Stanchi di pregare? C’è un rimedio per voi!

Cari sposi,

il titolo sembra un annuncio pubblicitario da quattro soldi ma nel fondo è la pura verità. Quante volte in confessione ho sentito chiaramente la pesantezza di vivere la vita cristiana, sia personale che in coppia. La buona notizia è che il Signore ha una risposta per voi. Le letture di oggi vertono tutte sul grande tema della perseveranza nella preghiera e sono drammaticamente vere e attuali, in un contesto di guerra e instabilità come il nostro.

La prima lettura ci parla di una battaglia vinta a suon di intercessione e supplica da parte di Mosè e chi stava con lui. Siamo nel mese di ottobre e lo scorso 7 ottobre abbiamo commemorato la grande vittoria di Lepanto (7 ottobre 1571) in cui le sorti del Mediterraneo e di gran parte dell’Europa si sono giocate con i Rosari, sgranati da milioni di persone, ancor prima delle cannonate e archibugiate. È successo più volte nella storia e può succedere ancora!

Perché allora tutta questa stanchezza nel pregare? Ve lo siete mai chiesti? Se la preghiera è “uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia” (Santa Teresa di Gesù Bambino, Manoscritti autobiografici, C 25r) come mai proviamo stanchezza, reticenza o addirittura apatia nel farlo?

Probabilmente, e mi ci includo, è solo questione di pigrizia nuda e cruda. Oppure potrebbe essere che non sei stato esaudito nelle tue richieste e allora dici: “a che serve pregare ancora?”. Ma in definitiva se Gesù nel Vangelo ci dice di non stancarci nella preghiera è perché conosce bene il nostro cuore e chi dice preghiera nel fondo dice fede: Gesù parlando di preghiera nel fondo vuole arrivare alla fede, difatti è proprio questa la parola che conclude tutta la vicenda.

Vorrei spendere alcune semplici parole adesso sul perché pregare e come farlo in coppia. Anzitutto la preghiera può fare davvero la differenza nella vita. Se sei stanco di pregare perché non vedi i risultati tangibili chiediti se stai pregando come Lui vuole, cioè con purezza di intenzione o piuttosto secondo il tuo modo di vedere le cose. Metto un collegamento qui a una bellissima catechesi di Papa Benedetto che commenta la lotta di Giacobbe, narrata in Genesi 32, simbolo appunto di una preghiera che non trova risposta e pare finire nel nonsenso… ma in realtà non è tale agli occhi di Dio. Questo fatto indica chiaramente che non dobbiamo smettere mai di pregare! È veramente questione di vita o morte, essa è l’ossigeno della nostra anima, della vita cristiana. Se sei stanco di pregare, prega meglio, prega di più!

Ok, sì, ma come? Per prima cosa, voi coniugi siete chiamati a pregare in due, cioè a farvi forza a vicenda con e nella preghiera. La preghiera di coppia è un vestito su misura, dovete trovare il modo più confacente al vostro modo di essere, di vivere: Lodi, Rosario, Lectio, Adorazione, Messa… purché sia qualcosa che vi porti a condividere quello che io dico al Signore. Quando tu apri la tua anima al coniuge e lo rendi partecipe del tuo rapporto vitale con il Signore, stai iniziando certamente un cammino spirituale nuovo e che vi porterà molto in Alto.

Se ancora il tuo coniuge non è pronto a ciò, cerca sempre l’aiuto di altri per pregare, sia altri sposi o altre persone che siano in un cammino di fede. La preghiera vissuta in comunità, come Chiesa, è senza dubbio di grande aiuto per vincere la fatica personale di trovare il momento e il modo giusto.

E per ultimo vorrei concludere con due semplici consigli che mi hanno sempre aiutato: 1) abituati a parlare con lo Spirito, a chiedergli luce, consiglio, forza… Lui è perennemente in azione nella tua anima ma lo devi “respirare” volontariamente. Non per nulla, il famoso inno allo Spirito dice che Lui è “riposo nella fatica”; 2) Nei momenti di maggior stanchezza, apatia e – perché no? – arrabbiatura, ti invito alla “preghiera del sacco di patate”: mettiti alla Sua presenza, se puoi davanti all’Eucarestia, e digli: “Signore io sono qua, fai tu il resto”. È un po’ come faceva quel povero contadino di Ars, il cui Curato, nientemeno che Giovanni Maria Vianney, vedeva ogni giorno per lunghi momenti seduto in chiesa. Incuriosito il Santo Parroco gli chiese: “Scusi ma lei che fa qui ogni giorno alla stessa ora?” e l’altro: “niente, Lui mi guarda e io lo guardo”, ecco la preghiera da me chiamata del “sacco di patate”. L’importante è sapere che Lui è lì con te anche se io non ne sono degno, non me lo merito. Ti basta sapere che Lui ti ama ed è strafelice di vedere che comunque, sebbene in fondo al cuore, Tu lo stai cercando. E poi al resto ci pensa Lui.

Vi lascio, cari sposi, con una preghiera colletta che mi ha sempre tanto ispirato, proprio su quanto stiamo dicendo:

“O Dio, fonte di ogni bene, esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito” (Colletta della XXVII settimana del tempo ordinario). Proprio vero! Anche nella stanchezza e totale assenza di un nostro desiderio, Lui può esaudirci.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato degli ottimi consigli. La preghiera è importante perchè ci permette di nutrire la nostra relazione con Dio ma spesso non riusciamo a pregare. Pigrizia? Poca consapevolezza? Probabilmente una serie di concause. Personalmente posso dire che la mia difficoltà nella preghiera è dovuta al non percepire nulla, a vivere quello che dovrebbe essere un momento di dialogo con Dio come qualcosa di ancora arido senza una vera relazione. Sicuramente perchè io sono ancora molto povero nella mia spiritualità e ho bisogno di sentire. Per questo ho trovato una soluzione. A chi vive con fatica la preghiera consiglio di renderla piacevole. Come? Date un corpo a Dio. Il vostro. Pregate in coppia, abbracciandovi. E’ un’esperienza molto bella che permette di sentirsi uno con Dio e di crescere nell’intimità con il coniuge. La preghiera diventa così non solo bella ma anche nutrimento per la coppia.

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Santa Teresa D’Avila e il matrimonio spirituale

Cari sposi,

oggi celebriamo la memoria liturgica di Santa Teresa D’Avila (1515-1582), una delle più grandi sante mistiche della storia. Dottore della Chiesa, assieme a S. Giovanni della Croce (1542-1591) ha intrapreso la riforma spirituale dell’Ordine carmelitano, fondando le Suore Carmelitane Scalze, tuttora fiorenti e punto di riferimento spirituale con la loro intensa vita ascetica e comunitaria.

Come in altre occasioni in cui ho abbordato la vita di santi e sante, potrebbe sorgere una certa perplessità al momento di cercare in tali persone uno stimolo, un esempio per chi è sposato. Proprio nel caso di Santa Teresa tutto ciò è di fatto inesistente perché questa donna, dal carattere gioviale e volitivo ha di fatto aperto una via, un cammino nella spiritualità cattolica mostrando come l’unione con Dio è di fatto un vero e proprio matrimonio spirituale. E anche al contrario, il matrimonio deve portare a un’unione maggiore con Dio.

Tutto ciò si deve ad un fatto accadutole durante la Quaresima del 1554 quando Teresa ebbe una seconda e decisiva conversione che fu il preludio ad una vera e propria trasformazione mistica che la condusse a un’unione sempre più intima con la Santissima Trinità. Ciò avvenne, come lei stessa raccontò, il 18 novembre del 1572 e consistette in un vero e proprio matrimonio spirituale con Cristo.

Che senso ha tutto quanto vi sto raccontando? Molto, perché nella Sacra Scrittura sin dai Profeti, in particolar modo Osea e Isaia, si parla di matrimonio spirituale tra Dio e Israele, un rapporto che possiede tutti gli elementi della scelta d’amore come anche dell’infedeltà, del perdono, dell’intimità di coppia.

Ora, nel sacramento del matrimonio è la coppia a fare la parte del popolo di Israele. Come tante altre volte si è detto in questo blog, la grazia matrimoniale non è una semplice benedizione che scende sui coniugi come quella che si dà alle macchine o agli animali il 17 gennaio per S. Antonio. Nelle nozze cristiane Cristo sposa la coppia.

Un grande teologo medievale, Riccardo di San Vittore (1110-1173), nella sua opera De Trinitate dice che l’amore è sempre trinitario, altrimenti è proiezione di sé. Se la relazione di amore non è abitata dallo Spirito Santo si rischia seriamente di finire in una corrispondenza biunivoca dove poi avvengono pasticci psicologici, tipo trasfert e controtransfert, proiezioni nell’altro della propria immagine.

Teresa si muove su un terreno simile e dice due cose fondamentali sul matrimonio spirituale. Anzitutto che è il pieno compimento della grazia battesimale e in questo anticipa l’importante affermazione di Familiaris Consortio 54: “Il sacramento del matrimonio, che riprende e ripropone il compito, radicato nel battesimo e nella cresima, di difendere e diffondere la fede” e poi lo sviluppo della vita cristiana adulta, cioè come sviluppo completo della grazia perché si arriva a una piena unione con Dio.

Difatti, nel suo Castello interiore, Teresa descrivendo la settima morada (mansione o dimora) usa le caratteristiche del fidanzamento e del matrimonio spirituale che consiste nel vedere il Signore stesso (7M 1,3). In definitiva, l’unione con Dio o matrimonio spirituale è una partecipazione profonda al desiderio di Dio stesso di salvare tutti gli uomini. Attraverso il matrimonio spirituale tutto è trasformato e si riceve un nuovo desiderio di vivere assumendo la nostra vocazione cristiana in maniera ancora più concreta, senza alcuna fuga dal reale.

Tutto ciò consta perfettamente nella missione del sacramento del matrimonio che è il primo alleato dell’ordine sacerdotale per costruire la Chiesa. Voi sposi portate a compimento tutto ciò non allontanandovi dal mondo ma trasformandolo da dentro tramite il “rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Amoris Laetitia 121).

Ecco allora, cari sposi, che è più chiaro come Teresa, nella sua consacrazione a Dio, ha fatto splendere la vocazione sponsale di voi coniugi, che non si deve chiudere nella coppia ma deve aprirsi e tendere anzitutto all’amore di Cristo, come il pieno compimento dell’amore stesso che vi unisce.

padre Luca Frontali

L’intimità si nutre di dialogo

Abbiamo scritto molte volte in questo blog quanto sia importante il dialogo in una coppia. Aspettare che l’altro capisca non sempre è la strada giusta, non lo è quasi mai. Perchè è così difficile capire che se desideriamo qualcosa dall’altra persona forse dovremmo comunicare il nostro desiderio? Oppure se c’è qualcosa che ci infastidisce perchè non lo diciamo chiaramente? L’altro non ha il sesto senso. L’altro non è Mel Gibson in What Women Want che riesce a leggere nella testa delle donne e per questo riesce ad essere fantastico con tutte le sue tante conquiste.

Vi svelo un segreto. Anche vostro marito o vostra moglie desidera essere meraviglioso con voi ma forse non sa come farlo. Per questo è importante parlare e parlare. Poi ancora parlare e parlare. Ed è altrettanto importante ascoltare. Quando l’amato/a si apre è importante non perdere l’occasione di imparare qualcosa per migliorare la nostra relazione. In fondo il nostro desiderio, ciò che abbiamo promesso il giorno del matrimonio, non è forse impegnarci a fondo per rendere felice l’altro?

Uno degli ambiti dove c’è forse più difficoltà ad aprirsi è l’intimità. E’ facile esprimere la gioia quando tutto funziona e il rapporto è stato appagante lo è meno raccontare le difficoltà. Si fatica ad esternare quegli atteggiamenti e quei gesti del partner che non ci piacciono. Vale per l’uomo quanto per la donna, anche se solitamente è la donna che subisce maggiormente.

Invece è fondamentale parlarne. Ne va spesso della relazione stessa. Fare l’amore senza che se ne tragga piacere e anzi farlo avvertendo disagio e in alcuni casi dolore non fa che rendere un momento che dovrebbe essere il più bello tra gli sposi in qualcosa da sopportare, da rimandare e alla lunga da non fare più. Capite il rischio? Quindi parlatene sempre. Parlatene però nel modo giusto.

Liberatevi dal puritanesimo. Non nascondiamolo: spesso ci si vergogna di parlare di sesso. E’ giusto mantenere un sano pudore ed essere gelosi di questa dimensione. E’ giusto con tutti, ma non tra marito e moglie. Liberiamoci da questa idea che vivere la nostra sessualità sia qualcosa che abbassa la relazione a qualcosa di solo istintivo. Non è così! Ne abbiamo scritto diverse volte. Fare l’amore è un gesto sacro, quando è compiuto tra due sposi uniti sacramentalmente. Un gesto pieno di dignità e di amore vero, concreto ed efficace. Eppure c’è ancora vergogna nel parlare in coppia di ciò che piace e non piace, di come si possa migliorare, di quali siano i gesti più apprezzati e quelli che danno fastidio. Non limitate questa possibilità di crescere in un gesto importantissimo nella coppia. Un’esperienza che può davvero diventare meravigliosa e avvicinare a Dio. E’ bene ricordare che tanti sposi hanno imparato a fare l’amore nutrendosi di pornografia. Credono di sapere tutto e in realtà non sanno nulla di buono. Fare l’amore non è una tecnica da mettere in pratica, ma un dialogo tenero e ad amoroso tra due persone che desiderano darsi piacere e in quel piacere trovare comunione e unità di cuore oltre che di corpo.

Parole per costruire e non per distruggere. L’argomento va affrontato per migliorare la sessualità e non per trasformare il dialogo in una serie di accuse reciproche. Quanti sono capaci solo di puntare il dito: Tu non mi fai sentire niente, tu pensi solo al tuo piacere, non sei capace. Per poi magari arrivare alle frasi più brutte e dannose: certo che il mio ex (o la mia ex) era molto più bravo/a di te. Attenzione: dovete costruire e non distruggere ancora di più. Quindi i consigli sono due. Evidenziate ciò che vi è maggiormente piaciutoè stato molto bello quando mi hai accarezzato dovresti farlo di più, quel gesto mi ha dato un po’ fastidio e quella sensazione mi ha un po’ bloccato/a per favore non farla più, mi piacerebbe che tu ti dedicassi a me in questo modo. Insomma, un dialogo teso a un confronto per migliorare e non per gettare addosso all’altro il nostro risentimento e la nostra insoddisfazione.

Parlatene con calma non durante il rapporto. Trovate un momento in cui siete da soli ma non durante il rapporto. Andreste a rovinare tutto. Durante il rapporto è bello e consigliato dare delle indicazioni molto semplici: si così è bello oppure smettila. Cose semplici e senza replica. E’ importante trovare invece dei momenti in cui approfondire ciò che è andato e ciò che non è andato in uno scambio aperto e sincero. C’è un momento meraviglioso per condividere il bello (solo il bello) che si è vissuto. Subito dopo aver terminato il rapporto. Lì in quell’abbraccio carico di comunione e di emozione, esprimere la nostra gioia e gratitudine reciproca, può unirci ancora di più e rendere quel momento ancora più ricco e carico di amore.

Sono solo dei piccoli e semplici consigli ma crediamo molto importanti. Tanti problemi di relazione nascondo proprio dal rapporto intimo vissuto male e un rapporto intimo è vissuto male perchè molte volte non se ne parla abbastanza.

Coraggio quindi se ci tenete al vostro matrimonio parlatene e impegnatevi a fondo per rendere la vostra intimità sempre più bella per entrambi.

Antonio e Luisa

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I piccoli inciampi quotidiani

Come vi ho raccontato nei precedenti articoli, mia moglie ed io abbiamo partecipato all’illuminante week end di Intercomunione delle famiglie che ci ha dato tanti strumenti per superare le difficoltà che possono nascere nella coppia e per rinforzare le nostre basi di sposi cristiani.

Il primo punto di cui voglio raccontare è la preghiera. E’ importante rimanere ancorati alla preghiera quotidiana, chiedendo alla nostra cara Maria, Regina della Famiglia, di starci sempre accanto e preservarci.
Il secondo punto concerne il dialogo. Siamo tornati con la consapevolezza che il dialogo non deve mai mancare, anzi non deve essere lasciato solo alla spontaneità, ma se serve deve essere programmato ogni settimana per confrontarci e capirci a vicenda. E’ necessario farlo.
Il terzo punto, che vale soprattutto per noi uomini tocca la pornografia. La pornografia non può essere un’attività ricreativa nella quale rifugiarsi, perché ogni volta che ci sporchiamo in questi luoghi, ci allontaniamo da nostra moglie, perdendo il senso dell’attesa, del corteggiamento, della tenerezza, tutti elementi fondamentali per incontrarsi con la nostra sposa nella vita reale di tutti i giorni.
Ma vi è un quarto punto, che sembra molto banale rispetto ai primi tre, ma che invece scava dei solchi terribili, sono i comportamenti pesanti. Il rispetto dell’altro accettando che può comportarsi in modo diverso dal nostro. Luisa ha fatto una bellissima testimonianza su una cosa pratica su cui cadiamo tutti noi. Luisa, è moglie di Antonio, essi infatti sono una delle coppie guida di Intercomunione famiglie e gestori del Blog Matrimonio Cristiano. “Noi donne- ha raccontato Luisa- quando i nostri mariti lavano i piatti e il lavello non siamo mai contente e notiamo sempre alcuni dettagli che vorremmo fossero fatti in modo diverso. Ebbene, invece di rimproverare in maniera più o meno pesante e umiliare il nostro sposo, ho trovato un modo diverso di intervenire. Gli lascio lavare i piatti e poi quando mio marito si allontana dalla cucina ci torno e pulisco quei punti che io ritengo debbano avere una ulteriore pulita.

