Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato?

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato,
nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?
E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere;
ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me.
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Oggi non sapevo cosa scrivere. Vado a Messa e ascoltando il Vangelo mi si illumina il cuore e la mente. Tante volte ho ascoltato questo passo della Parola. Mai l’avevo però letto alla luce del mio matrimonio e della mia relazione sponsale. Come? Non è forse la mia sposa la più prossima dei prossimi? Colei che Gesù mi ha donato affinchè io potessi donarmi a lei? Eppure non ci avevo mai pensato.

Non era forse lei affamata? Affamata di tenerezza, di intimità, di essere amata, curata e ascoltata. Tutte le volte che mi sono accorto di questa sua fame e l’ho sfamata, sfamavo Gesù in lei e in noi.

Non era forse lei assetata, come lo siamo tutti? Assetata di senso e di una vita piena. Una vita che non fosse buttata. Insieme abbiamo cercato di costruire una famiglia unita dove si può trovare un amore che dà senso e che apre alla sua fonte. Apre a Dio. Solo così si può spegnere la sete.

Quante volte si è sentita forestiera. Incompresa. Quasi parlasse una lingua straniera. Quante volte l’ho vista tornare a casa abbattuta e scoraggiata. Quante volte ho sentito le stesse storie, le stesse lamentele. La tentazione da parte mia è sempre quella di interromperla o di far solo finta di ascoltarla. Tanto dice sempre le stesse cose. Ma lei ha bisogno di dirle e di essere ascoltata e compresa. Ha bisogno di condividere e di trovare compassione e sostegno. Ha bisogno di sapere che almeno io desidero ascoltarla.

Quando l’ho rivestita? Non è facile rispondere a questa domanda. L’ho rivestita di meraviglia. Qualche volta, anzi spero più di qualche volta, sono riuscito a ritornarle attraverso il mio sguardo la sua bellezza, la sua unicità, la sua femminilità. Uno sguardo che non passa con gli anni, ma al contrario si rinforza. Uno sguardo fatto di desiderio, di riconoscenza e di meraviglia per l’appunto. L’ho rivestita del mio sguardo.

Malata e carcerata. Chi non è malato e carcerato? Chi non ha ferite e fragilità che rendono difficile una relazione. Chi non ha i pesi e i lacci che imprigionano e non permettono di aprirsi all’altro. Sofferenze, esperienze, pregiudizi e il peccato che abita la nostra esistenza rischiano di impedire l’apertura a un amore vero. Solo una relazione libera e dove si trova nella persona amata un sostegno, e non un giudice sempre pronto a rinfacciare ed evidenziare errori e imperfezioni, può aiutarci a guarire le ferite e a rompere le sbarre della prigione in cui noi stessi ci siamo rinchiusi.

Antonio e Luisa

 

La palestra dell’amore

Ti amo» – disse il Piccolo Principe.

«Anche io ti voglio bene» – rispose la rosa.

«Ma non è la stessa cosa» – rispose lui. – «Voler bene significa prendere possesso di qualcosa, di qualcuno. Significa cercare negli altri ciò che riempie le aspettative personali di affetto, di compagnia. Voler bene significa rendere nostro ciò che non ci appartiene, desiderare qualcosa per completarci, perché sentiamo che ci manca qualcosa.»

Voler bene significa sperare, attaccarsi alle cose e alle persone a seconda delle nostre necessità. E se non siamo ricambiati, soffriamo. Quando la persona a cui vogliamo bene non ci corrisponde, ci sentiamo frustrati e delusi.

Se vogliamo bene a qualcuno, abbiamo alcune aspettative. Se l’altra persona non ci dà quello che ci aspettiamo, stiamo male. Il problema è che c’è un’alta probabilità che l’altro sia spinto ad agire in modo diverso da come vorremmo, perché non siamo tutti uguali. Ogni essere umano è un universo a sé stante.

Amare significa desiderare il meglio dell’altro, anche quando le motivazioni sono diverse. Amareèpermettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento disinteressato che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore. Per questo, l’amore non sarà mai fonte di sofferenza.

Quando una persona dice di aver sofferto per amore, in realtà ha sofferto per aver voluto bene. Si soffre a causa degli attaccamenti. Se si ama davvero, non si può stare male, perché non ci si aspetta nulla dall’altro. Quando amiamo, ci offriamo totalmente senza chiedere niente in cambio, per il puro e semplice piacere di “dare”. Ma è chiaro che questo offrirsi e regalarsi in maniera disinteressata può avere luogo solo se c’è conoscenza.

Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. E l’anima non si può indennizzare. Conoscersi significa sapere quali sono le gioie dell’altro, qual è la sua pace, quali sono le sue ire, le sue lotte e i suoi errori. Perché l’amore va oltre la rabbia, la lotta e gli errori e non è presente solo nei momenti allegri.

Amare significa confidare pienamente nel fatto che l’altro ci sarà sempre, qualsiasi cosa accada, perché non ci deve niente: non si tratta di un nostro egoistico possedimento, bensì di una silenziosa compagnia.

Amare significa che non cambieremo né con il tempo né con le tormente né con gli inverni.

Amare è attribuire all’altro un posto nel nostro cuore affinché ci resti in qualità di partner, padre, madre, fratello, figlio, amico; amare è sapere che anche nel cuore dell’altro c’è un posto speciale per noi. Dare amore non ne esaurisce la quantità, anzi, la aumenta. E per ricambiare tutto quell’amore, bisogna aprire il cuore e lasciarsi amare.

«Adesso ho capito» – rispose la rosa dopo una lunga pausa.

«Il meglio è viverlo» – le consigliò il Piccolo Principe.

Bellissimo passaggio del Piccolo Principe. Questo concetto così ben scritto credo esprima benissimo quello è il fine del matrimonio. La Chiesa ci insegna a mettere l’altro sempre davanti a noi, ci insegna a farci piccoli e a prendere esempio da Gesù vero uomo e vero Dio, così umano da essere la pienezza dell’umanità. Pienezza che non si concretizza in bacetti e cuoricini. Pienezza che si concretizza nella lavanda dei piedi, nell’ultima cena, nella passione e nella morte e resurrezione. Gesù ci mostra cosa significa amare e la croce ne è il punto più alto. Il matrimonio è una palestra per comprendere questo. E’ un continuo allenamento che ci permette ogni giorno di essere più forti e più vicini a quell’amore che Gesù ci ha mostrato e ha vissuto. Quando ho iniziato il mio matrimonio con Luisa non amavo così. Volevo bene a Luisa perchè lei riempiva il mio serbatoio affettivo e soddisfava i miei desideri carnali. Le volevo bene perchè mi faceva stare bene. Era un amore condizionato. All’epoca non ne ero consapevole, ma oggi con l’esperienza e la maturazione lo comprendo chiaramente. Il matrimonio ti cambia. Non puoi restare come prima. Il matrimonio ti chiede questo salto in avanti, questo cambio di prospettiva e di priorità. Chi non riesce a fare questo scatto è destinato a fallire. E’ una palestra fatta di apparenti rinunce per un bene più grande, di dialogo, di compassione e di condivisione, di sostegno, di scontro e di perdono. E’ fatto soprattutto di intimità e di libertà. Giorno dopo giorno l’amore diventa sempre più disinteressato e dopo anni di matrimonio posso dire che amo la mia sposa non per quello che mi dà o fa, ma perchè è lei. La amo per quella che è, con tutti i suoi limiti e difetti. Prendo tutto, il pacchetto completo. Non voglio toglierle nulla.

Il piccolo principe esprime benissimo questo passaggio che ci viene chiesto. Dall’essere semplicemente innamorato all’amare in modo consapevole e disinteressato.

Il matrimonio ci prepara ad accogliere l’amore autentico, quello di Cristo, sconfiggendo il nostro egocentrismo e il nostro egoismo.

Cosa è la miseria? Dimenticare di essere figli di Re.

Oggi mi ha colpito un post di Beatrice Fazi. Beatrice Fazi per chi non la conosce è un’attrice italiana sposata e madre di quattro figli.

Il post che di seguito riporto è di alcune settimane fa quando lo scandalo sessuale nel cinema americano e poi anche nostrano era ancora caldo e d’attualità. Io l’ho letto solo ieri.

Beatrice ha scritto:

Avevo 18 anni, ero appena arrivata a Roma. Una sera, con le mie
coinquiline, siamo finite su un set all’Isola Tiberina. Loro si
vergognavano e mi mandarono a chiedere un autografo all’attore
protagonista (oggi regista e produttore affermato). Lui mi chiese il mio numero.

Mi prometteva di farmi fare una piccola parte nel suo prossimo film.

Mi ha chiamata, qualche giorno dopo. Mi ha portata a fare un giro in
macchina e ha provato a baciarmi una volta appartatosi davanti a un muro
pieno di graffiti in periferia. (Che squallido, no?)
Di fronte al mio diniego si è fatto freddo. È sceso a comprare una busta di latte fresco per il suo figlio piccolo ad un bar lì vicino e dopo mi ha scaricata alla fermata metro meno distante.  Non mi ha nemmeno riaccompagnata a casa.

Non mi ha mai fatto fare manco la comparsa nei suoi numerosi e successivi
film.

Ho pagato? Forse.  Ma che soddisfazione dirgli: “Oh! Ma che te sei messo in testa?!?
Potresti essere mio padre!”

Non per questo mi sento migliore di chi ha subito senza riuscire a
difendersi: sono accadute tante cose dopo quel fatto. E altre battaglie le
ho perse, altri lupi hanno vinto sbranando a pezzi un cuore che ancora oggi
sanguina. Però, da un certo punto in poi della mia vita, nessuno più si è sentito in
diritto di abusare di me. Da quando io stessa, finalmente, ho riconosciuto a me stessa una dignità a cui avevo rinunciato.

La dignità di una Figlia di Dio.  Io valgo il Sangue di Cristo. La Sua stessa Vita.
IO SONO LIBERA DI DIRE NO!!!!!

La prima parte del post probabilmente racconta di una storia comune a tante altre. Purtroppo una storia antica dove l’uomo di potere circuisce e ammalia la ragazzina di turno. Il finale della storia è però sorprendente, meraviglioso. Beatrice dice di no. Dice di no perchè sa di essere preziosa agli occhi di Dio. Quello che fa la differenza è quello sguardo che si è posato su di lei. Lo sguardo di Gesù che libera. Lo sguardo di Gesù è lo sguardo dell’innamorato che va oltre le povertà, i peccati e gli errori commessi e desidera ardentemente la persona amata, ognuno di noi.  Uno sguardo che commuove perchè non di rado lo si scorge proprio quando siamo a terra, non pensiamo di avere nulla di bello e di amabile, ci sentiamo sbagliati  e proprio lì accade il miracolo: alziamo finalmente gli occhi verso di Lui che non ha mai smesso di aspettarci. .Io non conosco Beatrice. Ho cercato però di comprendere il cuore dell’uomo e, grazie a Dio, ho fatto personalmente esperienza di quello sguardo. Conosco la bellezza e la forza che dona quello sguardo e l’ho rivisto in lei. Una volta che ne hai fatto esperienza nulla sarà più come prima. Non ti sentirai più un mendicante.

Non ti accontenterai più di compromessi o di relazioni che nulla hanno a che fare con l’amore e con il rispetto. Siamo re e regine e non mendicanti.

Noi non siamo mendicanti, noi siamo figli di Re, siamo di stirpe regale e il nostro corpo non è per tutti. Il nostro corpo è solo per un altro Re o un’altra Regina, persone capaci di guardarci e non violarci o avvilirci con il loro sguardo, ma capaci di farci specchiare nei loro occhi e farci ammirare tutta la nostra bellezza. Uomini e donne disposte a donare tutto a noi e ad accogliere tutto di noi, persone che non hanno paura di promettere per sempre.

Antonio e Luisa

Beatrice l’ho “scoperta” ascoltando questa bellissima testimonianza. Merita davvero

Che Grazia!

Sabato io e mia moglie abbiamo partecipato ad un incontro organizzato per le coppie dalla nostra unità pastorale. I sacerdoti e il frate ci hanno chiesto di portare il nostro libretto del matrimonio. All’inizio, alla presenza del Santissimo Sacramento, abbiamo meditato delle letture che solitamente si scelgono per la celebrazione del matrimonio, come la casa sulla roccia (Mt 7,21.24-27) e le nozze di Cana (Gv 2,1-11). Fra’ Damiano ci ha chiesto quali fossero, nella nostra relazione, i punti di roccia e i punti di sabbia, ovvero dove siamo più forti e dove siamo più deboli. Poi, riferendosi al miracolo di Gesù durante le nozze, ci ha fatto riflettere su quando e dove ci siamo abituati a bere acqua o vino scadente quando possiamo avere il vino più buono che abbiamo mai assaggiato, cioè dov’è che la quotidianità ci appiattisce e non lasciamo entrare Cristo. Dopo queste meditazioni don Francesco ci ha aiutato con la lettura da Efesini 5, ricordandoci quale grande mistero siamo noi coppie, siamo immagine dell’amore di Cristo alla sua Chiesa e abbiamo in questo mistero una dignità grandissima.

Ammetto sinceramente che delle nostre letture ricordavo solo il Vangelo, ma delle altre letture poco o nulla. Quale Grazia è stata riprenderle in mano e meditarle con la mia sposa! La liturgia aveva come tema una frase di Sant’Agostino scelta da mia moglie: “un cuor solo, un’anima sola protesi verso Dio” e le letture erano:

Ez 36, 24-28
“…metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.”

Sal 40, 2-4.6.17
“Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose,
dal fango della palude;”

Ef 4,1-6
“Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione;”

Gv 21, 1-14
“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete.”

