L’amore è libero quando è vero

“Non esiste libertà (per scegliere la carità) senza Verità (oggettiva)”

Benedetto XVI, su Avvenire

Questa mia riflessione trae spunto dal film su Duns Scoto, soggetto, sceneggiatura e regia di Fernando Muraca, girato nel 2010, dichiarato miglior film all’International Catholic Film Festival nel 2011. Lo raccomando. E’ da vedere in famiglia.

Giovanni Duns Scoto nasce tra il 23 Dicembre 1265 e il 17 Marzo 1266 in Scozia, muore a Colonia, in Germania, l’8 Novembre 1308, a 42 anni, quando è “lettore” presso lo studio francescano. Viene accolto nella famiglia dell’ordine dei Frati minori francescani alla tenera età di sei anni su sua già santa insistenza, pur con la fama di essere un po’ tardo rispetto ai coetanei. Con una Fede, Speranza e Carità sorprendenti, da giovane uomo, riceve poi ufficialmente i voti a quindici anni, anziché a diciotto, come disponeva il diritto canonico. La sua grande fede abbinata agli studi di filosofia e teologia dei giganti già fino ad allora sopravvenuti nella vicenda umana (da Aristotele a San Tommaso d’Aquino), lo conducono ad essere nominato brillantissimo professore francescano di teologia alla Sorbona.  Viene però costretto a scappare da Parigi per riparare oltremanica su ordine del suo Padre Superiore perché non è stato disposto a firmare la lettera di Filippo IV di Francia, detto il Bello, contro Papa Bonifacio VIII. Filippo il Bello è passato alla storia tra l’altro per aver iniziato quel periodo travagliato per la Chiesa conosciuto come la cattività avignonese.

Dopo qualche anno trascorso in Inghilterra, alla morte di papa Bonifacio VIII, Duns Scoto potrà nuovamente ritornare alla Sorbona e potrà dimostrare, in una celebre disputa con un gruppo di domenicani, il valore delle sue idee sull’Immacolata Concezione di Maria (alla base della proclamazione del dogma da parte di Pio IX papa nel 1854). Ma la pessima opinione che la corona nutre verso di lui, memore della “disobbedienza” passata, gli suggerirà di cambiare aria un’altra volta. Viene, dopo secoli di oblio, beatificato da San Giovanni Paolo II papa il 20 Marzo 1993 (Karol il Grande beatifica anche Pio IX papa il 3 Settembre 2000).  

Vorrei ora sottoporre alla vostra attenzione uno stralcio di una lezione di Duns Scoto alla Sorbona (dialogo tratto dal film)

SCOTO. Nell’animo umano, intelletto e volontà non sono qualcosa di realmente distinto. Il rapporto tra essi è tale che, cronologicamente, l’atto di conoscenza precede l’atto di volontà, secondo quel celebre assunto che ormai conosciamo bene: “Non si vuole nulla che prima non si è conosciuto”. D’altra parte, però, non si può negare che nulla sia tanto in potere della volontà quanto la volontà stessa. L’autorità di quale dottore ce l’attesta? (San) Gregorio Magno (Gregorius), e anche (San Giovanni) Damasceno. Ma prima (Sant’)Agostino (d’Ippona).Ora, stabilito che è alla volontà che spetta il primato, ditemi che cosa è meglio: volere il bene o conoscere il bene?

R DI SCOLARO – Conoscere cos’è il bene non rende necessariamente buoni. Volere il bene e farlo invece sì.    

SCOTO. Bravo (Guglielmo). Inoltre la volontà è più perfetta dell’intelligenza perché la corruzione della volontà è peggiore rispetto alla corruzione dell’intelligenza. E’ più grave odiare Dio o non conoscerLo e non pensare a Lui? Proprio per la dignità decisiva della nostra volontà la responsabilità delle nostre azioni è così grande. Qual’è allora la potenza più nobile? La volontà o l’intelligenza?

R DI GRUPPO – La volontà.

SCOTO. Bene. Esaminiamo meglio allora questo dono immenso che Dio ci ha dato, la libera volontà. Ditemi, è proprio vero quello che sostenevano alcuni maestri, che se non si può peccare non si è liberi? Lo so, è una questione delicata. In fondo, è lo stesso ragionare del serpente nel giardino del libro della Genesi. Ma cosa dice invece l’autorità dei padri nostri? Anselmo insegna che il poter peccare non è libertà, è parte della libertà. Il peccare non c’entra nulla con la libertà in se stessa. Questo è l’errore che hanno fatto (Adamo ed Eva e possiamo fare tutti). Pensando che peccare fosse un’espressione di libertà. Perché Dio ci avrebbe dato la libertà? Perché Dio la libertà ce l’ha data non per offenderLo, per rovinarci da noi con il peccato, ma per amarlo e santificarci. Avete capito? Il peccato non è un’espressione di libertà vera, ma tutto il contrario.

D – Magister Scoto perché una cosa è vera? Unicamente perché Dio la vuole come tale, cioè perché Dio vuole che sia vera? Ma potrebbe volere che sia vero anche il suo contrario, così il falso sarebbe vero.

SCOTO. Assolutamente no. Se si applicasse alle realtà umane un tale volere arbitrario, che prescinde dal bene come sistema di dominio, si avrebbero sempre effetti devastanti, di atrocità e sofferenze per l’intera famiglia umana. Questo non dovete dimenticarlo mai. Basta così per oggi.

Capite ora perchè l’amore è tale solo quando è libero? Capite che il matrimonio tra un uomo e una donna, legame fedele, indissolubile e fecondo sia una risposta davvero libera al nostro desiderio di amare nella verità e con tutta la volontà? La libertà non è lasciarci andare a qualsiasi istinto e pulsione. La libertà è accogliere l’amore di Dio e cercare con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutto il corpo di amare i fratelli e le sorelle allo stesso modo di Dio. Questo, quando ci si sente chiamati a legarsi ad un’altra persona, è possibile solo nel matrimonio. Io so, sono sicuro, che una delle scelte in cui sono riuscito ad ascoltare pienamente il mio intelletto e in cui ho voluto perseguire il bene con tutto me stesso è proprio quando mi sono sposato. Atto d’amore, d’intelletto e di volontà che rinnovo ogni giorno della mia vita. Questo mi permette di vivere nella pienezza del progetto di Dio che non desidera per me che il meglio.

Antonio e Giovanna Frigieri

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Venite e vedrete

Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.
Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)»
e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,35-42.

La chiamata degli apostoli secondo il Vangelo di Giovanni è davvero meravigliosa. In questo brano ne riconosciamo due: Andrea e il fratello Simone (Pietro). Ci sono tre spunti che secondo me è importante sottolineare. Sono i punti che maggiormente mi hanno toccato. Li rileggerò, come sempre faccio, in chiave sponsale.

Erano le quattro del pomeriggio. Quando si incontra Gesù accade qualcosa che sconvolge la nostra vita. E’ una di quelle date fondamentali che restano incise nel nostro cuore. Noi abbiamo incontrato Gesù? Pensiamoci! Solo chi lo ha davvero incontrato riesce a vivere un matrimonio secondo Dio. Sposarsi in chiesa non basta per dirsi sposi cristiani. Per essere davvero sposi cristiani è importante affidare la nostra relazione a Gesù che ne è parte integrante e fondamentale. Significa accogliere la Sua legge d’amore, declinata dalla Chiesa e dalla Parola. Apertura alla vita, metodi naturali, perdono reciproco diventano non più un obbligo da assolvere senza capirne il senso, ma diventano la modalità per amare l’altro/a completamente e nella verità. Incontrare Gesù significa fare esperienza del suo amore e avere il desiderio di replicarlo anche nel nostro matrimonio.

Si fermarono presso di lui. Per conoscere davvero Gesù ne dobbiamo fare esperienza nell’intimità della nostra casa. La Santa Messa, i sacramenti, i gruppi di preghiera, i pellegrinaggi e tutte le occasioni che possiamo vivere singolarmente nella nostra vita spirituale, possono e devono essere nutrimento per la nostra relazione sponsale. Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vedenon può amare Dio che non vede. Solo facendo esperienza di Dio nella nostra intimità di sposi faremo davvero esperienza concreta di Gesù. Naturalmente mi rivolgo a chi, come noi, è sposato. Ognuno, nella sua personale condizione di vita, ha il suo modo per vivere concretamente l’amore di Dio. Noi sposi siamo chiamati a farne esperienza primariamente tra noi.

Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Andrea conduce Pietro da Gesù. Noi sposi siamo chiamati a fare esattamente questo. Succede molto spesso che la moglie, o più raramente il marito, si lamenti dell’incredulità dell’altro/a. Allora cerca in tutti i modi di condurlo a Gesù, di condurlo ad una vita di fede. E’ importante farlo. Senza però forzare l’altro/a. La fede è sempre frutto, come ho scritto al primo punto, di un incontro. Con la forza non otterrete nulla. Potreste davvero essere voi quello strumento nelle mani di Dio, perché Lui possa incontrare vostro marito o vostra moglie. Come? Amando il vostro coniuge con lo stesso amore di Dio. La fede non si impone ma si contagia. Facendo esperienza del vostro amore gratuito ed incondizionato l’altro/a potrebbe avere il desiderio di incontrare la fonte di quell’amore: Gesù. Provocate in lui/lei la nostalgia di Gesù con il vostro amore.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è il sacramento dell’oggi

Il matrimonio è il sacramento dell’oggi, dell’adesso. Non possiamo fare affidamento solo sul passato. Non possiamo dare la relazione per acquisita, per scontata. Sì, esiste il nostro passato. Esistono i nostri ricordi, esistono i nostri momenti d’amore e di comunione già vissuti, esistono i nostri perdoni donati. Esistono nella mente e nel cuore. Hanno però bisogno di un gesto, di una parola, di qualcosa di reale nell’oggi per tornare ad essere amore concreto. Io ho grande gratitudine per tutte le volte che Luisa mi ha donato il suo amore. Come mostrarlo? Accogliendola adesso se ne ha bisogno, ascoltandola adesso se cerca conforto, abbracciandola adesso se cerca tenerezza. E in tanti altri gesti concreti fatti però adesso.

Esattamente come quella promessa che io e Luisa ci siamo scambiati davanti a Dio più di diciotto anni fa. Ha bisogno di essere rinnovata anche oggi con un bacio, con una carezza, con un sorriso. L’amore è promessa e la promessa è solo una parola vuota se oggi, se adesso, non trova di nuovo la sua casa nella nostra relazione. Noi ci sposiamo ogni giorno. Ci sposiamo ogni volta che apriamo gli occhi la mattina e abbiamo lì, accanto a noi, il dono più grande che Dio ci abbia mai fatto dopo la vita e il suo amore. Accanto a noi c’è il suo figlio amato, c’è la sua figlia amata, che è lì per noi. Affidato/a a noi. Dio ci chiede di essere le Sue mani, la Sua bocca, i Suoi occhi per amare l’altro/a. Meraviglioso!

Certo, a volte ci verrà facile altre invece meno, avremo magari la tentazione di rompergli/le un piatto in testa piuttosto che servirlo/la, ma quella è la nostra strada di santità. La nostra via verso la nostra salvezza e la salvezza della persona che Dio ci ha affidato. Nella cura tenera ed amorevole reciproca ci faremo santi.

C’è una breve storia di Bruno Ferrero che spiega molto bene l’importanza di amarsi adesso.

Celebravano i 50 anni di matrimonio. Erano felici, circondati da figli e nipoti. Al marito fu chiesto quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò.

Lucia, mia moglie, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in un orfanotrofio e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché Lucia non mi conquistò. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie. Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Lucia mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Con questo regalo, non ti servirà altro per un matrimonio felice.” Ero agitato e litigai un po’ con la carta e con il nastro prima di riuscire a scartare il pacchetto. Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora. L’anziano signore sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante.Quelle parole recavano in sé il segreto di un matrimonio felice. Erano le seguenti: “Di’ qualcosa di carino a Lucia!” Di’ qualcosa di carino alla persona che ami. Adesso.

Brano tratto dal libro “La vita è tutto quello che abbiamo.” di Bruno Ferrero

Voi avete rinnovato oggi il vostro amore? Cosa state facendo adesso per rendere concreta quella promessa che vi siete scambiati il giorno delle nozze?

Antonio e Luisa

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Gli sposi sono fratello e sorella (non solo)

Uno dei rischi più grandi del matrimonio è trovarsi a vivere come fratello e sorella. E’ sicuramente vero ma andrebbe spiegata meglio. Non è affatto sbagliato essere fratello e sorella nella coppia. E’ sbagliato essere solo fratello e sorella. Perchè dico questo? Perchè l’amore di Filia (amicizia) è importante. Noi da sposi non smettiamo di essere fratelli nella fede. La nostra fratellanza non cessa nel nostro essere marito e moglie, ma al contrario si perfeziona e diventa ancora più profonda. Ne è un esempio lampante il Cantico dei Cantici, il Libro della Bibbia che più racconta l’amore sponsale ed erotico, dove Salomone, lo sposo, chiama innumerevoli volte la sua amata sorella. Proprio per confermare che si tratta non solo di un amore erotico, ma di qualcosa di molto più profondo. Esiste tra Salomone e la sua amata una profonda conoscenza e intimità. Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, sposa.

Vale anche per noi sposi tutti. La mia amata non deve essere solo colei con cui divido il letto. Non è solo colei davanti alla quale metto a nudo il mio corpo. Lei è molto di più. Lei è colei davanti alla quale metto a nudo tutto di me. La mia confidente, la mia consigliera, la voce della mia coscienza. Lei può essere la persona a cui apro la profondità dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie gioie e dei miei dolori. Lei può essere colei che sa tutto di me e a cui posso mostrarmi senza paura di essere ferito o giudicato.  Il dialogo tra gli sposi non deve mai mancare.  Don Oreste Benzi, al riguardo, ha scritto qualcosa di profondamente vero:

Perchè non c’è dialogo? Perchè uno pensa che nel matrimonio l’altro stia con lui nella misura che gli è gradito, nella misura che è come lui lo vuole. Quante finzioni! Invece no, voi avete scelto di portarvi assieme l’un l’altra come una sola persona. Il limite dell’altro segna l’inizio della tua responsabilità

Quante volte non siamo capaci di accoglierci come fratelli e sorelle in Cristo. Quante volte non sappiamo mostrare anche la parte di noi meno amabile per paura di non piacere più all’altro/a. Allora meglio far silenzio sulla nostra parte oscura, allora meglio nasconderla all’altro. Questo è l’inizio della fine. Perchè non possiamo fingere per sempre e, presto o tardi, dovremo fare i conti con i nostri scheletri. Solo mostrandoci per quelli che siamo, senza barriere, potremo lasciarci accogliere completamente dall’altro/a e sentirci così davvero amati ed accolti. Sta a noi scegliere se vedere nell’altro/a una minaccia e coprirci come Adamo ed Eva dopo che ebbero mangiato dall’albero, oppure mostrarci nella completa libertà di chi non ha paura perchè sa che l’amore non giudica, ma sostiene sempre.

Antonio e Luisa

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Mamma Lucia, la mamma dei morti.

Abbiamo sempre scritto di come la fecondità di una donna non si possa limitare alla sua fertilità. La fecondità non è solo mettere al mondo dei figli, anche se certamente è importante aprirsi alla vita quando possibile. La fecondità naturale di una donna unità alla fede e all’amore per Dio possono davvero portare dei frutti bellissimi. Frutti creativi e impensabili.