Vi confesso che quando le ho sentito dire questo, mi sarei voluto alzare e fare una ola! A me è capitato più volte di avere rimproveri, sia per come lavo i piatti sia per come stendo i panni. Vedete, proprio poco fa parlavo con il mio vicino di casa, un atletico ragazzo romeno, che mi diceva: “mia moglie non è mai contenta di come stendo i panni, io lo faccio male di proposito così poi lei non me lo chiede più.” Questa, del ragazzo romeno, non è una buona pratica, si scavano solo dei pericolosi malumori, incomprensioni e si semina zizzania. Sono tanti gli esempi dove il coniuge che sa fare meglio una cosa, che sia casalinga o di altro tipo, invece di essere comprensivo diventa acido e supponente. Queste cose inaspriscono i rapporti quotidiani e si innesca un pericoloso vortice dove ognuno dei due aspetta al varco l’altro per rimproveralo per un comportamento sbagliato. Le parole d’ordine della quotidianità di due sposi devono essere: amore, pazienza, scusami. Siamo diversi anche nella gestione delle piccole cose, ciò che ovvio per noi uomini, è totalmente diverso per le donne e viceversa. Questo sforzo continuo ad essere più gentili ci migliora, naturalmente questa forza dobbiamo cercala nel buon Dio, nella preghiera, nel digiuno, nella carità, dobbiamo andare alla fonte dell’amore e tornare carichi di Spirito Santo.
L’ordine è un’altra di quelle cose che spesso ci vede lontani mille miglia. Noi uomini siamo spesso più disordinati, io non faccio eccezione, e mia moglie invece ogni giorno è lì ad ordinare e a mettere a posto qualcosa.  Anche qui occorre un venirsi incontro, non alzare i toni della voce e non arrivare ad una lite. Nella lite non sappiamo mai dove si va a finire, le parole cattive escono dalla bocca e feriscono l’altro. Tante volte quella parola è talmente perfida che ce ne pentiamo anche un attimo dopo che è uscita dalle nostre bocche. Dobbiamo anche pensare, ce lo dice Fra Benigno noto esorcista di Palermo, che nelle liti spesso il maligno si inserisce e fomenta la lite. In una guerra verbale non si sa mai dove va a finire, spesso se ne perde il controllo in un crescendo di malignità.
Dovremmo abolite la pesantezza, le parole urticanti, tutto quello che possiamo fare nella famiglia può partire con parole di pace invece di parole di guerra.  Quanto fa male una parola non corretta, innesca brutti pensieri del tipo: non mi capisce. In realtà dobbiamo comprendere che è vero tante volte non ci capiamo e queste incomprensioni dobbiamo porle davanti a Dio per darci la soluzione dettata dall’amore, dalla pazienza.
Nessuno ci ha mai insegnato nulla sul matrimonio quindi è bene confrontarsi con altri sposi cristiani, Abbiamo trovato molto utile questo corso di Intercomunione famiglie, Mi vengono in mente anche altre realtà come Equipes Notre Dame (END), un movimento laicale di spiritualità coniugale. Insomma dobbiamo chiedere nei nostri matrimoni cristiani aiuto a Dio in primis, ma il confronto, il dialogo con altri sposi cristiani è fondamentale, siamo tutti nella stessa barca e abbiamo più o meno tutti gli stessi problemi.

Riccardo e Barbara

Prossimo week end Intercomunione delle famiglie

L’Eucarestia è la mia autostrada verso il cielo

Ieri 12 ottobre è stato il giorno dedicato a Carlo Acutis. Ho quindi pensato di raccontarvi come anche la storia di Carlo mi abbia aiutato a fare ordine al mio caos interiore. Accadono degli eventi nella vita di ognuno di noi che, se non affrontati e curati, possono con il tempo creare disordine. A me è accaduto e nel mio caso ha un nome specifico: disordine alimentare.

Se ho deciso di scriverlo ed aprirmi in questo blog, è perché so bene che ci leggono anche molti giovani e perché è un argomento che secondo me non ha età. Per me tutto ha avuto inizio da un lutto, dalla perdita di mio nonno. Con lui è venuta a mancare l’unione familiare, il sentirsi parte di una grande famiglia, soprattutto nelle feste comandate come Natale e Pasqua, o in qualche evento familiare importante, dove ci si ritrova tutti intorno ad un tavolo, anche solo per una semplice pizza.

Quell’evento mi mise in crisi perchè apri in me tante domande irrisolte. Questo durò per anni fino a quando trovai pace dentro di me nel momento stesso in cui incontrai un sacerdote, che poi divenne il mio padre spirituale. Lui non solo notò il mio disordine alimentare, ma soprattutto mi diede la risposta che io cercavo da anni e che nessuno era stato in grado pienamente di rispondermi. Gli chiesi: “dove si va quando si muore? Dove sta adesso mio nonno? Che cosa c’è oltre una foto ricordo su una fredda lapide?” Lui mi rispose: “Tutto ciò che temi di perdere lo ritrovi nell’Eucarestia”.

Da quella risposta è nata la mia conversione e il mio ritornare in un cammino di fede. Soprattutto mi affidai al mio padre spirituale che iniziò piano piano a curare il mio caos alimentare. Come? Partendo dalla colazione, ossia mi ha insegnato a rendere grazie a Dio appena svegliata e a leggere il Vangelo per trovare quella Parola che mi avrebbe fatto compagnia durante tutto il giorno. Quando mi era possibile partecipavo alla Messa la mattina presto per poi fare colazione subito dopo. È stata questa routine mattutina la base del mio avvicinamento all’Eucarestia che mi ha aiutato a guarire dal mio caos interiore. Ovviamente, se avete letto i precedenti articoli, sapete della mia difficoltà ad avere figli naturali, per questo si sono aggiunte nuove sedute, non solo davanti al Santissimo, ma anche dalla psicoterapeuta che mi ha aiutato a tenere sempre la luce puntata come un faro verso tutto ciò che sapevo fare nella vita. Verso le mie passioni e i miei sogni a prescindere dal figlio che desideravo. A tenere sempre gli occhi puntati verso l’orizzonte.

È doloroso e frustrante non riuscire ad avere un figlio e spesso capita che ci sia quella vocina che cerca di mettere ancora più disordine, facendoti credere che sei sbagliata e fuori posto. La mia cura principale, che è avvenuta gradualmente nel tempo, è stata indubbiamente l’essere seguita anche a tavola. Avete presente quei momenti di aggregazione in parrocchia dove si mangia sempre? Ecco quei momenti di Mistica e Mastica sono stati una parte fondamentale della cura, perché Gesù per primo era amante della socialità e amava spezzare il pane con i propri amici. Sapere che Dio è accanto a noi magari anche in una cena a lume di candela con il proprio marito, fa la sua differenza.

Solo in questi ultimi anni ho ritrovato la gioia e la serenità, non solo in famiglia, ma anche nello stare a tavola perché ho imparato a gestire le mie emozioni. Soprattutto in oratorio durante le cene comunitarie e aggregative dove ci sono moltissimi giovani e magari, tra una portata e l’altra, può capitare che qualcuno possa chiedere: “ma sono i vostri figli?” Ho imparato a vedere quei giovani come una risorsa a cui dare il mio amore e il mio impegno e non con invidia perchè non ne ho di miei.

Vi lascio una delle frasi che ho imparato da Carlo Acutis al momento dell’Eucarestia: “Gesù accomodati pure fa come se fossi a casa tua“. Mi rendo conto di aver zippato alcune parti della mia vita perché è pur sempre un blog, ma se avete domande specifiche potete contattarci se volete. A presto.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Il brutto anatroccolo siamo tutti noi!

In questi giorni stiamo leggendo la fiaba del brutto anatroccolo a nostro figlio Pietro. Non ricordavo molto bene la trama, ma leggendola mi sono sorpreso di come una storia per bambini possa racchiudere, letta con gli occhi della fede, un messaggio d’amore di Gesù. Il protagonista, il brutto anatroccolo, fin dalla sua nascita non si sente accolto e accettato né dalla sua mamma né dai suoi fratelli a causa della diversità del suo piumaggio. Pensano infatti di lui che sia un tacchino. Il brutto anatroccolo viene anche messo alla prova sulle sue capacità natatorie e viene schernito per la sua inettitudine e goffaggine, a differenza dei suoi fratelli che invece sono molto più bravi. Da quel momento iniziano per lui una serie di disavventure, viene continuamente disprezzato e allontanato. In un giorno di primavera, però vede il suo riflesso nell’ acqua, si sorprende del suo bellissimo piumaggio bianco  e delle sue grandi ali. Incontra infine tre grandi uccelli simili a lui i quali gli dicono che è un cigno, il più bello che abbiano mai visto! Gli chiedono quindi di entrare a far parte della loro famiglia. A quel punto il piccolo esulta di gioia: sono un cigno! In realtà sono un cigno! Da allora non si sente mai più né solo né abbandonato.

Vi starete chiedendo cosa c’entri questa storiella con il matrimonio cristiano. Padre Raimondo Bardelli, il frate cappuccino da cui nascono gli insegnamenti dell’Intercomunione delle Famiglie di cui siamo parte, era solito affermare che è arduo amare gratuitamente il nostro coniuge se prima non ci sentiremo amati, se non abbiamo un po’ di autostima. Come possiamo accogliere l’altro, se prima non accogliamo noi stessi? Quanti di noi portano ferite dalla propria infanzia che ci hanno fatti sentire soli, sbagliati, diversi come il piccolo cigno?  

Mia moglie, essendo stata adottata, porta la ferita dell’abbandono. Sicuramente è stata una grande grazia per lei trovare una mamma e un papà adottivi che hanno saputo amarla, ma la sofferenza di non aver mai potuto conoscere e abbracciare la mamma biologica, che l’ha messa al mondo, non si cancella così facilmente. Anche io porto una ferita simile alla sua, tant’è vero che tutt’oggi mi devo allenare tutti i giorni per aprirmi a gesti di affetto e tenerezza verso Alessandra, perché ho sempre paura di essere rifiutato. Sicuramente i miei genitori hanno fatto del loro meglio, ma anche così si commettono errori. Neanche loro sono mai stati consapevoli delle ferite e della sofferenza che io ho provato.

Con mia moglie però, dal giorno che ci siamo promessi amore incondizionato con il nostro sì all’altare, come diceva papa Giovanni Paolo II, abbiamo spalancato le porte a Cristo Gesù. Abbiamo capito che l’unico che può veramente amarci di un amore infinito e immenso è Lui. Non possiamo caricare i nostri genitori, il nostro coniuge o qualunque altro essere umano di un peso così grande. Vedete, il brutto anatroccolo siamo tutti noi! Tutti ci sentiamo non abbastanza finché non realizziamo che per Lui siamo TUTTO, che per Lui siamo un capolavoro! Il laghetto in cui il brutto anatroccolo si specchia e improvvisamente riacquista la vista può essere per noi il Santissimo esposto sul altare.  La capacità di accogliere è la scintilla di Dio dentro di noi!

Da una semplice storia per bambini è uscito tutto questo! Di quanti mezzi si avvale il nostro Papà nei Cieli, concedetemi il termine Papà per esprimere tutto il mio amore per Lui, per arrivare a noi Suoi Figli amati e preziosi.

Riccardo e Alessandra

La fedeltà non è una bandiera

Alla fine del rito del Matrimonio, dopo la celebrazione del Sacramento, vengono letti agli sposi gli articoli del codice civile, perché oltre alla grazia divina e agli effetti stabiliti dai sacri Canoni, il Matrimonio produce anche gli effetti civili secondo le leggi dello Stato, con diritti e i doveri dei coniugi che sono tenuti a rispettare e osservare. Art. 143: …. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

Quando mi sono separato, uno dei motivi che mi ha fatto desistere dal rifarmi una vita è stato quello di coerenza a una promessa fatta a Dio e davanti agli uomini, cioè per nessun motivo avrei voluto venir meno a un patto così importante. Tuttavia, sebbene questa scelta sia umanamente apprezzabile e lodevole, non è sufficiente per trascorrere una vita in solitudine; non è l’osservanza a una legge che ti permette di vivere libero e in pace. Infatti per noi cristiani non è questo quello che conta e che ci fa fare delle scelte in un certo modo: anche il matrimonio civile è indissolubile, basta rileggere l’articolo citato sopra.

Allora cosa c’è di diverso nel Sacramento del matrimonio? E’ presto detto: Gesù si fonde con gli sposi in maniera indissolubile (cioè non è solubile, non si può sciogliere) e la relazione degli sposi partecipa alla relazione di Cristo con la Chiesa e di Dio con l’umanità. Così gli sposi, prendendo spunto da quello che ha fatto Cristo con gli uomini e da come Dio fin dall’inizio della storia si è preso cura del suo popolo, possono continuare a promettersi amore eterno. In questo modo si passa da una promessa umana (fusione a pochi gradi) a una promessa divina (fusione a milioni di gradi).

Pertanto, anche noi separati fedeli, non siamo a sorreggere la bandiera dell’indissolubilità o a testimoniare quanti anni sappiamo resistere da soli, ma al contrario, con la grazia di Dio, ci impegniamo a passare dalla difesa all’attacco. Questo comporta che è perfettamente inutile essere fedeli al coniuge se poi trattiamo male gli altri; è senza senso non andare a letto con altre donne/uomini e poi essere sempre tristi o arrabbiati, mandando a quel paese il primo automobilista che rallenta per la strada o il collega di lavoro che non sopporto. Non deve limitarsi il tutto ad un’osservanza di un obbligo coniugale ma bisogna trovare il senso di quell’obbligo per donarsi a tutti. Per certi aspetti, limitarsi alla sola fedeltà al coniuge può essere la scusa o il pretesto per sentirsi con la coscienza pulita e non impegnarsi con tutti gli altri fratelli e le sorelle. E’ vero che un giorno saremo chiamati e rendere conto prima di tutto di come ci siamo presi cura del nostro coniuge, ma subito dopo di come abbiamo trattato tutti gli altri!

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

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Come i buoi!

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 4,22-24.26-27.31-5,1) Fratelli, sta scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. Sta scritto infatti : «Rallégrati, sterile, tu che non partorisci, grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito». Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera. Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

Prosegue la riflessione di questi giorni sulla lettera ai Galati, è un tempo in cui la Chiesa ci invita a riflettere sulla nostra condizione di figli di Dio, la nostra riflessione parte e si sviluppa a partire dall’ultima parte: “Così, fratelli, noi non siamo […] “. Non è la prima volta che gli scritti paolini affrontano questi temi della figliolanza divina, ma in questo frangente si tocca anche il tema della libertà.

Gli sposi cristiani fondano il sacramento del Matrimonio sul fatto di essere battezzati, esso li rende figli di Dio, è il Battesimo poi che li abilita ad essere i ministri del proprio sacramento, è ancora il Battesimo che li ha abilita ad essere sacramento l’uno per l’altra, in quanto col Battesimo vengono inabitati dalla Santissima Trinità e divengono strumento di santificazione l’uno per l’altra; è ancora il Battesimo protagonista nel renderli capaci di amare come ama Dio, infatti uno dei tre doni divini del Battesimo è la Carità.

Più gli sposi meditano e vivono appieno la loro realtà battesimale, e quindi la loro figliolanza divina (figli di una donna libera), più il loro Matrimonio diventa santo, più diventano capaci di amarsi l’un l’altra con lo stile di Dio, fino a morire per l’amato/a come ha fatto Cristo per noi.

Parafrasando Paolo possiamo dire: “Così, sposi, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera; Agar era la schiava (di Sarai, la moglie di Abramo) che aveva partorito ad Abramo Ismaele, scelta obbligata in quanto Sara era sterile (prima della vicenda di Isacco), ma per motivi di invidia fu allontanata da Abramo stesso, Agar si perderà nel deserto e sarà poi soccorsa da un angelo del Signore che aiuterà lei ed il suo bambino. Ma la benedizione del Signore resta sul figlio Isacco, perché figlio della promessa e non secondo la carne, Ismaele infatti era stato voluto da una decisione (forse avventata) di Sarai, moglie di Abramo.

E così succede anche nella nostra vita di sposi, spesso prendiamo decisioni per conto nostro, senza consultare il Signore, e poi ci lamentiamo di non avere la benedizione di Dio su quella scelta. Anche a noi sposi succede di non aver fiducia nell’aiuto del Signore, di non saper rispettare che le vie del Signore non sono le nostre vie, che i tempi di Dio non sono i nostri tempi, dobbiamo imparare a pregare prima di prendere le decisioni, e più sono importanti le scelte più ci sarà bisogno di preghiera affinché il nostro cuore si “sintonizzi” sulle frequenze di Dio; quando poi il cuore sarà sintonizzato sulle frequenze giuste capiremo come agire, quali decisioni prendere. E’ un allenamento costante di tutti i giorni perché se aspettiamo di trovarci di fronte a scelte importanti per sintonizzare il cuore, esso non sarà abituato a quelle frequenze e rischiamo di sbagliare decisione, di fare scelte imprudenti, di illuderci che Dio benedica il nostro operato sempre e comunque.

