A volte ci allontaniamo per piccoli errori ripetuti

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa abbiamo scritto un libro su questo meravioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perchè sono parole troppo belle che offrono davvero una prospettiva importante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna.

Non incoraggiarlo/la mai. Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei/lui. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro/a e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro/a non lo/la fa sentire amato/a. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarlo/la in tutti i modi. Si, l’altro/a mi piace, ma sarebbe meglio se fosse un po’ diverso/a, se cambiasse quell’atteggiamento che proprio non mi piace, se non continuasse a pensare in un certo modo. Insomma se fosse come dico io. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo ha dei difetti. Non basta! Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro/a si sentirà giudicato/a, non amato/a, attaccato/a, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui/lei. Solo accogliendolo/a nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarlo/a l’amato/a sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati/e. Insistere per cambiarlo/a è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non dire mai quanto è bello/a e bravo/a. Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno all’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Bastonatelo/a ogni volta che sbaglia. Nella nostra relazione gli errori dell’altro/a ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo lui/lei. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro/a avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto/a. Per fortuna che non è perfetto/a. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore se te lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

Zero Passi – La nostra esperienza in casa famiglia

Oggi abbiamo pensato di rispondere a delle domande che ci sono arrivate in questo periodo riguardanti i nostri giovani e l’ esperienza che abbiamo avuto nelle case famiglia Simpatia e L’ albero. Spesso ci scrivete che provate una sana invidia verso di noi, perché abbiamo trovato la nostra strada o comunque la nostra vocazione specifica all’interno del matrimonio. Beh indubbiamente arrivare dove siamo arrivati non è stata certo una passeggiata romantica al chiaro di luna, ci sono stati giorni di estrema sofferenza, quella che ti toglie anche l’aria da respirare.

Noi, prima ancora di sposarci quando eravamo fidanzati, già avevamo in mente l’idea di avere un figlio nostro e uno adottato o in affidamento, quindi è stato un passo quasi naturale per noi giungere in casa famiglia Simpatia, una casa di accoglienza per ragazzi qui di Roma. L’esperienza in casa famiglia, c’è da premettere, è un’esperienza a cui si deve arrivare ben consapevoli che il ragazzo o la ragazza che vi verrà affidato ha la propria storia personale. Probabilmente ha anche qualche parente prossimo con cui imparare a relazionarsi e, ricordate sempre, che la famiglia originaria va sempre rispettata. Si diventa un faro per l’intero nucleo familiare e non solo per il ragazzo.

La nostra avventura è iniziata quattro anni fa, ed è stata una strada veramente in salita. Per iniziare ci è stata affidata una femmina, mentre io prediligo i maschi. A differenza di mio marito non avevo nulla in comune con questa ragazza, neanche una serie su Netflix. Questa ragazza si chiama Alice ed è arrivata da noi dopo un iter lungo con lo psicologo della casa famiglia che ci ha seguito per affidarci il ragazzo più adatto. Alice entrò nelle nostre vite come un temporale estivo, inaspettatamente. Mi sono sempre chiesta, anche scherzando con lo psicologo, come mai dopo tutte quelle sedute alla fine ci era stata assegnata proprio colei che dista anni luce caratterialmente da me. Io e lei siamo come il giorno e la notte, nel vero senso della parola. Lei, come buona parte dei giovani, tende a vivere la notte a rimanere sveglia, e io invece ovviamente la notte ad una certa ora mi addormento.

È stato faticoso entrare in relazione con lei, non solo per le sue ferite da sanare, ma perchè abbiamo dovuto entrare in relazione anche con la madre, figura che giustamente vedeva, almeno all’inizio, me e Andrea come un pericolo, come qualcuno che voleva rubare l’amore della figlia. Non è stato così, anzi il nostro ruolo primario è stato quello di creare un legame sano fra di madre e figlia. Quello di aprire entrambe alla bellezza della vita comunitaria.

Sono stati anni particolari, c’è stata la pandemia che ha reso ancora più difficile l’instaurarsi di un legame. Per la sicurezza e i protocolli sanitari ovviamente noi non potevamo accedere in casa famiglia quindi avevamo come unico mezzo, per stare accanto ad Alice, il telefono. Grazie a lei abbiamo scoperto ancora di più che non è scontato nella vita avere qualcuno che ti scrive un banale buongiorno o semplicemente ti dice buongiorno o ti chiede come stai. Spesso e volentieri c’è chi ha queste fortune e non se ne rende neanche conto. Frequentare la casa famiglia ti porta ancora di più alla consapevolezza che un figlio è un dono da condividere e accompagnare, non da considerare come una proprietà privata. Noi in questo momento stiamo accompagnando Alice nel suo percorso di autonomia, dove rimani a zero passi da lei, quel giusto spazio per tenderle la mano se ne avrà bisogno. Come quando si attraversa un fiume e bisogna camminare sui sassi per giungere all’altra sponda.

Entrare in relazione con i giovani, noi personalmente nel nostro cuore non sentiamo la differenza tra Alice e gli altri ragazzi dell’oratorio, è qualcosa di unico, che non ha prezzo, è la cosa più bella che ci poteva capitare, quindi osate anche voi e non abbiate paura o timore. Alcune volte è vero che ci sono giornate in cui ti senti di aver parlato al vento, giorni in cui ci saranno quei contrasti in cui fai fatica a non pensare ma chi me l ha fatto fare, giorni in cui prepari la tavola e spariscono senza neanche avvisare, giorni in cui ti scrive vi devo parlare è successa una cosa, giorni in cui dovrai mettergli in tasca quel ritaglio di sole nei momenti di tristezza per quel fidanzato idolatrato che ( fortunatamente) l’ha lasciata.

I giovani hanno bisogno di coppie come punti di riferimento per la vita. Hanno bisogno di qualcuno che sia lì ad ascoltare i loro sogni, i loro dubbi, di condividere insieme una semplice pizza margherita. Fatevi avanti e se ne avete voglia vi aspettiamo il prossimo anno in vacanza con noi. A presto!

Vi aspettiamo se volete sul nostro canale Telegram, la pagina Facebook Abramo e Sara e a grande richiesta si è aggiunto il canale WhatsApp.

Simona e Andrea

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Maria regina della famiglia ci ha condotto a ritrovarci

Come sapete Barbara ed io ci occupiamo di aiutare fratel Biagio nella gestione della sua missione. Questo ci ha però causato problemi nel tempo. Problemi di coppia, troppe cose da fare in missione tanto da non riuscire mai a trovare il tempo per noi. Tanta stanchezza e spesso anche conflitto tra noi. Parlando con un amico, Antonio con cui collaboro per il blog matrimoniocristiano.org, mi ha proposto di partecipare con Barbara, ad un week end organizzato da Intercomunione delle famiglie con un interessante titolo: Come Sigillo sul Cuore… Un cammino nelle profondità della nostra chiamata all’amore sponsale. Non sapevamo se potevamo partecipare, lasciare il nostro impegno quotidiano, come già scritto siamo due missionari laici, per la Comunità di Speranza e Carità di Palermo che accoglie 600 persone in difficoltà, ma alla fine il buon Dio e il nostro desiderio di metterci in discussione ha prevalso e siamo partiti alla volta di Angolo Terme in provincia di Brescia, dove si teneva il mini-corso.

Arrivato il giorno dell’inizio del seminario, siamo partiti con l’areo da Palermo e siamo arrivati a Bergamo dove abbiamo trovato ad attenderci Antonio, che aveva incastrato tutti in vari impegni per venirci a prendere. Poco dopo in auto siamo andati a prendere la moglie di Antonio, Luisa, e poi insieme ci hanno portato a Ghiaia di Bonate dove nel 1944 ci sono state le apparizioni di Maria Regina della Famiglia. Lì siamo rimasti molto colpiti, un brivido è corso sulle nostre schiene, perché, una volta entrati in questo piccolo luogo di preghiera, nella raccolta cappella vi è un quadro della Madonna molto particolare e ispirato. Maria Regina dal volto sorridente e con la corona in testa, tiene nelle sue mani, chiuse sul proprio petto in modo amorevole, due colombe nere. Antonio e Luisa ci spiegano che le due colombe che guardano in due direzioni opposte, sono il simbolo del conflitto tra sposi, esse però rimangono buone e in pace tra le mani sante di Maria, davanti la corona del rosario che pende dal braccio della Madonna. Tutto in intorno al quadro, dove è raffigurata la Madonna, dei raggi avvolgenti che ci fanno avvertire la presenza di Dio che abbraccia tutti noi e ci protegge, se abbiamo l’umiltà di affidarci a Lui.

Una gioia grande è corsa nei nostri cuori alla vista di questa immagine della Madonna, abbiamo sentito tutto il suo amore per noi, che veglia sul nostro matrimonio. Al nostro matrimonio, sei anni fa, avevamo regalato a tutti i nostri invitati un santo rosario, perché sapevamo che pregare Maria ci aveva unito per donare le nostre vite totalmente ai poveri. La gioia continuava ad essere nei nostri cuori mentre scoprivamo e visitavamo questa cappella, dove vi è un bel quadro della Sacra Famiglia e tanti ex voto di miracoli ricevuti da tanti fedeli che hanno invocato Maria Regina della Famiglia. Antonio e Luisa ci hanno provvidenzialmente chiesto di pregare il santo rosario e tutti insieme lo abbiamo recitato. A seguire ci hanno offerto il pranzo e poi ci hanno fatto conoscere la loro bella famiglia, insomma possiamo dire che ci hanno avvolti nella loro accoglienza amorevole.
La sera abbiamo cominciato a partecipare al mini-corso tenuto dall’equipe di Intercomunione delle famiglie. Da subito si è capito che ci avrebbe fatto molto bene perché le loro erano testimonianze vere che raccontavo le reali difficoltà di ogni coppia di sposi cristiani che decidono di mettersi completamente nelle mani di Dio. E’ diventato subito chiaro che il dialogo, il rapporto con la sessualità erano nodi su cui si intrecciano tutte le famiglie. Luisa, che è ginecologa, ha raccontato alcune semplici dinamiche e nozioni fisiologiche. Ha trattato del desiderio e di come questo sia maggiore per gli uomini per una questione ormonale, di come spesso ci si approcci in modo sbrigativo all’intimità anche nel matrimonio senza imparare a corteggiarsi e a vivere il rapporto in modo graduale come necessitano le donne per arrivare all’eccitazione. Luisa, avendo raccolto tantissima esperienza con le sue pazienti, ci ha raccontato una dinamica molto importante. Quando la donna entra in menopausa si apre una nuova sfida per i due coniugi. Il desiderio sessuale della donna cade a picco. Luisa da un consiglio alle pazienti e indirettamente ai loro mariti: di vivere quella nuova situazione come un invito a corteggiarsi di più. Affinchè il desiderio relazionale possa compensare la mancanza di desiderio ormonale. Tante le perle di saggezza cristiana ed esperienziali che ci hanno donato in questo corso, anche perché nessuno di noi ha avuto un’educazione sessuale né dai genitori, né a scuola, nessuno ci ha insegnato ad essere sposi cristiani. Momenti importanti sono state la Messa, e in particolare un’adorazione eucaristica, a cui il sacerdote, Padre Luca, ha voluto regalarci un momento speciale. Ad ogni coppia di sposi che era inginocchiata, a turno, davanti l’altare, si è messo in mezzo coprendoci con un manto e donandoci parole ispirate dallo spirito santo. Tornati a casa abbiamo fatto nostri i consigli del seminario. Io ho ripreso a corteggiare mia moglie, ad essere più gentile e proprio questa domenica abbiamo recuperato i nostri spazi. Ogni giorno dobbiamo amarci e venirci incontro l’uno con l’altro, con l’ausilio fondamentale di Maria Regina della Famiglia, così resisteremo a tutti gli attacchi del demonio e alle tentazioni per dividerci.
Riccardo Rossi  

Il matrimonio sia tenuto in onore in tutte le cose. E il talamo sia incontaminato.

Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12, 24-26)


Era esattamente l’11 settembre 2021, avremmo dovuto presenziare a questo corso che dava il “tutto esaurito”, mentre all’epoca il buon Dio ci volle a dare testimonianza di Sè durante il pellegrinaggio Famiglie della Liguria. Da questa Parola di verità partiva il nostro ringraziamento a Dio, versetto nel quale facevamo memoria di quanto Dio ci avesse voluto bene e di come desse misteriosamente senso alle nostre giornate.


Ad un anno di distanza e con 3 figli piccoli al seguito, sempre più stanchi rispetto all’anno scorso, quantomai assetati di bere alla Fonte d’Acqua Viva, il Signore ci ha fatto la grazia di richiamarci sul Tabor e partecipare a questa edizione di “Come sigillo sul cuore” per darci ulteriore prova della Sua fedeltà. Mio marito ed io siamo differenti, per lui le cose vanno bene in fin dei conti, lui pensa che ci si debba anche accontentare nella vita esaminando ciò che si ha, e questo è corretto in linea di principio. Io invece tra i due, sono quella che sente il bisogno di movimento, di una continua tensione verso l’Alto (e l’altro, il mio prossimo).

Così durante l’adorazione, il Signore non ha indugiato nel donarci una Parola, programmatica a ben giudicare, dalla quale ripartire una volta terminato il corso: “Il matrimonio sia tenuto in onore in tutte le cose. E il talamo sia incontaminato. (…) Infatti Egli ha detto: Io non ti lascerò mai né ti abbandonerò” (Ebrei 13, 4-5). A onor del vero gli argomenti trattati non ci erano nuovi del tutto, ma l’approfondimento di quelli che sono i 5 pilastri del matrimonio naturale (unicità, indissolubilità, fedeltà, fecondità, socialità), la condivisione di coppia e il rimetterci alla presenza di Gesù Eucaristico con il nostro tutto e il nostro niente, ci hanno ridato respiro e parole per saperci ri-definire. L’aver preso consapevolezza poi dell’essere Chiesa, perchè i nostri dolori e le fatiche del quotidiano non son poi tanto distanti da quelli che vivono altre coppie di sposi, ci hanno sempre più aperto gli occhi sull’importanza del quinto pilastro, la socialità, per farci gustare la bellezza e il senso della condivisione nel camminare insieme verso Cristo.

E di questa Chiesa, quale profeta a Suo nome, padre Luca ci ha ridonato un’immagine bellissima del Crocifisso, restituendoci il senso di quel “Svuotò sè stesso” (cfr. Filippesi 2,7) riferito a Cristo e poi a noi sposi, i quali, nell’unione, rendiamo vivo e attuale il sacramento del matrimonio. Spesso, bene, anzi meglio, come ci è stato declinato nei frutti della corte continua, ossia di un corteggiamento perenne, fatto di tenerezza (non tenerume!) e di sguardi, di un amore casto (cioè pulito, libero dall’avidità degli occhi e dai danni della pornografia), che in fin dei conti è davvero quello che il nostro cuore desidera. Fare l’amore in pienezza facendo uso dei metodi naturali per vivere le cose di Dio… da Dio!


Scopo del matrimonio è far felice l’altro e lo esperimento tutte le volte che dò il massimo, per e con amore, anche quando cucino un uovo al tegamino! E come diceva Santa Teresina del Bambin Gesù (la cui immaginetta è la terza volta che prova a fuoriuscire dalla Bibbia, forse forse affinchè io la legga): “Amare è dare tutto, è dare sè stessi!. E se lo dice lei che è patrona delle missioni, sappiamo quale sia la nostra.


E così, con il desiderio di non sprecare tutto il bene seminato e ricevuto in questi giorni, ripartiamo dal nostro quotidiano, grati a Dio per le porte che ci aprirà e le famiglie con cui cammineremo, ben sapendo che lo Sposo è con noi e che Maria ci copre con il Suo manto! Allelujah!

Marina e Antonio

Dove siamo chiamati a stare

Sei dove sei chiamato a stare: questa consapevolezza di essere nella strada di Dio dona una pace veramente autentica. Così è stato per noi, Giada e Giacomo, sposati da tre mesi (dopo due anni di fidanzamento). È stata una celebrazione bellissima: il coro della Gioventù Francescana dove abbiamo camminato, le nostre famiglie, i nostri amici più cari, il sacerdote che ci ha accompagnato. Tutto parlava di festa quel giorno e ne sentiamo il profumo ancora oggi, ancora adesso che nel Matrimonio si è aperta una strada nuova! Eh già, perché il fidanzamento è una cosa, il Sacramento matrimoniale un’altra. Questa novità non possiamo perdercela: altro che convivenza, c’è da custodire con forza il Matrimonio, come uno scrigno da cui estrarre i nostri tesori.
Abbiamo vissuto il periodo da fidanzati in castità. Avete presente il telepass? Ecco, la castità prematrimoniale è un ottimo telepass. Ti fa arrivare prima alla meta, ti fa arrivare meglio. Dimezzi i tempi, abbatti l’orgoglio, le maschere, attraversi le tue ‘selve oscure’ e ti ritrovi a guardare stelle che neanche potevi immaginare. Non è facile, ci vuole tanto coraggio, oggi più che mai (d’altronde, se fosse facile, forse dovremmo farci due domande sulla relazione stessa). L’obiettivo di un fidanzamento è fare verità: capire se Dio ci ha pensati per l’eternità con quella persona, se siamo chiamati a stare insieme oppure se così non è. Da cristiani, la Chiesa già ci propone (da secoli) uno strumento infallibile, decisamente efficace, anche se tanto bistrattato. Noi non avremmo potuto compiere il grande passo senza aver intrapreso questa via, anzi, molto probabilmente le cose si sarebbero complicate. Non è facile fare chiarezza quando ti trovi diviso fra ciò che fai e ciò che il tuo corpo dice. È una specie di stillicidio, per cui con la corporeità ti dichiari dono totale per l’altro, ma con i fatti non ti comprometti fino in fondo.
Con dispiacere, abbiamo visto come la castità prematrimoniale sia una via poco battuta anche dai cristiani
stessi, che sulla sfera della sessualità preferiscono fare orecchie da mercante, scegliendo forse senza discernere. Chissà se sapessero che ricchezza trascurano! Proprio per questo, spesso le coppie cristiane su questa strada sentono tanta solitudine. Ancora di più i single, che si sentono strane chimere per aver abbracciato questa scelta e averla resa un fattore essenziale nelle proprie relazioni.

