B.V.M. , La Madre per eccellenza…

Ieri è stata una festa molto importante : Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. E per celebrarla è stato scelto un brano dalla Passione secondo Giovanni ( cap 19, 25-34 ) :

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. […]

I Padri ed i Dottori della Chiesa, commentando questo brano evangelico, sottolineano come Maria sia divenuta Madre della Chiesa, la quale è rappresentata dal discepolo Giovanni, e quindi per approfondimenti su questo tema vi rimandiamo agli scritti dei Santi, per ora ci basti citare l’antico adagio scritto da S. Luigi Maria Grignion de Montfort : Ad Jesum per Mariam….. a Gesù attraverso Maria, quindi si arriva a Gesù solo passando da Maria, perché è piaciuto a Dio di entrare nel mondo attraverso Maria e quindi non è una scelta della Chiesa, ma è stata una scelta di Dio…. a noi il compito solo di vivere questa scelta con tutte le meravigliose conseguenze che questa felice scelta comporta.

Torniamo a noi, non perché il tema di Maria Madre della Chiesa sia di seconda classe, ma perché questi articoli non hanno uno scopo catechetico, ma si occupano della realtà coniugale in primis… ci accorgeremo come Maria è anche Madre delle coppie, Madre degli sposi cristiani in quanto facenti parte della Chiesa.

Perché sotto la Croce ci sono solo donne ? Facciamo qualche ipotesi : gli evangelisti vogliono mettere in risalto la viltà degli Apostoli (tranne Giovanni che è giovane e forse un po’ sprovveduto), i quali se la sono data a gambe mettendo quindi in risalto come dal giorno della Pentecoste essi siano, al contrario, divenuti impavidi grazie all’azione dello Spirito Santo …. oppure…. era doveroso per Gesù sperimentare l’angoscia e la tristezza dell’abbandono degli amici nel momento più tragico perché lo sentissimo più vicino a noi come uomo… oppure…. era necessario che Gesù affrontasse la Passione da solo per dimostrarci cosa significhi fare la volontà del Padre fino in fondo… oppure…. era necessario che gli Apostoli rimanessero vivi perché altrimenti dopo la Risurrezione non avrebbero evangelizzato il mondo cominciando il grande cammino avventuroso della Chiesa… oppure… perché le donne erano praticamente trasparenti per quella società, quindi nessuno avrebbe badato a loro… può darsi che siano vere tutte quante insieme ad altre non citate, ma noi ne aggiungiamo una di stampo familiare.

Sotto la croce ci sono le donne, o meglio, ci stanno le donne, o meglio ancora, stanno in piedi sotto la Croce. Possiamo solo immaginare quanto abbia potuto essere straziante per la Madonna assistere alla Passione del Figlio, eppure sceglie di restare perché anche solo l’incrociarsi degli sguardi potesse infondere coraggio a Gesù, potesse esserGli di conforto, potesse comunicare la sua com-passione col Figlio….. pensiamo che per Gesù, la presenza silenziosa di Sua Madre (insieme a quella di altre donne) possa essere stato tutto questo aiuto che siamo riusciti a decifrare in poche parole ma sia molto di più quello che non abbiamo colto e non riusciremo mai a cogliere perchè il legame tra Gesù e Maria è personalissimo e intimo.

Pensando a questa scena straziante non possiamo dimenticare tutte quelle donne che hanno vissuto scene simili nei campi di battaglia, negli ospedali militari in guerra, o chissà quali altre situazioni di dolore straziante… le donne sempre presenti. Perché ?

Le risposte possono essere diverse, ma sicuramente una è il fatto che Gesù è maschio e quindi per quanto perfetto ed indefettibile in ogni suo aspetto della natura umana ( quella che tra gli esperti viene definita la santissima umanità di Cristo Gesù ), ci ha manifestato la paternità di Dio Padre….. ma noi, povere creature molto limitate e fragili, avevamo bisogno di vedere manifesta anche la maternità di Dio : ecco che Dio si è inventato Maria, la creatura perfetta Immacolata e Santissima.

Non è un caso che sarà proprio quel ragazzo sotto la Croce a descrivere quella scena, da adulto, in questo bellissimo brano tratto dal suo Vangelo ; sicuramente a Giovanni è rimasta impressa la scena per gli evidenti motivi della straordinarietà dell’evento, ma non si è dimenticato di menzionare le donne… si può facilmente intuire che siano state queste donne, soprattutto la Madonna, a rassicurare il giovane, a tenerlo stretto a sé, a confortarlo, a sopportarne le lacrime ed il dolore…. le donne spesso dimostrano un coraggio ed una tempra che i maschi se le sognano.

Abbiamo fatto tutti esperienza di quando (magari da bambini) si sta male per una qualche sofferenza, e la prima cosa che cerchiamo, non è la soluzione per cancellare/annullare il nostro dolore, ma qualcuno che ci com-patisca, cioè che porti con noi il peso di quella sofferenza cosicché sia un poco più sopportabile : questo è il ruolo tipico delle mamme.

Care spose, vi invitiamo a riscoprire questa vostra meravigliosa caratteristica, tutta femminile ; è una maternità da vivere sia come spose nei confronti dei vostri sposi, sia da mamme nei confronti dei figli che vi sono stati donati. Affidatevi ad una super mamma, alla Madre delle madri, a colei che è la Madre per eccellenza, all’unica porta per accedere a Gesù, vi insegnerà a vivere da fidanzate (per chi ancora lo è), da spose e da mamme e grazie alla vostra femminilità/maternità farete gustare ai vostri cari un’anticipo di Paradiso, la consolazione di Dio, la tenera maternità di un Dio che ha affidato alle vostre cure alcune sue creature perché si fida di voi.

Coraggio carissime spose, è l’ora di assomigliare alla Madre per eccellenza, la Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa.

Giorgio e Valentina.

Lo Spirito Santo, questo sconosciuto

A Pentecoste contempliamo il dono dello Spirito Santo alla Chiesa.

Ma che cos’è lo Spirito Santo e cosa opera nell’uomo?

Non so voi, ma normalmente le letture che abbiamo sentiamo dare in molti cotesti sono più o meno di questo tenore: è quel supplemento di grazia che ci serve per essere veri cristiani, testimoni credibili della fede, quel supplemento di grazia che porta in sé sette doni fondamentali per la nostra vita di fede. È quel vento che riempie le nostre vele e conduce la nostra vita, è quel fuoco che illumina, riscalda e purifica…

Più o meno l’immagine che ne risulta è sempre quella di un qualcosa di esterno a noi che arriva a darci una sorta di super poteri. Quasi che lo Spirito Santo sia una specie di super-energetico, un “Supradyn spirituale” che ci serve per credere di più, amare di più, testimoniare di più ed essere cristiani come si deve.

Questa, lo confessiamo, era anche la nostra idea fino ad alcuni anni fa. Ma è proprio così? Lo Spirito Santo è davvero una specie di sostanza dopante a livello spirituale? Un additivo fondamentale per pulire gli iniettori del nostro motore spirituale?

Non possiamo nascondere che spesso e volentieri le nostre invocazioni, benché belle e toccanti, ci orientano in questa direzione: «manda il tuo Spirito» , «vieni Spirito Santo», «soffia su di noi» , «scendi Spirito Santo», «riempici di te»… A volte, addirittura, sembriamo rasentare quasi l’immagine di una “pseudo-possessione”: «Invochiamo la tua presenza»,  «Spirito Santo prendi tu il comando», «vieni in me»…

Certo queste suppliche fanno emergere la nostra sincera attesa di una fede viva ed appassionata, il nostro profondo bisogno di forza, di luce, di pace in una quotidianità fatta di tentennamenti e debolezze.

Ma crediamo che questo modo di guardare al dono dello Spirito Santo racconti solo una piccola parte della storia. Come ha detto una volta Papa Francesco, forse davvero «lo Spirito Santo sempre è un po’ lo sconosciuto della nostra fede».

Oggi nel Vangelo sentiamo Cristo dire che manderà il Paraclito, ma spesso dimentichiamo che queste parole sono pronunciate prima della sua Pasqua. Col battesimo tutti noi siamo stati immersi nella sua Pasqua, siamo stati generati ad una nuova vita nello Spirito Santo e da quel giorno in noi palpita la vita di Cristo, la vita dei figli di Dio. Come ci ricorda San Paolo: «lo Spirito di Dio abita in voi… avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”». (Rm 8)

Lo Spirito Santo è l’amore del Padre e del Figlio è una relazione d’amore nella quale siamo stati accolti il giorno del nostro battesimo. È la relazione fondante della nostra vita perché siamo figli di Dio, fratelli tutti. I doni dello Spirito Santo allora, non sono super poteri che ricadono misteriosamente su qualcuno sì e qualcuno no, ma sono frutto che sboccia da questa relazione.

Diceva Giovanni Paolo II nel suo messaggio per la VI giornata mondiale della gioventù: «Lo Spirito Santo, vero protagonista della nostra filiazione divina, ci ha rigenerati a una vita nuova nelle acque del Battesimo. Da quel momento egli “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio”».

Allora possiamo davvero invertire la prospettiva: lo Spirito Santo è già in noi.

Lo Spirito Santo non è lassù tra le nubi che attende un’invocazione speciale, una formula magica, per degnarsi di scendere tra noi. Egli abita nei nostri cuori, dimora nei nostri corpi. Non è lui che deve scendere, ma siamo noi che dobbiamo discendere nell’intimo del nostro cuore per scoprire questo dono, sì: discendere per ascendere.

Come ricordava sapientemente Papa Francesco: lo Spirito Santo è Dio attivo in noi, che fa ricordare. Dio che fa svegliare la memoria. Lo Spirito Santo ci aiuta a fare memoria per fare tesoro della storia di salvezza che il Padre sta scrivendo con noi. (meditazione mattutina del 13 maggio 2013)

Che bello sapere che non dobbiamo aspettare più nulla, che questo dono è già vivo in noi.

E non facciamoci fregare da errate interpretazioni di San Paolo, lo Spirito Santo e i suoi frutti non sono mai in opposizione al corpo, il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo. Quando San Paolo parla della carne e dei suoi desideri, non si sta riferendo banalmente al corpo né al desiderio sessuale, ma al fatto che il nostro cuore, piaccia o meno, è un terreno di battaglia tra lo Spirto di Dio che ci ha resi figli e ciò che San Paolo chiama “carne” ovvero la concupiscenza, la durezza di cuore dell’uomo vecchio ferito dal peccato originale che si chiude alla figliolanza, e pretende di essere autosufficiente fabbricandosi la sua felicità.

Si, lo Spirto Santo è già in noi!

Oggi allora, riscopriamo insieme questo dono grande, questa vita d’amore che è già in noi, magari sepolta sotto tante paure e preconcetti, ma che attende solo di incontrarci. Lasciamoci ispirare allora dalle parole di Sant’Agostino, che pieno di Spirito Santo, fa memoria della sua storia di salvezza e ci parla di questo mistero vivo in noi:

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. […] Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te.

Tommaso e Giulia

Articolo originale a questo link https://teologiadelcorpo.it/2021/05/lo-spirito-santo-questo-sconosciuto/

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Dio non più fuori ma dentro di noi

PADRE LUCA

Chi ricorda la celebre scena di “Non ci resta che piangere”, quando Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni) vogliono insegnare a Leonardo da Vinci cosa sia il treno? Saverio la mette facile: “Il treno, du’ binari, ma lunghi eh” e Leonardo è un po’ perso.

Se davvero avessimo mostrato a Leonardo il progetto del Frecciarossa 1000, cosa ci avrebbe capito? Con tutto il suo genio, sicuramente più di me ma non penso che poi sarebbe riuscito a combinare qualcosa di serio.

Nell’ultima cena, Gesù dice ai suoi: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Se Gesù l’avesse fatto sarebbe successo come nel film… Vi immaginate i poveri apostoli a sentire parlare delle Due Nature di Cristo in una Sola Persona, o il Dogma dell’infallibilità del Papa o di questioni di bioetica circa lo statuto ontologico dell’embrione…? San Pietro probabilmente sarebbe stato il primo a fare uno dei suoi commenti a caldo.

Ma poi Gesù prosegue e dice una cosa bellissima: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Lo Spirito completa l’opera di Gesù.

Sul matrimonio Gesù non è che abbia speso tante parole in effetti. C’è chi ha dubitato che sia un sacramento visti i pochi accenni di Gesù ma in realtà Lui ha fatto l’essenziale con la Sua Presenza a Cana nel terzo giorno… e lì si rivela come lo Sposo, come il nuovo Adamo.

Ma è lo Spirito che porta quella verità a pienezza. È lo Spirito che rende Una Sola Carne due persone così diverse per cultura, carattere, stile di vita, idee…

Lo Spirito fa una cosa straordinaria: rende una sola carne ma al tempo stesso distinti il marito e la moglie. Vi rendete conto che è esattamente quello che succede nella Trinità?

È nello Spirito che il matrimonio umano osa diventare immagine della Trinità. Ecco una delle cose che Gesù ha omesso volontariamente di dire nell’Ultima Cena agli apostoli. È questa la trasformazione che la coppia riceve nel giorno delle nozze: una nuova Pentecoste su di loro.

Sentite che bello il rito al riguardo: “trasfigura, Padre, quest’opera che hai iniziato in loro e rendila segno della tua carità. Scenda la tua benedizione su questi sposi, perché, segnati col fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini.”

Lo Spirito vi ha trasfigurato, ha dato una nuova forma al vostro amore ed ora esso “contiene” Dio.

Sappiamo che Dio è ovunque, che ha una Presenza specialissima nell’Eucarestia. Ma è altrettanto vero che Dio è “dentro” l’amore sponsale grazie al ruolo dello Spirito Santo.

Se ci fosse tra noi Don Tonino Bello, vi chiamerebbe “’agenzie periferiche della Trinità”.

Care coppie, anche oggi contemplatevi nello Spirito, che Lui vi guidi e vi conduca ad una sempre maggior consapevolezza di chi siete nella Chiesa.

E lasciatevelo dire, anche se qualcuno di voi magari non ci crede: contenete più Dio voi di un magnifico paesaggio della natura!

Buona festa di Pentecoste!

ANTONIO E LUISA

Anche quest’anno la Pentecoste è arrivata  al momento giusto. E’ stato per tutti un periodo difficile, di grande stress e insicurezza. Per questo la Pentecoste è una festa liturgica importantissima. Per questo è importante venga ogni anno. Ci ricorda che non siamo soli. Ci ricorda che il nostro matrimonio è abitato da Gesù e che lo Spirito Santo è stato effuso in noi con il sacramento del matrimonio ed è continuamente effuso in noi in ogni gesto d’amore che ci regaliamo vicendevolmente.

Lo Spirito Santo è dono che ci permette di farci a nostra volta dono. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella della mia sposa. Due lingue diverse incomprensibili per l’uno e per l’altra.  Non ci si capisce e si resta chiusi ognuno con il desiderio di essere compreso, ma non quello di capire l’altro.  Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore che è dono di sè e accoglienza dell’altro/a.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 9

Una volta che ci siamo prostrati alla presenza del Re dei Re siamo invitati a prendere posto tra i banchi. Anche questo gesto potrebbe sembrare solo di ordinaria utilità ma può diventare un’occasione di bene. Su questo punto non c’è una precisa indicazione ufficiale da parte degli organi ecclesiali circa quali posti siano meglio di altri o siano riservati ad alcune categorie di persone. Perciò ci limiteremo a dare indicazioni di tipo pastorale pur non essendo noi pastori/parroci ; sono semplicemente frutto di esperienze come genitori, come catechisti, come meri spettatori di alcune scene, come osservatori, ed anche come bambini a nostra volta.

Alcune regole basilari sono da rispettare tanto sull’autobus quanto in chiesa, quindi le persone più fragili ed in evidente difficoltà sono quelle che devono avere la nostra massima attenzione ed avere la priorità negli spostamenti e nelle problematiche di tipo logistico.

Ma perché la scelta di un banco piuttosto che un altro può diventare un’occasione di bene ? Non soltanto per compiere gesti di buona educazione che faremmo anche fuori dalla chiesa, ma anche per dare testimonianza.

Poniamo il caso di una famiglia che mandi i tre figlioletti nel banco con gli altri compagni di catechismo, poi il papà si piazza vicino alla statua di S. Padre Pio da Pietrelcina perché devotissimo al conterraneo santo pugliese, mentre la mamma si pone nel banco posto davanti all’altare minore della Madonna di Lourdes, di cui è devotissima, vicina alle amiche mamme che da quell’angolatura possono tenere sott’occhio i figli ed estrarre il famoso #fazzolettochesololaborsadellamamma# in caso di bisogno per l’inaspettatissimo bisogno del fazzoletto da Messa del bambino.

Abbiamo usato appositamente i termini papà e mamma perché molte coppie, quando sono a Messa o comunque quando ci sono i figli, si dimenticano (cancellano, fanno un reset) di essere sposi ; si spogliano dei vestiti da marito e da moglie e appena arrivano sul sagrato vestono i panni del papà e della mamma. Perché si comportano così ? Ovviamente la risposta sarebbe molto articolata e complessa nell’affrontare tutte le dinamiche relazionali di coppia e non è il nostro obiettivo, ma possiamo solo dare una visione, certamente limitata, in chiave educativa : sicuramente i figli si sentono più al sicuro se mamma e papà sono una cosa sola come coppia perché avvertono che la loro identità di figli sta nel provenire da quell’unica realtà, l’unione d’amore tra mamma e papà. I figli avvertono quando i genitori si sdoppiano come se avessero due personalità, e si sentono confusi, disorientati ; avvertono che i genitori si sforzano di fare il bravo papà che dà il buon esempio la domenica mattina e la mamma premurosa anche tra i banchi della chiesa…. ma poi fuori dalla chiesa ed in casa non si nomina Dio neanche per sbaglio…. ecco perché poi la fede non sboccia in questi bambini ed una volta finita l’epoca del dovere tra Catechismo e Messa domenicale, tutto sfuma.

Queste sono solo piccole indicazioni che non vogliono catalogare nessuno, ma vogliono mettere in evidenza il fatto che se vogliamo trasmettere la fede ai nostri figli, innanzitutto dobbiamo ri-scoprire, riappropriarci e approfondire il nostro essere coppia in Cristo.

Un bravo prete ci insegnò che l’80/90% dell’educazione sta nel vivere profondamente il sacramento del matrimonio ( l’essere coppia in Cristo quindi ), il resto sono solo bazzecole.

