Ricordarsi a quale bellezza siamo chiamati

Recentemente abbiamo trascorso una fantastica settimana in montagna con l’Intercomunione delle Famiglie, ogni volta che partecipiamo riceviamo tantissimo sotto ogni aspetto e per raccontare ogni bene ricevuto non sarebbe sufficiente un post, ci vorrebbero ore. Una cosa però merita la pena di esser messa in evidenza: in questi incontri intensissimi si riscopre ogni volta che nel matrimonio cristiano sono racchiuse bellezze stupefacenti. La cosa strana è che queste bellezze debbano essere ricordate, non basta scoprirle una volta e approfondirle, il ricordo non rimane vivo e c’è bisogno di dedicare periodicamente un giusto tempo a riscoprirle. Ci siamo accorti che è necessario avere un modo per ricordarsi ogni giorno di quanto siamo fortunati, e di come nonostante tutte le distrazioni e difficoltà della vita, siamo chiamati a vivere la vita sponsale nella bellezza. È utile avere un promemoria, che sia un luogo, un oggetto, una canzone, qualunque cosa anche piccola che ci faccia ricordare quanta grazia stupefacente ci è donata.

Io ho un modo mio: guardo un anello di Valeria, uno di quelli belli, di fattura fine e con la pietra, i gioielli sono piccoli oggetti raffinati, preziosi e ai quali valenti artigiani dedicano tutta la loro arte, è facile avere uno sguardo affascinato ammirandoli. Osservando in particolare un anello e meditandoci sopra ho trovato tante piccole metafore che calzano perfettamente con la nostra vita e il matrimonio, riportandomi alla mente tutte le meraviglie che sarebbe bene ricordare ogni giorno.

Innanzitutto la materia di cui è fatto; sempre di un metallo prezioso, non importa quale, immagino in questo una volontà del Padre buono di costruirci con il meglio che la sua fantasia creativa abbia immaginato, come atto d’amore già nella prima costituzione dell’essere umano, di solito già con questo mi sento grato.

Poi immagino che il cerchio sia costituito da due parti distinte e curve, che si toccano in basso ed in alto ma che siano distinte. Che siano fuse in basso, come in un’origine creativa e unite in alto perché dopo l’elegantissima curva che simboleggia la loro vita e la loro ricerca di una destinazione, siano state reciprocamente attratte l’una all’altra, e da Dio stesso, ad abbracciarsi nel matrimonio. È possibile trovare anelli di tanti tipi, con diverse forme, lisce, scanalate, ornate, come la varietà delle vite di ciascuno di noi, ma simili nella curva, come ognuno è simile nel protendersi alla ricerca dell’amore vero. In questa curva, cioè nell’allontanarsi e poi tornare al centro, vedo una riproduzione in piccolo del percorso di vita di ogni essere umano, che nella giovinezza della vita si allontana dalla famiglia e dai suoi valori, cercando di realizzare il suo unico e specialissimo modo di vivere, e che poi grazie al fascino dell’amore genuino, si curva in una sorta di ritorno ma non all’origine, bensì all’originale, ad abbracciare in modo nuovo ed inedito quegli stessi valori e quello stesso amore che lo ha generato.

E’ già bellissimo così ammirare questo cerchio e ricordare nuovamente questi significati, ma il bello sta alla sommità, nel punto che rappresenta propriamente l’abbraccio sponsale, dove quel delicato e meraviglioso intreccio di “griffe” che formano il castone, cioè l’alloggiamento della pietra, rappresenta perfettamente quel gioco di corteggiamento e di mille gesti quotidiani d’amore, cesellati con cura e attenzione per fondersi l’uno con l’altro. È qui che ogni coniuge, traendo dalla propria essenza, dal proprio metallo prezioso, si apre, per donarsi e riceversi reciprocamente. Com’è bello quando pur distratti dai mille problemi quotidiani, ci accorgiamo di ogni piccolo gesto dell’altro, sapendo che lo fa per noi solamente, perché sa che ci piace così, e com’è bello ricambiare vedendo che l’altro se ne accorge e ne gode, è una meraviglia, una delicata danza di corteggiamento che prelude all’incontro intimo degli sposi.

Infine la pietra, come non ammirarla in tutte la sua trama di limpide sfaccettature e di cristallina bellezza? In questa non posso che vedere l’incontro intimo degli sposi, dove ogni gesto è ancor più delicato, seducente e armonico l’uno con l’altro, alla ricerca di un’intimità sempre più perfetta. Questa, nella sua bellezza magnifica, è sia l’apice umano che l’inizio dell’incontro col divino nel sacramento. La parte umana è la perfezione della pietra ed una caratteristica speciale: la trasparenza. La sua limpida accoglienza della luce la trasforma davvero in una gemma preziosa, degna di esser posta in cima all’anello per essere ammirata, se non fosse così sarebbe solo un sasso squadrato e lucidato, a suo modo carino, ma non meraviglioso. La parte divina e la più importante è la luce. Questa, che penetra, illumina e scintilla riflessa tra le facce della pietra è la metafora perfetta dell’effusione dello Spirito Santo che si ha nell’incontro intimo degli sposi cristiani che ri-attualizzano il sacramento del matrimonio, è ineffabile ma è quella più importante, senza la luce non potremmo neanche vedere la pietra né alcun’altra parte dell’anello. Così come senza l’amore divino gli esseri umani non potrebbero vivere.

Il mio personale promemoria, l’anello, mi ricorda tutto questo: che tutti gli sposi cristiani sono originali e liberi, che sono chiamati all’amore, e si sono scelti e abbracciati, che ogni giorno dovrebbero impegnarsi ad amarsi con tanti piccoli gesti d’amore ed a raffinarli con sentimento, dolcezza e tenerezza, che così facendo riescono a realizzare un incontro intimo d’amore sublime, trasparente, degno di accogliere la luce di Dio, in quella nuova effusione di Spirito Santo che è la ri-attualizzazione del sacramento del Matrimonio. È quella luce che fa sì che tutto quanto abbia senso, ed è bellissimo vedere che la stessa luce, che abbraccia tanti anelli, tanti matrimoni, risplenda in modo unico e speciale in ognuno di essi, perché ognuno è unico ma tutti i matrimoni sono potenzialmente splendidi e vivi di luce divina. Serve però che gli sposi lo credano e si impegnino ogni giorno perché la loro vita sia un degno luogo in cui sia effusa questa luce.

Ranieri e Valeria

Due che pregano, due in missione.

Come sposi cristiani abbiamo una grande chiamata di diventare emanazione dell’amore di Dio su questa terra, con la preghiera e con le opere. La preghiera comune di due coniugi è dirompente e arriva fino in cielo, a prova di ciò vi cito il Vangelo di Matteo: 18,19 In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà”.


Ma vi rendete conto che meraviglia, ci viene detto a noi sposi, che accordandoci tra noi possiamo chiedere qualsiasi cosa e che Dio ci concederà tutto, magari non nel modo in cui ce lo aspettiamo, ma la nostra preghiera sarà sempre ascoltata. Una preghiera ricolma di fede che ci vede proiettati come sposi in un solo spirito orante che chiede al Padre per noi e per il mondo intero. Abbiamo quindi uno strumento molto importante, la preghiera come coppia che va espletata, se possibile più volte al giorno. Ci viene sempre in aiuto il Vangelo con: Luca 18,1 “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi”. Non ci dice un tempo preciso di quando questa preghiera verrà esaudita, ma ci dice di perseverare senza stancarsi. Nella nostra chiamata, come sposi cristiani, abbiamo un altro dovere di mettere in pratica la parola di Dio, nel Vangelo Giacomo 2,17  ci ricorda:  “Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.”
Quindi va benissimo pregare, ma non dimentichiamo ogni giorno di essere sposi ricolmi di carità verso la nostra famiglia, ma anche verso chi incontriamo nel nostro cammino. Il matrimonio è per sua natura fecondo, genera sempre amore, che va poi riversato anche al di fuori della coppia stessa. A tal proposito leggiamo il Vangelo di Matteo: 25,31-46Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna.”

Siamo tutti chiamati a mettere in pratica la parola di Dio, non solo i preti, le suore, le istituzioni, ma tutti noi. Ognuno nella propria vita e con quello che può fare. Tante piccole gocce fanno un oceano di carità. E’ importante avere misericordia per le persone che incontriamo. Portarle nel cuore e sentire un po’ come nostra la loro sofferenza. Non possiamo voltarci, tutti, nessuno escluso, abbiamo il dovere di fare la nostra parte. Come singoli e ancor di più come sposi. Come possiamo fare? Ci sono innumerevoli modi. Con l’elemosina, la preghiera, ma anche solo una buona parola o un sorriso. Magari a quel barbone fuori dalla chiesa che ogni tanto riceve qualche moneta ma quasi mai un sorriso sincero e accogliente.   E poi scegliendo bene chi può fare di più. Parlo della politica. Quindi votando bene. E’ nostro dovere informarci bene sui programmi dei diversi partiti, su cosa intendono fare per tutte le persone più fragili e bisognose. Migranti, poveri, vita nascente, disabili, malati e anziani.  Papa Francesco in un’udienza ha proprio detto che la civiltà di un paese si comprende da come tratta quelli che sono considerati gli “scarti”, i più fragili e bisognosi. Conosco poi tante famiglie che hanno deciso di aprirsi in un modo meraviglioso quelle famiglie ucraine, spesso solo donne con bambini che scappano dalla guerra. Ci sono innumerevoli modi per darci da fare tanti quanti sono coloro che hanno bisogno. Quindi possiamo dire che grazie alle nostre preghiere e le nostre opere di carità possiamo cambiare tante cose intorno a noi e soprattutto ci “guadagniamo” la Vita Eterna. Il nostro matrimonio ci può rendere fecondi e santi.

Riccardo Rossi

Portami vicino le cose lontane, portami ad amare le cose mai amate.

Tempo di vacanze per noi significa tempo di vacanza comunitaria. Che sia mare, montagna, lago, collina ma in comunità. Oggi abbiamo deciso di raccontarvi la nostra esperienza personale di vacanza comunitaria. La nostra prima esperienza risale a quando eravamo ancora novelli sposi, era il 2017 e festeggiavamo il nostro primo anniversario. Come regalo abbiamo deciso di provare questa esperienza. Andrea mentalmente era già più preparato di me, perché aveva partecipato a dei campi estivi da ragazzo. Per me era invece tutta una novità, compresa la scelta di andare in montagna. La località prescelta è stata il Trentino, in un paesino vicino Pinzolo dove ci siamo sistemati in una baita che, vedendola per la prima volta, mi ha fatto pensare ad Heidi. C’era addirittura una cappella privata al suo interno.

Quell’anno è stata l’occasione di conoscere ed entrare in relazione con famiglie che non conoscevamo ma che erano state sapientemente riunite, come in un puzzle, dal nostro padre spirituale, in modo che ogni pezzo potesse combaciare perfettamente. Infatti conoscendo pregi e difetti di ognuno, gioie e dolori, il sacerdote era riuscito a creare un clima di pace e serenità e molto divertimento. Si divertimento. Quando si pensa alla vacanza comunitaria organizzata dai membri della parrocchia si pensa sempre che si stia sempre a pregare e invece no. Niente di più lontano.

Ci si rilassa, si riposa e si condivide la quotidianità che è fatta anche di lunghe passeggiate per i sentieri dove possono nascere le più grandi confessioni. Il 2017 è stato l’anno in cui abbiamo iniziato a trovare le tracce del progetto che Dio aveva pensato per il nostro matrimonio e le tracce erano incarnate nei bambini e giovani che erano in vacanza con noi. Siamo entrati in sintonia e in relazione con loro quasi subito, anche se alcuni di loro li abbiamo conosciuti per la prima volta proprio in quei giorni. Sono stati quei legami che, una volta finita la vacanza, abbiamo continuato a tessere nel tempo fino a quando per noi sposi non è arrivata la valanga.

Siamo al 2018 e abbiamo ripetuto l’ esperienza, ma con un altro sacerdote. Sarà che non eravamo molto predisposti, anzi direi molto traballanti nel nostro cuore perché piano piano si stavano manifestando le problematiche che impedivano a me e ad Andrea una gravidanza naturale. Quell’anno e quella vacanza in particolare, hanno rappresentato il mio allontanamento interiore dalla parrocchia prima, e poi anche da Dio. È stata una settimana in cui più passavano i giorni e più mi sentivo come nel film Divergent. Ero una divergente perché non avevo figli e non ero come gli altri che invece avevano figli, tanti dai tre in su. Ho passato alcuni momenti piangendo al telefono con il mio padre spirituale perché volevo tornare a Roma, mi sentivo persa e non ci stavo capendo più nulla. Avevo perso il segnale di Dio.

La provvidenza ha voluto che, mentre ero lì, mi arrivò un messaggio dove mi avvisavano che il sacerdote incaricato dal Papa di occuparsi della Misericordia era stato assegnato a due passi da casa nostra. Leggendo ciò mi sono detta che una volta rientrata a Roma sarei andata da don Giacomo Pavanello, sicura che lui avrebbe capito. E così è stato.

Quest’anno, dopo anni rivivremo l’esperienza di una vacanza comunitaria, nello stesso posto e nella stessa baita. Sarà emozionante. Io già piango di gioia. Quello che ci sentiamo di suggerire alle coppie è di vivere queste esperienze con animo sereno. Io, come vi ho raccontato, ero ferma nel mio dolore, ero posseduta dal mio dolore e quando si è fermi e impantanati si corre il rischio di uscire fuori sentiero e farsi molto male. Sapevo prima di partire che ovviamente non poteva esserci la stessa tipologia di vacanza perché i carismi sono diversi tra i sacerdoti. Ciò che conta è il nostro cuore che deve essere libero e predisposto a passare la porta stretta. Quando sei fermo nel dolore è vero che soffri anche nel sentire il semplice pianto di un neonato, provi una particolare invidia al cuore nel vedere passeggini da montagna che tu avevi già messo nella lista preferenze su Amazon, ti dà dispiacere vedere famiglie sui pedalò, ma è un dolore che va superato. E credetemi si supera.

Spesso ci scrivete per sapere quali sono i corsi che abbiamo frequentato per arrivare ad essere come siamo. La risposta che spesso vi diamo, e magari vi deludiamo, è semplicemente nessuno. Il corso è stata la vita stessa, la nostra e di chi ci sta accanto. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare un amorevole prete di quartiere divenuto il nostro padre spirituale che è cresciuto insieme a noi, soffrendo e gioendo, che ha visto come un ecografo in festa possa tramutarsi in un sepolcro, che ha vissuto insieme a noi il nostro passaggio da coppia fertile a feconda e che ora ci vede pronti a passare la palla a voi coppie che siete famiglie da accompagnare per scoprire la vostra vocazione matrimoniale.

Hanno avuto un ruolo importante anche gli amici fidati che ci hanno concesso il tempo di far cicatrizzare la ferita perché io non volevo frequentare amici con bambini. Ho un lavoro che ruota intorno al mondo dei bambini ed è comprensibile che in alcuni momenti ho bisogno di tuffarmi nelle serate di chiacchiere con i nostri ragazzi adolescenti e universitari . La necessità di staccare e anche creare una barriera con le emozioni, ma sempre senza congelare il cuore. Mi ha aiutato in questo il servizio in Croce Rossa e poi perché ovviamente mi ero anche decisa a prestare servizio in una Casa Famiglia dove devi accogliere il dolore sotto ogni forma fisica e mentale. Li di domande da porre a Dio ce ne sono state diverse, basta pensare agli ultimi fatti di cronaca . Quella degli amici è stata una vicinanza rispettosa, perché chi ti vuole veramente bene ti capisce e ti rispetta, anche perché sa che tornerai quella di un tempo.

Una figura che nel tempo è diventata un riferimento a cui volgere lo sguardo è stata indubbiamente Maria, chi meglio di lei non ha abitato il dolore? Lei c’è stata e ha attraversato la porta stretta. Ha vissuto per Cristo, con Cristo e in Cristo. A presto. Nel prossimo vi racconteremo la seconda parte ossia come abbiamo vissuto la Baita da coppia pienamente rinata e felice di essere una famiglia non di serie B ma una piccola famiglia ampliata . Vi aspettiamo se volete nel nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara.

Simona e Andrea

Non c’è trucco non c’è inganno!

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 2,1-3a.13-17) Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo! […] Noi dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità. A questo egli vi ha chiamati mediante il nostro Vangelo, per entrare in possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo. Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera. E lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene.

E’ un brano che potremmo liquidare come non utile al nostro vivere perché non siamo né Tessalonicesi né Greci, tantomeno siamo contemporanei di San Paolo, perciò certi problemi del loro momento storico non ci toccano. Se utilizzassimo un simile approccio alla Parola di Dio leggeremmo solo le pagine dove sono contenuti verbi al futuro, praticamente la lasceremmo sempre chiusa nella libreria di casa catalogata tra i libri storici e i manoscritti antichi. Ed invece oggi scopriremo che quelle parole sono vere anche per noi.

Già in quegli anni giravano voci sulla seconda venuta del Signore, sulla imminente fine del mondo, c’erano già gli impostori, ammaliatori di folle, i falsi profeti, i visionari, i turlupinatori di vario rango; se questo da una parte ci tranquillizza di fronte ai moderni falsi profeti e turlupinatori in quanto rassicurati dal fatto che la Chiesa sa già come affrontarli visto che ha dovuto combatterli fin dai propri inizi, dall’altra ci conferma che il nemico è sempre all’opera e non dorme mai. Se il nemico non ha sosta significa che la nostra fede gli fa paura, a che almeno essa è veramente data per la salvezza eterna visto che qualcuno ce la vuol rubare.