Da single, anche io ho sperimentato questo doloroso isolamento (reso ancora più acuto dal fatto che proprio in Chiesa non trovavo chi ne parlasse o appoggiasse questa strada!) e come me, sto scoprendo, tanti, tantissimi altri ragazzi e ragazze. La spinta a parlarne e incoraggiare a parlarne ha dato spazio a “Ne senti la voce”, una paginetta Instagram che ho creato prima del Matrimonio e che mi ha permesso di dare sfogo ad un’esigenza sempre più grande, che non riuscivo a trattenere: provare ad annunciare la bellezza della castità (in ogni stato di vita), creando un luogo dove la solitudine non avrebbe trovato posto, sostituita dalla condivisione fraterna. Non vi dico i frutti che sta dando, io stessa ne sono stupefatta: raccolgo tante testimonianze di castità vissuta e ho conosciuto virtualmente persone in cammino, sul serio, che si fidano della Chiesa (perle rare!) e provano davvero a mettere in pratica questa obbedienza.

Spesso mi ringraziano per l’evangelizzazione che sto portando avanti (seppur con tanti limiti): ecco, non ho mai pensato di stare evangelizzando, il mio intento voleva essere puramente diffondere una Parola che la Chiesa proclama da secoli e che ho visto, concretamente, cambiare vite. Eppure è così, ogni tanto mi soffermo a pensarci. Evangelizzare, portare Gesù, incoraggiare l’incontro con Lui, che poi è l’unica cosa che ti cambia la vita (non la castità). Ho messo dunque anche questo progetto nelle Sue mani, perché come è iniziato sulla scia di tante grazie, così finisca quando Egli vorrà. Nel frattempo, ringrazio Dio per mio marito (a cui farò una sorpresa con queste righe!): ogni volta che ti guardo mi stupisco che il Signore mi abbia voluto donare tanta bellezza, dentro e fuori, e non posso che ingraziare per tanta grazia quotidiana.

Giada e Giacomo (Ne senti la voce)

Non è proprio all’acqua di rose!

Ecco la prima lettura nella Messa di ieri:

Dal libro dei Proverbi (Prv 3,27-34) Figlio mio : non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo. Non dire al tuo prossimo : «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede. Non tramare il male contro il tuo prossimo, mentre egli dimora fiducioso presso di te. Non litigare senza motivo con nessuno, se non ti ha fatto nulla di male. Non invidiare l’uomo violento e non irritarti per tutti i suoi successi, perché il Signore ha in orrore il perverso, mentre la sua amicizia è per i giusti. La maledizione del Signore è sulla casa del malvagio, mentre egli benedice la dimora dei giusti. Dei beffardi egli si fa beffe e agli umili concede la sua benevolenza.

Il libro dei Proverbi viene spesso sottovalutato, considerato solo come una raccolta di saggi consigli utili per tutte le circostanze della vita, viene sminuito come se fosse un libro di saggezza meramente umana, ma se la Chiesa ha deciso di elevarlo a Parola di Dio non possiamo leggerlo solo sul piano orizzontale del nostro limitato vivere terreno, ma c’è una dimensione verticale che spesso viene nascosta tra le trame delle frasi e altre volte viene esplicitata come succede in questo brano in cui viene citata la benedizione del Signore nei confronti del giusto ed anche la Sua maledizione per il malvagio.

Siccome questo libro parla ad un popolo con una cultura che non ama molto gli arzigogolamenti, il messaggio più immediato e di facile comprensione è quello che se si desidera avere la benedizione del Signore bisogna seguire le indicazioni date, altrimenti si subisce la maledizione da parte sua. Come a dire “uomo avvisato, mezzo salvato” , tanto per restare in tema di proverbi.

Lungo il nostro cammino abbiamo incontrato tante coppie che fanno fatica a comprendersi reciprocamente, non tanto per la già evidente differenza che portano il maschile e il femminile, quanto per la mancanza di dialogo profondo, quel dialogo che aiuta gli sposi a scoprire l’altro/a nel suo modo di agire, di reagire, di vivere una situazione sia essa piacevole o non, ci fa scoprire in pratica il mondo interiore dell’altro/a.

E questo dialogo profondo aiuta non solo chi ascolta ma anche colui/colei che si svela, perché aiuta a riporre la propria fiducia nell’altro sempre di più, in un crescente “abbraccio” nell’altro, ci si abbandona l’uno nelle mani dell’altra sempre più in profondità.

Ricordiamo sempre come i due sposi diventino (e sono chiamati a divenirlo sempre di più) un solo corpo, una sola anima ed un solo cuore; sembra una frase da cioccolatini, da romanticoni di fronte ad un tramonto con una pioggia di petali di rose, ma in realtà la Chiesa ci insegna che i due non sono una mera somma di due individualità, non sono nemmeno una società di due “gestori della logistica”, non sono neanche due che semplicemente si vogliono bene e si stanno simpatici per non invecchiare da soli, non sono due che vanno d’accordo su tutto cosicché ognuno sfrutti l’altro per le doti che mancano a sé stesso. No! Per essere e fare questo non è necessario sposarsi, basta essere due persone di buona volontà, così come si riesce a far “funzionare” un reparto/ufficio al lavoro, si può benissimo far “funzionare” una convivenza tra due persone magari con figli, ma così però non si è sposi.

Essere sposi è ben altro, è molto di più, anzi, è ontologicamente un’altra realtà, non è questione di opinioni, tantomeno di cultura, né di periodi storici, è questione di sostanza, di essenza.

Mentre si leggono questi versi di Proverbi ci si potrebbe rasserenare circa il fatto che essi siano norme buone da rispettare nei rapporti verso il prossimo ( se Dio vorrà un giorno vedremo cosa ci racconta Gesù di questa storia del “prossimo”), e qui siamo soliti pensare ai colleghi, ai vicini di casa, ai parenti, alle amicizie, alle persone in coda al supermercato, alla cassiera, al gruppo di mamme della scuola, al gruppo dei catechisti, ai volontari di questa o quella associazione… tutto ciò è buono e nobile, bello e giusto, ma ci pensiamo mai che il più prossimo ce l’abbiamo in casa, e che l’abbiamo anche sposato?

[…] non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo. Non dire al tuo prossimo: «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede. […] I due sposi hanno il dovere di essere fedeli, ed è un dovere che deriva dalla natura stessa del matrimonio non solo dalle proprie promesse fatte solennemente il primo giorno di nozze, ma questa fedeltà non è solo un dovere dell’uno, ma diventa diritto dell’altro. Naturalmente questa fedeltà deve essere integrale: è una fedeltà che comprende la fedeltà del mio pensiero, dei miei sguardi, delle mie azioni, delle mie parole, e va vissuta aldilà del comportamento dell’altro… praticamente è una fedeltà “all inclusive”. Quanti sposi negano al proprio consorte il diritto alla fedeltà? E lo stesso discorso vale per l’unicità e per l’indissolubilità matrimoniale. Quanti negano al proprio sposo o sposa questo bene prezioso che è l’unicità? Quanti negano all’altro il diritto all’indissolubilità? Spesso invece cadiamo nel tranello del mondo che vuole svilire il matrimonio, ad allora neghiamo a noi stessi e all’altro la fedeltà o l’indissolubilità.

Fin dal primo corso fidanzati ci insegnarono a non andare a letto “litigati”, cioè a non addormentarci prima di essersi riconciliati e perdonati vicendevolmente (“Non tramonti il sole sulla vostra ira” Ef4,26 ). Purtroppo qualche volta ci siamo cascati pure noi in questo tranello dell’orgoglio, ma il giorno dopo siamo stati tanto male che ci è sembrato di vivere una giornata infernale, e di fatto è così, perché dentro il cuore alberga l’inferno quando c’è la ripicca, la vendetta, la superbia… senza perdono il cuore si atrofizza.

Cari sposi, quando litighiamo tra noi, non aspettiamo mai domani, non dobbiamo mai dire al nostro coniuge “[…] «Va’, ripassa, te lo darò domani», se tu possiedi ciò che ti chiede.[…] , se la Parola ci dice di agire così con il prossimo, a maggior ragione bisogna agire così col proprio consorte. Abbiamo già “in tasca” il perdono, la fedeltà, abbiamo l’unicità, l’indissolubilità.. basta controllare bene nelle “tasche” del nostro sacramento che c’è già tutto questo… e molto di più.

Coraggio sposi, il Signore ha inventato il matrimonio per fare di noi quel capolavoro che aveva in mente fin dall’eternità. Non lasciamoci ingannare dal mondo, la vita che ci offre il mondo punta al ribasso e ci chiede poco impegno; il matrimonio in Cristo invece non è mica all’acqua di rose, chiede tutto ma offre ancora di più oltre ogni immaginazione!

Giorgio e Valentina.

Veniamoci incontro!

Uomo e donna insieme sono una forza della natura. Lo ha detto bene Jovanotti in una sua canzona Il più grande spettacolo dopo il big bang siamo noi, io e te. E’ davvero così. Quella creatura che Dio mi ha posto accanto quanto è bella, quanto è affascinante. E più la conosco e più lo è. Nonostante a volte sia pesante, pedante, mi faccia innervosire, non la capisca. Eppure è bella ma proprio perchè resta un mistero. Più passano gli anni e più è così. Perchè mi permette di entrare in lei, nel suo modo di essere e di pensare ed è molto affascinante. Finito questo panegirico della mia Luisa, che però non è piaggeria ma mi sgorga dal cuore, arrivo all’argomento di quest’articolo. Siamo differenti, vediamo di venirci incontro.

Tra le problematiche più frequenti in una coppia consolidata di sposi ne ho notata una che riguarda davvero tante coppie. Lui e lei si lamentano di due atteggiamenti dell’altro che danno fastidio. Lui di solito ha un lavoro impegnativo. Che porta via diverse ore ed energie ogni giorno. Lei lavora meno fuori e si dedica maggiormente alla cura della casa e dei figli. Alcune volte lavora solo in casa. Non voglio fare degli stereotipi ma spesso è così. Poi ci sono naturalmente eccezioni ma non sono la normalità. Ebbene cosa accade? La moglie ha bisogno di parlare. Non è un capriccio. Ne sente proprio la necessità. Nostra moglie non vuole solo metterci al corrente di quanto è successo, dei problemi, degli impegni ecc. ecc. La donna raccontando la sua quotidianità ci sta raccontando non dei fatti ma come ha vissuto quei fatti. Si sta aprendo emotivamente, ci sta dicendo quello che ha provato, le sue sofferenze, le sue gioie. Nel problema che ci racconta non c’è un fatto ma c’è lei. Così se ci racconta che il piccolo è caduto e si è fatto male ci vuole trasmettere la sua preoccupazione di quel momento e magari la solitudine di dover affrontare quell’imprevisto, seppur piccolo, da sola. Ho fatto un esempio stupido ma vale per tutto. E da noi non si aspetta una soluzione, almeno non sempre, ma che comprendiamo il suo stato d’animo. Si aspetta condivisione ed empatia.

Gli uomini sono diversi. Tornano a casa, dopo una giornata di lavoro, e non hanno nessuna voglia di parlarne. Non credono sia importante farlo. L’uomo tornato a casa ha solo un desiderio: staccare la spina e rilassarsi. Stare un po’ da solo. Entrare in quella che nel gergo si chiama caverna. La mia caverna può essere andare a correre, quella di un altro fare l’orto. Altri guardare una serie su Netflix, leggere, fare una passeggiata, giocare alla play. Ci sono moltissimi modi ma noi uomini abbiamo bisogno della caverna.

Cerchiamo quindi di venirci incontro. Prima di tutto accettando che siamo differenti e che abbiamo necessità differenti. Come accettarlo? Nel dialogo di coppia. Diciamocelo quello di cui abbiamo bisogno. L’altro non ci arriva da solo. Poi, se è vero che ci vogliamo bene come diciamo, rispettiamo le nostre necessità. Se lo sappiamo sarà più semplice farlo. Luisa sa che quando torno a casa ho bisogno di tranquillità. Ed io so che non posso approfittarmene. Non posso stare troppo nella mia caverna. Poi vi assicuro che noi maschietti saremo molto più predisposti ad ascoltare. Lo dobbiamo fare perchè lei ne ha bisogno. Anche se ci dice sempre le stesse cose. Capito? E senza guardare ne frattempo il telefono o la tv. Attenzione e condivisione. Così vi assicuro che avrà anche più desiderio di fare l’amore. Vi conviene!

Coraggio non è sempre facile vivere con quella personcina che avete accanto ma è meraviglioso. Non la cambierei mai per farla simile a me. Sai che noia sarebbe!

Antonio e Luisa

Coltivare l’indivisibile

Chi non ha una idea, seppur vaga di cosa sia l’atomo?

Sorprende pensare che un concetto così fondamentale di fisica nucleare sia stato già pensato nel V secolo a.C. da filosofi quali Democrito e Lisippo. Essi, senza microscopi a scansione o laboratori sofisticati, erano giunti a capire che in natura ogni cosa poteva essere divisa e scissa in più parti, ma solo fino a un certo punto. Vi era poi un limite oltre il quale ci si doveva fermare: l’atomo ossia letteralmente “ciò che è indivisibile”. Che acume! In effetti quello che loro intuirono a livello fisico, vale benissimo a livello affettivo ed esistenziale: anche nel nostro cuore vi è un ultimo spazio, intimo e recondito, che è indivisibile, perché solo si può condividere con una persona sola.

Gesù parla proprio di questo nel Vangelo di oggi. Ci mostra che esiste questa dimensione dentro di noi perché non è pensabile appartenere a più persone se non a Una sola. Voi sposi vi siete innamorati a vicenda, vi siete promessi fedeltà e appartenenza ma forse non eravate pienamente consapevoli che in quel momento, dinanzi all’altare, stavate entrando in una relazione piena e unica non tanto con il vostro coniuge quanto con Gesù stesso, lo Sposo della vostra vita. A ben vedere, il matrimonio è un appartenersi reciproco per diventare, come una sola carne, appartenenti a Dio Padre in Cristo. Lo dice bene Papa Francesco quando scrive:

Nella reciproca accoglienza e con la grazia di Cristo i nubendi si promettono dono totale, fedeltà e apertura alla vita, essi riconoscono come elementi costitutivi del matrimonio i doni che Dio offre loro, prendendo sul serio il loro vicendevole impegno, in suo nome e di fronte alla Chiesa” (Amoris Laetitia, 73).

Questo è il linguaggio dei mistici, i quali anelano solo e unicamente ad essere una sola cosa con Dio, come è il caso di Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina da Siena, Santa Brigida…

È molto interessante leggere “Il Castello interiore” di Santa Teresa d’Avila in cui mostra la vita spirituale di un cristiano come il procedere dentro a un castello, cosa assai normale per una persona del 1500. Dagli spazi più esterni, come il cortile, le scale, i saloni, si passa alla parte più interna nella quale vive solo un signore che è Cristo.

Per voi sposi, coltivare l’appartenenza indivisibile a Cristo non è alienarsi dal coniuge ma tutto il contrario! È restare in relazione a Colui che è l’autore dell’amore che provate per vostro marito e moglie. Quando la vita spirituale è genuina, diventa la ricerca di un Volto che mi ama, allora di conseguenza il rapporto nel matrimonio ne trae beneficio, perché si sta toccando l’origine, la fonte da cui esso nasce. Quel Gesù che tu ami, si veste dei tratti del coniuge e ti chiama a donarti a lui e ricevere da lui una relazione di amore vero.

Cari sposi, Gesù vi invita a scegliere Lui ogni giorno, a metterLo al centro della vostra vita. Come disse Papa Benedetto: “non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo” (Benedetto, Omelia 24 aprile 2005).

ANTONIO E LUISA

Vorrei riprendere le parole di padre Luca e leggerle alla luce di quella che è la mia relazione con Luisa e alla luce di tante persone che ho avuto modo di ascoltare in questi anni. Come si cresce nell’amore verso l’altro? Permettendogli di essere sempre più il nostro tutto? I ragazzi cosa scrivono quando sono innamorati? Tu sei tutta la mia vita. Sei il mio universo. Bellissimo, no! Ma è amore vero? Può essere davvero amore quello? Detto in altre parole, se l’altro diventasse davvero il mio tutto io sarei libero di amarlo nella verità o farei di tutto per tenerlo vicino, anche quello che so essere sbagliato e che non fa bene alla relazione? In realtà no! Quello del sei tutto per me è un amore immaturo. L’amore sponsale mi chiede un lavoro diverso per maturare. Io prometto di volere bene a Luisa e per questo cerco di creare un confine con lei. Una parte di me del mio cuore deve appartenere solo a Dio. Quella parte che mi fa sentire amato e prezioso. Solo così saprò amare Luisa davvero, senza che il mio comportamento sia condizionato dal suo. E’ una vita che cerco di creare questa indipendenza da lei. All’inizio della mia relazione, lei era davvero il mio tutto. E’ vent’anni che lavoro su di me e cerco di nutrire la mia fede per staccarmi da questa dipendenza. E più riesco e più sono capace di amarla. E voi?

Matrimonio immagine dell’Eucarestia: chi l’ha mai detto?

Cari sposi,

domani, 17 settembre, la Chiesa festeggia un santo vescovo e teologo, San Roberto Bellarmino (1542-1621). Fu un uomo di straordinaria intelligenza e virtù, membro della Compagnia di Gesù, vescovo poi cardinale e partecipante al Concilio di Trento. Una delle sue opere più famose, le “Controversie”, titolo dovuto alle polemiche che erano in atto con la nascente chiesa protestante, contiene un celebre riferimento al matrimonio in relazione all’Eucarestia. Vorrei citarlo ora perché è una pietra miliare nell’approfondimento sia teologico che spirituale del sacramento delle nozze:

Il sacramento del matrimonio si può considerare in due modi: il primo mentre si celebra, il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Giacché è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è sacramento non solo mentre si fa ma anche mentre perdura. Perché, fin quando i coniugi vivono, la loro comunione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa”.

Anzitutto vi invito a leggerlo e rileggerlo più volte perché questa verità va capita nella meditazione, nella contemplazione. Non basta la nostra testolina ma ci vuole il cuore e soprattutto lo Spirito Santo che ci porti ad una intelligenza superiore. Umilmente vi vorrei sottolineare due aspetti che mi sembrano semplicemente stupendi:

1) Siete presenza viva di Cristo.

Già l’accostarvi all’Eucarestia per il fatto che perdura una Presenza, dovrebbe lasciarvi senza fiato. Avete capito bene, Gesù vive nel vostro amore dal momento della celebrazione del sacramento. Siccome è avvenuta una vera e propria consacrazione dello Spirito Santo (cfr. Gaudium et Spes 48, Familiaris Consortio 56, Amoris Laetitia 74) sul vostro amore. Da quel momento Lui cammina con voi. Sentitevi, quindi, come i discepoli di Emmaus, magari distratti e con mille pensieri per altre cose, ma sapete che Lui è lì con voi sempre, ne siate consapevoli o meno.