Come sarebbe bello invece se questa famiglia stesse nello stesso banco, e, come un corpo solo, si alzasse, si sedesse, si mettesse in ginocchio : i due genitori vicini e i figli a lato, non i figli in mezzo a dividere i genitori…. anche l’occhio vuole la sua parte e quindi anche la posizione dice qualcosa di noi. Sappiamo che spesso i figli, per svariati motivi, non stanno nel banco con i genitori, ma almeno la coppia potrebbe stare insieme a Messa.

Che grande testimonianza sarebbe ! Ricordiamoci che la testimonianza per gli altri è anche un dolce obbligo, non sempre servono le parole, a volte bastano i gesti, gli sguardi, i modi gentili, la dolcezza di un’attenzione…. cade la borsa alla moglie e il marito con tanta premura la raccoglie… il bimbo piccolo dorme in braccio un po’ dal papà e un po’ dalla mamma…. e così via, ogni coppia ha la propria originalità.

Questa Domenica, cari sposi, possiamo cominciare a rivedere il nostro stare in chiesa con la nostra famiglia, è un primo passo.

Buona e santa Domenica.

Giorgio e Valentina.

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“E ti vengo a cercare” – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

“E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare…”

FRANCO BATTIATO

Qualche giorno fa Franco Battiato, celebre cantautore italiano, ci ha lasciato. Se n’è andato in silenzio, con la sua gentilezza e sobrietà di sempre.

A molti i suoi testi non piacciono, ma qui, più che fare recensioni ci interessa sottolineare una cosa che in questi giorni salta agli occhi sui social; ovvero in tanti stiamo scrivendo sulle nostre Home di Facebook alcune frasi tratte dalle sue canzoni.

E, a quanto pare, le parole d’amore – in queste citazioni – non mancano.

Tempo fa una nostra amica ci disse: “Se un ragazzo un giorno mi dovesse dedicare La Cura di Battiato…sicuramente lo sposerei!”

Già, come non farsi commuovere ascoltando quelle parole di un desiderio che supera “le correnti gravitazionali” per l’amato.

Ma veniamo a noi, alla nostra quotidianità, ai nostri “sbalzi d’umore” e alle nostre relazioni d’amore che ci pare non siano assolutamente al riparo dall’invecchiamento, dalla fatica, dalla noia.

Dicevamo poco fa che ci colpisce vedere la gente che trascrive (oggi sui diari virtuali, ieri sui diari di scuola) frasi d’amore, parole che accendono il cuore…parole che vorremmo dire e che spesso non diciamo o che vorremmo ascoltare ma non ci vengono dette.

Ed arriviamo alla Sacra Scrittura. Che c’entra con tutto questo la Sacra Scrittura, la Bibbia, la Parola di Dio?! Si, c’entra!

La Bibbia, infatti è piena di Parole e di avvenimenti che attestano che Dio ci ama, che “ci viene a cercare”, che supera “lo spazio e la luce” per farsi Uomo e darci la sua vita con amore.

Che grande dichiarazione d’Amore che ci fa il Signore! Che amore ci dichiara il Padre donandoci il Figlio! Che amore ci dichiara il Figlio donandoci lo Spirito Santo!

Da Dio, se apriamo gli occhi del cuore, possiamo dire che davvero abbiamo ricevuto tutto!

E allora…e allora arriva il momento di mettere in circolo questo amore (per citare Ligabue questa volta) e di far entrare la gentilezza, la tenerezza di un linguaggio buono nella propria vita.

Che vuol dire in concreto?

Spesso con le persone che amiamo abbiamo un linguaggio feroce, aggressivo, svalutante, cinico…e questo spesso diventa la causa di malattie non solo per la vita di coppia ma di tutte le nostre relazioni umane più importanti e significative, perché sono quelle che maggiormente vanno nutrite di parole buone, amorevoli.

Ci piacciono così tanto le canzoni d’amore…ci piace così tanto sentirci dire: “tu sei prezioso ai miei occhi” (Isaia 43)…ci piace così tanto dire: “io, avrò cura di te”!

E allora diciamolo al/alla nostro/a fidanzato/a…diciamolo al/alla nostro/a sposo/a! Diciamolo alle persone a cui vogliamo bene e che ce ne vogliono.

Diciamolo, perché dirsi l’amore è altrettanto importante quanto farlo. L’amore ci riporta sempre a Dio giacché, come cantava Battiato con Carmen Consoli, “tutto l’universo obbedisce all’Amore”.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Contemplarsi come davanti all’Eucarestia

Devo imparare sempre di più a dire grazie! Guardando quella donna che ho al  mio fianco e che giorno dopo giorno continua a scegliermi. Il matrimonio ci ha reso uno senza farci perdere per questo la nostra unicità e la nostra differenza. E’ un vero mistero, è una realtà sacramentale, cioè una realtà operante e reale, seppur invisibile agli occhi.

Don Renzo Bonetti è arrivato a dire che con il sacramento del matrimonio avviene una nuova creazione. Non sono più quello di prima. Lo sono ma non lo sono perchè il mio destino e la mia vita vita sono legati ad un’altra persona, differente da me ma così uguale nella sua fragilità. Tanta roba. Forse troppa per capire davvero. Il matrimonio ci ha reso uno, non basta però tutta la vita per rendersene conto davvero ed esserne pienamente consapevoli. Ogni giorno che passa si comprende sempre un po’ di più, un po’ meglio e sempre più profondamente.

C’è però un grande rischio. Voglio scrivere proprio di questo. C’è il rischio di perdere lo sguardo capace di scorgere questa realtà. Di scorgere la bellezza e la meraviglia di una relazione che diventa dono di tutto. Dono del cuore, del tempo, del corpo. Che brutto dare una tale ricchezza per acquisita e scontata. Non essere più capaci di meravigliarsi e quindi di essere riconoscenti. E’ una critica che rivolgo anche a me stesso. Anche io spesso non ho tempo di meravigliarmi di questo grande dono. Sono preso da mille altre cose e mi perdo tra le tante incombenze da fare e tra i pensieri che mi riempiono la testa appena sveglio e non mi abbandonano fino a quando non crollo distrutto sul letto alla sera. Se il tempo non c’è devo farlo saltare fuori. Se non c’è la voglia devo farlo comunque. E’ importante che io “perda” tempo per contemplare la mia sposa, come se fosse l’Eucarestia, perchè in lei e nella nostra relazione c’è Gesù vivo e reale.

Solo così posso percepire la bellezza della mia sposa. La grandezza di questa unione che ci lega, ma che non ci imprigiona e ci rende liberi. Contemplare la solo persona con la quale riesco ad essere completamente libero di mostrarmi per quello che sono. Assaporare la meraviglia di sentirmi prezioso agli occhi di una persona che mi sceglie ogni giorno e che ogni giorno si dona completamente a me. Dirle grazie significa riconoscere che ho ricevuto un dono grande, spesso immeritato, di sicuro non dovuto. Un dono che si può accogliere, ma non pretendere. La nostra è un’alleanza che ci supera, un progetto che dà senso alla vita e che proietta oltre la vita. Un’alleanza che si fonda sulla differenza. Maschile e femminile che diventano non punto di rottura, ma amore fecondo che genera nuova vita e nuovo amore. E’ questa la redenzione del matrimonio. Una relazione che permette di trasformare la differenza in occasione di incontro e di amore e l’incontro in mistero che lascia sempre senza parole.

Quindi fermiamoci, guardiamo la persona che abbiamo sposato e diciamole grazie. Grazie per tutto ciò che fa, ma soprattutto per la persona che è e per chi mi permette di essere. Io l’ho fatto, e leggere la gioia nei suoi occhi mi ha confermato quanto sia importante farlo, pensarlo non basta.

Antonio e Luisa

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Coniuge o compagno? Non sono la stessa cosa.

Matrimonio e convivenza. Quante volte abbiamo già affrontato questo argomento su questo blog. Lo facciamo perchè serve. Perchè anche chi si professa cristiano spesso non comprende quale differenza ci sia concretamente tra questi due stati di vita. Oggi vorrei offrirvi alcuni spunti che vi possono permettere di riflettere, o di far riflettere, sulla differenza sostanziale che passa tra una convivenza e un matrimonio sacramento.

In tantissimi credono che il matrimonio sia solo un contratto. Ciò che conta è l’amore. Un cristiano non può fare questo tipo di osservazione. Il matrimonio non è un contratto. Il matrimonio è un sacramento. Sappiamo cosa è un sacramento? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa, attraverso i quali ci viene elargita la vita divina (ccc 1131). Nei sacramenti quindi è Gesù stesso che si dà a noi e che ci rende partecipi di sè stesso e del Suo amore. Attraverso lo Spirito Santo possiamo sperimentare e vivere dello stesso amore di Gesù. Credete ancora che sia la stessa cosa? Nella convivenza possiamo amarci solo con le nostre capacità. Con il matrimonio possiamo amarci con il Suo amore. Spesso non ci crediamo neanche noi sposi e viviamo il matrimonio da poveri quando avremmo a disposizione un tesoro in grazia. Un tesoro che non usiamo perchè non crediamo e non chiadiamo.

Questione di parole. Due sposi sono chiamati coniugi mentre due conviventi sono compagni. Sembrano due parole molto simili, quasi dei sinonimi. Non è così! Basta andare alla radice delle due parole. Hanno un significato molto diverso. Compagno deriva da colui che ha il pane ( pani- ) in comune ( com ). Semplicemente quindi una persona con cui dividiamo e condividiamo i nostri bisogni. Bisogni di cibo certamente ma, in questo caso soprattutto, anche i bisogni affettivi e sessuali. Una persona che è funzionale alle nostre necessità. Qualcuno che ci serve. Il centro siamo noi e i nostri bisogni. E’ amore questo? Non lo so. Coniuge deriva dal latino cum e iugus. Portare lo stesso giogo, condividere la stessa sorte. Si può dire infatti anche consorte. Mi piace questa immagine. Lo sposo e la sposa con il matrimonio sono uniti dal giogo, che non imprigiona ma al contrario da forza e ti rende non più solo a portare il carico, ma pone al tuo fianco qualcuno con cui condividerne il peso. Il carico è la vita, le sofferenze, le cadute, i fallimenti, ma anche le vittorie e le gioie. Mi piace molto di più questa immagine rispetto al semplice compagno. Non so, a me sembra che compagno indica qualcuno a cui prendere quello che ci serve, mentre coniuge qualcuno a cui dare il nostro sostegno. Anche nelle parole possiamo trarre delle tracce di verità.

La convivenza si basa sulla scelta di amarsi e non su un obbligo assunto. Quante volte l’abbiamo sentita questa affermazione. Non è vera. E’ un modo per infiocchettare quella che in realtà è solo la nostra paura di una scelta definitiva. Una relazione che lascia vie di fuga, quando l’altro/a non è più come lo vorremmo, magari è più facile e meno impegnativa, ma non permette di amare davvero e soprattutto di sentirsi davvero amati. Nella libertà. Il nostro amore è sempre condizionato al giudizio nostro e dell’altro/a. Ne vale la pena? Mi conviene stare ancora con lui/lei? Queste sono le domande che in una relazione di convivenza gli sposi continuamente si pongono (magari in modo inconscio) per poi arrivare magari a dire un giorno: Non ti amo più! Questo non è amore, perlomeno non è l’amore autentico cristiano. E’ sentimento. E il sentimento si fonda sulla precarietà. Ciò che rende una relazione libera è proprio la promessa del per sempre che rende l’amore gratuito e incondizionato. Una vera scelta d’amore. Ci sarò sempre per te. Quando sarai meraviglioso/a e quando farò fatica a starti accanto! Che bello essere capaci di amarsi così! L’indissolubilità l’abbiamo scritta dentro. Desideriamo con tutto il cuore una persona che ci voglia bene perchè siamo noi. Non perchè facciamo qualcosa o ci comportiamo in un determinato modo. Sentire di doversi meritare l’amore dell’altro è terribile. Non lo percepiamo come amore. Dentro abbiamo questo desiderio grande di essere amati perchè siamo noi e per sempre.

Il per sempre imprigiona. Diceva San Giovanni Paolo II: Gli anelli nuziali indossati dagli sposi non sono che l’ultimo anello di una catena invisibile che li lega l’uno all’altra. Quindi è vero che il matrimonio è una catena. Si ma che rende liberi e non che imprigiona in una dinamica basata sull’egoismo e sul tornaconto personale. La catena non è solo qualcosa che può imprigionare, ma è qualcosa che può aiutare a custodire, proteggere ed evitare di cadere. Dipende dalla prospettiva che ognuno dà alla vita e al proprio matrimonio. Se la vita è un girovagare senza meta, di posto in posto, di esperienze, di piaceri e di sensazioni ed emozioni la catena diventa un limite. Lo diventa per forza. La catena non permette di correre la dove si vedono quelle luci e quella musica in lontananza. La catena diventa frustrante. Ma queste persone non hanno un progetto di vita. Vivono giorno per giorno. Per chi ha un progetto, una vetta da raggiungere, la catena diventa strumento di salvezza. La catena diventa corda che ci lega durante la salita. La corda che ci lega in cordata l’uno all’altro. Così quando il vento si fa forte, la neve ti ghiaccia il viso, le forze ti mancano e vorresti mollare, continui a salire perchè sei legato all’altro e perchè quella corda è sostenuta da colui che può tutto. Con la Grazia la salita non sarà mai troppo difficile. Ecco perchè non mi tolgo mai la fede dal dito. Non voglio neanche simbolicamente e per un momento staccarmi da quella catena che è salvezza, pienezza, senso e verità. E’ così che il nostro essere una sola carne (Gen 2, 24) riflette l’essere una sola cosa di Dio(Gv 17,21). Cioè la comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.

Spero di avervi fornito alcune interessanti prospettive. Il matrimonio è difficile ma è ciò che permette di amare davvero. Nella gioia e nel dolore.

Antonio e Luisa

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Guarda in su !

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,1-11a) :

In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. [..] 

In questi giorni la madre Chiesa, nella sua saggezza, ci sta offrendo tutti quei passi evangelici in cui Gesù dà le ultime raccomandazioni ai propri discepoli, li incoraggia, li prepara all’evento della Croce, spiega loro le ultime parabole, racconta del rapporto tra sé ed il Padre, preannuncia eventi come la Sua Risurrezione e la Sua Ascensione, li rassicura anticipando loro che scenderà lo Spirito Santo a Pentecoste….. e così, giorno dopo giorno, la Chiesa Cattolica ci prende per mano così da essere introdotti poco a poco agli eventi che celebriamo nella Santa Messa nelle varie solennità di questo periodo dell’anno.

Faremo un percorso a ritroso nel brano perché dobbiamo contestualizzarlo per renderlo vivo per noi….. leggendo queste poche righe che vi abbiamo riportato, si denota come Gesù abbia ben chiaro il proprio compito, sa bene qual è il suo posto nella storia…. come un vero 007 direbbe : Ho una missione da compiere !

Inoltre, vi ricordate all’inizio dello stesso Vangelo di Giovanni, quando all’inizio della sua vita pubblica alle nozze di Cana, Gesù rispose a Sua Madre che la propria ora non era ancora giunta ? Ma in questo brano, a pochi giorni dalla Passione cosa dice ? ” Padre, è venuta l’ora ” …..finalmente ! sembra dire….. ecco qual era l’ora di cui parlava alle nozze di Cana ! ….. proprio come un agente 007 aspetta pazientemente il momento giusto per uscire allo scoperto ed acchiappare il colpevole per consegnarlo alla giustizia. Ebbene, Gesù rivela la propria identità di Salvatore ( guarda caso è il significato del nome Gesù ) proprio nell’affrontare la Passione, esce allo scoperto e consegna il colpevole , cioè il peccato e Satana, alla giustizia di Dio Padre.

Un ultima considerazione circa la vita eterna : per Gesù consiste nel conoscere l’unico vero Dio e Colui che ha mandato, Gesù Cristo. Sembra una frase da Catechismo, da usare sul murales dell’oratorio ( sarebbe bello ), ma in realtà ha una profondità che il murales non riuscirebbe a riprodurre neppure se fosse un’immagine in 3D… perché il verbo tradotto con l’italiano “conoscere” non ha solo il significato classico del nostro bell’idioma, ma va oltre, va più in profondità, indica una conoscenza di cuore, indica anche una comunione di corpo e di spirito….. come quando il tecnico della lavastoviglie azzecca subito il problema senza neanche smontarla prima, sostituisce solo il pezzo secondo lui guasto, sicuro che poi ripartirà come nuova…. tu lo guardi stupito, e lui ti risponde : “queste lavastoviglie le conosco bene, ne ho smontate e rimontate a migliaia” …. ecco, la conoscenza espressa nella Bibbia assomiglia a quella che il tecnico ha della lavastoviglie…. ma anche di più…. assomiglia anche alla conoscenza che Beethoven aveva delle proprie sinfonie perché erano talmente parte di sé da non riuscire più a capire dove finisse l’uomo Beethoven ed iniziasse la sua sinfonia, poiché essa diventava il suo respiro, il battito del suo cuore…. nelle analisi del sangue avrebbero trovato un pentagramma forse !

Ecco, cari sposi, cosa intende Gesù per conoscere Dio, e noi siamo dei privilegiati perché il nostro sacramento ha proprio come oggetto la santificazione dell’altro/a, cioè ? Aiutarlo nel cammino di santificazione che consiste nel conoscere sempre più e sempre meglio Dio già su questa terra come una sorta di antipasto della vera conoscenza eterna in Paradiso. Come ? Attraverso il mio essere sposo/a tutti i giorni della mia vita.

Ma io sono fragile , come faccio ? Dobbiamo imitare Gesù.

All’inizio del brano l’evangelista Giovanni annota : “In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse: […] “, quindi dobbiamo anche noi alzare gli occhi al Cielo continuamente, ogni giorno, fatica dopo fatica, preghiera dopo preghiera, altrimenti il nostro sguardo si fissa sulle cose di quaggiù, come le galline, invece abbiam bisogno di alzare lo sguardo alle cose di lassù.

La bella lavanderina, che lava i fazzoletti…… guarda in su ! …… ricordate ?

Coraggio sposi, la filastrocca ci aiuta, in effetti Gesù ci ha detto di tornare bambini !

Giorgio e Valentina.

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Un solo corpo, un solo spirito.

Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.

Oggi mi fermo su questo versetto tratto dalla Lettera di San Paolo agli Efesini. Faceva parte della seconda lettura della liturgia di ieri, domenica di Ascensione.

