Sei nella fornace ?

Dal libro del profeta Daniele (Dn 3,25.34-43) In quei giorni, Azarìa si alzò e fece questa preghiera in mezzo al fuoco e aprendo la bocca disse: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non infrangere la tua alleanza ; non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico, di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo, ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare. Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, oggi siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe, né profeta né capo né olocàusto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia. Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocàusti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto, non coprirci di vergogna. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria al tuo nome, Signore».

Oggi ci troviamo di fronte ad una tra le scene più conosciute della Bibbia, e cioè la famosa fornace ardente dentro la quale furono gettati i tre giovani Azaria, Anania e Misaele, rei di essersi rifiutati di adorare la statua dell’idolo del re Nabucodonosor in quanto fedeli al Dio di Israele. Per comprendere un po’ meglio di cosa stiamo parlando dobbiamo fare un passo indietro ricordando che questi tre giovani ebrei erano stati deportati dalla loro terra d’origine per essere istruiti alla corte del re Nabucodonosor, il quale fece erigere una statua d’oro, ma quando questi venne a sapere che essi si rifiutavano di adorare la statua li condannò alla fornace ardente nonostante fossero entrati nelle sue grazie. Succede però che i tre giovani non furono neanche toccati dalle fiamme perché erano rimasti fedeli al Signore, fu così che il re alla fine li tirò fuori costretto ad ammettere che il Dio dei tre giovani era veramente un Dio potente e non una loro invenzione.

Questa pagina ci insegna come la fiducia ferma, irremovibile, salda ed irreprensibile nel Signore sia sempre premiata anche in questa vita e porti frutti abbondanti di grazia per sé e per gli altri… detta così è presto fatta e tanti saluti e buona giornata. Ma c’è dell’altro per noi sposi? In questi giorni la Chiesa ci fa leggere diversi brani tratti dall’antico Testamento che vogliono rassicurarci sul fatto che solo il Signore è il vero ed unico Dio, l’Onnipotente che tutto può e che tutto perdona ad un cuore contrito perché la Sua misericordia è sempre più in là di quanto possiamo immaginare, e lo fa raccontandoci le varie esperienze di uomini e donne che hanno confidato in Lui.

E’ come se la Chiesa ci dicesse: “Forza, coraggio, non temere, i sacrifici ed i digiuni che stai compiendo in questa prima metà di Quaresima sono giusti, stai sacrificando all’unico e vero Dio, vai avanti così, riprendi vigore nella seconda metà di Quaresima che ti porterà alla Pasqua, non mollare proprio ora perché chiunque ha confidato nel Signore nostro Dio non è rimasto deluso, nessuno è rimasto a bocca asciutta!”

Sentiamo tante storie di sposi che assomigliano a quel fuoco in cui è stato gettato il nostro Azaria, a volte le relazioni diventano tali che ci si scotta solo avvicinandosi l’uno all’altra perché non c’è pace, e spesso la frase più frequente è: “il nostro matrimonio è un inferno!” E l’inferno non è forse un fuoco che brucia ma non purifica? Si ha la sensazione di non poterne uscire, ci si sente come in un vicolo cieco… Azaria ci mostra che anche quando tutto intorno a noi rema contro, c’è sempre una via d’uscita nel confidare nel Signore. Lo sapevamo già, penserà qualcuno, facile a dirsi e a scriverlo, ma poi nella vita reale?

Dobbiamo sempre più convincerci del nostro essere peccatori e del fatto che portiamo nella nostra vita e nella nostra carne le conseguenza mortifere dei nostri peccati. Le anime del Purgatorio che, per concessione divina, hanno rivelato qualcosa, hanno sempre dichiarato che avrebbero preferito le peggiori sofferenze in questa vita piuttosto che un giorno in Purgatorio. Se noi potessimo vedere lo stato della nostra anima come in una sorta di radiografia/ecografia, e ciò che ci attenderebbe in Purgatorio se morissimo all’istante, sicuramente ci lamenteremmo di meno della fatiche di questa vita.

Quando due sposi si trovano di fronte ad una sofferenza, ad una fatica, di qualsiasi grado e natura essa sia, devono affrontarla come Azaria ha affrontato la prova della fornace. Se di fronte ad una sofferenza cominciassimo a lamentarci con Dio sarebbe come uno sfogo di fronte ad una ingiustizia subìta che umanamente è comprensibile ma non ne usciremmo più da questa situazione perché in fondo in fondo ci sentiremmo trattati ingiustamente da Colui che “tanto devotamente” serviamo. Al contrario, l’atteggiamento giusto è riconoscere che quella sofferenza può essere feconda se affidata a Dio.

Cuore contrito e spirito umiliato sono, dunque, i due atteggiamenti che ci aprono le porte della misericordia, non tanto perché Dio tenga chiuse queste porte, ma perché è il nostro cuore che è pronto ad accogliere la Sua misericordia. Quando Dio vuole darci una Grazia resta lì col regalo in mano, nell’attesa che noi allunghiamo le nostre mani per riceverlo, perché il problema non sta nel donatore, ma nel beneficiario. E le nostre mani allungate a ricevere il dono di Grazia è il cuore contrito e lo spirito umiliato a riconoscere che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio.

Coraggio sposi, non c’è crisi matrimoniale da cui è impossibile uscire, anche se fosse una fornace ardente come quella di Azaria. I santi ci insegnano che il metodo migliore per avere un cuore contrito è la confessione frequente; infatti essa ci abitua a vedere sempre più nel dettaglio la sporcizia della nostra anima, similmente a quanto succede a chi si lava tutti i giorni, il quale, non sopporta non farsi la doccia anche solo per mezza giornata in più, perché ci si abitua al pulito, al bello, al profumo… chi invece si lava raramente non avverte la sporcizia e finisce col lavarsi ancora più raramente perché ci si abitua alla sporcizia scambiandola per normalità. Non dobbiamo mai lasciare che il nostro cuore si “abitui” al peccato, mai!

Giorgio e Valentina.

Telefono batte dialogo

Ripropongo un articolo di qualche anno fa perchè tratta un argomento che è bene ricordare: il dialogo.

Spulciando tra le varie notizie e curiosità pubblicate sul web ho trovato qualcosa di molto interessante. E’ un articolo di Repubblica dal titolo Crisi di coppia? 8 appuntamenti per salvare una relazione. Lasciando perdere i consigli che i due psicologi propongono che possono essere più o meno condivisibili quello che mi preme mettere in evidenza è un fatto. Uno studio dell’Università della California ha svelato che le coppie sposate (studio su un campione di coppie di sposi di diverse età seguite per 13 anni) dialogano per una media di 35 minuti a settimana. Una quantità di tempo risibile se confrontato con i dati sull’uso di smartphone. Il 50% delle persone italiane che hanno uno smartphone lo usano per più di 5 ore al giorno. Una differenza enorme accentuata dal fatto che molti di quei 35 minuti di dialogo sono utilizzati per affrontare argomenti di tipo organizzativo e contingente (spese, impegni, riparazioni ecc.). Nel ménage familiare non c’è tempo per il dialogo di coppia profondo. Non ci si guarda più con occhi di meraviglia. Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”: Due sposi,  prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Ecco la mancanza di dialogo esprime spesso una mancanza di interesse per l’altro/a. Come in un piano inclinato gli sposi stanno scivolando verso l’indifferenza. Prima di arrivare alla fatidica frase Non ti amo più ci sono tanti piccoli step. La mancanza di dialogo dovrebbe essere un campanello d’allarme e invece è spesso visto e accettato come qualcosa di inevitabile. Presi da tanti pensieri e impegni non c’è tempo per queste inezie da fidanzatini.  Il Papa in Amoris Laetitia ci dice che non è così: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perché lo riteniamo una priorità. Capita, ad esempio, che alcuni giorni decido di entrare più tardi al lavoro e accompagno Luisa alla sua scuola. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. E’ un momento di intimità molto bello che ci permette di iniziare la giornata con tanta pace e tanta gioia.

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Assetati di Amore

Cinque divorzi alle spalle e un sesto in forse non è roba così comune, nemmeno tra le star di Hollywood… dove la media sta sulle due o tre rotture, eccezion fatta per Brigitte Bardot che arrivò a cinque. Per cui la donna in questione è da record

Scherzi a parte, chissà quante delusioni, forse rancori, magari risentimenti e rammarichi si annidavano nel suo cuore… chi è passato da questa dolorosissima esperienza sa cosa lascia dentro. Fosse anche stata una volta sola nella vita, sarebbe più che sufficiente quanto a sofferenza, per cui proviamo a immaginare il peso che si trascina da anni e l’amarezza che cova dentro. Gesù non è affatto estraneo a tutto ciò, anzi si è piazzato lì, davanti a quel pozzo, proprio intuendo il suo bisogno immenso di amore. Lui la sta cercando per sanare quella ferita e riempire quel vuoto! Un vuoto che nessun altro poteva colmare proprio perché “il cuore dell’uomo inganna più di ogni altra cosa: è incorreggibile. Chi può comprenderlo? Ma io, il Signore, conosco i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo” (Ger 17, 9-10).

Sebbene maritata per l’ennesima volta, lei, in realtà è senza uno sposo vero. Piuttosto, lo Sposo che inconsapevolmente anela è lì davanti a lei. Lo si capisce dal fatto che siamo al cospetto di un incontro nuziale sulla dei grandi incontri sponsali attorno ai pozzi, ove l’acqua è rimando all’acqua dissetante dell’amore. Sui bordi di un pozzo difatti hanno avviato un rapporto matrimoniale vari personaggi biblici: il servo di Abramo e Rebecca (Gen 24,11-27), Giacobbe e Rachele (Gen 29,1-21) e Mosè e le figlie di Raguel (Es 2,15-21). Nell’Antico Testamento, infatti, “l’acqua viva” simbolizza l’azione di Dio (cfr. Ger 2, 13; Zc 14, 8; Ez 47, 9), acqua che grazie a Gesù diventa poi “il dono di Dio” cioè la grazia spirituale, la presenza di Dio nel suo cuore che può dissetare il bisogno di amore profondo.

Quanto ha da dirci questo vangelo! Lo dico anzitutto per chi è, come voi, sposato, ma lo dico anche per chi è consacrato a Dio. La grande lezione è che il bisogno profondo di amare ed essere amato può davvero essere colmato da Cristo. Noi siamo fatti per vivere le nozze eterne con Dio e non è certamente la “carnalità” o l’innamoramento terreno che può soddisfare questa sete esistenziale, ma solo essere una via di inizio. Perciò, la vita intima di voi sposi può appagare in parte tale sete a patto che essa conduca a Dio, se l’amore fisico, corporeo, porta ad amare più il Signore. Infatti, è vero, “l’eros vuole sollevarci « in estasi » verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni” (Benedetto XVI, Deus Caritas est, 5). Se da un lato, Cristo, con la sua Incarnazione è “sceso” perché ha preso “carne” in voi con il Battesimo e nell’Eucarestia, con il matrimonio, voi sposi, vivendo nella carne l’amore, vi incamminate verso lo Sposo, cioè Lo rendete presente e potete proiettare il Suo amore in voi e attorno a voi.

Cari sposi, la Samaritana è così anche simbolo di ogni persona ed ogni coppia che sperimenta fame e sete di amore, un bisogno vitale che qui nessuno mai potrà appagare, ma solo lo Sposo per eccellenza, reso presente nel vostro amore nuziale.

ANTONIO E LUISA

Io avevo una fede debole prima di incontrare Luisa. Andavo a Messa qualche volta ma senza avere una vera relazione con Gesù. Riconoscevo alcune cose belle della Chiesa e ne ignoravo altre. Quando Luisa è arrivata con tutto il suo bagaglio di esperienze e di storia personale fatto di una fede molto più salda e consapevole della mia io mi sono innamorato, mi sono innamorato di lei e anche del suo Gesù. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta solo in Luisa. 

Domenica e famiglia: un connubio possibile /56

(Dopo l’orazione e prima della Benedizione si possono dare, quando occorre, brevi comunicazioni al popolo. Segue il congedo. Il sacerdote, allargando le braccia, rivolto verso il popolo, dice:) Il Signore sia con voi. (Il popolo risponde:) E con il tuo spirito. (Il sacerdote benedice il popolo:) Vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. (Il popolo risponde:) Amen. (Infine il diacono o il sacerdote stesso, rivolto al popolo, a mani giunte, dice:) Andate in pace. (Oppure:) La Messa è finita : andate in pace. (Oppure:) Andate e annunciate il Vangelo del Signore. (Oppure:) Glorificate il Signore con la vostra vita. Andate in pace. (Oppure:) La gioia del Signore sia la vostra forza. Andate in pace. (Oppure:) Nel nome del Signore, andate in pace. (Oppure, specialmente nelle domeniche di Pasqua:) Portate a tutti la gioia del Signore risorto. Andate in pace. (Il popolo risponde:) Rendiamo grazie a Dio. (Oppure in canto:) Ite, missa est. (R/.) Deo grátias. (Il sacerdote bacia l’altare in segno di venerazione come all’inizio; fa quindi con i ministri un profondo inchino e torna in sacrestia. Quando segue immediatamente un’altra azione liturgica, si tralasciano i riti di conclusione.)

Questa è l’ultima parte della Messa, e a nostro parere purtroppo è stata voluta (nell’ultima riforma liturgica) troppo sbrigativa e fulminea che non lascia tempo ai fedeli (ma nemmeno al sacerdote) di rendersi conto di quanto appena compiuto e celebrato.

Ci è capitato tante volte di essere anche quasi catapultati fuori perché c’era fretta di disinfettare i banchi oppure perché la chiesa sarebbe servita immediatamente libera per l’incontro X con i genitori oppure per un Battesimo o altro, senza contare le volte che siamo stati accompagnati fuori dai rigidi bodyguard che manco nelle discoteche, insomma… la chiesa si trasforma nel raggio di pochi secondi in un mercato proliferante di voci e grida e schiamazzi, e questo avviene appena il prete ha messo piede in sacrestia, ma a volte anche prima. Quando ci va bene riusciamo a pregare un pochino per la Comunione Eucaristica appena ricevuta durante gli “annunci pubblicitari” da parte del parroco.

Perché tutto ciò? Dov’è finita la sacralità in tutto questo?

Le famiglie sanno bene che quando si sta a tavola tutti insieme è un momento di “liturgia domestica“, per molte succede ogni sera a cena, per altre succede solo la domenica e per altre ancora più raramente; in ogni caso per la famiglia è un momento particolarmente intimo: è un momento in cui ci si ascolta vicendevolmente, ci si racconta la giornata, si affrontano problemi per trovare una comune soluzione, si organizzano gli impegni settimanali, ci si racconta barzellette, aneddoti della giornata, si condividono preoccupazioni, si impara l’arte di amarsi a vicenda, di sopportarsi e di sostenersi.

Ed è ritenuto così importante che insegniamo ai bambini a comportarsi bene a tavola, perché se fosse solo un problema di nutrimento non servirebbe apparecchiare la tavola con dignità, si potrebbe anche mangiare in piedi in giro per casa, oppure ognuno potrebbe nutrirsi quando ne ha voglia senza aspettarsi a vicenda, la mamma non preparerebbe una pietanza per tutti ma ognuno aprirebbe il frigo stile self-service oppure in perfetto stile fast-food… ma questo ci farebbe assomigliare più ad un assembramento malriuscito di essere umani che per caso vivono nella stessa casa e attingono dallo stesso frigorifero… sarebbe disumano e indegno dell’umana natura, sarebbe più degno degli animali i quali mangiano solo per nutrimento ignorandosi l’un l’altro anche se sono in centinaia nello stesso pollaio o nella stessa stalla.

A volte succede che un membro si segga a tavola con gli altri, si nutra voracemente nel giro di 3 minuti, si alzi e abbandoni la compagnia perché ha di meglio da fare… ovviamente chi rimane a tavola vive un misto tra rabbia, indignazione, stupore, incredulità, perché manca la relazione e il tutto è ridotto a nutrimento per il corpo, la famiglia a tavola viene ridotta ad un dispenser di cibo, ma la famiglia sappiamo bene che è molto di più. Similmente la Messa non può assomigliare ad un pollaio o ad una stalla, c’è bisogno di relazione con Dio, di dignità umana, deve assomigliare alla relazione d’amore che si instaura quando la famiglia è riunita a cena, e chi meglio può dare dignità all’uomo se non Colui che è l’uomo perfetto, cioè Cristo stesso, Colui che, essendo di natura divina si è abbassato ed umiliato a tal punto da assumere la nostra condizione umana?

Non possiamo quindi sperare di ottenere buoni frutti dal mistero appena celebrato se una volta ricevuta la benedizione trattiamo la Messa come quando si spengono i riflettori sul palco… anzi, a ben vedere quando usciamo da un cinema o da un teatro ci si scambia opinioni ed emozioni con gli amici su quanto appena vissuto, quasi che lasciamo vivere lo spettacolo ancora un po’ dentro di noi… e perché non dovremmo fare lo stesso con la Santa Messa? Perché ci ostiniamo a non farla vivere per un po’ dentro di noi?

Nel bellissimo rito della Messa in “vetus ordo” dopo la benedizione non c’è il mercato in piazza, ma c’è ancora del tempo per “digerire” il mistero appena celebrato (per tornare all’esempio della cena in famiglia), per farlo entrare dentro di noi, per assaporarne tutta la bellezza di Grazia, per continuare a restare in contemplazione di quel pezzo di Paradiso in terra che è la Messa; e questo i nostri avi l’avevano ben capito, ecco perché in quel rito, dopo la benedizione finale, si resta ancora in silenzio ad ascoltare il prologo del Vangelo di S. Giovanni, e poi ci sono le preghiere di ringraziamento ai piedi dell’altare, e solamente dopo quest’ultime preghiere il sacerdote rientra in sacrestia in un clima di silenzio e raccoglimento che perdura tra i banchi dei fedeli sin da quando si entra in chiesa prima dell’inizio della Messa.