Cari sposi, Paolo poi ci esorta a restare saldi per non lasciarci imporre di nuovo il giogo della schiavitù del peccato. Il giogo è uno strumento che serve per legare gli animali al carro che trainano, ma non sono gli animali che decidono la direzione, essa è decisa da chi guida il carro grazie al giogo. Praticamente Paolo ci sta dicendo di non lasciarci bloccare dal giogo del peccato, perché non solo esso ci tiene legati a sé come schiavi, ma ci fa andare nella direzione della perdizione eterna. E noi non vogliamo fare come i buoi, vero?

Troppi sposi restano a lungo legati al carro del peccato, non capiscono il perché del loro essere sempre litigiosi, cupi, il loro rapporto è sempre stanco ed annoiato, si sentono come in un vicolo cieco, praticamente sono come quei buoi che perdono ogni libertà. All’inizio si lasciano sedurre dai piaceri immediati e sensibili che il peccato procura, ma poi senza rendersene conto si ritrovano schiavizzati.

Paolo ci ricorda che col Battesimo siamo stati liberati dal giogo del peccato ed innestati nella vita divina, siamo figli della donna libera, cioè della promessa, la promessa del Redentore, la vita eterna può già cominciare in questa vita. Il nostro destino eterno è reale, non è una fantasia, ed è talmente reale che se viviamo nella libertà della Grazia, cominciamo già a pregustare in questa vita le delizie della vita futura.

Facciamo un esempio : se tutte le volte che sono tentato di commettere un adulterio anche solo col pensiero, ci casco e lo commetto, ecco che allora non sono libero di dire di no a questa tentazione perché sento che essa è più forte di me; se invece io la combatto con l’impegno personale e sorretto dalla Grazia, allora ne esco vincitore e sarò finalmente liberato dalle sue seduzioni. Questa è la libertà.

Coraggio cari sposi, per restare liberi basta cominciare a volerlo e decidersi per il Paradiso, allora il nostro Matrimonio diventerà un piccolo angolo di Cielo.

Giorgio e Valentina.

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Se moriamo con lui, vivremo anche con lui

Oggi, lunedì, vorrei tornare sulla Parola di ieri. Non però sul Vangelo ma sulla Seconda Lettura. La liturgia ci ha proposto un brano tratto dalla Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo. Mi vorrei soffermare solo su pochi versetti perchè sono fantastici per mettere sul piatto alcune considerazioni sul nostro matrimonio.

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Se moriamo con lui, vivremo anche con lui

Il matrimonio è la tomba dell’amore? Solo se non moriamo. Bisogna essere chiari. Solo morendo a noi stessi potremo davvero esplorare la profondità della relazione matrimoniale e vivere fino in fondo il nostro sacramento. Se non moriamo al nostro egoismo e al nostro ego non sapremo mai cosa significa essere sposi in Gesù. Tutto sarà concentrato solo sul sentimento e sull’emozione. Tutto sarà valutato secondo l’utilità. Tu mi servi perchè mi fai stare bene. Tu mi dai quello che mi serve. Ma Gesù ragiona così? Gesù dice altro con la Sua vita, la Sua morte e la Sua resurrezione. Lui ci dice io ti servo perchè voglio renderti partecipe della salvezza e della mia vita divina. Ti voglio arricchire donandomi completamente a te. Questo fa Cristo. Questo è l’amore di Gesù. Capite che differenza con la povertà dei nostri matrimoni? Però se impariamo a donarci davvero allora tutto cambia. E il matrimonio è un luogo privilegiato per imparare a donarci. Il matrimonio è la palestra che Dio ci offre per imparare ad amare come Lui ci ama e per prepararci all’incontro con Lui. Solo così il matrimonio può diventare una relazione a tre, dove noi sposi viviamo tra noi e con Gesù. La tomba del nostro egoismo diventa una vera resurrezione dove comprendiamo chi siamo e troviamo senso a tutta la nostra esistenza.

Se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo.

Cosa significa regnare nella logica di Gesù? Donarsi. Essere capaci di donarsi sempre meglio e sempre di più. Gesù ha dato davvero tutto: il sangue, il corpo e la sua vita. Cosa poteva dare di più? Gesù aveva una caratteristica fondamentale: Gesù era libero! Libertà significa essere padroni di sè stessi. Come faccio a donarmi se non sono re neanche del mio corpo, delle mie pulsioni, delle mie emozioni. Come faccio ad amare sempre, anche quando oggettivamente l’altro si comporta male, non è amabile e non merita nulla da parte mia? Come faccio a farlo se non ho mai imparato a controllare le mie emozioni con la volontà? Se sono una marionetta guidata da fili invisibili. Dai fili dell’emozione, della pulsione sessuale, dell’egoismo e del peccato che rompe la relazione non solo con l’altro ma anche con Dio. La perseveranza nella difficoltà diventa quindi una delle basi del matrimonio. Andare avanti, fedeli alla promessa, con la consapevolezza di essere sostenuti dalla Grazia di Dio e dalla presenza di Gesù nella nostra vita, nei momenti di gioia e anche in quelli più difficili.

Se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà

Cosa significa rinnegare Cristo? Non serve farlo in modo esplicito. Rinnegare Cristo può significare semplicemente vivere come se Lui non c’entrasse con il nostro matrimonio. Significa fare le nostre scelte senza tener conto di Lui. Come quindi tener conto di Lui? Gesù lo dice chiaramente nel Vangelo: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Detto in altri termini rinneghiamo Gesù quando non rispettiamo gli insegnamenti morali della nostra Chiesa. Rinnegare Gesù è abortire, rinnegare Gesù è tradire, rinnegare Gesù è scegliere gli anticoncezionali (seppur qui il discorso andrebbe approfondito con alcuni distinguo), rinnegare Gesù è non andare a Messa, rinnegare Gesù è usare violenza anche solo verbale sull’altro. Rinnegare Gesù è qualsiasi gesto che indebolisce la relazione sponsale. Cosa significa che egli ci rinnegherà quando subito dopo invece troviamo scritto che egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. Semplicemente che Dio non viene mai meno alle Sue promesse e al Suo amore. Siamo noi che rinnegandolo, nel modo che ho spiegato, chiuderemo sempre di più il nostro cuore alla Grazia e alla relazione con Lui. Lui non potrà che aspettare il nostro desiderio di conversione. Lui aspetterà, come il padre misericordioso della parabola, il nostro ritorno da Lui. Solo allora potrà di nuovo riempirci del Suo Spirito e cambiare in nostro matrimonio salvandolo dalla nostra miseria e dai nostri errori.

Antonio e Luisa

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La fede oltre i miracoli

Cari sposi,

il mese di ottobre è iniziato sotto il segno di Santa Teresina di Lisieux, la piccola carmelitana che sul letto di morte, ripeté “tutto è grazia” per esprimere il proprio abbandonarsi nelle braccia della misericordia divina. La liturgia di oggi è centrata su una grazia particolare: guarigione dalla lebbra, che unisce la prima lettura al Vangelo. La lebbra, alias morbo di Hansen, è una pericolosa malattia infettiva che all’epoca di Gesù isolava totalmente i contagiati dal momento che non esistevano cure. Le rare guarigioni, per quanto riguarda il mondo ebraico, erano normate dal libro del Levitico, il quale prevedeva minuziose indicazioni sia per la diagnosi che la riammissione nella comunità una volta cessato il pericolo.

Che cosa può esprimere tutto ciò per voi sposi? La lebbra è sinonimo di tutti quei problemi e difficoltà che possono riempire le nostre vite al punto da far sperimentare solitudine e lontananza, tra di voi, nei confronti degli altri e addirittura da Dio. Il Signore è tanto buono, che sempre ci viene incontro, ci dà una mano, ci vuole sollevare e così può permettere la guarigione, la cessazione di quello che tanto ci ha afflitto. Eppure, molte persone, coppie, si possono fermare qui. Possono cercare unicamente lo stare bene, il non aver grossi problemi, un certo equilibrio di vita. Che grande tentazione quella di far coincidere il benessere con la vita di fede! “Eh, se c’è la salute, c’è tutto!”.

La vicenda del miracolo dei 10 lebbrosi sta a significare proprio questo, che il vero miracolo avviene soprattutto in questa persona che è passata dallo stare bene al diventare un vero credente, uno che riconosce che “tutto è grazia”. Anche voi sposi siete chiamati a fare questo nella vostra relazione. Ci può essere “lebbra” tra di voi, il vostro amore potrebbe esserne contagiato, ma la soluzione non sarà solo una buona terapia di coppia, un percorso di accompagnamento tipo Retrouvaille, quel bravo sessuologo che sa trovare l’inghippo… la svolta, come fece quel tale, consiste nel lodare, glorificare e ringraziare sempre il Signore assieme per quello che siete perché la gratitudine attira sempre nuove grazie e nuovi doni di Dio.

Quante coppie, anche credenti, stanno più o meno bene, “reggono” direbbe qualcuno. Ma il Signore non ha fatto il matrimonio per arrivare a una sostanziale condizione di stabilità relazionale. Gesù, lo Sposo, vuole una coppia “salvante e salvata” (cfr. Familiaris Consortio 49) perché sa vedere in ogni cosa, anche nelle proprie fragilità, nella propria storia un po’ stramba, nelle nostre famiglie di origine, la presenza di Dio.

È qui il salto di qualità che tanto vorrebbe da voi il Signore! Come avrebbe voluto che tutti e 10 fossero tornati a ringraziarlo. Vi auguro di trovare quel tempo assieme ogni giorno per lodare, magnificare, benedire la mano di Dio che ci conduce giorno per giorno nella sua sequela.

ANTONIO E LUISA

Solo uno dei lebbrosi sanati si meraviglia, contempla il miracolo ricevuto e la grandezza del dono gratuito e immeritato che ha ricevuto. Solo uno torna indietro a ringraziare. E’ il samaritano, quello più lontano dal Dio d’Israele, più lontano e proprio per questo, forse, meno abituato alla bellezza della vita alla Sua presenza. Per questo resta senza parole e rapito dalla meraviglia di quello che ha sperimentato. Ecco, noi dobbiamo essere capaci di non perdere questa meraviglia. Di non dare mai per scontato nè Gesù, nè il nostro matrimonio. Quanti invece danno per scontato il matrimonio e la persona che hanno accanto? Quanti non hanno più voglia di prendersi cura della persona che hanno sposato? Quanti vogliono il massimo con il minimo sforzo? Dare per scontato è quanto di più triste ci possa essere in una relazione. Significa non essere più capaci di intravedere qualcosa di prezioso, significa non capirne il valore. Significa non essere più capaci di meravigliarsi.

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Domenica e famiglia: un connubio possibile /45

( Congiunge le mani e prosegue: ) Per Cristo Signore nostro, tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene. ( Prende sia la patena con l’ostia sia il calice ed elevandoli insieme canta o dice: ) Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli. ( Il popolo acclama: ) Amen.

Siamo giunti alle ultime due frasi della grande Preghiera Eucaristica I e vedremo come non siano solo la chiosa finale di un bel discorso, come accade nei talk-show o nei meeting mondani, ma racchiudono grandi verità della fede cattolica. Nella prima frase c’è racchiusa tutta la fede nell’Incarnazione del Verbo di Dio e riprende con parole diverse ciò che abbiamo espresso nel Credo espandendo il concetto : “ […] per mezzo di Lui tutte le cose sono state create. […] “. Non sarà facile ma cercheremo di condensare in poche parole questa Verità di fede che celebriamo a Natale.

Gesù è il Verbo eterno del Padre, quindi non ha cominciato ad esistere, come noi, solo quando ha trovato la Sua prima culla nel grembo di Sua madre, la Vergine Maria, ma è co-eterno al Padre ed allo Spirito Santo. Quindi era compresente e compartecipe al momento della Creazione, ecco perché nel Credo diciamo che tutte le cose sono state create per mezzo di Lui ed in vista di Lui, in vista cioè della Sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione… per dirla breve: in vista della Redenzione operata da Cristo.

Per Cristo Signore nostro, tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene.

Desideriamo porre l’attenzione sull’iniziale preposizione “Per” che porta in sé un duplice significato. Il primo più semplice è quello appena descritto col concetto di “in vista di Lui”, ed il secondo significato è quello di: “attraverso, per mezzo di Lui“. Siccome Gesù si è abbassato, umiliato, a tal punto da assumere la nostra natura umana (eccetto il peccato), per il Padre questa Incarnazione del Verbo non può passare inosservata; siccome Lui si è caricato di tutti i peccati di tutti gli uomini di tutti i tempi e li ha inchiodati alla Croce significa che il Padre ci perdona grazie al sacrificio di Gesù poiché Lui è il prezzo del nostro riscatto; siccome in Lui coesistono le due nature, quella umana e quella divina (NON 50% uomo e 50% Dio, MA 100% uomo-tranne il peccato- e 100% Dio) ciò che il Padre compie passa sempre attraverso di Lui, quindi attraverso la Sua Santissima umanità… quindi è come se Gesù fosse il filtro imprescindibile attraverso cui passano le azioni divine.

Ce l’aveva già accennato Gesù stesso quando ci ha ricordato che dobbiamo pregare il Padre nel Suo Nome… è come se ci avesse detto che qualunque richiesta avessimo da avanzare nei confronti del Padre, Lui avrebbe fatto da mediatore, da intermediario, da portavoce, da ambasciatore ma anche da scudo in quanto anche Lui uomo al 100%… come se avesse voluto proteggerci dall’ira divina col mantello della Sua umanità, assomiglia un po’ a quando ci si ripara dai raggi UVA-UVB del sole estivo sotto l’ombrellone.

In Lui tutta l’umanità si raccoglie un po’ come quando tutta la famiglia si ripara sotto l’ombrellone, ecco perché la Chiesa finisce ogni preghiera col “Per Cristo nostro Signore”… ricordiamo al Padre che osiamo avanzare qualche richiesta ma solo nel nome del Suo Figlio Uomo-Dio. Infatti la seconda e conclusiva frase è un inno di gloria alla Trinità passando da Gesù, ricalcando solennemente che tutta la Preghiera Eucaristica sale a Dio Padre PER, CON e IN Cristo, nell’unità dello Spirito Santo… è una modalità di pregare che ci educa e ci insegna che la Trinità è inseparabile.

PER Cristo cioè attraverso come abbiamo già esplicitato.

CON Cristo perché anche Lui uomo al 100%, quindi Lui prega il Padre con noi.

IN Cristo perché la nostra preghiera/richiesta confluisce in Lui, avendo caricato su di sé tutti i nostri peccati, si è fatto carico di tutte le nostre richieste, poiché noi non avremmo nulla da vantare di fronte al Padre, ma in Lui possiamo vantare la SUA CROCE che ci ha meritato il perdono… un po’ come succede in famiglia quando il figlio vuole avanzare qualche richiesta al papà ma sa bene di non meritarla, ecco allora che manda la mamma come portavoce, la quale fa da mediatrice e si fa garante per il figlio, riuscendo così a soddisfarne le richieste.

Cari sposi, il Padre non vede l’ora di elargire le grazie che ha già lì pronte per noi, ma è necessario passare da Gesù, non possiamo scavalcarLo, non possiamo ignorare il Sacrificio di Gesù, la Sua opera mirabile, la Redenzione. Questo è un momento solenne della Messa, ecco spiegata la richiesta di cantare, al sacerdote, come prima opzione, per dare ancora più ufficialità alla preghiera, e, casomai il Padre volesse fare “orecchie da mercante” il sacerdote gli offre direttamente il Figlio tenendoLo tra le mani… più di così non si può!

Care famiglie, il nostro atteggiamento durante la Preghiera Eucaristica è quello del rigoroso silenzio orante, possiamo ascoltare le parole che il sacerdote pronuncia e farle nostre, oppure avanzare qualche richiesta personale e farla confluire nel “Per Cristo...”. Alla fine qua ci vuole un bell’ Amen ad alta voce che sigilla ed ufficializza.

Praticamente un finale col botto!

Giorgio e Valentina.

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Pregate prima di fare l’amore?

Oggi un articolo un po’ diverso e originale. Un articolo che nasce da un commento ricevuto su facebook. Mi preme sottolineare che non è assolutamente contro chi ha fatto quel commento, anzi la ringrazio (si è una donna) perchè mi permette di proporre una riflessione diversa dalle solite. E’ una riflessione che parte da quel commento ma che va molto oltre.

Questa persona ha voluto affermare, all’interno di un discorso più ampio su religiosità e laicità, che non prega prima di far l’amore con il marito. Come se farlo fosse da bigotti. Questa frase mi ha colpito. Mi ha colpito soprattutto perchè ho realizzato che questo commento sintetizza molto bene un modo di approcciarsi, non tanto alla fede quanto al sesso, molto comune tra i credenti. Pregare prima di fare l’amore è un comportamento da bigotti e da persone un po’ represse. E’ davvero così’? E’ vero che può essere così in alcuni casi. Ho conosciuto donne che hanno confessato di pregare durante il rapporto perchè sentivano di fare qualcosa di doveroso ma sporco. Qui però siamo completamente fuori dalla verità del sacramento e anche della fede.

