Pietrina di scarto o no?

Dagli Atti degli Apostoli (At 4,1-12) Allora Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

In questa ottava di Pasqua la Chiesa ci fa leggere vari incontri del Risorto descritti nei Vangeli e contemporaneamente diversi brani dagli Atti degli Apostoli, che è un libro che assomiglia ad un diario di bordo, una sorta di raccolta ordinata dei fatti accaduti dopo la Risurrezione e la Pentecoste. In particolare oggi ci soffermiamo sulle due frasi finali di S. Pietro di questo brano perché ci toccano nel profondo come sposi.

Innanzitutto è curioso che Simone usi la metafora della pietra, la stessa usata dal Maestro quando cambiò il suo nome in Pietro, per dirci qualcosa circa la natura del Risorto, infatti la metafora si impreziosisce di un particolare, e cioè del fatto che Gesù non è solo una grande pietra di una costruzione, ma la pietra d’angolo. Per capire questa metafora è bene sapere che la pietra angolare (o testata d’angolo) di una costruzione è la prima pietra posata, sulla quale si è soliti incidere un’iscrizione che riporta date e nomi a memoria dei posteri, è anche la pietra sulla quale idealmente poggia tutta la struttura muraria.

Il matrimonio deve essere come quella struttura che si poggia sulla pietra angolare, che è il Cristo, ed i costruttori del matrimonio devono posare un mattone dopo l’altro, giorno dopo giorno, a partire da quella pietra che regge il peso di tutta la casa, è la pietra che non si sposta mai, la pietra che resterà sempre al proprio posto; ogni mattone fa da base a quello sopra, ma a sua volta si appoggia su quella pietra. E qual è l’iscrizione incisa sulla pietra angolare del nostro matrimonio?

Sicuramente ci sono i due nomi degli sposi e quello di Cristo. Ma anche se uno dei due dovesse decidere di andarsene a costruire un’altra casa con un’altra persona, quella pietra resterà fissa lì, la nuova casa (tranne nel caso di nuovo matrimonio dopo una vedovanza) non avrà una pietra angolare, i mattoni non avranno una base solida ed indistruttibile sulla quale poter contare sempre, anche in caso di terremoto o di uragano; sarà una casa senza una pietra angolare che regge tutto il peso, senza una pietra sulla quale restano incisi i nomi degli sposi.

In questo brano Pietro lo dice in modo esplicito, casomai qualcuno avesse dei dubbi: “In nessun altro c’è salvezza” come a dire che noi possiamo costruire tutte le strutture che vogliamo e con chi vogliamo, ma solo quella che ha Cristo come pietra angolare sarà salva dalle intemperie. Spesso ci capita di incontrare coppie che ci raccontano delle loro grandi difficoltà matrimoniali, relazioni ridotte all’osso, sposi che dialogano con più facilità coi colleghi piuttosto che con la moglie, spose che si confidano con le amiche (peggio se con la mamma) invece di aprire il proprio cuore al marito, sposi che si sentono in diritto di tutto ed in dovere di niente, spose che non si sentono comprese e si sentono trattate come oggetti dai propri mariti, ecc… quando poi si entra un po’ in dialogo si scopre che queste coppie non frequentano la Messa domenicale da tempo immemore, oppure sono coppie che frequentano l’oratorio solo per fare volontariato di vario tipo, oppure sono coppie che si sono macchiate del gravissimo peccato di aborto, coppie che non vivono una vita di fede, restano lontano dalla vita sacramentale: queste coppie potremmo paragonarle ad una casa che non è stata costruita dalle mani esperte di un muratore, case che non hanno seguito il progetto originale del geometra, case fai da te che non tengono conto dei calcoli dell’architetto, in Campania le definirebbero “case sgarrupate“.

Cari sposi, se vogliamo che la casa del nostro matrimonio sia sempre più bella, più robusta e più ordinata, bisogna che ci atteniamo ai disegni del progettista, dobbiamo seguire le regole di costruzione date dall’architetto del nostro matrimonio, seguire le regole di manutenzione ordinaria e straordinaria che ci vengono date. I matrimoni che trattano Cristo come una pietrina di scarto non avranno mai una casa secondo il progetto originale, per dirla alla moda di adesso non avranno mai una casa “veramente ecologica”.

Coraggio sposi, se ci accorgiamo di avere qualche muro storto e fuori asse, se ci accorgiamo di qualche colonna non a filo di piombo, possiamo sempre recuperare chiamando il progettista che ci mandi dei tecnici che ci aiutino a ripristinare la nostra casa secondo il progetto originale.

Giorgio e Valentina.

Cosa ci ha lasciato la Pasqua?

Il lunedì dopo Pasqua è un giorno strano. É passata la botta emotiva della Veglia del Sabato Santo. É passata la domenica di Pasqua fatta di momenti in famiglia e di festa insieme. É come se la vita ordinaria fosse ricominciata. Sì è ancora un giorno di vacanza e si può fare la classica gita fuori porta, ma siamo tornati in un certo senso sulla terra dopo aver contemplato l’eternità di Dio e nutrito la nostra parte spirituale, quella più profonda. Cosa ci ha lasciato la Pasqua? Siamo come prima? Ricominciamo a vivere le nostre difficoltà, le nostre sofferenze, le nostre fatiche allo stesso modo di prima? Guerra, denatalità, crisi energetica ed economica torneranno a farci vedere tutto nero, senza speranza per il futuro? Nulla è quindi cambiato? Gesù è morto e risorto per niente allora?

Sono domande che faccio a me stesso. Questo blog è prima di tutto un modo per condividere pensieri ad alta voce con tutti voi. É una domanda decisiva. Perché, se davvero credo che Gesù è morto per me, se credo davvero che Gesù mi ama così tanto da dare la sua vita per me, se davvero credo che Gesù è risorto e ha sconfitto la morte, allora nulla può più essere come prima. La Pasqua credo serva soprattutto a questo. Per tanti serve a fare memoria di quanto avvenuto in quei giorni di circa 2000 anni fa. Solo per pochi però diventa molto più di una semplice celebrazione e di una memoria. Per alcuni diventa esperienza d’amore, diventa abbraccio di Gesù, diventa relazione concreta. Solo a questi ultimi la Pasqua cambia davvero la vita.

Per vivere davvero la Pasqua non basta essere religiosi, dirsi cattolici, sentirsi parte di un gruppo di persone che condividono con noi valori e riti. Serve diventare cristiani. Serve iniziare e perfezionare una relazione d’amore con Gesù da costruire ogni giorno. Come ogni altra relazione d’amore. Più di ogni altra relazione d’amore perché questo Amore diventa sorgente per ogni altro amore.

Quando riusciamo a fare questo salto di qualità nella nostra vita spirituale allora avviene una vera conversione. Conversione che non significa altro che cambiare direzione. Ecco è proprio questo. Sappiamo di avere una vera relazione con Gesù quando la nostra vita non è più la stessa. Quando siamo capaci di fare scelte che per altri sono folli. Quando il nostro amore diventa radicale. Quando nel nostro matrimonio siamo capaci di donarci l’uno all’altro davvero in modo incondizionato e gratuito. Quando vogliamo riempire l’altro del nostro amore e non pretendiamo che lui/lei riempia la nostra povertà come avviene per la maggior parte delle coppie. Il nostro matrimonio è la nostra cartina al tornasole anche di come sta la nostra fede. Quando siamo lì, a pesare ogni volta quanto l’altro ci sta dando e quanto stiamo dando noi, a pensare a quanto ci convenga stare con lui/lei, a valutare quanto ci fa stare bene significa che anche in Gesù cerchiamo la stessa cosa. Gesù diventa un mezzo per riempire le nostre paure, il nostro bisogno di non sentirci soli in questo mondo difficile, ma non lo stiamo amando. Lo stiamo usando esattamente come stiamo usando il nostro coniuge.

Coraggio Antonio datti da fare perché la strada è ancora lunga. Il matrimonio con Luisa mi ha permesso di intraprendere un cammino, Pasqua dopo Pasqua mi sento sempre più vicino a Gesù, ma ancora non sono un cristiano vero. Non riesco ancora a fidarmi fino in fondo. C’è una parte di me che ancora fa resistenza, c’è ancora tanto egoismo in me, però so che la strada è quella giusta e non voglio smettere di percorrerla.

La Pasqua è passata ma la nostra relazione con Gesù ricomincia ogni giorno. Tutta la nostra vita passa da una domanda che Gesù rivolge ad ognuno di noi: Chi dite che io sia? (Marco 8, 29) domanda che ribalto sul nostro matrimonio: Cosa è il nostro matrimonio? Un modo per riempire dei bisogni affettivi e sessuali o la nostra strada per essere santi e per imparare ad amare e a lasciarci amare?

Antonio e Luisa

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Pasqua vuol dire Speranza

Care coppie,

            alleluia! Cristo è veramente risorto! Mi auguro che questo Evento sia davvero fondativo per ciascuna di voi, costituisca una novità di vita che impregni mente, cuore e sentimenti. La Risurrezione è lo spartiacque tra persone umane e cristiani. O vivi con lo sguardo rivolto al Cielo, come insegna San Paolo nella seconda lettura odierna, oppure si “vive per la morte” come diceva Heidegger.

Pasqua vuol dire speranza. Perché la morte, il peggior nemico è stato sconfitto per sempre e Cristo ci ha ridato una vita che non finirà mai più. Che significato ha, per voi coppie sposate, il dono della Risurrezione? Papa Giovanni Paolo II proprio su questo dice: “Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità»” (Familiaris Consortio 56).

Il vostro amore santificato è scaturito dal costato di Cristo aperto in Croce, siete un genuino frutto pasquale. Questo significa che in voi l’amore può sempre vincere sulla morte a cui l’egoismo, la chiusura del cuore, la ricerca della propria comodità e interessi inesorabilmente ci spinge.

Ma la Risurrezione ce l’avete dentro al vostro rapporto, questa è la buona e bella Notizia! Con la grazia del matrimonio vi è concesso di purificare e santificare continuamente il vostro amore, sebbene la tendenza al ribasso ci sarà costantemente. Cristo, difatti, è asceso in Cielo con le piaghe della passione per insegnarci che le conseguenze del male sono assolutamente reali ma questo non ci impedisce di poter volare ed amarci sempre di più.

Vi invito oggi a sognare ad occhi aperti: con il dono della Risurrezione si può ogni giorno assaporare un po’ di Paradiso in terra nella Speranza di gustarlo in pienezza.

ANTONIO E LUISA

Noi sposi custodiamo nel cuore tante emozioni, tante gioie ma anche tanti dolori e tante ferite. Custodiamo anche tante morti e tante resurrezioni. Già, perché tutti noi sposi abbiamo vissuto dei momenti di morte nella nostra relazione. Non necessariamente abbiamo tutti dovuto affrontare sofferenze e divisioni devastanti, ma tutti abbiamo affrontato periodi più o meno lunghi di aridità e di difficoltà. Il matrimonio non è una navigazione in acque tranquille ma è una navigazione in acque aperte dove tempeste e onde possono mettere in pericolo in ogni momento la nostra imbarcazione, la nostra relazione. Noi però sappiamo che al timone del nostro matrimonio c’è Gesù che ha già sconfitto il male. Gesù ha sconfitto non solo la morte, ma anche il tradimento, il rinnegamento, l’abbandono. Gesù ha sconfitto la mancanza di amore dei Suoi discepoli e del Suo popolo tutto, perseverando con l’amore e con la misericordia. Così siamo chiamati a fare noi sposi. E la cosa bella è che Gesù è lì con noi sulla stessa barca che ci guida e che ci dà la sua forza. Così ogni volta che affrontiamo una morte il Venerdì Santo ne usciamo risorti la Domenica di Pasqua, e ne usciamo più forti e più belli di prima, trasfigurati dal Suo amore. Coraggio, oggi, domenica di Pasqua, fate memoria delle vostre piccole pasque personali e ringraziate Dio del dono che vi ha fatto.

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I nostri sabati

Non è mai facile scrivere un articolo nel giorno solenne del Sabato Santo poiché su questo giorno hanno scritto fiumi di parole grandi santi e predicatori quali i Dottori e i Padri della Chiesa, e traiamo proprio da uno di loro la riflessione di oggi; è un testo molto ricco e profondo, ne riportiamo solo alcune frasi che ci aiutano come sposi.

Da un’antica «Omelia sul Sabato santo» (PG 43, 439. 451. 462-463) La discesa agli inferi del Signore.  Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. ​Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. ​Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. […] ​Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi, mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. […]

In questo giorno la Chiesa vuole far risaltare il grande silenzio descritto all’inizio di quest’antica omelia attraverso il silenzio delle campane, ci vuole aiutare a vivere questo giorno con mestizia, vuole spronarci a riflettere sul nostro rapporto col Salvatore, ci aiuta a fare un serio esame di coscienza; se vogliamo trarre maggior profitto da questo Triduo bisogna che impariamo a seguire i consigli e le direttive che la saggezza bimillenaria della Chiesa ci mette a disposizione.

Le parole di questo testo sono eloquenti e non hanno bisogno di commenti per essere comprese, ci permettiamo solo di farvi notare come a volte anche gli sposi siano come Adamo ed Eva, anche noi abbiamo disobbedito ai comandi del Signore, ai comandi dell’Onnipotente, a volte abbiamo ceduto alle lusinghe dell’antico serpente, abbiamo permesso che il tentatore infilasse nei nostri pensieri il dubbio che Dio non ci ami perché le sue leggi sarebbero castranti per la nostra vita.

Se leggiamo con attenzione le parole che quest’omileta pone sulle labbra del Salvatore ci accorgiamo che non sono parole di vendetta o di rancore (questo il link per la lettura integrale), esse assomigliano alle poche parole che Gesù rivolge alla adultera che ha rischiato la lapidazione: non nega il peccato di lei, ma nello stesso tempo vede nel cuore di questa donna le condizioni necessarie per ricevere il perdono e la congeda invitandola con ferma tenerezza a non peccare più. Similmente, in questa discesa agli inferi, il Salvatore usa parole che non negano il peccato di Adamo ed Eva, ma nello stesso tempo li esorta, li invita, li incoraggia ad uscire da quella prigione, a risorgere.

Per capire cosa vuole dirci il Signore, vi invitiamo a rileggere lentamente il testo integrale sostituendo i nomi di Adamo ed Eva con i nostri, e sostituendo ai loro peccati i nostri, sicuramente molte coppie troveranno giovamento per il proprio cammino. Non importa il mero e freddo elenco dei peccati del passato, o quelli del presente, non ha troppa importanza neanche la quantità e la loro gravità SE non ci pentiamo di essi. Le condizioni “sine qua non” per ricevere il perdono del Signore sono quelle che la Chiesa ci insegna da sempre: 1) l’esame di coscienza 2) il dolore dei peccati 3) il proponimento di non commetterne più 4) la confessione 5) la soddisfazione o penitenza.

E questi atteggiamenti non possono essere vissuti a compartimenti stagni, perché noi siamo un’unità inscindibile di anima e corpo, dobbiamo fare in modo di predisporre la nostra anima a chiedere e ricevere il perdono di Dio e dobbiamo esternarlo nel corpo. Quando il Signore scorge questi moti del cuore, non resiste ed apre i boccaporti del Suo Sacratissimo Cuore dal Quale sgorgano infiniti fiumi di misericordia. Probabilmente ci sono tante coppie che si trovano nella condizione di Adamo ed Eva descritta nel testo citato, ed è proprio su questo punto che vogliamo cogliere la riflessione odierna: non serve a niente piangersi addosso, l’autocommiserazione non fa bene al cuore, contemporaneamente non ha nemmeno senso lo sminuire i nostri peccati e/o scusarli sempre e comunque.

Il Signore scende nelle nostre prigioni di sposi per tirarci fuori da lì e la chiave per uscirne è sulla sua Croce. Egli ci comanda di uscire, badate bene che è un comando, non è un suggerimento della fatina delle fiabe. Ma perché ha il potere di comandare? Perché Lui è IL SIGNORE, e questa signoria però la esercita con lo stile della Croce, su quella croce infatti è vittorioso.

Cari sposi, accogliamo il comando misericordioso di Gesù: sposo e sposa, ordina a voi di uscire dalla prigione del peccato. Comanda a noi sposi di risorgere dalla morte del peccato e di vivere nella Sua luce e ci definisce “opera delle mie mani” e “mia effige”. Come possiamo essere Sua effige se restiamo prigionieri? Coraggio sposi, questo Sabato Santo evadiamo dalle nostre prigioni, non c’entrano niente i sentimenti, quando Gesù comanda si obbedisce senza se e senza ma.

Coraggio e … Buona Santa Pasqua.

Giorgio e Valentina.

Erano circa le quattro del pomeriggio. (Gv 1, 39)

Siamo nel mezzo del Triduo Pasquale, sta terminando un cammino quaresimale che per la prima volta ho vissuto appieno anche con picchi di allegria e gioia. E’ iniziato con la proposta che ho raccontato anche qui sul blog dei 40 giorni 40 tabernacoli. E’ stato un modo per accompagnare e stare accanto alle persone che non hanno un cammino spirituale o che per dolore si sono momentaneamente allontanate dalla Chiesa.