Quindi niente di nuovo sotto al sole (vista la calura estiva); quando ci capita di vedere qualcuno sgranare gli occhi di fronte ai moderni impostori meravigliandosi della loro esistenza, basta far loro leggere pagine come quella di oggi e rassicurarli che le fragilità, le povertà ed i peccati dell’uomo sono sempre gli stessi, poiché l’uomo sempre tale è rimasto anche se evoluto tecnicamente e socialmente.

Anche oggi come allora abbiamo bisogno di tornare alla Verità di sempre che mai muta per smontare fin dal loro nascere le moderne imposture, abbiamo forse bisogno di sentire ancora dal vivo la voce di un moderno San Paolo che gridi : Nessuno vi inganni in alcun modo!.

Sì, cari sposi, la nostra fede non è mutata rispetto a quella che animava l’Apostolo delle genti 2000 anni fa circa, e se l’alimentiamo con la vita di Grazia sarà facile scovare gli ammaliatori moderni, quelli che con i loro giri di parole lasciano la testa confusa invece che aiutarci a vivere con più chiarezza e semplicità (non banalità) la fede.

Ve le ricordate le parole che spesso usava un popolare prestigiatore? Non c’è trucco non c’è inganno! Nella nostra fede di sempre è proprio così, non c’è trucco e non c’è inganno, non lasciamoci rubare le certezze della nostra fede dai prestigiatori di parole. Abbiamo bisogno di certezze nella fede e non di dubbi! Per esempio abbiamo la certezza che la grazia sacramentale del matrimonio non ci abbandonerà mai se staremo in Grazia di Dio. Molti sposi mandano a gambe all’aria il loro matrimonio perché hanno paura di affrontare le difficoltà, non hanno voglia di impegnarsi a rinunciare a se stessi per far vivere l’altro e far vivere la coppia. E’ doloroso morire a sè stessi, alle proprie indoli, ai propri interessi, ai propri desideri, al proprio carattere, alle proprie vedute, alle proprie ragioni per mettere al centro l’altro e quindi per tenere in vita il matrimonio con le sue Grazie , MA è la strada che ha percorso anche Gesù e che noi siamo chiamati a seguire.

Non è forse vero che Lui ha rinunciato a tutto di sé fino a morire in croce per ognuno di noi, per far vivere noi, per spalancarci le porte del Paradiso? Gli sposi che vivono così hanno la certezza di seguire il Maestro sulla via della Croce, senza trucco e senza inganno, il dolore da sopportare è mitigato dalla certezza che siamo nella Sua Grazia, ed è essa a darci la forza per sopportare, per vincere il nostro io, il nostro amor proprio, sicuri che Lui non ci abbandona mai. Gli ammaliatori moderni invece ci vogliono convincere con i giri di parole mascherati di saggezza : “devi rifarti una vita” – “devi pensare un po’ a te stesso/a” – “hai diritto anche tu ad un po’ di felicità“. Qua c’è l’inganno!

Coraggio sposi, abbiamo molte armi a nostra disposizione contro i nemici della nostra salvezza eterna, restiamo saldi e scopriremo dov’è il trucco e dov’è l’inganno.

Giorgio e Valentina.

Settembre e il peso della famiglia

Le vacanze per tanti sono già finite, per altri stanno comunque per giungere al termine. Magari qualcuno è rimasto a casa. In ogni caso adesso ci apprestiamo a ricominciare la nostra vita di sempre. Settembre è alle porte e avvertiamo il peso del nuovo inizio. Ci aspetta l’autunno con giornate sempre più corte, poi ottobre con l’ora solare e infine l’inverno fatto di giornate dove farà freddo e buio molto presto. Saremo di nuovo immersi in giornate dense di impegni. Insomma non una prospettiva che ci piace tanto. Eppure come sono state queste vacanze? Le aspettiamo tanto e poi? Ci rivolgiamo in particolare a chi ha figli piccoli. Non sono mai periodi di riposo vero. Si fanno attività diverse in posti diversi, ma la fatica resta forse più di prima.

Io ricordo bene quella sensazione di scoraggiamento che provavo i primi giorni di vacanza. Partivo con tante aspettative e poi, mi ritrovavo con gli stessi figli che avevo a casa, più nervosi e capricciosi di prima, perché la vacanza scombina l’ordine della nostra vita: una vita fatta di attività programmate ad orari ben stabiliti che si ripetono giorno dopo giorno. In vacanza la giornata va invece reinventata e anche questo costa fatica quando hai dei marmocchi al seguito. Non abbiamo litigato tanto in famiglia come quando siamo partiti per le vacanze. Altro che riposo.

La vacanza ci dice esattamente questo: non puoi essere felice aspettando solo i momenti speciali, come può essere appunto una vacanza. La nostra felicità va ricercata nella vita di tutti i giorni, con quel marito, con quella moglie, con quei figli, con quel lavoro, nella nostra casa. E’ un’illusione riporre tutte le aspettative in qualcosa che deve venire, vivendo come un peso quella che è la nostra vocazione. Questo rischia di schiacciarci e di riversare poi tutta la nostra frustrazione sull’altro o sui figli.

Come fare quindi? Riappropriamoci della nostra bellezza! Della bellezza della nostra famiglia che non è un peso ma il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro. Si certo, costa fatica, a volte ci fa arrabbiare, ma nulla vale quanto la nostra famiglia. Perché a volte non riusciamo più a scorgere la ricchezza che è la nostra famiglia e ne sentiamo solo il peso degli impegni e della relazione? Eppure quando ci siamo sposati volevamo stare con quella persona e credevamo in quella relazione. Perché ci pesa così tanto? Forse le tante cose da fare ci hanno impedito di curare la cosa più importante: il noi della coppia. Con il tempo si rischia davvero di farsi risucchiare dalle tante cose da fare e non si trova più il tempo di parlare profondamente, aprirci su chi  siamo e su ciò che abbiamo nel cuore, non si trova più il tempo di dedicarsi del tempo, di perdere tempo per guardarsi, accarezzarsi, abbracciarsi e soprattutto per fare l’amore. Succede che ciò che doveva essere solo un mezzo per servire la famiglia, cioè il lavoro e gli altri impegni, diventa il fine della nostra vita e la nostra coppia viene asservita e sacrificata a tutto questo. Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta. (Luca 10.38).  Capite che così non funziona! Dobbiamo mettere ordine. Cosa è più importante nella nostra vita? Passare tutto il giorno al lavoro per permetterci una vita più agiata o lavorare un po’ di meno e magari fare di più l’amore? Una domanda che può sembrare provocatoria ma che evidenzia benissimo quelle che sono le nostre priorità. Sapete perché io e Luisa dopo vent’anni stiamo benissimo insieme e non sento come un peso la mia vita con lei? Perché abbiamo sempre messo al primo posto la coppia. Prendevo permessi al lavoro per tornare a casa e poter fare l’amore con lei senza figli in giro. So benissimo che per qualcuno questo può sembrare esagerato ma non è così. Io ho capito benissimo cosa mettere al primo posto e questo mi ha permesso, nonostante i miei e i suoi difetti, di costruire una relazione solida e appagante.

Non ha senso impegnarci a fondo per tutto ciò che sta intorno alla nostra coppia e sacrificare quest’ultima. Che senso ha avere una bella casa e poi viverci in un clima dove non c’è intimità, complicità ed amore. Dove la vita di coppia diventa un peso da assolvere e non si vede l’ora di fuggirlo. Non commettete questo errore. Da subito incominciate questo anno che ci aspetta con l’impegno di mettere voi e la vostra coppia al primo posto. Solo così riuscirete a vivere anche l’ordinario come un dono e non come un peso che vi distrugge e così le prossime vacanze saranno davvero un momento di riposo e di pace nonostante il caos della vostra famiglia.

Antonio e Luisa

Dov’è la nostra porta stretta?

Non so se ricordate le porte medievali di tante nostre città. Se le trasformazioni urbanistiche non hanno cambiato l’assetto originale, normalmente a fianco del portone vi era una piccola porta. Ad essa fa riferimento Gesù, prendendo quindi spunto da un elemento sotto gli occhi di tutti i suoi coetanei. La porta stretta di una città o di una dimora era non quella grande, il portone principale o il cancello, ma una più piccola, che veniva chiusa per ultima, la sera.

Il senso più immediato di questo Vangelo si applica a tutte quelle persone che ascoltavano Gesù, nella stragrande maggioranza ebrei, la cui mentalità – che Gesù vorrebbe appunto correggere – era quella secondo cui bastava ascoltare e compiere i precetti della Legge e si era a posto, ci si poteva considerare buone persone. Ma al di là di questo, ci sono altre perle preziose nelle parole di Gesù che valgono assolutamente per ciascuno di noi. Io vorrei soffermarmi sulla frase: “sforzatevi per entrare nella per la porta stretta”. La traduzione letterale dal testo greco sarebbe: “Continuate a lottare per entrare per la porta stretta perché molti cercano di entrare e non ne avranno forza”. Cioè, è chiaro che dobbiamo fare del nostro meglio per giungervi ma, occhio, entrarvi non si conquista con la forza perché è anzitutto un dono di Dio.

Qual è la porta stretta di voi sposi? È tanto varia quante sono le vostre circostanze personali. Io penso che anzitutto la prima grande porta stretta è la differenza uomo e donna. Il vostro continuo cercare l’unità nella distinzione, cosa che il mondo di oggi, sedotto dalla chimera del gender, non riesce a capire, è il riflesso di una Bellezza divina, trinitaria, ma che non cessa di costare, spesso sangue, sudore e lacrime. Questa sì che è una porta stretta! Da varcare e rivarcare di continuo e la cui strettezza cambia a seconda delle circostanze, delle fasi della vita. I numeri 50-57 di Amoris Laetitia fanno proprio riferimento a queste occasioni di crescita, rileggeteli perché contendono spunti preziosi per cogliere la grazia sottesa ad ogni situazione difficile.

La porta stretta, quindi, è sì un’esigenza ma che è sempre preceduta da un Dono. Ricordatevi sempre di possedere un Dono grande: l’essere figli amati di Dio e oltre ad esso, come coppia, la grazia di essere immagine, per quanto imperfetta, dell’amore di Dio.

L’invito di Gesù, quindi, è di essere aperti alle sfide che in tutta la vita Lui vi accorda. L’imperativo “sforzatevi” (dalla radice greca “agone” che rimanda al concetto di “lotta” e “fatica”) ordina di continuare un’azione già iniziata; come a dire: “continuate a lottare”, avendo avuto un così grande talento. Non diventate coppie sedute, che dopo gli anni della “romanza” mettono su la pancetta e scivolano nel grigiore della mediocrità.

Sarebbe proprio bello che in queste ferie possiate trovare un momento di sosta, per chiedervi: in quest’anno passato quanto siamo cresciuti come coppia? Quali sfide il Signore ci ha messo davanti? Siamo entrati un po’ di più per quella porta stretta? Quanto abbiamo accolto la grazia e messa a frutto?

Non devo dirvelo io che, nonostante state assieme e siete fedeli, il vostro amore può iniziare ad atrofizzarsi, nascondendo solo un certo egoismo e forme sottili di narcisismo. Sapete meglio di me che il convivere sotto uno stesso tetto non implica automaticamente donarsi a vicenda, ma si possono trovare mille scorciatoie per fare sempre i propri interessi e cercare di soddisfare alle aspettative personali. Cari sposi, per finire vorrei proprio usare una celeberrima frase di San Giovanni Paolo II, “Giovani, non «lasciatevi vivere», ma prendete nelle vostre mani la vostra vita e vogliate decidere di farne un autentico e personale capolavoro!” (Discorso ai giovani, 22 settembre 1985) ma applicarla a voi: “coniugi, sposi cristiani, in questo nuovo anno che sta per iniziare, prendete in mano con Gesù la vostra vita di coppia e con Lui varcate la vostra propria porta stretta per continuare a crescere nell’amore.

ANTONIO E LUISA

Per me il matrimonio è stata davvero la porta stretta. Una porta stretta ma che una volta varcata mi ha mostrato un panorama incredibile. Nel matrimonio ho compreso due verità, entrambe decisive che mi hanno permesso di combattere l’egoismo che avevo dentro e che un po’ ancora c’è. La prima verità che ho compreso è che non si cambia per forza, mai. Luisa si è scontrata con i miei limiti e i miei difetti. E io con i suoi. Quando abbiamo intrapreso un vero cambiamento per renderci più amabili l’uno con l’altro? Non certo quando ci siamo messi sotto esame e quando ci siamo scambiati critiche e ripicche. Questo ci rendeva solo più distanti e insofferenti. Ciò che ci ha cambiato è stato l’amore gratuito. Sapere di essere amati comunque. Questo ci ha spinto ad impegnarci a cambiare alcuni atteggiamenti e tratti del nostro carattere. Non per forza ma per amore e per riconoscenza. Seconda verità è che possiamo migliorare solo se ci impegniamo. L’amore non è spontaneo. almeno non sempre. E non è solo dono di Dio. Dio ci dà tutto ma anche noi dobbiamo mettere il nostro anche se poco. Solo con il nostro lavoro quotidiano fatto anche di fatica possiamo crescere nella relazione e nella capacità di amarci.

San Bernardo, un mistico del matrimonio

“L’amore è sufficiente per sé stesso, piace per sé stesso e in ragione di sé. È a sé stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente”.

Così si esprimeva San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), un monaco cistercense e considerato “l’ultimo dei Padri” della Chiesa grazie alla sua straordinaria opera di rinnovamento teologico nel suo tempo. Il tema della centralità dell’amore fa di lui un araldo della Cristologia e della Mariologia – pensiamo alla sua celebre preghiera “Memorare”. Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. Tutto questo consta in modo speciale nei “Sermoni sul Cantico dei Cantici” considerati il capolavoro della sua produzione per la precisione teologica, la profondità spirituale e la capacità espressiva.

San Bernardo era un mistico, l’ordine da cui proveniva aveva come carisma una speciale dedizione alla preghiera contemplativa. Grazie a ciò, egli ebbe il merito di rileggere in modo originale il Cantico, un libro alquanto “scomodo” da interpretare per l’alto contenuto erotico. Siamo difatti nel Medioevo e purtroppo vigeva una mentalità contraria al sesso e piuttosto a favore della vita spirituale. Ma Bernardo riuscì a ovviare l’ostacolo e a cogliere un significato diverso rispetto ad altri padri della Chiesa, pensiamo a Origene e San Gregorio, che già si erano cimentati nell’opera.

La genialità e novità di Bernardo sta appunto nel tematizzare Dio come Amore, un Dio che si comunica per Amore e come Amore. Perciò Dio ci parla con lo stesso linguaggio amoroso tra lo sposo e la sposa e tale linguaggio, per Bernardo, è fondamentale per presentare in modo simbolico i misteri della fede cristiana. Da ciò ne deriva che la Trinità appunto si comprende come comunione di amore intimo tra le Persone Divine.

Celeberrimo, in questo senso, è il modo con cui Bernardo spiega ai suoi monaci, nel Sermone 8, come la Trinità si possa considerare come un bacio dato dal Padre al Figlio nello Spirito: «Se, giustamente, il Padre viene inteso come colui che bacia e il Figlio come colui che e baciato, non sarà certo fuori luogo interpretare lo Spirito Santo come bacio, poiché e l’imperturbabile pace del Padre e del Figlio, il saldo vincolo, l’indivisibile amore e l’indissolubile unita» (cap. VIII, 2)

Ecco, quindi, che Bernardo rilegge il Cantico con il preciso intento di descrivere il rapporto che stringe l’anima a Dio. Con l’Incarnazione Dio, in primo luogo, si è vincolato all’uomo, venendogli incontro nella sua solitudine e così l’uomo ri-ama Dio. La miglior chiave di lettura di questo rapporto Uomo – Dio per Bernardo non può che essere l’amore matrimoniale e per questo, grazie a lui, il Cantico dei Cantici diventa l’epopea amorosa tra l’uomo e Dio.

Sebbene siamo ancora nel cuore del Medioevo, lentamente la strada verso un sempre più pieno riconoscimento della dignità matrimoniale si sta aprendo. Come vedete, ci vogliono bravi e santi teologi che sappiano contemplare, entrare nel cuore della Scrittura ed estrarre per noi queste perle preziose. E la perla siete voi, cari sposi. Il vostro tesoro incomparabile è quello di essere interpreti dell’amore divino, come dice bene il Magistero e vi cito solo due esempi: “Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti” (Gaudium et Spes, 50). Ed inoltre voi sposi siete il “volto materno e il volto paterno del Signore” (Amoris Laetitia 172).

Dovete esserne davvero consapevoli ed esultare per la grazia ricevuta. Vi consiglio quindi di cuore di leggere i Sermoni sul Cantico dei Cantici per gustare anche voi tanta bellezza.

padre Luca Frontali

Un abbraccio che sa di Dio

Cosa è il paradiso? Come è? Domanda difficilissima. Tanti mistici e veggenti dicono di esserci stati. Non so se sia vero oppure no. Non è importante adesso. Certo è che quando lo hanno descritto hanno usato immagini molto terrene. L’unico modo per rendere l’idea di cui potevano avvalersi. Noi sposi non abbiamo bisogno di ascoltare i racconti di queste persone. Noi sposi possiamo fare esperienza reale del paradiso. Per pochi secondi, ma esperienza di vero paradiso.