Cari sposi, se vogliamo che il nostro matrimonio cresca in bellezza, intensità e santità, è necessario lasciar penetrare dentro il nostro cuore i misteri di Grazia che scaturiscono dalla Santa Messa e quindi dall’Eucarestia, ma per fare ciò dobbiamo dare il tempo alla Grazia di agire in noi, dobbiamo imparare a preparare bene e curare ogni aspetto esteriore ed interiore prima, durante e dopo la Messa; quello a cui ci riferiamo oggi è quello dopo la benedizione finale, chiamato dalla Tradizione “il tempo del ringraziamento”. Questo tempo è dunque preziosissimo affinché l’Eucarestia appena ricevuta ed il mistero appena celebrato trovino spazio ed accoglienza nel nostro cuore e producano i loro frutti nella vita concreta.

In alcune parrocchie i fedeli si preparano alla Santa Messa (almeno quella domenicale) con la recita devota di una corona del Santo Rosario, e dopo la Messa ne recitano un’altra come ringraziamento del dono ricevuto ; inutile sottolineare gli effetti di Grazia che si moltiplicano in codeste parrocchie soprattutto riguardo la rinascita e la riscoperta della fede nei matrimoni e nelle famiglie.

Coraggio famiglie, viviamo in un tempo in cui c’è estremo bisogno della riscoperta della sacralità della Santa Messa e i protagonisti di questa rinascita non possono essere soltanto i nostri amati e benedetti sacerdoti, ma siamo noi famiglie che dobbiamo cominciare a viverla come si deve, anche i preti hanno bisogno della nostra testimonianza di fede vissuta per alimentare la loro fede.

Giorgio e Valentina.

40 giorni 40 tabernacoli

Da qualche settimana abbiamo iniziato a pubblicare sul nostro account Instagram foto che raccontano le tappe di questo cammino. Un percorso che ci porta ogni giorno davanti ad un tabernacolo diverso, in una chiesa di Roma sempre nuova. L’idea è quella di fare compagnia a chi ci segue e dare un’occasione per fare un po’ di luce dentro il buio che ogni persona ha dentro di sé. Il buio non si percorre mai da soli. Siatene consapevoli.

Nell’attraversare il mio buio io non sono mai stata da sola, altrimenti non ci sarei riuscita. Anche per questo è nato questo piccolo progetto quaresimale. In cosa consiste? Sto ripercorrendo i passi che mi hanno condotto ai Tabernacoli in cui ho sostato per ritrovare prima me stessa e di conseguenza la strada della fede che ha cementificato poi il mio matrimonio. Da dove ho iniziato? Dall’origine. Dal fonte battesimale. Sono andata alla riscoperta delle chiese che hanno accolto sia me che Andrea. Notate bene, ho usato il termine riscoperta perché è stata veramente una riscoperta. Ho notato cose che prima non vedevo. Ad esempio io non ho una foto del mio battesimo e per anni questa cosa mi ha un po’ infastidito, poi ho realizzato che un ricordo da toccare ce l’ho eccome: la tradizionale veste bianca e la candela che i miei genitori conservano con cura. Perché non ho una foto? Per il semplice fatto che hanno preferito godersi il momento appieno senza distrazioni.

Nella chiesa dove è stato invece battezzato Andrea ho visto con occhi nuovi un dipinto dove è raffigurato San Giuseppe che segue da lontano un Gesù adolescente. Quel dipinto mi ha fatto pensare alla vita di Andrea e a come quell’immagine si sia profetizzata con lui. Attrasverso la sua passione per l’oratorio, che è stato il mezzo per scoprire la bellezza di una paternità pensata appositamente per lui. Scoprire la propria strada, credetemi e in questo caso scrivo come moglie, è stata una delle cose più belle che gli poteva capitare nella vita. Quando si raggiunge la propria meta si vive meglio anche con gli altri e non solo con sé stessi.

Una tappa che non poteva mancare è stata la sosta nel Tabernacolo che ci ha visto come neo sposi incamminarci verso il nostro sentiero. Camminando si fa anche memoria di ciò che eravamo. Noi non eravamo preparati per il matrimonio, sfido chiunque a dirsi pronto dopo solo dieci incontri di un corso prematrimoniale. Avere uno zaino colmo di nozioni che non sai interpretare è come pretendere di fare il cammino di Santiago con uno zaino di 80 chili. Io infatti ancora adesso, e non me ne vergogno, frequento insieme ad Andrea il corso post matrimoniale per le coppie che sono sposate da poco. È uno spasso condividere gli alti e bassi della vita matrimoniale. Ti aiuta a sdrammatizzare molto.

Sostare davanti ai Tabernacoli significa notare anche queste piccole cose. Quei piccoli passi che ti permettono di raggiungere grandi distanze. Una tappa importante, e che ci ha fatto commuovere un po’, è stata la visita alla parrocchia di San Basilio. Perché ci siamo commossi? Perché è il nostro rifugio personale. San Basilio è quell’ abbraccio del Figlio al Padre per tutti i suoi sforzi, proprio come canta Ultimo nella sua canzone L’eternità. Confesso che, complice la pandemia e il post pandemia, non avevo avuto ancora occasione di poter andare ad abbracciare quel luogo che più di tutti ci ha fatto crescere e maturare umanamente e spiritualmente. Quelle mura hanno visto anche il peggio di me, non solo il dolore, ma anche la rabbia che si tramuta in silenzio assordante che non ti fa pronunciare neache un Ave Maria. Fino a quando non comprendi che un figlio è veramente un Dono anche se non lo porti in grembo. San Basilio è quel luogo dove più di tutti ho respirato la speranza nel mio momento più buio. È il fuoco della veglia Pasquale. Io e Andrea eravamo come cenere. Ho riflettuto proprio su questo. Il mercoledì delle ceneri a Roma vi è la tradizione di iniziare la Quaresima proprio dalla chiesa che abbiamo scelto per sposarci, Sant’Anselmo all’Aventino. Sdrammatizzando sugli eventi della nostra vita potremmo benissimo dire che siamo stati profeti di noi stessi. Il nostro matrimonio è veramente un 40 giorni 40 tabernacoli.

Vi aspettiamo se volete nel nostro Instagram nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Se passate da Roma ci trovate presso la parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. E se volete continuare a sostenere il nostro progetto è disponibile online il nostro libro su Amazon.

Simona e Andrea

Un matrimonio waterproof

Come nacque il waterproof

In principio, i cosmetici non erano waterproof. Se ne resero conto assai presto gli sceneggiatori di Hollywood. Appena Esther Williams, campionessa olimpica di nuoto e attrice, girò le sue prime scene in piscina. Fu subito chiaro che i cosmetici con cui era truccata, peraltro di ottima marca, non reggevano l’acqua. Erano gli anni cinquanta. Le grandi marche cosmetiche avevano già una certa notorietà e un folto seguito di acquirenti. Tuttavia, come ogni donna comune aveva avuto modo di sperimentare almeno una volta, la possibilità che il trucco resistesse all’acqua, non era prevista. La bella Esther non riemergeva dai flutti come una venere acquatica dall’aspetto ineccepibile. In realtà era inguardabile. Il trucco si scioglieva miseramente e sul suo viso rimanevano solo antiestetiche chiazze di colore. Per fare in modo che affrontasse le scene in piscina, uscendone poi perfettamente truccata, le case produttrici di cosmetici si misero a studiare formule adeguate. Nacque così il cosmetico waterproof.

Cosa significa waterproof

Waterproof, questo nuovo attributo del make-up, significa letteralmente: “a prova d’acqua”. È molto più che “impermeabile”. In realtà, il vantaggio non è che non si bagni. La sua peculiarità è proprio la capacità di resistere intatto all’acqua. Di non farsi lavare via. Fondotinta, correttori, ombretti, rossetti, ma anche mascara waterproof non si alterano a contatto con l’acqua. Rimangono perfettamente fissati e omogenei. Una intuizione nata per esigenze di copione cinematografico, che si rivelò geniale. Milioni di donne furono in grado di affrontare crisi di pianto, sudate epocali, passeggiate sotto la pioggia torrenziale, senza preoccuparsi del loro trucco. Emotivamente sconvolte, fisicamente affannate, colpite dalle avverse condizioni atmosferiche, ma perfettamente truccate. Inutile cercare di spiegarlo a un uomo. Parlo per esperienza. Un maschio non capirebbe. Ma noi donne sì, noi questo lo sappiamo bene. Perché già essere devastate dal pianto, dal caldo o dall’acquazzone è una seccatura. Almeno vogliamo la consolazione di non avere l’aspetto di un panda, per il mascara sbavato. O la faccia macchiata, perché il trucco è colato.

Resistere sempre

Essere sempre in ordine e perfettamente truccate, in situazioni straordinarie, poteva sembrare una esigenza per poche. Una caratteristica di nicchia, irrilevante nell’economia della vita della gente comune. Invece, sin dalla sua comparsa, oltre sessant’anni fa, il trucco waterproof è stato un enorme successo. Tutt’oggi fa vendite da capogiro. È indubbio che essere waterproof sia una caratteristica estremamente apprezzata, per qualunque cosmetico. Non una moda passeggera. Per noi è una sicurezza. Metti che…? Metti che vado a vedere un film commovente... metti che mi viene una crisi di nervi… metti che in treno l’aria condizionata sia guasta (e siamo a luglio), metti che la nuvoletta di Fantozzi mi annaffi. Magari tutto questo non succede. Ma, metti pure che succeda, no problem. Avevo messo un make-up waterproof. È possibile trasportare questa idea di estrema resistenza ad altri ambiti? È possibile immaginare un matrimonio waterproof. Ovvero a prova di imprevisti disastrosi?

Il matrimonio waterproof

Lo sappiamo, il matrimonio oggi è terribilmente svalutato. Molti nemmeno più si sposano. Altri spesso si giurano amore eterno, finché dura. Appena difficoltà e problemi si abbattono sulla coppia, l’unione coniugale – se c’era – va in crisi e talvolta si dissolve. Come il trucco di Esther Williams. In alcuni casi, ci sono mogli che hanno make up più tenaci e durevoli del loro matrimonio. Eppure, nel corso di una intera vita insieme, è normale che si sperimentino problemi, difficoltà, incomprensioni. Se il matrimonio non è in grado di superarli, che garanzie dà di durare davvero per tutta la vita? È possibile costruire un matrimonio, che resista agli stimoli esterni distruttivi che si abbattono su di esso? Si può immaginare di vivere un matrimonio waterproof? E se la risposa è sì, come si fa?

L’amore al tempo delle avversità

Quando un problema si abbatte sulla coppia, o su uno solo dei due sposi, il matrimonio può soffrirne. La persona in difficoltà fa fatica a relazionarsi con l’altro. Da parte sua, sente di non riceve sufficiente sostegno dal coniuge. Si crea crescente distanza fra i due. Nella coppia si insinuano risentimento, delusione, amarezza. I problemi sono il vero banco di prova del matrimonio. Perché, ad andare d’accordo quando va tutto bene, sono bravi tutti, o no? Come si fa a rendere la propria unione waterproof? Come si fa a impermeabilizzare la propria storia d’amore dalle sollecitazioni esterne, quando inevitabilmente arrivano?

Il matrimonio è un’alleanza

Un uomo e una donna che decidono di sposarsi formano un’alleanza per tutta la vita. Di questo non sempre si parla a sufficienza. Siamo convinti che il matrimonio si fondi sull’amore, sui sentimenti e questo sicuramente è vero. Però un matrimonio non può essere saldo, senza la solidarietà fra gli sposi. Ciò significa stare dalla parte dell’altro, sostenerlo. Sostenere la persona amata non vuol dire accettare in modo acritico i suoi errori e le sue debolezze. Si può essere solidali col proprio marito (o con la propria moglie) anche se non si condivide completamente la sua opinione, le sue decisioni, il suo atteggiamento. La solidarietà significa soprattutto: ti voglio bene e per te ci sarò sempre. Non ti volterò le spalle, nemmeno se ti vedo sbagliare. Te lo dirò, per il tuo bene e in modo molto gentile. Non mi metterò mai contro di te. Né starò mai dalla parte di chi è contro di te. Questa forma di alleanza si basa sulla fiducia e sulla stima per il consorte, al di là della situazione contingente, del problema specifico, del fatto che abbia torto o ragione.  L’aspetto dell’alleanza, in un matrimonio, è fondamentale. L’attrazione può venir meno, la passione e l’innamoramento possono attenuarsi e non necessariamente il matrimonio si incrina. Invece, un matrimonio in cui venga meno la lealtà, rischia di essere compromesso. Per scongiurare il rischio che qualcosa o qualcuno si insinui fra marito e moglie, è necessario coltivare questa forma di unità della coppia. E serve farlo con tutte le proprie forze. Più tenace è la solidarietà fra gli sposi e più è probabile che trovino il modo di sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nelle crisi.

Un carne sola

Il fattore che impermeabilizza il matrimonio e lo preserva dall’emozionalità della vita, dai temporali e dalle sudate esistenziali è proprio questa forma di lealtà amorevole. È una ennesima declinazione dell’idea di diventare una cosa sola. Lo ha detto Gesù stesso, che marito e moglie sono una sola carne. Questa unità non può andare contro sé stessa. Non può farsi smembrare dalle cose del mondo. E’ chiamata a mantenere la sua integrità. Unità di un cuor solo e un’anima sola, come dice la Familiaris consortio. Però, per noialtre anime semplici, rende bene anche l’espressione matrimonio waterproof.

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L’amore? E’ questione di scelte.

Siamo di ritorno da un week end bellissimo. Siamo stati invitati a Loreto al week end di crescita organizzato dalle famiglie di Retrouvaille. Retrouvaille, per chi non lo sapesse, è un percorso presente in Italia dall’inizio degli anni 2000 che aiuta le coppie in fortissima crisi (molte sono vicine alla separazione e alcune sono già separate) a iniziare un cammino di rinascita e di ricostruzione della relazione. E’ un percorso non strettamente confessionale, aperto a tutti, ma è evidente la presenza di Cristo. Siamo stati invitati a portare una testimonianza/riflessione sul sacramento del matrimonio partendo dal corpo. Insomma abbiamo raccontato quello che scriviamo anche su questo blog che è un po’ il nostro marchio di fabbrica, il nostro personale carisma.

Abbiamo portato a casa tantissimo! Siamo stati accolti fraternamente con un’apertura di cuore che può venire solo da persone che hanno attraversato il deserto nel dolore e adesso sono risorte. Abbiamo ascoltato testimonianze meravigliose. Storie abitate da tanto male, da tradimenti, da forti rancori, da divisioni nette, eppure storie sanate e tornate a splendere. Quelle coppie che erano ad un passo dalla distruzione sono ora luminosissime. Non perchè siano ora perfette. Lo sono perchè hanno avuto la forza di rispondere ancora sì alla promessa durante delle prove davvero pesantissime. Ed ora hanno un cuore spalancato a Dio e all’altro. Un cuore riempito di misericordia e di gratitudine. Attraverso la loro testimonianza ho avuto la conferma, basata sulla concretezza della loro storia, di due cose in particolare.

L’amore è una scelta. Perchè queste persone sono restate? Tra loro non c’era più passione. Tra loro non c’erano sentimenti positivi. Tutt’altro! C’erano ferite che si erano inferti l’uno con l’altra. C’era risentimento, indignazione, rancore, smarrimento. A volte disgusto. Eppure hanno deciso. Ci tengo a sottolineare il verbo: HANNO DECISO. Hanno deciso di darsi quest’ultima possibilità di partecipare al percorso di Retrouvaille. Perchè? Perchè se la sono data? Credo che, chi più chi meno consciamente, avessero intuito che lì si stavano giocando tanto della loro vita. Sentivano che il matrimonio non era solo una convenzione sociale, un istituto giuridico, ma il matrimonio era l’occasione per soddisfare quel desiderio di amore totale ed integrale che tutti abbiamo dentro. Un amore indissolubile. Un amore che va oltre i sentimenti negativi, l’aridità sessuale, ed il male che potevano essersi fatti. Un amore di cui avevano fatto esperienza e che all’inizio aveva dato loro tanta gioia e pienezza. Nessuno li aveva obbligati a sposarsi. L’avevano fatto perchè avevano intravisto una meraviglia che era per loro. E che con la scelta di perseverare forse poteva tornare. Ed erano lì. Probabilmente senza capire neanche bene perchè ci tenessero così tanto, sicuramente scoraggiati e con poche speranze, ma erano lì a darsi anche quell’ultima possibilità, perchè non volevano arrendersi al male.

La Grazia del matrimonio agisce sulla scelta. Ecco la seconda riflessione. Molti credono che con il matrimonio in chiesa tutto sia più facile. Almeno dovrebbe esserlo. Non si dice forse che ci si sposa in tre? Noi e Dio. Un affare! Ci penserà Lui ad appianare i problemi, le sofferenze, le difficoltà. Ci penserà Lui a farci provare sempre un amore passionale e a farci sentire sempre le farfalle nello stomaco. Chi crede questo non ha capito nulla del sacramento del matrimonio. La Grazia del matrimonio è potentissima. L’abbiamo vista agire nelle storie raccontate a Loreto ma l’abbiamo vista operare anche direttamente nella nostra vita. La Grazia però non agisce sui sentimenti e sulle emozioni. La Grazia non ci esime dal farci del male, dalle difficoltà di ogni relazione duratura, dai litigi e dalle divisioni. Insomma la Grazia non è un talismano che ci tiene lontano ogni male. Il male c’è nella nostra vita come in quella di tutti. Nel nostro matrimonio non mancheranno altri momenti difficili, di dolore e di lutto. La Grazia agisce sulla scelta. Se saremo capaci, nella nostra fragilità, incoerenza, debolezza, di perseverare nel dire sì al matrimonio, nonostante tutto ecco che può accadere il miracolo. Saremo capaci di uscire vincitori da mali che sembravano imbattibili. Questa è la Grazia di Dio che opera. E le famiglie di Retrouvaille erano lì a testimoniarlo.

