ricondurla a una vita piena. La solo che può davvero essere degna e vera.

Antonio e Luisa

L’amore non è permaloso

Quanto è importante parlare in una coppia? Penso sia determinante. Può fare la differenza.  Penso che una delle caratteristiche migliori del nostro matrimonio e della nostra relazione sia proprio la cura del dialogo. Ci sono sofferenze e incomprensioni che nascono proprio dalla mancanza o carenza di dialogo.  Io desidero sinceramente il bene per la mia sposa. Desidero con tutto il cuore che i miei gesti, le mie parole e le mie azioni siano per il suo bene e non le procurino dispiacere o sofferenza. Lei mi deve però aiutare.  Da solo non riesco sempre. Io non sono nella sua testa. Ho una sensibilità diversa. Ciò che per lei è importante potrebbe non esserlo per me. Certo, anni di matrimonio insegnano a capire e conoscere l’altro/a, ma non è mai abbastanza. Fortunatamente ci siamo sempre parlati con franchezza e senza sconti. Ci siamo sempre detto tutto. Lei non ha mai preteso che io capissi da solo i miei errori e le mie mancanze nei suoi confronti. Oddio qualche volta si, ma col tempo siamo migliorati anche in questo. Penso sia anche questo un atto di carità. Un gesto d’amore.  Un atto che deve essere da me ricambiato. Come? Accettando che non sono perfetto e che posso anche sbagliare. Difficile accettare le critiche. Siamo tutti più o meno permalosi. La mia prima reazione era quella di difendermi e contrattaccare. Trovare una giustificazione e magari un alibi in un suo comportamento o reazione. L’amore non è questo. L’amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

A-mors: senza morte

Ti amo. Cosa pensiamo quando lo diciamo o scriviamo al nostro sposo o alla nostra sposa? Naturalmente per chi se lo dice ancora. Tanti purtroppo hanno perso, con gli anni, il desiderio di dirselo. Pensano di non averne più bisogno. Concentriamoci però su chi ancora se lo dice. Amore ha una etimologia non certa. Non c’è certezza sulla derivazione di questa parolina tanto importante e potente. C’è una ipotesi fra altre molto intrigante. Non la più accreditata. Sicuramente la più interessante e suggestiva. Secondo me, anche la più autentica. Amore potrebbe derivare dal latino a-mors. Senza morte. Noi, pronunciando quelle semplici due paroline, stiamo dicendo all’altro/a una verità del nostro cuore: VOGLIO CHE TU VIVA PER SEMPRE.

Bellissimo, non trovate? Il ti amo di noi sposi trova significato nel matrimonio che costituisce la nostra unione. Desideriamo, con il nostro amore, che l’altra persona possa non morire mai. Non è forse questo l’amore? Non possiamo nulla contro la morte fisica, ma possiamo molto per le altre morti. Morte fisica che comunque per noi credenti non significa la fine, ma l’incontro con il nostro sposo Gesù Cristo. Possiamo molto per le altri morti che possono abitare la nostra vita. In particolare possiamo molto affinché l’altro/a non muoia mai nel nostro cuore. Ti amo, quindi, nonostante le volte che sei lontana, le volte che non mi capisci o che io non capisco te, nonostante il peccato che sempre rischia di impoverirci e di allontanarci, nonostante la stanchezza e lo stress, nonostante la malattia, il tradimento e la divisione. Ti amo perché tu sei la mia occasione per andare oltre me. Se la mia grande occasione che non posso lasciarmi scappare per sconfiggere il mio egoismo e aprendomi a te mi apro a Lui. In te scopro Lui. per questo desidero per te l’eternità. Voglio l’eternità non solo per la tua vita. Voglio l’eternità per il nostro matrimonio. Voglio amarti per sempre e senza condizioni. Nulla e nessuno potrà uccidere la mia promessa per te. Neanche tu. Neanche il tuo tradimento, la tua indifferenza. Neanche tu, perché la tua salvezza diventa mia salvezza e mia missione.In questa logica tutto trova senso. Trova senso la mia vita, il nostro matrimonio. Trova senso il sacrificio di Gesù e la sua resurrezione. Il Cantico dei Cantici afferma che l’amore è forte come la morte. Verissimo. L’amore può donarci la forza di superare tutte le nostre morti personali. Attraverso l’amore posso sconfiggere l’egoismo, l’egocentrismo, i miei peccati e la mia ingratitudine. Così che io possa essere capace di essere sempre accogliente con te, mia sposa. Affinché io possa continuare a dirti quel ti amo non solo con la voce, ma con tutto il corpo. Con la mia tenerezza e cura e interesse verso di te.

Antonio e Luisa

 

Vuoi amarla davvero? Ama di più Gesù!

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Il Vangelo di oggi è ricchissimo. Ne ho tratto un breve passaggio.

Chi non odia suo padre, sua madre, il suo sposo, la sua sposa non può essere mio discepolo. Che brutta richiesta ci fa Gesù. Bruttissima. Inattesa da parte sua. Davvero devo odiare la mia sposa per essere cristiano e vivere un matrimonio cristiano? Certamente no. C’è un problema di traduzione. La traduzione in italiano può essere fraintesa. In realtà Gesù dice altro. Se non ami me più della tua sposa non puoi essere cristiano. Cambia tutto. La prospettiva è molto diversa e acquista un senso. Si comincia a comprendere ciò che Gesù ci vuole dire. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona. Faccio mia questa Parola. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

Voglio lodarti Signore…

Oggi voglio fare memoria, mi metto davanti al Santissimo e Lo lodo, benedico e ringrazio per tutto ciò che ha operato e opera nella mia vita. Oggi voglio ricordare (ri-cor/cordis, cioè riportare al cuore) tutte le mie esperienze della vita alla luce del Signore Gesù. Ricordo con gioia i momenti in cui mi ha ascoltato e ha guidato la mia vita, quando mi sono messo nelle Sue mani. Mi ha donato un padre e una madre che con i loro limiti mi ha amato e non hanno fatto mancare nulla, mi ha donato dei fratelli che insieme a Lui hanno dato senso alla mia giovinezza, mi ha donato una sposa e una famiglia bellissima e altre famiglie con cui condividere questo cammino, ma più di tutto mi ha donato il Suo Santo Spirito, che mi guida tutti i giorni e mi fa scegliere Gesù Cristo come Signore della mia vita.

Voglio benedirlo anche per le ferite, per le lacrime, per i momenti bui, perché sono stati i momenti in cui più l’ho cercato, attraverso i quali Egli si è rivelato, nei quali Egli mi ha accompagnato per portarmi ad essere pienamente uomo, per staccarmi, anche dolorosamente, dal peccato, perché in fondo il peccato ci affascina, ne siamo attratti perché siamo carne, almeno finché non decidiamo di vivere la nostra vita nello Spirito e non essere più dominati da essa (cfr. Rm 8).

Quando ero ferito mi sono aggrappato a Lui, ho gridato, ho pianto e ho ricevuto la forza di restare dove ero e non fuggire. Già, fuggire. Ora è la prima soluzione a cui si pensa quando ci va tutto stretto, quando egoisticamente crediamo di non essere amati come vogliamo. E se mi fermassi a pensare cosa vuole l’altro da me? E se facessi dei gesti gratuiti senza aspettarmi nulla in cambio (cfr. Lc 14, 12-14)? Sono convinto che le cose cambino! 

Gesù è passato per quelle ferite, attraverso di esse mi ha salvato e io le benedico, perché oggi, con la sua grazia, mi sono messo sulla strada per vivere in pieno la mia vocazione, il sacramento del matrimonio come Dio lo ha pensato. Su questo cammino siamo accompagnati da tanti fratelli che porto nel cuore e nella preghiera, ma anche dai beati coniugi Beltrame Quattrocchi che stiamo imparando a conoscere ed amare.

Una vita piena è rischiosa.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo Vangelo, appena letto, mi ha provocato subito un pensiero, un proposito da attuare e vivere nella mia quotidianità.  Quand’è che sto davvero amando la mia sposa? Quando sono amorevole, attento, presente con lei sapendo che lei me ne sarà grata e io avrò una gratificazione immediata oppure quando lei non mi ringrazierà, ma forse sarà anche fredda e distante?

Naturale che è bello scambiarsi attenzioni e tenerezza quando entrambi ne siamo capaci e pronti. Non basta! Per un matrimonio che funziona serve imparare ed educarsi a riservare un trattamento di riguardo anche quando la mia sposa è povera. Povera di amore, di desiderio di incontrarmi e di capacità di farsi dono. Quando la mia sposa è zoppa. Quando è stanca e ha bisogno di rifiatare. Incapace di sostenere la relazione e ha bisogno di aggrapparsi a me per poter camminare e procedere nel cammino. Quando la mia sposa è cieca. Non riesce più a vedere ciò che è giusto e ciò che è male. Magari mi provoca anche sofferenza e solitudine.

Difficilissimo da realizzare. Cristo ci chiede questo. L’amore di Cristo non è fatto di cuori e bacetti, ma di croce e di sacrificio. Non significa che siamo dei masochisti e desideriamo la sofferenza. Tutt’altro. Semplicemente l’amore sponsale per essere autentico e pieno ci chiede di dare tutto e sempre, senza condizioni. Questo significa dover mettere in conto anche la croce. Tanti non sono disposti a una scelta tanto radicale e per questo non sperimenteranno mai l’amore pieno, terranno sempre una riserva, una barriera con il coniuge.  Cristo non solo ci ha mostrato come amare, ma ci ha donato tutti gli strumenti naturali e soprannaturali per essere fedeli all’amore e al nostro matrimonio. Lascia però a noi l’ultima parola. Se aderire o tirarci indietro. Aderire ci apre a una vita piena, ma è rischioso, potremmo essere traditi e feriti. Tirarsi indietro è però anche peggio,  è segno di una vita vissuta con il freno tirato, con la paura di amare e di mettersi in gioco, una vita non vissuta pienamente.

Antonio e Luisa.