Nella lettura di Ezechiele mi ha colpito maggiormente il fatto che non siamo noi a dover fare chissà cosa, ma è Dio che ci promette il Suo Spirito, ci promette un cuore nuovo, promette di purificarci da tutti i nostri idoli. È Lui che opera nel sacramento, noi dobbiamo solo dirgli il nostro si.

Il salmo è stata una profezia, nel versetto iniziale dice “Ho sperato, ho sperato nel Signore e su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido”, Dio Padre ha veramente ascoltato le nostre preghiere in un periodo molto difficile, dove il nostro egoismo stava vincendo, Egli ci ha tratto veramente da un pozzo da cui non sembrava esserci via d’uscita, da un fango che stava distruggendo la nostra relazione.

Nella lettera agli Efesini c’è l’esortazione a vivere la speranza come un corpo solo è uno spirito solo è la speranza, la Salvezza sta nella nostra vocazione, nel nostro caso nel sacramento del matrimonio.

Il Vangelo l’ho sempre portato nel cuore, anche se in alcuni momenti è stato difficile credere a questa promessa di Gesù, soprattutto perché era difficile fidarsi, fare una cosa fuori dal comune. Le reti solitamente venivano gettate dalla parte sinistra per facilitarne il recupero, ma Gesù ci chiede di cambiare abitudine, di cambiare rotta, modo di fare e fidarsi della sua Parola che riempie le reti, la vita, il cuore e quel vuoto che tutti portiamo dentro, finché non lo incontriamo. Questo Vangelo è stato quello che ci ha fatto iniziare un serio e profondo cammino verso il matrimonio, all’interno del percorso dei dieci comandamenti, per questo ci è molto cara, ma ora la stiamo vivendo, nonostante i nostri limiti, ci impegniamo a vivere questa promessa che Gesù ci ha fatto…e le reti si riempiono!

Per meditare meglio le nostre letture ci hanno lasciato del tempo con delle domande che vi riporto:

  1. Cosa vi ha portato a scegliere “quelle” letture per il giorno del vostro matrimonio? Perché proprio “quelle” letture?
  2. Quali pensieri e riflessioni vi suggerivano?
  3. In che modo è diventata vera, cioè vissuta, quella Parola di Dio che voi avete scelto?
  4. Rileggendole ORA che riflessioni ti suggeriscono per il periodo che stai vivendo adesso?

Ripeto è stata una grande Grazia poter vivere questo momento!

Scendi dall’albero! Sono qui sulla terra.

In quel tempo, Gesù entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E’ andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Siamo tutti Zaccheo. Abbiamo tutti dentro qualcosa di marcio, qualcosa di cui ci vergognamo. Noi siamo bravi a trovare mille giustificazioni, ma dentro di noi conosciamo bene le nostre miserie, debolezze, fragilità e i nostri peccati.

Capita però qualcosa di inaspettato, insperato. Gesù attraverso gli occhi di una persona ti guarda e ti dice: “sbrigati! Devo venire a casa tua.” La casa, segno dell’intimità e della quotidianità. Quella persona è il tuo sposo, la tua sposa. Tu, profondamente indegno, accogli nella tua casa, la tua vita, questa persona, e accogliendo lei accogli Cristo, che attraverso il sacramento del matrimonio viene ad abitare la tua unione d’amore. Lo sguardo d’amore di quella persona ti cambia dentro e accade qualcosa di incredibile. Tu, così debole e fragile, ti alzi in piedi (risorgi) e converti la tua vita. La salvezza entra nella tua vita grazie a Gesù e a quella persona, perchè nel matrimonio Gesù preferisce non manifestarsi direttamente a te ma lo fa attraverso il tuo sposo, la tua sposa che ti ha messo al fianco.

Io sono Zaccheo, sono salito sul sicomoro perchè cercavo il senso nell’alto dei cieli, nella trascendenza. Gesù mi ha chiamato e mi ha guardato. Mi ha aiutato a capire che dovevo riscendere sulla terra, che se volevo trovarlo non dovevo cercarlo nei cieli ma nella terra, nella mia vita, nella mia carne e nelle persone con cui condividevo la mia esistenza. Lui mi ha guardato, attraverso lo sguardo di una donna. Da lì è iniziato il mio cammino che spero mi conduca alla salvezza.

Antonio e Luisa

La crisi una bussola per l’orientamento.

Pregando, apro così, inavvertitamente, l’Amoris Laetitia che tenevo tra le mani e, guarda caso mi trovo davanti il n. 234 che dice:

234. Per affrontare una crisi bisogna essere presenti. È difficile, perché a volte le persone si isolano per non mostrare quello che sentono, si fanno da parte in un silenzio meschino e ingannatore. In questi momenti occorre creare spazi per comunicare da cuore a cuore. Il problema è che diventa più difficile comunicare così in un momento di crisi se non si è mai imparato a farlo. È una vera arte che si impara in tempi di calma, per metterla in pratica nei tempi duri. Bisogna aiutare a scoprire le cause più nascoste nei cuori dei coniugi, e ad affrontarle come un parto che passerà e lascerà un nuovo tesoro. Ma le risposte alle consultazioni realizzate rilevano che in situazioni difficili o critiche la maggioranza non ricorre all’accompagnamento pastorale, perché non lo sente comprensivo, vicino, realistico, incarnato. Per questo, cerchiamo ora di accostarci alle crisi matrimoniali con uno sguardo che non ignori il loro carico di dolore e di angoscia

Incredibile, proprio questo che è il campo, o meglio, la missione che il Signore mi ha affidato?

Ho letto con attenzione e trovo una verità profonda in queste parole, le medesime da noi sempre sostenute sin dal momento in cui venimmo “utilizzati” da Dio Padre ad occuparci delle famiglie.

Una crisi (dal greco κρίσις, decisione) è un cambiamento traumatico o stressante per un individuo, oppure una situazione sociale instabile e pericolosa(diz.)

Questa parola può spaventare molto ed essere il motivo fondante per prendere “decisioni”sbagliate. Però, come vediamo, il significato di crisi è proprio decisione.

Cosa decidere quando in modo traumatico o stressante accade qualcosa che devasta ogni capacità ed ogni lucidità ?

Come e con chi prendere questa decisione?

Se ci addentriamo ad esempio nel TEMA CONIUGALE dovremmo addirittura essere felici dinanzi ad una “crisi” perché, ciò vuol dire che, in ordine a qualcosa che potrebbe andare meglio (senza addirittura saperlo) noi siamo chiamati a fare un salto di qualità assai migliorativo.

Eh già, ma se invece fosse peggiorativo?

Qui entra in gioco un altro aspetto importantissimo che accade in tutte le nostre vite e cioè il fatto che a noi manca sempre qualcosa.

La crisi normalmente presuppone una mancanza:

  • Mancanza di attenzioni.
  • Mancanza di dialogo.
  • Mancanza di lavoro.
  • Mancanza di parole buone.
  • Mancanza di gesti affettuosi.
  • Mancanza dell’unione coniugale.
  • Mancanza di tempo per l’altro.

MANCANZA DI AMORE

La mancanza generalmente non è mai riempita da una presenza ma piuttosto da un’altra mancanza perché nelle relazioni umane se tu non mi dai qualche cosa e addirittura non hai nessuna intenzione di darmela, io, deluso, ti ripagherò con la stessa moneta perché umanamente funziona così. Quando tra me e mio marito aleggiava la freddezza, più lui era scarso, cioè mancante di affettuosità nei miei confronti più io mi ergevo a paladina del mio orgoglio e mi distaccavo anche io, raffreddandomi a mia volta.

Certo se accanto ad un ghiacciolo ci fosse un calorifero allora si che la mancanza troverebbe la sua presenza: il ghiacciolo si scioglierebbe e si avvolgerebbe di tanto calore!

Noi abbiamo impiegato un po’ di anni per capire come colmare le mancanze e diventare una pienezza e, per fare questo è stata necessaria la CRISI, che ci ha condotto a prendere una DECISIONE. Una decisione nostra, non soltanto mia o sua.

Spesso la vera mancanza, quella che ciascuno dovrebbe sentire e fare di tutto per conquistare è la MANCANZA DI DIO. Sapete perché? Perché nel preciso momento in cui tale mancanza si avverte si riceve la presenza. GRATIS per giunta!

Dio, nostro Padre, non aspetta altro che questo e cioè che ogni suo figlio possa avvertire la nostalgia del suo Papà, il desiderio di “avere” ciò che gli manca perché per tanto tempo non lo ha mai cercato, davvero. La crisi nasce dentro. Nasce quando siamo in mezzo al bosco, in piena notte e non abbiamo alcuna bussola per ritrovare la strada. Molti addirittura non sanno trovare i punti cardinali neppure con la bussola in mano…..figuriamoci senza!

Certo, abbiamo detto che la crisi ci invita a fare una scelta ma…..quale scelta?

Se ti manca qualcosa e lo stai cercando nel tuo simile, caro fratello o sorella sappi una cosa: una creatura fatta di carne, come te, non sarà mai capace da sola di riempire le tue mancanze, e lo stesso vale per te. Io e te non ci basteremmo mai. Dunque, se pensi di risolvere la crisi scegliendo una persona piuttosto che un’altra, alle prime mancanze dovrai cominciare a fare il giro del mondo e diventerai il cercatore folle, forse più adatto a scrivere il tuo romanzo d’amore incompiuto.

E allora cosa fare davanti alla crisi?

Occorre scegliere, ma farlo bene!

Cerca prima Dio e Lui penserà a rendervi capaci di “colmarvi”!

Solo cosi risceglierai la persona TUTTA, a partire da quelle mancanze, perché la tua guarigione comincia dall’incontro col TU ma la tua salvezza dipende dal rapporto con LUI, l’unico che può darti tutto ciò che ti occorre per uscire dal tuo egoismo e dare alle mancanze dell’altro la giusta pienezza.

Chi ti credi di essere? O meglio: pensi di non avere bisogno anche tu di essere riempito dell’AMORE VERO, PIENO E GIUSTO?

Se stai vivendo una crisi non andartene in giro ad infilarti nei matrimoni altrui ma lascia che qualcuno possa aiutarti a creare spazi e sostenere te e chi ti sta accanto a comunicare «da cuore a cuore» in ogni tuo dolore e in ogni vostra angoscia.

Cristina Epicoco Righi

Il talento è solo l’amore

Oggi prendo spunto dall’omelia preparata dal mio parroco. Un’omelia che mi ha fatto riflettere molto e che. come sempre, cerco di fare mia, che sento rivolta a me, e che mi provoca pensieri e riflessioni personali che mi piace però condividere.

La parabola è quella dei talenti. Una tra le più conosciute e approfondite. Il mio don parte da una domanda: perchè Gesù ha sentito la necessità di proporre questa parabola?

La società in cui viveva Gesù era caratterizzata da una forte idea legalistica di Dio. Chi rispettava la legge, offriva sacrifici e la decima e partecipava alla vita religiosa del tempio era apposto. Non serviva altro. Questo era il più grosso peccato che Gesù rinfacciava a farisei e dottori della legge. Gesù va oltre questa mentalità malata e superficiale. Gesù ci dice altro. Ognuno di noi viene dotato di talenti. Tutti abbiamo questi talenti. I talenti sono l’amore di Dio e la capacità di amare come Dio che ci viene donata attraverso il Battesimo dallo Spirito Santo che ci consacra. Abbiamo tutti i nostri talenti. Abbiamo il dovere di farli fruttare. Dobbiamo avere la capacità di usare questi talenti nella nostra vita e nella nostra storia. Solo così mettendoci in gioco riusciremo a far fruttare e aumentare quel talento che Gesù ci ha affidato per crescere nell’amore. Per essere sempre più capaci di farci dono. Per far crescere i nostri talenti dobbiamo però rischiare, vivere una fede radicale, fidarci e affidarci a Dio. Chi non si butta e non rischia tutto fa la fine di quel servo che sotterra il suo talento. Chi non fa mai nulla di azzardato, chi soppesa ogni azione per capirne la convenienza. Chi vive così, al risparmio,  sotterra la sua capacità di amare e sopravvive, vivacchia fino a quando non perderà tutto. Perchè l’amore non vissuto inaridisce il cuore e lo trasforma in pietra. Chi non si lascia andare per non perdere quel poco che ha, perderà tutto. Questo insegnamento si traduce in scelte concrete. Avere il coraggio di buttarsi. L’uomo che non sotterra i talenti è quello che non ha paura di sposarsi mettendo in gioco tutto se stesso, l’uomo che, se non ha grossi impedimenti e in accordo con la sua procreazione responsabile,  non ha paura di fare il terzo e magari il quarto figlio o anche di più. L’uomo che non sotterra i talenti valuta ogni cosa con il peso dell’amore. L’amore è così più ti doni e prendi il peso degli altri e più la tua vita sarà leggera, perchè piena di senso. Più sembra svuotarti di energie, di forza, di volontà e di proprietà e più ti farà sentire ricco.

Io sto imparando giorno dopo giorno a disotterrare i miei talenti, a mettermi in gioco e a dare tutto senza paura di prendere mazzate. Le mazzate ci sono, ma ne vale comunque la pena. Ed è così che tornando alla riflessione iniziale non mi devo rapportare in modo legalistico alla mia fede. Non serve partecipare alla Messa, alle preghiere, alle devozioni se questo non si traduce in un dissotterramento dei miei talenti. Se questo non mi porta a chiedermi ogni giorno se ho fatto fruttare quel talento che è l’amore di Dio in me con i fratelli e in particolare con la mia sposa. Se le mie scelte sono state dettate dalla paura di perdere qualcosa o dal desiderio di fare la volontà di Dio nella mia vita.