Ripercorrere le tappe della nostra storia personale e matrimoniale è stato bello e particolare. Abbiamo parlato, pregato, viaggiato, il tutto sempre nel modo a noi più congeniale: come abbiamo sempre scritto cerchiamo di abbinare alla Mistica anche la Mastica. La Quaresima, almeno per me, è sempre stata un periodo forte, non solo per il tempo liturgico, ma soprattutto per il memoriale dei ricordi personali. Un 5 Aprile di 25 anni fa, in una normale Domenica delle Palme, affrontai il primo lutto della mia vita, la perdita di mio nonno. Quel giorno mi ritrovai con un ramoscello di ulivo nella mano, la stessa mano che di solito mio nonno prendeva per accompagnarmi. Tale evento, come potete immaginare, fu l’inizio di quelle domande esistenziali che mi portarono ad allontanarmi dalla Chiesa. Quelle domande che, come dice don Epicoco, quando saremo in Cielo ci sarà Dio che risponderà a tutte le nostre domande“. Ecco io credo che stalkererò Cristo finché non lo troverò in Cielo.

Quest’anno invece ho avuto la possibilità di vivere la Domenica delle Palme in una maniera gioiosa e allegra circondata dai bambini dell’oratorio. Il dono più bello. Non c’è niente di più bello di loro che come mi vedono mi corrono incontro abbracciandomi. Neanche fossi un supereroe della Marvel. Proprio anche grazie alla loro presenza, Andrea ed io abbiamo approfondito ancora di più i concetti di Priorità e Necessità. Ad esempio nella coppia cerchiamo spesso di avere dei momenti che sono solo nostri, che possono spaziare dall’ascolto di una catechesi, ad una cena con amici e tanto altro. Così è prioritario il tempo per la confessione rispetto alla necessità del lavoro.

È stato un cammino quaresimale che ci ha aiutato a fare luce su alcuni aspetti anche a livello di relazioni. Per me è stato doloroso ma anche necessario operare dei tagli in alcune relazioni. Come la parabola del seminatore insegna alcuni sassi e rovi sono di ostacolo alla crescita. Una pianta per crescere ha bisogno di acqua, luce, calore, ma soprattutto del terreno adatto. Sarà toccante quest’anno poter gettare nel fuoco della veglia pasquale proprio tutto ciò che inconsapevolmente ha rallentato il nostro cammino umano e spirituale.

Chiedetevi anche voi che state leggendo se c’è ancora qualcosa che rallenta il vostro cammino. Trovate quel peso che avete nel cuore che vi schiaccia come un macigno, siete ancora in tempo per prepare il vostro terreno nuovo per la felicità. Osate fare tagli ai vostri rami. È vero, è doloroso ma in alcuni momenti è necessario. Potrà capitare di essere incompresi, di passare per folli, o di sentirsi traditi proprio da chi tra tutti ha più condiviso momenti di vita con voi, quasi ad essere nel vostro cuore il prediletto, ognuno di noi almeno una volta nella vita ha avuto accanto un Giuda. Gesù non è morto in croce solo per i nostri peccati, ma anche per ricordarci che c’è chi ci ama. Solo chi ti ama veramente ti vuole felice. Ricordatevi sempre che la Passione fa parte di noi, è nella nostra realtà che viviamo ma sappiamo che poi vi è la rinascita.

Proprio pensando alla rinascita, subito dopo Pasqua, dal 12 aprile, inizieremo sul nostro Instagram la recita della coroncina Angelica a San Michele Arcangelo, frutto del nostro recente pellegrinaggio nella Grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo, chi vuole unirsi, sia dal vivo, che online è ben accetto e ci può contattare.

A presto e buona e Santa Pasqua

Vi aspettiamo se volete nel nostro Instagram nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Lavanda dei piedi come sacramento degli sposi

Oggi inizia ufficialmente il Triduo. Entriamo nei tre giorni più importanti della nostra liturgia e della nostra fede. Il Natale è bello, è importante, tutto quello che volete, ma se tutta la vita terrena di Gesù non si concludesse con la resurrezione nulla avrebbe senso. In questo Giovedì Santo la liturgia mette al centro un gesto specifico. Già, quella strana tradizione che nelle nostre chiese vede il celebrante inginocchiarsi per lavare i piedi a dodici fedeli. Non so se ci avete mai pensato: Giovanni è l’unico evangelista che dedica tantissimo spazio alla lavanda dei piedi e molto meno all’ultima cena, all’istituzione dell’Eucarestia. In apparenza una strana scelta. L’Eucarestia è il fondamento della nostra Chiesa. E’ la presenza viva dello Sposo, che in ogni Messa si rende nuovamente e misteriosamente presente. Cosa ci vuole dire Giovanni? Giovanni vuole mettere in evidenza non l’Eucarestia in sè, come invece hanno fatto gli altri evangelisti, ma lo scopo dell’Eucarestia. L’amore di Dio è presente nella Chiesa quando diventa servizio. Quando ci si china sulle miserie del fratello, sui suoi peccati, sulle sue povertà, sulle sue caratteristiche e atteggiamenti meno amabili.

Nella mia riflessione personale ho visto l’importanza e la complementarietà di questi due gesti. L’Eucarestia che diventa nutrimento, speranza, accoglimento e forza per ogni cristiano. L’Eucarestia sacramento affidato al sacerdote per il bene di tutta la Chiesa. Ma non basta l’Eucarestia. Serve la lavanda dei piedi. Serve il nostro impegno personale. Serve la nostra volontà che diventa amore concreto. Serve l’amore vissuto e sperimentato. Per questo mi piace considerare la lavanda dei piedi il nostro sacramento di sposi.

Il nostro sacerdozio comune di sposi battezzati si concretizza in tutti i nostri gesti d’amore dell’uno verso l’altra. Siamo soprattutto noi sposi a dover incarnare questo gesto nella nostra vita. Siamo noi immagine dell’amore di Dio. Se il sacerdote, attraverso l’Eucarestia, dona Cristo alla Chiesa, noi sposi, attraverso il dono, il servizio e la tenerezza, doniamo il modo di amare di Cristo, rendiamo visibile l’amore di Cristo. Almeno dovremmo, siamo consacrati per essere immagine dell’amore di Dio. Gesù che si inginocchia per lavare i piedi ai suoi discepoli. Un’immagine che noi sposi dovremmo meditare in profondità e che dovremmo imprimere a fuoco nella nostra testa. E’ così vero quello che dico che fare l’amore, cioè il dono d’amore più concreto e completo è per noi sposi la riattualizzazione del sacramento del matrimonio.

Gesù si inginocchia per lavare i piedi dei suoi discepoli. I suoi discepoli non erano perfetti. Erano gente dalla testa dura. Erano egoisti, paurosi, incoerenti, litigiosi e increduli. Erano esattamente come noi, come sono io, come è mia moglie. Noi siamo sposi in Cristo, e Gesù vive nella nostra relazione e si mostra all’altro attraverso di noi. Noi siamo mediatori l’uno per l’altra dell’amore di Dio. E’ un dono dello Spirito Santo. E’ il centro del nostro sacramento. Noi dovremmo essere l’uno per l’altra quel Gesù che si inginocchia, che con delicatezza prende quei piedi piagati e feriti dal cammino della vita e sporcati dal fango del peccato. Quel Gesù che, con il balsamo della tenerezza è capace di lenire le piaghe e le ferite, e che con l’acqua pura dell’amore li monda e scioglie quel fango che, ormai reso secco dal tempo, li incrosta e li insudicia.

C’è un gesto che è bello donarsi il giorno del matrimonio. Invece dei soliti rituali scaramantici o goliardici sarebbe bello che davanti agli invitati sposo e sposa facessero proprio il gesto di lavarsi i piedi a significare proprio il desiderio di amarsi come Gesù ha insegnato. Bellissima la testimonianza dell’influencer statunitense Stacey Sumereau da lei stessa raccontata sui social e riguardante il suo matrimonio: Mio marito mi ha lavato i piedi durante il nostro ricevimento di nozze, anziché sfilarmi la giarrettiera. La giarrettiera simboleggia l’attrazione erotica e sessuale e mostra un indizio pubblico dell’intimità privata che allieterà i neosposi. L’attrazione fisica è una cosa meravigliosa ed è una parte bellissima del matrimonio; però sono stata felicissima che il mio sposo abbia voluto sorprendermi con qualcosa di molto diverso… Gesù ha lavato i piedi dei suoi discepoli la notte prima di morire in Croce. Questa specie di amore è agape: sacrificio

Antonio e Luisa

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Mangiare dallo stesso piatto

Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».
Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.
Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Secondo la scaletta organizzativa del blog ci tocca scrivere qualcosa oggi mercoledì santo e poi anche giovedì e venerdì. Tre giorni molto importanti che ci proiettano dritti verso la Pasqua di resurrezione. Domenica naturalmente lasceremo la parola a padre Luca. In questo mercoledì la liturgia ci offre la possibilità approfondire un personaggio controverso. Si tratta di Giuda. Uno dei dodici. Vorrei soffermarmi non tanto su di lui ma piuttosto sulla sua relazione con il Maestro, con Gesù. E’ importante farlo perchè racconta anche tanto a noi sposi. La relazione che ognuno di noi ha con Gesù è una vera relazione sponsale. Tanto più lo è per i dodici che tanto gli erano vicini ed intimi. Cosa è importante analizzare nel rapporto tra Giuda e Gesù? Mi soffermo su due versetti in particolare. Uno tratto proprio dal Vangelo di oggi di Matteo mentre l’altro dal Vangelo di Luca

Ma egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. In queste poche parole c’è tantissimo. Si legge tanta intimità. Per i giudei comunione attorno alla tavola, intingere insieme la mano nello stesso piatto, era la massima espressione di intimità e di fiducia. Ci fa immaginare la famiglia unita. Ci dovrebbe quindi essere amore, dialogo, intimità, cura, rispetto. Tutti quegli ingredienti che dovremmo ritrovare nelle nostre case. Proprio in quel frangente, quando Giuda intinge nello stesso piatto di Gesù, nel massimo gesto di intimità, eliminando ogni barriera tra lui e il Maestro, è lì che Gesù lo indica come traditore. Non è un gesto scelto a caso, come non lo è il bacio che esaminerò dopo. Tradire non deriva da un’accezione negativa. La radice sia in greco che in latino è dono. La stessa di tradurre, consegnare. Se ci pensate tradizione deriva dalla stessa radice. Tradire diventa negativo proprio da questo episodio dove Gesù sarà consegnato. Un episodio che rappresenta pienamente il rinnegamento dell’amore. Gesù nell’ultima cena dove dona tutto di sè, dona addirittura il Suo corpo e il Suo sangue, vede questo amore così grande e incondizionato rinnegato da Giuda. Questo deve essere stato per Lui un dolore enorme. Eppure non smette di amare Giuda. Anche quelle che sembrano minacce –Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! – non sono altro che un amaro prendere atto della scelta che, nel libero arbitrio, fa l’altro nel non comprendere e non accettare il Suo amore gratuito e redentivo. Giuda prima di uccidersi materialmente era già morto dentro rinunciando a quell’amore che avrebbe dato senso a tutto, anche alla morte. Quanti sposi sono nella situazione di Giuda. Sposi che rinnegano il matrimonio, cioè l’amore incondizionato e gratuito di Dio, alla ricerca di qualcosa che non troveranno mai altrove. Beati invece quegli sposi che scelgono di restare fedeli, anche se abbandonati, perchè, seppur nel dolore, trovano pace e senso di ogni cosa proprio in Gesù e nell’amore concretizzato nella fedeltà alla promessa.

Allora Gesù disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo? Giuda tradisce Gesù con un bacio. Qui è importante notare il parallelismo proprio con il matrimonio. Gesù rinnega il suo amore per Gesù con un gesto che invece racconta amore. Nel matrimonio non è forse così. Ci si promette l’amore che abbiamo nel cuore e poi si conferma quella promessa e la si concretizza nel corpo attraverso l’amplesso fisico. Gesù resta scandalizzato e rattristato non solo per il tradimento ma per il modo con cui Giuda lo tradisce. Con un bacio, con un gesto che racconta affetto e amicizia. Una menzogna che fa ancora più male. Noi sposi siamo come Giuda? Quando ci accostiamo all’altro per unirci intimamente cosa abbiamo nel cuore? Abbiamo il desiderio di comunione oppure abbiamo l’istinto di sfogare una pulsione usando il corpo dell’altro. Nel primo caso stiamo offrendo amore all’altro e anche a Gesù presente nell’altro e nel matrimonio. Nel secondo caso stiamo tradendo non solo il nostro coniuge ma anche la nostra promessa e Gesù presente in essa.

Speriamo di avervi dato degli spunti interessanti e vi auguriamo io e Luisa una bella preparazione del cuore a questa Pasqua magari anche con un incontro intimo fatto bene, un incontro di comunione e di dono reciproco.

Antonio e Luisa

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La fiamma smorta.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 42,1-7) «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento». […]

Quello proposto il Lunedi Santo è un brano che ci introduce in maniera inequivocabile verso la Pasqua imminente delineando alcuni tratti principali del servo di Dio, così infatti viene preannunciato il Messia, e già chiamarlo servo dice tanto della Sua missione, ma poi ne vengono delineate alcune caratteristiche che ci aiutano a comprendere meglio alcuni aspetti di Gesù. In particolare oggi ci soffermiamo sull’espressione : “non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta“.

Incontriamo tante coppie in crisi relazionale, in cui è venuta a mancare la fiducia reciproca, coppie che non riescono più a vedere l’altro come una risorsa e come un dono. Non vogliamo entrare nell’intricato mondo delle relazioni, ma solo mettere in evidenza uno tra i tanti pericoli che minano la relazione e la coppia stessa. Per farlo dobbiamo innanzitutto capire come agisce il Signore con noi. Egli non è uno che lascia al diavolo campo libero senza mettere a nostra disposizione tutte le armi per combattere questa buona battaglia quotidiana. Il diavolo è invidioso perciò cerca SENZA SOSTA, in ogni modo e con ogni mezzo, di rubare un figlio di Dio dalla salvezza di Dio per conquistarlo all’inferno eternamente.

Il Signore permette queste tentazioni per saggiare la nostra fede, per trarne un vantaggio per la nostra fede, affinché accresca la nostra fede in Lui di vittoria in vittoria contro l’antico serpente; nella battaglia sperimentiamo quanto la vittoria sia alla nostra portata non tanto grazie alle nostre misere forze, ma per la Sua potenza, se ci affidiamo a Lui e ci rifugiamo in Lui nella battaglia, Egli certo non ci deluderà, anzi, riporteremo sempre vittoria perché il Signore è infinitamente più potente dei Satana. Spesso però ci lasciamo travolgere dagli eventi perché gli attacchi del Maligno non sono così sfacciati e frontali, il più delle volte egli agisce con sotterfugi, di nascosto, come fa un infiltrato, uno sporco doppiogiochista, una vera e propria spia, maschera il male di bene e traveste il bene di male, cosicché nella confusione ci sferra l’attacco finale, anzi, la confusione è già una sua piccola vittoria.

Non di rado in questi frangenti noi cadiamo nella delusione, nello scoraggiamento, nella sfiducia in noi stessi, negli altri, nella vita e in Dio. La voce del Signore si fa sentire più che mai, continuando a farci vedere sprazzi di luce, un po’ come se ci facesse scorgere la luce in fondo al tunnel, come se ci facesse intuire che il finale sarà diverso, ma ci lascia liberi di aderire alla Sua voce o meno. I Suoi appelli non sono quasi mai come dei manifesti a caratteri cubitali in mezzo agli incroci, come quelle gigantografie che siamo soliti vedere in giro per le nostre grandi città, non è così, spesso la Sua voce assomiglia ad un fiorellino che sboccia in mezzo alle fessure del marciapiede, come quella farfalla che si posa sulle roselline del nostro balcone tra l’indifferenza dei nostri sguardi, assomiglia all’ultimo raggio di sole che squarcia le nubi dopo una giornata di temporale, come un arcobaleno che silenziosamente appare… per poter scorgere tutte queste bellezze bisogna avere uno sguardo allenato ai particolari e saperne gioire.

Se il Signore ci facesse una telefonata per avvertirci delle insidie o ci mandasse un messaggio via Whatsapp non saremmo più liberi perché agiremmo come dei burattini con i fili, ma il Signore ci ama a tal punto da rischiare di perderci pur di conservarci liberi, affinché la nostra risposta sia vero amore deve essere una scelta libera. Egli non ci vuole schiavi senza libera iniziativa, siamo figli e quindi i Suoi richiami sono sempre di incoraggiamento, sono dolci inviti a fidarsi di Lui… quando il fuoco nel camino sembra ormai spento, l’esperto toglie delicatamente la cenere da sopra e lascia che le braci sotto riprendano vigore con un soffio delicato ma sicuro… il Signore agisce così con la cenere della nostra anima.

E se noi sposi vogliamo far rinascere una relazione apparentemente spenta dobbiamo imitare Gesù, dobbiamo impegnarci ad usare delicatezza nel togliere la cenere del nostro consorte e ravvivare le braci sotto che attendono di essere rinvigorite. Cari sposi, per fare questo ci vuole tanta tenerezza, tanta delicatezza, ma anche tanto impegno quotidiano, dobbiamo aiutare il nostro coniuge a far emergere le sue qualità, i suoi pregi, i suoi carismi. Come ?