Invece pregare prima del rapporto, magari invocando lo Spirito Santo, può essere un modo per aprirci a Dio anche nella nostra intimità. Ricordate che l’amplesso è un gesto sacro e liturgico per gli sposi, abbiamo avuto modo di scrivere tante volte su questa realtà. Pregare serve per chiedere allo Spirito Santo di darci la capacità di donarci completamente l’uno all’altra, e di donarci la consapevolezza di vivere un momento comunione profonda. Pregare ci fa entrare nella consapevolezza che non stiamo per vivere qualcosa di meramente fisico, ma che stiamo per entrare in un abbraccio che permea ogni parte di noi.

Il matrimonio non è una relazione solo tra me e Luisa ma anche con Dio che ne è parte attiva. La nostra relazione è abitata sempre da Dio. Credete che l’incontro intimo, la manifestazione sensibile d’amore più grande che ci possa essere tra due sposi, non sia importante per Dio? Che sia qualcosa che riguarda soltanto i due sposi? Qualcosa di solo umano? Anzi qualcosa di animale? Come si fa a credere che l’intimità non sia un’esperienza altamente spirituale? Dio ci ha fatti e voluti così. Siamo spiriti incarnati che possono manifestare l’amore solo attraverso il corpo. Non angelichiamo il nostro matrimonio. Il matrimonio è fatto di carne e di corpo. E’ Dio che ha pensato di farci sessuati, è Lui che ci ha creato così con il corpo maschile fatto in un certo modo per penetrare e un corpo femminile fatto in modo complementare per accogliere, è sempre Lui che ha reso quel gesto capace di generare vita. Vi rendete conto? Non c’è nulla di sbagliato o di sporco in quel gesto. Siamo noi che possiamo portare il nostro egoismo e la nostra superficialità in quel gesto. Siamo noi che possiamo portare il male dentro un gesto che non ha nulla di male.

Pregare serve a questo. Serve a preparare il cuore prima che il corpo. Perchè fare l’amore per noi cristiani è difficile ma è meraviglioso. Difficile perchè va preparato e fatto bene. E’ un gesto che però, quando è vissuto bene, permette attraverso il corpo di fare un’esperienza totalizzante. Un’esperienza che tocca sì il corpo, ma che arriva al cuore e all’anima. Dite che è troppo? No non è troppo, e più passa il tempo e più è bello perchè si impara ad entrare sempre più uno nell’altra e trovare in quell’amore corporeo la presenza tangibile di Dio.

Capite la differenza? Tanti “esperti” consigliano la visione di video pornografici per aumentare il desiderio sessuale nella coppia. Noi ci permettiamo di consigliare la preghiera. Dio stesso, nella Bibbia, ci invita a pregare prima dell’incontro intimo. Lo fa attraverso le parole che Tobia rivolge a Sara prima di giacere insieme: Sorella, àlzati! Preghiamo e domandiamo al Signore nostro che ci dia grazia e salvezza. I cattolici lo fanno meglio anche per questo.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio si basa su un’amicizia profonda

Salomone nel Cantico dei Cantici si rivolge alla sua Sulamita chiamandola sorella. Lo fa diverse volte. Ed il loro è un rapporto tutt’altro che platonico. Stessa cosa fa Tobia rivolgendosi alla sua Sara. Perchè? Non è un caso. Insegna qualcosa di importante a noi sposi. Ci insegna che non basta ci sia attrazione e innamoramento. Serve anche un rapporto basato su un’amicizia profonda. Ci viene in aiuto Amoris Laetitia, in particolare al punto 123:

Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il Papa colloca l’amore sponsale appena al di sotto di quello verso Dio, che è la sorgente e nutrimento per ogni relazione umana. Lo definisce anche come amore di amicizia, seppur un’amicizia molto particolare, perché ne ricomprende le caratteristiche. Gesù stesso chiama ognuno di noi amico, intendendo qualcosa di grande. Nel vangelo di Giovanni Gesù dice: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere anche a voi”. Amicizia è un concetto altissimo. Amicizia è voler il bene dell’altro, è intimità, è tenerezza e stabilità. L’amore sponsale aggiunge a tutto questo l’indissolubilità. Il nostro sposo/a, affinché il matrimonio sia costruito su basi solide, deve essere il nostro migliore amico e non solo la persona che ci attrae e con cui condividiamo l’intimità sessuale. Il linguaggio degli sposi è fatto di dialogo e tenerezza.

Ripeto il concetto: è importante che gli sposi siano i migliori amici l’uno dell’altra. E’ importante che il nostro sposo o la nostra sposa sia la prima persona con cui desideriamo confidarci e confrontarci. Bruttissimo segno quando confidiamo determinati pensieri ad altre persone e non al nostro coniuge. Fossero anche genitori o fratelli. Nel nostro sposo/a è importante trovare una persona con la quale condividere i nostri pensieri, paure, preoccupazioni e gioie, con la certezza di essere accolti e non giudicati, sostenuti e non feriti.

Una raccomandazione agli uomini. Quando vostra moglie vi racconta tutto di lei e di ciò che le accade, magari vi parla sempre delle stesse cose, non spazientitevi. Al contrario ringraziate Dio che lei abbia desiderio di farlo. Significa che vi considera la persona più importante. Ascoltatela, non chiede altro.  Il matrimonio diventa luogo dove mostrarci per ciò che siamo, senza paura di mostrare le nostre debolezze perchè certi che saremo amati per ciò che siamo e non per ciò che facciamo. Il matrimonio presuppone una relazione complessa, un amore che sia espressione della passione e dell’amicizia, dell’eros e dell’Agape.

L’amore sponsale cristiano è una sfida perché difficile. Un amore che ti chiede tutto ma che è il solo capace di farti sperimentare scintille di eternità e di infinito non può che essere una sfida, una battaglia da vincere e un premio da conquistare.

Una sfida che non è possibile vincere senza la convinzione che ci sia un disegno più grande, una forza che ci sostiene, che per noi sposi cristiani viene da Gesù. Solo la Grazia può permettere di realizzare un progetto che sarebbe irraggiungibile con le fragilità e le ferite che tutti ci portiamo dietro. Senza la Grazia, c’è il concreto pericolo di non restare saldi e di abbandonarsi alla cultura del provvisorio, tipica del nostro tempo che ci impedisce di realizzare completamente il progetto di Dio per noi e di non vivere mai veramente in pienezza la nostra umanità che è stata creata per un amore radicale, totale e infinito. Siamo immagine di Dio, ricordiamolo.

Antonio e Luisa

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Stacce! Ovvero l’arte del riparare la mia casa.

Oggi abbiamo pensato di rispondere ad alcune domande, delle curiosità, che ci sono arrivate. Deve essere chiara una cosa: se pensate che io sia una Wonder woman della fede avete sbagliato trailer perché al massimo posso essere come Rey Skywalker, che ancora va a bussare alla porta di Luke Skywalker per farsi aiutare e onestamente neanche me ne vergogno. Riconoscere i propri limiti è già un enorme passo avanti. Attraversare la porta stretta del dolore, nel nostro caso del mancato arrivo di un figlio biologico, è un qualcosa che ti devasta è paragonabile ad un terremoto. Si, noi avevamo una casa terremotata. Noi eravamo quella casa. Come ne siamo usciti? Rimanendo tra le macerie del terremoto.

Una mattina d’estate mi sono fatta accompagnare da Andrea in visita all’Aquila perché in quel momento io mi sentivo proprio così. Ero a pezzi ed era a pezzi la mia relazione con Andrea. Dovevamo ricostruire. Avere una guida spirituale che ti sta accanto ovviamente ha avuto la sua importanza, ma è anche vero che la guida può fare poco se non si è disposti a “seguirla” perché funziona solo se diventa un lavoro di squadra. Come nel “Va e ripara la mia casa” di francescana memoria. Non a caso il nostro Don si chiama Francesco.

Per ricostruire la nostra unione matrimoniale, perché, lo ripetiamo, non avere figli spiazza la coppia. Non ci si pensa troppo perché si tende a dare un pochino per scontato che se ti sposi prima o poi un figlio deve arrivare. Io ho sempre mal sopportato le cene di famiglia dove tra una portata ed un altra ti arriva la classica domanda: “ma quando fate un figlio? Ma perché non lo fate? Che non lo volete? Ci stareste benissimo con un figlio!” In quei momenti le mie risposte soprattutto negli ultimi anni sono state ” stacce”.

Stacce è un termine che io ho imparato da don Fabio Rosini, perché in alcuni occasioni credetemi bisogna imparare ad ironizzare sulle nostre imperfezioni. Lo Stacce è l’arte di indossare la Croce ricordandosi che il dolore dura dalle ore 12 alle ore 15. Lo Stacce nel vivere il dolore con la consapevolezza che passerà. Lo Stacce anche nel presenziare a cene dove mangerai poco perché spesso e volentieri chi fa domande inopportune è poco incline alla sensibilità di chi ha davanti. Lo Stacce nell’affrontare anche il dolore del marito che cerca la sua via per tirare fuori la sua paternità pensata appositamente per lui. Lo Stacce nel dedicare del tempo per ricostruire insieme le fondamenta di casa. Lo Stacce nel scegliere il Noi sempre prima di ogni altra attività parrocchiale in cui impegnarsi. Lo Stacce ci ha aiutato a comprendere e ad entrare nel tempo di Dio. Io e Andrea siamo tali e quali a voi che ci state leggendo, magari abbiamo sì aggiustato la crepa nella stanza del dolore della fertilità, ma abbiamo visto che la stanza della fecondità è più grande e luminosa e forse anche più congeniale per la nostra vita matrimoniale.

Credo che Dio quando ci ha portati all’altare era perché ci voleva felici e gioiosi, ma come? Noi due ce lo chiediamo spesso davanti ad un caffè a colazione e lo abbiamo sempre chiesto nella preghiera: cosa ci stai chiedendo nel nostro matrimonio?

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Va e ripara la mia casa

San Francesco!

Oggi vogliamo fermarci a contemplare ancora una volta la bellezza del poverello di Assisi! Santo a noi molto caro, patrono della nostra Italia, piccolo giovane proveniente da una città per noi seconda casa.

C’è quell’aggettivo che abbiamo usato prima per descriverlo che però dovrebbe stonare con la bellezza: poverello.

Un povero ma bel giovane!

Francesco ha scelto davvero una vita povera, Francesco ha lasciato una famiglia ricca per farsi vicino al povero, per vivere secondo il Vangelo! Un gesto estremo per i nostri giorni, ma anche per 800 anni fa!

Trovare il coraggio di lasciare tutto per vivere nella verità del cuore, per vivere per l’Amore. Trovare il coraggio anzitutto di cercare il significato di quelle parole che risuonavano nella sua mente. È da un ascolto profondo, da una ricerca di verità, di bellezza che lui è partito e ancora oggi si mostra a noi.

Fra le tante parole che Francesco ha ascoltato ce n’è una che gli è arrivata dal crocefisso di San Damiano: VA E RIPARA LA MIA CASA.

Una frase semplice, breve, da far risuonare nel cuore.

Va: mettiti in cammino, alzati, parti, non star fermo. L’amore è un verbo di movimento non statico. L’amore ha fretta di amare, domani sarà tardi. Va allora! Cosa aspetti? Non lasciare che le cose le faccia qualcun altro.

Ripara: aggiusta, sistema, non scartare, non buttare, non dividere, non vedere la fine come se non ci fosse più speranza. Va e aggiusta, abbi fede! C’è speranza! Ripara! Fidati!

Che bello! Il Signore ci rilancia (va..), ci spinge a partire ma non per nuove costruzioni ma per riparare, verso quel che c’è già! Bellissimo!

Il nostro non è un Dio dello spreco, non è il general manager di una compagnia usa e getta, acquista – monta e quando ti stanchi o si rompe: cambia! No, ripara!

Nel libro dell’apocalisse al capitolo 21 sta scritto “ecco io faccio nuove tutte le cose”, il Signore non fa nuove cosa ma fa nuove tutte le cose! Bellissimo!

Il Signore Gesù: artigiano d’amore!

La mia casa: cos’è questa casa? La Chiesa in senso di struttura fisica? La Chiesa in quanto istituzione? Cos’è “la mia casa”? Come posso fare a risanare la mia casa, la chiesa?

È qua che ci siamo soffermati, è qua che nasce il dubbio, l’incomprensione, il vuoto, forse ci sentiamo spaesati, sembrava una frase semplice che avevamo compreso ora sorge una domanda “dov’è la tua casa Signore? Cosa vuoi che ripari? Dove mi mandi? “

Per noi, questa casa è il tuo cuore!

Per noi, questa casa è la tua vocazione!

Per noi questa casa, è il tuo vivere quotidiano! Quanto calcestruzzo serve per curare la vita di ognuno di noi, ognuno con i propri limiti, i propri peccati, le proprie cadute più o meno grandi, le abitudini sbagliate etc

Quanti cuori feriti, infranti, traditi, freddi, insensibili.

VA E RIPARA il tuo cuore, LA MIA CASA!

Quante vocazioni non curate, non scelte, non allenate con il passare degli anni che si smarriscono, rallentano, si inaridiscono. Quanta difficoltà a dire sì, quanta fatica oggi a scegliere di mettersi in ascolto della Parola che dona vita, invece di continuare ad inseguire come Francesco i propri sterili sogni di gloria, il sogno di diventare cavaliere. Lui ha avuto la (s)fortuna di cadere da cavallo. Te che aspetti a dire sì all’amore?

VA E RIPARA la tua vocazione, LA MIA CASA.

Ed il significato più bello, il più nostro, per questo blog. Va e ripara la mia casa; per noi, questa casa è la famiglia! La tua famiglia!

La tua relazione sponsale. Da qui si può aiutare e riparare la Sua casa, la Chiesa: che altro non è che famiglia di famiglie.

Come riparare la chiesa se litigo con mia moglie? se non so essere volto di amore per i miei figli? se non coltivo la mia relazione? se non dialogo con lei/lui? Se non ho tempo per lei/lui? Se non vivo la nuzialità, l’unione, quell’eros e agape che rende saldo il nostro essere marito e moglie?

Quante crepe, quanti litigi, quante fatiche anche nelle nostre famiglie! Cosa aspetti, la festa del Poverello di Assisi arriva anche quest’anno e ci riporta quelle parole “VA E RIPARA la tua famiglia, LA MIA CASA”.

Sposi sì ma testimoni di amore! Famiglia sì ma che viva con ambizione di santità, in casa, con i figli, ma anche in ogni ambito in cui papà, mamma e figli vivono!

Da come ci amiamo dovranno capire che il Signore è risorto!

“Va e ripara la mia casa”

Forse anche noi oggi possiamo fermarci a contemplare san Francesco chiedendogli di aiutare a vivere in risposta a questa richiesta vivendo l’amore che oggi son chiamato a dare, per me, per il mio prossimo, per il mio collega, per mia moglie, per mio marito, per i miei figli.

Mettendoci in ascolto, facendo spazio a Lui, alla sua parola.

Questo è il il lavoro più bello che possiamo fare per riparare la SUA CASA.

La sua casa sei te! È la tua vocazione! È la tua famiglia! È il tuo cuore!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Il “grembo” e la “croce”

Leggendo il primo capitolo del libro “Sposi, sacerdoti dell’amore” di Antonio e Luisa, ci siamo soffermati su un passaggio in particolare: “Gesù offre la sua vita, versa il suo sangue e dona il suo corpo per portarci a Lui. Quando rispondiamo, accogliendo questo suo dono, ecco che nasce la Chiesa. Infatti la Chiesa è chiamata sposa di Cristo.”
Abbiamo riflettuto su una cosa: la Chiesa è la sposa di Cristo, che è anche detta “corpo di Cristo”quindi Cristo e la Chiesa sono la stessa cosa, sono uno nell’altra. Cristo non può essere diviso e diverso dal Suo stesso Corpo! Così sono gli sposi: una sola carne! Infatti, nel capitolo del libro, Antonio e Luisa proseguono proprio collegandosi alla lettera agli Efesini di San Paolo. Perciò, se noi sposi non siamo (e non restiamo) l’uno nell’altra, non viviamo la nostra specifica vocazione! Siamo due persone distinte, ma con un vincolo che ci ha resi una sola persona!

Perché ci ha interrogato questo passaggio? Perché pensando a noi due, tante volte ci siamo visti fare e desiderare “ogni cosa insieme”… spesso ci siamo sentiti dire “ma voi andate via sempre pari!” oppure “la cosa che più noto di voi due è la sinergia nelle vostre scelte quotidiane: scegliete e fate sempre tutto in coppia!”. Questi commenti o giudizi esterni tante volte sono stati dei complimenti, ma altrettante volte hanno avuto un tono dispregiativo, quasi come se noi due, agli occhi altrui, non avessimo più una personalità e un’identità di singoli. Questo ci ha fatto soffrire e ci siamo chiesti se fossimo noi “sbagliati”.
Poi, in realtà, ascoltando e vedendo varie coppie, notiamo come effettivamente sia una questione piuttosto comune e nodale: essere coppia, sentirsi coppia, viaggiare in coppia. Da quando ci siamo sposati e abbiamo scelto di farlo in Chiesa siamo una carne sola, è questa la Grazia che abbiamo ricevuto! Perchè siamo UNO IN CRISTO! Ci siamo sposati in 3! In un mondo che invece ci dice “Continuate pure le vostre vite da singoli paralleli…e quando vi capita siate coppia”.