Dice il mio parroco che questa terra non è il luogo della pienezza, la pienezza appartiene solo al Cielo, ma possiamo farne esperienza. Sono d’accordo. Possiamo trattenere la gioia piena per un attimo prima di vederla scivolare via. Come? Possiamo farne esperienza nell’incontro intimo. Credete che stia esagerando? Seguitemi nel discorso. L’unione sessuale nel racconto jahwista della Genesi è identificata con la conoscenza. Non a caso Maria quando risponde all’angelo dell’annunciazione, avendo questa consapevolezza nella tradizione del suo popolo, dice Come è possibile? Non conosco uomo. Conoscenza come incontro intimo tra un uomo e una donna.

Don Carlo Rocchetta ci insegna che, secondo la tradizione semitica, questa conoscenza è collegata direttamente a Dio Creatore. Sicuramente perchè in quella concezione di conoscenza c’è la possibilità di partecipare alla creazione del Dio della vita attraverso il concepimento, ma non è solo questo. L’incontro intimo tra un uomo e una donna. uniti sacramentalmente in matrimonio, apre al trascendente. Cosa significa? Che nel dono totale dei cuori  e dei corpi i due sposi fanno un’esperienza, del tutto unica e specifica del loro stato, di Dio. Incontrano Dio nella loro relazione. Quindi fanno esperienza di paradiso. Paradiso che sappiamo essere la visione beatifica di Dio. Stare alla presenza di Dio. Sembra un concetto molto astratto. Mi rendo conto che è così. E’ difficilissimo raccontarlo.

Sono altrettanto convinto però che gli sposi cristiani possano capire bene quello che ho cercato di dire. Se noi sposi saremo capaci di donarci completamente l’uno all’altra, in modo ecologico (umano), casto e rispettoso delle nostre sensibilità. Se riusciremo a vivere in questo modo il nostro rapporto intimo potremo fare una vera esperienza di Dio in quel dono reciproco. Quando? Quando una volta finito il rapporto  ci abbandoneremo all’abbraccio finale. Abbraccio che significa comunione profonda e condivisione perfetta del piacere e dell’unione appena sperimentati. In quell’abbraccio abbiamo tutto, facciamo esperienza della pienezza, non ci manca nulla. Per un attimo abbiamo tutto. C’è Dio tra noi e lo sentiamo in modo molto concreto e sensibile. Tanto che spesso scende anche qualche lacrima. Un’esperienza di cielo sulla terra. Poi si torna sulla terra, ma permangono i frutti di quell’incontro d’amore. Frutti che resteranno nel nostro cuore e ci doneranno  forza e nutrimento per affrontare al meglio le sfide della vita e per amarci meglio e di più.

Antonio e Luisa

Non si può vivere da soli

Ritengo che le due motivazioni principali che spingano le persone separate a “rifarsi una vita” (è un’espressione che non mi piace, perché la vita è una sola), siano la solitudine e l’attrazione sessuale. Quando mi sono separato, ho sperimentato quanto sia brutta la solitudine, in particolare mi ricordo degli episodi (non so perché spesso mentre facevo la doccia) di paura del futuro, quasi di panico: “Chi si occuperà di me quando sarò vecchio e le figlie magari saranno lontane? E se mi ammalo gravemente?”.

Certo sono pensieri che possono fare tutti, ma quando esci dalla famiglia e ti trovi solo e abbandonato da parenti e amici, vengono amplificati enormemente. Nel recente documento “Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale” al punto 94 si parla dei separati fedeli: “…..La loro particolare situazione, alimentata dal dono della fedeltà al sacramento del matrimonio, invece, può essere di testimonianza e di esempio per le giovani coppie, ma anche per i sacerdoti, che possono scoprire e “vedere” nelle vite di queste persone la presenza costante di Cristo Sposo, fedele anche nella solitudine e nell’abbandono: una solitudine “abitata”, segnata dall’intimità con il Signore e dal legame con la Chiesa e la comunità, che si fa presente e compagna di strada.”

Ma cosa vuol dire solitudine “abitata”? Vuol dire che se noi crediamo davvero che Gesù è vivo in mezzo a noi, dobbiamo imparare a sentire la Sua presenza in ogni cosa che facciamo, non solo quando preghiamo o andiamo a messa; ad esempio qualcuno aggiunge un posto in più a tavola per ricordare che Lui c’è o accende una candela. Io Lo saluto appena sveglio: “Buongiorno Gesù, grazie per questa nuova giornata”; poi magari apro la finestra e Lo ringrazio per il sole oppure Lo ringrazio perché è avanzato un pezzo di dolce dalla sera prima per fare colazione…e così via…anche al lavoro Lo ringrazio perché mi ha fatto accorgere che stavo facendo una cavolata, oppure basta pensare qualche giaculatoria, tipo “Gesù ti voglio bene”, “Gesù aiutami”, “Gesù proteggimi”, “Gesù confido in te”.

All’inizio sicuramente è necessario un piccolo sforzo per iniziare a sentire la Sua presenza, ma poi diventa naturale. Noi sposati non siamo come i sacerdoti la cui missione è relegata a dei momenti temporali specifici durante la giornata (messa, benedizione, preghiera, annuncio…), ma la nostra missione è 24 ore al giorno, anche mentre dormiamo, perché se riposiamo bene, saremo anche in grado di essere più vigili e attenti ai fratelli. Allora, se permetteremo a Gesù di abitare la nostra solitudine, tutto apparirà più leggero, non ci sentiremo più soli e anche sul futuro saremo fiduciosi che il Nostro più grande Amico e Sposo si prenderà cura di noi; un po’ quello che abbiamo provato nell’innamoramento quando l’altro/a viveva dentro di noi, anche quando eravamo soli. Mi viene in mente il testo di una bellissima canzone degli 883, “Ti sento vivere” che dice “In tutto quello che faccio e non faccio ci sei, Mi sembra che tu sia qui, sempre. Vorrei dirti, vorrei, Ti sento vivere, Dovunque guardo ci sei tu. Ogni discorso, sempre tu. Ogni momento io ti sento sempre più.”

Ettore Leandri (Fraternità Sposi per sempre)

Mare o montagna? L’importante è che ci sia Lui!

Siamo Alessandra e Riccardo, genitori della piccola Olga nata prematura e subito salita al cielo e di Pietro di due anni nato dopo una gravidanza a rischio. Questo non è il nostro primo articolo qui sul blog, quindi alcuni di voi già ci conosceranno. Vorremmo raccontarvi quanto abbiamo sperimentato non molto tempo fa.

Questa estate siamo stati in vacanza in crociera con MSC un paio di settimane a giugno, una crociera sul Mediterraneo che ci ha permesso di visitare tante nuove città interessanti. Una vacanza che ci è stata regalata dai miei genitori, noi non avremmo mai potuto permettercela e anche i miei genitori hanno fatto dei sacrifici per acquistarla, ma ci tenevano a farci questo regalo perché da quando è nato Pietro non abbiamo più avuto un attimo di tempo per stare insieme da soli, non avendo nonni e amici vicino.

In crociera non avremmo dovuto fare altro che rilassarci, eppure per quanto sia stato bello guardare il mare, sentire il rumore delle onde, cenare ogni sera vestiti eleganti con un menù da quattro portate, avere a disposizione vini e cocktails vari e visitare città affascinanti quasi ogni giorno, dopo poco abbiamo iniziato a provare un forte senso di vuoto……. Non ci bastavamo. Ci siamo sposati in tre. Ne mancava uno.

Le giornate scorrevano lente senza ciò che è più importante in un matrimonio cristiano: la presenza del Signore Gesù. Si noi pregavamo insieme, abbiamo recitato il Santo Rosario più volte insieme, ma a me mancava entrare in una chiesa, soprattutto sentivo la mancanza della Santa messa e dell’eucarestia quotidiana.

Fino a qualche anno fa le navi da crociera avevano sempre a disposizione dei passeggeri una piccola cappella a bordo con un sacerdote. Oggi non più. Navi sempre più grandi e dotate di ogni confort ma senza nessun ristoro spirituale. Pensate a una nave con 5.000 anime a bordo che passano le giornate a prendere il sole, andare alla spa, in palestra e divertirsi, come si può rendere Grazie al Signore per quei momenti di festa, di divertimento, di relax se non si ha neanche un luogo consacrato dove farlo?

Si c’è sempre la preghiera, ma converrete con me che non è come accogliere Gesù eucarestia nel proprio cuore. Ogni volte che attraccavamo in un porto ci scapicollavamo a cercare una chiesa vicina, ma o erano chiuse o gli orari delle Sante messe non coincidevano con gli orari di sbarco e imbarco della nave. Mi torna alla mente il Vangelo di Giovanni: io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me, e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla (Gv 15:5-8).

Ecco dunque noi non possiamo fare proprio niente senza di lui, neanche divertirci. Gesù amava le feste, stare in compagnia tra fratelli, ma come possiamo pensare di essere nella gioia se lui non c’è? Ormai non ci sono più cappelle a bordo delle navi perché, dicono si rischia di offendere le persone di altre religioni. Questo accade in ogni ambito, non è infatti come dire togliamo il crocefisso dalle classi nelle scuole perché offendiamo i bambini di altre nazionalità e religioni? Forse la verità è però un’altra. Sono sempre meno le persone che sono consapevoli di aver bisogno di qualcosa di più che divertirsi e mangiare bene. Questo è triste.

Perché una nave che ha previsto ogni comfort e registrata in Italia, una nazione con ancora moltissimi battezzati, non può pensare a quello che conta veramente? È tutta apparenza e poca sostanza, come mi disse la preside suora della scuola salesiana in cui sono cresciuta: non è il guscio quello che conta veramente. Lo ricordo ancora a distanza di anni da quando ero bambina.

So che la mia è un’idea puramente utopica, quella di avere chiese a bordo delle navi da crociera, eppure alcuni aeroporti hanno la cappella, quando volavo come assistente di volo prima di compiere il mio primo volo da Malpensa, mi sono recata nella cappella e ho affidato i miei voli e le persone che avrei assistito durante i loro viaggi al nostro Padre che è nei cieli. Tutto questo per dire che non importa che tipo di vacanze scegliamo: mare, montagna, crociera, villaggio vacanza, casa in affitto, ma Lui deve essere al primo posto anzi non avendo i soliti impegni familiari e professionali in vacanza siamo ancora più esortati a cercare il Signore Gesù.

Adesso siamo a casa e siamo così felici di recitare il Santo Rosario tutti i giorni e partecipare all’Eucarestia quotidiana, forse a volte lo diamo per scontato, ma anche la pandemia ci ha insegnato che non è così.

Alessandra e Riccardo

Tutti i nodi vengono al pettine!

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 28,1-10) Mi fu rivolta questa parola del Signore : «Figlio dell’uomo, parla al principe di Tiro: Così dice il Signore Dio : Poiché il tuo cuore si è insuperbito e hai detto : “Io sono un dio, siedo su un trono divino in mezzo ai mari”, mentre tu sei un uomo e non un dio, hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto. Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ; con la tua grande sapienza e i tuoi traffici hai accresciuto le tue ricchezze e per le tue ricchezze si è inorgoglito il tuo cuore. Perciò così dice il Signore Dio : Poiché hai reso il tuo cuore come quello di Dio, ecco, io manderò contro di te i più feroci popoli stranieri ; snuderanno le spade contro la tua bella saggezza, profaneranno il tuo splendore. Ti precipiteranno nella fossa e morirai della morte degli uccisi in mare. Ripeterai ancora: “Io sono un dio”, di fronte ai tuoi uccisori ? Ma sei un uomo e non un dio, in balìa di chi ti uccide.»

Come avete certamente intuito, anche questa pagina di Ezechièle ci riferisce di una rovinosa fine per l’uomo che si ribella a Dio, in questo caso il principe di Tiro si è insuperbito al punto da autodichiararsi un dio. E la giustizia divina rispetta la decisione dell’uomo lasciando che esso se la sbrighi da solo visto che si sente un dio… in questo caso il castigo se lo infligge da solo, il superbo, poiché vuol fare a meno di Dio, e Dio fa un passo indietro anche se potrebbe aiutarlo contro i nemici.

Spesso siamo portati a pensare che in una situazione del genere, Dio debba intervenire, ma secondo voi Dio vuole dei burattini da muovere con i fili a proprio piacimento? Uno tra i più grandi doni che il Creatore ha fatto ad ogni uomo, maschio o femmina che sia, è la libertà. Una libertà che potrebbe rivelarsi anche a svantaggio del donatore nonché del donatario, se usata male… ma se ci pensiamo bene a nessuno di noi piacerebbe avere un coniuge che ci ama a comando, non sarebbe più amore libero!

L’esigenza propria dell’amore è quella di essere libero e di lasciare libero, altrimenti il nostro matrimonio sarebbe un contratto di lavoro tra le parti… ma a nessuno di noi piacerebbe essere amato da contratto, perché presto o tardi non ci sentiremmo valorizzati per quel che siamo.

Qualche volta succede anche a noi di chiedere ad una figlia di svolgere un servizio casalingo e di sentire un borbottio provenire dalla voce della chiamata in causa, la quale potrebbe anche cominciare il lavoretto richiesto con celerità, se non fosse che il più delle volte viene eseguito talmente di malavoglia e con poco afflato (non si capisce il perché non debbano vedere l’operazione “pulizia cucina” come un’investimento per il proprio futuro) da risultare irritante per noi genitori…. qualche volta finisce col cacciare via dalla cucina la figlia suddetta e di svolgere noi il servizio al suo posto piuttosto che vederlo fatto tanto per fare.

E succede così anche nella relazione d’amore… a volte preferiamo non ricevere quel tal gesto di amore perché lo vediamo fatto come una mera esecuzione di un lavoro richiesto, corredato di lamentele e grugniti di vario genere… “se lo devi fare senza amore, senza metterci passione, lascia stare che mi arrangio…”.

Se è così tra noi che siamo fatti ad immagine del Creatore, perché Lui dovrebbe trovar piacere nel ricevere amore da degli schiavi e non da dei figli che lo ricambiano dell’amore ricevuto? Ed è così che questa libertà donataci da Dio potrebbe ritorcersi contro di Lui, praticamente ci ha creati mettendo in conto un grande rischio, quello di essere rifiutato, quello di non essere ricambiato… ogni amore ha dentro un rischio, e Dio rispetta talmente tanto la nostra libertà da rischiare di vederci dannare l’anima piuttosto che forzarci ad amarLo come se fossimo dei burattini con i fili mossi da Lui.

Ecco perché a volte Dio non interviene, probabilmente è lì che ci segue con un groppo in gola, ma pur di non ledere la nostra inviolabile libertà resta un passo indietro e ci lascia in balìa delle conseguenze della nostra scelta… certamente poi interviene con la sua misericordia nel cuore e nella coscienza dell’uomo con il famoso “rimorso della coscienza” e con altri stratagemmi simili per tentare di salvare il salvabile fino all’ultimo istante, non lasciando nulla di intentato per salvarci.

Con la tua saggezza e la tua intelligenza hai creato la tua potenza ammassato oro e argento nei tuoi scrigni ” : cari sposi, anche nel nostro matrimonio abbiamo degli scrigni in cui poter ammassare tesori, ma sta a noi la scelta su quale tipo di tesori accumulare, se tesori di “amore donato gratis” per il Paradiso oppure tesori per il godimento di beni terreni ma che non servono per entrare in Paradiso.

Tutti i nodi vengono al pettine! E il pettine del Giudizio dopo la morte c’è per tutti. Coraggio sposi, abbiamo ancora un tratto di strada da fare insieme, svuotiamo i nostri scrigni di tesori inutili e cominciamo a riempirli di tesori per il Cielo.

Giorgio e Valentina.

Dovremmo tutti imparare da Maria

Oggi si festeggia l’Assunzione di Maria al Cielo. La sconfitta di Satana. Dio, attraverso questa meravigliosa creatura che è Maria, mostra ciò a cui tutti siamo destinati. Per questo Satana la teme tanto. Maria è stata sì preservata dal peccato, ma è una vera donna. Una donna che trae forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat questo concetto è espresso molto bene. Noi traduciamo perchè ha guardato l’umiltà della sua serva. Il testo originale greco è molto più esplicito. La traduzione più fedele sarebbe tu hai guardato la bassezza della tua serva. Maria prima di raggiungere le altezze del Cielo è stata capace di abbassarsi fino a terra. E’ stata capace di prostrarsi davanti a Dio consapevole di non essere nulla. Il Vangelo di oggi è chiarissimo. Maria è così grande perchè ha saputo farsi piccola, fino a terra.

Consapevole di non meritare l’amore così appassionato e profondo del Suo Dio, tanto da essere da Lui scelta per diventare Sua madre. Incredibile. Quanto può insegnare anche a noi Maria. Io provo un amore fortissimo verso la Madonna proprio perchè è così. Maria è rimasta sempre umile, spesso nel nascondimento e nel silenzio. Maria è stata dileggiata, insultata, sono state dette di lei le peggiori cattiverie e trattata come una poco di buono. E Giuseppe, che l’ha accolta, ha fatto la figura del cretino davanti alla sua gente.