Perchè è così importante? Dice tantissimo a noi sposi. Certo vale per tutti. E’ certamente una frase rivolta alla Chiesa tutta. Noi sposi siamo però piccola chiesa domestica e possiamo leggere queste parole in modo particolare, come rivolte al nostro personale stato di vita. Siamo sposi cristiani. Siamo persone unite da un vincolo sacramentale. Non è qualcosa di legalistico ma qualcosa di sostanziale. Non siamo più quelli di prima. Le nostre vite, i nostri cuori e anche i nostri corpi sono legati indissolubilmente non da un contratto ma dal fuoco dello Spirito Santo. Come scriveva sapientemente san Giovanni Paolo II nella sua opera teatrale La bottega dell’orefice:

L’orefice guardò la vera, la soppesò a lungo sul palmo e mi fissò negli occhi. E poi decifrò la data scritta dentro la fede. Mi guardò nuovamente negli occhi e la pose sulla bilancia…. poi disse: “Questa fede non ha peso, la lancetta sta sempre sullo zero e non posso ricavarne nemmeno un milligrammo d’oro. Suo marito deve essere vivo – in tal caso nessuna delle due fedi ha peso da sola – pesano solo tutte e due insieme. La mia bilancia d’orefice ha questa particolarità che non pesa il metallo in sè ma tutto l’essere umano e il suo destino”.

Un solo corpo, un solo spirito. E’ davvero così! In Cristo siamo uno. Che non significa che Antonio non esiste più e diventa un qualcosa di diverso. Io resto Antonio con tutte la mia unicità. Luisa però diventa parte di me nel senso che la mia vita assume una nuova direzione. Riprendendo le parole di San Paolo, Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me , noi sposi dovremmo arrivare a dire Non sono più io che vivo ma è il mio sposo, la mia sposa, che vive in me. Perchè la nostra vocazione è questa. Tanto più saremo capaci di far posto in noi alla presenza e al bene dell’altro/a e tanto più faremo posto a Gesù. Gesù desidera essere amato da noi attraverso la persona che abbiamo sposato.

Un solo corpo, un solo spirito. Non significa che Luisa sia mia. Che il suo corpo sia mio. Quante volte sentiamo di amori tossici dove uno dei due crede di aver diritto esclusivo ad avere tutto da parte dell’altro/a. Tanto da arrivare a volte a commettere violenza in nome di un presunto diritto acquisito. Il matrimonio non è questo. Non esiste nessun diritto. Esiste una promessa. La promessa di farci dell’altro/a. Tutto cambia! Io non ho nessun diritto su Luisa e non posso pretendere nulla. Non sarebbe più amore. Posso soltanto accogliere un dono. Posso accogliere Luisa che nella libertà si consegna a me, ed io a lei. Quando accade questa reciproca donazione è qualcosa di meraviglioso. Un amore vissuto nella libertà dei figli di Dio.

Un solo corpo, un solo spirito. Qui entra in gioco la sessualità matrimoniale. Noi siamo spiriti incarnati. San Paolo è molto chiaro. Non basta un solo corpo e non basta un solo spirito, una sola anima. Per avere una relazione d’amore autentica servono entrambi. Il matrimonio è proprio la relazione dove si può sperimentare un solo corpo e un solo cuore. Siamo uno. Luisa dal giorno delle nozze abita il mio cuore. C’era anche prima, ma non è la stessa cosa. Dopo le nozze ho promesso di essere suo per tutta la vita. La mia promessa diventa carne e si manifesta nell’incontro intimo. Nell’amplesso il nostro corpo sta dicendo sono uno con te. Il corpo diventa luogo di una comunione profonda dove l’invisibile diventa visibile e l’amore prende forma e concretezza. Qualcosa di meraviglioso che travalica il piacere fisico per diventare, quando vissuto autenticamente, un momento di eternità.

Dovremmo essere capaci di riflettere su queste verità, sulla grandezza della nostra unione e contemplare la nostra bellezza di sposi, Una relazione che, se vissuta nella dinamica pasquale del dono radicale e vicendevole, profuma di paradiso.

Antonio e Luisa

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Finché morte non ci unisca ancor di più

PADRE LUCA

Una volta ho celebrato un matrimonio di quelli in cui gli unici a rispondere erano gli sposi e il sagrestano. Il resto delle persone, comodamente seduto, conversava beato durante la Messa. Alla fine, mi si avvicina il padre della sposa, mi fa i rallegramenti e poi dice: “Padre, come mai non hanno detto la frase «finché morte non ci separi»”? Mi sarebbe venuto da chiedergli in quale puntata di Beautiful oppure di Dinasty l’aveva sentito… ma comunque gli ho risposto solo che non era previsto dal rito cattolico.

A proposito di rito ma andiamo a vedere esattamente cosa dice: “Io N., accolgo te, N., come mia sposa/o. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

In effetti il matrimonio è per tutti i giorni della nostra vita e allora pare che la morte sia il termine di questo cammino assieme. Ma la festa di oggi, l’Ascensione, e la Resurrezione di cui essa è il compimento, ci dicono che la nostra vita continua, che “siamo nati per non morire mai più” come disse la Serva di Dio Chiara Corbella (1984-2012). Per questo il matrimonio sfocia in Cielo. Ma, attenzione! Non ho detto che il vincolo matrimoniale sia eterno, esso difatti è una grazia per questa vita. Tuttavia, la relazione nuziale non finisce, non si limita a questa vita.

Il Card. Raniero Cantalamessa dice a tale proposito: «Il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. In un prefazio dei morti la liturgia proclama: “Vita mutatur non tollitur”, la vita è trasformata, non tolta. Anche il matrimonio che è parte della vita viene trasfigurato, non annullato». (R. Cantalamessa, Gettate le reti. Riflessioni sui vangeli, Piemme 2001). Quindi, parafrasando la battuta del mio amico all’inizio, quella frase, che idealmente gli sposi si dicono, dovrebbe diventare: “finché la morte non ci unisca ancor di più”.

A questo riguardo anche Don Renzo Bonetti esprime lo stesso concetto: “Il tempo degli sposi ha valore di eternità, perché vive ed esprime il mistero della relazione di Dio con l’umanità” e anche “con il sacramento del matrimonio tutto il tempo e la vita degli sposi entrano già nell’eterno” e da ultimo: “le nozze degli sposi sono chiamate ad annunciare, a testimoniare, nei giorni che passano, le nozze già avvenute tra il Verbo di Dio e l’umanità”, (R. Bonetti, Come in terra così in cielo, Porziuncola, Assisi 2017). Mamma mia! Che vertigini! Ci avevate mai pensato che il vostro amore ha qualcosa di eterno? E non è scritto solo in un romanzo Harmony?

Se la vita nuziale ha già sapore di eternità e la morte unisce ancora di più gli sposi, che senso ha allora la festa di oggi? Cioè, dove ascenderete, che fine farete voi come sposi? Voi sposi salirete a una comunione ancora più alta di quella che state sperimentando oggi, voi passerete a vivere assieme a LA comunione per eccellenza: quella con Dio.

Dice il prefazio nella Messa di oggi: “Gesù non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi, sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio della Messa di Ascensione). Sarete ancora più uniti a Lui in Cielo, un’unione che ora appena appena intuiamo, nel migliore dei casi.

Voi sposi siete a pieno titolo le membra di Gesù, la sua Sposa, il suo Corpo; ed oggi festeggiate il vostro ricongiungimento con lo Sposo, con il Capo.

Capite ora perché non ci sarà più bisogno del vincolo sacramentale? Perché Colui che vi lega e vi unisce è lo stesso Cristo. Il vincolo attuale è una misera ombra di Colui che sarà “tutto in tutti” (1 Cor, 15, 28). Ogni dimensione del vostro amore, tutta la vostra passione, le vostre emozioni, le vostre gioie saranno amplificate al massimo grazie alla presenza viva e reale, personale di Cristo e di tutta la Trinità in voi, attiva dentro di voi in una misura mai sperimentata prima.

Siccome Amoris Laetitia dice che voi sposi siete chiamati alla via mistica dell’unione con Dio (cfr. n° 316), adesso vi invito a fare una contemplazione della Parola e un esercizio.

L’esercizio che vi propongo è di provate a pensare a qualche momento di particolare intensità del vostro amore, quando vi è parso di toccare il Cielo con un dito. Cercate di visualizzare il più possibile quel momento, le circostanze, il motivo di quell’esperienza… Bene, quello è nulla in confronto con la potenza di amore che Cristo vi donerà in Cielo.

E perciò, provate poi a contemplare il vostro amore trasfigurato e in pienezza nella Vita con Dio e condividetevi le vostre riflessioni, i vostri pensieri: come sarà il nostro amore quando Cristo sarà tutto in noi? Come ci ameremo? Come ci abbracceremo? Come ci guarderemo di là?

Buona contemplazione, lo Spirito vi guidi e il Signore vi renda sempre più ferventi e pieni di gioia di essere assieme sulla via che porta Lassù.

ANTONIO E LUISA

Non avevamo mai considerato quanto ha scritto padre Luca. A pensarci bene però è vero, quando entreremo nella vita eterna saremo ancora più uniti tra noi. Ciò che ci porteremo dietro alla fine sarà l’amore e l’amore tra due sposi è tra i più profondi e completi. Nonostante il vincolo non ci sarà più.

Volevamo porre l’attenzione su un’altra realtà. C’è un momento in cui due sposi possono già su questa terra avere un assaggio della pienezza della vita eterna. L’abbraccio può essere un momento di paradiso, di ritorno alle origini, dove il peccato non aveva ancora corrotto i nostri cuori e tutto era puro, pieno e perfetto. L’abbraccio, e ricordate che l’amplesso è il più profondo e intimo abbraccio, anche se per pochi istanti può farci riassaporare l’infinito e la perfezione. Un istante che non vorremmo finisse mai. Un eterno presente dove non abbiamo bisogno di nulla se non di gustare quella pienezza meravigliosa. Non è forse questo il paradiso, un abbraccio eterno con Gesù.

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Maria Sposa 2.0.

Cari sposi,

continuiamo con il secondo appuntamenti su Maria Sposa. Nel precedente articolo ho esordito dicendo che Maria è Sposa anzitutto perché vuole essere Vergine, cioè vuol accogliere il dono di Dio, essere solo di Lui. Il momento clou di questa sua condizione è l’Annunciazione, quando Lei disse di sì al Signore, nonostante il “rimescolamento delle carte” nella sua vita. Ho quindi voluto sottolineare come tutto parte dal ricevere un Dono, dall’essere aperti ad accoglierlo. Questo aspetto è fondamentale per capire come Maria è Sposa e lo è anche prima dell’Annunciazione.

Ora facciamo un ulteriore passo in avanti e vediamo che il Signore ha fecondato il suo desiderio di amare molto concretamente in un luogo e con persone ben precise. Probabilmente Maria non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe partita da Nazareth, un paesino di qualche centinaio di abitanti (senz’offesa ma mi viene in mente Frittole, del film “Non ci resta che piangere”); che avrebbe fatto più di una volta il giro di Israele da nord a sud; che sarebbe fuggita in fretta e furia in Egitto e che da anziana avrebbe preso una barca fino alla lontanissima Efeso…

Il Signore l’ha presa in parola, ha preso sul serio quel suo cuore grande e l’ha messa in condizione di amare davvero Gesù, Giuseppe, gli apostoli, i primi cristiani e tante tante persone che di sicuro l’hanno voluta incontrare e parlare con Lei.

Il punto qui è l’offerta: Maria si offre perché sa di essere amata, Maria si dona pienamente nel cammino su cui il Signore l’aveva messa perché “l’amore non si paga che con sé stesso” (san Giovanni della Croce).

Non so voi ma io quanti progetti sulla mia vita mi sono fatto! E tutte cose ottime, per carità! Ma, tanto per dire, ora il Covid è stato un po’ come l’onda marina che ha disfatto il tuo castello di sabbia, elaborato con tanta cura. È necessario ora, con realismo e pazienza, mettersi in ascolto di cosa vuole il Signore e come vuole che mi doni in queste nuove circostanze.

A Maria è successa una cosa simile, tante e tante volte nella vita e ugualmente si è offerta con amore e ha accolta la Volontà di Dio.

Due momenti lampanti in cui Maria si dona e si fa avanti sono: Ain Karim, quando visita sua cugina Elisabetta e poi Cana di Galilea, durante il matrimonio a cui lei e Gesù vennero invitati.

In entrambe le circostanze Maria fa due gesti di cura, di amore, di servizio senza essere stata interpellata, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Visita sua cugina per mettersi a suo servizio negli ultimi mesi di gravidanza e forse anche dopo il parto; si accorge di una mancanza imbarazzante e imperdonabile al menù del banchetto nuziale e risolve magistralmente l’impaccio.

Essere sposa per Maria è questo: dare, donarsi, amare, servire, offrire, farsi avanti, mettersi a disposizione, ascoltare. È talmente grande il cuore di Maria che Gesù ha visto bene di farci entrare tutta la Chiesa e quindi ciascuno di noi con la nostra storia personale.

Cari sposi, impariamo da Lei ad amare, chiediamo la sua mediazione e intercessione se riscontriamo in noi ferite e chiusure per amare bene il nostro coniuge e la nostra famiglia. Chiediamole un cuore magnanimo e generoso come il Suo.

Padre Luca Frontali L.C.

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Maria non fa rima con Eutanasia – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

A Crotone, prima del Covid, ogni secondo sabato di Maggio, la Madre di Dio andava a far visita agli ammalati.
Vedere la sua immagine portata in ospedale ci ha fatto pensare che…

E’ il mese di maggio, mese per eccellenza che noi cristiani dedichiamo alla Beata Vergine Maria. Molte sono state le sue apparizioni in questo mese.

Apparizioni straordinarie che hanno cambiato la vita di molte persone.

Ma oggi vi raccontiamo qualcosa di estremamente ordinario.

Dicevamo che a Crotone nel mese di maggio si vive la devozione alla Beata Vergine Maria venerata col titolo di “Regina di Capocolonna” e tutta la città il secondo sabato del mese accompagna la grande Icona della Madonna che viene trasportata a spalla presso l’ospedale della città.

Non ci passa per caso, l’Icona viene portata volutamente in ospedale per far visita agli ammalati.

Come dicevo nulla di straordinario. Maria esce dalla chiesa per andare a far visita agli ammalati.

E’ una madre. Quale madre non andrebbe a far visita a suo figlio se fosse in ospedale.

E’ una discepola di Cristo, quale discepolo di Cristo non mette in pratica le parole di Cristo?

In realtà Maria è tra i pochi a praticare le parole di suo figlio e a compiere le opere di misericordia corporale tra cui c’è anche “……visitare gli infermi…..”.

Quale gioia per un ammalato vedersi confortato dalla presenza della Madre di Dio. Quale sollievo nell’anima e nel corpo.

Ma veniamo a noi.

L’altro giorno sentivo nuovamente parlare di proposte speciali per l’uomo libero di oggi. Leggi “giuste” che fanno rabbrividire nel loro essere così asettiche.

L’altro giorno sentivo ancora qualcuno proporre anche in Italia l’eutanasia.

Non vogliamo entrare nel merito della questione per un motivo particolare: la sofferenza è e riamane un mistero.

Chi ha fede in Cristo sa che la sofferenza può diventare uno strumento di redenzione non solo per sé stessi, ma anche per il mondo.

La stessa Beata Vergine Maria a Fatima invitava i pastorelli ad offrire le sofferenze per la salvezza altrui.

Ma chi non crede di questa sofferenza che se ne fa? A cosa giova soffrire? A chi?

Ma forse, in realtà, non è questo il solo aspetto che porta a giustificare l’eutanasia per un non credente.

Guardiamoci intorno.

Secondo un  nostro superficialissimo e stupidissimo parere, uno degli elementi che rafforza il fascino dell’eutanasia, ovvero della morte, è la solitudine in cui viviamo quotidianamente; anzi, l’isolamento – che è ancora peggio – ossia la sempre più significativa assenza di qualcuno (o più di qualcuno) con cui stabilire relazioni profonde, legami belli.

Spesso la nostra esistenza si gioca in quattro mura di case in cui sempre meno viviamo con amore e all’esterno in cui sempre meno viviamo con amore.

Le relazioni significative, quelle vere per cui ti giochi la vita sono sempre meno.

Perché? I motivi sono tanti…forse rincorriamo il benessere a vari livelli e abbiamo dimenticato che è la ricerca del bene che ti porta a stare veramente, profondamente, inesorabilmente bene; mentre la ricerca del benessere fine a sé stesso ti porta velocemente a stare male.

Ed è così che ci ritroviamo svuotati ed abbastanza incapaci di amare e lasciarci amare. Soli ed isolati.

Facciamo un esempio: quante volte abbiamo sentito dire dagli anziani: “nessuno viene a trovarmi”?

Quante volte se siamo stati ricoverati in ospedale per lunghi periodi abbiamo ricevuto visite?

La gente non ha tempo per fare visite. Ti manda un whatsapp e pensa che basti questo. Beh, almeno un whatsapp può essere qualcosa…meglio di niente.

Dicevamo che Maria durante la processione del secondo sabato di Maggio, qui a Crotone, fa visita agli ammalati.

E lo fa per ricordare a tutti noi che gli ammalati si vanno a trovare, che agli ammalati si sta vicino, che agli ammalati bisogna volergli bene.

Ed è qui che noi che ci diciamo cristiani siamo interpellati! Non gli atei…ma noi cristiani!

Come si combatte la voglia di eutanasia? Offrendo la vita per i fratelli che stanno male. Accogliendoli in casa propria? Perché no.

Immaginati solo in un letto di ospedale a vita. Vuoi vivere o morire?

Immaginati in un letto di ospedale o in una casa in cui ci siano persone che ti curano, persone che ti fanno sentire il loro calore e affetto, persone che ti vengono a trovare: in questo caso vorresti vivere o morire?

Beh, la risposta non è semplice.

Ma forse con più probabilità se noi cristiani “operassimo le opere” di misericordia corporale e spirituale, forse meno gente vorrebbe morire.

Forse (è solo un’opinione) se noi discepoli di Cristo ci impegnassimo a desiderare, a costruire relazioni (non istituzioni ma relazioni!!!) fraterne…allora forse ad essere dolce (eu) non sarebbe la morte (tanasia)ma dolce… sarebbe la vita.