Evidenziando come lei diventi più bella quando sorride al nostro rientro o viceversa, quando lei/lui cucina con allegria le pietanze sono più gustose, quando canta la sua voce è intrigante… evidenziando come lui diventi più affascinante quando esce di casa con quella camicia, quando la abbraccia mentre cucina risulta più virile e lei si sente protetta ed unica, quando rientra dal lavoro con quello sguardo è bellissimo. Questi sono solo alcuni esempi ma poi ogni coppia ha le proprie dinamiche per cui lui e lei si impegnano nel rinvigorire le braci sotto la cenere.

Coraggio sposi, anche se il nostro matrimonio sembra uno stoppino dalla fiamma smorta, stiamo certi che con l’aiuto del Signore ed il nostro immancabile impegno quotidiano il Signore compirà il miracolo di ravvivare la fiamma dell’amore ad immagine del Suo amore, un amore senza limiti, che non ci pensa due volte a morire in Croce per salvarci dalla dannazione eterna. E così lo sposo non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta della sua sposa e la sposa non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta del suo sposo.

Giorgio e Valentina.

Adorare viene prima di fare!

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento.

Il Vangelo di oggi ci riporta a quanto è accaduto a casa di Lazzaro. Ritroviamo Marta e Maria. Guarda caso i ruoli non sono cambiati. Marta a lavorare e Maria ad adorare. Vi ricordate l’altro episodio con Marta che brontola perché Maria perde tempo con Gesù senza lavorare? Ecco qui si ripropone la stessa dinamica. Marta che sgobba e Maria che apparentemente perde tempo. L’attenzione si focalizza ancora una volta su Maria. Maria non serve i commensali, come invece fa Marta, ma si occupa di Gesù, lo adora, lo ama teneramente, gli cosparge i piedi con olio di puro nardo e dolcemente li asciuga con i suoi capelli. Cosa insegna questo Vangelo a noi sposi? Insegna qualcosa di determinante per la nostra vita insieme. La cosa più importante non è fare, ma rispondere alla chiamata, rispondere a Gesù che ci ha amato per primo. Solo comprendendo, guardando, accogliendo, riamando e adorando Cristo, il nostro fare non sarà più un obbligo e un peso insostenibile, ma una risposta d’amore. Esiste una priorità. Adorare viene prima di fare. Ora un ulteriore e logico passaggio. Va bene, ma come faccio ad adorare Gesù nel mio matrimonio? Semplicissimo (ma non facile): amando Luisa, la mia sposa. Perchè non è facile? Maria mi insegna un’altra cosa importante. Per amare Cristo non c’è misura. Devo dare tutto, senza risparmiarmi.

Maria, infatti, ama senza riserve, senza limite, oltre il necessario, tanto che il suo amore appare quasi uno spreco. Non è necessario darsi così tanto. Invece Gesù la esalta proprio per questo. Perché l’amore deve essere così. Nel nostro matrimonio abbiamo rotto il vaso di nardo? Oppure siamo avari e diamo qualche goccia ogni tanto per non sprecarne? Ci sprechiamo in gesti di tenerezza, di servizio, di cura, di attenzione oppure limitiamo tutto al minimo indispensabile, dando per scontato l’amore che ci unisce?

Io mi sento molto provocato da questo Vangelo. Ho ancora tanta strada davanti. Ancora troppo mi risparmio. Troppe volte aspetto una ricompensa o una gratitudine per ciò che faccio. Troppe volte mi sento non apprezzato abbastanza. Troppe volte faccio il minimo. Troppe volte mi risparmio e non do tutto, perché non credo sia così importante. Troppe volte aspetto che sia Luisa a darsi da fare, quando invece potrei anticiparla. Troppe volte non sono capace di amarla fino in fondo.

Maria mi richiama alla verità dell’amore. Perché quando ami fino in fondo, come fa lei, poi il profumo del nardo, il profumo dell’amore, si propaga a tutte le persone vicine. Attraverso il mio amore sponsale, il mio amore incondizionato e senza misura posso realmente riempire ciò che mi circonda del profumo dell’amore, del profumo di Dio. Ricordiamo che noi sposi siamo immagine dell’amore di Dio, ma solo quando ci abbandoniamo all’autentico amore sponsale e Maria ci mostra come si fa. Maria concretizza in un gesto ciò che deve essere la nostra vita matrimoniale.

Oggi, interiorizzare questo Vangelo, può essere un buon modo per rendere questo lunedì santo fecondo e per aiutarci a crescere come cristiani e come sposi.

Antonio e Luisa

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Passione di Cristo, confortami

Care coppie,

            siamo arrivati con Gesù dopo i quaranta giorni di preparazione nel deserto quaresimale alla vista di Gerusalemme. La città santa, cinta di mura e con al centro, maestoso, il tempio di Erode, è davanti ai nostri occhi. Sentiamo tutta la trepidazione di Gesù che sa che è arrivata la sua Ora da vivere proprio nella Città Santa. Sebbene Gerusalemme sia sulla cima del monte Sion, c’è ancora una vetta da scalare, un’ultima salita da percorrere assieme a Lui: “È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di «essere come Dio», di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio” (Benedetto XVI, Omelia, 17 aprile 2011).

Sì, in effetti, il matrimonio è anche fatica, la vita di coppia è una via di purificazione del cuore verso la cima che è “amare da Dio”, amare come Cristo ama la Chiesa. Ma in tutto questo non siete soli, è consolante ricordare che il più interessato è Gesù stesso che vive e cammina con voi. Per questo vi invito a vivere questa ultima tappa, la Settimana Santa, con uno speciale senso di vicinanza e intimità con il Signore: “Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri!” (Benedetto XVI, Omelia, 17 aprile 2011). Sono certo che Gesù sta già attirandovi, personalmente e in coppia, al suo Cuore colmo di amore ma sta a voi assecondarLo. Perciò, vorrei invitarvi a fare un passo in più nei prossimi giorni; il passo ulteriore sta nel “contemplare” Gesù. Una parola con un senso specifico nella spiritualità e che lo dobbiamo a S. Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti. Per il grande Santo spagnolo, contemplare è in fin dei conti toccare con il cuore e l’anima la Persona di Cristo. Contemplare, in tal senso, ha un valore quasi sacramentale perché è rivivere, nello Spirito, le scene evangeliche. Ecco come ci insegna a contemplare lo stesso Ignazio:

Il primo punto è vedere le persone… riflettere per ricavare frutto da tale vista… come se fossi presente. Il secondo: udire quello che dicono le persone… e dopo riflettere, per ricavare frutto dalle loro parole. Il terzo: osservare poi quello che fanno le persone… riflettere per ricavare qualche frutto. Odorare e gustare, con l’odorato e con il gusto, l’infinita soavità e dolcezza della divinità dell’anima e delle sue virtù e di tutto, secondo la persona che si contempla riflettere in se stesso e ricavarne frutto. Toccare con il tatto, per esempio abbracciare e baciare i luoghi dove tali persone camminano e siedono; sempre procurando di ricavarne frutto” (Dagli «Esercizi spirituali» di sant’Ignazio di Loyola).

Provate anche voi, cari sposi, a prendere il Vangelo del giorno, e toccare, udire, osservare, odorare e gustare ciò che ha vissuto Gesù e troverete tanta luce da condividervi. La Settimana Santa, infatti, è il momento culmine per stare accanto, direi fisicamente, a Cristo. Non perdete le occasioni che avrete in questi giorni per sperimentare con i cinque sensi le stesse cose che Cristo ha vissuto e vi assicuro che farete vostro ciò che lo stesso S. Ignazio ha vissuto: la Passione di Cristo può confortarci, cioè può darci quella forza di amore che ci serve per amare davvero, senza sconti, senza finte, senza mezzi termini.

ANTONIO E LUISA

Io vi suggerisco qualcosa da aggiungere al compito che ha proposto padre Luca. Siamo sposati in tre. E’ bello contemplare Gesù durante la Settimana Santa, ma lo è ancor di più contemplarlo nel nostro matrimonio. Dopo aver letto e contemplato il Vangelo del giorno, ripensiamo alla nostra vita insieme e facciamo memoria di un’occasione in cui l’altro ci ha amato come Gesù. Nel modo che spiega padre Luca: amare davvero, senza sconti, senza finte, senza mezzi termini. E poi ringraziamo per quell’amore non scontato. Così possiamo preparare il nostro cuore a vivere la Pasqua.

Un Pesce di aprile particolare

Cari sposi,

            tutti sapete bene cosa sia il pesce di aprile, probabilmente sia per averlo subito o magari per averlo procurato ad altri. È interessante andare a ritroso in questa festa, oramai popolare dal 1700 ad oggi. Come spesso accade in tali ricorrenze, vi è un fondamento cristiano molto bello da ricordare e riscoprire. Tutto iniziò quando, per motivi ormai di necessità, si dovette procedere a cambiare il calendario perché esso non era più in sincronia con le stagioni. Il vecchio calendario giuliano cedette allora il passo ad uno nuovo, per opera di Papa Gregorio XIII (1572-1585).

Così, il calendario Gregoriano venne adottato per la prima volta nel 1582 e ciò ebbe conseguenze anche sulle date delle feste. Prendiamo il Capodanno; esso non sempre e non ovunque si celebrava il 1° di gennaio. In paesi come l’Inghilterra, l’Irlanda, in alcune zone della Francia, o nel Granducato di Toscana avveniva il 25 aprile per essere la festa dell’Annunciazione. Il giorno in cui Maria ha detto “sì” a Dio e il Verbo si è fatto carne ed ha iniziato a vivere tra noi è l’evento più sconvolgente della nostra fede, assieme alla Risurrezione. Il sensus fidei della cristianità di allora aveva stabilito che, per essere appunto l’inizio storico della nostra Redenzione, anche l’anno sociale doveva sintonizzarsi e cominciare nello stesso giorno. Prima della riforma gregoriana i festeggiamenti per nuovo anno duravano circa una settimana, iniziando il 25 marzo per concludersi il primo aprile. Con il cambio, sorse la tendenza di colpire con uno scherzo coloro che non si erano ancora abituati al nuovo calendario, continuando a festeggiare in questa data una festività già passata. È in Francia per lo più dove iniziò questa pratica e il nome che venne dato alla strana usanza fu poisson d’Avril, per l’appunto “pesce d’aprile”

Che c’entra – direte voi – questo con gli sposi? Non è difatti il mio pesce di aprile per voi ma un interessante collegamento che colloca la data del vecchio Capodanno con la realtà del matrimonio. Il matrimonio che voi vivete sia che vi troviate in una grande situazione di fervore o che vi stiate trascinando a fatica, possiede comunque sempre un segno “cristologico” (Amoris Laetitia, 161) perché in voi si è incarnato l’Amore di Cristo per l’umanità. È così vero tutto questo che Papa Leone XIII (1878-1903) scrisse al riguardo: “Il matrimonio ha Dio come Autore, ed essendo stato fin da principio quasi una figura della Incarnazione del Verbo di Dio; perciò, in esso si trova qualcosa di sacro e religioso, non avventizio, ma congenito, non ricevuto dagli uomini, ma innestato da natura” (Leone XIII, Arcanum Divinae Sapientiae). Siete figura dell’Incarnazione! Siete un prolungamento dell’Incarnazione dell’amore di Cristo per la sua Chiesa! Ma quanto è grande e bello il dono che avete ricevuto! E non è un merito per i bravi ma una grazia che tutti voi avete ricevuto dal giorno della celebrazione.

San Giovanni Paolo II, parlando a un gruppo di sposi, esprime con altre parole la stessa verità: “Unendosi in matrimonio, gli sposi cristiani non cominciano solamente la loro avventura, anche intesa nel senso di santificazione e di missione; essi incominciano un’avventura che li inserisce in maniera responsabile nella grande avventura della storia universale della salvezza” (Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del “Centre de liaison des équipes de recherche”, 3 novembre 1979). Quindi, così come anticamente l’anno iniziava nel ricordo dell’Incarnazione, anche voi sposi ci ricordate che la storia dell’umanità, la storia della Chiesa ma anche la storia di ciascuno di noi è iniziata e continua con un “matrimonio” di un Dio pazzo di amore che ci ha voluto sposare per sempre.

padre Luca Frontali

Non vogliamo avere figli ed essere infelici

Oggi mi sento di riflettere su un articolo apparso sul fatto quotidiano che è diventato virale. L’ho visto condiviso molte volte dai miei contatti e dai miei amici. In questo articolo una coppia, credo inglese (l’articolo originale è apparso sul quotidiano inglese Daily Mail), dichiara di non volere figli perchè i figli sono un peso e limitano le possibilità di vivere spensieratamente la vita e di godere appieno dei piaceri derivanti dallo stare insieme. Vi lascio il link all’articolo completo. Parto, in questa mia riflessione, da un virgolettato attribuito a Taylor moglie di Justin, la protagonista dell’intervista.

Non vogliamo avere figli ed essere infelici: ora facciamo sesso selvaggio 4 volte a settimana, 12 viaggi all’anno e i fine settimana… Perché cambiare?

Premetto che non voglio giudicare queste due persone e che ognuno è libero di scegliere come vivere la propria vita e il proprio matrimonio o relazione affettiva in genere. Premesso questo è però interessante riflettere su quello che significa vivere un matrimonio in questo modo. Farò alcune considerazioni personali e vi chiedo di fare le vostre nei commenti.

Il senso del matrimonio.

Taylor mostra una modalità di pensare il matrimonio che mi pare essere sempre più comune. Perchè sposarsi? Io credo di essermi sposato per una ragione completamente diversa e in un certo senso opposta a quella di Taylor. Taylor, almeno per quello che traspare dall’intervista, si è sposata con Justin perchè con lui sta bene. Perchè con lui riesce ad appagare i suoi desideri affettivi e sessuali, perchè con lui riesce a fare viaggi e condividere gli stessi interessi. Insomma Justin le rende la vita più bella. Justin le serve. Il centro è lei. Le conviene stare con lui per quello che ne ha in cambio. Naturalmente credo valga la stessa cosa per il marito. Per me non è così? All’inizio lo è stato ma poi, grazie a Dio, il mio matrimonio ha avuto una svolta. Sono riuscito a fare quello scatto necessario a progredire nella relazione e a renderla meno basata sulla convenienza e più sull’amore. Già perchè l’amore non è quello che descrive Taylor. Cosa significa amare? Con il tempo ho imparato a donarmi sempre di più a Luisa in modo incondizionato. Quando lei mi fa stare bene e quando ci riesce meno per tanti motivi. Ho compreso il senso del matrimonio nel matrimonio stesso. Un matrimonio funziona quando il senso lo si trova nel donarsi e non in quello che ne ricevi in cambio.

Due serbatoi che si svuotano.

Io credo che stare insieme principalmente per prendere dall’altro non funziona. Se entrambi abbiamo bisogno di riempire il nostro serbatoio relazionale, affettivo e sessuale prima o poi rischiamo di rimanere a secco. Perchè se per dare dobbiamo prima prendere è normale che basta che, per qualsiasi motivo, l’altro non sia più in grado di soddisfarci nei nostri bisogni, e noi a nostra volta inizieremo a far mancare affetto, tenerezza, cura e servizio. Ciò non può che allontanarci sempre di più. Ciò non può che far morire la relazione. Ed è questo il motivo credo dei tanti divorzi del nostro tempo. Perchè tanti si sposano con l’idea di Taylor: mi sposo perchè l’altro mi rende felice. Di conseguenza se l’altro dovesse smettere di rendermi felice perderebbe di senso anche il matrimonio. Il matrimonio non è questo. Solo nel dono incondizionato l’altro si sentirà amato per quello che è. Amare per quello che si dà equivale a non amare. Equivale ad usarsi e basta. Io non voglio un amore così. Io voglio un amore che costa ma che sa di vero e che ti fa sentire amato sempre anche nella debolezza.

I figli sono un intralcio?

Arriviamo ora alla questione più importante evidenziata da Taylor. I figli non permettono, secondo la donna, di vivere il matrimonio pienamente. Adesso posso rispondere. Che tipo di matrimonio è il vostro? Come quello prospettato da Taylor o come quello che vi ho prospettato io? Se cercate un matrimonio alla Taylor allora non fate figli. Ha ragione lei. Se il centro siete voi i figli sono una palla al piede. Quando ci sono i figli è vero che tutto è più faticoso e difficile. E’ vero che fare l’amore diventa molto più problematico perchè non si trova più così facilmente il momento adatto e si è molto più stanchi. E’ vero che i viaggi saranno molti di meno e che magari ci si deve alzare presto anche nel week end. Il discorso di Taylor non fa una piega. E allora perchè io ho fatto non un figlio ma quattro? Perchè dopo l’esperienza del primo che mi ha distrutto fisicamente ho deciso con Luisa di averne altri? Perchè ho scoperto il segreto dell’amore. L’amore ti riempie davvero quando dai tutto. Quando ti doni per l’altro fino in fondo. Quando ti scopri felice per avere fatto felice l’altro. Quando non stai più a misurare quanto fai tu e quanto fa l’altro ma continui a fare anche solo per vedere l’altro meno stanco e meno preoccupato. Solo se vivi il matrimonio in questa modalità avrai il desiderio di rendere fecondo il tuo amore (fecondità che non si concretizza solo attraverso il concepimento di figli ma in tanti altri modi). Per questo credo che chi non desidera avere figli (non che non può) in realtà non vive un matrimonio basato sull’amore. Perchè se vuoi davvero amare non ti basti più, non basta più la relazione con tuo marito o con tua moglie, ma questo amore trabocca e prende carne nei figli. Certo ho dovuto rinunciare a tante cose, ma non sono rinunce vere. Ho scelto quello che credo sia il meglio, ho scelto quello che dà senso e pienezza alla vita. Per questo non invidio i viaggi e la vita di Taylor ma sono strafelice della scelta che ho fatto e che rifarei non una ma mille volte perchè la considero molto più ricca e bella di quanto avrebbe potuto essere senza figli e con qualche lusso in più.