Due mani per una melodia

Mio figlio sta studiando da alcuni anni pianoforte. Non ne capisco nulla, chiedo scusa se scriverò inesattezze. Seguire il percorso di Pietro mi ha permesso di entrare, anche se solo superficialmente, nelle dinamiche che lo studio di questo strumento comporta. Sarò fissato perchè anche qui ho visto attinenze con il matrimonio. Ci ho visto tanto della coppia e della relazione che caratterizza il matrimonio cristiano. Innanzitutto il pianoforte si suona con due mani. Due mani controllate ognuna da un emisfero del cervello diverso. Emisferi che sono molto distanti e diversi tra loro per caratteristiche e funzioni. Diversi e complementari come lo sono l’uomo e la donna. Due mani che non sono dipendenti l’una dall’altra. C’è il rischio che una mano si adegui al ritmo dell’altra. Non che suoni la sua parte col suo tempo, ma che si conformi all’altra. Che ne diventi una copia, un doppione. Così però andiamo a stravolgere la melodia. Quello che suoniamo non è più lo spartito che ci ha preparato il compositore. Il compositore della nostra vita che è Dio. Dio che ha un progetto per la nostra coppia e ci lascia liberi di seguirlo e di suonare una melodia che sarà balsamo per la nostra anima e quella delle persone che ci ascoltano oppure suonarne un’altra che non sarà mai bella come quella che Dio ha scritto per noi. Così la coppia diventa tanto forte e capace di relazionarsi quanto più gli sposi saranno capaci di non dipendere l’uno dall’altra. Due mani, due pentagrammi diversi, due chiavi diverse, per un’unica e bellissima melodia. Una mano sola potrebbe produrre una musica molto meno ricca e meno piena. Solo dalle note di entrambe le mani viene la pienezza e la bellezza della composizione originale, quella del Maestro. Così è la coppia. Ognuno ha la sua identità, la sua mascolinità o femminilità, la sua storia, il suo ritmo.  La bellezza viene dal mettere tutto questo al servizio di un’esistenza comune. Dove non esiste solo il mio tempo da seguire, ma si deve accordare con il tempo dell’altro per non stravolgere il risultato d’insieme. Così devo tendere l’orecchio, prestare attenzione e volgere lo sguardo ad un’alterità diversa e complementare. Tutto ciò è possibile perchè la nostra vita ha un faro. Un punto di riferimento imprescindibile. La Parola, i sacramenti e l’intimità con Gesù. Nel pianoforte c’è il Do centrale che permette una volta individuato di riconoscere tutti gli altri tasti e note. Ecco, Gesù è il nostro Do centrale, attraverso di Lui tutta la melodia che vogliamo e dobbiamo suonare acquista significato e senso. La nostra vita e il nostro matrimonio può diventare melodia meravigliosa e affascinare per la bellezza. Può essere mezzo per arrivare al Maestro, per arrivare a Gesù.

Antonio e Luisa

Il Papa vuole curare l’idropisia del cuore.

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Questo Vangelo è una provocazione troppo bella per non accoglierla. Ho subito pensato a Papa Francesco. Papa Francesco tanto attaccato e poco compreso da tante persone. Ammetto che ho fatto fatica anche io. Non comprendevo dove volesse arrivare. Poi mi sono informato, ho ascoltato diverse opinioni, alcune a  favore altre contrarie. Ho combattuto contro me stesso. Le mie convinzioni e pregiudizi. Ho raggiunto una nuova consapevolezza. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Certo ci sono tante spinte, soprattutto interne alla curia romana, che premono e pressano. Il Papa non cede. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Amoris Laetitia, perchè è sul matrimonio che mi sono concentrato, è un documento meraviglioso. Approfondisce e prosegue la via di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II. Il matrimonio non ne esce ridimensionato. Tutt’altro. Vi assicuro che ho letto il libro del card. Kasper sul matrimonio.  Il Papa non ha preso quasi nulla di quel libro (fortunatamente) che effettivamente riduceva di molto il significato sacramentale delle nozze cristiane. Kasper, indicato come il vero vincitore del Sinodo. Non è vero. Porto solo un esempio della grandezza di Amoris Laetitia. Papa Francesco finora è il primo e unico pontefice che ha scritto nero su bianco, su un documento ufficiale, una verità fino ad ora solo ipotizzata. Un documento che è la sintesi di due sinodi. Ha scritto che il rapporto fisico degli sposi è parte integrante del sacramento. Dopo sessant’anni dal Concilio ci siamo arrivati. Neanche san Giovanni Paolo II l’aveva detto così chiaramente. L’aveva fatto intendere, ma non detto o scritto. Il rapporto fisico non è solo qualcosa di necessario per rendere valido ed efficace il matrimonio, ma è parte di un sacramento. Vi rendete conte della dignità e importanza riconosciuta a questo gesto, spesso tollerato e sottovalutato?

Tornando al Vangelo ho voluto fare una verifica. Che malattia sia l’idropisia. Ecco cosa ho trovato:

L’idropisia consiste nell’accumulo di liquidi nei tessuti interni. Non è una vera e propria malattia, ma un sintomo che accompagna altri problemi di salute, come le malattie dell’apparato circolatorio e dell’apparato digerente o difficoltà nel funzionamento dei reni.

Le parole nel Vangelo non sono mai scritte a caso. C’è solo il necessario, niente di superfluo. Riportare il nome della malattia curata da Gesù è quindi importante. E’ troppo significativo. L’acqua segno dell’amore, della vita e della Grazia che resta all’interno e non riesce ad uscire, a liberarsi, a scaturire dalla persona. Il desiderio di amore che resta inespresso per incapacità di aprirci all’altro/a, ma solo di usarlo. Questo provoca problemi soprattutto ad alcuni organi tra cui i reni. Reni che filtrano il sangue e lo purificano. Gesù guarisce dall’incapacità di amare. Gesù guarisce da chi non riesce a purificare le proprie relazioni, il proprio sguardo, la propria propensione che lo porta all’incontro, al dono e all’accoglienza dell’altro. Lo fa di sabato. Andando apparentemente contro la dottrina, la legge.

Papa Francesco opera così. Va da quelle coppie e quelle persone che soffrono di idropisia. Che non sono capaci di amare e di donarsi. Che hanno matrimoni feriti, sofferenza alle spalle. Gente incapace di amare e per questo infelice e alla ricerca della pienezza. Persone che si stanno uccidendo nello spirito. Le periferie esistenziali. Le povertà del nostro opulento mondo occidentale. E si abbassa. Sembra dimenticare la legge. Non è così. Il Papa conosce la legge e la ama. Comprende però che quello non è il momento di proporla, perchè bisogna rispettare la persona che non è in grado di accoglierla in quel momento. Bisogna prima guarire il cuore. Allora l’accompagna con l’obiettivo di prepararla, educarla amorevolmente ad accogliere il progetto di Dio su di lei. Accogliere la Verità e la vita piena. Il Papa ha ragione. C’è un unico grande pericolo. Servono sacerdoti santi. Sacerdoti che mettano in pratica questa modalità suggerita dal Papa e che non diventino semplici dispensatori di sacramenti a chiunque li chieda.

Proprio in questi giorni sono arrivate le parole del Card. Muller che mi confermano nella mia nuova consapevolezza.

Una analisi accurata mostra che il Papa in Amoris laetitia non ha proposto nessuna dottrina da credere in modo vincolante che stia in contraddizione aperta o implicita alla chiara dottrina della Sacra Scrittura e ai dogmi definiti dalla Chiesa sui sacramenti del matrimonio, della penitenza e della eucarestia.Viene confermata, al contrario, la dottrina della fede sulla indissolubilità interna ed esterna del matrimonio sacramentale rispetto a tutte le altre forme che lo «contraddicono radicalmente» (AL 292) e tale dottrina viene messa a fondamento delle questioni che riguardano l’atteggiamento pastorale da tenere con persone in relazioni simili a quella matrimoniale. Cliccate qui per leggere tutto l’articolo

Il Papa ha bisogno del sostegno della Chiesa, di tutti noi.

Antonio e Luisa

Chi sono i beati?

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Riflettevo sul Vangelo di mercoledì scorso, solennità dei Santi. Il Vangelo proclamava le beatitudini.  Il mio parroco ha dato una lettura molto bella e interessante che ho rielaborato. Cos’è la beatitudine che ogni persona continua a cercare e desidera con tutto il cuore.  Cosa significa beatitudine per la maggior parte delle persone?  Significa non avere preoccupazioni, non avere problemi. Avere salute, affetti e mezzi economici. Chi ha tutte queste cose è, però,  davvero beato?

Per quanto mi riguarda non è così. Anche se avessi tutte queste cose  non sarei comunque beato. Avrei paura di perderle. Quando le possiedi hai paura di perderle, quando non le hai le desideri ardentemente. Mentre chi non le ha si illude di trovare la felicità trovandole, chi le ha già rischia di disperarsi perchè ha tutto e non è felice. Quanti personaggi famosi si sono suicidati perchè avevano tutto, ma non erano comunque felici. In realtà non possediamo nulla. Neanche la nostra vita che possiamo perdere in ogni momento, figuriamoci il resto. La beatitudine è un’utopia nella nostra vita tutta immanente e per nulla trascendente. Possiamo avere dei momenti di pace, di serenità e anche di gioia, ma senza qualcos’altro si bruciano come paglia secca,  e dopo la gioia arriva sempre la caduta. Si può anestetizzare la nostra vita per non pensarci, ma prima o poi dovremo fare i conti con tutto questo. Si rischia davvero la disperazione. E alcuni la sperimentano. Poi accade un miracolo. Non è il solo, ma questo ha davvero toccato tanti cuori.  Chiara, una ragazza di meno di 30 anni, in quelli che dovrebbero essere gli anni più belli, affronta la morte di due bambini che non vivono che pochi minuti dopo la nascita. La stessa donna scopre poi di essere nuovamente incinta, il bambino sta bene, ma è lei che scopre di non stare bene. Un brutto male la sta pian piano uccidendo. Soffre, non capisce, sa che presto morirà e non potrà crescere suo figlio, ma è beata. Sente di essere beata e vive tutto questo con beatitudine. Attenzione, con sofferenza e dolore, ma è beata. Come è possibile? E’ una matta? Per tante persone non può che essere matta, perchè non c’è un motivo ragionevole (per la nostra società) per avere gioia e pace nel cuore in una situazione del genere. Così beata che riesce a trasmettere la stessa beatitudine a chi le sta vicino. Dal marito Enrico, passando per i genitori fino agli amici che le fanno visita e non vorrebbero lasciare quel monte di beatitudine. Noi sappiamo che una ragione c’è. Abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita e Gesù allarga l’orizzonte. Distrugge le barriere della morte e mostra un senso per ogni cosa. Tutto ciò che ci accade non si conclude nella nostra vita terrena. Ci sono tante situazioni che non hanno un senso e una spiegazione nella nostra vita se non si va oltre la nostra vita stessa. Malattie, lutti, sofferenze e anche divorzi e separazioni sono tutte prove inaccettabili se il nostro sguardo si ferma a ciò che possiamo comprendere e vedere. La fede ci dona un nuovo sguardo e una nuova consapevolezza. Quel divorzio e quella sofferenza  avranno un senso quando incontrerò Cristo alla fine della mia vita e immergerò tutto il mio dolore nel suo amore. Quel lutto avrà un’altra luce quando lo valuterò con la cifra della vita eterna e con Gesù che mi abbraccia. Ed ecco che quando mi scopro povero senza nulla che davvero mi appartiene allora Gesù può rendermi beato, già su questa terra, anche nelle prove. Solo allora noi saremo capaci di vedere Gesù nella nostra vita, di essere consolati, di essere saziati dall’amore di Gesù, di accogliere il suo perdono. Chiara Corbella sembrava stesse perdendo tutto ciò che era per lei importante. Stava perdendo la salute, il marito, i figli e infine la sua stessa vita. In realtà non stava perdendo nulla, stava solo lasciando qualcosa e qualcuno che non le era mai appartenuto per avere tutto.

Sentite Chiara cosa scrisse riguardo la morte dei due bambini nati prima di Francesco:

Grazie a Maria e Davide noi ci siamo innamorati di più della vita eterna, ed abbiamo smesso di avere paura della morte. Dunque Dio ci ha tolto ma per donarci un cuore più grande ed aperto per accogliere già l’eternità in questa vita

Questa è la beatitudine. Quella vera.

Non perdeva niente per guadagnare tutto. Questa consapevolezza rende beati, non ciò che ci illudiamo di aver costruito nella nostra vita. Noi a differenza sua pensiamo di perdere tutto e di non guadagnare nulla. La nostra pena è tutta in questo errore, in questa mancanza di fede e di incapacità di credere, di fidarci e di affidarci.