A tal proposito mi piacerebbe raccontarvi una storia molto bella e commovente, una storia vera. Una storia meravigliosa di compassione e fecondità. La protagonista è una donna, una moglie e una madre. Si tratta di Lucia Apicella. Lucia nasce nel 1887 in una frazione di Cava de’ Tirreni, una cittadina a pochi chilometri da Salerno. Frequenta poche classi delle elementari. Poi inizia a fare dei piccoli lavori da tessitrice per portare qualche soldo a casa. Le sue giornate sono scandite dal lavoro in casa, dalla Messa quotidiana e dalla preghiera. Diventerà terziaria francescana. La sua è una fede semplice e tenace. Neanche ventenne sente il forte desiderio di essere di conforto ai sofferenti ed inizia a recarsi al vicino ospedale. Va a trovare gli ammalati, porta loro dolcetti che lei stessa prepara, fa loro compagnia e prega con loro. Cerca di sostenere, in particolar modo, i malati più gravi, quelli in agonia. Cerca di accompagnarli alla morte stando loro vicina per non lasciarli soli in un momento tanto difficile.

Comincia ad essere conosciuta tra i compaesani per le sue opere di carità. Siamo solo all’inizio del suo percorso. Si sposa nel 1911 con un fruttivendolo e concepisce due figli. Nonostante ora sia sposa e madre non smette di occuparsi del prossimo più bisognoso. Arrivano gli anni della prima guerra mondiale. La guerra è lontana da Salerno. Si combatte su al nord, nelle regioni di confine, ma anche nel suo paese ci sono tanti giovani che partono e non tornano. Lucia prova grande pietà per loro e decide di dedicarsi alla sola cosa che può fare: prega per loro.  Lucia ritaglia dai giornali i nomi dei caduti, a lei sconosciuti, a cui in chiesa dedica preghiere e raccomandazioni a Dio. Diventa una sorta di madre spirituale per tutti quei giovani morti per l’Italia. Intercede per le loro anime e la loro salvezza.

Passano gli anni e torna anche la guerra. Questa volta se la trova fuori da casa. Salerno è teatro di uno degli sbarchi alleati nel 1943. E’ fronte di guerra. Proprio Cava è terreno di aspri scontri. Gli alleati vogliono raggiungere Napoli e devono forzare le difese tedesche piazzate sulle colline vicino a Cava. Restano a terra centinaia di cadaveri insepolti. Mamma Lucia vede in quei giovani senza vita dei figli. Figli che hanno una mamma e un papà che li aspettano a casa. Fa un sogno che non la lascia più tranquilla: un prato con otto croci divelte e nei pressi otto soldati che la implorano di restituire i loro resti mortali alle madri che li aspettano a casa. Non si dà pace e, a guerra finita nel 1946, chiede il permesso alle autorità civili del tempo di dare compimento a quel sogno. Decide di farsi carico di tutto quel dolore, di quel lutto e di dare sepoltura ai resti di quei ragazzi con tutta la cura e la delicatezza che avrebbero avuto i loro genitori. Non guarda il colore della divisa. Seppelisce americani, tedeschi, inglesi. Chiunqe trovi. Si fa carico di questo lavoro da sola. Pochi la aiutano. E’ un lavoro pericoloso. Ci sono mine e bombe inesplose. Seppelisce i resti dei giovani e raccoglie poi i pochi oggetti che possono permettere un’identificazione, come piastrine e effetti personali, in piccole scatole e le fa custodire nella piccola chiesa vicino casa.

Va avanti per molti mesi e riesce a dare sepoltura, con cuore di madre, a più di 700 corpi. Diventa così per tutti Mamma Lucia, la mamma dei morti. Prima i giornali locali e poi quelli nazionali si accorgono di lei. Viene ricevuta in udienza privata da papa Pio XII. Il Presidente della Repubblica Gronchi, nel 1959, le conferisce la Commenda al Merito della Repubblica, e nel 1980 riceve la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica.

Forse il riconoscimento più commovente è, però, quello che riceve in Germania. Nel 1951 riporta personalmente la cassettina con gli oggetti personali ai genitori del caporale tedesco Joseph Wagner. In quell’occasione riceve la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca. I nostri ex nemici tributano a lei delle parole meravigliose.  Radio Stoccarda trasmette un servizio in cui viene sottolineato che «un popolo che ha saputo dare al mondo una mamma Lucia merita tutto il nostro amore, tutta la nostra gratitudine e tutto l’onore di cui siamo capaci». 

Lucia si spegne nel 1982. La sua è stata una vita vissuta per gli altri in cui ha saputo dare una concretezza molto particolare alla parola madre. E’ stata madre biologica di due figli ma è stata anche madre di centinaia di poveri ragazzi morti lontano dai loro cari. E’ stata feconda proprio perchè ha saputo ascoltare il suo cuore di mamma. Cuore aperto all’amore perchè aperto a Dio.

Antonio e Luisa

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Pregare è dire “ti amo” allo Sposo

Ho parlato diverse volte della preghiera nel matrimonio. Il rapporto con nostra moglie o nostro marito ci può dire tanto proprio su cosa sia la preghiera. Il matrimonio rischia  spesso di diventare il sacramento del fare. Preoccupazioni, impegni, pensieri, lavoro, figli. La quotidianità rischia di allontanarti da te stesso/a e dalla tua relazione sponsale. Rischia davvero di non esserci tempo per fermarsi e per contemplare l’amore. Quanto spesso ci comportiamo come Marta non trovando mai il tempo di fermarci come Maria.  Certamente, come ho già avuto modo di scrivere in altre riflessioni, nel matrimonio ogni gesto fatto per amore diventa gesto sacro e preghiera. Ogni gesto di servizio è preghiera quando fatto per amore. C’è un però. Non basta fare. Il matrimonio è prima di ogni altra cosa una relazione d’amore.

Relazione che ha bisogno di rinnovarsi ogni giorno per non morire. Rinnovarlo, naturalmente, con il linguaggio degli sposi. Nelle promesse matrimoniali promettiamo di amarci e onorarci tutti i giorni della nostra vita, non semplicemente tutta la vita. Non è una differenza da poco. Tutti i giorni implica proprio il rinnovare, giorno dopo giorno, la nostra promessa. Rinnovarla e renderla di nuovo presente e attuale. Non basta dirlo una volta sola. Non basta per non dare il nostro matrimonio per scontato. Qualcosa che vale sempre meno fino a buttarlo e buttarci via.

Invece è importante ogni giorno dire di nuovo quel sì lo voglio. Dire di nuovo ti amo all’altro/a. Dirlo con la parola ma non solo. Dirlo con una carezza, con un bacio, con un pensiero. Dirlo con il linguaggio dell’amore che è la tenerezza. Così si tiene vivo il matrimonio. Così si mantiene fede alla promessa matrimoniale. Questa riflessione mi permette di collegarmi direttamente alla preghiera. Spesso non ce ne curiamo abbastanza. Non c’è tempo, non c’è voglia, ci sono tante cose da fare. Invece è importante riuscire a trovare almeno un po’ di tempo da dedicare a Gesù. Da soli, in coppia o in famiglia, ma bisogna trovarlo.

Gesù è il nostro Sposo, anche per noi che siamo sposi cristiani, non solo per i consacrati. E’ importante trovare il tempo per rinnovare il nostro sì al suo amore. Non basta dirlo una volta per sempre. E’ importante tenere viva la relazione e nutrito il nostro rapporto con il Signore. La preghiera è esattamente questo. Dire a Gesù, anche oggi, ti voglio bene e voglio stare con te. Esattamente la stessa dinamica che avviene tra marito e moglie. La cosa bella sapete qual è? Gesù non è uno sposo geloso. Nutrire il nostro rapporto con Lui ci aiuta a vivere meglio anche quello tra di noi. Nutrire il rapporto tra di noi ci aiuta a desiderare di incontrare Gesù. Questo è il matrimonio cristiano. E’ meraviglioso. Ricordiamoci sempre di rinnovare il nostro sì, rinnovarlo all’altro/a e rinnovarlo a Gesù! Ne va della nostra gioia, della nostra pace e della nostra vocazione.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio si fonda sul battesimo

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali.
Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».
In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.
E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba.
E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 1,7-11.

Noi sposi cristiani siamo battezzati. Il nostro battesimo non è come quello celebrato da Giovanni Battista fatto solo con acqua, ma quello di Gesù fatto con il fuoco dello Spirito Santo. Giovanni non poteva che dare un segno, seppur bello e significativo, della volontà di cambiamento presente nel cuore del battezzato. Gesù non dà solo un segno, Gesù ci dà la forza e la capacità di sconfiggere la morte e il peccato.

 Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, Profeta e Sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando abbiamo il controllo su di noi per essere capaci di farci dono all’altro/a. Non si può donare qualcosa che non controlliamo. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi ci guarda. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Durante il rito del matrimonio il prete è solo un testimone, i sacerdoti, che si fanno offerenti e offerta, sono proprio i due sposi che celebrano il sacramento. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico. Amplesso fisico che è una liturgia sacra e gesto d’amore altissimo che Dio ha voluto per noi facendoci così: sessuati maschio e femmina.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Quattro consigli per tornare a desiderarvi.

Riceviamo spesso richieste di aiuto o di consigli da parte di mogli (sono quasi sempre loro) che hanno problemi nell’intimità con il marito. Non hanno voglia di fare l’amore. Nulla di patologico o fisiologico. In quel caso infatti servirebbe l’aiuto di un professionista o di un medico. Spesso non serve, la mancanza di desiderio è causata da alcune dinamiche che si possono riconoscere e modificare. E’ un tema che abbiamo già affrontato diverse volte. Crediamo però che ripetere possa servire. Abbiamo cercato di essere molto schematici per rendere più semplice la lettura Perchè dunque il desiderio cala o muore del tutto?

Le cause possono essere molteplici e complesse. Spesso esistono concause. La nostra intenzione non è quindi quella di dare una risposta esaustiva ed esauriente. Non abbiamo la presunzione di risolvere con un articolo problemi così delicati. Siamo però certi di poter dare delle piste su cui riflettere che possono essere molto utili.

Il desiderio non è solo ormonale. Il desiderio della donna è regolato sicuramente dagli ormoni. Estrogeni, testosterone (anche le ovaie delle donne lo producono) e progesterone. Quindi? Il desiderio dipende solo da questi parametri? Niente affatto. Esiste una componente psicologica e relazionale che può compensare il calo di desiderio ormonale. Importantissima quando giunge la menopausa, ma anche nelle altre stagioni della vita. E’ importante che l’amplesso diventi il vertice, il punto più alto, di una costante e continua attenzione e cura vicendevoli. Quando gli sposi si trovano nel talamo nuziale per celebrare il loro matrimonio non si presentano mai a mani vuote. Portano in dote tutta la loro vita. La ricchezza del loro amore concreto fatto di piccoli gesti di tenerezza, di perdono, di servizio, di ascolto. Fatto di abbracci dati e ricevuti. Fatto di una vita insieme vissuta nell’impegno a farsi dono l’uno per l’altra. Primo consiglio: non esiste solo il desiderio ormonale, ma esiste un desiderio che nasce dalla coppia stessa che va cercato, custodito e perfezionato.

Il desiderio cresce facendo l’amore. Uomo e donna sono differenti. Il desiderio maschile corrisponde soprattutto ad una pulsione, che proviene dall’interno, mentre quello della donna viene più che altro provocato, spesso dalla voglia e dall’eccitazione dell’amato. L’uomo accresce il suo desiderio attraverso pulsioni stimolate da tatto e vista. La donna è più complessa. Per la donna è fondamentale sentirsi desiderata e preziosa agli occhi del marito. Più l’uomo saprà trasmettere meraviglia e desiderio verso la sposa e più lei proverà, a sua volta, desiderio. Per questo è importante iniziare. Anche se magari non se ne ha molta voglia. Questo per quanto riguarda la donna. Per l’uomo è importante accettare questa diversità e viverla come una sfida. Cercare di amare la propria sposa corteggiandola per attirarla a sè. Non darla mai per scontata e che l’incontro intimo non diventi mai qualcosa di imposto. Siamo bravissimi a innescare sensi di colpa e sottili ricatti morali. Secondo consiglio: spose lasciatevi andare e apprezzate il desiderio di vostro marito (anche se vi sembra eccessivo); sposi non lasciatevi abbattere se lei non ha il vostro stesso desiderio e corteggiatela per attirarla a voi (anche se è impegnativo).

Cercate tempo di qualità. Non ricordatevi della vostra intimità solo dopo che avete fatto tutto il resto. Magari dopo mezzanotte quando lavoro, figli, casa, famiglia vi hanno tolto ogni energia e vi hanno trasformato in zombi che camminano. Come fate a credere che così possa essere un momento piacevole e riuscito? Spesso non vedrete l’ora che finisca per poter finalmente dormire. Vale per uomo e donna. Diventa un’obbligo da assolvere, un cartellino da timbrare. Così non funziona. Non è davvero piacevole per nessuno dei due. Almeno una volta al mese prendetevi del tempo di qualità. Prendetevi un permesso dal lavoro, un giorno di ferie, magari mentre i figli sono a scuola. Un modo per ritrovarvi e fare l’amore quando avete tutte le energie e siete connessi e concentrati. Vedrete che anche il desiderio ne guadagnerà moltissimo. Perchè poi vivere l’amplesso in questo modo sarà un’esperienza davvero bella e appagante e vi darà forza e perseveranza rinnovati per nutrire tutta la relazione. Terzo consiglio: non solo trovare il tempo ma che sia tempo di qualità.

Parlate con lui. Uomo e donna hanno sensibilità molto diverse. L’uomo spesso è inquinato da una “cultura” pornografica. Pensa che il piacere sia replicare quelle posizioni che ha visto nei video porno. Non vogliamo fare i bacchettoni. Nelle volte che nei corsi trattiamo questo ambito affermiamo sempre che non esistono regole precise. Ricordiamo che le uniche regole necessarie sono soltanto tre. La prima, e più importante, affinchè ci siano nel contempo l’apertura alla vita e l’aspetto unitivo, è naturalmente che l’eiaculazione avvenga in vagina. La seconda che consigliamo sempre è che ci si guardi negli occhi. Il rapporto è una relazione e non un uso del corpo dell’altro/a. La terza e ultima è, volendo vivere un momento di comunione, rispettare la sensibilità dell’altro/a. Se un gesto non piace non si deve fare. Voi donne avete la responsabilità, non solo il diritto, di dirlo e voi mariti avete il dovere di rispettare la sensibilità della vostra sposa. Non facciamo finta o ne soffrirà tutta l’intimità, il desiderio in primis. Come posso desiderare di fare qualcosa che non mi piace? Quarto consiglio: rispettate le vostre sensibilità diverse e parlate. Dite ciò che vi piace e ciò che non vi piace.

Antonio e Luisa

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Anche noi siamo magi in cammino!

Come consuetudine all’approssimarsi dell’Epifania condivido questo articolo. Per chi lo ha già letto è comunque un modo per fare memoria.

Il cammino dei magi può essere letto anche come una trasposizione della nostra vita matrimoniale, della nostra vocazione all’amore. Ripercorrendo il loro viaggio possiamo trovare la mappa del nostro.

 1) I magi come prima cosa decisero lo scopo del loro viaggio. Conoscevano bene la Parola di Dio  e fecero di quel viaggio lo scopo della loro vita. Volevano adorare il Re. “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2:2). I fidanzati fanno lo stesso. Sentono attrazione e simpatia vicendevole, ma non devono ridurre tutto solo alla sola emozione. Un cristiano non vive alla giornata senza progettare e programmare alla luce della fede in Dio e del progetto di Dio sulla sua vita. La relazione si deve leggere agli occhi della salvezza, nella sua dimensione escatologica, i fidanzati devono cercare in quella relazione il realizzarsi della loro vocazione. Vocazione che è la nostra personalissima modalità di risposta all’amore di Dio.

Non basta decidere di partire, 2) si deve preparare il viaggio.  I magi non erano persone stravaganti che così, ad un tratto, decidono di mettersi in viaggio senza sapere dove andare. Tutt’altro è il loro atteggiamento. Essi saggiamente, prima di partire, hanno fissato la meta che avrebbero dovuto raggiungere, preparando ogni cosa con cura e prendendo ogni informazione necessaria per poterla raggiungere. Il fidanzamento è la preparazione del viaggio. Serve a conoscersi e conoscere Dio insieme. Serve a parlare dei desideri, della propria idea di matrimonio, dei figli, delle aspirazioni personali. Questo è preparare il viaggio che sarà il nostro matrimonio. La nostra meta sarà trovare finalmente Gesù nella nostra unione e, alla fine, nell’abbraccio eterno con Lui.