Auguro a Taylor e a suo marito che possano fare questo salto di qualità, che possano comprendere la bellezza del dono gratuito e dell’amore. Allora il desiderio di un bambino verrà loro naturale perchè avranno aperto il cuore al dono.

Antonio e Luisa

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L’anniversario di matrimonio perfetto

Ho ricevuto una richiesta molto interessante. Un lettore del blog mi ha chiesto un consiglio su come festeggiare l’anniversario di nozze con la moglie. Ad aprile io e mia moglie facciamo dieci anni di matrimonio. Hai dei suggerimenti su come prepararlo e come celebrarlo? Una domanda bellissima alla quale non ho mai risposto nei miei articoli scritti fino ad ora. Vale la pena farlo.

Un giorno importante.

E’ bene ricordare che il giorno del matrimonio è un giorno importante ed è bello che venga ricordato. Ricordarlo serve magari a togliere un po’ di polvere, lucidare e far di nuovo brillare quel tesoro che è il nostro matrimonio. Spesso ce ne dimentichiamo presi da tante occupazioni e preoccupazioni. Quando ci siamo sposati è avvenuta una nuova creazione. Dio non ci vede più solo come due singoli ma ci vede anche come coppia unita dal fuoco dello Spirito Santo (quindi da Dio stesso). E’ bene che anche noi impariamo a considerarci sempre più come parte di una comunione d’amore. Questa è una consapevolezza che si acquisisce nel tempo e festeggiare il giorno delle nozze serve non solo a noi per celebrare un giorno importante ma anche per interiorizzare sempre di più ciò che siamo.

Un giorno da rinnovare tutti i giorni.

Dobbiamo impegnarci a vivere ogni giorno come fosse il nostro anniversario di matrimonio. E’ importante fare memoria ogni giorno della nostra promessa. Noi non promettiamo di amare tutta la vita la persona che abbiamo accanto. Noi promettiamo molto di più! Promettiamo, lo dice la formula più usata che propone la liturgia del rito, di amare tutti i giorni della nostra vita. Capite la differenza. Tutti i giorni significa che ogni giorno ci impegniamo a rinnovare il nostro amore. Rinnovarlo con la nostra volontà e il nostro impegno. Solo se la celebrazione del nostro anniversario di matrimonio sarà vissuta all’interno di una vita donata per amore l’uno all’altro sarà autentica. Solo così la celebrazione di quel giorno ci riempirà il cuore di bellezza e di gratitudine, e non sarà solo un modo per rimpiangere ciò che era e che non è più.

Un giorno da preparare.

Arrivo ora alla parte più attinente alla domanda che ci è stata posta. Il primo consiglio è quello di preparare la celebrazione. Certamente nel modo che ho già spiegato in precedenza cioè impegnandovi ogni giorno per amarvi a vicenda. Questo è un punto fondamentale. Nell’avvicinarsi al giorno della ricorrenza consiglio di mettere al centro della vostra relazione Gesù. Di farlo ancora più del solito. Quel giorno deve diventare un’occasione per stare voi tre sposi insieme. Sì, gli sposi sono tre. La coppia e Gesù. Quindi preparate il vostro cuore a celebrare l’amore. I giorni precedenti organizzatevi in modo che il giorno poi della ricorrenza abbiate tempo per voi. Sistemate i figli in qualche modo, se li avete. E poi se riuscite prendetevi un giorno di ferie dal lavoro. E’ un investimento su di voi e sul vostro amore. Non è certo un giorno di ferie sprecato. Se preparerete e vivrete bene quel giorno, poi ne godrete dei frutti nei giorni e nelle settimane a venire.

Gesù al centro.

Il giorno dell’anniversario (potete farlo anche nei giorni appena precedenti) confessatevi. Cosa c’è di meglio che celebrare l’amore con il cuore aperto alla Grazia e liberato dal peso del peccato? La confessione è importante. Poi andate a Messa. Andare a Messa ha una duplice finalità. Partecipare all’Eucarestia è prima di tutto attingere alla Grazia. Attingere alla forza dell’Eucarestia che è centro e sorgente del nostro amore sponsale. E poi è un modo per offrire il nostro amore a Gesù. Andare a Messa significa riconoscere che noi da soli non possiamo farcela, e che solo abbandonandoci a Gesù e donandogli la nostra povertà Lui potrà fare di noi uno strumento d’amore non solo tra di noi ma per il mondo intero. In date significative (come possono essere i 5, 10, 20, 25 anni ecc.) consigliamo di rinnovare le promesse. Voi potreste dire che non serve e che può essere solo un momento emozionante e coreografico. In realtà secondo noi è importante. E’ importante perchè ogni volta che lo facciamo (noi in vent’anni le abbiamo rinnovate già più di una volta) siamo più consapevoli di quello che stiamo promettendo. Mettiamo in quelle promesse sempre più volontà e impegno. Le interiorizziamo sempre di più. Ed è bello! Io quando mi sono sposato non ero tanto consapevole. Non so quanto il mio matrimonio fosse valido fino in fondo. Con il rinnovo ho avuto la piena consapevolezza. E questo per me è stato importante. L’ultima volta che abbiamo rinnovato le promesse è stato nel 2022. Abbiamo festeggiato vent’anni. Io ho pronunciato quella promessa davvero credendoci fino in fondo. Ed è stato meraviglioso ascoltare quelle stesse parole dalla mia sposa perchè lo ha fatto dopo vent’anni. E la sua non era solo una promessa per il futuro ma l’accoglienza di tutti i nostri vent’anni insieme. E’ stato bellissimo.

Memoria e Memoriale.

L’anniversario è un giorno che fa memoria del nostro matrimonio. Ogni anno ci ricordiamo di quel momento in cui la nostra vita è cambiata per sempre e in cui ci siamo legati l’uno all’altra indissolubilmente. Quindi è solo un ricordo. Noi abbiamo la possibilità di vivere quando lo desideriamo il memoriale del nostro matrimonio. E’ molto di più. Cosa è un memoriale? Secondo il dizionario indica: nella liturgia ebraica e cristiana, l’atto liturgico di far memoria di un avvenimento importante della storia della salvezza. Tale memoria è ritenuta attualizzante: il fatto ricordato è reso presente, e i suoi frutti resi disponibili per i partecipanti al rito. L’Eucarestia è il memoriale della passione, morte e ressurezione di Gesù. Gesù è morto una sola volta duemila anni fa sul Golgota ma in ogni Messa si rende attuale, si riattualizza il suo sacrificio. Così anche noi sposi abbiamo un memoriale. Ogni volta che facciamo l’amore stiamo riattualizzando il nostro sacrificio (l’offerta vicendevole di noi stessi il giorno delle nozze). Ogni volta che viviamo la nostra liturgia è come se ci sposassimo di nuovo con conseguente effusione di Spirito Santo. Capite? Fare l’amore è importante. Ancora più bello e significativo farlo il giorno della memoria delle nostre promesse.

Conclusioni

Ecco la mia risposta. Il giorno del vostro anniversario perfetto? Dedicatelo a voi. Prendetevi un giorno di ferie, lasciate i figli dai nonni o dove potete. Confessatevi, andate a Messa. Passate del tempo insieme e concludete facendo l’amore, facendolo bene, donandovi tutto il tempo necessario per vivere la vostra liturgia sacra. Così non sarà solo fare memoria ma quel giorno sarà un meraviglioso memoriale delle vostre nozze.

Antonio e Luisa

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Perchè non è sceso dalla croce?

L’altra sera, mentre leggevo un commento sulla via crucis, mi è venuto in mente un ricordo di mia moglie che aveva a suo tempo attirato la mia attenzione: mi aveva confidato che da piccola, quando guardava i film sulla passione di Gesù, fino all’ultimo sperava che non morisse e che in qualche modo riuscisse a difendersi e a non finire sulla croce. E’ una considerazione tipica della semplicità, spontaneità e bontà di una bambina che vuole bene a Gesù e non vorrebbe vederlo soffrire.

Questo mi ha fatto riflettere su cosa sarebbe successo se Gesù ad un certo punto fosse sceso dalla croce: Lui si sarebbe salvato, ma noi, cioè tutta l’umanità no, non sarebbe cambiato nulla di importante nella storia della salvezza. Invece Gesù ha voluto dare tutto il Suo corpo per amore, anzi non ha cercato di ridurre il dolore. Questo non per masochismo, ma per compiere la sua missione fino in fondo. Come sposo, se non avessi il Suo esempio, cosa potrei avere come riferimento? Fino a quanto sarei disposto a perdonare, a sopportare se Lui non mi avesse mostrato la strada? Se non fosse morto anche per me e se non fosse risorto e vivo in mezzo a noi, chi me lo farebbe fare di rimanere da solo e di non frequentare altre donne? Eppure la bellezza del cristianesimo è proprio questa: Gesù sapeva che stavamo sbagliando, ma ci ha lasciato fare in piena libertà e proprio quando ci meritavamo di essere spazzati via come polvere, ha continuato a dire: Comunque io vi amo!

Allora davvero passano in secondo piano le nostre litigate, le incomprensioni, le difficoltà all’interno della coppia e con i figli, se guardiamo la croce: è vero, la croce fa paura, vorremmo lasciarla lì in terra, ma sappiamo che non è l’ultima parola, non è la fine di tutto. C’è una quindicesima stazione, la risurrezione: il cristianesimo è l’unica religione che ha come simbolo un Dio sofferente, cioè la croce, perché dietro quel simbolo si rivela un amore immenso. Il matrimonio funziona se ognuno dei due muore a sè stesso per l’altro, perché un amore che non costa nulla, vale poco: solo se sapremo affrontare le nostre croci, piccole o grandi, l’ultima croce, cioè la morte terrena, non ci troverà impreparati e non ci toglierà nulla, perché avremo dato tutto.

Certamente qualche volta la croce può essere troppo pesante o sembrare insopportabile, soprattutto se si protrae a lungo nel tempo e quando accade serve a poco arrabbiarsi, lamentarsi e agitarsi: la cosa migliore è rivolgere il nostro sguardo a Gesù che non mancherà di sostenerci, consolarci e darci la gioia e la forza necessarie per andare avanti. Chi non si ribella e si lascia plasmare dalla croce, anche se non la capisce, affina il proprio cuore e cresce nella qualità di amore, diminuendo la distanza, sempre incolmabile, con l’Amore di Dio.

Io porto il mio esempio. Rimanere fedeli al coniuge che non vuole più avere niente a che fare con te è sicuramente una grande croce, perfino peggiore di un lutto, perché ogni giorno viene ribadito quel “no”, oppure in qualche caso addirittura i conflitti continuano anche dopo la separazione per questioni economiche e per la gestione dei figli. Non credo che ci sia cosa più brutta di essere innamorati di una persona, desiderare di amarla dopo aver vissuto una parte di vita con lei/lui e ricevere in cambio il “due di picche”: ma allora, se noi, così imperfetti e fragili, riusciamo a provare questa intensità di sentimenti, quanto più grande è la “sofferenza” di Dio verso di noi tutte le volte che lo respingiamo, lo offendiamo e Gli diciamo di non intromettersi nella nostra vita, nelle nostre scelte e nei nostri pensieri? Quante volte siamo noi i carnefici e Lo mettiamo nuovamente in croce?

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Imitare

Dal libro della Gènesi (Gn 17,3-9) In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui: «Quanto a me. ecco la mia alleanza è con te: diventerai padre di una moltitudine di nazioni. Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo, perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò. E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio». Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».

In questo brano ci viene chiaramente mostrata la figura di Abramo come colui che è nostro padre nella fede, poiché da lui possiamo prendere esempio ed imparare come si fa a vivere e compiere delle scelte guidati e sorretti dalla fede nell’unico e vero Dio.

I Padri della Chiesa hanno letto nelle parole “da te usciranno dei re” un chiaro riferimento a Gesù, il Re dei Re, oltre ai vari re terreni che il popolo di Israele ha avuto nel corso delle proprie vicende. Ci sono poi riferimenti alle vicissitudini che hanno diviso la discendenza di Abramo nata dalla donna libera e quella nata dalla donna schiava, ma quello che vorremmo farvi notare oggi è posto proprio all’inizio del brano: “Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui ” e da qui prendono il via una serie di promesse bellissime, tra le quali spicca quella della discendenza e della nazione, perché il Signore è uno che ha i piedi ben piantati a terra a sa bene che in quella cultura la discendenza ha un ruolo di primaria importanza per un padre, soprattutto per Abram che aveva un matrimonio sterile con Sarai; la seconda importante promessa che riguarda la nazione è altrettanto allettante ed invitante per un uomo che è fuggito dalla carestia della terra natia ed è in cerca di un posto ove stabilirsi.

Ma l’insegnamento più grande che ci viene da questo brano è, come anticipato, nelle prima battute, nell’atteggiamento che Abram pone in atto di fronte a Dio: la prostrazione. Per quel popolo la prostrazione ha una grande valenza simbolica, l’uomo si mette faccia a terra a significare un atto di adorazione, di umiliazione e di sottomissione. E’ lo stesso atto che compiono i Re Magi dinanzi al Bambinello, ricordate? E dopo, solamente dopo, Dio parla ad Abram cambiandone per sempre il destino insieme al nome, poiché anche questo binomio, destino-nome, ha una grande valenza simbolica per quella cultura, tant’è vero che al Messia viene posto il nome Gesù, che significa Dio salva, anche in questo caso il nome segna il destino da compiere.

Cari sposi, quando siamo desiderosi di scoprire il nostro destino, il destino della nostra coppia, della nostra famiglia, dobbiamo innanzitutto imitare la fede di Abram e prostrarci dinanzi all’unico in grado di dare una svolta al nostro futuro. Forse nelle nostre chiese vedere un coppia prostrata potrebbe destare qualche scandalo per via della nostra cultura, ma forse se ci vedessero inginocchiati non dovrebbero cacciarci dalla chiesa. L’atteggiamento esteriore deve riflettere lo stato d’animo interiore, anzi, è proprio per una necessità interiore che il corpo ubbidisce e si inginocchia quasi a rivelare che per il cuore non è sufficiente la prostrazione dell’anima, ma è necessaria la protrazione del corpo che manifesta le vere intenzioni del cuore.

Il tabernacolo che custodisce il Santissimo è sempre lì ad aspettarci, basta entrare in chiesa e mettersi in adorazione, sottomettendo alla Sua volontà tutte le nostre facoltà mentali, fisiche, psichiche e spirituali. Con un vero atto di sottomissione il cuore di Dio si scioglie, per così dire, lasciando uscire fiumi di grazia che però dobbiamo raccogliere e saper gestire bene, non vanno sprecati i doni di Dio. Naturalmente questo gesto non basta da solo (ricordiamo che è un gesto che l’anima non riesce a contenere e trasuda esteriormente nel corpo), ma va accompagnato dalla preghiera costante, dal digiuno e dalla elemosina, quello che più conta è la decisione del cuore di prostrarsi al Signore e alla Sua volontà sulla nostra vita, perché il Suo disegno sul nostro matrimonio è sicuramente meglio dei nostri progetti.

Quando il cuore è sottomesso al Padre, allora Lui cambia il nome ad Abram, ed è così anche per gli sposi cristiani. Anche noi abbiamo sperimentato doni e carismi che prima non avevamo, di cui neanche sognavamo di esserne destinatari, succede quando ci si mette nelle Sue mani sapienti e si lascia a Lui decidere il nuovo nome della coppia, sicché ci siamo trovati ad essere fecondi là dove prima c’era aridità e senza rendercene conto, spesso senza dire niente.

Coraggio sposi, per saper restare in piedi nella vita, c’è bisogno di stare prima in ginocchio.

Giorgio e Valentina.

L’amore si fonda sulla pietra ma scrive sulla sabbia

Nel Vangelo  di oggi viene ripreso un brano meraviglioso. I farisei trovano una donna in flagranza di adulterio e la sottopongono al giudizio di Gesù. Ai farisei non importa nulla di quella donna, il loro intento è solo quello di mettere alla prova Gesù per poi poterlo accusare. I farisei fanno riferimento alla Legge data a Mosè. Una legge, come sappiamo, scritta sulla pietra.  Gesù con il suo comportamento dimostra uno sguardo carico di misericordia. Riesce e guardare quella donna come solo uno sposo innamorato riesce a fare. Gesù ci dice che la legge di Dio è sì scritta sulla pietra, ma il nostro peccato sulla sabbia. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.