Quanto può insegnare anche a noi Maria. Spesso non siamo capaci di umiltà perchè cresciuti con una educazione che ci insegna a non farci mettere i piedi in testa. Sappiamo che passare per deboli e persone senza attributi è una reputazione tra le peggiori che possiamo avere. Eppure il coraggio sta proprio, come Maria, nell’abbandonarsi all’amore.

Abbandonarsi all’amore significa abbracciare la giustizia di Dio che non è la nostra. Concretamente possiamo essere come Maria in tante circostanze. Alcune molto gravi altre più comuni e veniali. Significa perdonare il nostro coniuge se ci tradisce riaccogliendolo. Significa essere capaci di fare il primo passo quando litighiamo. Significa farlo anche quando pensiamo di avere ragione ed è stato l’altro a cominciare. Significa essere capaci di donarci anche quando l’altro è in una giornata no. Essere teneri e sorridenti anche quando lui/lei ci tratta con freddezza o durezza.

Tutto il mondo, nei casi che ho elencato, vi dice di essere forti, di mettere i vostri diritti e la vostra ragione in cima a tutto e di dare all’altro ciò che si merita. Maria ci dice altro. Maria ci dice che la giustizia è amare senza limite e abbandonarsi a Dio, che è l’unico capace di poterci accogliere nella vita eterna e che ci può dare la felicità già su questa terra. Ci può dare la pace.

Perchè la nostra forza non viene da come l’altro ci tratta, ma viene direttamente da Dio. Questa consapevolezza di essere preziosi e bellissimi agli occhi di Dio può avvenire solo in un modo: come ha fatto Maria, prostrandoci davanti a Lui e dicendo hai visto la bassezza del tuo servo.

Antonio e Luisa

Missionari… in casa

Cari sposi,

il logo della recente Giornata mondiale delle famiglie era un particolare preso dagli affreschi di P. Marko Rupnik nella cappella del Seminario maggiore di Roma. Il dettaglio è geniale: si vede San Paolo che apre un sipario dietro cui si trovano Gesù crocifisso abbracciato da Maria, e dal costato di Gesù sgorga il sangue-vino che riempie le giare di Cana. Ancora dietro al velo, sulla sinistra, si trovano Adamo ed Eva. Il senso è molto bello e profondo, San Paolo ha fatto capire con la sua lettera agli Efesini, cap. 5, che il Mistero Grande, iniziato dal primo matrimonio di Adamo ed Eva, si compie in pienezza grazie a Cristo, nuovo Adamo, e a Maria, nuova Eva.

Perché sto dicendo questo riguardo al vangelo di oggi? Perché il fuoco e il battesimo di cui parla Gesù è proprio la missione di svelare il suo Mistero Grande di amore! E Gesù non vede l’ora che esso sia visibile in ogni coppia di sposi. Difatti, quale amore infuocato è necessario per donare la propria vita! Non bastano piccoli amori, atteggiamenti mediocri ma ci vuole un cuore grande, generoso, infiammato! Dire questo mi fa pensare a Chiara Corbella, a Santa Gianna Beretta Molla, a San Massimiliano Maria Kolbe (di cui oggi è la memoria liturgica) …

A questo punto vi domando: c’è qualcosa di simile nella vostra vita di sposi? Per caso il Signore non vi chiama a portare anche voi, a modo vostro, il fuoco sulla terra? Ricordatelo sempre, voi sposi non vi siete sposati per voi stessi, cioè il matrimonio cristiano non è concepito solo per formare “due cuori e una capanna” o solo per amarsi e avere figli. Non si sono forse sposate fondamentalmente per questi motivi le persone dalla notte dei tempi? Se così fosse, ditemi allora per quale motivo Gesù avrebbe istituito apposta un sacramento per la coppia?

Sì, il matrimonio cristiano è una vera e propria missione! Quella di “gettare fuoco sulla terra”. Esprimono chiaramente questa idea sia Familiaris Consortio 17 che Amoris Laetitia 121. La missione è di portare su questa terra l’amore di Cristo per la Chiesa grazie alla vostra vita ordinaria. Come mai Santa Teresina di Lisieux è compatrona delle missioni, al pari di San Francesco Saverio, che ha percorso migliaia di chilometri per evangelizzare a differenza invece di lei che non ha messo un piede fuori dal Carmelo?

Analogamente per voi sposi, la vostra missione è tanto vera e reale sebbene si realizzi a casa vostra e sui luoghi di lavoro e sembra confondersi con una vita apparentemente monotona e ripetitiva. Cari sposi, vi auguro sinceramente di scoprire sempre di più e di stupirvi del dono e della missione che Gesù vi ha consegnato il giorno del vostro matrimonio. Che l’amore di Cristo vi infiammi e renda il vostro amore Luce del mondo.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato la carica. Sì, la carica. Non vuole metterci sulle spalle un peso che non possiamo sostenere. Ci sta dicendo esatamente il contrario. Sposi prendete coscienza che il battesimo vi ha reso capaci di grandi cose. Sì con tutta la vostra miseria, la nostra miseria, perchè anche Luisa ed io siamo davvero dei poveretti. Il sacramento del matrimonio ha finalizzato i doni battesimali affinché tutti noi sposi potessimo vivere la nostra missione. Vocazione e missione combaciano. Tanto più saremo capaci di crescere come sposi, di amarci sempre più profondamente e meglio, e tanto più saremo dentro la nostra missione.

Ognuno di noi ha la propria missione, ognuno ce l’ha unica come unici siamo noi. Tutte le nostre personali missioni però si fondano sull’amore. Amore quello cristiano. Essere quindi capaci di dare la vita nel nostro matrimonio. Che bello! Più saremo capaci di amarci e più saremo santi. Non conviene forse cercare la santità? Non è una strada facile ma meravigliosa. Una di quei sentieri stretti e faticosi da percorrere ma che aprono ad un orizzonte infinito. Come quelli di montagna che ti portano in vetta e ti permettono di aprire lo sguardo ad un orizzonte senza fine. Questa è la nostra missione. Essere ciò che siamo: una comunione d’amore. (Familiaris Consortio)

Domenica e famiglia : un connubio possibile /41

(Quindi, il sacerdote canta o dice) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo.

Ci soffermiamo stavolta sulle risposte del popolo, in quanto è facile cadere nella trappola della ripetizione a memoria senza approfondire il significato delle parole. La prima parte delle tre risposte è molto chiara perché continua a confermarci che l’attività principale della Chiesa è l’evangelizzazione a partire dalla S. Messa; tutto deve ruotare intorno alla Messa, ogni attività apostolica o progetto pastorale deve ruotare intorno alla Messa… è qui la fonte di qualsivoglia attività della Chiesa militante.

Se la Chiesa volesse affrancarsi dalla S. Messa in una sua attività, ridurrebbe quest’ultima ad una mera opera umana, anche dignitosa e nobile, ma solo umana; un’opera con tali presupposti è da intendersi già fallimentare (nel senso dell’evangelizzazione) in partenza perché si baserebbe su una realtà fallace quale è la realtà dell’umana natura. Una Chiesa che agisse così si autoridurrebbe ad una grande associazione di volontariato, una bella congregazione di opere pie, una tra le tante Onlus, ma la Chiesa è molto di più ed ha una missione divina, la Chiesa è il Corpo mistico di Cristo… questa immagine del corpo usata da S. Paolo è spesso sottovalutata, ma con i nostri canoni matrimoniali diventa molto più comprensibile.

Quando i due sposi si amano nell’intimità fisica, non si scambiano solo coccole fisiche, non ci sono in gioco solo i due corpi, ci sono anche le anime, i cuori, i sentimenti, gli affetti, i desideri, le volontà, le decisioni… insomma tutto noi stessi. Se uno sposo fosse lì col corpo ma con la mente e i desideri fosse con un’altra donna, oppure con la testa (il capo) in un’altra attività, possiamo ancora dire che stia amando la propria sposa con tutto se stesso? E se una moglie stesse in intimità fisica con suo marito solo col corpo, ma con la testa (il capo), il desiderio e l’anima stesse altrove, sarebbe ancora vero amore ? Possiamo dire che due sposi che agiscono così si stiano amando con lo stile di Cristo ? Possiamo dire che questi due sposi lasciano che sia Cristo ad amare il coniuge attraverso il proprio corpo ?

Questo esempio ci fa comprendere come il corpo non sia scindibile dal resto di noi stessi, perché l’amore che si scambiano i due sposi sia vero, bello, nobile, casto, totale, irremovibile, ad immagine di quello di Dio, deve esserci una donazione totale, non basta il corpo, serve anche l’intenzione di amare, la volontà ; è necessario agire con un perché che mobilita anche il corpo, altrimenti tutto si riduce a puro esercizio fisico al pari del mondo animale o ad un insieme di combinazioni chimiche (questo è ciò che il mondo vuol farci credere).

Similmente succede anche nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa: se le diverse attività sono disgiunte dal capo (cioè da Cristo), restano ridotte ad attività umana, a puro esercizio del corpo che agisce senza il capo, senza la testa, senza un perché, senza l’anima… e come per l’esempio matrimoniale possiamo tirare le stesse conclusioni : resta una realtà umana che non porta con sé nulla di divino, non ha dentro Cristo perché non è nutrita da Lui.

Ecco perché il Messale ci fa ripetere “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.“, proprio a ricordarci che ogni nostro “annuncio del Signore” parte da questo mangiare il Suo Corpo, è Lui il nutrimento della nostra vita, ciò che dà sapore ad ogni nostro gesto, è Lui che si nasconde dentro ogni nostra attività, a patto che ci nutriamo di Lui altrimenti i nostri gesti esprimeranno solo noi stessi e non avranno dentro il “tocco divino”… non saranno cioè annuncio della salvezza operata da Cristo Gesù ma annunceremo noi stessi.

Quando sentiamo dentro lo slancio missionario di annunciare Cristo e quindi la Sua salvezza da dove dobbiamo partire? Dalla S. Messa.

Cari sposi, sentiamo l’urgenza di annunciare la morte di Cristo offerta per la salvezza dell’uomo e vogliamo proclamare la Sua gloriosa risurrezione che ha sconfitto il peccato e la morte? Partecipiamo alla S.Messa e nutriamoci dell’Eucarestia, dopo e solamente dopo potremo agire di conseguenza a quella comunione con Cristo (ossia con gli effetti benefici sulla nostra vita che da essa derivano) altrimenti saranno tutti slanci missionari carichi di tanti bei sentimenti, ma soprattutto tanto carichi di noi stessi e non portatori di Cristo.

Vi riportiamo infine uno tra i tanti insegnamenti di S. Giovanni Maria Vianney (conosciuto come il santo curato d’Ars), un santo sacerdote, patrono dei parroci: «Tutte le buone opere insieme non equivalgono al santo sacrificio della Messa : esse, infatti sono opere degli uomini, mentre la messa è opera di Dio. Il martirio è nulla in suo confronto: è l’uomo che sacrifica a Dio la sua vita, ma la Messa è Dio che sacrifica all’uomo il suo Corpo e il suo Sangue».

Buona meditazione.

Giorgio e Valentina.

Non avere paura mamma.

Oggi ho scelto di sfruttare il blog per presentarvi un libro. Ogni tanto lo faccio non perchè voglia sponsorizzare un prodotto, ma perchè i libri sono occasioni per riflettere. Ci fanno del bene. Soprattutto quando raccontano il bello e il vero. Questo libro a mio avviso lo fa. Conosco Rachele, l’autrice, da un po’ di tempo. La conosco solo virtualmente, non ho mai avuto il piacere di incontrarla, ma ho letto tanto di lei. Ho letto i suoi articoli su “La croce“, le sue riflessioni sui social, ho avuto modo di intervistarla sui miei canali. Insomma anche se non ho mai visto dal vivo Rachele ho imparato a conoscerla attraverso i suoi pensieri. E mi piace quello che dice e come lo dice. Mi piace perchè traspare tutta la sua femminilità, la sua bellezza nel non nascondere ciò che è: donna, moglie e madre. Non ho scelto a caso questo ordine. Solo chi si sente risolta in quello che è, nella propria identità femminile, può essere moglie realizzata e solo una moglie che è capace di mettere al primo posto il rapporto di coppia può essere una buona madre. Sia chiaro sempre con tutti i limiti che caratterizzano ogni uomo e ogni donna.

Ecco, tutto questo si legge chiaramente nel libro di Rachele Non avere paura mamma. Un libro scritto per le donne forse, ma che io da uomo ho trovato godibile e interessante. Rachele è madre di ben sette figli. I primi sono già grandi. Nel suo testo è stata molto brava nel non nascondere le tante, tantissime, difficoltà che sono insite nella gestione familiare, soprattuttio quando ci sono di mezzo i figli. E lei ne ha tanti. Non ha nascosto i momenti di scoraggiamento, le sensazioni di inadeguatezza e lo stress continuo di chi non riesce a riposare per anni tra pappette, pannollini, poppate notturne, mal di pancia e poi ragazzi adolescenti che rincasano a notte inoltrata. Non c’è tregua. Soprattutto per chi come lei ha figli di età molto diversa. Eppure è stata capace di trasmettere a chi legge tanta bellezza. Diverse bellezze.

Prima di tutto la bellezza della donna. Io sono affascinato dalla donna, da questa creatura così tanto diversa da me. Creatura che sa essere feconda in mille modi. Che sa generare non solo i bambini ma che sa generare anche noi mariti. Creatura che sa accogliere. Creatura che sa combattere ed essere tenace. Creatura che sembra così debole ma che non molla un centimetro e che, parlo per esperienza personale, dona tanta forza anche a noi mariti. Quando abbiamo accanto una donna così siamo anche noi pronti a qualsiasi cosa. Siamo pronti a dare tutto e a dare il meglio di noi.

Poi la bellezza della relazione uomo-donna. Siamo così diversi eppure così complementari. Anche questa realtà dal libro traspare tantissimo. I mariti sono citati poco, ma sono presenti sempre. Non so come spiegarlo ma si comprende benissimo come Rachele non sarebbe lei senza il marito Luca. Luca è quello che mette ordine, è quello che è capace di dire la parola giusta quando serve. Rachele si poggia tanto sul marito. E questo affidarsi reciproco è bellissimo. Ciò è possibile solo in una relazione basata sull’amore e sul rispetto reciproco.

Infine, ma non ultima per importanza, la bellezza dell’essere madre. Anche qui una bellezza che non è facile e che non sempre si vede. Viviamo in una società che non ama i bambini e non fa nulla di concreto per aiutare le famiglie. I figli sono un problema e spesso non si perde occasione per farlo notare. Le mamme sono schiacciate tra il senso di inadeguatezza, esperti sempre pronti ad insegnarti come essere madre e giudizi spesso spietati. Eppure nessuno ci può chiedere di essere genitori perfetti. Neanche noi dovremmo chiederlo a noi stessi. Sbaglieremo sempre e anche tanto. Quello che conta è altro. Conta amare questi figli, farli sentire preziosi. E’ importante testimoniare cosa è l’amore con la vita e dare loro la speranza cioè uno sguardo capace di andare oltre la precarietà di questa vita.

Insomma un libro che mi ha fatto ridere e anche piangere in alcuni passaggi. In particolare dove ho letto della testimonianza di una mamma e del suo bimbo disabile. Oppure la testimonianza della giovane mamma che ha scelto di non abortire. Mi hanno commosso nel profondo. Già perchè non l’ho specificato prima, ma Rachele non scrive solo partendo dalla propria esperienza personale, ma ha chiesto a tante mamme di lasciare un pensiero o la propria storia. Un libro che mi ha lasciato un cuore colmo di gratitudine per Rachele e di speranza per il futuro. Speranza che non è tutto perso ma ci sono tante donne meravigliose che non cedono ad una cultura che vorrebbe cancellare la loro identità e di conseguenza la loro bellezza e ricchezza. I figli non sono un problema ma un dono grande che riceviamo e che porta con sè delle responsabilità. I figli non sono un problema ma un’occasione per crescere e per diventare uomini e donne migliori. Certo non è facile ma è una sfida che è bello cogliere.

Termino con le parole di Giovanni Paolo II dedicate proprio alle donne: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Non avere paura mamma – Rachele Mimì Sagramoso – Tau Editrice

Antonio e Luisa

Come passare la palla a Dio

Oggi abbiamo pensato di rispondere alla domanda che ci è stata posta sotto al nostro precedente articolo. Indubbiamente questa è la nostra esperienza personale, ma magari qualcuno può trarre qualche spunto per se stesso. Noi abbiamo imparato a passare la palla a Dio nel momento stesso in cui siamo arrivati alla consapevolezza che Lui è un Maestro nel fare canestro e quindi ci siamo fidati. Durante gli allenamenti di basket c’è un esercizio che consiste nel passarsi la palla ed ad aiutarsi ad andare al tiro, come fosse un gioco a due sotto lo sguardo dell’allenatore. Come lo è nel campo di basket dell’oratorio lo è nella vita. Come allenarsi a giocare nel campo della vita e della coppia? Prima di tutto imparando a pronunciare la parola Padre. Spesso ci si dimentica che abbiamo un Padre che ci rende fratelli tutti, e se sei figlio unico tuo Padre sa bene che hai bisogno di fratelli con cui condividere la tua vita e all’occorrenza te li farà trovare sul tuo campo, nella tua squadra.