Antonio e Luisa

Disarmiamo la bomba.

Parliamo di litigio. Oggi vorrei affrontare una dinamica che spesso accade in tante coppie. E’ una reazione umana che mette in evidenza tutte le nostre fragilità e miserie. Non so voi. Io ho una tentazione forte. Quando torno a casa dopo una giornata storta. Quando mi porto a casa problemi, incomprensioni, litigate dal mio lavoro. Oppure quando è stata una giornata semplicemente infruttuosa o frustrante per tanti motivi. Insomma quando torno da una brutta giornata  e non desidero altro che dormire e non pensarci. Quelle serate sono particolarmente pericolose. Lo so! Basta poco, un pretesto qualsiasi per litigare. Cerco la litigata perchè quella frustrazione che ho dentro spinge per uscire. Una dinamica assurda del matrimonio. La persona più vicina rischia di diventare quella che deve assorbire la nostra miseria.  Più si è in intimità con una persona, più la si conosce e si è sicuri del suo amore incondizionato e più si rischia di ferirla, tanto lei ci sarà sempre. Ed ecco che una pasta scotta può diventare motivo di durezza e di critiche, dimenticando che quella pasta è scotta forse perchè lei ha dovuto pensare nel frattempo ai figli. Dimenticando che tutto ciò che fa per me è dono e nulla è dovuto. Abbiamo il dovere di prendere coscienza dei nostri errori, anche questo fa parte del nostro impegno di sposi, ed è il primo e unico passo possibile per poi porvi rimedio.  Come detonare tutto? Non è difficile. Basta non tenersi tutto dentro. Tornare a casa e aprire il cuore. Sfogarsi e buttare fuori tutta l’amarezza, la frustrazione, l’ansia e preoccupazione che abbiamo dentro. Chiedere perdono se non siamo in condizioni quella sera di essere simpatici, attivi e accoglienti. Basta fare queste due semplici cose per scollegare il detonatore della bomba che sta per esplodere. Il motivo è semplice. Non ci si sente più in guerra con il mondo, ma parte di una famiglia che ci vuole bene. Aprire il cuore significa togliere ogni barriera e blocco tra di noi e questo di solito è un ottimo balsamo. Non resta che trovare il modo di scaricare tutta la rabbia e aggressività che ci portiamo dentro. Io vado a correre. Mi serve tantissimo. Ognuno può trovare la soluzione più adatta.

Antonio e Luisa

Morire per essere vivi.

Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà.

Nel Vangelo di oggi Gesù lancia questa provocazione. Una frase che a pelle risulta parecchio indigesta. Devo perdere la mia vita per salvarmi. Cosa mi vuole dire Gesù?

A me personalmente dice tanto. Perdere la mia vita, non la intendo come la mia vita terrena. Certo c’è anche la morte, ma per giungere pronto alla morte devo perdere tante altre vite.

Devo perdere il mio egoismo. Il mio egocentrismo. Devo smetterla di valutare ogni situazione in termini di costi e ricavi. Questa cosa mi conviene, quest’altra no. Smetterla di far dipendere tutto dalla mia soddisfazione personale. Non sono il centro del mondo, neanche del mio mondo. Questo mi sta dicendo Gesù. “Se vuoi essere felice il centro devo essere io. Io che non vedi, ma che sono presente nei tuoi vicini e in particolare nel tuo prossimo più prossimo: la tua sposa”. Ci sono tante situazioni in cui non ho gratificazione immediata e diretta. Al contrario costano fatica, impegno sudore. Situazioni che però lette alla luce della mia relazione sponsale con Cristo assumono una pienezza di significato e di senso che nessun piacere terreno può dare. Tante situazioni. Me ne sovviene una. Alcuni anni fa era mia abitudine uscire a correre con un’amica. Una cosa molto innocente. Col tempo però l’intimità è cresciuta e mi sono accorto che stava diventando davvero pericoloso. Mi sono accorto che lei, a un mio approccio più diretto, non si sarebbe opposta.  Queste cose si capiscono da tanti piccoli segnali. Ho avuto paura. La tentazione era forte. Mi piaceva. Avrei potuto avere una gratificazione immediata. Un piacere immediato. Una conquista che mi avrebbe fatto sentire desiderato e desiderabile. Poi? Avrei distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Avrei tradito la persona a me più cara. Un macello. Sarei morto nello spirito. Ho preso allora la decisione più saggia che avessi potuto prendere in quel momento. Non ho sfidato la mia volontà, sono scappato. Ho smesso di uscire a correre con quell’amica. L’ho sostituita con un lettore mp3 e della buona musica. Aver avuto la forza di questa scelta mi ha donato una pace e una serenità che solo la certezza di compiere la volontà di Dio può dare.

Devo poi morire al mio orgoglio. Devo smetterla di sentirmi migliore degli altri. Smetterla di considerare ogni critica come delitto di lesa maestà. Accettare che sono imperfetto e fragile come lo è la mi sposa. L’orgoglio può essere a volte peggio dell’egoismo. Crea barriere che allontanano. Crea risentimento e incomprensioni. Avere ragione (sempre che l’abbia) non è la cosa più importante. La mia famiglia non è un sindacato dove portare istanze e lamentele. La mia famiglia è una comunità d’amore dove ci ama nella libertà di mostrare la propria fragilità sicuri di essere perdonati.

L’ultima morte che mi viene in mente è la morte della mia volontà. Smetterla di pensare che le cose debbano andare come dico io. Smetterla di desiderare che tutto sia perfetto. Ho quel lavoro e in quel lavoro Dio mi chiede di essere amato e servito. Ho quella famiglia e Dio mi chiede di servirla con tutti i difetti e limiti che presenta. Ho quella sposa, che non sempre si comporta come vorrei, che non sempre fa ciò che vorrei e pensa come vorrei. E’ meravigliosa così, perchè è diversa da me, perchè è libera e chiede di essere amata e di amarmi con tutta la libertà che la costituisce.

Ho ancora tanto lavoro da fare, ma la vita che ci offre Gesù è meravigliosa perchè offre già su questa terra una pienezza e una prospettiva di eternità che nessun altro può offrire. Solo Dio può.

Antonio e Luisa

 

Riconoscersi miseri per accogliere la miseria dell’altro.

Oggi voglio condividere con voi questa bellissima riflessione di San Bernardo di Chiaravalle. Uno stralcio tratto da “I quattro gradi dell’amore”. C’è tanto su cui riflettere. Tanto che ci può aiutare a comprendere con una nuova luce, quella di Dio, la nostra relazione sponsale.

DA: I QUATTRO GRADI DELL’AMORE (di San Bernardo di Chiaravalle)

Gli uomini bramano oro e argento e cose simili; ma più di tutto bramano vivere. Su questo non c’è dubbio! È del tutto chiaro! E Dio aggiunse: Se gli uomini desiderano questa vita terrestre, misera, faticosa e precaria, quanto più desidereranno la mia vita, tranquilla, eterna, beata. E Dio promise all’uomo la vita eterna; promise ciò che mai occhio ha visto, ciò che mai orecchio ha udito, ciò che mai il cuore dell’uomo ha sognato. Ma Dio si accorse che anche così non si approdò a nulla. E Dio disse: Non mi resta che un’ultima cosa. L’uomo non ha soltanto paura e desiderio, ma anche amore. E nessun’altra cosa è più forte dell’amore, per attirarlo. Per questo motivo Dio è venuto nella carne e si è manifestato così amabile, di un amore tale, maggior del quale nessun può avere. E ha dato la sua vita per noi. Dio, perciò, ha scelto la via dell’incarnazione non perché non potesse restaurare in altro modo la sua opera, il suo progetto sull’uomo, ma perché bisognava far toccare con mano all’uomo carnale tutto ciò che può contenere di amore il cuore di un Dio che è carità.

In questa maniera l’uomo, nei confronti di Dio, è diventato debitore di amore! “perché l’uomo divenisse debitore di amore”. Questa è la radice e il compendio della spiritualità cristiana, in una parola: l’uomo deve amare Dio! È, l’amore, una legge insita nella natura stessa del cuore dell’uomo e per questo è dono di Dio. “La carità crea la carità; quella sostanziale crea quella accidentale. Questa è la legge eterna, che crea e governa l’universo. Nulla è lasciato senza legge, dato che essa stessa, è legge”.

In quale misura l’uomo deve amare Dio? Perché e in quale misura l’uomo deve amare Dio? La risposta è quella di Agostino: “Volete dunque udire da me il motivo e il modo con cui si deve amare Dio? Io vi rispondo: Il motivo di amare Dio è Dio stesso; la misura è di amarlo senza misura”.

Cristo è tutto: senza di lui tutto è deserto e morte: “È assolutamente degno di morte, colui che, o Signore Gesù, rifiuta di vivere per te; anzi, egli è già morto. È un insensato colui che non ha il gusto di te; è un nulla e deve essere considerato un nulla colui che non si preoccupa di vivere unicamente per te”. Insomma “Gesù è miele nella bocca, melodia soave all’orecchio, gioia nel cuore.

In concreto, il vivere l’amore si identifica con il fare in tutto e sempre la volontà di Dio. “Come una gocciolina d’acqua entro una grande quantità di vino sembra perdere interamente la propria natura fino ad assumere il sapore e il colore del vino, come un ferro, messo al fuoco e reso incandescente, si spoglia della sua forma originaria per divenire completamente simile al fuoco, come l’aria percorsa dalla luce del sole assume il fulgore della luce, cosicché non sembra solo illuminata, ma luce essa stessa, così nei santi sarà necessario che ogni sentimento umano, in una certa misura ineffabile, si dissolva e trapassi a fondo nella volontà di Dio”.

Ma per imboccare e la via dell’amore, è condizione indispensabile una unica cosa, convertirsi, cioè abbandonare la volontà propria, attraverso l’umiltà. Convertirsi si riduce, quindi, ad apprendere la difficile arte dell’umiltà! E l’umiltà consiste semplicemente nel formarsi una valutazione esatta di se stessi. “L’umiltà è la virtù per cui l’uomo si crede spregevole a motivo di una esattissima conoscenza di se stesso. E cioè: siamo grandi, perché “nessuna creatura è più vicina a Dio di quella fatta ad immagine di Dio”. Ma anche siamo piccoli per la presenza del peccato personale. “La superbia è il desiderio della propria preminenza. Conversione perciò, significa riprendere, riconquistare faticosamente ciò che è nativo nella natura umana, cioè l’umiltà. L’uomo è per natura umile! La superbia, invece, è un prodotto inventato dal diavolo, e esportato nell’uomo. Bisogna, in altre parole, scandagliare le profondità del proprio cuore, ottenere con un lavoro duro e assiduo, una valutazione esatta di se stessi. Infatti l’orgoglio e la superbia, i grandi nemici dell’esistenza cristiana, nascono proprio dall’ignoranza di se stessi. Più si ignora se stessi e più si corre il pericolo di cadere nella superbia.

Dall’umiltà nasce la carità verso gli altri. La nostra miseria davanti a Dio ci fa prendere il nostro giusto posto anche davanti agli altri. Proprio attraverso l’esatta conoscenza di noi stessi arriviamo alla conoscenza della debolezza altrui. Noi, attraverso la nostra personale debolezza e fragilità, riflettiamo quasi in uno specchio, quella del prossimo: Il cristiano, “partendo dalla propria miseria mediterà su quella di tutti gli altri. Dio ci lascia nei nostri difetti, perché comprendiamo quelli degli altri. Infatti noi e gli altri siamo fatti della stessa pasta. Di qui una unica conclusione appare possibile: come io ho compassione delle mie miserie personali e non mi condanno, così non potrò mai assumere atteggiamenti severi nei confronti del fratello che pecca, dovrò essere aperto ad un indefinito perdono. Tu sei un malato grave e non potrai non aver compassione del fratello che è malato come te. Infatti “solo un malato può comprendere e avere compassione di un altro malato “. I cristiani “partendo dalle proprie sofferenze imparano a compatire quelle degli altri”.

La Salvezza

Mi trovo a fare i conti con Gesù che con la sua Parola mi ripete da diverso tempo che la salvezza non dipende da me. Durante le varie catechesi, le omelie alle Messe torna frequentemente questo messaggio e non riuscivo a capirne il motivo. Un giorno mi sono confrontato con un confessore e mi ha fatto riflettere sul fatto che forse mi affanno troppo e sono centrato su ciò che faccio e non su chi sono, cioè un figlio amato dal Padre.

Credo che ci sia un grande bisogno di tornare ad annunciare con forza e testimoniare con l’esempio la misericordia di Dio. In un modo che ragiona sul profitto, sui risultati e sul merito, c’è forte necessità di affermare che siamo salvati gratuitamente! Dobbiamo solo accogliere questa salvezza che ci viene dal sacrificio di Gesù Cristo sulla croce, è necessario soltanto il nostro si. Purtroppo questo si ci risulta difficile pronunciarlo perché ci viene più facile meritare qualcosa, mi impegno quindi ho diritto ad una ricompensa. No! Con Dio Padre non funziona così! Non ci salviamo per le nostre opere, che pur aiutano, ma siamo già salvi per il si di Gesù Cristo!

Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. (Efesini 2,4-10)

La salvezza è una grazia, cioè una cosa gratuita che sta lì per noi e dobbiamo soltanto accoglierla.

Penso che la famiglia cristiana abbia questo dovere nei confronti dei propri figli, farli sentire amati, donare ai figli l’amore “fuso” dei due sposi, cioè amarsi per primi per poi poter amare con completezza i figli. Certo il nostro amore è limitato, forse potrà ferirli, allora il passo ulteriore è mostrare a loro la via verso l’Amore Vero. Farli sentire amati da un Padre che li ama così come sono, non perché sono bravi o perché si comportano bene. Un Padre che è pronto a effondere i suoi doni, che sa correggere per far crescere. Da padre dico che non è facile, spesso i miei limiti e il mio peccato prendono il sopravvento, ma confido nei Sacramenti, soprattutto nell’Eucarestia come farmaco.