E allora….“Santa Madre di Dio, in questo mese di Maggio a Te dedicato aiutaci a ristabilire relazioni fraterne tra noi esseri umani, ricordaci che nei piccoli gesti, nello stare insieme, nell’abbraccio del coniuge, nel sorriso dell’amico c’è una promessa di vita eterna che Gesù ha promesso a coloro che amano come ha amato Lui.

Amen.

Piccolo promemoria per essere felici:

Opere di misericordia corporale

  1. Dar da mangiare agli affamati.
  2. Dar da bere agli assetati.
  3. Vestire gli ignudi.
  4. Alloggiare i pellegrini.
  5. Visitare gli infermi.
  6. Visitare i carcerati.
  7. Seppellire i morti.

Opere di misericordia spirituale

  1. Consigliare i dubbiosi.
  2. Insegnare agli ignoranti.
  3. Ammonire i peccatori.
  4. Consolare gli afflitti.
  5. Perdonare le offese.
  6. Sopportare pazientemente le persone moleste.
  7. Pregare Dio per i vivi e per i morti.

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Grazie, Pietro e Filomena.

Gli sposi sono immagine di Dio? Ni.

Come spiegare che gli sposi sono immagine di Dio. Come disse Papa Francesco in un’udienza del 2014: L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due.

Io e Luisa, come ogni altra coppia sposata in Gesù, siamo ciò che più si avvicina a mostrare chi è Dio. Perchè proprio nella nostra differenza uomo-donna, nel nostro essere sessuati e diversi, c’è la possibilità di generare una relazione feconda e l’occasione di farsi dono l’uno per l’altra in una comunione d’amore. Come accade nella Trinità.

Certo rappresentiamo un’immagine molto limitata ed imperfetta, ma riusciamo a raccontare qualcosa di Dio come nessuna altra realtà umana può fare. Allora perché tutta questa miseria anche tra gli sposi uniti sacramentalmente? Perchè tanti sposi si separano, si tradiscono, si feriscono nello spirito e talvolta anche nel corpo? Queste coppie non sono immagine di Dio?

Non è facile rispondere. Ci proverò con un esempio che può essere esplicativo. Presupponiamo che il matrimonio sia valido (purtroppo non è detto lo sia). Lo Spirito Santo è sceso sugli sposi e Gesù ha preso casa nella relazione dei due. I due sono immagine di Dio? Lo sono già? La risposta è ni. Si e no.

Sicuramente in potenza lo sono. Hanno questa immagine impressa dentro di loro. Impronta impressa dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo che li ha resi uno e che li ha resi di Dio. C’è l’immagine di Dio. In tutti i matrimoni validi, anche i più disgraziati. C’è ma non si vede. Come se Gesù avesse scritto il Suo nome sul foglio del loro matrimonio con il succo di limone. Lo ha scritto, ma è invisibile. Come renderlo visibile? Bisogna avvicinarlo ad una fonte di calore. Ad esempio ad una candela. Candela che genera luce e calore. Una piccola luce e una piccola fiamma.

Candela che rappresenta la nostra misera capacità di donarci l’uno all’altra con tutta la volontà, con tutto il corpo e con tutta la mente. Se il nostro matrimonio è vissuto nel calore del nostro amore umano reciproco ecco che accade il miracolo. I fogli bianchi della nostra relazione mostrano ciò che Dio aveva scritto fin dal giorno delle nostre nozze in modo non visibile. Il nome di Dio prende forma e colore nella nostra vita. Diventiamo davvero immagine di Dio e del suo amore. Ecco perchè tanti matrimoni falliscono. Perchè manca il calore e la luce dell’amore naturale degli sposi (anche solo di uno dei due). La Grazia di Dio necessità di poggiare sull’amore degli sposi. L’immagine di Dio resta nascosta e il matrimonio rischia di restare una relazione molto povera, come tante altre. Come tante altre finisce. Non diamo la colpa a Dio per questo. Solo dando tutto avremo in cambio il centuplo in gioia, pace e grazia fin da questa vita. Come disse Papa Francesco:

Il matrimonio come sacramento è dono di Dio e al tempo stesso impegno. L’amore di due sposi è santificato da Cristo, e i coniugi sono chiamati a testimoniare e coltivare questa santità attraverso la loro fedeltà l’uno verso l’altro.

Antonio e Luisa

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Perchè non semplicemente convivere?

Io e Luisa ci siamo “specializzati”, se così si può dire, su argomenti relativi agli sposi. Sposi novelli o sposi maturi ma sposi. Difficilmente ci capita di testimoniare ai fidanzati. Ogni tanto però succede. In quei casi ci teniamo particolarmente a porre in evidenza la bellezza del matrimonio.

Una delle tipiche domande che riceviamo è: come avete capito che l’altra era la persona giusta per voi? Un’altra tipica: come facevate ad essere sicuri che il vostro matrimonio sarebbe andato bene? Due domande molto simili e che nascondono la stessa paura. La paura di sbagliare. La paura di una scelta definitiva, nella quale, che si ammetta o meno, investiamo tutto di noi. Un fallimento sarebbe davvero pesante da sopportare.

Papa Francesco ne ha parlato diverse volte. Ha parlato della paura del definitivo.

Due giovani che hanno scelto, hanno deciso, con gioia e con coraggio di formare una famiglia. Sì, perché è proprio vero, ci vuole coraggio per formare una famiglia! Ci vuole coraggio! E la domanda di voi, giovani sposi, si collega a quella sulla vocazione. Che cos’è il matrimonio? E’ una vera e propria vocazione, come lo sono il sacerdozio e la vita religiosa. Due cristiani che si sposano hanno riconosciuto nella loro storia di amore la chiamata del Signore, la vocazione a formare di due, maschio e femmina, una sola carne, una sola vita. E il Sacramento del matrimonio avvolge questo amore con la grazia di Dio, lo radica in Dio stesso. Con questo dono, con la certezza di questa chiamata, si può partire sicuri, non si ha paura di nulla, si può affrontare tutto, insieme!

Capite? Il Papa ha espresso benissimo il motivo che ci ha spinto a sposarci. Come noi credo anche tante altre coppie di sposi cristiani. Io non ero certo che Luisa fosse la persona giusta. Non ero certo che la nostra storia sarebbe andata bene. Luisa mi piaceva, vedevo il lei una bellezza che mi affascinava e mi sentivo attratto. Con lei mi sentivo accolto ed ero libero di mostrarmi per quello che ero. Credo che ciò che, più di ogni altra considerazione, mi ha fatto comprendere che potevo fare un passo definitivo con Luisa, sia stata proprio la consapevolezza di sentirmi libero di non fingere con lei. Non eravamo però sicuri di nulla. Nessuna garanzia che il matrimonio sarebbe durato.

Il matrimonio è stata una vera scommessa. Ci siamo fidati. Sicuramente l’uno dell’altra, ma ancor di più ci siamo fidati di Gesù. Noi da soli, con le nostre differenze, fragilità, incompiutezze e contraddizioni cosa potevamo mai promettere? Probabilmente qualcosa di così grande che da soli non avremmo mai saputo mantenere.

Perchè allora sposarsi? Perchè non semplicemente convivere? Perchè convivere non sarebbe stato dare tutto. Sarebbe stata una scelta reversibile e di conseguenza non incondizionata. Una scelta così, da una parte ti lascia una via di fuga nell’evenienza che le cose vadano male, ma dall’altra non ti permette si sentirti amato dalla persona che hai accanto. Che promessa sarebbe: sto con te finchè sto bene. Oppure: sto con te ma in futuro chìssà. Se trovo qualcuno di meglio mi riservo di scegliere diversamente.

Siate sinceri: vi sentireste amati? Oppure vi sentireste uno lo strumento nella mani dell’altro? Qualcuno da usare finchè serve? Sono riflessioni importanti da fare e da fare insieme. L’amore non è questo. L’amore è dare tutto per quella persona senza chiedere nulla in cambio. Quando Luisa mi ha promesso questo, ed ero sicuro che sinceramente ci stava mettendo tutto il suo desiderio e volontà di mantenere quella promessa, mi sono sentito davvero amato. Amato senza dover dimostrare nulla. Amato senza dovermi meritare quell’amore. Amato nella libertà. Amato e basta. Questa sensazione è meravigliosa e commovente. Ed è commovente ogni volta che me lo dimostra. E’ commovente ogni volta che mantiene quella promessa con il suo esserci sempre e comunque. Quando sono bravo e quando sono un disastro. Quando siamo trasportati da passione e sentimento e quando magari fa fatica a starmi accanto.

Quindi cerchiamo di leggere quanto ci chiede la Chiesa non come una assurda richiesta di imprigionarci in una relazione senza via di uscita. Non è questo. Guardatela da un’altra prospettiva. Leggete questa scelta da ciò che il vostro cuore anela e desidera. Tutti, indistintamente, giovani e anziani, maschi e femmine, cristiani e non, desideriamo essere amati in modo radicale e senza condizioni. Per questo il matrimonio genera nostalgia. Non smettete di crederci e scommetete sulla vostra vita.

La domanda da farvi quindi non è: sto sposando la persona giusta? No! Non è questa. Non lo saprete mai con certezza se non con il tempo. La domanda che ogni persona che si avvicina al matrimonio dovrebbe farsi è: sono pronto a dare tutto? Sono pronto ad amare senza condizioni con l’aiuto di Dio? Quello che ne avrete in cambio sarà il centuplo già in questa terra. E se uno dei due si tirasse indietro, per l’altro resterebbe comunque la consapevolezza di aver rischiato per qualcosa di grande. Qualcosa che comunque ha lasciato in eredità una relazione profonda con il Signore. So che è così, perchè ho visto tanti fratelli e sorelle fedeli ad un coniuge che si è rifatto una vita che hanno nel cuore pace e pienezza. Pace e pienezza che vengono da Dio, non c’è altra spiegazione.

Antonio e Luisa

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Senza ballottaggio !

Riportiamo l’ultima parte del Vangelo di Domenica ( Gv 15, 9-17 ) :

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Cominciamo dalla fine di questo brano evangelico per poi andare a ritroso nella riflessione. Anche in questo brano di Vangelo, Gesù ci conferma che amarsi gli uni gli altri non è un semplice suggerimento per vivere felici, non è una bella frase da cioccolatino, non è uno slogan di una qualche associazione benefica, ma è un comando…. un imperativo… non abbiamo scelta come cristiani, tantomeno come sposi ! O ci amiamo oppure disobbediamo ad un comando. Il problema è che il peccato è entrato nel mondo per una disobbedienza, la prima disobbedienza di Adamo ed Eva, ed ha combinato un disastro con una reazione a catena di cui stiamo ancora pagando il conto salatissimo.

Quindi l’unica via per non peggiorare la situazione che abbiamo ereditato dai nostri progenitori della Genesi è fare l’esatto contrario : NON DISUBBIDIRE A DIO !

Semplice, no ? Tanto semplice a dirsi quanto difficile da realizzare nella realtà umana, in particolare in quella sponsale.

Ma qual è il modo con cui dobbiamo amarci, il modello di riferimento ? Ovviamente è Gesù, il quale, nei versetti precedenti ci chiama amici e dice che l’amore più grande è dare la vita per i propri amici, cioè noi suoi discepoli ; quindi per l’ennesima volta Gesù cita la propria Passione come atto di amore e la Chiesa ci propone in queste Domeniche post-Pasqua i Vangeli in cui Gesù stesso dichiara di donare la propria vita per molti, come nelle parabole del Buon Pastore ad esempio, proprio per ribadire e ri-cordare all’uomo che Gesù, nella Sua Pasqua, si è donato per amore nostro e al nostro posto.

Ma come possiamo amarci con lo stile di Dio senza il suo aiuto ? Impossibile, infatti : “senza di me non potete far nulla”. E quindi, siamo spacciati ? Siamo degli incapaci che si illudono nell’imitare Gesù ? Siamo degli ingenui ?

Procediamo con ordine : nella società contemporanea a Gesù, erano i discepoli a scegliere il maestro, questa era la consuetudine, perché essi andavano a vivere col maestro per un po’ di tempo nella speranza di assimilarne lo stile di vita e la cultura. Gesù si definisce maestro e si lascia definire tale, ma è diverso dagli altri, perché è Lui a scegliere i propri discepoli, al contrario di tutti gli altri maestri del suo tempo…. anche in questo Gesù è fuori dagli schemi.

Ecco perché dichiara : ” Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi “. Praticamente siamo dei privilegiati, siamo stati eletti da Gesù in persona e SENZA BALLOTTAGGIO…. elezione diretta ed immediata !

Ci pensate mai sposi ? Siamo stati eletti pur sapendo bene il nostro curriculum, pur sapendo il nostro programma di governo… eppure siamo stati eletti senza ballottaggio !

Inoltre ci ha costituiti, cioè ? Ci ha resi capaci di amare come Lui, e lungo il cammino ci dona gli strumenti per adempiere al comando di amarci gli uni gli altri. Altro che sprovveduti ! Con gli aiuti di Dio non siamo spacciati ! Lui ci ha resi capaci di amarci col suo stile, ma non lo siamo in base a delle nostre presunte abilità personali, ma lo diveniamo con la Sua presenza, con il Suo Santo Spirito.

Giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, perdono dopo perdono, carezza dopo carezza, “scusa” dopo “scusa”, sguardo dopo sguardo, abbraccio dopo abbraccio, “ti amo” dopo “ti amo”……. diveniamo sempre più obbedienti al comando di amarci gli uni gli altri…. e chi, meglio degli sposi, può testimoniare al mondo questo “bel comando” di Dio ?

Coraggio cari sposi, col sacramento del matrimonio siamo stati eletti SENZA BALLOTTAGGIO !

Giorgio e Valentina.

Un matrimonio che funziona è fatto di preghiera ed elemosina

Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo.
Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”.
Pietro prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone,
ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso.
E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo

Atti degli apostoli

Oggi ho deciso di prendere spunto dalla prima lettura di ieri. La Parola racconta di Cornelio, un romano, un centurione romano. Faceva parte degli oppressori e usava la spada con gli ebrei. Non era, possiamo dirlo con certezza, il prototipo della persona che poteva essere, secondo il pensiero degli apostoli, toccata dallo Spirito Santo.

Eppure viene toccato. Lui e tutte le persone che erano con lui. La sua famiglia. Perchè? Perchè temeva il Signore e praticava la giustizia. Concretamente significa, lo troviamo scritto pochi versetti prima,  faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio.

Ecco! Questo è quello che anche noi possiamo cercare di fare nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Preghiere ed elemosina. Detto in altri termini molto più chiari: avere una relazione personale con Gesù e avere uno sguardo che sappia rivolgersi ai bisogni di chi ci sta accanto.

Avere una relazione personale con Gesù ci permette di scoprirci e riscoprirci continuamente amati. Siamo amati personalmente e teneramente da Gesù. Siamo per Lui ciò che c’è di più prezioso. Ognuno di noi è il più prezioso per Lui. Sarebbe morto in croce anche solo per me, anche solo per Luisa, anche solo per te che stai leggendo.

Comprendere questo amore che Gesù ha per noi, ci permette di svoltare nella nostra vita. Non saremo più scoraggiati da ciò che ci manca, dai nostri limiti e debolezze. Non andremo più alla spasmodica ricerca di qualcuno che possa rassicurarci e confermare che siamo persone belle e desiderabili. Alla ricerca, come mendicanti, di qualcuno che ci permetta di sentirci un po’ meno poveri, attraverso la considerazione e l’attenzione di cui abbiamo bisogno. Che soprattutto nostro marito o nostra moglie ci deve dare. Così non siamo liberi di amare ma siamo in continua ricerca di rassicurazioni e attenzioni dall’altro. E quando, per qualsiasi motivo, vengono a mancare, crolla tutto. Perchè siamo troppo poveri, senza Gesù, per donare senza prendere nulla.

E poi fare elemosina. Non dobbiamo leggere questo atteggiamento come qualcosa di solo materiale. L’elemosina è la capacità di avere sempre lo sguardo verso l’altro, l’elemosina è empatia e comprensione. Possiamo farci elemosina tra noi sposi ogni giorno. Siamo deboli, siamo pieni di contraddizioni. Ci sono momenti del matrimonio che ci sentiamo particolarmente poveri. Momenti dove abbiamo molto poco da dare. Siamo scoraggiati, non siamo amabili. Ci sentiamo inadeguati. Ecco quello è il momento in cui abbiamo più bisogno delle attenzioni dell’altro. Delle elemosina dell’altro. Sentirci amati quando sappiamo di essere poveri e di non meritarlo. La dinamica di coppia è così. A volte sarò io a dare a mia moglie e a volte sarà lei a dare a me.

Un matrimonio che funziona si fonda su questi due atteggiamenti fondamentali. Non sono i sentimenti e le emozioni a far durare un matrimonio ma la preghiera verso Dio e l’elemosina che a vicenda ci doniamo. Come scritto nel Vangelo: amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 

Antonio e Luisa

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Restiamo sposi

PADRE LUCA

Una volta mi sono trovato a celebrare un matrimonio di due “pischelli”, come si dice a Roma. Lui 20 e lei 19. Ho esordito così: “quale coppia è più bella secondo voi: una di quelle uscite da «Matrimonio a prima vista» oppure i nonnini che sono giunti alle nozze di diamante?”. I due si sono guardati, poi si sono girati verso l’assemblea e infine la sposa timidamente rispose: “beh, direi quelli più anziani”. E mi venne da ridere.

Nella mia comunità, i miei confratelli mi prendono in giro perché quando guardiamo assieme un film sono quello che commenta: “questo attore è sposato con tizia… la protagonista nella vita reale ha avuto due figli… questo qua ha fatto tale ruolo in quell’altro film” e vengo immediatamente e coralmente zittito. In effetti mi incuriosisce vedere il cast dei film che guardiamo e ciò che noto è che negli studios di Hollywood ci si toglie in fretta l’anello. Vale sia per i più divi come per quelli meno famosi: quasi tutti hanno vite matrimoniali molto brevi. La durata è davvero di qualche anno (se va bene). Ma nemmeno noi del Bel Paese ci salviamo… nel 2014 l’Istat diceva che ci si separa in media dopo 16 anni ma per l’ultimo censimento di fine 2019 addirittura i matrimoni in chiesa sono stati superati per la prima volta nella storia da quelli civili. “Matrimonio finché mi pare” batte “matrimonio per sempre” 1 a 0.