2) Siete riflesso di un Amore più grande del vostro.

Siete sacramento, cioè segno sensibile ed efficace dell’amore che Cristo ha per la Chiesa. Ossia, avete la capacità di donare la vita, di morire in croce per l’altro. Gesù vi ha dato il dono, evidentemente sta a voi metterlo a frutto. Vuol dire che ogni vostro gesto di amore contiene quello di Dio. Con quale cura e attenzione bisogna che vi amiate! Non è più solo una faccenda tra voi due, ma Dio stesso si è coinvolto nella vostra relazione.

Mi fermo qui. Vorrei invitarvi ad approfondire voi ulteriormente, certo che, come ha scritto Papa Francesco in Amoris Laetitia: “una comunione familiare vissuta bene è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio” (n° 316). Appunto, nella misura in cui vivete la comunione con Gesù e tra di voi, che andate dentro con il cuore e la preghiera a questa verità, a questo stretto legame che vi unisce all’Eucarestia, sono sicuro che arriverete a vette mistiche di unione con Gesù.

Padre Luca Frontali

Ma come ti vesti?! (teologia del corpo edition)

Vi ricordate il programma di Real Time condotto da una superchic Carla Gozzi e da Enzo Miccio? Nel corso di ogni puntata i due conduttori esaminavano il guardaroba della protagonista, ritenuta vestirsi male o con capi non adatti alla sua fisicità, e la aiutavano a realizzarne uno più alla moda e capace di valorizzare il suo aspetto.

Ecco, è da un po’ che rifletto sul tema dell’abito e quest’estate tale argomento si è ripresentato più volte, sia chiacchierando con alcune ragazze più giovani e condividendo insieme osservazioni e sensazioni personali, ma anche osservando l’abbigliamento estivo sfoggiato con molta nonchalance dalla teenager di oggi.

Sebbene non sia praticamente mai oggetto di catechesi o evangelizzazione, la questione del vestito non è da poco: l’abito non è affatto un dettaglio frivolo, non è una questione superficiale, l’abito infatti “presenta” la persona, manda un messaggio, dice cosa penso di me, cosa penso del mio corpo, come mi guardo e come voglio essere guardata.

È quindi un tema che riguarda in maniera profonda l’identità e qui lo esaminerò dal punto di vista femminile, il che non vuol dire non tener presente la prospettiva maschile, anzi.

Ancora una volta la teologia del corpo mi ha offerto le chiavi di lettura più illuminanti, a mio avviso, per districarmi in quest’ambito e, a partire da essa, desidero condividere 4 punti che Carla Gozzi ed Enzo Miccio definirebbero “Mai più senza”, ovvero quei riferimenti da tenere sempre presenti e che in questo caso, non riguardano caratteristiche estetiche, ma piuttosto coordinate di base più profonde, che la filosofia chiamerebbe antropologiche, ovvero riguardanti l’essenza dell’essere umano-persona.

Punto 1: Il corpo è sacramento della persona

Questo significa che il corpo rende visibile l’incomunicabile mistero della persona: detto in altri termini, il corpo manifesta la persona, che è unità inscindibile di anima e corpo. Da ciò deriva che il corpo ha altissima dignità, non è un involucro muto, non è parte della persona, ma è la persona, è sua diretta espressione. Per questo motivo tutto ciò che riguarda la parte visibile di me, compreso il mio modo di vestire, parla di me, di come mi penso, di come mi sento. Se allora, siamo d’accordo sul fatto che ogni persona è preziosa, unica e irripetibile, anche il modo di vestire è chiamato a riflettere questa preziosità, questa unicità.

Ricordiamoci che siamo figlie di Dio, figlie di Re e siamo innanzitutto rivestite del Suo Amore, per questo motivo siamo autorizzate e possiamo autorizzarci a vestirci bene, a essere belle, a valorizzarci. Anzi, solo sulla base di questo presupposto il nostro essere belle prende pieno significato e valore.

Come avrete capito insomma, questo primo punto smonta direttamente tutti quegli atteggiamenti di svalutazione del corpo e del proprio aspetto fisico che spesso hanno preso piede in diversi ambienti cattolici. In certi contesti “parrocchiosi” ad esempio, mi facevano notare anche alcune giovani, se ti trucchi e ti vesti carina quasi ti senti in colpa perché temi che gli altri pensino che vuoi essere appariscente o che sei vanitosa.

Oserei dire che la prospettiva va proprio ribaltata: sminuirsi e svalutarsi con il proprio modo di vestire non è rendersi merito come persone, come figlie di Dio. Anche per questo il termine modest fashion spesso usato nel mondo cattolico non mi è mai particolarmente piaciuto (anche se comprendo cosa significhi), anzi lo ritengo proprio infelice perché l’aggettivo modesto, secondo la Treccani, è sinonimo di dimesso, senza pretese, umile… e da qui ad anonimo e sciatto la strada è breve.

Punto 2: Sei creata come femmina e lì c’è un dono per te e per gli altri

È proprio così, Dio ci ha creato femmine dando forma non solo al nostro corpo, ma anche alla nostra psiche (come pensiamo, come ci relazioniamo) e addirittura anche al nostro spirito, cioè la parte più profonda di noi, il nostro modo di amare. È bello pensare che Dio mi ha creato in quanto donna perché la mia femminilità fosse un dono e perché il mio modo di amare fosse caratterizzato da quelle sfumature di tenerezza e cura che solo la femminilità sa incarnare.

Nel guardaroba allora dico sì a gonne, vestiti, capi svolazzanti e colorati, gioelli… insomma tutto ciò che è marcatamente femminile e che renda evidente una differenza con il mondo maschile. Non sto dicendo che dobbiamo essere tutte leopardate come Costanza Miriano (ognuno ha i suoi gusti) o tutte agghindate come se fossimo sul set di Un diavolo veste Prada, ma che per ciascuna, rispettando il proprio stile, sia importante un tocco di femminilità.

Mi sembra infatti un valore aggiunto testimoniare anche attraverso l’abbigliamento che l’essere donna è bello, che la femminilità è una caratteristica profonda della mia identità in cui mi riconosco appieno, pur nella mia specificità e modalità, e che non mi toglie nulla, anzi, è proprio l’identità profonda che Dio ha scelto per me e per la mia missione nel mondo.

Punto 3: Dio affida ad ogni donna la dignità di ogni uomo (e viceversa naturalmente)

Cosa significa abiti femminili? Provocanti e seducenti? Quanto è opportuno che sia lunga (o corta) la gonna? E quanto profonda la scollatura? Al mare in bikini e micro-brasiliana sì o no?

Qui permettetemi una citazione che smonta ogni questione di questo tipo e va dritta al punto. Chi conosce la teologia del corpo sa che Giovanni Paolo II commenta la famosa frase: “Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” e mette in luce un fatto molto vero: per effetto della concupiscenza (leggi ferita del peccato originale) ognuno di noi è incline a guardare l’altro come qualcuno da usare/possedere, e c’è quindi bisogno di una redenzione del cuore che renda puro anche il nostro sguardo.

Allora – dice Giovanni Paolo II – Cristo in questo brano di Vangelo “assegna come compito ad ogni uomo la dignità di ogni donna; e contemporaneamente (sebbene dal testo ciò risulti solo in modo indiretto) assegna anche ad ogni donna la dignità di ogni uomo”.

Che vuol dire? Prendiamo il caso della moda mare di questi ultimi anni. Mi ricordo di un uomo sposato, cattolico, che aveva scritto su FB denunciando il tipo di costumi che portano le ragazze oggi, con lato B molto scoperto diciamo, perché non lo aiutavano rispetto alla sua personale lotta per la purezza. Ricordo anche la risposta di una signora che gli recriminava il fatto che un uomo, se davvero fosse integro, non dovrebbe neanche fare certi tipi di pensieri.

Ecco, Giovanni Paolo II dice non solo che è necessaria una lotta per la purezza, perché il cuore dell’uomo (e della donna) è ferito ontologicamente su questo punto. Ma poi responsabilizza entrambi dicendo: uomo, tu sei responsabile della dignità della donna; donna, tu sei responsabile della dignità dell’uomo.

La dignità riguarda il fatto che la persona è sacra, ha un valore inestimabile e non può mai essere ridotta ai suoi soli attributi sessuali.

Per noi donne essere responsabili della dignità dell’uomo può significare molte cose, ma, prima di tutto, significa essere consapevoli di questa ferita di cui l’uomo-maschio porta conseguenze in modo peculiare per ciò che riguarda lo sguardo sul femminile. Siamo chiamate ad aiutarlo nella lotta per la purezza dello sguardo, facendo sì che il suo sguardo, quando si posa su di noi, incontri sempre il mistero di una persona e non un’esposizione di mercanzia. Infatti, soltanto uno sguardo che vede nell’altro qualcuno e non qualcosa è uno sguardo pienamente all’altezza della dignità dell’essere uomo.

Siamo quindi custodi gli uni degli altri, custodi dello sguardo che si posa su di noi, custodi della nostra piena dignità di persone. Ciò non significa ovviamente indossare un burqa o una muta da sub, ma essere consapevoli che a seconda dell’abito che indossiamo possiamo custodire o meno chi ci guarda. Il pudore, ultimo punto, riguarda proprio questa custodia.

Punto 4: Pudore e nudità

Immaginate, uscendo dalla doccia, di essere sorprese dallo sguardo di uno sconosciuto alla finestra e immaginate la vostra reazione: vi coprireste immediatamente, ma non la faccia, bensì i vostri attributi sessuali. Diverso sarebbe se estrasse vostro marito da cui vi sentite profondamente amate.

Perché questa differenza di reazioni? Il pudore secondo GPII è una reazione difensiva naturale della persona che è portata a nascondere i propri attributi sessuali quando essi finiscono sotto lo sguardo di qualcuno che può ridurci esclusivamente ad essi, svilendo la dignità del nostro essere persona. Si tratta di un moto spontaneo di custodia che avviene perché ogni persona ha in sé il desiderio innato di essere amata, non di essere usata.

Allora il pudore è una parola preziosa da riscoprire: non è vergogna del corpo, non è nemmeno “pudicizia”, ma è il desiderio di suscitare amore, rispetto per l’integrità della nostra persona, e non di suscitare, al contrario, uno sguardo che spersonalizza, che oggettivizza, perché focalizzato solo sugli attributi sessuali.

A questo proposito, per quanto riguarda l’abbigliamento è interessante che Karol Wojtyla puntualizza che non è soltanto la quantità di pelle che scopriamo a definirne la moralità del vestito, quanto piuttosto la situazione/funzione dell’abito, e anche il tipo di relazione tra le persone coinvolte.

Ci sono infatti situazioni oggettive che richiedono che il corpo sia in parte scoperto, ad esempio, dice il papa: “Non è contrario fare il bagno in costume, ma è impudico portarlo per strada e nel corso di una passeggiata”, e qui va da sé che dovremmo mettere molto in discussione la moda attuale, e che non vale dire passivamente che la moda di oggi è questa e che si trovano solo vestiti così. Non è un fatto su cui si può sorvolare perché, a questo punto lo abbiamo capito, in gioco non c’è solo il vestito, ma la dignità della persone.

Infine ci sono situazioni, come ad esempio la relazione tra sposi, in cui la nudità, parziale o totale, non solo è pienamente rispettosa della dignità della persona in virtù dell’amore, che cambia lo sguardo sull’altro, ma potremmo dire che è anche necessaria. Infatti la mascolinità e la femminilità espressi anche nel corpo, permettono e alimentano l’amore tra i coniugi, che non è certamente solo platonico, ma vive di tutte le dimensioni della persona.

In conclusione, il tema dell’abbigliamento è complesso, vasto e cruciale in merito alla nostra identità nel senso più profondo del termine. Non è mai una questione solamente estetica, ma è sempre anche morale, ovvero oggetto di una scelta per il bene. Sarebbe bello allora se il vestito non prendesse forma solo dalla moda del momento o dal caso, ma dalla consapevolezza di tutto ciò che manifesta e significa e dalla convinzione che anche il nostro corpo e il nostro abbigliamento possono evangelizzare oppure no.

Giulia e Tommaso

Articolo originale sul blog Teologia del corpo & more

Un Dio che si rispetti non mi può volere infelice.

Oggi permettetemi un articolo un po’ diverso dal solito. Mi sono immaginato il cristiano medio italico davanti al matrimonio. Ho provato a ragionare con la mentalità del nostro tempo. Non che io mi creda migliore. Semplicemente ho avuto la grazia di incontrare persone che mi hanno fatto capire e una moglie eccezionale. Altrimenti sarei anche io dentro questo modo di pensare. Ne è uscito un quadro direi desolante dove il sacramento non è che un rito senza sostanza. Dove love is love. Finchè c’è il love naturalmente. Dove la promessa non sono che parole vuote, dette senza consapevolezza. Quanti si sposano davvero convinti di voler restare sempre e comunque, anche se l’altro li abbandonasse? Credo molto pochi.

Ho appena finito il corso prematrimoniale. Una rottura di scatole. Non vedevo l’ora finisse. Non ci ho capito nulla. Certo che ne hanno dette di cose. Ho solo una domanda: perchè mi devo sposare in chiesa? No perchè non so se ne vale davvero la pena. L’amore cristiano è davvero qualcosa di strano. Questo Gesù che per amore di gentaglia che non merita nulla, che lo tradisce, si lascia umiliare, picchiare e addirittura uccidere sulla croce. Lo fa per amore e, secondo la nostra fede, attraverso questo amore che viene offerto a chi ne è indegno, redime e salva il mondo. E’ ben strana questa cosa. Non è finita qui. Fosse solo questo. Gesù pretende che anche noi facciamo altrettanto. Chiede ad ognuno di noi di amare in quel modo. Ma siamo matti! Un Dio che si rispetti non mi può volere infelice. Figurati se il matrimonio può essere una croce. No! Non se ne parla. Se non sono felice mollo tutto e cerco altrove. D’altronde Dio a cosa serve? A rendermi felice. E allora come la mettiamo?

Il bello è che chiede proprio a noi sposi di amare così. Lo chieda ai suoi preti! E invece no. Lo chiede in particolare a noi sposi. Bella fregatura insomma averci appioppato il compito di essere icona di Dio, immagine del Suo amore. E si! Come se io fossi un povero cretino che accetta di salire in croce per amore. Scusa Gesù nessuna allusione a te, sia chiaro. Tu puoi, sei Dio, ma io sono un povero uomo. Io voglio essere felice, mi accontento di poco. Vorrei trovare una donna che mi faccia stare bene, che sia disponibile, che quando ho voglia faccia l’amore con me, che mi cucini bene, che mi lasci guardare le partite di Champions senza chiedermi di aiutarla a piegare le lenzuola (sembra lo faccia di proposito, arriva sempre in quel momento). Insomma voglio una donna che mi dia tutto quello che mi manca senza rompere troppo. Non voglio stravolgere la mia vita.

L’amore non è forse questo? Stare bene insieme. Naturalmente stare bene insieme significa che sto bene io. D’altronde l’amore è quella cosa che non puoi governare. Ti viene e così come è venuto se ne va. Non ti amo più, non sento più nulla. Non è colpa mia. Forse è colpa tua che non sei più quella di prima. Non sei quella che credevo tu fossi. Sei sempre insoddisfatta, dici che non ti faccio sentire amata, che non mi prendo cura di te. Cosa pretendi? Devo lavorare e poi lasciami respirare un po’. E poi la dico tutta, è passato qualche anno e non sei più così bella. Non hai più quel seno sodo, è diventato un po’ cadente. E in viso si vede qualche ruga e in testa i capelli bianchi. No non va bene così! Merito di meglio. Ho provato a volerti bene ma proprio non riesco più. Meglio lasciarci.

Non so a voi ma questa breve descrizione a me è sembrata un incubo. Eppure la mentalità di oggi è questa. Ho esagerato, ne ho fatto una descrizione caricaturale, ma è così che il mondo ci porta a pensare. Io, io e poi ancora io. Il MIO matrimonio è buono fino a quando l’altro MI fa stare bene. Il matrimonio è uno strumento come altri per il MIO benessere psicofisico. Come spesso è la fede. La fede va bene finchè mi dà qualcosa. Così il matrimonio. Se le difficoltà sono maggiori rispetto alle gioie e allora non ne vale la pena. Ci devo guadagnare. Se trovo di meglio perchè no?

Perchè invece il matrimonio cristiano è diverso, è diventa davvero un mezzo di salvezza? Badate bene non ho detto di gioia. Non ho detto gioia perchè il matrimonio può anche essere causa di sofferenza e di dolore. La croce è li a ricordarcelo. Ho detto DI SALVEZZA! Il matrimonio cristiano ci permette di imparare a donarci. Ci permette di non avere una vista miope. Il miope vede benissimo gli oggetti vicini, sè stesso, ma fa fatica a mettere a fuoco l’altro, la persona amata. Ecco il matrimonio è come se fosse un paio di occhiali che ci permette di focalizzarci sulla persona che abbiamo accanto e sul suo bene. Prima del nostro. E questo cambia la vita, la vita dell’altro che si sente amato in modo gratuito ed incondizionato e anche la mia che in quel dono imparo ad essere chi sono davvero e in quel dono incontro Gesù. Capite che cosa grande è il matrimonio? Uscendo da me stesso trovo chi sono davvero.

Ecco se per voi il matrimonio non può mai essere croce, non sposatevi in chiesa. Convivete, sposatevi civilmente ma non in chiesa. Stareste facendo solo una sceneggiata. Il sacramento ti chiede di amare tutta la vita. Come fate a prometterlo se non pensate che l’amore che date all’altro e a Dio sia un atto di volontà prima che un sentimento, e che a volte significa abbracciare la croce. Sposarsi in Cristo è rischioso ma nulla riempie la vita come dare tutto per amore.

Antonio e Luisa

Riaccompagnati e risposati. Il punto di vista di uno sposo abbandonato e fedele.

Oggi voglio parlare di un argomento spinoso, che ha diviso e divide purtroppo molte persone all’interno della Chiesa: la comunione alle persone riaccompagnate o risposate, che poi spesso sono i nostri coniugi.