I Magi sono partiti quando hanno avuto 3) una guida sicura per raggiungere la meta. Per raggiungere il Salvatore. Seguirono la stella con fiducia e costanza, fissando lo sguardo e facendone bussola del loro viaggio. Il matrimonio è un  sacramento della Chiesa cattolica. La nostra stella è lo Spirito Santo che scende nella nostra unione e ci plasma. La nostra stella è anche la Chiesa. Solo all’interno di essa saremo sicuri di non sbagliare strada. La Chiesa con il suo insegnamento, i suoi documenti, la sua tradizione e i suoi pastori ci aiuta a rimanere nei giusti binari del bene e della verità e a non deragliare.

4) I magi partirono senza aspettare, senza paura ed esitazione.  All’apparire della stella, i magi partirono senza esitare. Lasciarono prontamente tutte le cose del loro mondo: la propria dimora, la propria terra, i propri parenti, i propri amici, per andare ad adorare il Signore. Lo scopo che si erano prefissati riempiva totalmente il loro cuore, la loro anima e la loro mente ed è per questo che non esitarono. Quanti uomini e donne aspettano. Quanti uomini e donne esitano e non cominciano il viaggio per paura. Solo accettando la sfida e abbandonando le nostre sicurezze per iniziare il viaggio, che è tutto il nostro matrimonio, potremo essere felici e realizzare la nostra vocazione

5) I Magi non si lasciarono turbare dagli eventi.  Arrivati a Gerusalemme probabilmente non videro più la stella ed allora, come strumenti nelle mani di Dio, si fermarono e, tramite il colloquio con Erode, annunciarono a coloro che avrebbero dovuto attenderlo, che era nato il loro Messia. Quale sarà stato il loro turbamento nel vedere che, pur conoscendo dove doveva nascere, nessuno lo aspettava e meno che mai nessuno pensava di rendergli l’omaggio dovuto?!?
Impariamo dai magi, i quali rimasero fermi nel loro proponimento e non si lasciarono coinvolgere dai turbamenti esterni, ma proseguirono il loro viaggio con un cuore pieno di ardore verso Dio. Anche noi sposi nella nostra vita sperimenteremo l’aridità, la sofferenza, la divisione e il lutto, ma se avremo fiducia in Dio ritroveremo la strada e la stella e allora

6) sperimenteremo la vera gioia. Quando i magi ripartirono da Gerusalemme, videro che la guida sicura mandata da Dio era di nuovo apparsa nel cielo, ed essa li guidò fino a Betlemme, dove era Gesù e lì si fermò; allora si rallegrarono di grandissima gioia.

Sì,  perchè vivere alla presenza di Gesù è meraviglioso, amare la propria sposa in Gesù è un’esperienza che riempie e dona forza e sostegno. Il cammino è già una meta. Il matrimonio è un bellissimo viaggio, un’avventura meravigliosa che ci porterà a desidera sempre di più l’incontro con Gesù e alla fine del viaggio al suo incontro ed eterno abbraccio.

Antonio e Luisa

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Il piccolo Pietro: un altro grande dono del Padre!

(Alessandra) Ciao a tutti oggi vi parleremo un pò di noi, della nostra famiglia, per portarvi la nostra testimonianza di fede. Alcuni di voi magari già un po’ ci conoscono perché avranno letto dei nostri articoli pubblicati in passato su questo stesso blog. Per chi di voi non ci conoscesse vi facciamo un breve riassunto: ci siamo incontrati circa 5 anni fa, io facevo l’assistente di volo, mio marito faceva il militare volontario nel corpo degli alpini, entrambi eravamo molto presi dal nostro lavoro e da noi stessi. Nelle nostre vite c’era poco spazio per la vita spirituale, seppur entrambi cattolici battezzati.

(Riccardo) Passato del tempo insieme abbiamo capito che i nostri lavori ci allontanavano sempre di più, quindi abbiamo preso la decisione di iniziare a convivere. Dopo pochi mesi abbiamo scoperto di aspettare un figlio, la nostra bambina Olga è nata molto prematura l’otto aprile del 2018 per gravi complicanze insorte durante la gestazione e non ce l’ha fatta a sopravvivere. É stata per noi mezzo di salvezza, un dono enorme del Padre che ha portato con sè un altro grande dono, quello della nostra conversione alla vera fede. A causa di questo lutto, all’inizio eravamo profondamente sconvolti ed arrabbiati con il mondo, abbiamo poi capito, tramite quel filo sottile di Olga che ci legava al cielo, che potevamo farcela solo abbandonandoci tra le braccia di Dio Padre misericordioso. Olga è nata proprio il giorno della divina misericordia (primo segno di Dio nella nostra vita di coppia)

(A) Abbiamo iniziato un cammino di fede che ci ha portati al matrimonio religioso avvenuto nella chiesa di Santa Margherita di Scozia a Cameri il 15 luglio del 2018. Qualche mese dopo abbiamo scoperto casualmente il libro di Antonio e Luisa De Rosa: “L’ecologia del amore: intimità e spiritualità di coppia”, siamo entrati a contatto con l’associazione Intercomunione Famiglie che ci ha aiutati, e ci aiuta tutt’ora, a scoprire sempre più il significato profondo del matrimonio cristiano, che non avevamo compreso appieno. A dicembre dello stesso anno della salita al cielo di Olga, c’è stata un’altra dura prova. Dopo tante preghiere pensavo di essere rimasta incinta, in realtà abbiamo poi scoperto che avevo il sacco gestazionale senza embrione. Ci siamo sentiti molto scoraggiati, un altro sogno che veniva stroncato sul nascere, abbiamo pensato che forse non era nei piani di Dio donarci un figlio, ma mai disperare. Mi sono sempre detta che fin da bambina sentivo di essere chiamata a fare la moglie e la mamma e anche se non fossi stata mamma nella carne, lo sarei stata in altri modi, anche se non sapevo quali non sentendo la chiamata all’adozione. Mi permetto di aprire una parentesi su un argomento che ritengo vada affrontato: per maternità o paternità non nella carne non necessariamente si deve intendere l’adozione. L’adozione è una chiamata che non è per tutti, è una strada tortuosa, non facile, fatta di avvocati per i minori, assistenti sociali, pratiche e anni di attesa. Lo so perché sono figlia di una mamma adottiva che ha anche lavorato per una associazione che si occupa di adozioni e ho seguito il processo di adozione dei miei genitori per mio fratello minore. Quindi mi rivolgo col cuore in mano alle coppie che si trovano nel desiderio di un figlio, in tanti vi diranno di adottare in maniera molto semplicistica, ma ricordate che ci sono altre forme di maternità e paternità ad esempio il volontariato. Io mi sono sentita mamma oltre che di Olga anche di tanti bambini prematuri in terapia intensiva neonatale che con il mio operato per la associazione di volontariato mani di mamma indossavano piccoli capi in lana realizzati da me.

(R) Gesù ci insegna a non chiedere continuamente segni perché il segno più grande ce lo ha dato morendo sulla croce, eppure nella sua infinita bontà a noi ne ha dati tanti. Lo scorso anno siamo stati in pellegrinaggio alla Basilica di Sant’Antonio da Padova a cui mia moglie è molto devota, essendo la nonna, che l’ha cresciuta, di origini padovane. Recandoci alla basilica in pellegrinaggio avevamo deciso di confessarci, comunicarci e recitare il Santo Rosario in basilica. Ci siamo confessati e il sacerdote ci ha data la preghiera dei genitori che avevano perso un figlio, nel leggere la preghiera ci siamo accorti con stupore che era stata scritta proprio l’8 aprile 2018, il giorno della nascita della nostra Olga. Due anni fa siamo stati per il compleanno di mia moglie in vacanza in Trentino, abbiamo alloggiato in un residence e chiedendo alla proprietaria dei luoghi belli da visitare, la donna ci ha indicato la passeggiata tra i boschi che dal lago di Tovel porta al Santuario di San Romedio a cui, ci dice la signora, tante coppie si rivolgono nel desiderio di un figlio. Per fare la propria richiesta di intercessione al santo occorre percorrere tutta la scalinata del santuario, che è lunga, visto che il santuario è costituito da cinque  piccole chiesette costruite una sopra l’altra, e occorre chiaramente chiedere la sua intercessione con fede. Non conoscevamo questo santo, ne tanto meno eravamo a conoscenza che aiutasse coppie nel desiderio di diventare genitori, percorrendo la scalinata abbiamo visto appesi sulle mura tantissimi fiocchi nascita. Un altro santo che non abbiamo cercato, ma ci è venuto in aiuto come segno della presenza di Dio al nostro fianco.

(A) Ho ricevuto più volte risposte chiare dal Signore Gesù quando gli chiedevo se era sua intenzione donarci un altro figlio, ma ero talmente rinchiusa nella mia negatività che non me ne ero mai accorta. Il giorno che ho scoperto di essere incinta ho ricevuto per “coincidenza” divina, per così dire, il nastro benedetto sulle sacre mura della Santa Casa di Loreto. Lo avevo richiesto, nel mio desiderio di maternità, dopo aver letto un articolo che parlava di questa tradizione cristiana portata avanti dalle monache passioniste di Loreto. Il nastro arriva con una preghiera che gli sposi possono recitare insieme. La gravidanza di Pietro è stata una gravidanza altamente a rischio, sono stata costretta a letto fin dal iniziò della gestazione, ho avuto una minaccia di parto prematuro a 28 settimane e abbiamo rischiato che il piccolo venisse intubato e alimentato artificialmente in terapia intensiva neonatale. Mio marito, quando sono tornata a casa, è stato poi costretto a chiedere un’aspettativa dal lavoro, poiché avevo bisogno di qualcuno che potesse assistermi continuamente e non abbiamo parenti o familiari vicini, per altro, con la pandemia COVID era meglio non far entrare altre persone in casa nostra. Arrivata al terzo di mese di gravidanza, poco prima di andare a fare la visita con il chirurgo che avrebbe dovuto eseguire per me l’intervento di cerchiaggio (in via precauzionale), che serve a ridurre il rischio di parto prematuro, mi sono recata nella chiesetta della clinica Mangiagalli, per rivolgere a Gesù e Maria la mia preghiera. Ho visto che c’era un cestino dove si poteva pescare un bigliettino con un passo del Vangelo. Mentre pescavo il bigliettino ho pensato: ”quanto desidero questo figlio, ma ho veramente tanta paura di perderlo, fa Signore che possa nascere sano e forte”. Il passo del Vangelo era: ”se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò” (Gv. 14,14). Il giorno che sono stata ricoverata in ospedale per l’intervento di cerchiaggio mi sentivo sola, triste e preoccupata, eravamo in pieno lock down, non potevo vedere mio marito perché i familiari non entravano nei raparti, lo salutavo dalla finestra dell’ospedale, ma quanto avrei voluto un suo abbraccio…….. La prima sera di ricovero, mentre stavo recitando il Santo Rosario in diretta da Lourdes, allungo il braccio per accendere la luce sopra al letto e cade un Santino che era rimasto incastrato con una preghiera della mamma in attesa di un figlio e l’immagine di Maria bambina. Non so se era li perché il sacerdote che passava nelle stanze lo aveva dato a una mamma che non aveva fede e lo aveva lasciato lì, o se era di una mamma che lo aveva dimenticata tornando a casa, sta di fatto che sono stata immensamente grata a Maria Santissima di avermela fatta trovare. L’ho recitata tutti i giorni che sono stata ricoverata e andando via avrei voluto portare con me quel santino, ma ho pensato che non ne avevo il diritto, che un’altra mamma avrebbe potuto sentirsi sola, abbandonata e aver bisogno di recitare quella preghiera per mettersi nelle mani della nostra mamma celeste.

(R) Adesso guardiamo il nostro Pietro e pensiamo che Gesù veramente ci ama di un amore infinito perché ci ha fatti incontrare Lui, ci ha uniti nel matrimonio sacramento dopo averci donato una figlia che è, e sarà, sempre il nostro angelo in Cielo. Come ci hanno detto dei nostri amici, noi abbiamo partorito Olga nella carne e lei ci ha partorito nella fede. Prima  che Alessandra restasse incinta un amico ci invitò a pregare Giovanni Paolo II perché Padre Raimondo Bardelli invitava le coppie nel desiderio di un figlio a farlo. Ricordo che una sera abbiamo recitato una preghiera a questo grande papa e santo e nei giorni successivi mia moglie mi ha fatto leggere un articolo dove si parlava della mamma di Giovanni Paolo II, Emilia Kaczorowska, e che prima di mettere al mondo il nostro amato santo e papa aveva avuto una bambina di nome Olga, morta subito dopo il parto come la nostra e la gravidanza del suo secondogenito Karol Wojtyla era stata per lei una gravidanza a rischio che l’aveva costretta a letto. A nostro figlio Pietro insegneremo questo, che tutti i santi sono suoi amici e lo accompagneranno per tutta vita e che non bisogna pregare per chiedere segni, ma che comunque Gesù che ci ama immensamente e che ci conosce più di noi stessi, quando ci vede confusi e che brancoliamo nel buio ce li manda come se fossero dei cartelli stradali che ci indicano la direzione in mezzo alla nebbia.

Abbiamo imparato nel bene e nel male a iniziare sempre le nostre preghiere con grazie e quindi grazie a voi che avete dedicato qualche minuto delle vostre giornate a leggerci.

Riccardo e Alessandra

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Il corpo esprime l’amore! Il verbo si fece carne.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. (Gv 1,14)

Il Vangelo di oggi è qualcosa di meraviglioso, ma complicato da comprendere. Mi fermo ad una sola frase. Una frase che ci dice tantissimo. Gesù è vero Dio ed è vero uomo. Dio si è fatto carne. La nostra fede è unica per questa carnalità di Dio! Solo noi cristiani crediamo in un Dio così. Non solo trino, quindi un Dio che è relazione, ma una delle tre Persone divine si è fatta addirittura uomo. Relazione e incarnazione sono le due caratteristiche del nostro Dio che lo rendono diverso da quello di tutte le altre religioni.

Ricapitoliamo, perchè questa cosa è decisiva per capire anche come siamo fatti noi. Dio è amore. Dio può essere amore proprio perchè non è solo. E’ un Dio trino. Le tre Persone della Santissima Trinità possono amarsi proprio perchè sono in relazione tra di loro. Un Dio solo non potrebbe essere amore. Dio si è fatto carne, si è fatto come noi! Si è fatto corpo.

Il corpo acquista un significato grandissimo. Ce lo dice l’incarnazione stessa. Dio è sceso tra noi e ha preso un corpo per amarci. Dio è amore e il corpo può significare quell’amore. Significare cioè rendere concreto e visibile. Sta a noi decidere se dare al nostro corpo quel significato tanto grande e tanto bello oppure se farne una cosa come tutte le altre. Appunto farne una cosa. Non c’è una via di mezzo, una zona grigia. Il nostro corpo e quello delle persone con cui abbiamo rapporti, possono essere amore o diventare una cosa. San Giovanni Paolo II in una delle sue famose catechesi sulla Teologia del Corpo ebbe a dire:

Il corpo nella sua mascolinità e femminilità, è “dal principio” chiamato a diventare manifestazione dello spirito. Lo diviene anche mediante l’unione coniugale dell’uomo e della donna, quando si uniscono in modo da formare «una sola carne

da Uomo e donna lo creò

Capite come questa dimensione, questo atteggiamento, questo stile di vita, dia al nostro corpo e alle nostre relazioni un significato elevatissimo? Capite anche come non possa esistere amore autentico senza che esista una aderenza tra cuore (anima) e corpo? Mi riferisco in particolare alla sessualità e a come la viviamo. Questa aderenza tra cuore e corpo ha un nome ben preciso. Si chiama castità!