In campo si possono trovare avversari molto agguerriti, di quelli pronti a riempirti di gomitate pur di non mandarti a tiro. A noi è successo. Quando ho scoperto di avere una patologia che non solo era incompatibile con una gravidanza, ma comportava determinati cambiamenti nella mia vita ho avuto bisogno di fermarmi. Ho dovuto per forza di cose chiedere un cambio. Mi sono messa in panchina. A nessun marito piace vedere una moglie in panchina, ma è proprio lì che esce il meglio che non ti aspetti da chi hai sposato, anche se lo conosci da quando sei adolescente come io conosco Andrea.

Avere a che fare con una patologia che ti impone di stravolgere le tue piccole e semplici abitudini è stato un qualcosa che mi ha avvicinato molto più di prima alla preghiera. Mi ha consentito di assaporare e di sentire ancora di più dentro me il Tempo di Dio. Non appena ho scoperto la mia malattia, una delle prime cose che ho fatto è stata salire sul treno per Assisi. Lì dove è sepolto Carlo Acutis. Uno dei miei rifugi personali è Assisi, mi piace moltissimo andarci anche da sola. Arrivai lì, con nel cuore la domanda che mi aveva fatto il mio padre spirituale: e dove sta Dio nella tua malattia? Come la stai vivendo con Lui? Io gli risposi: ora non ti so proprio dire dove sta Dio nella mia malattia quando lo trovo te lo dico.

Arrivata alla Chiesa della Spogliazione, mi misi davanti alla tomba di Carlo. Mi piace sostare molto tempo in quel luogo, come quando vado a trovare un amico. Lì ce l’ho fatta, ho scelto di accogliere la patologia che mi è stata diagnosticata. Carlo sapeva che doveva morire e ce lo ricorda proprio lui, in un video (reperibile su Youtube), dove afferma con la pace nel cuore: sono destinato a morire. Ho imparato, dalla storia di Carlo, che Fede e Scienza devono andare sempre a braccetto e che non sono in contrapposizione. Nella nostra famiglia il tema della morte è stato affrontato e vissuto ancora prima che il mondo avesse paura del Covid. La patologia che mi ha colpito all’utero, in abbinamento ad altre patologie, in caso di gravidanza avrebbe comportato proprio questo, non solo un rischio enorme per il bambino, ma anche una probabilità elevata di mio marito di ritrovarsi senza moglie.

Quindi mettersi in panchina e affidare la palla a Dio è stato proprio questo: un passaggio essenziale e cruciale per fare canestro nella nostra vita. Perché si vive per Cristo con Cristo e in Cristo. Sia come singoli che come coppia di sposi. Passare la palla Dio vuol dire non solo affidarsi a Lui ma anche alle persone che ci sono accanto, quegli amici e fratelli fidati che Dio ci dona per rendere più allegra e gioiosa anche la sofferenza. Quante volte ho dovuto chiedere ai ragazzi di venire qui a casa che ero sola e non mi sentivo bene. Mi sono sentita come Lazzaro, quasi morta per tre giorni.

Quante volte ho chiesto loro di accompagnarmi a fare le analisi? Ed è stato proprio in quei momenti che in me c’è stato il passaggio naturale dall’idea fertilità a quella di fecondità. Perché mi sono, ci siamo resi conto, che un legame unico e importante può nascere anche se i bambini e i ragazzi non li abbiamo partoriti noi. Quindi, care coppie, quello che ci sentiamo di consigliarvi è di non chiudervi mai troppo specie nei momenti di dolore, ma di trovare sempre la vostra sentinella del mattino che vi indica la strada per vivere il vostro matrimonio e la vostra vita con Dio in allegria, anche nel tratto di strada dove c’è la malattia. Dio è già con voi da quando vi ha scelti per andare all’altare, solo che spesso gli piace giocare a nascondino. Non lo dimenticate mai. Lui c’è sempre.

E cosa importante, quando ne sentite la necessità e non ve la sentite di recarvi in chiesa, alzate il telefono e fatevi mandare un sacerdote e se lui stesso non può un ministro straordinario dell’Eucarestia. Quel nutrimento non può mancare. A presto.

Simona e Andrea. Vi aspettiamo sempre se volete sul nostro canale Telegram e sulla nostra pagina Facebook Abramo e Sara.

Amarsi come il primo giorno?

Ci sono tante persone che, per enfatizzare quanto si vogliano ancora bene dopo tanti anni passati insieme, affermano: ci amiamo come il primo giorno!

Io ho sempre trovato questo modo di descrivere la pienezza di una relazione come stonato. Il primo giorno io amavo Luisa molto meno di come la amo oggi. E’ normale che sia così. Il nostro padre spirituale ci diceva sempre che l’amore non è qualcosa di statico. Non è qualcosa che dobbiamo cercare di cristallizzare e custodire così com’è, come in una teca. Il nostro amore è quanto di più vivo (o morto, se non curato) ci possa essere. Muta continuamente. Come un albero. Da un giorno all’altro sembra lo stesso, ma se lo si osserva per periodi lunghi si notano delle differenze enormi.

E’ normale che sia così perchè l’amore non ha vita propriala relazione non ha vita propria, ma si nutre attraverso i due sposi. Attraverso i gesti, la vita, le attenzioni, il tempo, la cura, il perdono, gli scontri, i litigi, dei due sposi.

L’amore si nutre della vita dei due sposi. Esattamente come i bambini che crescono nel grembo di una mamma. D’altronde l’amore non è forse una forza generativa? Non è forse vita?

Così accade che in una vita insieme, due persone che, nonostante i loro limiti, si impegnano giorno dopo giorno a farsi prossimi all’altro/a e dono l’una per l’altro, diventano sempre più capaci di amarsi. Diventano sempre più comunione, sempre più un cuore solo. Il loro cuore diventa sempre più grande e capace.

Non solo accade questo. Accade anche che i loro cuori si riempiono di tutto l’amore che sono stati capaci di donarsi nella loro relazione. Come un forziere che si riempie del bene donato. Non so voi, io ricordo tantissimi episodi e gesti in cui Luisa mi ha fatto sentire profondamente amato, e queste sono perle che restano per la vita e che arricchiscono il nostro matrimonio e mi permettono di guardarla con uno sguardo pieno di questo bene ricevuto. Come uno di quei filtri della fotocamera del mio smartphone che mi permettono di rendere più bella la persona che riprendo.

In sintesi giorno dopo giorno diventiamo sempre più capaci di amarci. Per questo il massimo della mia capacità di amare Luisa nel 2002, quando ci siamo sposati, era molto meno di ciò che posso fare oggi.

Per questo mi sentirei di fare un augurio diverso alle persone che si vogliono bene. Non direi loro amatevi come il primo giorno ma direi amatevi come se fosse il vostro ultimo giorno insieme, dando tutto, non risparmiando nulla. Sono sicuro che chi ama in questo modo è capace di un amore molto più profondo e grande.

Un’ultima considerazione. Anche il rapporto intimo diventa sempre più bello e sempre più profondo con il tempo. Già, perchè ciò che rinnova davvero quel gesto non è cambiare il modo o il partner, ma è l’amore degli sposi che giorno dopo giorno è sempre più profondo, più grande e più maturo. Come il vino delle nozze di Cana. Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono (Gv 2, 10)

Antonio e Luisa

Appuntamento “romantico” nel deserto!

Dal libro del profeta Osèa (Os 2,16b.17b.21-22) Così dice il Signore : «Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».

Di solito la proposta di matrimonio viene fatta in un luogo speciale, creando un’atmosfera unica, sfoderando tutte le armi romantiche di cui siamo attrezzati, mai si è sentito di un fidanzato che abbia fatto “La proposta” nel bel mezzo del deserto. Eppure il Signore sembra preferire questa “location” per dichiararsi alla sua amata.

Ma chi è questa amata ?

Se con pazienza si legge il resto dei capitoli del libro di Osea non si fatica a capire che il Signore parla della casa di Israele (un altro modo per chiamare il popolo eletto) la quale però si era prostituita agli dèi stranieri, ossia aveva commesso il gravissimo peccato di idolatrìa, peccato che attirerà molti guai al popolo eletto.

La Tradizione ci insegna che la nuova casa d’Israele che il Signore vuole fare Sua sposa è sicuramente la Chiesa (Cattolica), ma poi è anche la nostra anima, l’anima di ciascuno di noi.

Se siamo sinceri con noi stessi possiamo riconoscere che la storia del popolo eletto è anche la storia di ognuno di noi… siamo stati salvati col Battesimo dal nostro Egitto che ci schiavizzava; il Signore ci ha protetto dalla calura del sole del deserto e dal freddo della notte con la Sua Grazia di ogni giorno; ci ha nutrito con la nuova manna, il Pane del Cielo, l’Eucarestia; ha aperto le acque del Mar Rosso con la Sua Morte e Risurrezione per introdurci nella Terra Promessa… eppure noi ci ostiniamo a prostituirci agli idoli costruiti dalle mani dell’uomo. Sembrano parole forti inventate da noi? Ecco cosa scrive Osèa pochi versetti prima:

Quando il Signore cominciò a parlare a Osèa, gli disse : «[…]poiché il paese non fa che prostituirsi
allontanandosi dal Signore».

Ma il Signore non si dà per vinto, vuole riconquistare il primo posto nel cuore dell’amata, vuole creare quell’atmosfera che farà finalmente breccia nel cuore dell’amata, la nostra anima.

Che meraviglia avere un Dio che è innamorato della nostra anima e che ci dà un appuntamento “romantico” per farci la proposta di un matrimonio eterno! Non è da tutti!

Cari sposi, il nostro sacramento è un aiuto per la santificazione dell’anima del nostro coniuge perché è una sorta di anticipo delle vere nozze eterne, è come un antipasto del matrimonio eterno che la nostra anima vivrà con Dio in Paradiso.

Qualcuno ci chiede spesso che senso abbia impegnarsi così tanto per vivere il matrimonio quando in fin dei conti “basta volersi bene e rispettarsi” … ma se il nostro matrimonio è solo una bozza del vero matrimonio eterno che sarà con il vero Sposo, va da sé che non basta più “volersi bene e rispettarsi” perché quello lo fanno anche i non battezzati, noi sposi col Sacramento abbiamo una missione divina: far diventare la nostra relazione quel bozzetto (un po’ scarabocchiato magari) di Paradiso.

Il Signore ci ha abilitati ad amare come Lui, con la Sua forza, con il Suo stile, con le Sue caratteristiche, con la Sua pazienza, con il Suo perdono… quindi anche noi dobbiamo far di tutto per attirare a noi il nostro coniuge che si è allontanato, dobbiamo condurlo/la nel deserto e parlare al suo cuore, perché lontano da noi non può trovare neanche uno schizzo a matita del vero matrimonio eterno.

Dobbiamo impegnarci per un appuntamento “romantico” perché l’altro gusti l’amore di Dio dentro la nostra relazione. Coraggio sposi, è un compito arduo, ma il Signore quando investe un Suo soldato di una missione lo carica di armature ed armi per combattere e sconfiggere tutti i nemici.

Giorgio e Valentina.

Non si inginocchia in chiesa ma sulla mia malattia

Luisa ed io siamo appena rientrati da una settimana di ritiro in montagna. Non avevo nulla di pronto per oggi. Mi è però arrivata una testimonianza inaspettata, un vero dono per me e credo anche per tutti voi. Abbiamo scritto mille volte come il sacramento del matrimonio sia qualcosa di molto bello, ma che può diventare anche molto esigente. Il matrimonio è per sempre, vale in salute ma anche nella malattia. Esigente perchè l’amore vero è tale solo quando è disinteressato, gratuito ed incondizionato. L’amore non è sentimento, emozione e passione. Si, tutti questi ingredienti sono importanti ed è bello che ci siano ed è necessario fare di tutto per nutrire e custodire il nostro reciproco innamoramento e alimentare il nostro desiderio. L’amore matrimoniale però non è questo. Amare è un verbo, è la scelta di mettere l’altro al centro sempre, quando mi fa stare bene e quando è difficile farlo. Amare quella persona perchè è lei e non per quello che fa e per come mi fa stare. Così è l’amore di Gesù per ognuno di noi ed è ciò che siamo chiamati a replicare nella nostra relazione. Perchè tutta questa premessa? Perchè Paola, a causa di una brutta depressione, non sentiva più Gesù e la Sua presenza. Lo ha però ritrovato. Lo ha trovato nell’amore gratuito del marito. Questo è grande! Vi lascio con le parole di Paola.

Cari Antonio e Luisa, vi riporto la mia esperienza non proprio “rose e fiori” circa il mio Matrimonio, fortemente minacciato da una malattia subdola e feroce: la depressione. Una mattina di tre anni fa, mi sono svegliata con un macigno addosso, che mi impediva di alzarmi dal letto e di svolgere le consuete attività. Mi sentivo sprofondare in un abisso. Fino ad oggi non sono guarita, pur avendo consultato diversi professori. Che c’entra il Matrimonio? Ve lo dico subito: la depressione ti toglie tutti i sentimenti, non provi più niente, non sai dov’è Dio e non capisci perché ti senti così abbandonato, sofferente, devastato dalla depressione. È questo il momento di sforzarsi e guardare oltre il proprio dolore.  Io non ho un marito “fervente”, di quelli che pregano insieme a te, che ti abbracciano facilmente ecc. Tuttavia lui c’è, è rimasto lì, dove un altro forse sarebbe fuggito, è rimasto lì a stirare, a preparare il pranzo o la cena, ad assicurarsi che tutto restasse dignitoso malgrado la mia “assenza” senza mai un lamento. In questo io ho visto la presenza di Dio nel Matrimonio. Mio marito non si inginocchia facilmente in Chiesa, però partecipa alla Messa, il suo inginocchiarsi vuol dire “esserci” per me. Anche questo è Matrimonio cristiano.

Antonio e Luisa

Non ci siamo sposati per noi stessi

Le lampade sono accese. Aspettiamo lo Sposo”. Questo l’ultimo SMS di Enrico e Chiara Petrillo, prima che lei entrasse in agonia, 10 anni or sono. Una coppia che ha capito molto bene il senso del loro amore e Chi fosse il vero Sposo. Proprio di questo vorrei parlarvi approfittando della Liturgia odierna.

Il Vangelo appena letto non è, a prima vista, molto piacevole: pare che Gesù voglia proprio dipingerci tutti come servi e non piace a nessuno essere ascritto alla servitù, dover essere sempre sull’attenti, sgobbare dalla mattina alla sera, magari ripresi e trattati male in modo arbitrario. Questa era la misera sorte dei servi ai tempi di Gesù ma qui nel Vangelo appaiono tratti alquanto particolari.

Chi è in definitiva il servo per Gesù? Non è tanto quello che si sfianca “a gratis” bensì colui che non si possiede, colui che vive in una relazione vitale con un Altro, la persona che sa, in fin dei conti, che la sua non dipende da sé stesso. Se questa è l’essenza del servo, beh, allora lo siamo proprio tutti, dal Papa a scendere.

A tale riguardo, non è un caso che la parola “famiglia” venga dal latino “famulus”, ossia l’insieme dei servi che vivono sotto uno stesso tetto. E se al posto di “servire” usassimo il suo sinonimo di “appartenere”? In fondo il servo lo è sempre in relazione a un signore, a un padrone, quindi gli appartiene. Ma nel Vangelo il padrone di cui parla Gesù non è uno qualsiasi, è lo Sposo e sappiamo bene che è Gesù stesso a fregiarsi di questo titolo.

Ecco allora che voi sposi siete servi, cioè appartenenti in maniera più stretta allo Sposo ed è per questo che vi siete sposati in Cristo: per non vivere più per voi stessi ma per Colui che è morto e risorto per voi (cfr. 2 Cor 5,15) quindi per accogliere anzitutto Gesù Sposo nel vostro amore, farLo abitare tra voi, renderLo partecipe del vostro amore. Solo così poi tutto il resto ha veramente senso, altrimenti cadreste, prima o poi, in quella noiosissima autoreferenzialità che troppo spesso le coppie cristiane mostrano, giunte sul far dei 30 / 40 anni.

Cari sposi, vi auguro di cercare sempre assieme quel Volto stupendo dello Sposo, come fecero Chiara ed Enrico. Egli, infatti, è l’unico capace di custodire in eterno il tesoro del vostro amore.

ANTONIO E LUISA

Le parole di padre Luca aprono diverse piste di riflessione. Cosa significa sposarci sacramentalmente? Sicuramente che la nostra relazione è abitata dalla Grazia, che siamo cioè sostenuti da Dio, ma non solo. Con il sacramento del matrimonio la nostra relazione non è più solo nostra ma appartiene a Dio. Il nostro amore lo doniamo a Lui perchè ne faccia cosa sua. Ciò significa che tutte le volte che vengo meno alla mia promessa verso Luisa non sto mancando solo a lei ma anche a Dio. In un certo senso, ogni volta che sottraggo amore a Luisa sto compiendo un sacrilegio. Ogni volta che invece mi offro a lei, sto compiendo non solo la cosa giusta con mia moglie, ma un vero sacrificio a Dio. Questo è il matrimonio.

La Trasfigurazione degli sposi

Cari sposi,

oggi è la festa della Trasfigurazione di Gesù, una ricorrenza liturgica che forse non vi è particolarmente familiare cadendo così vicino a Ferragosto, in pieno tempo di ferie.