Noi spesso abbiamo un comportamento che è simile a quello dei farisei che vorrebbero prendere l’adultera e lapidarla. Ucciderla colpendola con le pietre. Pietre che rimandano alla Legge, al decalogo scritto dal dito di Dio sulle tavole di pietra. Il nostro giudizio a volte è spietato: La Legge di Dio ti uccide perché tu l’hai tradita. Quante volte anche noi sposi usiamo la Legge di Dio come pietra da usare contro l’altro. Gesù invece non lo fa. Gesù si mette a scrivere sulla sabbia. Non lancia alcuna pietra contro l’adultera.

Cosa ho imparato da tutto questo? La legge è scritta sulla pietra perché noi potessimo costruire la nostra casa, il nostro matrimonio su di essa. Non per prenderla e darla in testa all’altro. La legge serve per costruire una relazione e non per distruggere l’altra persona. Ricordiamo bene che noi sposi possiamo essere come i farisei ma altre volte trovarci al posto dell’adultera.  A volte siamo come l’adultera perché adulteriamo il nostro amore, mettiamo il nostro egoismo davanti alla relazione. Altre volte siamo come i farisei, pronti a giudicare e condannare l’altro non appena scivola in qualche debolezza o semplicemente sbaglia più o meno consapevolmente.

Facciamo memoria delle tante volte in cui siamo stati noi l’adultera nei confronti di Gesù. Tante volte ci ha perdonato. I nostri peccati per Lui non sono altro che scritte sulla sabbia. Lui non giudica i nostri errori, ma ci guarda con quello sguardo da innamorato che vede la meraviglia della persona e non la bruttura del peccato. Lui ci indica la strada: l’adultera non è il suo peccato. Infatti nel Vangelo non troverete mai scritto l’adultera, ma una donna sorpresa in adulterio. Gesù non l’avrebbe mai e poi mai chiamata adultera. Non avrebbe mai limitato una persona al suo peccato.

Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio. Gesù poteva lanciarle una pietra ed ucciderla. Ha scelto di guardarla con amore affinché lei potesse sentirsi amata e così tornare a vivere abbandonando il peccato che la stava uccidendo giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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Una morte che glorifica Dio?

Cari sposi,

            siamo arrivati alle soglie della Settimana Santa. Quest’ultimo tratto di Quaresima ci prepara ai giorni più santi di tutto l’anno con un assaggio di Risurrezione: la rivivificazione di Lazzaro, un amico intimo di Gesù.

Come non commuoversi leggendo il Vangelo odierno e contemplando un Gesù così umano, così vicino a noi, nei sentimenti e nelle fibre più intime del cuore? Chi l’avrebbe mai detto che Dio potesse piangere per un amico caro? Che può commuoversi fino alle lacrime empatizzando con chi soffre? Non è affatto un Dio lontano, un freddo Orologiaio o il grande Architetto libero-muratoriano ma l’Emmanuele, il Dio-con-noi!

Gesù non smette di insegnarci che l’amore comporta soffrire, com-patire con chi si ama e questo lo vivete voi in forma eminente nel matrimonio. Sposarsi è anche accettare di soffrire con e per chi si ama. In tal senso, mi ha colpito una frase scritta da una coppia laicissima in un loro recente libro: “Nella maggior parte dei casi il matrimonio è un conflitto nel quale uno dei due soggetti è la vittima” (Philippe Sollers-Julia Kristeva, Del matrimonio: considerato come arte, Donzelli 2015).

Cosicché l’indugio e l’esitazione di Gesù a muoversi per visitare l’amico malato mostra questo lato misterioso dell’amore: anche il morire è dare gloria a Dio. E così, Gesù da questo male sa trarre un bene maggiore che sicuramente né Marta né Maria capirono al momento. Tutto ciò fa parte integrante del vostro vivere il matrimonio, è una porta per cui bisogna passare se si vuole dare veramente tutto all’altro e andare fino in fondo a quella promessa fatta davanti all’Altare. John R. R. Tolkien (1892-1973), il noto scrittore inglese, meglio conosciuto per la saga de “Il Signore degli anelli” scriveva così a suo figlio Michael volendogli trasmettere la sua esperienza come marito, lui che rimase unito alla sua moglie Edith per ben 55 anni: “L’essenza di un mondo caduto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro piacere, o attraverso la cosiddetta un bel «autorealizzazione» (in genere l’autoindulgenza […]), ma solo attraverso la negazione e la sofferenza. […] Nessun uomo, per quanto sinceramente abbia amato in gioventù la sua fidanzata e sposa, rimane fedele a sua moglie nel corpo e nella mente senza un deliberato esercizio di volontà, senza una rinuncia a se stesso. Questo viene detto a troppo pochi, anche fra quelli che vengono cresciuti «nella Chiesa». Quelli che ne sono fuori sembra che raramente ne abbiano sentito parlare”. (Lettere, n.43, Bompiani, p.83).

Cari sposi, guardiamo a Gesù che cammina verso la realizzazione del suo “sì” nuziale, della sua Promessa di amore fatta alla Chiesa Sposa e che oggi svela l’esito finale nella Vita oltre la morte. Quando l’amore fa soffrire, pensate che potete trasformarlo in una “morte” feconda, schiudendovi a una nuova dimensione di amore il cui protagonista non siete più solo voi come coppia ma assieme allo Sposo che vi sostiene in questa ardua prova. E così toccherete con mano ciò che scrisse San Giovanni Paolo II parlando del rapporto nuziale: “Sarà sufficiente ricordare che anche il matrimonio non sfugge alla logica della Croce di Cristo, che esige sì sforzo e sacrificio e comporta anche dolore e sofferenza, ma non impedisce, nell’accettazione della volontà di Dio, una piena e autentica realizzazione personale, nella pace e serenità dello spirito” (Giovanni Paolo II, Discorso alla rota romana, 1° febbraio 2001).

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio è così. Ci sono i periodi dove tutto va bene ed è meraviglioso. In quei periodi si sente forte la gioia di stare insieme, c’è passione e intimità. Poi ci sono periodi caratterizzati da difficoltà e sofferenza. Non c’è dubbio che tutti vorremmo vivere in un perenne periodo di gioia e dove tutto è perfetto. E’ altrettanto indubbio che i momenti di sofferenza e difficoltà sono quelli più fecondi. Perché attraversare la croce e amare sempre e comunque l’altro rende il matrimonio quello che è: una scelta d’amore indissolubile e senza condizioni. Una scelta d’amore che avvicina a Dio! Per noi è stato così.

Domenica e famiglia: un connubio possibile /57

Eccoci giunti all’ultima puntata del nostro lungo percorso alla riscoperta della Santa Messa, abbiamo avuto modo di approfondire più o meno dettagliatamente i vari momenti all’interno della divina Liturgia, ora vedremo la Messa nel suo insieme e qualche aspetto ad essa connesso come in una panoramica finale. Facciamo qualche premessa doverosa ma chiarificatrice:

  • la Messa non è un’azione esterna a noi, non è nemmeno un rituale che il parroco si vede costretto a compiere ogni Domenica, e per il quale necessita di un po’ di compagnia; il parroco non sta pagando ad un dio ignoto e cattivo un tributo per ingraziarselo e tenerselo buono a favore di tutto il popolo sicché sentiamo un po’ il dovere di sostenerlo perché sta agendo anche a nome nostro, non sia mai che il divino si adiri contro noi che non eravamo presenti al rituale;
  • la Messa non è un evento sociale a sfondo religioso; non è neanche lo show di qualche strampalato parroco desideroso di trasformare il presbiterio nel palco di un’intrattenitore; non è nemmeno un contenitore dove inserire tutto ciò che ci salta in mente: dal balletto all’offertorio con signorine poco vestite alla barzelletta durante l’omelia, dalla presentazione di eventi mondani alla festa per la vittoria del derby inter-parrocchiale, dall’applauso a Gesù risorto all’usare come canto d’inizio il brano vincitore di Sanremo;
  • la Messa non è uno spettacolo teatrale un po’ più serio condito da qualche proverbio saggio; la Messa non è una cosa vecchia che ha bisogno di essere modernizzata o spolverata o sostituita; non è un tradizionale rito sociale a cui assistere per sentirsi parte di una comunità, alla stregua di una sagra;
  • la Messa non è nemmeno il luogo dove dare uno sterile sfoggio delle proprie abilità musicali, canore, recitative od organizzative per nutrire il proprio ego; non è il momento per incontrare altri e fare pettegolezzi e/o chiacchiere da bar.

Quello sopra riportato è un triste (e parziale) elenco di situazioni desacralizzanti veramente accadute, ma la Santa Messa è tutt’altro, nel Messale (che riporta parte di altri testi dottrinali) viene così definita:

«Il nostro Salvatore nell’ultima Cena istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione» e qualche riga più avanti: «ogni volta che celebriamo il memoriale di questo sacrificio, si compie l’opera della nostra redenzione». Altrove la descrive con parole diverse ma uguali nella sostanza: La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli. Nella Messa, infatti, si ha il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio nello Spirito Santo. […] Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa: da essa derivano e ad essa sono ordinate.

La Messa è quindi il centro della vita da cui irradiano tutte le altre attività, il centro da cui tutto prende senso e al quale tutto è ordinato, non può essere trattata come un impegno tra i tanti che un prete ha durante le proprie attività giornaliere, altrimenti queste stesse attività diventeranno predicazione di se stesso.

La chiesa dove si celebra la Messa è un luogo sacro, consacrato al Signore, è il luogo dell’incontro con il Re dei Re, il Dio vivo, l’unico e vero Dio, che resta sempre in mezzo al suo popolo con il Suo Corpo ed il Suo Sangue, la Sua anima e la Sua Divinità… ed in questo luogo non possiamo entrarci come quando si entra in un teatro, una sala concerto, un auditorium, un cinema o un museo. E’ il luogo della presenza di Dio, ma non è solo una presenza spirituale che io avverto in base alla mia fede, ma la Sua presenza è reale, vera e sostanziale nel tabernacolo, e non dipende dalla mia fede perché Lui è lì comunque.

Quale donna, per esempio, oserebbe presentarsi al cospetto del Presidente della Repubblica con un vestito scollato fino all’ombelico o con una minigonna da infarto? Quale uomo si presenterebbe alla corte di un sovrano in tuta da relax casalingo? Se per questi eventi mondani sappiamo come vestirci, perché pensiamo che in chiesa tutto sia lecito?

Sappiamo benissimo quanta importanza abbia il linguaggio non verbale nella comunicazione, gli esperti dicono che sfiori l’80%, ma questo dato non vale solo nell’educazione dei bambini o nella relazione tra sposi, il nostro modo di vestire dice dell’importanza che noi diamo a ciò che stiamo vivendo. La Domenica è un piccolo anticipo di Paradiso, ma dobbiamo aiutare noi stessi a viverlo come tale anche nella carne, e dobbiamo aiutare gli altri a vivere lo stesso. E questo significa che tutto nella Domenica deve essere diverso: la preghiera al mattino, la preparazione alla Messa, il vestito, la colazione, il pranzo, la tavola, il modo di parlare, il contenuto dei dialoghi, i gesti di carità fraterna, il modo di impegnare il tempo nella giornata, se non diventa vita la nostra fede rimane un bel soprammobile a cui togliere un po’ di polvere almeno la Domenica.

Coraggio famiglie, tocca a noi far vivere una nuova primavera alla Chiesa intera.

Giorgio e Valentina

Uscite . Venite fuori!

Dal libro del profeta Isaìa (Is 49,8-15) Così dice il Signore: «Al tempo della benevolenza ti ho risposto, nel giorno della salvezza ti ho aiutato. Ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo, per far risorgere la terra, per farti rioccupare l’eredità devastata, per dire ai prigionieri: “Uscite”, e a quelli che sono nelle tenebre: “Venite fuori”.

Chi si ostina a pensare alla Quaresima come ad un tempo ostile e triste è perché in fondo non l’ha mai vissuta veramente, basterebbe ascoltare gli accorati appelli del Signore alla conversione che abbiamo in parte analizzato in questi articoli per rendersi conto di come il Signore non molli la presa, non sia uno che getta la spugna alla prima difficoltà e prometta ai Suoi figli pace, gioia, consolazione… è come se il Signore ci volesse mettere l’acquolina in bocca.

Assomiglia ai nostri (spesso vani) tentativi di genitori di convincere i nostri piccoli circa la bellezza di un gesto: se non funziona la prima o la seconda volta con un ordine, ecco che allora diamo il via alla tattica del convincimento elogiando i (molteplici) risvolti positivi del gesto che intendiamo insegnare loro. Similmente anche il Signore dapprima (all’inizio della Quaresima) comincia con un ordine, anche se tenero e dolce ma pur sempre ordine, circa le opere quaresimali di digiuno, preghiera, penitenza, elemosina e carità; e poi man mano che i giorni avanzano ci ricorda le gesta di questo o quell’uomo di fede per spronarci all’imitazione, ma poi a metà Quaresima la Chiesa sa che l’uomo ha bisogno di un ristoro (anche spirituale) per poter riprendere il cammino con maggior vigore e con rinnovato slancio, ed è per questo che Domenica scorsa il colore viola si è un po’ attenuato verso il rosa. Ed anche nei giorni seguenti ci vengono proposti dei brani dove viene più volte descritta l’abbondanza della natura per una nuova epoca di pace che verrà se il popolo si convertirà, abbondanza che è simbolo della abbondanza della misericordia di Dio. Anche nel brano riportato sopra possiamo notare come la nota di fondo sia un’incoraggiamento all’attesa di una nuova vita in cui tutto verrà restaurato, la terra risorgerà ecc…

Ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo” è il Signore che parla a Isaia, ma è chiaro che egli sia solo una prefigura di Colui che sarà la nuova ed eterna alleanza, sancita nel Suo sangue, il sangue dell’Agnello.

per far risorgere la terra” e qual è la terra che deve risorgere nei nostri matrimoni? E’ proprio la terra delle nostre relazioni, che forse col tempo ha perso un pochino della sua fecondità, forse per qualcuno è una terra seccata e riarsa dalla siccità di una relazione fredda e senza tenerezza e dolcezza. E’ tempo ormai di lasciare la terra della nostra relazione in mano al contadino migliore che ci sia: Gesù. Bisogna che diamo a Lui il pieno potere sul nostro matrimonio, diamo a Lui le chiavi del trattore che lavorerà il nostro terreno, perché c’è bisogno di arare, di rigirare la terra, di concimare per poter poi piantare nuove semine ed irrigarle.

“per farti rioccupare l’eredità devastata quale eredità è stata devastata? Ci sono molti sposi che sono stati devastati dalla lussuria… la quale agisce come un ladro che occupa un’eredità non sua. I nostri corpi battezzati divengono tempio dello Spirito Santo e quando gli sposi uniscono i propri corpi nel sacro gesto dell’intimità coniugale lo Spirito Santo dovrebbe esplodere di gioia in loro, è come se Esso trovasse una casa sempre più grande e dilatata per poterci stare sempre più comodo. E’ questa eredità che la lussuria viene a portar via, i corpi (e le anime) ne restano devastati e non vedono più Dio perché “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio“, di conseguenza chi non vive la castità, la purezza, non può vedere Dio, si diventa quindi ciechi.

“per dire ai prigionieri: “Uscite”, e a quelli che sono nelle tenebre: “Venite fuori”. abbiamo incontrato tanti sposi che non riescono a dare una svolta decisiva al proprio matrimonio perché prigionieri del peccato. Esso infatti è come uno specchietto per le allodole : ti promette gioia e ti appaga, sì ma per pochi istanti, per brevi momenti, poi ti lascia in bocca un’amarezza che stai peggio di prima, poi ti lascia un vuoto incolmabile che tentiamo di riempire con un altro peccato, e poi un altro ancora fino a che si diviene prigionieri perché non facciamo più quello che vogliamo ma quello che ci viene imposto da questo inganno diabolico. E dentro in quella prigione gli occhi sono spenti, senza luce, non sono occhi pieni di vigore, pieni di voglia di vivere, sono invece occhi gonfi di tristezza, di incompiutezza. Ecco allora che abbiamo bisogno di qualcuno che ci tiri fuori da questa prigione, ed è Gesù l’unico liberatore, l’unico che ha la chiave di quella prigione, e la chiave è nella Sua Croce. Gesù è l’unico che ci tira fuori dalle tenebre della disperazione, è l’unico a cui poter chiedere di illuminare i nostri occhi.

Coraggio sposi, abbiamo ancora la possibilità di uscire dalle nostri prigioni. Il Signore ce lo sta gridando attraverso le parole di Isaia, non lasciamoci scappare questa opportunità di far rifiorire il nostro matrimonio.

Giorgio e Valentina.

I fuorischema di Dio nel nostro matrimonio (2 parte)

Ieri ci siamo lasciati quando io e mio marito stavamo affrontando la difficoltà nel riuscire ad avere figli (clicca per leggere la prima parte). Per non stare fermi, inchiodati nel dolore, nella mancanza e nel vuoto, ho cominciato a cercare famiglie senza figli. Grazie a Dio tra i nostri amici c’era già qualche famiglia senza figli, e abbiamo cercato di frequentare quelle famiglie. Abbiamo amici anche con figli, ma in quel periodo ci pesava stare con loro, sentire parlare sempre e solo di figli; ci sentivamo non accolti, non compresi, fuori posto. Guardandoci in giro (non restate mai fermi nel vostro dolore), abbiamo trovato altre famiglie senza figli, attraverso i frati di Assisi e anche con Mistero Grande di don Renzo Bonetti. Ci siamo accorti come queste famiglie, fossero ugualmente bellissime e feconde! Sono bellissime, perché feconde spiritualmente, e ci si è aperto un nuovo mondo, quello della fecondità spirituale, che ci ha affascinato sin da subito.