Io credo che una discussione su questo tema sia sbagliata, perché l’obiettivo non è fare la santa comunione, ma andare in Paradiso. Quindi si tratta di capire quale sia il bene dell’altra persona e quali aiuti possa avere per crescere. Nel 2016 nella mia diocesi (Arezzo) avevamo organizzato un cammino pastorale per i riaccompagnati e risposati: mi ricordo che al primo incontro erano tanti e dopo circa mezz’ora uno di loro alzò la mano e chiese se avrebbero potuto fare la comunione; la risposta del sacerdote fu negativa e dalla volta dopo non è venuto più nessuno.

E’ chiaro che se si considera la santa comunione  un diritto e non un dono immeritato, si parte subito male: spesso sento dire “Dio è venuto per i peccatori”, è verissimo, ma non esiste nessuno al mondo che si “meriti” la comunione: ricevere Dio, ci rendiamo conto? Neanche se facessi il missionario o pregassi ininterrottamente tutta la vita! Perché quello che ho ricevuto è molto superiore a quello che potrei contraccambiare. Quanto vale un mio respiro o un battito di cuore? Quanto sarei disposto a pagare per una giornata in più di vita?

Su Amoris Laetitia, nel famoso capitolo ottavo e nelle note è scritto che in alcuni casi i risposati e riaccompagnati possono ricevere i Sacramenti: la cosa non mi disturba, anche perché viene sottolineato che dovrebbe avvenire in seguito ad un cammino in cui si riconosce di aver sbagliato e si vanno a migliorare i rapporti verso il coniuge e i figli e non è un “tana libera tutti”. Io vorrei che tutti andassero in Paradiso e se la comunione può aiutare un fratello, ben venga! Non siamo mica a scuola in cui c’è invidia verso chi viene promosso con un aiuto da parte dei professori. Qui stiamo parlando di vita eterna e d’altra parte la parabola dei 10 talenti mi sembra chiara: alla fine della giornata chi ha lavorato tutto il giorno prende quanto chi ha lavorato 1 ora soltanto. E’ ingiusto o siamo felici perché nostro fratello ha ricevuto anche lui la nostra stessa paga? L’amore è ingiusto, altrimenti si chiama commercio o amore prostituito, io ti do una cosa e tu me ne dai un’altra.

Dio è misericordia e nessuno di noi potrà andare in Paradiso senza la Sua Misericordia, nessuno, nemmeno il Papa: è un dono, un regalo. Ma è altrettanto vero che io non posso dare una pacca sulle spalle a mio fratello e dirgli fai quello che vuoi, tanto Dio ti perdonerà tutto, perché non cambierebbe niente. Io non so se andrò in Paradiso, lo spero tanto, ma di sicuro ho ricevuto tanto e sono chiamato a dare tanto. Probabilmente un mio fratello che ha vissuto in un altro Paese, magari non cattolico, che non ha  avuto genitori cristiani, non ha incontrato santi sacerdoti come me, sarà chiamato a fare molto meno. Io cerco di seguire il Vangelo e la strada (stretta) che viene indicata, (e sul matrimonio Gesù non avrebbe potuto usare parole più chiare), ma è probabile che per altre strade si giunga alla stessa meta; ma io non posso certo saperlo e neanche mi azzardo a esprimere giudizi o a dare consigli.

Infine una cosa che nessuno dice, ma che secondo me è molto importante, sono le conseguenze sui figli e sui giovani: già sono duramente provati e feriti per la separazione, che testimonianza vogliamo lasciare loro? Attenzione al messaggio che può passare. Se le persone riaccompagnate possono accedere ai Sacramenti, allora due giovani che si vogliono bene, sono fidanzati e fanno l’amore prima di sposarsi, fanno qualcosa di meno grave, perché non hanno promesso amore eterno davanti agli uomini e soprattutto a Dio (Se si tollerano e giustificano rapporti sessuali con altre persone e con un Sacramento valido, allora si tollerano e giustificano a maggior ragione tutti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio). Quando andiamo a ricevere la santa comunione dovremmo avere i brividi, cosa che non mi capita e anzi, quando mi sento “a posto”, cerco di ricordarmi che le prostituite mi passeranno davanti nel Regno dei cieli e così mi ridimensiono.

Ettore Leandri

Un master di altissimo livello!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,12-14.27-31a) Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi.

Questo è un testo di San Paolo famoso perché si parla spesso della Chiesa come il corpo mistico di Cristo e si fa riferimento a questo brano nelle varie omelie/catechesi, mettendo in evidenza come Cristo sia il capo del corpo e noi sue membra. E questo paragone del corpo è talmente azzeccato che lo capisce chiunque, basta rileggersi l’intero capitolo 12 nel quale S. Paolo si sofferma su qualche membro del corpo espandendo ed esplicitando con esempi, cosicché da sgombrare ogni eventuale dubbio.

Qualcuno si starà chiedendo il perché della nostra riflessione visto che è un argomento abbastanza intuitivo, ed in effetti ad una lettura superficiale basterebbe ricordare ad ogni membro della Chiesa che il proprio posto è importante per il buon andamento di tutto il corpo, nonostante il proprio apporto sembri insignificante e piccolo se visto in se stesso.

Da questa semplice analisi possiamo già trovare un’applicazione per gli sposi: molti di essi spesso si demoralizzano, si sconfortano perché sono tutti presi dalle faccende domestiche, compreso l’accudimento di figli/parenti e perdono l’orizzonte di tutto il corpo di Cristo.

Abbiamo incontrato mamme/spose che non si sentono realizzate a restare a casa per fare le mamme e le spose perché hanno studiato tanto, hanno 2 o 3 master, prima di sposarsi avevano una professione di alto livello, e così si sentono sminuite se devono restare a casa a fare “solo” la mamma e la sposa. Per la logica di questo mondo sono delle donne insignificanti, ma non è affatto così. Innanzitutto l’accudimento dei figli è un investimento sociale poiché essi sono il futuro della società, se l’accudimento riguarda persone malate è altrettanto un risparmio per lo Stato poiché questi malati non sovraffollano le strutture del Sistema Sanitario Nazionale che è già abbastanza stressato; e questi sono solo semplici ragionamenti sul piano meramente orizzontale, ma c’è molto di più sul lato della fede.

Se la fede non diventa vita non è vera fede, ma si ha l’illusione di credere, ecco perché in ogni circostanza dobbiamo sempre chiederci come collocare questa stessa esperienza all’interno del cammino di fede, della nostra vita spirituale. Non possiamo illuderci di vivere una dicotomia tra la vita reale e la vita di fede. Alla fine della vita ciò che conta è se abbiamo atteso alla nostra vocazione in modo degno e santo: in altre parole è la santità la nostra vera realizzazione.

Quando ero (Giorgio) un giovane ragazzo speravo che la mia professione fosse fare il musicista illudendomi per tanti anni, ma stavo inseguendo un sogno (non cattivo e malvagio in sé), e per fare questo stavo perdendo di vista la mia vocazione, mi ero buttato a capofitto in questo sogno non avendo più energie da investire nella mia vera realizzazione. Dopo diversi tentativi ed illusioni mi accorsi che il sogno non andava riposto in un cassetto chiuso, ma provai a “regalarlo” al Signore, e Lui lo inserì nel progetto che Dio aveva sulla mia vita. Fu così che il talento musicale regalatomi dal Signore si rivelò una delle strade privilegiate per la mia salvezza, fu grazie ad esso (per esempio) che conobbi Valentina, la mia sposa in Cristo. Vi ricordate quando il Signore dice nel Vangelo che avremo il centuplo già quaggiù? Io ho ricevuto davvero il centuplo ma ho dovuto rinunciare ai miei progetti per il Suo progetto che si è rivelato molto più grande e più ambizioso del mio.

E così può succedere a quelle spose e mamme di cui sopra, perché il Signore di noi non butta via niente, ma volge tutto secondo i suoi piani se noi ci fidiamo, di noi butta via solo il peccato, anche se in realtà il Signore usa anche il male per ottenere un bene più grande. Care spose e mamme, la vostra prima preoccupazione non deve essere quella della carriera e della vostra autodeterminazione in qualsivoglia attività professionale, se la vita vi sta chiedendo per un certo periodo di tempo di essere spose e mamme, non è già un’investimento per il Paradiso sufficiente? La vostra sposa e mamma di riferimento, la Madonna, non ha forse vissuto la sua sponsalità e la sua maternità a fianco di S. Giuseppe e nell’accudimento della casa e del bambino Gesù? Lei avrebbe potuto vantare titoli ben maggiori di 50 lauree e master messi insieme, come ad esempio essere la Madre di Dio, oppure l’Immacolata sempre Vergine, eppure ha preferito la strada del nascondimento nella doverosa quotidianità.

Non vi basta essere spose e madri? Dio vi ha fatto il dono speciale della maternità, vi ha fatto compartecipi della Sua opera creatrice, vi ha affidato un suo figlio (il vostro sposo) perché lo amiate insieme a Lui e al posto Suo ; vi ha poi affidato dei pargoletti perché si fida di voi per mostrare loro il Suo volto materno… non vi basta? Avete una dignità altissima, Dio si fida di voi per riportare nel mondo la pace, la tenerezza, la dolcezza, l’accoglienza, avete in voi la culla della vita che nemmeno gli angeli hanno.

Coraggio spose, coraggio mamme. La vostra dignità non è nelle realizzazioni di questo mondo ma nella realizzazione del progetto di Dio su di voi, avete da affrontare un nuovo master molto più impegnativo degli altri.

Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!

Giorgio e Valentina.

Giovani Wannabe

Vi avevamo lasciato con l’ultimo articolo dove eravamo con gli zaini pronti per partire per la Baita, per la vacanza comunitaria. Oggi siamo nuovamente a casa a Roma. Che dire indubbiamente è stata una vacanza di cui ne sentivamo il bisogno, non solo per fuggire dalla canicola romana, in Trentino si stava benissimo con le felpe, ma ancor di più per il clima umano.

Io mi sono rilassata alla grande perché ho vissuto la preparazione alla vacanza senza voler sapere nulla, ho voluto l’effetto sorpresa. Non ho voluto sapere con quali famiglie saremmo stati ed ero ignara anche su quale sacerdote ci sarebbe stato. Come ho scritto nel precedente articolo, Lo scorso anno litigai con il nostro padre spirituale, gli dissi davanti a un bel piatto di carbonara: Tu cadi sempre in piedi, tu sei sicuro di tornare alla Baita, noi no. Nella Chiesa si pensa sempre ai ragazzi e mai alle coppie. Fu l’inizio del progetto Abramo e Sara che noi tre abbiamo creato. Ho maturato, soprattutto quest’anno, la consapevolezza che indubbiamente Andrea ed io stiamo bene così, nel senso che anche senza un figlio naturale, abbiamo Alice la nostra figlia affidataria e i ragazzi dell’oratorio che ci riempiono casa. Prima di partire, Alice ci ha spiazzato regalandoci una foto con noi e lei perché, usando le sue parole, siamo una famiglia.

Andrea invece ha vissuto la preparazione alla Baita in una maniera gioiosa, fremeva come se dovesse giocare la sua Roma. La cosa più importante di questa vacanza, come ho scritto all’inizio di questo articolo, è stato il clima di libertà e rispetto reciproco. Quando si è in tanti può capitare qualche disaccordo screzio e invece questa volta no. Andrea indubbiamente era avvantaggiato rispetto a me, perché alcuni di loro erano stati i suoi catechisti di quando era ragazzo. Per me invece è stato diverso, perché erano persone che conoscevo solo indirettamente, per i racconti di Andrea e per i racconti del nostro padre spirituale.

Infatti grazie a questa vacanza ho capito molte cose sia su di me che su Andrea. Per me è stata l’occasione di camminare da sola. Avevo il desiderio di ritagliarmi un momento privato per godermi il lago del Rifugio Nambino, quello stesso lago dove iniziai a capire che la PMA non era la giusta strada per noi. Andrea invece si è goduto l’escursione con i ragazzi. Ho lasciato che Andrea si godesse i ragazzi anche senza di me ed è stata la scelta più giusta, in quanto durante la vacanza mi ha confessato che si anche lui stava sperimentando nel suo cuore la bellezza dell’essere semplicemente solo in due, ma nello stesso tempo, accompagnando quei ragazzi, sperimentava la meraviglia di una paternità pensata appositamente per lui e nel modo più congeniale. Camminare con i ragazzi per i sentieri chiudendo la fila proprio come il buon pastore, che da dietro controlla con lo sguardo il gregge, è questo il senso più vero della paternità che altro non è che mettere in pratica ciò che ha sempre visto fare al nostro padre spirituale.

Ci si dimentica sempre che i figli non sono una nostra proprietà esclusiva, ma sono un dono da condividere e accompagnare per aiutarli a trovare la loro strada. Paternità significa tante cose. Vuol dire anche farsi prossimo di quell’amico in difficoltà, è anche potergli dire io ci sono se ne hai bisogno perché ti vedo stanco. Paternità è giocare con i ragazzi fino alle 2 di notte, ascoltando i loro racconti, i loro sogni e i loro dubbi sul futuro. Paternità è curare i germogli della semina di chi è passato prima di te e ti ha affidato il terreno. Paternità è pensateci voi ai ragazzi perché io non potrò essere sempre fisicamente accanto a loro

Ecco perché noi non abbiamo frequentato nessun corso che ci spiegasse il passaggio da fertilità a fecondità, perché l’abbiamo sperimentato sulla pelle ricevendo l’amore necessario da trasmettere agli altri. Speriamo che le nostre parole siano uno spunto per le altre coppie e per gli altri giovani che ci leggono. Nel prossimo anno è in cantiere una bellissima esperienza di vacanza. Se siete curiosi contattateci in privato sul nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara. A presto Simona e Andrea . Dimenticavamo il titolo dell’articolo è una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che i ragazzi cantavano durante le escursioni.

Ritrovarsi nella Misericordia

Cari sposi,

tutta la lettura di oggi ha un filo rosso unificante: la misericordia. È sempre fecondo tornare su questo argomento perché nella vita nuziale è di vitale importanza sapersi accogliere con misericordia. Tuttavia, il recente anno dedicato proprio a questo tema, motivo per cui ho scelto di usare il logo, ci ha aiutato a capire la profondità del tema: la misericordia è di più di un semplice perdono puntuale.

Il Vangelo oggi presenta 3 celeberrime parabole con cui Gesù vuole spiegare ai farisei, dettaglio fondamentale per capire tutto il senso delle stesse, il suo modo di comportarsi con le persone ritenute peccatori dalla mentalità comune. In queste tre scene c’è uno schema comune: qualcosa o qualcuno si perde e poi viene ritrovato, il che suscita una grande gioia.

In quanti modi ci si può perdere nel matrimonio! Può essere uno dei due o entrambi simultaneamente. Ci si può perdere in tanti modi: un allontanamento sessuale, un seguire i propri interessi (dal lavoro, agli hobby, agli amici…) a scapito della relazione, vivere nella routine il dialogo o l’intimità fino proprio a un tradimento affettivo e/o fisico…

Cosa ha di speciale la misericordia divina? Perché è più di un singolo atto di perdono? È un atteggiamento anzitutto, è un modo di essere di Dio, Lui è abitualmente misericordioso. Per essere più chiaro ancora: Dio è sovrabbondanza di Amore, è una fonte inesauribile di amore ed è per questo che guarda ai nostri peccati e alla nostra fragilità con uno sguardo premuroso e compassionevole. Nemmeno i nostri peccati possono superare la grandezza del suo Perdono. Vorrei citare un passaggio di Papa Wojtyła:

È significativo che i profeti nella loro predicazione colleghino la misericordia, alla quale fanno spesso riferimento a causa dei peccati del popolo, con l’incisiva immagine dell’amore da parte di Dio. Il Signore ama Israele con l’amore di una particolare elezione, simile all’amore di uno sposo (Cfr. per es. Os 2, 21-25 e 15; Is 54, 6-8) e perciò perdona le sue colpe e perfino le infedeltà e i tradimenti. Se si trova di fronte alla penitenza, all’autentica conversione, egli riporta di nuovo il suo popolo alla grazia (Cfr. Ger 31, 20; Ez 39, 25-29). Nella predicazione dei profeti la misericordia significa una speciale potenza dell’amore, che prevale sul peccato e sull’infedeltà del popolo eletto” (Giovanni Paolo II, Dives in Misericordia, 4).

Gesù è uno Sposo misericordioso che ha riempito il vostro amore nuziale di questa qualità, ha impregnato il vostro amore di Misericordia. Sta a voi saperla mettere in pratica e viverla quotidianamente. E qui di sicuro parte la solita ma anche comprensibile obiezione: “noi sposi non possiamo essere misericordiosi come Gesù lo è con noi, non siamo Dio… ci sono cose oggettivamente impossibili da perdonare”.

Non discuto la veracità di chi la pensa così ma vorrei solo che ognuno di voi sposi facesse l’esperienza di San Paolo nella Seconda Lettura. Difatti non si può arrivare a esercitare la Misericordia, non si può viverla nella coppia se prima ciascuno di voi (e mi ci includo come sacerdote) non ha toccato con mano che “mi è stata usata misericordia”.

Rileggete il testo di San Paolo, provate a pensare se anche per voi è così, se potete rileggere la vostra vita come ha fatto l’Apostolo delle genti. Se abbiamo conosciuto la Misericordia di Dio su di noi, se siamo stati anche noi, a modo nostro, il figliol prodigo, allora potremo donare Misericordia ed amare “alla Dio”. Nel caso contrario, prima o poi, finiamo per trattare il coniuge, quando sbaglia, come il fratello maggiore e mormorare come i farisei…

Cari sposi, vi auguro di immergervi nella Misericordia di Gesù, perché ogni volta che vi perdiate per il cammino, possiate, grazie ad Essa, ritrovarvi ancora di più.

ANTONIO E LUISA

Grazie a Dio Luisa ed io non siamo perfetti. Facciamo tanti errori. Perchè dico questo? Una persona perfetta non ha bisogno di essere perdonata e amata quando non se lo merita, perchè se lo merita sempre. Una persona perfetta non può accogliere l’altro. La perfezione rende impermeabili e questo Dio non lo vuole, perchè solo attraverso i nostri limiti può crescere la relazione e possiamo imparare ad amarci. Il nostro sposo, la nostra sposa, sono bellissimi così, così imperfetti, così limitati, così fragili. Attraverso le ferite della mia sposa posso entrare nel suo profondo e donarle il mio amore come balsamo che guarisce. Attraverso i suoi errori posso donarle il mio perdono, per farla sentire amata per chi è e non per ciò che fa. Attraverso i suoi limiti posso donarle la mia meraviglia, per farla sentire desiderata e bella anche così. Attraverso la sua fragilità posso farla sentire sostenuta e ascoltata, non sottovalutando ciò che mi confida, ma donandole tutta la mia attenzione. 