Siamo creati per l’incorruttibilità.

Stamattina meditando le letture del giorno mi ha colpito in particolare la prima tratta dal Libro della Sapienza.

Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà.

Si parla della morte fisica, ma voglio dare una lettura sponsale a questa Parola. Non penso sia forzata. E’ un’interpretazione suscitata da tutto l’insegnamento della Chiesa e per questo credo sia corretta.

Cos’è il matrimonio? Il matrimonio è sacramento di Dio. Attraverso il matrimonio Gesù compie la sua opera di redenzione nella nostra vita. Attraverso il matrimonio Dio ci salva. Spesso sentiamo parlare delle origini. Le origini dove nell’Eden Adamo ed Eva vivevano una relazione perfetta, vivevano in modo perfetto l’amore. Il matrimonio è esattamente questo. Nel matrimonio Dio, Gesù, entra nella nostra relazione e la redime, attraverso i suoi doni e la Sua Santa presenza ci rende capaci di amare come era nelle origini. Dopo il peccato originale il Signore disse ad Eva: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà». Sembra che il Signore punisca i nostri progenitori, ma il senso è un altro. Dio lo dice dispiaciuto. Accetta la loro scelta conoscendo le sofferenze a cui andranno incontro. Significa che l’uomo e la donna, disobbedendo a Dio, hanno perso la capacità di amare in pienezza. Il peccato è entrato nella loro relazione. Egoismo, lussuria, possesso sono tutti macigni che appesantiscono il loro è il nostro cuore. Il matrimonio sacramento lava tutto questo. Ciò non significa che il matrimonio sia una magia, che tutto andrà bene e che Gesù farà tutto. Gesù chiede la nostra collaborazione. La Grazia di Dio ci garantisce, questa è una certezza, che qualsiasi difficoltà, dolore, sofferenza potremo incontrare nella nostra vita, se avremo vissuto la nostra unione alla presenza di Gesù, con lo stile di Gesù, con tutto il nostro impegno, la nostra tenerezza, la misericordia e con tutta la volontà di farci dono, se avremo fatto tutto questo, la Grazia di Dio ci darà tutto ciò che ci serve per superare ogni difficoltà, anche quelle che apparentemente sembrano impossibili da affrontare. Nel matrimonio Gesù ci salva, rinnova la nostra relazione e redime il nostro amore. E sarà davvero possibile come nel Cantico dei Cantici poter dire: ” Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me”, perchè il peccato è sconfitto, la morte non è la fine e anche se noi non siamo perfetti e sbagliamo più e più volte, saremo sempre capaci di rialzarci per amarci, desiderarci e donarci sempre di più, perchè l’errore non sarà più causa di divisione, ma avrà la dolcezza della misericordia e il balsamo del perdono.

Antonio e Luisa

Castità tra ipocrisia e pienezza

Ieri in parrocchia il nostro gruppo famiglie ha proposto un film: Mustang. Un film crudo, che racconta la vicenda di cinque sorelle turche. Abitano in un piccolo paese a mille chilometri da Istanbul. Hanno perso i genitori e sono cresciute dallo zio e dalla nonna. Una cultura islamica conservatrice impone loro uno stile di vita lontano dai loro desideri. Una società che impone matrimoni combinati, moderazione nel vestire e obbligo di verginità e castità prima del matrimonio. La donna deve essere pura, pudica e virtuosa. Solo la donna. Per l’uomo non vale. Questi sono valori importanti anche per noi cristiani e per noi che scriviamo questo blog. La castità non è però quella raccontata nel film. La castità non è quella che esibisce il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte. La castità non è quella delle visite per confermare la verginità. Queste cose, che accadono ancora in alcune parti della Turchia, erano normali anche in Italia fino a poche decine di anni fa. Non dappertutto. Non sentiamoci superiori. Nel dibattito susseguente al film sono uscite testimonianze molto significative. Una amica è arrivata a dire che nel collegio dove studiava la sua compagna di stanza aveva rapporti anali con il fidanzato per poter arrivare vergine al matrimonio. Stiamo scherzando? Questa sarebbe la castità? Questa è una poveretta che per una morale ipocrita si trova costretta a fare cose ancora peggiori del rapporto fisico. Il sessantotto per forza ha spazzato tutto questo. Non poteva che essere così. La castità che dovrebbe liberare e consentire ai ragazzi di vivere la sessualità nel modo più vero ed autentico, per colpa nostra, è diventata parola che evoca le catene. La castità è privare della libertà nel sentire comune. Questo ha portato un rifiuto categorico di questa modalità di vivere l’amore. Quando non c’è stata più un’autorità morale che abbia saputo controllare l’aspetto della sessualità la bomba è esplosa. Diamo spesso la responsabilità alla rivoluzione sessuale del sessantotto per tutta l’immoralità che qualifica la nostra società occidentale. Credo che le cause vadano ricercate a monte. La rivoluzione sessuale è una conseguenza inevitabile di questa incapacità di dare conto della morale cristiana. Non abbiamo saputo per secoli raccontare la bellezza della castità, l’abbiamo solo imposta come legge bigotta ed ingiusta. Tutta apparenza. Legge che peraltro valeva solo per la donna e non per l’uomo. Il sessantotto non è una maledizione. Il sessantotto ha solo dato il colpo di grazia a una morale malata e debole, senza una reale consistenza. Non a caso, ma per Grazia, pochi anni prima si era concluso il Concilio Vaticano II. Concilio che ha cercato di rimettere la Chiesa in carreggiata. Questa è l’ora delle famiglie. E’ la nostra ora. Dobbiamo essere capaci di mostrare ai nostri ragazzi la bellezza della vita casta. La bellezza di una relazione fedele. L’importanza di saper aspettare per il rapporto fisico. Perchè sono preziosi. Soltanto chi è disposto a donarsi completamente a loro nel matrimonio indissolubile, merita il dono del loro corpo. Altrimenti sarebbe una persona che più o meno consapevolmente le sta usando. Dobbiamo raccontare e saper mostrare la bellezza. Saper mostrare che la nostra via è più bella e funziona di più. Dobbiamo avere sapienza. La sapienza, come dice la parola stessa, non è solo la conoscenza di qualcosa. E’ soprattutto saper assaporare quella determinata realtà. Ecco, non dobbiamo imporre la castità. E’ una scelta perdente che crea solo infelicità e distanza tra genitori e figli. I figli, non appena ne avranno occasione, infrangeranno quella norma, perchè non la capiscono e non la accettano. Noi genitori saremo credibili se avremo saputo assaporare la castità e mostreremo la gioia che ne scaturisce e la pienezza di una relazione autentica e forte. I nostri figli possono essere impermeabili alle nostre parole, sermoni e sgridate, ma non lo sono di certo al nostro esempio. Chiediamo a Dio la sapienza.

Antonio e Luisa

La favola dei tre porcellini e il Vangelo di Matteo

Mentre noi non abbiamo fatto nulla per lasciare le radici cristiane alla base della Costituzione Italiana è curioso altresì scorgere come, quasi tutto, nella nostra vita, trovi ispirazione nella sacra scrittura.

Persino le favole sono ispirate dalla parola di Dio e una di queste, a mio avviso, è la favola dei tre porcellini a tutti perfettamente nota.

(MT 7,24-27) Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

La fiaba è di origine europea, non si conosce esattamente l’autore (forse inglese) e parla di tre porcellini che vennero mandati dalla madre, nel mondo, a costruirsi una casa, ovvero a farsi una vita!

Soltanto uno dei tre personaggi fu talmente “saggio” da costruire una casa di mattoni e riuscì a difendersi dal lupo facendolo morire nella pentola d’acqua bollente.

Esattamente aderente al Vangelo di Matteo:la casa non cadde perché fondata sopra la roccia!

Cosa ha a che fare tutto questo nelle nostre vite, soprattutto in quelle matrimoniali?

Tutto parte da una casa che appartiene addirittura alla casa di noi stessi.

Noi siamo una dimora e quando l’uomo incontra la sua anima gemella trattasi di un’altra dimora ove andare ad abitare. Noi siamo personalmente la casa l’uno dell’altra.

Questo ha fondamento in un’altra importantissima parola della scrittura che è:

(Gen 2,22-24) Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: 

«Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta». 

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Due perfetti estranei, che non erano neppure parenti, improvvisamente, sposandosi, diventano una sola cosa, una sola carne, cioè i parenti più intimi, i più stretti.

Da questo si costruisce la casa che sarà il luogo del rifugio, della protezione, della vita condivisa e di un mondo interno sconosciuto a chi ne rimane fuori.

La casa è anche il luogo ove si tolgono le maschere indossate all’esterno e, seppure tra familiari si dovrebbe essere trasparenti, spesso accade che si mantengano personali segreti.

Spesso si diventa addirittura estranei dentro la propria casa. Un coniuge rinchiuso in una stanza, separato dall’altro. I figli nel loro mondo di crescita adolescenziale si arrotolano a gomitolo nelle loro camerette. E tu, vorresti dialogare e trovi un muro e tu, vorresti gioire e trovi la tristezza.

Come hai costruito questa casa?

Sei il porcellino della paglia? Oppure quello della legna?

Ricordati che il soffio del lupo cercherà di non mancare ed è proprio questo ciò da cui devi difenderti per tenere salda la tua casa, la tua vita.

Non basta esistere, occorre edificare bene l’esistenza.

Forse devo guarire le ferite della mia vita; forse devo fare un cammino di perdono; forse devo sentirmi bisognoso di aiuto.

Come posso diventare coniuge se non riesco ad abbandonare i legami con la famiglia d’origine?

Come posso diventare una sola carne se le mie schiavitù sono rimaste così “appese” da non permettere che viva una relazione vera ma una egoistica soddisfazione?. Pensa a quante volte sei caduto nell’uso della pornografia quando invece eri chiamato a donarti totalmente alla tua sposa( e viceversa ovvio). Diventare una sola carne è abitare nella casa dell’altro, reciprocamente, non soddisfare un egoistico bisogno che attiene alla fase adolescenziale di una sessualità immatura.Tu non sei chiamato ad amare te stesso ma l’alterità.

Ecco dove la casa non è costruita sulla roccia.

È su questa fragilità della vita e occorre pensare bene a come gettare le fondamenta affinchè tutto non crolli!

Non basterà neppure una casa di mattoni perché, il lupo, cioè il nemico del progetto del tuo Santo matrimonio, tenterà di entrare in tutti i modi per divorarti e soffierà, soffierà fortissimo. Infatti, il porcellino saggio, ha saputo difendere ciò che era suo. Sapeva quale poteva essere il pericolo e ha sconfitto il nemico con la difesa giusta.

Sai qual è la tua unica difesa uomo e donna che non puoi cavartela solo con le forze umane?

È Colui che hai messo al centro del tuo progetto, è Cristo, vera Roccia della tua casa.

Non crollerai se saprai difenderti, usando le armi che il tuo battesimo ti ha consegnato:

La Paternità di Dio

I sacramenti

La preghiera

La tua volontà

Ricorda che i porcellini erano tre ma uno solo ha scampato il pericolo e la vita non è una favola ma un Santo combattimento dove il male lo vince soltanto l’Unico Vero Bene!

Cristina Epicoco Righi

Medici non giudici!

Tesoro mi dispiace ma 1) frequenti piazza Verdi (che è diventato il buco del cu*o di Bologna, e a tal proposito Merola sempre sia lodato!) 2) Ti ubriachi da far schifo! Ma perché? Se hai la subcultura dello sballo sono solo ca..i tuoi

Questo è uno stralcio di un post su facebook che potete trovare in quasi tutti i giornali di qualche giorno fa. Una ragazza è stata violentata a Bologna da un magrebino e un sacerdote ha avuto la bella idea di scrivere queste parole (in realtà molte altre) sulla vicenda. La ragazza sembra che avesse bevuto molto prima di seguire l’uomo extracomunitario e subire quindi la presunta violenza. Se l’è cercata. E’ questo il succo della riflessione del prete. Mi fanno male queste parole. Il sacerdote dovrebbe avere lo sguardo di Cristo. Mi immagino quel sacerdote interrogato dai dottori della legge davanti all’adultera. Sarebbe stato il primo a scagliare la pietra. Se l’è cercata. Ha commesso un gesto da condannare. Senza avere la misericordia e l’amore di cercare di comprendere perchè quella ragazza era fuori in piazza di notte ad ubriacarsi. Lei come tanti suoi coetanei. Bere diventa anestetico per una vita senza un reale valore e un futuro senza speranza. Tanti giovani che non trovano di meglio che sballarsi perchè non hanno compreso, nessuno gli ha saputo spiegare, che lo sballo vero è una vita vissuta nell’amore autentico, nel dono di sè. Mi tocca profondamente questa storia perchè mi riporta alla mia giovinezza. Al mio cercare di fuggire la realtà con il bere, la discoteca, l’erba. Ma la disperazione era sempre lì ad attendermi, Ogni volta che mi ritrovavo da solo senza qualcosa che mi distraesse il nulla mi distruggeva l’anima. Una sofferenza profonda finchè non ho incontrato la mia sposa. Con lei ho iniziato un percorso di guarigione. Che pazienza ha avuto. Abbiamo trovato un sacerdote. Uno di quelli con lo sguardo di Gesù. Mi ha guardato, mi sono sentito amato. Si è abbassato nei miei vuoti, nelle mie sofferenze e non mi ha giudicato. Mi ha preso per mano e mi ha sostenuto e aiutato a rialzarmi. Se avessi incontrato un altro sacerdote, magari come quello di Bologna, probabilmente non sarei quello di oggi. Ho incontrato Cristo in uno sguardo e non l’ho scordato mai. Tanti giovani, sopravvivono tra la ricerca del senso che si trova solo in una vita di dono e il desiderio di prendere e avere tutto. Si trovano in una continua ricerca che non dà frutto. Non  giudichiamo quella ragazza. è malata d’amore. La Chiesa, come profeticamente ha detto Papa Francesco, è un ospedale da campo. Quella ragazza non ha bisogno di giudici, ma di medici che sappiano guarirla e ricondurla all’amore. Ricondurla a una vita piena. La solo che può davvero essere degna e vera.