Antonio e Luisa

La Messa nutre il nostro matrimonio.

Desidero mettere la parola fine alla tante polemiche che sono scaturite a seguito degli articoli che ho scritto negli ultimi giorni. In particolare una frase è risultata indigesta ad alcuni: saremo giudicati non per le Messe a cui abbiamo partecipato, ma per per come avremo amato il prossimo e in particolare il nostro più prossimo di tutti, la nostra sposa o il nostro sposo.

Non è quindi importante andare a Messa? Non ho mai pensato questo. Andare a Messa la domenica è un obbligo per noi cristiani. Un precetto da seguire e rispettare. Sappiamo che i precetti della Chiesa non sono mai un capriccio, ma indicano la strada per non perdersi. Io stesso non ho sempre lo stesso desiderio di accostarmi alla Messa e all’Eucarestia, a volte starei a casa, salvo rendermi conto di quanto ne avessi invece bisogno una volta andato. L’obbligo è quindi necessario per educare la persona. L’obbligo della Messa ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo. Il nostro spirito è affamato di eterno, di Dio e abbiamo bisogno di nutrire il nostro cuore e la nostra anima tanto quanto nutriamo il corpo. Abbiamo bisogno della Parola e abbiamo bisogno di mangiare Gesù nella Santa Eucarestia per essere uno con Lui e uno con i fratelli. Legati come la vite con il tralcio. Vale anche per il rapporto con la mia sposa.  Rischiamo di perdere di vista l’essenziale senza Messa. Tutto diventa immanente. Anche il nostro matrimonio perde la trascendenza. Perde di vista ciò che è nell’essenza, che lo costituisce nella sua ragione di esistere più importante. Il matrimonio sacramento  non è solo una relazione tra due persone, per quanto pur bella possa essere. Una tra le tante possibili scelte, come vogliono farci credere. Il matrimonio non si riduce a questo. Il matrimonio trascende questo. Attraverso il matrimonio la mia sposa si fa mediatrice tra me e Dio. Amando lei sto amando Dio. Riuscire a sperimentare questa dinamica non è semplice. Spesso il matrimonio, anche cristiano, si riduce a un rapporto a due, escludendo di fatto Dio o relegandolo in un angolo. Relegando Gesù in qualche rito, qualche preghiera recitata senza convinzione e forse appeso alla parete.

Andare a Messa serve, è quindi indispensabile, per non dimenticarsi di questo. Andando a Messa non dimentico che ogni mio gesto d’amore, di servizio, di tenerezza per la mia sposa è offerta a Dio. Attraverso quel gesto sto amando Dio nella mia sposa. La mia sposa non è quindi il fine della mia vita, ma la porta di accesso a Dio, vero fine e vero senso di ogni cosa. La mia sposa non è il mio idolo, il mio fine, la mia ragione, ma è creatura che apre al Creatore. La mia sposa non deve rendermi felice, ma mostrarmi chi mi può rendere pienamente felice. Attraverso di lei imparo ad amare Dio e mi preparo alle nozze eterne con Cristo sposo.  Eucarestia e matrimonio due sacramenti diversi che richiamano ad unica verità. Vivere alla presenza viva e reale di Gesù Cristo, presente in entrambe le realtà. Due sacramenti che si completano l’uno con l’altro. Il Gesù che scopro e incontro nell’Eucarestia mi richiama a trovarlo anche nel mio matrimonio. Esiste infatti un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà, che è una duità, che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno ad ospitare il Re, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. Adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

La Messa diventa quindi modalità per non dimenticarsi di tutte queste realtà così grandi e così belle. La Messa ci consente di conservare la consapevolezza di essere immagine dell’amore di Dio. Ci provoca ad andare sempre più in profondità nell’amarci vicendevolmente, anche nell’intimità fisica che grazie a questa consapevolezza diviene riattualizzazione del matrimonio ed effusione di Spirito Santo. Dall’altare della chiesa al talamo, altare della nostra piccola chiesa. Ci ricorda che non siamo soli con le nostre fragilità e peccati, ma c’è Lui che ci sostiene. La Messa ci ricorda come dobbiamo amarci, guardando quel crocefisso e quell’ostia. Un Dio che si è fatto uomo e per amore ci ha perdonato. Si è fatto mangiare e uccidere da noi e per noi, nonostante il nostro tradimento e rifiuto. Solo con la Messa possiamo rendere il nostro matrimonio qualcosa che richiama ad altro, qualcosa che richiama a Dio e al suo amore.  La Messa è nutrimento, forza e sostegno.

Fra Eucaristia e Matrimonio si stabilisce così un’intima reciprocità: come insegna il Concilio, da una parte “l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”, dall’altra esso “è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e della Chiesa” (GS 48); o ancora, da un lato “il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza”, dall’altro “il Signore rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati” (FC 13); o infine, con le belle parole di Benedetto XVI nella sua enciclica sull’amore: “il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo; viceversa, il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DC 11).

Infine ringrazio Pasquale che con le sue critiche mi ha suscitato questa ulteriore precisazione. Rileggendola mi sono commosso per la grandezza del dono di Dio che riceviamo nel matrimonio e nell’Eucarestia, due sacramenti che si richiamano e si perfezionano l’uno con l’altro, facendo miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa.

Per portare molto frutto, dobbiamo scendere nel profondo delle relazioni!

Leggendo il Vangelo del seme di senapa e del lievito, il Signore si rifà a cose del quotidiano per spiegare cose molto più grandi, come il regno dei cieli. Per cui oggi vi voglio raccontare un piccolo racconto di vita quotidiana, dal quale ho tratto un prezioso insegnamento:

Qualche giorno fa sono andato a raccogliere delle pere in campagna, arrivato all’albero, ho notato alcune pere cadute, altre  ancora sull’albero ma pronte a cadere, altre ancora acerbe.

Con molta diligenza abbiamo iniziato a raccogliere prima le pere cadute, scartando ormai quelle troppo guaste, poi siamo passati sui rami dell’albero, e siccome il sole stava per tramontare, abbiamo raccolto mature e non mature, buone e non buone. Il tutto l’abbiamo messo nelle cassette e portato a casa.

Poi qualche giorno dopo sono andato giù in cantina e ho deciso di fare una cernita: ho preso tutte quelle più mature, quelle che stavano marcendo e quelle totalmente marce e le ho messe in un cestino.

Dopodiché in cucina ho diviso ulteriormente: quelle completamente marce (poche per fortuna) le ho buttate, quella non completamente le ho tenute, per poterle pulire. Quando mio padre ha visto la frutta mi ha detto: “che lavori a fare, sono tutte da buttare”.

Invece non mi sono perso d’animo e mi sono messo a pulire meticolosamente e pazientemente: ho trovato uno o due che erano ancora belle esteriormente ma marce dentro e ho dovute buttare anche queste; poi c’erano quelle con il verme dentro, ho dovuto scavarle all’interno per togliere il verme e il marciume e salvare la parte buona; c’erano poi quelle che si erano ammaccate cadendo e una parte era completamente marcia, tagliata quella ho salvato il resto; poi c’erano quelle vecchie e raggrinzite che pensavo fossero da buttare e invece internamente erano ancora molto buone.

Tutta la parte buona l’ho messa in una scodella e sopra ci ho spremuto del limone per non permettere che la polpa diventasse nera, il torso, che non serve, e la parte marcia l’ho buttata.

Mio padre è tornato e si è meravigliato di quanta polpa ero riuscito a recuperare da pere che aveva definito: “ormai spacciate”. Ho deciso di fare un buon dolce alle pere che farà felice la mia famiglia.

Ora vi chiederete cosa significa tutto questo racconto? La vita quotidiana ci viene molte volte in aiuto nello spiegare qualcosa di più complicato:

Le pere siamo noi, l’albero la nostra famiglia, una volta maturi ci stacchiamo da essa. E’ importante staccarsi dalla famiglia quando maturiamo, per poi iniziare un percorso personale che ci porterà a realizzare un nostro progetto di vita (la torta). Se non riusciamo a staccarci in tempo, saremo preda degli uccelli e delle intemperie e finiremo per marcire sull’albero, oppure, cadendo troppo tardi, marcire nel terreno. E’ importante che, quando un giovane matura, ci siano pastori e uomini di buona volontà pronti a guidarli, altrimenti rischiano di corrompersi e marcire.

Non sempre però maturiamo all’interno delle nostre famiglie. A causa di molte vicende della vita, ci stacchiamo o veniamo staccati prima, ma Dio diligentemente ci prepara una via (la frutta continua a maturare nelle cassette).

Ma non finisce qui… Una volta matura la frutta deve servire a qualcosa, se rimane ferma a lungo, finisce per marcire nelle cassette.  E’ importante per cui, che una volta staccati dalla propria famiglia, troviamo la nostra strada, che può essere il matrimonio o la consacrazione. Rimanere fermi senza decidere della propria vita, significa marcire, e nel giorno in cui Gesù verrà a chiamarci, lui farà la cernita tra la frutta cattiva e la frutta buona.

Ma Gesù è un Dio buono e misericordioso, pronto a salvare il salvabile, e lo stesso dobbiamo essere noi con i nostri fratelli, cercare di vedere il buono anche lì dove è veramente difficile vederlo, altrimenti faremmo come mio padre con la frutta, e butteremmo il buono con il cattivo. E se vogliamo recuperare veramente tutto quello che è possibile serve: impegno, costanza e pazienza.

I vermi stanno a significare le schiavitù del mondo, che una volta all’interno hanno lasciato la frutta intatta esternamente, ma all’interno hanno scavato rendendo la polpa marcia. Quante volte mi è capitato di conoscere giovani bellissimi esteriormente, con una vita “così perfetta”, ma che nascondevano scheletri nell’armadio. Stiamo attenti per cui a non essere mai superficiali con i nostri fratelli, così come non lo è Dio con noi. Lui stringe relazioni profonde, che vanno a toccare le tenebre del nostro cuore per salvare quello che di buono il mondo non è riuscito ancora a corrompere.

A volte mi è anche capitato di trovare giovani terribilmente feriti, come anche io lo sono stato in passato. La parte marcia sta a significare una ferita, una caduta, che inizialmente aveva creato una piccola lesione, ma che a lungo andare ha portato una parte della propria vita a marcire. Dio con pazienza riesce togliere il marcio e riesce a riportare alla luce tutta la parte buona, che a volte è più di quello che un giovane ferito può pensare (infatti sono riuscito a salvare più polpa dalle pere ferite, che da quelle intaccate dal verme).

Una volta salvato quello che si poteva il resto è stato gettato. Dio è misericordioso, lenisce le nostre ferite, ci guarisce, e riporta a nuova vita il bene che in noi, solo e solamente se noi glielo permettiamo. Una delle tentazioni più grandi dell’evangelizzazione è di voler raggiungere tutti, ma non tutti vogliono essere raggiunti.

Il limone messo sulla polpa buona, serve a non farla annerire, ed è per questo che una volta che Gesù ci ha salvati dalle nostre ferite, cadute, schiavitù, dobbiamo difenderci con le armi della preghiera e dei sacramenti, altrimenti marcirebbe nuovamente tutto. Dopodiché dobbiamo far fruttificare la nostra vita, portando la gioia di aver incontrato il Signore agli altri, e questo è il significato della torta (P.s. la torta è piaciuta molto, per cui obiettivo raggiunto!)