Domenica e famiglia: un connubio possibile /43

(Con le braccia allargate, dice : ) Ricordati, o Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.] , che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. (Congiunge le mani e prega brevemente per quelli che vuole ricordare. Poi, con le braccia allargate, continua : ) Dona loro, o Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace. (Congiunge le mani.)

Questa intercessione per i defunti è breve ma è densa nonostante le parole siano poche, perché la Chiesa ha sempre avuto una grande capacità di sintesi nel dire grandi verità usando solo le parole essenziali e precise; le parole delle preci usate da tanti secoli, soprattutto nella divina liturgia, sono puntuali e mai divaganti o peggio ancora nebulose, ma sono chiare e profonde nella loro semplicità.

In questo preciso momento si fa menzione dei defunti per i quali il sacerdote offre il divino sacrificio, ma non è detto che quando il sacerdote non nomini nessuno ad alta voce questo non avvenga, semplicemente i nomi non sono detti ad alta voce per vari motivi. Ma vediamo di addentrarci un poco in questa realtà dell’intercessione per i defunti.

Facciamo una brevissima introduzione: la nostra salvezza ce l’ha guadagnata Gesù sulla Croce e non ci salviamo grazie alle nostre opere ma con le nostre opere, cioè non sono le nostre opere a salvarci ma la misericordia del Signore, tuttavia le nostre opere (la nostra conversione) sono necessarie e meritorie. Infatti il ladrone pentito si è salvato non grazie alle proprie opere malvagie, ma grazie alla libera risposta personale, compiuta gli ultimi istanti della propria esistenza, alla chiamata alla conversione da parte di Gesù, il quale lo ha salvato nella Sua Infinita Misericordia.

Il Signore ci ha creato per il Paradiso, ossia esso è la nostra destinazione finale, la meta verso cui correre; ma il peccato è entrato in questo mondo con i nostri progenitori, cosicché in Paradiso non ci si va senza merito, cioè senza il nostro concorso, senza il nostro impegno a corrispondere alla Grazia. Questa vita terrena è solo un passaggio, ed è il tempo di compiere l’opera della nostra salvezza, cioè della nostra conversione, e se l’opera viene compiuta in questo mondo bene, altrimenti bisognerà concluderla in Purgatorio.

Le anime che sono in Purgatorio necessitano delle nostre preghiere per “velocizzare” la propria espiazione, per abbreviare la permanenza nel fuoco purificatore hanno bisogno di intercessori, cioè di qualcuno che si sacrifichi per loro e si interponga tra loro e la Giustizia divina quasi come a mitigare quest’ultima.

Per la liberazione di queste anime noi possiamo offrire sacrifici personali, penitenze e preghiere, e ciò è molto buono, santo e nobile, ma essendo opera umana non è nemmeno paragonabile al Sacrificio per eccellenza, cioè a quello del Figlio di Dio consostanziale al Padre. Le nostre opere di penitenza sono sante e meritorie, ma per quanto sante e pie resteranno sempre e solo umane e mai divine, mentre invece il sacrificio della S.Messa è opera di Dio, è opera di Gesù Cristo.

Perciò quando un sacerdote celebra una Messa per l’anima di un defunto, applica i meriti della Croce di Cristo a quell’anima.

Diverso invece è il caso in cui il sacerdote ricorda un defunto durante la S.Messa nelle proprie intenzioni di preghiera personale: sarà una preghiera grande e molto gradita al Signore ma non è la stessa cosa del fatto di applicare i meriti del sacrificio di Cristo per quell’anima.

Quindi è molto importante far celebrare tante Messe per i nostri cari defunti, oltre ad essere una delle 7 opere di misericordia spirituale (Pregare Dio per i vivi e per i morti), essa assolve a due compiti: il primo è quello di non dimenticarli sia sul piano umano che quello spirituale, ed il secondo è dimostrare loro che li amiamo ancora donando loro il massimo che possiamo per il massimo a cui già tendono. E non è indispensabile partecipare a quella Messa, potrebbe succedere di essere impossibilitati a parteciparvi non per nostra decisione, l’importante è che il sacerdote la celebri con diligenza.

Care famiglie, portiamo senza paura i nostri bambini alle Messe di anniversario per i nostri defunti, per esempio i nonni, i bisnonni, zii, parenti e amici cari; impareranno che tra noi e loro il legame è ancora forte, anzi lo è di più perché non ci sono più le limitazioni del corpo. Noi abbiamo ripetuto spesso alle nostre figlie che ora possono parlare e chiedere aiuto al nonno meglio di prima, perché ora il nonno non è più mezzo sordo… purché sia fatto con lo stile della e nella preghiera… ma se noi non insegniamo questo ai nostri figli, quando noi non ci saremo più chi farà celebrare Messe per noi?

Il Purgatorio non è una comoda sala d’aspetto, con la tv ed i fumetti per ingannare l’attesa, ma è un fuoco purificatore… purificante sì, ma pur sempre fuoco. Gli insegnamenti dei santi e le loro vite ci testimoniano che dobbiamo far di tutto per evitare il Purgatorio e finire dritti in Paradiso, ma se così non fosse chi pregherà per noi?

A volte basta una sola Messa per liberare le anime del Purgatorio, noi non lo sappiamo e ci affidiamo alla misericordia del Padre, ecco perché dobbiamo sempre continuare a far celebrare Messe per i nostri defunti ; se poi non dovessero servire loro, il Padre elargirà questi benefici come e dove vorrà, ma non andranno persi.

Molti si chiedono se serva dare un’offerta in denaro al sacerdote: la disciplina della Chiesa dice che non è obbligatorio a meno che la parrocchia/il santuario non decida altrimenti per necessità/urgenze di varia natura. E’ però vivamente consigliato per almeno 3 motivi: il primo è che privarsi del denaro è segno di mortificazione; secondariamente ci aiuta psicologicamente a dare importanza, ci aiuta a ricordare la data e ci sprona a parteciparvi; terzo motivo è che l’offerta in denaro è un gesto concreto di riconoscenza al sacerdote ed un aiuto per la sua sussistenza.

Giorgio e Valentina.

Pellegrini per fare esperienza della Bellezza

Da bambina andavo ogni estate in vacanza in Valle Vigezzo, trascorrevamo le vacanze a Santa Maria Maggiore, ma la messa della domenica era rigorosamente al Santuario di Re.

La storia della Madonna del Sangue risale al 1494, più precisamente alla sera del 29 aprile quando due amici scendendo dalla valle si recarono alla Bettola di Re per andare a svagarsi, ma il vino era come le ciliegie per loro, un bicchiere tirava l’altro e così, ormai alticci, decidono di sfidare altri giocatori al gioco della Piodella che consiste nel lanciare un sasso (la piodella) contro un tronco di legno per far cadere delle monete.

Uno di loro perde al gioco, si arrabbia e lancia il sasso contro l’immagine della Madonna, i giocatori scappano. Nel mentre arriva un signore che era solito passare di lì e toccare l’immagine della Madonna come segno di devozione e si rende conto che la Madonna stava iniziando a sanguinare, la notizia si sparge in fretta, vengono suonate le campane e chiamato il parroco che raccoglie in un calice il sangue della Madonna, i paesani asciugano il sangue con delle pezze ancora oggi conservate nella reliquia del santuario.

A Re sono custodite due pergamene antiche che testimoniano che il miracolo è veramente avvenuto, ma la testimonianza più viva sono i tanti pellegrini che giungono ogni giorno in questo santuario. Riccardo ed io abbiamo scelto di fare questo pellegrinaggio per rendere grazie alla Madonna per i tanti doni ricevuti e chiaramente anche per presentarle le nostre fatiche e sofferenze.

A Re sono presenti una sfilza di fiocchi nascita per grazia ricevuta, ci sono stati il mio e quello di mio fratello e adesso quello di nostro figlio Pietro. Abbiamo camminato per 16 km in totale. Mio marito era instancabile, d’altronde un alpino (è stato militare per un periodo) resta sempre un alpino, io (non essendo abituata a praticare sport) arrivata a Malesco avevo male dappertutto. Salire e scendere pendii ripidi è molto faticoso.

Abbiamo recitato il Santo Rosario e la preghiera al Cuore Divino di Gesù sia al andata che al ritorno. Una volta arrivati a Re il mio cuore scoppiava di gioia, questo pellegrinaggio è stato anche una bellissima metafora della vita, la preghiera ha alleggerito i miei sforzi, la mano di mia marito mi ha dato sicurezza e la fede mi spingeva a credere che c’è la avrei fatta e continuare a camminare. La preghiera mi faceva sentire meno pesanti i chilometri sotto i piedi.

Ci siamo confessati, abbiamo partecipato alla Santa Messa, ma non ero sicura di riuscire a tornare a piedi, ero tentata di prendere il trenino, ma lo avevo promesso alla Madonna e dovevo farcela! Mio marito è andato in farmacia a comprarmi dei cerotti per le vesciche sui piedi (se pur ho indossato scarponi da montagna mi sono venute lo stesso) e si è inginocchiato all’inizio del percorso per mettermeli sui piedi.

Abbiamo ripreso a camminare stanchi anche per il sole che picchiava parecchio quel giorno (eravamo partiti alle 14:00) parte del tragitto era in pineta e li abbiamo lodato il Buon Dio per la brezza frizzantina e le meraviglie del creato, ma poi arrivati a Malesco abbiamo dovuto proseguire sotto il sole e li abbiamo offerto con il cuore quella fatica: Maria Santissima offro a te queste fatiche in segno del mio amore e della mia devozione per te.

Dio incidenza ha voluto che proprio quando siamo arrivati a Re era appena arrivato un grande gruppo di pellegrini e hanno aperto la reliquia contenente il sangue della Madonna. È stata una grande Grazia perché non viene aperta spesso. È stata un esperienza meravigliosa, ci ha riempito il cuore di gioia, di forza vitale, è stato come abbracciare la Madonna.

Alessandra e Riccardo

15 anni di matrimonio sono pochi?

Il matrimonio è una tappa, non scontata, nella vita di una coppia. Non scontata, perché d’avventure e disavventure possono succederne a iosa. E, non sempre, si ha il desiderio, il coraggio di prender questa barca e remare, oltrepassando, insieme, gli anni per giungere alla meta. E poi qual è la meta di un matrimonio?

Ognuno può avere le sue idee. Si può filosofeggiare sull’argomento, prendere sottomano dei riferimenti teologici, la Sacra Scrittura, il pensiero dei santi, o di emeriti scrittori e pensatori. Eppure, la verità è, in questi casi, spesso soggettiva. E tale verità dev’essere pure libera. Non possiamo, cioè, sindacare le scelte di Tizio o Caio. Perché ognuno forgia su sé stesso il suo vestito matrimoniale, il suo stile di vita coniugale.

Quante coppie “litigarelle” conosciamo? Si amano, forse, meno di chi sta sempre in pace? Io e Davide siamo, così, dei bei tipi, dal punto di vista caratteriale. Eppure, riconosco come sia una delle persone migliori incontrate nella mia vita, la prima sulla faccia della terra con cui ho avuto modo di dissertare a lungo di tutto, e di crescere insieme, nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore. Abbiamo tre figli e siam arrivati a quota 15, di anni insieme, A voi, dei nostri piccoli flash sul tema, scritti separatamente e poi legati, come in una sorta di puzzle; come due facce di una stessa mela, facenti parti dell’albero maestro: Dio Padre che, sempre, fa capolino con le sue fronde e ci scuote, ci parla, consiglia, ammaestra, ama sempre per primo.

Patrizia. Auguri a me e Davide, che compiamo 15 anni di matrimonio. Ma senza Dio, i figli, e gli amici fidati, saremmo, probabilmente, diversi, peggiori. La salvezza di una coppia non può dipendere, infatti, dalle sole proprie forze. Non credo possano esistere donne e uomini perfetti, amabili, esenti da difetti.

Davide. Auguri all’amore della mia vita che mi ha insegnato cosa significa amare con la A maiuscola, come le scrissi in una delle mie prime lettere.

P. Ricordo bene quella lettera… Anch’io, chiesi a Dio quando conobbi mio marito, nell’istante preciso che mi diede il primo bacio: “Insegnami ad amare, non per come ho sempre fatto, ma per come è giusto che sia“. Perché la vita di una coppia è un venire, di certo, a compromessi, un lasciarsi andare ma anche morire vicendevolmente (facendo morire, ogni volta, l’uomo vecchio) per amare davvero, per amare l’intero.

D. Già, perché il mistero dell’amore scambievole si rinnova giorno dopo giorno, istante dopo istante. Delle volte, appare come irrealistico, utopico, ideale, altre come l’insostenibile leggerezza dell’essere.

P. Prima di scoprirsi innamorati, ci si riconosce fra la folla, nel chiacchiericcio banale, si comprende d’essere simili.

D. Ma se confrontiamo il nostro “essere individuale” con l’“essere l’uno per l’altro” si scopre la meravigliosa sensazione dell’”io” che ha necessità del “noi” per divenire sponsale.

P. Ma quante volte occorre cadere prima d’arrivare al traguardo? E poi, quale sarà il traguardo? Il traguardo per la sottoscritta è trovare sè stessi, aiutarsi reciprocamente nel cammino di miglioramento interiore. Perché nasciamo come creature uniche agli occhi di Dio. Il nostro esserci al mondo, è, cioè, indipendente dalla coppia. Ma è pur vero che si può divenire più fecondi insieme. E non solo per via dei figli, ma perché in due si diventa amanti, compagni, amici. Si sperimenta quell’amare il prossimo tuo come te stesso, quel perdonarsi, e incitarsi a vicenda alla ricerca della serenità/felicità che deve riguardare poi ogni persona attorno a noi.

D. E anche se delle volte capita che con la nostra irruenza o istintività primordiale, si possa arrecare dispiacere nell’animo altrui e, in particolare, al proprio coniuge, con l’Amore e con la fede che ci guida siamo qui, oggi, con voi, a testimoniare, con gioia, la nostra unione contratta dinnanzi a nostro Signore il 5 settembre 2007.

Patrizia e Davide

Da dove nasce il vostro desiderio?

Abbiamo ricevuto una domanda qualche settimana fa. Ho già risposto personalmente a chi ce l’ha fatta, ma credo sia importante rifletterci insieme. Perchè è inutile nascondere che il dubbio di questa persona è comune a tanti. Veniamo alla domanda. Il quesito è stato posto da una donna sposata da alcuni anni con figli. Quindi si tratta di una relazione solida e duratura. Il marito le sta chiedendo insistentemente da un po’ di tempo di ravvivare il rapporto intimo con l’introduzione di alcuni sextoys e travestimenti. Lei non si sente di farlo perchè le sembra qualcosa di svilente e che non la fa sentire bene e ci chiede se moralmente l’ausilio di questi strumenti possa essere ammesso oppure no. Mi sono confrontato anche con padre Luca prima di rispondere. Quindi mi sento abbastanza certo della posizione che vi propongo.

Iniziamo con il dire la prima cosa fondamentale: anche se una pratica è lecita se non è gradita ad entrambi non è da fare. Quando ci capita di parlarne privatamente gli sposi che ci contattano, Luisa ed io siamo sempre netti su questo. Mai obbligarsi a fare qualcosa che non ci piace per le insistenze dell’altro. Perchè poi si rovina tutto quel momento di intimità. Non ci sente capaci poi di abbandonarsi all’altro e ci si irrigidisce. Capite il problema? Quindi la risposta alla follower è già chiara: dire di no. Ma ora affrontiamo un discorso più generale. Cosa dice il catechismo?

Gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano, ed arricchiscono vicendevolmente in gioiosa gratitudine gli sposi stessi (CCC2362)

Ci sarebbe da fare dei distinguo perchè i sextoys sono tanti e diversi e si dovrebbe magari valutarli in modo diverso l’uno dall’altro. Restiamo però sul generico. Io sinceramente ho qualche dubbio che far travestire mia moglie da dottoressa sexy (è solo un esempio) possa essere considerato degno. Lo stesso se decidessi di usare manette o stimolatori vari. Ma questo, potreste obiettare, potrebbe essere una mia personale sensibilità perchè sono particolarmente bigotto e represso. Quindi decidiamo pure che invece si possa fare. Alla fine la scelta è lasciata ai due sposi. Seguitemi nel ragionamento. Sappiamo bene che il rapporto sessuale tra sposi per essere moralmente buono deve avere due caratteristiche: deve essere unitivo e aperto alla vita. Quindi non ci dovrebbe essere peccato se il tutto rientra nei preliminari e poi il rapporto dovesse terminare con la penetrazione e con l’eiaculazione in vagina. L’apertura alla vita è preservata. Ho qualche dubbio sull’unione. E’ davvero un rapporto unitivo?

Cosa non funziona? E’ una scorciatoia. Una scorciatoia che evita di andare al nocciolo del vero problema. Dove nasce il desiderio che mi spinge a ricercare mia moglie o mio marito? Che rimanda poi ad un’altra domanda: con chi mi voglio unire? Con mia moglie? Con mio marito? Con le mie fantasie? Qui casca l’asino. Spesso chi sente il desiderio di usare certi aiutini è perchè non desidera l’altro. C’è aridità nel cuore.

Il desiderio, quello buono, quello che fa bene, quello che permette di vivere in modo sano il rapporto, non nasce dalle fantasie che ho nella testa. Quelle fantasie sono spesso frutto della cultura pornografica da cui mi sono abbeverato. Quello è un desiderio prettamente fisico ed egoistico. Non credo si possa neanche chiamare desiderio. E’ un’eccitazione. Ho visto delle immagini che mi hanno eccitato e che voglio ripetere con l’altro. Non sto cercando la comunione ma sto cercando di mettere in pratica delle fantasie. E’ unitivo una intimità così? Io ho qualche dubbio.

Sappiamo bene come il primo organo sessuale sia il nostro cervello. In realtà il cervello dovrebbe essere accompagnato dal cuore. Se ho bisogno di sextoys o di fare fantasie per desiderare un rapporto con l’altro forse c’è qualcosa che non va. Perchè fuggire dalla realtà? Perchè non mi basta quella donna o quell’uomo così come è?