Quindi se vi sentite sbagliati, se sentite di aver sbagliato a sposarvi e a sposare la persona che avete accanto perchè non avvertite più quel trasporto e quella comunione che credete sia necessaria forse dovreste aggrapparvi a quel sì, alla scelta di starci, anche se sembra inutile e costa fatica e dolore. Poi datevi questa ultima occasione. Potreste anche voi diventare una coppia risolta e felice. Vi lascio il link al loro sito www.retrouvaille.it

Antonio e Luisa

Per acquistare i nostri libri L’ecologia dell’amore – Sposi sacerdoti dell’amore – Sposi profeti dell’amore

Non è sufficiente

Dal libro del profeta Isaìa (Is 1,10.16-20) Ascoltate la parola del Signore, capi di Sòdoma ; prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». «Su, venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato».

Continua la serie di letture commoventi tratte da Isaia, il quale ci mostra un Dio Padre tenero e misericordioso, che non smette di rimproverare i Suoi figli mentre assicura loro la Sua misericordia se si convertiranno.

Molti cristiani sono convinti che per essere bravi cristiani sia sufficiente essere onesti cittadini ed educati dimenticando che non è un requisito caratteristico dei cristiani, le persone oneste ed educate c’erano anche 5000 anni fa prima del cristianesimo. Altri si illudono che basti non trasgredire questo o quello tra i Dieci Comandamenti divini, dimenticando che ce ne sono altri nove che magari vengono ignorati e puntualmente trasgrediti. Ce ne sono tantissimi altri che pretendono di salvarsi senza merito, cioè fanno ciò che vogliono in questa vita convinti che il Signore sia tanto buono da perdonare qualsiasi peccato senza la necessaria conversione.

Tutte queste (e molte altre non citate) cattive interpretazioni della misericordia divina vengono smascherate da questo brano con la consueta mitezza e chiarezza della Parola di Dio. Per farlo ci basterà fermarci a riflettere su un passaggio tra i tanti : “Cessate di fare il male, imparate a fare il bene,[…]”.

Da un lato il Signore ci ricorda la necessità di un taglio netto col peccato, bisogna avere il coraggio di tagliare i ponti con esso, anche la sapienza popolare ci viene in aiuto: “bisogna saper prendere il toro per le corna“, così come anche la psicologia sana: se vuoi sconfiggere una paura la devi affrontare… se vuoi guarire da una ferita devi farla vedere al medico nella sua crudezza e lasciarti medicare da mani esperte… Potremmo citare altri detti popolari che ci mostrano come la vita ci metta continuamente di fronte a scelte concrete, e ci imponga di prendere delle decisioni a volte drastiche. Questo è l’atteggiamento giusto per cominciare la conversione: la decisione irremovibile, ferma, risoluta, convinta, ardita, salda, di cessare di fare il male, di non avere più nulla da spartire col peccato, di smettere di voler tenere il piede in due scarpe, di uscire una volta per tutte dalla tiepidezza:

(Apocalisse 3,15-16) Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.

Questa decisione va presa e va rinnovata ogni minuto della vita ma non basta, non è sufficiente cessare di fare il male, infatti la citazione da cui siamo partiti, aggiunge “imparate a fare il bene“… ed è qui che “casca l’asino”, è qui che molti sposi inciampano nel cammino della relazione matrimoniale: ci sono tanti sposi convinti di aver costruito un buon matrimonio e quindi di essere bravi sposi semplicemente perché non hanno mai commesso adulterio carnale, mentre invece Gesù ci ha ricordato e dimostrato che basta il pensiero (cfr Mt 5, 27-28). L’esempio è fatto sul peccato di adulterio poiché è il più eclatante, ma il discorso vale per tutto il resto naturalmente.

Facciamo qualche esempio concreto:

  • non è sufficiente che io mi astenga dall’adulterio carnale, bisogna che estirpi dal mio cuore la lussuria altrimenti tratterò il mio coniuge come un oggetto che mi soddisfa, quindi dovrò smettere di guardare immagini indecenti per purificare il mio sguardo e nello stesso tempo comincerò a contemplare di più il volto di lui/lei, i suoi occhi, le sue mani che tanto si danno da fare per la famiglia
  • non è sufficiente che smetta di lamentarmi dei difetti di lei/lui, dovrò cominciare a riconoscerne i pregi ed incoraggiarlo/la a svilupparli e a metterli in luce nella relazione tra noi ma anche e soprattutto nella relazione con gli altri e con i figli
  • non è sufficiente astenersi dall’usare parole dispregiative e di disprezzo con lui/lei, ma dovrò impegnarmi ad usare parole tenere e amorevoli che ben dispongono il cuore dell’altro/a
  • non è sufficiente smettere di scappare dai problemi restando fuori casa con mille scuse lavorative e non, ma dovrò impegnarmi a stare in casa in modo attivo, con la volontà di risolvere i problemi insieme
  • non è sufficiente smettere di accusare l’altro/a ma dovrò impegnarmi ad ascoltare le sue ragioni, ad ascoltare il suo cuore, a conoscere il suo passato, le sue ferite, devo impegnarmi a fare spazio all’altro/a
  • non è sufficiente rinunciare alla vendetta su di lei/lui, ma dovrò impegnarmi a mettere al centro il NOI, perché da una discussione se ne esce non quando uno dei due ammette il proprio sbaglio cosicché finalmente l’altro/a può indossare la corona del vincitore, ma se ne esce vincitori insieme quando il perdono rispristina la comunione perduta, quando la pace regna sovrana.

Coraggio cari sposi, la vocazione matrimoniale non è mica una passeggiata, ma con l’aiuto della Grazia l’impossibile diventa possibile.

Giorgio e Valentina.

Gesù vuole parlarti cuore a cuore

Cari sposi,

            in questo secondo “step” quaresimale ci ritroviamo sul Tabor, assistendo a un momento solenne ed unico: la Trinità appare nel suo splendore e in Essa sono pienamente coinvolti due personaggi chiave dell’Antico Testamento e tre degli apostoli, Pietro, Giacomo e Giovanni. Cosa sta vivendo Gesù in quel momento di così importante? Sta avendo un colloquio di preghiera con suo Padre, presenti Mosè ed Elia, su quello che Gli sarebbe accaduto nella Passione e Risurrezione. Magari ci fosse stato un registratore per cogliere le loro Parole!!! Di certo sarà stato per Gesù fonte di consolazione e di speranza, un prendere forza per affrontare la durezza di ciò che Gli sarebbe accaduto.

È significativo che Lui abbia voluto con sé i tre apostoli, come un modo per far arrivare a noi quell’esperienza. Possiamo, quindi, comprendere come per Gesù la preghiera diventi non un “mantra” ma sorgente di accoglienza della Volontà del Padre, contemplata nelle Scritture. È così che Gesù può trovare conferma del proprio percorso di vita, del suo «esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme», come si esprime Luca raccontando lo stesso passaggio (Lc 9, 31).

Così cari sposi, anche voi siete invitati a seguire l’esempio di Gesù. Anche voi siete invitati a contemplare in preghiera la Parola e a trarre da essa l’ispirazione e il consiglio di come affrontare giorno dopo giorno la vostra vocazione nuziale. Quanta ricchezza potete cogliere dal Vangelo letto e meditato giornalmente e condiviso in coppia! Quanto anela Gesù, nello Spirito, di guidarvi e portarvi alla Sua sequela!

Possa questa Quaresima essere o l’inizio o il proseguo di un ascolto condiviso della voce dello Sposo che brama ardentemente essere accolto da voi, sua Sposa, e trovare nel vostro cuore una piena risonanza.

ANTONIO E LUISA

Approfitto di questa riflessione di padre Luca per ringraziare mia moglie Luisa. Confesso che ho avuto sempre un rapporto difficile con la preghiera e la meditazione della Parola. Sono pigro e discontinuo. Se ho migliorato la mia preghiera lo devo proprio a mia moglie. E’ riuscita a rendermela più digeribile proprio vivendo dei momenti di preghiera in coppia e insistendo per farli. Credo possa essere un suggerimento utile: se vostro marito o vostra moglie prega poco e male fatevi furbi/e: rendetelo un momento piacevole di coppia.

Stupirsi della somiglianza tra matrimonio ed Eucarestia

Cari sposi,

            molto probabilmente negli studi di letteratura alle superiori vi sarete imbattuti, per piacere o dovere, nella lettura di Don Chisciotte della Mancia, questo singolare hidalgo spagnolo del 1600, ritratto del mondo medievale di fatto già estinto da un pezzo. Don Chisciotte vive di sogni e di illusioni, proiettando nel suo presente tutte quelle vicende cavalleresche divorate avidamente nei libri quali La Chanson de Roland, El Cid Campeador, La morte di Artù…

            Fatto sta che quella che nei poemi sarebbe la dama, la donna più bella e corteggiata, somma di virtù e grazia, lui, il nostro Ingenioso hidalgo la vide fedelmente riprodotta in una semplice contadina, per nulla attraente, Doña Aldonza Lorenzo, ribattezzata Dulcinea del Toboso. Cosicché, quando la Chiesa afferma che il matrimonio è una ri-presentazione dell’Incarnazione, immagine certamente imperfetta della Trinità, proiezione dell’Eucarestia e la lista potrebbe proseguire… non sta peccando di “chisciottismo” ma dice solo la sacrosanta verità.

            Qual è il vero problema qui? È la non contemplazione, è il non approfondire tali verità, è non entrarci dentro con la vita e non solo con la testa. Forse per mancanza di tempo, di voglia, di quell’occasione giusta per farlo o di una buona guida spirituale (mea culpa per le occasioni in cui non ho risvegliato questa fame in voi coppie). Fatto sta che quest’anno tra giugno e luglio ci sarà questa occasione e vi invito cordialmente a considerarla per la vostra crescita spirituale e umana come sposi credenti e in cammino. Ad Assisi il Progetto Mistero Grande organizza un convegno teologico-pastorale il cui tema sarà appunto “Dall’Eucarestia sgorga l’origine e il destino del matrimonio e della famiglia”.

            Ecco allora un momento importante per cogliere questa altissima vocazione sponsale, capirla grazie a incontri che snoccioleranno il tema in modo diretto e comprensibile e soprattutto viverla nelle adorazioni davanti a Gesù Eucarestia per immettersi corpo e anima in questo Mistero ineffabile ma allo stesso tempo a nostra portata di mano.

            Ringrazio il Signore per tutte quelle coppie che, così facendo, cioè addentrandosi nel Mistero Eucaristico ne sono uscite trasfigurate e mi hanno mostrato con la vita che Dio è Amore.

padre Luca Frontali

L’amore è armonia tra cuore è corpo

Qui è importante tornare ad uno dei concetti più importanti per padre Raimondo. Il concetto base da cui partire. Il concetto di IO PERSONALE. Lui definiva ogni persona come un IO PERSONALE. L’Io personale è la nostra identità, la coscienza e la percezione che abbiamo di noi, che ci permette di rapportarci a un tu, ad una alterità. Siamo creati ad immagine di Dio, Dio che è amore. Dio che è relazione in sé nelle tre Persone della Santissima Trinità. Quindi a fondamento dell’essere umano c’è la vocazione, il desiderio di amare e di essere amato. Accogliere l’amore di Dio, sentirci figli amati, e restituire quell’amore nei fratelli e nelle sorelle. l’Io personale, la persona, è la capacità di amore, è la spinta ad amare. L’amore è inscritto nell’essere uomo, nell’essere donna. La mia identità profonda, quella che mi accomuna a tutti gli altri, anche se siamo tutti diversi ed unici, è la mia capacità di amare, di essere amore, di accogliere l’amore. Questo aspetto è costitutivo di ogni persona, nessuno può cancellarlo, anche l’uomo più rovinato e cattivo della terra ha questa capacità in potenza dentro di lui. Questa realtà profonda è quella su cui operava Cristo, faceva riemergere questa verità scritta dentro ognuno. L’ha fatta riemergere in Zaccheo, nell’adultera, nella Maddalena, in Matteo e in tanti altri che lo hanno incontrato. Questa capacità di amore si concretizza nella specificità di ogni persona, nella diversità, negli aspetti esteriori (le doti del corpo) e negli aspetti interiori (le doti dello spirito). Questo è ciò che Cristo può operare in noi nel matrimonio!

L’IO PERSONALE è quindi costituito da una parte nascosta, il nostro mondo emotivo, psicologico e spirituale (il cuore). È il cuore dove risiede anche la nostra volontà. Poi abbiamo la parte visibile di noi, tangibile, abbiamo un corpo. Noi abbiamo un corpo che ci permette di manifestare tutta la nostra parte più profonda, parte profonda dove risiede anche la nostra anima e quindi vi si trova la sorgente dell’amore che è Gesù, all’esterno nelle relazioni Noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo. Il nostro corpo è parte di quell’IO PERSONALE. Tant’è che se Luisa mi dà una carezza sento che ha accarezzato me, non solo il mio corpo.  Quindi prima evidenza importante: Ciò CHE AVVIENE NEL NOSTRO CORPO HA UNA RICADUTA SU TUTTA LA PERSONA! Non possiamo illuderci che vivere la sessualità (perché in particolare ci riferiamo a quell’ambito) in modo disordinato e senza una aderenza tra cuore e corpo, tra parte profonda/spirituale e corpo, non condizioni la nostra qualità di vita, non condizioni la nostra relazione con l’altro e con il Signore, non condizioni il nostro cammino di crescita umana e di santità. Non condizioni la nostra pace e la nostra gioia.  Per questo noi parliamo sempre di ecologia. Perché il peccato, prima che essere un contravvenire ad una legge morale, è far del male a noi stessi, ci rende meno capaci di vivere in pienezza ciò che siamo.

Influisce non solo sulla nostra umanità e dimensione naturale ma anche sulla fede e sulla Grazia. Padre Bardelli è molto chiaro nel libro. Si riferisce ai fidanzati, ma sappiamo bene che vale anche per noi, in modo diverso e più pieno ma noi ci siamo dentro completamente. Scrive padre Bardelli: la dimensione naturale della persona è il fondamento su cui poggiano e si sviluppano tutti i doni soprannaturali di Dio elargiti dallo Spirito Santo, aventi come scopo il suo perfezionamento.

Questo cosa significa in sintesi? Che noi sposi possiamo costruire un matrimonio santo solo se costruiamo una base naturale forte, solo se ci impegniamo a mantenere un’armonia appunto tra l’amore che scaturisce nel cuore e la manifestazione di quell’amore che avviene attraverso il corpo. Solo se c’è una base naturale fondata sul dono reciproco e non sull’egoismo, sul possesso e sull’uso dell’altro, allora il sacramento riempirà i nostri cuori di Spirito Santo elevando il nostro amore, piano piano, con i nostri errori e cadute, a un piano superiore, ci rende davvero capaci di amarci come Dio ama, con la Sua modalità. Padre Bardelli ci sta dicendo che è inutile fare voli pindarici nelle esperienze mistiche e spirituali. Spesso sono solo una fuga dalla realtà. Se il matrimonio non decolla forse è bene partire dal modo in cui lo viviamo. Da come ci relazioniamo con l’altro, dalla capacità di donarci nella verità. Altrimenti non cambierà nulla anche se passiamo i giorni a dire il rosario perpetuo. O meglio il rosario può servire se ci spinge a convertirci concretamente poi nel matrimonio. Dobbiamo imparare ad amarci concretamente nella quotidianità, nella carne, nella tenerezza, nella cura, nel fare bene l’amore. E solo poi imparando ad amare chi abbiamo accanto saremo capaci di amare anche Dio.

Padre Bardelli ci invita a dare valore al corpo! Ci invita lo dice proprio letteralmente a farci missionari del corpo. Dice che il mondo ha bisogno di questo e lo dimostrano i week end che organizziamo, il blog e tutte le richieste che riceviamo in tanti modi. C’è bisogno di riscoprire la bellezza del corpo, della cura del corpo. Ma inteso in modo ecologico. Ci viene chiesto di essere prima di tutto missionari l’uno per l’altro. Educarci a vicenda, noi coppia, ad essere teneri, a dare un volto all’amore, a dare calore e presenza ma non basta. Ci viene chiesto di educarci nella nostra relazione prima da fidanzati ma ancor di più ora da sposi ad essere sempre più amore l’uno per l’altra. Educarci a vivere la sessualità nel dono reciproco, nella castità. Educarci alla purezza affinché non finiamo per perdere quello sguardo sulla persona tutta e non solo sul corpo dell’altro. Solo così, resi ricchi da una relazione autentica, una sessualità profonda e che permette una vera comunione, solo così potremo essere missionari per tutti. Portare cioè nel mondo la bellezza che noi per primi sperimentiamo.

Questa armonia è espressa molto bene anche nel Cantico dei Cantici. Ad un certo punto troviamo scritto: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; Questi versetti ci riguardano tantissimo! Esprimono proprio questa armonia tra cuore e corpo, tra parte invisibile e carne, tra cuore che custodisce e braccio che opera. Come a dire che l’amore che scaturisce e viene custodito nel cuore diventa visibile ed efficace solo attraverso il braccio. Servono entrambi. Il sigillo è un’immagine molto forte. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” (sigillo in greco) era il segno che il padrone faceva sugli animali, per cui quel segno indicava che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. Il termine è stato poi ripreso in ambito militare. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento (divisa, bandiera, stelletta.) intorno al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava unità e solidarietà. Mettimi come sigillo sul cuore significa ti appartengo. Sono tua e tu sei mio. Non possiamo essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne. Ricordate San Paolo quando afferma Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me? Qui è la stessa cosa, ma letta in chiave sponsale. Non sono più io che vivo, ma tu amato mio sposo che vivi in me e io vivo in te. Questa è la nostra vocazione. Siamo chiamati a farci così: prossimi all’altro/a e capaci di decentrare le nostre attenzioni tanto da vivere per la gioia e per il bene dell’altro/a. Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio. Tutta la persona è partecipe di questa appartenenza. Nel corpo e nella sua parte più profonda ed interiore. Nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. In tutto ciò che mi caratterizza come persona c’è il tuo sigillo. Metti il mio dentro tutto ciò che tu sei. Questo è l’amore sponsale autentico. Un amore che desidera tutto dell’altro/a e dà tutto all’altro/a. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico perché solo così può essere meraviglioso e pieno. Un amore esigente, ma proprio per questo vero. Solo così potremo evangelizzare il mondo.