Essere testimoni di Dio agli altri, per gli altri e con gli altri. Non vogliamo vivere per noi stessi, chiusi nel nostro nido e nella nostra coppia. Desideriamo portare frutto, restituire quanto ricevuto, ringraziare Dio, come afferma il nostro passo di Vangelo, quello scelto per le nostre nozze: Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto(Gv 15, 2). Abbiamo capito che A Dio nulla è impossibile (Lc 1,37), Se solo Dio volesse potrebbe risolvere il nostro problema e quello di tutte le coppie infertili in un attimo. Se non lo fa significa che ha un Suo progetto di vita e di senso anche per le famiglie senza figli. Non siamo, quindi, famiglie di serie B, ma di serie A, come tutte le altre famiglie. Abbiamo solo una chiamata diversa, speciale, ma altrettanto bella, ricca, alta. Sta a noi scoprirla e viverla a pieno, per portare Dio a tutti, con amore, gioia, speranza, fiducia; facendoci dono, servizio, fecondità. 

Per esempio con i single, con i fidanzati, con le famiglie, con i vicini di casa, con la gente di paese, con i colleghi di lavoro, con tutti quelli che incontriamo per essere sale della terra e luce del mondo (Mt 5,13 16).Noi, quindi, ci stiamo inserendo, nel gruppo famiglie della nostra parrocchia, contiamo di aprire la nostra casa una sera la settimana per fare un cenacolo di preghiera. Stiamo pensando di seguire i fidanzati; dal 2019 al 2021 abbiamo seguito i single in un percorso di fede a loro dedicato. Abbiamo capito/visto, che ogni coppia ‘sterile’, trova con Dio la sua via di felicità e di fecondità, come dice la Sua Parola: Rallegrati, sterile, che non partorisci, grida nell’allegria tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito(Is 54,1-10).

Con questa nuova consapevolezza siamo riusciti a comprendere le parole del rito delle nozze siate fecondi e i figli che Dio vorrà donarvi.  Quel passaggio non si limita ai figli biologici ma anche a quelli spirituali, perché con Dio e grazie a Dio, la biologia non ha l’ultima parola! Dio porta vita dove c’è morte. Noi dobbiamo solo scegliere di collaborare con Lui, e vedremo miracoli, orizzonti nuovi. Non vale la pena rinchiudersi, fermarsi in ciò che manca e che si vuole, altrimenti Dio non può operare, perché rispetta la libertà di ognuno, ma così facendo, ci si priva di bellezza, e si resta bloccati fermi.

In questo nostro passaggio, da fertilità a fecondità, c’è stato anche il periodo in cui la mia ginecologa, mi propose la PMA (procreazione medicalmente assistita), vista la mia età. Mi propose anche di chiedere ovociti di una giovane donna per avere un figlio sano. Ci siamo un po’ informati sulla PMA, e per noi è una specie di vivisezione della donna, con esami specifici, continui controlli medici, con ulteriore stress per la coppia, e con scariche di ormoni sul corpo della donna, che diventa quindi un oggetto, in mano ai medici. Saremmo diventati schiavi dell’idolo del figlio a tutti i costi, avremmo speso tanti soldi, senza neppure la garanzia del buon esito. Tutto ciò è, a nostro avviso e anche per la Chiesa, contro natura e contro Dio; senza contare che la PMA può causare anche aborti. Male su male. Non fa per noi. Tutto ciò, ci è bastato per dire no grazie!!! Nello stesso periodo, abbiamo visto/capito che, il primo figlio della coppia è la coppia stessa. Il noi va quindi custodito, alimentato, amato, rispettato, fatto crescere, reso bello. Abbiamo, quindi, deciso, che una/due volte l’anno, parteciperemo a corsi/ritiri per famiglie ad Assisi dai frati minori, o da Mistero Grande di don Renzo Bonetti.

Concludiamo questo articolo, dicendo che, il mondo, davanti alla sofferenza, dice di schivarla, scappare, rifiutarla. Vedi “soluzioni” come aborto, divorzio, eutanasia, PMA. Gesù, invece, dice di accettarla e passarci in mezzo con Lui, e li si trova la chiave, la risposta, la Resurrezione, la vita nuova e noi preferiamo questa, che è Via, Verità, Vita. L’avevano detto, al corso vocazione, che avevo fatto nel 2002, che l’unica risposta alla sofferenza, ce l’ha Gesù Cristo, ed è vero. Lo confermo dopo averne fatto esperienza Lode e Gloria a Te Gesù !

Buon Cammino a tutti

Grazie e a presto

Paola & G.

Chi vuole contattarmi/ci, mi/ci trova su facebook (Paola Bt) e abitiamo nel nord Italia. Se ci sono famiglie senza figli,  possiamo fare anche un gruppo facebook, o whatsapp, o telegram, per tenerci in contatto, aggiornate, sostenerci. Cosa ne dite?! 

I fuorischema di Dio nel nostro matrimonio

Cari sposi, eccoci con un nuovo articolo sul blog. I primi 3 articoli sono stati sulla testimonianza della mia vita (Paola); ora scriverò di noi e del nostro matrimonio cristiano.

Come ho già scritto in precedenza, ho partecipato ai corsi ad Assisi di padre Giovanni Marini, dopodiché ho scelto come padre spirituale un frate del suo team, e con lui ho fatto il mio cammino di fede per 15 anni, andando avanti e indietro da Assisi. Dopo questi 15 anni, causa forza maggiore, non sono più potuta andare ad Assisi dal mio padre spirituale, ma dopo qualche mese, è arrivato quello che poi è diventato mio marito. Questo conferma che Dio non ci lascia mai soli, anzi!

Credo che Dio mi abbia preparato e a quel punto ero pronta ad entrare nella Terra Promessa della mia vita. Il mio padre spirituale, è stato il mio Mosè, il mio San Giovanni Battista. Solo con Gesù, infatti, si entra e si vive nella terra promessa, come lui stesso mi disse in un colloquio. Infatti, è stato Giosuè colui che ha portato fisicamente il popolo di Israele dentro la Terra Promessa, e il suo nome vuol dire Gesù in ebraico antico; mentre Giovanni Battista ha indicato ai suoi discepoli di seguire l’Agnello di Dio, che è sempre Gesù. Con mio marito, abbiamo avuto e abbiamo tuttora guide per il nostro cammino, ma il padre che ti porta alla fede, rimane uno solo, come lui stesso mi ha confermato in un colloquio, per questo lui sarà sempre il mio fratone, che comunque tengo sempre aggiornato sulle mie vicissitudini.

Siamo così giunti al nostro matrimonio cristiano; sapete che è più bello ora, dopo 2 anni e mezzo di matrimonio, che all’inizio. Appena sposati, infatti, eravamo due persone poco più che 40enni, che avevano vissuto tanto tempo da sole ed iniziavano a vivere insieme. Non è stato quindi per niente facile, pur essendoci amore e scelta comune di vita. Di comune accordo, infatti, non abbiamo convissuto, ma abbiamo scelto e seguito gli insegnamenti saggi di Madre Chiesa. Abbiamo atteso il Sacramento del Matrimonio, per andare a vivere insieme e per essere una carne sola. Con nostra grande sorpresa, però, i primi mesi sono stati duri, tremendi, con forti scossoni di assestamento, per litigi, per il nostro carattere e per le nostre abitudini. Pensavamo di aver sbagliato tuttooo!!! Inoltre, eravamo entrambi in smart working, vivevamo in un piccolo appartamento in affitto, trovato in fretta a maggio 2020, quando ancora si poteva andare nelle agenzie immobiliari. Inoltre non siamo andati subito in viaggio di nozze perché a causa del lockdown non ci si poteva muovere, e siamo partiti solo a novembre, Siamo stati al Lago di Garda dove abbiamo staccato e ci siamo un po’ ricaricati.

Non ci aspettavamo, quindi, tutta questa tempesta, che pauraaa! Ma nella tempesta, abbiamo visto la forza e la presenza del Sacramento delle Nozze, di Gesù in mezzo a noi, con noi e per noi, Grazie a Dio! Grazie anche alle catechesi, che ascoltavamo, per capire il presente che stavamo vivendo. Durante il fidanzamento, abbiamo partecipato a dei corsi fidanzati, ma nessuno ci aveva preannunciato quello a cui saremmo andati incontro o ce l’avevano accennato appena; in quanto, ormai, in questi corsi, ci sono già diversi conviventi o addirittura coppie con figli. Secondo noi, però, la Verità, che scaturisce dagli insegnamenti del Vangelo e della Bibbia, va sempre detta e non tralasciata! In questa tempesta e dopo la tempesta, grazie a Dio, siamo andati avanti con piccoli passi possibili quotidiani, nel venirci incontro reciprocamente, per creare la nuova vita/famiglia, pregando insieme, dialogando, perdonandoci, costruendo la nostra intimità.  Abbiamo iniziato, quindi, a costruire la nostra famiglia, come la casa costruita sulla roccia del Vangelo (Mt 7,24-28). Ed è proprio vero che Dio salva nella croce/morte/difficoltà, e non dalla croce/morte/difficoltà, proprio come mi disse a suo tempo il mio padre spirituale.

Una volta sposati, inoltre, pensavamo di avere subito dei figli. Nel fidanzamento, ci eravamo detti, che forse, non li avremmo avuti, per via della nostra età; ma da sposati, e vivendo la bella apertura alla vita, ci è venuto normale pensare, sperare, e desiderare ciò. E invece, mese dopo mese, niente da fare. Cominciavamo a vivere la nostra intimità con l’orologio biologico nella testa, e quindi con ansia, stress, dovere, rabbia, tristezza, speranza, delusione, etc.

Per il proseguo vi aspettiamo domani con la seconda parte della nostra testimonianza.

Paola & G.

Chi vuole contattarmi/ci, mi/ci trova su facebook (Paola Bt) e abitiamo nel nord Italia. Se ci sono famiglie senza figli,  possiamo fare anche un gruppo facebook, o whatsap, o telegram, per tenerci in contatto, aggiornate, sostenerci. Cosa ne dite?! 

Quello che io ora faccio tu non lo capisci un giorno lo capirai.

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato la festività di San Giuseppe. Noi in parrocchia abbiamo vissuto un triduo di celebrazioni iniziate con il rito penitenziale di venerdì presieduto addirittura dal Santo Padre Francesco. Abitare a Roma vuole dire avere anche queste occasioni di incontro. Io e Andrea, come due normali pellegrini muniti di biglietto, ci siamo recati ad assistere all’ incontro proprio nel luogo che ci ha visto muovere i primi passi come neo sposi. Dove abbiamo iniziato la nostra attività cercando di far parte del progetto tanto amato dal Papa: la Chiesa in uscita. Abbiamo cercato, di farci missionari tra le persone in strada.

Personalmente non ho provato molta emozione nel vedere il Papa e nello stargli così vicino, fin da piccola ho avuto la fortuna di poter interagire con tutti i Papi grazie al lavoro di mio padre. Ciò non vuol dire provare freddezza ma bensì saper gestire le emozioni. Ascoltando l’ omelia ho ripensato indubbiamente a tutto il nostro percorso di vita e matrimoniale, ma più che altro è stato nell’attesa del suo arrivo che ho rivisto tutta la mia vita umana e anche spirituale. Umana perché proprio fin da piccola e grazie al lavoro di mio padre ho potuto imparare l’importanza e la cura verso la persona. Occuparsi della sicurezza del Santo Padre ti aiuta a uscire da te stesso per prenderti cura di un altro, differente da te, anche se così importante. Il lavoro di mio padre è stato mezzo per lui dove esercitare la sua paternità a tutto tondo. Anche quando ha dovuto dire dei no ai collaboratori per evitare problemi al Santo Padre. Quei No che diventano essenziali quando educhi un figlio. Mio padre si chiama Giuseppe e, complice anche l’omonimia, ho sempre visto in lui la figura di San Giuseppe.

Uno dei miei santi preferiti. San Giuseppe è il mio preferito perché mi sento pienamente compresa da lui. Mi fa sentire un’appartenenza a quella figliolanza che ci rende fratelli tutti. Nonostante la bellezza delle nostre fragilità e debolezze. San Giuseppe è una figura che abbiamo rivisto ieri anche nel Pontefice mentre salutava festoso tutti i suoi figli, ma anche nella sua fermezza durante un rimprovero. Un padre che ricorda che dopo l’ inverno arriva la primavera con i suoi timidi germogli. In fondo cosa è la Pasqua? L’unica via da percorrere. La stessa via che si percorre nel matrimonio. La croce è la via per l’ eternità. Così come il confessionale diventa la fiaccola che ci aiuta a vedere in un cammino al buio. Quante volte magari ci portiamo dentro dei pesi che ci affaticano il cammino. Ci sono le incomprensioni e i nostri schemi mentali, da cui spesso non riusciamo ad uscirne da soli e fatichiamo ad ammettere che abbiamo bisogno di aiuto per farlo. Nessuno si salva da solo.

Il Papa ce lo ricorda spesso. Il confessionale è un potente mezzo per amare ed essere amati. Il confessionale è stato proprio uno dei mezzi per entrare in relazione con Dio, e nel nostro caso è servita per impostare il Tomtom della nostra via matrimoniale. Avere la grazia di incontrare un padre spirituale è indubbiamente il più bel dono di matrimonio che Dio ci abbia fatto. Andrea ha sperimentato e ha scoperto di poter essere anche lui, non solo un cuore e un volto di padre, ma anche di poter esserlo nella maniera più bella. Lo ha scoperto proprio relazionandosi con il nostro padre spirituale. Ha imparato l’ arte di amare. L’arte di rimanere accanto ad una persona e custodirla dall’inizio alla fine. Questi stessi insegnamenti che sono divenuti una candela da tenere sempre accesa come durante il battesimo da passare alla nostra Alice e ai nostri bambini e giovani dell’oratorio che fanno parte della nostra famiglia, il nostro Noi, il nostro essere sposi è anche merito loro.

Vi aspettiamo se volete nel nostro Instagram nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Simona e Andrea

Contemplare per onorare l’Amato

Immersi nel cammino quaresimale, vogliamo soffermarci sulla seconda lettera della parola CONTEMPLARE. Per noi contemplare vuol dire ONORARE l’Amato. Ricorrendo al significato etimologico, onorare vuol dire «circondare di stima e di ossequio qualcuno». È ciò che fece san Giuseppe, la cui celebrazione quest’anno è stata spostata ad oggi, verso la sua sposa Maria e in modo speciale verso Gesù. Riconoscendo la singolare paternità di Giuseppe, qui, vogliamo contemplare il suo rapporto con Maria. Al n. 20 della Redemptoris Custos leggiamo che: “Mediante il sacrificio totale di sè Giuseppe esprime il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio che si stava realizzando in lei, egli per espresso ordine angelico la trattiene con sè e ne rispetta l’esclusiva appartenenza a Dio”.

In questa Esortazione Apostolica, Giovanni Paolo II mette in particolare rilievo il legame sponsale di Maria e Giuseppe, rivendicando a Giuseppe le chiare caratteristiche dello sposo che “prese con sé la sua sposa” poiché quello che è generato in lei “viene dallo Spirito Santo” (Mt 1). E da qui che possiamo “desumere che anche il suo amore di uomo viene rigenerato dallo Spirito Santo. Non bisogna forse pensare che l’amore di Dio, che è stato riversato nel cuore umano per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5), forma nel modo più perfetto ogni amore umano? Esso forma anche – ed in modo del tutto singolare – l’amore sponsale dei coniugi, approfondendo in esso tutto ciò che umanamente è degno e bello, ciò che porta i segni dell’esclusivo abbandono, dell’alleanza delle persone e dell’autentica comunione sull’esempio del mistero trinitario” (RC n 19).

Carissimi sposi anche noi, il giorno del matrimonio, abbiamo promesso di onorarci tutti i giorni della nostra vita. Ma in che modo lo facciamo? Nella vita ordinaria vi sono mille modi per farlo e ogni coniuge conosce quale sia quello migliore per la propria coppia. Per noi onorarci vuol dire onorare Dio, o meglio onorare l’immagine di Dio impressa in noi. Ogni uomo deve essere onorato in quanto immagine di Dio ma, come sposi, la promessa matrimoniale ci porta ad impegnarci a cercare, e portare alla luce, nel nostro sposo/a quei tratti, quelle caratteristiche per cui somiglia maggiormente a Gesù. Significa in definitiva potergli dire: “tu mi ricordi Dio”, “tu per me sei degno/a del mio ossequio”. Questo ci porta a sperimentare prima di tutto l’esserCi di Dio nella nostra vita sponsale e poi anche il fatto che senza onorare la persona che si è scelto di sposare si perderebbe una bella fetta di felicità.