A proposito di matrimonio, nel Vangelo di oggi Gesù dice ai suoi amici: “rimanete”. Ma che bello! È una frase proprio da persone che si vogliono bene. Gesù prova davvero tanto affetto per gli apostoli, ben sapendo che lo avrebbero tradito. Sta chiedendo a loro: “restate con me, non staccatevi, restiamo sempre amici, vogliamoci sempre bene…”.

È proprio dell’amore il rimanere, il restare! Non so voi, ma io non mai visto scritto su un muro o sul marciapiede: “Ti amerò per altri 10 anni” oppure “voglio stare con te fino al 2029”. Al contrario, ho sempre letto frasi che parlano di eternità, di infinito, di sconfinatezza… perché questo è l’amore. “Lo strinsi fortemente e non lo lascerò” (Ct 3, 4) dice l’amata all’amato nel Cantico dei Cantici.

Tutti partono bene nel matrimonio, la sensibilità è alle stelle, non si vede l’ora di stare semplicemente assieme senza dover fare chissà cosa, qualsiasi discorso va bene. Ma poi passa il tempo… i figli, il lavoro, le preoccupazioni, i soldi, lo stress della vita…  si sa, fanno ridimensionare le aspettative.

Cosa è più facile dire: ti amo (adesso), oppure ti ho amato finora? L’amore vero è quello perseverante, che sa rimanere, sa durare nel tempo.

Il regista Mike Nichols del celebre film “Il laureato”, con Dustin Hoffman come protagonista, non volle farne il seguito proprio perché sarebbe risultato estremamente noioso far vedere la vita di una coppia stabile. Se la rottura di un legame può sembrare originale, lo stare sempre insieme invece è insipido. Eppure, non c’è niente di più faticoso ma anche appassionante del vivere la quotidianità dell’amore non certamente in modo superficiale e passivo. Questo non lo vuole nessuno. Ma una vita di coppia gioiosa e felice per 30,40,50 è davvero, umanamente parlando, un’impresa notevole e degna di stima e ammirazione!

Torniamo al vangelo. Mi piace dare questa lettura al testo di oggi. Prova ad immaginare che ci siete voi due nell’Ultima Cena con Lui. E Lui vi dice: “cari sposi, rimanete nel mio amore! Io già sono rimasto in voi dal momento della celebrazione, ora chiedo a voi di restare con me”. Non è meraviglioso?

C’è una specie di reciprocità tra noi e Gesù. In più di una occasione sono stati i discepoli a chiedere di restare con Gesù. Pensa ad Emmaus e sul Tabor “facciamo tre tende” (Mt 17, 4). Ma adesso è Lui che chiede di restare con noi. Ci vuole proprio bene Gesù! E questo vale in modo speciale per gli sposi.

Infatti, “Il dono di Gesù Cristo (nel matrimonio) non si esaurisce nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ma accompagna i coniugi lungo tutta la loro esistenza. Lo ricorda esplicitamente il Concilio Vaticano II, quando dice che Gesù Cristo «rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 56). Ecco qui un bellissimo collegamento al Vangelo di oggi con il sacramento del matrimonio.

Cari sposi, Gesù è davvero tanto contento di essere rimasto con voi per tutti gli anni del vostro matrimonio, tanti o pochi che siano. Non importa se il vostro amore non è perfetto o non è così “mozzafiato” come agli inizi. L’importante è essere consapevoli che Lui è con voi per continuare a soffiare sulle braci del cuore e a ravvivare la donazione quotidiana. Restate con Lui perché Lui è sempre stato con voi.

ANTONIO E LUISA

Noi festeggiamo tra poco più di un mese i nostri diciannove anni di matrimonio. Siamo durati quindi oltre la media. Abbiamo scollinato i fatidici 16 anni che secondo la ricerca menzionata da padre Luca è il momento della separazione. A parte gli scherzi è bellissimo sapere e avere fiducia che l’altro ci sarà sempre per noi.

In questi anni ce lo siamo dimostrato diverse volte. Ogni crisi è stata un’occasione per rilanciare e per metterci qualcosa in più: in amore, in determinazione, in capacità di sacrificio e, soprattutto, in fede. Quando le cose sembravano mettersi male ci siamo fidati ed affidati e non siamo mai rimasti delusi.

Come diceva un sacerdote che abbiamo ascoltato un po’ di tempo fa: se arriverete a dirvi che non vi amate più significa che non vi siete mai amati. C’era sentimento, passione, magari grandi emozioni, ma alla prova dei fatti, quando c’era bisogno di metterci soprattutto volontà e sacrificio vi siete tirati indietro.

Come ha concluso padre Luca: Restiamo con Lui perché Lui è sempre stato con noi.

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Domenica e famiglia : un connubio possibile / 8

Eccoci al primo passo dentro la chiesa ove tra poco sarà celebrata la S. Messa, e siamo invitati a compiere due gesti : la genuflessione e il segno di Croce con l’Acqua Santa, di cui abbiamo già un po’ approfondito la valenza ed il significato. Occupiamoci oggi della genuflessione che, nell’ordine, verrebbe prima dell’Acqua Santa, ma l’abbiamo lasciata come seconda nella riflessione.

Abbiamo già notato come farsi il Segno di Croce con l’Acqua Santa sia un gesto di appartenenza e di richiesta di benedizione, ma sarebbe sterile e vuoto se non fosse preceduto/accompagnato dalla genuflessione. Quest’ultima, infatti, porta a compimento e rende visibile la nostra appartenenza a Dio, già espressa con il primo Segno di Croce con l’Acqua Santa.

La genuflessione ha origini antiche e diverse forme, ma sostanzialmente è un atto di rispetto, riverenza, adorazione, devozione e sottomissione ; si esegue portando il ginocchio destro fino a terra, mantenendo il busto in posizione eretta : la genuflessione non è un inchino ; solo in casi estremi può essere sostituita da un inchino profondo, è il caso per esempio di una persona con gravi problemi di deambulazione, oppure in taluni casi la persona ne è impossibilitata perché costretta su una sedia a rotelle, ma in tutti gli altri casi la genuflessione è obbligatoria dinanzi al Tabernacolo.

Per capire meglio questo gesto ci lasciamo aiutare dalle varie esperienze umane, perché la genuflessione non è un’invenzione cristiana, ma appartiene al patrimonio dell’umanità fin dai tempi più remoti. Infatti tutti i rituali ufficiali alla presenza di un imperatore, di un re, di un monarca, di uno zar, di un faraone, prevedono la genuflessione con uno o due ginocchi, quantomeno l’inchino più o meno profondo, in taluni casi la prostrazione con la faccia a terra ; questi rigidi rituali prevedono poi che nessuno osi allontanarsi dando le spalle al re, ma cammini all’indietro stile retromarcia sperando di non inciampare.

Se tutti questi rituali così rigidi li osserviamo alla presenza di un uomo, benché eccezionale, benché rivestito di una carica istituzionale di altissimo livello e pregio, benché di alta statura morale, benché potente, benché a capo di uno Stato, benché degno di grande rispetto, MA PUR SEMPRE UOMO……. non si capisce perché molti cristiani quando si trovano di fronte a DIO non si genuflettano ! Eppure non sono davanti ad un re (umano), ma al Re dei Re ; Colui al quale anche i re/imperatori/monarchi/zar/faraoni umani dovranno rendere conto di se stessi, delle proprie azioni.

Ho un ricordo vivissimo della mia nonna in età avanzata : spesso l’accompagnavo alla Messa della Domenica, e per lei percorrere quei 200 metri da casa sua alla chiesa era faticoso nonostante l’ausilio del fidato bastone ; con seri problemi alle articolazioni e alle ossa già molto compromesse, arrivava dinanzi alla Chiesa, e, superati con difficoltà i tre gradini all’ingresso, entravamo in chiesa, lei ha sempre insistito nel compiere quel gesto a lei tanto caro, la genuflessione…. vi confido che in me c’era un po’ di ammirazione, ma anche un po’ di incomprensione mentre la aiutavo. Una Domenica mattina, io ero già in chiesa perché dovevo svolgere un servizio, e la vidi entrare da sola, stava cominciando a fare la solita genuflessione allorché mi avvicinai in fretta per aiutarla nel compiere tale gesto. Mentre la sorreggevo nel rialzarsi, le chiesi perché mai si ostinasse con questo gesto quasi impossibile per le sue condizioni fisiche, e la sua risposta fu risoluta quanto tenera : << Perché io mi abbasso solo davanti al Re ! >>.

Fu una lezione che non scorderò mai, una grazia che il Signore mi fece attraverso di lei. Nessuna laurea in teologia dogmatica, né in filosofia, aveva la licenza della terza elementare ma nella fede aveva una laurea che superava tanti teologi d’oggi di grande fama.

A volte leggiamo o sentiamo interventi, ahimè anche di sacerdoti, volti a denigrare o quantomeno declassare i gesti del corpo durante la Liturgia, con la scusa che “tanto il Signore guarda il cuore”….. è un tentativo maldestro di nascondere le proprie mancanze dietro a frasi bibliche, magari dette da Gesù, estrapolandole a proprio piacimento e piegandole ai propri biechi fini, semplicemente perché si ha paura o forse vergogna di dimostrare a tutti la propria identità, il proprio essere cristiani.

La genuflessione appena entrati in chiesa, rivolta verso il Tabernacolo, cioè verso la presenza reale, vera e sostanziale di Gesù Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, NON è un gesto rituale ormai superato, semmai è stato dimenticato da tanti cristiani, ma soprattutto non è un gesto che offende la nostra dignità umana. Al contrario, la genuflessione dinanzi a Dio, dice la nostra dignità di Figli di Dio, cioè di suoi eredi, e nel contempo attira su di noi la Sua Benevolenza e la Sua Misericordia. E’ un gesto che ci ricorda che noi siamo creature e che Dio è Il Creatore, e quanto farebbe bene all’uomo moderno, il quale pensa di affrancarsi da Dio per confidare nelle proprie forze, nelle proprie scienze, nelle proprie tecniche. Anche il poeta William Butler Yeats, riconoscendo la profondità dello stare in ginocchio davanti a Dio, scrisse :

Le mie ginocchia mancano di salute finché non si inginocchiano.

Genuflettersi quindi, aiuta chi ci vede, ma aiuta anche chi quel gesto lo sta compiendo, perché è una testimonianza di appartenenza a Dio, e consolida in noi la fede in Lui. Ogni volta, infatti, che compiamo questo gesto, cresce la nostra fede confermando i gesti precedenti e ci dà la forza di compiere la prossima genuflessione.

Cari sposi, fare la genuflessione insieme al proprio coniuge è un atto che cementifica la coppia perché è l’Amore di Dio il vero cemento, il vero nutrimento, la vera sorgente per il nostro amore.

Buona Domenica e buona genuflessione.

Giorgio e Valentina.

“Amare: tra il dire e il fare bisogna contemplare” – Sposi&Spose di Cristo

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

L’altro ieri Papa Francesco, durante l’udienza generale, ha parlato ampiamente di quanto sia necessario per ogni cristiano – non solo per i consacrati ma anche per gli sposi – recuperare la ricchezza che viene dalla contemplazione.

A tal proposito oggi vi raccontiamo una storiella, buona lettura!!!

+++

C’era una volta una signora che si recò dal medico e gli parlò del suo strano dolore.

“Dottore guardi…ho un non-dolore al centro del cuore.”

“Mi dica qualcosa in più. Si spieghi meglio!” replicò il medico.

“Si, ha ragione…solitamente si va dal medico per i dolori. Io avverto un non-dolore e tanta stanchezza.

Guardi…la mattina mi sveglio e mentre preparo il caffè per mio marito e mentre lui si occupa delle bambine cerco di essere felice, ma poi vengo assalita da tutti i pensieri di ciò che dovrò fare durante la giornata.

Quando penso agli impegni un po’ il non-dolore mi passa…una botta di adrenalina mi riempie le vene e allora come un fulmine inizio a pulire casa, poi esco per il lavoro, poi torno e cucino, poi mio marito torna a casa con i nostri figli che ha preso da scuola ed allora pranziamo.

Pranziamo benissimo, cerco di cucinare tutto al meglio e non trascuro nessun dettaglio. Mentre pranzo mio marito guarda il cellulare e i miei figli dopo un boccone sono già davanti alla TV mentre io finisco di pranzare in piedi mentre inizio già a lavare i piatti, poi…”

“Stop! Signora, ha già detto abbastanza. Quando avverte il suo non-dolore?”

“A fine giornata caro dottore.

Mio marito, che è un brav’uomo e mi aiuta davvero tanto è lì, accanto a me sfinito. I bambini dormono e io ho ancora un filo di forze per pensare a quanto vissuto. La casa è pulita, il lavoro – seppur mal retribuito – funziona…io e mio marito non litighiamo quasi mai…ma, prima di chiudere gli occhi il non-dolore mi assale.

Ripenso in un istante alla mia giornata e vedo solo i compiti che ho svolto…ma non vedo i volti delle persone accanto a me.

Vedo le camice che ho stirato per mio marito…ma non ricordo il suo viso.

Vedo i letti che ho rifatto per i nostri figli, ma non ricordo i loro sorrisi.

Ed è qui che provo il mio non-dolore. Va tutto bene, ma sto male. Amo la mia famiglia, ma non so più che volto ha.

E’ grave?”

Replicò lentamente il medico: “Vede signora…lei dice e fa molte cose dalla mattina fino a sera. Brava. Fa tutto con molta cura e attenzione e la dedizione non le manca.

Una cosa però la sta trascurando. Forse una delle più importanti. Sta dimenticando di contemplare.

Contemplare, star lì innanzi a suo marito, magari senza dire nulla, senza far nulla…ma godendo semplicemente della sua presenza.

Il suo non-dolore nasce proprio da una mancanza di godimento. Non riesce a godere delle persone, degli affetti e delle piccole cose di ogni giorno. Si sta convincendo che amare significhi “dire e  fare”, ma sta dimenticando il contemplare.”

Poi il medico si alzò dalla sua sedia e venne qui a chiedere a te che leggi:

“E tu che leggi, riesci ancora a contemplare il volto del tuo coniuge, dei tuoi figli. Riesci a gustare la loro presenza senza lasciarti divorare dagli impegni? 

Lasci che gli altri assaporino la tua presenza stando semplicemente accanto a loro…a non far nulla di preciso, ma semplicemente stando?

Rifletti! Come cristiani siamo chiamati al Paradiso che, pare, sia la contemplazione eterna del volto di Dio. 

In paradiso si va preparati…prepariamoci dunque a questa contemplazione del nostro Sposo Divino attraverso la contemplazione del nostro sposo umano. E impareremo a godere. Godere veramente e pienamente. Da ora e per sempre.”

Poi il medico aprì il Vangelo e lesse:

“Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta»”

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Grazie, Pietro e Filomena.

Io guardo Lui, e Lui guarda me!

Ieri Papa Francesco ha proposto una catechesi meravigliosa. Una catechesi sulla preghiera contemplativa. Cosa significa contemplare? Perchè essere capaci di contemplare è così importante per noi sposi.

Il Papa si riferisce nella sua catechesi in particolare alla preghiera contemplativa, alla nostra relazione personale con Gesù. Per noi sposi c’è però una seconda dimensione. Una seconda lettura che non esclude la prima ma la integra e le dona ancora più ricchezza è significato.

La preghiera contemplativa è quella che, usando le parole del Papa, “Io guardo Lui, e Lui guarda me!”. È così: nella contemplazione amorosa, tipica della preghiera più intima, non servono tante parole: basta uno sguardo, basta essere convinti che la nostra vita è circondata da un amore grande e fedele da cui nulla ci potrà mai separare.

Nella preghiera contemplativa c’è una relazione chiaramente sponsale. Nella preghiera contemplativa ci riconosciamo amati da Gesù. Guardati e amati. Guardati nella nostra miseria, nelle nostre fatiche, nelle nostre contraddizioni e amati. Gesù ci vede bellissimi e ci desidera ardentemente. Questo sguardo di Gesù ci permette di aprire il cuore e di essere capaci di osservare tutto ciò che è attorno a noi con degli occhi diversi, ci permette di avere uno sguardo contemplativo. Cosa significa? Ce lo spiega ancora il Papa: Essere contemplativi non dipende dagli occhi, ma dal cuore.

Vivere una relazione con Gesù ci permette di guardare con occhi diversi il mondo che ci circonda. Dice ancora il Papa: Si può contemplare guardando il sole che sorge al mattino, o gli alberi che si rivestono di verde a primavera; si può contemplare ascoltando una musica o il canto degli uccelli, leggendo un libro, davanti a un’opera d’arte o a quel capolavoro che è il volto umano… 

Capite dove voglio arrivare? Possiamo riuscire a guardare nostro marito o nostra moglie con gli occhi del cuore, con uno sguardo contemplativo, e tutto cambia. Non vedremo più solo un corpo, un corpo che magari, con gli anni che passano, appassisce e si sforma. Vedremo non con gli occhi ma con il cuore. E quel corpo diventerà parte concreta di una bellezza profonda fatta di una vita d’amore che noi sposi ci siamo scambiati in una vita insieme. Saremo capaci di guardare il corpo dell’altro e vederlo trasfigurato dall’amore, trasfigurato dalla bellezza di una persona che si è donata a noi totalmente, senza riserve o condizioni, di una persona che è stata capace di tenerezza, di perdonarci, di prendersi cura di noi, di starci sempre accanto.

E’ così che quel corpo anche dopo anni di matrimonio appare ancora bellissimo. Perchè siamo capaci di contenplarlo e di guardarlo con gli occhi del cuore. Questo è il segreto del matrimonio. Il segreto di una bellezza che non sfiorisce e che profuma di Cielo. Un vescovo parlando alle coppie disse che lo Spirito Santo è il cosmetico più efficace. Lo è davvero. Una persona che ama è sempre bellissima per chi è amato.

Come dice il Papa la contemplazione è Io guardo Lui, e Lui guarda me! Nel matrimonio questo dualità si allarga e si trasforma in trinità (l’amore di Dio non è mai per due ma sempre per tre) Io guardo Lui, e Lui guarda me! Questo mi permette di guardare la mia sposa con il Suo sguardo.

Termino con la chiusa della catechesi:

C’è un’unica grande chiamata nel Vangelo, ed è quella a seguire Gesù sulla via dell’amore. Questo è l’apice, è il centro di tutto. In questo senso, carità e contemplazione sono sinonimi, dicono la medesima cosa. San Giovanni della Croce sosteneva che un piccolo atto di puro amore è più utile alla Chiesa di tutte le altre opere messe insieme. Ciò che nasce dalla preghiera e non dalla presunzione del nostro io, ciò che viene purificato dall’umiltà, anche se è un atto di amore appartato e silenzioso, è il più grande miracolo che un cristiano possa realizzare. E questa è la strada della preghiera di contemplazione: io Lo guardo, Lui mi guarda! Questo atto di amore nel dialogo silenzioso con Gesù fa tanto bene alla Chiesa.