Antonio e Luisa

L’amore non è permaloso

Quanto è importante parlare in una coppia? Penso sia determinante. Può fare la differenza.  Penso che una delle caratteristiche migliori del nostro matrimonio e della nostra relazione sia proprio la cura del dialogo. Ci sono sofferenze e incomprensioni che nascono proprio dalla mancanza o carenza di dialogo.  Io desidero sinceramente il bene per la mia sposa. Desidero con tutto il cuore che i miei gesti, le mie parole e le mie azioni siano per il suo bene e non le procurino dispiacere o sofferenza. Lei mi deve però aiutare.  Da solo non riesco sempre. Io non sono nella sua testa. Ho una sensibilità diversa. Ciò che per lei è importante potrebbe non esserlo per me. Certo, anni di matrimonio insegnano a capire e conoscere l’altro/a, ma non è mai abbastanza. Fortunatamente ci siamo sempre parlati con franchezza e senza sconti. Ci siamo sempre detto tutto. Lei non ha mai preteso che io capissi da solo i miei errori e le mie mancanze nei suoi confronti. Oddio qualche volta si, ma col tempo siamo migliorati anche in questo. Penso sia anche questo un atto di carità. Un gesto d’amore.  Un atto che deve essere da me ricambiato. Come? Accettando che non sono perfetto e che posso anche sbagliare. Difficile accettare le critiche. Siamo tutti più o meno permalosi. La mia prima reazione era quella di difendermi e contrattaccare. Trovare una giustificazione e magari un alibi in un suo comportamento o reazione. L’amore non è questo. L’amore è saper accogliere anche le parole di sofferenza e lamentazione. Se c’è qualcosa che non va non devo arroccarmi, cercare alibi. Lei non mi sta giudicando. Mi sta semplicemente esprimendo il desiderio che io mi comporti diversamente.  Mi sta dando la possibilità di comprendere il mio errore e migliorare il mio modo d’agire. Anni di matrimonio ci hanno insegnato ad avere carità l’uno verso l’altra. Non dobbiamo temere le critiche, il silenzio è molto più pericoloso. Finchè ci sarà tra di noi la libertà di essere onesti, di non dover fingere che tutto vada bene comunque, non dovremo preoccuparci, tutto starà procedendo alla grande.

Antonio e Luisa

A-mors: senza morte

Ti amo. Cosa pensiamo quando lo diciamo o scriviamo al nostro sposo o alla nostra sposa? Naturalmente per chi se lo dice ancora. Tanti purtroppo hanno perso, con gli anni, il desiderio di dirselo. Pensano di non averne più bisogno. Concentriamoci però su chi ancora se lo dice. Amore ha una etimologia non certa. Non c’è certezza sulla derivazione di questa parolina tanto importante e potente. C’è una ipotesi fra altre molto intrigante. Non la più accreditata. Sicuramente la più interessante e suggestiva. Secondo me, anche la più autentica. Amore potrebbe derivare dal latino a-mors. Senza morte. Noi, pronunciando quelle semplici due paroline, stiamo dicendo all’altro/a una verità del nostro cuore: VOGLIO CHE TU VIVA PER SEMPRE.

Bellissimo, non trovate? Il ti amo di noi sposi trova significato nel matrimonio che costituisce la nostra unione. Desideriamo, con il nostro amore, che l’altra persona possa non morire mai. Non è forse questo l’amore? Non possiamo nulla contro la morte fisica, ma possiamo molto per le altre morti. Morte fisica che comunque per noi credenti non significa la fine, ma l’incontro con il nostro sposo Gesù Cristo. Possiamo molto per le altri morti che possono abitare la nostra vita. In particolare possiamo molto affinché l’altro/a non muoia mai nel nostro cuore. Ti amo, quindi, nonostante le volte che sei lontana, le volte che non mi capisci o che io non capisco te, nonostante il peccato che sempre rischia di impoverirci e di allontanarci, nonostante la stanchezza e lo stress, nonostante la malattia, il tradimento e la divisione. Ti amo perché tu sei la mia occasione per andare oltre me. Se la mia grande occasione che non posso lasciarmi scappare per sconfiggere il mio egoismo e aprendomi a te mi apro a Lui. In te scopro Lui. per questo desidero per te l’eternità. Voglio l’eternità non solo per la tua vita. Voglio l’eternità per il nostro matrimonio. Voglio amarti per sempre e senza condizioni. Nulla e nessuno potrà uccidere la mia promessa per te. Neanche tu. Neanche il tuo tradimento, la tua indifferenza. Neanche tu, perché la tua salvezza diventa mia salvezza e mia missione.In questa logica tutto trova senso. Trova senso la mia vita, il nostro matrimonio. Trova senso il sacrificio di Gesù e la sua resurrezione. Il Cantico dei Cantici afferma che l’amore è forte come la morte. Verissimo. L’amore può donarci la forza di superare tutte le nostre morti personali. Attraverso l’amore posso sconfiggere l’egoismo, l’egocentrismo, i miei peccati e la mia ingratitudine. Così che io possa essere capace di essere sempre accogliente con te, mia sposa. Affinché io possa continuare a dirti quel ti amo non solo con la voce, ma con tutto il corpo. Con la mia tenerezza e cura e interesse verso di te.

Antonio e Luisa

 

Vuoi amarla davvero? Ama di più Gesù!

In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Il Vangelo di oggi è ricchissimo. Ne ho tratto un breve passaggio.

Chi non odia suo padre, sua madre, il suo sposo, la sua sposa non può essere mio discepolo. Che brutta richiesta ci fa Gesù. Bruttissima. Inattesa da parte sua. Davvero devo odiare la mia sposa per essere cristiano e vivere un matrimonio cristiano? Certamente no. C’è un problema di traduzione. La traduzione in italiano può essere fraintesa. In realtà Gesù dice altro. Se non ami me più della tua sposa non puoi essere cristiano. Cambia tutto. La prospettiva è molto diversa e acquista un senso. Si comincia a comprendere ciò che Gesù ci vuole dire. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona. Faccio mia questa Parola. Gesù sembra guardarmi con tenerezza e con pazienza. Mi dice: Non puoi farcela senza di me. Non vedi la tua sposa? E’ una creatura bellissima, ma piena di ferite, fragilità e incompiutezze, come lo sei tu. Non illuderti che lei possa colmare quel desiderio di tutto e di eternità che hai dentro. Quello posso farlo solo io. Non chiedo altro che questo. Tu fai però la scelta giusta. Deve essere una tua libera scelta. Non ti posso forzare, non sarebbe amore. Non mettere la tua sposa al mio posto, prima di me. Non farne un idolo. Fallo per te e per lei. Se ne farai il tuo idolo le metterai sulle spalle un peso enorme. Non riuscirà mai a darti tutto quello che cerchi perchè nessun essere umano può farlo. Vieni da me e poi con la mia forza, la mia presenza e la mia tenerezza amala. Solo allora la amerai davvero, la amerai senza condizioni e senza pretese.

Antonio e Luisa

Voglio lodarti Signore…

Oggi voglio fare memoria, mi metto davanti al Santissimo e Lo lodo, benedico e ringrazio per tutto ciò che ha operato e opera nella mia vita. Oggi voglio ricordare (ri-cor/cordis, cioè riportare al cuore) tutte le mie esperienze della vita alla luce del Signore Gesù. Ricordo con gioia i momenti in cui mi ha ascoltato e ha guidato la mia vita, quando mi sono messo nelle Sue mani. Mi ha donato un padre e una madre che con i loro limiti mi ha amato e non hanno fatto mancare nulla, mi ha donato dei fratelli che insieme a Lui hanno dato senso alla mia giovinezza, mi ha donato una sposa e una famiglia bellissima e altre famiglie con cui condividere questo cammino, ma più di tutto mi ha donato il Suo Santo Spirito, che mi guida tutti i giorni e mi fa scegliere Gesù Cristo come Signore della mia vita.

Voglio benedirlo anche per le ferite, per le lacrime, per i momenti bui, perché sono stati i momenti in cui più l’ho cercato, attraverso i quali Egli si è rivelato, nei quali Egli mi ha accompagnato per portarmi ad essere pienamente uomo, per staccarmi, anche dolorosamente, dal peccato, perché in fondo il peccato ci affascina, ne siamo attratti perché siamo carne, almeno finché non decidiamo di vivere la nostra vita nello Spirito e non essere più dominati da essa (cfr. Rm 8).

Quando ero ferito mi sono aggrappato a Lui, ho gridato, ho pianto e ho ricevuto la forza di restare dove ero e non fuggire. Già, fuggire. Ora è la prima soluzione a cui si pensa quando ci va tutto stretto, quando egoisticamente crediamo di non essere amati come vogliamo. E se mi fermassi a pensare cosa vuole l’altro da me? E se facessi dei gesti gratuiti senza aspettarmi nulla in cambio (cfr. Lc 14, 12-14)? Sono convinto che le cose cambino! 

Gesù è passato per quelle ferite, attraverso di esse mi ha salvato e io le benedico, perché oggi, con la sua grazia, mi sono messo sulla strada per vivere in pieno la mia vocazione, il sacramento del matrimonio come Dio lo ha pensato. Su questo cammino siamo accompagnati da tanti fratelli che porto nel cuore e nella preghiera, ma anche dai beati coniugi Beltrame Quattrocchi che stiamo imparando a conoscere ed amare.

Una vita piena è rischiosa.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi;
e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Questo Vangelo, appena letto, mi ha provocato subito un pensiero, un proposito da attuare e vivere nella mia quotidianità.  Quand’è che sto davvero amando la mia sposa? Quando sono amorevole, attento, presente con lei sapendo che lei me ne sarà grata e io avrò una gratificazione immediata oppure quando lei non mi ringrazierà, ma forse sarà anche fredda e distante?

Naturale che è bello scambiarsi attenzioni e tenerezza quando entrambi ne siamo capaci e pronti. Non basta! Per un matrimonio che funziona serve imparare ed educarsi a riservare un trattamento di riguardo anche quando la mia sposa è povera. Povera di amore, di desiderio di incontrarmi e di capacità di farsi dono. Quando la mia sposa è zoppa. Quando è stanca e ha bisogno di rifiatare. Incapace di sostenere la relazione e ha bisogno di aggrapparsi a me per poter camminare e procedere nel cammino. Quando la mia sposa è cieca. Non riesce più a vedere ciò che è giusto e ciò che è male. Magari mi provoca anche sofferenza e solitudine.

Difficilissimo da realizzare. Cristo ci chiede questo. L’amore di Cristo non è fatto di cuori e bacetti, ma di croce e di sacrificio. Non significa che siamo dei masochisti e desideriamo la sofferenza. Tutt’altro. Semplicemente l’amore sponsale per essere autentico e pieno ci chiede di dare tutto e sempre, senza condizioni. Questo significa dover mettere in conto anche la croce. Tanti non sono disposti a una scelta tanto radicale e per questo non sperimenteranno mai l’amore pieno, terranno sempre una riserva, una barriera con il coniuge.  Cristo non solo ci ha mostrato come amare, ma ci ha donato tutti gli strumenti naturali e soprannaturali per essere fedeli all’amore e al nostro matrimonio. Lascia però a noi l’ultima parola. Se aderire o tirarci indietro. Aderire ci apre a una vita piena, ma è rischioso, potremmo essere traditi e feriti. Tirarsi indietro è però anche peggio,  è segno di una vita vissuta con il freno tirato, con la paura di amare e di mettersi in gioco, una vita non vissuta pienamente.

Antonio e Luisa.

Due mani per una melodia

Mio figlio sta studiando da alcuni anni pianoforte. Non ne capisco nulla, chiedo scusa se scriverò inesattezze. Seguire il percorso di Pietro mi ha permesso di entrare, anche se solo superficialmente, nelle dinamiche che lo studio di questo strumento comporta. Sarò fissato perchè anche qui ho visto attinenze con il matrimonio. Ci ho visto tanto della coppia e della relazione che caratterizza il matrimonio cristiano. Innanzitutto il pianoforte si suona con due mani. Due mani controllate ognuna da un emisfero del cervello diverso. Emisferi che sono molto distanti e diversi tra loro per caratteristiche e funzioni. Diversi e complementari come lo sono l’uomo e la donna. Due mani che non sono dipendenti l’una dall’altra. C’è il rischio che una mano si adegui al ritmo dell’altra. Non che suoni la sua parte col suo tempo, ma che si conformi all’altra. Che ne diventi una copia, un doppione. Così però andiamo a stravolgere la melodia. Quello che suoniamo non è più lo spartito che ci ha preparato il compositore. Il compositore della nostra vita che è Dio. Dio che ha un progetto per la nostra coppia e ci lascia liberi di seguirlo e di suonare una melodia che sarà balsamo per la nostra anima e quella delle persone che ci ascoltano oppure suonarne un’altra che non sarà mai bella come quella che Dio ha scritto per noi. Così la coppia diventa tanto forte e capace di relazionarsi quanto più gli sposi saranno capaci di non dipendere l’uno dall’altra. Due mani, due pentagrammi diversi, due chiavi diverse, per un’unica e bellissima melodia. Una mano sola potrebbe produrre una musica molto meno ricca e meno piena. Solo dalle note di entrambe le mani viene la pienezza e la bellezza della composizione originale, quella del Maestro. Così è la coppia. Ognuno ha la sua identità, la sua mascolinità o femminilità, la sua storia, il suo ritmo.  La bellezza viene dal mettere tutto questo al servizio di un’esistenza comune. Dove non esiste solo il mio tempo da seguire, ma si deve accordare con il tempo dell’altro per non stravolgere il risultato d’insieme. Così devo tendere l’orecchio, prestare attenzione e volgere lo sguardo ad un’alterità diversa e complementare. Tutto ciò è possibile perchè la nostra vita ha un faro. Un punto di riferimento imprescindibile. La Parola, i sacramenti e l’intimità con Gesù. Nel pianoforte c’è il Do centrale che permette una volta individuato di riconoscere tutti gli altri tasti e note. Ecco, Gesù è il nostro Do centrale, attraverso di Lui tutta la melodia che vogliamo e dobbiamo suonare acquista significato e senso. La nostra vita e il nostro matrimonio può diventare melodia meravigliosa e affascinare per la bellezza. Può essere mezzo per arrivare al Maestro, per arrivare a Gesù.