Antonio e Luisa

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Asciuttezza e fluidità

L’asciuttezza preterintenzionale maschile

Ricevo un messaggio da una lettrice del blog, che mi dà modo di palare dell’asciuttezza preterintenzionale maschile. Lo so, detto così fa quasi paura. Forse vi starete chiedendo: Che cos’è questa strana cosa? Ne soffre anche mio marito? Come si cura? Si tratta invece di una cosa incredibilmente comune.

La mia lettrice, che chiameremo L, soffre per il comportamento di suo marito. Lui, che chiameremo G, è sempre molto brusco belle risposte. Parla a mono sillabi, spesso, più che suggerimenti dà degli ordini, sembra sempre diretto, fino quasi alla brutalità. G non le dice nulla di offensivo o crudele, ma ha un modo di comunicare molto asciutto, privo di sfumature, di empatia, di delicatezza. Se però L glielo fa notare, suo marito cade dalle nuvole. G pare non accorgersi della sua rudezza e sua moglie, che lo conosce bene, capisce che il suo stupore e sincero

La comunicazione

Uomini e donne sono diversi. Fin qui direi che ci siamo. “Uomini e donne Lui li creò”. Le basi proprio. Alcune diversità ci sono immediatamente evidenti: gli uomini hanno la barba e le donne portano il reggiseno. Gli uomini amano il calcio, intrattengono con la loro auto un’amicizia affettuosa, si innamorano di qualunque aggeggio elettronico. Le donne ritengono di dover perdere almeno due chili (qualunque sia il loro peso), se si perdono, chiedono indicazioni ai passanti (anche se hanno il navigatore) e solidarizzano con le amiche in crisi, anche a costo di raccontare bugie pietose.  Questa è la parte facile, poi comincia la salita.

La nostra natura è così distante, che ci mettiamo anni a comprendere le reciproche peculiarità. E mica le capiamo tutte. Quelle che non capiamo, rimangono come buche sparpagliate nel cammino del nostro rapporto. In ogni momento c’è il rischio di cascarci dentro. Uno degli ambiti in cui la nostra differenza si rende più evidente è proprio la comunicazione. Non solo quello che diciamo, ma anche come lo diciamo.

L’asciuttezza e la fluidità

Per le donne, la comunicazione è molto più che trasferire informazioni. Noi comunichiamo non solo parole, ma anche emozioni. Per questo, le donne sono capaci di parlare per ore, anche quando l’argomento è in fondo semplice magari si potrebbe spiegare con poche parole. Raramente facciamo discorsi di poche parole. Va detto che ognuna di esse ha un peso, che va oltre il solo significato letterale. Ogni nostra frase è piena di sfumature.

Al contrario, gli uomini hanno una concezione della parola molto più pratica e funzionale. Gli uomini parlano se hanno qualcosa di concreto da dire. La comunicazione maschile è oggettiva, caratterizzata da una asciuttezza informativa che a volte patiamo come un castigo. È una comunicazione fatta di bianco e di nero, in cui c’è pochissimo spazio per le sfumature. La sinteticità degli uomini, che scambiamo per scortesia, non ha nessuna intenzionalità.

Piccoli esempi di parole fraintese

Torniamo per un attimo a L e G. I loro discorsi si svolgono più o meno così:

suo marito le dice: “L, alzati che è suonata la sveglia.”

uh, accidenti, ma è tardissimo! Non me ne ero proprio resa conto. È che ieri sera ho fatto tardi per riordinare la cucina e stamattina sono stanca morta. Come vorrei un caffè, anche solo per accendere il cervello. Chissà se ho il tempo di farmi una doccia veloce, prima di andare.”

G le risponde: “se non ti sbrighi, fai tardi”.

L ci resta male e tutto il giorno rimugina su come suo marito sia stato brusco. Di un’asciuttezza quasi al limite della scortesia.

Che cos’ha questa conversazione, di così evidente? È un esempio di parole fraintese. Da un lato c’è lei, che tenta di comunicare al marito che è stanca, perché si è dedicata alle pulizie di casa, fino a tardi. Probabilmente vorrebbe che lui le facesse un complimento o esprimesse gratitudine per i suoi sforzi. Il marito non coglie questa implicita richiesta di apprezzamento. Invece è concentrato a tenere il tempo sotto controllo, perché ha capito che lei non lo sta facendo e rischia di fare tardi.

Poi lei suggerisce fra le righe che le farebbe piacere un caffè. Anche qui, il marito non capisce la richiesta di aiuto, perché è troppo indiretta. Certo che lei potrebbe chiedergli esplicitamente il piacere di farle un caffè. Però non vuole. Probabilmente non le va di ammettere di aver bisogno di un aiuto, seppure così piccolo. Spera che lui capisca e glielo offra di sua iniziativa, così si risparmierà di chiedere.

Infine, lei vorrebbe essere rassicurata sul fatto che riuscirà comunque a prepararsi in tempo, senza rinunciare alla doccia. Si aspetta un incoraggiamento, anche se sa perfettamente che il marito non ha il potere di garantirle che riuscirà a fare tutto abbastanza velocemente. Lui, però, è ancora completamente concentrato sull’orario e le raccomanda di prepararsi velocemente.

Non c’è nulla di realmente offensivo oppure ostile in questa conversazione, eppure L sente che non è andata come si aspettava. È delusa. Le sue parole avevano lo scopo di catturare l’attenzione del marito e stimolarlo a compiere gesti gentili nei suoi confronti. Da parte sua, lui non ha capito quale esigenza ci fosse realmente, dietro le parole della moglie.

Infine, mentre lei vorrebbe sentirsi dire che è tutto sotto controllo, che non è poi così tardi (poco importa che sia vero o no), lui continua a prenderla alla lettera e a tenere d’occhio l’orologio.

La perenne contrapposizione fra emozione e ragione

Le risposte di lui sono perfettamente logiche. Quelle di lei sono completamente emozionali. I due percorrono due binari paralleli. È ovvio che, se L rimprovererà al marito di averla trattata con poca sensibilità o averle risposto male, lui ne rimarrà sbalordito. L’asciuttezza di lui non era diretta a ferirla o a criticarla. Al contrario, da parte sua, lui ritiene di aver fatto qualcosa di utile per la moglie: stimolarla a sbrigarsi. Si sente accusato ingiustamente, lui che cercava solo di essere di aiuto! Certo, lo ha fatto nell’unico modo di cui è capace, con la tipica asciuttezza di comunicazione maschile.

Chiamatela come volete: contrapposizione fra ragione ed emozione. Ragione e sentimento. Cuore che ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Ci sono centinaia di splendidi aforismi che fotografano questa immensa diversità fra il ragionare con la testa e ragionare con il cuore. E su come due persone che ragionino in modo diverso, finiscano col non capirsi.

Cosa fare e cosa non fare

L, come molte di noi, capisce abbastanza in fretta l’inutilità di rimproverare il marito per il tono o per lo stile delle sue parole. Sa che in questi casi, la situazione può solo peggiorare. Gli uomini, quando si sentono criticati, specie se ritengono di esserlo ingiustamente, assumono una posizione difensiva. Invece di considerare il punto di vista della moglie, pensano una di queste tre cose:

Poveretta, è esaurita.

Eccola lì, è nervosa e ha voglia di litigare.

È ipersensibile, forse ha il ciclo, bisogna stare attenti alle parole

Insomma, questo uomo tutto immagina, meno che forse sua moglie gli stava lanciando dei messaggi, che lui non ha colto.

E quindi? Come si fa?

La prima cosa da fare, è mettere in conto questo diverso stile di comunicazione. E accettare il fatto che sarà difficilissimo, forse persino impossibile, far cambiare registro al marito. Questo è già un buon punto di partenza.

La seconda cosa da fare, è abbandonare il giudizio. Evitare di giudicare il marito in base alla risposta che dà. O, peggio ancora, alle sensazioni che ci procura la risposta che lui dà. Lui non ha alcun controllo sulle emozioni che ci suscita. E la sua risposta non è per forza segnale di scarso tatto o di disinteresse. Spesso, una risposta sintetica o brusca non deriva da rabbia o risentimento. Non è detto che sia una critica.

Semplicemente, lui è abituato a esprimersi così. Perché, se conosciamo l’uomo che abbiamo al fianco, sicuramente sappiamo riconoscere quando è davvero irritato, arrabbiato, offeso.

La chiacchierata a quattr’occhi

Uno degli spauracchi peggiori dei mariti è la frase della moglie: “caro dobbiamo parlare”. Qualche volta espressa nella variante: “abbiamo un problema”. Anche se vi ho appena sconsigliato di considerare offensiva ogni risposta che non sia in linea con le vostre aspettative, ammetto che esiste una eccezione. C’è effettivamente un caso in cui non solo è utile, ma è addirittura doveroso chiarirsi. E fare una chiacchierata a quattr’occhi, ma pacata e serena. Se c’è un atteggiamento o una espressione in particolare, che lui usa spesso e che ci ferisce, allora è necessario parlarne.

Mi raccomando: mai sull’onda del risentimento. Quando le acque si sono calmante, si può semplicemente dire: “quando tu mi parli così o usi quell’espressione, io soffro, perché mi sento criticata.” Stiamo attente a non dire: “mi fai del male.” “mi offendi”. Come se fosse un gesto deliberato. Partiamo dal presupposto che non lo abbia fatto apposta. Di nuovo, abbandoniamo il giudizio. Non accusiamolo di nulla. Parliamo solo di quello che sappiamo con certezza: le nostre sensazioni.

Possiamo anche aggiungere: “per favore, non farlo più”. Ovviamente, non possiamo aspettarci che lui magicamente e da un giorno all’altro modifichi l’atteggiamento. Ci vuole pazienza. Potrebbero volerci settimane, mesi.

Il messaggio andrà rinforzato più volte, sempre in modo gentile, non inquisitorio. Un po’ alla volta, noteremo un cambiamento. Proprio perché il gesto o l’espressione che ci feriscono, non vengono fatti con intenzione, lui non avrà motivo per ripeterli, una volta che avrà capito che ci urta.

La gratitudine è il miglior antidoto all’asciuttezza

Quando lui si sforza di lavorare sul suo tono o sul suo stile di comunicazione, rispettando le nostre richieste, mostriamogli apprezzamento. Ringraziamolo. Questi commenti positivi lo incoraggeranno a impegnarsi ancora di più. L’asciuttezza di fondo resterà -mica si possono fare miracoli -ma potrebbe stemperarsi.

E anche da parte nostra, educheremo noi stesse alla gentilezza. Ci sforzeremo di non essere permalose e di non vedere un attacco personale dove non c’è. Perché non importa quanto lui possa averci ferite o irritate, tagliando le frasi a colpi di accetta. Se ci amiamo, dobbiamo passare oltre alla forma e concentrarci sulla sostanza.

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È più importante dire un rosario o fare un gesto d’amore?

La domanda è ovviamente provocatoria e la risposta giusta è che sono entrambi importanti: tuttavia voglio fare alcune riflessioni su questo argomento che mi ha più volte messo in difficoltà. Infatti nella vita può succedere che ci troviamo a volte totalmente presi dal fare e altre volte ci rifugiamo quasi esclusivamente nella preghiera. Questo altalenarsi tra Marta e Maria (Lc 10, 38-42) è frutto anche delle nostre storie e della nostra vocazione.

Per esperienza, non si può “fare bene” se prima non si riceve e questo l’aveva capito molto bene anche Madre Teresa di Calcutta che, prima di scendere nelle strade, passava ore la mattina in Adorazione; infatti, se riesco a volte a non arrabbiarmi troppo, a non mandare a quel paese qualche collega al lavoro o a essere gentile e sorridente, è merito della messa mattutina delle 7:30 e della santa comunione.

E’ bene fare attenzione a non trascurare completamente né l’atteggiamento di Marta, né di Maria, ma noi sposi abbiamo un Sacramento che ha specificato il battesimo, cioè abbiamo la missione di creare relazioni e di mostrare, attraverso il corpo, l’amore concreto e tangibile di Gesù che sta amando tutti: per questo rimango un po’ perplesso quando, di fronte a una scelta, la preghiera prende il sopravvento e le persone o relazioni vengono messe in secondo piano. Oltre al fatto che può essere più semplice dire un rosario rispetto a fare un atto di cortesia verso qualcuno che non sopporti (quanto sforzo ci vuole, almeno per me!). Senza contare poi che quando si prega, è facile distrarsi diverse volte, anche se la cosa importante è dedicare del tempo, stare (una volta una suora mi ha confidato che quando prega, tiene sempre un foglio e una penna in tasca, perché spesso vengono dei suggerimenti belli, ed è proprio così!).

Chi si dedica alla gestione della famiglia e dei figli può sentirsi in colpa, perché non riesce ad andare a messa ogni giorno o non ha il tempo di pregare, ma il Sacramento del matrimonio permette di trasformare ogni cosa in un incontro con Dio: per una mamma che prepara il sugo per la cena, quello è il suo rosario, perché lo fa per il bene che vuole agli altri, affinché siano felici e così il momento del mangiare, attraverso il cibo, sia sereno, pieno di comunione e condivisione; anche pulire un bagno, se fatto perché chi viene dopo trovi tutto pulito e profumato, è un atto d’amore non meno importante.

Se davvero Gesù è vivo e insieme a noi, sempre (ed è davvero così!), non possiamo ricordarci di Lui solo in alcuni momenti della giornata (messa, rosario) o quando andiamo in chiesa, ma molte più volte e in ogni luogo: ho imparato a pregare anche mentre faccio le cose, ad esempio mi capita di farlo quando spingo il carrello della spesa, oppure mentre cammino, se vedo una coppia particolarmente felice, dei bambini o una donna incinta, invoco su di loro la benedizione di Dio; oppure al lavoro ringrazio se ad esempio mi sono accorto di un errore o una cosa mi riesce particolarmente bene o se qualcuno non si è fatto male. Basta qualche giaculatoria, come ad esempio “Gesù ti voglio bene” nell’arco della giornata, per mantenere una relazione costante con Lui.

Dall’altro lato non è possibile gettarsi solo sulle cose da fare, trascurando la relazione intima con Dio, con lo Sposo (e questo lo sanno bene le coppie che prese dal volontariato sono “scoppiate”, perché non hanno più trovato il tempo per coltivare la loro relazione di sposi e alimentare così l’amore e l’unità). Anche io a volte sono preso da tante cose, devo fare quello o quell’altro e mi faccio trascinare nelle attività. Ovviamente questo tema è veramente complesso, variabile nel tempo e nelle situazioni che la vita ci mette davanti, non esiste una ricetta valida per tutti e per tutti i periodi: ognuno deve trovare il proprio equilibrio con serenità e pazienza.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

A voce alta per studiare.

Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,10-11) Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca : non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Questo brano fa parte di un capitolo tra i più commoventi e carichi di sentimenti materni, ed è divenuto famoso nel 1987 grazie ad una canzone del gruppo Gen Verde, oltre all’aspetto musicale che può risultare più o meno piacevole questo canto ha sicuramente il pregio di aver riportato in auge un brano della Parola di Dio che altrimenti avrebbe rischiato di andare nel dimenticatoio per tanti cristiani.

Abbiamo già trattato l’anno scorso questo brano di Isaia in due articoli, partendo nel primo dalle caratteristiche dell’acqua e nel secondo da quelle della neve, oggi vedremo un altro aspetto a cui ci richiama questo brano. Per aiutarci partiremo da una realtà della vita comune per poi traslare ed applicare lo stesso metodo per la vita spirituale: come facciamo quando dobbiamo ricordarci qualcosa?

Pensiamo a esempio quando prendiamo al telefono un appuntamento per una visita: per ricordarci indirizzo, data ed orario ripetiamo ad alta voce più volte fino a che non troviamo carta e penna per un promemoria ; oppure se ci viene comunicato un codice alfanumerico da ricordare come una password lo ripetiamo diverse volte ad alta voce per fissarlo nella memoria. E’ un meccanismo che ci aiuta perché quando parliamo a voce alta praticamente ascoltiamo noi stessi come fosse un’altra persona, e già solo il ripeterlo qualche volta è un meccanismo mnemonico.

C’è un altro metodo che giova molto alla memoria: se vogliamo ricordare qualcosa di importante su cui meditare basta addormentarsi ripetendo una frase di promemoria e ci sveglieremo con in testa quella frase che testardamente ritornerà a galla durante tutta la giornata… ecco perché a chi deve affrontare un’interrogazione l’indomani viene suggerito di andare a letto la sera prima ripetendo o leggendo il testo della lezione.

I maestri di spirito e i Padri della Chiesa ci insegnano che per meditare la Parola di Dio bisogna addormentarsi leggendo il versetto che ci ha colpito in quella giornata o ripeterlo a noi stessi a viva voce ed automaticamente ci si sveglierà con quella Parola nella testa, la quale riaffiorerà più volte nel corso della giornata tra un’occupazione e l’altra, è così che piano piano essa penetrerà nel cuore e ne diventerà fertilizzante per la nostra anima.

La Parola di Dio ha bisogno di penetrare nel terreno del nostro cuore e di restarci tutto il tempo che occorre per fertilizzarlo, ed Isaia ci dice che finché essa non ha compiuto il suo lavoro non torna al cielo, un modo come un altro per dire che Dio non si dà per vinto, ma, al contrario, insiste con il nostro cuore fino all’ultimo nostro respiro affinché non moriamo impenitenti; la Sua insistenza però non è pedante ma è dolce e tenera, in ogni caso i Suoi inviti non sono imposizione perché Lui non è il grande burattinaio e noi sue marionette mosse dai suoi fili, ma Lui è Il Padre che insiste con il cuore dei Suoi figli lasciando in essi la nostalgia del Suo grande amore; affinché essi ritornino a Lui grazie ad una loro decisione presa in piena libertà come risposta ad un Amore che continuamente fa risuonare la Sua voce come una brezza leggera ma continua.

Innanzitutto non dobbiamo temere che la Parola di Dio non sia efficace, dobbiamo temere piuttosto che il terreno del nostro cuore non sia come il cemento armato che non lascia passare nulla.