ESERCIZIO PER ONORARE L’AMATO
Come sposo, sull’esempio di san Giuseppe, mi impegno ad aiutare la mia sposa a far crescere un seme che il Signore ha piantato nel suo cuore, sia esso una virtù o un talento. Come sposa, “riverso” sulle imperfezioni del mio sposo tutta la tenerezza di cui sono portatrice.

PREGHIERA DI COPPIA
O nostro Divino Sposo,
onorandoci onoriamo Te in noi;
onorandoci scopriamo che portiamo il Tuo dna nelle fibre del nostro corpo;
onorandoci ti ringraziamo di aver posto la Tua dimora in noi
e, insieme a Giuseppe e Maria, camminiamo fiduciosi lungo i sentieri della vita.
Amen

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Cosa vuoi fare da grande?

Cosa vuoi fare da grande?” Il ragazzo ancora indeciso, rispose: “Non lo so, sai mi piacerebbe salvare le persone come fa un pompiere. Anzi no, essere un pilota di aerei per viaggiare in tutto il mondo. Anzi no, mi piacerebbe fare il dottore per aiutare chi non sta bene. O forse lo scienziato, il ricercatore per scoprire cose nuove. Oppure sarebbe bello fare il maestro per insegnare ai bambini le materie: la matematica, la storia. Anzi mi piacerebbe essere un uomo di borsa, che conosce l’economia. Sai sarebbe però bello anche fare l’artigiano, fare il falegname come Giuseppe o il meccanico o be’ saper costruire le case come un muratore…” Mentre il bambino parlava e continuava ad elencare tanti bellissimi lavori, il nonno alzò lo sguardo e dalla panchina dove erano seduti vide passare una famiglia. Mamma, papà e due bambini. Lei era in attesa, si intravedeva il pancino gonfio che sporgeva. I bambini che saltavano e gridavano, rincorrendosi intorno alle gambe di papà. I due sposi che mano nella mano cercavano di procedere sul sentiero del parco in riva al lago, guardandosi negli occhi. Il nonno mise la mano sulla spalla del nipote che si interruppe nel parlare e gli disse: “Non ti piacerebbe da grande essere uno sposo? Un padre? Un marito? Il bambino che aveva alzato lo sguardo e osservava la scena familiare davanti a sé, guardò i coetanei che giocavano, un uomo e una donna che si amavano e dopo un attimo di silenzio fissò il nonno e disse: “Sì nonno! Quello voglio fare da grande! …Ma POI anche Be magari l’idraulico, il gelataio, il poliziotto ….

Ecco ci piace oggi iniziare con questa piccola pagina di narrativa, per dirvi quanto è bello, bellissimo, importante e primario vivere la bellezza della vocazione all’amore! Abbiamo voluto guardare a questa immagine: un nonno, un anziano che mostra la bellezza della famiglia ad un giovane, ad un nipote, ad un ragazzino in età adolescenziale, nell’età delle scelte. A passare sul quel sentiero nel parco sul lago, poteva essere anche una semplice coppia giovane o anziana, che stringendosi mano nella mano mostrava la grandezza del volto di Dio. Uomo e donna, che si stringono, si uniscono a diventare unico corpo, nella loro complementarietà. Non alludiamo a quella complementarietà che ci mostrano i media: metà mela te, metà mela io, ma ad una complementarietà fatta nel fisico, nella psiche che ha origine e fine non in loro ma in Dio. Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gn 1, 18)

Un uomo e una donna mano nella mano, testimoni di infinito, di un amore per sempre, di amore tenace, che non si scioglie. Un uomo e una donna mano nella mano testimoni di generatività, di vita, di amore. Non c’è testimonianza più bella. Non si può aspirare a niente di più grande nella vita che ad essere sposo o sposa, marito o moglie. Testimoni nel nostro essere di quel che è Dio: volto di amore.

Certo forse poteva passare anche un sacerdote in abito talare mentre recitava il vespro con il suo breviario in mano, o un monaco o fraticello di San Francesco che con i saldali e il cingolo ci mostrava la bellezza della sua scelta di vita povera e casta. O magari una sorella monaca con il velo che nasconde il capo e un poco del volto, mostrandoci l’essenziale. In ognuna delle persone che potevano passare: frate, prete, suora, coppia o famiglia, siamo certi che il ragazzo avrebbe visto di più di un semplice lavoratore, che lui poteva sognare di fare da grande. Il Nonno gli ha mostrato qualcosa di più profondo: ciò che si è chiamati a fare dal cuore e con il cuore in primis. Non ciò che si è chiamati a fare con le mani o con la mente.

Perché questo articolo oggi? A noi lettori di blog che forse siamo già grandi e abbiamo già scelto la nostra vocazione.

1. Perché la vocazione crediamo che debba essere ri-scelta! Ri-verificata! Attenzione: non la moglie o il marito, ma la volontà di essere sposo, marito, padre, di essere sposa, moglie e madre. A volte è importante fermarsi dalla routine della vita. I religiosi periodicamente si fermano per vivere un tempo di esercizi spirituali che gli serve per ricentrarsi, per guardare a Dio, all’Amore, alla loro scelta di vita vocazionale, alla bellezza che questa scelta è! Unica! Tua!  Anche noi sposi, abbiamo la necessità ogni tanto di fermarci e specchiarci con ciò che è e dev’essere una famiglia! Abbiamo l’obbligo annualmente di fermarci anche a far memoria del nostro giorno nuziale. Ma questo a volte non basta, ci vuole che anche in altri momenti dell’anno ci ricarichiamo nella vocazione. Al lavoro ti fanno fare i corsi di aggiornamento? All’auto fai il tagliando annuale o almeno la revisione obbligatoria? Al tuo cuore da quando non fai un’iniezione di amore?

2. Perché abbiamo un compito gigante che è quello di essere responsabili di ciò che abbiamo scelto di essere. Un capotreno o un controllore è responsabile dei passeggeri, ogni lavoro ha la sua responsabilità verso il prossimo. Tu quale responsabilità hai? Ancor più grande è comprendere e vivere la responsabilità di essere testimoni dell’amore! Se i giovani credono meno nell’amore, se i giovani non si sposano più non è colpa della Chiesa, ma è colpa tua. Che forse non gli hai saputo mostrare la bellezza dell’amore! Difficile? Certo! Complicatissimo! Ma ricorda che per mostrare la bellezza dell’amore, basta semplicemente amarsi. Concetto semplicissimo ma gigante allo stesso tempo! Non basta una vita per imparare ad amare, ma è utile ogni giorno per esercitarsi a farlo meglio. È più facile per alcuni di noi scindere l’atomo o costruire grattacieli ma non vivere l’amore. Per poter vivere e testimoniare l’amore c’è bisogno di imparare ogni giorno ad amare! Perché l’amore non si finisce di impararlo oggi o domani, quando ci si sposa o quando si trova finalmente il ragazzo o la ragazza.

3. Perché la bellezza della vocazione familiare è ciò che ci ha attratto anche noi a viverla. Perché quando una cosa è bella piace e attira. Non c’è altra lettura. È una regola di marketing intramontabile. Di fronte a qualcosa di bello, bellissimo come l’amore sponsale nasce obbligatorio dal cuore un: “lo voglio anche io. Anche io voglio vivere di quella bellezza”.

Ci fermiamo qua, facendoti ancora queste domande semplici:

1) Quando hai fatto l’ultimo tagliando o revisione alla tua coppia? Non rimandarla! Ci son realtà bellissime che offrono corsi, percorsi, seminari. Son per te! Per voi!

2) Come testimoni il tuo essere sposo/sposa? Ricorda che anche se ora sei solo/sola, al lavoro magari o a casa o per strada, in forza di quel vincolo nuziale si è sempre in due! Tu non sei un uomo solo, ma sei sempre tu e tuo marito, tu e tua moglie! Il volto che mostri è sponsale.

3) Come testimoniate il vostro essere sposi quando siete insieme?

Cercatori di Bellezza

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Alla tua luce vediamo La Luce

Cari sposi,

nell’avanzare verso la Pasqua, dopo il tema dell’acqua viva che Gesù Cristo dona al credente in Lui, la Chiesa ci fa meditare sulla luce, o meglio, sull’illuminazione, perché altro non è che l’azione compiuta da Gesù affinché noi vediamo e siamo strappati dalle tenebre. Illuminazione che forma parte dei 7 segni che Gesù compie prima della sua morte. Che significato ha questo gesto per noi oggi?

Per prima cosa desta attenzione che sia proprio Gesù a prendere, inaspettatamente, l’iniziativa di guarire questa persona cieca, al contrario di quanto di solito accadeva. Questo per sottolineare che è sempre il Buon Pastore a cercarci e che quindi la grazia di Dio ha sempre il primato nella nostra vita. Dopo la guarigione, sarà però il cieco a incamminarsi verso Cristo e così a portare a pienezza la sua guarigione: dai gradini del tempio camminerà verso quell’acqua con l’impasto di fango e saliva che Gesù gli ha applicato sugli occhi. A parte forse la nostra istintiva ripugnanza a questo gesto, vi è un senso ben più profondo. La saliva difatti è la Sua Parola che si unisce ad un elemento corporeo, il fango, rimembranza della polvere della Genesi. Qui sta accadendo una sorte di nuova creazione, in cui Gesù, applicando la sua Parola onnipotente alla nostra povera polvere ci redime, ci rigenera, pure nelle nostre parti più brutte e dolorose. Ecco allora che la cecità è la cifra proprio della mia imperfezione e non pienezza di vita. Dinanzi ad essa possiamo ragionare da farisei e farcene un enorme senso di colpa, volendola allontanare, nascondere, sminuire, a noi ma soprattutto a chi ci sta accanto. Ma allora ciechi erano e rimarranno loro – e magari pure noi – se continueremo a stare inchiodati davanti al male e alle sue conseguenze, invece di domandarci: perché questa nostra insufficienza e incompiutezza? Un po’ come hanno fatto gli apostoli, domandando a Cristo il senso ultimo della cecità.

Gesù difatti risponde “perché siano manifestate le opere di Dio” e quindi anche la nostra incompiutezza ed imperfezione umana, nella misteriosa pedagogia divina, esiste perché Cristo possa da lì e non da altrove portarci alla Sua pienezza. Pienezza poi non è mai la perfezione ma vivere in Cristo, vivere con il Risorto e gioire della sua Presenza. Il cieco fa proprio questo cammino verso la pienezza, verso una piena conoscenza ed esperienza di Cristo, proprio come era accaduto domenica scorsa alla Samaritana. Il cieco nato acquista anzitutto la vista, e poi a poco a poco, progressivamente, cresce nella comprensione della realtà e di Chi questa realtà l’ha svelata. All’inizio il cieco nato pensa a Gesù come ad “un uomo”, ma del quale non sa nulla; poi però lo dichiara un “profeta”, poi ancora un “inviato di Dio”, ed infine lo riconosce come “Figlio dell’uomo” e “Signore”.

Dice al riguardo Papa Benedetto: “Infatti, la vita cristiana è una continua conformazione a Cristo, immagine dell’uomo nuovo, per giungere alla piena comunione con Dio. Il Signore Gesù è “la luce del mondo” (Gv 8,12), perché in Lui “risplende la conoscenza della gloria di Dio” (2 Cor 4,6) che continua a rivelare nella complessa trama della storia quale sia il senso dell’esistenza umana” (Angelus, 3 aprile 2011). Così cari sposi, mi auguro che accada nella vostra vita, in cui l’imperfezione è così spesso dilatata dalla continua convivenza e vicinanza. Possa essere, sulla scia del cieco nato, una via di illuminazione della Presenza di Cristo nella vostra relazione. Che il Signore vi conceda di vedere oltre il visibile ed oltre la vostra prospettiva.

ANTONIO E LUISA

E’ proprio così. La coppia perfetta è fatta da due imperfezioni capaci di accogliersi di perdonarsi. Proprio ieri Luisa mi ha amato nonostante io non fossi stato per nulla perfetto. Questo suo atteggiamento mi ha davvero fatto pensare all’amore di Dio. Lei mi ha accolto e basta senza misurare quanto le stavo dando. Ieri ho provato tantissima riconoscenza verso di lei per essere così come è e per Dio che me l’ha posta accanto.

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Cuore di padre

Cari sposi,

            siamo all’indomani della solennità di San Giuseppe e già Antonio e Luisa hanno parlato proprio ieri di Lui. Da parte mia vorrei aggiungere questa importante notizia dal momento che tocca un profondo bisogno esistenziale del mondo di oggi: l’assenza del padre.

L’assenza della figura paterna è una delle cause, se non la principale, degli insuccessi nel benessere dei figli. Ma non solo, perché spiega uno dei motivi fondanti della profonda crisi della famiglia. Se manca il papà in una famiglia, questo si ripercuote negativamente sulla strutturazione psichica degli individui e di conseguenza poi sulla società in cui questi andranno ad interagire. Tra gli effetti negativi ci sono l’indebolimento dell’immagine maschile, disturbi della filiazione, aumento dei comportamenti di dipendenza, perdita del senso del limite (tossicodipendenza, bulimia/anoressia, pratiche sessuali reattive), difficoltà di socializzazione, ecc.

Oggi, ed è certamente un bene, in generale si concede un gran valore alla figura della mamma in quanto donna. Essa difatti è il per il bambino una fonte di sicurezza; tuttavia, non si può mai escludere il ruolo maschile-paterno. Il padre è colui che pone limiti e divieti, così importanti per strutturare ed educare il vero senso della libertà, Ma soprattutto, è grazie alla figura paterna, che il bambino impara a differenziarsi dalla madre e ad acquisire la propria autonomia psichica. Il bambino così scopre che non è lui a comandare ma che esiste una legge al di fuori di lui. In tal modo, attraverso la relazione con il padre, il bambino acquisisce anche la propria identità sessuale. È normale che, in fase di sviluppo, sia la bambina che il bambino hanno infatti la tendenza, all’inizio, a identificarsi con il sesso della madre, e tocca al padre, nella misura in cui viene riconosciuto, che permetterà al bambino di ubicarsi sessualmente.

Quanto è importante dire al mondo che c’è bisogno di buoni padri, di padri maschi nel più bel senso di questa parola! È un bene, perciò, che sia in uscita un film-documentario, sulla figura nascosta ma importantissima del Patrono della Chiesa Universale, dal titolo: Cuore di Padre. “Chi è in realtà Giuseppe di Nazareth? Abbiamo intrapreso un viaggio intorno al mondo per indagare se sia vero ciò che alcuni affermano: quest’uomo misterioso oggi è più attivo che mai. Ci soffermeremo in posti emblematici dei cinque continenti, scoprendo santuari, feste e devozioni in onore di quel falegname umile e silenzioso. Conosceremo toccanti testimonianze di persone che hanno dato una svolta alle loro vite grazie a San Giuseppe” (dalla sinossi del film). Un uomo, un maschio, un papà di virtù e qualità eccezionali che merita essere conosciuto di più e soprattutto imitato nel suo stile di vita. Per cui, buona visione!

Padre Luca Frontali

San Giuseppe: un papà amato, tenero e obbediente.

Tra pochi giorni si festeggia San Giuseppe e attraverso di lui tutti i papà del mondo. Per questo ho deciso di scrivere di lui e del suo ruolo di padre. Prenderò spunto da Papa Francesco che ci ha donato la bellissima Lettera Apostolica Patris Corde dove ha identificato alcune caratteristiche di Giuseppe che possono aiutare noi sposi e padri a comprendere qualcosa di più su come vivere questa nostra missione. Una missione che è un vero ministero, rientra infatti nella nostra dimensione regale battesimale. E’ dono e responsabilità del battesimo. Essere re al modo di Gesù. In questo articolo prenderò in esame le prime tre qualità di Giuseppe padre. In totale il Papa ne indica sette. Un numero non credo casuale. Il sette indica la totalità. Quindi in quelle sette caratteristiche c’è tutto ciò che serve per essere padre. Vi invito a leggere tutto il documento. Ne vale sicuramente la pena. Ora iniziamo.

Padre amato. Il Papa ci ricorda che San Giuseppe è molto amato dai fedeli perchè ha scelto di stare accanto a Maria sua sposa e a Gesù. Scrive il Papa: la paternità di Giuseppe si è manifestata nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé. Giuseppe è amato perchè ha sacrificato sè stesso per, scrive sempre il Papa, porsi al servizio dell’intero disegno salvifico. Porsi al servizio della sua missione di padre e di sposo. La scelta di Giuseppe non è stata per nulla semplice. E’ dovuto morire a sè stesso, ai suoi progetti, al suo orgoglio, alle sue radici (è dovuto scappare in Egitto), per farsi dono. Giuseppe ci insegna che un padre sa mettere da parte sè stesso per donarsi. Noi ci siamo impegnati a comprendere come Dio ci chiede di spendere la nostra vita, a comprendere quale è la nostra vocazione? Siamo capaci di rivedere le nostre convinzioni e le nostre idee accogliendo il progetto di Dio su di noi? Proviamo a sacrificarci per la nostra famiglia?