Dove vogliamo arrivare? A una domanda che lasciamo come spunto su cui condividere e dialogare fra voi: riusciamo a vivere questa dimensione dell’essere una sola carne? O restano soltanto parole sentite e risentite? San Paolo parla a noi direttamente o pensiamo si stia rivolgendo sempre “ad altri”?

Se il piede si muove, il resto del corpo si muove.
Se la mano accarezza, il resto del corpo partecipa.
Se il corpo ha bisogno di fermarsi, le membra di fermano.
Se Cristo si muove, anche la Chiesa si muove.
Se Cristo tace, anche la Chiesa tace.
Se Cristo annuncia, anche la Chiesa annuncia.
Perché è il Suo Corpo.
E noi, mariti e mogli? Riusciamo a incarnare la stessa realtà? Siamo una sola carne, con-corporei con Cristo? Cristo ha potuto donarsi così alla Sua Chiesa solamente grazie a due passaggi: l’incarnazione e la croce. Cristo ha potuto donarsi totalmente, tramite la croce, soltanto dopo aver assunto un corpo come il nostro…e con quel gesto ci ha mostrato cosa significhi amare come Lui ama: fino alla fine. Il Mistero grande che ci consegna attraverso il Suo Amore incarnato e crocefisso ci illumina su come nel nostro essere maschio e femmina portiamo a pieno compimento questa dimensione del dono totale: la donna nell’accogliere dentro di sé la vita; l’uomo nel dare tutto se stesso, morendo senza sconti per generare vita. “Il grembo” e “la croce” ,che trasfigurano la vita nella Risurrezione.

Il sacramento del matrimonio è l’attualizzazione di questo dono totale, ma lo può essere soltanto grazie al fatto che, prima di ogni altra cosa, ognuno di noi ha un corpo da donare e che, per gli sposi cristiani, diventa uno solo! Con quel corpo possiamo sperimentare la croce, cioè il donarsi fino a morire per l’altro! Senza incarnazione non ci sarebbe la croce e senza la croce non ci sarebbe la resurrezione, cioè l’esperienza tangibile della nostra fede cristiana!

Oggi il progetto “Un corpo mi hai dato”, che il Signore ci ha affidato, compie 2 anni. L’abbiamo messo sotto la protezione di San Francesco il 4 Ottobre 2020. Siamo partiti anni fa, da operatori sanitari, a voler curare il corpo umano…e lo Spirito Santo ci ha portato man mano a curare il Corpo mistico! “Va’ e ripara la mia Chiesa!”…il Santo d’Assisi ha iniziato da San Damiano, noi dal corpo umano…ma poi Dio ci ha portato all’altra Chiesa, all’altro Corpo! Ed è tutto questo il “regalo di compleanno” che ci portiamo a casa per questo progetto, un regalo passato dalle parole di Antonio e Luisa e da Padre Luca nell’articolo di Domenica 2 Ottobre, “Gli sposi vivranno della loro fede”, sempre sul loro blog!

Perché “Un corpo mi hai dato” è un progetto a servizio delle vocazioni, cioè dei compiti delle diversa membra che costituiscono il Corpo di Cristo…perciò quale Grazia migliore di quella conferitaci dal sacramento del matrimonio per poter essere custodi di un progetto come questo? Come sposi cristiani siamo immagine di questa unione di Cristo con la Sua Chiesa, siamo consanguinei e concorporei con Gesù, siamo l’esempio visibile di un Amore che si può realizzare pienamente soltanto nell’essere un solo Corpo nel Suo! Il sacramento del matrimonio, nella sua essenza, ci spiega già cosa significhi “vocazione”, cioè “trovare il proprio posto nel mondo, nella Chiesa”, “essere membra del Corpo di Cristo”! Già per il fatto di essere sposi in Cristo siamo “abilitati” a servire le vocazioni e la Chiesa!

Siamo nati per questo, che è l’unico motore su questa Terra: essere pienamente membra Sue! “Un corpo mi hai preparato, per fare, o Dio, la tua volontà!”. Fuori da questo non c’è nulla per cui valga la pena vivere! Questa è la felicità autentica! Perciò grazie Antonio, Luisa e Padre Luca per averci illuminato sul significato e sul valore di questo “nostro” servizio! E grazie a Dio che ce ne fa custodi, fin quando vorrà! Ps: lasciamo l’ultima parola a Don Oreste Benzi che commenta così la prima lettura di oggi (Gal 6, 14-18):
“Lo Spirito Santo sviluppa l’amore tra Gesù e noi. Nella misura in cui noi, sue membra, corrispondiamo all’amore, nasce e si sviluppa il desiderio di essere come Gesù crocifisso dal quale siamo amati. Il desiderio diventa bisogno globalizzante che investe anche il corpo. Il cristiano compenetra per amore Gesù crocifisso fino al punto di diventare come lui!”

Buon cammino!
Emanuele e Marianna Davoli 

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“Un corpo mi hai dato” è un progetto di evangelizzazione nato per rispondere alla domanda “Come il corpo ti parla di Dio nella tua vita?”.
Corpo come casa che ogni giorno sei chiamato ad abitare in pienezza e nella tua unicità di figlio amato dal Padre.
Corpo come pane spezzato per condividere l’Amore sperimentato con i fratelli in Gesù.
Corpo come Corpo di Cristo, la Chiesa, come famiglia dove nutrirsi del Pane della Vita.
Un corpo che nasce, cresce…e rinasce! Come?
Cammina con noi per scoprirlo!

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GRAZIE DI CUORE!
A presto! 🤗
Emanuele&Marianna&co.

Cos’è che conta?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati (Gal 6,14-18) Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo.  Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi : io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.  La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Questo brano è un piccolo passaggio dell’ultimo capitolo di una lettera che Paolo scrive alla comunità della Galazia, oggi parte della Turchia, che si era lasciata convincere dalla predicazione di alcuni cristiani di origine ebrea sul fatto che la salvezza richiedeva il rispetto della legge di Mosè, in particolar modo sulla questione della circoncisione. Ma procediamo con ordine, leggiamo come commenta S. Agostino l’inizio di questo brano […]il mondo per me è stato crocifisso[…] :

Non mi tiene impegolato. Non consento che mi accalappi. In questa maniera il mondo non può nuocermi e io dal mondo non ho nulla da desiderare. Gloriandosi della croce di Cristo, il cristiano non intende piacere per motivi umani; né teme le persecuzioni dell’uomo carnale avendole affrontate per primo colui che si lasciò crocifiggere per dare l’esempio a quanti avrebbero calcato le sue orme.

Sono così ovvie le parole di questo commento che è facile cadere nella tentazione di farsele scivolare addosso senza che esse ci penetrino per cambiarci.

Siamo così sicuri che il mondo, inteso come il mondo governato dal suo principe, il diavolo, non abbia nessuna influenza sulla nostra vita, non ci abbia accalappiati?

Conosciamo coppie che, ad esempio, si sono lasciate convincere che la Domenica sia un giorno come un altro e quindi dedicano questa giornata a sé stessi, ai propri hobby, al proprio piacere e, nella migliore delle ipotesi, “regalano a Dio” l’oretta scarsa della S. Messa e poi quel portone chiuso dietro di sé rimane chiuso anche nel cuore per tutto il resto della settimana perché, dicono, “io prego quando me la sento“. Altre, si sono lasciate convincere che l’aborto sia un diritto e che non sia proprio un grande male, e tantissime altre sono convinte che l’uso di anticoncezionali (anche abortivi) sia lecito, oppure che la convivenza (dei figli magari) sia ormai da digerire come un dato di fatto che non è poi un male così grave perché l’importante è “se sta bene a loro… i tempi sono cambiati”. Naturalmente abbiamo un po’ generalizzato per grandi tematiche e non vogliamo offendere alcuno, ma sono esempi che ci fanno capire come il pensiero del mondo sia entrato nello stile di vita di moltissimi cristiani quasi inconsapevolmente.

Siamo ancora convinti che il mondo non nuoccia alla salute della anime dei credenti? Nella seconda frase poi, S. Paolo tocca il tema della circoncisione, ma lasciamoci ancora guidare da S. Agostino:

In effetti non la circoncisione in se stessa reca danno ai credenti ma il riporre in simili pratiche la speranza della salvezza. Risulta anche dagli Atti degli Apostoli che i giudaizzanti volevano inculcare la circoncisione proprio nel senso che i pagani passati alla fede, senza le pratiche legali non si sarebbero potuti salvare. Ora l’Apostolo rigetta come perniciosa non l’opera in sé ma la falsità di questa dottrina,

L’Apostolo non vuole ovviamente rigettare le opere, ma facciamo un esempio sociale per capire meglio: se io fossi uno di quei vandali che vanno in giro a disturbare interi quartieri con il gruppo degli ultras della mia squadra X, potrei sentirmi un bravo cittadino solo per il fatto che pago le tasse? Se fossi indifferente al vicino di casa, anzi, se lo odiassi fino a riempirlo di dispetti e se disprezzassi ogni anziano che vedo per la via, potrei sentirmi un cittadino modello solo per il fatto di aver pagato la tassa comunale della casa o dei rifiuti? Per essere un cittadino modello non basta fare la differenziata!

Ora, bisogna applicare lo stesso ragionamento per la vita di fede : dopo che ho rispettato tutte le leggi posso dirmi salvato? Povero me, cadrei in superbia, se pensassi che a salvarmi sono le mie opere; annullerei la salvezza operata da Gesù sulla croce. Come abbiamo già avuto modo di ribadire, i santi non si sono salvati per le loro opere, ma con le loro opere.

Questo non significa che il rispetto delle regole sia inutile, significa invece che esso è subordinato all’opera di salvezza. Cari sposi, noi non rispettiamo la legge del Signore per essere salvati, ma rispettiamo la legge del Signore perché quella salvezza già abita in noi, Lui si è sacrificato sulla Croce per noi, per donarci la vita eterna.

Gli sposi cristiani, ad esempio, non partecipano la Messa domenicale perché è un precetto della Chiesa, ma vi partecipano perché la salvezza fa già parte della loro vita, perché il sacrificio di Cristo ha ottenuto il perdono dei loro peccati.

Coraggio cari sposi, non è il tempo di disfare le valigie estive e ritornare alla routine del mondo con la sua lontananza da Dio, è il tempo invece di riempire le valigie del cuore per partire per un viaggio verso l’uomo nuovo, verso la santità delle nostre relazioni. Dobbiamo fare la differenziata nella nostra vita, dobbiamo buttare via le opere della carne, le opere dell’uomo vecchio le dobbiamo gettare nel bidone dello sporco non riciclabile. Coraggio, non abbiamo più scuse !

Giorgio e Valentina.

Attenti a non scivolare

E’ inutile negarlo: sposarsi in Chiesa non mette al sicuro da un fallimento nella relazione matrimoniale. Quante separazioni e quanti divorzi anche tra chi ha scelto il sacramento piuttosto che un matrimonio civile o una convivenza. Ci sarebbero milioni di cose da dire sulla consapevolezza che tanti sposi hanno maturato al momento delle nozze, ma non è questo il centro del mio articolo di oggi. Oggi voglio trattare delle cause che si innescano nella relazione e che se individuate per tempo possono evitare una rottura definitiva tra i due sposi. Sarebbe bello che il giorno del nostro matrimonio si concludesse la cerimonia come nei film della Disney ma non funziona così. E vissero felici e contenti è una missione che dobbiamo cercare di perseguire ogni giorno con il nostro impegno e con tutta la nostra volontà.

1 Pigrizia

Era un problema più del passato che di oggi, ma ancora adesso è una mentalità che si può insinuare nell’atteggimento dei due sposi. Quando si era fidanzati si faceva di tutto per far piacere all’altro. Si usciva quando si era stanchi, si andava a teatro o a fare shopping. Si andava a fare al tifo alla sua partita di calcetto. Si faceva di tutto per compiacere l’altro. Dopo il matrimonio piano piano si smette di farlo. La relazione e l’altro vengono dati per scontati, ormai ci sono e sono nostri. Magari ci si trascura anche nell’aspetto e nel corpo. Ecco questi atteggiamenti sono sbagliatissimi. Certo nel matrimonio ci sono molte più responsabilità, più impegni, spesso ci sono i figli, ma tutto questo non può essere una giustificazione alla nostra pigrizia! Mai dare la persona amata per scontata. Non ci appartiene mai! Dobbiamo impegnarci ad essere sempre amabili, cioè ad essere attraenti! Non significa che l’altro non ci ami comunque ma non è detto che lo faccia. L’amore gratuito e incondizionato fa parte del matrimonio ma può essere un obiettivo da raggiungere e non un dato acquisito subito.

2 Egoismo

L’egoismo fa un po’ parte di noi. C’è la tendenza, anche e soprattutto nelle relazioni affettive, a mettere al centro di tutto noi stessi e i nostri bisogni e desideri. Il matrimonio per funzionare deve educarci a smussare questo egocentrismo e a spingerci ad aprirci sempre di più verso l’altro e verso i suoi bisogni. Solo così il matrimonio può funzionare. Anche l’innamoramento, se ci pensiamo, non è sempre amore. L’innamoramento in realtà è molto egoista. Al centro dell’innamoramento non c’è l’altro ma ciò che l’altro ci fa provare. Il centro siamo noi. Nel matrimonio serve l’amore cioè l’impegno a donarci completamente per il bene dell’altro. Tutta un’altra cosa!

3 Corte continua

Di soliro questo problema va a braccetto con la pigrizia. La nostra relazione è come giardino e solo se lo coltiveremo giorno dopo giorno non ci troveremo nel deserto relazionale e potremo davvero fare esperienza del paradiso, certo con tutti i limiti della nostra condizione umana, imperfetta e mortale ma è comunque un’esperienza meravigliosa che vale molto più della fatica che costa perchè è arricchita della Grazia di Dio. Quindi prendiamoci cura della nostra relazione con piccoli gesti, ma quotidiani. Tenerezza, attenzione, ascolto. Basta poco: una telefonata, un sorriso, uno sguardo, un abbraccio, un bacio, un incoraggiamento, un complimento, ecc. ecc. Potrei proseguire per ore. Sono tutti mattoncini che saldano la nostra relazione.

4 I figli

I figli sono pezzi di cuore, come si dice a Napoli, ma sono anche un grande pericolo per la coppia. Se non si presta attenzione possono diventare totalizzanti, possono occupare tutti i nostri pensieri e richiedere tutte le nostre energie. Smettere di essere sposi per fare solo i genitori è l’errore più grande che possiamo fare. Prendetevi dosi di noi. Non sentitevi in colpa. Lo fate per voi, ma anche per i vostri figli. Ci sono tanti modi. Uscite a cena, fate una passeggiata, restate in casa, ma cacciate i figli dai nonni. E poi parlate. Ma parlate davvero. Parlate di ciò che avete nel cuore. Vietato parlare dei figli o degli impegni. Parlate di ciò che siete. Parlate del vostro amore, della vostra relazione, delle vostre difficoltà e anche della vostra bellezza. Questo dialogo d’amore è meraviglioso. Rigenera, rivitalizza, salda l’unione e i cuori. Spesso è preludio ad una intimità fisica autentica, vero dono dell’uno per l’altra. Un’esperienza che donerà doni e frutti incredibili nei giorni a venire. Donerà pace, pazienza, unità, intimità e tanto altro. Degli amici hanno un modo tutto loro di farlo. Un giorno al mese, quello del loro matrimonio, organizzano una cenetta a lume di candela, in casa. La cosa bella è che i figli, adesso un po’ cresciuti, li aiutano. Preparano la tavola con le candele e i fiori e poi felici vanno a letto presto. Sanno che quella è la sera dei loro genitori. Dove i loro genitori si ritrovano per dirsi quanto si vogliono bene e quanto siano grati per quanto si sono donati vicendevolmente. I figli si nutrono di quell’amore. Ne hanno bisogno tantissimo.

5 Dialogo

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità.

Antonio e Luisa

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Un corso sorprendente

Barbara ed io siamo da poco tornati da Angolo Terme in provincia di Brescia. Abbiamo partecipato ad un week end davvero sorprendente. Un corso rivolto alle coppie cristiane ma dove non si è soltanto pregato ma si è affrontata la relazione a 360 gradi, anche dal punto di vista sessuale. Per me è stata una scoperta di tante cose che non conoscevo. Dialogo e sesso sono due dei temi che in assoluto creano più difficoltà agli sposi. Per questo è’ stata una grande benedizione partecipare al week end “Come sigillo sul cuore” organizzato da Intercomunione delle famiglie, dove Barbara ed io abbiamo appreso tanto dell’essere sposi. Ci siamo messi a nudo nelle nostre difficoltà matrimoniali, e abbiamo pregato mettendo tutte le nostre difficoltà nelle mani di Dio, in particolare durante una adorazione guidata molto intensa.