Il buon samaritano 

Non mi ero mai soffermato sul fatto che il buon samaritano non abbia mai parlato, se non con il locandiere, dopo aver fatto tutto ciò che era necessario per curare il povero uomo che aveva incontrato. Egli agisce, opera, non si ferma a pensare perché questo uomo sia in queste condizioni, perché non è stato aiutato da altri, non fa elucubrazioni sulle possibili colpe o cause dell’accaduto. Così fa con noi Gesù: non ci chiede perché abbiamo peccato, perché ci siamo fatti del male, ma ci raccoglie e ci medica.

I gesti che compie sono bellissimi e significativi, nei tempi antichi l’olio serviva per ammorbidire le ferite e far sì che non si seccassero, il vino ha una leggera potenza disinfettante mentre con le fasciature si impediva la nuova infezione.

Ora è bello vedere la lettura che ne danno i santi e consultando il sito italiamedievale.org su questo argomento, ho trovato scritti di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Il vescovo di Milano ci dice: “La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino. Egli tien strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica come fa il vino, quando minaccia il giudizio”.  Sulla stessa linea è il vescovo d’Ippona: “La fasciatura delle ferite è il freno imposto ai peccati, l’olio è la consolazione derivante dalla buona speranza che viene dalla remissione della colpa e porta alla riconciliazione e alla pace; il vino è l’esortazione ad agire con spirito il più possibile fervente”. Nella lettera sinodica mandata nel febbraio 591 ai quattro patriarchi e all’ex patriarca Anastasio, il pontefice ammaestra: “Per questo, come insegna la Verità, l’uomo semivivo è trasportato, per lo zelo del Samaritano, nella locanda. Si adopera per le sue ferite il vino e l’olio, perché le ferite, con il vino, siano perfettamente disinfettate e, con l’olio, siano lenite. È necessario che colui il quale è preposto a sanare le ferite adoperi il morso del dolore simboleggiato dal vino e il lenimento della bontà rappresentato dall’olio, in quanto con il vino si disinfettano le parti putride e con l’olio si leniscano quelle che debbono essere sanate. Vi sia amore che non renda fiacchi e vi sia vigore che non esasperi”.

Gesù è anche medico degli sposi, come spesso lo chiama Don Carlo Rocchetta, responsabile della Casa della Tenerezza di Perugia. La sua Parola può risanare una relazione morta, putrefatta, l’olio del suo Verbo ammorbidisce i cuori e lenisce il dolore delle reciproche ferite, il vino disinfetta da ciò che aveva portato la relazione a quel punto di morte e ci fascia con la sua infinita misericordia, per proteggerci dal male che opera nel mondo. Questo posso dirlo a gran voce e lodare Dio per le sue meraviglie!

Uccidere l’uomo vecchio

Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne;
poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”.

Questo passaggio è tratto dalle letture di oggi. Sembra che ci sia un contrasto tra la carne, il corpo e lo Spirito (inteso come Spirito Santo). Ma è davvero così? Una lettura della Parola che mette sotto accusa il corpo è giusta? Certamente no. La Bibbia è un libro spirituale, certamente, ma c’è tantissima carne. Gesù, Dio fatto uomo, presente nella storia e nella nostra vita terrena ha manifestato l’amore attraverso il corpo. Gesù ci ha amato completamente attraverso il corpo, tanto da arrivare a far mangiare il suo corpo e a far bere il suo sangue per essere uno con lui, per la nuova alleanza. Perchè allora questa apparente presa di distanza? La carne, in questo caso, si riferisce all’uomo vecchio. Ad Adamo. Adamo ed Eva che volevano essere come Dio. Decidere ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. Adamo che ha fatto se stesso dio. Adamo che ha si è concentrato sui suoi desideri, sulle sue pulsioni, sulla spinta a dominare. Tanto da non potersi più fidare degli altri. Adamo ed Eva di coprirono perchè lo sguardo dell’uno violava l’altra e il desiderio di incontro e di relazione si era trasformato in ricerca di dominio e di controllo sull’altro. Quando io sono il mio dio, tutto ruoterà intorno a me e alla mia volontà e il fratello sarà solo qualcuno da piegare ed usare. Spesso accade tra marito e moglie. Quando non si è più soddisfatti dell’altro  se ne trova qualcuno che soddisfa di più e meglio, si cambia. Alla fine si muore. Non si è più capaci di farsi dono, solo di prendere e non si riesce a dare senso ai nostri giorni. Siamo fatti per amare e solo quando riusciamo a dare tutto possiamo avvertire quella pienezza che ci fa stare bene. Siamo condannati ad un’esistenza in continua ricerca di felicità che non troveremo mai. Quando invece, grazie a Dio, alla sua Grazia, al sacramento del matrimonio si riesce ad uccidere la carne si trova la pienezza e il senso. Ci sentiamo di realizzare ciò che siamo e che ci costituisce, siamo immagine di Dio.  Quando riusciamo ad uccidere l’uomo vecchio nasce un uomo nuovo, quello capace di andare oltre le pulsioni, oltre la passione, oltre i momenti difficili e le sofferenze causate dall’incomprensione e dalle nostre fragilità. Un uomo capace di attingere allo Spirito e perseverare nella volontà. Così si può essere felici, sempre con la stessa persona per tutta la vita. Non va più di moda, è vero, ma è ancora ciò che in fondo al cuore ogni persona desidera.

Antonio e Luisa

La preghiera mezzo e non fine.

Visto il polverone suscitato dall’articolo di ieri sul servizio come preghiera, oggi voglio riequilibrare la mia posizione. Sono contento che l’articolo abbia incontrato interesse, sostegno, critiche e tante risposte. Significa che è qualcosa su cui non ci sono idee chiare, quindi parlarne è sempre edificante e costruttivo. Mi spiacerebbe però, passasse l’idea che sottovaluto la preghiera, la mia relazione con Gesù. Non è affatto così. Non vorrei passasse l’idea che è più importante essere Marta e non Maria. E’ una conclusione completamente avulsa dalle mie intenzioni. Cerco di spiegarmi meglio. La preghiera è importantissima nella mia vita. Gesù è il faro della mia vita, colui che dà senso a tutto. Finchè non lo incontrai ero un ragazzo disperato. Un giovane uomo che aveva una casa, un lavoro e degli amici, ma che non aveva un motivo per stare al mondo. Poi l’ho incontrato e il calore del suo amore così bello mi ha conquistato. E’ stato ancor più meraviglioso perché amava me, che non pensavo di essere amabile. Da quel momento non l’ho lasciato più. Pregare non è mai stato facile per me. Non sono un mistico, ma ho sempre mantenuto una relazione con lui attraverso la Messa, la preghiera e i sacramenti, e ne ho gustati i frutti. Pian piano ho iniziato un percorso di risalita e di guarigione. Poi è arrivata Luisa. Gesù mi ha donato Luisa come il suo regalo più grande dopo l’incontro con Lui. Ho sentito forte la consapevolezza che mi era stata affidata: –Questa è Luisa, mia figlia prediletta. Voglio affidarla a te perchè tu possa essere le mie mani, il mio sguardo, le mie carezze, la mia voce per lei. Perchè tu possa farla sentire amata da me. Questo è la tua missione se deciderai di sposarla, di unirti per la vita con lei-.

Dal momento che è diventata mia moglie Gesù è venuto ad abitare nella nostra relazione e la mia missione è iniziata. Ho capito il mio posto nel mondo: aiutare la mia sposa a diventare santa, a prepararsi all’incontro con lui. Da quel momento tutto ciò che faccio, lo leggo alla luce della mia missione. Sbaglio tanto e tante volte chiedo perdono, ma ciò che devo fare l’ho ben chiaro nella mia mente. Ed è così che la preghiera diventa mezzo per attingere forza e sostegno. La preghiera è necessaria per compiere la mia missione, ma non è la mia missione. Ecco perchè se devo scegliere se recarmi a pregare o restare a casa perchè c’è bisogno di me scelgo di restare. Trovo altri modi per relazionarmi con Gesù o rimando l’incontro. Sono certo che se andassi a pregare sentirei dentro di me la voce di Dio che mi domanderebbe: “Cosa ci fai qui?” Io sono a casa tua che aspetto di essere amato in colei che ti ho donato. Fai ciò che devi e poi torna che ti riempirò di me”. Questo per dire che a volte la Messa, la preghiera e le nostre attività in parrocchia sono scuse. Scuse per non ammettere che non si è capaci di vivere quell’amore a cui siamo chiamati in famiglia. Tutte queste belle attività diventano modo per cercare quella gratificazione e quella pienezza che non troviamo in casa. E’ una fuga nello spiritualismo quando la nostra vita è fatta di carne, di relazione e di un noi.  Così diventa solo ipocrisia e non è preghiera gradita a Dio. Se la preghiera diventa giustificazione per le mie mancanze, la mia incapacità di comprendere i bisogni, le necessità e i desideri della mia sposa, sto tradendo la mia missione. Mi viene in mente la parabola del buon samaritano. Uno di quelli che non si fermò ad aiutare era un sacerdote. Non si fermò perchè stava andando al Tempio a pregare. La sua sarà stata una preghiera gradita a Dio? Rispondete voi.

Detto questo voglio aggiungere una sola cosa. Cerchiamo di vivere la preghiera di coppia. Siamo diventati un noi consacrato a Dio, Dio ci vede come un sol cuore e una sola carne. E’ bellissimo per noi pregare Dio insieme, come coppia. La preghiera personale è importante,ma non basta. Non esiste più solo un mio rapporto personale con Cristo ma ne esiste un altro, forse ancora più importante e bello, che è quello di coppia. Non c’è nulla di più bello che lodare il Signore insieme e ringraziarlo per le meraviglie che ha compiuto in noi e con noi.  Purtroppo conosco tante coppie che non la praticano. Per pudore, vergogna o perchè uno dei due non è credente. Si perde tanto. Pregare insieme lega tantissimo e aiuta ad essere sempre più uno con l’altro/a e con Dio. Il mio rapporto con Dio non è più cosa mia, ma riguarda anche la mia sposa e condividerlo con lei è meraviglioso. Significa poter condividere il dono più grande che io abbia ricevuto.

Antonio e Luisa

Pulire casa è preghiera.