Antonio e Luisa

Il Papa vuole curare l’idropisia del cuore.

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Questo Vangelo è una provocazione troppo bella per non accoglierla. Ho subito pensato a Papa Francesco. Papa Francesco tanto attaccato e poco compreso da tante persone. Ammetto che ho fatto fatica anche io. Non comprendevo dove volesse arrivare. Poi mi sono informato, ho ascoltato diverse opinioni, alcune a  favore altre contrarie. Ho combattuto contro me stesso. Le mie convinzioni e pregiudizi. Ho raggiunto una nuova consapevolezza. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Certo ci sono tante spinte, soprattutto interne alla curia romana, che premono e pressano. Il Papa non cede. La dottrina e il magistero non sono cambiati. Amoris Laetitia, perchè è sul matrimonio che mi sono concentrato, è un documento meraviglioso. Approfondisce e prosegue la via di Giovanni Paolo II e del Concilio Vaticano II. Il matrimonio non ne esce ridimensionato. Tutt’altro. Vi assicuro che ho letto il libro del card. Kasper sul matrimonio.  Il Papa non ha preso quasi nulla di quel libro (fortunatamente) che effettivamente riduceva di molto il significato sacramentale delle nozze cristiane. Kasper, indicato come il vero vincitore del Sinodo. Non è vero. Porto solo un esempio della grandezza di Amoris Laetitia. Papa Francesco finora è il primo e unico pontefice che ha scritto nero su bianco, su un documento ufficiale, una verità fino ad ora solo ipotizzata. Un documento che è la sintesi di due sinodi. Ha scritto che il rapporto fisico degli sposi è parte integrante del sacramento. Dopo sessant’anni dal Concilio ci siamo arrivati. Neanche san Giovanni Paolo II l’aveva detto così chiaramente. L’aveva fatto intendere, ma non detto o scritto. Il rapporto fisico non è solo qualcosa di necessario per rendere valido ed efficace il matrimonio, ma è parte di un sacramento. Vi rendete conte della dignità e importanza riconosciuta a questo gesto, spesso tollerato e sottovalutato?

Tornando al Vangelo ho voluto fare una verifica. Che malattia sia l’idropisia. Ecco cosa ho trovato:

L’idropisia consiste nell’accumulo di liquidi nei tessuti interni. Non è una vera e propria malattia, ma un sintomo che accompagna altri problemi di salute, come le malattie dell’apparato circolatorio e dell’apparato digerente o difficoltà nel funzionamento dei reni.

Le parole nel Vangelo non sono mai scritte a caso. C’è solo il necessario, niente di superfluo. Riportare il nome della malattia curata da Gesù è quindi importante. E’ troppo significativo. L’acqua segno dell’amore, della vita e della Grazia che resta all’interno e non riesce ad uscire, a liberarsi, a scaturire dalla persona. Il desiderio di amore che resta inespresso per incapacità di aprirci all’altro/a, ma solo di usarlo. Questo provoca problemi soprattutto ad alcuni organi tra cui i reni. Reni che filtrano il sangue e lo purificano. Gesù guarisce dall’incapacità di amare. Gesù guarisce da chi non riesce a purificare le proprie relazioni, il proprio sguardo, la propria propensione che lo porta all’incontro, al dono e all’accoglienza dell’altro. Lo fa di sabato. Andando apparentemente contro la dottrina, la legge.

Papa Francesco opera così. Va da quelle coppie e quelle persone che soffrono di idropisia. Che non sono capaci di amare e di donarsi. Che hanno matrimoni feriti, sofferenza alle spalle. Gente incapace di amare e per questo infelice e alla ricerca della pienezza. Persone che si stanno uccidendo nello spirito. Le periferie esistenziali. Le povertà del nostro opulento mondo occidentale. E si abbassa. Sembra dimenticare la legge. Non è così. Il Papa conosce la legge e la ama. Comprende però che quello non è il momento di proporla, perchè bisogna rispettare la persona che non è in grado di accoglierla in quel momento. Bisogna prima guarire il cuore. Allora l’accompagna con l’obiettivo di prepararla, educarla amorevolmente ad accogliere il progetto di Dio su di lei. Accogliere la Verità e la vita piena. Il Papa ha ragione. C’è un unico grande pericolo. Servono sacerdoti santi. Sacerdoti che mettano in pratica questa modalità suggerita dal Papa e che non diventino semplici dispensatori di sacramenti a chiunque li chieda.

Proprio in questi giorni sono arrivate le parole del Card. Muller che mi confermano nella mia nuova consapevolezza.

Una analisi accurata mostra che il Papa in Amoris laetitia non ha proposto nessuna dottrina da credere in modo vincolante che stia in contraddizione aperta o implicita alla chiara dottrina della Sacra Scrittura e ai dogmi definiti dalla Chiesa sui sacramenti del matrimonio, della penitenza e della eucarestia.Viene confermata, al contrario, la dottrina della fede sulla indissolubilità interna ed esterna del matrimonio sacramentale rispetto a tutte le altre forme che lo «contraddicono radicalmente» (AL 292) e tale dottrina viene messa a fondamento delle questioni che riguardano l’atteggiamento pastorale da tenere con persone in relazioni simili a quella matrimoniale. Cliccate qui per leggere tutto l’articolo

Il Papa ha bisogno del sostegno della Chiesa, di tutti noi.

Antonio e Luisa

Chi sono i beati?

  • Oh felicità, quando siete l’uno verso l’altra poveri in spirito, cioè vi affidate l’uno all’altra senza difese e senza arroganza; già ora realizzate il Regno
  • Oh felicità, quando saprete essere forti nella fede e perseveranti nel momento della sofferenza, della ferita, dell’intoppo; quando il dolore viene a bussare alla vostra porta, sappiatelo prendere come dalla mano di Dio: perché da Lui sarete consolati.
  • Oh felicità, quando vi accoglierete con mitezza e fate della misericordia il luogo dove poter sostare; a voi sarà data la terra promessa.
  • Oh felicità, quando non vi accontenterete di mangiare il vostro pane, ma aprirete le vostre porte e il vostro cuore alla fame altrui; Dio stesso si incaricherà di saziarvi, perché lo avete sfamato nei piccoli e nei poveri.
  • Oh felicità, quando, pur concedendovi la correzione fraterna, vi guardate con occhio di misericordia; sperimenterete la grande gioia che viene dal perdono.
  • Oh felicità, quando non consegnate il vostro amore agli idoli del mondo, ma vi amate con purezza di cuore; nel vostro amore vedrete Dio.
  • Oh felicità, quando fate la pace, non solo perché deponete il litigio, ma perché operate per costruirla; in quel momento sentitevi figli di Dio.
  • Oh felicità, quando il mondo non vi capirà, quando deriderà la vostra fedeltà; quando i furbi vi considereranno fuori dal mondo; già ora il Regno dei cieli, affidato alle vostre mani è vostro; già ora per voi e per il mondo seminate i semi di eternità.

(da “La casa delle otto felicità” della Comunità di Caresto)

Riflettevo sul Vangelo di mercoledì scorso, solennità dei Santi. Il Vangelo proclamava le beatitudini.  Il mio parroco ha dato una lettura molto bella e interessante che ho rielaborato. Cos’è la beatitudine che ogni persona continua a cercare e desidera con tutto il cuore.  Cosa significa beatitudine per la maggior parte delle persone?  Significa non avere preoccupazioni, non avere problemi. Avere salute, affetti e mezzi economici. Chi ha tutte queste cose è, però,  davvero beato?

Per quanto mi riguarda non è così. Anche se avessi tutte queste cose  non sarei comunque beato. Avrei paura di perderle. Quando le possiedi hai paura di perderle, quando non le hai le desideri ardentemente. Mentre chi non le ha si illude di trovare la felicità trovandole, chi le ha già rischia di disperarsi perchè ha tutto e non è felice. Quanti personaggi famosi si sono suicidati perchè avevano tutto, ma non erano comunque felici. In realtà non possediamo nulla. Neanche la nostra vita che possiamo perdere in ogni momento, figuriamoci il resto. La beatitudine è un’utopia nella nostra vita tutta immanente e per nulla trascendente. Possiamo avere dei momenti di pace, di serenità e anche di gioia, ma senza qualcos’altro si bruciano come paglia secca,  e dopo la gioia arriva sempre la caduta. Si può anestetizzare la nostra vita per non pensarci, ma prima o poi dovremo fare i conti con tutto questo. Si rischia davvero la disperazione. E alcuni la sperimentano. Poi accade un miracolo. Non è il solo, ma questo ha davvero toccato tanti cuori.  Chiara, una ragazza di meno di 30 anni, in quelli che dovrebbero essere gli anni più belli, affronta la morte di due bambini che non vivono che pochi minuti dopo la nascita. La stessa donna scopre poi di essere nuovamente incinta, il bambino sta bene, ma è lei che scopre di non stare bene. Un brutto male la sta pian piano uccidendo. Soffre, non capisce, sa che presto morirà e non potrà crescere suo figlio, ma è beata. Sente di essere beata e vive tutto questo con beatitudine. Attenzione, con sofferenza e dolore, ma è beata. Come è possibile? E’ una matta? Per tante persone non può che essere matta, perchè non c’è un motivo ragionevole (per la nostra società) per avere gioia e pace nel cuore in una situazione del genere. Così beata che riesce a trasmettere la stessa beatitudine a chi le sta vicino. Dal marito Enrico, passando per i genitori fino agli amici che le fanno visita e non vorrebbero lasciare quel monte di beatitudine. Noi sappiamo che una ragione c’è. Abbiamo incontrato Gesù nella nostra vita e Gesù allarga l’orizzonte. Distrugge le barriere della morte e mostra un senso per ogni cosa. Tutto ciò che ci accade non si conclude nella nostra vita terrena. Ci sono tante situazioni che non hanno un senso e una spiegazione nella nostra vita se non si va oltre la nostra vita stessa. Malattie, lutti, sofferenze e anche divorzi e separazioni sono tutte prove inaccettabili se il nostro sguardo si ferma a ciò che possiamo comprendere e vedere. La fede ci dona un nuovo sguardo e una nuova consapevolezza. Quel divorzio e quella sofferenza  avranno un senso quando incontrerò Cristo alla fine della mia vita e immergerò tutto il mio dolore nel suo amore. Quel lutto avrà un’altra luce quando lo valuterò con la cifra della vita eterna e con Gesù che mi abbraccia. Ed ecco che quando mi scopro povero senza nulla che davvero mi appartiene allora Gesù può rendermi beato, già su questa terra, anche nelle prove. Solo allora noi saremo capaci di vedere Gesù nella nostra vita, di essere consolati, di essere saziati dall’amore di Gesù, di accogliere il suo perdono. Chiara Corbella sembrava stesse perdendo tutto ciò che era per lei importante. Stava perdendo la salute, il marito, i figli e infine la sua stessa vita. In realtà non stava perdendo nulla, stava solo lasciando qualcosa e qualcuno che non le era mai appartenuto per avere tutto.

Sentite Chiara cosa scrisse riguardo la morte dei due bambini nati prima di Francesco:

Grazie a Maria e Davide noi ci siamo innamorati di più della vita eterna, ed abbiamo smesso di avere paura della morte. Dunque Dio ci ha tolto ma per donarci un cuore più grande ed aperto per accogliere già l’eternità in questa vita

Questa è la beatitudine. Quella vera.

Non perdeva niente per guadagnare tutto. Questa consapevolezza rende beati, non ciò che ci illudiamo di aver costruito nella nostra vita. Noi a differenza sua pensiamo di perdere tutto e di non guadagnare nulla. La nostra pena è tutta in questo errore, in questa mancanza di fede e di incapacità di credere, di fidarci e di affidarci.

Antonio e Luisa

La Messa nutre il nostro matrimonio.

Desidero mettere la parola fine alla tante polemiche che sono scaturite a seguito degli articoli che ho scritto negli ultimi giorni. In particolare una frase è risultata indigesta ad alcuni: saremo giudicati non per le Messe a cui abbiamo partecipato, ma per per come avremo amato il prossimo e in particolare il nostro più prossimo di tutti, la nostra sposa o il nostro sposo.