Papa Francesco ha espresso questa verità con chiarezza nel 2018 incontrando un gruppo di giovani:

La sessualità, il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima. Quando Dio ha creato l’uomo e la donna, la Bibbia dice che tutt’e due sono immagine e somiglianza di Dio. Tutti e due, non solo Adamo o solo Eva, ma tutt’e due – ensemble – tutt’e due. E Gesù va oltre, e dice: per questo l’uomo, e anche la donna, lascerà suo padre e sua madre e si uniranno e saranno… una sola persona?…, una sola identità?…, una sola fede di matrimonio?… Una sola carne: questa è la grandezza della sessualità. E si deve parlare della sessualità così. E si deve vivere la sessualità così, in questa dimensione: dell’amore tra uomo e donna per tutta la vita. 

Quando viviamo la nostra sessualità per esprimere l’amore che abbiamo nel cuore attraverso l’incontro intimo tra un uomo e una donna, che si sono promessi l’uno all’altra per sempre, stiamo facendo esperienza di Dio, del Suo Amore. Quando invece usiamo il nostro corpo per vivere esperienze di piacere disgiunte da questo modo radicale e appassionato (come dice il papa) di amare stiamo facendo peccato nel suo significato più vero. Peccato dal greco hamartia cioè mancare il bersaglio. Stiamo cioè rinunciando a fare centro, e dare così pienezza e soddisfazione alla nostalgia di amare ed essere amati fino in fondo che ci costituisce, per accontentarci di briciole. Come infatti conferma papa Francesco nel proseguo del suo discorso:

 È vero che le nostre debolezze, le nostre cadute spirituali, ci portano a usare la sessualità al di fuori di questa strada tanto bella, dell’amore tra l’uomo e la donna. Ma sono cadute, come tutti i peccati. La bugia, l’ira, la gola… Sono peccati: peccati capitali. Ma questa non è la sessualità dell’amore: è la sessualità “cosificata”, staccata dall’amore e usata per divertimento. È interessante come la sessualità sia il punto più bello della creazione, nel senso che l’uomo e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, e la sessualità è la più attaccata dalla mondanità, dallo spirito del male. 

Questo modo di vivere la sessualità falso non può che entrarci dentro e toccare la nostra anima, ferirci profondamente, farci sentire usati e non amati. Quando tocchiamo il corpo di una persona stiamo toccando tutta la persona, non solo un involucro. Tutto ciò che viviamo attraverso il corpo tocca profondamente il nostro cuore. Lo riempie di amore, se quel gesto vissuto attraverso il corpo è vero, lo svuota d’amore se quel gesto è falso. C’è una corrente spiritualista all’interno della Chiesa che non ha recepito questa funzione fondamentale del corpo e continua a ritenere che ciò che conta sia l’amore delle anime (intendono quello spirituale ed oblativo). Si vogliono bene, non fanno nulla di male. Per questo alcuni sacerdoti tendono a sottovalutare tante espressioni “d’amore” false del corpo. Rapporti prematrimoniali, masturbazione e così via diventano espressioni accettate perchè l’importante è che siano spinte dall’amore. Quale amore? Verrebbe da chiedere. Non certo quello espresso da papa Francesco nel suo discorso. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre. E a darla con il corpo e l’anima.

Sta a noi scegliere se trattare il nostro corpo e quello della persona che diciamo di amare con l’atteggimento e la verità di chi vuole amare oppure se tradire l’amore per usare l’altro/a e nel contempo anche noi stessi. Rinunciare a tutto per avere solo poche briciole di piacere e di vita che non sfamano il nostro cuore che desidera molto di più. A noi la scelta!

Antonio e Luisa

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Cambiare è un po’ morire. Anche nel matrimonio.

Ringraziamo il nostro parroco, don Claudio, per la sua omelia che ci ha proposto durante la Messa del primo giorno del 2021. Le sue riflessioni non sono mai banali e anche in questo caso ci ha offerto una prospettiva molto interessante e bella sul significato di un anno che finisce ed uno nuovo che comincia.

Per noi, come pensiamo per tutti, è finito un anno particolarmente difficile ma crediamo anche molto fecondo. Ogni fine dell’anno nasce nel cuore delle persone il desiderio di festeggiare. Anche quest’anno, seppur in tono minore, non sono mancati i botti e i fuochi. Abbiamo questo desiderio di vita, di andare avanti. Una festa ricca di senso se letta nella prospettiva cristiana, spesso piena di una “gioia” disperata se lasciata solo nella povertà delle nostre vite materiali. Questo perchè abbiamo nel cuore sentimenti ed emozioni contrastanti. Un anno che finisce è, per certi versi, un’esperienza di morte. Ci lascia un senso di morte. Perchè ciò che è accaduto nel 2020 resta nel 2020. E’ come se una parte della nostra vita non ci fosse più, fosse relegata nel nostro passato. Non c’è più il 2020 con le sue lacrime e le sue sofferenze, con le sue esperienze belle cariche di gioia, con i suoi momenti di amore e di relazione vera. E’ come se si voltasse pagina. Come un foglio di calendario strappato per fare posto a quello nuovo.

Non è vero che sperimentiamo la morte solo quando chiudiamo gli occhi per l’ultima volta. Facciamo esperienza di morte fin da bambini. Quando dalle medie passiamo alle superiori, quando finisce una storia d’amore, quando cambiamo un lavoro. Anche quando finisce una vacanza e torniamo a casa. E…quando ci sposiamo. Già, quando ci sposiamo muore il nostro io vecchio per dare spazio a quello nuovo. Soffermiamoci proprio su questo significato matrimoniale che è quello che più ci rappresenta. Per far nascere il nostro essere marito o moglie, padre o madre, è necessario che muoia ciò che siamo stati fino a quel momento. Come un chicco di grano che deve morire per dare frutto. Ne portiamo i frutti, le esperienze, la storia ma diventiamo altro.

Dobbiamo morire essenzialmente al nostro essere figli. Per diventare sposi e genitori è importante svestire i panni di figli. Non significa non riconoscere più i nostri genitori come tali. Il nostro amore per loro resterà invariato. Solo, saremo diversi noi. La nostra famiglia sarà un’altra e il nostro ruolo cambierà.

Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa, ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Non è sempre facile farlo! Le statistiche sono chiare in questo. Molte coppie di sposi saltano perchè la coppia non riesce a costruire questi confini e a staccarsi dalla famiglia di origine. Ci vengono in mente diversi casi in cui abbiamo raccolto direttamente la testimonianza di persone in crisi per queste dinamiche. Ne riporto uno molto emblematico. Una coppia che ha sofferto molto per l’opposizione dei genitori di uno dei due sposi al loro desiderio di aprirsi alla vita. Genitori arrivati a minacciare di abbandonare al loro destino la coppia e di non volerne più sapere nulla di loro se lei fosse rimasta incinta ancora. Vi rendete conto che c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo?

La decisione di una coppia di aprirsi alla vita con il terzo o quarto figlio può essere motivo di grandi frizioni e litigi con i genitori che non comprendono questo desiderio di generare vita abbandonandosi alla fiducia e all’amore di Dio. Genitori che leggono questa scelta non alla luce della fede ma come irresponsabilità. Ormai una coppia che vive il matrimonio alla luce del Vangelo e della fede è spesso incompresa anche dalle persone più vicine e care. Noi stessi abbiamo scandalizzato i nostri familiari con la nascita di Francesco, il nostro quarto figlio. Ci davano dei fanatici a cui era stato fatto il lavaggio del cervello. Come i talebani per intenderci. Questo non può esistere. Sicuramente quei genitori avevano tutte le migliori intenzioni ma la coppia non può e non deve lasciarsi influenzare. La decisione spetta solo ai due sposi, che nel discernimento e nella preghiera possono comprendere quale sia la volontà di Dio.

Questo significa uccidere l’uomo (o la donna) vecchio per fare spazio a quello nuovo. Questo significa uccidere il figlio e far nascere lo sposo e il padre (o la sposa e la madre).

Attenzione. Noi cambiamo, non i nostri genitori. Ciò significa che il lavoro spetta a noi. I nostri genitori con i loro consigli e le loro intromissioni inopportune in decisioni che non gli competono stanno facendo ciò che richiede il loro essere genitori. Possono farlo bene o male, ma stanno impersonando il loro ruolo corretto. Siamo noi che dovremo essere capaci di dare il giusto peso alle loro parole. Solo riconoscendoci sposi prima che figli salveremo la nostra famiglia. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24).

Quest’anno auguriamo a tutti di riuscire ad essere sempre più sposi e sempre meno figli. Ne va della vostra felicità.

Antonio e Luisa

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Mio marito mi fa sentire usata.

Alcune settimane fa abbiamo letto un commento sotto un nostro articolo pubblicato su facebook. Ce lo siamo appuntato perchè crediamo che sia un problema sommerso che riguarda molte coppie. La domanda, formulata da una donna sposata, era esattamente questa:

In una coppia, se il marito lascia vincere l’istinto e finisce per usare la moglie, e di conseguenza la fa sentire usata, cosa si deve fare? Se non c’è il desiderio di entrambi ma solo l’istinto di uno, mi chiedo se devo usare misericordia.

Non abbiamo risposto subito a questa domanda. Non è facile rispondere quando abbiamo di fronte una persona che ci racconta la sua sofferenza, figuriamoci in un articolo dove forzatamente bisogna dare una risposta molto generale e generica. Si rischia così di renderla anche una risposta superficiale, perchè sappiamo tutti che ogni coppia ha una sua unicità e complessità.

Alla fine abbiamo comunque deciso di rispondere pubblicamente, attraverso un articolo, perchè sappiamo che queste sono domande che spesso le persone si tengono dentro e sappiamo anche che queste dinamiche malate nei rapporti di coppia possono dare tanta sofferenza. Crediamo che per una donna sentirsi usata e non amata dal proprio uomo sia una delle sensazioni più umilianti e che fanno più male. Daremo dei consigli che crediamo vadano bene per tutti. Sono, crediamo, aspetti necessari in ogni relazione sponsale.

Spesso l’uomo non è educato ad amare. Cosa vogliamo dire? Spesso l’uomo usa la moglie, ma non in modo consapevole. Crede sinceramente di amarla. In realtà l’uomo è diverso dalla donna anche in questo. L’uomo fatica a curare la relazione. Fatica a corteggiare la sua sposa durante la giornata. Si dimentica di tante cose, preso com’è dal lavoro o da altri interessi e incombenze. L’uomo vuole bene alla sua sposa e crede non serva continuare a mostrarlo. Se ne ricorda, guarda caso, quando desidera avere intimità con lei. Per l’uomo questa è la normalità. Per la donna è invece inconcepibile. Voi direte: sì ma da fidanzato e nei primi tempi di matrimonio non era così. E’ vero. C’era però quella fase dell’innamoramento che assolutizzava la relazione come la parte più importante della vita e gli impegni e le responsabilità erano indubbiamente minori. Non c’erano figli ad esempio. Cosa fare in questo caso? Dialogare tanto! Far capire a vostro marito come voi abbiate bisogno di sentirvi ancora al centro del suo amore attraverso gesti concreti. Piccoli gesti che piacciono a voi. Può essere la passeggiata da soli, un abbraccio la mattina, una telefonata, un piccolo regalo di tanto in tanto. Anche vostro marito, quando si accorgerà che fare l’amore diventerà più bello e coinvolgente anche per lui, sarà incentivato a corteggiarvi sempre di più e sempre meglio.

Attenzione alla pornografia. Guardando la pornografia avviene una trasformazione dell’approccio alla sessualità che è molto evidente. Il sesso diventa qualcosa che si può avere in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, senza bisogno di relazione. E’ come far ginnastica. Qualcosa di piacevole da fare lì per lì e poi venirne fuori. Qualcosa da consumare. Si dice, non a caso, consumare pornografia. Qualcosa che provoca una tensione, una agitazione, che deve essere consumata nel più breve tempo possibile. Quello è ciò che conta. Non la relazione, non la tenerezza, non l’amore. Questo non accade solo tra i giovani, ma anche tra coppie mature, già formate da tempo. Coppie che hanno nel cuore il desiderio di avere una sessualità normale e bella. Questo però non accade. Nella sessualità non si può mentire. E’ dove il corpo si incontra con il cuore. Se la persona che hai di fronte la vedi come oggetto, si capisce da come la tratti.

Parlate con lui. Il rapporto fisico riguarda entrambi. E’ un argomento di cui parlare con l’altro/a. Dire cosa piace e cosa non piace del comportamento dell’altro/a. Dire cosa si desidera, cosa vorremmo che l’altro/a facesse o evitasse di fare. Il rapporto fisico non è il prodotto di tecniche da applicare. Non è qualcosa che si impara e che va bene per tutti. Il rapporto fisico è per l’appunto un rapporto cioè una relazione, dove attraverso il corpo si vive un’esperienza di comunione che investe tutta la persona fin nella parte più intima che è l’anima. Per questo è importante parlarne e far capire a vostro marito che se non cambia atteggiamento rischia di accontentarsi delle briciole di piacere, di un piacere che si ferma al corpo perchè non riesce ad entrare in vera comunione con voi. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più saremo uniti e più sarà fonte di gioia e piacere. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. Più cresceremo in intimità ed unione nella nostra vita di coppia e nella nostra relazione sponsale e più la nostra unione fisica sarà ricca di gioia e piacere. Perchè in quell’amplesso non ci metteremo solo il nostro corpo ma tutto di noi, tutti i gesti di tenerezza che ci siamo scambiati, tutto i gesti di servizio che ci siamo donati, tutti gli sguardi e le parole di incoraggiamento. Tutti i perdoni e la misericordia che abbiamo ricevuto l’un l’altra. Capite bene come vivere l’amplesso in questo modo sia tutto un’altra cosa.

E se lui ancora non capisce? Se non vuole mettersi in discussione? E’ giusto accontentarlo così? Anche se vi sentite usate? Anche se per voi non è un momento bello ma qualcosa da sopportare? Torniamo quindi alla domanda iniziale ed io e Luisa proveremo a darvi una risposta. Verrebbe naturale dire di no. Non vi diciamo però nè sì nè no. Una risposta secca è possibile solo in un accompagnamento dove, conoscendo la situazione, si può anche consigliare un atteggiamento da seguire. Ci sentiamo di dire solo questo: se vi sentite come la sposa che ci ha scritto non sottovalutate la situazione. Vivere la sessualità in questo modo malato vi allontanerà sempre più da vostro marito e presto o tardi non sarà più un’eventualità ma una certezza. Non avrete più desiderio di fare l’amore con lui. Il deserto sessuale è alle porte e con esso tutta la vostra relazione sarà più povera ed incompleta.

Antonio e Luisa

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Ragione e sentimento. E le emozioni?

Nei miei articoli ho spesso scritto come in una relazione sponsale sia fondamentale seguire la ragione e la volontà. Spesso le emozioni ci possono condurre al disastro. Quante famiglie si sono distrutte perchè moglie o marito hanno seguito le emozioni del momento e hanno agito secondo quelle emozioni e non secondo ragione. Hanno messo il loro sentire innanzi alla ragione. Hanno fatto la scelta facile e non la scelta giusta.

Non rinnegando nulla di quanto ho scritto fino ad ora credo però sia importante fare una precisazione. I sentimenti non sono il male assoluto. I sentimenti sono importanti e hanno un posto di rilievo nella nostra vita e nelle nostre scelte. Vanno ascoltati e vanno vissuti senza che siano repressi, perchè sono parte di noi. Le nostre scelte però vanno equilibrate con la ragione. Ragione e sentimento permettono di fare la scelta giusta. Questo vale in ogni ambito, vale nel discernimento per capire la volontà di Dio, e vale anche nella nostra vita sponsale dove si manifesta maggiormente la nostra vocazione all’amore.