Fa tanto bene alla Chiesa e al matrimonio aggiungo io.

Antonio e Luisa

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Il litigio di coppia e come uscirne.

Tu non litighi mai vero? Tu non ti sei mai scornato con tua moglie? Il vostro matrimonio è tutto rose e fiori da non doversi mai dare spiegazioni? Preoccupati! 

Si hai capito bene preoccupati! 

Un amico frate all’inizio del nostro fidanzamento, quando lo andavamo a trovare ci chiedeva solo una cosa, non come state? Ma: vi state scornando? Vi siete scornati? Avete litigato? 

Era un frate gufo? Be l’abito era marrone scuro, ma non tifava che ci lasciassimo, ed essendo un frate, che ci poteva guadagnare? 

Ma allora perché quella domanda? Perché il litigio di coppia è importante? è importante viverlo? attraversarlo? 

Il litigio nella coppia è quel venerdì santo, in cui purtroppo ci gettiamo le mancanze, i tradimenti di Giuda, i rinnegamenti di Pietro, i nostri gesti d’amore non fatti, le dimenticanze, gli errori che la vita ti porta a compiere. In quel venerdì c’è il tradimento e il pentimento di Giuda (Mt 27,3-4) che torna dai sacerdoti, e vuole ribarattare l’amore. In quel venerdì c’è la vergogna di Pietro che voleva amare ma non è stato capace ed è scivolato davanti alla paura, alla tentazione, al cornuto che gli offriva tutte le facili tentazioni davanti a cui un normale umano, è normale che caschi. In quel venerdì santo c’è il silenzio della morte, c’è quel silenzio che si prova solo quando ci si accorge di aver perso una persona amata, dove non esiste scorciatoia, conforto, medicina che ti risolleva. 

Nel litigare ritroviamo quindi il tradimento, il tentativo di rimediare, la vergogna, la paura, il silenzio, la fuga. 

E allora? Perché allora il litigio è importante? Perchè ci mostra per quello che siamo, ci mostra nei nostri punti deboli. Ma soprattutto perché è attraversando quel venerdì, quel litigio, quella morte, che oggi noi celebriamo la Pasqua, che noi celebriamo la vita. Non si può pensare di vivere una relazione da famiglia del Mulino Bianco; a volte purtroppo le differenze, gli sbagli, ci portano a litigare, ci portano a mostrare quel lato del cuore ferito e arrabbiato che deve compromettersi per vivere con un altro io che non è come lui. Meno male allora che mostriamo quel lato di noi che è realtà vera, non mascherata dai nostri pensieri, sentimenti, gesti. È forse da questo mostrarsi per ciò che siamo veramente che si possono costruire relazioni con una solida base. 

Non so se hai capito, ma ti stiamo dicendo: che se ieri hai litigato con tua moglie, È una cosa buona. C’è una Pasqua che attende proprio te. 

Ok, ma se ieri ho litigato con mia moglie, ora che faccio? 

Questa sera torno dal lavoro con dei fiori? La porto fuori a cena? Torno e mi inginocchio e le chiedo scusa? Faccio io il cambio dell’armadio o le pulizie i prossimi sabati? 

Più o meno! Come vedi sappiamo già che per farsi perdonare bisogna amare di più. Bisogna che ci sia quella richiesta di perdono, accompagnata da un gesto che prova a rilanciare l’amore. 

Diciamolo in modo più corretto: 

Per uscire da un conflitto bisogna guardare a quanto l’altro ha fatto di bello per me. Solo così rincorro la voglia di amarlo di più, solo riconoscendo l’amore che l’altro mi ha donato e non l’errore che ho visto, posso ripartire ad amare e sanare quella ferita. 

Per uscire da quel litigio, devi provare non a guardare quell’errore, non a guardare che si è dimenticata di farti da mangiare, che non ti ha sentito mentre gli dicevi quella cosa, che si è rivelato un orso insensibile, che ti dà poche attenzioni, o che lascia la cucina in disordine o il bagno sporco. 

Ma fai come al lavoro: c’è un errore sul computer? spegni e riaccendi. Funziona nel 95% dei casi. Ossia stacca e riparti, riaccendi guardando alle cose belle che ha fatto per te. Resetta, cancella l’errore e ricarica tutto il programma, ma quello che funziona. Il computer non ricaricherà l’errore, non farlo neanche te. 

Prima di arrivare a quell’errore, a quella dimenticanza, a quella caduta, ci sono tanti gesti d’amore precedenti che tu non vedi. Perché il giorno rosso sul calendario lo notiamo tutti, ma quelli blu sono addirittura cinque e non li notiamo mai. 

Solo spostando lo sguardo su quanto amore ti ha provato a dare, e non hai visto, riesci ad uscire subito da quell’arrabbiatura, dal quel litigio. 

Non fare lo sbaglio di rivangare, da un errore andare a prendere tutti gli altri errori passati, quegli scheletri nell’armadio, che tu hai messo e non hai chiarito, non usare quel litigio per puntare il dito, perché non è dando i pugni allo schermo del computer che risolvi il problema. Anzi forse lo peggiori. Spegni e riaccendi. 

Ci piace pensare quel momento di conflitto quando sei arrabbiato, come a un teatro dove ad un certo punto cade la quinta e ti trovi davanti le foto del bello vissuto insieme, i gesti d’amore, il filmino del matrimonio, le immagini del parto o dei figli, e quell’arrabbiatura che ti faceva eruttare, si congela. 

Solo allora forse puoi con coscienza comprendere che 

Lui non è il suo errore. 

Lei non è il suo errore. 

Non è facile, perché l’errore brucia, perché l’errore toglie memoria del bello vissuto insieme. Non è facile perché quel muro che cade con la scritta, “scherzi a parte ti amo davvero” non c’è nella realtà, deve esserci nella tua testa! 

Se vuoi uscire da un litigio classico casalingo quotidiano con tua moglie, con tuo marito, non restare fisso sull’errore ma butta giù quel muro e guarda all’amore ricevuto appeso dietro e non visto. 

Se guardi all’amore, uscirai dal litigio volendo amare di più. È quello che è successo a Gesù con Pietro. Non guardare a Pietro ma a Gesù. È Gesù che è stato tradito ma ha saputo posare lo sguardo su Pietro che lo aveva rinnegato, ricordando quanto Pietro aveva fatto con Lui. L’ha saputo guardare amandolo. Avete visto cosa è successo a Pietro? Colui che ha rinnegato è diventato lo sposo più grande. Ci vuole l’impegno di entrambi. Giuda traditore di Gesù, al contrario di Pietro non ha voluto più incrociare lo sguardo di Gesù. Ma Gesù che è amore lo guardava con gli stessi occhi di misericordia, di perdono. Ci vuole che chi tradisce chieda perdono e si lasci ri-amare, e chi è tradito non guardi all’errore ma all’amore e doni misericordia.

Certo poi è importante riflettere sul litigio, dialogare, conoscersi, ascoltarsi, crescere e cercar di non ripeterlo. Ma alla base c’è un amore misericordioso che guarda all’amore e non all’errore! 

Ecco amore misericordioso, che non si vive quindi solo nel confessionale, che non è solo un dogma della chiesa, ma che parte dal concreto vivere, da due sposi, dal perdono in casa tra moglie e marito, tra e con i figli, con gli amici. È importante che la riconciliazione si viva dalla casa, che fin dalle mura domestiche si utilizzi la parola “perdono”. 

Concludiamo qua, perché lo spunto crediamo sia ben ricco. Per capire al meglio questo articolo l’unico modo è litigare! Quindi buon litigio!! 

Ps. Non serve un grande tradimento, basta il piccolo litigio quotidiano.


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Facciamo un ripasso !

Ieri è stata la festa dei due Santi Apostoli Filippo e Giacomo ( il minore ), e la Chiesa ci ha proposto un brano dal capitolo 14 del Vangelo di Giovanni, di cui riportiamo poche righe :

In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? 

Gesù sta facendo agli Apostoli tutto un discorso sul Padre e del rapporto che c’è tra loro due, ma sembra che stia parlando al vento. Ci immaginiamo l’espressione di Filippo e degli altri Apostoli tra l’attonito e lo stupito, mentre Gesù continua col suo discorso, che sembra voler dire : ” Ma che cavolo stai dicendo, Gesù ? “. Filippo prende la parola, forse facendosi coraggio a nome di tutti, e pone una domanda apparentemente ingenua, ma anche rivelatrice, a Gesù.

Oh, quanto ci somigliano questi Apostoli ( prima della Pentecoste ) ! Non è forse vero che anche noi spesso ascoltiamo un milione di prediche, duecentomila catechesi, un podcast al giorno del nostro sacerdote di riferimento, o chissà cos’altro, ma poi ,se passato al setaccio, ci resta ben poco di tutto ciò, tanto che a volte scadiamo nella domanda di Filippo ? Va bene, Gesù, tu ci ami tanto…. tu ci perdoni…. tu sei misericordioso….. tu sei il Buon Pastore…. ma tutto ciò cosa c’entra con la mia vita ? Io non ti vedo Gesù…. e tantomeno vedo il Padre…. tu continui a parlarci di misericordia…. e quindi cosa cambia per la mia vita ? Riassumendo, cosa ci resta in tasca di tutti i tuoi discorsi Gesù ?

Sembra che Filippo non ne possa più di sentir parlare del Padre con tutte quelle similitudini che usa Gesù , come se volesse tagliar corto il discorso perché richiede troppa concentrazione, troppo impegno personale….. Gesù caro, non puoi smetterla con tutti questi giri di parole e mostrarci il Padre ? Sono discorsi difficili i tuoi , Gesù, e ci sta fumando il cervello …. mostraci il Padre che così la tronchiamo qui !

Apparentemente sembra una domanda un po’ ingenua, sempliciotta, quasi forzata dalla impazienza di vedere lo sbocco dell’insegnamento del Maestro. Ma Gesù, con la dolcezza ferma che lo contraddistingue, da un lato rimprovera Filippo e dall’altro smaschera la vera natura della sua domanda.

Come quando l’insegnante, visto l’esito infausto di una verifica di classe alla fine di un argomento, si vede costretto suo malgrado a fare il ripasso di tutto l’argomento : ragazzi, qui ci vuole un bel ripasso !

Ci sono tante coppie di sposi che vivono un po’ come Filippo : i tuoi discorsi Gesù, sono difficili da digerire…. ma noi abbiamo troppe cose a cui pensare : la casa, il lavoro, i figli, l’impegno in parrocchia, l’apostolato…. caro Gesù, stai dicendo delle cose troppo alte per noi…. noi in fondo non vogliamo diventare santi, a noi basta volerci bene…. e fare un po’ di bene al prossimo… e così via.

Cari sposi, per andare al Padre bisogna necessariamente passare da Gesù, il quale non fa sconti sulle verità della vita. Gesù è esigente perché la posta in gioco è l’eternità e la felicità già su questa terra. Gesù esige quindi dagli sposi che essi si formino costantemente alla sua scuola ; che si impegnino nel conoscerlo sempre di più, sempre meglio e sempre più intimamente.

Così come cresciamo nella conoscenza reciproca per amarci sempre meglio tra sposi, così abbiamo il dovere di crescere nella conoscenza di Gesù…. come possiamo dire di amare chi non conosciamo ?

Coraggio sposi, il tempo del ripasso è appena cominciato ! Impegniamoci dunque nella conoscenza di Gesù, che abita già in noi in forza del sacramento del Battesimo e del Matrimonio, perché non ci accada di sentirci dire da Gesù, come a Filippo : “Da tanto tempo sto con voi , sposi, e voi non mi avete conosciuto ?”

Giorgio e Valentina.

La vite senza tralci non dà frutto

Vorremmo tornare sul Vangelo di ieri. C’è una bella provocazione che noi sposi dovremmo approfondire e soprattutto vivere. Io sono la vite, voi i tralci. Questa affermazione che troviamo nel Vangelo di Giovanni sicuramente l’avrete ascoltata decine se non centinaia di volte.

Di solito, però, si affronta in una sola direzione. Gesù è la vite e noi siamo i tralci. Noi abbiamo bisogno di essere uniti alla vite per non perdere forza e nutrimento. Per non seccare.

C’è un’altra prospettiva però che viene approfondita poco. La vite ha bisogno dei tralci per dare frutto. Dio ha deciso di non fare tutto da solo ma di servirsi di noi. Questa affermazione di Gesù avviene durante la sera dell’ultima cena. Gesù è lì con i suoi discepoli. Sa che uno lo ha tradito, sa che Pietro lo rinnegherà. Conosce tutte le debolezze e le incoerenze di quegli amici eppure parla in questo modo. Voi siete i tralci e avete bisogno di me ma anche io che sono vite, che sono la radice di ogni cosa ho bisogno di voi per dare frutto.

Non è un messaggio meraviglioso? Anche per noi sposi? Non importa che siamo fatti così, che abbiamo innumerevoli limiti e difetti. Non importa che sbagliamo tante volte tutti i giorni. Non importa che ci sentiamo così inadeguati nelle nostre relazioni. Gesù ha bisogno di noi e si fida di noi. Siamo i suoi tralci e i frutti possono maturare solo attraverso il nostro adererire a Lui e al Suo amore. Questo vale per la coppia e nella coppia.

Per la coppia. Quante coppie di sposi sono riuscite ad essere fecondissime per gli altri nonostante abbiamo dovuto lottare quotidianamente con problemi e con i loro limiti. Quante coppie sono riuscite a superare crisi e momenti complicati e sono riuscite a riemergere ancora insieme, perchè convinte che l’amore e il bene sono sempre un po’ più forti del male che ci può essere nel mondo e nei loro cuori. C’è una frase che mi è rimasta in testa tratta dal cortometraggio Il circo della farfalla: Più grande è la lotta e più glorioso sarà il trionfo. Sono proprio le coppie che sembravano spacciate, che possono essere le più belle e le più luminose per il mondo. Quelle di cui Dio si commuove e che danno frutti abbondanti. Se siete una coppia così, se vi sentite pieni di contraddizioni e vi vedete più incasinati delle altre coppie, non mollate. E’ il momento di affidarvi a Gesù e potrete diventare uno di quei tralci carichi di succosissimi grappoli d’uva. Perchè se affrrontate la tempesta con Gesù nessun male potrà essere abbastanza forte da affondarvi.

Nella coppia. Dio ha bisogno di noi per portare i suoi frutti a nostro marito o a nostra moglie. Ha bisogno delle nostre mani per portare le sue carezze. Ha bisogno delle nostre parole per portare il suo incoraggiamento. Ha bisogno del nostro lavoro per costruire la sua casa nella nostra famiglia. Ha bisogno dei nostri corpi per mostrare all’altro il suo amore totale e tenero. Tra noi i frutti possono essere davvero abbondanti e il matrimonio una relazione bellissima, ma Gesù ha bisogno di noi per rendere il Suo amore concreto e visibile. L’uno ha bisogno dell’altra e viceversa. Ci chiede solo di mettere quello che possiamo, anche se magari è poco o ci sembra poco. Il resto, il miracolo lo farà lui.

Avanti tutta cari sposi non facciamo gli avari con i gesti d’amore. Diamo tutto e sarà sempre abbastanza perchè Gesù metterà quello che manca alle nostre forze o alle nostre capacità e vi meraviglierete di ciò che sarete in grado di fare l’uno per l’altra.

Antonio e Luisa

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Voglio una vita… vedrai che vita, vedrai

Quando penso alla potatura, la mia mente mi riporta a lunghi pomeriggi di febbraio passati a guidare il trattore mentre i miei fratelli e gli operai di mio papà tagliavano i rami dei peschi. Mamma quanto freddo! E quanta noia per me lì al volante! Ma io non immaginavo che senza quelle incisioni le pesche non sarebbero poi diventate a luglio così grandi e succose, non sapevo che sarebbero rimaste piccole come palline da ping-pong e di conseguenza invendibili sul mercato.

Inoltre, ignoravo quanta saggezza ci vuole nel potare, per questo mio papà sceglieva bene gli operai, non è roba da tutti, perché non si taglia a casaccio ma con un criterio ben preciso, per potenziare l’albero in modo che ogni ramo dia il massimo di sé.

Mi sorprende come Gesù sia riuscito a condensare in semplici realtà campagnole delle verità valide per tutti i tempi, presenti e futuri! È proprio un genio il Signore!

Anche la coppia è un bell’albero di pesche o di mele o di kiwi, metteteci la frutta che volete. Ma sempre richiede la potatura, altrimenti il risultato poi sarebbe solo un prodotto secondario, quasi di scarto.

Vi siete mai chiesti come coppia: quali frutti si attende da voi il Signore? Che vita vuole farvi condurre? Un po’ come la domenica scorsa in cui Gesù si presenta come il nostro Pastore, ritorna la grande domanda: quale missione ben precisa Dio ha pensato per noi due e quali frutti si attende? Chi ha saputo esplicitare molto bene tale interpellanza è stato San Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio. Guardate che chiarezza! “In tal senso, partendo dall’amore e in costante riferimento ad esso, il recente Sinodo dei vescovi ha messo in luce quattro compiti generali della famiglia: 1) la formazione di una comunità di persone; 2) il servizio alla vita; 3) la partecipazione allo sviluppo della società; 4) la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (FC 17).

Il Signore cerca questi frutti nella vostra coppia e famiglia, li cerca come lo fece quella volta avvicinandosi a un fico (cfr. Mc 11, 12-21). Sta trovando una comunità di persone unite e che si vogliono bene incondizionatamente? Coglie in voi l’apertura alla vita nella vostra intimità? Vi vede aperti agli altri, anche al di fuori della vostra famiglia? Siete partecipi nella vita ecclesiale? Ecc. ecc.

Non so voi care coppie ma quando penso alla mia missione di sacerdote vedo che il mio “ego” ci si mette di mezzo e vuole tirare indietro, come quando metti la prima senza accorgerti di avere il freno a mano tirato. Oppure come una mongolfiera, che vorrebbe spiegare il volo ma ha ancora legati i sacchi di sabbia.

Ecco allora perché il Signore parla di potatura. È in realtà una liberazione e un aumento di forza che Lui genera in noi. Il problema, lo sappiamo bene, è che fa male, causa sofferenza come la causa alla pianta potata.