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo di domenica. Oggi ho voluto lanciare una provocazione sui social. Nella mia parrocchia sono in corso le quaranta ore di adorazione. Stamattina avevo due possibilità. Una scelta. Recarmi in chiesa per adorare il Santissimo Sacramento oppure restare a casa e occuparmi di metterla in ordine, di lavare, riordinare, spolverare. Renderla dignitosa. Abbiamo avuto una settimana molto impegnativa e non c’è stato tempo per occuparci della casa. Era un porcile. Sapevo che Luisa sarebbe tornata da scuola verso le 13.30 e vedere la casa in quelle condizioni l’avrebbe scoraggiata e impegnata per gran parte del pomeriggio. Ho deciso di dedicarmi alla casa e l’ho scritto sui social che sarebbe stata la scelta che Gesù avrebbe apprezzato di più. Ho avuto per questo alcune critiche. Da queste critiche voglio partire per riflettere su una realtà non sempre riconosciuta. Noi, non siamo sacerdoti. Abbiamo un’altra vocazione. La nostra vocazione è il matrimonio. Dio si fa trovare primariamente nella nostra sposa e nel nostro sposo. Vuole essere amato così, con la mediazione di una creatura. Non fraintendetemi. Adorazione, Messa, preghiera sono tutte attività importantissime per la vita di un cristiano che sia consacrato o meno. Danno forza, sostegno, intimità e relazione con Gesù. Questi sono però tutti mezzi, strumenti che Dio ci dona per realizzare la nostra vita. La nostra vita si realizza nel matrimonio, mettiamocelo in testa. Il fine della nostra vita è realizzarci nel nostro matrimonio, rispondendo così all’amore di Dio. Detto in altre parole, alla fine saremo giudicati sull’amore, su quanto avremo amato i nostri fratelli e in particolare il nostro coniuge. Non saremo giudicati su quante Messe abbiamo seguito o su quante ore abbiamo passato davanti al Santissimo, ma su quanto abbiamo amato nostro marito, nostra moglie.

Quindi stamattina ho scelto di amare mia moglie nel servizio amorevole verso di lei. Ho spazzato, lavato, spolverato per lei. E’ una stupidata, ma è l’amore quotidiano dei coniugi. Nulla di eccezionale, ma la quotidianità vissuta per l’altro e per l’Altro.

Andrò all’adorazione, ne ho bisogno per ricaricarmi ed essere capace di continuare a donarmi, ma oggi penso di aver amato Gesù nel modo migliore, nel servizio alla mia sposa. Tanto noi sposi sappiamo che Gesù è presente nella nostra relazione in modo reale come nell’Eucarestia. In un certo senso donarsi nel matrimonio equivale a fare adorazione. In modo diverso ma sempre gradito al Signore.

San Giovanni nella prima lettera, non a caso, diceva:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

Voglio concludere con un breve passaggio del libro “Siamo nati e non moriremo mai più”, dove viene raccontata la vicenda di Chiara Corbella, giovane sposa e mamma santa (lo diventerà presto):

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Antonio e Luisa

Una relazione che appassisce

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale. Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere. Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa.  Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual’è? Che dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa

Il perdono è una medicina per il cuore!

Ho trattato altre volte della necessità del perdono nel rapporto di coppia. Del perdono come modalità di amare in modo gratuito. Oggi voglio scriverne con una prospettiva diversa. Il perdono come terapia di guarigione. Abbiamo tante ferite e, consapevolmente o no, ne diamo la colpa a qualcuno. Qualcuno che può essere un’altra persona o anche noi stessi. Qualche giorno fa sono andato a trovare Silvia, una mia cara amica, cardiologa, che ha lasciato il lavoro sicuro in ospedale per intraprendere la libera professione. A lei è sempre stato stretto il modo di operare della sanità italiana. I medici che si occupano solo del loro piccolo ambito di competenza senza poter avere una visione d’insieme. Non solo del corpo, ma anche del cuore (divertente detto da una cardiologa) e dello spirito. Ed ecco che ora che è libera può esercitare nel modo che predilige. In questa ottica ha frequentato un corso riconosciuto. Il corso per imparare la terapia del perdono. Non ne avevo mai sentito parlare e incuriosito l’ho incalzata con qualche domanda. Il suo tutor era un frate cappuccino. Chi meglio di loro si intende di perdono? Il corso si basa sulla convinzione che il rancore e il mancato perdono per le ferite più laceranti che conserviamo nel profondo del nostro essere sono causa di sofferenza psicosomatica che si manifesta nel corpo e nella sua fisiologia. Malattie che spesso sono causate da questa incapacità di perdonare. Mi riportava due casi in particolare che voglio condividere. Il primo una signora rumena. Questa signora in gioventù restò incinta. Il padre del bimbo era un ragazzo che si disinteressò completamente del “problema”. Lei portò a termine la gravidanza e lasciò il bambino in ospedale. Successivamente si trasferì in Italia, si sposò, ma non riuscì più ad avere altri figli. Non c’era nessun impedimento organico. Era sana e potenzialmente fertile. Non si era però perdonata. Non riusciva ad accettare di aver potuto abbandonare il suo bambino. Questa ferita era un mattone pesantissimo che le impediva di lasciarsi andare e di aprirsi a una nuova vita. Non credeva di meritare la gioia di un’altro figlio e non se lo concedeva. Durante il corso fece un bellissimo lavoro su di sè. Riuscì finalmente a riconoscere la ferita e quindi seguendo la terapia a perdonarsi. Si era finalmente liberata di quel macigno. Dio era ad attenderla. Ha aspettato che fosse pronta e le ha fatto un regalo bellissimo. Un vero miracolo. Alcune settimane dopo il consolato ha contattato la signora avvisandola che suo figlio la stava cercando per conoscerla. Non può essere solo un caso. Non siete d’accordo?

La seconda testimonianza è ancora più grande. Meravigliosa. Carla (nome di fantasia) ha intrapreso il corso spinta dalla curiosità di conoscere questa nuova terapia. Sembrava che fosse solo curiosità. In realtà era un desiderio inconscio che proveniva dal profondo del suo essere. Molti anni prima era stata abbandonata dal marito che si era sistemato con un’altra donna. Lei non ne ha voluto più sapere nulla. Voleva dimenticare tutto di lui e della sua esperienza piena di ferite e sofferenze. Durante le lezioni, quando ci fu da esercitarsi con la tecnica, lei pensò a tante altre persone, ma non al marito. Più cercava di scrivere il nome di altri e più era bloccata. Riuscì a sbloccarsi solo quando capì che doveva eseguire la terapia sulle ferite causate dal marito. Doveva iniziare un percorso di guarigione su questa sofferenza in particolare. La più distruttiva che aveva dentro. Fece tutto il percorso e finì tutto lì. Almeno sembrava! Poco tempo dopo un cliente del suo negozio scoprì di essere il medico che aveva operato il marito per un brutto tumore. Marito che lei non vedeva da anni. Avevano preso altre strade. La donna conobbe così da quel medico che il marito era rimasto solo e non gli rimanevano che pochi mesi, se non settimane, di vita. Lei decise che era ora di rivederlo, Si presentò all’hospice e quindi con imprevista (non se l’aspettava) naturalezza entrò nella sua camera. Lui ripresosi dallo stupore volle come prima cosa chiederle scusa per tutto il male che le aveva fatto. Lui ormai prossimo alla fine sognava da tempo di poterlo fare. Sembra impossibile, ma lei, tra le lacrime, confidò a Silvia che quegli ultimi due mesi che trascorsero insieme furono i più belli e pieni d’amore della loro vita matrimoniale. Il perdono aveva ricostruito una relazione, Si erano ritrovati, meglio e più di prima.

Perdonare è importante. E’ importante soprattutto per noi stessi, per poter guardare le persone con occhi liberi e il futuro con speranza e leggerezza.

Perdonare fa bene al cuore e al corpo. E’ una medicina formidabile e non ha controindicazioni. Fatene largo uso.

Antonio e Luisa

Mettersi nei suoi panni!

Spesso, negli articoli pubblicati in questo blog, ho scritto di quanto sia importante riuscire a mettersi nei panni dell’altro. Riuscire a comprendere le difficoltà e le motivazioni che portano ad un determinato comportamento o atteggiamento. Mi sono accorto che non basta. Anzi può anche consolidare un giudizio negativo sull’altro. Perchè questo esercizio, che dovrebbe essere di pura misericordia, spesso cela il nostro egoismo e il nostro egocentrismo. Sembra un controsenso, ma è così. A volte mettersi nei panni dell’altro ci serve per poterci confermare nella certezza che noi non avremmo fatto in quel modo o non avremmo tenuto quell’atteggiamento. Mettersi nei panni dell’altro per innalzare di nuovo se stessi. Vedete quale ipocrisia si può nascondere dietro un’apparenza di bene e di amore. La capacità autentica di comprendere l’altro è definita empatia. L’empatia è una dote importantissima per creare rapporti solidi e duraturi. L’empatia cresce con la conoscenza reciproca, con gli anni di matrimonio. Non si finisce mai di imparare. E’ sempre in agguato quella brutta bestia che è il nostro egoismo. Lo dico come autocritica. Giusto stamattina mi è capitato di comportarmi esattamente così con la mia sposa. La chiamo per sapere se il tecnico dell’impianto di riscaldamento avesse fatto tutto secondo quanto disposto e mi sono accorto che lei aveva fatto confusione. Mi sono sentito davvero arrabbiato con lei. Già abbiamo tante cose da fare, impegni imprevisti ed previsti, e per una sua mancanza ne abbiamo aggiunti altri. Ho pensato come io, invece, avrei risolto tutto in breve tempo e senza problemi. L’ho ripresa con malcelato fastidio e  ho messo giù frettolosamente la cornetta sbuffando. Mi sono davvero messo nei suoi panni? Certamente no. Ho valutato la situazione con le mie conoscenze, le mie esperienze pregresse. Non con le sue. Lei ci ha messo tutto l’impegno e io non l’ho preso in considerazione. Le ho già chiesto scusa. E’ una piccola cosa, ma è indicativo di come sia facile ferire le persone, soprattutto le più care. Certo capita anche il contrario. Quando cerco di sollevarla da alcune incombenze domestiche spesso non apprezza il mio impegno, ma evidenzia come avrei potuto lavorare in modo diverso e migliore.  Quando però c’è intimità, dialogo. sensibilità verso l’altro e ci si vuole bene queste sono solo occasioni per perdonarsi, accogliersi e ricominciare più uniti di prima.

Antonio e Luisa

La misericordia

imageVi ho già detto che mi piace molto addentrarmi nel significato delle parole, andare a fondo nella loro etimologia, anche se purtroppo non ho studiato greco e latino, né tantomeno l’ebraico.

La settimana scorsa un frate mi ha fatto riflettere sull’origine della parola correggere, dal latino cum regere cioè reggere insieme, aiutare chi è in difficoltà in quella situazione, chi ha sbagliato, chi ci ha fatto del male. Come possiamo portare anche il peso degli altri? Soprattutto se l’altro è chi ci sta vicino tutti i giorni e ci ha ferito?

Credo sia importante riflettere sulla misericordia, forse l’attributo più grande di Dio nostro Padre. La traduzione latina (misereor = pietà e cor-cordis = cuore) ci induce a pensare ad un atteggiamento legato al cuore, ad un sentimento, ma come sottolinea Don Fabio Rosini nel suo libro “Solo l’amore crea”, essa non può essere legata alla sola buona volontà o finché “me la sento” perché sarebbe limitata nel tempo. La misericordia di Dio è eterna! In greco aiôn e in ebraico olam, la parola “eterna” ci dice la completezza, l’assenza di limite.