Per fare chiarezza è doverosa un’ulteriore precisazione. Emozione e sentimento sono la stessa cosa? In realtà non lo sono. Il sentimento si costruisce con il tempo e resta. E’ qualcosa che è difficile da modificare una volta che si è generato verso una persona. Può essere il sentimento di antipatia verso qualcuno con cui non mi trovo. Può essere il sentimento di riconoscenza verso chi mi ha fatto del bene. Può essere il sentimento d’amore verso chi decide di vivere la sua vita accanto a me nel matrimonio.

L’emozione è una sensazione molto più estemporanea e che è soggetta a continui sbalzi. Come un fuoco di paglia. E’ emozione, ad esempio, la rabbia verso il collega di lavoro che mi ha messo in cattiva luce con il capo. Così è anche per ciò che sentiamo con l’amore! C’è il momento dell’innamoramento dove l’emozione è fortissima. Dove c’è attrazione, c’è passione, c’è il desiderio di essere sempre con lui/lei e di essere parte di lui/lei completamente. Di essere nei suoi pensieri e nel suo corpo. Quella è l’emozione. Con il tempo, con il matrimonio, con gli impegni, con l’età che cambia (prendiamo atto che le emozioni che viviamo da adolescenti non sono le stesse di un’età matura), difficilmente vivremo ancora quei momenti così totalizzanti di passione. Sicuramente non sarà la normalità. Ci saranno ancora momenti o periodi più lunghi di forte passione, ma ci saranno anche momenti di aridità dove si farà fatica a sentire l’emozione nel cuore. Non passerà mai invece il sentimento. Il sentimento è quella consapevolezza di bene e di bello che abbiano nello stare vicino l’uno all’altra. Quella consapevolezza di fare la cosa giusta nel donarci vicendevolmente anche quando costa un po’ di fatica. Quella consapevolezza che accarezza il nostro cuore e che ci fa stare bene quando con la nostra presenza, il nostro agire, le nostre parole siamo riusciti a rendere l’altro/a felice. Il sentimento dell’amore è la gioia di spenderci per il bene dell’altro/a.

Il sentimento di noi sposi cresce con gli anni di matrimonio, perchè cresce la nostra storia insieme, crescono le volte in cui abbiamo condiviso gioie e i dolori, cresce la riconoscenza per i perdoni ricevuti. Per questo dopo anni di matrimonio posso dire sinceramente e convintamente che l’amore per mia moglie è molto più forte, più vero e più grande di quando l’ho conosciuta. Non provo le stesse emozioni incredibili che provavo quando, fidanzati da poco, la carezzavo, la baciavo, la abbracciavo. Provo però molto più amore.

Capite cosa intendo per equilibrio tra volontà e sentimenti, tra ragione e sentimenti? La volontà mi permette, facendo la cosa giusta, di nutrire i miei sentimenti e in un certo modo anche i suoi. I sentimenti mi permettono invece di arricchire di bellezza, di gioia e di pienezza, la mia scelta di fare il bene, di donarmi a lei. La volontà aiuta i sentimenti a crescere e i sentimenti aiutano la volontà a non appesantire la nostra vita.

Robert Cheaib per spiegare bene questo concetto ricorre ad Immanuel Kant che scrisse: Le emozioni sono come una piena che rompe una diga. I sentimenti sono invece una corrente profonda che scava sempre più il letto del fiume.

Quindi, concludendo, facciamo chiarezza nel nostro matrimonio. Godiamo delle emozioni positive, dell’attrazione, del desiderio che proviamo verso l’altro/a quando si fanno sentire nel nostro cuore. Non facciamone però un dramma quando proviamo aridità emozionale. Può succedere in un matrimonio. Ciò che conta sono le nostre scelte, scelte ponderate nell’equilibrio tra ragione e sentimento. Riusciremo così a comprendere la scelta giusta da fare, senza farci deviare dalle emozioni del momento. In questo modo anche le emozioni torneranno perchè saranno nutrite da un amore autentico e consapevole.

Antonio e Luisa

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L’amore matrimoniale in tre parole

Il Papa, durante l’Angelus di ieri, ha informato di aver istituito un anno intero dedicato alla famiglia dove si approfondirà l’esortazione apostolica Amoris Laetitia. Esattamente a cinque anni dalla sua pubblicazione nel marzo del 2016. Un anno che sarà importantissimo per noi famiglie cristiane e per la Chiesa tutta. Il Papa ha introdotto questa iniziativa ribadendo uno dei suoi cavalli di battaglia. Le tre parole fondamentali da imparare ed usare in coppia ed in famiglia sono: permesso, grazie, scusa.

Perchè sono parole così importanti? Perchè il Papa ci tiene così tanto da avercele ricordate già innumerevoli altre volte? Proverò a dare una breve risposta. Dietro queste tre parole si nasconde un significato decisivo nel matrimonio. L’altro/a non è cosa nostra. L’altro/a è un dono, l’altro/a è un incontro, un’opportunità, a volte anche uno scontro. Queste tre parole sono necessarie per riconoscere nella persona amata qualcuno che non ci appartiene, per riconoscere un mistero che non è posto a nostro uso e consumo, ma che merita di essere approcciato sempre con rispetto e cura. Anche, e direi soprattutto, dopo anni di matrimonio, quando è cresciuta l’intimità e la conoscenza reciproca.

Dicendo permesso, riconosciamo l’altro come qualcuno diverso da noi, riconosciamo il mistero che lo abita e che richiede tutto il nostro rispetto quando ci avviciniamo. L’altro/a ha una storia, un corpo, un cuore e un’anima che, attraverso il matrimonio, ci vuole donare. L’amore ci chiede di togliere i nostri calzari quando entriamo nella vita dell’amato/a, nella profondità della sua anima e nel suo corpo, perchè quello è terreno sacro. Rispettare l’alterità per accogliere e non per rubare, per abbracciare e non per soffocare, per amare e non per possedere. Don Salvatore Franco, in un suo articolo scritto per questo blog, ebbe a scrivere una riflessione molto bella. Chi ama aspetta sempre il consenso dell’altro/a prima di entrare nella sua vita. Nel nuovo rito del matrimonio c’è una forma del consenso, la seconda, che è molto bella anche se pochissimo scelta: “Vuoi unire la tua vita alla mia nel Signore che ci ha creati e redenti?”. Questa forma esprime bene la richiesta del permesso e del consenso dell’altro/a per poter iniziare il nuovo cammino di vita nel Signore che è il matrimonio sacramento. Questa richiesta va fatta esplicitamente ed implicitamente tante volte nella vita di due sposi soprattutto quando si deve prendere qualche decisione o fare qualcosa di importante.

Grazie è la parola del dono ricevuto. Cosa significa ringraziare nel nostro matrimonio? Non è solo una parola, è un atteggiamento prima di tutto. Nel matrimonio non prendiamo qualcuno/a che ci appartiene, ma accogliamo il dono gratuito di una persona libera, tanto libera e padrona di sé da potersi donare ad un altro/a. Grazie è riconoscere questo dono. Vuol dire non perdere mai la meraviglia e la bellezza che scaturisce da questo dono e riconoscere l’altro/a come prezioso/a e unico/a. Grazie è meraviglia ed apertura ad un’altra persona. E’ sguardo che si volge verso l’altro/a, è attenzione che si decentra, è cuore che condivide e ha compassione per l’altro/a. Grazie è non dare per scontato. Grazie è non credere che tutto sia dovuto. Grazie è meravigliarsi dell’altro/a che nella sua libertà decide giorno dopo giorno di farsi dono per me. Proprio per me. Grazie è riconoscere la sua preziosità per comprendere la mia.

Negli anni settanta il film Love Story è diventato un vero e proprio cult. Un film che ha fatto piangere una generazione di donne. Un film che ha fatto grandi danni a quella stessa generazione. Un amore puro, romantico e contrastato con una battuta che resta in testa: Amare vuol dire non dover mai dire mi dispiace. Nulla di più falso. Amare è proprio ammettere costantemente la propria imperfezione e fragilità. Ammettere che sbaglio. Ammettere che neanche io sono perfetto. Solo Dio è fedele nell’amare sempre e in modo perfetto. Per questo il perdono è fondamentale. Senza perdono non c’è possibilità di amare. Scusa è la parola di chi vuole ricominciare. La parola di chi si riconosce fragile e limitato, ma che non smette di avere fiducia nel perdono di Dio e dell’altro/a. Scusa è il primo passo per ricominciare. Scusa è la parola che permette di mettere l’altro/a prima di me. Scusa è la parola di chi ha nostalgia della bellezza perduta col suo agire. Scusa è la parola di chi sa che nella relazione matrimoniale non sarà mai perfetto, ma sa anche che ciò che conta non è l’errore ma credere che l’amore avrà sempre l’ultima parola.

Il Papa con tre semplici parole ha riassunto sapientemente il matrimonio nella sua essenza relazionale. Da queste tre parole, con la Grazia di Dio, si può partire per costruire qualcosa di meraviglioso.

Antonio e Luisa

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Restituiamo a Dio i nostri figli.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Vangelo di Luca 2, 22-24

Quando ho letto il Vangelo di oggi ho subito collegato un altro passo della Bibbia. Ho pensato ad Abramo. Abramo è diventato padre di una moltidune di persone, di un popolo intero. Per farlo ha dovuto superare una prova difficile, molto difficile. Ha dovuto trovare il coraggio e la forza di offrire il suo primogenito, il suo unico figlio Isacco.

E’ come se per diventare genitori davvero dobbiamo riconsegnare i nostri figli. Riconsegnarli a Dio. Comprendere che non sono nostri ma sono persone altre. Un’alterità che non ci appartiene e che noi abbiamo il compito di accompagnare, educare, sostenere, ma che non sarà mai nostra. E’ importante comprenderlo, ma comprenderlo davvero, con il cuore. Non sono nostri! Soprattutto non dipende da loro la nostra felicità. Ci sono alcuni pericoli da disinnescare.

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra orbita e trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. E’ sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale.  Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perchè loro sono il frutto di quell’amore. E’ un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perchè dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

La nostra realizzazione non può dipendere dai nostri figli. Luisa è insegnante e si rende benissimo conto di una dinamica malata. Lei, come tutti gli insegnati, deve valutare gli alunni. A volte deve scrivere delle note disciplinari. E’ diventato un problema. I genitori spesso non accettano queste “critiche” o giudizi negativi e si precipano a chiedere spiegazioni. Luisa sbaglierà sicuramente alcune valutazioni, ma non è questo il punto. Questi genitori si sentono giudicati direttamente. L’errore del figlio diventa il loro personale errore. Capite che così non funziona. Non tanto con mia moglie che ormai sa come comportarsi. Con i loro figli stessi. Spesso i nostri figli non si sentono amati. Proprio perchè sentono l’amore dei genitori condizionato al loro comportamento o ai loro risultati. Dobbiamo uccidere  le nostre aspettative. E’ importante accogliere quel figlio per quello che è altrimenti passiamo l’idea di amarlo per quello che fa, che è terribile. Passiamo l’idea di un amore condizionato che, in definitiva, non è amore. I nostri figli hanno bisogno di essere guidati da piccoli e accompagnati quando diventano un po’ più grandi. Dobbiamo mettere in evidenza i loro errori, ma mai identificare i nostri figli con il loro errore. Soprattutto mai colpevolizzarli se noi ci sentimo infelici o falliti. Devono già sopportare le difficoltà della loro vita, non credo abbiano bisogno di dover sopportare anche la responsabilità della nostra infelicità.

Antonio e Luisa

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La nostra famiglia è scaldata dal bue e dall’asinello

Mi sono fermato a contemplare il presepe. In particolare ha deciso di soffermarmi su due statuine. Due presenze imprescindibili anche se di secondo piano rispetta alla Famiglia Santa. Fanno da cornice nella capanna. Due statuine che sono tra le più vicine a Gesù. Sono quella del bue e quella dell’asinello. Non sono lì a caso. L’asinello ha accompagnato Giuseppe e Maria lungo tutto il viaggio da Nazareth a Betlemme. Ritroveremo l’asinello anche più tardi quando la Santa Famiglia  deve scappare da Erode e trovare riparo in Egitto. Il bue, invece, era già lì. Giuseppe e Maria lo trovano nella stalla dove possono fermarsi, riposare e dare alla luce Gesù. Cosa ci dicono questi due animali? Cosa dicono alla nostra famiglia? Perché la presenza di queste due creature può essere importante per ciò che rappresentano?

La Santa famiglia è riscaldata dalla presenza del bue e dell’asino. Anche le nostre famiglie lo sono. Il bue rappresenta il lavoro. Il nostro matrimonio è come un campo che va custodito e preparato. Il bue è preposto all’aratura. Il bue fa il lavoro più duro. Un animale che proprio per la sua forza e per la sua sopportazione della fatica e del sacrificio acquista una dignità grande anche nella Sacra Scrittura. Il bue era rispettato tanto da essere posto al traino del carro che custodiva l’Arca dell’Alleanza (1Sam 6,7ss.; 2Sam 6). I due buoi, uniti dal giogo, trainavano la presenza reale di Cristo. Non è forse un’immagine bellissima di noi sposi? Anche noi, uniti dal giogo del matrimonio (coniugi significa “con lo stesso giogo”), siamo chiamati a questo. Siamo chiamati ad essere immagine e presenza dell’amore di Dio nel mondo. Peròà lo siamo solo in potenza. Abbiamo questa facoltà in dote con il sacramento del matrimonio. Questa facoltà va però sviluppata. Per farlo dobbiamo impegnarci a fondo come i buoi. Serve fatica e sacrificio per preparare il terreno del nostro matrimonio. Il nostro amore va nutrito giorno dopo giorno con il servizio e con la tenerezza dell’uno verso l’altra. Solo così potrà dare frutti squisiti per noi e per il mondo intero. Solo così non diventerà un deserto da cui non potremo ricavare nulla. 

Il secondo animale del presepio è l’asino. Un altro animale di fatica. A differenza del cavallo è una cavalcatura molto più modesta.  Il cavallo era cavalcatura del re o del guerriero. L’asino era invece la cavalcatura di chi lavorava e aveva una vita normale e ordinaria.  Anni più tardi Gesù se ne servirà per entrare a Gerusalemme da Re. Proprio per evidenziare come Lui fosse un Re diverso da tutti gli altri. Lui è un Re venuto per servire e non per essere servito, un Re che non vuole prendere nulla dalla Sua gente, ma al contrario è venuto per dare tutto Se stesso, anche la Sua vita. Quello che dobbiamo dare noi sposi all’altro/a. L’asino ci ricorda proprio questo. Noi nel nostro matrimonio cosa facciamo? Prendiamo e usiamo o ci facciamo servi dell’altro/a?  Servi dell’amore? Qui sta tutta la differenza! La santità del matrimonio spesso non chiede gesta straordinarie ed eroiche. La santità sta nel nascondimento di una vita ordinaria fatta di tanti piccoli gesti di tenerezza, di cura e di servizio per l’altro/a e per chiunque bussi alla nostra porta.

Osserviamo il presepio che abbiamo in casa e questa volta soffermiamoci sul bue e l’asinello, che con il loro fiato riscaldano il Bambino Gesù. Quante cose che possono dire alla nostra vita. Non lo credevate, vero?

Antonio e Luisa

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Una passeggiata insieme per prepararci al Natale

Tra poche ore sarà Natale. Come ci siamo preparati? Qualcuno avrà pregato di più, qualcuno avrà recitato la novena, qualcuno avrà fatto adorazione davanti al Santissimo. Ci sono tanti modi per preparare il nostro cuore alla nascita di Gesù che si rinnoverà anche quest’anno. Eppure credo non sia sufficiente. Almeno per me non lo è stato. Mancava qualcosa. Mancava un po’ di tempo per me e Luisa, solo nostro. Sembra strano dirlo proprio quest’anno, proprio quest’anno dove abbiamo trascorso molto tempo chiusi in casa per la quarantena. Eppure, a pensarci bene, tempo per noi non ce ne è stato molto. I figli erano sempre in giro per casa, e non c’è stato molto spazio per avere un tempo solo nostro.