È un evento cruciale per la vita di Gesù e degli apostoli. Perché è così? Stava andando a gonfie vele, tra miracoli e folle osannanti. Gesù, con la fama alle stelle, ecco che un bel giorno ti viene fuori con uno strano discorso sulla sua ormai prossima morte in croce… I poveri apostoli, basiti fino all’osso, se la facevano sotto al solo pensiero di chiederGli spiegazioni. Gesù lo sa benissimo e allora prende l’iniziativa portandoseli in cima a un monte, il Tabor. Lì in cui interviene per la seconda volta la Trinità (la voce del Padre, la nube dello Spirito) e la scena è accreditata e avvalorata da Elia e Mosè come testimoni dell’Antico Testamento. Quindi si tratta proprio di un momento solenne, di una sacralità unica mai vista in precedenza.

E tutto questo per cosa? A che pro? Gesù voleva far vedere ai suoi apostoli, far toccare loro con mano, portarli a un’esperienza indubitabile che dopo la morte sarebbe venuta la risurrezione. Questo è il nocciolo della Trasfigurazione: far pregustare ai discepoli, e a tutti noi inclusi, il dopo, la vita vera, quella eterna. Ma allora che c’entra la Trasfigurazione con gli sposi? Non eravamo rimasti d’accordo che “finché morte non ci separi”? In effetti la proporzione non è del tutto esatta se accostiamo la Trasfigurazione di Cristo e quella, in teoria, degli sposi.

Come mai mi sono inventato un titolo del genere? Non è in verità farina del mio sacco perché questa espressione è usata dal Rito del matrimonio nella Quarta formula della benedizione nuziale che si esprime così:

“Ora, Padre, guarda N. e N.,
che si affidano a te:
trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro
e rendila segno della tua carità.
Scenda la tua benedizione su questi sposi,
perché, segnati col fuoco dello Spirito,
diventino Vangelo vivo tra gli uomini” (Rito del matrimonio, 88).

Di conseguenza è vero, esiste una vera e propria trasfigurazione di voi sposi: ma in cosa consiste? Qual è il suo contenuto? Il testo del rituale è assai ricco di significato e vorrei enucleare per voi questi due grandi insegnamenti:

1) la trasfigurazione nuziale, ordinariamente, è un cammino di tutta l’esistenza. Inizia con il dono del sacramento e perdura vita natural durante. Ci possono essere momenti speciali (una grazia durante un ritiro, un fatto drammatico che vi fa maturare, una direzione spirituale che vi fa capire a fondo un aspetto di voi…) ma si colloca normalmente nell’ordinario di voi sposi. È confortante questo, Gesù ha pazienza con voi, vi accompagna, vi prende per mano a patto che siate sul sentiero con il bastone in mano e gli scarponi ai piedi. Fondamentale è la docilità allo Spirito Santo, vero artefice di questa vostra elevazione spirituale, mentale, caratteriale e comportamentale.

2) Poi, il contenuto della trasfigurazione per voi sposi non è tanto nell’aldilà ma deve avvenire qui ed ora. Consiste nel rendere manifesto, nel vostro amore, che Gesù sta amando la Sua Chiesa. A questo si riferisce con l’essere “segno della tua carità”. Quanto amore di Cristo dicono ed esprimono i nostri sguardi, le nostre parole, la nostra intimità, i nostri perdoni, i gesti di servizio disinteressato? È Lui che vuole emergere tra voi, è Lui che scalpita perché Lo rendiate presente!

Non importa che siate sotto i riflettori dell’Isola dei Famosi perché questo avvenga. Gesù vede nel segreto e vi ricompenserà per ogni volta che cercate e vi sforzate di vivere così. Anche quando non ne avete voglia o le cose non vengano fatte spontaneamente.

E allora, cari sposi, possiate anche voi dire con San Pietro: “è bello per noi essere qui”, cioè, è bello Signore sapere che ci abiti, che vivi con noi le nostre giornate belle o brutte esse siano. Vogliamo come sposi anche noi essere un riflesso di quella tua luce di amore e donazione incondizionata.

padre Luca Frontali

Va dove ti porta il cuore? Anche no!

Va dove ti porta il cuore? Anche no, grazie. Perchè scrivo questo? Provo a spiegarlo raccontandovi un aneddoto. accaduto giusto due giorni fa. Nulla di particolare, cose che succedono frequentemente in una relazione matrimoniale. Ho avuto modo però di rifletterci sopra. Ho potuto constatare due miei atteggiamenti, uno negativo e uno credo invece positivo.

Luisa ed io stiamo frequentando una settimana di approfondimento circa il matrimonio e la spiritualità di coppia. Cari sposi cercate di ritagliarvi sempre una settimana o almeno qualche giorno all’anno per salire sul vostro Tabor e per fermarvi a contemplare il vostro amore trasfigurato da Cristo (il sacramento del matrimonio è questo). Ecco, siamo qui a fare questo ritiro, stiamo ascoltando tante belle riflessioni, abbiamo momenti per noi, per parlarci profondamente l’uno all’altra, e momenti per condividere emozioni e pensieri. Eppure anche qui, seppur presi da tanta bellezza, le nostre miserie sono venute fuori. Luisa, a causa della sua eterna insicurezza, mi ha rovinato i piani e non siamo riusciti a fare qualcosa a cui io tenevo.

Mi sono trovato in un vero combattimento interiore. Si tratta di una piccola cosa certamente, ma è rappresentativa di quello che cerco di raccontarvi. Avevo la ragione che mi diceva che non era nulla, che Luisa non aveva causato di proposito quella “mancanza”, che lei è così a volte si perde in un bicchier d’acqua. Dall’altra c’era la mia parte emotiva, il mio cuore, che mi spingeva a mostrarle tutto il mio risentimento e a “fargliela pagare” in qualche modo. Ebbene sì, dopo vent’anni di matrimonio sono messo ancora così male. Me la prendo facilmente. E qui siamo alla parte negativa del mio atteggiamento, alla mia debolezza e per certi versi alla mia miseria.

Dove sta quindi il positivo? Che il matrimonio ti cambia. Che dopo vent’anni di matrimonio mi conosco e Luisa mi conosce anche lei. Ho reagito molto diversamente da come avrei fatto tempo fa, all’inizio del nostro matrimonio. Molto tranquillamente le ho chiesto di darmi tempo, che c’ero rimasto male. Con tanta sincerità da parte mia e tanta accoglienza da parte sua. Lei ha capito. Mi serviva il tempo necessario affinchè io potessi fare la cosa giusta. La cosa giusta non è seguire il cuore in questo caso. Il cuore, il mondo delle emozioni, ti porta a volte fuori strada, ti porta verso il risentimento e verso l’allontanamento. Ti porta verso un’orgogliosa chiusura. Bisogna seguire la ragione, bisogna farsi furbi e lasciare il tempo alla ragione di vincere il cuore. Mi sono messo lì una mezzoretta al sole, da solo, e poi sono tornato quello di prima. Sono tornato da Luisa e l’ho stretta a me. Senza più ombre nel cuore.

Questi vent’anni mi hanno insegnato a non rispondere subito, a non lasciare che le emozioni negative possano rovinare l’armonia tra me e la mia sposa. Alla fine basta poco, basta lasciare spazio alla ragione. Solo così sapremo ricondurre il cuore all’armonia e alla comunione senza nel frattempo fare troppi danni.

Volevo condividere questi pensieri perchè so quanto reazioni troppo istintive possano fare male. Quanto male può anche fare il nostro orgoglio che dà troppo spazio alla nostra parte emotiva. Lasciamo perdere i musi lunghi, i silenzi e le piccole vendette, fanno solo del male. Dividono e spesso lasciano il segno. Impegniamoci piuttosto con la ragione, di cui Dio ci ha dotato, a riportare l’armonia tra noi il prima possibile. Ragione 1 cuore 0, palla al centro!

Antonio e Luisa

Se passi la palla a Dio puoi fare canestro con la tua vita.

Quest’anno per la Perdonanza Assisiana abbiamo fatto qualcosa di alternativo, non ci siamo recati ad Assisi ma abbiamo optato per un cammino per la via Francigena made in Roma. La Perdonanza racchiude in sé almeno per quanto ci riguarda le gioie e i dolori di un intero anno e ho sentito l’esigenza di camminare con lo zaino in spalla qui a due passi da casa nostra, iniziando proprio con una messa nella Parrocchia di San Tarcisio (che tra l’altro è francescana).

Lo scorso anno, di questi giorni, durante una cena con il nostro padre spirituale, nacque il progetto Abramo e Sara e, mentre camminavamo, è stato bello ricordare e perdonarsi i nodi interiori accumulati. È stato piacevole ripensare a come io e Andrea ci siamo perdonati le nostre vicendevoli mancanze. Sì, la Perdonanza per noi rappresenta questo, rappresenta il riconoscere i nostri limiti e farne tesoro. Io ad esempio ho sempre combattuto il nodo del tempo, quel tempo che mi è mancato per avere un figlio biologico. La parrocchia di origine di Andrea ha collocata all’entrata una lapide con scritto “Facemo bene adesso ch’avemo tempo“, e quella stessa frase è stampata sulle magliette della squadra di calcetto. Lavando le magliette io mi sono sempre chiesta che cosa avesse capito Andrea, perché spesso le nostre discussioni sono legate al tempo. Spesso e volentieri sorridendo gli dico che secondo me l’adesso di quella frase è stata da lui interpretato in malo modo, altrimenti non si spiegherebbe il perché della sua poca organizzazione. C’è da dire che io, invece, sono amante delle organizzazione. Possono accadere imprevisti, ma la progettualità alla base ci deve sempre essere.

Io sono quella che a capodanno già prenota per ferragosto, per farvi capire come sono fatta. Indubbiamente in questo ho preso moltissimo da mio padre. Ecco perché, nel momento stesso in cui ho comunicato ad Andrea che ahimè erano sorte difficoltà per una gravidanza, ho trovato un sentiero aggrovigliato nel suo cuore e nelle sue orecchie. Una donna è ben consapevole che esiste un tempo biologico, che più rimandi e più rischi, invece Andrea si è beccato una secchiata di ghiaccio in testa perché finalmente aveva compreso l’importanza della parola adesso. Ricordo che in quei momenti è stato fondamentale avere accanto una delle colonne della mia vita, la mia migliore amica, colei che mi tiene la mano dai tempi dell’asilo, nonché la mia testimone di nozze. Fortunatamente è oltretutto medico. E’ lei che si è presa il compito di parlare con Andrea per spiegargli la patologia che mi avevano diagnosticato.

Questi ultimi anni sono stati i più importanti per il nostro matrimonio, ma anche prima di tutto per noi stessi. Si dice spesso che gli uomini non soffrano o dimostrino poco i loro sentimenti, ecco Andrea è molto San Giuseppe. Non a caso io adoro San Giuseppe. San Giuseppe viveva la sua vita, il suo lavoro, amava Maria e poi ad un certo punto si è visto stravolgere i piani. Chi meglio di San Giuseppe riesce a capire una coppia di sposi che si è ritrovata con un piano stravolto? Quindi care donne state tranquille, magari non lo esternano, ma anche i mariti soffrono, nel caso nostro è stato importante il nostro padre spirituale, una figura su cui Andrea sapeva di poter contare. Anche per una semplice birretta e pizza insieme o un semplice passaggio in auto, o anche semplicemente stare accanto in silenzio perché un semplice sguardo e una pacca sulla spalla vogliono dire molto. Sono gesti importanti che forse la Pandemia ha reso ancora più preziosi. La presenza.

È stato grazie alla sua amicizia fraterna che Andrea ha potuto vedere nella realtà come si passa dall’essere fertili a fecondi. Chi è quel marito che non sognava di portare un figlio allo stadio? O al bowling, a costruire castelli di sabbia, a pagaiare in canoa, a silenziare la chat WhatsApp della classe, ma San Giuseppe ci ricorda che, nel silenzio del nostro cuore, tale amore rimane sempre ed è sempre vivo. Nel silenzio di un cammino si scopre e si ritrova proprio questo. Si scopre che amiamo nostro marito e che anche se abbiamo finito la scorta di acqua da bere, sentiamo che non ci sta mancando nulla. Abbiamo l’amato accanto, abbiamo il nostro tabernacolo portatile e personale (il nostro matrimonio), colui che abbiamo curato e accudito nei giorni di Pandemia in cui le chiese erano chiuse. Il progetto Abramo e Sara è nato anche per questo: per ricordare alle coppie di sposi che spesso basta anche una semplice camminata per concedersi del tempo per ritrovarsi. Come dice don Fabio Rosini “sto esistendo“. Già dentro quel “sto esistendo” c’è il tempo di Dio. Quel tempo che ha disegnato con i granelli di sabbia della sua clessidra solo per noi.

Ad ognuno di noi concede il tempo per amare, lavorare, riposare, e ognuno di noi vive nel suo tempo perfetto, non esiste il portale del multiverso e Dio non è Doctor Strange che ti fornisce l’ occasione di poter recuperare quello che secondo te hai perso del tuo tempo. No, il tuo tempo è qui, è ora, è nell’adesso che ti è stato messo davanti a te. Non è nei se, nei ma, nei vediamo, nei non so o nei forse. Il tuo tempo da vivere è nel tuo presente e nel nostro presente c’è un sentiero che porta alla serenità di una riconciliazione con Dio, perché l’impresa più grande è perdonare sè stessi, ma ancora più bello è poter dire: nonostante tutto siamo ancora insieme.

Ricordatevi che siete sempre una squadra, voi due e Dio e le persone che vi mette accanto, passate a Dio la palla dei vostri risentimenti, nervosismi,dolori prima fra tutte la malattia. Lui può plasmare la palla e fare un magnifico canestro con la vostra vita. A presto!

Simona e Andrea se volete vi aspettiamo nel nostro canale Telegram e alla pagina Facebook Abramo e Sara.

Famiglia grande

Da tre giorni si è appena conclusa la settimana di vacanza in Val di Fassa, in cui, insieme ad altri cinque papà separati (fedeli) e rispettivi figli abbiamo fatto animazione a 42 bambini (in età compresa tra 1 e 13 anni), la mattina, mentre i genitori (giovani coppie con meno di 10 anni di matrimonio) si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti e l’equipe di Mistero Grande. Per il pranzo i genitori venivano a riprendere i figli e dopo il pranzo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività.

Anche quest’anno non siamo passati inosservati: non si vedono spesso papà e figli che fanno animazione, tra un cambio di pannolino e un gioco, tra la baby dance e la merenda di metà mattinata. Ci sono stati momenti più faticosi, specialmente con i bambini più piccoli che cercavano i genitori, ma è stato davvero gratificante ricevere poi i loro sorrisi, avere un abbraccio inaspettato o vedere le loro manine che si aprivano per farti capire di prenderli in braccio. E’ stato più quello che abbiamo dato o quello che abbiamo ricevuto? Sicuramente la seconda scelta! Credo che quello che siamo riusciti a trasmettere noi papà non è stata tanto la capacità di accudire o intrattenere dei bambini, ma la qualità di amore che, seppure con tanti limiti, cerchiamo di diffondere a tutte le persone che incontriamo. Con la separazione, la mia famiglia è “umanamente” fallita (con Dio non può fallire, a meno che non ci separiamo anche da Lui), ma nel matrimonio siamo chiamati a costruire la Famiglia Grande, quella dei figli di Dio: io questa cosa non la sapevo proprio, pensavo alla mia famiglia, i miei figli, la mia casa……grave errore!

Qual è la differenza tra i bambini che abbiamo incontrato in questi giorni e i nostri figli? Qual è il confine? Non saprei proprio dirlo: quando si ama, l’amore si moltiplica, non c’è bisogno di dosarlo. Stessa cosa per gli altri papà che erano con me, sono molto più che amici, sono fratelli, come quello che ho di sangue: un problema diventa un problema di tutti, una gioia si condivide con gli altri, una discussione si affronta in maniera costruttiva. Ma che bello scoprire che la mia famiglia era solo un terreno fertile dove fare esperienza ed esercitarsi per poi uscire a fare famiglia con tutti gli altri! Che gioia nel costruire legami positivi e relazioni, anche solo un sorriso con tutte le persone che incontriamo ogni giorno! Un’ ultima cosa voglio dirla riguardo ai nostri figli che hanno fatto animazione insieme a noi adulti (erano 7, in età compresa tra i 12 e i 16 anni): nonostante le ferite dovute alla separazione e noi papà un po’ “pazzi”, si sono impegnati, con responsabilità e attenzione verso i bambini. Come noi grandi, sono stati in grado di creare veri legami di amicizia fra di loro e con gli altri, con atti di generosità spontanei, come quando, con nostra grande meraviglia, un giorno hanno raccolto e portato dentro tutti i numerosi giochi nel giardino sparpagliati dal vento, senza che nessuno lo avesse chiesto. Davvero Dio scrive dritto sulle nostre righe storte!

Ettore Leandri (www.fraternitasposipersempre.it/)

Il referto radiologico con i saldi di agosto!

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 30,1-2.12-15.18-22) Parola rivolta a Geremia da parte del Signore : «Così dice il Signore, Dio d’Israele: Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto. Così dice il Signore : La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia ; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te. […] Ti ho trattato così per la tua grande iniquità, perché sono cresciuti i tuoi peccati. Così dice il Signore : Ecco, cambierò la sorte delle tende di Giacobbe e avrò compassione delle sue dimore. Sulle sue rovine sarà ricostruita la città e il palazzo sorgerà al suo giusto posto. Vi risuoneranno inni di lode, voci di gente in festa. […] Oracolo del Signore. Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio».