So benissimo che costa fatica, ma il desiderio deve nascere dal cuore. Cosa voglio dire? Deve nascere dalla relazione, dalla cura reciproca, dalla tenerezza, dal mettere l’altro al centro delle nostre attenzioni tutti i giorni Non solo quando vorremmo unirci in intimità. Sempre. Solo così può nascere quel desiderio buono di vivere concretamente la comunione e la fusione delle nostre persone attraverso l’unione dei corpi.

So già le obiezioni. Me le hanno fatte tante volte: se non si cambia, se non si mette un po’ di pepe e si introduce qualche novità, l’intimità dopo tanti anni diventa scontata, monotona e noiosa. Per quello non si ha più voglia. Scusatemi la franchezza ma sono tutte balle. Se il matrimonio è curato, se la relazione è messa al centro, se c’è l’impegno di entrambi di donarsi ed accogliersi durante tutta la giornata (abbracci, dialogo, carezze, servizio, esserci, ascolto, ecc), beh allora non si ha bisogno di sextoys per rendere un rapporto appagante. Perchè non è vero che è sempre uguale. Noi siamo sempre diversi, la nostra storia insieme si arricchisce continuamente di tante cose belle o brutte che condividiamo, la nostra relazione è sempre più piena e ricca. Quello che cambia non deve essere il modo di farlo, ma l’amore che ci mettiamo dentro. L’amore va curato e fatto crescere.

Usare sextoys forse non è peccato, almeno non sempre, ma è una scelta al ribasso. Sicuramente nasconde un pericolo: quello di prendere la scorciatoia ed unirci non con l’altro ma con le nostre fantasie. Certamente è una modalità molto più facile e molto meno impegnativa, ma anche alla fine triste, che non lascia nulla dopo. Il piacere quello vero non viene solo da una contrazione muscolare come è l’orgasmo ma viene soprattutto dalla comunione profonda che possiamo sperimentare se viviamo bene la nostra intimità. Un piacere questo che lascia una forza e un benessere che durano per giorni. Un piacere che non è solo fisico ma spirituale. Quindi, il mio consiglio è questo: lasciate stare i sextoys ed impegnatevi a fondo a corteggiarvi. E’ faticoso ma ne avrete indietro il centuplo quando farete l’amore.

Antonio e Luisa

Ci serve una bella doccia!

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1 Cor 6, 1-11) Fratelli, quando uno di voi è in lite con un altro, osa forse appellarsi al giudizio degli ingiusti anziché dei santi? Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita ! Se dunque siete in lite per cose di questo mondo, voi prendete a giudici gente che non ha autorità nella Chiesa? Lo dico per vostra vergogna! Sicché non vi sarebbe nessuna persona saggia tra voi, che possa fare da arbitro tra fratello e fratello? Anzi, un fratello viene chiamato in giudizio dal fratello, e per di più davanti a non credenti ! È già per voi una sconfitta avere liti tra voi! Perché non subire piuttosto ingiustizie? Perché non lasciarvi piuttosto privare di ciò che vi appartiene? Siete voi invece che commettete ingiustizie e rubate, e questo con i fratelli ! Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio ? Non illudetevi : né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomìti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi! Ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio.

E’ un brano che trasuda schiettezza e chiarezza non lasciando spazio a fraintendimenti, noi non affronteremo direttamente i vari rimproveri che S. Paolo fa alla comunità cristiana di Corinto poiché va da sé che valgono anche per noi, ma ci limiteremo a raccogliere qualche considerazione.

Innanzitutto cominceremo col capire perché l’apostolo faccia questi rimproveri/correzioni alle comunità cristiane: lo si evince dagli stessi suoi scritti, nei quali, in altre parti, ricorda alla comunità che è stato lui stesso a generarla nella fede con la sua predicazione (a cui ha fatto seguito l’amministrazione del battesimo) e quindi non solo si sente padre nella fede di tale comunità ma di fatto lo è davvero.

E quale buon padre non rimprovera e non corregge i suoi figli quando ce n’è bisogno ?

Ma cosa muove poi questo amore paterno dell’apostolo? Paolo corregge i suoi figli (ed indirettamente anche noi) perché li ama e vuole il loro bene, cioè non vuole solo che siano delle cosiddette “brave persone” o “persone bene educate” e non basta nemmeno che siano “onesti e bravi cittadini”, ma la cosa che più gli interessa è che si convertano e si salvino l’anima… guarda caso è la stessa cosa che vuole Dio Padre! E’ quindi a partire da questa paternità che dobbiamo leggere i vari rimproveri/correzioni.

E’ bella l’esortazione dell’apostolo quando dice : “Non illudetevi […]” , in fondo è come se dicesse : “State tranquilli che se faticate sulla via del bene, sulla via della Verità, sulla via della santità, allora erediterete il regno di Dio” ; vuole rassicurare i suoi circa il fatto che stare nella Verità è certamente faticoso ma lo richiede la santità a cui sono stati chiamati… forse Paolo aveva il sentore che qualcuno pensasse di andare in Paradiso senza merito, sperando in una salvezza che non pretendesse una conversione di vita reale.

Ed eccoci alla meravigliosa frase conclusiva che spiega il motivo di tanta esuberanza nel rimprovero paolino. Se qualche riga prima egli fa un elenco ai suoi figlioli di tutta una serie di azioni e stati di vita peccaminosi, i quali precludono alla salvezza operata da Cristo, ora l’apostolo si vede “obbligato” a ricordare loro che tali erano anch’essi prima di incontrarlo. Questa memoria del proprio passato peccaminoso può aiutare i convertiti, da una parte, ad avere compassione e pazienza verso coloro che ancora vivono nel peccato, dall’altra li deve stimolare a non tornare più alla vecchia vita.

E per spronarli con impeto usa 3 verbi interessanti : “...lavàti…santificati…giustificati…”.

Queste parole infuocate d’amore sono rivolte anche a noi sposi: con la grazia sacramentale siamo stati lavati dai peccati… di solito appena si esce dalla doccia non si ha il desiderio di buttarsi nel fango fino al collo, e perché invece ci piace così tanto sporcarci l’anima molto peggio che neanche il fango? Dobbiamo tornare alla doccia spirituale sempre più frequentemente.

Quando ci siamo sposati abbiamo ricevuto in dono un surplus di Spirito Santo, oltre a quello ricevuto negli altri Sacramenti, e se si chiama Santo è perché la Sua azione specifica è stata racchiusa nel nome; Egli infatti è Il Santificatore, Colui che ci rende santi, Colui che ha scelto la coppia di sposi come Sua dimora… cari sposi, non facciamo fuggire dal nostro matrimonio un così illustre ospite con un comportamento indegno.

A noi genitori è successo di andare a scusarci con una persona estranea alla famiglia per le malefatte commesse dal proprio figlio (spesso succede quando i figli sono ancora in tenera età), e compiendo questo gesto abbiamo giustificato il bambino di fronte alla persona terza ma anche il bambino con se stesso, portando noi il peso delle conseguenze di tale gesto. E’ come se dicessimo al figlio che gli abbiamo azzerato il conto ed ora può ripartire da zero perché la pezza ce l’abbiamo messa noi genitori e ci siamo presi noi la colpa. Questo atteggiamento paterno è lo stesso che ha Dio, non ha forse portato Lui il peso delle nostre malefatte sulla Croce? Non ci ha forse dato un’altra possibilità, come se avesse azzerato il conto? La giustificazione operata da Cristo, cioè l’opera di renderci giusti, deve necessariamente incontrarsi con la nostra umanità, non funziona alla stregua del prestigiatore “Sim, salabim “, ma ha bisogno di trovare in noi corrispondenza di una vita reale.

Coraggio sposi, siamo stati chiamati ad una vita più bella, più piena, più ricca, più più più più… eterna.

Giorgio e Valentina.

Riconoscere per essere riconoscenti

Riconoscere e riconoscenza. Ieri mentre ascoltavo l’omelia del sacerdote mi è venuta questa riflessione. Solo un breve flash ma che ho deciso di sviluppare con questo articolo. Perchè mi sembra importante, alla luce della mia esperienza di sposo e anche alla luce di quella di tante persone con cui ho avuto modo di dialogare in questi anni. E’ importante saper dire grazie sempre.

Spesso non è così! Spesso, parlo anche per me, è più facile soffermarsi sui difetti dell’altro. Riconoscere i suoi difetti e i suoi limiti non serve a rendermi la vita più semplice e il matrimonio più bello. Serve solo a creare in me un atteggiamento sbagliato, l’atteggiamento di chi tollera una situazione che in realtà non va bene. L’atteggiamento di chi è concentrato su ciò che non va. Alla fine non si è più capaci di dire grazie per tutto ciò che di bello invece c’è. Si crea una mentalità che diventa poi pregiudizio e giudizio.

Invece c’è un antidoto a tutto questo. E’ importante saper ringraziare Dio per tutto ciò che abbiamo. Che non è mai poco anche nelle situazioni più difficili. Non voglio dire che gli errori e i peccati dell’altro non vadano visti, che si debba fare finta di niente. No, anche questo sarebbe nascondere un problema che prima o poi esploderebbe in qualche modo. Significa altro. Significa spostare l’attenzione dai limiti della persona che abbiamo accanto ai nostri. Sì, anche noi commettiamo tantissimi sbagli ogni giorno. Dite di no? Pensate solo anche a tutte le omissioni che commettete. Tutte quelle occasioni che avremmo potuto amare, donarci, servire, prenderci cura, dire quella parola, fare quella cosa e non l’abbiamo fatto. Sono tantissime ogni giorno. Io ho smesso di contare le mie.

Spostare l’attenzione sui nostri errori e sull’amore grandissimo, gratuito, fedele, incondizionato, infinito e personale che Dio ha per ognuno di noi. Dio mi ama così, con tutti i miei pregi ma anche con tutte quelle parti che nascondo perchè non mi piacciono. Mi ama nonostante i miei peccati, i miei errori, le mie mancanze, le mie omissioni. Mi ama e mi vede come la persona più meravigliosa che ci sia. Questo cambia tutto. Se riusciamo a spostare l’attenzione dai suoi difetti ai nostri e all’amore che Dio, nonostante questi, ci regala, diventa più semplice accogliere nostro marito e nostra moglie. Anche quando non si comporta come vorremmo, anche quando ci ferisce e ci fa del male con le sue parole e il suo comportamento. Perchè i suoi difetti restano evidenti, ma non ci fanno più così male perchè non sono il centro del nostro cuore. Il centro è lasciato alla nostra relazione con Gesù. Solo così, mettendo dei confini al male che l’altro ci può fare, saremo pronti ad amarlo per quello che è perchè saremo liberi di farlo senza pretendere nulla da lui/lei.

Riconosciamo la nostra piccolezza per essere capaci di riconoscenza e di aprirci ad un amore libero e incondizionato.

Antonio e Luisa

Cosa farete da grandi?

Cari sposi,

mi sa che tutti voi o avete visto o almeno sapete di che tratta il film “Da grande” (1987) con Renato Pozzetto nelle vesti di un piccolo Marco che non vede l’ora di crescere per sposarsi la sua maestra Francesca delle elementari di cui è lo spasimante.

Il tema della maturità affettiva è presente in questo vangelo odierno dal momento che Gesù sta presentando i requisiti per seguirlo. Oltre alla croce quotidiana da abbracciare ci sono anche elementi di ordine umano, come il “costruire una torre” che alludono appunto alla base umana di ogni scelta definitiva, in altre parole alla maturità affettiva, alla vera adultità. Vorrei pertanto parlare con voi proprio su questo, sul saper discernere bene sia prima ma anche durante il matrimonio come un modo per rispondere alla vocazione del Signore. Non basta dire un “sì” vago e spiritualista al Signore, non basta essersi sposati in chiesa per assicurare un matrimonio fecondo ma bisogna anche lavorare sodo su noi stessi perché questo assenso divenga concreto e possiamo collaborare con lo Spirito Santo nella forgia di un carattere, di una psicologia, di una “umanità” che ci permettano di donarci al coniuge e ai figli.

La prima lettura, in armonia con il Vangelo, parlano difatti di liberarsi da ogni peso che possa gravare sul nostro spirito e soprattutto in ordine a comprendere la Volontà di Dio, quindi al discernimento. Quali sono questi fardelli in un matrimonio? Sono certi condizionamenti della propria famiglia di origine, certe remore del proprio passato, modi di pensare e criteri che non sempre collimano con la nostra fede. E non solo del passato ma anche del presente, perché voi vivete “a bagno maria” in un mondo che predica l’esatto contrario del Vangelo. Senza la vigilanza e il discernimento prima o poi il vostro vivere ne resterà intaccato. E poi, come si fa a scegliere se non si è liberi? Come posso liberamente dirti di “sì” per sempre se ho dei condizionamenti al mio carattere, alla mia volontà, alla mia mente?

Ecco allora che Gesù saggiamente ci dice: prima di metterti a costruire il tuo matrimonio, pensa bene a quali materiali state usando, su quali forze disponete, su che stoffa possedete… non sia che poi dobbiate scontrarvi con amare sorprese dopo 5, 10, 20 anni…

In questo senso, vi rimando a due numeri di Amoris Laetitia che parlano proprio di questo e sono il 239 e il 240. Il Signore vuole dirci che il matrimonio esige una grande preparazione ma anche un continuo vigilare su come lo stiamo vivendo, un costante discernimento se viviamo o meno nella Volontà di Dio. Invocando spesso lo Spirito Santo e aprendovi gli uni gli altri, possiate, cari sposi, camminare alla sequela di Gesù, Vostro Sposo.

ANTONIO E LUISA

Il lavoro su noi stessi è fondamentale. Spesso siamo più concentrati sui difetti dell’altro. Ognuno di noi si porta nel matrimonio delle parti non risolte di sè. L’atteggiamento peggiore che possiamo mettere in atto è proprio quello di dire sono fatto così. Noi siamo fatti per essere liberi e il matrimonio con le sue richieste radicali, con la quotidianità della relazione, ci può aiutare ad esserlo. Un matrimonio è fatto di impegno e sostegno. Impegno per migliorarci gradatamente giorno dopo giorno e sostegno per accoglie i limiti dell’altro. L’amore gratuito è il solo che può sostenere e provocare nell’altro riconoscenza e desiderio di impegnarsi e migliorarsi. Quindi cari sposi prendiamo la nostra croce e andiamo dietro al Signore. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

San Gregorio Magno e l’ordo coniugatorum

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di San Gregorio I (540-604), detto anche “Magno” per i moltissimi meriti che si è guadagnato nella sua missione pastorale. Un papa vissuto in una congiuntura storica difficilissima (guerre, carestie, eventi climatici avversi, pestilenze, invasioni…). Tra codesti meriti va menzionato anche l’aver messo in luce, tra i primi assieme a S. Agostino e a S. Isidoro di Siviglia, una dimensione del matrimonio che la Chiesa ha pienamente rivalorizzato a partire dal Concilio Vaticano II, ossia l’ordo coniugatorum, l’ordine degli sposi. Vediamo quindi in cosa consiste.

Per prima cosa, partiamo da cosa disse Gregorio al riguardo. Egli, nella sua opera “Moralia in Iob”, cioè il commento esegetico al libro di Giobbe, interpreta in modo allegorico il numero dei sette figli e tre figlie nati a Giobbe (cfr. Gb 1,2). Gregorio vede nei sette figli l’ordo praedicantium, cioè gli apostoli e nelle tre figlie il resto dei fedeli. Questi ultimi poi vengono suddivisi in tres ordines: i pastori rappresentati da Noè, i continenti, rappresentati dal profeta Daniele e i coniugati rappresentati appunto da Giobbe (cfr. Gregorio Magno, Moralia in Iob, 1.14.20). Può sembrarvi banale tutto ciò ma invece è stata una pietra miliare verso un sempre maggior riconoscimento della dignità nuziale.

Difatti il concetto di “ordine” nella chiesa antica era una qualifica del proprio stato di vita, indicava che la Chiesa vedeva in queste persone una caratteristica sostanziale che le rendeva capaci di vivere in un certo modo ed avere una missione particolare. Dice il Catechismo: “La parola Ordine, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano” (CCC 1537).

Secondo il grande teologo domenicano francese Yves Congar (1904-1995) la Chiesa, fin dai suoi inizi vide negli “ordini” un modo per qualificare le diverse categorie dei fedeli nella Chiesa per questo poi si iniziò a distinguere i cristiani prima tra clero e fedeli ma poi anche tra vergini, sacerdoti, diaconi, vedovi, sposi, catecumeni…

In un altro passaggio del Catechismo si dice che: “Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici, [Cf Eb 5,6; Eb. 7,11; 110,4] chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla dell’“ordo episcoporum” – ordine dei vescovi, – dell’“ordo presbyterorum” – ordine dei presbiteri – dell’“ordo diaconorum” – ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove” (CCC 1537).

È sempre Congar che vede negli “ordini” uno sforzo dei Padri della Chiesa per dare un ruolo preciso alle diverse parti della comunità. È in questa linea che si mosse appunto S. Gregorio Magno e così egli interpretò 3 grandi personaggi dell’Antico Testamento come i simboli dei 3 grandi ordines dei fedeli: Noè – ordine dei predicatori (dottori) e pastori, Daniele – i continenti/contemplativi, Giobbe – i coniugati.

Un elemento molto positivo della Chiesa antica è che non vi era una gerarchia tra questi ordini, bensì una sinergia tra di loro e così, per esempio, non si poteva affermare che Daniele fosse superiore di Giobbe. Ancora Congar in tutto ciò sottolineava come il merito e la perfezione personali erano indipendenti dalla situazione sociale o anche ecclesiastica.

Ora dalla Chiesa antica dobbiamo fare un salto di vari secoli ed arrivare al Concilio Vaticano II (1962-1965). Al suo interno, quando i padri conciliari si domandavano come definire in pieno secolo XX la Chiesa, essi videro un’ottima spiegazione nel concetto di “comunione”: la chiesa è una comunione tra stati di vita, tra “ordini”. La Costituzione Apostolica Lumen Gentium dice proprio al n° 11: “I coniugi cristiani …hanno così, nel loro stato di vita e nel loro ordine [nella loro funzione], il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (in suo vitae statu et ordine proprium suum in Populo Dei donum habent).”

Don Carlo Rocchetta fa un’attenta osservazione al riguardo della traduzione italiana del suddetto numero della Lumen Gentium 11 perché nota come ordo è tradotto erroneamente con “funzione” «Non si esagera, né si forza il senso del testo conciliare, dunque, se vi si scorge il ricupero dell’ordo coniugatorum e quindi la collocazione dinamica della coppia cristiana entro gli ordines su cui per secoli si è costituito la Chiesa» (C. Rocchetta, Senza sposi non c’è Chiesa).