Per questo abbiamo deciso, ieri 23 dicembre e ultimo giorno di libertà di movimento prima della clausura decretata dal solito DPCM, di uscire a passeggio per il centro di Bergamo, solo io e lei, come non succedeva da qualche settimana. Nulla, durante questo Avvento, è riuscito ad aprire il mio cuore come quelle tre ore trascorse insieme a Luisa. Tenersi per mano, parlare di noi, del nostro amore, di quanto fosse bello stare insieme. Passeggiare senza fretta e senza meta in mezzo a tante persone affaccendate nella ricerca dell’ultimo regalo. Guardarsi ancora e riscoprirsi ancora innamorati. Credo che quei momenti passati insieme siano stati la miglior preparazione per il nostro Natale. Sono stati preghiera! Riconoscendo la bellezza di essere lì insieme, mano nella mano, anche dopo diciotto anni di matrimonio, abbiamo preparato il cuore al Natale come meglio non potevamo fare.

La meraviglia di cui abbiamo fatto esperienza nello stare insieme ci ha permesso di riconoscere la meraviglia che opera nella nostra vita attraverso la Grazia. Abbiamo riconosciuto quanto, attraverso l’altro/a, Dio si faccia presente e sia amore concreto e visibile per noi. Abbiamo riconosciuto l’uno nello sguardo dell’altra quella scintilla divina che rende la nostra vita densa di significato e di senso, e per questo bella.

Dedicando quel tempo solo a noi abbiamo permesso che il nostro cuore si scrostasse da tutte quelle preoccupazioni, incombenze e impegni che caratterizzano la nostra quotidianità come quella di tutte le famiglie. La nostra passeggiata ci ha aiutato a svestire i panni di Marta e ad indossare quelli di Maria. Ricordate le due sorelle di Lazzaro? Ecco, noi spesso siamo come Marta. Tante cose da fare. Senza alzare gli occhi per contemplare lo Sposo. Riscoprirci belli serve proprio a contemplare, attraverso il nostro amore, Lui che è l’Amore. Cosa ci può essere di meglio di questo per prepararsi al Natale?

Cari sposi, nella vostra preparazione, non dimenticate di dedicare del tempo anche alla vostra coppia, al vostro amore. Non è meno preghiera. Non è meno importante che alzare lo sguardo direttamente a Gesù. Gesù non è solo nei Cieli ma è nel vostro amore. Gesù è presente sacramentalmente nella vostra relazione e non chiede altro di poter nuovamente nascere lì, nel vostro noi, per permettere a voi di sperimentare attraverso il vostro matrimonio e il vostro amore, limitato e imperfetto, quello che è il Suo amore infinito e perfetto. Solo così sarà davvero Natale.

Antonio e Luisa

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È Natale ogni volta che sorridi all’altro/a

Si avvicina il Natale. Mancano ormai pochi giorni, poche ore. Il nostro cuore attende la nascita di quel bambino così piccolo ma nel contempo così potente e decisivo per noi. Perchè Dio è così. Preferisce farsi presente con discrezione, senza far rumore. Non vuole il nostro timore e la nostra paura, vuole il nostro amore come lo anelano gli occhi di un neonato che guarda la mamma. Eppure può essere tutti i giorni per noi Natale. Se non cerchiamo di far nascere Gesù tutti i giorni nell’ intimità della nostra casa il Natale rischia di diventare una festa fatta di luci e colori ma che non tocca il cuore.

Possiamo suscitare la presenza di Dio ogni giorno nel nostro matrimonio. Possiamo rendere concreto e vivo Gesù tra noi ogniqualvolta siamo capaci di donarci l’un l’altra. Lo spiega bene Santa Teresa di Calcutta in una bellissima poesia e preghiera che ha scritto proprio per dare voce a questa verità. Vale per tutti. Per ogni persona che ci è prossima, ma, come ho più volte scritto, il nostro prossimo più prossimo è proprio la persona che abbiamo sposato e vive accanto a noi.

È Natale
(Madre Teresa di Calcutta)
È Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

Capite? E’ Natale ogni volta che io sorrido alla mia sposa per farle sentire quanto io sia felice di averla accanto. Per farle sentire come io desideri accoglierla nella mia vita, ieri quando ho pronunciato il mio sì, e ancor di più oggi che ho la grazia di averla ancora vicino a me.

E’ Natale ogni volta che decido di aiutarla e sostenerla quando ne ha bisogno. Non le servono le mie critiche e le mie lamentazioni. Non le serve neache il mio giudizio spietato. Ha bisogno di essere accolta anche quando sbaglia e anche quando non è amabile. Soprattutto in quei momenti. Non significa accettare il male che mi può aver fatto, ma significa non identificarla con il suo errore. Lo sguardo che ha anche Gesù per ognuno di noi. Lo sguardo che aiuta una persona a risorgere dai suoi errori.

E’ Natale ogni volta scelgo di dedicarle del tempo per ascoltarla in silenzio perchè so che per lei è importante condividere con me i suoi pensieri, le sue preoccupazioni, le sue gioie e tutto ciò sente nel cuore di bello o di meno bello.

E’ Natale ogni volta che decidiamo di donare l’amore che nasce nella nostra relazione per dare la vita. Dare la vita ai nostri figli, ma dare anche la vita agli altri, a chiunque ci si faccia prossimo. Vita intesa come il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra cura, il nostro ascolto. Possiamo donarla a tutti coloro che hanno bisogno di conforto e sostegno. Ci sono molti modi per farlo. Accudire i genitori anziani, il servizio in parrocchia, il volontariato, aiutare i poveri, sostenere chi è nella sofferenza e tantissimi altri. Solo l’amore donato è amore non sprecato.

E’ Natale ogni volta che sappiamo riconoscere i nostri limiti, le nostre fragilità e la nostra caducità. E’ importante riconoscerci bisognosi di Dio e del Suo amore. E’ importante sentirci comunque belli e amati da Dio. E’ importante per poter così accogliere anche l’incompiutezza del nostro coniuge e rispondere alle sue fragilità con il nostro sguardo di meraviglia che gli/le fa percepire tutta la sua preziosità.

E’ Natale tra poche ore, ma lo sarà davvero solo se abbiamo cercato, ogni giorno della nostra vita e della nostra vita insieme, di far nascere Gesù nella nostra casa e nel nostro cuore.

Antonio e Luisa

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Una casa costruita con il cedro.

Avvenne che, quando il re Davide si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato tregua da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda». Natan rispose al re: «Và, fà quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte questa parola del Signore fu rivolta a Natan: «Và e riferisci al mio servo Davide: Dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; sono stato con te dovunque sei andato; anche per il futuro distruggerò davanti a te tutti i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più agitato e gli iniqui non lo opprimano come in passato, al tempo in cui avevo stabilito i Giudici sul mio popolo Israele e gli darò riposo liberandolo da tutti i suoi nemici. Te poi il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

Secondo libro di Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16.

La liturgia di ieri, quarta domenica di Avvento, ci ha proposto il Vangelo dell’Annunciazione secondo Luca. Un Vangelo bellissimo e denso di significato. Questo può aver distolto la nostra attenzione dalla prima lettura. Prima lettura che invece merita anch’essa un approfondimento e una riflessione.

Re Davide ha ormai il controllo del popolo d’ Israele. E’ re, governa con autorità e fermezza, abita in una casa fatta di cedro.  La maestosità del cedro nella Bibbia è simbolo di fermezza, di stabilità, di protezione ma, nella polivalenza del simbolo, indica pure l’orgoglio, l’arroganza e la pericolosità. E’ importante questa premessa perchè anche il Tempio di Gerusalemme edificato poi da Salomone è costruito certamente di pietra ma anche con legno di cedro. Proprio a significare tutto questo.

Torniamo al passo biblico in esame. Re Davide si accorge che l’Arca dell’Allenza, che è presenza di Dio tra il Suo popolo, è custodita in una semplice e povera (in confronto alla sua casa di cedro) tenda, solo dopo aver sistemato tutte le sue faccende e dopo che ha ottenuto il pieno controllo del popolo. Volge lo sguardo da sè a Dio solo in un secondo momento, quando ha già ottenuto tutto ciò che voleva. Capite che così non funziona? Capite che c’è qualcosa di stonato in tutto questo? Re Davide dall’alto della sua potenza si accorge, bontà sua, che Dio abita ancora in una tenda. Allora decide di costruire a Dio una casa più dignitosa.

Dio non è permaloso e non è geloso. E’ Lui che ha innalzato Davide a capo del Suo popolo scegliendolo tra i figli di Iesse. Eppure risponde quasi piccato. In realtà Dio non ha bisogno delle nostre case, delle nostre opere, delle nostre preghiere, dei nostri sacrifici ed olocausti. Siamo noi ad averne bisogno, per non dimenticare mai che alla base della nostra vita e di ciò che di buono siamo riusciti ad operare e costruire non c’è solo la nostra capacità e i nostri talenti, ma c’è Lui. Ci ricorda, attraverso questo brano biblico, che senza di Lui non siamo che canne al vento e tutto ciò che costruiamo può distruggersi come castello di sabbia. Davide si è dimenticato che la sua potenza non viene da se stesso ma viene da Dio che gliel’ha data.

Così tante volte siamo noi sposi. Facciamo la nostra vita, operiamo le nostre scelte, otteniamo le nostre vittorie, costruiamo la nostra famiglia senza accorgersi che Dio è lì in una tenda che aspetta che ci ricordiamo di Lui. Aspetta che ci ricordiamo che Lui è sempre stato al nostro fianco in ogni giorno della nostra vita e, che se facciamo qualcosa di buono è perchè ci abbiamo sicuramente messo del nostro, ma è Lui che ha fatto la gran parte del lavoro. A Lui va la nostra lode.

Io ho fatto esperienza di tutto questo il marzo scorso quando mi sono ammalato di Covid. Sono state tre settimane lunghe e difficili dove mi sono sentito completamente debole, incapace di essere utile alla mia famiglia, anzi bisognoso di cure e di affetto. Mi sono sentito completamente impotente e questo mi è servito tanto per capire come io fossi davvero poca cosa senza il sostegno di Dio e dei miei familiari che in quel momento erano suoi strumenti.

Spesso ci accorgiamo di Dio quando le cose vanno molto bene e allora Dio diventa quasi un talismano che serve a non perdere ciò che abbiamo. Oppure ci ricordiamo di Dio quando le cose vanno malissimo e abbiamo toccato il fondo sbattendo il sedere a terra e non abbiamo che Lui a cui aggrapparci. In entrambi i casi è dura poi risorgere. Gesù non è l’ultima scelta di chi non ha altro e non è tantomeno un talismano. Gesù è una persona che vuole intrecciare con noi una relazione d’amore per darci forza e sostegno con la sua misericordiosa e amorevole presenza.

Antonio e Luisa

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Che donna Maria!

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,
a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre
e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

Luca 1,26-38

Che donna Maria! Lasciatemelo dire. Che esempio può essere per noi sposi l’abbandono fiducioso di Maria alla volontà di Dio. L’annunciazione è uno dei brani del Vangelo più letti nella liturgia cattolica e tra i più conosciuti in generale. Sono versetti analizzati da tutte le angolazioni da esegeti, teologi e studiosi. Sono versetti amati da tanti credenti. Cosa potrei dire di più io che sono solo un marito e un papà?

In realtà credo che qualcosa che posso aggiungere ci possa essere. Vi parlerò di quello che ha colpito me per primo. Maria pronuncia il suo fiat. Il fiat non è un semplice si, è qualcosa di molto più profondo. E’ aderire alla volontà del Padre con tutta se stessa, certamente con la parola ma anche con la sua mente, con il suo corpo e con tutta la sua volontà. E’ il sacrificio di sè. Dona se stessa a Dio, e di conseguenza si dona a tutti noi. L’eccezionalità del fiat di Maria è anche nel suo non porre condizioni. Avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere a Dio delle garanzie. Avrebbe avuto tutto il diritto di poter dare, come si usa dire oggi, un consenso informato. Cosa comporta il mio si? Mi garantisci che andrà tutto bene? Non è una fregatura? Maria rischiava grosso. Una donna che restava incinta fuori dal matrimonio rischiava la vita. Rischiava la lapidazione. Lei lo sapeva bene. Eppure Maria non ha chiesto garanzie a Dio.

Maria è consapevole, nell’intimo del suo cuore, che lì, in quel momento, si sta giocando la sua vita con la sua libertà di aderire al progetto di Dio. Sa che solo aderendo, al progetto che Dio ha su di lei, potrà essere pienamente se stessa. Sa che solo così potrà essere Maria di Nazareth. Sa che se si lasciasse bloccare dalla paura e dall’insicurezza del futuro perderebbe l’occasione della sua vita, l’occasione di non sprecare la sua vita. Per questo non ci pensa troppo. Per questo dice il suo si. Non vuole la certezza che tutto andrà bene, non le serve, perchè è sicura che con quel sì, qualsiasi cosa accada, non avrà sprecato la sua vita. Nulla vale quanto questo.

Arriviamo quindi a noi cari sposi. Non vale la stessa cosa per noi? Il matrimonio non è accogliere il progetto di Dio su di noi e rispondere con il nostro sì? Con il nostro personale fiat? Il Papa è preoccupato. Lo ha ribadito diverse volte. Tanti giovani hanno paura delle scelte definitive e per questo non scelgono affatto. Preferiscono restare nel non definitivo perchè così si illudono di poter tornare indietro se sbagliano. Vorrebbero avere la garanzia che, nel caso si decidessero per il matrimonio, tutto quanto andrebbe per il verso giusto. La garanzia che non andranno incontro ad un fallimento. Non si rendono conto che così facendo rinunciano a vivere la loro vita secondo progetto di Dio e in modo pieno e, in fin dei conti, non sperimenteranno mai la pace del cuore di chi invece dice sì a Dio. Semplicemente, rendono precari la loro vita e i loro affetti. Sta a noi, sposi già maturi, raccontare e testimoniare al mondo come non ci sia nulla di più bello di dire sì a Dio, dirlo attraverso il nostro sì alla creatura che ci ha posto accanto. Anche se non abbiamo tutte le garanzie e anche forse se andrà male. Meglio rischiare ma vivere fino in fondo che non scegliere affatto. Grazie Maria, che il tuo fiat sia per noi forza, speranza ed esempio per poter dire anche il nostro!

Antonio e Luisa

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Non siamo onnipotenti! Per fortuna.

Sappiamo tutti che non esiste la famiglia perfetta, e neppure il marito perfetto, o la moglie perfetta. Non parliamo della suocera perfetta…. Esistiamo noi, peccatori. 

Papa Francesco

A volte, diciamolo pure, noi sposi crediamo di essere onnipotenti. Se poi siamo anche genitori la situazione peggiora in modo esponenziale. Questo è un peccato! E’ un peccato che può fare tanto male a noi stessi, all’altro/a e, di conseguenza, alla relazione. Non solo crediamo di essere onnipotenti ma, cosa ancor più grave, pretendiamo che anche l’altro/a lo sia.

Cosa vuol dire che ci crediamo onnipotenti? Non certamente che pensiamo di poter cambiare l’acqua in vino, poter ridare la vista ai ciechi, poter camminare sull’acqua o saper moltiplicare i pani e i pesci. Nulla di tutto questo. Non siamo storditi fino a questo punto. Il pericolo che si cela dietro questa illusione di onnipotenza è pensare di riuscire a fare tutto e farlo bene.