Cari sposi, avete un coniuge un po’ sordo ai richiami di Dio? Fatevi voi il dolce ripetitore di quelle frequenze, senza diventare pedanti ma usando le armi che il Matrimonio ha messo nelle vostre mani: se per esempio notate che lui/lei dubiti dell’amore di Dio potreste addormentarvi tutte le sere sussurrandogli/le dolcemente quanto lo/la amiate così com’è ora, senza aspettare che diventi bravo/a e buono/a… così come funziona per un’interrogazione funziona anche per le parole d’amore! Non c’è niente di più disarmante per un cuore indurito che il sentirsi amato con una dolcezza e tenerezza inversamente proporzionale alla sua acidità. Si sveglierà con quelle parole in testa e casomai abbiate il dubbio che se le dimentichi ripeteteglielo prima di congedarvi per le attività giornaliere.

Sicuramente prima o poi quel cuore si scioglierà e si chiederà perché lo trattate in modo inversamente proporzionale a ciò che si merita o a come vi tratta lui/lei… e poi ve ne renderà conto: è lì che sfodererete l’arma della Parola di Dio dicendo al vostro coniuge che lo amate così tanto perché state amandolo incondizionatamente e a prescindere dai meriti così come Gesù è morto per voi stessi e vi ha amato quando ancora eravate peccatori, senza pretendere da subito il cambiamento ma “gridando” il Suo amore per voi, un amore grande e gratuito tale da morire in croce per dirvelo prima ancora di ascoltare la vostra risposta.

Coraggio sposi, dobbiamo tornare un po’ come quando eravamo studenti e ripetere a voce alta come per studiare l’amore di Dio per il nostro coniuge… ponete particolare attenzione alla sera prima di addormentarvi : non lasciatevi scappare l’occasione di manifestare il vostro amore a lui/lei (se ci crediamo la nostra voce sarà eco di quella di Dio)… non sappiamo se domattina saremo ancora qui!

Giorgio e Valentina.

Sesso… come si fa e cos’è?

Oggi vogliamo partite da questa parola, un po’ forte, un po’ ambigua, che fatichiamo a pronunciare, che sembra togliere pudore alla lingua che la pronuncia. Che significato ha la parola sesso? Cosa vuol dire Fare sesso? A cosa associamo il sesso?

Se cerchiamo un po’ in internet, o guardiamo quanto abbiamo intorno, quanto i media ci mostrano e quindi ci educano a pensare, il sesso è possesso, è sfamare un istinto, è raggiungere il piacere. Sesso è poter fare tutto, è non avere regole, sesso è tante cose. (non stiamo ad elencarle per non stuzzicarci la carne proprio in questo tempo di quaresima). Ora fermiamoci! Fermiamo i cattivi pensieri carnali che la mente ci produce e facciamo pulizia insieme, aprendo la porta del cuore.

Per sesso possiamo intendere gli organi maschili e femminili, oppure il genere sessuale maschile o femminile con cui si presenta una persona, “di che sesso sei?”, oppure il complesso dei caratteri anatomici, morfologici e fisiologi o aggiungiamo anche psicologici che determinano l’essere di una persona. Ma il significato su cui vogliamo far luce, è l’etimologia greca della parola. Sesso, dal greco TEKOS, generato, Tek generare, intessere, creare. A sua volta dal verbo τίκτω (tikto) = generare, procreare, produrre, (da cui deriva anche la parola ostetrica) ancora più in origine dalla radice tak- (con la mutazione della t in s).

Sesso= generare

Quanta bellezza! L’avreste detto? Noi che stavamo a farci nella testa i film porno (=dalla radice di prostituzione) invece dietro una delle parole più nascoste, non pronunciate per pudore, per vergogna, che ne hanno fatto un tabù della società, della vita di coppia, c’è la generatività. Fare sesso, fare l’amore che all’orecchio è sicuramente più consueto e dolce, nasconde la generatività di vita. Sesso che non può essere dunque inteso e vissuto come solo ed esclusivo piacere come lo è il masturbarsi, sennò l’atto sessuale si chiamerebbe masturbazione tra sessi opposti o masturbazione in compagnia. Sesso che dev’essere inteso come il gesto grande con cui si sancisce l’unione tra un uomo e una donna, che è dettata dall’amore che c’è tra i due, che genera vita perché il sesso ci fa stare bene, rilassa, sviluppa gli ormoni del piacere, le endorfine, le ossitocine, che agiscono positivamente su entrambi gli amanti.

Sesso che produce forza, energia attorno a noi e che genera vita, perché sappiamo che in certe condizioni fisiche del corpo maschile e femminile si può generare da quell’unione, da quell’amore, da quell’atto sessuale, la vita trasformandoci in creatori, da amanti innamorati che eravamo. Oggi, come negli ultimi 50 anni, la parola sesso è tra le meno pronunciate nelle nostre case, tabù silenzioso, come se noi non fossimo nati da sesso/da un atto sessuale/da un atto di amore. Tabù silenzioso come se fin dalle prima cotte adolescenziali il corpo umano non è richiamato in maniera naturale ad un contatto che nel suo apice vive l’unione dei corpi, che può essere generativo: il sesso.

Tabù silenzioso perché non ne conosciamo il significato. Se ne può parlare ma fraintendendo la bellezza dell’amore che racchiude. In questo vuoto, in questo silenzio, in questo tabù silenzioso che la società, la famiglia e anche la Chiesa stessa ha creato dietro una parola dal significato così etimologicamente semplice e bello, si è inserita la rivoluzione sessuale che ha fatto suo il termine stravolgendolo. Una luce si è spenta sul significato splendente che ha il termine nel suo senso generativo, per lasciare spazio al buio riconducendo alla parola tutto ciò che è piacere rapido, veloce, peccaminoso, accostandolo più al porno, all’erotismo possessivo invece che all’amore e alla vita.

Cos’è il sesso?

È vivere l’amore. L’amore nell’azione della generatività, l’amore nell’unione dei corpi. L’amore, che non è dunque fatto di possesso, di potere, ma di tenerezza che accoglie la libertà dell’altro. Una coppia di sposi che si ama, vive la tenerezza, vive le carezze, gli abbracci, i baci, vive la cura, vive parole e gesti di tenerezza, di dolcezza. Vive il farsi dono l’uno per l’altro. Vive il sostenersi a vicenda, vive il rendere l’altro migliore. Vive l’amarsi nella gioia e nel dolore, nell’ obbedienza, nella fatica, nella malattia. E molto altro… parlare di amore è cercare di rendere finito l’infinito e non si ha mai fine quindi per descriverlo.

Un ultimo aspetto: vivere l’amore di coppia è vivere il morire per l’altro, non nel senso esclusivo del sacrificio, ma nella gioia stessa che è insita nell’amore e che ci porta a dire all’altro io ti amo, sono disposto a morire per te, a lasciare ciò che è mio per amore tuo. Chi si ama, vive l’amore e quindi può arrivare a vivere anche il sesso per ciò che è veramente. L’unione che dà vita, che genera, sempre e comunque, indipendentemente che sia vita che nasce dal grembo o vita che nasce dai frutti di bene seminati dalla coppia. Unione che genera Vita, che genera Amore. Non si può vivere il sesso senza amore! Quale male sarebbe per il corpo e lo spirito di entrambi!

Ferite grandi si aprono dal dono del corpo dato nel piacere.

Non si può vivere il sesso senza amore e pensare che questo non porti vita. Perché l’unione, lo stesso amarsi genera vita in senso biologico ma anche in senso spirituale per la coppia.

Al prossimo lunedì.

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Benedette prove

Cari sposi,

siamo arrivati alla prima domenica di Quaresima il cui tema è la tentazione del Maligno, che, ricordiamo, non consiste per noi cristiani in un’idea astratta, frutto di fantasie malsane di monaci medievali, ma “un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa” (Paolo VI, Udienza del 15 novembre 1972).

Satan, l’osteggiatore, l’avversario, il divisore, si avvicina a Gesù e inizia a metterlo alla prova. Fedele al suo nome che rivela una missione, come avviene quasi sempre nella Bibbia, Satana tenta Gesù e, di conseguenza, in ognuno dei tre dialoghi, egli tenta di separarLo da qualcuno. Ma Gesù ci sta indicando come superarle e rendere un bene per noi.

Nella prima tentazione, sebbene sembri riguardante solo il cibo, in realtà, per come è presentata, Satana prova a separare Gesù dal Padre. Tenta quindi di inserirsi in questa relazione perché Lui consideri vantaggioso di diventare indipendente da Dio, oppure ne faccia tranquillamente a meno, provvedendo da sé al Suo bisogno. Come vedete, è un tipico tratto della nostra cultura in cui siamo immersi “a bagno maria” e che quindi ci può entrare per osmosi, quasi anche mentre dormiamo. E allora, voi sposi, rendete Gesù Sposo il vostro interlocutore davanti ai bisogni, le necessità, le impellenze quotidiane, ordinarie e straordinarie? Un cristianesimo “mondano”, se va bene, considera Dio come un immenso cerotto, da impiegare solo se proprio non so dove altro sbattere la testa. Ma per il resto, “ghe pensi mi”, non ne ho bisogno, ce la facciamo da soli.

La seconda tentazione è il pensare alla quotidianità come qualcosa di banale, noioso, inutile, pesante, deprimente… da cui per forza ne devo uscire con qualcosa di straordinario, emozionante, avvincente e sempre nuovo. Quante altre volte è capitato a Gesù di stornare richieste di segni e prodigi, più da Mago Silvan che da vero e proprio Messia! Dinanzi a queste situazioni le sue risposte sono state sempre del tipo: “ma non avete capito con Chi avete a che fare?” La vita ordinaria, sebbene possegga un evidente carico di monotonia e ripetitività, è pur tuttavia il vostro luogo di costruzione dei rapporti più veri e autentici che possiamo instaurare in questa vita. Una relazione sponsale necessita di andare sempre più in profondità, sapendo che Gesù è sempre con voi e la sua Grazia nuziale, effusa dal giorno del matrimonio, non fa altro che cementare e consolidare il vostro amore.

La terza tentazione è il potere e la competizione, vivere in base al calcolo di successo, ricchezza e consenso ottenuti da ciò che dico, da come gestisco figli, casa e lavoro. San José María Escrivá pronunciò una celebre omelia, passata alla storia come “vivir de cara a Dios y vivir de cara a los hombres”, cioè, vivere dinanzi a Dio o dinanzi alle persone. Si può fare il bene, anche tanto bene, ma non davanti a Dio, per vanità e ricerca di soddisfazioni personali. Una tentazione che può insinuarsi anche nella coppia, sia nel modo di comportarsi a vicenda o nella competizione su come gestiamo i compiti verso i figli o nella nostra professione. Sarebbe tanto bello e fecondo se una coppia cercasse tanta collaborazione e sinergia per fare tutto quello che fa, le cose più ordinarie, ma come offerta di amore a Gesù, per rendere contento l’Amato!

Concludo cari sposi, incoraggiandovi a vedere nelle tentazioni ordinarie un gradino che possiamo usare per appartenere di più a Cristo e a usare bene questo tempo di Grazia per la vostra conversione personale e di coppia, con uno o due propositi concreti ma vissuta con tanta motivazione per crescere nell’amore a Gesù e così facendo diventare sempre più una sola carne con Lui.

ANTONIO E LUISA

Queste tre tentazioni sono comuni a tutti noi. Almeno io mi riconosco in tutte. Certo non tutte con la stessa intensità ma sono tutte anche mie. Il matrimonio ti pone davanti a queste tentazioni. E io ho imparato, grazie anche a Luisa con il suo amore e la sua pazienza, a trovare delle armi efficaci per combattere questi pensieri che possono insinuarsi nella relazione sponsale. Luisa mi ha insegnato a ringraziare. Ho capito che tutto ciò che sono e che ho viene da Dio. Ringraziare mi permette di non dimenticarlo. Ho imparato poi a godere della mia quotidianità. Si è vero, è fatta di stress, impegni, contrattempi ma anche dalla presenza amorevole di chi ti vuole bene. Cerco di ricordarlo ritagliandomi anche solo pochi minuti per stare con Luisa, pochi minuti solo per noi, per contemplarci. Coraggio le tentazioni ci sono ma l’amore è più bello e più forte di esse!

Domenica e famiglia: un connubio possibile /55

Abbiamo visto quanto il momento cosiddetto della Comunione sia vitale per la vita del cristiano, ma c’è un aspetto che spesso viene sottaciuto, e cioè il fatto che quando c’è una comunione significa che i soggetti interessati da essa mettono in comune qualcosa del proprio.

Se pensiamo ad esempio alla comunione dei beni coniugale, sappiamo come ogni bene acquistato dopo il matrimonio sia di proprietà di entrambi i coniugi anche se il suo uso o la sua necessità riguardi solo uno dei due. Ma anche quando due coniugi scelgono la separazione dei beni per motivi fiscali e burocratici legati alle leggi dello Stato in cui vivono, in realtà vivono una comunione dei beni “de facto”. Inoltre, sappiamo bene come la comunione dei beni non si limiti alle cose materiali, ma vada ben oltre interessando la sfera sentimentale, affettiva, sociale, religiosa, psicologica, sessuale, gli interessi e gli hobby, le famiglie d’origine, il proprio passato e il proprio vissuto, le virtù ed i vizi, i pregi quanto i difetti, le luci e le ombre di ognuno… insomma quando si sposa una persona la si sposa “full optional”, con l’opzione “tutto compreso”, altrimenti non è matrimonio vero ma semplice convivenza.

Similmente fare comunione col Signore significa sicuramente ricevere/accogliere Lui stesso con tutto ciò che abbiamo visto finora (e infinitamente di più delle nostre povere parole), ma anche noi dobbiamo fare la nostra parte.

Quando due società diventano associate e la più grande diventa proprietaria al 90%, non significa che la società minoritaria non debba portare il proprio contributo, anche se in misura del 10% essa deve comunque fare la propria parte, altrimenti la società non funziona. Similmente nella Comunione Eucaristica la parte principale è naturalmente quella di Gesù (potremmo dire ben oltre il 90% dell’esempio), ma Lui non può fare niente senza il nostro consenso, senza la nostra disponibilità, senza la nostra apertura del cuore alla Sua azione.

Che cosa possiamo mettere di nostro in comunione con Gesù ?

Lui ci dona tutto Se stesso nell’Eucarestia, e noi che cosa possiamo donarGli?

Innanzitutto possiamo donarGli la nostra preghiera di adorazione e di ringraziamento per un tale onore immeritato, dobbiamo imparare e recuperare il senso del sacro attraverso il rigoroso silenzio e la compostezza del corpo, dobbiamo tornare a contemplare ciò che sta avvenendo… avete presente quel senso di stupore che si prova dinanzi ad un bel tramonto o ad un panorama mozzafiato? Si usa apposta l’aggettivo “mozzafiato” perché è una realtà che lascia senza parole ma toglie anche il respiro, tale deve essere l’attenzione che essa richiede da non essere distratti nemmeno dal respiro (che è invece una funzione vitale). E nella società odierna abbiamo tanto bisogno di recuperare questa contemplazione mozzafiato dell’Eucarestia dentro noi.

Questa preghiera deve essere silenziosa e contemplativa, e nasce spontanea quando si capisce/intuisce che Colui che nemmeno i cieli dei cieli possono contenere è ora dentro di me; Egli si fa tanto umile e tanto piccolo da fidarsi di me (infatti potrei anche sputarlo per terra) tanto da lasciarsi mangiare, tale è la Sua misura di voler essere uno con me. Dopo questo primo atteggiamento contemplativo, sorge un atto di umiltà, momento delicatissimo in cui si prende coscienza della assoluta indegnità di tale onore, perché la sincerità che esige questo momento ci fa capire quanto il nostro cuore/la nostra vita abbia ancora tanto bisogno di conversione. Ed è grazie a quest’atto di umiltà che capiamo cosa “mettere sul piatto” della comunione (vedi gli esempi di cui sopra), sarà questa presa di coscienza che costringerà ad offrire alla “società” appena costituita la nostra volontà di cambiare, il nostro fermo desiderio di combattere un vizio e/o un difetto del carattere, la fermezza di non ricadere più in questo o quel peccato, la decisione di dare il “bel servito” all’uomo vecchio e lasciare spazio all’uomo nuovo… in questo momento noi abbiamo la possibilità di offrire al Signore tutto noi stessi affinché tutto si santifichi.

Possiamo offrire al Signore :

  • i nostri pensieri affinché siano i Suoi pensieri e spariscano i nostri pensieri impuri e maligni
  • la nostra intelligenza affinché la ragione sia sempre sorretta dalla fede in Lui e non sia venduta al mondo
  • la nostra memoria affinché venga ripulita dalle sozzure e dai rancori
  • la nostra forza di volontà affinché diventi la Sua forza di volontà
  • i nostri occhi affinché sia Lui a guardare attraverso i nostri occhi con il Suo sguardo
  • il nostro tatto affinché sia Lui a toccare/abbracciare attraverso le nostre mani /braccia
  • il nostro udito affinché sia ripulito dall’immondizia del mondo e ci lasci ascoltare la voce del Padre attraverso i nostri orecchi e possiamo sentire i Suoi richiami alla nostra coscienza
  • la nostra bocca affinché essa parli di Lui e come Lui, le nostre parole siano le Sue parole
  • i nostri affetti e sentimenti affinché siano ad imitazione dei Suoi
  • la nostra sessualità umana (maschile o femminile) affinché sia sempre più pura come la Sua, i maschi possono pensare più concretamente a Lui e le femmine alla Sua Vergine Madre

Cari sposi e care famiglie, come vedete la Comunione Eucaristica richiede anche un apporto attivo e non solo passivo, se vogliamo crescere nella santità non possiamo pretendere che faccia tutto il Signore senza il nostro sforzo, senza la nostra fatica della conversione quotidiana. Così come una casa ordinata e pulita ha bisogno dell’apporto di ciascun membro della famiglia, seppur piccolo, così anche la casa del nostro cuore deve essere ordinata e pulita per essere abitata dal Signore, ma senza il nostro contributo nulla può.