Il profeta Geremìa sembra avere due personalità: una inflessibile e perentoria, l’altra paziente e maternamente misericordiosa. Ovviamente non lo abbiamo conosciuto personalmente e non possiamo dire che avesse un disturbo bipolare… ci siamo permessi di scherzare un poco per aiutarci ad entrare meglio nell’argomento che oggi la Chiesa ci propone in questo brano.

Innanzitutto è bello sapere che Dio non vuole che il suo popolo abbia vuoti di memoria, a tal fine suggerisce di scrivere un libro “Scriviti in un libro tutte le cose che ti ho detto” , ma perché? Egli ci conosce meglio di noi stessi e sa che per restare nella Sua Grazia abbiamo bisogno continuamente di fare memoria, o meglio, di ricordare, cioè di riportare al cuore tutte le meraviglie che Lui ha compiuto per noi… a volte però non è una brutta idea scriversi anche gli ammonimenti, ed è così che Geremia mette per iscritto quanto il Signore gli suggerisce.

La tua ferita è incurabile, la tua piaga è molto grave. Nessuno ti fa giustizia; per un’ulcera vi sono rimedi, ma non c’è guarigione per te.” Pensiamo sempre troppo poco alla nostra situazione esistenziale, cioè che siamo delle creature che hanno ereditato il peccato originale. E’ questa la ferita di cui parla Geremìa, è questa la ferita incurabile dalla scienza umana, infatti ribadisce che per problemi medici i rimedi esistono, ma per il nostro male non v’è guarigione, non esiste nessuna medicina umana che ponga rimedio al peccato, non c’è elisir che tenga, nessun preparato farmacologico ha questo potere, né intrugli né pozioni, nemmeno l’amore del nostro coniuge, pertanto profondo che esso sia. L’unica medicina per il peccato è il Signore con la Sua Grazia. Geremìa ci ricorda la nostra situazione esistenziale, sembra quasi che legga il referto di una radiografia spirituale, ci svela la nostra caducità, ci mette di fronte al nostro limite.

Quando si legge il referto di una nostra radiografia non si può scappare dalla verità, esso è impietoso nel descrivere ciò che le immagini documentano, ma il fine del referto non è circoscritto alla descrizione, altrimenti sarebbe inutile ed anche deprimente, mentre invece il fine del referto è aiutare il medico a trovare la giusta cura per la situazione che il referto descrive analizzando le immagini diagnostiche.

Similmente il Signore fa una radiografia dell’uomo, dà il compito a Geremìa di redigere il referto cosicché il paziente, cioè noi, possiamo conoscere la verità di noi stessi; non è finita qui, perché il passo successivo è quello di andare dal medico, il quale in base alla diagnosi del referto troverà la cura giusta. E sappiamo già che il Signore con la Sua Grazia è sia il medico che l’unica cura giusta per il nostro male: il peccato.

Ecco, cambierò la sorte […] avrò compassione […]” Come un bravo medico, il Signore non si sofferma tanto sulle cause che ci hanno portato a contrarre la malattia, quanto invece si prodiga subito nel donarci la speranza della guarigione con quel “cambierò la sorte“. Sì, è vero, noi ci siamo tirati da soli la “zappa sui piedi” con le nostre scellerate decisioni di disobbedire alle Sue leggi, ma il Signore ci rincuora subito con quel “avrò compassione“.

Cari sposi, forse molti tra noi si sono tirati la “zappa sui piedi”, ma questo è il momento favorevole, questo è il momento in cui approfittare degli sconti di fine stagione… la Chiesa è in saldo, super-promozione di Agosto: c’è l’indulgenza plenaria detta del “perdon d’Assisi“, (per info seguire il link) ottenuta nel 1216 da San Francesco durante una visione che ebbe di Gesù e Maria. E’ questo un momento di Grazia speciale, E’ TUTTO GRATIS, non si paga nulla, è già stato pagato tutto da Gesù sulla Croce. Approfittiamone.

Qual è lo stato di sana e robusta costituzione che il Medico divino ci regala?

Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” . E’ questa la salute che ci augura il Signore. La salute dell’anima!

Coraggio sposi, ultimi giorni di saldi : FUORI TUTTO (il peccato)!

Giorgio e Valentina.

Cos’è l’amore?

Cos’è l’amore?

In tanti lo cercano, forse tutti lo vorrebbero trovare. Si può amare una ragazza, si può amare sè stessi, si può amare il creato, si può amare il prossimo, si può amare il Signore e le persone da Lui affidateci. Ma cos’è l’amore? Quale definizione gli diamo?

In tante cercano il ragazzo, in tanti cercano la ragazza. Cercano quell’amore che quindi è una persona da amare. Ma cos’è l’amore? O con che criteri scelgo la persona da amare e che mi dovrà, dovrebbe poi amare? Cosa cerchi? cosa guardi nell’altro, nell’amato?

Guardo mia moglie da circa una settimana, nel buio notturno della camera da letto, che con la lucina del cellulare un po’ oscurata o usando solo quella del display: è sveglia, allatta il piccolo Tommy, ogni due ore. (Alle 24, alle 2, alle 4, alle 6..). I primi giorni i bimbi richiedono un’allattamento frequente, poi si può passare ad avere dei ritmi più allargati o a chiamata.

Guardo mia moglie che in quella penombra alle 3 o alle 4 di notte, lo coccola, gli massaggi il pancino, si alza per cambiargli l’ennesimo pannolino, per lavarlo. La guardo la mattina, che con la stessa forza, tenacia, bellezza si dedica a lui, si dedica all’altro “tornado di casa” che si sveglia e vive con un unico pensiero fisso: “giochiamo?”. La guardo che fra i bimbi cerca di salvare qualcosa di sè, del suo essere donna, del suo essere sposa, moglie. Cos’è l’amore?

Hai mai puntato la sveglia alle 24, alle 2, alle 4, alle 6? Ti sei mai svegliato, messo seduto, alzato, andato in bagno, e poi tornato a dormire, fino alla sveglia dopo, così per giorni? Senza sapere quando cambieranno i ritmi. Quando passeranno le colichette. Per chi? Sopratutto. Per chi? Per un bambino che di professione dorme e impara a far la cacca tutto il giorno e piange. Per un bambino che non ti può dare nulla in cambio se non i pannolini usati. Per un bambino che fino a ieri non avevi mai visto, con cui non hai mai parlato. Cos’è l’amore?

In quella luce bassa della notte, nella penombra della stanza vedo l’amore. L’amore di una madre per un figlio, l’amore che si fa carne. L’amore che è dono di vita, per l’altro, che mi toglie non quel piacere come il calcetto, o la palestra, o pilates, o quale altro hobby possiate avere, ma mi chiede addirittura di rinunciare ad un bisogno primario: il sonno. L’amore verso chi ha bisogno davvero di tutto, che non mi ridona nulla in cambio, che non sa dire Grazie. L’amore verso chi non conosco, che cerco ogni giorno amandolo di conoscerlo. Stupendo!

Cos’è l’amore?

Se questo è l’amore, allora tu che ne sei in ricerca che cosa guardi nell’altro? Ricordiamo quando eravamo adolescenti e si guardava nell’altro l’aspetto fisico, o gli occhi, c’è chi guarda le mani. Le ragazze cercano l’uomo colto, intelligente. I ragazzi che hanno meno sale guardano il fondoschiena e le gambe.. (forse pure le ragazze..).

C’è chi guarda al portafoglio. C’è chi guarda agli interessi, alle attitudini sportive. C’è chi deve sapere come fa l’amore, per capire se quella è la persona giusta. Qui potremmo aprire un capitolo fatto di martellate in testa.. ma andiamo avanti. Chi come san Tommaso, ha bisogno di testare l’altro in un tempo di convivenza. Per conoscersi meglio, per viverlo di più.

Noi NON siamo contro la convivenza, ma dipende con che ragioni la si inizia. Se credi che con la convivenza vivrai di più con quella persona, ti diciamo che purtroppo spesso non è così. Vivere sotto lo stesso tetto comporta un collaborare insieme per la gestione della casa e della quotidianità che rischia di togliere il tempo di conoscenza, non di accrescerlo. Spesso nella nuova casa non si va scegliendosi e facendo spazio all’altro, ma al contrario si riempie quello spazio con tutto ciò che sono i nostri interessi, gli hobby, le abitudini, le nostre esigenze, i nostri bisogni. In questo modo non ci si vuole compromettere, non si vuole far spazio ma solo provare a vivere insieme. Equivale a vedere se la persona che hai trovato è un buon coinquilino, un buon socio in affari, mentre diverso è conoscerlo in amore. Cos’è l’ amore?

Ecco guardare l’amore nell’altro allora è guardare al cuore. Imparate cari giovani a cercare l’amato guardando alla sua capacità di amare, al suo cuore. Cosa guardi in una donna? Il suo cuore. Cosa guardi in un uomo? Il suo cuore. Innamoratevi dell’amore se volete vivere l’amore e ricercate ogni giorno il significato concreto di quell’amore che volete vivere.

Ogni tanto qualcuno ci scrive chiedendoci consigli, circa i ragazzi di oggi che sono senza valori, o su come trovare un bravo ragazzo. Guardate al suo cuore. Tutti nasciamo per amare e lasciarci amare, ma bisogna imparare ad amare l’altro, guardando il suo centro. Imparate ad amare, cercate l’amore, andate a scuola dal Maestro dell’amore e non rimarrete delusi. La prima scuola, la prima laurea di vita dev’essere nell’amore.

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Sembrava una risposta così semplice…

Cari sposi,

nel Vangelo di oggi accade un fatto abbastanza comune durante le grandi adunate di Nostro Signore. Con così tanta gente che lo ascoltava, doveva essere normale che ci fossero domande o commenti alle sue parole. Eccone un caso: una persona ne approfitta per farsi giustizia “usando” Gesù e la sua autorità. E Gesù risponde da subito in modo molto pratico e logico, della serie, “non sono mica il tuo notaio”. Fin qui non ci piove ma poi prosegue con un caso che sicuramente era preso dalla cronaca recente, un ricco proprietario, morto nell’apice della sua parabola ascendente.

Che c’entra tutto ciò con la vita di voi sposi? Al massimo potremmo fare una disquisizione se conviene la divisione o la comunione dei beni. Eppure, meditando e preparandomi sul testo, mi sono accorto della profondità e proiezione del significato di tale parabola per la vostra vita nuziale.

Lasciate stare soldi ed eredità e concentratevi sulla parola “cupidigia”. Questa parola, che è strettamente collegata all’avarizia, ci fa inizialmente pensare alla tirchieria ma a ben vedere il senso risulta assai più profondo. Proviene infatti dal verbo latino “cupio”, ossia “desiderare” ma anche “amare” non per nulla è la stessa origine del dio romano Cupidus, l’equivalente dell’Eros greco. Dal punto di vista etimologico “cupio” fa proprio riferimento al movimento, al fremito del cuore che punta a ciò che percepisce come il suo bene. Beh, allora cambiano radicalmente le cose, perché si tratta allora di capire non tanto come spendi i soldi ma come e chi stai amando… Vorrei portare come prova il Dizionario Biblico sulla voce “cupidigia”:

Il nostro termine cupidigia è quello che corrisponde meglio al greco pleonexìa (da plèon èchein, avere di più), che nei LXX e nel Nuovo Testamento designa la sete di possedere sempre di più senza occuparsi degli altri, e persino a loro spese. La cupidigia coincide ampiamente con la bramosia, perversione del desiderio” (Dizionario biblico X. Leon-Dufour, pag. 249).

Ecco allora che è bene che ci chiediamo ogni giorno nel nostro esame di coscienza: chi sto amando? Per chi mi alzo oggi? Chi c’è al centro del mio cuore? Come manifesto concretamente questa preferenza? Mi ha colpito Papa Francesco quando ha declinato il concetto di avidità e cupidigia in termini più relazionali ed esistenziali che strettamente economici, in un discorso di qualche anno fa:

Il peccato che abita nel cuore dell’uomo – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato” (Messaggio per la Quaresima 2019).

Il modo di desiderare può costruire una relazione tra marito e moglie o demolirla! Credo quindi che in definitiva quella che sembrava una risposta concreta e puntuale, inoffensiva per molti di noi, che non ci toccava più di tanto, si sia rivelata al contrario evidentemente nuziale e matrimoniale: Gesù sfida voi sposi ad abbondare nel vero desiderio. Non importa quante cose avete nella vostra relazione o in casa, importa piuttosto quanto siete in relazione affettiva e volitiva con Cristo e di conseguenza con il vostro coniuge:

L’amore di amicizia si chiama «carità» quando si coglie e si apprezza «l’alto valore» che ha l’altro. La bellezza – «l’alto valore» dell’altro che non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla. Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone. La tenerezza, invece, è una manifestazione di questo amore che si libera dal desiderio egoistico di possesso egoistico. Ci porta a vibrare davanti a una persona con un immenso rispetto e con un certo timore di farle danno o di toglierle la sua libertà” (Amoris Laetitia 127).

Che i vostri magazzini, cioè il vostro cuore, la vostra relazione, la vostra casa sia così piena di un tale desiderio di amarvi al punto di farne di nuovi, cioè esportarlo verso altre persone, assetate del vero amore.

ANTONIO E LUISA

Io, Antonio, vorrei porre l’attenzione su quanto ha scritto padre Luca, leggendo la sua riflessione da un punto dinamico. Il matrimonio come scuola, come palestra d’amore. Per me è stato così. Credo che un po’ per tutti sia così. Quando ho conosciuto Luisa, e ho iniziato con lei questa meravigliosa avventura che prosegue da vent’anni, ero molto diverso da come sono ora. Il matrimonio ti cambia. Ero molto più egoista, il mio desiderio era avere Luisa. Averla perchè lei potesse soddisfare i miei bisogni. Bisogni relazionali, affettivi e sessuali. Ne volevo fare cosa mia. In modo non consapevole ma era così. Con la quotidianità e col la grazia del sacramento ho imparato ogni giorno di più a volerle bene davvero, a metterla al centro delle mie attenzioni e della mia cura. E sapete una cosa: più ho imparato questa modalità di amarla e più mi sono accorto di essere capace di amare anche Dio. Il giorno del vostro matrimonio è solo l’inizio di un percorso. Dove vi condurrà lo decidete voi. Come? Dipende se cerchere di possedere l’altro o di abbandonarvi al dono dato e ricevuto. Auguri!

Gravidanza, scuola di amore nuziale!

Attendere, infinito del verbo amare.

La gravidanza è un tempo di attesa. Attendere che lo possiamo tradurre anche in Tendere a..

tendere a quel bambino che nascerà, a quella vita nuova che diciamo entro una ventina di giorni avremo tra le braccia.

La gravidanza è un tempo bellissimo, e bellissima è la donna in gravidanza. Gravidanza tempo bello ma anche tempo di fatiche. Quasi in contraddizione a ciò che dall’esterno si vede. Tra le più comuni: Esami, ecografie, mal di schiena, nei primi mesi vomito, per qualcuno non solo nei primi mesi. Negli ultimi mesi, continue pipì anche durante la notte, ogni due e tre ore la donna ha quel bisogno. Difficoltà a muoversi. Alimentazione controllata, è una leggenda quella che in gravidanza si mangia il doppio, piuttosto ci sono tutti i controlli legati al ferro, al glucosio. Si cerca di evitare il diabete gestazionale, modificando l’alimentazione con cibi integrali. Non si possono mangiare salami ed insaccati crudi. Togli alcuni pesci, i crostacei, togli il vino, alcool, bevande gassate. Frutta e verdura da sterilizzare. Etc etc

Che rimane dopo questo elenco della bellezza della gravidanza? Ma è davvero un tempo bello?

La gravidanza ci insegna a portare il bello al di fuori di noi, con un pancione che cresce, che si mostra. Con la vita che cresce e che la mamma è chiamata a custodire, a proteggere, stando attenta, amandola senza conoscerla.

La gravidanza ci insegna che nel vivere la grande bellezza del fiorire della vita, ci sono anche fatiche, dolori, attenzioni, preoccupazioni che ci abitano ma che non sono tutto.

La gravidanza diventa scuola di amore, avete mai amato qualcuno che non conoscete? Che non avete mai visto? Che non avete mai toccato? Sentito? Con cui non avete mai parlato? Che non vi ama, perché ancora non sa cos’è l’amore? Che prende tutto da voi, senza darvi in cambio niente?

Il bimbo nella pancia è dono di amore, è frutto del nostro, vostro amore. Amandoci, il nostro amore, la nostra pianta, fatta da quell’io e te, ha compreso che c’era spazio per un’altra fioritura, e in un atto di amore ha iniziato a far crescere nuova vita.

Che bellezza la gravidanza!

La gravidanza allora è davvero bellezza, anche se il cambiamento passa dalla fatica. Non c’è alba se prima non si attraversa il buio della notte. La donna è l’essere vivente che ci può raccontare la bellezza di un cambiamento che vive, qualcosa di unico. Altri mammiferi lo vivono ma la donna può raccontartelo, descrivertelo, renderti partecipe di come si vive il miracolo della vita, di come si custodisce dentro di sè e si fa crescere la vita.