Potrei fare mille esempi. Luisa stessa per anni ha sofferto di questa sua incapacità. Mi riferisco in particolare alla grande fatica che ha fatto e, per certi versi continua a fare, nel trovare un equilibrio tra il suo lavoro di insegnante e il suo essere moglie e madre. Fare tutto perfettamente non era, e tutt’ora non è, umanamente possibile. Preparare le lezioni bene, mettere in ordine casa, cucinare, accudire i bambini e poi seguirli nello studio una volta cresciuti. Impossibile. Almeno per lei. Voi direte: e tu cosa hai fatto? Io ho collaborato ma non è bastato comunque. Ne ha sofferto per anni. Ora ha capito! No! Non ha capito come riuscire a fare tutto. Ha compreso che non è onnipotente e che deve avere delle priorità nella sua vita e nella sua famiglia. Ha capito che se anche i vetri hanno delle ditate e c’è un po’ di polvere sui mobili non è la fine del mondo. Ha capito che non può prendersi a scuola impegni che vanno oltre l’insegnamento come corsi pomeridiani o commissioni scolastiche. Ha capito che non è una cattiva moglie se, a volte, cucina qualcosa di molto semplice e veloce o se mi trovo a dover cucinare io quando torno alla sera. Per lei è stato davvero liberante. Ed io? Io ho capito quanto sia importante mostrarle quanto lei sia bella nonostante non sia onnipotente. Ho capito come sia importante per lei essere rassicurata e quanto sia importante che io comprenda la fatica che le costa fare tutto quello che fa. Insomma lei ha capito che per me è meravigliosa così com’è, nella sua caducità e imperfezione perchè anche io so di essere imperfetto e non potrei sostenere il peso di stare con una moglie perfetta. E’ qualcosa che si impara. Con il tempo. Più si cresce nel matrimonio, più si diventa “bravi”, e più si impara ad accogliere la nostra impotenza in determinate circostanze.

In questi anni abbiamo raccolto le confidenze di tante coppie. Più di una volta c’è capitato di imbatterci in una dinamica abbastanza comune. Nasce il primo figlio. La mamma è completamente presa da questa nuova avventura. Dorme poco, ha mille comprensibili preoccupazioni e mille dubbi. Non riesce a stare dietro a tutto come faceva prima. La casa non è più ordinata come era prima. Il marito le vuole molto bene. Però devono ancora capire di non essere onnipotenti. Lui lavora tutto il giorno e quando torna a casa si lamenta e si arrabbia per il disordine che trova o per la cena che non è ancora pronta. Cosa aveva da fare dopotutto sua moglie? Accudire il bambino e curare la casa. Basta organizzarsi. Lui arrabbiato, lei che si sente non capita, visto che ha fatto quello che ha potuto e che le è costato anche fatica. Musi lunghi, silenzi e distanza. Ci manca solo che lui ricordi a lei come sua madre abbia tirato su 2 o 3 figli senza dimenticarsi di curare la casa e il marito e il disastro è completo. Capite quale pericolo si cela dietro la nostra illusione di essere onnipotenti? Uno dei momenti più belli di una coppia, che è fare esperienza di essere genitori, può diventare un periodo di sofferenza per incomprensioni e irritazioni che si potrebbero facilmente evitare. Godetevi la relazione, l’amore, i figli, la famiglia anche se non è tutto perfetto. Godetevelo proprio perchè non è tutto perfetto. Solo così nella nostra inadeguatezza c’è spazio per accogliere la nostra fragilità e per riscoprire il mistero dell’amore gratuito di chi ci vede meravigliosi nonostante abbiamo limiti e difetti. Questo è l’amore, questa è la famiglia. Come dice Bruno Ferrero Il marito perfetto è quello che non vuole una moglie perfetta. E viceversa naturalmente. Buona imperfetta vita ma proprio per questo vera e meravigliosa

Antonio e Luisa

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35 minuti al giorno? No, alla settimana!

Spulciando tra le varie notizie e curiosità pubblicate sul web ho trovato qualcosa di molto interessante. E’ un articolo di Repubblica dal titolo Crisi di coppia? 8 appuntamenti per salvare una relazione. Lasciando perdere i consigli che i due psicologi propongono, che possono essere più o meno condivisibili, quello che mi preme mettere in evidenza è un’altra cosa. Uno studio dell’Università della California ha svelato che le coppie sposate (studio su un campione di coppie di sposi di diverse età seguite per 13 anni) dialogano per una media di 35 minuti a settimana. Una quantità di tempo risibile se confrontato con i dati sull’uso di smartphone. Il 50% delle persone italiane che hanno uno smartphone lo usano per più di 5 ore al giorno. Una differenza enorme accentuata dal fatto che molti di quei 35 minuti di dialogo sono utilizzati per affrontare argomenti di tipo organizzativo e contingente (spese, impegni, riparazioni ecc.). Nel ménage familiare non c’è tempo per il dialogo di coppia profondo. Non ci si guarda più con occhi di meraviglia. Scrive Roberta Vinerba nel suo illuminante libro “Alla luce dei tuoi occhi”: Due sposi,  prima che non si parlino più, non si guardano più, prima del dialogo muore lo sguardo. Prima della parola, non si vedono più.

Ecco, la mancanza di dialogo esprime spesso una mancanza di interesse per l’altro/a. Come in un piano inclinato gli sposi stanno scivolando verso l’indifferenza. Prima di arrivare alla fatidica frase Non ti amo più ci sono tanti piccoli step. La mancanza di dialogo dovrebbe essere un campanello d’allarme, invece è spesso visto e accettato come qualcosa di inevitabile. Presi da tanti pensieri e impegni non c’è tempo per queste inezie da fidanzatini.  Il Papa in Amoris Laetitia ci dice che non è così: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». E’ un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa. Però il matrimonio aggiunge a tutto questo un’esclusività indissolubile, che si esprime nel progetto stabile di condividere e costruire insieme tutta l’esistenza. 

Il dialogo è fondamentale per tenere in vita una relazione e renderla sempre più bella e rigogliosa. L’amore di amicizia tra gli sposi non è meno importante dell’eros o del servizio. Senza l’amicizia anche l’eros e l’agape diventano espressioni d’amore difficili e non desiderate. Se non c’è intimità del cuore fatta di dialogo profondo dove noi sposi apriamo il nostro cuore all’altro/a, dove raccontiamo le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre paure, insomma tutto quello che abbiamo nel cuore, presto o tardi, smetteremo di desiderarci e di cercarci anche fisicamente. Come in un circolo vizioso che ci porta sempre più lontani l’uno dall’altra. Invece è importante trovare tempo ogni giorno per parlare almeno un po’ di noi tra noi. Io e Luisa cerchiamo di trovare sempre tempo per parlare. Ce lo cerchiamo perchè lo riteniamo una priorità. Capita, ad esempio, che alcuni giorni decido di entrare più tardi al lavoro e accompagno Luisa alla sua scuola. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. E’ un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia. E’ un momento di intimità molto bello che ci permette di iniziare la giornata con tanta pace e tanta gioia.

Antonio e Luisa

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Pregare e ringraziare per non spegnere l’amore

Fratelli, state sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!

Prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi 5,16-24.

Oggi ho voluto riprendere la seconda lettura della liturgia di ieri. Merita una riflessione e un approfondimento perchè può dire tantissimo a noi sposi che cerchiamo di vivere bene il nostro matrimonio. Sono poche raccomandazioni ma fondamentali.

Pregate incessantemente. Dovremmo pregare tutto il giorno? E poi chi lavora? Chi porta i figli a scuola? Chi pulisce e mette in ordine la casa? In realtà possiamo fare tutte queste cose pregando. Pregando, cioè offrendole a Dio. E’ preghiera quando accompagno i miei figli a scuola per amore. E’ preghiera quando abbraccio la mia sposa per amore, è preghiera quando pulisco casa e vado al supermercato per amore. E’ preghiera quando lavoro per garantire alla mia famiglia una vita dignitosa. Ogni volta che decido di donarmi nel quotidiano per amore sto alzando la mia preghiera a Dio. Tutto cambia! La fatica resta ma ogni attività, offerta per amore e non subita per dovere, diventa meno pesante e più bella.

In ogni cosa rendete grazie. Ringraziare cambia la prospettiva. Aiuta a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto. Imparare a ringraziare ci aiuta a comprendere che nulla ci è dovuto ma tutto è un dono. E’ un dono l’unione fisica con la mia sposa, sono un dono i figli, è un dono tornare a casa e trovare il mio piatto preferito, è un dono il mio lavoro, è un dono avere una casa e degli amici. Tutto è dono, nulla è dovuto. Solo così saremo capaci di apprezzare ogni gesto senza darlo per scontato, e riusciremo ancora a stupirci della bellezza di essere insieme anche dopo anni di matrimonio.

Non spegnete lo spirito. Lo Spirito è dentro di noi. Lo Spirito è nella nostra relazione consacrata dal sacramento del matrimonio. Ciò non significa che non si possa spegnere. Come? Semplicemente non seguendo le due precedenti indicazioni. Non pregare nella nostra vita di ogni giorno, non fare per amore ma per dovere ci uccide piano piano, giorno dopo giorno. Il peso della famiglia, degli impegni e della vita diventerà presto insostenibile e ci allontaneremo sempre di più dal nostro coniuge. Stessa cosa ci accade se non impariamo a ringraziare. Se pensiamo che tutto ci è dovuto e che ci meritiamo l’amore e la cura dell’altro/a perchè noi facciamo tanto e siamo tanto belli e tanto bravi. Inizieremo a pensare che l’altro/a sia troppo poco per noi, che noi meritiamo di meglio e che quindi quella relazione non è più degna di noi. Capite come il nostro atteggiamento possa fare la differenza in una relazione?

Cari sposi non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Solo così saremo capaci di aprire il nostro cuore allo Spirito Santo e saremo capaci di donarci all’altro/a e di accogliere il suo dono per noi con tutti i nostri e suoi limiti.

Antonio e Luisa

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Gesù ci vuole testimoni del Suo amore!

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».
Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete,
uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Giovanni 1,6-8.19-28.

Chi è Giovanni Battista? Subisce un vero e proprio interrogatorio da parte dei sacerdoti e dei leviti giunti appositamente da Gerusalemme. Probabilmente la sua fama era grande e il suo nome era giunto fino a lì. Giovanni non si sottrae alle richieste dei suoi interlocutori. Dice di non essere il Messia tanto atteso. Afferma anche di non essere nè il profeta nè Elia. Perchè proprio questi due accostamenti? Perchè erano due figure, entrambe attese, che avrebbero dovuto precedere, secondo le Scritture, l’avvento del Messia. Elia, il cui ritorno era previsto prima di quello del Messia. L’ultimo profeta, ultimo e definitivo che Mosè aveva promesso in Deut 18, 15-18: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, fra i tuoi fratelli, in mezzo a te, un profeta come me

Giovanni Battista, ce lo dice il Vangelo stesso, è un testimone. Cosa significa essere testimone di Cristo? Ce lo fa comprendere bene un altro versetto del Vangelo della liturgia odiena: Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. Giovanni Battista è testimone con la sua vita. Con le sue parole, con le sue scelte, con i suoi atteggiamenti, con le sue azioni e con tutto ciò che caratterizza la sua umanità, Giovanni è capace di spostare l’attenzione di chi lo incontra e si relaziona con lui da se stesso ad un’altra persona. Una persona che sta in mezzo a noi ma che noi spesso non conosciamo. Si tratta naturalmente di Gesù, il vero Cristo, il Messia.

Capite la grandezza di Giovanni? E’ la stessa a cui siamo chiamati anche noi sposi. Certo con tutti gli errori che possiamo commetere, con il peccato che caratterizza la nostra vita e con tutte le nostre miserie e fragilità. Possiamo però farlo. Possiamo testimoniare la presenza di Dio. Possiamo renderlo presente nel mondo, in particolare nel nostro piccolo mondo in cui viviamo. Possiamo farlo, prima di tutto, nella nostra famiglia.

Siamo testimoni per l’altro/a quando lo/la perdoniamo, quando lo/la guardiamo con occhi capaci di non giudicare, quando lo/la accogliamo, quando ci doniamo e accogliamo il nostro dono reciproco. Siamo testimoni con i nostri figli quando mostriamo loro le meraviglie che Dio ha compiuto in noi, quando siamo capaci di guardarci con occhi di meraviglia. Per i figli non c’è nulla di più bello che osservare i genitori che si vogliono bene. Loro sono il frutto di quell’amore. Siamo testimoni quando riusciamo a mettere Gesù al centro della famiglia. Siamo testimoni con il mondo che ci circonda quando raccontiamo con la nostra vita che un amore indissolubile che dura tutta la vita non solo è possibile ma è bellissimo. Possiamo essere testimoni in tanti altri modi. Modi che sono per noi e non per altre famiglie. Modi solo nostri. Siamo testimoni nel nostro essere uomo e donna, Antonio e Luisa, nella nostra unicità, con la nostre storie personali e di coppia che sono diverse da quelle di tutte le altre famiglie.

Il sacramento del matrimonio è una consacrazione proprio perchè ci permette di testimoniare in una relazione umana, l’amore di Dio. Avanti tutta! Essere testimoni a volte è difficile ma è l’unico modo che abbiamo per vivere una vita piena e ricca di senso.

Antonio e Luisa

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Cosa (non) mi è piaciuto di DOC

C’è un momento che è solo mio e di Maria. E’ la mia terza figlia ed è l’unica femmina di casa, oltre a me. Il sabato sera è solo nostro. I ragazzi sono fuori o giocano con la play. Il mio maritino è indaffarato in cucina a preparare la pizza per tutti e Maria ed io in camera sul lettone con la copertina a guardare serie tv. Rigorosamente on demand, perchè durante la settimana non c’è tempo per guardare la tv. Negli ultimi mesi ci siamo appassionate a una serie veramente ben fatta e che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Si tratta dell’ormai celeberrima DOC Nelle tue mani.

Non starò qui a raccontare la trama o a recensire questa serie. Trama appassionante, non ci si annoia, personaggi costruiti molto bene. Trovate in rete tanti articoli e tante analisi sicuramente molto più accurate e interessanti di quanto potrei scrivere io. Quello che mi interessa è altro. Vorrei mettere in evidenza un’idea completamente sbagliata e pericolosa che traspare anche da una serie ben fatta e carica di positività come DOC. Un’idea che già le commedie romantiche americane e inglesi portano avanti da decenni. Un’idea che illude e confonde generazioni di donne.

In queste fiction la storia si dipana su due livelli paralleli. C’è la storia dei pazienti che si esaurisce nella puntata e la storia dei protagonisti, in questo caso i medici del reparto, che mantiene un filo narrativo durante tutta la serie. Narrazione che riguarda soprattutto le relazioni e le storie d’amore di questi personaggi principali.

Storie d’amore appassionate e cariche di desiderio e sentimenti. C’è qualcosa in queste storie che non mi convince. Al primo bacio dei due innamorati segue immediatamente il rapporto sessuale, finiscono subito a letto. Questo può anche accadere. Ciò che mi lascia perplessa è che il risultato di questa intimità è sempre positivo. Entrambi sono sempre molto soddisfatti e lo raccontano come un’esperienza meravigliosa. Sempre.

Mi vengono in mente il dottor Lorenzo Lazzarini e la dottoressa Giulia Giordano. Lorenzo è innamorato di Giulia, ma lei ama il dottor Andrea Fanti (Luca Argentero). Nel frattempo, per riempire quel vuoto affettivo, Lorenzo vive numerosissime storie occasionali fatte di sesso e nulla più. In una delle puntate, finalmente i due escono, si baciano e la scena successiva sono già sotto le coperte. Un’esperienza bellissima per entrambi che dà il coraggio a Lorenzo di dichiarare a Giulia tutto il suo amore per lei, ma la dottoressa, dispiaciuta, gli riconferma che ama Andrea.

La storia di Giulia con Andrea (quello prima dell’amnesia) comincia al primo appuntamento, a casa di lui: finiscono sul divano prima di cena, mentre il sugo brucia sul fuoco. Poi, Andrea (quello dopo la pallottola in testa) ha un rapporto sessuale con la ex moglie, che sta con un altro. Ovviamente sono rapporti bellissimi per entrambi i partner. Basta il sentimento e l’attrazione fisica e tutto funziona alla perfezione.