Sant’Agostino di Ippona ha ben riassunto questo concetto nella famosa frase :

Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te [Sant’Agostino, Sermo CLXIX, 13]

Giorgio e Valentina.

Volete evangelizzare? Fate l’amore (bene)!

Oggi prendo spunto dalle parole che papa Francesco ha pronunciato durante l’udienza di mercoledì scorso. Da alcune settimane il papa sta portando avanti una serie di riflessioni concernenti l’evangelizzazione. Il papa in due passaggi del suo discorso dice:

Andate – dice il Risorto –, non a indottrinare non a fare proseliti, no, ma a fare discepoli, cioè a dare ad ognuno la possibilità di entrare in contatto con Gesù, di conoscerlo e amarlo liberamente. Andate battezzando: battezzare significa immergere e dunque, prima di indicare un’azione liturgica, esprime un’azione vitale: immergere la propria vita nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo; provare ogni giorno la gioia della presenza di Dio che ci è vicino come Padre, come Fratello, come Spirito che agisce in noi, nel nostro stesso spirito. Battezzare è immergersi nella Trinità. […] Lo Spirito ci fa uscire, ci spinge ad annunciare la fede per confermarci nella fede, ci spinge ad andare in missione per ritrovare chi siamo. Perciò l’Apostolo Paolo raccomanda così: «Non spegnete lo Spirito» (1 Ts 5,19), non spegnete lo Spirito. Preghiamo spesso lo Spirito, invochiamolo, chiediamogli ogni giorno di accendere in noi la sua luce. Facciamolo prima di ogni incontro, per diventare apostoli di Gesù con le persone che troveremo. Non spegnere lo Spirito nelle comunità cristiane e anche dentro ognuno di noi.

Ho preso due brevi porzioni dell’intero discorso. Una posta all’inizio e una verso la fine per evidenziare alcune verità importanti su cui il Papa ci vuole provocare. Cercherò poi di declinare queste due evidenze nella nostra vita di sposi. Secondo quello che è il sacramento del matrimonio. Sarà un articolo che ad alcuni potrà sembrare forzato ma in realtà non farò altro che leggere le parole di papa Francesco alla luce di quello che comporta essere sposati.

Evangelizzare è contagiare. Il matrimonio è sacramento per la missione. Giovanni Paolo II ci ricorda in Familiaris Consortio che il matrimonio non è solo uno stato di vita e un dato di fatto, ma conferisce una missione. Benedetto XVI lo ha ribadito in diverse circostanze. Per questo il matrimonio viene celebrato all’interno di una Messa. Non è una questione privata tra due persone ma c’è una comunità che riconosce che quelle due persone hanno ricevuto un mandato. Mandato di essere immagine dell’amore di Cristo nella Chiesa. Padre Bardelli quando ci seguiva da fidanzati e poi da sposi ci ammoniva sempre su un punto: non andate in giro ad evangelizzare se non avete almeno un’esperienza di dieci anni di matrimonio. E’ inutile blaterare di qualcosa che non conoscete. Aveva ragione. Noi sposi non siamo dei predicatori. Almeno non tutti e non deve comunque essere la prima attività del nostro impegno nella Chiesa. Noi siamo prima di tutto sposi. E’ importante prendere coscienza di questo. Non dobbiamo fare, dire, presentare, ma dobbiamo essere. Essere sempre di più quella comunione di amore e di vita (cit. Familiaris Consortio). Io ho in mente due coppie nella mia parrocchia. Sono sposate da tanti anni e non fanno nulla di speciale. Non predicano, non guidano gruppi o seminari. Semplicemente ci sono. La loro presenza, come stanno insieme, come si guardano, come si rispettano e si prendono cura l’uno dell’altra è già una catechesi potentissima. Più di quello che possiamo fare Luisa ed io con il blog, con i libri e con tutto il resto. Ne abbiamo di strada per mostrare la luce e la bellazza che queste due coppie rilasciano senza dire nulla.

Evangelizza solo lo Spirito Santo. Il papa ci ricorda che non siamo noi ad evangelizzare. Ciò che cambia il cuore delle persone non è il nostro studio, non è perchè siamo bravi, non è perchè sappiamo convincere le persone. Chi cambia il cuore è solo Dio, è solo lo Spirito Santo. Noi possiamo metterci al servizio, farci strumenti con i nostri talenti e con il nostro impegno, ma chi opera è sempre e solo lo Spirito Santo. Da soli non possiamo fare nulla. Quindi? Quindi cari sposi fate l’amore! Cosa c’entra? C’entra tantissimo! Noi sposi possiamo riempirci di Spirito Santo attraverso i sacramenti, la preghiera, la vita di fede ma ricordate che abbiamo uno strumento che è solo nostro! Attraverso la riattualizzazione del sacramento del matrimonio. Vivendo la nostra intimità in modo autentico possiamo rinnovare il nostro matrimonio. Ogni volta che facciamo l’amore ci stiamo risposando e lo Spirito Santo si effonde su di noi (in base all’apertura del nostro cuore). Ogni volta che sperimentiamo l’essere uno nella carne lo diventiamo sempre di più anche nel cuore e questo ci rende sempre più credibili quando testimoniamo la bellezza del matrimonio. Se non viviamo la nostra intimità così le nostre diventano solo chiacchiere. Difficilmente sapremo essere credenti e credibili!

Antonio e Luisa

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La quaresima per cambiare sguardo

Ieri ho partecipato alla Messa con l’imposizione delle ceneri. E’ ufficialmente iniziato il tempo di Quaresima. Un tempo che nonostante sia di digiuno e di deserto accolgo sempre anche con un po’ di desiderio. Sento il bisogno di un tempo così. Ne sento il bisogno perchè sono consapevole di essere ancora troppo attaccato alle cose del mondo. Non sono ancora libero nella mia capacità di aprirmi all’amore e al dono. C’è ancora tanto egoismo in me e questo tempo mi permette di lavorarci sopra meglio e più del resto dell’anno.

Durante la celebrazione della Messa è stato proclamato un Vangelo molto indicativo di quello che è il senso della Quaresima. Non sto a scriverlo tutto. Se non lo avete ancora fatto vi lascio il link per poterlo leggere. Questi versetti del Vangelo di Matteo ci svelano tre diversi atteggiamenti che ognuno di noi dovrebbe mettere in atto per crescere nella fede e nella carità. Sono tre richieste che vengono da Gesù stesso. Gesù ci chiede di fare elemosina, pregare e digiunare. Ci chiede di farlo non per farci vedere ed ammirare ma perchè desideriamo amare. Non un fare di facciata ma che il nostro fare sia specchio del nostro cuore. Questi tre atteggiamenti ci possono aiutare ad avere lo sguardo di Cristo nella nostra vita e nel nostro matrimonio.

Fate elemosina: sguardo verso l’altro. L’elemosina non è solo quella fatta al povero per strada. Anche noi possiamo sentirci poveri. Sentirci appesantiti dalle situazioni che viviamo nel nostro lavoro o in famiglia. Possiamo sentirci stanchi, possiamo fare errori, possiamo essere freddi, possiamo litigare, possiamo comportarci male. Ci sono moltissimi motivi per mostrarci poveri. Posso esserlo io e può esserlo Luisa. Ognuno di noi può esserlo. Fare l’elemosina significa non giudicare dalla nostra prospettiva ma cercare di vedere con gli occhi dell’altro per comprendere le sue difficoltà ed essere pronti a perdonare e sostenere anche quando l’altro non è capace, in quel momento, di ricambiare il nostro amore.

Pregate: sguardo verso Dio. La preghiera è il canale che ci permette di avere una relazione con Dio. Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno.  Quindi la preghiera si lega benissimo all’elemosina. La preghiera ci permette di amare senza chiedere nulla, ci permette di fare elemosina.

Digiunate: sguardo libero. Il digiuno non è solo una autofrustrazione sterile. Abbiamo un corpo che ci è stato dato. Meglio dire che siamo anche il nostro corpo. Spesso il nostro corpo detta il nostro comportamento e le nostre azioni. Educare l’autocontrollo non è solo rinuncia, ma è crescita. Significa non essere schiavi. Significa allentare quelle catene che impediscono di farsi dono per l’altro e di accogliere le sue esigenze senza imporre le proprie. 

Non ci resta che augurare a tutti un proficuo tempo di Quaresima!

Antonio e Luisa

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Contemplare per custodire l’amore

Perché essere Sposi Contemplativi? È questo l’interrogativo a cui diverse volte abbiam dovuto rispondere, prima di tutto a noi stessi (come coppia) e poi a chi ce l’ ha chiesto. Proprio per questo ci siamo cimentati nel creare l’acrostico della parola CONTEMPLARE che condivideremo a partire da questa Quaresima, passo dopo passo, poiché come disse san Giovanni nella sua prima lettera “quel che abbiamo contemplato noi lo annunciamo anche a voi, affinché voi pure abbiate comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1,1-3).

Iniziamo dunque con la lettera C.
Per noi CONTEMPLARE vuol dire CUSTODIRE l’Amore.
Ma che cosa significa custodire? Nel vocabolario troviamo che custodire significa sorvegliare qualcosa con attenzione in modo che non subisca danni. Per noi questo qualcosa è l’amore sponsale come riflesso dell’Amore di Dio. Se veramente crediamo che il nostro amore è riflesso dell’Amore di Dio ciò ci porta a dire che l’amore non è nostro, l’amore non ci appartiene come qualcosa di nostra proprietà ma ci è stato affidato e, dunque, noi due ne siamo i custodi. Con forte emozione, ci ritornano alla mente le parole di papa Francesco quando nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino (il 19-3- 2013) disse «Siate custodi dei doni di Dio!». Sì, l’amore sponsale in cui siamo immersi è dono di Colui che è Amore, porta in sè e con sè la vocazione all’Eterno ed è per questo che non lo “getteremo” via alle prime difficoltà ma dedicheremo il tempo e l’attenzione necessari, affinchè aumenti il suo valore rendendolo sempre più prezioso e degno di cura.

Carissimi sposi, è attraverso la contemplazione che noi ci sforziamo di custodire questo dono partendo dal custodire soprattutto il “luogo” in cui nasce l’amore: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita” (Pr 4,23). È un percorso che si rinnova ogni giorno mediante la forza mite della preghiera.

ESERCIZIO PER CUSTODIRE L’AMORE In questo tempo di Quaresima vi suggeriamo un esercizio che può aiutarvi a custodire il cuore e, di conseguenza, il vostro amore. Ogni sera cercate di discernere, singolarmente, quali pensieri hanno nutrono la vostra anima durante il giorno e poi, insieme, confrontatevi: a quali azioni questi pensieri vi hanno portato? Sono state azioni volte a proteggere la vostra relazione di coppia e/o la nostra famiglia oppure il contrario, cioè volte ad esporre l’amore ad “intemperie” esterne?
PREGHIERA DI COPPIA O nostro Divino Sposo, sii tu il custode della nostra anima sii tu il custode del nostro amore, sii tu il custode del nostro matrimonio e, insieme a S. Teresa di Lisieux, annunceremo che «Vivere d’amore è custodire nel vaso mortale di noi il Tesoro. Nostro Benamato! » Amen

Siate insieme i custodi dell’Amore, buon cammino di Quaresima!
Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Figli e sposi.

Dal libro del Siràcide (Sir 2,1-13) Figlio, se ti presenti per servire il Signore, resta saldo nella giustizia e nel timore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, tendi l’orecchio e accogli parole sagge, non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Affìdati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui, persisti nel suo timore e invecchia in esso. Voi che temete il Signore, aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere. Voi che temete il Signore, confidate in lui, e la vostra ricompensa non verrà meno. Voi che temete il Signore, sperate nei suoi benefici, nella felicità eterna e nella misericordia. Voi che temete il Signore, amatelo, e i vostri cuori saranno ricolmi di luce. Considerate le generazioni passate e riflettete: chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? O chi ha perseverato nel suo timore e fu abbandonato? O chi lo ha invocato e da lui è stato trascurato? Perché il Signore è clemente e misericordioso, perdona i peccati e salva al momento della tribolazione, protegge coloro che lo ricercano sinceramente.

Ci stiamo preparando per l’inizio della Quaresima che domani prenderà il via con il solenne ed austero rito dell’imposizione delle Ceneri, che è un gesto che affonda le proprie radici nell’Antico Testamento; se un cristiano prende sul serio la propria santità farà di tutto domani per non perdersi questo momento costi quel che costi, perché ci ricorda la nostra condizione di provvisorietà e fragilità nonché la necessità di penitenza per scontare i nostri peccati.

La Chiesa sa che il dramma dell’esistenza ha bisogno di incoraggiamento, di forza dall’Alto, di continui ed amorevoli solleciti, ed ecco perché nei giorni precedenti le Ceneri, specialmente oggi, le letture liturgiche sono ricche di parole commoventi ed incoraggianti, che ci ricordano e celebrano la tenerezza del Signore, il Suo grande amore per l’uomo, la Sua misericordia per quanti si pentono dei propri peccati, la Sua sollecitudine per coloro che soffrono, la Sua clemenza e la Sua fedeltà.

In particolare oggi ci soffermiamo sul brano sopra riportato, che con parole chiare ed inequivocabili ci indica la strada da percorrere in Quaresima e nello stesso tempo ci infonde coraggio per affrontare gli inevitabili ostacoli che incontreremo su tale strada. All’inizio del brano qualcuno ci chiama figlio. Sembra scontato dire che tutti siamo figli, ma chi è che sta parlando al nostro cuore e ci chiama figlio? Se è vero che questa è Parola di Dio, significa che è Dio a parlare, perciò Colui che ci chiama figlio è Il Padre.

Cari sposi, siamo figli del Padre, ma se Lui è anche il Re dei Re, significa che noi siamo come dei prìncipi e delle principesse, non siamo orfani e catapultati in questo mondo dal caso, siamo figli del Re (grazie al Battesimo), ma sappiamo anche che essere figli di un sovrano ha dei vantaggi ma insieme porta degli oneri e dei doveri a cui non possiamo sottrarci altrimenti non daremmo il giusto onore al Sovrano e perderemmo la dignità di figli. Il libro del Siràcide non ci nasconde difficoltà ed ostacoli, ma ci dà la speranza di non faticare invano, di lottare non per una corona corruttibile, ma per una felicità eterna. Spesso affrontiamo le difficoltà matrimoniali senza questo anelito eterno, perché siamo tutti concentrati su noi stessi e sulle nostre problematiche; non stiamo negando che esistano delle difficoltà anche di grande rilievo e di enorme dolore in tantissime coppie, ma spesso sono problematiche legate alla realtà caduca di questo mondo, e preoccuparcene oltre misura ci fa perdere l’orientamento, ci lascia inchiodati a questo mondo, ci induce piano piano a pensare che tutto si risolva in questo mondo e che non c’è un aldilà.

Mentre la Quaresima, incominciata col rito delle Ceneri, ci impone di alzare lo sguardo, di cambiare un poco prospettiva, ci ricorda che siamo polvere e polvere torneremo, ci ricorda la transitorietà di questa vita, che è importantissima ma dura un soffio rispetto alla vita eterna: immaginate di non dover più pagare le bollette della luce per l’eternità, immaginate di non essere costretti alle interminabili code in auto per tutta l’eternità, immaginate di non pagare più nessun mutuo per la casa per l’eternità, immaginate di non dover fare la spesa perché tanto non si avrà un corpo mortale da nutrire, immaginate di non stancarvi mai per l’eternità, immaginate una vita beata e felice per l’eternità… si fa fatica a pensarci con consapevolezza piena ma il Paradiso che ci attende sarà infinitamente di più di quelle frivolezze che abbiamo appena citato.

Se la vita matrimoniale perde l’afflato eterno perde se stessa.

E chi accusa la Bibbia di essere vecchia e di non parlare all’uomo contemporaneo, avrà da ritrattare leggendo questo brano, quale Dio spende così tante parole per incoraggiare i propri seguaci? Quale Dio usa parole così educative che preparano l’uomo come un educatore che aiuta il bambino a diventare un uomo forte che sa affrontare pericoli ed avversità, e non come un pappamolle? Quale Dio usa parole così compassionevoli e ricche di sentimento? Coraggio sposi, la Quaresima è quel momento propizio per ritrovare il giusto posto di Dio nella nostra vita: il primo.

Giorgio e Valentina.

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Quando il nemico è in casa

Oggi vorrei tornare sul Vangelo di ieri. Perchè questa idea che il nemico non è solo fuori ma spesso è dentro la coppia. L’ho già accennato nell’articolo di ieri ma credo sia importante tornarci sopra perchè è una consapevolezza che dobbiamo cercare di metabolizzare. Nostro marito o nostra moglie a volte si comporta da nemico, ci ferisce, ci fa stare male. A volte invece siamo noi ad essere nemico per l’altro.

Amate i vostri nemici! Questo differenzia noi cristiani dai pagani. Questo differenzia il sacramento del matrimonio da ogni altra unione affettiva. Almeno dovrebbe differenziarci dagli altri. Spesso non è così. Spesso noi cristiani non siamo meglio degli altri. Non dobbiamo cercare nemici lontani. Non dobbiamo pensare a grandi guerre, alla devastazione e alla forza distruttrice degli eserciti. La pace inizia in famiglia. Papa Francesco è chiarissimo su questo punto. Nel 2017 nel discorso preparato per la Giornata della Pace il Papa disse:

Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società

La famiglia e, prima ancora, la coppia di sposi che ne è il nucleo fondante, sono luogo dove incontrare il nemico e dove imparare ad amarlo. Il nemico è il nostro coniuge. Il nemico è l’imperfezione del mio sposo o della mia sposa. Il nemico sono i lati oscuri del suo carattere. Il nemico è la sua parte meno simpatica, la parte che mi provoca sofferenza e disagio. Il nemico sono i suoi peccati, le sue mancanze, le sue omissioni, le sue incapacità di amare, le sue fragilità, le sue parole dure e ingenerose, i suoi umori, i suoi silenzi carichi di rabbia. Ognuno metta il suo nemico. Gesù ci chiede, con la grazia del matrimonio, di amare anche quello che di nostro marito e nostra moglie non è bello e non è cosa buona. Amare al modo di Gesù. Non significa accettare ogni cosa. Significa essere capaci di guardare il nostro coniuge con lo sguardo di Cristo.