Non è quindi importante andare a Messa? Non ho mai pensato questo. Andare a Messa la domenica è un obbligo per noi cristiani. Un precetto da seguire e rispettare. Sappiamo che i precetti della Chiesa non sono mai un capriccio, ma indicano la strada per non perdersi. Io stesso non ho sempre lo stesso desiderio di accostarmi alla Messa e all’Eucarestia, a volte starei a casa, salvo rendermi conto di quanto ne avessi invece bisogno una volta andato. L’obbligo è quindi necessario per educare la persona. L’obbligo della Messa ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo. Il nostro spirito è affamato di eterno, di Dio e abbiamo bisogno di nutrire il nostro cuore e la nostra anima tanto quanto nutriamo il corpo. Abbiamo bisogno della Parola e abbiamo bisogno di mangiare Gesù nella Santa Eucarestia per essere uno con Lui e uno con i fratelli. Legati come la vite con il tralcio. Vale anche per il rapporto con la mia sposa.  Rischiamo di perdere di vista l’essenziale senza Messa. Tutto diventa immanente. Anche il nostro matrimonio perde la trascendenza. Perde di vista ciò che è nell’essenza, che lo costituisce nella sua ragione di esistere più importante. Il matrimonio sacramento  non è solo una relazione tra due persone, per quanto pur bella possa essere. Una tra le tante possibili scelte, come vogliono farci credere. Il matrimonio non si riduce a questo. Il matrimonio trascende questo. Attraverso il matrimonio la mia sposa si fa mediatrice tra me e Dio. Amando lei sto amando Dio. Riuscire a sperimentare questa dinamica non è semplice. Spesso il matrimonio, anche cristiano, si riduce a un rapporto a due, escludendo di fatto Dio o relegandolo in un angolo. Relegando Gesù in qualche rito, qualche preghiera recitata senza convinzione e forse appeso alla parete.

Andare a Messa serve, è quindi indispensabile, per non dimenticarsi di questo. Andando a Messa non dimentico che ogni mio gesto d’amore, di servizio, di tenerezza per la mia sposa è offerta a Dio. Attraverso quel gesto sto amando Dio nella mia sposa. La mia sposa non è quindi il fine della mia vita, ma la porta di accesso a Dio, vero fine e vero senso di ogni cosa. La mia sposa non è il mio idolo, il mio fine, la mia ragione, ma è creatura che apre al Creatore. La mia sposa non deve rendermi felice, ma mostrarmi chi mi può rendere pienamente felice. Attraverso di lei imparo ad amare Dio e mi preparo alle nozze eterne con Cristo sposo.  Eucarestia e matrimonio due sacramenti diversi che richiamano ad unica verità. Vivere alla presenza viva e reale di Gesù Cristo, presente in entrambe le realtà. Due sacramenti che si completano l’uno con l’altro. Il Gesù che scopro e incontro nell’Eucarestia mi richiama a trovarlo anche nel mio matrimonio. Esiste infatti un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà, che è una duità, che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno ad ospitare il Re, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. Adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

La Messa diventa quindi modalità per non dimenticarsi di tutte queste realtà così grandi e così belle. La Messa ci consente di conservare la consapevolezza di essere immagine dell’amore di Dio. Ci provoca ad andare sempre più in profondità nell’amarci vicendevolmente, anche nell’intimità fisica che grazie a questa consapevolezza diviene riattualizzazione del matrimonio ed effusione di Spirito Santo. Dall’altare della chiesa al talamo, altare della nostra piccola chiesa. Ci ricorda che non siamo soli con le nostre fragilità e peccati, ma c’è Lui che ci sostiene. La Messa ci ricorda come dobbiamo amarci, guardando quel crocefisso e quell’ostia. Un Dio che si è fatto uomo e per amore ci ha perdonato. Si è fatto mangiare e uccidere da noi e per noi, nonostante il nostro tradimento e rifiuto. Solo con la Messa possiamo rendere il nostro matrimonio qualcosa che richiama ad altro, qualcosa che richiama a Dio e al suo amore.  La Messa è nutrimento, forza e sostegno.

Fra Eucaristia e Matrimonio si stabilisce così un’intima reciprocità: come insegna il Concilio, da una parte “l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”, dall’altra esso “è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e della Chiesa” (GS 48); o ancora, da un lato “il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza”, dall’altro “il Signore rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati” (FC 13); o infine, con le belle parole di Benedetto XVI nella sua enciclica sull’amore: “il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo; viceversa, il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DC 11).

Infine ringrazio Pasquale che con le sue critiche mi ha suscitato questa ulteriore precisazione. Rileggendola mi sono commosso per la grandezza del dono di Dio che riceviamo nel matrimonio e nell’Eucarestia, due sacramenti che si richiamano e si perfezionano l’uno con l’altro, facendo miracoli in noi e con noi.

Antonio e Luisa.

Per portare molto frutto, dobbiamo scendere nel profondo delle relazioni!

Leggendo il Vangelo del seme di senapa e del lievito, il Signore si rifà a cose del quotidiano per spiegare cose molto più grandi, come il regno dei cieli. Per cui oggi vi voglio raccontare un piccolo racconto di vita quotidiana, dal quale ho tratto un prezioso insegnamento:

Qualche giorno fa sono andato a raccogliere delle pere in campagna, arrivato all’albero, ho notato alcune pere cadute, altre  ancora sull’albero ma pronte a cadere, altre ancora acerbe.

Con molta diligenza abbiamo iniziato a raccogliere prima le pere cadute, scartando ormai quelle troppo guaste, poi siamo passati sui rami dell’albero, e siccome il sole stava per tramontare, abbiamo raccolto mature e non mature, buone e non buone. Il tutto l’abbiamo messo nelle cassette e portato a casa.

Poi qualche giorno dopo sono andato giù in cantina e ho deciso di fare una cernita: ho preso tutte quelle più mature, quelle che stavano marcendo e quelle totalmente marce e le ho messe in un cestino.

Dopodiché in cucina ho diviso ulteriormente: quelle completamente marce (poche per fortuna) le ho buttate, quella non completamente le ho tenute, per poterle pulire. Quando mio padre ha visto la frutta mi ha detto: “che lavori a fare, sono tutte da buttare”.

Invece non mi sono perso d’animo e mi sono messo a pulire meticolosamente e pazientemente: ho trovato uno o due che erano ancora belle esteriormente ma marce dentro e ho dovute buttare anche queste; poi c’erano quelle con il verme dentro, ho dovuto scavarle all’interno per togliere il verme e il marciume e salvare la parte buona; c’erano poi quelle che si erano ammaccate cadendo e una parte era completamente marcia, tagliata quella ho salvato il resto; poi c’erano quelle vecchie e raggrinzite che pensavo fossero da buttare e invece internamente erano ancora molto buone.

Tutta la parte buona l’ho messa in una scodella e sopra ci ho spremuto del limone per non permettere che la polpa diventasse nera, il torso, che non serve, e la parte marcia l’ho buttata.

Mio padre è tornato e si è meravigliato di quanta polpa ero riuscito a recuperare da pere che aveva definito: “ormai spacciate”. Ho deciso di fare un buon dolce alle pere che farà felice la mia famiglia.

Ora vi chiederete cosa significa tutto questo racconto? La vita quotidiana ci viene molte volte in aiuto nello spiegare qualcosa di più complicato:

Le pere siamo noi, l’albero la nostra famiglia, una volta maturi ci stacchiamo da essa. E’ importante staccarsi dalla famiglia quando maturiamo, per poi iniziare un percorso personale che ci porterà a realizzare un nostro progetto di vita (la torta). Se non riusciamo a staccarci in tempo, saremo preda degli uccelli e delle intemperie e finiremo per marcire sull’albero, oppure, cadendo troppo tardi, marcire nel terreno. E’ importante che, quando un giovane matura, ci siano pastori e uomini di buona volontà pronti a guidarli, altrimenti rischiano di corrompersi e marcire.

Non sempre però maturiamo all’interno delle nostre famiglie. A causa di molte vicende della vita, ci stacchiamo o veniamo staccati prima, ma Dio diligentemente ci prepara una via (la frutta continua a maturare nelle cassette).

Ma non finisce qui… Una volta matura la frutta deve servire a qualcosa, se rimane ferma a lungo, finisce per marcire nelle cassette.  E’ importante per cui, che una volta staccati dalla propria famiglia, troviamo la nostra strada, che può essere il matrimonio o la consacrazione. Rimanere fermi senza decidere della propria vita, significa marcire, e nel giorno in cui Gesù verrà a chiamarci, lui farà la cernita tra la frutta cattiva e la frutta buona.

Ma Gesù è un Dio buono e misericordioso, pronto a salvare il salvabile, e lo stesso dobbiamo essere noi con i nostri fratelli, cercare di vedere il buono anche lì dove è veramente difficile vederlo, altrimenti faremmo come mio padre con la frutta, e butteremmo il buono con il cattivo. E se vogliamo recuperare veramente tutto quello che è possibile serve: impegno, costanza e pazienza.

I vermi stanno a significare le schiavitù del mondo, che una volta all’interno hanno lasciato la frutta intatta esternamente, ma all’interno hanno scavato rendendo la polpa marcia. Quante volte mi è capitato di conoscere giovani bellissimi esteriormente, con una vita “così perfetta”, ma che nascondevano scheletri nell’armadio. Stiamo attenti per cui a non essere mai superficiali con i nostri fratelli, così come non lo è Dio con noi. Lui stringe relazioni profonde, che vanno a toccare le tenebre del nostro cuore per salvare quello che di buono il mondo non è riuscito ancora a corrompere.

A volte mi è anche capitato di trovare giovani terribilmente feriti, come anche io lo sono stato in passato. La parte marcia sta a significare una ferita, una caduta, che inizialmente aveva creato una piccola lesione, ma che a lungo andare ha portato una parte della propria vita a marcire. Dio con pazienza riesce togliere il marcio e riesce a riportare alla luce tutta la parte buona, che a volte è più di quello che un giovane ferito può pensare (infatti sono riuscito a salvare più polpa dalle pere ferite, che da quelle intaccate dal verme).

Una volta salvato quello che si poteva il resto è stato gettato. Dio è misericordioso, lenisce le nostre ferite, ci guarisce, e riporta a nuova vita il bene che in noi, solo e solamente se noi glielo permettiamo. Una delle tentazioni più grandi dell’evangelizzazione è di voler raggiungere tutti, ma non tutti vogliono essere raggiunti.

Il limone messo sulla polpa buona, serve a non farla annerire, ed è per questo che una volta che Gesù ci ha salvati dalle nostre ferite, cadute, schiavitù, dobbiamo difenderci con le armi della preghiera e dei sacramenti, altrimenti marcirebbe nuovamente tutto. Dopodiché dobbiamo far fruttificare la nostra vita, portando la gioia di aver incontrato il Signore agli altri, e questo è il significato della torta (P.s. la torta è piaciuta molto, per cui obiettivo raggiunto!)

Il buon samaritano 

Non mi ero mai soffermato sul fatto che il buon samaritano non abbia mai parlato, se non con il locandiere, dopo aver fatto tutto ciò che era necessario per curare il povero uomo che aveva incontrato. Egli agisce, opera, non si ferma a pensare perché questo uomo sia in queste condizioni, perché non è stato aiutato da altri, non fa elucubrazioni sulle possibili colpe o cause dell’accaduto. Così fa con noi Gesù: non ci chiede perché abbiamo peccato, perché ci siamo fatti del male, ma ci raccoglie e ci medica.

I gesti che compie sono bellissimi e significativi, nei tempi antichi l’olio serviva per ammorbidire le ferite e far sì che non si seccassero, il vino ha una leggera potenza disinfettante mentre con le fasciature si impediva la nuova infezione.

Ora è bello vedere la lettura che ne danno i santi e consultando il sito italiamedievale.org su questo argomento, ho trovato scritti di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Gregorio Magno. Il vescovo di Milano ci dice: “La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino. Egli tien strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica come fa il vino, quando minaccia il giudizio”.  Sulla stessa linea è il vescovo d’Ippona: “La fasciatura delle ferite è il freno imposto ai peccati, l’olio è la consolazione derivante dalla buona speranza che viene dalla remissione della colpa e porta alla riconciliazione e alla pace; il vino è l’esortazione ad agire con spirito il più possibile fervente”. Nella lettera sinodica mandata nel febbraio 591 ai quattro patriarchi e all’ex patriarca Anastasio, il pontefice ammaestra: “Per questo, come insegna la Verità, l’uomo semivivo è trasportato, per lo zelo del Samaritano, nella locanda. Si adopera per le sue ferite il vino e l’olio, perché le ferite, con il vino, siano perfettamente disinfettate e, con l’olio, siano lenite. È necessario che colui il quale è preposto a sanare le ferite adoperi il morso del dolore simboleggiato dal vino e il lenimento della bontà rappresentato dall’olio, in quanto con il vino si disinfettano le parti putride e con l’olio si leniscano quelle che debbono essere sanate. Vi sia amore che non renda fiacchi e vi sia vigore che non esasperi”.

Gesù è anche medico degli sposi, come spesso lo chiama Don Carlo Rocchetta, responsabile della Casa della Tenerezza di Perugia. La sua Parola può risanare una relazione morta, putrefatta, l’olio del suo Verbo ammorbidisce i cuori e lenisce il dolore delle reciproche ferite, il vino disinfetta da ciò che aveva portato la relazione a quel punto di morte e ci fascia con la sua infinita misericordia, per proteggerci dal male che opera nel mondo. Questo posso dirlo a gran voce e lodare Dio per le sue meraviglie!

Uccidere l’uomo vecchio

Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne;
poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.
Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio.
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”.