Ora che sono a Roma sto conoscendo di più la figura di don Andrea Santoro (1945-2006), la cui causa di beatificazione è iniziata da tempo. Nella sua biografia “Lettere dalla Turchia”, don Andrea racconta un fatto significativo. Un giorno andò in curia vescovile, a San Giovanni in Laterano, per presentare il suo progetto di missione in Oriente. Mentre attendeva il suo turno poteva udire i giardinieri che stavano lavorando giù nel cortile interno e potavano gli alberi. Quei “zac, zac, zac” subito divennero preghiera nel suo cuore: “Il Signore mi vuole potare perché dia più frutto”. E infatti, la sua vita “potata” è diventata molto più feconda.

Ricordo tempo fa, in un incontro con Don Fabio Rosini, lui faceva notare come il suo stato di salute non ottimale fosse motivo di un “reclamo” nei confronti del Signore, del tipo: “Ma non mi potresti dare un po’ più di salute se vuoi che Ti serva meglio?”. Eppure, concludeva, “si vede che il Signore adesso vuole così”.

La potatura è davvero misteriosa, segue una logica che non ci appartiene. Tentare di spiegarla è fallimentare, sappiamo solo che porta a un bene maggiore. Tuttavia, il viverla (e non solo patirla) è legge evangelica e per questo vi do un consiglio, anzi due, in base a come vi trovate spiritualmente.

Se ti senti forte e saldo, allora puoi dire con S. Ignazio di Loyola (1491-1556): “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta”.

Se non riesci a dire così e tremi dinanzi a quelle cesoie in mano a Gesù, allora vi invito piuttosto a dire con S. John Henry Newman (1801-1890): “Conducimi tu, Luce gentile, conducimi nel buio che mi stringe, la notte è scura la casa è lontana, conducimi tu, Luce gentile. Tu guida i miei passi, Luce gentile, non chiedo di vedere assai lontano mi basta un passo, solo il primo passo, conducimi avanti, Luce gentile. Non sempre fu così, te non pregai perché tu mi guidassi e conducessi, da me la mia strada io volli vedere, adesso tu mi guidi, Luce gentile. Io volli certezze dimentica quei giorni, purché l’amore tuo non mi abbandoni, finché la notte passi tu mi guiderai sicuramente a te, Luce gentile”.

Offerta piena e abbandono fiducioso sono due atteggiamenti stupendi per porsi davanti alla potatura che Dio vuole compiere in voi e nella vostra coppia. Temere è umano, al tempo stesso abbiate fiducia che il Buon Pastore, il Divino Agricoltore sa molto bene quello che sta operando nella vostra vita e vi vuole dare molto di più di quanto immaginiate.

ANTONIO E LUISA

C’è una santa che ci affascina particolarmente. In realtà non è ancora santa ma siamo sicuri lo diventerà presto. Si tratta di Chiara Corbella Petrillo. Una santa che noi in famiglia consideriamo cara e a cui ci affidiamo per la sua intercessione. Chiara è per noi così affascinante proprio per come ha saputo essere docile a quanto le è accaduto. Incredibile come lei e il marito siano stati capaci di accogliere tutto nella loro vita e hanno vissuto tutto alla presenza di Gesù che loro non hanno mai sentito lontano. Questo ha permesso loro di diventare una luce per tutto il mondo.

Dovremmo imparare da Chiara ed Enrico. Spesso nella preghiera chiediamo a Gesù qualcosa che noi desideriamo o che riteniamo che sia importante. Nella preghiera chiediamo quello che noi abbiamo deciso sia giusto per la nostra vita e per il nostro matrimonio. Non che sia sbagliato avere dei desideri e delle prospettive ma forse nella preghiera dovremmo chiedere anche di avere la capacità e l’abbandono di accogliere la volontà di Dio. Come diceva Chiara quando pregava Gesù: dammi la grazia di vivere la grazia.

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Maria Sposa 1.0.

Cari sposi,

iniziamo oggi una miniserie in tre appuntamenti, ahimè non di Netflix (non vedo l’ora esca la seconda stagione di “Lupin, il ladro gentiluomo”) su Maria Sposa.

Che significa per lei essere sposa? Apparentemente sembra un po’ scontato chiamarla così ma è anche un titolo poco usato eppure assolutamente proprio e confacente alla sua vita.

Prima di iniziare faccio due premesse di tipo generale così poi, spero, sarà tutto più chiaro:

Per prima cosa, noi vogliamo avvicinarci a Maria in uno spirito veramente ecclesiale. Non basta un atteggiamento affettuoso o a volte anche un pochino sentimentale. Maria è una mamma che tutti amiamo ma è, al tempo stesso, un grande esempio, una Mamma che ci aiuta ad imitarla.

Dico questo non da me, è San Paolo VI ad affermarlo nell’Esortazione Apostolica Marialis Cultus del 1967. In un passaggio dice: “Innanzitutto, la Vergine Maria è stata sempre proposta dalla Chiesa alla imitazione dei fedeli […] perché, nella sua condizione concreta di vita, ella aderì totalmente e responsabilmente alla volontà di Dio (cfr Lc 1,38); perché ne accolse la parola e la mise in pratica; perché la sua azione fu animata dalla carità e dallo spirito di servizio; perché, insomma, fu la prima e la più perfetta seguace di Cristo: il che ha un valore esemplare, universale e permanente” (Marialis Cultus, 35).

Quindi Maria è una Mamma che portiamo nel cuore, che ci ama con tutta sé stessa e contemporaneamente ci sforziamo di mettere in pratica il suo stile di vita: ascolto della Parola, obbedienza al piano di Dio su di noi, umiltà, carità, ecc.

In secondo luogo, quando parliamo di “sposo, sposa” non ci stiamo riferendo solo a una condizione di una parte della vita umana, che normalmente inizia attorno ai 30 anni di età. Essere sposi e spose è prima di tutto una qualità esistenziale e antropologica, propria di qualsiasi persona. Cioè, è Dio stesso che ci ha resi “sponsali, nuziali”. In che senso lo dico? Dire che siamo sponsali equivale a dire che siamo stati creati dall’Amore divino e per amare con tutto noi stessi. “Se Dio chiama tutti alle nozze con sé, anche affrontare il discorso sulle realtà delle nozze umane vuol dire trovarsi comunque davanti al Mistero nascosto nei secoli” (G. Mazzanti, Teologia sponsale e sacramento delle nozze, 13). Dio vuole “sposarci” sul serio, vuole una unione piena con ciascuno di noi ed è per questo che ci ha resi “sposabili”. Lo dicono molto bene questi due santi: “Noi siamo uniti a Cristo, che è inseparabile dal Padre. Ma pur rimanendo nel Padre resta unito a noi. In tal modo arriviamo all’unità con il Padre” (S. Ilario di Poitiers, Sulla Trinità, Lib. VIII); “Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto – perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio – che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura. O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo?” (S. Caterina da Siena, Ringraziamento alla Trinità, Cap. 167).

Saremo uniti a Dio solo se amiamo come Lui ci insegna e in questo Maria è maestra. Alla luce di questo allora Maria è sostanzialmente, esistenzialmente sposa! Lo è ben prima di ricevere la visita dell’Arcangelo Gabriele. Inoltre, Maria, in quanto sposa, è vergine e vuole esserlo tutta la sua vita.

Ora capisci perché è stato così, la verginità non è stato un rifiuto di impegnarsi sul serio, Maria non era una timidina che arrossiva e si vergognava di essere guardata dai maschi, non era un’adolescente che si sconvolgeva se il suo aspetto fisico non veniva apprezzato. Vergine significò voler essere tutta di Dio, e non di un uomo solo. Ed era così perché aveva compreso bene cosa c’era nel suo cuore, aveva colto la radicale chiamata ad amare solo Dio e ad essere unita a Lui per sempre.

Per tutto ciò, quindi, Maria può diventare sposa perché prima vuole essere vergine! In quanto “ella è e rimane aperta perfettamente verso questo «dono dall’alto»” (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 8), in quanto la sua verginità era piena ricerca e disponibilità verso l’Amore vero che poi lei poté donarsi e accoglierlo.

Spero che ora ti sia più chiaro perché Maria acconsentì a Dio nell’Annunciazione. Lo fece perché Lei vide che il Signore la stava guidando alla stessa mèta, allo stesso fine del suo intimo desiderio. Lei voleva l’unione piena con Dio ed Egli le ha mostrato che l’avrebbe ottenuto non più da sola ma tramite una famiglia.

Ecco perché Maria Sposa è un modello sia per i coniugati che per i consacrati, perché il suo essere Sposa è legato al suo essere Vergine ed entrambe le condizioni sono le facce della stessa moneta: l’essere sposi, chiamati a ricevere e donare amore.

Cari sposi, impariamo da Maria ad avere sempre questo cuore aperto al Signore, ad essere disposti ad accogliere il Suo amore. Questa è la nostra forza, questo è indispensabile se vogliamo donarci a chi il Signore ha messo sulla nostra strada.

Buon mese di maggio e che sia un tempo di crescita nell’amore, presi per mano da Maria!

Padre Luca Frontali L.C.

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Willy, barbone di san Pietro – “Sposi&Spose di Cristo”

..di Pietro e Filomena, “Sposi&Spose di Cristo”..

Per oggi nel Blog di Antonio&Luisa non vi parleremo di matrimonio, ma siamo qui a raccontarvi una storia.

Anzi. Vi presentiamo una persona, un amico. Il suo nome è Willy, morto qualche anno fa.

Quella che segue è un po’ la sua storia letta con i nostri occhi. Occhi che hanno immaginato alcune cose su di lui, occhi che lo hanno visto nelle sere fredde di inverno, per le strade di Roma…quelle strade su cui abbiamo dormito anche noi per diverso tempo.

Vi presentiamo Willy, Barbone di San Pietro.

Buona lettura:

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“Confessatevi…andatevi a confessare…confessatevi…”.

Con la erre moscia e con questa esortazione che aveva il suono di una cantilena, il vecchio Willy accoglieva i pellegrini che si mettevano in fila per entrare in San Pietro a Roma.

In realtà non rivolgeva a tutti questa raccomandazione, ma la sua bocca con la dentiera ballerina diceva “Confessatevi…andatevi a confessare…” solo quando vedeva passare preti, religiosi o religiose. Nessuno si offendeva nel sentirsi rivolgere queste parole e forse a stento qualcuno riusciva a sentire ciò che diceva poiché Willy non alzava la voce.

Anni ed ancora anni vissuti sui marciapiedi della Capitale con un crocifisso legato ad uno spago sul petto, e poca altra roba tenuta in un carrellino per la spesa. Era tutto ciò che possedeva.

“Io faccio parte di una congregassion in Belgio, poi tra qualche annò tornerò ilì” mi raccontò un giorno.

Non ricordo se sarebbe voluto tornare nella sua patria e nella sua congregazione per fondare un movimento religioso di monaci di strada, ma questo era quello che forse avevo capito io, o quello che mi sarebbe piaciuto capire.

Era bello il vecchio Willy. Non mi fraintendete.

La sua bellezza fisica lasciava un po’ a desiderare. Intorno ai settanta anni quando l’ho conosciuto. Un tipo fiammingo , molto magro con un paio di occhiali enormi con lenti molto spesse che sul viso gli stavano un po’ obliqui. Una dentiera che gli ballava costantemente e l’accento del suo paese di origine, il Belgio per l’appunto.

La prima volta che l’abbiamo incontrato voleva offrirci un sacchetto di mele mezze marce che gli avevano regalato ma che per via della “sdentatura” non poteva mangiare.

L’ho incontrato lì la prima volta, vicino San Pietro, mentre portava avanti la missione, che non si sa chi gli aveva affidato.

Tempo dopo, col freddo, era ancora lì a ricordare l’importanza di riconciliarsi col Signore e con i fratelli con quel suo modo santamente bizzarro.

Era un barbone Willy? Era un perdigiorno? Era un vecchio punk? Era un vecchio pazzo?

Per me era ed è un santo.

Come un punk, come un barbone e in fondo come un matto e un vagabondo il mondo nel suo cuore girava alla rovescia.

E le sue priorità non erano certo quelle di chi arranca nel mondo per affermare il proprio ego. Non affermava un bel niente il buon vecchio Willy e quando lo vedevi potevi farti una risata per gli strumenti inadeguati che aveva per portare avanti la sua missione: scarsa salute, solitudine, un carrellino, un cappotto d’inverno, un rosario in tasca, il viso di chi nella vita ha conosciuto persone anche importanti, ma che per lui erano solo persone e non personaggi. Forse per questo era un santo, e almeno per me lo è.

Le sue gambe da anziano non si poggiavano sulle logiche mondane, ma camminavano perché credevano nel Signore.

Poi Willy è morto e l’hanno seppellito con i Principi nel Cimitero Teutonico alle spalle del Vaticano; Willy con i principi, che forte!

Io seppellito lì mi sentirei importante, ma penso che Willy non veda intorno alla sua tomba dei principi, ma solo persone. Willy era uno semplice, che guarda alla sostanza e non alle forme.

Un giorno al nostro vecchio amico capitò una di quelle cose che ti capitano solo se vivi per strada, dove la gente comune, specialmente quella per bene, lascia andare i propri freni e pensa di poter dire qualsiasi cosa al barbone di turno.

Quella sera Willy si era adoperato alla meglio per ripararsi dalla pioggia e tutto rannicchiato su sé stesso si faceva calore col suo stesso fiato e si sfregava le mani al riparo di un balcone. Era quasi mezzanotte e un signore con l’ombrello gli passò accanto. Un lampione dava alla scena un che di pittoresco.

Quest’uomo con l’ombrello aveva anche un cilindro e voi provate ad immaginare uno vestito di tutto punto, con le scarpe lucide che si ferma accanto ad un vecchio barbone in penombra e con quello inizia una conversazione molto interessante.

A Willy dal cappotto sbucava il crocifisso legato allo spago e allora quello con l’ombrello che aveva il cilindro nero e lucido sulla testa gli disse come se parlasse ad un vecchio amico guardando il nostro vecchio dall’alto della sua schiena diritta: “Che ci fa un barbone come te con un simbolo religioso al collo?”

E Willy, che non aveva capito bene la domanda disse: “Simbòlo di ccosa?” e quello riprese: “Si, quel crocifisso! Quello che hai legato al collo! A che ti serve?”

E Willy prendendo il crocifisso e chiudendolo in una mano replicò: “Questo qui non mi serv’ a niente, sonno io che spero di servir’ a Lui!” esclamò Willy facendo come sempre attenzione quando pronunciava la “R” per non sparare la sua dentiera per terra.

L’uomo elegante si incuriosì e gli disse: “Cosa vuoi dire barbone? Che uno come te può avere sentimenti religiosi? Pensi di amare Dio?” e Willy aprendo le mani con i suoi guanti di lana grigi e mezzi logori disse: “Ah, puoi ben dirlo amico mio! Je amo Jesù!”

“E perché mai ami questo tuo Dio?”

“Io…amo il Segnor parché ascolta il grido dela mia preghierà!”

La pioggia continuava a cadere sull’ombrello dell’uomo col cilindro che disse dopo una breve pausa: “Beh, da come sei ridotto non si direbbe che questo Dio ascolti proprio le tue preghiere…sei un rottame!” E si mise a ridere.

Willy chiese allora a quell’uomo alto: “Fors’ tu sà cosa chiedo a Jesu?”

“E cosa si deve chiedere ad un Dio se non che le cose ti vadano bene?! Che fai? Tu chiedi che le cose ti vadano male? Non sarai così pazzo!” poi eccitato dalle sue stesse parole aggiunse “Per me è lecito chiedere a Dio salute e denaro! Se è lui che ci ha creati, allora deve anche mantenerci, in tutti i sensi! Altrimenti sai cos’è questo tuo Dio? È come un padre o una madre snaturata! Ecco cos’è! Metter al mondo delle creature per poi lasciare che alcuni muoiano di fame, che altri vengano uccisi, che altri ancora vivano per strada come vivi tu…come lo definisci tu un Dio che permette tutto ciò? Dimmelo vecchio!”

E Willy nella sua lingua Italo Belga replicò: “Amo il Segnor’ parché se glielo chiedò mi dona le Suo Santo Spirito affinché si possa compiàre nella mia carn’ malandatta la Sua Santa Volontè!”

“Ahahahah! Sei matto del tutto, vecchio! Sentiamo! Quale sarebbe la sua volontà?!” e mentre diceva “sua volontà” goliardicamente faceva un inchino verso il cielo tenendo con una mano l’ombrello e con l’altra pizzicandosi il lato esterno dei pantaloni. Poi aggiunse: “Forse questo padrone di cui parli vuole che tu viva così, come un cane randagio?”

Willy si alzò piano piano appoggiandosi ai gradini freddi su cui sedeva. Poi si aggiustò il cappello di lana sulla fronte e puntò i suoi occhi azzurri che teneva dietro agli occhiali obliqui sul naso negli occhi del suo interlocutore col cilindro e col suo accento belga disse:

“No mon amis, le Segneur desiderà che io voglia bene anche ad uno sciocco come tù!”.

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Salmo 114

Amo il Signore, perché ascolta

il grido della mia preghiera.

Verso di me ha teso l’orecchio

nel giorno in cui lo invocavo.

Mi stringevano funi di morte,

ero preso nei lacci degli inferi,

ero preso da tristezza e angoscia.

Allora ho invocato il nome del Signore:

“Ti prego, liberami, Signore”.

Pietoso e giusto è il Signore,

il nostro Dio è misericordioso.

Il Signore protegge i piccoli:

ero misero ed egli mi ha salvato.

Ritorna, anima mia, al tuo riposo,

perché il Signore ti ha beneficato.

Sì, hai liberato la mia vita dalla morte,

i miei occhi dalle lacrime,

i miei piedi dalla caduta.

Io camminerò alla presenza del Signore

nella terra dei viventi.

SALMO 114

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Grazie, Pietro e Filomena.

Che fatica litigare!

Abbiamo già trattato diverse volte il conflitto nella coppia. Oggi vorrei soffermarmi non sulla parte più esteriore del conflitto. Non in quello che possiamo fare o dire l’uno verso l’altro. Non parlo di piatti tirati, di urla o di semplice discussione. No, nulla di tutto questo. Oggi vorrei evidenziare la parte più interiore del conflitto, quella che non si vede ma che agisce dentro di noi.