Guardarlo con quello sguardo di chi vede attraverso tutte quelle brutte cose e riesce a cogliere, anche in quei momenti, la bellezza della persona che abbiamo accanto. Di chi riesce a cogliere quanto bene ci sia nell’altro anche se non del tutto espresso e manifestato.

Non c’è nulla di più bello e gratificante per una persona di essere guardato così. Ve lo assicuro. Tutte le volte che non sono stato capace di farmi amore per la mia sposa, lei non ha mai smesso di guardarmi con quello sguardo. Mi sono sentito profondamente amato, amato in tutto, anche in quei lati del mio carattere che io stesso non amavo e che preferivo nascondere ai più. Quel suo sguardo d’amore mi ha sostenuto e mi ha dato la forza di combattere. La forza di combattere i miei difetti e i miei peccati per cercare di essere una persona migliore. Non l’ho fatto per me. L’ho fatto per amore e riconoscenza. L’ho fatto per amore di Gesù e per amore della mia sposa, le due persone che più di tutte mi hanno amato sempre, anche nei momenti in cui io stesso faticavo a vedermi amabile. Credo che sia questa la grande forza dell’essere capace di amare i propri nemici. La forza dell’amore che sconfigge le tenebre. L’amore che come un’onda travolge e distrugge tutte le fortezze di male che l’altro si porta dentro.

Antonio e Luisa

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Puntate in Alto

Cari sposi,

            una volta, davanti a un bel cappuccio fumante chiesi ad una coppia di giovani sposi: quando è stata l’ultima volta che hai provato una delusione per il tuo coniuge? Sono seguiti sguardi straniti, leggermente imbarazzati e un certo balbettio nel rispondere. In buona sostanza, ho voluto trasmettere a loro l’importanza di vivere la vita di coppia puntando sempre all’ideale che Cristo ci segnala ma anche con il realismo di chi sa che nella vita di coppia, o prima io oppure tu, ci faremo tanto male.

Proprio così ci sta sussurrando Gesù nel Vangelo. Siamo nell’epilogo del lungo discorso della Montagna. Sapete bene che Gesù – ed è solo Matteo a trasmettercelo così perché egli scrive appositamente per i primi cristiani ebrei – vuole ridare a tutto il Decalogo il suo sapore e gusto originale, senza travisamenti umani. Quindi queste ultime righe hanno un chiaro senso di riepilogo di tutto l’insegnamento. Se è vero che la Legge (di cui appunto il Decalogo fa parte) e i Profeti si riassumono in due grandi verità, che ben conosciamo, allora: che tipo di amore prospetta qui Gesù? Lui punta decisamente in alto, non accetta la mediocrità su cui spesso noi ripieghiamo. Ma sorprende che non lo fa a suon di giudizi moralisti o deontologie perché ciascuna parola è stata fedelmente applicata da Gesù per primo.

Cosicché, sentiamoci tutti implicati in questa sfida. Nessuno di noi, nessuna coppia, nessuna famiglia può sfuggire alla provocazione di amare qualcuno che, in qualche momento, in determinate circostanze, per “x” cause, non merita affatto di essere amato, aiutato, perdonato. Se applicassimo la fredda giustizia, quante volte io, noi, per primi avremmo dovuto essere allontanati, puniti, condannati? L’amore nuziale, essendo di sua natura eco e ripresentazione di questo amore di Cristo per ciascuno di noi, non può che puntare così in Alto. Altrimenti non sarebbe Amore, ma utilitarismo.

È chiaro che saremmo squilibrati se osassimo ambire a un tale livello con le sole nostre forze. Ci hanno già provato in passato i filosofi stoici ma non mi pare che abbiamo avuto grande seguito. Eppure voi coppie, nel momento stesso che ricevete una chiamata ad amare così grande, avete anche Lo Sposo per eccellenza con voi. Chiudo citando per intero un numero della Lettera alle famiglie che San Giovanni Paolo II in cui vi ricorda il grande segreto e la forza speciale che avete per il dono nuziale che è in voi:

In tal modo, cari fratelli e sorelle, sposi e genitori, lo Sposo è con voi. Sapete che Egli è il buon Pastore e ne conoscete la voce. Sapete dove vi conduce, come lotta per procurarvi i pascoli nei quali trovare la vita e trovarla in abbondanza; sapete come affronta i lupi rapaci, pronto sempre a strappare dalle loro fauci le sue pecore: ogni marito e ogni moglie, ogni figlio e ogni figlia, ogni membro delle vostre famiglie. Sapete che Egli, come buon Pastore, è disposto ad offrire la propria vita per il suo gregge (cfr Gv 10, 11). Egli vi conduce per strade che non sono quelle scoscese e insidiose di molte ideologie contemporanee; ripete al mondo di oggi la verità intera, come quando si rivolgeva ai farisei, o l’annunziava agli Apostoli, i quali l’hanno poi predicata nel mondo, proclamandola agli uomini del tempo, ebrei e greci. I discepoli erano ben consapevoli che Cristo aveva tutto rinnovato; che l’uomo era divenuto « nuova creatura »: non più giudeo né greco, non più schiavo né libero, non più uomo né donna, ma « uno » in lui (cfr Gal 3, 28), insignito della dignità di figlio adottivo di Dio. Il giorno della Pentecoste, quest’uomo ha ricevuto lo Spirito Consolatore, lo Spirito di verità; ha avuto così inizio il nuovo Popolo di Dio, la Chiesa, anticipazione di un nuovo cielo e di un nuova terra (cfr Ap 21, 1).

ANTONIO E LUISA

Quanto è vero quello che scrive padre Luca. Luisa mi ha sempre amato e questo è meraviglioso. Perchè io non sono sempre stato meraviglioso. Spesso non lo sono stato. Eppure lei c’è sempre stata. Quanti perdoni, quanta misericordia. Sono stato anche nemico per lei. Succede che le nostre fragilità ci inducono a tirare fuori le nostre parti più spigolose e meno belle. Ecco in quei momenti lei c’è sempre stata. Ha cercato di amarmi anche così e di donarsi per come poteva. Non c’è forza più grande di fare esperienza di un amore così. Il matrimonio è meraviglioso anche per questo. Mi sono sentito amato da lei soprattutto in quei momenti, proprio perchè non meritavo il suo amore. Questo è il modo di amare di Dio e noi dobbiamo almeno provare a fare altrettanto.

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Cristo l’Unico Sposo

Cari sposi,

            di recente ho letto una notizia, di per sé – ahimè – non così rara che menzionava l’ennesimo caso di abbandono sacerdotale per motivazioni affettive. Commentando il caso, l’autore dell’articolo ne approfittava per proseguire con una riflessione sul celibato sacerdotale e arrivando ad affermare, in fin dei conti, che dovrebbe essere una scelta personale invece di un obbligo legato al sacramento dell’Ordine. Tema non nuovo, non fosse altro perché tornato alla ribalta nel Sinodo per l’Amazzonia (2019). Per cui, non sarò io ad avere l’ultima parola in materia ma sono comunque convito che questo argomento in fondo abbia una profonda ricaduta sul matrimonio.

Spesso gli argomenti a favore del prete cosiddetto “uxorato” sono basati su un crudo realismo: non chiunque riesce a vivere la castità. Quindi: libera tutti! Concediamo finalmente il lasciapassare anche a questa esigenza personale. Vedo in tutto ciò un pericolo per lo stesso matrimonio, nonché per il sacerdozio. Su cosa si basa infatti la castità sia sacerdotale che matrimoniale? Qual è la motivazione ultima, ciò che le dà veramente consistenza? Siamo forse casti, preti e sposi, perché lo dice il Vaticano? Dietro alla castità si cela nientemeno che la fede nella Risurrezione. Noi crediamo fermamente che Gesù è vivo, presente in mezzo a noi. Il suo Corpo Glorioso è sì in Cielo ma comunque Egli è tra noi, non solo nell’Eucarestia ma si rende presente in tanti altri modi e Lo possiamo sperimentare personalmente. È a Lui che noi, sposi e preti, diamo la vita. Se mancasse Lui, allora non avrebbe senso il tipo di vita che conduciamo. Noi preti, non sposandoci con una persona concreta, doniamo direttamente la vita a Cristo perché crediamo che Lui, Persona vera e reale, può davvero essere il nostro Tutto, intellettualmente, affettivamente, sessualmente. Voi sposi, unendovi a una persona concreta, vi donate assieme – non più solo singolarmente – a Cristo Vivente e Presente e così rendete presente il Suo amore in tutte le dimensioni della persona. Senza la consapevolezza che Cristo è qui con noi ed è Lui che dà il senso ai nostri sacramenti, la castità sarebbe veramente una castrazione e il matrimonio il “rimedio alla concupiscenza”.

Cari sposi, spero di aver reso più chiara l’idea di come dobbiamo aiutarci a vicenda. Le nostre vocazioni sono speculari: se uno zoppica l’altro cede; se uno corre, l’altro galoppa. Perché chi ci lega è l’Unico e Vero Sposo della nostra vita: Gesù Cristo, che è rimasto qui con noi e cammina a nostro fianco ogni giorno. Lo stare con Lui ci dona gioia e forza, ed è questa certezza il grande regalo che ci facciamo a vicenda, sposi e preti, per perseverare fino a quell’Abbraccio finale con il nostro Amato.

padre Luca Frontali

Salirai anche tu sul Golgota insieme a me.

SIMONA E ANDREA (ABRAMO E SARA)

Domenica 22 Gennaio ho avuto la possibilità di assistere ad un incontro tenuto nella chiesa di sant’Andrea delle fratte, una comunità che ha avuto la grazia di accogliere la mamma del beato Carlo Acutis. Sapete già che io sono devota di Carlo, e molte mie scelte di vita, che alla fine hanno coinvolto anche Andrea, le ho prese stando seduta nella chiesa della spogliazione ad Assisi.

Non è stato un semplice racconto della vita del figlio, ma piuttosto un accorato appello di una madre che esorta i propri figli a tornare al cuore dell’essenza della vita stessa: la preghiera. E’ stata una vera catechesi. Ci ha invitato a curare il dialogo a cuore aperto con Gesù. Come? Sostando davanti ai tabernacoli. Vi racconto le parti della riflessioni della mamma di Carlo che più mi sono rimaste impresse. Ci ho ritrovato alcuni passaggi che secondo me sono perfetti per aiutare le persone ad uscire dai propri sepolcri.

Prendete me ad esempio, come sapete ho impiegato del tempo per uscire dal dolore scaturito dall’impossibilità di avere un figlio biologico. Cosa facevo secondo voi? Piangevo. Perché è un dolore, è un lutto per la coppia. Ero un lamento continuo. Mi lamentavo H24. A Roma si dice che facevo sanguinare le orecchie al mio povero don Francesco per non parlare di mio marito Andrea. Il lamento perpetuo è stato da apripista per l’invidia, l’invidia nel vedere donne che riuscivano in pochissimo tempo dal matrimonio a rimanere incinte. Ripiegarmi sul mio dolore ha generato nel tempo un distacco, prima da Dio, e di conseguenza da Andrea. L’invidia, siatene consapevoli, è dentro di noi, Caino e Abele ce lo ricordano. Ma se ne esce con una sana confessione. A piccoli passi con l’aiuto di Dio tutti noi possiamo risanare noi stessi e i rapporti con chi abbiamo accanto. Provate. Uscite di casa e andate a confessarvi. Se il Padre ci ha concesso degli strumenti per aiutarci utilizziamoli. Sono gratis. Pensate quanto ci ama. Spesso quando mi lamentavo mi veniva risposto: ci sono cose peggiori nella vita. È vero. Questa cosa l’ho sperimentata e capita nel tempo. Prendiamo la mamma di Carlo. Le è morto un figlio nella maniera più dolorosa, perché la leucemia di grado M3 è dolorosa. Carlo è morto affrontando dei dolori fortissimi. Ecco. Mettete in relazione il dolore di Carlo, o anche uno dei vostri dolori, corporei o spirituali, con il dolore di un chiodo che viene martellato con forza nel corpo di Gesù. Chi sono io per lamentarmi H24 di una qualsiasi cosa che magari non mi è accaduta nella vita? Come posso rimanere nel mio divano di casa a piangere più del dovuto, quando ho ancora una vita che mi è stata data in dono? O magari mi nascondo dietro la mia pigrizia che si allea con la depressione per farmi vedere solo la parte negativa della mia vita?

Ecco perché la mamma di Carlo esorta a tornare in chiesa. Solo imparando a sostare davanti all’Altissimo si può crescere e guarire le nostre ferite. Partecipate alla Santa Messa. Nel suo discorso spiegava bene anche questo. Diceva che ovviamente nei nostri tempi moderni i sacrifici che ci chiede la Madonna, durante le apparizioni, sono proprio questi, sforzarci di essere presenti in chiesa. Sacrificarsi come Gesù che ha dato la vita per noi. Si è sacrificato per mantenere le sue promesse con noi. Ci aveva promesso che sarebbe stato sempre con noi, e la sua promessa l’ha mantenuta. Dove sta? Nel Tabernacolo. E ci sta aspettando.

Se ci pensate bene, per una coppia di sposi che è in perenne attesa di un figlio biologico, quel vuoto che uno prova è, al pari del Tabernacolo che è lì, nell’attesa che arrivi qualcuno a sostare in preghiera. Il grembo è paragonabile al Tabernacolo perché ci sono gravidanze che non sai mai quanto durano, un po’ come il tempo che dedichiamo in sosta in preghiera. È un miracolo di gioia arrivare ai nove mesi, un po’ come si sussulta di gioia quando vedi entrare i gruppi giovanili per l ‘adorazione per non parlare di famiglie al completo. Domenica la chiesa era piena anche di neo mamme, nonostante il freddo. Ed è stato bello. Viviamo una vita frenetica è vero, si corre sempre. Ad alcuni amici certe volte dico di farsi un planning che possa aiutarli nella preghiera. Deve esistere un giusto equilibrio tra la vita umana e spirituale. L’ascolto della testimonianza ci ha ispirato un nuovo progetto, sarà una bella sfida per il tempo della Quaresima, si chiama “40 giorni 40 tabernacoli”.

MARIANNA ED EMANUELE (UN CORPO MI HAI DATO)

La riflessione di Simona ed Andrea ci ha provocato alcuni pensieri che vorremmo condividere con tutti voi.

Tabernacolo. Il tabernacolo è grembo dell’Eucarestia, grembo della Vita, grembo dell’Umanità. Sempre gravido di amore per noi, pieno del desiderio di incontrarci. Sì a volte l’incontro non è come ce lo aspettiamo e, in fondo, forse, è molto di più. Davanti a quell’ostia consacrata impariamo il gusto profondo dell’attesa. Nel silenzio assordante che spazza via la frenesia delle nostre giornate, incontriamo, spogliati di tutto, la nostra nudità. E nella nudità facciamo spazio, lasciamo che il nostro cuore possa animarsi, palpitare di vita, battere al ritmo del cuore di Gesù. Un ritmo impercettibile inizialmente, uno sfarfallio, del tutto simile a quello che nell’utero ci rivela la presenza reale di una piccola creatura che sta crescendo. Una dolce presenza, annidata segretamente sotto la pelle, sotto la superficie. Noi mamme ci raggomitoliamo attorno a questa meraviglia, “ci sei davvero, allora” esclamiamo dentro, protendendoci per ascoltare nel profondo la rivelazione della vita.
Ci sei. E chi sei piccolo mio? Che odore avrai? Cosa è scritto nel tuo cuore? Quale sarà la tua missione? Leggo nelle trame nascoste del tuo arrivo una storia fatta di eternità, una storia che non si legge a parole, con la testa, con la logica. Una storia che si vive, che porta speranza, feconda oltre me. Io e te. Una cosa sola, eppure due. Tu sei stato fecondo oltre me. Mi hai insegnato che tutto è dono, lo sei stato tu con la tua silenziosa presenza che ha scardinato la mia vita e quella di papà. Lo sono stata io, o meglio ho imparato ad esserlo totalmente, per accoglierti, per fare spazio al tuo progetto. Il Suo sogno su di te, su di noi. Tu hai provocato noi, ci hai spinto avanti nella nostra vocazione di sposi. Una chiamata alla fecondità oltre noi, oltre il nostro limitato spazio. Tu hai trasfigurato il mio grembo da tomba di morte a sepolcro della risurrezione.. e non è questo forse il Tabernacolo? Un pezzo di pane, nascosto nel silenzio, per il mondo morto.. ma per l’anima vivo e traboccante di Grazia.

Il sacramento ci rende padri e madri diversi

Recentemente ho letto diversi articoli interessanti sul blog, rivolti ai fidanzati (Antonio e Luisa), sulla paternità e maternità (Simona e Andrea) e sulla 45° giornata per la vita (by Cercatori di bellezza): innanzitutto grazie! Mi accodo anch’io alla tematica con questa domanda:

Che differenza c’è tra padre e madre sposati civilmente e padre e madre sposati in chiesa?