Partiamo dai termini ebraici usati nella Scrittura per capirne un po’ di più: hesed e raham. Il primo termine è il più usato nella Bibbia ed indica l’amore di Dio, la sua tenerezza, la sua postura di fronte all’uomo. (p. 20) Il salmo 136 elenca una serie di azioni che Dio fa per misericordia, Egli fa qualcosa con noi, usa la sua tenerezza fedele per guidare la storia, ci dice la sua premura, si occupa di noi, provvede a noi come un Padre. Il secondo termine, raham, viene dal verbo e dal sostantivo relativi a “viscera”, “utero” e sembra guidarci verso un atteggiamento di amore più tipicamente femminile, viscerale appunto. Pensate care mamme a quando i vostri figli si sbucciano un ginocchio, ecco, quello che provate può dirci qualcosa su come si sente Dio quando ci facciamo del male. Diceva don Luigi Epicoco che Dio si duole profondamente per il male che ci facciamo nel peccare e non tanto per il peccato in se. Allora parliamo di un amore che ri-genera l’altro, che lo accoglie, anzi lo raccoglie e lo riporta alla vita. Ci basterebbe leggere tutte le mattine questo versetto di Isaia al capitolo 49 “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.”

Come possiamo allora avere questo atteggiamento? Gesù stesso ci invita ad essere “…misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” Lc 6, 36. Credo che tutto si giochi nella relazione che abbiamo con Dio, la misericordia per il prossimo nasce dal rapporto che abbiamo con Dio nostro Padre, quando sentiamo la sua misericordia su di noi, il suo cercare il nostro bene, anche correggendoci in maniera forte qualche volta, possiamo avere lo stesso atteggiamento nei confronti di chi ci sta vicino, allora ci prendiamo a cuore quel fratello, quella situazione perché Dio ci ha scelto per continuare ad essere presente nel mondo. Gesù ci ha dato lo Spirito Santo per inviarci ad essere la misericordia di Dio nel mondo. Capite quale compito abbiamo nel mondo? Se non lo facciamo noi, chi lo fa? Personalmente cerco di vivere questa relazione soprattutto partecipando più possibile alla S. Messa durante la settimana e essendo presente all’adorazione Eucaristica. Poi sono un poveraccio e non sempre riesco a vivere questa misericordia, ma ho deciso di giocarmi la vita in questa relazione con Dio Padre.

Quale strumento immediato abbiamo per fa sentire questa misericordia al prossimo? È l’abbraccio! Un giorno, da qualche parte, ho letto che se un abbraccio è fatto bene, è in grado di rimettere insieme tutti i pezzi di chi lo riceve. Sono d’accordo perché credo che esso abbia una potenza tale da rimettere in piedi una persona. Mi sento di consigliarvi di essere attenti a chi abbiamo vicino, perché spesso essi non sono così espliciti come nella foto…

Ho letto solo le prime pagine, ma mi sento di consigliarvi questo libro, perché questa mia piccola riflessione che ne trae spunto non basta!

Fragile ma forte perchè Dio è con te!

Il mondo è potente ma ogni creatura è fragile e mi riferisco soprattutto a coloro che non se ne accorgono, a quelli che credono di essere tosti, autoritari, decisionisti.

Possiamo usare l’immagine del vento forte, anzi, dell’uragano che, quando sta per arrivare genera un’allerta così urgente da costringere tutti ad allontanarsi dalle proprie case per scongiurare il pericolo alla propria vita.

Ecco, se il giorno prima di un uragano, di un terremoto o di un qualsiasi evento distruttivo forse ci sentivamo “chissà chi”, in quei momenti di impotenza emerge tutta la nostra debolezza, la fragilità di cui siamo impastati.

 

Chi è dunque la persona fragile?

Fragile è colui che in un matrimonio si stanca e decide di preferire la fuga. Si, la fuga si preferisce, perché, se non sono capace di amare per sempre, non sono capace di amare neppure per un giorno. Quanto sono povero quando, stanco di una moglie o di un marito impegnativo non ce la faccio e me ne vado, magari dietro alla menzogna che mi fa dire : «NON TI AMO PIÙ». Abbiamo detto e ripetuto tante volte che amare è decisione, volontà attiva. Quel non ti amo più è legato al ricordo dell’innamoramento che invece è necessariamente una fase breve e limitata.

Magari me ne torno dalla mamma, la quale, per quel recondito desiderio della perduta chioccia, riprende il proprio figlio (in genere il maschio) non aiutando il “bambino” a crescere. Quando ti sposi hai lasciato tuo padre e tua madre per diventare UNA SOLA COSA col tuo coniuge. Non si torna alla casa natale, non è buono regredire ma….. devi progredire.

Sono povero e fragile perché quando mi sposai non dissi….“Accolgo te e ti amerò fino a un certo punto della mia sopportazione” ma pronunciai “accolgo te e, con la grazia di Cristo, prometto di….”. Siccome sono tanto povero e fragile, non ci riuscirò da solo, ma caspita, mi sono impegnato col Meglio del Meglio per poterci riuscire e invece? Mi sono fatto rubare la vera libertà da colui che mi incatena alla divisione, alla fuga, all’abbandono di ciò per cui ero chiamato e cioè il mio coniuge e i figli che tanto desideravo e che tanto facilmente lascio in balia della mia immaturità.

Questa è una persona fragile. Paradossalmente non lo è chi rimane. Certo, chi subisce ne riceve una ferita immensa, ma lo stato peggiore è chi prende a braccetto il divisore, l’accusatore, lo scoraggiatore di una storia che, seppur difficile, non va abbandonata ma lottata. Il fragile non ce l’ha fatta ma tu che resti puoi combattere.

L’altro o l’altra arriverà persino a toglierti il fiato e a farti desiderare di scappare. Ogni essere umano chiede amore e l’amore va risposto. Scapperai da una moglie o un marito soffocante e troverai, dopo quella momentanea passione inebriante, la tua fragilità spostata altrove: un’altra casa, un’altra camera, un altro letto. Una sola cosa rimarrà comunque ….la tua fragilità!!

E quante volte scapperai dalla dimora di te stesso?

Dice l’AMORIS LAETITIA al n.239:

«È comprensibile che nelle famiglie ci siano molte difficoltà quando qualcuno dei suoi membri non ha maturato il suo modo di relazionarsi, perché non ha guarito ferite di qualche fase della sua vita. La propria infanzia e la propria adolescenza vissute male sono terreno fertile per crisi personali che finiscono per danneggiare il matrimonio. Se tutti fossero persone maturate normalmente, le crisi sarebbero meno frequenti e meno dolorose. Ma il fatto è che a volte le persone hanno bisogno di realizzare a quarant’anni una maturazione arretrata che avrebbero dovuto raggiungere alla fine dell’adolescenza. A volte si ama con un amore egocentrico proprio del bambino, fissato in una fase in cui la realtà si distorce e si vive il capriccio che tutto debba girare intorno al proprio io. È un amore insaziabile, che grida e piange quando non ottiene quello che desidera. Altre volte si ama con un amore fissato ad una fase adolescenziale, segnato dal contrasto, dalla critica acida, dall’abitudine di incolpare gli altri, dalla logica del sentimento e della fantasia, dove gli altri devono riempire i nostri vuoti o sostenere i nostri capricci»

Quando mi trovo a sostenere colui che è “rimasto” davanti al “fuggitivo” della storia coniugale c’è solo una via che ci consente di ottenere una vittoria: COMPRENDERE LA FRAGILITÀ DELL’ALTRO.

Ricordati che solo Uno è FORTE : GESÙ CRISTO.

Potrai girare mille stordimenti ma il medicinale più efficace è la Cristoterapia: assumilo tutti i giorni.

È Gratuito, non ha controindicazioni nuoce solo al nemico.

Nessuno è d’acciaio ma:

«GRANDE» è quel coniuge che resta.

Combatti tu, che sei rimasto solo perché, senza di te, l’altro, chi potrà salvarlo?

Non aspettarti il quando ma punta solo sul quanto.

Quanto sei disposto ad amare per sempre?

Tu, quel giorno, lo hai promesso con la grazia di Cristo.

Non sei solo, sei fragile anche tu ma sei forte perché hai Dio con te.

Perciò mi compiaccio nelle mie infermità … quando sono debole, è allora che sono forte » (2 Cor 12, 9-10).

Cristina Epicoco Righi

Il mio matrimonio raffigura Cesare o Dio?

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva ridotto al silenzio i sadducei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi.
Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno.
Dicci dunque il tuo parere: E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate?
Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?».
Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

A chi dobbiamo rendere la moneta? A chi dobbiamo rendere il nostro matrimonio? A Dio o a Cesare? Cesare è il re di questo mondo, del nostro mondo. Cesare sono io, Cesare sono io con il mio egoismo. Molto spesso è così.  Mi sposo in chiesa ma la mia relazione la tengo stretta. Sulla moneta non c’è raffigurato Gesù, ma il mio volto. Quindi ogni situazione è valutata, pesata, giudicata in base a quello che mi provoca. Il mio matrimonio è valutato in base a quello che mi dà. Certamente capirete che basta che la bilancia tra costi e benefici si squilibri e tutto salta. Quando il peso della relazione supera il piacere che ne traggo non vale la pena continuare. Quante volte ci si lascia semplicemente perchè non si sente più nulla? Nella maggior parte dei casi non c’è qualcosa di molto grave alla base delle separazioni. Semplicemente non si pensa che continuare sia conveniente. L’impegno che una famiglia e una relazione comportano supera il piacere e l’appagamento che le stesse ci offrono. E’ la nostra dura cervice che ci impedisce di spostare l’attenzione su di lui/lei. Non siamo noi peggio degli altri. Pensate al tempo di Gesù gli ebrei potevano ripudiare la propria moglie semplicemente con un atto. Allora cosa fare? La risposta ce la dà Gesù?

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Gesù non dice semplicemente di pagare a Cesare, ma di rendere a Cesare. Rendere presuppone un tornare alla fonte, alle origini del nostro amore e della nostra relazione. Se dunque il mio matrimonio è qualcosa di mio e basta, la moneta non potrà che essere resa a quella sorgente che è il mio ego. Quindi la mia relazione trova significato solo se conforme ai miei bisogni, pensieri, volontà, desideri e al mio appagamento. Logica conseguenza è che quando non trovo più piacere e gioia mollo tutto. Non c’è nessun motivo per salvare il matrimonio

Se invece la mia relazione non è realmente mia, ma è sacra, cioè appartiene a Dio, tutto cambia. Quel rendere troverà la fonte nell’amore di Dio. L’amore misericordioso e fedele di Dio, Allora quando la relazione non sarà appagante e piacevole, ma al contrario difficile e piena di sofferenza renderla non significa mollare, ma al contrario tornare alla fonte per portarla in salvo, per perseverare. Perchè tornare alla fonte significa tornare a Dio. Tornare alla Sua Grazia che è amore, vita, forza e sostegno.

Antonio e Luisa

Non cali la notte sull’ira degli sposi

Papa Francesco ha più volte ricordato alle coppie come sia importante riappacificarsi dopo aver litigato prima della fine del giorno. Non cali la notte sull’ira degli sposi. Naturalmente ha ragione. Non è grave la litigata, ma diventa pericoloso lasciare che la ferita procurata alla relazione  si infetti con il passar del tempo. Saturarla subito con un gesto di amore e di pace. Secondo me dovremmo andare più a fondo. Questo è il minimo sindacale per far funzionare una coppia. Il Papa conoscendo la situazione del matrimonio e delle coppie del nostro tempo chiede giustamente il minimo. Noi che cerchiamo di vivere in pienezza il nostro matrimonio non possiamo accontentarci di questo. Dobbiamo andare più a fondo. Ogni sera, ma anche ogni tanto basterebbe, fare un piccolo esame di coscienza della nostra risposta all’amore.