Anche la storia tra il dottor Gabriel Kidane e la dottoressa Elisa Russo è un amore immediatamente consumato, che porta a una convivenza senza tante cerimonie, come qualcosa di ovvio, di scontato: provano un forte sentimento l’uno per l’altra, sono molto soddisfatti dei loro rapporti sessuali (cartina al tornasole dell’amore vero in tutti i film romantici americani e inglesi) e, quindi, cominciano a vivere insieme. Lui, però, decide di tornare a casa, in Etiopia.

La dottoressa Alba Patrizi e il dottor Riccardo Bonvegna fanno fatica a dichiarsi l’amore che provano da tempo, perché ognuno ha i suoi blocchi, che una volta superati, portano immediatamente a un rapporto sessuale, ovviamente soddisfacente per entrambi. Se così non fosse, non sarebbe amore. Vi ricordate i film romantici con Hugh Grant? Per esempio, “Quattro matrimoni e un funerale”, dove lui va a letto con Andie McDowell poco prima che lei si sposi con un altro. Grandi sentimenti e perfetta intesa sessuale: il vero amore!

Secondo la mia esperienza personale e anche quella di altre persone, il rapporto sessuale, anche se accompagnato da sentimenti profondi e dal sacro vincolo del matrimonio (che davanti a Dio e alla società comporta un impegno reciproco di fedeltà, esclusività, indissolubilità e apertura alla vita), può non essere sempre soddisfacente, soprattutto all’inizio. A volte non è facile donarsi totalmente all’altro e accogliere il suo dono totale. E’ necessario parlarsi, aprirsi, ascoltarsi, capirsi, cercarsi, provare, tentare, sbagliare, ricominciare. E’ un cammino fatto di alti e bassi. Non è sempre tutto perfetto, come vogliono farci intendere i film.

Inoltre, questi dottori e queste dottoresse (così competenti, così preoccupati per i malati fino all’abnegazione, così responsabili) sembrano ignorare che durante un rapporto sessuale possono concepire un figlio o una figlia. Finiscono a letto o sul divano senza preavviso, travolti dalla passione, quindi, non usano i metodi naturali. Le dottoresse prendono sempre la pillola, anche se non hanno una storia d’amore consolidata? I dottori hanno sempre a portata di mano un preservativo (della serie: non si sa mai)? La fiction non accenna alla contraccezione. Eh, già, rovinerebbe l’incanto dell’amore romantico, che si nutre solo di sentimenti e attrazione fisica. E le malattie sessualmente trasmissibili? I dottori e le dottoresse, che finiscono nel letto o sul divano spensieratamente, sanno che il virus dell’HIV ha ucciso nel primo semestre dell’anno in corso 712 mila persone (il doppio rispetto al covid 19)?

Mi direte che è solo un film. Appunto, è solo un film. L’amore, quello vero non quello romantico, è fatto di rinuncia, di attesa, di responsabilità. Il desiderio non è in contrasto con il dominio di sé, anzi, solo chi è padrone di se stesso può donarsi all’altro, sapendo che in un periodo fertile si può concepire un figlio, non solo un figlio dell’uomo, ma un figlio di Dio.

Luisa con Antonio

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Ti ringrazio del dolore che mi hai dato (A mio marito)

E’ vero che un matrimonio è sempre un fallimento quando la relazione finisce e gli sposi si separano? Sembra una domanda stupida. La risposta sembra scontata. Il matrimonio non può che essere un fallimento se ci si separa. E’ la fine! Ma è davvero così? Per entrambi gli sposi?

Certo, tutti ci auguriamo un matrimonio felice, una relazione che sia per noi appagante, un coniuge che sappia capirci, amarci e sappia accogliere anche le nostre fragilità. Io stesso sarei un bugiardo se affermassi il contrario. Questo però non è il parametro con il quale valutare se il nostro matrimonio sia una vittoria o una sconfitta. Il criterio principale con il quale valutare il nostro matrimonio è verificare quanto questa relazione ci abbia portato nella braccia di Gesù. Quanto questa relazione ci abbia aiutato a perfezionare e a rendere sempre più profonda la nostra relazione con Gesù. Quanto questa relazione ci abbia insegnato a farci dono per l’altro/a e ad amare gratuitamente e incondizionatamente.

Questo mi permette di pensare e di dire che anche un matrimonio, che in apparenza sembra fallito, può non esserlo, se chi è stato/a abbandonato/a non chiude il cuore a Dio, ma al contrario si affida ancor di più a Lui. Si affida a Gesù che è fedele, che è perfetto, che è capace di un amore infinito. Perchè vi scrivo queste cose? Ho ricevuto una mail con una poesia. Una poesia d’amore che una donna abbandonata dedica a suo marito. Dedica soprattutto a Gesù. Questo è il senso del testo che potrete leggere e meditare. Una poesia che contiene un significato grandioso. L’amore di Dio è più forte di ogni male e il matrimonio non è solo per noi, ma è Suo, è di Dio. Anche attraverso una storia finita si può raccontare al mondo come Lui ama. Una donna che nell’abbandono si è scoperta capace di amare nonostante tutto, di perdonare nonostante tutto, sentendo, in questo modo, la presenza amorevole e commossa di Dio.

Ti ringrazio del dolore che mi hai dato (A mio marito)

Sorda alla riconciliazione

è la nostra divisione

alla crisi coniugale non cerca soluzione

non lascia spazio dei cuori la conversione.

La usa per vivere una nuova dimensione

libero da una soffocante prigione

bene è per i figli che l’ unione finisce

Il tuo io e quel mondo senza Dio

te lo suggerisce.

E così andato via da lei è

ormai il tuo amore

mente e cuore miei

intrisi di rabbia e dolore.

A fatica mi avvicino allo specchio

spero vedere qualcuno intorno

neppure riflesso è il mio contorno

vedo soltanto una scartata pietra

mi sembra che arretra

quasi la invidio

non può avere il cuore ferito.

Che sia lei a raccontarmi la sua storia

Io non riesco a proferire alcuna parola

quella pietra scartata mi fa tremare

eppure la voce di Dio

mi torna a far sperare.

Mi dona la sua pace

innanzi a Lui il dolore tace

il divorzio da te voluto

valore alcuno ha per l ‘Assoluto.

Il progetto sponsale

per noi e con noi da Lui ideato

la Sua legge non vuole frantumato.

Vivo sempre è il Sacramento

possa anche tu averne giovamento.

Mi riguardo allo specchio

vedo il mio riflesso di

figlia di Dio

cosa che mi aiuta a decentrarmi dal mioio.

La Sua benevolenza porta

coraggio e pazienza

per la tua assenza.

Ed ecco perche ‘ posso dirti grazie:

il dolore che mi hai dato

giorno per giorno mi ha trasformato

dal mio Gesù mi sono lasciata trovare

in cambio dell’ amore che a me noi vuoi dare

il mio Gesu ‘ mi insegna a per te pregare.

Antonio e Luisa

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Benedetta crisi! (una volta superata)

Mi sento in crisi! Il mio matrimonio è in crisi! Quante volte abbiamo sentito amici e amiche raccontarci di essere in crisi? Eppure la crisi è necessaria in un rapporto lungo come quello matrimoniale. E’ una relazione che dura tutta la vita. La crisi, lo dice il significato stesso della parola, è un’opportunità. La parola italiana deriva infatti dal greco krisis che significa scelta. La crisi ci mette di fronte ad una scelta! Anche quella matrimoniale. Possiamo scegliere se abbandonare e dichiarare fallimento oppure rilanciare con un aumento di capitale. Ho usato un’immagine aziendale. Il nostro matrimonio è la nostra azienda in cui abbiamo investito tutto e il capitale è l’amore, l’impegno, la perseveranza.

Nella nostra storia personale, Luisa ed io abbiamo rafforzato il nostro matrimonio proprio attraversando le crisi che in questi diciotto anni abbiamo dovuto affrontare. Fin dal fidanzamento. Già perchè il nostro è stato l’incontro tra due mondi completamente opposti. Io, da materialista qual ero, cercavo in lei una persona che potesse soddisfarmi emotivamente e sessualmente senza pensare troppo a lungo termine. Lei, spiritualista e un po’ complessata, era incapace di aprirsi completamente ad un uomo. La nostra prima crisi è arrivata dopo poche settimane. Abbiamo scelto di rilanciare, di metterci in gioco. Io ho cercato di comprendere le sue ragioni e la sua sensibilità. Lei di aprirsi pian piano ad un’altra persona senza tutte quelle barriere che di solito era abituata a mettere per difendersi. Abbiamo fatto il nostro primo gradino. Il primo salto di qualità. Un fidanzamento casto ma ricco di dialogo e di tenerezza.

Ci siamo sposati e, immediatamente, sono arrivati anche i figli, il primo figlio dopo 10 mesi dalle nozze e a distanza di altri 18 mesi il secondo. Con il secondo figlio la nostra nuova crisi. Io sono andato in crisi. Mi sono sentito investito della responsabilità di una famiglia e di due bambini piccoli troppo in fretta. I successivi sono stati mesi di freddezza, nervosismo e mugugni. Ero spesso fuori casa per recuperare un po’ della mia libertà perduta (così la pensavo). In questo caso è stata Luisa a fare il primo rilancio. Mi ha amato nonostante io non fossi amabile e questo suo atteggiamento e questo suo amore donato senza ricevere nulla da me mi hanno dato la forza di rilanciare a mia volta. Quel periodo così difficile è stato, grazie a Luisa, molto fecondo. Ci ha permesso di mettere un ulteriore e importantissimo tassello nella nostra storia d’amore.

Questa seconda crisi poteva essere fatale e invece ci ha unito ancora di più. Abbiamo vinto una delle più grandi sfide che tutte le coppie devono, prima o poi, affrontare. C’è un momento in cui ogni sposa/o deve lasciar cadere, deve liberarsi, del sogno che aveva dentro di sè dell’amato/a. Questo è un momento che appartiene alla storia concreta di ogni coppia. Lasciar cadere il sogno e accogliere in noi la verità dell’altro. Chiamarlo finalmente per nome. Chiamarlo in senso biblico. Accogliere e riconoscere con il nome tutta la persona che abbiamo di fronte. Questo processo può essere anche un duro colpo. Tante aspettative e tanti progetti. Tanti desideri che l’altra persona avrebbe dovuto incarnare e realizzare. Non è così. Spesso la persona che abbiamo sposato non è quella che pensavamo di aver sposato. Spesso l’idea che ci costruiamo è idealizzata e non è reale. Vogliamo che l’altro/a sia ciò che non è. E’ importante superare questo momento cruciale. E’ importante disinnescare il pericolo che si cela dietro. Il pericolo di pensare che lui non sia quello giusto, che lei non sia quella giusta, e quindi provare con qualcun’altro/a. L’amore chiede invece questo salto di qualità. Saper riconoscere e accogliere l’altro per quello che è. Solo così l’amore diventa maturo. Quando ci si rende conto della caduta del sogno si sperimenta davvero di perdere la vita. Solo facendo questa esperienza che è un’esperienza di crisi, di smarrimento, di solitudine, magari di sofferenza e dolore. Solo passando attraverso questa morte possiamo essere finalmente pronti a farci dono all’altro senza pretendere nulla. Solo morendo possiamo risorgere in una nuova relazione questa volta fondata sulla verità e non su un desiderio idealizzato che non esiste.

Queste sono le due crisi più grandi che noi abbiamo affrontato. Ce ne sono state tante altre più brevi e meno profonde. La vita matrimoniale è costellata di tanto amore ma anche di fatica e di un continuo lavoro personale e di coppia volto a riequilibrare sempre la relazione. Non ci può essere bellezza senza crisi. Sappiamo che ne avremo tante altre. Invecchiare insieme significa accogliere l’altra persona che cambia, il corpo che sfiorisce, la menopausa e tutto quello che di bello e di brutto in una vita può accadere. Siamo pronti alla sfida perchè il matrimonio è difficile ma è meraviglioso e ci permette di guardare il Tabernacolo e di dire a Gesù: stiamo dando tutto il resto fallo tu!

Antonio e Luisa

Re, sacerdoti e profeti del nostro matrimonio

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.
Come è scritto nel profeta Isaia: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada.
Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».

Marco 1, 1-8

Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui perchè in comunione con Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo anche profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

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Lasciare per essere una sola carne!

Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2,24).

Non so se ci avete mai fatto caso. In questo breve versetto della Genesi c’è tutto quello che è il progetto matrimoniale. Non solo! Ci sono anche, elencate in buon ordine, le tappe necessarie a vivere un matrimonio sano. Un matrimonio come Dio lo desidera per noi. Una relazione piena e profonda. Una relazione libera e liberante.

Possiamo trovare tre verbi e tutti al futuro. Per evidenziare come un matrimonio riuscito sia frutto di un impegno e di un cammino. Qualcosa che si ottiene nel tempo.

Lascerà suo padre e sua madre. Questo è il primo passaggio. E’ un passaggio fondamentale. Possiamo sposarci e dare forma ad una nuova famiglia solo se saremo capaci di lasciare la nostra famiglia di origine. Non significa che non frequenteremo più i nostri genitori e che non avremo più amore e tempo per loro. Nulla di tutto questo! Significa non essere più dipendenti da loro. I nostri amici Roberto e Claudia di Amati per Amare la chiamano desatelizzazione. Cosa significa allora lasciare nostro padre e nostra madre? Mettere al primo posto il nostro coniuge. In concreto? Non dipendere dalle aspettative e influenze della famiglia di origine. Essere capaci di mettere dei confini entro i quali i nostri genitori non possono influire. Non si tratta solo di confini materiali come le quattro mura di casa ma si tratta soprattutto di confini emotivi.

Si unirà a sua moglie. Non basta preparare il terreno con la desatelizzazione. Serve a questo punto la disponibilità ad aprirsi. Il problema spesso non è accogliere l’altro. Farlo, paradossalmente, non è così faticoso e difficile. Il problema è farci accogliere dall’altra persona. Per farci accogliere dobbiamo spogliarci e mostrarci con tutte le nostre fragilità, le nostre debolezze, le nostre imperfezioni, le nostre ferite. Capite che non è semplice. Si prova paura. Un po’ come, quando dopo la caduta, Adamo ed Eva si coprirono perchè provarono vergogna. Perchè lo sguardo dell’altro/a, che è specchio del nostro, non è uno sguardo che rassicura, ma che, in un certo senso, viola. E’ importante non pretendere nulla dall’altro/a. Possiamo educarci ad avere uno sguardo che sia di meraviglia sempre. Riconoscere nell’altro/a un dono prezioso ricevuto e non qualcosa da usare e possedere. Solo così, con il tempo sarà possibile una vera unione tra gli sposi. La paura e la rigidità sarà sempre di meno e aumenteranno comunione e intimità nella coppia.

I due saranno una sola carne. Viene subito in mente l’unione fisica. Una sola carne. Non sbagliamo se pensiamo all’intimità degli sposi. L’amplesso, che ci fa sperimentare la consapevolezza di essere uno attraverso il corpo, è però immagine di qualcosa di molto più ampio e profondo. Una sola carne significa che l’altro/a dimora in noi. E’ un rimando neanche troppo nascosto all’Eucarestia. Gesù stava celebrando un matrimonio in quell’ultima cena. Stava sposando la sua Chiesa nascente.  Matrimonio che si è concluso sulla croce. Matrimonio che ci consentirà di risorgere. Stava sposando ogni persona battezzata. Gesù ci ha mostrato come ama uno sposo. Così possiamo essere noi. Amare l’altro/a fino a farci mangiare da lui o da lei. Farci mangiare nel senso che noi abiteremo in lui/lei, saremo parte di lui/lei. Le sue preoccupazioni saranno le nostre preoccupazioni. La sua gioia sarà la nostra gioia. Il suo dolore sarà il nostro. La sua vita sarà anche la nostra. Saremo una carne sola e un cuore solo.

Questo è il sogno d’amore di Dio per noi. Questo è il significato del matrimonio. Tutto questo però, per essere realizzabile, passa da tre verbi: lasciare…unirsi….essere. Avanti tutta la strada è tracciata, non dobbiamo che seguirla e sperimenteremo qualcosa di meraviglioso.

Antonio e Luisa

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