Questo passaggio è tratto dalle letture di oggi. Sembra che ci sia un contrasto tra la carne, il corpo e lo Spirito (inteso come Spirito Santo). Ma è davvero così? Una lettura della Parola che mette sotto accusa il corpo è giusta? Certamente no. La Bibbia è un libro spirituale, certamente, ma c’è tantissima carne. Gesù, Dio fatto uomo, presente nella storia e nella nostra vita terrena ha manifestato l’amore attraverso il corpo. Gesù ci ha amato completamente attraverso il corpo, tanto da arrivare a far mangiare il suo corpo e a far bere il suo sangue per essere uno con lui, per la nuova alleanza. Perchè allora questa apparente presa di distanza? La carne, in questo caso, si riferisce all’uomo vecchio. Ad Adamo. Adamo ed Eva che volevano essere come Dio. Decidere ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. Adamo che ha fatto se stesso dio. Adamo che ha si è concentrato sui suoi desideri, sulle sue pulsioni, sulla spinta a dominare. Tanto da non potersi più fidare degli altri. Adamo ed Eva di coprirono perchè lo sguardo dell’uno violava l’altra e il desiderio di incontro e di relazione si era trasformato in ricerca di dominio e di controllo sull’altro. Quando io sono il mio dio, tutto ruoterà intorno a me e alla mia volontà e il fratello sarà solo qualcuno da piegare ed usare. Spesso accade tra marito e moglie. Quando non si è più soddisfatti dell’altro  se ne trova qualcuno che soddisfa di più e meglio, si cambia. Alla fine si muore. Non si è più capaci di farsi dono, solo di prendere e non si riesce a dare senso ai nostri giorni. Siamo fatti per amare e solo quando riusciamo a dare tutto possiamo avvertire quella pienezza che ci fa stare bene. Siamo condannati ad un’esistenza in continua ricerca di felicità che non troveremo mai. Quando invece, grazie a Dio, alla sua Grazia, al sacramento del matrimonio si riesce ad uccidere la carne si trova la pienezza e il senso. Ci sentiamo di realizzare ciò che siamo e che ci costituisce, siamo immagine di Dio.  Quando riusciamo ad uccidere l’uomo vecchio nasce un uomo nuovo, quello capace di andare oltre le pulsioni, oltre la passione, oltre i momenti difficili e le sofferenze causate dall’incomprensione e dalle nostre fragilità. Un uomo capace di attingere allo Spirito e perseverare nella volontà. Così si può essere felici, sempre con la stessa persona per tutta la vita. Non va più di moda, è vero, ma è ancora ciò che in fondo al cuore ogni persona desidera.

Antonio e Luisa

La preghiera mezzo e non fine.

Visto il polverone suscitato dall’articolo di ieri sul servizio come preghiera, oggi voglio riequilibrare la mia posizione. Sono contento che l’articolo abbia incontrato interesse, sostegno, critiche e tante risposte. Significa che è qualcosa su cui non ci sono idee chiare, quindi parlarne è sempre edificante e costruttivo. Mi spiacerebbe però, passasse l’idea che sottovaluto la preghiera, la mia relazione con Gesù. Non è affatto così. Non vorrei passasse l’idea che è più importante essere Marta e non Maria. E’ una conclusione completamente avulsa dalle mie intenzioni. Cerco di spiegarmi meglio. La preghiera è importantissima nella mia vita. Gesù è il faro della mia vita, colui che dà senso a tutto. Finchè non lo incontrai ero un ragazzo disperato. Un giovane uomo che aveva una casa, un lavoro e degli amici, ma che non aveva un motivo per stare al mondo. Poi l’ho incontrato e il calore del suo amore così bello mi ha conquistato. E’ stato ancor più meraviglioso perché amava me, che non pensavo di essere amabile. Da quel momento non l’ho lasciato più. Pregare non è mai stato facile per me. Non sono un mistico, ma ho sempre mantenuto una relazione con lui attraverso la Messa, la preghiera e i sacramenti, e ne ho gustati i frutti. Pian piano ho iniziato un percorso di risalita e di guarigione. Poi è arrivata Luisa. Gesù mi ha donato Luisa come il suo regalo più grande dopo l’incontro con Lui. Ho sentito forte la consapevolezza che mi era stata affidata: –Questa è Luisa, mia figlia prediletta. Voglio affidarla a te perchè tu possa essere le mie mani, il mio sguardo, le mie carezze, la mia voce per lei. Perchè tu possa farla sentire amata da me. Questo è la tua missione se deciderai di sposarla, di unirti per la vita con lei-.

Dal momento che è diventata mia moglie Gesù è venuto ad abitare nella nostra relazione e la mia missione è iniziata. Ho capito il mio posto nel mondo: aiutare la mia sposa a diventare santa, a prepararsi all’incontro con lui. Da quel momento tutto ciò che faccio, lo leggo alla luce della mia missione. Sbaglio tanto e tante volte chiedo perdono, ma ciò che devo fare l’ho ben chiaro nella mia mente. Ed è così che la preghiera diventa mezzo per attingere forza e sostegno. La preghiera è necessaria per compiere la mia missione, ma non è la mia missione. Ecco perchè se devo scegliere se recarmi a pregare o restare a casa perchè c’è bisogno di me scelgo di restare. Trovo altri modi per relazionarmi con Gesù o rimando l’incontro. Sono certo che se andassi a pregare sentirei dentro di me la voce di Dio che mi domanderebbe: “Cosa ci fai qui?” Io sono a casa tua che aspetto di essere amato in colei che ti ho donato. Fai ciò che devi e poi torna che ti riempirò di me”. Questo per dire che a volte la Messa, la preghiera e le nostre attività in parrocchia sono scuse. Scuse per non ammettere che non si è capaci di vivere quell’amore a cui siamo chiamati in famiglia. Tutte queste belle attività diventano modo per cercare quella gratificazione e quella pienezza che non troviamo in casa. E’ una fuga nello spiritualismo quando la nostra vita è fatta di carne, di relazione e di un noi.  Così diventa solo ipocrisia e non è preghiera gradita a Dio. Se la preghiera diventa giustificazione per le mie mancanze, la mia incapacità di comprendere i bisogni, le necessità e i desideri della mia sposa, sto tradendo la mia missione. Mi viene in mente la parabola del buon samaritano. Uno di quelli che non si fermò ad aiutare era un sacerdote. Non si fermò perchè stava andando al Tempio a pregare. La sua sarà stata una preghiera gradita a Dio? Rispondete voi.

Detto questo voglio aggiungere una sola cosa. Cerchiamo di vivere la preghiera di coppia. Siamo diventati un noi consacrato a Dio, Dio ci vede come un sol cuore e una sola carne. E’ bellissimo per noi pregare Dio insieme, come coppia. La preghiera personale è importante,ma non basta. Non esiste più solo un mio rapporto personale con Cristo ma ne esiste un altro, forse ancora più importante e bello, che è quello di coppia. Non c’è nulla di più bello che lodare il Signore insieme e ringraziarlo per le meraviglie che ha compiuto in noi e con noi.  Purtroppo conosco tante coppie che non la praticano. Per pudore, vergogna o perchè uno dei due non è credente. Si perde tanto. Pregare insieme lega tantissimo e aiuta ad essere sempre più uno con l’altro/a e con Dio. Il mio rapporto con Dio non è più cosa mia, ma riguarda anche la mia sposa e condividerlo con lei è meraviglioso. Significa poter condividere il dono più grande che io abbia ricevuto.

Antonio e Luisa

Pulire casa è preghiera.

In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme
e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:
«Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.
Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.
E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Questo è il Vangelo di domenica. Oggi ho voluto lanciare una provocazione sui social. Nella mia parrocchia sono in corso le quaranta ore di adorazione. Stamattina avevo due possibilità. Una scelta. Recarmi in chiesa per adorare il Santissimo Sacramento oppure restare a casa e occuparmi di metterla in ordine, di lavare, riordinare, spolverare. Renderla dignitosa. Abbiamo avuto una settimana molto impegnativa e non c’è stato tempo per occuparci della casa. Era un porcile. Sapevo che Luisa sarebbe tornata da scuola verso le 13.30 e vedere la casa in quelle condizioni l’avrebbe scoraggiata e impegnata per gran parte del pomeriggio. Ho deciso di dedicarmi alla casa e l’ho scritto sui social che sarebbe stata la scelta che Gesù avrebbe apprezzato di più. Ho avuto per questo alcune critiche. Da queste critiche voglio partire per riflettere su una realtà non sempre riconosciuta. Noi, non siamo sacerdoti. Abbiamo un’altra vocazione. La nostra vocazione è il matrimonio. Dio si fa trovare primariamente nella nostra sposa e nel nostro sposo. Vuole essere amato così, con la mediazione di una creatura. Non fraintendetemi. Adorazione, Messa, preghiera sono tutte attività importantissime per la vita di un cristiano che sia consacrato o meno. Danno forza, sostegno, intimità e relazione con Gesù. Questi sono però tutti mezzi, strumenti che Dio ci dona per realizzare la nostra vita. La nostra vita si realizza nel matrimonio, mettiamocelo in testa. Il fine della nostra vita è realizzarci nel nostro matrimonio, rispondendo così all’amore di Dio. Detto in altre parole, alla fine saremo giudicati sull’amore, su quanto avremo amato i nostri fratelli e in particolare il nostro coniuge. Non saremo giudicati su quante Messe abbiamo seguito o su quante ore abbiamo passato davanti al Santissimo, ma su quanto abbiamo amato nostro marito, nostra moglie.

Quindi stamattina ho scelto di amare mia moglie nel servizio amorevole verso di lei. Ho spazzato, lavato, spolverato per lei. E’ una stupidata, ma è l’amore quotidiano dei coniugi. Nulla di eccezionale, ma la quotidianità vissuta per l’altro e per l’Altro.

Andrò all’adorazione, ne ho bisogno per ricaricarmi ed essere capace di continuare a donarmi, ma oggi penso di aver amato Gesù nel modo migliore, nel servizio alla mia sposa. Tanto noi sposi sappiamo che Gesù è presente nella nostra relazione in modo reale come nell’Eucarestia. In un certo senso donarsi nel matrimonio equivale a fare adorazione. In modo diverso ma sempre gradito al Signore.

San Giovanni nella prima lettera, non a caso, diceva:

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.

Voglio concludere con un breve passaggio del libro “Siamo nati e non moriremo mai più”, dove viene raccontata la vicenda di Chiara Corbella, giovane sposa e mamma santa (lo diventerà presto):

Le giornate volavano via senza riuscire a pregare molto; in generale sembrava di combinare poco. (…) Un giorno Cristiana trovò su una rivista cattolica un articolo intitolato Il cantico della cucina. Vi lesse che il matrimonio consacra tutto nell’amore e che ogni cosa che si fa per amore dello sposo è dono di sè, più importante di mille preghiere. <“Pulisco per terra in ringraziamento di…. Rifaccio il letto in offerta per questa situazione….” e cose così. Lo girò immediatamente a Chiara, a cui piacque molto. Da quel giorno occuparsi della casa diventò preghiera. Incredibilmente questo tipo di preghiera funzionava.

Antonio e Luisa

Una relazione che appassisce

Se mi guardo indietro e analizzo la mia relazione c’è “un ingrediente” che ha fatto la differenza. Qualcosa che spesso si tende a sottovalutare. Soprattutto nelle nostra vita piena di stress, pensieri, impegni e occupazioni. Facciamo tanto, forse troppo, ma dimentichiamo l’essenziale. Noi, perchè lavoriamo, generiamo figli, li educhiamo, mandiamo avanti una famiglia? Cosa ci spinge? Non può essere solo un qualcosa che facciamo trascinati dalla nostra vita e dalle scelte che abbiamo fatto. Deve esserci un’origine. Qualcosa che dà senso a tutto. Sappiamo che tutto ciò che ci spinge è l’amore. Solo l’amore dona sostanza al nostro fare, che altrimenti sarebbe, nei casi migliori, solo uno schiacciante senso del dovere. Noi cristiani diamo anche un nome all’amore. Per noi l’amore è Dio stesso che si è fatto uomo, presente nella storia in Gesù Cristo. Noi ci diamo da fare per rispondere ad un amore grande, gratuito, incondizionato e che ci precede sempre. Sappiamo anche un’altra verità. La nostra vocazione ci chiede di rispondere a quel meraviglioso amore non direttamente a Colui che ce l’ha donato, ma attraverso la mediazione di un’altra creatura. Attraverso il nostro sposo e la nostra sposa.  Tutto questo discorso per arrivare a una conclusione conclusione. Qual’è? Che dopo pochi o molti anni di matrimonio, dopo uno o tanti figli, dopo una relazione che si è evoluta nel tempo e modificata per tanti motivi, non siamo più capaci di tornare alle origini. Facciamo tanto, ma non riusciamo più a comprenderne il motivo. Ci troviamo in un treno in corsa che non siamo capaci di fermare, dove però ci troviamo male e vorremmo scappare appena possibile. Evadere da quella famiglia che ci toglie tutto. Siamo imprigionati in una vita spesa per la famiglia, ma dove quella stessa famiglia ci risulta ogni giorno più estranea. Un peso. Non ci si guarda più. Si litiga per sciocchezze. Non si è più capaci di gesti di tenerezza o semplicemente di sguardi. Si è sempre pronti a rinfacciare quello che facciamo e che non fa l’altro. Per non parlare del rapporto fisico che è la prima vittima della nostra incapacità a trovarci.

Tranquilli non è una malattia incurabile. Soprattutto esiste un vaccino che permette di evitare di contrarla. Una medicina che va presa almeno mensilmente. Se possibile anche più spesso. Non serve nessuna ricetta medica.

Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro.

Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

Tornare alle origini è il solo modo per evitare che la nostra relazione muoia come una pianta senza acqua.

Antonio e Luisa