Quando litighiamo non è mai un momento bello. Litigare e entrare in conlitto, diciamocelo pure, è faticoso. Genera sentimenti negativi e accresce malessere e nervosismo. Nessuno ha desiderio di entrare in conflitto. Vorremmo tutti che la nostra relazione fosse sempre animata dalla concordia e dalla pace. Sappiamo bene che non è possibile. Sappiamo che siamo diversi e che quando due sensibilità e due prospettive magari opposte si incontrano è inevitabile entrare in conflitto e scontrarsi. Fa parte della relazione e del matimonio.

Non ci piace comunque e quindi il conflitto ci tocca interiormente. E’ qualcosa che di solito ci induce a riflettere e a cercare di capire come evitare che in futuro si ripeta.

Il conflitto può innescare alcune reazioni psicologiche. Possiamo decidere di rinunciare al nostro punto di vista. Una rinuncia comunque non “sana” e indolore. Cominciamo ad accumulare frustrazione e una sensazione di non essere liberi di gestire determinate situazioni come vorremmo. Insomma non è il massimo della condizione. Alla lunga interromperemo ogni dialogo e divverremo sempre più indifferenti a quanto ci viene detto dall’altro.

Oppure possiamo annullarci e fare nostra l’idea che ciò che conta è avere come fine della nostra vita quello di avere lo stesso modo di vedere e di pensare del nostro coniuge. Convinti che questo porterà pace, serenità e renderà la nostra coppia magnifica. Che bello pensare le stesse cose e avere le stesse idee. Sembra davvero il massimo. Peccato che non sono le idee della coppia ma quelle del nostro coniuge. Anche questo alla lunga ci porta in una condizione di dipendenza affettiva. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa pur di non turbare l’equilibrio della nostra relazione.

Allora? Qual è il modo corretto? Vivere il conflitto come un’opportunità. Un’opportunità di comprendere come poter calibrare e perfezionare la nostra relazione sempre di più. Che non significa accogliere una delle due possibilità che ho descritto sopra. No, per nulla. Significa tornare alla nostra scelta originaria di sposarci. Sposandomi mi sono assunto l’onere e l’onore di rinunciare a parte della mià libertà di decidere e di fare come mi pare per condividere scelte e atteggiamenti con la mia sposa o con il mio sposo.

Questo significa che saremo capaci di spostare lo sguardo da quelle che sono le nostre esigenze e punti di vista a quelli dell’amata/o. Davvero esercitarsi giorno dopo giorno a spostare lo sguardo può aiutarci ad affrontare il conflitto in modo diverso. Se ognuno di noi sposta lo sguardo sull’altro sarà capace di coglierne le fatiche, le difficoltà, i pensieri e le dinamiche che lo portano a comportarsi in un deteterminato modo diverso dal nostro. Questo è l’inizio per instaurare un dialogo costruttivo che può portare a propendere per l’idea di uno dell’altro o addirittura una terza via che è frutto del noi, di una coppia capace di mettersi in ascolto reciproco e per questo una coppia vincente.

Antonio e Luisa

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L’amore va educato e preparato.

Abbiamo già raccontato in altri articoli che la castità prematrimoniale dipende (non è sempre così ma lo è in grandissima maggioranza) dalla donna.

Non vogliamo dare delle responsabilità eccessive solo ad una delle due parti. Non vogliamo giustificare l’uomo. Vogliamo cercare di mettere in evidenza come uomo e donna siano diversi. Sono diversi anche nel modo in cui si approcciano ad una relazione.

Siamo davvero diversi. Non sono solo stereotipi o luoghi comuni. Non è solo una convenzione culturale che spinge l’uomo ad essere cacciatore. Si forse un po’ c’è anche quello, ma non è solo quello. E’ qualcosa di molto più profondo. Si sente spesso dire che l’uomo pensa solo al sesso. In realtà non è così. Un uomo quando inizia una relazione con una donna non pensa solo al sesso. Pensa all’amore. Desidera, che ne sia consapevole o meno, sperimentare l’amore dato e ricevuto. L’uomo desidera l’amore quanto la donna. Il problema, se di problema si tratta, è che per l’uomo questo passa immediatamente dal sesso. L’uomo sente il bisogno di passare dal sesso per aprire poi il cuore all’emotività e all’amore.

La donna no! La donna sente il bisogno inverso. Sente il desiderio di essere appagata emotivamente per poi sentirsi pronta per aprirsi alla sessualità con il partner. Arriviamo ora ad una coppia di fidanzati cristiani che desidera vivere un fidanzamento nella verità, e nell’attesa di donarsi nel corpo solo quando si saranno donati nel cuore con la promessa matrimoniale.

La dinamica è chiara. Tanto più il fidanzato si sentirà attratto e innamorato e tanto più vorrà fare esperienza d’amore con lei, e per lui esperienza d’amore significa esperienza sessuale. Per cui una prima considerazione importante. Care fidanzate non considerate il vostro lui come rozzo e superficiale se ha questo tipo di impulsi e se prova a concretizzarli. Per lui cercare un rapporto sessuale è sinceramente il suo modo di amare. Sinceramente ma non nella verità.

Perchè allora non accontentarlo? Sappiamo bene che la sincerità delle intenzioni non significa sempre verità dei gesti poi compiuti. C’è un esempio che mi pare molto calzante. I nostri figli credono sinceramente di non poter fare a meno di quello smartphone o di avere Fifa 21 (videogioco di calcio) non appena viene messo in commercio. Ne sentono sinceramente il bisogno. Ma è vero? Non è forse meglio farli attendere un po’ di tempo per far capire loro che i veri bisogni sono altri e che possono benissimo vivere senza Fifa 21? Non è forse vero che, se devono sudarsi l’agognato oggetto del desiderio e attendere un po’, lo apprezzano poi molto di più?

Abbiamo semplificato molto, ma le dinamiche non sono tanto diverse. L’uomo sente fortissimo questo desiderio di intimità fisica. Diventa quindi fondamentale che la fidanzata sappia dire di no. Alcune donne potrebbero obiettare che anche loro ne hanno desiderio. Certo è vero. E’ diverso però. Il primo desiderio per la donna non è il sesso ma sentirsi al centro dell’amore e delle attenzioni dell’amato. Il desiderio sessuale nasce da questo. Per l’uomo invece tutto parte dal desiderio sessuale. Quindi per lui è molto più difficile attendere. Non basta quindi che la donna sappia dire di no. L’uomo potrebbe sentirsi non amato. L’incontro sessuale per l’uomo ha anche un grande valore psicologico. Serve a farlo sentire apprezzato e degno di fiducia. Per lui questo è importantissimo. L’uomo pensa: se lei fa sesso con me significa che sono importante per lei. Quindi se non fa sesso con me significa che non le piaccio abbastanza.

Una situazione quindi non positiva. Una situazione che potrebbe frustrarlo, scoraggiarlo e allontanarlo. Come fare quindi? Care fidanzate amatelo teneramente. Ci sono tanti modi per far sentire la vostra vicinanza e il vostro desiderio per lui. Castità non significa aridità e anaffettività. Tutt’altro. La castità è preparazione del terreno. La relazione è al centro sempre e il dono di sè può avvenire in tanti modi diversi senza arrivare al sesso. Fatelo sentire importante per voi in tanti altri modi. Al centro delle vostre attenzioni. Questo, piano piano, dovrebbe spingerlo ad aprirsi a parlare altri linguaggi dell’amore non finalizzati al solo sesso. Capite come il tutto diventa così più vero e più ricco? Come anche il desiderio sessuale non viene frustrato ma custodito, accresciuto e perfezionato? Come si possa davvero cominciare a considerare l’incontro sessuale come il più meraviglioso e grande dei gesti con cui gli sposi possono farsi dono vicendevole e non come un semplice modo di provare piacere ed emozioni forti?

Il fidanzamento diventa così una vera educazione reciproca all’amore. Non solo ci si conosce meglio e si riescono ad affrontare diverse situazioni di conflitto, che con il sesso potrebbero essere anestetizzate e messe in secondo piano (poi tranquilli che nel matrimonio saltano fuori), ma si impara a vivere l’amore in tutte le sue manifestazioni. Per l’uomo diventano belli e appaganti anche gesti che non siano l’amplesso fisico e per questo si impegnerà a parlare il linguaggio della tenerezza sempre. Per lei invece sarà più comprensibile il mondo maschile, che non è fatto di animali assetati di sesso, ma di persone costituite in modo diverso che cercano di amare ed essere amate esattamente come lo cerca lei. Per questo sarà anche più empatica e comprensiva a concedersi quando non ne avrà tutto il desiderio, ma comprenderà che per lui può essere il modo giusto per sentire l’amore della sposa e ricaricarsi emotivamente e psicologicamente.

Quando ci si conosce e si cerca di far funzionare le cose diventa tutto più semplice e più bello. Il fidanzamento è servito ad educare i due sposi a spostare lo sguardo dai propri bisogni al bene dell’altro e di tutta la relazione. A volte sarà lui che farà un passo in più verso la sensibilità femminile altre volte sarà lei a farlo. Questo è il gioco meraviglioso di due persone che cercano di rendere la vita dell’altro più bella e piena. Tutto questo diventa evidente in un matrimonio maturo. Non diciamo certo che due sposi possano vivere di rendita, perchè la relazione va nutrita ogni giorno, ma possono trarre tanta forza e bellezza proprio dal modo in cui si sono educati nel fidanzamento. Un’educazione che si può poi recuperare anche nel matrimonio, ma dove sarà tutto più difficile.

Antonio e Luisa

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Un pizzico di sale

La Chiesa continua in questi giorni a presentarci il tema del Buon Pastore ed anche ieri ci è stato proposto questo tema riportando una parte del capitolo 10 del Vangelo di San Giovanni, del quale vi riportiamo solo una frase fiduciosi che troverete il tempo di leggere il resto del capitolo :

 Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. ( cap. 10,5 )

Naturalmente sappiamo che un versetto spesso non è sufficiente per affrontare una tematica, bisogna vedere il contesto in cui la frase è stata detta da Gesù, i destinatari originali, la mentalità degli uditori e così via, però a noi ha dato da pensare questo versetto. Facciamo una breve presentazione : Gesù sta autoproclamandosi Buon Pastore facendo vari esempi dalla vita reale dei pastori mettendoli a confronto con i mercenari, i ladri, gli estranei, ed in questo versetto cita proprio quest’ultimi, spiegando agli ascoltatori che le pecore non li seguono perché non li conoscono.

E’ evidente che se Gesù è il Buon Pastore, le pecore del suo gregge siamo noi battezzati. Ora, se è vero che le pecore, come spiega Gesù, seguono solo il pastore e non l’estraneo in quanto conoscono il primo ma non il secondo, ci siamo chiesti : perché mai molti sposi cristiani seguono gli estranei e non seguono Gesù ?

Perché molti sposi cristiani seguono quelli che non entrano nel recinto passando dalla porta, ma seguono quelli che vi entrano come ladri ? Sono dei fanatici del brivido, del rischio ?

Da notare che i ladri stanno in mezzo al gregge, ma non sono passati dalla porta. E più avanti Gesù spiega di essere Lui stesso la porta, quindi Lui è sia il Buon Pastore sia la porta del recinto del gregge; ed oggi Gesù ci parla attraverso la Chiesa Cattolica, il suo Magistero, la sua Tradizione e le sue norme. Come facciamo quindi, noi povere pecorelle di questo gregge, a riconoscere se quello che ci sta dinanzi è un estraneo/ladro/brigante travestito da pastore ? Ci rendiamo conto che il discorso sarebbe lunghissimo e complicato, in queste poche righe ci limitiamo a suggerire qualche spia di allarme che dobbiamo imparare a riconoscere come tale, faremo solo qualche esempio.

Sicuramente la parte più difficile da districare è il fatto che questi estranei/ladri/briganti ce li troviamo già in mezzo al gregge, sono degli infiltrati, camuffati da pastori, da guardiani del gregge. Ecco allora che nel gregge troviamo persone che ci vogliono convincere che il divorzio non è più un peccato, ma : …. lo devi a te stesso/a perché anche tu hai diritto a rifarti una vita …… hai diritto alla felicità, a trovare qualcuno che ti ami davvero …. una scappatella fa bene alla coppia, cosa vuoi che sia, se è solo sesso ? non c’è mica amore e quindi non è un vero tradimento…. eccetera…

Oppure troviamo nel gregge altre persone che ci vogliono inculcare che l’aborto è un diritto : … per la salute della mamma …. hai diritto a riposare un po’, hai già tre figli…. sei troppo giovane….. adesso pensate a divertirvi, poi si vedrà…. una vita malata non è una vita degna, tanto soffrirebbe lo stesso, meglio risparmiargli (al nascituro) tanta sofferenza…. non avete neanche un lavoro stabile, una casa vostra…. pensa alla carriera adesso …. eccetera…

O ancora troviamo nel gregge persone che vogliono farci credere che per vivere da bravi cristiani sia sufficiente “volersi bene” e farsi un segno di Croce alla mattina ed uno alla sera … oppure ci vogliono impegnati in qualche iniziativa caritatevole o di volontariato, trascurando così la coppia, la famiglia, la preghiera e magari la S. Messa domenicale, illudendoci che i veri cristiani sono quelli che si adoperano per gli altri, non quelli che pregano con le mani giunte…. di conseguenza le suore di clausura non avrebbero nessun ruolo e sono considerate delle “palle al piede” della Chiesa e della società, oppure, vengono considerate delle pavide che fuggono dal mondo e si isolano per evitare di affrontare i problemi veri della gente.

Prossimamente tratteremo di questo legame strettissimo tra la castità matrimoniale e la verginità/castità per il Regno dei Cieli…. capiremo che disprezzare l’uno significa disprezzare l’altro.

Cari sposi, ci chiediamo quindi se : chi non ci parla mai di conversione, di peccato, di penitenza, di digiuno, della Santa Confessione, dell’Eucarestia, della misericordia di Dio, del Suo perdono dato ai peccatori pentiti, del perdono da donare e chiedere sempre nel Matrimonio, della S. Messa come sacrificio, della Croce di Gesù sofferta per amor nostro e al posto nostro, del rapporto strettissimo che c’è tra Eucarestia e Matrimonio, dei Comandamenti, della Giustizia di Dio, dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, di Gesù come l’unica via d’uscita anche in un matrimonio faticoso ……. lo possiamo definire pastore che è passato dalla porta ( cioè Gesù ) oppure lo vediamo come estraneo ?

Ma noi sposi , sappiamo riconoscere la voce di Gesù come il nostro Buon Pastore che non ha esitato a dare la sua vita per salvare noi pecorelle ? Speriamo di sì , altrimenti abbiam bisogno di una visitina da un buon otorino.

Giorgio e Valentina.

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Pane spezzato uno per l’altra

Oggi voglio ritornare sull’episodio dei discepoli di Emmaus. Cosa sappiamo di queste persone? Erano due e uno di questi si chiamava Cleopa. Non sappiamo altro. Ci sono però degli indizi che possono farci pensare che quei due discepoli non fossero due uomini ma un uomo e una donna. Fossero una coppia di sposi. Quali sono questi indizi? Nella tradizione ebraica era normale, in caso di coppia di sposi, nominare solo l’uomo. Quindi la descrizione evangelica è completamente aderente al modo di pensare degli ebrei. Alcuni studiosi parlano della moglie di Cleopa come una delle donne presenti sotto la croce. In realtà non lo sappiamo. Non possiamo dire che fossero una coppia ma non possiamo neanche escluderlo. E’ sicuramente bello pensarlo.

I due erano in cammino. Come lo siamo noi. Come lo sono tutte le coppie di sposi. Erano in cammino ma erano tristi. Gesù era morto. Si erano fidati di Lui. Avevano creduto che fosse proprio il Messia e il Salvatore. Magari avevano anche assistito a dei miracoli. Eppure era tutto finito. Avevano visto morire Gesù e con Lui erano morte tutte le loro speranze.

Come succede a tante coppie di sposi. Si sposano. Tanto sentimento. Un matrimonio meraviglioso dove sinceramente affidano se stessi all’altro e la relazione a Gesù e poi? Poi arrivano le sfide. Arrivano magari i figli che sono una benedizione ma sono anche uno tsunami per gli equilibri della coppia. Piano piano la quotidianità diventa sempre meno bella. Non si riesce più a scorgere quella meraviglia che si è, come persone e come coppia. Non si scorge più la maraviglia del noi. La bellezza, le aspettative, la gioia sembrano morte come è morto Gesù. Quindi c’è tristezza. La vita diventa pesante e sempre più lontana da Gerusalemme, la città della pace e della pienezza. Nel Vangelo si dice che Emmaus dista circa sette miglia da Gesrusalemme. Sette un numero molto significativo per gli Ebrei ,ma anche sette come gli anni che comunemente vengono riferiti alla prima vera crisi matrimoniale.

Eppure Gesù c’è, cammina con loro, ma non lo riconoscono, presi come sono da loro stessi. Ripiegati sulle loro rivendicazioni e aspettative disattese. Gesù cammina con loro ma non cambia le cose. Non riesce a donare loro forza e sostegno. Perchè questo? Perchè Gesù aspetta che i due aprano il cuore e, solo dopo averlo fatto, anche i loro occhi potranno riconoscerlo. Così è il sacramento. Lo Spirito Santo è lì per sostenerci e darci forza, tanta forza, ma attende che il nostro cuore si apra per accoglierlo. Finchè siamo ripiegati su di noi non avremo la capacità di aprire il cuore.

Quando finalmente lo riconoscono? Quando Gesù spezza il pane. Questo gesto ha sicuramente una doppia valenza. Ci ricorda l’Eucarestia e ci ricorda l’importanza di farci pane spezzato per l’altro. Gesù Eucarestia che rimanda alla forza del sacramento ma non basta. Serve anche la capacità di donarci e di decentrare il nostro sguardo verso l’altro, cioè serve il nostro impegno personale. Solo così, facendoci pane spezzato e nutrendoci di Eucarestia, saremo capaci di riconoscere la presenza di Gesù nel nostro matrimonio. Riconoscerlo anche nelle fatiche e nei momenti più difficili.

Sappiamo poi come è finita. Gesù è morto ma è poi risorto. Così può essere il nostro matrimonio. Può sembrare morto per tanti motivi ma se vissuto dai due sposi come pane spezzato allora potrà risorgere esattamente come è accaduto per Gesù e due sposi potranno finalmente dire come i discepoli di Emmaus: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino.

Antonio e Luisa

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