In altri passaggi don Carlo opera questa correzione alla traduzione di “ordo” in latino e ne fuoriesce una migliore visione del matrimonio. Ecco due passaggi:

La Lumen Gentium 14: “Ne consegue che il popolo di Dio non solo si raccoglie da diversi popoli, ma nel suo stesso interno si compone di ordini diversi [funzioni diverse]. Poiché fra i suoi membri c’è diversità sia per ufficio, essendo alcuni impegnati nel sacro ministero per il bene dei loro fratelli, sia per la condizione e modo di vita, dato che molti nello stato religioso, tendendo alla santità per una via più stretta, sono un esempio stimolante per i loro fratelli”.

La Gaudium et Spes 52: “I coniugi stessi, creati ad immagine del Dio vivente e costituiti in un vero ordine di persone, siano uniti da un uguale mutuo affetto, dallo stesso modo di sentire, da comune santità”.

Questa riflessione è sfociata poi nel Catechismo, nei numeri che ho già citato ma soprattutto in questo:

CCC 1631: “… il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli”.

Dove si arriva in fin dei conti con queste considerazioni? Per prima cosa a capire che la Chiesa delle origini guardava con profonda dignità al matrimonio e lo considerava un “ordine” tanto quanto quello sacerdotale. E questo perché la Chiesa aveva una struttura comunionale, motivo per cui il Concilio Vaticano II ha voluto di nuovo recuperarla. E terzo, da queste due premesse, ne consegue che per la grazia del sacramento del matrimonio tutte le coppie di sposi, partecipando tutte all’unico vincolo d’amore di Cristo che ama la Chiesa, formano tra loro una vera e propria unità sacramentale, un “corpo solo”, un ordine appunto, con una missione ben specifica: amare e testimoniare come ama Gesù, in una unità che supera qualsiasi altra forma aggregativa.

Voi coppie non siete da meno dei sacerdoti, avete un sacramento che vi costituisce Piccola Chiesa Domestica, un sacramento tanto degno quanto il sacerdozio. Cambia solo il modo di compiere la missione: essere comunione permanente, tra voi, in famiglia, in parrocchia, con la guida dei vostri pastori.

Ringraziamo il Signore del dono di grandi e santi pastori, come San Gregorio, che hanno avuto la lungimiranza e l’acutezza di comprendere sempre meglio la vostra meravigliosa dignità sacramentale e di saperla mettere in pratica pastoralmente. Preghiamo perché possiamo avere sempre pastori così e con loro e tra voi sposi formare una vera comunione nella Chiesa.

I cristiani sanno cos’è il matrimonio?

Volevo ragionare con voi su una questione che ho affrontato pochi giorni fa con alcuni amici. Questo amico raccontava di essere andato con la moglie a dare testimonianza in una parrocchia e alla fine il parroco lo aveva ringraziato si, ma senza mancare di fare una velata critica. La proposta offerta dai miei due amici era troppo alta, necessitava di fede che non tutti avevano. Ora la domanda viene spontanea: non si può parlare della proposta cristiana sull’amore neanche in parrocchia? Se non lì dove?

Luisa ed io ci siamo trovati d’accordo con questa coppia sul fatto che spesso le persone, che anche vivono in un contesto cristiano, nella parrocchia, negli oratori o in gruppi e movimenti, in realtà sanno poco o nulla della morale cristiana e di cosa significa il matrimonio. Anche i corsi per i fidanzati di preparazione al matrimonio sono spesso incompleti, non arrivano quasi mai al cuore del matrimonio. Non so perchè. Perchè è così difficile spiegare cosa è un sacramento? Perchè è così difficile andare oltre la relazione umana? Si invitano psicologi, medici, avvocati o altri professionisti. Ma per queste cose, per fare andar bene una relazione sul piano umano non serve il sacramento. Basta il nostro impegno. Sono tutte cose fondamentali. Non lo nego. E’ importante conoscere determinate dinamiche relazionali e le norme giuridiche e sociali che caratterizzano l’istituto matrimoniale. Ma dove sta Gesù in tutto questo? Chi prepara queste coppie crede davvero che Gesù sia determinante? A volte mi viene il dubbio. Quando i fidanzati arrivano alla fine del percorso di preparazione sanno rispondere alle domande davvero fondamentali? Hanno capito la differenza tra la convivenza, che tanti di loro già vivono, e il matrimonio? Sanno cosa stanno per fare?

Ho come la sensazione che per tanti cristiani il matrimonio in chiesa sia solo la ciliegina sulla torta. Sia dare una spolverata di religiosità a una relazione che in realtà è fondata solo sulla forza dei due. Gesù cosa c’entra in tutto questo? Quando. nei nostri seminari, raccontiamo le basi della spiritualità di coppia e del sacramento del matrimonio, ci rendiamo conto che spesso mancano le basi. Tante coppie, tutte coppie che hanno una vita cristiana, senbrano sentire per la prima volta quello che noi diciamo loro. Poi è chiaro il motivo per cui anche tanti matrimoni sacramentali finiscono male. Gli sposi hanno molte carenze e lacune, non sanno tante cose. Si fraintende quindi il significato. Come si direbbe per un’azienda si fraintende la mission. Il matrimonio non ci è dato per poter avere tutto ciò che ci manca: affettivatà, intimità, cura ecc. Non ci deve completare. Altrimenti non capiamo tante cose. Il per sempre, ad esempio, diventa una richiesta non del tutto compresa e accettata spesso solo a parole, ma non nel cuore. Perchè devo stare con lui/lei se non sto più bene come prima? Il centro sono io. Se non mi rende felice è giusto quindi lasciarlo/la. Il sacramento è qualcosa che prima di tutto mi deve dare, come del resto la fede. Per tanti non è la strada verso la santificazione. Non è il luogo dove incontrare Cristo. Perchè altrimenti si dovrebbe mettere in conto la croce e per tanti non è concepibile. Capite il fraintendimento? Se lo scopo del matrimonio è che mi renda felice rischio seriamente di partire molto male.

In realtà lo scopo principale del matrimonio non è quello. Io non devo trovare la felicità nelle relazioni umane. La felicità quella vera viene solo da Dio. Tutto il resto è precario. Non posso affidare tutto il mio bisogno di infinito amore ad una creatura che per quanto possa essere bella e brava è comunque imperfetta e limitata. La persona che abbiamo accanto sbaglia di continuo e ci farà soffrire alcune volte con il suo comportamento e i suoi sbagli. Certo accolgo con gioia e riconoscenza tutte le cose belle ma non fondo su di esse la fedeltà alla promessa. E allora? Cosa è il matrimonio cristiano? Il matrimonio è quella relazione dove abbiamo la possibilità di imparare ad uscire da noi stessi, dove in una scelta radicale (INDISSOLUBILE, FEDELE E UNICA) e incondizionata (NON DIPENDE DA COME SI COMPORTA L’ALTRO) troviamo chi siamo. Siamo creature fatte ad immagine di Dio. Solo nel momento in cui ci doniamo completamente possiamo fare esperienza di chi siamo e trovare senso a tutto. Il matrimonio è fatto per dare tutto e nel dare tutto trovare Gesù. Per questo è un sacramento. E’ una vocazione e un sacramento. VOCAZIONE che non è altro che il modo che abbiamo per rispondere ad un amore tanto grande che Dio ci offre gratuitamente e personalmente e SACRAMENTO perchè sa che noi siamo troppo piccoli per potere amare così e ci aiuta con la Sua presenza e la Sua grazia. Quanti lo sanno? Quanti sanno, o meglio sono cosapevoli, che il giorno delle nozze, con quella promessa solenne fatta in chiesa, si stanno donando non solo allo sposo o alla sposa, ma a Dio stesso che entra in quella relazione benedetta e sacralizzata? Dio che resta lì anche se uno dei due dovesse andarsene.

Poi certo, se non si è consapevoli di tutto questo e le cose non funziano più, la risposta che le coppie cristiane riescono a trovare è la stessa solita e povera risposta che trova qualsiasi altra coppia di conviventi e di uniti civilmente: la separazione. C’è bisogno di un nuovo annuncio, anche tra i cristiani. E’ brutto doverlo constatare, ma anche gli sposi cristiani hanno bisogno dell’annuncio di pienezza e di bellezza che il matrimonio sacramento racchiude dentro di sè. Coraggio non puntiamo il dito contro nessuno, assumiamoci la responsavbilità personalmente noi coppie che abbiamo compreso nel tempo la bellezza del matrimonio e testimoniamo ogni volta che possiamo.

Antonio e Luisa

Paura per il futuro? Apritevi agli altri

Vorrei rispondere ad alcuni commenti arrivati al blog qualche giorno fa. C’è preoccupazione. Tante famiglie hanno timore di non riuscire ad arrivare a fine mese. Cari sposi cristiani non abbiate paura, in questo tempo di crisi, nel fare quadrare i vostri conti e nel fare la carità. Ogni giorno radicatevi sempre di più in Dio, con la preghiera, il digiuno e le opere di misericordia verso chi soffre. Il nostro compito sarà sempre di più fondersi nel nostro Padre Celeste e vivere come facevano le prime comunità cristiane che mettevano tutto in comune e si aiutavano l’un l’altro.  A tal proposito vi cito un passo del Vangelo che ci dice proprio questo di non avere timore: Luca 12, 22-31 “Poi disse ai suoi discepoli: «Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito. Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto più degli uccelli valete voi! Chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? Se non potete fare neppure così poco, perché vi preoccupate per il resto? Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così bene l’erba nel campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più farà per voi, gente di poca fede. E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta.
Abbà, nostro Padre Celeste, ci dice di avere fede e di non preoccuparci tutto arriverà, tra l’altro più vi spederete nell’ essere segno di carità verso gli altri e più il Signore vi sarà vicino e vi aiuterà. Io e mia moglie Barbara cerchiamo di essere due testimoni del Vangelo, ci occuppiamo della Missione di Speranza e Carità di Palermo e la nostra vita è donata agli altri, viviamo di provvidenza, quindi non abbiamo stipendi, viviamo solo di quello che ci viene regalato. Nei giorni scorsi dovevamo partire per un viaggio, per fare un corso e cementare sempre di più il nostro essere sposi, e abbiamo speso circa 300 euro di aereo, una cifra per noi importante, ebbene dopo pochi giorni sono arrivati, attraverso una donazione del tutto inaspettata, esattamente i 300 euro. Potrei farvi tanti di questi esempi, ci manca la frutta e ci arriva la frutta. Ma questo non è una regola che vale solo per noi, ma per tutte le famiglie che hanno fede. Le famiglie della Associazione Papa Giovanni XXIII, che accolgono nelle loro case bimbi o adulti in difficoltà, vivono tutte di Provvidenza e questa è sempre presente.

Tutti noi che abbiamo fatto scelte radicali e ci affidiamo completamente a Dio possiamo testimoniare che non ci manca nulla di ciò che ci serve. Questo vale per tutte le famiglie cristiane che mettono al centro delle loro vite Dio, quindi non abbiate paura lanciatevi nella carità verso chi soffre. Possiamo mettere in pratica le 7 opere di misericordia spirituali: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, perdonare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per morti. Tutte queste opere non comportano uscite economiche, ma impegnano la nostra persona. Possiamo mettere in pratica anche le 7 opere corporali della Misericordia: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitare lo straniero, il pellegrino, curare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti. Anche qui cari sposi non vi preoccupate nell’essere segno concreto di carità, ogni cosa che donerete il Padre Nostro ce la ridarà, magari non domani, ma quando ci servirà. Questi sono tempi difficili impariamo sempre di più a vivere con poco, ma non facciamoci mai mancare la carità, non fatevi prendere dalla paura, non chiudetevi in famiglia, più vi aprirete verso gli altri e più avrete risorse per superare questo momento di grande caos e mettere le basi per costruire in cielo i vostri tesori.

Anche qui ci viene in aiuto la parola di Dio, Matteo: 6,19-21 “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
Noi sposi cristiani siamo su questa terra, ma non dobbiamo farci prendere delle preoccupazioni del mondo, ma avere sempre fissa la dimensione del cielo. In questa terra siamo tutti stranieri in terra straniera e la nostra vita è molto breve. Il Salmo 89 al versetto 10 cita: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo.
Questi tempi fanno davvero paura, la tv ci racconta di guerre, carestie, accanto a noi la violenza aumenta, lo sconforto, i prezzi salgono, le bollette si impennano, ma la paura non viene dal nostro Padre Celeste. Noi dobbiamo essere saldi in Dio, ed essere noi la carezza del Signore per chi ci è accanto e non ha la nostra stessa fede e si lascia prendere dallo sconforto.

Riccardo Rossi

Separato sì ma fedele e casto

Nel mio articolo del 18 agosto scorso, dicevo che i due ostacoli principali che incontrano i separati nella scelta di fedeltà sono la solitudine e l’attrazione sessuale: visto che in quell’articolo ho parlato della solitudine, oggi voglio parlare della castità. È un argomento su cui nel tempo ho cambiato completamente idea, perché pensavo che per un uomo fosse impossibile vivere in continenza (premetto che per castità intendo non solo non avere rapporti sessuali, ma anche qualsiasi contatto con gli organi genitali diverso dalle normali funzioni fisiologiche). Quando ho maturato la scelta di fedeltà, si è presentato questo problema che non sapevo come affrontare, anche perché all’inizio era molto sentito, in quanto c’erano aspetti predominanti come l’abitudine a una vita di coppia e la solitudine di trovarsi all’improvviso da soli.

Umanamente la castità è impossibile se veramente non ti affidi a Dio e non ti aggrappi alla sua croce: a distanza di un po’ di anni devo ammettere che non faccio uno sforzo eccessivo per mantenerla e, state tranquilli, non si muore per questo e non vengono malattie! Anche perché il corpo umano è talmente perfetto che riesce a regolarsi, se necessario, ad esempio attraverso la polluzione notturna). Non è merito mio, ma di Dio e senza la messa, la santa comunione quotidiana e il rosario non sarei durato un mese. Ovviamente ho dovuto cambiare alcune abitudini nella mia vita o riscoprirne delle altre, frenando l’immaginazione che è il primo organo sessuale: come guardo le altre donne? (perché a me piacciono molto le donne, di questi tempi è bene specificare). Prima potevo provare desiderio, magari potevo farmi anche un film nella mia testa, ora io invece le guardo come se fossero le mie sorelle; nessuna persona sana guarderebbe una sorella con desiderio, quindi se passa una bella ragazza, certo che la guardo, ma dentro di me penso: “Signore, ma che bella donna che hai fatto, che bella creatura, benedicila!”.

Naturalmente c’è voluto del tempo e continua tutta la vita, ma dà un senso di libertà incredibile, perché riesco ad amare tutte le amiche e le donne che incontro senza andare oltre quella soglia di pudore. Inoltre, visto che siamo nella società delle immagini, dovunque ci giriamo vediamo qualcosa che può turbare (ovviamente, se uno va cercarle, mi riferisco alla pornografia, è impossibile vivere in continenza, perché nel nostro inconscio ci sono forze molto più forti di noi); però a volte può capitare tramite gruppi WhatsApp e Facebook o anche navigando su Internet che ti si apra quella finestra, oppure che ti mandino delle immagini pensando di farti una cosa gradita: ecco io ho imparato, si apre quella finestra, la chiudo subito senza fermarmi un secondo a ragionare; mi arriva quell’immagine che intuisco mi possa turbare, senza aprirla completamente, la cancello. Un altro aspetto da considerare è quello del piacere: a chi non piacerebbe avere un rapporto sessuale? A nessuno, perché è un’espressione di piacere: quindi io mi sono accorto che se questo grande piacere viene a mancare, bisogna compensarlo in qualche altro modo e con altri tipi di piacere “sani”. Ogni volta che ci mettiamo a tavola, mangiamo le cose che più ci piacciono; bisogna riprendere in mano antiche passioni, hobby, ad esempio a me piace molto ascoltare la musica, leggere, mangiare la pizza con amici, oppure specialmente quando sono un po’ nervoso o arrabbiato, metto scarpe da ginnastica, tuta e via a camminare in mezzo alla natura; ognuno sa cosa gli fa più piacere: le donne mi dicono fare shopping, a me dopo mezz’ora mi viene il mal di testa, è una cosa soggettiva.

È necessario anche fare attenzioni alle conoscenze che facciamo: sono capitate e capiteranno delle occasioni con delle belle persone che sembra vibrino sulla vostra lunghezza d’onda e anche per questo motivo ho rimesso la fede al dito, per dare un messaggio a chi mi sta intorno che sono impegnato e come testimonianza che io sono sposato, anche se separato. Infine, ci vuole pazienza per coltivare un’opera così grande, che non si acquista una volta per tutte; la castità conosce infatti le leggi della crescita, crescita che passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e da possibili cadute.

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

Rimbocchiamoci le maniche!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 1, 17-19) In quei giorni, mi fu rivolta questa parola del Signore : «Tu, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò ; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

Questa è la prima lettura che ci viene offerta nella memoria del martirio di S. Giovanni Battista, ed è uno stralcio di un capitolo più lungo nel quale il Signore investe Geremia della missione di annunciare il castigo ai popoli che hanno voltato le spalle a Dio peccando di idolatria.

Fa eco il brano del Vangelo di Marco in cui è narrato il martirio, o meglio, in questa lettura del profeta Geremia si delinea la missione ed anche la prefigura del Battista, il quale sarà investito del coraggio dello Spirito Santo per denunciare un adulterio per scuotere le coscienze, e non rinuncerà a dire la Verità nonostante la persecuzione.

Le parole che si sente rivolgere il profeta le possiamo tranquillamente applicare a noi come singoli battezzati, e nello specifico a noi sposi, sacramento vivente di Cristo. Vedremo come i vari incoraggiamenti da parte del Signore siano forza vitale anche per noi sposi.

Innanzitutto cominciamo col ribadire (come in tanti altri articoli e libri su questo blog) la dimensione profetica degli sposi: singolarmente abbiamo già ricevuto la dimensione profetica nel Battesimo, ma nel Sacramento del Matrimonio avviene che non solo si “sommano” i Beni e le Grazie battesimali dei due sposi, ma ciò che prima apparteneva al singolo sposo/a diventa patrimonio di Grazia e in un certo senso “appartiene” anche al coniuge che ne gode dei frutti, MA c’è molto di più poiché nasce una nuova dimensione con un nuovo linguaggio e due protagonisti/profeti che profetizzano sia quando sono insieme che quando sono da soli con le altre persone… ed anche in questo gli sposi sono icona trinitaria poiché dove una Persona divina agisce ci sono anche le altre due Persone : sulla Croce c’era il Figlio ma non è che il Padre e lo Spirito Santo fossero a farsi un drink al bar dell’oratorio in attesa della risurrezione!