La domanda può sembrare priva di senso, perché molti pensano che in entrambi i casi siano padri e madri; quindi alla fine la differenza riguarderebbe solo l’educazione religiosa, cioè essenzialmente, le preghiere, il catechismo e i sacramenti. In realtà le cose sono completamente diverse, perché c’è un Sacramento che ha unito gli sposi e che dovrebbe fare la differenza: dico dovrebbe perché in molti casi non ci sono né la formazione, né la consapevolezza. Ammetto che anch’io, un po’ di anni fa, non sarei stato in grado di fornire una risposta corretta e solo grazie a don Renzo Bonetti e a fratelli e sorelle della Fraternità che camminano con me, ho imparato qualcosa. Innanzitutto il dono dello Spirito Santo è come se ci facesse vedere la realtà e le cose con delle lenti particolari, cioè permette ai genitori di riconoscere di chi sono i figli: già questo cambia completamente la prospettiva. Il papà e la mamma collaborano con Dio per creare Suoi figli, mettendo ovviamente a disposizione i propri corpi, ma l’anima viene da Dio: pertanto i figli non sono nostri, ma di Dio. Chi è sposato civilmente invece li ritiene suoi figli, anche se magari li fa battezzare. Quest’aspetto si riflette su tutta la loro educazione, in quanto i genitori cristiani sono solo strumenti che devono riflettere l’amore di Dio: alle figlie insegno che hanno dei genitori che le amano come possono, ma anche che hanno un Padre che le ha amate molto di più e addirittura prima di creare le stelle. Nelle scelte importanti, come recentemente la scuola superiore per la più piccola, faccio la mia parte, ma poi affido tutto a Lui, che sa guidare i cuori e nell’intimo suggerisce la strada giusta, se sappiamo ascoltare. Anche nelle discussioni, prima ero molto più duro e intransigente, ma ho notato che, specialmente nel periodo dell’adolescenza, alzare la voce, mettere in punizione e sequestrare il cellulare, non serve a niente: ora ho un approccio diverso, che punta sulle loro capacità interiori e spirituali. Ad esempio l’altro giorno, in seguito ad un comportamento sbagliato, ho detto: Ti sei comportata male, hai fatto una cosa che mi dispiace, ma so che, se vuoi, puoi rimediare e fare molto di più. Per due giorni non ci siamo parlati e nel frattempo pregavo per lei: poi mi è arrivato un suo messaggio in cui aveva preso consapevolezza del suo comportamento e mi chiedeva scusa; io pieno di gioia, le ho risposto che le voglio più bene di prima.

La consapevolezza che i figli non sono miei, mi permette di aprirmi verso tutti gli altri figli di Dio, cioè con tutti gli altri bambini/ragazzi che incontro, a cominciare dai vicini di casa e da quelli del catechismo: mi preoccupo per loro, la loro salute mi sta a cuore, non passo oltre se vedo una difficoltà e se posso fare qualcosa. A volte basta davvero poco, un sorriso, un complimento, un momento di gioco insieme, un incoraggiamento o un regalino ogni tanto. Forse la cosa più importante è che il nome dei figli è scritto in cielo: quindi, qualsiasi cosa succeda su questa terra, loro sono già immortali e questo mi dà tanta pace e mi scarica da preoccupazioni eccessive. Ai ragazzi del catechismo l’ho detto più volte: “Iron man e Hulk sono supereroi molto forti, ma non hanno l’immortalità come avete voi e che alla fine è quello che conta di più”.

Il tempo scorre veloce e presto le nostre figlie saranno adulte, prenderanno le loro strade nella vita e so che, anche se andranno lontano e mi mancheranno, il mio compito era di prepararle a questo e che è giusto così. Paternità e maternità vanno infatti molto oltre la biologia: non a caso si chiamano “Padre” e “Madre” rispettivamente sacerdoti e suore, anche perché altrimenti la possibilità di generare figli sarebbe legata solo ad un intervallo temporale o solo alla capacità procreativa (che a volte può non esserci). Gli sposi, se vogliono, possono essere genitori di tantissimi figli, non meno amati perché non provengono dalla propria carne. Io credo che queste cose andrebbero gridate ai giovani, specialmente a quelli che si preparano a ricevere il Sacramento del matrimonio: probabilmente ignorano (perché nessuno gliel’ha detto) cosa vuol dire Paternità e Maternità in collaborazione con Gesù e che, con il dono dello Spirito Santo, è tutta un’altra cosa!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Come le mongolfiere!

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!

Non è la prima volta che Gesù ci mette in guardia sulla brevità e transitorietà di questa vita. Effettivamente il problema della morte è stato affrontato da tutti gli uomini in tutte le epoche, in tutte le culture, e le risposte sono molteplici; ai nostri giorni, il mondo occidentale, sembra essersi accorto di non avere una risposta convincente, ed allora ha deciso di anestetizzare il pensiero della morte con trucchi di vario tipo, che fondamentalmente vogliono riempire il “buco” creato dalla mancanza di questa risposta.

Sposi, genitori, nonni…… stiamo in campana….. quando il mondo ci vuole riempire con cose, impegni, affetti, interessi che sollazzano i nostri sensi, fermiamoci un attimo a riflettere se ci aiutano ad avvicinarci a Dio oppure sono ostacoli…. e poi prendiamo le nostre decisioni…. vi possiamo testimoniare che noi, Giorgio e Valentina, da quando abbiamo cominciato ci siamo alleggeriti parecchio. Noi sposi dovremmo essere come delle mongolfiere…. non nel senso della forma esterna, ma nella sostanza… e cioè : per poter volare in alto dobbiamo alleggerirci della zavorra che ci vuole tenere giù…. ma il nostro cuore, la nostra anima è fatta per volare in Alto.

Il Vangelo che abbiamo scelto ci invita a stare pronti con le vesti strette ai fianchi…… che significa? I servi quando lavorano, quando sono indaffarati nelle varie faccende domestiche necessitano di vesti che non ingombrino i loro movimenti che altrimenti risulterebbero goffi ed impacciati. Anche noi sposi dobbiamo quindi farci trovare così, e cioè non farci trovare impreparati al momento della morte, ma pronti con le vesti della quotidianità resa straordinaria dall’amore. In un dialogo di tempo fa, per spiegare questo atteggiamento ad una mamma, usammo l’immagine dei piatti sporchi o della lavatrice…… cioé? chiese lei….. Se il tuo cuore non ha la zavorra delle cose mondane, può riuscire a scorgere la presenza di Cristo anche nel lavare i piatti , nel caricare l’ennesima lavatrice, nel cucinare la cena giorno dopo giorno…. significa che la mia conversione quotidiana passa anche (ma non solo) attraverso questi gesti GRATUITI di amore.

E’ l’impegno quotidiano nel vivere la santità del matrimonio! E le lampade accese servono per vedere nell’oscurità della notte. Eh…… già, cari sposi, per riuscire a scorgere la direzione del nostro cammino in mezzo all’oscurità di questo mondo (che è zavorra), dobbiamo avere le lampade accese. La nostra lampada prende luce da diverse fonti che Dio ci ha messo a disposizione: la Parola di Dio, la preghiera, l’Eucarestia, la vita sacramentale attiva, il digiuno, la mortificazione, l’esempio dei santi, le prediche accorate di tanti bravi sacerdoti, momenti di catechesi, e altro ancora.

Tutti sulla mongolfiera! Vi assicuriamo che il panorama da lassù è mozzafiato….. basta alleggerire la mongolfiera del nostro matrimonio dalla zavorra con cui il mondo vuole appesantire il nostro viaggio….. Prendiamo insieme il volo!

Coraggio sposi….. sentiamo già una fresca e lieve brezza.

Giorgio e Valentina.

Le mie tre croci

Cari sposi, eccoci con un nuovo articolo sul blog. Un articolo che è testimonianza di come Dio ha operato nella nostra vita. Dio ci parla sempre attraverso la sua Parola. Per introdurre questo articolo vorrei partire proprio da quanto la Parola mi ha insegnato: Il deserto fiorirà  (Isaia 35,1-10). Nell’articolo di oggi cercherò di raccontare come Gesù ha trasformato il mio deserto in terreno fertile. Esattamente come raccontato nei due episodi evangelici: il miracolo delle nozze di Cana, dove Gesù ha trasformato l’acqua in buon vino e il miracolo dei pani e dei pesci.

Come ho già avuto modo di raccontare nel precedente articolo, sono stati importantissimi nella mia vita i corsi ad Assisi con padre Giovanni. Il mio cammino mi ha permesso di staccarmi emotivamente dalla dipendenza da mio padre, mi sono desatellizzata. Ciò mi ha cambiato e reso più forte ed è migliorato il rapporto con mio padre. Sono guarite alcune ferite. Siamo diventati due adulti. Anche mio marito è desatelizzato, grazie anche a una madre saggia che, nonostante fosse vedova, ha sempre lasciato libero il figlio ed ora mi ha accolto e mi vuole tanto bene.

Mio marito, quando era single, ha fatto corsi specifici con Mistero Grande di don Renzo Bonetti. Io ad Assisi e lui con Don Renzo.  Anche questa è stata per noi una Dioincidenza, infatti queste due realtà collaborano tra loro e ci siamo trovati molto negli insegnamenti che abbiamo ricevuto. Inoltre ho imparato e visto con mano nella mia vita che l’ultima parola ce l’ha sempre Dio, grazie a Dio! Vi racconto ora le mie tre croci, quelle a cui pensavo di restare inchiodata per sempre e invece tutte e tre le volte, che sono stata male/bloccata, Dio mi ha fatto Risorgere come mai avrei pensato!

Prima croce: sono stata male di salute per un mese e, nel periodo di riposo, ne ho approfittato per partecipare al ritirone dei 10 comandamenti con don Fabio Rosini. Mi ricordo che nella chiesa di San Marco Evangelista a Roma, quando don Fabio ha letto e commentato il Vangelo di Giovanni dicendo vuoi guarire, io ero seduta in fondo alla chiesa e volevo alzarmi e urlare siii! L’ho urlato dentro di me. Tornata a casa sono stata meglio e ho ripreso il lavoro. Quella fermata della vita mi  ha insegnato a vivere al meglio il presente e non aspettare il futuro, perché  è il presente che conta, è il presente che fa il futuro e non viceversa. L’anno successivo ho avuto il mio primo fidanzato; Come ho scritto nel precedente articolo è finita ma le esperienze della vita mi hanno dato la forza di lasciare la casa dei miei genitori e di andare a vivere da sola.

Seconda croce: finita la mia seconda relazione affettiva sono stata tanto male. Ero caduta in depressione. Pensavo di aver fallito la mia vita e la mia vocazione. Invece il tempo di riprendermi almeno un po’ e dopo tre mesi Dio mi ha mandata in un’altra città per lavoro,  a diversi km dai miei. Una nuova sfida che mi ha permesso di riprendermi la vita e darmi una nuova carica. Dopo un inizio entusiasmante, ho però visto la fatica di ripartire da zero nelle relazioni. Ciò mi ha fatto venire dei dubbi. Ho cominciato a credere che quella scelta non fosse secondo la volontà di Dio ma fosse solo mia.  Grazie al mio padre spirituale e alle letture di libri e della Bibbia ho capito che Dio ha sempre un piano per ciascuno di noi, anche se noi non lo capiamo quando le cose non vanno come vorremmo. E così ho accettato il deserto e sono diventata pienamente donna! E nel deserto ho sperato contro ogni speranza come AbramoEgli ebbe fede sperando contro ogni speranza. Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato come giustizia, ma anche per noi, ai quali sarà egualmente accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. ((Rm 4,18-25)

Terza croce: durante la mia terza relazione e una volta finita sono stata malissimisssimoooo. Sono finita anche in ospedale e a un certo punto ho creduto di restarci. Invece nel male di quel periodo ho incontrato Dio Padre, che è Amore e Misericordia. Step by step sono Rinata per la terza volta e l’anno dopo ho finalmente incontrato quello che poi è diventato mio marito.

Tutto questo per dirvi di non abbattervi. La vita non è mai sempre in salita, non è mai sempre nella luce, a volte sembra che ci si perda e non si sappia cosa fare. Una cosa però è certa che se ci affidiamo a Dio anche nelle difficoltà sapremo risorgere più belli e forti di prima. Coragigio prendete la vostra vita e fatene un capolavoro.

Mio marito ed io abitiamo nel nord Italia. Se volete contattarmi, mi trovate su facebook Paola Bt. Grazie e a presto! Buon Cammino e un abbraccio fraterno a tutti

Amore o non amore!?…Grazie!

Ah l’amore! Domani è San Valentino!

Il giorno degli innamorati, il giorno in cui si celebra l’amore. Il giorno in cui un mazzo di rose o una cena fuori o un cioccolatino lo si riceve o lo si regala. Il giorno in cui un’attenzione in più tra le mura domestiche ti raggiunge, il giorno in cui anche solo con un abbraccio o un bacio provi ad amare e ti lasci amare.

Grazie! Perché anche se è una festa dettata un po’ dal consumismo, san Valentino celebra l’amore!

Grazie perché una volta all’anno sul calendario troviamo segnato un cuore che ci ricorda di amare.

Ora svoltiamo: se lo guardiamo dall’altro lato della medaglia, dal lato, credo, della maggioranza delle persone, san Valentino è una festa tutt’altro che bella. Chi perché l’amore fatica a incontrarlo e si ritrova a vivere il giorno degli innamorati, volendo amare, ma senza avere una persona accanto da amare. Chi con l’amore si è ferito e non ci crede più, e non si mette in gioco più, e non gli apre più la porta del cuore. Chi “con l’amore ha già dato”: con una storia lunga, un matrimonio, una convivenza e ora vive con l’indifferenza all’amore, come se si potesse vivere senza amore.

Eh già! L’amore, è la cosa più bella di tutte, eppure anch’esso ci mette in disaccordo, ci fa schierare fra gli amanti e i non amanti. Fra i pro amore e i non amore.

Eh già! L’amore, il sentimento più forte che fa smuovere le montagne, che ti rialza dalla morte, che ti trasforma e ti rende folle nel periodo dell’innamoramento, che ti chiama a donare tutto di te, che ti chiama a generare vita, è anche quello che se non lo si sa usare ti butta nella fossa.

Quante coppie spaccate, quanti divorzi, quante convivenze che dopo saltano, quanti matrimoni che magari dopo molti anni finiscono. È questo il risultato dell’amore?

No! Come può succedere? Come si può cambiare schieramento? Come si può passare dal vedere il bello del vivere l’amore, al vivere la rassegnazione o l’odio o l’indifferenza?

Tutto quel che si rompe non ha origine nell’amore! Perché l’amore è vita, è dono.

Il problema è che bisogna ogni giorno interrogarsi e cercare la bellezza dell’amore!

Stolto chi pensa di saper amare, di saper cos’è l’amore. Perché l’amore è qualcosa di infinito più grande di noi, pertanto irraggiungibile, ma che dobbiamo provare a vivere con tutte le nostre forze.

Oggi è la vigilia di san Valentino, la vigilia del giorno di chi è innamorato, di chi si ama, eppure non troviamo facilmente chi ci spiega come vivere l’amore! L’amore quello vero, quello per sempre, quello che si fa spreco e dono gratuito. L’amore che si lascia lavare i piedi, servire e che ti cambia il cuore.

Che poi, come diceva un frate amico, l’amore o è vero o non lo si può chiamare amore. Lo chiameremo vogliamoci bene, vogliamoci tanto tantissimo bene, ma non amore.

Oggi vogliamo incoraggiarci tutti a risvegliare l’appetito dell’amore! Tutti! Chi si è da poco innamorato, chi è sposato da cinque, dieci o quarant’anni di matrimonio, chi è stato appena lasciato, chi lo cerca senza trovarlo, chi continua sempre a fallire. Tutti!

Diceva Chiara Corbella: “L’Amore è il centro della nostra vita, perché nasciamo da un atto d’amore, viviamo per amare e per essere amati, e moriamo per conoscere l’amore vero di Dio”.

Quante volte ripetiamo questa frase! Quanto ci piace!

L’amore è il centro della nostra vita! Non possiamo stare senza! Coraggio! Senza amore non si può vivere!

Perché il contrario dell’amore è il possesso, è la morte.

Il significato della parola amore è “senza morte”.

Allora la bellezza della parola amore è andare oltre la morte, è la vita, è dare la vita. Amare è far trionfare sempre per sua natura la vita sulla morte, il bene sul male. Bellissimo!

Certo poi la parola amore racchiude in sé anche le sue forme di Eros, Agape e Philia. Termini che descrivono l’amore secondo caratteristiche che predominano l’una sull’altra come attrazione, bisogno, condivisione, donazione perché L’Amore non è solo quello sponsale o più superficialmente genitale, ma racchiude in sé anche una relazione genitoriale, materna e paterna, filiale, fraterna, amicale, filantropica…

Che cosa grande l’amore!

L’amore è insito in ogni uomo e donna. Fin dalla nascita siamo spinti ad andare l’uno verso l’altro, ad entrare in dialogo, ad interagire.

L’amore è insito in noi dalla creazione nostra e del mondo. C’è qualcuno che con un atto di amore ci ha generato, c’è qualcuno che con un atto di amore ci ha portato in grembo, ci ha voluto, custodito, desiderato, accolto, dato alla luce.

E c’è qualcuno più grande ancora che ci ha chiamato alla vita con il soffio dello Spirito, e ci ha dato le istruzioni per vivere la nostra vita: amarci! (rileggiti Genesi 2)

Va bene, forse la stiamo facendo lunga.. avremmo pagine di appunti e spunti che vorremmo condividere.

Diamo un colpo di forbice e vi diciamo: oggi, domani, sempre, accogliti/accorgiti di quanto sei amato!

Domani dovete amare la vostra vita!

Mettere i piedi giù dal letto e dire: grazie!

Grazie perché mi ami, grazie perché sono in piedi, sveglio, grazie perché magari vado al lavoro, ho una moglie, ho dei figli. Grazie perché ho fatto colazione.

Grazie per il sole e questa Alba splendida, grazie per il freddo e l’alternarsi delle stagioni. Per tutta questa grande ricchezza.

Solo riconoscendosi figli amati dal Padre e da chi abbiamo attorno possiamo amare dello stesso amore che ci è dato.

Cosa aspetti a dire il tuo grazie?

Buona festa di san Valentino, buona festa degli innamorati! Aggiungiamo noi buona festa dell’amore!

Non si esaurisca a domani però la gratitudine di essere figli amati, ma da domani viviamo ogni giorno amando e lasciandoci amare.

Solo nell’amore troviamo la nostra vocazione vitale per affrontare ogni giorno, sia che siamo sposi, single, sacerdoti, religiosi, vedovi o divorziati.

Concludiamo con un breve monito di Papa Benedetto XVI, che in poche righe esprime quanto detto fino a qui, ricordandoci qual è il vero e unico senso della nostra chiamata alla vita:

“Fa sì che l’amore unificante sia la tua misura, l’amore durevole la tua sfida, l’amore che si dona la tua missione”

 (Papa Benedetto XVI)


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