Che bellezza!

Scrive anche il papa Francy: “Ci è stato dato un figlio. Si sente spesso dire che la gioia più grande della vita è la nascita di un bambino. È qualcosa che mette in moto energie impensate e fa superare fatiche, disagi e veglie insonni, perché la felicità che porta è così grande che di fronte a lui niente sembra pesare.

Ora passiamo a te caro Tommasino, tra poco ti vedremo, ti toccheremo, ti conosceremo.

Mamma Anna qualche giorno fa mi domandava: ma tu non hai voglia di conoscerlo?

Proprio così, sei in mezzo a noi, ma non ti conosciamo. Ogni tanto i medici controllandoti ci han detto che sei agitato, ci han detto le tue misure, il tuo peso, mostrato il tuo profilo in bianco e nero, fatto sentire il cuore.

Un battito: tum tum, tum tum, è quel che abbiamo di tuo.

Alcuni scatti, su delle foto tascabili che per noi umani senza il camice, alcune son davvero incomprensibili. Noi che amiamo le foto quelle belle, noi che andiamo dai fotografi per gli shooting, le prime foto tue le abbiamo fatte fare a ostetriche e ginecologhe e son uscite tutte in bianco e nero.

Papà e mamma, quei due che senti più spesso parlare, desiderosi di conoscere qualcuno di sconosciuto. Un bambino che deve prendere ancora forma, deve svilupparsi, crescere, imparare a parlare, a mangiare, a toccare, a camminare.

Tommaso, questo è il nome, che non sai di avere, che non ti sei dato, che ti abbiamo dato per chiamarti, con cui ti sentirai chiamato. Ti piacerà? Forse un giorno ce lo dirai.

Tommaso, stai per entrare nella nostra vita da sconosciuto, per restarci da figlio amato. Stai per entrare dalla porta di casa, a scombinare le nostre giornate e quello che più di tranquillo vivevamo io e mamma fino a qualche anno fa e che ora aveva ripreso una parvenza di normalità: il riposo notturno.

Stai per prenderti uno spazio in casa, a tavola, in camera da letto, in bagno, in cameretta, dove non sai ma ti attende tuo fratello. Non vi siete scelti, lui ti avrà lì a cambiar la sua giornata, il suo mondo genitoriale. Te non lo sceglierai, te lo troverai li a darti fastidio o forse a curarti.

Un figlio che arriva, è totalmente sconosciuto a mamma e papà, eppure ti accoglieremo in casa nostra, non ti potremo cambiare, entrerai nelle nostre vite per restarci per viverle.

A pensarci, un lavoro lo scegliamo e se non ci piace, possiamo cambiarlo, possiamo stracciare noi il contratto.

La propria moglie o il marito, lo scegliamo, lo conosciamo, lo corteggiamo, e forse quando siamo convinti lo/la sposiamo.

Ci scegliamo gli amici, la casa, l’arredamento la macchina, e se non ci va bene: si cambia.

Le altre cose, persone, le abbiamo scelte noi eppure dopo un po’ spesso le cambiamo, non ci piacciono più.

Un figlio non lo scegli, non lo conosci, è un dono a sorpresa, te lo tieni, non lo puoi sostituire con un altro.. ma il bello di tutto ciò è che è l’unica creatura che Ami ancora prima di conoscerla..

Sconvolgente!

Ed è in questa logica unica dell’amore che ti attendiamo Tommasino! È per questo che desideriamo tantissimo poterti conoscere, vivere e amare.

Sei ancora nella pancia di mamma e ci insegni la logica dell’amore, ci educhi al desiderio, ci insegni ad aver fiducia.

Ci dimostri che l’amore non è qualcosa di costruito da noi, scelto da noi, comprato da noi. Ma è dono! Non dono fatto, ma dono ricevuto che ci viene fatto! Amore è accogliere l’altro come un dono! Bellissimo!

Ci mostri, come ci dice il caro papa Francy, “che tu sei dono gratuito, senza merito di ognuno di noi, pura grazia.”

Ci insegni che un figlio nasce già amato, e anche noi come figli siamo amati da un Padre che ci conosce, ci ha pensato, ancor prima che altri sulla terra potessero farlo.

Ci dimostri che possiamo amare solo partendo da un Padre, che è donatore, solo accogliendo Lui nella nostra vita. Lui che ci da la forza e gli strumenti come la tenacia, la fedeltà, che da soli neanche lontanamente avremmo per amare uno sconosciuto.

Chi da solo saprebbe farlo?

Ci insegni ad affidarci che è oramai difficilissimo! Ad avere fiducia in se stessi e nell’altro. Se ne avessimo di più non vivremmo fidanzamenti indecisi, ma sceglieremmo l’amore: un per sempre un po’ a scatola chiusa, un per sempre come quello che abbiamo detto quando abbiamo capito di attendere.

Questo affidarci, non si basa ancora una volta sulle proprie capacità di amare, non si basa sulle capacità di un bambino di amare, al cui posto puoi pensare ci sia il tuo compagno, la tua compagna. Ma sulla capacità di Dio di riuscire a star in quel dono, in quell’amore.

Anche il matrimonio è un affidarsi, chi sa come sarà la vita da sposato con quella persona? Ci siamo inventati la convivenza per provare. Ma non è lo stesso, non sarà mai vivere il per sempre dell’amore. Come dire sì ad un figlio che nasce per sempre per stare con te.

Ci fermiamo qua, tanto si può ancora dire, vi lasciamo solo con l’augurio di vivere la bellezza dell’amore, di scoprire che siamo amati, di imparare ad accogliere i doni della vita, di abbandonarsi nelle braccia del donatore che vuole la tua felicità!

La vita, la gravidanza, unicità infinita di amore!

Giovedì 14/07/2022 alle 20.13 è nato Tommaso! Un parto splendido, veloce, naturale!

Anna Lisa e Stefano – @cercatori di bellezza

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Domenica e famiglia / 40 : un connubio possibile

(Quindi, il sacerdote canta o dice ) Mistero della fede. (Il popolo prosegue acclamando) Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta. (Oppure ) Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione : salvaci, o Salvatore del mondo.

La consacrazione termina con questa proclamazione solenne del sacerdote e questa altrettanto solenne risposta del popolo, la quale riprende alcuni passi biblici collocandoli nella dimensione liturgica. Il momento è talmente solenne che, come avrete certamente notato, le indicazioni del Messale vogliono farlo cantare al sacerdote, come prima opzione, proprio a significare e dare maggior risalto a quanto è appena avvenuto sull’altare sotto gli occhi di tutti: la transustanziazione.

Transustanziazione: dopo la consacrazione, quel che prima era del semplice pane bianco NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza, quel che era vino NON LO E’ PIU’ nella sua sostanza; questi due elementi mantengono gli accidenti del pane e del vino, quali il colore, il sapore, l’odore, il gusto, la forma, ma la sostanza è cambiata per sempre e non torneranno più ad essere pane e vino.

Un meraviglioso ed intramontabile inno eucaristico scritto da S. Tommaso d’Aquino, l’Adoro Te devote, dice che i nostri sensi (la vista, il gusto, il tatto, l’odorato e l’udito) vengono come ingannati da questa presenza vera, reale e sostanziale di Gesù; se vogliamo vederLo/riconoscerLo è necessaria la fede altrimenti i sensi falliscono in questa impresa. Inoltre l’aquinate ci aiuta in questa prova di fede insegnandoci che, sulla Croce era (volutamente) nascosta la divinità di Gesù, nell’Eucarestia è nascosta anche l’umanità, il che ci riporta per l’ennesima volta all’evento sacrificale per eccellenza: la Croce di Gesù… lo abbiamo ripetuto più volte fin dagli inizi di questo percorso di riscoperta della S.Messa, descrivendola per quel che essa è, cioè la riattualizzazione del sacrificio di Gesù sulla Croce.

E’ curioso come la Chiesa ci presenti questa realtà definendola “Mistero della fede”, poiché spesso siamo portati a pensare ad un mistero della fede come a qualcosa di non tangibile, di astratto, come se fosse una realtà trascendentale e separata dalla condizione umana, ed invece… del Mistero della transustanziazione ne facciamo esperienza tangibilissima, a tal punto che lo mangiamo (ed in alcune occasioni lo beviamo pure).

Ancora una volta la Chiesa Cattolica ci dimostra che la fede cristiana non ha niente di disumano, non ha niente che non sia alla portata di tutti, non ha nulla che non possa essere sperimentabile da qualsiasi fedele attraverso i propri sensi, di fronte alla realtà della Eucarestia si smontano da sole le accuse che vorrebbero una fede cristiana sganciata dalla carne, dalla vita reale.

Non è forse reale mangiare e bere ?

Qualcuno forse potrebbe sentirsi a disagio pensando di non essere all’altezza di questi ragionamenti in quanto non laureato in teologia o filosofia, ma la Chiesa ci insegna che per avere fede non è necessario essere dei dotti, anzi, spesso la fede dei semplici supera quella dei dotti… in Paradiso non ci verrà chiesto di esibire l’attestato di laurea o altri certificati. Questa modernità ci vuole convincere del fatto che solo se capiamo tutto con la nostra ragione/ragionevolezza allora avremo fede, ma NON E’ VERO, questa è una tra le tante eresie già condannate e confutate dalla Chiesa nel corso dei secoli… basti solo pensare che, secondo questa eresia, solo i dotti avrebbero fede, mentre invece la Chiesa ha dichiarato Dottore della Chiesa (cioè docente) un’analfabeta : S. Caterina da Siena… solo per fare un esempio.

Quindi un mistero della fede non è una cosa illogica o irreale, tantomeno una cosa solo per dotti e sapienti (secondo le logiche umane), se così fosse a Messa dovrebbero essere presenti solo loro e tutti gli altri costretti a star fuori perché senza attestato.

Un mistero della fede è una realtà conoscibile dall’umana natura, la quale però ad una certo punto si ferma ed è costretta ad arrendersi ai propri limiti perché quella realtà è più grande dello scibile umano, lo supera e lo trascende… però di essa si può fare esperienza umanamente tangibile, nel caso dell’Eucarestia essa è talmente tangibile che la mangiamo. E tutta questa bellezza è racchiusa nelle parole che il sacerdote canta o pronuncia : Mistero della fede.

E’ come se il sacerdote ci dicesse che tutto ciò che realmente è avvenuto sull’altare, è accaduto davvero, ma supera i nostri canoni umani e sensibili da lasciarci esterrefatti ed esclamare, anzi cantare dallo stupore che è un mistero della fede… infatti nel rito antico (cosiddetto vetus ordo) l’esclamazione “Mistero della fede” non è staccata dalle parole vere e proprie della consacrazione del vino, con essa forma un tutt’uno perché la liturgia antica vive di stupore e di adorazione di fronte a tali sublimità.

Nella liturgia riformata è stato deciso di “spiegare” questo stupore separando l’esclamazione del sacerdote dalla consacrazione, e aggiungendo la risposta del popolo che abbiamo riportato nelle sue tre diverse versioni, ma la realtà non è cambiata. Cari sposi, se vi trovaste nella difficoltà di argomentare il vostro “andare a Messa la Domenica”, potreste sempre dire di andare a fare esperienza di un mistero della fede.

Giorgio e Valentina.

Castità, astinenza e continenza. Un mondo (di bellezza) da scoprire

C’è differenza tra castità, continenza e astinenza? Inziamo con il dire subito che, in primo luogo, c’è una differenza sostanziale tra castità e le altre due definizioni. Castità non è un’azione, non è fare o non fare qualcosa, ma è molto di più. La castità è qualcosa che ci fonda, che dice chi siamo e come viviamo, è uno stato di tutta la nostra persona in amima e corpo. Io non sono casto se faccio o non faccio qualcosa, ma sono casto quando c’è verita nella mia vita. Quando c’è verità nell’amore che dono e che ricevo. Nel modo in cui lo dono e lo ricevo. Quando c’è verità tra quanto ho nel cuore e quanto esprimo attraverso il corpo. Perchè questa affermazione? Perchè la castità non si concretizza sempre nello stesso modo. Può essere casto un rapporto sessuale, come può essere casto un bacio profondo o un abbraccio. Altre volte può non essere casta la scelta dell’astinenza sessuale. Dipende dalla nostra situazione di vita. Per questo la castità non è astinenza e non è neanche continenza. L’astinenza e la continenza al contrario possono, in determinate situazioni, essere scelte che esprimono castità. Altre volte invece possono essere scelte sbagliate che precludono e limitano l’amore. Mi rendo conto che quanto ho scritto può essere facilmente frainteso per questo cercherò ora di essere molto chiaro e preciso. Facendo quasi della casistica ma in questo caso è necessario farlo. E’ importante cercare di comprendere questa sostanziale differenza per evitare di confondere il buono con ciò che non lo è. Confondere la libertà con un atteggiamento di chiusura e di incapacità ad amare. Un atteggiamento per nulla libero ma al contrario frustrante e dannoso. Vediamo ora i due diversi stati di vita che ci riguardano più da vicino: fidanzamento e matrimonio.

FIDANZAMENTO. Nel fidanzamento non c’è ancora un’unione definitiva. I due stanno ancora cercando di comprendere se possono costruire una relazione che possa durare nel tempo. Stanno conoscendosi sempre meglio e stanno valutando. Si stanno scegliendo. E’ importante dire che il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima, sentimenti, desideri, valori, idee, fede ma anche fatta di corpo con tutte le sue doti espressive (dolcezza e tenerezza). In questo caso come si costruisce una relazione casta? La risposta non è nè nell’astinenza nè nell’avere rapporti sessuali (incompleti o completi fa poca differenza). Nessuna delle due soluzioni. La relazione casta presuppone la continenza. Solo così ci sarà verità. Cosa significa continenza? Semplicemente vivere tutte quelle espressioni corporee che non contemplino una eccitazione sessuale (il nostro padre spirituale ci diceva sempre dal collo in su), ma che si limitino alla tenerezza e alla dolcezza. Baci, abbracci, carezze sono fondamentali tra due fidanzati, perchè il contatto fisico non solo nutre l’amore ma permette una conoscenza sempre più profonda dell’altro, permette di abbassare le barriere e di accogliersi sempre di più. Permette di creare intimità e complicità. Tutti ingredienti necessari in una relazione affettiva. L’astinenza non va bene perchè rende la relazione fredda, distaccata e spesso perchè nasconde una grande insidia: la paura e l’incapacità di donarsi nel corpo. Ci è capitato di raccogliere la sofferenza di più di una coppia dove i due sono arrivati vergini al matrimonio e poi non sapevano come fare. Non riuscivano a fare l’amore. In quei casi la “castità” è stata una scelta dettata non dalla libertà ma dai loro blocchi e paure, dalle loro ferite. Ciò è devastante poi in una relazione fondata sulla carne e anche sull’eros come è quella matrimoniale. Un matrimonio che si fonda solo sull’agape sul dono senza metterci il corpo diventa spesso solo dovere e sacrificio. Dove è la gioia? C’è anche un secondo atteggiamento che non va bene, che non è casto. Quello di vivere il fidanzamento come fosse già un matrimonio con i gesti specifici di quest’ultimo. Perchè è sbagliato anche avere rapporti sessuali nel fidanzamento? Perchè non c’è verità! I due possono pensare benissimo di amarsi già con tutto il cuore ma non è così. Oggettivamente non è così. Non c’è il per sempre! L’intimità fisica è il gesto più totalizzante che un uomo e una donna possono vivere tra loro. Facendo l’amore stanno dicendo con il corpo: sono tutto tuo/sono tutta tua. Ma non è così. I cuori dei due non sono ancora saldati in modo indissolubile dal fuoco dello Spirito Santo. Non a caso quel gesto è anche quello che Dio ha pensato per generare i figli. Il figlio non può essere il frutto di un amore a tempo, ma solo il frutto del per sempre.

MATRIMONIO. La castità matrimoniale non è mai (se non in casi davvero limitati e particolari) astinenza o continenza. Ci possono essere dei periodi della vita dove non è possibile fare l’amore (malattie, gravidanze a rischio o altro) ma il matrimonio non è fatto per la continenza. La castità matrimoniale si esercita facendo l’amore e facendolo bene. La definizione migliore di castità coniugale che abbiamo mai sentito è quella dell’ex presidente della Polonia Walesa, che, nel film “L’uomo della speranza”, parlando della forza che traeva dalla relazione sponsale con sua moglie (8 figli), ha detto: «Facciamo l’amore spesso e bene». Solo così il corpo potrà esprimere l’amore presente nel cuore: un amore totale. Un amore che coinvolge tutta la persona: certamente coinvolge la volontà, lo spirito, il cuore ma non può e non deve lasciare fuori il corpo. Senza corpo non ci può essere amore sponsale autentico.  Che bello quando crescendo negli anni di matrimonio riusciamo a crescere anche nel saperci donare attraverso il corpo. Quando c’è sempre più aderenza tra quanto abbiamo nel cuore e quanto manifestiamo ed esprimiamo con il nostro corpo. Per noi sposi la castità significa saper far bene l’amore. Che bello quando il nostro dono reciproco diventa sempre più comunione di anima e corpo. Per questo cari sposi se volete essere casti fate l’amore e fatelo bene. Preparatevi in una vita fatta di tenerezza e di cura reciproca. Solo così il vostro matrimonio non solo sarà bello ma anche santo!

Antonio e Luisa