Come dicevo il dialogo è uno dei punti che spesso manca, perché presi dai fatti della vita, dalle dinamiche della famiglia, si trova il tempo per tutto tranne che per parlare con il proprio coniuge. Un marito, la sera del sabato, durante il momento di condivisione tra noi uomini, ha raccontato che la moglie lo voleva lasciare perché lui a parte il lavoro non aveva mai tempo per lei e lei invece cercava il dialogo. La sua risposta è stata immediata: partecipare al week end, pubblicizzato sui social e dal blog matrimoniocristiano, per seminare una rinascita nel dialogo. E’ incredibile come tutti abbiamo gli stessi problemi di dialogo, sia gli sposi novelli, sia gli sposi di lunga data. Naturalmente anche mia moglie ed io abbiamo problemi di dialogo, non si riesce mai a trovare il tempo per stare insieme e parlare solo di noi.

Noi siamo due missionari non abbiamo figli naturali, ma occuparsi di una comunità che accoglie 600 persone in difficoltà, ti riempie il tempo e la sera arrivi sfatto e non riesci nemmeno ad alzare un braccio. Ma il problema è di tutti, chi ha figli ha le stesse dinamiche, non riesce a ritagliarsi il tempo per il dialogo e devo dire che, sapere che tutti abbiamo lo stesso problema è confortante, non ti senti solo. Ancora più bello è stato sapere dai nostri “educatori” di Intercomunione che si possono trovare tante soluzioni per stare insieme, anche solo buttare la spazzatura insieme e attardarsi quei dieci minuti e parlare con l’altro. Organizzarsi con i familiari (genitori e fratelli o sorelle) o un baby sitter per farsi tenere i figli e quindi prendersi uno o più giorni per stare insieme come sposi. Il consiglio è di trovare almeno uno spazio settimanale dove abitare la coppia. Anche noi, abbiamo difficoltà a lasciare la missione, specie mia moglie, che ha tutti impegni fissi con la spesa delle persone in difficoltà, ma bisogna staccare e farsi sostituire per seminare nel nostro rapporto sponsale. Bata capire che è importante ed organizzarsi. Qui la parola di Dio ci viene in aiuto: Genesi 2,3 “Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso Dio si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta.” Il nostro riposo deve essere il dialogo, l’amore, il custodire la bellezza e la forza di essere sposi cristiani.
Ci è stato detto che bisogna ogni giorno serbare il nostro rapporto con gesti di tenerezza, corteggiando il proprio sposo o sposa, avendo cura del proprio aspetto per donarsi al proprio coniuge. Quindi dobbiamo imparare che, come mettiamo tanto impegno in tutte le cose che facciamo, dobbiamo sforzarci nel volere bene al nostro sposo/a con gesti quotidiani concreti. Il matrimonio va curato, il nostro sposo/a in Cristo è la persona che abbiamo scelto per la vita e quindi ogni giorno va coltivato.  Altra cosa che dobbiamo capire è che siamo molto diversi e che le nostre diversità vanno accolte, con l’aiuto determinante della preghiera quotidiana, le opere di carità e anche dal digiuno; la fede in Cristo deve essere la nostra roccia e la nostra misericordia. Sono stati tanti i temi snocciolati, ma altro nodo è stato l’amore tra coniugi, si è analizzato come sia importante il corteggiamento e la tenerezza. I preliminari, in particolare per le donne ma non solo, sono fondamentali. E’ strano dirlo ma non è scontato. Tra noi uomini sì è notato quanti danni fa la pornografia, che ti insegna tante dinamiche sessuali fasulle. La pornografia inquina la vista, i comportamenti, Distrugge la tenerezza che è fondamentale per entrare in sinergia con la propria moglie e per arrivare piano piano al rapporto completo. 

Anche qui, durante la condivisione, ho raccontato che da ragazzo mi sono educato sessualmente con i giornaletti pornografici, e come me tanti. Adesso, è addirittura più facile con i siti porno ovunque facilmente raggiungibili. La pornografia diventa un rifugio dai momenti di crisi, quasi come una finestra di libertà. In realtà di libertà non ce n’è nei siti pornografici, ma sono una vera e propria gabbia che ti diseduca ad incontrati con tua moglie, basando il rapporto solo su un amplesso sempre più distaccato e aggressivo. Ho capito che ogni volta che ci colleghiamo ad un sito porno ci allontaniamo da nostra moglie, distruggendo la nostra originaria idea di amore consegnateci da Dio, che rispetta i tempi femminili e ci chiede comunione e non trasgressione.

Uno dell’equipe ha raccontato come sulla spiaggia, durante le vacanze concluse da poco, avesse incontrato tante ragazze giovani (che potevano essere sue figlie) in tanga che lo attiravano sessualmente. Ciò gli ha inquinato lo sguardo, non riusciva più a vedere e desiderare la moglie come prima. Moglie che non poteva competere con quei corpi perfetti. E’ stata questione di poco tempo poi si è riappropriato di uno sguardo capace di scorgere la bellezza della moglie che non è solo un corpo ma una persona fatta di tanto altro. Ho capito che il cambiamento deve partire da noi sposi cristiani

Riccardo Rossi

“Gli sposi vivranno della loro fede”

Cari sposi,

che bello pensare se San Paolo avesse indirizzato l’odierna Epistola proprio a voi al posto del suo figlio spirituale Timoteo! Se mai fosse stato così, allora il celebre passaggio diventerebbe: “Figli miei, ricordatevi di ravvivare il dono di Dio che è in voi mediante la benedizione delle mie mani”. Ravvivare la grazia del dono del sacramento nuziale non si esaurisce solo nel ricordarsi ogni anno la data del matrimonio, o baciarsi gli anelli a vicenda tutte le sere, o tenersi teneramente per mano quando si cammina per strada… tutte cose belle ed encomiabili, che sicuramente vi aiutano. Vorrei mettere in luce un altro aspetto sotteso a tutte le letture di oggi e che vi appartiene, sicuro che vi può donare un nuovo slancio.

Dice Papa Francesco giustamente che il dono del sacramento, la grazia nuziale, “non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio” (Amoris Laetitia 73). Quando pensiamo a un dono subito la mente va a un bel pacco regalo, con nastri e fiocchi dorati. Ma il dono nuziale consiste piuttosto, come appena visto, in una relazione speciale, un legame distinto e “superiore” con Cristo, un nuovo rapporto a tu per tu con una Persona Vivente. Tale rapporto con Gesù per voi sposi è definito dal Magistero come distinto e “superiore” al Battesimo perché non siete già solo figli amati ma ora, oltre a ciò, siete rivestiti anche di un’ulteriore capacità di amare e di amarvi. Non più un solo dono personale, quale il Battesimo, la Cresima, l’Ordine, ma un bene condiviso che vi lancia verso una particolare capacità di donarvi.

Perché è così? Perché la grazia del matrimonio è una specificazione del Battesimo – “il sacramento del matrimonio riprende e specifica la grazia santificante del battesimo” (Familiaris Consortio 56), cioè è un continuare a crescere e progredire nel dono di essere diventati figli nel Figlio. Gli apostoli nel Vangelo di oggi sentono il forte bisogno di venire fortificati e accresciuti nella loro fede vedendo l’esempio di Gesù e la missione che Lui stava deponendo nelle loro povere e fragili mani. Ugualmente voi, quando un giorno vi siete innamorati e avete capito che nella vostra storia vi era un Disegno più grande di voi stessi, avete appunto bisogno di crescere continuamente nella fede che il matrimonio vi colloca nel cuore del Progetto di Dio di rendere manifesto il Suo Amore nel mondo, ben oltre l’avere figli e stare assieme.

Detto questo, bisogna ricordare che ciò vale da parte di Dio, è quello che Lui fa per voi, è la dimensione discendente da Lui a voi. Ciò nonostante, il dono non schiaccia nessuno di voi, non obbliga ad alcun comportamento, non priva minimamente la vostra libertà. Piuttosto vi mette nelle condizioni ottimali di corrispondere e tocca a voi riappropriarvi del dono, vivendo in stretto contatto con Gesù Sposo. È qui ci aiuta il finale della prima lettura del profeta Gioele: “il giusto vivrà della fede”. Per voi sposi si declina proprio come lo stare in relazione profonda con Cristo e per ravvivare così ogni giorno il dono ricevuto. Cari sposi, per la grazia ricevuta, siete in una tale relazione esperienziale con Cristo che, se lo volete e Glielo permettete, potete davvero vivere con lo Sposo ogni giorno, ravvivando e maturando il dono di un amore che Lui vi ha fatto.

ANTONIO E LUISA

Noi vorremmo soffermarci invece sulle parole servi inutili. Inutile, senza utile, gratuito. Tutto ciò che facciamo deve essere gesto d’amore gratuito senza pretendere nulla in cambio. Solo così quel servizio sarà donato e appagante per noi. Fare per dovere o per forza costa molta più fatica, perchè non ci riempie il cuore e non è vissuto come dono, ma come obbligo. Il dono nutre il rapporto d’amore e la relazione con l’altro o con i figli. L’obbligo, invece, distrugge il rapporto. Il dono è bello di per sé, l’obbligo, invece, alimenta pretese e confronti. Solo se ci riconosciamo servi inutili, saremo capaci di essere dono e servizio per la nostra famiglia.

Santa Teresa di Lisieux e la “piccola via”

Cari sposi,

oggi celebriamo la festa di Santa Teresa di Lisieux (1873-1897), la giovane carmelitana francese, divenuta, al pari di San Francesco Saverio, compatrona dei missionari. Parlarne in un articolo di blog è davvero molto complesso data la sua gigantesca statura spirituale ma cercherò di evidenziare alcuni tratti che spero siano di grande luce e profitto per voi coniugi.

Uno dei punti che ha reso Santa Teresina famosa non solo nella Chiesa cattolica ma anche tra i non credenti è senza dubbio la “piccola via” o anche “l’infanzia spirituale”. Teresa era l’ultima di 5 sorelle, entrò in Carmelo prima dell’età consentita per uno speciale privilegio del Papa Leone XIII. Elementi che hanno contribuito a considerare la piccolezza come un elemento distintivo della sua vita. Ma in cosa consiste veramente questa piccolezza che lei ha evidenziato così tante volte? Lasciamo che sia nientemeno che Papa Benedetto a spiegarcelo:

Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un’anima: «Appena do un’occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre… Non è al primo posto, ma all’ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui» (Ms C, 36v-37r). «Fiducia e Amore» sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua «piccola via di fiducia e di amore», dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226) (Udienza 6 aprile 2011).

La piccola via è pertanto il sapersi veramente figli amati di Dio e arrivare a vedere il Suo amore a partire dalle più piccole cose di ogni giorno. È stata lei stessa ad affermare che la piccola via non è altro che il vivere santamente la vita quotidiana (cfr. Manoscritto B, 3v).

Che valore ha tutto ciò per voi sposi? Pare a prima vista un tipico modo di vivere la fede solo per chi entra in un monastero e non mette più il naso fuori. Eppure, è l’esatto contrario. Papa Francesco ci ha insegnato che “gli sposi, infatti, in forza del Sacramento, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie, l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa” (Udienza 2 aprile 2014).

È nella vita ordinaria che lo Spirito Santo, il Quale ha consacrato la vostra unione, agisce e fa meraviglie. Non siete chiamati ad allontanarvi dal lavoro, dalle faccende domestiche, dal prendervi cura dei genitori anziani, dall’educare i bambini, ecc. Ma è in essi che passa la vostra via alla santità. Solo grazie allo Spirito Santo, la vostra promessa può trasformarsi in passi semplici e quotidiani per far crescere l’amore. Ecco la vostra “Piccola via”, fatta di gesti e azioni concrete, che diventa una luce e un faro per chi vi vede.


Mi permetto in conclusione di consigliarvi un prezioso strumento spirituale che può farvi entrare ancora di più in questa verità, che Santa Teresina ha così mirabilmente vissuto. Si tratta di un percorso per voi sposi, ideato da Don Renzo Bonetti che appunto si è ispirato alla nostra Santa: “La piccola via degli sposi cristiani” in cui sono presentate in maniera semplice e sintetica le principali verità sul matrimonio in modo che le possiate conoscere, gustare, contemplare e mettere in pratica, sia come singola coppia che come percorso condiviso con altri sposi. Santa Teresa di Lisieux sia la vostra compagna di viaggio su questa strada che porta infallibilmente in Cielo.

padre Luca Frontali

Festività degli Arcangeli

Ieri ricorreva la festività degli Arcangeli e il mio pensiero è andato subito alla giornata precedente in cui si è svolta la riunione dei catechisti della nostra diocesi. Prima riunione per me che con gioia ho risposto alla chiamata estiva del sacerdote che mi ha chiesto la disponibilità ad impegnarmi in questo importante ministero. Ricomincio dal primo anno comunioni, dovrò accompagnare i bambini e le famiglie a passi importanti come la prima confessione e poi la prima comunione.

Ho pensato alla figura degli Arcangeli in quanto il catechista, con il suo mandato, aiuterà i bambini e starà loro accanto nello scoprire la parte più nascosta e vera di loro stessi. Li aiuterà a scoprire quel meraviglioso disegno che Dio ha progettato per ognuno di loro. Buona parte di quei volti, che magari ho già incontrato in Oratorio, diventeranno ancora di più familiari. Veniamo da anni difficili dove i bambini e i ragazzi sono stati spesso davanti ad un PC, anche per seguire il catechismo. Dobbiamo ammettere che non è stato facile e c’è solo da rendere Grazie a Dio se qualcosa è riuscito ad arrivare anche tramite uno schermo.

Quest’anno si ricomincia con una bella novità: abbiamo la gioia di avere tra i tanti catechisti anche una coppia di neo sposi. E’ stato particolarmente importante perché è bello vedere come una giovane coppia abbia deciso di buttarsi e mettersi in gioco, di aprirsi alla vita anche in questo modo. Anche questa è fecondità. Il mandato da catechista è in realtà un duplice mandato, in quanto ci si occupa non solo dei bambini ma dell’intero nucleo familiare. È un vero e proprio mettersi a servizio per la famiglia intera. Spesso avremo davanti nonni, genitori anche con nuovi partner, genitori single, ma tutti con un unico obiettivo: la felicità del proprio figlio. Il desiderio comune di condurre il bambino verso il migliore amico Gesù. Ci sarà naturalmente chi è più disponibile e chi magari è più tiepido rispetto alla fede, ma il bello della semina sta proprio lì. Sarà l’inizio di una scalata in montagna dove si è tutti in cordata e pronti a sostenersi. Per concludere vi lascio la preghiera del Catechista, così, se lo desiderate, potete pregare per tutti noi. Ve ne saremo grati perchè ne abbiamo bisogno.

Grazie Signore per l’immensa fiducia che riponi in noi affidandoci questi fanciulli e questi ragazzi. Tu che ci hai chiamati ad essere i tuoi testimoni donaci la forza di rispondere a questo tuo invito con enorme felicità ma anche con quella umiltà che tuo Figlio ci ha insegnato. Rendici docili all’azione del Tuo Spirito perché possiamo essere veramente in grado di mettere la Tua Parola davanti ad ogni cosa anche ai nostri pensieri e alle nostre convinzioni. Fa’che non viviamo i nostri incontri come un obbligo, un imposizione e un peso rischiando di fare appassire questi splendidi fiori che hai messo tra le nostre mani. Rendici invece capaci di affrontare questa vocazione mettendoci tutta la gioia la voglia di fare e l’amore neccessario per poter trasmettere il lieto messaggio rendendolo credibile anche e soprattutto con le nostre azioni e le nostre opere. Donaci la consapevolezza che non sono le conoscenze e i contenuti che ci rendono buoni catechisti, ma che Tu sei la nostra vera guida il nostro Padre immensamente buono e generoso capace di darci quello slancio in più di cui abbiamo bisogno l unico in grado di rivestirci di meraviglia come i gigli del campo che nella loro grande umiltà di figli si affidano totalmente a Te con la certezza che Tu Signore donerai loro l’unica cosa di cui hanno.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Come sigillo sul cuore. Firenze 18-20 novembre

Ciao carissimi visto il tutto esaurito del week end appena concluso ad Angolo Teme all’inizio di settembre e vista la disponibilità del gruppo Intercomnunione di Firenze e di don Gianni Castorani ad ospitarci ed accompagnarci siamo lieti di proporvi una nuova data del week end: Bagno a Ripoli (Fi) dal 18 al 20 novembre.