Ritorniamo al nostro brano e analizziamolo frase dopo frase per quanto ci è possibile, e ci accorgeremo che la Parola è vocazione perché chiama ad una risposta.

  • Tu – Il Signore non chiama mai una massa informe, chiama ogni singola anima, ogni singola coppia di sposi/profeti a far parte del suo esercito perciò nessun battezzato e nessuna coppia si senta esclusa, anche se ognuna risponde alla chiamata profetica con carismi e modalità proprie.
  • stringi la veste ai fianchi, àlzati – Non sono ammessi i lazzaroni scansafatiche… che tradotto nel nostro linguaggio suonerebbe come : “rimboccati le maniche” oppure “mettiti la tuta da lavoro”. E’ lo stesso gesto che fa Gesù poco prima di cominciare la Lavanda dei piedi… che sia un rimando non troppo celato?
  • e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò – Avete notato che tutti i verbi sono imperativi? Non sono dei suggerimenti ma dei comandi da parte del capitano dell’armata. Non dobbiamo tacere. Non possiamo fare come gli struzzi che mettono la testa sotto terra.
  • non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro – Sicuramente i nostri nemici cercheranno di spaventarci con vari mezzi. E’ una tattica del nemico tentare di zittire i cristiani cosicché le coscienze restino nella loro palude sabbiosa. Non dobbiamo cedere alla paura, ci deve far tremare di più il commettere un peccato che essere perseguitati in nome della Verità.
  • oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese – Ecco la promessa del Signore di mandare i suoi aiuti che rendono invalicabili i nostri confini, i confini della nostra coscienza che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
  • Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti – Cosa possiamo desiderare di più da un capitano? Abbiamo la certezza della vittoria solo se Lui sta con noi.

Coraggio sposi, noi siamo chiamati ad essere dei moderni “Battista”. Certamente la Verità non va taciuta e va detta con modi e tempi da valutare a seconda delle occasioni. Non possiamo tacere per paura della guerra che ci muoveranno contro, se Dio è con noi siamo salvi. Molte coscienze sono assopite ed hanno bisogno di convertirsi per salvarsi, aspettano la parola di Verità detta, vissuta e testimoniata dagli sposi. Se non lo faremo per paura degli avversari sarà Lui a farci paura davanti a loro perché lontano da Dio esiste solo la paura e l’Inferno. Coraggio !

Giorgio e Valentina.

In ricchezza e in povertà

Ciao a tutti siamo Riccardo e Alessandra, ormai siamo di casa qui sul blog. Abbiamo da poco deciso di creare una pagina facebook e un canale Youtube (Mandati a due a due) per cercare di raccontare la nostra esperienza e quanto la fede sia stata importante per noi. Oggi vorremmo raccontarvi cosa ci è capitato recentemente.

Abbiamo iniziato a discutere la mattina di un sabato, sempre per il solito motivo: i soldi, i conti da far quadrare, le spese, forse qualcosa che avevamo sognato di comprarci ma che abbiamo dovuto rinchiudere in un cassetto non potendo permettercelo. Per un attimo ci siamo dimenticati entrambi di ciò che conta veramente, la ricchezza che nasce dalla nostra comunione, dal nostro essere coppia. Abbiamo pensato alla nostra vita in maniera diversa e non cercando di comprendere il personale punto di vista dell’altro. Ognuno dei due era arroccato sulle proprie posizioni senza la capacità di fare spazio e porsi in ascolto.

Abbiamo perso la pazienza, e di conseguenza abbiamo perso anche quello sguardo comprensivo e gentile che bisognerebbe sempre avere l’uno per l’altro. C’è voluto un po’, ma siamo riusciti a tranquillizzarci. Bisogna volerlo. Entrambi siamo andati dall’altro con il capo cosparso di cenere a chiedere scusa. E’ stato bello vedere come nonostante il litigio, d’altronde succede a tutti di litigare, quanto sia stato importante per noi ripristinare al più presto l’armonia e l’unità tra noi. Più importante di scoprire chi avesse ragione o torto. Senza lasciarci vincere dall’orgoglio e dall’egoismo.

Pur essendoci perdonati a vicenda non ci sentivamo ancora a posto con la coscienza, perché non accogliendo  l’altro abbiamo offeso Colui che dal giorno del nostro SI ha preso la sua dimora in noi: Gesù. Così abbiamo deciso di approfittare delle confessioni che si tengono tutti i pomeriggi dai padri Oblati in un santuario poco lontano da casa nostra. Abbiamo chiesto perdono al Signore Gesù, sinceramente pentiti, e abbiamo recitato il santo Rosario insieme.

Tornati a casa abbiamo fatto una passeggiata mano nella mano per rendere Grazie del nostro essere uniti nel matrimonio sacramento. Siamo poi andati alla Santa Messa come siamo soliti fare il sabato sera, ancora non avevamo letto il Vangelo del giorno e con nostra grande sorpresa quel giorno la liturgia ci proponeva un passo tratto dal Vangelo secondo Luca:” In quel tempo. il Signore Gesù disse: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze , entrare nel regno di Dio. È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!“.

L’ omelia è stata tutta su misura come dico sempre io, ci è sembrato come se Gesù, attraverso la voce del sacerdote, dicesse:”voi due statemi bene a sentire, sto parlando con voi!” Mi sono immaginata Gesù, li davanti ai noi con il suo volto pieno di amore, che ci riprendeva come due figli, ma subito pronto a dirci:”adesso che avete capito, venite qui che vi abbraccio”.

Siamo andati a ricevere Gesù eucarestia e mentre eravamo inginocchiati abbiamo visto una coppia molto anziana andare verso l’altare mano nella mano, credo la moglie avesse problemi a deambulare, il nostro Don li ha visti e gli è andato incontro, ho sentito le lacrime agli occhi, erano così belli insieme, così pieni di amore di cura e di attenzioni reciproche. Questo è l’aiuto che ho chiesto al Signore Gesù:”prendici per mano affinché tra 60 anni se tu vorrai saremo come loro

Alessandra e Riccardo

Umiltà dal sapore nuziale

Cari confratelli, è impossibile che voi, alla vostra età siate umili, dovete ancora conoscervi a fondo. Ma l’umiltà è una delle cose più importanti per la vostra vita”.

Me le ricordo come fosse ieri queste parole che il padre predicatore dei miei primi esercizi spirituali ci disse a un certo momento. Io ero un giovanotto di neanche 19 anni ma intuivo che stava dicendo qualcosa di speciale. Beh… oggi che ne ho più del doppio di quegli anni, posso dirgli solo… “grazie, aveva proprio ragione lei”.

Penso che abbiamo tutti un certo problema con l’umiltà: da un lato è il portale delle virtù umane, “è il fondamento dell‘edificio spirituale” (San Tommaso D’Aquino, Somma Teologica, q. 161, a. 6), la conditio sine qua non per crescere spiritualmente come cristiani. Dall’altro, nel contesto attuale, l’umiltà è affratellata alla disistima di sé, all’insicurezza, alla timidezza e ritrosia, motivo per cui è bannata sistematicamente come inutile. Ma vediamo allora cosa vuole insegnarci Gesù nel Vangelo di oggi quando coglie l’occasione dal vedere come si scelgono i posti ad una festa, e poi cerchiamo un aggancio per voi sposi.

Per prima cosa, come direbbe S. Agostino: “L‘umiltà deve rientrare nella verità e non nella falsità” (De natura et gratia 34). Cioè dobbiamo partire da chi siamo veramente, dalla nostra vera identità. Il Vangelo è ambientato in un banchetto nuziale, sappiamo bene che questo fatto ha un valore simbolico immenso. Le nozze umane sono il simbolo dell’Allenza di amore tra noi e Dio. La cosa più importante per quegli invitati non era tanto in quale posto sedersi ma sapere che lo Sposo li ama infinitamente e personalmente. Questa è la prima grande verità da tenere in conto!

Santa Teresina l’aveva capito bene. Lei che era Sposa di Cristo, cercava proprio questo in Gesù: un amore che non si fermasse davanti ai suoi peccati ma che sapesse varcare proprio i suoi limiti. Lei lo esprime egregiamente in un passaggio di una sua lettera, diventato oggi anche un bel canto:

Oh, se potessi avere un cuore ardente d’amore che resti il mio sostegno, non m’abbandoni mai, che ami tutto in me, persino la mia debolezza, e non mi lasci mai, né il giorno né la notte. Non ho trovato mai creatura capace d’amarmi a tal punto e senza mai morire, di un Dio ho bisogno, che assunta la mia natura si faccia mio fratello, capace di soffrire” (Santa Teresa di Lisieux).

L’umiltà ha un’etimologia interessante, viene dal latino “humus”, cioè “ciò che sta sotto, la terra”, ma guarda a caso è anche la stessa origine di “homo” cioè “uomo”. La nostra vera identità è la piccolezza, la fragilità, di cui è misteriosamente innamorato Dio, lo Sposo.

Quindi, come scrive il biblista Paul Beachamps: “L’umiltà cristiana è quella di Maria nel Magnificat. Essa non si riduce al sentimento della debolezza di creatura o di peccatore, ma è nello stesso tempo presa di coscienza di una forza che procede interamente da Dio”, un Dio che ci ama così, nella nostra piccolezza. Da qui si evince come l’umiltà sia davvero la base, “l’humus”, di ogni virtù e di ogni vita autenticamente cristiana, perché ci fa partire dalla realtà e ci mostra quanto siamo amati da Dio.

Ma per voi sposi? E qui è San Paolo a darci la chiave interpretativa, quando dice nella Lettera agli Efesini, “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5, 21). L’umiltà di voi sposi parte da qui, da una sottomissione reciproca. E se ci fate caso, la sottomissione è appunto stare sotto, diventare l’humus, il terreno dell’altro. Ma vedi tu che allora la Chiesa ci insegna a svenderci! A non avere rispetto per sé stessi! Direi proprio di no, se leggiamo come interpreta San Giovanni Paolo II la suddetta frase di san Paolo:

“L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5,28) («come sé stesso» Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). […] Così dunque “quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gen 2,23-25)” (Giovanni Paolo II, Il “grande mistero” dell’amore sponsale, Udienza, 4 luglio 1984).

L’umiltà degli sposi sta nel vivere in un profondo fascino per il mistero dell’altro, nel cogliere la bellezza della peculiarità di ognuno, nel riconoscere i doni che il Signore ha messo in ciascuno di voi, a partire dal dono della mascolinità e femminilità e poi tutti gli altri talenti ricevuti. Ci vuole sì uno sguardo contemplativo, sono proprio necessari occhi saggi e sapienti, che sappiano andare oltre le apparenze, perché è così che vi guarda lo Sposo.

Concludo citando ancora Sant’Agostino che dice: “Dove è l’umiltà, ivi è la carità” (Prologo al Commento alla Lettera di San Giovanni). L’umiltà, pertanto, è la base non solo della vita spirituale ma anche del matrimonio stesso, dell’amore di carità. Solo se avrete questo sguardo affascinato verso l’altro, cogliendo la sua vera identità e la sua verità profonda, potrete innamorarvi veramente del vostro coniuge e mettervi al suo servizio, essergli sottomesso, come chiede Gesù nel Vangelo.

ANTONIO E LUISA

L’umiltà non è facile, spesso è un boccone indigesto e pesante. Come impararlo? Come educarci a questo? S’impara in famiglia. Essere umili non è andare davanti al Signore e ammettere di essere peccatori. Questa non è vera umiltà se non è accompagnata da un agire umile. L’umiltà è essere consapevoli dei propri difetti, ma anche dei propri pregi e delle proprie qualità e non nasconderle, ma usarle per il bene del prossimo, in particolare di nostro marito, di nostra moglie e dei nostri figli.

L’umiltà è abbassarsi e mettersi completamente al servizio dell’altro, anche se l’altro oggettivamente non lo merita per come si comporta. Umiltà è mettersi al servizio dell’altro senza pretendere che ci venga riconosciuto e senza rinfacciarlo nei momenti di tensione e litigio. Umiltà è considerarci servi inutili ed essere felici di aver fatto il bene per la persona a noi cara anche se questa non capisce che ci è costato fatica e dedizione. L’umiltà è abbassarsi e non aspettarsi niente, perchè amare significa anche questo.

L’umiltà è difficile, perchè il nostro egoismo e il nostro egocentrismo sono ostacoli durissimi da superare, ostacoli sui quali inciampiamo ogni giorno. L’amore, però, se non è umile, non è amore ma è autocompiacimento, cioè quello che dovrebbe essere dono gratuito diventa celebrazione di sé.

Domenica e famiglia : un connubio possibile/ 42

(Quindi, con le braccia allargate, il sacerdote dice: ) In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore; e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna, calice dell’eterna salvezza. Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno, come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote. (Si inchina e, a mani giunte, prosegue: ) Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull’altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del Corpo e Sangue del tuo Figlio, (in posizione eretta, facendosi il segno della croce, dice: ) scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.

Il sacerdote continua la Preghiera Eucaristica con queste parole che, come avrete notato, sono tutte rivolte al Padre, e sono parole dense di affetto filiale e di fede in un Dio che nonostante la Sua onnipotenza e la Sua maestà ci è Padre; infatti tutte le espressioni a Lui rivolte assomigliano a certi rituali di corte, quando tutte le volte che ci si rivolge ai re/regine umani bisogna usare “sua maestà” oppure “altezza reale” o altri epiteti simili.

Se si ascolta con attenzione (suggeriamo di rileggerla lentamente di proprio conto) questa preghiera si nota che essa ha la connotazione della supplica accorata e fiduciosa come quella del servo che si rivolge a “sua altezza reale” sicuro di trovare udienza e misericordia. Ed è proprio questo il sentimento filiale e di fede che la Chiesa vuole suscitare in noi.

Vorremmo poi mettere in evidenza come questa preghiera cominci proprio col ricordare ciò che la S. Messa è nella sua essenza: “In questo sacrificio, o Padre, […]”, la Chiesa non si stanca di ripetere che c’è un sacrificio; allo stesso tempo ci ricorda che c’è un’offerta legata al sacrificio, e questa offerta è la Chiesa che la compie per mano del ministro (il sacerdote). In quest’offerta però la Chiesa non è sola ma si inserisce nell’offerta di Gesù stesso, come l’innesto segue la sorte dell’intera pianta.

Usiamo un’immagine casalinga per aiutarci: quando le mamme stanno cucinando utilizzano principalmente le mani, ma ciò non significa che il resto del corpo non ne sia coinvolto, in un certo senso potremmo dire che le mamme cucinano anche coi piedi, giacché l’intero corpo sta eretto grazie ad essi: l’attore principale sono le mani ma il resto del corpo si muove per favorire l’azione delle mani.

Similmente l’attore principale della Messa è Gesù con il Suo sacrificio e la Sua offerta, ma siccome Lui ha portato su di sé tutti i peccati degli uomini sulla Croce, siccome Lui ha voluto assumere la nostra natura umana, siccome Lui è il nostro prototipo di uomo, siccome la Chiesa è la Sua prolunga nel tempo, siccome Lui è il capo del corpo mistico che è la Sua Chiesa, siccome la Sua offerta è vicaria (cioè al posto di qualcun altro), siccome Lui ha elevato la dignità della natura umana a quella divina, ecco allora che la Chiesa pellegrina nel tempo (cioè noi che siamo ancora in questo mondo) si associa all’offerta di Gesù al Padre.

Inoltre, queste ripetute espressioni sulla maestà del Padre ci ricordano che Gesù si è sacrificato per obbedienza al Padre Suo, per mostrarci e dimostrarci l’assoluta maestà del Padre, per testimoniarci la doverosa e assoluta obbedienza che Gli dobbiamo; Gesù si è offerto al Padre come atto di adorazione e profonda venerazione nei Suoi confronti.

Da ultimo vogliamo mettere in evidenza come questa preghiera ci testimoni la presenza delle realtà celesti durante ogni S. Messa. Questa verità di fede, la comunione dei santi, l’avevamo già affrontata in un precedente articolo, e questa preghiera ci ricorda che gli angeli e i santi sono in comunione di adorazione con noi, infatti si affida ad un angelo il compito di portare la nostra offerta dinanzi al Re. Siccome la Chiesa sa che il sacerdote, che sta pregando il Padre a nome del popolo convenuto, è un ministro sacro ma è peccatore, ecco perché sente la necessità che a presentare l’offerta sia un essere puro, come a dire che la nostra supplica ha più chance di essere esaudita se a presentarla è un “cortigiano del Re”: un angelo appunto che sta alla corte di Dio Onnipotente.

Cari sposi, la nostra parte in questa preghiera è la supplica silenziosa, dentro nel nostro cuore dobbiamo unirci alle parole del sacerdote umiliandoci dinanzi alla maestà divina affinché accetti la nostra offerta per mano del Suo angelo santo.

Sicuramente i 12 Apostoli presenti all’Ultima Cena di Gesù non saranno stati sbracati a tavola, di sicuro saranno stati attentissimi ed in silenzio con le orecchie tese mentre Gesù parlava loro, sicuramente non guardavano il cellulare o l’orologio per controllare quanto durasse la cena. E così anche noi dobbiamo fare imitando gli Apostoli.

Dobbiamo aiutare il sacerdote e gli altri fratelli convenuti a mantenere un clima di silenzio orante, come quando aspettiamo un momento speciale col fiato sospeso; in questo momento Gesù è già presente nell’Ostia consacrata e quindi l’atteggiamento migliore è quello di restare in ginocchio, tuttavia il Messale lascia la libertà di rialzarsi dopo la consacrazione.

Il nostro suggerimento è quello che, in piedi o in ginocchio, il nostro corpo sia associato al movimento dell’anima; anche il nostro corpo deve pregare, e cioè deve restare composto, meglio se con le mani giunte, in silenzio, il più fermo possibile, in questo modo aiuteremo noi stessi ad associarci con più comunione di preghiera alle parole del sacerdote… affinché dove l’anima non arriva, arrivi il corpo… e dove il corpo non arriva, arrivi l’anima.

Coraggio famiglie, siamo il sale della terra ed è qui (nel sacrificio della Messa) che manteniamo il nostro sale col suo sapore, altrimenti diventa buono solo ad essere gettato in terra e calpestato dagli uomini.

Giorgio e Valentina.