Padre nella tenerezza. Questa caratteristica evidenziata dal Santo Padre è meravigliosa. Soprattutto è tanto confortante e liberante per noi comuni mortali. Essere padre è il compito più difficile per un uomo. Il Papa ci dà due dritte importantissime e lo fa con due pensieri che vi riporto. Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe. [..]Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande. San Giuseppe ha un importante ruolo educativo. Una parte di esso è condivisa con Maria, Giuseppe e Maria mostrano al figlio Gesù la tenerezza di Dio. L’altra parte si lega alla prima ma è più specifica del padre, dell’uomo. Giuseppe mostra attraverso la sua relazione con suo figlio Gesù chi è il Padre. Questo vale per tutti noi papà verso i nostri figli. Più impareremo ad amarli teneramente e più i nostri figli si faranno l’idea di un Dio Padre che gli vuole bene sempre. Più condizioneremo il nostro amore al loro comportamento e più i nostri figli si faranno l’idea di un Dio giudice, di un Dio del quale avere paura. La cosa bella di questa descrizione del Papa è che saremo capaci di amare in questo modo disinteressato i nostri figli solo se sapremo riconoscerci noi stessi fragili ed imperfetti. I nostri figli non hanno bisogno di genitori perfetti che non sbagliano mai, ma di genitori capaci di chiedere scusa quando sbagliano e capaci di alzare lo sguardo a Dio quando si sentono inadeguati alla situazione contingente e al compito a loro affidato. Un genitore perfetto, se mai esistesse, farebbe solo danni. Perchè i figli si sentirebbero sempre non adeguati, non abbastanza, mentre il genitore farebbe fatica a provare empatia verso le loro fragilità.

Padre nell’obbedienza. Giuseppe ha accolto la volontà di Dio nella sua vita e nel suo matrimonio. San Giuseppe è presentato principalmente nel Vangelo di Matteo. Matteo racconta i primi capitoli del suo Vangelo dalla parte di Giuseppe. A differenza del Vangelo di Luca dove tutto il racconto della nascita e dell’infanzia di Gesù è visto con gli occhi di Maria. È in Luca che c’è il racconto dell’annunciazione. In Matteo non c’è. In Matteo troviamo scritto semplicemente Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. (Matteo 1, 18). Mentre in Luca leggiamo in modo dettagliato come l’angelo abbia comunicato a Maria il concepimento di Gesù per opera dello Spirito Santo in Matteo non c’è nulla di tutto questo. Matteo ci proietta nello smarrimento di un uomo che si ritrova a confrontarsi con una realtà alla quale non era preparato. Giuseppe si ritrova a dover comprendere ed accogliere l’intervento di Dio nella sua storia e in quella della sua famiglia. E lo fa. Il papa lo scrive chiaramente. In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani. Giuseppe ha portato in salvo la sua famiglia proprio attraverso l’obbedienza. L’obbedienza ad accogliere Maria incinta, l’obbedienza a scappare in Egitto, l’obbedienza a tornare dall’Egitto. Non credo che Giuseppe abbia sempre compreso tutto ma si è fidato come un figlio si fida del papà. Questa riflessione del Papa ci dice che non possiamo avere la pretesa di programmare tutto e di avere tutto sotto controllo. Non sarà mai così. Un padre sa però accogliere la vita e ciò che accade in famiglia con uno sguardo aperto a Dio, cercando di comprendere quale sia la scelta migliore per i figli che Dio ha affidato a lui e alla madre. I sogni di Giuseppe esprimono benissimo il dialogo con Dio che Giuseppe intesse durante la sua vita. Ed è bellissimo! Giuseppe ha portato in salvo la sua famiglia non perchè fosse forte e potente come Erode, ma perchè consapevole della propria debolezza si è sempre affidato e fidato.

Che esempio meraviglioso San Giuseppe!

Antonio e Luisa

Chiara: benedetta fragilità

Oggi vi scrivo nuovamente dei Ferragnez. So già di tirarmi addosso critiche e anatemi. Quei due per tanti sono il male impersonificato. Invece io li seguo con interesse. Li seguo perchè sono davvero l’immagine più esplicativa dell’uomo di oggi. E’ vero che quello che propongono trasuda di pensiero unico del nostro mondo moderno: aborto, gender, matrimonio egualitario, eutanasia, ecc. Insomma il repertorio tipico della persona emancipata e progressista. Il repertorio tipico di chi fa del desiderio un diritto. Quindi nulla di particolarmente sconvolgente. I Ferragnez propongono le stesse cose proposte dal 90% degli nfluencer e delle star della musica e della televisione.

I Ferragnez hanno però qualcosa in più rispetto a tanti altri. Raccontano senza filtri e spesso mi sembra sinceramente la loro vita di persone ricche e popolari. Fanno continuamente storie Instagram dove si fanno vedere nella quotidianità. Certo non mostrano proprio tutto e spesso i contenuti sono preparati ma più di una volta hanno lasciato trasparire emozioni e sentimenti veri aprendo uno squarcio su un mondo, quello patinato e perfetto dei VIP, fatto solo di ricchezza e bellezza. Per questo trovo in loro una coppia interessante. Sono seguiti da milioni di follower, molti dei quali molto giovani e quindi non possiamo semplicemente ignorarli. Ci sono e dobbiamo farci i conti. Dopo questa doverosa premessa arriviamo al punto. Vorrei approfondire un post di Chiara. In realtà alcune frasi del post che è molto lungo.

Fermarsi a respirare e a pensare, ricordandosi che è normale avere paura, è normale chiedersi se ce la farai, è normale offrire aiuto a chi intorno a te ne ha bisogno ma anche chiederlo a chi sai può esserti di supporto.

Chiara per tanti è una super donna. Popolarissima, con le sue idee influenza il pensiero di tantissime persone. E’ una bella donna realizzata nella famiglia con un marito che sembra volerle bene e due figli bellissimi. E’ un’imprenditrice di successo oltre che un volto tra i più ricercati come testimonial. Con le sue aziende fattura milioni ogni anno. Eppure anche lei ha paura, anche lei si sente inadeguata, anche lei teme di non farcela. Il primo passo per arrivare a Dio è proprio questo: riconoscere di non essere abbastanza. Quindi quello che Chiara sta vivendo come una profonda crisi in realtà potrebbe essere l’inizio della sua salvezza. Non conosciamo il suo cuore e non sappiamo come reagirà ma già questa sua ammissione è meravigliosa. C’è una canzone di Mengoni che esprime benissimo tutto questo. Si tratta di Essere Umani. In una strofa di questa canzone Marco Mengoni dice: Devi mostrarti invincibile. Collezionare trofei. Ma quando piangi in silenzio scopri davvero chi sei. Proprio così. Tanti ragazzi e tante ragazze possono essere rassicurati dal fatto che anche Chiara ha paura, che anche lei si sente a volte sbagliata. Quindi benissimo così. Chiara sta dando un insegnamento fondamentale. In questo caso è un’influencer positiva. Poi non basta riconoscere le proprie miserie per arrivare a Cristo ma è il primo e necessario passo.

Contemporaneamente ho dovuto esserci per la mia famiglia, provare ad essere forte per tutti, a capire come risolvere problemi più grandi di me con la paura di non farcela come moglie e anche come mamma, perché con i tuoi bambini devi essere tu quella forte, sempre. 

Dopo l’ammissione di fragilità ecco che tira fuori gli artigli. Come solo le mamme sanno fare. Eh ho letto bene? E’ proprio Chiara la paladina delle femministe, la donna emancipata, a scrivere queste cose? Vedete esiste l’ideologia ma poi il nostro cuore ci riporta alla verità. L’abbiamo dentro questa verità. La donna ha dentro questa verità e se solo si mette in ascolto del proprio cuore questa verità emerge. In questa frase Chiara ha confermato esattamente quello che noi cristiani diciamo da sempre. Maschio e femmina li creò. Con i tuoi bambini devi essere tu quella forte, sempre. In una frase ha smontato l’ideologia femminista. La mamma è la mamma. Molto spesso una famiglia crolla quando è la madre e la moglie a crollare. Mi piace molto la spiegazione che Costanza Miriano dà al versetto di Efesini 5 dove la donna è sottomessa all’uomo. Costanza dice che il termine sottomesso va preso proprio letteralmente. Messa sotto ma non per essere posseduta o manipolata. E’ la donna stessa che si mette al di sotto per sostenere l’intera famiglia. La donna è il volto misericordioso di Dio. La donna ha un utero che accoglie la vita. Il corpo non mente. Certo che accostare Costanza a Chiara è davvero forse un po’ tirato ma secondo me ci sta. Certo Chiara non lo dirà mai chiaramente ma in questo post lo ha candidamente ammesso senza rendersene conto.

Per ora è il momento di tirare dritto e provare a far funzionare le cose, di aggiustarle senza fingere che tutto vada bene, ma provando a farle andare bene veramente. 

Anche queste parole di Chiara sono un pugno nello stomaco. Come? L’amore non è sentimento? L’amore non sono le farfalle nello stomaco? L’amore non è? Non è questo e Chiara lo afferma senza giri di parole. L’amore costa fatica. Ci sono periodi che le cose non funzionano, che non si vedono miglioramenti e vie d’uscita. E lei cosa fa? Se ne va? Molla Federico per cercare altrove la propria felicità? No lei resta e cercherà con tutta sè stessa di far funzionare le cose. Questa è la responsabilità di una mamma ed è un messaggio completamente opposto a quello che il mondo patinato degli influencer (lei compresa) cerca di far passare. Quindi anche in questo caso mi sento di ringraziare Chiara per la testimonianza che ha dato. L’amore è responsabilità ed impegno. Attenzione non parlo di fede e di sacramento. I Ferragnez non sono credenti (almeno così dicono) e non sono sposati sacramentalmente. C’è però la responsabilità verso i figli. E Chiara lo evidenza nettamente con le sue parole.

Quindi in questo caso il cuore di Chiara batte l’ideologia 3-0. Conosco tantissimi matrimoni che hanno attraversato la tempesta grazie soprattutto alla donna che non ha mollato. Non mi resta che fare i miei auguri a Chiara e Federico e spero me lo concedano anche di dire una preghiera per loro.

Antonio e Luisa

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Invisibili al mondo ma non a Dio

Quando facciamo qualcosa, vorremmo subito vederne il risultato o i frutti e questo vale in tutti gli ambiti, dal lavoro alle relazioni, fino alla preghiera (siamo spesso noi a suggerire a Dio la soluzione e quello che deve fare: Vedi Dio che mia moglie mi tratta male, che c’è la guerra, che quella persona ha bisogno d’aiuto, cosa aspetti a intervenire?). Rimaniamo male e siamo impazienti se non arriva tutto subito. A volte siamo un po’ come i bambini: ricordo diversi anni fa quando dovevamo partire per la vacanza estiva al mare, un viaggio di circa 150km e mia figlia piccola, dopo nemmeno 200 metri di strada ci disse: Arrivati?, tanta era la voglia di giocare sulla spiaggia. Umanamente è normale desiderare di poter avere un ritorno in quello che facciamo e costruiamo, ma non è detto che avvenga sempre e ciò non deve scoraggiarci.

E’ difficile andare in una grande città e non trovare una cattedrale, cioè una costruzione costruita in decine di anni e che sicuramente è stata ultimata dopo la morte di chi l’ha voluta, di cui nemmeno conosciamo il nome, perché spesso sconosciuto (al contrario ad esempio degli affreschi o sculture presenti all’interno). Eppure cosa l’ha spinto a finanziare, lavorare, curare e seguire un’opera così imponente che non avrebbe visto ultimata? Forse perché Dio vede sempre ogni singola cosa che facciamo per Lui e con amore. Perché oggi non si costruiscono più cattedrali, nonostante la tecnologia e le macchine renderebbero il lavoro più semplice? Forse perché non siamo più disposti a fare sacrifici e perché guardiamo tutto con la prospettiva di questa vita e non con uno sguardo verso l’eternità.

Eppure, come papà non esiterei a rischiare la mia vita, se servisse a salvare quella di mia figlia: non so se avete presente, in qualche film, la scena in cui un genitore si precipita a salvare il figlio che sta per essere investito da un’auto, rischiando seriamente di morire. Quindi c’è Qualcosa, Qualcuno che va oltre la nostra stessa vita e che continua dopo la morte. Ecco, fra le varie missioni degli sposi, c’è anche l’annuncio di eternità, cioè delle nozze definitive: quelle attuali, infatti, un giorno passeranno in secondo piano, perché saremo una carne sola con Gesù e non più con il nostro coniuge. Il nostro matrimonio non è scritto negli archivi della chiesa in cui ci siamo sposati, ma in Cielo e quindi il nostro sguardo deve essere rivolto a quella bellissima dimensione che neanche immaginiamo, di sicuro migliore di questa che conosciamo.

Pertanto non è importante che quello che facciamo, giorno per giorno, quello che costruiamo, mattone su mattone (la nostra cattedrale), sia ricordato o porti il nostro nome: la cosa importante è costruire, anche se non siamo visti e anche se per tante persone, a cominciare da quelli più vicini a noi, siamo invisibili. Anzi, da una parte è meglio così, perché questo ci libera dall’egoismo, dall’orgoglio e dal fare le cose per acquistare fama e potere. Mi riferisco anche alle persone che, come me, in seguito alla separazione, scelgono la fedeltà: non siamo capiti o considerati, siamo spesso invisibili e a volte anche derisi oppure contrastati (per fortuna, anche nella Chiesa, le cose stanno cambiando); tuttavia nel nascondimento, seppure con tanti limiti, gettiamo quel seme che un giorno fiorirà. Infatti il separato fedele, non esercitando più l’ una caro (una carne) con il coniuge su questa terra, è ancora più rivolto al “dopo”, alle nozze eterne, a quell’unione che aspetta ognuno di noi.

Va bene quindi che gli altri non capiscano, non vedano: noi sappiamo per Chi costruiamo…il meglio deve ancora venire!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Perdonare sempre è da folli?

di LIVIA CARANDENTE

Se fosse settanta volte sette forse potrei anche riuscirvi, con uno sforzo sovraumano, e se fosse il dato complessivo; invece, a quanto pare, Gesù non solo si riferiva al perdono da applicare ad ogni singola persona che ci ferisce ma – qui viene il bello- si tratta di un numero metaforico che sta ad indicare l’impossibilità di contare le volte in cui farlo perchè infinite. Ti viene voglia di dare una sbirciata ad altre religioni. E invece, poi riflettendoci, la nostra fede è l’unica in cui quel perdono lo ricevi anche tu. Esattamente settanta volte sette. E non in modo astratto, come concetto antropologico, come possibilità aleatoria, come ipotesi generica. E’ un perdono che Qualcuno ha voluto concedere a me, a te, a ciascuno, attraverso la carne fino a morire; ma questa è un’altra storia. E’ la storia. La storia dell’umanità salvata.

Tornando alla mia di storia, invece, di cristiana praticante, di donna in via di conversione, di moglie, madre, comunicatrice, e tutto il resto: io perdono? La domanda del Vangelo di oggi è diretta. E non possiamo fingere di aver sbagliato passo. E se non settanta per sette, a quanto arrivo, onestamente? Dipendesse dal mio senso di giustizia, dovrei usare i numeri decimali. Ma pare che il cristianesimo non sia in linea col giustizialismo ma che piuttosto gli remi contro.

Infatti questo benedetto perdono viene concesso a chiunque: assassini, bestemmiatori, tiranni, infami e traditori, anche. Ed è questa la formula a cui piegarsi se si vuol salire sulla giostra della gioia; il perdono è riservato a tutti. Non ce la faccio! E’ una risposta ammissibile. Posso io perdonare chi mi mortifica negli atteggiamenti? Chi trama azioni becere alle mie spalle? Chi mi giudica e lo fa anche senza una ratio? Chi, anzichè agevolarmi, mi ostruisce la strada? No, grazie. Assumo già un gastroprotettore, non posso caricare lo stomaco ulteriormente.

Però: recito il Padre Nostro (rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a nostri debitori…)? Si, tutti i giorni; partecipo alla Messa domenicale (basata sull’insegnamento di Gesù e su ciò che Lui ci chiede di fare)? Si, faccio anche questo. Mi dichiaro cristiana, quindi appartenente a Chi promuove questo genere di atteggiamenti folli? Si, mi fregio di essere cristiana. Non c’è altro da aggiungere. Devo decidere. O perdono . O sono un’ipocrita.

ANTONIO E LUISA

Approfitto di questa provocazione che Livia rivolge a noi tutti e a sè stessa per prima per riflettere con voi. La risposta a Livia è già nel suo articolo. Perdonare non è solo un atto di volontà. A volte ci sono dei mali che subiamo dove la volontà non può cancellare le ferite da questi mali provocate. Quindi il perdono è una grazia. Una grazia che per noi cristiani può nascere solo dalla consapevolezza di essere figli amati. Figli amati che hanno tradito innuverevoli volte quel Padre che li ama così tanto. Solo questo può darci la forza di perdonare. Per due motivi. Perchè la persona che ci ha fatto del male è anc’essa figlia di Dio e amando lei stiamo restituendo a Dio l’amore che Lui tanto immeritatamente ci offre. E poi solo in Cristo possiamo disgiungere il male da chi lo commette. Dio ci insegna a non identificare chi ci fa del male con il male stesso. Non perdere la capacità di benedire è fondamentale anche nel matrimonio dove viviamo una relazione profonda e dove possiamo farci tanto male, anche senza esserne pienamente consapevoli.