Cosa tratteremo nel corso? E’ un corso che io e Luisa abbiamo frequentato più di vent’anni fa e ci ha cambiato la vita in meglio. Dopo questo corso abbiamo capito cosa significa essere sposi, come nutrire il nostro rapporto, quali sono i pericoli da evitare. Come vivere non solo un matrimonio vero, ma soprattutto, un matrimonio felice. Pregheremo, adoreremo, parleremo, insegneremo, ma non solo. Ci saranno tanti momenti per la coppia. Marito e moglie avranno tanto tempo per dialogare su quei temi che cercheremo di provocare. Si parlerà di amore, di tenerezza, di Grazia, di intimità fisica, di cura, di servizio.  Si parlerà dell’amore naturale degli sposi e dell’amore perfezionato dal sacramento. Si parlerà di intimità come una vera liturgia e dell’amplesso come gesto che rinnova un sacramento. Il tutto sarà guidato da noi, ma non solo. Un’equipe di cinque famiglie vi accompagnera coadiuvata da don Gianni

Permettetemi un’ultima considerazione. Cosa ha questo corso di diverso rispetto a tante altre proposte simili che si possono trovare nella Chiesa? Credo che la nostra proposta si inserisca in una dimensione che nella Chiesa è poco approfondita: la dimensione del corpo e sessuale. Ci siamo accorti che tanti problemi della coppia nascono proprio dalle difficoltà in ambito sessuale. Noi daremo ampio spazio alla sessualità. Perché l’amplesso degli sposi non solo è un gesto meraviglioso che unisce tantissimo e che genera vita, ma è un vero gesto liturgico e sacro.

Per informazioni 3476590395 (Daniela)

Per prenotare martinid2000@yahoo.com

La castità ha bisogno di una meta

Sto scrivendo con Luisa il nuovo libro. Un testo dove cercheremo di approfondire il matrimonio nella sua dimensione regale. Come ho già più volte scritto il matrimonio è un sacramento che si fonda sul nostro battesimo, come del resto tutti i sacramenti. Il battesimo ci permette di essere re, sacerdoti e profeti con Gesù. In due libri già pubblicati, Luisa ed io abbiamo approfondito il nostro essere profeti e sacerdoti ed ora stiamo completando l’analisi con l’ultima dimensione. Noi siamo re. Siamo re quando sappiamo alzare lo sguardo e smettere di essere ripiegati su noi stessi.

E’ sbagliato quindi cercare di essere felici? No nient’affatto. E’ sbagliato legare la nostra felicità ai nostri sentimenti. Lo dice benissimo don Luigi Maria Epicoco in un suo libricino L’amore che decide. Noi abbiamo un oceano dentro. Un oceano fatto di sentimenti, emozioni e, don Luigi aggiunge giustamente, anche le nostre personali ferite che cercano di influenzarci. Corriamo il rischio di restare ripiegati su tutto questo bagaglio perdendo di vista quello che davvero conta per la nostra felicità e per dare senso a tutto: la destinazione. A volte viviamo come non ci fosse una destinazione. Viviamo alla giornata cercando di trovare la gioia in quei piaceri, spesso illusori ed effimeri, che possiamo avere nel dare soddisfazione alle nostre emozioni e ai nostri sentimenti. A volte, se parliamo di sesso, ai nostri semplici impulsi ormonali. Una dimensione davvero basica. Che povertà! Poi però non cerchiamo la nostra meta e se non la cerchiamo non la trovaremo mai. Capite la sofferenza dei nostri tempi? Il card. Biffi aveva descritto benissimo tutto questo apostrofando la sua Bologna come sazia e disperata. Siamo così. Cerchiamo di saziarci di piacere ma poi siamo disperati perchè non troviamo il senso della nostra esistenza. E più non troviamo senso e più abbiamo bisogno di cercare un anestetico fatto di piaceri. Diventa un circolo vizioso.

Da tutto questo ci può salvare la nostra vocazione. Prendere quindi coscienza che abbiamo un destino. Non intendo certo il fato cioè qualcosa di ineluttabile che dobbiamo accettare, ma un progetto su di noi che dobbiamo scoprire ed accogliere. Solo questa ricerca può aiutare a trovare un senso a questa vita. Vasco Rossi nella sua famosissima canzone Un senso diceva: Voglio trovare un senso a questa vita anche se questa vita un senso non ce l’ha. Solo prendere coscienza di avere una vocazione, cioè una meta può aiutarci a vivere la castità in ogni stato di vita. Io sono cresciuto con le canzoni di Vasco perchè ero disperato come lui. Poi ho trovato Luisa e la mia vocazione. Avere una meta può aiutare tutti. Può aiutare i fidanzati, i consacrati, le persone che hanno orientamento omosessuale. Tutti! La castità indica che abbiamo compreso che vale la pena scegliere di agire per il bene, e se necessario in modo diverso da ciò che ci spinge a fare il nostro mondo emotivo.

Alla fine è tutto qui. La nostra vita è fatta di scelte. La mia storia con Luisa è fatta di scelte. Non sempre scelte grandi, ma anche continue piccole scelte. Il fatto di non avere rapporti prima del matrimonio. Pensate che non ne avessi voglia? E’ stata una fatica enorme per me. Eppure Luisa ed io abbiamo scelto di aspettare. Il fatto di non guardare pornografia dicendo di no quando ne avevo voglia. Il fatto di non uscire durante la pausa pranzo con quella collega che mi piaceva. Il fatto di smettere di usare gli anticoncezionali. Per me è stato faticoso rinunciare ad avere rapporti in certi giorni, avevo voglia di usare il preservativo ma ho scelto di fare altro, ho scelto con Luisa quello che faceva bene alla relazione e non quello che volevo.

Se ho avuto la forza di fare tutte queste piccole ma costanti scelte è perchè avevo una meta. Luisa ed io abbiamo sempre cercato di costruire la nostra relazione affinché fosse nella gioia in questa vita e ci aiutasse entrambi ad arrivare pronti alla vita eterna, all’incontro con Cristo.

Ora, sul secondo punto non posso metterci la mano sul fuoco, anzi so di avere ancora tanto da cambiare in me, ma sul primo punto ho sperimentato di aver fatto la scelta giusta. Luisa ed io siamo sposati da vent’anni e la nostra relazione è più viva che mai. La desidero immensamente, la nostra intimità è bellissima, molto più di quando ci siamo sposati. Questo non perchè siamo particolarmente bravi o abbiamo talenti particolari. Tutt’altro. Questo perchè abbiamo fatto la nostra scelta e, ogni volta che abbiamo scelto per il bene e non per la voglia del momento, abbiamo aggiunto un tassello in più alla nostra relazione. Siamo cresciuto un po’ di più. L’amore, come ho già avuto modo di scrivere, è una scelta. Con questo articolo ho cercato di spiegare come questa scelta sia fatta di tante piccole scelte quotidiane. Non è un concetto astratto ma molto concreto ed ordinario. Per questo il nostro essere re passa dal controllo delle nostre emozioni. La libertà non è abbandonarci a tutto ciò che vogliamo fare. Quella è piuttosto una schiavitù. La libertà, quella del re, è fare la cosa giusta. Se sarà piacevole bene, se ci costerà fatica meglio, perchè ci aiuterà a diventare sempre più quell’uomo o quella donna che siamo.

Antonio e Luisa

Tocca a noi!

E’ inutile prenderci in giro: in Italia, paese cattolico e in cui risiede il Papa, la famiglia è sotto attacco da tutti i punti di vista e non ci sono iniziative che la tutelino e si prendano cura dei singoli membri, dalla nascita alla morte. In particolare le pastorali della famiglia sono spesso ferme per vari motivi e non riescono a intercettare e aiutare le persone in difficoltà. Credo che noi cristiani dovremmo darci un po’ una svegliata di fronte a questa sfida storica e soprattutto noi sposi dovremmo impegnarci in prima persona (mettendoci anche la faccia) per cambiare la situazione.

Solo che siamo bravi a delegare, specialmente quando sono necessari sacrifici e tempo, oppure quando rischiamo qualcosa (ad esempio paura di essere derisi/offesi) e questo lo facciamo in tutti gli ambiti, anche nelle amicizie e nel lavoro: quante volte diciamo “Pensaci tu”, oppure “Io non riesco, non ho tempo”. Ci sono cose che non possiamo più delegare, né rimandare: io sono profondamente convinto che nei prossimi anni la trasmissione della fede avverrà sempre più grazie alle famiglie (piccola chiesa domestica) che si troveranno a gestire anche chiese e strutture, vista la mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose. Se non siamo noi (per noi intendo tutti quelli che credono nel Sacramento del matrimonio) a testimoniare l’amore con cui Dio ama l’umanità attraverso gesti concreti e tangibili, chi lo deve fare? I sacerdoti? Il Papa? Le suore? No, non è più il tempo di tirarsi indietro: certamente dovremo impegnarci molto e non sarà facile andare contro corrente, ma in questo ci aiutano i santi, che hanno scelto di portare fino in fondo quello in cui credevano, anche se questo li ha portati alla morte.

In particolare a noi separati fedeli probabilmente nessuno punterà mai una pistola alla tempia, come purtroppo accade ogni tanto ai cristiani nel mondo: lo Spirito Santo ci ha condotto su una strada non a caso, ma per un motivo ben preciso, per dare il nostro contributo e la nostra testimonianza, anche se questo potrebbe significare un lento martirio. Io rimango sempre colpito dal fatto che, nonostante la Fraternità Sposi per Sempre sia una realtà piccola e sicuramente contro corrente, arrivano sempre persone nuove (spesso con già un cammino di fede alle spalle); non è così scontato e se non fosse un’opera di Dio, sarebbe già morta da tempo!

Quindi sposi, datevi da fare nelle parrocchie, prendete iniziative, organizzate incontri, momenti di preghiera e di riflessione, inseritevi nei corsi per fidanzati, parlate con i preti, con il vescovo, create relazioni con le associazioni del territorio….insomma, se davvero ci credete, lasciatevi spingere dallo Spirito! Buona testimonianza!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

In coppia al Rinnovamento nello Spirito

Alessandra ed io abbiamo da poco ripreso i nostri incontri di preghiera, il martedì sera con il gruppo locale del Rinnovamento nello Spirito Santo. Abbiamo partercipato all’incontro di apertura del nuovo anno pastorale, per questo c’è stata la Santa Messa animata da tanti canti, come piace a noi. Lo scorso anno abbiamo partecipato in modo poco frequente, in quanto Pietro era ancora piccolino, ma da quest’anno abbiamo iniziato a portarlo con noi. Certo, mia moglie Alessandra a volte è dovuta uscire con lui perché faceva troppi versetti, ma va bene così. Quest’anno al gruppo si è aggiunta un altra coppia di sposini con una bimba circa del età di Pietro quindi le mamme riescono a intrattenerli e a farli stare calmi quando sono fuori.

Il Vangelo era quello del granello di senape (Lc 17, 3b-6), il sacerdote celebrante, durante l’omelia, ci ha detto che è bello lasciarsi guidare dal Signore, perché noi pensiamo di essere soli nelle nostre scelte e che molto dipenda dal caso, ma in realtà è lui che fa da navigatore alla nostra famiglia. Un Vangelo che sembra scelto di proposito, ma non è stato così. La responsabile del nostro gruppo e questo frate che ha celebrato la Santa messa non si erano messi d’accordo sul giorno in base al Vangelo, il frate aveva libero quel giorno e il gruppo si è adeguato. Non poteva essere scelto Vangelo più adatto.

Durante la predica il sacerdote ha parlato dell’importanza dei laici che si impegnino per portare la loro testimonianza di fede in un mondo che non vuol sentire parlare di Gesù. Ha aggiunto che non basta pregare e cantare, ma che quelle preghiere e quei canti si devono poi trasformare in una lode continua al Signore Gesù nella vita di tutti i giorni con le nostre azioni. La nostra testimonianza sarà quindi vera solo se saremo autentici, non ipocriti e senza artifici.

Tre anni fa abbiamo creato il nostro canale YouTube, era nostra abitudine recitare il Santo Rosario insieme e abbiamo pensato di condividere con gli altri quei momenti di preghiera. Solo di recente abbiamo sentito la chiamata ad essere mandati a due a due, proprio per portare nel mondo un messaggio d’amore, il Suo! Abbiamo offerto quella Santa messa per il nostro matrimonio e la nostra coppia, affinché il Signore Gesù con l’intercessione del arcangelo Raffaele, che invochiamo tutte le sere pregandolo ai piedi del nostro talamo, possa realizzare i suoi magnifici disegni in noi e su di noi. Come diceva Madre Teresa di Calcutta: siamo delle matite nelle sue mani.

Dopo l’esposizione del Santissimo Sacramento, il sacerdote ci ha fatti mettere in fila, (Alessandra con Pietro in braccio) per ungerci con dell’olio che una consorella ha portato con sè dal suo pellegrinaggio in Terra Santa. Mentre il sacerdote mi ungeva per un istante ho chiuso gli occhi perché volevo immergermi nel immagine di Gesù che mi guariva, che toccava con mano tutte le mie ferite per dirmi che sono preziose ai Suoi occhi, che possono diventare strumento di Grazia.

La serata si è conclusa pescando dei bigliettini, modellati con una tecnica ad origani con trascritto il passo del Vangelo che avevamo ascoltato. Tornando a casa abbiamo ripensato alla parole del sacerdote: noi tutti abbiamo conosciuto questa realtà per un motivo ben preciso, non siamo qui per caso – e ancora: per realizzare qualunque progetto occorre prima scavare le fondamenta come per costruire una casa, e le fondamenta sono lo spirito della vita.

Vieni Santo Spirito manda a noi dal cielo un raggio della Tua luce e benedici la nostra coppia affinché possiamo sempre fare la volontà del Padre. Amen.

Riccardo e Alessandra

Ma perché succedono tutte a noi?

Dal libro di Giobbe (Gb 3,1-3.11-17.20-23) Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno. Prese a dire: «Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: “È stato concepito un maschio!”. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono? Così, ora giacerei e avrei pace, dormirei e troverei riposo con i re e i governanti della terra, che ricostruiscono per sé le rovine, e con i prìncipi, che posseggono oro e riempiono le case d’argento. Oppure, come aborto nascosto, più non sarei, o come i bambini che non hanno visto la luce. Là i malvagi cessano di agitarsi, e chi è sfinito trova riposo. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono fino a esultare e gioiscono quando trovano una tomba, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio ha sbarrato da ogni parte?».

La prima lettura di oggi è fra quelle pagine della Bibbia che mal si digeriscono e che facciamo fatica a riconoscerla classificata come Parola di Dio, eppure anch’essa lo è, ma come possiamo allora provare a digerirla? La prima cosa intelligente da fare è quella di contestualizzarla, cioè non dobbiamo compiere lo sbaglio di estrapolare qua e là parti della Parola di Dio senza capirne il contesto più ampio.

Lo stesso lavoro dobbiamo farlo per questo brano di Giobbe, il quale si trova a vivere una vera e propria vessazione demoniaca, una prova durissima da parte di Dio. Ma andiamo con ordine: Satana sfida Dio e Gli chiede il permesso di tormentare il Suo servo Giobbe perché desista dall’essere uomo retto e integro, timorato di Dio; il Signore concede a Satana il potere di vessarlo e tormentarlo… cominciano così i guai per il malcapitato Giobbe.

Questo brano si riferisce al giorno in cui il nostro sbotta con i suoi tre amici fidati, i quali sono convinti che la condizione del poveretto sia un castigo divino causato per un suo peccato nascosto, dopo 7 giorni coi propri amici, l’ottavo giorno il poveretto si sfoga lanciandosi in questo lamento nei confronti del Signore, un brano che occupa da solo l’intero capitolo 3 del libro.

Questo atteggiamento sembra non consono per un uomo chiamato “mio servo” dallo stesso Signore, uomo di fede integra e retto nell’agire, insomma un vero modello da imitare… eppure ad un certo punto sembra non tenere botta, non regge il colpo, più che la liberazione dai tormenti della carne invoca la morte come liberazione definitiva sicuro di riposare nel Signore.

Per comprendere appieno questo brano dobbiamo vedere in lui la prefigura del Salvatore (guarda caso anche Lui è chiamato il servo di Dio, l’uomo retto e integro), infatti Giobbe si trova ad affrontare questa pena da solo, non compreso né dalla famiglia né dagli amici, che anziché consolarlo lo pungolano con l’idea che in fondo queste pene se l’è andate a cercare lui stesso a causa di un suo peccato nascosto… similmente anche Gesù affronta la Passione da solo, ed anche lui è innocente ma percosso da Dio come se fosse un malfattore, anzi la Scrittura dice che Dio lo trattò da peccato.

Ed anche Gesù ad un certo punto sbotta con il Suo Padre quando è da solo nell’orto degli Ulivi, le forze della natura umana non ce la fanno a sopportare ma ritrova la forza per affrontare tutto quando decide di fare la volontà del Padre. Se anche Gesù ha provato questo stato d’animo, l’ha fatto da una parte per mostrarci come si affrontano le varie croci della vita, dall’altra la sua sofferenza è stata vicaria, (cioè al posto nostro) ed in ultimo perché non avessimo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità.

Dobbiamo però puntualizzare com’è questo sfogo di Giobbe (simile e prefigura di quello di Gesù), poiché se da un lato rivela un certo grado di intimità col Signore, solo tra amici intimi infatti ci si lascia andare con una certa animosità quasi irruente, per l’altro lato invece dimostra di non arrabbiarsi col Signore accusandolo di essere l’artefice della sofferenza, ma si limita a chiederGli il perché. Quanti sposi vivono le varie croci con questo stato d’animo?

Giobbe esige un perché dal Signore perché la propria coscienza non gli rimprovera nulla, nonostante l’odio di Satana si scateni contro di lui, egli rimane di animo integro e invoca la morte fisica sicuro di riposare in pace, di trovare la requie del giusto in quello che conosciamo come Paradiso. Certamente Giobbe aveva in grande stima questa vita ed il suo grande valore altrimenti non si sarebbe comportato rettamente, ma questo sfogo nasconde anche una fede certa nell’aldilà della pace eterna dei giusti.