Siamo fragili e sbagliamo parecchio. Almeno per me è così. Questi miei errori e quelli della mia sposa possono diventare occasioni per nutrire l’amore.

Dobbiamo essere capaci di riconoscere e chiedere perdono delle nostre mancanze, dei nostri peccati all’amore sponsale.

Riconoscere quei momenti in cui siamo stati insensibili, non abbiamo compreso una fatica, una difficoltà dell’altro. Riconoscere le volte in cui avremmo potuto dare un abbraccio, una parola di conforto, uno sguardo e non l’abbiamo fatto. Riconoscere le volte che non abbiamo aiutato. Le volte che non abbiamo compreso.  Riconoscerci, insomma, imperfetti e pieni ancora di lacune e limiti. Questo è bellissimo. Come? E’ bellissimo essere piccoli e imperfetti? Si, perchè ci permette di sperimentare l’amore gratuito dell’altro, ci permette di sperimentare il perdono e la Grazia che entra nella nostra relazione. Ci permette di sentire l’abbraccio misericordioso dell’altro come vita che entra in noi e ci rigenera. Vita e amore non a caso sono parole spesso affiancate.

Dobbiamo avere carità verso l’altro e non pretendere che capisca tutte le volte che ci ha fatto un torto e generato sofferenza. Spesso ne è inconsapevole. Soprattutto all’inizio di un matrimonio. In questo caso la carità tra gli sposi esige sincerità. Devo avere la carità di esprimere al mio sposo o alla mia sposa ciò che nei suoi comportamenti o atteggiamenti mi ha fatto male e ferito. Solo così la nostra fragilità può diventare occasione per crescere e non motivo di divisioni e sofferenze.

Allora cosa aspettate? Anzi cosa aspettiamo? La sera, dopo aver sistemato a letto i bimbi, nell’intimità del talamo nuziale. Talamo segno del noi generato nel matrimonio. Talamo segno dell’unione profonda dei corpi diventa con il perdono reciproco luogo di unione o riunione profonda anche dei cuori. Un sol corpo e un solo spirito.

Antonio e Luisa

Il corpo non si può svendere

Stavo leggendo in questi giorni della denuncia di Asia Argento. Delle molestie subite da un famoso e potente produttore del cinema americano. Ho voluto ascoltare tutta l’intervista perché mi incuriosiva molto. Non voglio giudicare né la vicenda né le persone coinvolte. Voglio esprimere ciò che mi hanno trasmesso le parole dell’attrice.

Mi ha suscitato una profonda tristezza. E’ uscita tutta la vergogna, anche dopo vent’anni. Il pudore violato, il corpo violato e svenduto. Corpo tempio dello Spirito. Corpo che noi non possediamo. Non è qualcosa che ci appartiene e di cui possiamo disporre. Noi non abbiamo un corpo, ma siamo anche il nostro corpo. Attraverso il corpo, possiamo esprimere ciò che siamo, la nostra profondità e la nostra anima. Attraverso il corpo, attraverso la tenerezza, la dolcezza trasmessa e ricevuta,  nutriamo il nostro spirito. Attraverso il corpo possiamo incontrare, comunicare, mostrare, riconoscere e amare. Il corpo è direttamente collegato al cuore. Anima e corpo due realtà della stessa persona. Spiriti incarnati. Dio ci ha voluto e creati così. Non solo spirito come gli angeli, ma anche carne. Come è ingenuo pensare che possiamo usare il corpo, trattarlo male e svenderlo senza conseguenze sul cuore. Sono direttamente collegati. Una carezza, un abbraccio che si genera nel mio cuore e avvolge, attraverso il mio corpo,  il corpo della mia sposa, arriva direttamente al suo cuore. Ogni mio sguardo di meraviglia, di amore, di riconoscenza che nasce nel mio cuore, attraverso i miei occhi arriva direttamente al suo, nutrendo tutta la sua persona. Purtroppo vale anche il contrario. Nel mio cuore può nascere un sentimento di possesso, di violenza, di prepotenza che cosifica l’altra. La rende una cosa. Le fa perdere la dignità e il mistero della figlia di Dio e la rende mia, alla mia mercé. Questo può distruggere una persona. Ciò che avviene nel corpo può distruggere il cuore e lo spirito di una persona. Tanto che Asia con la sua denuncia postuma sta lanciando un grido di aiuto. Sta ancora soffrendo terribilmente per quella violenza. Il fatto che non si sia opposta non rende le conseguenze meno gravi anzi le acuisce perché le grava di senso di colpa. Dio ci ha fatto suoi figli, ci ha regalato una dignità di re e regine. Perdere questa dignità genera in noi una sofferenza estrema. Ci fa sentire usati, violati e disumanizzati.

Antonio e Luisa

Padroni del nostro corpo.

Oggi mi soffermo sul punto al punto 222 di Amoris Laetitia. La sto rileggendo e rileggendo e quando qualche punto mi colpisce lo scrivo.

222. L’accompagnamento deve incoraggiare gli sposi ad essere generosi nella comunicazione della vita. «Conformemente al carattere personale e umanamente completo dell’amore coniugale, la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner. In questo senso l’EnciclicaHumanae vitae (cfr 10-14) e l’Esortazione apostolica Familiaris consortio (cfr 14; 28-35) devono essere riscoperte al fine di ridestare la disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita […]. La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (Gaudium et spes, 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cfr Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente».[248] Rimane valido quanto affermato con chiarezza nel Concilio Vaticano II: «I coniugi […], di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi».[249] D’altra parte, «il ricorso ai metodi fondati sui “ritmi naturali di fecondità” (Humanae vitae, 11) andrà incoraggiato. Si metterà in luce che “questi metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano la tenerezza fra di loro e favoriscono l’educazione di una libertà autentica” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2370). Va evidenziato sempre che i figli sono un meraviglioso dono di Dio, una gioia per i genitori e per la Chiesa. Attraverso di essi il Signore rinnova il mondo».[250]

Uno dei punti fermi che siamo sicuri possa aiutare a costruire una relazione bella, casta, piena e appagante tra gli sposi è rinunciare ai mezzi contraccettivi. Rinunciare a qualcosa per ottenere molto di più. Sappiamo tutte le opposizioni ai metodi naturali: non sarebbero sicuri, castrerebbero l’amore, obbligherebbero a pianificare il rapporto sessuale che invece dovrebbe essere libero di seguire il desiderio e così via.

Non è vero niente!!!

I metodi naturali non sono facili e immediati, non permettono di assecondare sempre il desiderio, costringono  a giorni di astinenza.

I metodi naturali non sono facili e immediati, perché, a differenza della pillola o del preservativo, obbligano ad interessarsi di come la donna funziona, obbligano a conoscere il proprio corpo, ad essere consapevoli del gesto che si sta per compiere e fanno comprendere la bellezza e la sacralità del corpo femminile. Ciò non avviene con gli anticoncezionali, che vogliono invece coprire tutta quella ricchezza per fare del corpo solo un mezzo di piacere, rendendo gli sposi irresponsabili.

Si dice che i metodi naturali non permettono di assecondare il desiderio, come se noi fossimo canne al vento, incapaci di dominare il nostro desiderio; si dice inoltre che, per essere felici, bisogna assecondarlo e appagarlo. Non è così, noi siamo uomini, non bestie. Il desiderio, frutto dell’istinto e delle pulsioni, ci rende schiavi del nostro corpo. Quando non siamo padroni del nostro corpo, non siamo capaci di donarci, non siamo capaci di amare, ma vogliamo solo dare sfogo a quel desiderio. Quando siamo padroni del nostro corpo, siamo capaci di donare, perché doniamo qualcosa che ci appartiene. I metodi naturali servono anche a questo, a diventare padroni del nostro corpo; a diventare re che sanno aspettare e che non basano la propria felicità sull’appagamento immediato; a diventare persone capaci di trasformare i giorni d’attesa in tenerezza (nutrimento dell’amore) e capaci di infiammare e far crescere quel desiderio. La donna si sentirà immensamente amata, perché un uomo capace di aspettare, di rispettare i suoi tempi, la sua fertilità (che non è una malattia da curare, ma una bellissima e sacra realtà che appartiene alla donna) dimostra di amarla molto più di quello che la vuole sempre disponibile a soddisfare il proprio egoismo mascherato da amore.

Con i metodi naturali, il desiderio diventa frutto dei nostri gesti e della nostra vita tenera e dolce e non una variante che ci imprigiona e da cui dipende anche il nostro matrimonio. Tanti sposi dopo alcuni anni di matrimonio perdono il desiderio, proprio perché non sono padroni di sé stessi e non nutrono il loro amore, come insegna invece a fare l’uso dei metodi naturali.

I metodi naturali, ovviamente se applicati in modo corretto, sono sicuri quanto quelli anticoncezionali, se non di più. Hanno una percentuale di successo potenziale che va dal 98,7 al 99,5%, e la percentuale di successo globale è del 83-97%. Il metodo è efficace quanto gli anticoncezionali ormonali – la spirale spirale IUD, la pillola, ecc. – ed è migliore dei metodi anticoncezionali di barriera – come i profilattici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute i metodi naturali hanno un’efficacia del 95-99%.

I metodi naturali sono: gioia, sicurezza, consapevolezza, castità. fedeltà, dono di sé.

I metodi naturali sono la via per un matrimonio felice.

Ci sono tante insegnanti accreditate che gratuitamente si prestano a seguire quanti vogliono imparare questi metodi. Maggiori informazioni su confederazionemetodinaturali

Antonio e Luisa

Il perdono

imageSono sempre stato colpito e affascinato dall’etimologia delle parole perché credo che andare a scavare nell’origine di esse ci aiuti a comprendere meglio il significato di ciò che ci viene detto, non rimanendo sulla superficie del messaggio.
Don Carlo Rocchetta nel suo libro “Abbracciami” (ed. EDB), prende in esame la parola perdono e scrive: “La preposizione per implica, in latino, l’idea di compimento, di pienezza. Il per-dono, dunque, è un dono completo, all’altro e a se stessi.” Mi piace l’idea di un dono completo che riguarda entrambe le persone coinvolte, quella che fa il torto e quella che lo subisce. Chi fa il torto viene liberato dal senso di colpa, viene riabilitato a quella relazione e si rialza in piedi. Chi subisce il torto sceglie di fare un dono anche a se stesso, getta alle spalle tutti i sentimenti negativi che ne scaturiscono come rabbia, risentimento, addirittura odio. Molte ricerche scientifiche dimostrano come il rancore causi una serie di malanni fisici, dall’emicrania alle ulcere. Chi perdona va oltre, dona la pace all’altro e a se stesso e quale gesto migliore se non l’abbraccio per sancire questo dono, per ristabilire l’armonia nella relazione?
Nella relazione sponsale l’abbraccio è fondamentale, coinvolge tutto il corpo del coniuge, abbraccia tutto il suo essere e lo fa sentire amato. Non mi soffermo su tutti i benefici a livello fisico che l’abbraccio scatena nel relazione, piuttosto mi chiedo quante volte siamo disposti ad accogliere tra le nostre braccia il coniuge, oppure a lasciarci accogliere da lui/lei? Purtroppo la mancanza di questi abbracci è velenosa in una relazione così importante per la vita umana, spesso questa mancanza porta alla creazione di muri, di ferite e si instaura una monotonia del vissuto sponsale. L’abbraccio è in questo caso il linguaggio amorevole che fa sentire vivi, rassicura e rende gli sposi unici l’uno per l’altro.