Certamente ci risulta difficile legittimare un tale modo di esprimersi con il Signore, ma dobbiamo anche considerare che Giobbe è sfinito, lo dichiara lui stesso, ed è sicuro di trovare riposo in Dio poiché la sua coscienza è retta. Sicuramente anche a noi sarà successo di fare una sfuriata nei confronti di Dio, ma quanti di noi possono invocare la morte fisica sicuri del riposo eterno? Giobbe non teme di morire perché la sua coscienza non gli rimprovera nulla, ma noi?

Se in un giorno di arrabbiatura invocassimo anche noi la morte piuttosto che la sofferenza, ed il Signore dovesse ascoltarci, saremmo così sicuri di andare dritti in Paradiso? Non è che forse noi, a differenza di Giobbe, abbiamo qualche peccato che la coscienza ci rimprovera? Non ci viene mai il dubbio che le sofferenze forse ce le siamo procurate da soli con i nostri peccati?

Questo brano di Giobbe, come vedete, è in grado di suscitare non poche riflessioni. Ma la più importante è ricordarci quanta sofferenza il Signore Gesù abbia patito al posto nostro e per il nostro bene; Gesù è il “nuovo Giobbe” potremmo dire, cioè Colui che patisce ingiustamente, Lui che era Il Giusto per eccellenza, Lui che era il vero Agnello di Dio (l’agnello è appunto una figura innocente e docile), Lui che sebbene vicino alla morte fisica era tranquillo poiché la Sua coscienza non Gli rimproverava nulla, anche Lui sferzato da Satana con i suoi squadroni infernali, anche Lui abbandonato, solo e non compreso nemmeno dalle persone più vicine, e nonostante tutto ciò continua imperterrito la Via Crucis e si lascia inchiodare su quell’infame patibolo che è la Croce.

Tutto questo (e molto di più che nemmeno riusciamo ad immaginare) a vantaggio di chi? Di noi, di noi sposi, per donarci una nuova vita, per subire Lui al posto nostro ciò che meritiamo noi con i nostri peccati.

Cari sposi, quando arrivano le sofferenze, non allontaniamoci dal Signore quasi fossimo offesi dal Suo apparente menefreghismo, ma, al contrario, avviciniamoci ancora di più a Lui, perché il Signore ci scruta come quando il maestro controlla che il proprio allievo esegua il lavoro secondo quanto insegnato. Gli sposi sono particolarmente attaccati, in questo periodo storico, dalle brigate infernali, perché essi ricordano a Satana ciò che l’ha fatto dannare: non accettare che Dio si facesse uomo… inoltre gli ricordano sempre che Colui che l’ha sconfitto, che è risorto dalla morte, è nato da donna, è nato in seno ad una coppia di sposi, in una famiglia… ecco perché ci ha tanto in odio, ma noi sposi abbiamo la Grazia e quando arrivano i momenti bui, dobbiamo invocare la vicinanza del Signore e della Sua dolcissima Madre.

Coraggi sposi,

chi semina nel pianto raccoglierà nel giubilo !

Giorgio e Valentina.

Monastero wifi di Roma. – 3000 persone in cammino.

Ieri si è svolto a Roma il Quarto Capitolo Generale del Monastero wifi dedicato alla Confessione. Per chi non lo conoscesse, il monastero è nato dall’intuizione di Costanza Miriano e delle sue amiche, con l’idea di riunire le persone desiderose di pregare insieme. Un’occasione di incontro e preghiera da affiancare a quanto offrono già parrocchie e movimenti. Questa è solo una breve sintesi, ma per i più curiosi consiglio di leggere il suo blog dove è descritta con esattezza la genesi di questa bellissima iniziativa. Io e mio marito Andrea abbiamo conosciuto Costanza attraverso i suoi libri che il mio padre spirituale mi fece leggere come preparazione al matrimonio, perché non ero rimasta soddisfatta dei canonici incontri del corso prematrimoniale. Mi mancava qualcosa e nei suoi libri trovai un riscontro importante. Costanza scriveva della vita vera e quotidiana che da sposata avrei dovuto affrontare. Cose del tipo addormentarsi durante un adorazione dopo una giornata di lavoro o imparare a conciliare i ritmi tra il lavoro e gli impegni in parrocchia, perché è indispensabile trovare un giusto equilibrio. Ho imparato infatti che se si supera il confine vuol dire che si sta scappando da qualcosa, magari dal marito. Quindi possiamo dirvi che i libri di Costanza sono un punto luce per i neo sposi e non solo. Almeno per noi lo sono stati.

Di libro in libro siamo arrivati a conoscere Costanza di persona. E’ anche grazie a lei e al Monastero wifi di Roma che il nostro progetto Abramo e Sara ha visto muovere i primi passi. La bellezza di questa iniziativa si capisce dai frutti. Si torna a casa carichi di gioia, di speranza e di tanta spensieratezza, perché i primi che si divertono a stare con noi sono proprio i sacerdoti che salgono sull’altare non solo per offrirci delle catechesi ma anche per condividere una parte della loro vita.

Il tema di quest’anno, come già scritto, è stato la Confessione ed è stato importante vedere ed ascoltare sacerdoti che ci hanno ricordato l’importanza di questo sacramento. Non solo per noi fedeli ma anche per loro stessi, perché stare nel confessionale è un mezzo importantissimo per entrare in relazione. Don Massimo Vacchetti ha raccontato che una volta divenuto parroco organizzò una giornata dedicata alla confessione per i suoi parrocchiani, perché li voleva conoscere veramente nel profondo, in questo mi ha ricordato molto il nostro padre spirituale. È una Grazia grande incontrare un sacerdote che dona il suo tempo per confessare le persone e che lo fa con Amore, quell’Amore che viene da Dio, dal suo incontro personale con Dio nella Preghiera personale e comunitaria. Ci sono rimaste impresse queste sue parole: la confessione è una dichiarazione d’amore, prima di tutti i peccati che ho compiuto confesso , o Cristo che ti amo.

Ieri eravamo in 3000, sorprende sempre vedere così tante persone che si mettono in cammino perché bisognose di essere curati dal miglior medico, da Dio dispensatore di Misericordia e Grazia sempre abbondanti. Quest’anno è stato particolare perché è capitato proprio pochi giorni dopo il mio compleanno ed è stata l’occasione per rivedere tutto il nostro cammino compiuto fino ad ora per arrivare dove siamo. Come ad esempio scrivere su questo blog o essere stati intervistati da Radio Maria. Ieri, durante la Messa, pensavo anche a tutto il dolore e risentimento accumulato negli anni per non essere potuta diventata mamma, ma nello stesso tempo, se non ci fosse stato quel dolore, non avrei fatto tutto ciò che inaspettatamente ho visto realizzarsi. Compreso il progetto Abramo e Sara. Cerchiamo di stare accanto alle persone che incontriamo, sempre ricordando loro che i dolori piano piano si superano e che è bellissimo tornare in parrocchia. La comunità parrocchiale è importante.

Per concludere vi lasciamo il titolo di un libro da leggere di C.S Lewis Il Cristianesimo così com’è. Se n’è parlato ieri con Padre Maurizio Botta. Un libro tra l’altro che mi fece leggere il mio padre spirituale come formazione. Un libro da rileggere sempre nella vita.

Vi aspettiamo se volete nella nostra pagina Facebook Abramo e Sara, nel nostro canale Telegram e WhatsApp. Per chi è di Roma se ci vuole incontrare ci trova alla Parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. A presto

Simona e Andrea.

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Ricchi e poveri

Cari sposi,

nelle letture di oggi a prima vista il Signore pare indirizzarci esclusivamente ad essere generosi con chi è difficoltà economica, a fare offerte, a riservare un tempo per la Caritas, ecc. tutte cose giuste, in particolar modo vista la situazione attuale. Ma c’è anche una dimensione nuziale sottesa nella liturgia, un aspetto che magari a prima vista può passare inosservato.

Il ricco epulone e Lazzaro possono diventare, simbolicamente, anche due modi di comportarsi nei coniugi. Difatti, l’uomo ricco disdegna questo povero e nemmeno si accorge di lui, ne prova ribrezzo al punto da non rendersi conto della sua indigenza.

Può accadere anche nella vita coniugale che le povertà relazionali, le proprie fragilità e debolezze, come anche i peccati personali diventino motivo di biasimo, di irrigidimento e in fin dei conti di allontanamento mutuo. Succede così che un difetto, magari ignorato o volutamente ridimensionato nel fidanzamento o nei primi anni assieme, poi si trasformi in fonte di litigi furibondi e così la nostra povertà di fa diventare estranei, può generare indifferenza reciproca. Esattamente come fece il ricco con il povero Lazzaro.

Non è un caso però che in tali situazioni c’è chi, dei due, si crede quello ricco, cioè al di sopra, superiore all’altro, senza pecche rischiando di vedere il coniuge con uno sguardo distaccato e svalutante. Ecco il peccato del ricco epulone: una cecità del cuore che gli ha impedito di cogliere tutto il bene ma anche i bisogni, le aspettative dell’altro. Dice papa Francesco circa l’atteggiamento tra coniugi:

“Avere gesti di attenzione per l’altro e dimostrazioni di affetto. L’amore supera le peggiori barriere. Quando si può amare qualcuno o quando ci sentiamo amati da lui, riusciamo a comprendere meglio quello che vuole esprimere e farci capire. Superare la fragilità che ci porta ad avere timore dell’altro come se fosse un «concorrente». È molto importante fondare la propria sicurezza su scelte profonde, convinzioni e valori, e non sul vincere una discussione o sul fatto che ci venga data ragione” (Amoris Laetitia, 140).

Possiate guardarvi sempre così, come persone povere e fragili ma immensamente amate da Dio Padre. Il matrimonio diventa così l’occasione costante di donarsi a vicenda questo sguardo divino, in cui non scompaiono di certo i nostri limiti ma sono accolti grazie alla Misericordia e alla bontà che ci provengono dal Signore.

ANTONIO E LUISA

Sempre consapevoli della nostra povertà e miseria umana, ci siamo affidati con fede e riconoscenza al nostro Dio. E’ sempre stato un sostegno, una presenza viva, una persona a cui chiedere, con cui arrabbiarsi e da ringraziare. Il nostro cuore non è mai stato pieno di noi, perché conoscevamo la nostra pochezza. Così da due persone cresciute piene di complessi, di ferite e di paure è nata una famiglia che non si tira indietro, che si è aperta alla vita concependo 5 figli (di cui uno, Giò, è già in cielo ad attenderci e a fare il tifo per noi), che ha avuto i momenti difficili, di aridità, di incomprensione, ma non abbiamo mai fatto affidamento sulle nostre forze, avremmo fallito prima e peggio degli altri. Ci siamo affidati a Dio, abbiamo creduto in Lui, alle sue promesse e tutto è passato, ritrovandoci più forti di prima.

Dio vuole rivelarsi ad ognuno di noi. Rivelarsi cioè riversarsi, farsi conoscere. Nella Bibbia la conoscenza implica un entrare nell’altro, divenirne parte. Dio vuole fare questo con noi, sta a noi riconoscerci poveri, per far posto a Lui e alla sua Grazia.

Domenica e famiglia : un connubio possibile /44

( Con la destra si batte il petto, mentre dice : ) Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, ( e con le braccia allargate, prosegue : ) ma fiduciosi nella tua infinita misericordia, concedi, o Signore, di aver parte alla comunità dei tuoi santi apostoli e martiri : Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, [ Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro, Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia ] e tutti i tuoi santi; ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono.

Proseguiamo nell’approfondimento della grande Preghiera Eucaristica I: dopo aver affrontato la parte che ricorda le anime purganti, la Chiesa non si stanca di chiedere, per bocca del ministro ordinato, la sorte beata dei santi in Paradiso. Perché tanta insistenza?

La Chiesa pellegrina sa che la vera meta della nostra vita terrena è il Paradiso, ma per “conquistarlo” dobbiamo corrispondere alla misericordia del Signore passando da questa “valle di lacrime” che è la nostra conversione. Ecco spiegato il motivo della menzione iniziale “Anche a noi, tuoi ministri, peccatori[…]“. Le lacrime si riferiscono non solo alle pene di questa vita, ma anche e soprattutto alle lacrime del pentimento, una grazia specialissima che dobbiamo costantemente chiedere al Signore. La consapevolezza della nostra condizione umana (ossia di peccatori) non ci deve mai abbandonare, ma nello stesso tempo essa non deve essere un peso, un macigno che schiaccia il nostro slancio verso la santità, poiché abbiamo la certezza che “tutto è grazia”, siamo sicuri quindi che la misericordia di Dio colmerà i vuoti che lasciamo noi, arriverà là dove i nostri limiti ci fermano.

Le parole iniziali di questa parte sono rivolte in particolar modo al sacerdote che celebra la Messa, il quale agisce certamente “in persona Christi, ma nel medesimo tempo non deve mai dimenticare di essere un ministro indegnamente consacrato, le sue mani sono state consacrate in primis per la salvezza altrui e non per la propria. La santità personale del sacerdote cresce nella misura in cui la sua vita si “adegua” alla sua consacrazione. E’ per questo motivo che si fa menzione di alcuni santi, quasi a spronare il sacerdote all’imitazione delle virtù di questi santi dei primi secoli.

Alcuni si chiedono come mai siano citati questi e non altri santi. Questa preghiera è molto antica e quindi i santi nominati sono di quel periodo storico, ma forse l’intenzione con cui non sono stati cambiati lungo i secoli si deve al fatto che dobbiamo sempre fare memoria delle radici della nostra fede, abbiamo il dovere di non dimenticare da dove arriva la nostra fede (che è apostolica abbiamo recitato nel Credo): essa è stata tramandata dagli Apostoli alle prime comunità cristiane, via via poi è stata confermata e testimoniata da questi santi citati (e migliaia di altri non menzionati), per poi arrivare ai nostri antenati che l’hanno trasmessa ai nostri bisnonni, che l’hanno trasmessa ai nostri nonni, che l’hanno trasmessa ai nostri genitori, i quali l’hanno trasmessa a noi che stiamo facendo lo stesso con i nostri figli. E’ una lunga catena di fede che ci lega finanche ai santi del primo secolo, in particolar modo ci sembra doveroso ricordare per noi genitori Felicita e Perpetua alle quali dedicheremo un prossimo articolo.

La preghiera termina poi con le parole consolanti della nostra fede divina e cattolica: ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono. La nostra vita può essere anche una valle di lacrime, sia per i tormenti nella carne sia per quelli spirituali, può essere una vita breve ma pura e casta come quella di San Domenico Savio o della Beata Imelda Lambertini, può essere una vita cominciata nel peccato e convertita come quella di S. Agostino, oppure lunga e ricca di miracoli e di opere pie come quella di S. Pio da Pietrelcina o S. Teresa di Calcutta… ma tutte queste splendide anime godono la visione beata di Dio nel Paradiso non per i loro tanti meriti, ma per la ricchezza del perdono del Signore.

Sono in Paradiso non per i loro meriti, ma con i loro meriti, poiché anche in Paradiso non saremo tutti uguali, c’è una gerarchia anche là, altrimenti che ne sarebbe della divina Giustizia? Forse a molti suonerà strana questa gerarchia tra i salvati, ma in effetti quanti di noi possono affermare con onestà di pregare per tante ore ogni giorno tante quante ne pregava S. Teresa di Calcutta? O quanti possono testimoniare di compiere gli stessi digiuni di S. Padre Pio? Quanti si mortificano nel corpo come facevano i due fratellini Santa Jacinta e San Francisco Marto? Quanti possono dire di vivere le stesse virtù nel numero e nella stessa intensità di S. Giovanni Bosco?

Certamente in Paradiso avremo tutti lo stesso premio che è Dio stesso, la sua visione beata, e questo ci soddisferà in eterno in un gaudio senza fine poiché ci riempiremo di Dio, ma non ci riempiremo tutti in egual misura, ci riempiremo a seconda della capacità di ciascuno; se avremo lavorato su questa terra per dilatare sempre di più il nostro cuore affinché diventasse gigantesco per contenere Dio (vedi gli esempi dei santi di cui sopra), allora Dio riempirà questo cuore gigantesco fino all’orlo per l’eternità, ma se avremo lavorato poco il nostro cuore assomiglierà ad un bicchierino da caffè, allora Dio riempirà fino all’orlo quel bicchierino da caffè. Il problema quindi non sta nella Giustizia di Dio, ma nella misura/capacità del nostro cuore, della nostra anima… e questa misura dipende dai nostri meriti personali.

Dio è infinito e non ha problemi a riempire un cuore gigantesco oppure un cuoricino piccolo come un bicchierino da caffè, Lui è fedele e riempirà il nostro cuore di sé stesso fino all’orlo per tutta l’eternità, sicché il nostro cuore non avrà più bisogno di altro perché avrà già Tutto.

Coraggio famiglie, impegniamoci ogni giorno per dilatare sempre di più il nostro cuore per Dio cominciando con la preghiera per eccellenza della Domenica : la S. Messa.

Giorgio e Valentina.