Fireproof. Un film molto istruttivo

Fireproof. La prova del fuoco. Si perché a volte il matrimonio diventa un incendio dove, se non si è pronti ad intervenire, se non si fa squadra con il compagno, c’è il rischio concreto di mandare tutto in fumo. Di bruciare la nostra relazione, la nostra unione, la nostra vocazione, la nostra famiglia. In una parola: la nostra vita.

Torniamo al film. Per chi non lo conosce, è un film americano del 2008. Un film cristiano, non cattolico. Il protagonista è un pastore battista. La trama si snoda intorno alla vita matrimoniale dei due protagonisti. Caleb, comandante dei vigili del fuoco. Catherine, cura le pubbliche relazioni dell’ospedale della città. Presi dai rispettivi lavori si perdono. Non hanno più quella intimità, quella complicità, quello sguardo, quella tenerezza che rende vivo e bello un matrimonio. Ognuno è incentrato sulla propria vita e vede nell’altro solo le mancanze. La loro vita insieme diventa un inferno di recriminazioni e litigi e un deserto sentimentale e sessuale. Lui è scivolato nella pornografia on line. La pornografia succhia energie, tempo e interesse alla coppia. Non è qualcosa di innocuo, distrugge la coppia per tante ragioni che in un altro articolo prenderemo in considerazione. La frase più brutale detta da lei su questo vizio del marito esprime tutta la sofferenza, l’umiliazine, lo scoraggiamento che colpisce una donna quando scopre che il marito fruisce di contenuti pornografici. Catherine dice: “Da quando non gli sono bastata più io?”. E’ una frase terribile detta da una moglie. Sembra tutto perso. Tanto che anche lei trova nelle attenzioni di un medico dell’ospedale dove lavora quello che non riceveva più dal marito e desiderava nel cuore. Prima del tracollo interviene il padre di Caleb che chiede al figlio un ultimo tentativo prima di arrendersi alla separazione. Attraverso un diario Caleb deve mettere in atto ogni giorno un’azione verso la moglie. Naturalmente la moglie non crede a questi gesti e tratta il marito con indifferenza e freddezza. Lui non molla e alla fine riesce a riconquistare l’amore perduto. Vediamo ora quali sono i verbi che hanno permesso a Caleb di ricostruire un matrimonio che sembrava ormai morto.

SPOSTARE

Caleb riesce, con impegno e determinazione, a spostare il centro del suo sguardo, del suo interesse. Capisce che la priorità non sono i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue aspirazioni. Il centro deve essere volere la felicità del coniuge e fare di tutto per ottenerla. Anche rinunciare a qualcosa per sè. Rinunciare all’orgoglio è la cosa più difficile.

NUTRIRE

Si sono persi perchè non hanno nutrito il loro rapporto di tenerezza e cura reciproca. La loro relazione come una pianta senza acqua è seccata. Caleb, con tanta difficoltà, riesce a ricostruire questa modalità di essere coppia. Riescono ancora a guardarsi con gli occhi di chi ama ed è amato. Il cuore di pietra grazie alla tenerezza, linguaggio d’amore imprescindibile torna a battere e ad essere di carne.

FARE SQUADRA

Tutto il film ruota attorno al lavoro di Caleb. Un lavoro dove il gioco di squadra è determinate e può fare la differenza tra la vita e la morte. Così è per il matrimonio. Bisogna saper condividere gioie, sofferenze e dolori. In una scena del film un amico di Caleb dice: “Ci si sposa promettendo fedeltà e amore nella buona e cattiva sorte, ma in realtà si intende solo nella buona”. Se non c’è la volontà di entrambi di superare la crisi non c’è possibilità che la relazione sopravviva.

TAGLIARE

Tagliare con i nostri vizi è fondamentale. Caleb per riconquistare Catherine lotta con determinazione per uscire dalla dipendenza della pornografia. La tentazione è lacerante. Arriva a distruggere il PC con una mazza da baseball.

PERDONARE

Questo verbo l’ho indicato per ultimo, ma è forse il più importante. Se non ci perdoniamo non si può ricominciare. Il perdono trasforma una crisi in un’occasione che fortifica e accresce l’amore.

Antonio e Luisa

 

 

 

Chiuso per amore

Oggi scrivo che non scrivo. Ieri abbiamo avuto una giornata pesante, siamo stati fuori tutto il giorno. Oggi Luisa ha un’altra giornata pesante. Tornerà a casa tardi con tanti pensieri. Io sono a casa, lavoro da casa oggi. Cosa faccio? Scrivo, che è quello che mi piace fare perdendo un’ora o di più, oppure amo? Amo la mia sposa e faccio ciò che so le farà piacere. Metto in ordine, passo la scopa elettrica, pulisco in modo che quando tornerà e troverà una casa pulita si sentirà più sollevata e leggera? Naturalmente se voglio essere coerente con quello che scrivo di continuo su questo blog oggi vi lascio solo con queste poche righe. Amare è fare. Non sarei credibile se non provassi almeno a mettere in pratica ciò che scrivo.

A domani.

Antonio e Luisa

Antonio e Luisa.

Rifiutare l’abito!

Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale,
gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì.
Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il Vangelo di questa domenica è duro. Incomprensibile a una lettura non attenta e che non conosce gli usi del tempo. Cosa ci vuole dire Gesù? Siamo in un matrimonio. Questo rende facile traslare la vicenda nella nostra storia. Gli invitati siamo noi. Noi sposi cristiani che chiedono a Cristo, il nostro Re di poter far parte della sua festa di nozze. Vogliamo che le nostre nozze siano anche le sue. Vogliamo che entri a far parte della nostra vita e della nostra relazione e come sposo fedele e generoso si prenda cura della nostra famiglia. Ma cosa accade? L’invitato non ha l’abito nuziale. Noi non abbiamo l’abito nuziale. L’abito esprime molto della persona. Ma perchè l’invitato viene cacciato? La spiegazione migliore l’ho trovata da Enzo Bianchi. Lo studioso dice: “All’entrata nella sala, ciascun invitato riceveva in dono uno scialle da mettersi sulle spalle come segno di festa. Ebbene, il re nota che uno degli invitati è privo di questo scialle: certamente questo dono gratuito gli era stato offerto, ma egli lo aveva rifiutato.”

Vi rendete conto? Davanti al dono immeritato e completamente gratuito della Grazia, dello Spirito Santo che Dio effonde nella nostra relazione sponsale, noi rifiutiamo il dono. Non vogliamo la sua Grazia perchè non vogliamo il suo abito. Non vogliamo aderire alla modalità di Cristo. Non vogliamo abbandonare i nostri vizi, le nostre convinzioni sbagliate e rifiutiamo l’insegnamento della Chiesa perchè pensiamo di non averne bisogno. Il nostro matrimonio non decolla e presto ci troviamo legati. Legati dai nostri errori, legati dalla nostra vista limitata e confusa. Legati e incapaci di partecipare alla festa. Ed è così che cadremo nelle tenebre, nella divisione, nell’incomprensione, nel divorzio e nella sofferenza. Dio ci aveva dato tutto per essere felici, non dovevamo fare altro che indossare il suo abito. Abito da cui deriva abitudine. La felicità è l’abitudine ad indossare quell’abito, a rispettare e fare propri gli insegnamenti della Chiesa, perchè non ci sono dati per frustrarci e limitarci, ma al contrario per essere completamente liberi di amare nella buona e cattiva sorte.

Antonio e Luisa

Non basta un sms!

Su questo blog parlo spesso della corte continua. Parlo dell’importanza di dedicarsi tempo, attenzioni e tenerezza. A proposito di questo voglio ricordare un’abitudine che in passato era molto comune. Scrivere lettere d’amore. Scrivere è considerata un’arte. L’arte cosa è? E’ saper concretizzare la bellezza che abbiamo nel nostro cuore, nelle profondità della nostra anima. L’arte è espressa attraverso il corpo, la mano che dipinge, suona, modella, scolpisce o appunto scrive, ma trae sorgente dal nostro intimo più profondo. Ci stiamo perdendo una consuetudine bella e secondo me anche importante. Abbiamo perso la bella abitudine di imprimere sulla carta i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri desideri, le nostre sofferenze, i nostri ringraziamenti e i nostri perdoni. Siamo nella società degli sms, dei twitter, dei post-it. Siamo abituati a comunicare per abbreviazioni. Ti amo diventa TVB, sicuramente più leggero e meno impegnativo. TVB esprime benissimo la carica emotiva sulla quale si basano spesso i sentimenti. Qualcosa di estemporaneo che sembra fortissimo, ma capace di evaporare in un attimo, lo stesso che serve per digitare tvb. Sigle per fare presto che esprimono al contempo una incapacità di aprire il cuore per paura di trovarsi indifesi e una superficialità di sentimenti di fondo. Io non mi tiro fuori, Sono di un’altra generazione, ho 40 anni, ma utilizzo anche io, a volte, questa modalità. Eppure sento che mi manca questa capacità di scrivere la mia anima su carta, alla mia donna. Dirle quanto sia importante per me, quanto la trovi bella e meravigliosa. L’ho fatto alcune volte e per lei è sempre stato qualcosa che le ha toccato il cuore e le ha scaldato il cuore. Perchè un conto è saperlo e un altro avere tra le mani quel pezzo di carta e poterlo leggere quando ne senti il bisogno. E’ come se quelle parole prendessero vita in sè e fossero capaci di donare amore e pace. Anche io conservo gelosamente le sue lettere perchè sono balsamo e forza per me. Sapere di appartenerle così profondamente mi dà forza e convinzione. Ecco perchè dobbiamo riappropriarci di questa capacità, che non vuol dire rinnegare la modalità odierna dei messaggini veloci. Significa saper usare la modalità giusta in ogni occasione. Così se devo dare la lista della spesa va benissimo un SMS o un whatapp terminando anche con un semplice tvb, ma se voglio rinnovare il mio amore non può bastare un tvb. Devo aprirmi un po’ di più, permettere a lei, attraverso le mie parole di entrare in me e di mostrarle il posto che detiene nel mio cuore e nella mia vita. Scrivere serve anche a me. Rileggendo, a volte, capisco ancora meglio, quanto bello sia il nostro rapporto e quanto sia fortunato ad avere una donna così eccezionale che ha deciso di regalarsi a me senza riserve e senza condizioni.

Prendiamoci questo impegno. Scriviamo alla persona che amiamo i nostri sentimenti. All’inizio, se non siamo abituati, ci sarà un po’ d’imbarazzo, ma è certo che lui/lei apprezzerà moltissimo e terrà quella lettera come una delle cose più preziose.

Vi lascio con uno stralcio di una delle lettere scritte da Santa Gianna Beretta Molla al fututo marito Pietro. Traspaiono una bellezza e una profondità che toccano anche noi lettori. Potete immaginare quale gioia possa aver provato Pietro. Coraggio potete fare altrettanto nella vostra coppia.

…Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! ma non sono capace – supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene – tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: “sarò io degna di lui?” Sì, di te, Pietro, perchè mi sento così un nulla, così capace di niente, che pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: “Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri”. Va bene così, Pietro?

Con tanto tanto affetto ti saluto          Tua Gianna.”

Antonio e Luisa